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Roma barocca: itinerario fra chiese, piazze e fontane

Il barocco romano non è un elenco di monumenti: è un sistema. Fra il 1623, anno in cui sale al soglio Urbano VIII Barberini, e il 1667, anno in cui muoiono a pochi mesi di distanza Alessandro VII Chigi e Francesco Borromini, Roma viene riscritta come un unico organismo scenografico, dove una chiesa chiude la prospettiva di una strada, una fontana segna un incrocio e un obelisco dice da lontano dove girare. Chi visita la città inseguendo i capolavori uno per uno, da piazza Navona a fontana di Trevi passando per San Pietro, vede i pezzi e perde la macchina. Queste pagine fanno il contrario: spiegano come funziona il sistema, chi lo ha pagato, chi lo ha disegnato e come ci si cammina dentro. Su Gian Lorenzo Bernini esiste già un articolo dedicato, Bernini a Roma, che ne segue biografia e opere singole: qui Bernini è uno dei tre protagonisti, non il soggetto, e al centro ci sono le regole del gioco che lui, Borromini e Pietro da Cortona hanno condiviso e interpretato in modo diverso.

Che cos’è davvero il barocco romano: un sistema urbano, non uno stile

Il barocco romano è un fenomeno urbanistico prima che decorativo: fra gli anni Venti e gli anni Settanta del Seicento i papi trasformano Roma in una città pensata per essere percorsa, con assi rettilinei che collegano le basiliche, punti di fuga marcati da obelischi e facciate concepite come fondali. Le forme curve e gli stucchi dorati che tutti associano alla parola barocco sono la conseguenza visibile di questa idea, non la sua causa.

Fontana dei Quattro Fiumi a piazza Navona
La fontana dei Quattro Fiumi del Bernini al centro di piazza Navona. Foto di Dietmar Rabich, licenza CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons.

Chi paga decide, e ogni papa cancella il precedente

La committenza è quasi interamente papale e familiare, e questo spiega la discontinuità dei cantieri. Ogni pontefice porta con sé una famiglia, un architetto di fiducia e un quartiere da valorizzare, e il successore tende a spostare risorse e incarichi altrove. Bernini è l’architetto dei Barberini e cade in disgrazia sotto i Pamphilj; Borromini gode della protezione di Innocenzo X e perde terreno quando torna il favore verso Bernini con Alessandro VII. Non si tratta di gusto artistico ma di equilibri di corte: un cantiere interrotto per vent’anni, come quello di palazzo Montecitorio, si spiega con una lite diplomatica, non con un problema di progetto.

Il precedente che rende tutto possibile: Sisto V

Il barocco non nasce dal nulla. Fra il 1585 e il 1590 papa Sisto V, con l’architetto Domenico Fontana, aveva già tracciato la rete di strade rettilinee che collegano le basiliche maggiori e aveva innalzato quattro obelischi come traguardi visivi, fra cui l’obelisco Flaminio in piazza del Popolo nel 1589, l’obelisco Vaticano davanti a San Pietro nel 1586, l’obelisco Esquilino dietro Santa Maria Maggiore e quello lateranense. Gli architetti del Seicento ereditano quel telaio e ci appoggiano sopra gli edifici. Chi vuole capire il rapporto fra questi monoliti e la forma della città trova un quadro d’insieme nella pagina dedicata agli obelischi di Roma.

Immagine: veduta dall’alto dell’incrocio delle Quattro Fontane, con le quattro edicole d’angolo e le due strade rettilinee che si perdono verso gli obelischi.

I tre papi committenti: Urbano VIII, Innocenzo X, Alessandro VII

Tre pontificati consecutivi coprono quasi per intero la stagione barocca romana: Urbano VIII Barberini dal 1623 al 1644, Innocenzo X Pamphilj dal 1644 al 1655, Alessandro VII Chigi dal 1655 al 1667. Ognuno lascia un’impronta riconoscibile non solo negli edifici ma anche negli stemmi: le api dei Barberini, la colomba con il ramo d’ulivo dei Pamphilj, i monti e la stella dei Chigi sono la firma che permette di datare a occhio una facciata o un portale.

Urbano VIII Barberini: le api dappertutto

Maffeo Barberini regna ventun anni e costruisce la carriera di Bernini. Sotto di lui nascono il baldacchino di San Pietro, la fontana del Tritone e la Fontana delle Api in piazza Barberini, il grande palazzo Barberini alle Quattro Fontane e la chiesa dei Santi Luca e Martina al Foro. Il rovescio è la pressione fiscale: la pasquinata quod non fecerunt barbari fecerunt Barberini nasce dalla rimozione del bronzo dal portico del Pantheon, una vicenda su cui gli studiosi discutono ancora, perché non è accertato quanto di quel metallo sia finito nel baldacchino e quanto nei cannoni di Castel Sant’Angelo. La fontana di Trevi ha un primo capitolo barberiniano: verso il 1640 Urbano VIII incarica Bernini di una mostra d’acqua monumentale, il cantiere si apre, poi i fondi finiscono e il progetto si ferma.

Innocenzo X Pamphilj: piazza Navona come teatro di famiglia

Giovanni Battista Pamphilj apre il pontificato con un processo contro i Barberini e sposta l’asse degli investimenti sulla piazza dove la sua famiglia abitava. Piazza Navona diventa in dieci anni un salotto privato monumentale: palazzo Pamphilj, eretto fra il 1644 e il 1650 circa su progetto di Girolamo Rainaldi, la chiesa di Sant’Agnese in Agone come cappella di famiglia, la fontana dei Quattro Fiumi al centro. Nello stesso pontificato Borromini rimette mano all’interno della basilica di San Giovanni in Laterano in vista del giubileo del 1650, e la famiglia sistema la grande tenuta fuori porta che oggi è villa Doria Pamphilj. La collezione Pamphilj si vede ancora, in gran parte nella sede originaria, a palazzo Doria Pamphilj sul Corso.

Alessandro VII Chigi: il papa che pensava per prospettive

Fabio Chigi è il più consapevole dei tre in materia urbanistica: teneva un diario in cui annotava progetti e ripensamenti, e ragionava per assi visivi. A lui si devono il colonnato di piazza San Pietro, la piazzetta scenografica di Santa Maria della Pace, le due chiese gemelle di piazza del Popolo, Sant’Andrea al Quirinale, l’elefantino che regge l’obelisco della Minerva davanti a Santa Maria sopra Minerva, il rifacimento barocco dell’interno di Santa Maria del Popolo fra il 1655 e il 1660 e la nuova fronte interna della porta del Popolo, sistemata nel 1655 per l’ingresso in città della regina Cristina di Svezia. È anche il papa che fa demolire interi isolati per aprire spazio: la piazzetta davanti a Santa Maria della Pace nasce buttando giù le case che stavano davanti alla chiesa.

Bernini, Borromini e Pietro da Cortona: come si distinguono guardando un edificio

I tre protagonisti si riconoscono da cosa fanno con la parete: Bernini la tratta come il fondale di una scena e ci mette figure, luce nascosta e materiali preziosi; Borromini la piega secondo una geometria continua e rinuncia quasi del tutto al colore, lavorando in bianco su stucco e travertino; Pietro da Cortona la modella in aggetto, con colonne che escono dal muro come in un rilievo. Tre soluzioni allo stesso problema, spesso a duecento metri l’una dall’altra. Il modo più rapido per verificarlo è vedere di seguito Sant’Andrea al Quirinale, San Carlino e i Santi Luca e Martina.

Bernini: l’architettura come messa in scena

Bernini viene dalla scultura e dal teatro, e progetta gli edifici come apparati. I suoi interni hanno quasi sempre una sorgente di luce nascosta che illumina il punto focale, marmi policromi, angeli e nuvole in stucco che invadono la cornice architettonica. Il gesto tipico è l’abbraccio: le ali concave del sagrato di Sant’Andrea al Quirinale ripetono in piccolo l’idea del colonnato vaticano. Chi vuole seguirlo opera per opera trova il percorso completo nell’articolo Bernini a Roma, dalle sculture della Galleria Borghese alla cappella Cornaro di Santa Maria della Vittoria.

Borromini: la geometria al posto dell’ordine

Francesco Castelli, nato a Bissone nel 1599 e passato alla storia come Borromini dal 1628 circa, arriva a Roma nel 1619 come scalpellino e lavora sotto Carlo Maderno, suo lontano parente. Non progetta per moduli classici ma per figure geometriche: la pianta di San Carlino nasce dall’intersezione di forme ovali, quella di Sant’Ivo da due triangoli sovrapposti, e le cupole hanno cassettoni che si rimpiccioliscono per accelerare la prospettiva. Usa materiali poveri, stucco e intonaco, e ottiene l’effetto con la forma. Morto suicida il 2 agosto 1667, volle essere sepolto nella tomba di Carlo Maderno, nella basilica di San Giovanni dei Fiorentini, dove la lastra si vede ancora.

Pietro da Cortona: il pittore che costruisce

Pietro Berrettini da Cortona è il terzo vertice e il meno noto al pubblico, pur essendo l’unico dei tre a essere contemporaneamente pittore di primissimo livello e architetto. Il suo marchio è la facciata a piani sovrapposti che avanza e arretra: il portico semicircolare di Santa Maria della Pace, il prospetto a due ordini dei Santi Luca e Martina, la facciata di Santa Maria in Via Lata sul Corso. In pittura firma il soffitto del salone di palazzo Barberini, il Trionfo della Divina Provvidenza, dipinto fra il 1632 e il 1639, che è il manifesto della volta illusionistica barocca.

La rivalità: cosa è documentato e cosa è leggenda

La rivalità fra Bernini e Borromini è storicamente reale, ma non ha nulla a che vedere con l’aneddoto più diffuso. La versione popolare vuole che nella fontana dei Quattro Fiumi il Rio della Plata alzi la mano per ripararsi dal crollo della facciata di Sant’Agnese e che il Nilo si copra il capo per non vederla. È cronologicamente impossibile: la fontana fu realizzata fra il 1648 e il 1651, la chiesa fu iniziata nel 1652 e Borromini ne assunse la direzione solo nel 1653. Il Nilo ha il capo velato perché all’epoca le sorgenti del fiume erano ignote, ed è un’iconografia standard. Il conflitto vero era professionale ed economico: Borromini, entrato nel cantiere di San Pietro come disegnatore di Maderno, si trovò dal 1629 subordinato a un uomo più giovane di lui e pagato molto di più.

I comprimari che vengono sempre dimenticati

Ridurre il barocco romano a tre nomi è comodo ma falso. Carlo Maderno progetta la facciata e il prolungamento della navata di San Pietro fra il 1607 e il 1614 e la cupola di Sant’Andrea della Valle, di cui Carlo Rainaldi firmerà poi la facciata. Giacomo della Porta, morto nel 1602, aveva già dato al Gesù la facciata e la cupola e aveva disegnato le vasche originali delle fontane di piazza Navona e la fontana delle Tartarughe. Carlo Fontana chiude i conti di mezza città, da Montecitorio alla vasca inferiore dell’Acqua Paola. Attribuire a Bernini o a Borromini cose che sono loro è uno degli errori più frequenti nelle guide.

Le chiese: otto edifici che spiegano tutto il resto

Le chiese barocche romane non sono intercambiabili: ognuna risolve un problema diverso, e otto edifici coprono l’intero repertorio, dalla pianta geometrica pura alla volta dipinta che finge di sfondare il tetto. Tutte stanno entro un raggio di venti minuti a piedi dal Pantheon, il che rende possibile vederle in sequenza.

Sant’Ivo alla Sapienza: la geometria portata al limite

La chiesa di Sant’Ivo alla Sapienza è la cappella dell’antica università di Roma e si trova in fondo al cortile cinquecentesco di Giacomo della Porta, in corso del Rinascimento. Borromini ci lavora dal 1643, il cantiere si interrompe verso il 1655 e riprende nel 1659; la consacrazione è del 1660. La pianta nasce da due triangoli equilateri sovrapposti a formare una stella a sei punte, con le punte alternativamente svuotate in absidi e nicchie: il risultato è uno spazio che non si lascia leggere in una sola occhiata. La lanterna esterna, con la rampa a spirale che sale verso la corona metallica, è l’elemento più riconoscibile dello skyline barocco romano. Attenzione all’accesso: la chiesa non è aperta tutti i giorni e l’apertura è tradizionalmente limitata alla mattina della domenica, quindi conviene verificare l’orario aggiornato prima di andarci. Il cortile, invece, si attraversa liberamente negli orari di apertura del palazzo.

San Carlo alle Quattro Fontane: la chiesa più piccola e più radicale

La chiesa di San Carlo alle Quattro Fontane, che i romani chiamano San Carlino, è il primo incarico autonomo di Borromini e il suo ultimo cantiere. Costruita per i Trinitari scalzi su un lotto minuscolo all’incrocio delle Quattro Fontane, ha il chiostro progettato nel 1635 e completato verso il 1644, l’interno avviato dal 1638 e la facciata iniziata solo nel 1664 e portata a termine dopo la morte dell’architetto. Le date variano da fonte a fonte, con alcune che chiudono il cantiere principale al 1641 e altre al 1644: la sostanza non cambia, sono trent’anni di lavoro su un fazzoletto di terreno. L’aneddoto secondo cui l’intera chiesa entrerebbe in uno dei pilastroni della cupola di San Pietro circola dal Seicento: rende bene l’idea delle proporzioni, ma va preso come tradizione, non come misura verificata.

Sant’Andrea al Quirinale: l’ellisse messa di traverso

La chiesa di Sant’Andrea al Quirinale fu costruita fra il 1658 e il 1670 su progetto di Bernini, per commissione di Alessandro VII e del cardinale Camillo Pamphilj, come cappella del noviziato dei gesuiti di fronte alla manica lunga del palazzo del Quirinale. La mossa decisiva è la pianta ellittica con l’asse maggiore di traverso rispetto all’ingresso: chi entra si trova addosso il fondo della chiesa, e lo sguardo non si perde in profondità. Le absidi laterali non ospitano cappelle ma masse murarie, per spingere l’occhio sull’altare, dove il Martirio di Sant’Andrea di Guillaume Courtois è illuminato da una finestra che non si vede. L’allargamento di via del Quirinale nel 1889 ha arretrato le ali concave del sagrato e abbassato la quota stradale di circa un metro, aggiungendo sette gradini: il rapporto originale con il palazzo papale è in parte perduto.

Sant’Agnese in Agone: quattro architetti e una facciata concava

Sant’Agnese in Agone, sul lato occidentale di piazza Navona, è la chiesa più maltrattata dalle attribuzioni frettolose. Il progetto iniziale è del 1652 ed è di Girolamo Rainaldi per Innocenzo X; fra il 1653 e il 1657 la direzione passa a Borromini, che ridisegna la facciata rendendola concava e arretrando il corpo centrale per lasciare respiro alla cupola; dal 1657 rientra Carlo Rainaldi, figlio di Girolamo, che completa la fabbrica nel 1672, e sua è anche la lanterna della cupola. L’interno è a croce greca, con quattro bracci corti attorno a un ottagono centrale, ed è il punto in cui si coglie meglio la differenza fra Borromini e i Rainaldi: la facciata appartiene a una logica, il rivestimento marmoreo interno a un’altra. Oggi la chiesa ospita anche concerti, quindi gli orari di visita possono variare: conviene controllarli prima.

Il Gesù e il Baciccia: la volta che sfonda il tetto

La chiesa del Gesù è la chiesa madre della Compagnia di Gesù e il modello copiato in tutto il mondo, ma è un edificio del Cinquecento, non del Seicento: i lavori iniziano nel 1568 su progetto del Vignola, la facciata e la cupola sono di Giacomo della Porta e la consacrazione è del 25 novembre 1584. Barocco è il vestito che le viene messo addosso un secolo dopo. L’affresco della volta, il Trionfo del Nome di Gesù, è di Giovan Battista Gaulli detto il Baciccia, che lavora anche alla cupola fra il 1672 e il 1685: la cornice dorata è sfondata da figure in stucco di Ercole Antonio Raggi che escono dal dipinto e proiettano ombre vere sulla volta vera. Un punto del pavimento segnato con il monogramma IHS indica dove mettersi. Nel transetto sinistro la cappella di Sant’Ignazio, completata fra il 1696 e il 1700 da Andrea Pozzo, è un tripudio di lapislazzuli, alabastro e bronzo dorato, con l’urna delle spoglie del santo di Alessandro Algardi; nel tardo pomeriggio un meccanismo abbassa la pala d’altare per scoprire la statua argentata, con luci e musica. L’orario è indicato dalla chiesa e va verificato sul posto.

Sant’Ignazio e Andrea Pozzo: la cupola che non c’è

La chiesa di Sant’Ignazio di Loyola in Campo Marzio è il caso più spettacolare di illusionismo barocco perché il trucco è dichiarato: la cupola sopra l’incrocio non esiste, è una tela dipinta da Andrea Pozzo nel 1685 che finge un tamburo e una calotta. Non fu mai costruita in muratura, per ragioni economiche e per l’opposizione dei religiosi confinanti. La volta della navata, sempre di Pozzo, è la Gloria di Sant’Ignazio, con l’architettura dipinta che prosegue verso l’alto quella reale; anche qui un disco sul pavimento segna il punto di osservazione ottimale. L’attribuzione dell’edificio è più incerta di quanto si legga in giro: l’incarico andò al gesuita Orazio Grassi, ma al confronto parteciparono anche il Domenichino e altri, e Carlo Maderno fu chiamato a esaminare i disegni. La chiesa, lunga circa 81 metri e larga circa 43, fu iniziata nel 1626 e nel 1640 era ancora incompiuta.

Santa Maria della Pace: la chiesa che si è costruita la sua piazza

La chiesa di Santa Maria della Pace è del 1482, voluta da Sisto IV, e l’autore del progetto quattrocentesco non è accertato: si fanno i nomi di Baccio Pontelli e di Meo del Caprino. Quello che la rende un manifesto del barocco urbano è l’intervento di Pietro da Cortona fra il 1656 e il 1667 per Alessandro VII: il portico semicircolare con colonne binate tuscaniche non è solo una facciata ma un dispositivo che sporge nello spazio, e per farlo funzionare furono demolite le case circostanti, creando la piazzetta trapezoidale asimmetrica che si vede oggi. Dentro ci sono le Sibille affrescate da Raffaello nel 1514 nella cappella Chigi; accanto c’è il chiostro del Bramante, costruito fra il 1500 e il 1504 per il cardinale Oliviero Carafa, oggi sede espositiva con biglietteria propria. Gli orari della chiesa sono ridotti e non coincidono con quelli del chiostro.

Santi Luca e Martina: la chiesa pagata dall’architetto

La chiesa dei Santi Luca e Martina, all’ingresso del Foro Romano vicino all’arco di Settimio Severo, è la sede storica dell’Accademia di San Luca e il capolavoro architettonico di Pietro da Cortona. Il cantiere parte nel 1634, appoggiato dal cardinale Francesco Barberini e da Urbano VIII, ma l’architetto lo finanzia in larga parte di tasca propria. La spinta decisiva arriva il 25 ottobre 1634, quando gli scavi sotto l’altare restituiscono resti attribuiti a santa Martina insieme a una lastra di terracotta con i nomi dei martiri: un ritrovamento che sblocca il sostegno dei Barberini. Cortona progetta anche la cripta, che riprende in miniatura le linee della chiesa superiore, e vi si fa seppellire; una lapide con il suo busto lo ricorda lungo la discesa. Gli orari di apertura sono limitati e legati all’attività dell’Accademia.

Altre chiese barocche da aggiungere se avanza tempo

Chi ha tempo può allargare la lista senza uscire dal centro: Santa Maria della Vittoria per la cappella Cornaro, Sant’Andrea della Valle per la cupola di Maderno e gli affreschi di Domenichino e Lanfranco, San Luigi dei Francesi per il ciclo di Caravaggio che apre il secolo, Santa Maria Maddalena per la facciata rococò a due passi dal Pantheon, Sant’Antonio dei Portoghesi, San Francesco a Ripa a Trastevere e Santi XII Apostoli. Su Caravaggio, che al barocco pieno arriva un attimo prima e da un’altra direzione, c’è un percorso a parte: Caravaggio a Roma.

Immagine: interno della cupola ovale di San Carlino ripreso dal basso, con i cassettoni a croce, esagono e ottagono che si rimpiccioliscono verso la lanterna.

Le piazze: come il Seicento inventa lo spazio pubblico

Le grandi piazze barocche romane non sono spazi vuoti lasciati liberi fra gli edifici, ma stanze urbane progettate con un ingresso, un centro e un fondale. Cinque esempi coprono tutte le soluzioni: una piazza ereditata da un edificio antico, una costruita per accogliere folle, una che fa da porta della città, una minuscola pensata come quinta teatrale e una nata attorno a una fontana.

Piazza Navona: la forma dello stadio di Domiziano

Piazza Navona ha la forma allungata con un lato corto curvo perché ricalca lo stadio fatto costruire da Domiziano nell’85 dopo Cristo, lungo 265 metri e largo 106. I resti dello stadio si visitano nei sotterranei accessibili da via di Tor Sanguigna. La sistemazione barocca è opera di Innocenzo X fra il 1644 e il 1655 e comporta la demolizione di interi isolati. Al centro la fontana dei Quattro Fiumi di Bernini, realizzata fra il 1648 e il 1651 con una squadra di scultori fra cui Giacomo Antonio Fancelli, Claude Poussin, Antonio Raggi e Francesco Baratta, sormontata dall’obelisco Agonale, un monolite di età domizianea recuperato nel 1647 dal circo di Massenzio sull’Appia. Il finanziamento arrivò da una tassa sul pane, con riduzione del peso della pagnotta, e la cosa contribuì a rendere odiosa alla città la cognata del papa, Olimpia Maidalchini.

Le due fontane minori: chi le ha fatte davvero

Le fontane alle due estremità di piazza Navona sono più antiche di quella centrale e non sono opera di Bernini. Le vasche mistilinee sono di Giacomo della Porta, commissionate da Gregorio XIII nel 1574 e realizzate nel 1575 e 1576, subito dopo il restauro dell’Acqua Vergine. Nella fontana meridionale, detta del Moro, nel 1651 Bernini interviene su incarico di Innocenzo X ampliando la vasca e fornendo il disegno della figura centrale, scolpita da Giovanni Antonio Mari; le statue oggi sul bordo sono copie ottocentesche. La fontana settentrionale, detta del Nettuno, restò una vasca nuda per tre secoli: i gruppi scultorei furono collocati soltanto nel 1878, opera di Antonio Della Bitta e Gregorio Zappalà. Attribuire a Bernini tutte e tre le fontane della piazza è uno degli errori più diffusi in assoluto.

Piazza San Pietro: il colonnato come paio di braccia

La piazza di San Pietro è la più grande operazione urbanistica del pontificato di Alessandro VII: il colonnato fu realizzato fra il 1656 e il 1667 su progetto di Bernini, che lo descrisse come le braccia della Chiesa aperte ad accogliere i fedeli. Il gioco ottico più noto sono i due dischi di porfido sul selciato, sui fuochi dell’ellisse, da cui le quattro file di colonne si allineano e sembrano una sola. La facciata della basilica è invece di Carlo Maderno, del 1607 e 1614 insieme al prolungamento della navata, e la cupola è di Michelangelo completata da Giacomo della Porta: confondere queste tre paternità è frequentissimo. Al centro l’obelisco Vaticano, spostato da Domenico Fontana nel 1586, cioè una generazione prima del colonnato che gli gira intorno. Per l’accesso alla basilica e per i controlli di sicurezza vale quanto indicato dagli uffici della Città del Vaticano.

Piazza del Popolo: le chiese gemelle che non sono gemelle

Piazza del Popolo è la porta nord della città e il punto in cui il barocco risolve un problema puramente geometrico. Le due chiese ai lati dell’imbocco del Corso, Santa Maria in Montesanto e Santa Maria dei Miracoli, sembrano identiche ma non lo sono: i due lotti hanno larghezza diversa, e per farle apparire uguali a chi guarda dalla piazza Carlo Rainaldi diede a una la cupola ovale e all’altra la cupola circolare. Il cantiere di Montesanto parte nel 1662, quello dei Miracoli solo nel 1675 e si chiude nel 1679; entrambe furono completate dopo la morte di Alessandro VII con la partecipazione di Bernini e Carlo Fontana. Sulla piazza si affaccia anche Santa Maria del Popolo, con la cappella Chigi e le due tele di Caravaggio, e si apre la porta del Popolo. La forma ellittica attuale della piazza, con le esedre e le rampe verso il Pincio, è però neoclassica: è opera di Giuseppe Valadier, nei primi decenni dell’Ottocento.

Piazza Sant’Ignazio: il salotto rococò

Piazza Sant’Ignazio fu sistemata da Filippo Raguzzini intorno al 1727 e 1728 ed è già rococò, non barocco pieno: è l’esito finale del ragionamento sulla piazza come teatro. Lo schema deriva dall’accostamento di tre ovali e i corpi di fabbrica che fronteggiano la chiesa sono concavi, con il palazzo centrale a pianta triangolare. Non sono edifici pubblici ma normali case da reddito, fra i primi esempi romani di palazzine costruite dalla nobiltà per essere affittate, e sono disposte in modo che la facciata della chiesa non si veda mai per intero dalle stradine laterali.

Piazza Barberini e la città alta

Piazza Barberini nasce come spazio di servizio davanti al palazzo di famiglia e viene qualificata da due fontane di Bernini: la fontana del Tritone, del 1642 e 1643, e la piccola Fontana delle Api all’imbocco di via Veneto, del 1644. Da qui si sale verso il Quirinale lungo via delle Quattro Fontane, e a metà salita si incontra il museo dei Frati Cappuccini con la cripta decorata con le ossa, capitolo laterale e macabro della stessa cultura barocca. Poco più in là, sotto il livello stradale, si conserva il mitreo Barberini, visitabile solo su prenotazione, che ricorda quanto la città del Seicento sia stata costruita sopra strati più antichi.

Le fontane: l’acqua come argomento politico

Le fontane monumentali romane sono terminali di acquedotti, e ogni papa che ne restaura uno firma la mostra d’acqua che ne segna l’arrivo in città. Non sono arredo urbano ma propaganda idraulica: il nome dell’acquedotto e quello del papa coincidono quasi sempre, come nell’Acqua Felice di Sisto V, nato Felice Peretti, e nell’Acqua Paola di Paolo V. Alle fontane minori vale la pena aggiungere la fontana delle Tartarughe in piazza Mattei, disegnata da Giacomo della Porta con sculture di Taddeo Landini.

Tre acquedotti e tre reti di fontane

L’Acqua Vergine, in funzione dall’età di Augusto e mai interrotta del tutto, è l’unico acquedotto romano antico che non ha mai smesso di fornire acqua alla città: serve il Campo Marzio e alimenta le fontane di piazza Navona, la Barcaccia di piazza di Spagna e la fontana di Trevi. L’Acqua Felice, completata nel 1587, porta l’acqua sui colli Quirinale e Viminale e alimenta la fontana del Mosè alle Terme, le Quattro Fontane e i Dioscuri davanti al palazzo papale. L’Acqua Paola, terminata nel 1612 per Paolo V, serve il Gianicolo e Trastevere: la sua mostra è la fontana dell’Acqua Paola, che i romani chiamano il Fontanone, la cui vasca inferiore fu ampliata da Carlo Fontana alla fine del Seicento.

La fontana di Trevi e il barocco che finisce nel Settecento

La fontana di Trevi è settecentesca ma è figlia diretta del progetto barocco: la mostra attuale nasce dal concorso indetto nel 1731 da Clemente XII e vinto da Nicola Salvi, che riprende esplicitamente l’idea abbandonata di Urbano VIII e Bernini, cioè raccontare con architettura e scultura la storia dell’Acqua Vergine. I lavori iniziano nel 1732, il papa la inaugura già nel 1735 a cantiere aperto, seguono decenni di interruzioni, e la consegna definitiva è del 22 maggio 1762. Il gruppo centrale con l’Oceano è di Pietro Bracci, su un progetto avviato da Giovanni Battista Maini, e il fondale è la facciata di palazzo Poli, ridotta di due campate di finestre per fare posto alla scogliera. L’ultimo restauro importante si è concluso il 3 novembre 2015.

Le Quattro Fontane: quattro angoli e quattro traguardi

L’incrocio delle Quattro Fontane, fra via del Quirinale e via Sistina, è forse il punto più istruttivo di tutta Roma barocca, e non costa nulla. Le quattro edicole d’angolo furono volute da Sisto V alla fine del Cinquecento come ornamento del nodo fra due grandi assi rettilinei. Da lì, unico caso in città, si vedono contemporaneamente quattro traguardi lontani: l’obelisco Esquilino dietro Santa Maria Maggiore, l’obelisco Sallustiano davanti a Trinità dei Monti, l’obelisco del Quirinale e la facciata interna di porta Pia. Mettersi in mezzo all’incrocio e girare su sé stessi spiega il concetto di asse visivo meglio di qualsiasi manuale.

I palazzi: Barberini, Doria Pamphilj, Spada, Montecitorio

Il palazzo barocco romano abbandona il blocco chiuso rinascimentale e si apre verso la città, con corpi avanzati, facciate curve e scaloni pensati per essere percorsi in processione. Quattro edifici mostrano l’intera gamma, e tutti e quattro sono visitabili, con regole molto diverse fra loro.

Palazzo Barberini: tre architetti e due scale

Palazzo Barberini alle Quattro Fontane è la prova materiale della rivalità fra i protagonisti, perché lì dentro ci hanno lavorato tutti e tre. Il progetto è di Carlo Maderno, avviato dal 1625 e con Borromini al suo fianco; alla morte di Maderno nel 1629 la direzione passa a Bernini, mentre Borromini resta nel cantiere. Le due scale che salgono al piano nobile sono la sintesi della differenza: lo scalone quadrato nell’ala nord è di Bernini, ampio e cerimoniale; la scala elicoidale nell’ala sud è di Borromini, a colonne binate e a spirale continua. Al piano nobile il salone è coperto dal Trionfo della Divina Provvidenza di Pietro da Cortona, dipinto fra il 1632 e il 1639. Oggi il palazzo ospita una parte delle Gallerie Nazionali di Arte Antica, la cui altra sede è palazzo Corsini alla Lungara: biglietti e orari vanno verificati sul sito ufficiale, perché la formula del biglietto congiunto e le giornate di chiusura cambiano nel tempo.

Palazzo Doria Pamphilj: la collezione rimasta a casa sua

Palazzo Doria Pamphilj, sul Corso, è uno dei pochissimi casi in cui una grande collezione seicentesca si visita ancora nelle sale per cui fu formata, con la galleria degli specchi e i quadri appesi su più file come nel Seicento. Vi si conserva il ritratto di Innocenzo X dipinto da Velázquez nel 1650, che è anche il modo migliore per mettere una faccia sul committente di piazza Navona. La visita è a pagamento e le condizioni di apertura vanno verificate sul sito della collezione, perché essendo una proprietà privata il calendario segue regole proprie.

Palazzo Spada e la prospettiva di Borromini

La galleria prospettica di palazzo Spada è il più famoso inganno ottico dell’architettura italiana: un colonnato che sembra lungo una trentina di metri e ne misura in realtà poco più di otto, con il pavimento in salita, il soffitto in discesa, le colonne che rimpiccioliscono e la statua sul fondo, apparentemente a grandezza naturale, alta circa 60 centimetri. Borromini la realizzò per il cardinale Bernardino Spada con l’assistenza del matematico padre Giovanni Maria da Bitonto; la datazione più corrente è il 1653, ma alcune fonti la anticipano agli anni Trenta. Il palazzo è del 1540 circa, di Bartolomeo Baronino per il cardinale Girolamo Recanati Capodiferro. La galleria non si percorre: la si guarda da un punto preciso, ed è proprio quello il senso del progetto. Le sale della quadreria si visitano a pagamento; orari e modalità vanno verificati sul sito del museo.

Montecitorio: una facciata che segue la curva della strada

Il palazzo di Montecitorio è l’esempio più chiaro di edificio che si adatta alla città invece di imporsi. Innocenzo X lo commissionò nel 1653 a Bernini come residenza per i Ludovisi, e Bernini disegnò una facciata poligonale a cinque partiture che segue l’andamento curvo della strada, con bugne appena sbozzate da cui sembrano spuntare foglie e rametti, come se il palazzo nascesse dalla roccia viva. I lavori rallentarono nel 1654 per una lite fra il papa e il principe Niccolò Ludovisi e si fermarono del tutto nel 1664. Vent’anni dopo Carlo Fontana li riprese per Innocenzo XII, conservando la facciata convessa e aggiungendo il campanile a vela: la Curia innocenziana, cioè il tribunale pontificio, fu inaugurata nel 1696. Davanti al palazzo l’obelisco di Montecitorio, che in età romana era lo gnomone di un grande orologio solare. La Camera dei deputati apre il palazzo al pubblico in giornate stabilite: il calendario è pubblicato dall’istituzione e va consultato di volta in volta.

Gli altri palazzi che completano il quadro

Per capire da dove viene il palazzo barocco conviene guardare anche cosa lo precede e cosa lo circonda: palazzo della Cancelleria e palazzo Venezia per il modello rinascimentale chiuso, palazzo Altemps e palazzo Braschi per l’evoluzione del palazzo nobiliare romano, palazzo Madama, la cui facciata seicentesca è un buon esempio di barocco moderato. Fuori città, ai Castelli, palazzo Chigi ad Ariccia conserva un intervento berniniano quasi intatto ed è la meta ideale per una mezza giornata aggiuntiva.

La scenografia urbana: tridenti, quinte e scalinate

La lezione più duratura del barocco romano non riguarda il singolo edificio ma il modo in cui gli edifici vengono messi in rapporto fra loro: strade che convergono su un punto, facciate usate come fondali, scalinate che trasformano un dislivello in uno spettacolo. È la parte del sistema che si vede solo camminando e che nessuna fotografia restituisce.

Il Tridente: tre strade e un punto di fuga

Il Tridente è il fascio di tre strade rettilinee che partono da piazza del Popolo verso il cuore del Campo Marzio: via del Corso al centro, via del Babuino a sinistra e via di Ripetta a destra. Non è un’invenzione barocca: le arterie laterali furono aperte nel Cinquecento sotto Leone X e Paolo III, e il Corso ricalca l’antica via Flaminia. Quello che fa il Seicento è chiudere il vertice, mettendo le due chiese gemelle ai lati dell’imbocco del Corso, dopo che Sisto V aveva già piantato l’obelisco Flaminio nel punto in cui i tre assi convergono. Da quel momento chi entra da nord ha davanti una scena costruita: tre strade, due cupole, un obelisco.

La scalinata di Trinità dei Monti: un dislivello diventa un evento

La scalinata di Trinità dei Monti non è opera di Bernini, come si legge ancora spesso, ma di Francesco De Sanctis, che ebbe la meglio sul progetto concorrente di Alessandro Specchi: fu realizzata negli anni Venti del Settecento con finanziamenti francesi avviati dal 1721 e fu inaugurata da Benedetto XIII in occasione del giubileo del 1725. L’idea di collegare la chiesa francese alla piazza sottostante circolava dalla metà del Seicento e aveva prodotto progetti mai realizzati; la soluzione di De Sanctis, con rampe che si aprono e si richiudono a ventaglio, è pensata perché l’effetto scenico cresca man mano che ci si avvicina. I gradini sono 136 secondo il conteggio più diffuso, ma i totali cambiano a seconda di come si contano i pianerottoli. In cima l’obelisco Sallustiano, ai piedi la Barcaccia; a destra di chi sale, la Keats Shelley House. Da alcuni anni è vietato sedersi sui gradini e sono previste sanzioni: conviene saperlo prima.

Quinte, fondali e l’antefatto del Campidoglio

Molte facciate barocche non sono state progettate per essere viste frontalmente da lontano, ma per apparire all’improvviso in fondo a una strada stretta. Il portico di Santa Maria della Pace funziona così: si arriva da un vicolo, si gira l’angolo e la chiesa esplode nel campo visivo. Lo stesso vale per Santa Maria in Via Lata sul Corso, per San Marcello al Corso con la facciata concava di Carlo Fontana e per San Lorenzo in Lucina. La regola pratica per il visitatore è semplice: prima di entrare in una chiesa barocca conviene indietreggiare fino a trovare il punto da cui la facciata si vede intera, perché quel punto è quasi sempre stato calcolato. Tutto questo nasce un secolo prima, al Campidoglio disegnato da Michelangelo: piazza trapezoidale che corregge la prospettiva, cordonata al posto della scala, pavimento ellittico, fondale unico; sul percorso michelangiolesco in città c’è una pagina dedicata, Michelangelo a Roma.

Immagine: il portico semicircolare di Santa Maria della Pace visto da un vicolo laterale, con le case che stringono il campo visivo e la facciata che occupa il fondo della strada.

Itinerario a piedi in mezza giornata

In quattro o cinque ore di cammino si attraversa il cuore del barocco romano senza prendere un mezzo e spendendo pochissimo, perché quasi tutte le tappe sono chiese a ingresso libero. Il percorso è lungo circa tre chilometri e mezzo, quasi tutto in piano, e conviene partire presto, perché diverse chiese chiudono a metà giornata.

Prima parte: da piazza Navona al Pantheon

Si comincia da piazza Navona con la fontana dei Quattro Fiumi e la facciata di Sant’Agnese in Agone, dedicando cinque minuti a verificare di persona che la statua del Rio della Plata non guardi affatto verso la chiesa. Si esce dal lato di via di Santa Maria dell’Anima e si raggiunge la piazzetta di Santa Maria della Pace per il portico di Pietro da Cortona. Si torna verso corso del Rinascimento per il cortile di Sant’Ivo alla Sapienza, che si attraversa anche quando la chiesa è chiusa, e si prosegue verso San Luigi dei Francesi per i tre Caravaggio della cappella Contarelli. Da lì al Pantheon sono tre minuti.

Seconda parte: dal Pantheon a Sant’Ignazio e al Gesù

Dal Pantheon si passa dietro l’abside fino a Santa Maria sopra Minerva per l’elefantino che regge l’obelisco, poi si scende in piazza Sant’Ignazio, dove conviene fermarsi in mezzo a guardare i fronti concavi di Raguzzini prima di entrare nella chiesa di Sant’Ignazio e cercare il disco sul pavimento. Dieci minuti di cammino portano al Gesù, la tappa in cui si capisce meglio il rapporto fra pittura, stucco e architettura. Chi ha ancora energia può arrivare fino ai Santi Luca e Martina, al margine del Foro Romano, tenendo conto che gli orari sono limitati.

Itinerario in due giorni

Due giorni bastano a coprire il barocco romano in modo non superficiale, a patto di dividere il lavoro per zone e non per autori: il primo giorno il Campo Marzio e il Vaticano, il secondo i colli e il Corso. Il totale a piedi è di circa dodici chilometri distribuiti su due giornate, con l’uso dei mezzi solo per il tratto verso San Pietro.

Primo giorno: dal Vaticano al Campo Marzio

Si comincia presto dalla piazza di San Pietro, quando i controlli sono più rapidi, cercando i due dischi di porfido da cui le colonne si allineano. Dentro la basilica le tappe barocche sono il baldacchino, la Cattedra e i monumenti funebri; per il dettaglio delle singole opere e dei restauri recenti si rimanda a Bernini a Roma. Uscendo si scende lungo via della Conciliazione fino a Castel Sant’Angelo e si attraversa ponte Sant’Angelo con la teoria di angeli su disegno berniniano. Il pomeriggio entra nel Campo Marzio: piazza Navona, Santa Maria della Pace, Sant’Ivo e il Pantheon come nell’itinerario breve, aggiungendo le tappe che di solito si saltano: Sant’Agostino, Sant’Eustachio, palazzo Spada con la galleria prospettica e, su via Giulia, Santa Maria dell’Orazione e Morte.

Secondo giorno: il Quirinale, il Corso e il Tridente

La seconda giornata comincia in piazza Barberini e sale lungo via delle Quattro Fontane: palazzo Barberini, l’incrocio delle Quattro Fontane, San Carlino, Sant’Andrea al Quirinale, piazza del Quirinale. Da qui si può scendere verso Santa Maria della Vittoria per la cappella Cornaro oppure verso le Scuderie del Quirinale se è in corso una mostra. La discesa verso la fontana di Trevi chiude la mattina. Il pomeriggio segue l’asse del Corso da sud a nord: palazzo Doria Pamphilj con il ritratto di Innocenzo X, Santa Maria in Via Lata, piazza Colonna e Montecitorio con il suo obelisco, poi San Lorenzo in Lucina e piazza del Popolo con le chiese gemelle, Santa Maria del Popolo e la porta del Popolo. Chi ha fiato risale il Pincio verso villa Borghese, oppure taglia verso piazza di Spagna e la scalinata di Trinità dei Monti.

Un terzo giorno, se c’è tempo

Con una giornata in più si esce dal centro: la Galleria Borghese per le sculture berniniane, con prenotazione obbligatoria e ingressi a turni, la fontana dell’Acqua Paola e San Pietro in Montorio al Gianicolo, San Francesco a Ripa e Santa Cecilia a Trastevere, oppure villa Doria Pamphilj per il rapporto fra barocco e paesaggio. Fuori Roma, palazzo Chigi ad Ariccia completa il quadro sul versante della villa di campagna.

Come visitare senza sbagliare orari e aspettative

La maggior parte dei capolavori barocchi romani si trova in chiese parrocchiali o conventuali a ingresso libero ma con orari spezzati, ed è il principale motivo per cui gli itinerari falliscono: molte chiudono per alcune ore a metà giornata e riaprono nel pomeriggio, e le celebrazioni hanno sempre la precedenza sulla visita. Prezzi, orari e giorni di chiusura cambiano spesso: nessuna delle informazioni riportate qui sostituisce una verifica sui canali ufficiali dei singoli luoghi prima di uscire di casa.

Casi particolari da controllare prima

Quattro luoghi di questo itinerario hanno regole proprie e non vanno dati per scontati: Sant’Ivo alla Sapienza ha aperture molto ridotte, tradizionalmente concentrate nella mattina della domenica; Santa Maria della Pace ha orari brevi e distinti da quelli del chiostro del Bramante; i Santi Luca e Martina seguono il calendario dell’Accademia di San Luca; Montecitorio apre al pubblico solo in giornate stabilite dalla Camera. Anche il mitreo Barberini si visita solo su prenotazione. I musei hanno biglietterie indipendenti e non esiste un pass unico del barocco: palazzo Barberini e palazzo Corsini fanno capo alle Gallerie Nazionali, la Galleria Spada è statale, palazzo Doria Pamphilj è privato e la Galleria Borghese richiede prenotazione con fascia oraria.

Fotografie, abbigliamento e accessibilità

Nelle chiese la fotografia senza flash è generalmente ammessa salvo indicazione contraria, mentre nei musei le regole cambiano da sede a sede. Per entrare nei luoghi di culto servono spalle e ginocchia coperte, e il controllo è severo soprattutto in San Pietro. Sul fronte accessibilità la situazione è disomogenea: molte chiese hanno uno o due gradini all’ingresso, alcune hanno rampe, la scalinata di Trinità dei Monti non è superabile in sedia a rotelle e va aggirata con l’ascensore della stazione metropolitana di Spagna, quando in funzione. Conviene contattare in anticipo le singole sedi.

Domande frequenti su Roma barocca

Qual è l’itinerario barocco più breve per chi ha poco tempo

L’itinerario barocco più breve a Roma parte da piazza Navona, tocca Santa Maria della Pace, il cortile di Sant’Ivo alla Sapienza, il Pantheon, Sant’Ignazio e il Gesù, e si percorre in quattro o cinque ore a piedi per circa tre chilometri e mezzo. Quasi tutte le tappe sono chiese a ingresso libero, quindi la spesa è minima. Conviene partire presto, perché diverse chiese chiudono a metà giornata e riaprono nel pomeriggio.

È vero che la statua della fontana dei Quattro Fiumi si copre per non vedere Sant’Agnese

No, è una leggenda cronologicamente impossibile. La fontana dei Quattro Fiumi fu realizzata fra il 1648 e il 1651, mentre la chiesa di Sant’Agnese in Agone fu iniziata nel 1652 e Borromini ne assunse la direzione solo nel 1653: Bernini non poteva reagire a una facciata che non esisteva ancora. Il Nilo ha il capo velato perché all’epoca le sorgenti del fiume erano sconosciute, secondo un’iconografia già consolidata.

Le tre fontane di piazza Navona sono tutte di Bernini

No, di Bernini è soltanto la fontana centrale dei Quattro Fiumi. Le vasche delle altre due sono di Giacomo della Porta, commissionate nel 1574 e realizzate nel 1575 e 1576. Nella fontana del Moro, a sud, Bernini intervenne nel 1651 ampliando la vasca e disegnando la figura centrale, scolpita da Giovanni Antonio Mari. Le sculture della fontana del Nettuno, a nord, furono aggiunte solo nel 1878 da Antonio Della Bitta e Gregorio Zappalà.

Quanto costa entrare nelle chiese barocche di Roma

Le chiese barocche di Roma sono a ingresso gratuito, comprese il Gesù, Sant’Ignazio, Sant’Andrea al Quirinale, San Carlino, Sant’Agnese in Agone e Santa Maria della Vittoria. Si pagano invece i musei ospitati nei palazzi, come palazzo Barberini, la Galleria Spada, palazzo Doria Pamphilj e la Galleria Borghese, e in alcuni casi il chiostro del Bramante accanto a Santa Maria della Pace. Tariffe e orari vanno verificati sui siti ufficiali, perché cambiano.

Chi ha progettato la scalinata di Trinità dei Monti

La scalinata di Trinità dei Monti è opera di Francesco De Sanctis, non di Bernini: fu costruita negli anni Venti del Settecento con finanziamenti francesi avviati dal 1721 e inaugurata da Benedetto XIII per il giubileo del 1725, dopo un lungo confronto con il progetto concorrente di Alessandro Specchi. I gradini sono 136 secondo il conteggio più diffuso. Da alcuni anni è vietato sedersi sui gradini e sono previste sanzioni.

Sant’Ivo alla Sapienza è sempre aperta

No, la chiesa di Sant’Ivo alla Sapienza ha aperture molto limitate, tradizionalmente concentrate nella mattina della domenica, e non è visitabile tutti i giorni come le altre chiese del centro. Il cortile cinquecentesco di Giacomo della Porta, da cui si vedono la facciata concava e la lanterna a spirale di Borromini, è invece accessibile negli orari di apertura del palazzo. Conviene verificare l’orario aggiornato prima di andarci.

Come si distinguono Bernini e Borromini guardando una chiesa

Bernini e Borromini si distinguono da come trattano la parete: Bernini costruisce scene, con marmi policromi, luce nascosta che illumina il punto focale e figure in stucco che invadono la cornice; Borromini lavora sulla geometria, con piante generate da figure sovrapposte, superfici bianche in stucco e travertino e cupole a cassettoni prospettici. Un confronto diretto si fa in dieci minuti fra Sant’Andrea al Quirinale e San Carlino, distanti duecento metri.

Il barocco romano è adatto a una visita con bambini

Il barocco romano funziona bene con i bambini se si punta sugli effetti visivi invece che sulle date: la finta cupola di Sant’Ignazio, che si deforma spostandosi di pochi passi, la galleria prospettica di palazzo Spada con la statua alta circa 60 centimetri e l’elefantino della Minerva sono tappe che reggono l’attenzione. Gli itinerari sono lunghi a piedi, quindi conviene spezzarli e mettere in conto soste frequenti in piazza.

Quanti giorni servono per vedere la Roma barocca

Per vedere la Roma barocca in modo non superficiale servono due giorni pieni a piedi, uno dedicato al Campo Marzio e al Vaticano e uno ai colli e all’asse del Corso, per un totale di circa dodici chilometri. Mezza giornata basta per un assaggio concentrato fra piazza Navona e il Gesù. Un terzo giorno permette di aggiungere la Galleria Borghese, il Gianicolo e Trastevere, oppure una puntata fuori città ad Ariccia.

Chi organizza una visita tematica su Roma barocca per un gruppo, una scuola o un viaggio di studio sa che la difficoltà non è scegliere i luoghi ma incastrare orari che cambiano di continuo, aperture ridotte e prenotazioni obbligatorie. Su tourleaderpro.com si trovano strumenti e materiali pensati per chi accompagna gruppi in Italia, dalla costruzione di itinerari a piedi realmente percorribili alla gestione delle prenotazioni nei luoghi a capienza contingentata, fino alla preparazione dei contenuti da raccontare sul posto.

Se invece il barocco romano è una tappa dentro un viaggio più ampio in Italia, conviene ragionare sull’intero itinerario e non sulla singola città: su italyplanner.com ci sono guide alla pianificazione di viaggi italiani, con indicazioni su spostamenti, distanze reali, stagionalità e su come distribuire le giornate fra grandi città e centri minori senza trasformare la vacanza in una corsa.

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