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Obelisco Agonale

L’Obelisco Agonale è il monolite di granito rosso che si innalza al centro di piazza Navona, piantato sulla roccia artificiale della Fontana dei Quattro Fiumi di Gian Lorenzo Bernini. Quasi tutti, alzando gli occhi, danno per scontata la stessa cosa: che sia un obelisco egizio, uno dei tanti che gli imperatori romani portarono via dall’Egitto come bottino. Non è così. Questo obelisco non fu mai innalzato sulle rive del Nilo da un faraone: il blocco venne cavato ad Assuan, in Egitto, ma fu lavorato e inciso a Roma, in età flavia, sotto l’imperatore Domiziano, e i geroglifici che ne coprono le quattro facce non parlano di faraoni antichi ma degli imperatori romani della dinastia dei Flavi. È un obelisco egizio nella pietra e nella forma, romano nella committenza, nel testo e nella data. Prima di finire dov’è oggi ha cambiato casa almeno due volte: pare che stesse nel grande santuario di Iside e Serapide in Campo Marzio, poi Massenzio lo fece portare sulla spina del circo della propria villa sull’Appia, dove crollò e rimase a terra spezzato per oltre mille anni, finché papa Innocenzo X Pamphilj non decise di farne il perno della piazza che considerava il salotto di famiglia. Le righe che seguono raccontano che cosa dicono davvero quei geroglifici, come e quando l’obelisco è arrivato in piazza Navona, che ruolo ha avuto Bernini e perché il nome corretto è Agonale.

Una precisazione utile prima di procedere, per non confondere tre cose diverse che occupano lo stesso spazio: piazza Navona è la piazza nel suo insieme, con la forma allungata ereditata dallo stadio antico; la Fontana dei Quattro Fiumi è il gruppo scultoreo con la scogliera e le quattro statue fluviali che occupa il centro della piazza; l’Obelisco Agonale è il monolite che quella fontana sorregge, ed è un manufatto molto più antico del Barocco che lo circonda, con una storia autonoma che comincia quindici secoli prima di Bernini. Qui si parla dell’obelisco.

Dove si trova l’Obelisco Agonale e come raggiungerlo

L’Obelisco Agonale si trova al centro esatto di piazza Navona, nel rione Parione, nel cuore del centro storico di Roma fra corso del Rinascimento a est e via di Santa Maria dell’Anima a ovest. È in mezzo a uno spazio pubblico aperto giorno e notte, senza cancelli, senza biglietto e senza orari: è uno dei pochissimi monumenti di Roma che si possono guardare alle tre di notte come alle undici del mattino.

L'obelisco Agonale sulla Fontana dei Quattro Fiumi in piazza Navona
L'obelisco Agonale piantato sulla Fontana dei Quattro Fiumi del Bernini, al centro di piazza Navona. Foto di Wolfgang Moroder, licenza CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons.

A piedi dal centro storico

Dal Pantheon la passeggiata è di cinque minuti scarsi, attraversando corso del Rinascimento o infilandosi nei vicoli che passano davanti a Sant’Eustachio. Da Campo de’ Fiori il tragitto è ancora più breve, poco più di trecento metri lungo via dei Baullari e corso Vittorio Emanuele II. Da Castel Sant’Angelo si arriva in un quarto d’ora costeggiando il Tevere e attraversando ponte Umberto I oppure ponte Sant’Angelo e via dei Coronari, che è il percorso più bello dei due. Chi viene dal Foro Romano o dal Campidoglio risale corso Vittorio Emanuele II in una ventina di minuti di cammino.

Con i mezzi pubblici

Piazza Navona non ha una fermata della metropolitana nelle immediate vicinanze, ed è bene saperlo prima di partire: è uno dei vuoti più noti della rete romana. Le stazioni della linea A più vicine, Barberini e Spagna, restano a una ventina di minuti di cammino, e conviene mettere in conto quel tratto a piedi oppure cambiare su un autobus di superficie. Le linee di superficie che passano lungo corso Vittorio Emanuele II e lungo corso del Rinascimento lasciano invece a pochi passi dalla piazza, e sono la soluzione più diretta per chi arriva da Termini, dal Vaticano o da Trastevere. Gli orari e i percorsi delle linee cambiano con una certa frequenza, quindi conviene controllare il percorso aggiornato sull’applicazione o sul sito dell’azienda di trasporto capitolina il giorno stesso.

Che cos’è l’Obelisco Agonale: un obelisco egizio fabbricato a Roma

L’Obelisco Agonale è un monolite di granito rosso di Assuan alto circa 16,53 metri di solo fusto, che con il basamento e la colomba bronzea in sommità supera complessivamente i trenta metri di altezza. Le fonti oscillano fra 16,53 e 16,54 metri per il fusto, una differenza di un centimetro che dipende dai diversi rilievi effettuati nel tempo e che non cambia la sostanza: è un obelisco di media grandezza rispetto ai giganti romani come quello Lateranense, ma di dimensioni comunque considerevoli.

Il paradosso che sorprende quasi tutti

Il dato che vale la pena fissare subito è questo: l’Obelisco Agonale non è un obelisco egizio antico. La pietra viene dall’Egitto, dalle cave di granito di Assuan che da millenni fornivano il materiale per i monoliti faraonici, ma il blocco non fu mai eretto in Egitto per un faraone. Fu cavato, sbozzato e trasportato a Roma in età imperiale romana, e a Roma ricevette la propria decorazione geroglifica. In altre parole, si tratta di un’opera romana di età flavia realizzata in stile egizio, non di un pezzo di antichità faraonica saccheggiato e riutilizzato.

La differenza non è una sottigliezza accademica. Gli obelischi romani si dividono grosso modo in due famiglie: quelli davvero egizi, portati via da Eliopoli, da Tebe o da altri santuari faraonici e ricollocati a Roma con un’impresa logistica enorme, come l’obelisco Flaminio di piazza del Popolo, e quelli fabbricati in età romana da maestranze che lavoravano in Egitto o a Roma per committenti romani. L’Obelisco Agonale appartiene senza dubbio alla seconda famiglia, ed è uno degli esemplari più significativi del gruppo proprio per la qualità e la coerenza del testo che porta inciso.

Perché si chiama Agonale e non di Domiziano

Il nome ufficiale con cui il monumento è catalogato, Obelisco Agonale, deriva dal nome antico del luogo che lo ospita oggi: l’area dello stadio di Domiziano era detta in circo agonali, cioè nel circo delle gare, dal greco agon, competizione. Da quel termine, attraverso una lunga deformazione popolare che passa per in agone e poi navone, è nato anche il nome piazza Navona, che non ha quindi nulla a che vedere con le navi né con le naumachie, per quanto la piazza sia stata effettivamente allagata per secoli durante le feste estive.

Molti studiosi e molte guide lo chiamano però anche Obelisco di Domiziano, dal nome dell’imperatore che lo fece realizzare. Entrambe le denominazioni sono corrette e indicano lo stesso monumento: la prima lo identifica dal luogo dove si trova oggi, la seconda dal committente antico. Chi cerca informazioni bibliografiche farà bene a provare tutte e due le formule, perché la letteratura archeologica tende a preferire la seconda mentre la toponomastica romana e il turismo usano la prima.

I geroglifici incisi a Roma: che cosa dicono davvero

I geroglifici dell’Obelisco Agonale non celebrano un faraone ma gli imperatori romani della dinastia flavia: sono un inno a Domiziano e agli imperatori divinizzati Vespasiano e Tito, rispettivamente padre e fratello maggiore di Domiziano. È il dettaglio che sorprende quasi chiunque venga a saperlo, perché ribalta l’idea intuitiva che si ha guardando un obelisco coperto di segni egizi.

Domiziano faraone

Nel testo Domiziano compare con una titolatura faraonica completa, tradotta nei modi della teologia regale egizia: viene chiamato con formule che lo qualificano come signore delle Due Terre, cioè sovrano dell’Alto e del Basso Egitto, la formula con cui per tremila anni i faraoni avevano affermato la propria legittimità. Le scene figurate mostrano l’imperatore in presenza di divinità egizie, e in particolare una scena di incoronazione in cui una dea gli porge la pschent, la doppia corona del regno unificato.

Non è un capriccio esotico. Dal tempo della conquista augustea l’Egitto era una provincia a statuto speciale, amministrata direttamente dall’imperatore, e nella percezione della popolazione egiziana l’imperatore romano era a tutti gli effetti il nuovo faraone, titolare delle stesse funzioni rituali. Presentare Domiziano in veste faraonica su un obelisco destinato a un santuario isiaco nel cuore di Roma significava affermare, con un linguaggio comprensibile a chi frequentava quel culto, la continuità fra il potere imperiale e la tradizione sacra egizia.

Vespasiano e Tito, imperatori divinizzati

Accanto a Domiziano, il testo nomina il padre Vespasiano e il fratello Tito nella condizione di divi, cioè di imperatori morti e formalmente divinizzati dal senato. La dinastia flavia aveva un problema di legittimità evidente: Vespasiano era salito al trono nel 69 dopo Cristo, l’anno dei quattro imperatori, uscendo vincitore da una guerra civile, e non poteva vantare alcuna parentela con la dinastia giulio-claudia estinta con Nerone. Domiziano, che regnò dall’81 al 96 dopo Cristo, investì molto nella costruzione di una legittimità dinastica fondata sulla divinizzazione dei propri familiari. L’obelisco è uno dei tasselli di quella operazione, tradotto in un linguaggio sacro che aggiungeva alla legittimazione romana una legittimazione egizia.

Kircher e le traduzioni fantasiose del Seicento

Quando Innocenzo X riportò in piedi l’obelisco, i geroglifici erano ancora del tutto indecifrabili: mancavano quasi due secoli alla stele di Rosetta e al lavoro di Jean-François Champollion, che negli anni Venti dell’Ottocento avrebbe finalmente aperto la strada alla lettura vera. Il gesuita Athanasius Kircher, il più celebre erudito della Roma barocca in materia di antichità egizie, produsse allora una propria traduzione latina dei geroglifici dell’obelisco, pubblicata nell’opera dedicata a questo monumento, e vi lesse messaggi mistici e teologici di grande complessità.

Quelle traduzioni erano, dal punto di vista della moderna egittologia, sostanzialmente inventate: Kircher riteneva che i geroglifici fossero un sistema simbolico e allegorico, non fonetico, e costruì di conseguenza letture che non hanno rapporto con il testo reale. Va detto però che il suo lavoro ebbe un valore documentario notevole, perché registrò segno per segno ciò che si vedeva sulle facce del monolite in un momento in cui il monumento era appena stato rimesso in piedi, e perché contribuì a inserire l’obelisco in un discorso colto europeo che ne aumentò enormemente la fama.

Una curiosità sull'Obelisco Agonale

La curiosità più gustosa riguarda proprio la sequenza dei malintesi che accompagna questo monumento da quasi duemila anni. Si tratta di un obelisco fabbricato dai Romani con pietra egizia e segni egizi per celebrare una dinastia romana; nel Seicento un gesuita tedesco lo tradusse leggendovi una teologia ermetica che non c’era; e ancora oggi la stragrande maggioranza delle persone che passano sotto le sue facce incise è convinta di guardare un trofeo portato via dall’Egitto dei faraoni. Il monumento più equivocato di Roma, verrebbe da dire, è anche quello che più di ogni altro racconta come funzionava davvero la cultura imperiale romana: non imitazione passiva, ma appropriazione consapevole di un linguaggio straniero per dire qualcosa di proprio.

Il monumento che parlava una lingua che nessuno leggeva

C’è un particolare che rende il paradosso ancora più netto. Già al tempo di Domiziano, a Roma, la gente comune che passava davanti all’obelisco non era in grado di leggere quei segni, e probabilmente nemmeno la grande maggioranza dei sacerdoti isiaci romani lo era pienamente. Il testo, quindi, non era scritto per essere letto dal pubblico romano: era scritto per esistere, per essere corretto agli occhi degli dèi e per conferire al monumento un’autorevolezza sacra che nessuna iscrizione latina avrebbe potuto dargli. È esattamente la stessa logica per cui certe iscrizioni monumentali di ogni epoca sono in lingue liturgiche che i fedeli non padroneggiano: il valore non è nella comunicazione, è nella consacrazione.

Dove si trovava in origine: il santuario di Iside e Serapide

La collocazione originaria dell’Obelisco Agonale è una questione su cui gli studiosi non concordano del tutto, e vale la pena dirlo con chiarezza invece di scegliere una versione e spacciarla per certa. L’ipotesi più diffusa e più citata lo colloca nell’Iseo Campense, il grande santuario dedicato a Iside e Serapide che occupava un’ampia area del Campo Marzio, fra l’attuale basilica di Santa Maria sopra Minerva e la zona del Pantheon.

L’Iseo Campense, il pezzo d’Egitto dentro Roma

Il santuario isiaco del Campo Marzio era una delle presenze più singolari della Roma imperiale: un complesso sacro ampio, popolato di obelischi, statue di divinità egizie, sfingi, leoni in basalto e arredi importati o imitati, che riproduceva nel cuore della capitale l’atmosfera di un tempio nilotico. Fu gravemente danneggiato dall’incendio dell’80 dopo Cristo e Domiziano lo fece ricostruire con grande dispendio, il che spiegherebbe perfettamente la commissione di un obelisco nuovo, inciso a Roma con un testo che celebrava la propria dinastia.

Da quel santuario provengono, con gradi di certezza diversi, diversi altri monoliti oggi sparsi per Roma, fra cui l’obelisco che sormonta l’elefantino del Bernini davanti a Santa Maria sopra Minerva, quello di piazza della Rotonda davanti al Pantheon e altri pezzi dispersi in città e fuori. Ricostruire la mappa di questi frammenti significa ricostruire per pezzi un intero santuario scomparso, e ogni pezzo fornisce un tassello.

L’ipotesi alternativa del tempio della gens Flavia

Una parte della ricerca propone però una collocazione diversa: il templum gentis Flaviae, cioè il santuario dinastico che Domiziano fece erigere sul Quirinale, nel luogo della casa natale della famiglia, per ospitare il culto dei propri parenti divinizzati. L’argomento è coerente con il contenuto del testo geroglifico, che è per l’appunto un inno alla dinastia flavia e ai suoi membri divinizzati, e quindi si adatterebbe benissimo a un edificio costruito esattamente con quella funzione.

Le due ipotesi non si escludono nei termini generali, perché in entrambi i casi il committente resta Domiziano e la data resta l’ultimo quarto del I secolo. Cambia però il contesto di lettura: nel primo caso l’obelisco è un ex voto imperiale collocato in un santuario di culto orientale aperto a una comunità di devoti, nel secondo è un monumento dinastico dentro un sacrario di famiglia. Allo stato attuale delle conoscenze il punto resta aperto, e chi afferma con sicurezza assoluta l’una o l’altra collocazione sta scegliendo fra ipotesi, non riportando un dato accertato.

Il trasferimento al Circo di Massenzio sull’Appia

Nel IV secolo dopo Cristo l’imperatore Massenzio fece trasferire l’obelisco sulla spina del circo della propria residenza suburbana lungo la via Appia, il complesso che oggi conosciamo come Villa di Massenzio, al terzo miglio della via consolare. Il circo faceva parte di un insieme monumentale che comprendeva anche il palazzo imperiale e il mausoleo dinastico dedicato al figlio dell’imperatore, Valerio Romolo, morto giovanissimo intorno al 309 dopo Cristo.

Un circo costruito per un lutto

La costruzione del complesso massenziano sull’Appia è legata alla morte prematura di Valerio Romolo, figlio di Massenzio, che gli storici collocano intorno al 309, e alla sua divinizzazione. Il circo, il palazzo e il mausoleo formavano un insieme concepito come residenza imperiale suburbana e insieme come sacrario dinastico. Portare in quel luogo un obelisco significava conferire alla spina del circo lo stesso tipo di solennità che l’obelisco Flaminio conferiva alla spina del Circo Massimo, il grande modello a cui ogni circo romano guardava.

Il crollo e i mille anni a terra

Nessuna fonte registra quando e perché l’obelisco cadde. La circostanza non è affatto insolita: dei tredici obelischi antichi oggi in piedi a Roma, la quasi totalità era crollata e sepolta prima che i papi del Cinquecento e del Seicento ne intraprendessero il recupero sistematico. Terremoti, cedimenti del terreno, abbandono progressivo delle strutture suburbane e spoliazione dei materiali fecero il resto. Quel che è certo è che il monolite rimase a terra, spezzato, nell’area del circo massenziano lungo l’Appia per molti secoli, in una campagna che nel frattempo era tornata quasi deserta.

Chi oggi visita il Parco dell’Appia Antica passa esattamente nel punto in cui l’obelisco rimase disteso per più di un millennio, a poche decine di metri dal Mausoleo di Cecilia Metella, e in vista di quelle Catacombe di San Sebastiano la cui visita, come si vedrà, ebbe un ruolo diretto nella vicenda del recupero seicentesco.

Una cosa che non ti dice nessuno sull'Obelisco Agonale

L’obelisco che si vede oggi in piazza Navona non è un blocco unico: è stato ritrovato spezzato in cinque pezzi e rimontato. Le fonti sul recupero seicentesco concordano nel descrivere il monolite giacente e frammentato nell’area del circo massenziano, e il lavoro che consentì di rialzarlo consistette prima di tutto nel recuperare, ricomporre e riconnettere quei tronconi.

Le giunture che si possono cercare a occhio

Osservando il fusto dal basso con un po’ di attenzione, e meglio ancora con un teleobiettivo o uno zoom, si distinguono le linee orizzontali di frattura e ricomposizione che attraversano il granito, e in certi punti si nota come il disegno dei geroglifici subisca una lieve discontinuità in corrispondenza delle giunzioni. È un esercizio che cambia completamente il modo di guardare il monumento: da monolite perfetto e intoccabile a oggetto ricostruito, riparato, tenuto insieme da un lavoro di cantiere seicentesco.

Il monumento più antico della piazza è quello che si guarda di meno

Vale la pena insistere su questo rovesciamento, perché è il modo migliore per capire la piazza. Sotto il selciato c’è lo stadio di Domiziano, di età flavia, visitabile nei Sotterranei di Piazza Navona. Al centro della piazza c’è un obelisco della stessa età flavia. Tutto il resto, cioè le facciate, la chiesa, le fontane e il palazzo, è di quindici secoli più recente. La piazza barocca è cresciuta dentro e sopra un impianto romano e attorno a un monumento romano, e l’obelisco è l’anello che tiene insieme le due epoche: stesso committente imperiale, stesso momento storico dello stadio che dà alla piazza la sua forma.

Innocenzo X e il recupero del 1647

Il recupero dell’obelisco comincia con una gita fuori porta. Il 27 aprile 1647 papa Innocenzo X Pamphilj si recò in visita alla basilica di San Sebastiano, sull’Appia, e nel corso della giornata vide il grande monolite giacente a terra nell’area del circo massenziano. Da quella visita nacque il progetto di portarlo in piazza Navona.

Perché proprio piazza Navona

Giovanni Battista Pamphilj, eletto papa nel 1644 con il nome di Innocenzo X, era nato e cresciuto in una casa di famiglia che si affacciava su piazza Navona. Il palazzo di famiglia, ampliato e trasformato durante il suo pontificato nel Palazzo Pamphilj che ancora oggi chiude il lato occidentale della piazza, era il centro del potere della casata: la stessa famiglia il cui patrimonio artistico è oggi in gran parte conservato nella galleria di Palazzo Doria Pamphilj, al Corso. Trasformare la piazza di casa nel teatro monumentale della famiglia era un obiettivo dichiarato del pontificato, e un obelisco antico rialzato al centro era il gesto più forte disponibile nel repertorio dei papi romani, che da Sisto V in avanti avevano fatto del recupero degli obelischi una politica urbanistica e simbolica sistematica.

Il trasporto

I pezzi dell’obelisco furono trasportati dall’Appia al centro di Roma nel corso del 1648, con un’operazione che comportava percorrere diversi chilometri su strada con carichi di decine di tonnellate, entrare in città e attraversare il tessuto urbano fino al Campo Marzio. Erano imprese che nella Roma del Seicento richiedevano squadre numerose, argani, slitte, buoi e una regia tecnica precisa, e che venivano celebrate come exploit ingegneristici a pieno titolo, con medaglie, stampe commemorative e relazioni a stampa.

L’erezione del 12 agosto 1649

L’obelisco fu rialzato al centro di piazza Navona il 12 agosto 1649, sopra il basamento predisposto. Il gruppo scultoreo della fontana era ancora in lavorazione e sarebbe stato completato negli anni successivi, quindi per un periodo il monolite rimase in piedi in una piazza che era ancora un cantiere aperto. La colomba di bronzo destinata a coronarlo, alta circa un metro e settanta secondo le misure riportate dalle fonti che la descrivono, fu collocata in sommità nel novembre dello stesso 1649.

Il concorso vinto da Bernini e la rivalità con Borromini

La fontana che oggi sorregge l’Obelisco Agonale nasce da un concorso indetto da Innocenzo X, e la vicenda di quel concorso è uno degli episodi più raccontati della storia dell’arte romana. La Fontana dei Quattro Fiumi fu realizzata fra il 1648 e il 1651 e venne inaugurata il 12 giugno 1651.

Bernini escluso e poi vincitore

All’apertura del pontificato Gian Lorenzo Bernini non era in buoni rapporti con la corte papale: era stato l’artista prediletto del predecessore Urbano VIII Barberini, e la fine di quel pontificato lo aveva lasciato in una posizione di svantaggio, aggravata dalle polemiche sui campanili di San Pietro. Le fonti concordano nel raccontare che il papa fece preparare progetti dai principali architetti di Roma senza coinvolgere Bernini.

La tradizione, ripresa dai biografi e diventata uno dei racconti più celebri sull’artista, vuole che Bernini abbia aggirato l’esclusione facendo realizzare un modello della propria idea in argento, alto grosso modo un metro e mezzo, e facendolo arrivare al papa attraverso donna Olimpia Maidalchini, cognata di Innocenzo X e figura di enorme influenza nella Roma pontificia di quegli anni. Vedendo il modello, il papa avrebbe capitolato e assegnato a Bernini l’incarico. Questo episodio è riportato in modo concorde dalla letteratura sulla fontana, ma appartiene al genere dell’aneddoto biografico secentesco e va letto con la prudenza che quel genere richiede: dell’esito, cioè dell’assegnazione dell’opera a Bernini, non c’è invece alcun dubbio.

Il progetto di Borromini

Francesco Borromini, il grande rivale, presentò a sua volta una proposta per la sistemazione dell’obelisco: una soluzione con grandi conchiglie e mascheroni alla base del monolite, da cui l’acqua sarebbe zampillata. Era un’idea coerente con il suo linguaggio, tutta giocata su forme architettoniche plastiche, e profondamente diversa dalla scogliera naturalistica che Bernini avrebbe realizzato. Va ricordato, a onore del vero, che Borromini ebbe un ruolo tecnico non secondario nella vicenda complessiva della piazza, in particolare nel progetto di condotta idrica che doveva portare l’acqua necessaria ad alimentare le fontane.

La leggenda del Nilo che si copre gli occhi

Va sfatata invece, perché la si sente ripetere davanti alla fontana praticamente ogni giorno, la storia secondo cui la statua del Nilo si copre il capo per non guardare la facciata della chiesa di Sant’Agnese in Agone costruita da Borromini, e secondo cui la statua del Rio de la Plata alzerebbe la mano temendo che la chiesa le crolli addosso. Il motivo per cui la lettura non regge è cronologico: la fontana fu completata prima che Borromini cominciasse a lavorare sulla facciata della chiesa. Quanto al Nilo, il capo velato ha una spiegazione iconografica precisa e ben documentata: all’epoca le sorgenti del Nilo erano ignote, e il velo che copre il volto del dio fluviale rappresenta esattamente quella ignoranza geografica. È tradizione popolare, insomma, non storia dell’arte, e come tale va raccontata.

Il vuoto sotto il monolite

La soluzione tecnica più ammirata dai contemporanei è però un’altra, e riguarda direttamente l’obelisco. Bernini non poggiò il monolite su un basamento pieno: costruì una scogliera traforata, con un grande vuoto che attraversa la roccia da parte a parte, sopra la quale il peso dell’obelisco si scarica attraverso i quattro punti d’appoggio della massa rocciosa. L’effetto visivo è che il monolite sembri sospeso sul nulla, e all’epoca la cosa suscitò più di un timore sulla stabilità dell’insieme. È l’invenzione che trasforma un’operazione di collocazione in un colpo di teatro, ed è la ragione per cui questa fontana è studiata ancora oggi in ogni corso di storia dell’architettura barocca.

Il consiglio che ti do per visitare l'Obelisco Agonale

Il consiglio più utile è quello che nessuno dà: andare presto. L’Obelisco Agonale si trova in uno spazio pubblico sempre accessibile e gratuito, ma piazza Navona è una delle piazze più affollate d’Europa dalla tarda mattinata al tardo pomeriggio, e con la folla si perde esattamente ciò che rende il monumento comprensibile, cioè la possibilità di prendere le distanze, guardarlo per intero e girargli attorno lentamente.

L’orario giusto

Fra le sette e le otto e mezza del mattino la piazza è quasi vuota, i locali stanno ancora aprendo e i tavolini non hanno invaso lo spazio centrale. Ci si può fermare a qualunque distanza, si vedono le quattro facce dell’obelisco senza gente davanti e la luce radente del primo mattino entra nei solchi dei geroglifici rendendoli molto più leggibili di quanto lo siano a mezzogiorno. Il secondo momento buono è dopo le ventitré, quando l’illuminazione artificiale stacca il fusto scuro dal cielo e la colomba in sommità diventa una silhouette nitida.

Che cosa cercare sul fusto

Tre cose, in ordine di difficoltà. La prima sono le colonne di geroglifici, che si distinguono bene anche a occhio nudo sulle facce illuminate. La seconda sono le scene figurate nella parte alta, dove compaiono le figure dell’imperatore e delle divinità: qui serve uno zoom o un binocolo. La terza sono le linee di ricomposizione dei cinque pezzi, il dettaglio più difficile e il più soddisfacente da individuare, che richiede pazienza e una luce laterale.

Quanto tempo serve

Per l’obelisco in sé bastano dieci minuti di osservazione attenta. Il punto è che nessuno viene in piazza Navona solo per l’obelisco: messo dentro un giro che comprende la piazza, le due fontane minori del Moro e del Nettuno, la chiesa di Sant’Agnese in Agone e magari la visita ai sotterranei dello stadio di Domiziano, si arriva comodamente a una mezza giornata. Chi ha poco tempo può considerare questa tappa un passaggio di dieci o quindici minuti all’interno di un itinerario che collega il Pantheon, Campo de’ Fiori e il Tevere.

Con i bambini

La piazza è pedonale e sicura, il che la rende una delle soste più comode di Roma per chi viaggia con bambini piccoli. Il monumento in sé, per un bambino, è un’asta di pietra poco interessante: funziona invece molto bene raccontato come un indovinello, cercando le figure sulle facce, contando le statue e chiedendo di indovinare quale fiume rappresenta ciascuna. La sosta al gelato o alla granita è pressoché obbligatoria e va messa in conto.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

In cima all’obelisco non c’è una croce, come su quasi tutti gli altri obelischi romani rialzati dai papi, ma una colomba di bronzo con un ramoscello d’ulivo nel becco. È l’emblema araldico dei Pamphilj, e la scelta dice moltissimo sul modo in cui questa famiglia intendeva il proprio rapporto con la città.

Perché una colomba e non una croce

Sisto V, alla fine del Cinquecento, aveva stabilito una prassi precisa: ogni obelisco antico rialzato veniva coronato da una croce, spesso accompagnata da iscrizioni che dichiaravano esplicitamente la vittoria della fede cristiana sui culti pagani. Innocenzo X scelse una strada diversa e più ambigua, perché la colomba con il ramoscello d’ulivo funziona su due registri contemporaneamente: è simbolo della pace e dello Spirito Santo nel linguaggio cristiano, ed è insieme lo stemma di famiglia dei Pamphilj, riconoscibile da chiunque a Roma. Un solo oggetto, posto nel punto più alto e più visibile della piazza di casa, che dice al tempo stesso una cosa devota e una cosa dinastica.

Il conto lo pagò la città

Questo è l’aspetto che si cita meno volentieri. La sistemazione della piazza e della fontana fu finanziata anche con imposte su generi di prima necessità, fra cui il pane e il vino, in anni di difficoltà per la popolazione romana. Il malcontento popolare si espresse nella forma classica della Roma papale, cioè la satira anonima delle pasquinate affisse alla statua parlante di Pasquino, che si trova a pochi metri da piazza Navona: il tono era quello di chi faceva notare che i romani avrebbero preferito il pane alle guglie e alle fontane. È un contrappunto che vale la pena tenere presente mentre si ammira la scenografia: la magnificenza barocca di questa piazza ha avuto un costo sociale documentato, e raccontarla senza quel costo significa raccontarla a metà.

La foto giusta da fare all'Obelisco Agonale

La foto giusta all’Obelisco Agonale non è quella che fanno tutti, cioè l’inquadratura frontale della fontana con il monolite tagliato a metà perché non entra nel fotogramma. Per fotografare bene questo monumento bisogna decidere prima che cosa si vuole raccontare: la proporzione fra obelisco e piazza, oppure il dettaglio dei geroglifici. Sono due fotografie diverse e richiedono due posizioni e due ottiche diverse.

La foto d’insieme

Per l’insieme serve arretrare fino al lato lungo della piazza e usare un grandangolo moderato, tenendo la macchina il più possibile a livello per non far cadere le verticali: piazza Navona è piena di linee verticali, e un obelisco storto in mezzo a facciate storte è il difetto più comune delle foto scattate qui. Se si usa il telefono, conviene attivare la griglia e allineare il fusto dell’obelisco a una delle linee verticali, correggendo poi leggermente in fase di ritaglio. L’ora migliore è la prima del mattino, per due ragioni che si sommano: pochissime persone in campo e luce radente che dà volume alla pietra.

La foto del dettaglio

Per i geroglifici serve invece uno zoom spinto, almeno equivalente a un teleobiettivo medio, e una faccia dell’obelisco illuminata di taglio. A mezzogiorno, con il sole a picco, i solchi delle incisioni non proiettano ombra e il testo diventa quasi invisibile in fotografia. Nelle ore basse del mattino o del tardo pomeriggio, invece, ogni segno guadagna un’ombra propria e il risultato è leggibile. La faccia da scegliere dipende dall’ora: al mattino conviene quella rivolta a est, nel tardo pomeriggio quella rivolta a ovest.

La foto che quasi nessuno fa

C’è un’inquadratura poco battuta e molto efficace: mettersi rasente alla vasca, dal lato dove la scogliera è traforata, e fotografare l’obelisco attraverso il vuoto della roccia, inquadrando il fusto che sembra nascere dal nulla. È la fotografia che restituisce meglio l’invenzione strutturale di Bernini, ed è una di quelle che si ottengono soltanto avvicinandosi molto e abbassandosi. Un’altra variante che funziona è la foto notturna con l’illuminazione accesa e la colomba stagliata contro il cielo, che richiede un appoggio stabile per il telefono o la macchina, perché i tempi si allungano.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

L’obelisco è stato testimone, dal 1649 in poi, di praticamente ogni evento che abbia avuto per teatro piazza Navona, che per oltre due secoli è stata una delle piazze più vissute della città. Ma la sua cronologia comincia molto prima.

Ultimo quarto del I secolo: la realizzazione

Sotto Domiziano, imperatore dall’81 al 96 dopo Cristo, il blocco arriva ad Assuan, viene portato a Roma e riceve l’apparato geroglifico che celebra lui stesso e gli imperatori divinizzati Vespasiano e Tito. È lo stesso periodo in cui Domiziano fa costruire, a poche centinaia di metri, lo stadio le cui fondazioni determinano ancora oggi la forma di piazza Navona.

Inizio del IV secolo: il trasferimento sull’Appia

Massenzio lo fa trasportare sulla spina del circo della propria villa suburbana al terzo miglio dell’Appia, in un complesso legato alla memoria del figlio Valerio Romolo. Pochi anni dopo, nel 312, Massenzio muore al Ponte Milvio e il complesso perde il proprio committente e la propria funzione celebrativa.

27 aprile 1647: il papa lo vede a terra

Innocenzo X, in visita a San Sebastiano sull’Appia, vede il monolite giacente e spezzato. È la data che segna l’inizio della vicenda moderna del monumento.

1648: il trasporto in città

I cinque pezzi vengono portati dall’Appia a piazza Navona e avviati i lavori della fontana, su progetto di Bernini. Nello stesso anno le fonti registrano il malcontento popolare per le imposte imposte a copertura delle spese.

12 agosto 1649: l’erezione

L’obelisco viene rialzato al centro della piazza. Nel novembre dello stesso anno viene collocata in sommità la colomba bronzea dei Pamphilj.

12 giugno 1651: l’inaugurazione della fontana

La Fontana dei Quattro Fiumi viene inaugurata, completa delle quattro statue fluviali. Da quel giorno l’obelisco assume l’aspetto che ha ancora oggi.

1825: Nibby chiarisce la provenienza

Gli scavi di Antonio Nibby sull’Appia dimostrano che il circo da cui proveniva l’obelisco apparteneva a Massenzio e non a Caracalla, correggendo un’attribuzione durata secoli e fissando il dato che tutte le pubblicazioni successive avrebbero adottato.

Il Novecento e i restauri

Nel corso del Novecento e dei primi decenni del Duemila la fontana e l’obelisco sono stati oggetto di interventi di restauro e manutenzione, resi necessari dall’azione combinata dell’acqua, dei depositi calcarei e dell’inquinamento urbano sulle superfici del granito e dei marmi. Chi visita la piazza può trovare, a seconda del periodo, ponteggi o teli attorno al gruppo: conviene verificare lo stato dei cantieri sul sito della Sovrintendenza Capitolina prima di programmare una visita motivata soprattutto da questo monumento.

Chi è passato dall'Obelisco Agonale

L’elenco delle persone legate a questo monolite attraversa quindici secoli e comprende imperatori, papi, artisti, eruditi e generazioni di viaggiatori.

Domiziano e i Flavi

Il committente antico è Domiziano, ultimo imperatore della dinastia flavia, ucciso in una congiura di palazzo nel 96 dopo Cristo e colpito dopo la morte dalla condanna della memoria decretata dal senato. Il suo nome resta però inciso sul fusto, in una scrittura che a Roma nessuno sapeva leggere, e questa è una delle ironie più durature della storia romana: la damnatio memoriae cancellò le iscrizioni latine di Domiziano in mezza città, ma non toccò i geroglifici che ne celebravano il nome.

Massenzio

Il secondo committente è Massenzio, che regnò su Roma dal 306 al 312 e che il racconto costantiniano consegnò alla storia come il tiranno sconfitto al Ponte Milvio. Fu lui a scegliere questo obelisco per la spina del proprio circo, in un complesso monumentale che era insieme residenza, luogo di spettacolo e sacrario di famiglia.

Innocenzo X e donna Olimpia

Il terzo committente è Giovanni Battista Pamphilj, papa dal 1644 al 1655, che fece del progetto di piazza Navona il segno più visibile del proprio pontificato. Accanto a lui, nella vicenda, compare costantemente la cognata Olimpia Maidalchini, figura di potere reale nella corte pontificia di quegli anni e protagonista dell’aneddoto sul modello d’argento di Bernini.

Bernini, Borromini e gli scultori

Gian Lorenzo Bernini progettò la fontana e la messa in opera dell’obelisco; Francesco Borromini presentò un progetto alternativo e lavorò alla questione idraulica della piazza; Giacomo Antonio Fancelli, Claude Poussin, Antonio Raggi e Francesco Baratta scolpirono le quattro figure fluviali sotto la direzione di Bernini. È uno degli elenchi più densi della scultura barocca romana concentrato in pochi metri quadrati.

I viaggiatori del Grand Tour

Dal Settecento in avanti, piazza Navona con il suo obelisco fu tappa obbligata per chiunque compisse il Grand Tour, e le vedute dipinte e incise della piazza allagata o del mercato circolarono in tutta Europa. Il monumento entrò così nell’immaginario europeo dell’Italia molto prima della fotografia, e l’immagine dell’obelisco che si specchia nell’acqua è uno dei cliché visivi più longevi della Roma moderna.

Intorno all’obelisco: che cosa vedere in piazza Navona

L’Obelisco Agonale è il centro geometrico di un insieme che vale la pena leggere per intero, perché ogni elemento della piazza dialoga con gli altri.

Lo stadio di Domiziano sotto i piedi

La forma allungata e arrotondata a un’estremità che rende piazza Navona immediatamente riconoscibile non è un’invenzione barocca: è il perimetro dello stadio che Domiziano fece costruire nel I secolo dopo Cristo per le gare atletiche di modello greco. I resti delle strutture antiche sono visitabili nei Sotterranei di Piazza Navona, a pochi metri sotto il livello attuale, e la visita è consigliata a chiunque voglia capire perché la piazza abbia questa forma. Vale la pena notare la coincidenza: lo stadio e l’obelisco hanno lo stesso committente imperiale e la stessa epoca, pur essendosi ritrovati nello stesso luogo soltanto quindici secoli dopo, per una decisione papale che con Domiziano non aveva nulla a che vedere.

Sant’Agnese in Agone e Palazzo Pamphilj

Sul lato occidentale della piazza si aprono la chiesa di Sant’Agnese in Agone, con la facciata concava e le due torri campanarie a cui lavorò Borromini, e il grande Palazzo Pamphilj, oggi sede dell’ambasciata del Brasile in Italia. La chiesa sorge nel punto in cui la tradizione colloca il martirio di sant’Agnese, la stessa santa a cui è dedicata la basilica di Sant’Agnese fuori le Mura sulla via Nomentana, dove secondo la tradizione fu sepolta.

Che cosa c’è a due passi

La collocazione della piazza la rende un nodo ideale per costruire itinerari: a nord, oltre corso del Rinascimento, si trova Palazzo Altemps con le sue collezioni di scultura antica del Museo Nazionale Romano; a est il Pantheon; a sud Campo de’ Fiori con il suo mercato mattutino; a ovest il Tevere, i ponti e la direttrice verso Castel Sant’Angelo. Chi vuole completare il discorso sugli obelischi romani troverà interessante anche il caso curioso degli Obelischi di Villa Torlonia, due monoliti ottocenteschi con geroglifici incisi in età moderna, che ripetono in pieno Ottocento la stessa operazione culturale compiuta da Domiziano diciotto secoli prima.

Domande frequenti sull'Obelisco Agonale

Quanto è alto l’Obelisco Agonale?

L’Obelisco Agonale misura circa 16,53 metri di solo fusto in granito rosso, e supera i trenta metri complessivi contando il basamento della fontana e la colomba di bronzo posta in cima. Le fonti oscillano fra 16,53 e 16,54 metri per il fusto, una differenza di un centimetro dovuta ai diversi rilievi effettuati nel tempo.

L’Obelisco Agonale è davvero egizio?

L’Obelisco Agonale non è un obelisco egizio antico: il granito proviene dalle cave di Assuan, in Egitto, ma il monolite fu fatto realizzare in età romana sotto l’imperatore Domiziano, e i geroglifici furono incisi a Roma con un testo che celebra lui e gli imperatori divinizzati Vespasiano e Tito. È il dettaglio che sorprende la maggior parte dei visitatori.

Che cosa dicono i geroglifici dell’Obelisco Agonale?

I geroglifici dell’Obelisco Agonale sono un inno all’imperatore Domiziano e agli imperatori divinizzati Vespasiano e Tito, padre e fratello del committente. Domiziano vi compare con titolatura faraonica, in scene che lo mostrano davanti a divinità egizie, fra cui un’incoronazione con la doppia corona dell’Alto e Basso Egitto.

Da dove viene l’Obelisco Agonale prima di piazza Navona?

Prima di piazza Navona l’Obelisco Agonale si trovava nel Circo di Massenzio, sulla via Appia, dove l’imperatore lo fece collocare all’inizio del IV secolo sulla spina del circo. Prima ancora, secondo l’ipotesi più diffusa, si trovava nel santuario di Iside e Serapide in Campo Marzio, anche se alcuni studiosi propongono il tempio della gens Flavia sul Quirinale.

Quando è stato collocato l’obelisco in piazza Navona?

L’Obelisco Agonale fu rialzato al centro di piazza Navona il 12 agosto 1649, per volere di papa Innocenzo X Pamphilj, dopo essere stato ritrovato spezzato in cinque pezzi nell’area del Circo di Massenzio e trasportato in città nel 1648. La colomba bronzea fu collocata in sommità nel novembre dello stesso anno.

Quanto costa vedere l’Obelisco Agonale e quali sono gli orari?

Vedere l’Obelisco Agonale è gratuito e possibile a qualunque ora, perché il monumento si trova al centro di piazza Navona, uno spazio pubblico pedonale sempre accessibile, senza recinzioni né biglietteria. Occorre invece un biglietto per la visita ai sotterranei dello stadio di Domiziano sotto la piazza, che è una struttura museale distinta con propri orari e tariffe, da verificare presso la struttura.

Come si arriva all’Obelisco Agonale con i mezzi pubblici?

All’Obelisco Agonale si arriva a piedi da corso Vittorio Emanuele II o da corso del Rinascimento, dove fermano diverse linee di autobus urbane. Piazza Navona non ha una stazione della metropolitana nelle immediate vicinanze: le fermate della linea A più prossime restano a una ventina di minuti di cammino, quindi la soluzione più comoda è l’autobus di superficie oppure una passeggiata dal Pantheon.

Che differenza c’è fra l’Obelisco Agonale e la Fontana dei Quattro Fiumi?

L’Obelisco Agonale è il monolite antico di granito, realizzato in età romana sotto Domiziano, mentre la Fontana dei Quattro Fiumi è il gruppo scultoreo barocco progettato da Bernini fra il 1648 e il 1651 che lo sorregge e lo incornicia. Sono due opere separate da circa quindici secoli, unite in un solo monumento dalla volontà di Innocenzo X.

L’Obelisco Agonale è accessibile alle persone con disabilità?

L’Obelisco Agonale si trova in una piazza pedonale pianeggiante, senza gradini né barriere per accedere allo spazio da cui si osserva il monumento, ed è quindi raggiungibile in sedia a rotelle da tutti i varchi della piazza. Il selciato è in sampietrini, che risultano irregolari e possono rendere il percorso faticoso: i tratti più agevoli sono quelli lungo i bordi della piazza.

Un ultimo consiglio per chi organizza l’itinerario

L’Obelisco Agonale funziona meglio come tappa dentro un percorso che come meta a sé: pochi minuti di osservazione attenta, meglio se al mattino presto, inseriti in una passeggiata che colleghi il Pantheon, piazza Navona con i suoi sotterranei antichi e Campo de’ Fiori. Chi ha più tempo e vuole seguire fino in fondo la storia di questa pietra può dedicare un’altra mezza giornata all’Appia Antica e alla Villa di Massenzio, per vedere il luogo esatto da cui l’obelisco proviene: è uno dei pochi casi a Roma in cui si può visitare sia il punto di partenza sia il punto di arrivo dello stesso monumento, a otto chilometri e milletrecento anni di distanza l’uno dall’altro.

Chi organizza un itinerario più ampio nel centro storico di Roma, incrociando questa tappa con le altre soste del Campo Marzio e della zona del Tevere, può trovare utili strumenti di pianificazione su Tour Leader Pro, mentre per un quadro più ampio sui trasporti e sulle mete del Lazio è una buona risorsa Italy Planner.

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