Palazzo Altemps – Museo Nazionale Romano
Palazzo Altemps ha l'ingresso in Piazza di Sant'Apollinare 46, nel Rione Ponte, a meno di duecento metri dal fianco settentrionale di Piazza Navona. Il museo apre dal martedi alla domenica dalle 9:00 alle 19:00, con ultimo ingresso e chiusura della biglietteria alle 18:00; il lunedi resta chiuso. Il biglietto è quello unico del Museo Nazionale Romano: 15 euro intero e 2 euro ridotto, valido sette giorni dal primo ingresso e spendibile in tutte le sedi dell'istituto, con la tariffa agevolata a 10 euro per chi rientra nella convenzione Musei in rete e un titolo separato da 5 euro per la sola Aula Ottagona; esiste anche la tessera annuale del museo, 30 euro intera e 20 ridotta, che consente ingressi illimitati per dodici mesi. La prima domenica di ogni mese l'ingresso è gratuito, come in tutti i luoghi della cultura statali. I biglietti si acquistano sul portale ufficiale dei musei italiani; la prenotazione non è obbligatoria e in giornate ordinarie si entra senza attesa. Telefono 06 684851, posta elettronica mn-rm@cultura.gov.it. Non c'è un parcheggio dedicato e la zona è a traffico limitato: ci si arriva a piedi da Corso del Rinascimento, dove fermano le linee di superficie che servono Piazza Navona e Corso Vittorio Emanuele II, oppure dal Lungotevere.
Confronta le esperienze a Roma
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✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
Questa guida fa parte della raccolta dedicata ai musei statali di Roma, dove trovate le altre sedi dell'istituto e i musei dello Stato in città.
Che cosa è Palazzo Altemps - Museo Nazionale Romano
Palazzo Altemps, già Palazzo Riario, è un edificio storico che occupa un isolato intero del Rione Ponte e che dal 1997 ospita una delle sedi del Museo Nazionale Romano. La formula che lo riguarda è precisa e vale la pena fissarla subito: qui non è esposta l'archeologia romana in quanto tale, ma il modo in cui i romani del Rinascimento e del Barocco hanno guardato, comprato, restaurato e messo in scena l'archeologia romana. È un museo del collezionismo antiquario, allestito dentro il palazzo di uno dei collezionisti.
La differenza non è accademica. In una sede archeologica classica la statua è un documento: si legge il tipo, la datazione, la provenienza di scavo. A Palazzo Altemps la statua è anche un oggetto con una seconda biografia, quella che comincia il giorno in cui un cardinale la compra, la fa integrare da uno scultore contemporaneo e la colloca in una galleria per stupire gli ospiti. Le integrazioni secentesche in questo museo non vengono nascoste: vengono mostrate e spiegate, perché fanno parte della storia dell'opera quanto il marmo antico.
Il palazzo è una delle quattro sedi in cui è distribuito il patrimonio del Museo Nazionale Romano. Le altre sono le Terme di Diocleziano, sede storica dell'istituto, oggi con le sezioni epigrafica e protostorica e con l'Aula Ottagona; Palazzo Massimo alle Terme, che raccoglie la statuaria, i grandi cicli di pittura parietale e il medagliere; e la Crypta Balbi, dedicata alla città fra tarda antichità e alto medioevo. Chi visita Roma per qualche giorno dovrebbe considerarle un percorso unico, perché il biglietto è uno solo e dura una settimana.

Il posto di Palazzo Altemps nella classifica dei musei italiani
Un dato aiuta a inquadrare la scala: nel 2013 Palazzo Altemps risultava il ventunesimo sito statale italiano per numero di visitatori, con 247.795 ingressi e un introito lordo di 909.016,50 euro. Sono numeri che raccontano un museo di media grandezza, molto conosciuto dagli addetti ai lavori e sistematicamente ignorato dal turismo di massa che passa a cinquanta metri di distanza. Chi entra qui in una mattina di maggio trova sale semivuote a due minuti da una piazza che in quel momento non permette di camminare in linea retta. La mia opinione, dopo anni di gruppi accompagnati in questo isolato, è che questa sproporzione sia la cosa più assurda del centro storico di Roma.
Un museo dentro un palazzo: l'idea espositiva di Palazzo Altemps
L'allestimento nasce da una scelta netta: non costruire sale neutre dentro un edificio storico, ma usare l'edificio storico come parte dell'esposizione. Le sculture sono collocate nel portico del cortile, sotto gli archi, nelle stanze affrescate del piano nobile, in fondo alle prospettive dipinte, negli ambienti di servizio. In molti casi la posizione riproduce, o almeno evoca, quella che l'opera aveva nella galleria di un cardinale. Il risultato è che la visita non è una successione di vetrine ma un attraversamento di ambienti, e che una parte notevole di quello che si impara riguarda l'architettura quanto la scultura.
C'è un rovescio della medaglia, e chi accompagna gruppi lo conosce: la luce naturale nelle sale del piano nobile cambia moltissimo nell'arco della giornata e alcune opere, in certe ore, si leggono male. Il rimedio pratico è semplice e lo trovate più avanti nel capitolo sui consigli di visita.
La storia dell'area prima di Palazzo Altemps
L'edificio che si vede oggi è il punto d'arrivo cinquecentesco di una sequenza di costruzioni che ha occupato questo tratto di Campo Marzio senza interruzioni fin dall'antichità. Sotto le cantine del palazzo e nelle strade attorno la stratigrafia è continua, e capire che cosa c'era prima cambia il modo in cui si legge il quartiere.
Il porto dei marmi e la Statio rationis marmorum
Dall'età di Augusto il fulcro dell'attività in questa zona, circa 160 metri a monte del Ponte Elio, fu uno dei due porti marmorari di Roma. L'altro era alla Marmorata, l'area che oggi chiamiamo Testaccio. Qui aveva sede la Statio rationis marmorum, cioè l'ufficio che amministrava il monopolio imperiale sulle cave: non un magazzino qualunque, ma un organo di controllo su una delle materie prime più strategiche dell'impero. Il marmo bianco delle Alpi Apuane, il pavonazzetto della Frigia, il giallo antico della Numidia, il porfido rosso dell'Egitto arrivavano per via d'acqua e venivano registrati, tassati e smistati da qui.
L'approdo fu individuato nel 1891, documentato in modo sommario e poi distrutto durante i lavori per i muraglioni di contenimento del Tevere. È una delle perdite più pesanti dell'archeologia romana postunitaria, e la si nomina raramente perché non ha lasciato niente da fotografare. Chi passa oggi sul Lungotevere non ha alcun indizio: il fiume è stato chiuso fra due muri e la riva antica, con le sue banchine e i suoi argani, è sotto una carreggiata.
Le botteghe dei marmorari fra Sant'Andrea della Valle e il fiume
Era qui che venivano scaricati e lavorati sia i marmi destinati all'architettura del Campo Marzio sia quelli destinati alla statuaria. Le tracce delle botteghe sono state trovate in tutta la fascia compresa fra Sant'Andrea della Valle, la Chiesa Nuova e il Tevere: un distretto artigianale specializzato, con maestranze che passavano di generazione in generazione. In alcuni casi sono venuti alla luce blocchi sbozzati e mai finiti insieme agli attrezzi, riferibili alla fine dell'età di Traiano, come se le officine fossero state abbandonate in fretta. Non sappiamo perché: una piena, un cambio di committenza imperiale, un trasferimento dell'attività. Il dato archeologico registra l'interruzione, non la causa.
Vale la pena soffermarsi su questo punto quando si è davanti alle statue del museo. Molte delle copie romane esposte a Palazzo Altemps furono materialmente scolpite in botteghe come quelle, a poche centinaia di metri dal luogo in cui oggi si trovano. La scultura antica che vediamo non arrivava dalla Grecia: arrivava dal quartiere.
Sant'Apollinare, il presunto tempio di Apollo e il Campo Marzio medievale
La chiesa di Sant'Apollinare, che chiude la piazza davanti al museo, ha alimentato per secoli l'ipotesi che sorgesse sulle rovine di un tempio di Apollo. La sostenne fra gli altri Mariano Armellini, uno degli eruditi che nell'Ottocento censirono le chiese di Roma. Va detto con chiarezza: è una congettura di tipo etimologico, fondata sull'assonanza fra Apollinare e Apollo, e non ha ricevuto conferme di scavo. La riporto perché fa parte della storiografia del luogo, non perché sia un fatto accertato.
Con la feudalizzazione della città e l'occupazione dei ruderi antichi da parte delle famiglie baronali, Roma si divise in un settore ghibellino a oriente, controllato dai Colonna, e in un settore guelfo controllato dagli Orsini. Il confine passava di qui. Un cammino di ronda correva lungo quella che oggi è Vicolo dei Soldati, la stradina che fiancheggia il palazzo sul lato orientale: il nome stesso conserva la memoria di una funzione militare. Chi la percorre oggi cammina su una linea di frattura politica del Duecento e del Trecento.
Finita l'esigenza di fortificare, e superata la depressione economica seguita alla cattività avignonese, il Campo Marzio fu di nuovo urbanizzato in modo intenso. È in quella ripresa edilizia che si colloca il cantiere del palazzo.
Le fasi costruttive di Palazzo Altemps
Girolamo Riario, Melozzo da Forli e il cantiere del Quattrocento
Nel XV secolo comincia a prendere forma il palazzo che conosciamo, sopra strutture medievali preesistenti. Il committente è Girolamo Riario, nipote di Sisto IV secondo la versione ufficiale, figlio naturale secondo una voce che circolava già all'epoca. Sisto IV riversò su di lui tutte le proprie attenzioni nepotistiche, e Girolamo affidò il disegno a Melozzo da Forli, il pittore prospettico più dotato della sua generazione, al quale commissionò anche altri palazzi nei territori della sua signoria, a Imola e a Forli.
L'intenzione era di completare l'edificio in tempo per il matrimonio con Caterina Sforza, celebrato nel 1477. I lavori non furono conclusi prima del 1480. Chi conosce la vicenda di Caterina Sforza, che sarebbe diventata una delle figure politiche più dure del Rinascimento italiano, sa che la sua storia romana comincia in questo isolato. Caduta la fortuna dei Riario con la morte di Sisto IV, il palazzo cambiò padrone.
Il cardinale Soderini, Sangallo il Vecchio e Baldassarre Peruzzi
Nel 1511 l'edificio fu acquistato, ampliato e decorato dal cardinale Francesco Soderini, fiorentino, fratello del gonfaloniere Piero Soderini. Soderini chiamò due architetti di primo livello: Antonio da Sangallo il Vecchio e Baldassarre Peruzzi. A Peruzzi si deve l'intervento sul cortile maggiore, che è il pezzo di architettura più importante del palazzo e la ragione per cui gli storici dell'architettura ci vengono anche senza guardare le statue.
Peruzzi era senese, veniva dal cantiere della Farnesina e aveva una capacità rara di far sembrare leggera una struttura pesante. Il cortile su tre livelli che si attraversa entrando è la sua idea di misura: arcate al piano terra, ordine sovrapposto, proporzioni che tengono lo spazio raccolto senza schiacciarlo.
Innocenzo Cybo e gli ambasciatori di Spagna a Palazzo Altemps
Fra il 1513 e il 1518 il palazzo fu dimora del cardinale mediceo Innocenzo Cybo, che sarebbe poi stato vescovo di Genova, arcivescovo di Torino e legato pontificio della Provincia Romandiolae presso Bologna. Erano gli anni del pontificato di Leone X e questo isolato si trovava al centro della geografia curiale. Dopo Cybo il palazzo servì come residenza degli ambasciatori spagnoli, in una fase in cui la corona di Spagna era la potenza determinante negli equilibri romani.
Marco Sitico Altemps e la nascita di un casato romano
Nel 1568 l'edificio fu acquistato dal cardinale Marco Sitico Altemps, figlio di una sorella di Pio IV. Il nome originario era Markus Sittikus von Hohenems, dalla contea di Hohenems nel Vorarlberg: italianizzato in Altemps, diventò il nome di un casato romano a tutti gli effetti. Il cardinale fece del palazzo la residenza di famiglia e vi avviò due imprese che contano ancora oggi.
La prima è la Biblioteca Altempsiana, una raccolta di manoscritti e stampati poi confluita nella Biblioteca Apostolica Vaticana. La seconda è la prima collezione di sculture antiche del palazzo: il nucleo originario di quello che sarebbe diventato, quattro secoli più tardi, il museo. Per completare il complesso il cardinale chiamò Martino Longhi il Vecchio, e dopo di lui il figlio Onorio Longhi, ai quali si devono la sistemazione definitiva e il coronamento dell'edificio.
Il cortile di Palazzo Altemps, il portico e l'altana
Il cortile del Peruzzi e le statue sotto gli archi
Il cortile è il primo ambiente della visita e uno dei più belli del Rinascimento romano. Si sviluppa su tre livelli; sul lato settentrionale le arcate accolgono statue romane, collocate esattamente dove un antiquario del Cinquecento le avrebbe volute. Sul lato orientale ci sono una fontana e un ninfeo. Sopra il cortile è stata installata una copertura mobile che protegge le sculture dalle intemperie e riflette la luce artificiale: una soluzione tecnica discreta, che chi non la cerca non nota.
Il consiglio da professionista è di non attraversare il cortile per andare alle sale. Fermatevi cinque minuti, giratelo lungo il portico e guardate le statue da sotto, controluce, poi da vicino. È l'unico punto del museo in cui si capisce fisicamente che cosa significasse per un cardinale romano possedere marmi antichi: non tenerli in una stanza, ma metterli nel passaggio obbligato di chiunque entrasse in casa sua.

L'altana di Palazzo Altemps e lo stemma che racconta una tragedia
Sopra il palazzo si alza un belvedere coperto, l'altana, progettato da Martino Longhi il Vecchio e portato a termine dal figlio Onorio. Il coronamento porta due emblemi affiancati: lo stambecco degli Altemps e la rosa degli Orsini. Sono lì a commemorare il matrimonio fra Roberto Altemps e Cornelia Orsini.
Tenete a mente questi due simboli, perché fra poche righe capirete quanto siano tragici. Un matrimonio scolpito sul tetto di casa e un uomo decapitato a vent'anni per averlo contratto: raramente l'araldica romana è così esplicita e così amara nello stesso momento. Dall'alto dell'altana lo sguardo copre le cupole del Campo Marzio; l'accesso non è sempre incluso nel percorso ordinario e va verificato sul sito ufficiale del museo.
Il loggiato dipinto del piano nobile
Il piano nobile conserva gli affreschi cinquecenteschi originali. Una serie di sale decorate a grottesche conduce a un loggiato affrescato, pensato fin dall'origine come galleria antiquaria: le pareti dipinte con vegetazione, puttini, un pavone, e in fondo una fontana policroma; lungo il percorso si allineano le immagini dei dodici Cesari, il repertorio obbligato di ogni collezionista che volesse dichiarare la propria cultura classica.
La cosa da capire è che questo ambiente non fu decorato per essere bello e basta: fu concepito come contenitore per le statue. La pittura crea uno sfondo verde e ariosa profondità, il marmo bianco vi si staglia. È teatro, nel senso migliore del termine, ed è esattamente il motivo per cui il Museo Nazionale Romano ha scelto questo palazzo per raccontare il collezionismo.

La chiesa di Sant'Aniceto dentro Palazzo Altemps
Le spoglie di papa Aniceto e la cappella di famiglia
Dentro il palazzo c'è una chiesa vera e propria, non una nicchia devozionale: la chiesa di Sant'Aniceto, realizzata nel Seicento da Giovanni Angelo Altemps, secondo duca di Gallese. Nel 1604 papa Clemente VIII Aldobrandini donò alla famiglia le spoglie di papa Aniceto, pontefice del II secolo, e la cappella privata divenne il reliquiario di un papa. Non era un privilegio da poco: possedere in casa il corpo di un pontefice dei primi secoli collocava un casato in una posizione di prestigio difficilmente eguagliabile a Roma.
L'ambiente è rivestito di marmi policromi e affrescato con storie del santo. La qualità dell'insieme è alta e la scala è domestica: si entra e si è dentro un piccolo teatro sacro secentesco perfettamente conservato. Per come la vedo io, è il punto più emozionante di tutto il palazzo, e mediamente il pubblico ci passa quaranta secondi.
L'affresco della decapitazione: la storia nera del casato Altemps
Roberto Altemps, figlio naturale del cardinale Marco Sitico, prefetto delle armi papali in Avignone sotto Sisto V Peretti e primo duca di Gallese, fu accusato di adulterio e fatto decapitare nel 1586, a vent'anni. La condanna venne da Sisto V. La lettura corrente della vicenda, che risale alle cronache dell'epoca, è che l'accusa fosse un pretesto e che il vero movente politico fosse il matrimonio di Roberto con una Orsini, famiglia in aperto conflitto con il papa. Su questo punto la storiografia è prudente: il processo esiste, l'esecuzione è documentata, la ricostruzione delle intenzioni resta interpretazione.
Quello che non è interpretazione è la reazione del figlio. Nel 1617 Giovanni Angelo Altemps fece dipingere nella cappella di famiglia un grande affresco che riproduceva la decapitazione del padre. Non un ritratto commemorativo, non un'allegoria consolatoria: la scena del supplizio, dentro la chiesa di casa, davanti agli occhi di chiunque venisse a messa. È un gesto di memoria e di accusa insieme, e in una città che ha sempre praticato l'arte della dimenticanza calcolata rappresenta un'eccezione notevole. Nella stessa cappella, tredici anni dopo la donazione delle reliquie papali, il casato dichiarava di non aver perdonato.
Il Teatro Goldoni di Palazzo Altemps
A Giovanni Angelo Altemps si deve anche il primo teatro costruito dentro il palazzo, quello che sarebbe stato poi intitolato a Carlo Goldoni. La sala è in uso fin dal Cinquecento, fu restaurata nell'Ottocento da Francesco Vespignani, l'architetto che lavorò a lungo per la Santa Sede, e nel Novecento conobbe destini più prosaici: fu una delle prime sale cinematografiche della città e in seguito un piano bar, prima del restauro che l'ha riportata alla funzione originaria.
Nel 1690 fu proprio in questo palazzo che venne fondata l'Accademia dell'Arcadia, l'istituzione letteraria nata attorno al circolo della regina Cristina di Svezia e destinata a dominare il gusto poetico italiano per oltre un secolo. L'Arcadia ha oggi la sua sede al Bosco Parrasio, sulle pendici del Gianicolo, ma il suo atto di nascita ha per indirizzo questo isolato del Rione Ponte. Il teatro non è sempre accessibile: viene aperto per spettacoli, conferenze e mostre temporanee e conviene controllare il programma sul sito del museo.
La visita di Palazzo Altemps sala per sala: il piano terra
Il portico, il cortile e le prime sculture
Il percorso comincia dal portico attorno al cortile, dove sono allineate statue e sarcofagi. È la parte più scenografica e anche la più fraintesa: molti visitatori la attraversano come un atrio. In realtà è già museo, e le opere collocate qui sono state scelte per reggere la luce naturale e per dialogare con l'architettura. Cercate i sarcofagi con scene di caccia e i ritratti maschili di età imperiale: la qualità dei volti, con le barbe lavorate a trapano, è notevole.
Le sale del piano terra e l'Athena Parthenos
Fra le opere che meritano una sosta lunga c'è la replica romana dell'Athena Parthenos. Conviene sapere che cosa si sta guardando. L'originale era la statua colossale che Fidia realizzò per la cella del Partenone di Atene attorno al 438 avanti Cristo: dodici metri di altezza, struttura lignea rivestita di lastre d'oro per il panneggio e di avorio per le carni, uno scudo istoriato, una Nike alata sulla mano destra. Quella statua è perduta da secoli. Tutto quello che sappiamo del suo aspetto deriva da descrizioni antiche, da monete e da un gruppo di repliche in marmo di età romana, molto più piccole, realizzate per collezionisti e per contesti pubblici.
Guardare una di queste repliche significa guardare la copia di qualcosa che non esiste. È un esercizio di immaginazione controllata: il tipo iconografico è fedele, la scala e i materiali no. Ai gruppi che accompagno chiedo sempre di provare a moltiplicare per sei l'altezza di quello che hanno davanti e a sostituire il marmo con oro e avorio sotto la luce di lucerne. A quel punto il Partenone diventa comprensibile.
La Sala della Stufa e gli impianti di una casa romana
Nell'appartamento riferito a Roberto Altemps si trova la cosiddetta Sala della Stufa, dove sono visibili elementi di impianti idraulici e termici di età romana. È una sala che quasi nessuno guarda e che invece dice molto: le tubature in piombo con i bolli dei fabbricanti, i sistemi di riscaldamento, la meccanica quotidiana di una casa antica. Chi ha una curiosità tecnica trova qui più materiale di quanto si aspetti.
Il piano nobile di Palazzo Altemps sala per sala
La Sala dei Bacchi
Il piano nobile si apre con una sequenza di ambienti in cui la decorazione cinquecentesca e la scultura antica convivono. Nella Sala dei Bacchi il pezzo che cattura lo sguardo è un Dioniso versante, il dio colto nel gesto di rovesciare il vino dalla brocca: è un tipo statuario ellenistico replicato molte volte, e la versione esposta qui ha una morbidezza del panneggio che ripaga una sosta. Nella stessa sala si trova una statua riferita al faraone Amenemhat III, ed è il primo segnale di una convivenza che a Roma non è affatto strana: Egitto e Grecia dentro la stessa collezione, perché entrambi erano antico, ed entrambi erano prestigio.
La Sala della Piattaia e gli affreschi della scuola di Melozzo
La Sala della Piattaia prende il nome dall'affresco che simula una credenza carica di argenteria: un trompe l'oeil quattrocentesco che finge un servizio di piatti e vasi metallici esposti come si faceva nei banchetti signorili. Il restauro del palazzo ha riportato alla luce queste pitture, che sono state riferite alla scuola di Melozzo da Forli. Attribuzione ragionevole e coerente con il committente, ma resta un'attribuzione su base stilistica, non un dato d'archivio.
Il paradosso di questa sala è che il visitatore la ricorda per la statua e non per la parete: qui è esposto l'Ares Ludovisi, di cui parlo più avanti. Il mio suggerimento è di guardare prima l'affresco e poi il marmo. Altrimenti la credenza dipinta non la vedete proprio.
La Sala delle Prospettive Dipinte
La Sala delle Prospettive Dipinte è l'ambiente decorativo più spettacolare del palazzo. Le pareti sono aperte da finte finestre e finte colonne oltre le quali si distendono paesaggi, scene di caccia, rovine archeologiche e putti. È il repertorio della villa suburbana portato dentro un palazzo urbano, un modo per dire agli ospiti che la casa aveva finestre anche dove il muro era cieco. La qualità della prospettiva è alta e conviene mettersi al centro della stanza, nel punto in cui l'illusione funziona meglio.
La Sala Mattei e la collezione dal Celio
Nella Sala Mattei sono esposte sculture provenienti dalla Villa Celimontana, la villa che la famiglia Mattei aveva sul Celio e che fu una delle grandi raccolte antiquarie romane. La collezione Mattei si formò fra Cinquecento e Seicento, andò incontro a dispersioni successive e una parte considerevole finì all'estero: quello che si vede qui è il nucleo rimasto in Italia. Sono opere di livello, spesso restaurate e integrate secondo il gusto dell'epoca, e in questa sala il tema del museo diventa esplicito: due collezioni nobiliari diverse, esposte nello stesso palazzo, per mostrare come i romani costruivano le proprie raccolte.
Il Loggiato e la galleria delle statue
Il loggiato affrescato di cui ho parlato prima è anche una sala espositiva a tutti gli effetti. La fila di sculture sotto la vegetazione dipinta è l'immagine che quasi tutti portano via da Palazzo Altemps, ed è anche la più fedele all'idea originale del palazzo. Se avete poco tempo e dovete scegliere un solo ambiente da guardare con calma, scegliete questo.
Le grandi opere di Palazzo Altemps: il Trono Ludovisi
Il Trono Ludovisi è il pezzo per cui gli storici dell'arte antica prendono un aereo. Si tratta di un blocco di marmo di Taso, alto 104 centimetri e largo 144, scolpito su tre lati, datato fra il 460 e il 450 avanti Cristo, cioè nel momento di passaggio fra stile severo e classicismo maturo.
Fu trovato nel 1887 durante i lavori di lottizzazione di Villa Ludovisi, nell'area degli antichi Horti Sallustiani, non lontano dal luogo in cui sorgeva il tempio di Venere Ericina. La lottizzazione della villa, che divorò uno dei parchi storici di Roma per farne il quartiere Ludovisi, è una ferita urbanistica di cui oggi si parla poco: ebbe però l'effetto collaterale di restituire alcune delle sculture più importanti conservate in città.
Le tre facce del Trono Ludovisi
Sul lato principale una figura femminile emerge sostenuta da due giovani donne, comunemente identificate come Horai; un velo sottile, reso come se fosse bagnato, copre e insieme rivela il corpo. È uno dei passaggi di virtuosismo più alti della scultura greca di quel momento: il panneggio non è un rivestimento, è un elemento narrativo.
Sul lato sinistro una giovane donna nuda, interpretata come sacerdotessa oppure come etera sacra, suona il diaulos, il doppio flauto. Sul lato destro una donna avvolta nel chitone e nel manto sollevato depone incenso in un turibolo. L'accostamento fra la figura nuda e la figura velata è stato letto come contrapposizione fra due condizioni femminili nel culto.
Che cos'è davvero il Trono Ludovisi
L'interpretazione più accreditata della scena centrale è la nascita di Afrodite dalla schiuma del mare, ambientata a Cipro. Una lettura alternativa vi riconosce la risalita di Persefone dal mondo sotterraneo. Nessuna delle due è dimostrata.
Ancora più aperta è la questione della funzione. Il nome trono è moderno e non descrive niente: la frattura sul lato superiore impedisce di stabilire come il blocco fosse completato. Le proposte in campo sono almeno tre: ornamento laterale di una statua colossale seduta, parapetto di una scala o di un recinto sacro, elemento architettonico di un tempio. Chi vi dice con sicurezza che cosa fosse, sta semplificando.
C'è infine la questione dell'autenticità. Federico Zeri, insieme ad altri studiosi, sostenne che si trattasse di un falso ottocentesco, ipotizzando la mano dello scultore genovese Santo Varni. La tesi non è stata accolta dalla maggioranza degli archeologi, ma ha prodotto un dibattito serio e non è stata liquidata. Esiste inoltre un secondo rilievo a tre facce di impianto analogo, il cosiddetto Trono di Boston, conservato al Museum of Fine Arts, che potrebbe provenire dallo stesso contesto o dalla stessa officina, e la cui autenticità è a sua volta discussa. Davanti a questo marmo, insomma, si è davanti a un problema aperto della disciplina. Vale da solo il biglietto.

Il Galata suicida di Palazzo Altemps
Il gruppo che a Roma tutti chiamano Galata suicida mostra un guerriero celtico in piedi che si conficca la spada sopra la clavicola mentre sorregge con il braccio sinistro il corpo di una donna già morta, che secondo la lettura tradizionale è sua moglie. È una scena di sconfitta totale: l'uomo ha ucciso la donna per sottrarla alla prigionia e sta per uccidere se stesso.
Il marmo è una copia romana di un originale bronzeo pergameno riferito alla fine del III secolo avanti Cristo, comunemente collegato al donario che Attalo I fece erigere a Pergamo per celebrare la vittoria sui Galati, e alla cerchia dello scultore Epigono. Il pendant più famoso di questo gruppo è il Galata morente dei Musei Capitolini: le due opere provengono dallo stesso ciclo e vanno pensate insieme.
Perché il vincitore fa il monumento al vinto
La cosa culturalmente interessante è il rovesciamento del punto di vista. Il committente è il vincitore, ma il soggetto rappresentato è il nemico, e il nemico è reso con una dignità che nessun repertorio propagandistico moderno concederebbe. Il Galata non è ridicolizzato: è un uomo che sceglie la morte per non subire l'umiliazione. L'arte ellenistica di Pergamo costruisce la grandezza del vincitore attraverso il valore dello sconfitto, ed è una strategia retorica sofisticatissima.
Guardate il torso: la muscolatura è tesa allo spasimo, la torsione porta lo sguardo dell'osservatore a girare intorno al gruppo. Non c'è un punto di vista privilegiato, e questo era una novità assoluta. Se avete tempo, fatene il giro completo due volte, in senso opposto. La seconda volta vedrete la caduta della donna, che alla prima si perde.
L'Ares Ludovisi e il restauro riferito al Bernini
L'Ares Ludovisi è una statua di dio della guerra seduto, in atteggiamento di riposo, con un piccolo Eros ai piedi. È una copia romana di età imperiale che replica un originale greco riferito al IV secolo avanti Cristo e collegato in modo prevalente all'ambito di Skopas. L'idea è bellissima e poco militare: Ares non combatte, è seduto, quasi annoiato, con la lancia appoggiata e l'elmo indietro. Il dio della guerra a riposo è un tema che l'arte greca tarda ha amato molto, perché permetteva di far vedere un corpo perfetto senza l'enfasi dell'azione.
Il restauro secentesco della statua è riferito concordemente dalla critica a Gian Lorenzo Bernini, che vi intervenne per il cardinale Ludovico Ludovisi negli anni immediatamente successivi all'acquisto della collezione. Bernini integrò le parti mancanti e rifinì la superficie, in un momento in cui aveva poco più di vent'anni ed era già lo scultore più richiesto di Roma.
Come si riconosce la mano moderna su un marmo antico
Davanti all'Ares, provate questo esercizio. Cercate le differenze di finitura: le parti integrate nel Seicento hanno una lucidatura più uniforme e uno spigolo più netto, mentre la superficie antica, anche quando è ben conservata, ha una tessitura microscopicamente diversa. Cercate poi le linee di giunzione, che nelle integrazioni buone sono nascoste in punti anatomicamente plausibili, come una piega o un incavo. Infine guardate le mani e i piedi: sono quasi sempre le parti perdute e rifatte, perché sporgono e si rompono per prime.
Non è un gioco da specialisti. Chiunque, dopo dieci minuti di attenzione, comincia a distinguere. Ed è la chiave di lettura che rende Palazzo Altemps diverso da qualunque altro museo archeologico di Roma.
L'Ermes Loghios di Palazzo Altemps
Ermes Loghios significa Ermes oratore, il dio del discorso. Il tipo statuario mostra il dio in piedi, con la clamide gettata su una spalla e il braccio destro sollevato nel gesto della parola: è la posa dell'oratore che prende la scena, la stessa che passerà nella ritrattistica romana e da lì nella statuaria pubblica europea fino all'Ottocento. Il modello risale alla scultura greca del V secolo avanti Cristo e ne esistono repliche romane in vari musei.
L'esemplare del museo è interessante anche per la sua vicenda moderna: come quasi tutte le sculture entrate nelle collezioni cardinalizie, ha subito integrazioni che ne hanno definito l'aspetto attuale. La statua che si vede è quindi un oggetto a due tempi, greco nell'invenzione, romano nell'esecuzione, seicentesco nel completamento. È esattamente il tipo di stratificazione che questo museo esiste per raccontare.
Il Sarcofago Grande Ludovisi
Il Sarcofago Grande Ludovisi è uno dei rilievi più impressionanti che si possano vedere a Roma. La fronte è interamente occupata da una battaglia fra romani e barbari, tradizionalmente identificati come Goti, scolpita a rilievo altissimo e con un affollamento di corpi che quasi annulla lo sfondo. La lavorazione a trapano scava sotto le figure e crea zone d'ombra profonde: è una tecnica che nella seconda metà del III secolo dopo Cristo raggiunge il suo culmine.
Il pezzo fu rinvenuto nel Seicento in area extraurbana, presso Porta Tiburtina, ed entrò rapidamente nella collezione Ludovisi. Al centro della composizione, a cavallo, campeggia un giovane comandante romano senza elmo, con il braccio destro alzato in segno di vittoria e un segno inciso sulla fronte che è stato letto come simbolo mitraico. L'identificazione del personaggio è oggetto di ipotesi: quella più citata lo riconosce in un figlio dell'imperatore Treboniano Gallo. Resta un'ipotesi, non un dato.
Che cosa racconta davvero questo sarcofago
Il III secolo dopo Cristo è il secolo della crisi: imperatori che durano mesi, pressione militare ai confini danubiani, inflazione, epidemie. Un aristocratico romano che si fa seppellire dentro una battaglia contro i barbari sta dicendo una cosa precisa sul proprio ruolo sociale in un momento in cui la carriera militare era diventata l'unica strada per il potere. Il caos compositivo, con i corpi ammassati senza gerarchia spaziale, è stato letto come specchio di quel disordine storico.
Personalmente diffido delle letture che fanno corrispondere lo stile allo stato d'animo di un'epoca: sono affascinanti e quasi mai dimostrabili. Il dato certo è un altro, e basta a giustificare una sosta lunga: qui la scultura romana abbandona il principio classico dello spazio ordinato, e apre la strada al rilievo tardoantico. È un punto di svolta della storia dell'arte occidentale, visibile a occhio nudo, a ingresso incluso nel biglietto.
La testa colossale di Giunone, o Era Ludovisi
La grande testa femminile nota come Era Ludovisi o Giunone Ludovisi è alta 116 centimetri ed è scolpita in marmo pario. Faceva parte di un acrolito, cioè di una statua composita con testa ed estremità in marmo e il resto del corpo realizzato in altri materiali: in piedi la figura completa avrebbe superato i cinque metri e mezzo. È un dato che va detto ai visitatori, perché davanti alla sola testa nessuno immagina la scala reale dell'originale.
La datazione corrente è al I secolo dopo Cristo. L'identificazione, invece, è controversa da oltre un secolo: si è proposto di riconoscervi la dea Era, oppure un ritratto di Antonia Minore, madre di Claudio e nonna di Caligola, raffigurata con gli attributi di Giunone, oppure ancora un ritratto di Livia, moglie di Augusto, nello stesso schema. I dubbi sull'identificazione divina cominciarono alla fine dell'Ottocento e non sono mai stati risolti.
La fortuna settecentesca della Giunone Ludovisi
La testa fu probabilmente rinvenuta a Roma e appartenne al cardinale Federico Cesi, morto nel 1565; nel 1622 passò alla raccolta del cardinale Ludovico Ludovisi. Nel Settecento divenne una delle sculture più celebri d'Europa, considerata l'incarnazione della bellezza ideale greca. Johann Joachim Winckelmann la giudicò la più bella testa di Giunone conosciuta. Goethe ne teneva un calco in gesso nella sua abitazione romana e la paragonò a un canto di Omero. Friedrich Schiller la citò come esempio di bellezza ideale, e Wilhelm von Humboldt la ammirò con la stessa intensità.
C'è un dettaglio che dovrebbe far riflettere chiunque si occupi di gusto: la statua più amata dal neoclassicismo europeo, quella che per due generazioni definì il canone del bello, oggi non sappiamo nemmeno con certezza chi rappresenti. E potrebbe non essere greca affatto. La storia del collezionismo è fatta anche di questi capovolgimenti, ed è il motivo per cui vale la pena visitare un museo costruito attorno al collezionismo invece che attorno alla sola archeologia.
Restaurare l'antico nel Seicento: che cosa significava davvero
Questo è il capitolo che trasforma la visita a Palazzo Altemps da giro fra belle statue a esperienza di comprensione. Conviene affrontarlo con calma, perché l'idea moderna di restauro è l'esatto opposto di quella secentesca.
L'orrore del frammento
Per un collezionista romano del Seicento una statua mutila non era un documento: era un oggetto incompleto, quindi imperfetto, quindi inadatto a essere esposto in una galleria. Una Venere senza braccia non comunicava antichità: comunicava rovina. L'estetica dominante voleva la figura intera, leggibile, riconoscibile nel suo soggetto. Di conseguenza il restauro non consisteva nel conservare ciò che restava, ma nel restituire ciò che mancava.
Gli scultori chiamati a farlo erano i migliori sulla piazza. Gian Lorenzo Bernini, Alessandro Algardi, Ippolito Buzio e altri lavorarono su marmi antichi integrando teste, braccia, gambe, attributi. Non lo consideravano un mestiere minore: era un modo per misurarsi con gli antichi ad armi pari, e in qualche caso per correggerli.
L'integrazione come interpretazione
Il problema, dal punto di vista storico, è che ogni integrazione è anche un'interpretazione. Se a un torso privo di braccia e di attributi lo scultore aggiunge un arco, quel torso diventa Apollo o Diana. Se gli aggiunge un tirso, diventa Dioniso. Il restauratore secentesco decideva l'identità dell'opera, e la sua decisione condizionava tutta la letteratura successiva. Alcune sculture hanno cambiato nome due o tre volte nel corso dei secoli, seguendo le mode e i restauri.
C'è poi la questione stilistica. Un braccio scolpito da Bernini nel 1622 è un braccio barocco: la torsione, la tensione muscolare, la resa della pelle appartengono al Seicento, non al II secolo dopo Cristo. Quando l'integrazione è fatta da un grande scultore, l'opera risultante è un ibrido di altissima qualità in cui due epoche convivono nello stesso blocco di marmo.
Il rovesciamento novecentesco e la scelta di Palazzo Altemps
Fra Otto e Novecento il criterio si capovolge. L'archeologia diventa scienza, il frammento acquista valore documentario, e molti musei europei procedono a smontare le integrazioni antiche per riportare le sculture al loro stato di ritrovamento. È la stagione del cosiddetto derestauro. Il guadagno è evidente in termini di verità filologica; la perdita, meno discussa, riguarda la storia del gusto, che quelle integrazioni documentavano.
Palazzo Altemps ha scelto la strada opposta e a mio parere la più intelligente: qui le integrazioni si conservano e si dichiarano. Il museo espone la statua per quello che è oggi, cioè un oggetto stratificato, e mette il visitatore in condizione di distinguere gli strati. Non è un compromesso: è una posizione culturale precisa, che considera il Seicento romano un capitolo della biografia di quelle sculture e non un incidente da cancellare.
Se dovessi indicare una sola ragione per cui questo museo merita più attenzione di quanta ne riceva, indicherei questa. Da nessun'altra parte a Roma si capisce così bene che l'antico che vediamo non ci è arrivato intatto, ma è passato per le mani di chi lo ha voluto, comprato e rifatto.
La collezione Boncompagni Ludovisi a Palazzo Altemps
Il nucleo più importante del museo è la raccolta messa insieme dal cardinale Ludovico Ludovisi, nipote di papa Gregorio XV, negli anni immediatamente successivi al 1621. Fu un'operazione rapidissima e finanziariamente enorme: il cardinale acquistò collezioni intere già formate, fra cui pezzi provenienti dalla raccolta Cesi, e fece scavare sistematicamente nella villa che stava costruendo sul Pincio, nell'area degli antichi Horti Sallustiani. Quel terreno era il giardino imperiale più ricco di Roma e restituì sculture in quantità straordinaria.
La raccolta passò poi ai Boncompagni Ludovisi e vi rimase per quasi tre secoli. All'inizio del Novecento, dopo la lottizzazione della villa, fu acquisita dallo Stato italiano ed entrò nel patrimonio del Museo Nazionale Romano. È il motivo per cui oggi la vediamo in un palazzo che con i Ludovisi non aveva nulla a che fare: Palazzo Altemps è stato scelto come contenitore perché è il tipo di edificio per cui quelle sculture erano state pensate.
Le altre raccolte del museo
Accanto ai Ludovisi convivono la collezione Altemps, cioè il nucleo raccolto dal cardinale Marco Sitico a partire dal 1568, e la collezione Mattei dalla Villa Celimontana. C'è inoltre la raccolta di Evan Gorga, personaggio straordinario: tenore, fu il primo interprete di Rodolfo nella Boheme di Puccini nel 1896, poi abbandonò il canto e si dedicò a un collezionismo compulsivo che lo portò a riempire decine di appartamenti romani di oggetti di ogni epoca, fino alla rovina economica. Parte del suo materiale archeologico è confluita qui. Il museo conserva anche affreschi di provenienza Pallavicini Rospigliosi.
Quattro collezioni in un solo edificio, formate in secoli diversi con criteri diversi: è precisamente questo confronto a rendere Palazzo Altemps un museo di idee e non soltanto di oggetti.
La sezione egizia di Palazzo Altemps e i culti isiaci a Roma
Una parte del piano nobile è dedicata all'Egitto e ai culti egizi praticati a Roma. È una sezione che sorprende chi non se l'aspetta e che invece è del tutto coerente con il luogo: il Campo Marzio ospitava il grande santuario di Iside e Serapide, l'Iseo Campense, uno dei complessi sacri più vasti della città, e da quell'area proviene una quantità notevole di materiale egizio ed egittizzante, compresi gli obelischi che oggi vediamo in piazze diverse del centro.
Le sale egizie del museo
Il percorso attraversa più ambienti. In uno di essi campeggia il Bue Hapi, il toro sacro, insieme a un rilievo con il Navigium Isidis, la festa che ogni primavera celebrava la ripresa della navigazione sotto la protezione della dea. La Sala del Dio del Gianicolo conserva un Osiride Chronocrator che presenta ancora tracce di doratura antica: è un dettaglio da cercare da vicino, perché ricorda che la scultura antica non era bianca. Nella Sala Isiaca sono esposte statue di sacerdoti, con il cranio rasato e il tipico atteggiamento ieratico. Seguono la Sala delle Grandi Dee e la Sala di Serapide, che chiude la sezione con profili faraonici.
Perché a Roma si adorava Iside
Il culto di Iside arriva a Roma in età tardorepubblicana attraverso i porti e i commerci con l'Egitto tolemaico. Il potere lo guarda a lungo con sospetto: ci sono decreti di espulsione dei sacerdoti isiaci e demolizioni di altari, perché si trattava di un culto a iniziazione, con clero stabile e regole proprie, quindi difficilmente controllabile. Poi la situazione si rovescia. Caligola e soprattutto i Flavi lo assorbono nella religione pubblica, e l'Iseo Campense diventa un santuario monumentale.
La ragione del successo è comprensibile: la religione tradizionale romana era un sistema di riti civici che garantiva la pace con gli dei per la comunità, ma non prometteva quasi nulla al singolo dopo la morte. Iside prometteva salvezza personale, rinascita, un rapporto diretto fra la dea e il fedele. In una metropoli di un milione di abitanti pieni di sradicati, quella promessa funzionava. Le sale egizie di questo museo raccontano questa storia molto meglio di quanto ci si aspetterebbe.

Come si visita Palazzo Altemps: durata, percorso, accessibilità
Quanto dura la visita di Palazzo Altemps
Il museo si visita bene in un'ora e mezza. Chi vuole leggere le didascalie, fermarsi sul Trono Ludovisi e sul Sarcofago Grande e guardare le pitture del piano nobile arriva comodamente a due ore. In un'ora si vede tutto in modo superficiale, ed è comunque un'ora ben spesa. Il palazzo non è grande: la fatica qui non è fisica, è di attenzione.
L'ordine di visita che consiglio a Palazzo Altemps
La sequenza che uso con i gruppi è questa: cortile e portico con calma, poi subito il piano nobile finché si è freschi, e infine ritorno al piano terra per le sale che si erano saltate. Il motivo è che le opere più impegnative sono al piano superiore e vanno affrontate con la testa lucida. L'errore più comune è consumare quaranta minuti al piano terra e arrivare stanchi davanti al Trono.
Accessibilità di Palazzo Altemps
Il palazzo è un edificio storico e presenta i limiti tipici di questa categoria: dislivelli, soglie, pavimentazioni antiche. Il museo dichiara sul proprio sito le informazioni aggiornate sui servizi per i visitatori con disabilità e sui percorsi accessibili, ed è lì che conviene guardare prima di partire, oppure telefonare al numero 06 684851 per verificare la situazione del giorno. Chi si muove in sedia a rotelle e chi accompagna persone con difficoltà motorie faccia questa verifica preventiva: è l'unico modo per organizzare bene la giornata.
Servizi, fotografie e bagagli
Le fotografie senza flash e senza treppiede sono generalmente consentite nei musei statali; il flash è vietato ovunque perché danneggia le superfici dipinte. Zaini voluminosi e ombrelli vanno lasciati al guardaroba. Il bookshop è piccolo ma ha un catalogo scientifico serio, cosa non frequente. Bar interno non c'è: si esce e in due minuti si è fra i caffè del Rione Ponte.
Quando andare a Palazzo Altemps
Le ore migliori
La prima ora dopo l'apertura, dalle 9:00 alle 10:00, è la fascia migliore in assoluto: il museo è quasi vuoto e la luce del mattino entra bene nelle sale affacciate sul cortile. La seconda finestra buona è fra le 16:00 e le 17:30, quando i gruppi sono altrove e il palazzo torna silenzioso. La fascia da evitare, se possibile, è quella centrale nei fine settimana primaverili.
La prima domenica del mese
La prima domenica di ogni mese l'ingresso è gratuito nei luoghi della cultura statali, e questo museo non fa eccezione. Il mio parere è netto e forse impopolare: qui la gratuità conviene meno che altrove. Palazzo Altemps è un museo di dettagli e di didascalie, che si gode nel silenzio; nella domenica gratuita si riempie di visitatori che passano di corsa e il rapporto qualità della visita contro risparmio, per me, non regge. Meglio pagare 15 euro un martedi mattina.
Palazzo Altemps quando piove
Con la pioggia questo museo diventa una scelta eccellente. È interamente coperto, il cortile ha la copertura mobile, e si trova a due passi da altri interni visitabili. Una giornata di maltempo in centro può diventare un itinerario di sole cose belle: prima qui, poi San Luigi dei Francesi con la cappella Contarelli, poi i sotterranei dello stadio di Domiziano.
Palazzo Altemps con i bambini
Funziona meglio di quanto si creda, a due condizioni. La prima è la durata: con bambini sotto i dieci anni si sta dentro quaranta minuti, non due ore. La seconda è avere una storia da raccontare per ogni sala, perché una statua senza racconto per un bambino è un oggetto bianco.
Le storie ci sono, e sono forti. Il Galata che si uccide per non essere catturato. Il toro sacro egizio. Il generale a cavallo del sarcofago in mezzo a una battaglia. La cappella con l'affresco della decapitazione, che ai ragazzini di undici o dodici anni fa un effetto enorme: valutate voi la sensibilità del vostro. Il gioco che funziona sempre è la caccia alle parti rifatte: si mostra un braccio integrato, si spiega come si riconosce, e da quel momento i bambini vanno in giro da soli a cercare i pezzi moderni. Escono avendo capito una cosa vera sul restauro, e senza essersi annoiati un minuto.
Quanto costa Palazzo Altemps e come si risparmia
Il biglietto intero è 15 euro e vale sette giorni in tutte le sedi del Museo Nazionale Romano. È probabilmente il rapporto fra prezzo e contenuto migliore dell'intera offerta museale romana: quattro sedi, una settimana di tempo, quindici euro. Il ridotto è 2 euro per le categorie previste dalla normativa statale sui luoghi della cultura, che include i cittadini dell'Unione Europea fra i diciotto e i venticinque anni. I minori di diciotto anni entrano gratuitamente. La convenzione Musei in rete prevede un titolo a 10 euro.
Chi vive a Roma o ci torna spesso dovrebbe guardare la tessera annuale del museo: 30 euro intera, 20 ridotta, ingressi illimitati per un anno in tutte le sedi. Bastano due visite complete perché convenga. Aggiungo un avvertimento pratico: sul sito ufficiale è indicato che i biglietti acquistati attraverso i canali ufficiali non sono rimborsabili, quindi si compra quando si è certi della data.
Attenzione infine a un punto che cambia la pianificazione: la Crypta Balbi risulta temporaneamente chiusa al pubblico e alle Terme di Diocleziano alcuni ambienti, fra cui la Natatio, l'Aula VIII e il Museo della Protostoria, non sono al momento visitabili. Prima di costruire un itinerario sulle quattro sedi conviene controllare lo stato di apertura sul sito ufficiale del museo.
Cosa vedere intorno a Palazzo Altemps
A due minuti a piedi
Uscendo dal museo si è a un centinaio di passi da Piazza Navona, che conserva la forma dello stadio di Domiziano perché è letteralmente costruita dentro di esso. I sotterranei dello stadio si visitano da via di Tor Sanguigna, all'angolo settentrionale della piazza, e sono la spiegazione fisica di quella forma. Sul lato occidentale della piazza c'è il Museo Napoleonico, un appartamento ottocentesco intatto che quasi nessuno visita e che vale una mezz'ora.
Chiese e palazzi nel raggio di dieci minuti
La chiesa di Sant'Agostino, poco a nord, conserva la Madonna dei Pellegrini di Caravaggio, il Profeta Isaia di Raffaello e la Madonna del Parto di Jacopo Sansovino: tre capolavori in una navata sola, senza biglietto. Poco più avanti c'è San Luigi dei Francesi con il ciclo di Caravaggio nella cappella Contarelli, che resta uno degli appuntamenti più intensi che Roma possa offrire. Sul lato opposto di Corso del Rinascimento si trova Palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica, visitabile in giornate stabilite.
Un itinerario di mezza giornata
Se avete quattro ore e volete costruire un percorso coerente, questo funziona: Palazzo Altemps la mattina presto, Sant'Agostino, San Luigi dei Francesi, pranzo veloce, poi il Museo di Roma a Palazzo Braschi oppure una passeggiata fino a Campo de' Fiori. Chi preferisce restare sul tema dell'archeologia collezionata può invece proseguire verso il Pantheon e poi risalire verso Palazzo Massimo, usando lo stesso biglietto.
Palazzo Altemps e le altre grandi collezioni romane
Vale la pena collocare questo museo nella mappa delle raccolte nobiliari di Roma. La Galleria Borghese nacque negli stessi anni della raccolta Ludovisi e da una logica identica, con il cardinale Scipione Borghese che rastrellava antichità e commissionava a Bernini i gruppi che oggi tutti conoscono. La differenza sta nell'esito: Borghese è rimasta nella sua villa, Ludovisi ha perso la propria e ha trovato ospitalità qui.
Chi vuole vedere invece come lo Stato ha organizzato l'archeologia in senso scientifico deve andare a Palazzo Massimo, dove il criterio è cronologico e tematico. Il confronto fra i due allestimenti, a cinque fermate di distanza e con lo stesso biglietto, è la lezione di museologia più economica che si possa seguire a Roma. E per chi vuole chiudere il cerchio sull'architettura difensiva e residenziale del Rinascimento romano c'è Castel Sant'Angelo, dall'altra parte del fiume.
Una curiosità su Palazzo Altemps - Museo Nazionale Romano
La curiosità che quasi nessuno conosce riguarda il sottosuolo di questo isolato e il modo in cui l'antichità arrivava fisicamente a Roma. Dall'età di Augusto, a circa 160 metri a monte del Ponte Elio, funzionava uno dei due porti marmorari della città. L'altro era alla Marmorata, sotto l'Aventino, nell'area che oggi chiamiamo Testaccio. Qui, davanti al palazzo che stiamo visitando, il Tevere si allargava in banchine dove attraccavano le chiatte cariche di blocchi provenienti da tutto il Mediterraneo.
Non era soltanto uno scalo. In questo punto aveva sede la Statio rationis marmorum, l'ufficio che amministrava il monopolio imperiale sulle cave. Significa che il marmo era una risorsa di Stato, contabilizzata come il grano: ogni blocco portava incisi i bolli con l'anno, il nome del funzionario responsabile, la cava di provenienza. Chi studia questi bolli ricostruisce l'economia dell'impero meglio che leggendo gli storici antichi.
L'approdo fu individuato nel 1891 durante gli sterri per i muraglioni del Tevere. Fu documentato in modo sbrigativo e poi distrutto. Nella zona compresa fra Sant'Andrea della Valle, la Chiesa Nuova e il fiume sono emerse le tracce di numerose botteghe di marmorari, e in alcune di esse sono stati trovati blocchi appena sbozzati insieme agli attrezzi, riferibili alla fine dell'età di Traiano: officine abbandonate in fretta, per motivi che non conosciamo.
Tenete insieme le due cose e la curiosità diventa qualcosa di più. Le sculture che oggi si ammirano nelle sale di questo palazzo furono in buona parte scolpite da maestranze che lavoravano a poche centinaia di metri da qui, con marmo scaricato sotto queste finestre. L'antico non è arrivato a Roma da lontano: è stato prodotto qui, in questo quartiere, come si produce qualunque manufatto in un distretto industriale. Il museo è costruito sopra la propria officina.
Una cosa che non ti dice nessuno su Palazzo Altemps - Museo Nazionale Romano
Alzate lo sguardo verso il coronamento del palazzo, sull'altana progettata da Martino Longhi il Vecchio e completata dal figlio Onorio. Il belvedere porta scolpiti due emblemi affiancati: lo stambecco degli Altemps e la rosa degli Orsini. Sono lì per commemorare il matrimonio fra Roberto Altemps e Cornelia Orsini.
Ora tenete presente il resto della storia. Roberto Altemps, figlio naturale del cardinale Marco Sitico, prefetto delle armi papali in Avignone e primo duca di Gallese, fu accusato di adulterio e decapitato nel 1586, a vent'anni, per ordine di Sisto V. Il legame politico con gli Orsini, nemici dichiarati del pontefice, è considerato dalla lettura corrente il vero movente della condanna, anche se sul punto la storiografia mantiene prudenza: l'esecuzione è documentata, il calcolo politico che lo motiva resta interpretazione.
Quello stemma, quindi, celebra sul tetto di casa esattamente l'unione che, con ogni probabilità, costò la testa allo sposo. Ed è rimasto lì. Nessuno lo ha scalpellato, nessuno lo ha coperto, in quattro secoli. Nella Roma delle famiglie che riscrivevano il proprio passato a ogni cambio di pontefice, gli Altemps hanno tenuto in facciata il monumento alla propria disgrazia.
La stessa logica ritorna dentro il palazzo, nella cappella. Nel 1604 Clemente VIII donò alla famiglia le spoglie di papa Aniceto; nel 1617 Giovanni Angelo Altemps fece dipingere nello stesso ambiente sacro un grande affresco con la decapitazione del padre. Un papa martire dei primi secoli e un duca giustiziato da un papa, nella medesima stanza. Non conosco a Roma un'altra dichiarazione araldica e figurativa altrettanto ostinata. E si vede da fuori, gratis, semplicemente alzando la testa da Piazza di Sant'Apollinare.
Il consiglio che ti do per visitare Palazzo Altemps - Museo Nazionale Romano
Il consiglio numero uno riguarda l'orario e non è negoziabile: venite all'apertura, alle 9:00 di un giorno feriale. Questo museo si comporta in modo diverso dagli altri rispetto all'affollamento. Le sale sono piccole, molte opere si guardano da un unico punto utile e la lettura delle superfici richiede silenzio. Con dieci persone dentro è un'esperienza; con cinquanta è un corridoio.
Il secondo consiglio riguarda l'ordine. Non consumate energie al piano terra. Cortile e portico meritano dieci minuti, non quaranta; poi salite subito al piano nobile, dove sono il Trono Ludovisi, l'Ares, il Galata, il Sarcofago Grande e le sale dipinte. Sono le opere che chiedono concentrazione e vanno affrontate quando la testa è fresca. Al piano terra si torna alla fine, per chiudere.
Il terzo consiglio è un metodo di sguardo, ed è quello che cambia davvero la visita. Davanti a ogni scultura, prima di leggere la didascalia, cercate le parti rifatte: differenze di lucidatura, spigoli troppo netti, giunzioni nascoste nelle pieghe, mani e piedi. Vi accorgerete in poco tempo che quasi tutto quello che avete davanti è un oggetto a due tempi, antico nel nucleo e secentesco nel completamento. Da quel momento il museo diventa leggibile.
Il quarto è pratico: usate il biglietto per intero. Vale sette giorni e comprende le altre sedi del Museo Nazionale Romano. Chi paga quindici euro e visita solo questo palazzo sta buttando via due terzi di quello che ha comprato. Verificate prima gli ambienti aperti nelle altre sedi, perché non sono tutti visitabili in questo periodo.
Un'ultima cosa, e su questa sono categorico: la cappella di Sant'Aniceto va guardata con calma, seduti se possibile, per almeno cinque minuti. È l'ambiente più intenso del palazzo e la media di permanenza dei visitatori è inferiore al minuto. Se vi fermate, avrete visto una cosa che quasi nessuno vede.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Tutti sanno che il Museo Nazionale Romano ha più sedi. Quasi nessuno usa questa informazione nel modo giusto, e le conseguenze sono concrete.
Il fatto è semplice: il biglietto di 15 euro non è il biglietto di Palazzo Altemps. È il biglietto del Museo Nazionale Romano, vale sette giorni dal primo ingresso e apre le porte di tutte le sedi dell'istituto. Chi visita questo palazzo e poi il giorno dopo paga di nuovo altrove ha pagato due volte la stessa cosa. Succede quotidianamente, perché l'informazione c'è ma non viene letta.
La ragione storica di questa dispersione è altrettanto poco citata. Il Museo Nazionale Romano nacque nel 1889 nel complesso delle Terme di Diocleziano, con l'idea di concentrare in un solo luogo i materiali archeologici che i lavori edilizi della nuova capitale stavano restituendo a ritmo impressionante. In pochi decenni il patrimonio superò qualunque previsione: gli scavi per le fognature, per i muraglioni del Tevere, per i quartieri nuovi consegnarono decine di migliaia di reperti. La sede unica divenne impossibile e l'istituto si articolò su più edifici, ciascuno con una vocazione: la statuaria e la pittura a Palazzo Massimo, l'epigrafia e la protostoria alle Terme, la città tardoantica e medievale alla Crypta Balbi, il collezionismo qui.
Ne deriva una conseguenza che vale la pena esplicitare: nessuna delle quattro sedi è autosufficiente e nessuna è la sede principale nel senso in cui lo si intende di solito. Sono quattro capitoli dello stesso discorso. Chi ne visita uno solo ha letto un capitolo e chiuso il libro.
Aggiungo il dato pratico, perché cambia la pianificazione di chi legge: al momento la Crypta Balbi risulta temporaneamente chiusa e alle Terme di Diocleziano non sono visitabili la Natatio, l'Aula VIII e il Museo della Protostoria. Lo stato di apertura va controllato sul sito ufficiale prima di distribuire i sette giorni del biglietto.
La foto giusta da fare a Palazzo Altemps - Museo Nazionale Romano
La fotografia migliore di questo museo non è una statua isolata su fondo neutro. È la statua dentro l'architettura, perché è quello il senso del posto.
Il punto numero uno è il portico del cortile. Mettetevi sotto un'arcata del lato lungo e inquadrate una scultura sotto l'arco successivo, in modo che la curva dell'arcata faccia da cornice al marmo e sullo sfondo si veda il lato opposto del cortile. La luce migliore è quella della mattina, quando il sole entra di taglio e la copertura mobile diffonde senza appiattire. Tenete l'orizzonte dritto e le linee verticali parallele: in un cortile rinascimentale una verticale storta si nota subito.
Il punto numero due è il loggiato affrescato del piano nobile. Qui l'inquadratura che funziona è quella lunga, in profondità: la fila di sculture bianche che si allontana con la vegetazione dipinta sulle pareti e la fontana policroma in fondo. È la fotografia che spiega l'idea di questo palazzo meglio di qualunque didascalia. Serve una mano ferma perché la luce è bassa; appoggiatevi allo stipite di una porta, dato che il treppiede non è ammesso.
Il punto numero tre non è dentro il museo. Uscite in Piazza di Sant'Apollinare, attraversate e cercate l'inquadratura verso l'alto sull'altana, con lo stambecco e la rosa. Fotografia difficile per la prospettiva forzata, ma è l'unica immagine che contiene tutta la storia della famiglia.
Due regole tecniche e una di educazione. Niente flash: è vietato e danneggia i pigmenti. Niente treppiede negli ambienti stretti. E aspettate il vostro turno davanti al Trono Ludovisi invece di infilare il telefono davanti a chi lo sta guardando; è un rilievo che merita silenzio, non una coda di braccia tese.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il primo avvenimento è un cantiere mancato. Girolamo Riario voleva il palazzo pronto per il matrimonio con Caterina Sforza, celebrato nel 1477; i lavori non furono conclusi prima del 1480. Sembra un dettaglio amministrativo e invece racconta il ritmo reale del nepotismo di Sisto IV: si costruiva in fretta, si spendeva molto, e quando il papa moriva tutto si fermava. Caduta la fortuna dei Riario, il palazzo passò ad altri.
Il secondo avvenimento è l'acquisto del 1568 da parte del cardinale Marco Sitico Altemps, nipote di Pio IV per parte di madre. Con lui questo edificio smette di essere una proprietà e diventa la sede di un casato: nascono la Biblioteca Altempsiana, poi confluita nella Vaticana, e la prima raccolta di sculture antiche del palazzo. È l'atto di fondazione remoto del museo che si visita oggi.
Il terzo è l'esecuzione di Roberto Altemps nel 1586, condannato a vent'anni per adulterio da Sisto V, con la lettura politica che ho già richiamato. Il quarto è la donazione del 1604: Clemente VIII consegna alla famiglia le spoglie di papa Aniceto e la cappella privata diventa il sepolcro di un pontefice. Il quinto è il 1617, l'anno in cui Giovanni Angelo Altemps fa dipingere nella stessa cappella l'affresco con la decapitazione del padre.
Il sesto avvenimento è del 1690 e ha conseguenze letterarie enormi: in questo palazzo viene fondata l'Accademia dell'Arcadia, che per oltre un secolo detta il gusto poetico italiano e che oggi ha sede al Bosco Parrasio, sul Gianicolo. Il settimo è settecentesco: il cardinale Melchior de Polignac prende il palazzo in affitto come sede diplomatica francese e ne fa un centro di mondanità e di lusso.
L'ottavo appartiene alla storia dell'istruzione romana: passato nell'Ottocento alla Santa Sede, l'edificio ospita dal 1871 al 1903 l'istituto scolastico de Merode, che poi si trasferisce nei pressi di Piazza di Spagna. Il nono è del 1982, quando il palazzo entra nel patrimonio dello Stato con l'acquisto da parte del Ministero per i Beni Culturali. Segue un restauro architettonico molto accurato, con recuperi decorativi importanti, fra cui gli affreschi riemersi nella Sala della Piattaia, riferiti alla scuola di Melozzo da Forli.
Il decimo e ultimo avvenimento è l'apertura al pubblico come sede del Museo Nazionale Romano: da quel momento un palazzo di famiglia diventa il luogo in cui lo Stato italiano racconta come i romani hanno collezionato la propria antichità. Cinque secoli di proprietà privata sfociano in un bene comune, il che a Roma non è affatto il finale più frequente.
Chi è passato da Palazzo Altemps - Museo Nazionale Romano
Si comincia da una donna. Caterina Sforza, che qui doveva iniziare la propria vita romana nel 1477, sarebbe diventata la signora di Imola e Forli e una delle figure politiche più determinate del Rinascimento italiano, capace di difendere Ravaldino contro Cesare Borgia. Il suo matrimonio con Girolamo Riario è la ragione per cui questo cantiere fu aperto.
Poi i cardinali. Francesco Soderini, fiorentino, che nel 1511 chiamò Antonio da Sangallo il Vecchio e Baldassarre Peruzzi. Innocenzo Cybo, nipote di Innocenzo VIII e uomo della cerchia medicea, che vi abitò fra il 1513 e il 1518 e fu poi vescovo di Genova, arcivescovo di Torino e legato pontificio della Provincia Romandiolae presso Bologna. Marco Sitico Altemps, che nel 1568 lo comprò e lo trasformò nella casa di un casato. Ludovico Ludovisi, nipote di Gregorio XV, la cui collezione è oggi il cuore del museo pur non essendo mai appartenuta a questo palazzo.
Poi gli architetti e gli artisti: Melozzo da Forli per il disegno quattrocentesco, Peruzzi per il cortile, Martino Longhi il Vecchio e il figlio Onorio per il completamento e per l'altana, Francesco Vespignani per il restauro ottocentesco del teatro. E, per interposta scultura, Gian Lorenzo Bernini, il cui intervento sull'Ares Ludovisi è concordemente riferito dalla critica al restauro voluto dal cardinale Ludovisi.
Poi i papi, che qui non sono comparse: Sisto IV all'origine del cantiere, Pio IV nella parentela del cardinale Altemps, Sisto V che manda a morte Roberto, Clemente VIII che dona le reliquie di papa Aniceto, Gregorio XV il cui nipote costruisce la collezione. Cinque pontificati intrecciati con un solo isolato.
Nel Settecento il palazzo ospita la mondanità francese del cardinale Melchior de Polignac. La tradizione locale ricorda che vi recitò Pietro Metastasio e che vi suonò Wolfgang Amadeus Mozart durante il soggiorno romano: sono notizie tramandate dalla memoria del palazzo, che riporto come tali e non come dato d'archivio verificato. Metastasio, del resto, era figlio dell'Arcadia fondata proprio qui, e il legame ha una sua coerenza.
Infine, per via indiretta, l'intera cultura europea del Settecento e dell'Ottocento è passata di qui attraverso una scultura: la testa colossale di Giunone, ammirata da Winckelmann, citata da Schiller, ammirata da Wilhelm von Humboldt, tenuta in calco da Goethe nella sua casa romana. Non venivano in questo palazzo, ma il loro canone del bello si è formato davanti a un marmo che oggi si guarda qui, al primo piano, con quindici euro di biglietto.
Domande veloci su Palazzo Altemps - Museo Nazionale Romano
Dove si trova esattamente Palazzo Altemps
In Piazza di Sant'Apollinare 46, nel Rione Ponte, a meno di duecento metri dal lato settentrionale di Piazza Navona. L'ingresso è sulla piazza, davanti alla chiesa di Sant'Apollinare.
Quanto costa il biglietto per Palazzo Altemps
Il biglietto unico del Museo Nazionale Romano costa 15 euro intero e 2 euro ridotto. Esiste una tariffa a 10 euro per la convenzione Musei in rete e un titolo separato da 5 euro per la sola Aula Ottagona.
Il biglietto di Palazzo Altemps vale anche per gli altri musei
Si. Vale sette giorni dal primo ingresso in tutte le sedi del Museo Nazionale Romano: Palazzo Altemps, Palazzo Massimo alle Terme, Terme di Diocleziano e Crypta Balbi. Prima di programmare, conviene controllare sul sito ufficiale quali ambienti sono aperti.
Quali sono gli orari di Palazzo Altemps
Dal martedi alla domenica, dalle 9:00 alle 19:00. L'ultimo ingresso e la chiusura della biglietteria sono alle 18:00.
Palazzo Altemps è chiuso il lunedi
Si, il lunedi il museo resta chiuso.
Si entra gratis a Palazzo Altemps la prima domenica del mese
Si. La prima domenica di ogni mese l'ingresso è gratuito in tutti i luoghi della cultura statali, compreso questo museo. È anche la giornata più affollata.
Serve prenotare per visitare Palazzo Altemps
Non è obbligatorio. I biglietti si acquistano sul portale ufficiale dei musei italiani oppure in biglietteria; nelle giornate ordinarie si entra senza attesa significativa.
Quanto dura la visita a Palazzo Altemps
Un'ora e mezza per una visita completa e tranquilla, due ore per chi legge le didascalie e si ferma sulle opere principali, un'ora per un passaggio rapido.
Che cosa si vede a Palazzo Altemps
Le collezioni rinascimentali e barocche di scultura antica: la raccolta Boncompagni Ludovisi con il Trono Ludovisi, l'Ares, il Galata suicida, il Sarcofago Grande e la testa colossale di Giunone; la collezione Altemps; la collezione Mattei dalla Villa Celimontana; la sezione egizia; parte della raccolta Gorga. Più il palazzo stesso, con il cortile del Peruzzi, il loggiato dipinto, la chiesa di Sant'Aniceto e il teatro.
Qual è l'opera più importante di Palazzo Altemps
Il Trono Ludovisi, rilievo greco del 460-450 avanti Cristo trovato nel 1887 nell'area degli Horti Sallustiani. Per impatto visivo, molti indicano invece il Sarcofago Grande Ludovisi.
Il Trono Ludovisi è autentico
La grande maggioranza degli archeologi lo considera autentico. Federico Zeri e altri studiosi hanno sostenuto la tesi del falso ottocentesco, ipotizzando la mano di Santo Varni. Il dibattito è rimasto aperto senza ribaltare l'opinione prevalente.
Perché molte statue di Palazzo Altemps hanno parti rifatte
Perché nel Seicento una scultura mutila era considerata inadatta a una galleria. I collezionisti facevano integrare le parti mancanti dai migliori scultori del tempo. Il museo conserva e dichiara queste integrazioni invece di rimuoverle.
Bernini ha lavorato su una statua di Palazzo Altemps
Il restauro secentesco dell'Ares Ludovisi è concordemente riferito dalla critica a Gian Lorenzo Bernini, che intervenne per il cardinale Ludovico Ludovisi.
Palazzo Altemps è accessibile con la sedia a rotelle
Si tratta di un edificio storico con dislivelli e soglie. Le informazioni sui percorsi e sui servizi per i visitatori con disabilità sono pubblicate sul sito ufficiale del museo; per una verifica puntuale conviene telefonare al numero 06 684851.
Si possono fare fotografie a Palazzo Altemps
Nei musei statali le fotografie senza flash e senza treppiede sono generalmente consentite. Il flash è sempre vietato perché danneggia pitture e superfici.
C'è un guardaroba a Palazzo Altemps
Si, zaini ingombranti e ombrelli vanno depositati. Il museo ha anche un bookshop con un catalogo scientifico di buon livello.
Palazzo Altemps è adatto ai bambini
Si, a patto di contenere la visita entro i quaranta minuti e di raccontare le storie delle opere. Il Galata suicida, il toro sacro egizio e la caccia alle parti rifatte funzionano benissimo con i ragazzini.
Che differenza c'è fra Palazzo Altemps e Palazzo Massimo
Palazzo Massimo espone l'archeologia con criterio scientifico, cronologico e tematico, e conserva i grandi cicli di pittura parietale. Palazzo Altemps racconta il collezionismo antiquario e mostra le sculture come le vedeva un cardinale del Seicento, dentro il suo palazzo.
Quante sono le sedi del Museo Nazionale Romano
Quattro: Palazzo Altemps, Palazzo Massimo alle Terme, Terme di Diocleziano con l'Aula Ottagona e Crypta Balbi.
C'è una chiesa dentro Palazzo Altemps
Si, la chiesa di Sant'Aniceto, costruita nel Seicento da Giovanni Angelo Altemps per accogliere le spoglie di papa Aniceto donate dalla famiglia nel 1604 da Clemente VIII. Nello stesso ambiente si trova l'affresco del 1617 con la decapitazione di Roberto Altemps.
Si può visitare il teatro di Palazzo Altemps
Il Teatro Goldoni non fa parte del percorso ordinario: viene aperto per spettacoli, conferenze e iniziative culturali. Il calendario è pubblicato sul sito del museo.
Si può salire sull'altana di Palazzo Altemps
L'accesso all'altana non è sempre compreso nel percorso ordinario e dipende dalle aperture straordinarie. Va verificato sul sito ufficiale del museo.
Chi ha costruito Palazzo Altemps
Il primo cantiere è quattrocentesco, voluto da Girolamo Riario su disegno di Melozzo da Forli e concluso non prima del 1480. Nel 1511 il cardinale Francesco Soderini fece intervenire Antonio da Sangallo il Vecchio e Baldassarre Peruzzi, autore del cortile. Dopo il 1568 il cardinale Marco Sitico Altemps chiamò Martino Longhi il Vecchio e il figlio Onorio.
Perché si chiama Palazzo Altemps
Dal nome del cardinale Marco Sitico Altemps, che lo acquistò nel 1568. Altemps è l'italianizzazione di Hohenems, il casato austriaco da cui proveniva. Prima si chiamava Palazzo Riario.
Quando è diventato museo Palazzo Altemps
Lo Stato lo acquistò nel 1982 tramite il Ministero per i Beni Culturali; dopo un lungo restauro il palazzo è stato aperto al pubblico come sede del Museo Nazionale Romano.
Quanto tempo serve per vedere tutte le sedi del Museo Nazionale Romano
Con il biglietto di sette giorni si organizzano comodamente due mezze giornate. Palazzo Altemps richiede un'ora e mezza, Palazzo Massimo almeno due ore e mezza, le Terme di Diocleziano circa un'ora e mezza.
Cosa c'è da vedere vicino a Palazzo Altemps
Piazza Navona e i sotterranei dello stadio di Domiziano, il Museo Napoleonico, la chiesa di Sant'Agostino con il Caravaggio e il Raffaello, San Luigi dei Francesi con la cappella Contarelli e Palazzo Madama, sede del Senato. Tutto entro dieci minuti a piedi.
Conviene visitare Palazzo Altemps con la pioggia
Si. Il percorso è interamente coperto, compreso il cortile, che ha una copertura mobile, e il museo si trova a pochi passi da altri interni visitabili.
Se dovessi indicare un solo museo romano capace di cambiare il modo in cui si guardano le statue antiche per il resto della vita, indicherei questo. Non per la quantità delle opere, che è contenuta, ma perché è l'unico posto in città dove l'oggetto e il suo destino sono esposti insieme: il marmo greco, la copia romana, il braccio rifatto nel Seicento, la galleria di un cardinale, lo Stato che compra tutto e apre le porte. Ci vado da anni, e continuo a trovarci gente che passa senza entrare, con il biglietto di un altro museo in tasca. Fate un favore a voi stessi: fermatevi mezza giornata, cominciate alle nove, e guardate le mani delle statue.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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