Museo diffuso del rione Testaccio

Il Museo diffuso del rione Testaccio ha tre indirizzi e nessun portone principale: l'area archeologica del Nuovo Mercato Testaccio con lo spazio didattico Sottosopra è in via Lorenzo Ghiberti 19, dentro il mercato coperto (gli altri ingressi affacciano su via Beniamino Franklin, via Alessandro Volta e via Aldo Manuzio); il parco urbano archeologico della Porticus Aemilia è in via Rubattino 34, con i resti visibili anche da via Giovanni Branca e via Florio; l'Emporium, il porto fluviale, è sul lungotevere Testaccio davanti al civico 11. Metropolitana linea B, fermata Piramide, e da lì si cammina: sette minuti al mercato, dieci al lungotevere. Le linee di superficie 718, 719 e 775 servono il rione fino a largo Giovanni Battista Marzi, l'ex Mattatoio. Le aree archeologiche del ministero si visitano solo con visita guidata o accompagnata, su prenotazione, e la visita non ha un biglietto: si lascia un contributo libero. Il calendario delle aperture copre da settembre a luglio, con il secondo martedì del mese riservato ai gruppi che arrivano con la propria guida; ad agosto il museo è chiuso. Le prenotazioni si fanno per posta elettronica, a ss-abap-rm.museotestaccio@beniculturali.it per i gruppi con guida propria e a sottosopra.testaccio@gmail.com per singoli, scuole e gruppi senza guida. Le visite all'area archeologica sotto il mercato sono sospese per lavori di ristrutturazione degli ambienti: la ripresa viene annunciata sulla pagina dell'area archeologica del Mercato Testaccio. Il percorso rionale con i pannelli, invece, è sempre accessibile e non costa nulla, perché è fatto di strade.

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Musei Vaticani e Cappella Sistina✦ Vai all'apertura

Musei Vaticani e Cappella Sistina

Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.

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Tour a piedi✦ Il classico

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Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.

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Galleria Borghese✦ Prenotazione obbligatoria

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Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.

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Food tour✦ Vieni affamato

Food tour

Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.

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Corsi di cucina✦ Si mangia alla fine

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Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.

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Degustazioni di vino✦ Anche in città

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In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.

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Colosseo, Foro e Palatino

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Tour in golf cart✦ Poco cammino

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Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.

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Bar hopping e vita notturna✦ Dopo le 21

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Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.

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Vespa e Ape Calessino✦ Foto garantite

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Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.

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Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.

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Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.

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Colosseo: sotterranei e arena✦ Accesso limitato

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Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.

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Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.

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Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.

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Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.

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Terme di Caracalla✦ Poco affollato

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La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.

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Vaticano: ingresso anticipato✦ Prima dell'apertura

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Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.

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Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.

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Se state costruendo un itinerario romano fuori dai circuiti obbligati, la pagina delle attrazioni turistiche di Roma raccoglie il resto delle proposte, ma vi avverto subito: questo è il posto meno museale della città, e proprio per questo funziona.

Museo diffuso del rione Testaccio
Museo diffuso del rione Testaccio

Che cos'è davvero il Museo diffuso del rione Testaccio

Chi arriva qui aspettandosi un edificio con la biglietteria e il guardaroba rimane spiazzato per almeno un quarto d'ora. Il Museo diffuso del rione Testaccio non ha un edificio. È un progetto nato dentro la Soprintendenza Speciale Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Roma, cioè l'ufficio periferico del ministero della Cultura che tutela l'archeologia della città, e consiste nel trattare sessanta ettari di quartiere come se fossero le sale di un museo unico. Le vetrine sono i cancelli di un parco, il pavimento di un mercato rionale, un muraglione sul Tevere. La collezione è la stratificazione: il porto repubblicano, i magazzini imperiali, gli orti medievali, le case operaie dell'Ottocento, la facoltà di Architettura di oggi.

L'idea non è un vezzo. Testaccio ha una caratteristica che pochi quartieri romani condividono: la continuità funzionale. Ha fatto lo stesso mestiere per ventidue secoli. Nel II secolo avanti Cristo scaricava anfore dalle chiatte, nel Novecento macellava e vendeva carne, oggi vende carciofi e pesce nello stesso rettangolo di terra. Un archeologo lo chiama laboratorio; un romano che ci ha comprato la spesa per quarant'anni lo chiama semplicemente il quartiere. Il museo diffuso mette insieme le due letture.

Un museo senza muri: come funziona il Museo diffuso del rione Testaccio

Il progetto si articola in sei componenti dichiarate. Il percorso rionale, con pannellistica didattico-informativa disposta sulle strade. Il percorso multimediale, pensato per accompagnare la camminata con contenuti digitali. L'area archeologica dell'Emporium, il porto fluviale sul lungotevere. Il parco urbano archeologico della Porticus Aemilia, fra via Rubattino e via Branca. L'area archeologica del Nuovo Mercato Testaccio, sotto i banchi della frutta. L'area espositivo-didattica per l'infanzia, dai quattro agli undici anni, chiamata Sottosopra, l'archeologia a piccoli passi.

Il funzionamento è asimmetrico e va capito prima di partire da casa. Il percorso rionale è libero, gratuito, disponibile a qualunque ora: si cammina e si legge. Le tre aree archeologiche, invece, sono monumenti sotto tutela e si aprono soltanto con visita accompagnata su prenotazione, in giorni stabiliti. Non è una scelta commerciale: sono spazi ipogei, stretti, con problemi di sicurezza e di conservazione, e la sorveglianza ministeriale ha un organico che tutti conoscono. La mia opinione, dopo aver portato gruppi in mezza Roma, è che questa asimmetria sia il vero limite del progetto: la parte più bella è quella che si apre meno.

Chi gestisce il Museo diffuso del rione Testaccio

La regia è statale. Il museo diffuso appartiene alla Soprintendenza Speciale di Roma, quindi al ministero della Cultura, e questo ha una conseguenza pratica che conviene sapere prima di mettersi in fila da qualche parte: le tessere cittadine di Roma Capitale non c'entrano nulla con queste aree, e nemmeno servono, dato che la visita accompagnata non prevede biglietto ma un contributo volontario. La MIC Card, che è la tessera del sistema civico romano, qui non apre niente perché non c'è niente da aprire a pagamento.

Il discorso cambia a duecento metri di distanza. Il Monte dei Cocci, che chiude il rione a sud, è un bene di Roma Capitale, gestito dalla Sovrintendenza Capitolina: lì il biglietto esiste, segue la tariffazione comunale in vigore, e la MIC Card dà diritto all'ingresso gratuito. Il Cimitero Acattolico, dall'altro lato di via Nicola Zabaglia, è un ente privato con una sua amministrazione autonoma e chiede un contributo di cinque euro a visitatore: nessuna tessera pubblica ci vale. Questa distinzione fra statale, civico e privato è la cosa che confonde più spesso i visitatori, e la ripeto sempre all'inizio di ogni giro.

Che cosa fa parte del Museo diffuso del rione Testaccio e che cosa no

Qui bisogna essere precisi, perché in giro si legge di tutto. Fanno parte del museo, come tappe del sistema espositivo, l'Emporium, la Porticus Aemilia, l'area archeologica del Nuovo Mercato, lo spazio Sottosopra, il percorso rionale con i pannelli e il percorso multimediale. Il Monte Testaccio compare nel sistema come monumento del rione ed è raccontato dai pannelli, ma la sua visita passa da un altro ente e da un'altra prenotazione. La Piramide Cestia, il Cimitero Acattolico, il Cimitero del Commonwealth, gli Horrea Galbana, l'ex Mattatoio, le Mura Aureliane e la caserma dei vigili del fuoco compaiono nella cartografia del rione come emergenze monumentali del territorio, e alcuni di essi sono citati nella brochure del progetto, ma non sono aree che il museo diffuso apre o gestisce.

Detto in modo brutale: il museo diffuso vi racconta il quartiere intero, ma vi fa entrare soltanto in casa propria. È una precisazione che vale il prezzo di una mattinata, perché evita di presentarsi al cancello sbagliato con la mail sbagliata.

Il rione Testaccio prima del museo: sessanta ettari di storia

Il Museo diffuso del rione Testaccio si capisce solo se si capisce la piana su cui poggia. Sono circa sessanta ettari sulla riva sinistra del Tevere, un'ansa chiusa a est dall'Aventino e a sud dal tracciato delle mura. Terreno alluvionale, pianeggiante, servito dall'acqua: la combinazione perfetta per un porto, la peggiore per abitarci senza fognature. Entrambe le cose sono successe, a millenovecento anni di distanza.

Dal Foro Boario all'Emporium: perché il porto si spostò qui

L'antico approdo di Roma era al Foro Boario, sotto l'attuale Bocca della Verità, in quella piazza fluviale che oggi conosciamo per i due tempietti repubblicani e per la fila davanti al mascherone. A partire dal II secolo avanti Cristo quel bacino divenne insufficiente. Roma aveva vinto Cartagine, il grano e l'olio arrivavano in quantità che la città non aveva mai movimentato, e le chiatte che risalivano il Tevere da Ostia avevano bisogno di banchine più lunghe e di magazzini più grandi.

La soluzione fu la piana del Testaccio. Nel 193 avanti Cristo gli edili Marco Emilio Lepido e Lucio Emilio Paolo fecero costruire l'Emporium, il grande porto fluviale, e la Porticus Aemilia che ne portava il nome di famiglia. Nel 174 avanti Cristo i censori Quinto Fulvio Flacco e Aulo Postumio Albino fecero pavimentare la banchina in pietra e la dotarono di magazzini. Fra il I e il II secolo dopo Cristo, con l'impero al massimo del suo traffico marittimo, l'area si riempì di horrea: gli Horrea Galbana, i Lolliana, i Seiana, nomi di famiglie senatorie che avevano investito nel deposito di derrate come oggi si investe nella logistica.

Da quel movimento nacque il fenomeno che ha dato il nome al quartiere. Le anfore olearie che arrivavano dalla Betica, cioè dall'Andalusia, e in parte dalla Bizacena tunisina, erano vasi globulari da circa settanta litri, con pareti spesse: una volta svuotate non si riusciva a riciclarle, perché si rompevano in grandi frammenti curvi impossibili da ridurre in cocci minuti. Vennero accumulate in una discarica controllata poco lontano dalla banchina. Quella discarica oggi è una collina alta trentacinque metri.

La ruralizzazione e i prati del popolo romano

Fra il V e il VII secolo dopo Cristo il porto smise di funzionare. I magazzini si svuotarono, il livello del fiume e le alluvioni fecero il resto, e la piana subì un progressivo fenomeno di ruralizzazione. Dall'età medievale l'area fu destinata a orti e vigne: gli scavi sotto il mercato hanno intercettato proprio queste tracce di attività agricola, sopra le strutture imperiali. Una parte del pianoro restò invece a uso collettivo ed era nota come prati del popolo romano, toponimo che dice tutto sul suo statuto giuridico e sul suo aspetto.

Sono i secoli in cui il Monte dei Cocci entra nel folclore cittadino: giochi carnevaleschi, tornei, la ruzzica de li porci, e dal Quattrocento la Via Crucis del Venerdì Santo che saliva fino alla croce piantata sulla cima, a riprodurre il Golgota alle porte di Roma. Il quartiere, in senso urbanistico, non esisteva ancora. Esisteva un prato con una montagna di terracotta sopra.

Il Piano Regolatore del 1871 e il rione operaio

La svolta arriva con Roma capitale. Il Piano Regolatore del 1871 destinò l'area agli stabilimenti industriali e alle annesse abitazioni operaie: la vecchia vocazione produttiva tornava dopo millecinquecento anni, con altri mezzi. Su progetto dell'architetto Gioacchino Ersoch venne realizzato il Mattatoio comunale, costruito fra il 1888 e il 1891, considerato ancora oggi uno dei più importanti edifici di archeologia industriale della città per la modernità e l'originalità delle strutture: padiglioni bassi, ghisa, corti, un impianto razionalista con quarant'anni di anticipo sul razionalismo.

Le case popolari, invece, andarono molto peggio. Furono costruite senza dotarle di infrastrutture adeguate: niente rete idrica decente, niente elettricità, fognature insufficienti. Il risultato furono condizioni di vita precarie che hanno segnato la memoria del rione per due generazioni. Chi racconta il Testaccio come quartiere pittoresco dovrebbe passare mezz'ora sui documenti sanitari di quegli anni.

Il ventennio e la trasformazione sociale del rione

Il regime fascista promosse una seconda fase edilizia, con il graduale inserimento nel quartiere dei ceti medi impiegatizi e una progressiva trasformazione sociale. È il Testaccio dei lotti a corte chiusa, dei palazzi con il cortile interno e la fontanella, quello che ancora oggi dà al rione la sua fisionomia compatta e il suo strano silenzio serale. La convivenza fra operai del mattatoio e impiegati ministeriali ha prodotto un tessuto sociale particolare, che il quartiere si porta dietro ancora adesso.

Il Testaccio di oggi: università, design e arte contemporanea

Il rione ha cambiato mestiere un'altra volta senza cambiare pelle. Il Dipartimento di Architettura dell'Università Roma Tre occupa i padiglioni dell'ex Mattatoio in largo Giovanni Battista Marzi 10, con aule, laboratori e biblioteca dentro le strutture di Ersoch. L'Istituto Europeo di Design ha un polo in via Giovanni Branca 122, a poche decine di metri dalla Porticus Aemilia. Gli spazi espositivi dell'ex Mattatoio, oggi riuniti sotto il nome di Mattatoio e affidati all'Azienda Speciale Palaexpo, ospitano mostre e rassegne, mentre il museo di arte contemporanea di Roma Capitale ha ormai una sola sede, quella di via Nizza: chi cerca il MACRO a Testaccio farebbe un viaggio a vuoto.

Museo diffuso del rione Testaccio
Museo diffuso del rione Testaccio

Le tappe del Museo diffuso del rione Testaccio, una per una

Adesso entriamo nelle sale, che qui sono all'aperto o sottoterra. Le descrivo nell'ordine in cui le farei visitare a un gruppo, che non è l'ordine cronologico ma quello della camminata.

L'area archeologica dell'Emporium

Sul lungotevere Testaccio, di fronte al civico 11, sotto il livello della strada moderna, sopravvive un tratto della banchina del porto repubblicano. È pavimentata con grandi lastre di travertino, e questo dettaglio dice più di mille pagine sull'economia romana: il travertino era un materiale caro, e lo si usava per il piano di scarico di un porto perché doveva reggere il peso delle anfore, il carrello dei facchini e il passaggio quotidiano di centinaia di persone per secoli.

Il complesso portuale si estendeva per circa cinquecento metri di fronte fluviale con una novantina di metri di profondità. Verso il fiume la banchina era chiusa da un lungo muro inclinato, e in quel muro erano inserite le pietre d'ormeggio forate a cui si legavano le gomene delle chiatte: i fori si vedono ancora, ed è la cosa che colpisce di più i visitatori, perché è un gesto tecnico, riconoscibile, identico a quello di un marinaio di oggi. Dietro, due file di magazzini si affacciavano su un portico coperto, con gli uffici al livello superiore. Da qui passavano anfore di vino, grano, garum e olio, e blocchi e lastre di marmo destinati ai cantieri della città.

L'Emporium fu abbandonato entro il IV secolo, si interrò, in età medievale ospitò sepolture e poi venne dimenticato del tutto. Riemerse durante gli scavi del 1868-1870, quelli aperti per costruire i muraglioni del Tevere: la stessa opera che ha salvato Roma dalle piene ha decapitato il porto antico e allo stesso tempo lo ha riportato alla luce. Altri interventi lo hanno riesposto nel 1952 e poi dal 1974 in avanti. Oggi l'area si apre in occasione delle visite programmate, e la mia opinione è netta: è la tappa più impressionante delle tre, ed è quella che si vede meno.

Il parco urbano archeologico della Porticus Aemilia

Fra via Rubattino, via Giovanni Branca e via Florio, incastrati fra i palazzi umbertini, affiorano i piloni di quello che fu il più grande edificio coperto della Roma repubblicana. La Porticus Aemilia venne edificata nel 193 avanti Cristo dagli edili Marco Emilio Lepido e Lucio Emilio Paolo e ricostruita nel 174 avanti Cristo dai censori Quinto Fulvio Flacco e Aulo Postumio Albino. Le misure sono da capogiro anche per chi è abituato a Roma: quattrocentottantasette metri di lunghezza, sessanta di larghezza, venticinquemila metri quadrati coperti, cinquanta navate coperte a volta a botte sostenute da duecentonovantaquattro pilastri disposti su sette file, digradanti verso il fiume.

La tecnica è la vera notizia. È opus incertum di tufo, cioè conglomerato cementizio con paramento di scaglie irregolari: uno dei primi cantieri in cui i Romani sperimentano su scala colossale il calcestruzzo e la volta. Chi guarda quei piloni sbrecciati fra i condomini di via Branca guarda il prototipo di tutto quello che verrà dopo, dalle Terme di Caracalla al Pantheon. È una frase che ho detto decine di volte davanti a quelle rovine e continuo a pensare che sia vera.

Il parco è stato inaugurato il 9 maggio 2015 dopo tre anni di scavi condotti dalla Soprintendenza insieme al Reale Istituto Neerlandese di Roma, che hanno liberato e restaurato circa milleduecento metri quadrati. Il progetto del parco, disegnato da due architetti allora specializzandi alla Sapienza, ha previsto ghiaia sugli scavi, arcate ripulite e messe in evidenza, alberature, panchine, illuminazione notturna, pannelli didattici e recinzione. L'accesso è libero nei giorni fissati dalla Soprintendenza, dalle dieci fino a un'ora prima del tramonto, e comunque le arcate restano leggibili dalla strada attraverso la cancellata a qualunque ora del giorno: se passate di sera con la luce accesa, l'effetto è migliore che a mezzogiorno.

L'area archeologica del Nuovo Mercato Testaccio

Il Nuovo Mercato Testaccio è stato inaugurato il 2 luglio 2012, su progetto dell'architetto Marco Rietti con un gruppo di professionisti che comprendeva gli architetti Guidi e Scalzo. Cinquemilacentoventi metri quadrati, un centinaio di operatori, ventitré accessi, un modulo di dieci metri per otto ripetuto come una scacchiera, due livelli fuori terra e due interrati. Ma la parte che interessa il museo diffuso è sotto i piedi di chi compra le puntarelle.

Lo scavo preventivo, aperto nel 2005 e proseguito per anni prima della costruzione, ha indagato circa settemila metri quadrati e ha restituito una sequenza completa. Alla fase primo-imperiale, fra la fine del I secolo avanti Cristo e la fine del I dopo Cristo, appartiene un sistema di ambienti coperti e cortili scoperti in cui i muri sono costruiti con anfore svuotate e reimpiegate, impilate le une sulle altre: una tecnica da cantiere povero che qui diventa la firma del quartiere, perché in nessun altro posto di Roma c'erano anfore vuote in quantità tale da poterci tirare su un muro. Accanto, un'area di scarico e di riuso di materiale edilizio.

Alla fase medio-imperiale, fra l'età di Traiano e Adriano e il III secolo, appartiene invece un horreum di pianta trapezoidale nella zona occidentale dello scavo: ambienti rettangolari disposti intorno a un cortile porticato, cioè il magazzino romano nella sua forma canonica. Sopra, tracce sporadiche di attività agricola medievale e poi il quartiere contemporaneo. Il progetto del mercato ha integrato lo scavo come un piano interrato musealizzato, con passerelle vetrate, lucernari e una piazzetta centrale che si affaccia direttamente sugli scavi: si compra il pesce e si guarda un magazzino di età traianea sette metri più in basso. Quando le visite sono attive durano circa quarantacinque minuti, sono condotte da archeologi, hanno un massimo di venti persone, sono gratuite con offerta libera e il punto di raccolta è davanti al banco numero 63, dove conviene presentarsi un quarto d'ora prima.

Sottosopra, l'archeologia a piccoli passi

Al primo piano del mercato, in via Lorenzo Ghiberti 19, c'è lo spazio espositivo e didattico per l'infanzia, pensato per due fasce di età, quattro-sei anni e sette-undici. Otto allestimenti raccontano il commercio romano e la storia del rione, e la visita si chiude con l'accesso all'area archeologica sottostante. Il metodo è quello del learning by doing: i bambini toccano, misurano, ricompongono, invece di ascoltare in fila. La durata è di circa un'ora e mezza, il numero minimo di partecipanti è di otto bambini e il massimo di venti, la prenotazione è obbligatoria e la quota si paga a bambino, mentre l'adulto che accompagna non paga.

La gestione operativa è affidata alla società GEA con l'associazione Contesti. Vi dico la mia senza giri: fra le attività archeologiche per bambini che si trovano a Roma, questa è una delle poche che non tratta i bambini come turisti bassi. Il difetto è che il calendario è irregolare e che va inseguito, perché dipende dai lavori sul sotterraneo.

Il percorso rionale con la pannellistica

È la parte del Museo diffuso del rione Testaccio che nessuno prenota e che tutti possono fare, gratis, in qualunque momento: una serie di pannelli didattico-informativi disposti lungo le strade del rione, che spiegano che cosa c'era sotto o accanto al punto in cui vi trovate. Funziona come un museo all'aperto senza custodi. È anche la parte più fragile, perché i pannelli urbani a Roma invecchiano male fra intemperie, adesivi e vernice spray.

Il giro che consiglio parte dal lungotevere all'altezza dell'Emporium, risale via Marmorata fino al mercato, taglia su via Branca per la Porticus Aemilia, scende verso via Zabaglia e chiude sotto il Monte dei Cocci. Sono poco più di due chilometri, un'ora e mezza con calma, e si attraversano milleottocento anni.

Il percorso multimediale del Museo diffuso del rione Testaccio

Il progetto ha previsto fin dall'inizio un percorso multimediale, con contenuti digitali e un'applicazione dedicata pensati per accompagnare la camminata con ricostruzioni e approfondimenti. Le piattaforme digitali hanno però una vita più breve delle rovine che raccontano, e la riattivazione della piattaforma digitale è uno dei punti espliciti dell'intervento di valorizzazione finanziato con il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Il consiglio pratico, prima di partire, è di scaricare o consultare i contenuti disponibili quando siete ancora a casa con una connessione decente: dentro l'area archeologica del mercato il telefono prende poco e male.

Il cantiere che sta cambiando il Museo diffuso del rione Testaccio

Sul sistema Monte dei Cocci, porto fluviale, Porticus Aemilia e Nuovo Mercato è in corso un programma di restauro e valorizzazione della Soprintendenza Speciale di Roma, finanziato con un milione e mezzo di euro di fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza per il capitolo Turismo e Cultura, con un importo lavori di ottocentosettantamila euro, cronologia da maggio 2025 ad aprile 2026, responsabile del procedimento la dottoressa Barbara Rossi e impresa esecutrice il Consorzio Innova. Il programma prevede la protezione e il restauro delle strutture del Nuovo Mercato, il consolidamento delle strutture portuali e delle volte della Porticus Aemilia, nuovi percorsi di visita e segnaletica aggiornata, la riattivazione della piattaforma digitale e dell'area didattica Sottosopra, il miglioramento dell'accessibilità e una migliore integrazione nel contesto urbano.

Questa è la ragione per cui l'area sotto il mercato ha i cancelli chiusi e il perimetro transennato. È anche la ragione per cui vale la pena tornarci: quando un cantiere di questo tipo consegna, un'area archeologica cambia faccia per vent'anni. Chi programma un viaggio a Roma con largo anticipo faccia un controllo prima di partire, perché le date di riapertura di questi interventi si spostano con una certa regolarità.

Il Monte dei Cocci, il vicino ingombrante del Museo diffuso del rione Testaccio

Il Monte dei Cocci è la ragione per cui esiste tutto il resto, e insieme la tappa che il museo diffuso racconta senza gestirla. Vale la pena dedicargli spazio, perché è uno dei monumenti più sottovalutati d'Europa.

Che cosa è, in cifre

È un accumulo artificiale alto circa trentacinque metri sul piano stradale, che tocca i cinquantaquattro sul livello del mare, con una superficie di circa ventimila metri quadrati e un volume stimato attorno ai cinquecentottantamila metri cubi. La forma in pianta è un triangolo scaleno con due cime distinte. Dentro ci sono i frammenti di oltre cinquantatré milioni di anfore, in stragrande maggioranza olearie. L'accumulo si forma dall'età augustea fino alla metà del III secolo: i bolli più antichi documentati portano al 144 dopo Cristo, i più recenti al 251.

La provenienza dei contenitori è quasi tutta iberica, dalla Betica, con una quota nordafricana dalla Bizacena. Il tipo dominante è il grande vaso globulare da circa settanta litri che gli archeologi chiamano Dressel 20, dal nome dello studioso che lo classificò proprio qui.

La discarica più ordinata dell'antichità

La cosa che rovescia le aspettative è che il Monte dei Cocci non è un cumulo casuale. Gli scavi del 1991 hanno mostrato che il deposito era costruito come una serie di terrazze livellate, con muri di sostegno che ne contenevano i fianchi, e che sui frammenti veniva sparsa calce per neutralizzare l'odore dell'olio rancido. Qualcuno decideva dove scaricare, come impilare, come stabilizzare. È amministrazione pubblica dei rifiuti, con duemila anni di anticipo, ed è la ragione per cui viene chiamata la prima discarica differenziata della storia.

Sui colli delle anfore correvano i tituli picti, iscrizioni dipinte a pennello che registravano il contenuto, il peso dell'olio, il nome dell'esportatore, i nomi di chi pesava e certificava, la data di spedizione e il distretto di origine. È una bolla di accompagnamento merci. Chi scava il Monte Testaccio non scava una collina: scava l'archivio contabile dell'annona imperiale, e infatti dal monte è venuta gran parte di quello che sappiamo sul commercio dell'olio nel Mediterraneo romano.

Le grotte, il vino e le feste

I cocci hanno una proprietà che i romani hanno scoperto molto prima degli archeologi: tengono una temperatura costante attorno ai dieci gradi. Nelle cavità scavate nei fianchi del monte sono nate cantine, dispense, stalle, e dal medioevo in avanti osterie e ristoranti, alcuni dei quali funzionano ancora. Il monte ha ospitato i giochi carnevaleschi medievali, con carri e maiali fatti rotolare giù per il pendio, le Ottobrate romane della vendemmia, e la Via Crucis del Venerdì Santo che dal Quattrocento saliva alla croce sulla cima. Nel 1849 fu postazione di artiglieria durante la difesa della Repubblica Romana, e tornò a esserlo nella seconda guerra mondiale.

Come si visita

L'ingresso è in via Nicola Zabaglia 24. Il monte appartiene a Roma Capitale ed è gestito dalla Sovrintendenza Capitolina, quindi la prenotazione è obbligatoria al numero 060608, attivo tutti i giorni dalle nove alle diciannove; la visita dura circa sessanta minuti con un massimo di venti partecipanti; la tariffa segue quella comunale in vigore e la MIC Card dà diritto all'ingresso gratuito. Il percorso ha barriere architettoniche e non è adatto a chi ha difficoltà motorie: il fondo è di cocci sciolti, in salita, e con la pioggia diventa scivoloso. Il calendario delle aperture viene pubblicato sul sito della Sovrintendenza Capitolina. Scarpe chiuse, sempre.

Monte dei Cocci a Testaccio, Roma
Monte dei Cocci a Testaccio, Ludus Testacie, Ottobrata Romana

Una curiosità su Museo diffuso del rione Testaccio

La curiosità che tengo per ultima quando accompagno un gruppo, perché è quella che resta, riguarda i muri fatti di anfore che sono emersi sotto il Nuovo Mercato. Nella fase primo-imperiale dello scavo, quella compresa fra la fine del I secolo avanti Cristo e la fine del I dopo Cristo, gli ambienti coperti e i cortili scoperti erano delimitati da muri costruiti con anfore svuotate e reimpiegate, impilate le une sulle altre come mattoni cavi. Non è un espediente decorativo e non è un caso isolato di povertà edilizia: è la conseguenza diretta della geografia economica del posto.

Ragionateci un attimo. In quel punto della città arrivavano ogni anno decine di migliaia di contenitori di terracotta pieni d'olio. Una volta svuotati non valevano nulla, non si potevano riutilizzare per l'olio perché il residuo irrancidiva e contaminava il carico nuovo, e per la loro forma non si riducevano nemmeno in cocci minuti da riciclare come inerte. Il risultato è che a Testaccio l'anfora vuota era il materiale più abbondante e più gratuito che ci fosse, più della pietra e più del laterizio. Chi doveva tirare su un muro divisorio in un magazzino non andava a comprare mattoni: prendeva quello che aveva sotto mano a chili.

Lo stesso ragionamento, portato su scala industriale, ha prodotto il Monte dei Cocci. Il quartiere ha inventato due soluzioni opposte allo stesso problema, e le ha realizzate a trecento metri l'una dall'altra: la collina è lo scarto ammassato, i muri sono lo scarto riusato. Nessuna delle due era prevista da un architetto. Entrambe hanno superato i due millenni. La curiosità vera, se ci pensate, è che il rifiuto sia l'unica cosa di questo quartiere che si sia conservata integra, mentre i magazzini che quel rifiuto lo producevano sono ridotti a piloni sbrecciati fra i condomini.

Una cosa che non ti dice nessuno su Museo diffuso del rione Testaccio

Che l'edificio più grande del museo diffuso, la Porticus Aemilia, forse non è la Porticus Aemilia.

L'identificazione tradizionale poggia su un frammento della pianta marmorea severiana, la Forma Urbis, e sulle fonti letterarie che ricordano la costruzione del 193 avanti Cristo e il rifacimento del 174. Su questa base, per un secolo, quelle cinquanta navate a volta sono state raccontate come il più grande magazzino portuale della Roma repubblicana. Nel 2006, però, è stata avanzata un'identificazione alternativa: quelle strutture non sarebbero un magazzino di merci ma i Navalia, cioè i cantieri e i ricoveri coperti delle navi da guerra romane. Non è una disputa da nomenclatura: cambia completamente la funzione dell'edificio, cambia il rapporto con la riva, cambia il modo in cui immaginiamo la scena che si svolgeva lì dentro.

Gli scavi condotti a partire dal 2010 dalla Soprintendenza non hanno prodotto elementi decisivi in nessuna delle due direzioni. Le navate digradano verso il fiume, e questo si presta sia allo scivolo di alaggio di uno scafo sia al drenaggio di un magazzino; le dimensioni degli intercolumni sono compatibili con entrambe le ipotesi. La questione, allo stato, resta aperta.

Il motivo per cui vale la pena saperlo prima di andarci è che cambia lo sguardo. Se davanti a quei piloni pensate a un magazzino, vedete casse e sacchi. Se pensate ai Navalia, vedete chiglie in secca e maestranze che le raschiano. Nessuno dei due film è certificato, ed è raro che l'archeologia romana lasci al visitatore la libertà di scegliere fra due scenari così diversi davanti allo stesso muro. Personalmente, davanti a quella cancellata di via Branca, tengo aperte tutte e due le ipotesi e mi diverto di più.

Il consiglio che ti do per visitare Museo diffuso del rione Testaccio

Il consiglio è uno solo e va contro l'istinto di chiunque prepari un viaggio: non provate a vedere prima le aree chiuse. Fate il contrario. Cominciate dalla parte che è sempre aperta, cioè dal quartiere, e trattate le aree archeologiche come un premio eventuale.

Nel concreto: arrivate a Piramide con la linea B intorno alle nove e mezza, scendete su via Marmorata e prendete il lungotevere Testaccio fino all'altezza del civico 11. Da lì guardate il fiume e cercate il piano di travertino sotto il livello moderno: è la banchina dell'Emporium, e si legge dalla strada. Risalite verso il mercato di via Ghiberti verso le dieci e mezza, quando i banchi sono pieni ma la calca dei turisti non è ancora arrivata, e affacciatevi dalla piazzetta interna sugli scavi: anche a cancelli chiusi il vuoto archeologico si vede dall'alto. Poi tagliate su via Giovanni Branca fino alla cancellata della Porticus Aemilia, che è il posto in cui vi consiglio di fermarvi più a lungo di quanto pensiate. Chiudete su via Zabaglia sotto il Monte dei Cocci.

Sulle prenotazioni, due regole pratiche. La prima: scrivete con largo anticipo e in italiano, indicando numero di persone, fascia d'età e se avete una guida vostra, perché la casella di posta della Soprintendenza smista sulla base di quelle informazioni. La seconda: ad agosto lasciate perdere, il calendario del museo diffuso copre da settembre a luglio e il rione in agosto chiude anche le porte che di solito sono aperte, incluso il Cimitero Acattolico.

Ultima cosa, ed è quella su cui insisto sempre con i gruppi: qui non si viene per il colpo d'occhio. Non c'è la facciata, non c'è la sala che toglie il fiato, non c'è il capolavoro. Si viene per capire come funzionava una città di un milione di abitanti prima dei container. Chi arriva con l'aspettativa sbagliata resta deluso in venti minuti; chi arriva con quella giusta esce con la sensazione di aver capito Roma meglio che al Foro.

Monte dei Cocci a Testaccio, Roma
Monte dei Cocci a Testaccio, Roma

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Che il Monte dei Cocci abbia dato il nome al quartiere lo sanno tutti. Che il nome sia arrivato prima del quartiere di circa milleottocento anni, e che il quartiere sia nato attorno a una collina di immondizia romana come un paese nasce attorno a una chiesa, si dice molto meno.

Il toponimo latino è mons testaceus, monte di cocci, dal termine testa che indica il frammento di terracotta. Da lì viene Testaccio, e da lì vengono i nomi di mezza toponomastica locale. Ma la sequenza storica è quella che merita attenzione: nel medioevo l'area non era abitata, era campagna con orti e vigne, e l'unico elemento riconoscibile del paesaggio era quella montagna artificiale. Le processioni, le feste, i giochi di carnevale, le osterie ricavate nelle grotte: tutta la vita collettiva di quel pezzo di Roma si è organizzata attorno a un cumulo di rifiuti industriali, secoli prima che qualcuno costruisse la prima casa. Quando il Piano Regolatore del 1871 disegna il rione operaio, il nome è già lì da millenovecento anni e nessuno si sogna di cambiarlo.

Il secondo aspetto poco citato è che quella collina è un documento scritto. Heinrich Dressel iniziò a indagarla sistematicamente nel gennaio 1872 e pubblicò i risultati nel 1878; le sue letture delle iscrizioni dipinte sui frammenti hanno permesso di ricostruire cronologia e provenienza degli scarichi, e la classificazione delle anfore che ne è uscita porta ancora il suo nome in ogni scavo del Mediterraneo. Dal 1980 la ricerca è proseguita con gli archeologi spagnoli Emilio Rodríguez Almeida e José Remesal Rodríguez, che sul monte hanno costruito una scuola di studi sull'economia imperiale.

Detto altrimenti: il quartiere più popolare di Roma poggia sul più grande archivio commerciale dell'antichità, e il suo nome è il numero di inventario. Non conosco un altro rione che possa dire lo stesso.

La foto giusta da fare a Museo diffuso del rione Testaccio

La foto sbagliata è quella dall'alto del Monte dei Cocci verso il panorama. La fanno tutti, viene sempre uguale e non racconta niente, perché il panorama romano da lì è mediocre e sporcato dai capannoni dell'Ostiense.

La foto giusta è dal basso, ed è quella della cancellata della Porticus Aemilia in via Giovanni Branca. Vi mettete sul marciapiede opposto, aspettate che passi un'auto in modo da avere la strada libera, e inquadrate in modo che nella stessa immagine entrino tre cose: le arcate di conglomerato cementizio del II secolo avanti Cristo, la ringhiera contemporanea, e sopra, senza tagliarli, i balconi con i panni stesi dei palazzi umbertini. Quella sovrapposizione è il museo diffuso in una fotografia sola: la stratificazione che vive dentro un quartiere abitato, senza vetrine e senza custodi. L'ora migliore è il tardo pomeriggio, quando la luce radente entra nelle volte e ne stacca la profondità; d'inverno, se ci passate dopo il tramonto, l'illuminazione notturna installata con il parco fa un lavoro migliore del sole.

La seconda inquadratura che consiglio, per chi ha la fortuna di entrare, è dentro l'area archeologica del mercato: mettetevi in modo da avere in primo piano i muri costruiti con le anfore reimpiegate e, attraverso il lucernario o la passerella vetrata, la luce del piano dei banchi sopra la testa. È una foto difficile, perché il contrasto fra il buio dello scavo e la luce del mercato manda in crisi qualsiasi automatismo: scattate in manuale, esponete per le ombre e accettate che il lucernario bruci.

La terza, la più semplice, è sul lungotevere all'altezza dell'Emporium: taglio orizzontale con il travertino della banchina antica in basso, il muraglione ottocentesco al centro e il fiume in alto. Tre epoche in tre fasce. Se avete un obiettivo lungo, provate a isolare una delle pietre d'ormeggio forate: quel buco è il dettaglio più eloquente di tutto il rione.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

La cronologia di questo pezzo di città è una sequenza di decisioni pubbliche, ed è quasi sempre la stessa decisione: spostare qui quello che altrove non ci sta più.

193 avanti Cristo. Gli edili Marco Emilio Lepido e Lucio Emilio Paolo fanno costruire l'Emporium, il nuovo porto fluviale, e la Porticus Aemilia. Il baricentro commerciale di Roma si sposta dal Foro Boario alla piana del Testaccio: è l'atto di nascita del quartiere come infrastruttura.

174 avanti Cristo. I censori Quinto Fulvio Flacco e Aulo Postumio Albino fanno pavimentare in pietra la banchina e la dotano di magazzini. Roma passa dallo scalo improvvisato al porto attrezzato.

Dall'età augustea alla metà del III secolo. Si forma il Monte dei Cocci. I bolli documentati coprono almeno dal 144 al 251 dopo Cristo. Sotto Traiano l'Emporium tocca il massimo del suo traffico.

IV-VII secolo. Il porto viene abbandonato, si interra, e sopra le sue strutture nasce un'area di sepolture. La piana torna campagna.

Quattrocento. Sul Monte dei Cocci si celebra la Via Crucis del Venerdì Santo, con la croce piantata sulla cima a riprodurre il Golgota: una liturgia urbana che durerà secoli e che è documentata dalle fonti cittadine.

1849. Durante la difesa della Repubblica Romana il monte diventa postazione di artiglieria. La collina di anfore, che era servita a scaricare olio, serve a coprire una batteria.

Gennaio 1872. Heinrich Dressel avvia sul monte le prime indagini sistematiche e nel 1878 pubblica i risultati: nasce la tipologia delle anfore romane che gli archeologi usano ancora.

1868-1870. I lavori per i muraglioni del Tevere riportano alla luce i resti dell'Emporium. La stessa opera che difende la città dalle piene mutila e insieme rivela il porto antico.

1871. Il Piano Regolatore destina l'area agli stabilimenti industriali e alle case operaie. Testaccio smette di essere campagna e diventa quartiere.

1888-1891. Si costruisce il Mattatoio comunale su progetto di Gioacchino Ersoch: uno dei più importanti complessi di archeologia industriale della città.

2005. Lo scavo preventivo per il nuovo mercato apre circa settemila metri quadrati e restituisce i muri di anfore, l'horreum trapezoidale e la sequenza fino all'età medievale.

2 luglio 2012. Viene inaugurato il Nuovo Mercato Testaccio, con lo scavo integrato come piano interrato musealizzato.

9 maggio 2015. Apre il parco urbano archeologico della Porticus Aemilia, dopo tre anni di lavoro della Soprintendenza con il Reale Istituto Neerlandese e il restauro di circa milleduecento metri quadrati.

Maggio 2025. Prende avvio il cantiere di restauro e valorizzazione del sistema Monte dei Cocci, porto fluviale, Porticus Aemilia e Nuovo Mercato, finanziato con fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

Chi è passato da Museo diffuso del rione Testaccio

Non aspettatevi la sfilata di papi e cardinali che si trova altrove a Roma. Da qui è passata gente che lavorava, e questo rende l'elenco più interessante, non meno.

Marco Emilio Lepido e Lucio Emilio Paolo, edili nel 193 avanti Cristo, sono i due magistrati che hanno deciso dove sarebbe finito il porto di Roma. Il secondo è il padre di quel Lucio Emilio Paolo che vincerà a Pidna: una famiglia che in tre generazioni ha costruito un porto e smontato la Macedonia. Il nome della Porticus è il loro, ed è la ragione per cui un magazzino portuale porta ancora un cognome gentilizio.

Quinto Fulvio Flacco e Aulo Postumio Albino, censori nel 174 avanti Cristo, sono quelli che hanno messo la pietra sotto i piedi dei facchini. In archeologia si citano poco perché la manutenzione non fa notizia; in realtà la pavimentazione della banchina è ciò che ha permesso al porto di funzionare per cinque secoli.

I negotiatores olearii della Betica. Non conosciamo i loro volti, ma conosciamo i loro nomi, uno per uno, perché sono scritti a pennello sui colli delle anfore del Monte dei Cocci insieme al peso dell'olio e alla data della spedizione. Sono mercanti andalusi che hanno riempito Roma di olio per due secoli e mezzo, e che grazie ai tituli picti risultano oggi fra le persone meglio documentate del mondo antico dopo gli imperatori.

Traiano. Sotto di lui l'Emporium raggiunge il massimo dell'attività, e all'età fra Traiano e Adriano risale l'horreum trapezoidale trovato sotto il mercato. L'imperatore che ha costruito il porto esagonale a Fiumicino ha lasciato il segno anche a monte, nel terminal urbano di quel sistema.

I difensori della Repubblica Romana del 1849. Sul Monte dei Cocci venne installata una batteria durante l'assedio francese. È il momento in cui la collina di terracotta entra nella storia risorgimentale della città.

Heinrich Dressel. Archeologo tedesco, iniziò a scavare il monte nel gennaio 1872 e pubblicò nel 1878. La sua tipologia delle anfore è ancora oggi il linguaggio comune degli archeologi di tutto il Mediterraneo: quando uno scavo in Spagna, in Tunisia o in Britannia registra una Dressel 20, sta parlando in una lingua inventata a Testaccio.

Emilio Rodríguez Almeida e José Remesal Rodríguez. Dal 1980 hanno riportato la ricerca spagnola sul monte, chiudendo un cerchio storicamente perfetto: i discendenti di chi aveva prodotto quelle anfore sono tornati a leggerle nel posto in cui erano state buttate.

Gioacchino Ersoch. L'architetto comunale che fra il 1888 e il 1891 ha disegnato il Mattatoio, cioè l'edificio che ha dato al rione la sua fisionomia moderna e che oggi ospita il Dipartimento di Architettura di Roma Tre e gli spazi espositivi del Mattatoio.

Marco Rietti. Con gli architetti Guidi e Scalzo ha firmato il Nuovo Mercato Testaccio, inaugurato il 2 luglio 2012, e ha risolto il problema che nessuno voleva: costruire un mercato sopra settemila metri quadrati di scavo senza seppellirlo un'altra volta. La piazzetta che si affaccia sugli scavi è la sua risposta, e a mio parere è la migliore idea di architettura contemporanea che si trovi in questo rione.

Monte dei Cocci nel rione Testaccio, Roma
Monte dei Cocci nel rione Testaccio, Roma

Come arrivare al Museo diffuso del rione Testaccio

Il riferimento è la metropolitana linea B, fermata Piramide, che è anche lo snodo con la stazione ferroviaria di Roma Ostiense e con la linea per il Lido. Da Piramide si esce su piazzale Ostiense, si imbocca via Marmorata e si è dentro il rione in cinque minuti. Le linee di superficie 718, 719 e 775 servono il quartiere fino a largo Giovanni Battista Marzi, l'ingresso dell'ex Mattatoio, e da lì al mercato sono trecento metri.

Le distanze interne al museo sono tutte pedonali e brevi: dal mercato di via Ghiberti alla Porticus Aemilia di via Rubattino si cammina cinque minuti, dal mercato al lungotevere Testaccio dieci, dal mercato all'ingresso del Monte dei Cocci in via Zabaglia sette. In auto è una pessima idea: il rione ha una griglia ottocentesca con parcheggio in linea sempre occupato, e le zone di carico e scarico del mercato riducono ulteriormente lo spazio nelle ore centrali della mattina.

Quanto costa e come si prenota il Museo diffuso del rione Testaccio

Le aree archeologiche del museo diffuso non hanno un biglietto. Le visite accompagnate sono gratuite, con la possibilità di lasciare un contributo volontario, e la prenotazione è obbligatoria: sono monumenti che si aprono solo con visita didattica o accompagnata. La casella per singoli, scuole e gruppi con guida propria è ss-abap-rm.museotestaccio@beniculturali.it; per singoli, scuole e gruppi senza guida propria si scrive a sottosopra.testaccio@gmail.com. L'area didattica Sottosopra prevede invece una quota a bambino, mentre l'adulto che accompagna non paga, e va confermata al momento della prenotazione insieme al calendario.

Il calendario delle aperture copre il periodo da settembre a luglio, con il secondo martedì del mese dedicato ai gruppi che arrivano con la propria guida e con fasce orarie di mattina e di pomeriggio. Il museo osserva le chiusure delle festività principali e resta chiuso ad agosto. Il percorso rionale e il parco della Porticus Aemilia, essendo spazi urbani, non hanno biglietto in nessun caso.

Fuori dal perimetro statale i conti cambiano, e li riepilogo perché è la domanda che ricevo più spesso: il Monte dei Cocci segue la tariffazione di Roma Capitale con prenotazione al 060608 ed è gratuito per i possessori di MIC Card; il Cimitero Acattolico chiede un contributo di cinque euro; la Piramide Cestia si visita solo su appuntamento in giorni stabiliti del mese e ha un biglietto di importo contenuto, che conviene verificare al momento della prenotazione.

Il Museo diffuso del rione Testaccio con i bambini

Questo è uno dei pochi siti archeologici romani progettati davvero per l'infanzia, e non per finta. Lo spazio Sottosopra è pensato per due fasce di età, quattro-sei e sette-undici anni, con otto allestimenti espositivi che raccontano il commercio antico e la storia del rione e con l'accesso all'area archeologica sotto il mercato. La durata è di circa un'ora e mezza, il gruppo va da otto a venti bambini, la prenotazione è obbligatoria.

La ragione per cui funziona è che il tema è concreto. Ai bambini non si chiede di apprezzare un capitello: si chiede di capire che cosa succede a un vaso quando lo svuoti, dove finiscono trentamila vasi vuoti all'anno, e perché a un certo punto ci costruisci un muro. È un ragionamento sui rifiuti e sul riuso che qualunque bambino di otto anni capisce meglio di molti adulti. Consiglio, prima del laboratorio, un giro attorno al Monte dei Cocci dall'esterno, così vedono la montagna prima di sentirla raccontare, e dopo il mercato, dove si mangia bene e a poco.

Accessibilità del Museo diffuso del rione Testaccio

La situazione è disomogenea e conviene saperlo. Il percorso rionale, che si svolge su marciapiedi urbani, è percorribile in sedia a rotelle con le normali difficoltà romane, cioè scivoli non sempre allineati e sanpietrini in alcuni tratti. Il Nuovo Mercato Testaccio è un edificio contemporaneo e ha ascensori e servizi accessibili. Il parco della Porticus Aemilia è pianeggiante e leggibile dalla cancellata anche da chi non entra.

Le aree archeologiche ipogee sono un'altra cosa: passerelle, dislivelli, superfici irregolari, e proprio l'accessibilità è uno degli obiettivi dichiarati dell'intervento di valorizzazione in corso. Chi ha esigenze specifiche faccia bene a segnalarle nella mail di prenotazione, perché il percorso viene organizzato di conseguenza. La visita al Monte dei Cocci, gestita da Roma Capitale, presenta barriere architettoniche ed è dichiarata non adatta a chi ha difficoltà motorie.

Che cosa vedere intorno al Museo diffuso del rione Testaccio

Nel raggio di dieci minuti a piedi ci sono più cose di quante ne stiano in una giornata, e vi consiglio di sceglierne due, non cinque.

Piramide Cestia e Cimitero Acattolico

A sud del rione, incastrata nelle Mura Aureliane, la Piramide Cestia è la tomba di Gaio Cestio Epulone, costruita fra il 18 e il 12 avanti Cristo: trentasei metri e quaranta di altezza, base quadrata di circa trenta metri di lato, cementizio con cortina di mattoni e rivestimento di lastre di marmo di Carrara. L'iscrizione dichiara che l'opera fu completata per testamento in trecentotrenta giorni, perché gli eredi rischiavano di perdere l'eredità in caso di ritardo. Dentro c'è una sola camera sepolcrale di cinque metri e novantacinque per quattro e dieci, alta quattro e ottanta, che occupa poco più dell'uno per cento del volume del monumento, dipinta in bianco con figure di sacerdotesse e anfore alle pareti e quattro Vittorie sulla volta. Nel III secolo la piramide venne inglobata nelle Mura Aureliane come bastione, ed è probabilmente per questo che si è salvata dalle spoliazioni.

Accanto, il Cimitero Acattolico di via Caio Cestio 6 è un ente privato, aperto dal lunedì al sabato dalle nove alle diciassette con ultimo ingresso alle sedici e trenta, la domenica e i festivi dalle nove alle tredici con ultimo ingresso alle dodici e trenta, con un contributo suggerito di cinque euro. Chiude per l'intero mese di agosto, e vale la pena ricordarlo prima di programmare la visita. Le informazioni aggiornate sono sul sito del cimitero.

Aventino, Ostiense e la riva del fiume

Salendo sull'Aventino in un quarto d'ora si arriva alla basilica di Santa Sabina, che è la chiesa paleocristiana meglio conservata di Roma. Verso sud, il Museo della via Ostiense occupa i camminamenti di Porta San Paolo e racconta la strada che portava al mare. Poco oltre, la Centrale Montemartini mette le sculture antiche dentro una centrale elettrica, ed è l'esperimento di allestimento più riuscito degli ultimi trent'anni a Roma. Più a sud ancora, la basilica di San Paolo fuori le Mura chiude l'asse ostiense.

Verso nord, lungo il fiume, si arriva al Foro Boario, cioè al porto che l'Emporium ha sostituito, e da lì al Circo Massimo. Sull'altra sponda, passato ponte Sublicio, si entra a Trastevere e si può chiudere la giornata al Museo di Roma in Trastevere, oppure risalire fino all'Isola Tiberina. D'estate il rione si anima anche per conto suo: la programmazione del Testaccio Estate alla Città dell'Altra Economia occupa proprio gli spazi dell'ex Mattatoio.

Quando andare al Museo diffuso del rione Testaccio e quando evitarlo

I mesi migliori sono ottobre, novembre, marzo e aprile: il calendario delle visite è pieno, la luce è bassa e buona per le arcate della Porticus Aemilia, e il mercato lavora sui prodotti giusti. Settembre funziona, con l'avvertenza che le prime settimane sono quelle in cui il calendario riparte e le disponibilità si esauriscono in fretta.

Agosto è il mese da evitare senza esitazioni: il museo diffuso è chiuso, il Cimitero Acattolico è chiuso per l'intero mese, gli spazi espositivi dell'ex Mattatoio riducono l'attività e persino i banchi del mercato ruotano sulle ferie. Luglio è caldissimo e il rione, che è pianeggiante e senza alberi sulle strade principali, diventa una piastra. Se ci andate d'estate, andateci alle nove del mattino o dopo le diciotto.

Nell'arco della settimana, il martedì e il giovedì sono i giorni in cui storicamente si concentrano le aperture del parco archeologico, e il secondo martedì del mese è quello riservato ai gruppi con guida propria. La domenica il rione è bellissimo e vuoto, ma il mercato è chiuso e con esso l'accesso all'area archeologica sottostante.

Domande veloci su Museo diffuso del rione Testaccio

Che cos'è il Museo diffuso del rione Testaccio

È un museo territoriale senza edificio, ideato dalla Soprintendenza Speciale di Roma, che tratta i sessanta ettari del rione come un unico percorso espositivo fatto di aree archeologiche, pannelli su strada, contenuti multimediali e uno spazio didattico per bambini.

Da che cosa è composto il Museo diffuso del rione Testaccio

Da sei componenti: il percorso rionale con la pannellistica, il percorso multimediale, l'area archeologica dell'Emporium, il parco urbano archeologico della Porticus Aemilia, l'area archeologica del Nuovo Mercato Testaccio e l'area espositivo-didattica per l'infanzia Sottosopra.

Quanto costa visitare il Museo diffuso del rione Testaccio

Le visite accompagnate alle aree archeologiche non hanno biglietto e si sostengono con un contributo volontario. Il percorso rionale è libero e gratuito. Lo spazio Sottosopra prevede una quota a bambino, con l'adulto accompagnatore che non paga.

Serve prenotare per il Museo diffuso del rione Testaccio

Sì, per tutte le aree archeologiche: si entra soltanto con visita didattica o accompagnata. Il percorso rionale, invece, non richiede alcuna prenotazione.

A chi si scrive per prenotare

A ss-abap-rm.museotestaccio@beniculturali.it per singoli, scuole e gruppi con guida propria; a sottosopra.testaccio@gmail.com per singoli, scuole e gruppi senza guida propria.

Il Museo diffuso del rione Testaccio è aperto ad agosto

No. Il calendario delle visite copre da settembre a luglio e ad agosto il museo resta chiuso, come restano chiuse molte altre porte del rione.

Perché l'area archeologica sotto il mercato non si visita

Perché le visite sono sospese per lavori di ristrutturazione degli ambienti, nell'ambito di un intervento di restauro e valorizzazione finanziato con fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza che riguarda anche la Porticus Aemilia e le strutture portuali.

Che cosa si vede nell'area archeologica del Nuovo Mercato Testaccio

Ambienti coperti e cortili di età primo-imperiale con muri costruiti impilando anfore svuotate, un'area di scarico e riuso di materiale edilizio, e un horreum trapezoidale di età traianea e adrianea con ambienti rettangolari attorno a un cortile porticato.

Che cos'è la Porticus Aemilia

Un edificio del 193 avanti Cristo, ricostruito nel 174, lungo quattrocentottantasette metri e largo sessanta, con cinquanta navate voltate su duecentonovantaquattro pilastri: il più grande spazio coperto della Roma repubblicana. La sua funzione è discussa fra magazzino portuale e cantieri navali.

Si può entrare nel parco della Porticus Aemilia

Sì, l'accesso al parco urbano archeologico è libero nei giorni fissati dalla Soprintendenza, dalle dieci fino a un'ora prima del tramonto. Le arcate restano comunque visibili dalla strada attraverso la cancellata in via Rubattino, via Giovanni Branca e via Florio.

Dove si vede l'Emporium

Sul lungotevere Testaccio, di fronte al civico 11: la banchina lastricata in travertino, il muro inclinato con le pietre d'ormeggio forate e i resti dei magazzini. L'area si apre in occasione delle visite programmate.

Il Monte dei Cocci fa parte del Museo diffuso del rione Testaccio

È il monumento attorno a cui ruota tutto il racconto del museo e compare nel percorso rionale, ma la sua visita è gestita da Roma Capitale: prenotazione obbligatoria al numero 060608, ingresso da via Nicola Zabaglia 24.

La MIC Card vale per il Museo diffuso del rione Testaccio

No, e non servirebbe: le aree del museo sono statali e la visita accompagnata non ha biglietto. La MIC Card dà invece diritto all'ingresso gratuito al Monte dei Cocci, che è un bene di Roma Capitale.

Quanto dura la visita

La visita guidata all'area archeologica del mercato dura circa quarantacinque minuti, il laboratorio Sottosopra circa un'ora e mezza, la salita al Monte dei Cocci circa un'ora. Il percorso rionale completo richiede circa novanta minuti di cammino.

Quante persone possono partecipare

I gruppi sono contingentati: venti persone al massimo per la visita all'area archeologica del mercato, venti bambini al massimo e otto al minimo per Sottosopra, venti partecipanti al massimo per il Monte dei Cocci.

Il Museo diffuso del rione Testaccio è adatto ai bambini

Molto, ed è uno dei pochi siti archeologici romani con uno spazio progettato apposta per loro, diviso in due fasce di età, quattro-sei e sette-undici anni, con attività pratiche invece che spiegazioni frontali.

Si possono fare foto

Nelle aree del museo e nel percorso rionale sì, con le limitazioni che il personale indica nelle aree ipogee, dove il treppiede è di solito escluso per ragioni di spazio. Nel vicino Cimitero Acattolico, invece, le fotografie sono ammesse solo per ricordo personale e non possono essere pubblicate sui social.

È accessibile in sedia a rotelle

Il percorso rionale e il Nuovo Mercato Testaccio sì, il parco della Porticus Aemilia è pianeggiante, le aree ipogee sono problematiche e vanno concordate in fase di prenotazione. Il Monte dei Cocci presenta barriere architettoniche e non è adatto a chi ha difficoltà motorie.

Come si arriva al Museo diffuso del rione Testaccio

Metropolitana linea B, fermata Piramide, e poi cinque-dieci minuti a piedi verso via Marmorata. Le linee di superficie 718, 719 e 775 arrivano fino a largo Giovanni Battista Marzi, all'ex Mattatoio.

Che differenza c'è fra il Museo diffuso del rione Testaccio e il Monte dei Cocci

Il primo è un progetto statale della Soprintendenza che comprende porto, magazzini, scavo del mercato e didattica; il secondo è un singolo monumento comunale, visitabile a pagamento con prenotazione al 060608. Si trovano a trecento metri di distanza e raccontano la stessa storia da due lati opposti.

Quanto tempo serve per vedere tutto

Con le aree archeologiche aperte, una mattinata piena: due ore e mezza fra percorso rionale, mercato e Porticus Aemilia, più il tempo della visita prenotata. Se aggiungete il Monte dei Cocci e la Piramide, serve l'intera giornata.

Conviene una guida per il Museo diffuso del rione Testaccio

Per il percorso rionale, molto: senza qualcuno che racconti, un pilone di conglomerato dietro una cancellata resta un pilone dietro una cancellata. Per le aree archeologiche la visita è già accompagnata, ma i gruppi che arrivano con la propria guida hanno un giorno dedicato, il secondo martedì del mese.

Dove si mangia dopo la visita

Dentro il Nuovo Mercato Testaccio, ai banchi di gastronomia, che è la soluzione più veloce e la più onesta come rapporto fra prezzo e qualità. Le osterie storiche del rione, alcune ricavate nelle grotte scavate nei fianchi del Monte dei Cocci, restano l'alternativa per una sosta più lunga.

La mia chiusura

Roma ha una difficoltà che nessuno ammette: quasi tutti i suoi monumenti raccontano il potere. Templi, archi, basiliche, palazzi. Qui, in questi sessanta ettari fra il fiume e le mura, si racconta invece il lavoro, il che significa i facchini, gli scaricatori, i magazzinieri, i mercanti andalusi, i macellai dell'Ottocento e i pescivendoli di oggi. Per questo il Museo diffuso del rione Testaccio, con tutti i suoi limiti di orari e di cancelli chiusi, è una delle poche esperienze romane che cambiano davvero il modo in cui uno guarda la città.

Il consiglio finale, quello che do sempre alla fine dei miei giri: tornateci una seconda volta senza programma. Senza prenotazione, senza elenco di cose da vedere, con un'ora libera e la strada. Guardate i pannelli, contate quanti cocci riuscite a riconoscere nel muro di contenimento di via Zabaglia, fermatevi a bere qualcosa in una piazzetta interna. Testaccio si consegna alla seconda visita, mai alla prima. Ed è l'unico museo di Roma in cui potete comprare i carciofi mentre uscite.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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RiassuntoMuseo diffuso del rione Testaccio - Via Rubattino, 38, 00153 Roma RM, Italia
Tagsmonte de cocciMuseoMuseo diffuso del rione TestaccioRione Testaccio

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IndirizzoVia Rubattino, 38, 00153 Roma RM, Italia 153
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