Foro Boario
Indirizzo: piazza della Bocca della Verità, a Roma, fra il Tevere e il Circo Massimo, con l'area sacra di Sant'Omobono che si apre sul lato opposto della carreggiata, ingresso da via Petroselli, cancello accanto al civico 45. La fermata di metropolitana utile è Circo Massimo, linea B, cinque minuti a piedi scendendo lungo la valle; le linee di superficie indicate come riferimento per la piazza sono la 44, la 83, la 170, la 716 e la 781, ma in centro le deviazioni sono frequenti e conviene controllare il percorso il giorno stesso. Guardare i monumenti costa zero: la piazza è pubblica, aperta ventiquattr'ore su ventiquattro, senza recinzione né biglietteria. Entrare è un'altra faccenda. Il Tempio di Portuno è accessibile soltanto con aperture straordinarie e in occasione di eventi; per il Tempio rotondo le visite sono sospese per i lavori di sistemazione dell'area; l'area sacra di Sant'Omobono, gestita dalla Sovrintendenza Capitolina, ha ingresso gratuito ma si visita solo a gruppi accompagnati di massimo quindici persone, con prenotazione obbligatoria allo 060608 tutti i giorni dalle 9.00 alle 19.00, ed è chiusa il lunedì; il portale capitolino la indica temporaneamente chiusa per lavori e visibile dall'esterno. Prima di partire, una telefonata allo 060608 risparmia un viaggio a vuoto.
Confronta le esperienze a Roma
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✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
Vale la pena mettere subito in chiaro che cosa si compra con il proprio tempo. In duecento metri di piazza sono allineati due templi repubblicani ancora in piedi, un arco quadrifronte tardoantico, un arco severiano del 204 dopo Cristo incastrato nel fianco di una chiesa altomedievale, una basilica con il campanile romanico più bello del rione e la Bocca della Verità sotto il portico. Sotto l'asfalto corre la Cloaca Massima. Sotto la chiesa di Sant'Omobono giace la sequenza archeologica più antica mai scavata a Roma. È una densità che, in città, si trova solo qui e nella valle dei Fori. La differenza è che lì si paga il biglietto e qui no.
Chi vuole inquadrare questa zona dentro un giro più largo trova il quadro generale della città nella pagina delle attrazioni turistiche di Roma, che raccoglie i monumenti principali e permette di capire dove il Foro Boario si incastra rispetto al resto.

Che cosa si vede oggi al Foro Boario, monumento per monumento
Chi arriva qui immaginando un'area archeologica recintata, con la biglietteria e il percorso segnato, resta spiazzato. Il Foro Boario è una piazza viva, attraversata dal traffico, con le auto che girano intorno alle aiuole e la coda dei turisti che si allunga sotto il portico di Santa Maria in Cosmedin. I monumenti sono dentro la piazza, alcuni su terrapieni rialzati rispetto al piano stradale, e si osservano dal marciapiede o dal prato. Questo li rende, paradossalmente, meno visitati di quanto meriterebbero: senza cancello nessuno pensa che ci sia qualcosa da vedere.
L'elenco, andando da sud verso nord, è questo. Il Tempio di Portuno, rettangolare, ionico, con quattro colonne in facciata e le semicolonne addossate al muro della cella: l'edificio meglio conservato dell'intero comprensorio. Il Tempio rotondo, monoptero, venti colonne corinzie scanalate in marmo, il più antico edificio marmoreo superstite della città. L'arco quadrifronte che tutti chiamano di Giano, tetrapilo tardoantico costruito con marmi di reimpiego. L'arco degli Argentari, addossato al fianco della chiesa di San Giorgio in Velabro, con il pilastro orientale letteralmente inghiottito dalla muratura ecclesiastica. La basilica di Santa Maria in Cosmedin con il suo campanile a sette piani e il mascherone della Bocca della Verità nel portico. Oltre via Petroselli, l'area sacra di Sant'Omobono, un rettangolo scavato sotto il livello stradale con una chiesa rinascimentale seduta in mezzo.
La mia opinione, dopo averci accompagnato gruppi per vent'anni: il Foro Boario è il luogo più sottovalutato del centro storico di Roma, e lo è per una ragione banale. Manca la soglia. Non c'è un tornello che dica al visitatore "ora comincia la visita", quindi il visitatore non comincia. Passa, fotografa la Bocca della Verità, riparte. Si perde il primo edificio in marmo della capitale, un tempio repubblicano integro con dentro pittura altomedievale e la stratigrafia che racconta la nascita della città. Cinque minuti in più di attenzione, qui, rendono più di un'ora di coda altrove.
Chi gestisce che cosa al Foro Boario
Un dettaglio che sembra burocratico e invece serve a organizzare la giornata: i monumenti della piazza non hanno tutti lo stesso padrone. I due templi repubblicani e gli archi sono di competenza statale, affidati alla Soprintendenza Speciale di Roma. L'area sacra di Sant'Omobono è di Roma Capitale e la gestisce la Sovrintendenza Capitolina, con il proprio numero di prenotazione e il proprio calendario. Santa Maria in Cosmedin è una basilica officiata dai greco-melchiti e segue orari di culto, non orari museali. San Giorgio in Velabro è affidata alla comunità dei Crociferi. Quattro soggetti diversi, quattro calendari diversi, nessun biglietto cumulativo. È la stessa frammentazione che a duecento metri di distanza separa il Colosseo e il Palatino, statali, dal Circo Massimo, capitolino.
Il Tempio di Portuno, il monumento meglio conservato del Foro Boario
Se al Foro Boario si guarda una cosa sola, si guarda questa. Il Tempio di Portuno è un edificio repubblicano arrivato fino a noi con il podio, la gradinata, il pronao, il colonnato e le pareti della cella: una completezza che a Roma hanno pochissimi altri edifici antichi. Non è grande e non vuole esserlo. È un tempio urbano di media misura, costruito per essere visto di tre quarti da chi arrivava dal fiume, e la sua eleganza consiste tutta nella proporzione.
Il nome giusto del tempio ionico del Foro Boario
Per secoli l'edificio è stato chiamato tempio della Fortuna virile. Il nome era una congettura antiquaria, non un dato, e la ricerca del Novecento lo ha smontato: l'identificazione corretta è con il tempio di Portuno, la divinità che presiedeva ai porti fluviali, ricordato da Marco Terenzio Varrone. Il riconoscimento risale agli anni Venti del secolo scorso e da allora è la denominazione accettata dagli enti di tutela.
Ha una logica che si capisce guardandosi intorno. Siamo al portus Tiberinus, lo scalo fluviale della città arcaica, il punto dove le merci risalite dalla foce venivano scaricate. Il dio del porto ha il suo tempio al porto. La Fortuna virile, semmai, aveva altro indirizzo. Il vecchio nome sopravvive ancora su parecchie guide e su qualche cartello, e capita di sentirlo pronunciare con sicurezza da colleghi che non hanno aggiornato l'appunto: chi legge qui adesso sa come stanno le cose, e può correggere gentilmente.
La data del Tempio di Portuno: che cosa dicono le fondazioni
La datazione dell'edificio che si vede oggi poggia sui materiali rinvenuti nelle fondazioni e porta all'80-70 avanti Cristo, dunque all'età sillana, alla piena tarda repubblica. È un dato solido, non un'impressione stilistica. Sotto, però, c'era già un tempio più antico, databile fra la fine del quarto e gli inizi del terzo secolo avanti Cristo, di cui restano tracce nelle strutture inferiori. Nel corso del terzo secolo l'edificio venne collegato al ponte Emilio da un raccordo in muratura, e intorno alla prima metà del secondo secolo subì modifiche di rilievo.
Alcune schede turistiche continuano a proporre la datazione antica come data del monumento visibile, mescolando le fasi. La forma prudente e corretta è questa: il tempio come istituzione religiosa nasce fra quarto e terzo secolo avanti Cristo, l'edificio che si fotografa oggi è del primo secolo avanti Cristo. Chi racconta il monumento a un gruppo dovrebbe dirlo esattamente così, perché la differenza fra le due cose è di due secoli e mezzo di storia romana.
Il terrapieno, il fiume e la quota antica del Foro Boario
Il tempio sorge sul grande terrapieno realizzato a partire dal secondo secolo avanti Cristo per regolarizzare gli argini del Tevere, opera connessa all'antico porto fluviale. Questa informazione, che sembra tecnica, è la chiave per capire tutta la piazza. Il livello su cui camminiamo non è il livello antico: fra la quota arcaica e quella moderna ci sono metri di riporti, alluvioni, macerie e riempimenti volontari. Ecco perché a Sant'Omobono, poche decine di metri più in là, per raggiungere la fase del sesto secolo avanti Cristo è stato necessario scendere in profondità.
Guardare il podio del Tempio di Portuno e ricordare che il suo piano di calpestio originario è più basso di quello che si immagina è l'esercizio mentale che rende leggibile il Foro Boario. La città antica, qui, è sotto i piedi di chi la cerca con gli occhi.
Come è fatto il tempio ionico del Foro Boario: ordine e pianta pseudoperiptera
Il Tempio di Portuno è tetrastilo, cioè ha quattro colonne sulla fronte, ed è di ordine ionico. La pianta è pseudoperiptera: significa che il colonnato, invece di girare libero tutto intorno alla cella come nei templi greci periptèri, prosegue lungo i fianchi e sul retro sotto forma di semicolonne addossate al muro. L'effetto ottico è quello di un tempio circondato da colonne; la sostanza costruttiva è quella di una cella più ampia e più economica.
Sui lati lunghi corrono cinque semicolonne per parte, sul fondo quattro. Il pronao è profondo due colonne. Il podio è alto e si sale con una gradinata frontale, secondo lo schema italico che privilegia la fronte e la direzione di accesso, all'opposto della centralità greca. È un edificio che dice, con la sua sola pianta, quanto Roma avesse assorbito la grammatica ellenistica piegandola alle proprie abitudini rituali.
Travertino, tufo e stucco: i materiali del Tempio di Portuno
Le colonne del pronao e quelle poste agli angoli della cella sono in travertino; tutte le altre sono in tufo dell'Aniene. Non è un capriccio: il travertino costa e regge meglio, e si mette dove il carico è maggiore e dove l'occhio arriva per primo. Il resto si fa con la pietra locale.
Il trucco, però, era un altro. L'intero edificio era rivestito di stucco, oggi perduto quasi ovunque, che uniformava tufo e travertino in una superficie bianca e liscia, imitando il marmo. Il tempio che oggi appare grigio, poroso, con i due materiali evidenti come un rammendo, in origine era candido e uniforme. Questa è una delle cose che dico sempre ai gruppi: quello che chiamiamo "bellezza antica" è spesso lo scheletro di un edificio che era stato pensato come una superficie continua e luminosa. La rovina ha un fascino che gli antichi non avevano previsto.
La chiesa dentro il tempio: da Santa Maria Secundicerii a Santa Maria Egiziaca
Il motivo per cui questo tempio è ancora in piedi ha un nome preciso: la Chiesa. Nell'alto medioevo l'edificio venne consacrato al culto cristiano e dedicato alla Vergine, prendendo il titolo di Santa Maria in Secundicerio, o Secundicerii, dal nome di Stefano Stefaneschi, giudice e secundicerio della corte papale al quale la struttura era affidata. Le fonti oscillano fra l'ottavo e il nono secolo per la data del passaggio, e la questione resta aperta fra gli studiosi; sul fatto in sé non ci sono dubbi.
Nel 1492 il titolo di Santa Maria in Secundicerio non compare più e al suo posto si affaccia quello di Santa Maria Egiziaca, dalla santa penitente che la devozione popolare romana aveva eletto a patrona delle donne perdute. Con quel titolo la chiesa attraversa tutta l'età moderna, servendo per un periodo anche la comunità armena della città. Muri tirati su fra le colonne, finestre aperte nella cella, un altare al fondo: il tempio pagano sopravvive perché diventa qualcos'altro. È la regola generale della conservazione a Roma, e qui si legge a occhio nudo.
Il ritorno all'antico e gli affreschi altomedievali
Nel primo Novecento la chiesa venne sconsacrata e si procedette al ripristino dell'aspetto antico dell'edificio, sotto la direzione di Antonio Munoz, l'architetto che in quegli stessi anni ridisegnò mezzo centro storico di Roma in nome del ritorno al medioevo e all'antichità. Le fonti collocano l'intervento fra il 1916 e gli anni Venti, a seconda che si consideri la sconsacrazione o il cantiere di restauro.
Durante quei lavori riemerse un importante ciclo di affreschi altomedievali sulle pareti interne della cella. È il dettaglio che rende il Tempio di Portuno un caso quasi unico: dentro un edificio repubblicano si conserva pittura di età altomedievale, sopravvissuta perché protetta dalla funzione ecclesiastica. Un tempio del primo secolo avanti Cristo che custodisce immagini cristiane di mille anni dopo, e che le custodisce proprio perché ha smesso di essere un tempio.
Come si visita il Tempio di Portuno oggi
L'interno non è aperto con continuità. L'accesso avviene soltanto in occasione di aperture straordinarie e di eventi, e quando capita vale la fila, perché entrare in un tempio repubblicano conservato nelle sue forme originarie è un'occasione che in Italia si conta sulle dita di una mano. Nel resto dell'anno l'edificio si osserva dall'esterno, e va detto che dall'esterno si vede quasi tutto: il podio, la gradinata, il colonnato, la muratura della cella.
Il consiglio operativo: girare intorno all'edificio in senso antiorario partendo dalla fronte, fermandosi sull'angolo sud-ovest, dove si legge meglio il passaggio fra le colonne libere del pronao e le semicolonne addossate. Da lì la pianta pseudoperiptera si capisce senza bisogno di spiegazioni, e la fotografia viene con la luce del pomeriggio alle spalle.
Il Tempio rotondo del Foro Boario, il più antico edificio in marmo di Roma
A pochi metri dal Tempio di Portuno, sullo stesso prato, si alza un tempietto circolare con venti colonne. Ha una qualità che nessun altro edificio della città può rivendicare: è il più antico edificio in marmo di Roma fra quelli ancora esistenti. Non uno dei più antichi. Il più antico. Chi ci passa accanto in motorino non lo sospetta neppure.
Venti colonne, un tetto che non è quello originale
La pianta è circolare, con una peristasi di venti colonne scanalate a capitello corinzio che gira intorno a una cella cilindrica. Il diametro complessivo si aggira sui quattordici metri e ottanta, le colonne superano i dieci metri e mezzo di altezza. Il materiale della costruzione originaria è marmo pentelico, cioè marmo greco portato dall'Attica: un investimento enorme per la Roma della fine del secondo secolo avanti Cristo, quando il marmo italiano di Luni non era ancora entrato in produzione su scala industriale.
Il tetto conico che si vede oggi non è antico: è una copertura di restauro, necessaria a proteggere le strutture. La trabeazione originaria è perduta. Questo spiega la sensazione, che molti provano e pochi sanno spiegarsi, che il tempietto sembri incompiuto o "tozzo": manca l'elemento che gli dava slancio verso l'alto. Chi vuole immaginarlo com'era, aggiunga mentalmente un'alta trabeazione marmorea sopra i capitelli e un tetto più basso e più elegante.
Chi lo pagò: un mercante d'olio e la corporazione degli olearii
La storia della committenza è la più romana che si possa raccontare. Il tempio fu fatto costruire da Marco Ottavio Erennio, mercante d'olio, che verso la fine del secondo secolo avanti Cristo dedicò la decima dei propri guadagni a Ercole in quanto eroe e dio protettore della corporazione degli olearii. Un privato, dunque, non il senato, non un generale trionfatore: un commerciante che mette da parte il dieci per cento degli utili e con quello costruisce alla città il suo primo edificio interamente marmoreo.
Le fonti divergono sull'origine dell'uomo, romano per alcuni, tiburtino per altri, ma il nucleo della vicenda non cambia. È capitale privato che si compra rappresentanza pubblica in una piazza commerciale, ventun secoli fa, con un gesto che al tempo stesso è devozione e pubblicità. Chiunque scaricasse anfore d'olio al porto vedeva chi comandava nel settore. La decima a Ercole, del resto, era una consuetudine antichissima proprio in questa piazza: il dio garantiva l'onestà degli scambi e in cambio prendeva la sua quota sui profitti.
L'iscrizione di Hercules Olivarius e lo scultore Scopas minore
Per secoli l'edificio è stato chiamato tempio di Vesta, per la sola ragione che è rotondo come quello del Foro Romano. L'equivoco è caduto grazie a un'iscrizione che nomina Hercules Olivarius, cioè Ercole degli olivi, e che ricorda anche l'autore della statua di culto: l'artista greco noto come Scopas minore, attivo nel secondo secolo avanti Cristo e da non confondere con l'omonimo scultore di Paro del quarto secolo.
Il tempio, quindi, è di Ercole. La statua non c'è più, ma sapere che fu scolpita da un greco per un mercante romano dentro un edificio disegnato con criteri ellenistici e costruito con marmo dell'Attica dice tutto sulla Roma di quella generazione: una città che comprava competenze, materiali e prestigio in blocco dal mondo greco, e li rimontava a modo suo.
Ermodoro di Salamina e l'architettura greca al Foro Boario
Il progetto viene attribuito dagli studiosi a un architetto greco, con ogni probabilità Ermodoro di Salamina, lo stesso al quale si riferiscono altri cantieri romani del periodo. L'attribuzione è un'ipotesi ragionata, non un dato d'archivio, e va presentata come tale: nessuna iscrizione lo nomina come progettista di questo edificio.
Quello che invece è certo è il valore documentario del monumento: mostra quanto e come la cultura greca abbia contribuito alla formazione del mondo romano. Un tempio rotondo periptero è un tipo greco; il marmo è greco; lo scultore è greco; il committente è un bottegaio italico arricchito. Il risultato è romano al cento per cento. Su questo passaggio si costruisce metà della storia dell'arte occidentale, e si può osservare gratis, da un marciapiede, con gli autobus che passano.
Il restauro antico: Tiberio, la piena e il marmo di Luni
Il tempio venne restaurato in età imperiale, sotto Tiberio, con ogni probabilità dopo l'inondazione del 15 dopo Cristo, una delle piene del Tevere che le fonti annalistiche registrano come rovinose. Nell'intervento undici colonne e nove capitelli furono sostituiti con marmo apuano di Luni, il marmo bianco italiano che nel frattempo era diventato lo standard dell'edilizia imperiale.
Ecco un esercizio che consiglio a chi ha dieci minuti e un po' di pazienza: girare intorno al tempietto guardando il colore e la grana delle colonne. Il pentelico e il lunense non sono identici, e con la luce giusta la differenza si coglie. Si guarda, in pratica, la cicatrice di un'alluvione di duemila anni fa.
Santo Stefano, Santa Maria del Sole e la sopravvivenza del Tempio rotondo
Anche questo edificio deve la propria sopravvivenza al riuso cristiano. Dopo l'antichità non risultano testimonianze di utilizzo fino al dodicesimo secolo, quando il tempio viene dedicato a Santo Stefano dalla famiglia Savelli: le date proposte oscillano fra il 1132 e il 1140, e la tradizione popolare gli attaccò il nome di Santo Stefano delle Carrozze. Successivamente la chiesa venne intitolata a Santa Maria del Sole, con datazioni che le fonti collocano fra il Cinquecento e il Seicento, per via di un'immagine mariana che secondo la leggenda sarebbe stata ripescata nel Tevere circondata da un raggio di sole.
Nell'Ottocento gli interventi di Giuseppe Valadier liberarono progressivamente il monumento dalle superfetazioni ecclesiastiche, restituendogli la forma circolare che vediamo. Il tempio ha dunque attraversato tre vite: santuario di una corporazione di mercanti, chiesa mariana, monumento archeologico. Chi lo guarda oggi vede la terza, ma la seconda è quella che glielo ha conservato.
Perché il Tempio rotondo non è il tempio di Vesta
Lo ripeto perché è l'errore più diffuso in assoluto su questa piazza, e perché continua a circolare su materiali stampati. Il tempio di Vesta si trova nel Foro Romano, accanto alla casa delle Vestali, ed è un altro edificio con un'altra storia. Il tempietto rotondo del Foro Boario è di Ercole. Il fraintendimento nasce da una forma condivisa e da una tradizione erudita che ha attraversato secoli di vedutismo e di guide: Piranesi lo incise chiamandolo tempio di Vesta, e da lì il nome si è propagato ovunque.
Il punto non è pedanteria. Chiamarlo di Vesta significa perdere tutta la storia interessante: il mercante d'olio, la decima, la corporazione, il marmo greco, lo scultore. Chiamarlo di Ercole significa capire perché sorge esattamente in questo punto, a duecento metri dall'Ara Massima, nel luogo dove secondo il mito l'eroe portò i buoi di Gerione.
L'Ara Massima di Ercole, il vero centro religioso del Foro Boario
Prima dei templi in marmo, prima degli archi, prima delle chiese, al Foro Boario c'era un altare. Si chiamava Ara Maxima Herculis Invicti ed era il santuario più antico e più venerato della zona, con una frequentazione che risale all'epoca protourbana, prima dell'ottavo secolo avanti Cristo, quando in quest'ansa del fiume approdavano mercanti fenici, greci ed etruschi.
Ercole, Caco e i buoi di Gerione al Foro Boario
La leggenda la conoscono tutti a metà. Ercole, di ritorno dall'estremo occidente con la mandria sottratta al mostro Gerione, si ferma a riposare lungo il Tevere. Caco, creatura mostruosa che abitava una caverna sull'Aventino, gli ruba parte dei buoi trascinandoli per la coda perché le impronte indichino la direzione sbagliata. L'eroe se ne accorge, uccide il ladro e in segno di ringraziamento fonda un altare nel punto dove si era compiuta la vendetta.
La lettura storica che gli studiosi propongono è più interessante del racconto. All'origine ci sarebbe una divinità locale legata ai commerci e alla protezione delle carovane, assimilata al fenicio Melqart e più tardi identificata con l'Eracle greco e quindi con l'Ercole latino. La presenza di un culto erculeo in un porto fluviale non è un caso isolato nel Mediterraneo antico: dove ci sono mercanti che arrivano da lontano c'è il bisogno di un dio che garantisca i patti fra stranieri. Il mito di Caco è la versione narrativa di una funzione economica.
La decima, i patti e la regola dell'altare
Il rapporto fra Ercole e i commercianti del Foro Boario si reggeva su un contratto religioso preciso: la decima. Chi concludeva un affare fortunato dedicava all'altare il dieci per cento del profitto, in denaro o in banchetti offerti alla collettività. Il dio garantiva l'onestà delle transazioni e si prendeva la sua quota. Marco Ottavio Erennio, quattro o cinque secoli dopo, non fa altro che portare quella consuetudine alle estreme conseguenze: costruisce un tempio intero con la decima.
Al culto dell'Ara Massima erano legate norme rituali particolari, fra cui la tradizione dell'esclusione delle donne dai sacrifici e l'antichissima gestione affidata alle famiglie dei Potizi e dei Pinari, poi trasferita a sacerdoti pubblici. Sono elementi che le fonti antiche riportano e che gli studiosi discutono da due secoli: vanno raccontati come tradizione letteraria, non come cronaca.
Dove sono i resti dell'Ara Massima del Foro Boario
Ed è qui che il Foro Boario mostra la sua natura di stratificazione. Il nucleo in blocchi di tufo riconosciuto come fondazione dell'Ara Massima si trova sotto e dentro la basilica di Santa Maria in Cosmedin: papa Adriano I, ampliando la chiesa nel 782, sfruttò quella massa di pietra come base, ricavandovi dentro una cripta. Il tufo è ancora visibile nella parte posteriore dell'edificio.
Detto altrimenti: la basilica non è lì per caso. Sorge sopra il più antico altare della città, e il gesto di costruire una chiesa mariana sull'Ara di Ercole è un atto di sostituzione religiosa perfettamente consapevole. Chi scende in cripta e appoggia la mano su quei blocchi tocca il sesto o il quinto secolo avanti Cristo. La fila che si forma trenta metri più in là, davanti al mascherone, ignora quasi sempre di avere questo sotto i piedi.

Santa Maria in Cosmedin, la basilica del Foro Boario
Sul lato orientale della piazza si allunga una delle chiese medievali più integre di Roma. La diaconia esisteva già nel sesto secolo, in un quartiere abitato da una comunità greca consistente, formata in origine soprattutto da funzionari, tanto che il titolo primitivo suona Sancta Maria in Schola Graeca. La prima attestazione scritta esplicita compare con papa Adriano I, fra il 772 e il 795.
Indirizzo: piazza della Bocca della Verità 18. L'apertura quotidiana indicata dalla basilica va dalle 9.30 alle 17.50, con chiusura il primo gennaio; la Divina Liturgia domenicale è alle 10.30. È officiata secondo il rito greco-melchita cattolico, il che significa che l'interno funziona da chiesa orientale e non da museo: chi entra durante una funzione si comporti di conseguenza. Chi vuole il quadro completo lo trova nella pagina dedicata a Santa Maria in Cosmedin.
Il campanile di Santa Maria in Cosmedin, il più bello del Foro Boario
Il campanile romanico è la cosa più bella della piazza e quasi nessuno la fotografa, perché tutti guardano in basso verso il mascherone. Fu innalzato nel dodicesimo secolo, nel quadro dei lavori promossi sotto papa Callisto II dal camerlengo Alfano, e raggiunge i 34 metri e 20 di altezza articolandosi in sette piani divisi da cornici con mensole marmoree. I livelli superiori si aprono con trifore su ogni lato, e la campana più antica risale al tredicesimo secolo, di fattura pisana.
Chi vuole la fotografia giusta si metta sul marciapiede opposto, verso il Tempio rotondo, e inquadri il campanile con il tempio in primo piano: mille e duecento anni di storia dell'architettura in un unico scatto, senza spostarsi di dieci metri. Il pomeriggio tardo, quando il sole batte da ovest sul laterizio, è il momento buono.
La schola cantorum, il pavimento cosmatesco e il ciborio
L'interno è a tre navate divise da pilastri e da colonne antiche di reimpiego, sormontate da capitelli corinzi. Il pavimento è cosmatesco, in opus sectile di marmi policromi con inserti musivi, e appartiene in prevalenza alla ricostruzione del dodicesimo secolo, con elementi più antichi nella zona del presbiterio.
La schola cantorum occupa la seconda metà della navata centrale, delimitata da plutei marmorei, e conserva i due amboni: quello dell'epistola a sinistra, di tipo a giardino, in pavonazzetto su base di marmo greco; quello del vangelo a destra, di tipo a loggia, in pavonazzetto con inserti di breccia pirenaica e porfido grigio. Sopra l'altare maggiore si alza il ciborio gotico di Deodato di Cosma, datato 1294, retto da quattro colonne corinzie, con mosaici a fondo oro sul fronte.
Opinione da guida: la schola cantorum di Santa Maria in Cosmedin è il luogo dove si capisce, meglio che altrove a Roma, come funzionava lo spazio liturgico medievale prima che il concilio di Trento riorganizzasse tutto. Vale il silenzio di dieci minuti, seduti in fondo, guardando come i recinti marmorei dividano i ruoli dentro la navata.
La cripta di Adriano I sotto Santa Maria in Cosmedin
Sotto la schola cantorum si apre la cripta ricavata nell'ottavo secolo nel nucleo di tufo dell'Ara Massima. È un ambiente rettangolare a tre navatelle, divise da colonnine corinzie, con nicchie semicircolari lungo le pareti laterali destinate in origine ai reliquiari dei santi. Gli studiosi la considerano uno dei più antichi esempi di cripta di questo tipo.
Chi ha la fortuna di scendere si accorge subito della qualità dell'ambiente: bassa, compressa, silenziosa, con la pietra antica che affiora nelle murature. Non è una curiosità aggiuntiva, è il collegamento fisico fra la Roma di Ercole e la Roma dei papi. Il seguito naturale, per chi vuole capire la stratificazione religiosa della zona, è la pagina della Bocca della Verità, che tratta il portico e il mascherone.
Il mosaico dell'Epifania e il restauro di Giovenale
In sagrestia si conserva un frammento di mosaico proveniente dall'oratorio fatto costruire da papa Giovanni VII nell'antica basilica di San Pietro, agli inizi dell'ottavo secolo. Raffigura l'adorazione dei Magi, con un angelo in piedi fra la Vergine con il Bambino e i Magi stessi, e appartiene al piccolo gruppo di frammenti superstiti di quel complesso perduto. È uno dei pezzi più antichi e meno visitati di tutta la piazza.
L'aspetto attuale della basilica dipende in larga misura dal restauro diretto da Giovanni Battista Giovenale alla fine dell'Ottocento, concluso con la ridedicazione nell'ottobre 1899. Giovenale demolì la facciata rococò settecentesca di Giuseppe Sardi, riaprì tutte le arcate del nartece, eliminò la volta a botte per rimettere in luce gli affreschi del dodicesimo secolo e le monofore, ricostruì la pergula con i plutei di età pasqualiana. Fu un restauro celebrato per il rigore filologico e discusso per i criteri di reintegrazione: come tutti i restauri ottocenteschi, ci ha restituito un medioevo un po' più medievale del vero.
La Bocca della Verità e la coda che si vede dalla piazza
Il mascherone marmoreo in pavonazzetto che tutti vengono a fotografare è sistemato sotto il portico della basilica dal 1623. Sull'identificazione originaria gli studiosi propendono per un chiusino di fognatura o per un elemento connesso a un impianto idraulico antico, forse legato proprio al sistema della Cloaca Massima: un tombino monumentale, in sostanza, con il volto di una divinità fluviale.
La leggenda della mano morsa ai bugiardi è medievale e ha avuto una seconda vita cinematografica nel 1953, con la scena di Vacanze romane che ha reso il mascherone una delle immagini più riconoscibili d'Italia. La coda che si forma sul portico, nelle giornate di alta stagione, può superare l'ora. La mia opinione, netta: se il tempo è poco, si guarda il mascherone dal lato, gratis, senza fila, e si spendono quei sessanta minuti dentro la basilica e in cripta, che valgono infinitamente di più. Nessuno lo dice ad alta voce perché la fotografia con la mano nella bocca è un rito sociale, ma il rapporto fra tempo speso e cose viste, lì, è il peggiore di Roma.
San Giorgio in Velabro e l'Arco degli Argentari, il lato nord del Foro Boario
Cento metri a nord del Tempio di Portuno, in un angolo che la maggior parte dei visitatori non raggiunge, sorge una delle chiese più commoventi della città. San Giorgio in Velabro nasce come diaconia in età paleocristiana; la più antica documentazione certa compare nella biografia di papa Zaccaria, fra il 741 e il 752, che ricorda la traslazione della testa di san Giorgio alla venerabile diaconia in Velabro. L'assetto attuale, a tre navate con abside, risale al radicale intervento promosso sotto papa Gregorio IV, fra l'827 e l'844.
Una pianta storta e colonne di seconda mano al Foro Boario
La pianta è vistosamente irregolare: l'aula ha forma trapezoidale, con le pareti che non corrono parallele, quasi certamente perché la costruzione inglobò strutture preesistenti. Le navate sono divise da archi a tutto sesto retti da colonne romane di reimpiego, in granito e in altre pietre pregiate, tutte diverse fra loro per dimensione e materiale, con capitelli anch'essi di recupero.
È una chiesa costruita con i pezzi della città morta, e non lo nasconde. Il fascino di San Giorgio in Velabro consiste esattamente in questa povertà nobile: pareti nude in laterizio, nessuna decorazione barocca, luce bassa, il pavimento che scende leggermente. Chi arriva qui dopo il baccano della piazza si accorge del cambio di temperatura acustica nel giro di tre passi.
Il portico, il campanile e l'affresco absidale
Il portico venne costruito nel tredicesimo secolo per iniziativa del priore Stefano Di Stella, con quattro colonne antiche a capitelli ionici; delle sei campate originarie ne restano cinque. Il campanile romanico, documentato dal 1259, si alza per cinque piani e poggia in parte proprio sopra l'arco degli Argentari.
Nel catino absidale è dipinto un affresco tardoduecentesco con il Cristo fra i santi Giorgio, Maria, Pietro e Sebastiano, oggi attribuito a Pietro Cavallini e in passato riferito a Giotto. L'attribuzione a Cavallini è quella corrente fra gli storici dell'arte e va data come tale: è un'attribuzione stilistica, solidamente argomentata, non una firma. Chi conosce il Giudizio di Santa Cecilia in Trastevere riconosce la mano.
L'Arco degli Argentari, il monumento dei banchieri del Foro Boario
Addossato al fianco sinistro della chiesa c'è uno dei monumenti più singolari di Roma. L'arco degli Argentari fu eretto nel 204 dopo Cristo nel punto in cui l'antica strada urbana del vicus Iugarius sboccava nella piazza del Foro Boario. Non è un arco trionfale: è un fornice onorario finanziato da una categoria professionale.
L'iscrizione lo dice senza giri di parole: i dedicanti sono gli argentarii, cioè i banchieri e i cambiavalute, e i negotiantes boarii huius loci, i commercianti di bestiame del posto. Dedicarono il monumento a Settimio Severo e a Caracalla, al cesare Geta, a Giulia Domna e a Fulvia Plautilla. L'insieme raggiunge i 6 metri e 15 di altezza e il passaggio ha una larghezza di 3 metri e 30: dimensioni da vicolo, non da via trionfale.
La damnatio memoriae scolpita sul marmo
Qui si tocca con mano uno dei fenomeni più impressionanti della storia romana. Plautilla, moglie di Caracalla, venne esiliata nel 205 e uccisa nel 211. Geta, fratello di Caracalla, fu assassinato nel 212. In entrambi i casi seguì la condanna della memoria, e i loro nomi vennero scalpellati via dall'iscrizione, mentre le loro figure sparirono dai rilievi.
Sul monumento restano quindi i vuoti: lacune volute, buchi nel testo, superfici lisciate dove c'era un volto. Guardare quelle rasature è più eloquente di qualunque manuale sulla successione dei Severi. Chi accompagna un gruppo davanti all'arco degli Argentari ha in mano il migliore esempio romano di cancellazione politica scolpita nella pietra, e conviene approfittarne.
I rilievi e il pilastro inghiottito dalla chiesa
Le superfici interne ed esterne sono coperte di bassorilievi: scene di sacrificio con i due sovrani affrontati, vittorie alate, aquile, prigionieri barbari, insegne militari, festoni. La qualità non è sopraffina e proprio per questo è preziosa: è scultura di committenza corporativa, non di corte, e ci dice come una categoria di mercanti immaginava di doversi rappresentare davanti al potere.
Il pilastro orientale venne per metà inglobato, nel corso dell'alto medioevo, nella muratura di San Giorgio in Velabro. Il risultato è che l'arco e la chiesa oggi sono un unico corpo edilizio, un monumento severiano e una diaconia altomedievale saldati insieme. Una cosa così, in una capitale europea qualunque, avrebbe la sua brava recinzione e il suo biglietto. Qui ci si passa accanto andando a prendere l'autobus.
La notte del 27 luglio 1993 al Foro Boario
Fra il 27 e il 28 luglio del 1993 un'autobomba con circa cento chili di esplosivo devastò il portico di San Giorgio in Velabro nel quadro della campagna stragista di quell'estate. Le colonne del portico furono polverizzate, l'interno subì danni gravi a strutture e affreschi.
Il restauro procedette per anastilosi, recuperando e ricomponendo i frammenti originali dove possibile, e la chiesa fu riaperta al culto il 6 luglio 1996. Chi entra oggi vede un edificio ricomposto pezzo per pezzo. Lo dico ai gruppi ogni volta e lo scrivo qui: davanti a quel portico si è davanti a un fatto di storia recente, non soltanto a un monumento medievale. Vale un minuto di silenzio.
L'Arco di Giano, il quadrifronte del Foro Boario
All'imbocco settentrionale della piazza si alza il grande arco a quattro fronti che tutti chiamano di Giano, per una consuetudine erudita che non ha fondamento nelle fonti antiche. Il nome originario, restituito dalle iscrizioni, sembra essere stato arcus divi Constantini; frammenti epigrafici conservati presso la chiesa di San Giorgio hanno suggerito una possibile ridedicazione a Costanzo II, in occasione della vittoria su Magnenzio.
Come è fatto l'Arco di Giano
Si tratta di un tetrapilo, cioè di un arco quadrifronte: quattro pilastri massicci reggono una volta a crociera, aprendo un passaggio in ogni direzione. La pianta è quadrata, il lato misura circa sedici metri e l'altezza dodici. I pilastri sono in conglomerato cementizio rivestito da blocchi marmorei di reimpiego, prelevati da monumenti più antichi: una pratica normale nel quarto secolo, quando la città smise di produrre marmo nuovo e cominciò a riciclare il proprio.
Le facce sono scandite da file di nicchie destinate a ospitare statue, oggi tutte vuote. Sulle chiavi di volta sopravvivono quattro divinità, fra le quali si riconoscono Roma e Minerva, con Giunone e Cerere proposte per le altre due. La funzione dell'edificio era pratica prima che celebrativa: un passaggio coperto e ombreggiato all'incrocio di più strade, all'uso di chi lavorava al mercato e doveva ripararsi dal sole o dalla pioggia.
Il Medioevo dei Frangipane al Foro Boario e l'attico perduto
Nel medioevo la famiglia Frangipane trasformò l'arco in fortezza, come fece con il Colosseo e con l'arco di Tito: la struttura venne sopraelevata, merlata, integrata in un sistema difensivo che controllava il passaggio fra il fiume e il Palatino. Quell'aggiunta rimase in piedi per secoli e per secoli fu scambiata per parte dell'edificio antico.
Nel 1827 l'attico venne demolito nel quadro degli interventi di ripulitura dei monumenti antichi che caratterizzarono la Roma pontificia dell'Ottocento. La demolizione ha restituito il profilo antico e insieme ha reso l'arco più tozzo di quanto fosse mai stato: senza attico, la proporzione fra pilastri e volta appare schiacciata. È uno di quei casi in cui il restauro corretto sul piano filologico produce un risultato visivamente meno felice, e conviene saperlo prima di giudicare l'edificio con gli occhi di oggi.
L'area sacra di Sant'Omobono al Foro Boario, lo scavo più antico di Roma
Attraversata via Petroselli si cambia amministrazione e si cambia epoca. L'area sacra di Sant'Omobono è un rettangolo aperto sotto il livello stradale, con una chiesa rinascimentale seduta nel mezzo, che a un primo sguardo non promette nulla. Sotto quel piano di calpestio, invece, si conserva la sequenza archeologica più antica mai indagata a Roma.
Lo scavo del 1937 al Foro Boario e la scoperta dei templi gemelli
I lavori di sterro cominciarono nel 1937 per costruire un nuovo edificio comunale sul margine settentrionale del Foro Boario, fra il vicus Iugarius e la via del Mare, oggi via Petroselli. Vennero alla luce una grande platea in blocchi di tufo e, al di sopra, i resti di due templi affiancati di età repubblicana, identificati sulla base delle fonti letterarie con i santuari di Fortuna e Mater Matuta.
Due divinità femminili, l'una legata alla sorte e alla prosperità, l'altra all'aurora e alla maternità, con un culto celebrato ai Matralia di giugno da cui le schiave erano escluse: due templi gemelli, affiancati, dentro un unico recinto. La coppia è attestata dalla tradizione al re Servio Tullio, e va presentata come tradizione antica, non come dato di scavo.
La capanna dell'ottavo secolo e l'iscrizione etrusca
La parte più straordinaria arrivò dai pozzi scavati per sottofondare la chiesa. In profondità comparve una capanna dell'ottavo secolo avanti Cristo, cioè della Roma dei re o poco più tardi. Nel secolo successivo si documenta un'area di culto con altari e residui di ossa animali, dalla quale proviene un frammento di vaso con un'iscrizione etrusca, forse la più antica trovata a Roma.
Mi fermo un istante su questo punto, perché è di quelli che cambiano la percezione della città. La più antica iscrizione etrusca rinvenuta a Roma non viene dal Campidoglio, non viene dal Palatino, non viene dal Foro Romano. Viene da qui, dal porto, dal mercato, dal posto dove arrivavano gli stranieri. La città scrive perché commercia, non perché governa.
Il tempio del 580 avanti Cristo e il gruppo di Eracle e Athena
La trasformazione monumentale dell'area avviene intorno al 580 avanti Cristo con la costruzione di due templi, dei quali uno solo è stato rinvenuto, in profondità e in posizione obliqua sotto le fondazioni della chiesa. È un edificio etrusco-italico da manuale: alto podio in tufo, struttura portante in legno, pareti in mattoni crudi, un'unica cella con due colonne sulla fronte e la scaletta di accesso al centro.
A quell'edificio appartengono grandi placche e lastre di rivestimento in terracotta, quattro volute acroteriali che coronavano gli spioventi del tetto e, soprattutto, un gruppo statuario in terracotta raffigurante Eracle e Athena. Il gruppo, insieme al deposito votivo con balsamari, coppe in ceramica greca, pendagli in osso, ambre e oggetti miniaturistici, non è conservato in loco: si trova ai Musei Capitolini, nel Palazzo dei Conservatori.
Consiglio pratico e non negoziabile: chi visita Sant'Omobono deve poi salire ai Capitolini, e chi visita i Capitolini dovrebbe sapere che quelle terrecotte vengono da qui. Sono dieci minuti a piedi lungo la salita del Campidoglio. Vedere il tetto senza il tempio, o il tempio senza il tetto, dimezza entrambe le visite.
Distruzioni, rialzamenti e restauri adrianei
Alla fine del sesto secolo avanti Cristo il tempio viene sistematicamente distrutto, con una violenza che gli archeologi leggono nei livelli di crollo. Segue un secolo di abbandono. Poi il livello dell'area viene innalzato artificialmente di quasi quattro metri per ricostruire i due templi gemelli, con orientamento leggermente diverso dal precedente.
Dopo altri incendi e altre distruzioni, i templi vengono restaurati in età adrianea, fra il 117 e il 138 dopo Cristo. Oggi è completamente visibile solo il tempio della Fortuna, perché la cella della Mater Matuta fu con ogni probabilità riutilizzata alla fine del quinto secolo dopo Cristo come edificio di culto cristiano, poi ristrutturata nel medioevo con il presbiterio rialzato e i pavimenti cosmateschi. I documenti la chiamano San Salvatore in Portico.
Da San Salvatore in Portico a Sant'Omobono
Nel 1482 sopra quella chiesa se ne ricostruisce una nuova, con orientamento opposto, e nel 1575 l'edificio viene dedicato a Sant'Omobono, mercante cremonese del dodicesimo secolo, protettore dei sarti. La scelta del santo, in una piazza di commercianti, chiude il cerchio in modo quasi ironico: dal dio dei mercanti al santo dei mercanti, nello stesso indirizzo, dopo venticinque secoli.
Come si visita l'area sacra di Sant'Omobono
Le condizioni le fissa la Sovrintendenza Capitolina e sono particolari, quindi conviene averle chiare. L'ingresso è gratuito. Si entra soltanto a gruppi accompagnati, con un massimo di quindici persone a visita, e la prenotazione è obbligatoria allo 060608, tutti i giorni dalle 9.00 alle 19.00. Per i visitatori singoli sono previste visite individuali secondo un calendario specifico, sempre previa prenotazione allo stesso numero. L'ingresso è da via Petroselli, dal cancello accanto al civico 45, e il lunedì è chiuso. Al momento il portale capitolino segnala la chiusura temporanea per lavori, con il sito comunque visibile dall'esterno.
La raccomandazione sull'abbigliamento non è di facciata: si chiedono scarpe basse, chiuse e comode con suola antiscivolo, perché il percorso comporta rischi di scivolamenti, urti e cadute. Si cammina fra strutture antiche a quota irregolare, su fondi che non sono spianati. Chi arriva con i sandali resta fuori, e ha ragione chi lo lascia fuori.
La Cloaca Massima, l'opera che ha reso possibile il Foro Boario
Senza la Cloaca Massima questa piazza non esisterebbe, perché la zona era un acquitrino stagionale schiacciato fra tre colli e il fiume. Il grande collettore venne realizzato verso la fine del sesto secolo avanti Cristo, e la tradizione ne attribuisce l'avvio a Tarquinio Prisco. Il suo scopo primario non era smaltire i rifiuti: era drenare l'acqua che ristagnava fra Foro, Velabro e Foro Boario, rendendo edificabile il centro della città nascente.
Il percorso del collettore fino al Foro Boario
Il condotto ha origine nella Suburra e, attraverso l'Argileto, il Foro Romano, il Velabro e il Foro Boario, scarica nel Tevere. Sotto il Foro procede in due gallerie parallele, per sopperire alla minore altezza disponibile. I materiali cambiano secondo le epoche di intervento: cappellaccio, tufo, peperino, travertino, opera cementizia. Nel tratto accessibile presso Tor de' Conti il condotto raggiunge circa tre metri di altezza, con il pavimento a dodici metri sotto il livello stradale moderno.
Lo sbocco sul Tevere, visibile ancora oggi
L'antico sbocco è ancora visibile presso i resti del Ponte Rotto, vicino al ponte Palatino: un arco a triplice ghiera di conci in pietra gabina che si apre nel muraglione, sul lato di monte. Bisogna sporgersi dal parapetto del lungotevere e sapere dove guardare, e nessuno lo indica.
Lo dico chiaro: fra tutte le cose che si vedono gratis in questa zona, l'arco della Cloaca Massima è quella che dà più soddisfazione a chi ama l'ingegneria antica. Si guarda un'opera del sesto secolo avanti Cristo che ha continuato a funzionare per venticinque secoli, e che in parte funziona ancora. Roma è stata resa possibile da questo, non dai templi.
Venere Cloacina e la manutenzione di Agrippa
Il condotto era protetto da una divinità propria, Cloacina, poi assimilata a Venere, alla quale era dedicato un piccolo sacello circolare sorto nel punto in cui il collettore entrava nel Foro Romano, davanti alla basilica Emilia. Una dea della fognatura non è una battuta: nella mentalità religiosa romana ogni infrastruttura vitale ha il proprio nume tutelare, e la rete di drenaggio era vitale quanto l'acqua potabile.
Nel 33 avanti Cristo Marco Vipsanio Agrippa, durante la sua celebre edilità, condusse un'ispezione e una campagna di drenaggio e spurgo dell'opera. È l'episodio da cui nasce l'aneddoto della navigazione del collettore in barca, raccontato dalle fonti antiche e ripetuto da ogni guida della città: va restituito come racconto tramandato, non come cronaca verificata.
Il porto e il mercato: perché il Foro Boario è nato qui
Il nome viene dal mercato del bestiame, Forum Boarium o Bovarium, e già questo definisce il carattere del posto: non un quartiere di rappresentanza, ma la zona commerciale della città arcaica. Il Foro Boario occupava la riva sinistra del Tevere fra Campidoglio, Palatino e Aventino, con il Circo Massimo a sud-est, il Velabro a nord-est, il vicus Iugarius a nord ai piedi del colle capitolino, il fiume a ovest e le pendici dell'Aventino a sud.
Il portus Tiberinus e il guado dell'Isola Tiberina
Accanto al mercato si trovava il portus Tiberinus, lo scalo fluviale, il primo porto commerciale della città. Qui confluivano i percorsi che scendevano lungo la valle del Tevere e qui passavano i traffici fra l'Etruria e la Campania, che in origine guadavano il fiume all'altezza dell'Isola Tiberina. Da nord scendeva il sale delle saline della foce lungo la via Salaria, e il sale, in un'economia arcaica, è una valuta.
Prima del ponte c'era il guado; poi, secondo la tradizione, Anco Marzio fece costruire il pons Sublicius, il ponte di legno, e il traffico si stabilizzò in un punto fisso. Un guado si sposta, un ponte no: attorno al ponte nasce il mercato, attorno al mercato nasce il quartiere. La topografia commerciale di Roma comincia da questa banalità idraulica.
Il Foro Boario fuori dalle mura, per scelta
Per secoli l'area fu considerata esterna al perimetro urbano vero e proprio e restò fuori dalle cinte più antiche. È la norma nelle città antiche: la merce che arriva e lo straniero che la porta si tengono fuori dalla porta, in uno spazio franco dove si può commerciare senza contaminare lo spazio sacro della comunità. Il culto di Ercole, dio dei patti fra estranei, è la controparte religiosa di questa scelta urbanistica.
Nella divisione augustea in quattordici regioni il Foro Boario finì a cavallo della regione ottava e della undicesima, segno che l'area non aveva ormai più un'identità amministrativa autonoma. Il porto, del resto, se n'era già andato.
Dall'Emporium in poi: la fine del porto
A partire dal secondo secolo avanti Cristo le strutture portuali si spostano a valle, all'Emporium ai piedi dell'Aventino, dove i fondali e gli spazi consentivano di gestire volumi di merci incomparabilmente maggiori. Il Foro Boario smette di essere uno scalo e si riempie di case private e di insulae, diventando un quartiere denso, servito da alcuni monumenti prestigiosi rimasti a testimoniare il passato.
Chi vuole vedere che cosa sia diventato quel commercio spostato più a valle deve arrivare fino al monte dei Cocci, la collina artificiale fatta di anfore olearie frantumate che sorge a Testaccio, e passare dalla Piramide Cestia. Il percorso Foro Boario, Aventino, Testaccio racconta in tre chilometri l'intera parabola del porto fluviale di Roma.

Una curiosità su Foro Boario
La curiosità più bella di questa piazza riguarda un uomo che non era nobile, non era generale, non era magistrato, e che ha lasciato alla città un edificio che nessun aristocratico romano le aveva ancora dato. Si chiamava Marco Ottavio Erennio e commerciava olio. Verso la fine del secondo secolo avanti Cristo dedicò a Ercole la decima dei suoi guadagni, e con quel dieci per cento fece costruire il tempietto rotondo che ancora si vede: il più antico edificio in marmo di Roma fra quelli superstiti.
Fermiamoci sul significato del gesto. Fino a quel momento il marmo, a Roma, era un materiale da conquista: arrivava dai bottini, decorava i templi votati dai comandanti vittoriosi, comunicava potere militare. Erennio lo usa per dire un'altra cosa. Dice che il denaro guadagnato vendendo olio compra la stessa immortalità del bronzo dei trionfi. Ingaggia un architetto greco, con ogni probabilità Ermodoro di Salamina; commissiona la statua di culto a uno scultore greco, quello Scopas che gli studiosi chiamano il minore per distinguerlo dal maestro del quarto secolo; ordina marmo pentelico dall'Attica, che significa navi, dazi, mesi di attesa. Poi mette il tutto in mezzo al mercato dove lavora, dove tutti i suoi concorrenti passano ogni giorno.
La corporazione degli olearii aveva così il suo tempio, e il suo tempio era il più moderno della città. L'iscrizione con il nome di Hercules Olivarius, ritrovata secoli dopo, è ciò che ha permesso di restituire la dedica corretta a un edificio che tutti chiamavano, per pigrizia, tempio di Vesta.
Trovo che questa sia la curiosità che merita di essere raccontata, perché smonta un luogo comune duro a morire: quello secondo cui l'architettura antica sarebbe stata soltanto affare di imperatori e di senatori. Il primo marmo di Roma lo ha pagato un grossista. E lo ha pagato con la tassa volontaria che il suo mestiere gli imponeva verso il dio che garantiva gli affari. Duemila e duecento anni dopo, quel dieci per cento è ancora in piedi, in mezzo al traffico, e non chiede il biglietto a nessuno.
Una cosa che non ti dice nessuno su Foro Boario
Nessuno dice che dentro il Tempio di Portuno ci sono degli affreschi altomedievali, e che quelli sono la vera ragione per cui bisognerebbe cercare le aperture straordinarie invece di limitarsi a fotografare il colonnato da fuori.
La vicenda è questa. Il tempio si è salvato perché nell'alto medioevo fu trasformato in chiesa, dedicata alla Vergine con il titolo di Santa Maria in Secundicerio, dal nome di Stefano Stefaneschi, giudice e secundicerio della corte papale al quale l'edificio era affidato. Nel 1492 quel titolo scompare dai documenti e compare quello di Santa Maria Egiziaca. Fra una dedica e l'altra, dentro la cella dell'edificio repubblicano, qualcuno dipinse. Quando nel primo Novecento la chiesa venne sconsacrata e si procedette al ripristino dell'aspetto antico sotto la direzione di Antonio Munoz, i lavori riportarono in luce un importante ciclo di affreschi altomedievali.
Il risultato è un cortocircuito che a Roma ha pochissimi paralleli: un edificio sacro pagano del primo secolo avanti Cristo che conserva sulle proprie pareti pittura cristiana di mille anni più tarda, e la conserva proprio grazie alla conversione che avrebbe dovuto cancellarlo. Chi entra, e capita raramente, vede due religioni sovrapposte sulla stessa muratura.
C'è un secondo livello di questa storia che quasi nessuno racconta. La sopravvivenza dei due templi del Foro Boario non è dovuta alla loro bellezza né alla sensibilità archeologica di qualcuno: è dovuta al fatto che entrambi vennero occupati da una chiesa. Il Tempio di Portuno diventa Santa Maria Egiziaca, il Tempio rotondo diventa Santo Stefano e poi Santa Maria del Sole. Tutti gli edifici antichi della zona che non ebbero questa fortuna sono spariti, smontati per farne calce o inglobati nelle case. Il cristianesimo, che qui aveva ogni motivo per cancellare i templi degli dei, li ha invece conservati usandoli. La lezione vale per tutta Roma, e in nessun posto si legge chiara come in questi duecento metri di piazza.
Il consiglio che ti do per visitare Foro Boario
Arrivateci scendendo dal Circo Massimo e non salendo dal Campidoglio. È un consiglio banale in apparenza e cambia completamente la giornata. Chi arriva dalla valle del Circo si trova i monumenti davanti nell'ordine giusto, con il Tempio di Portuno che compare per primo di tre quarti, e soprattutto non deve attraversare due volte la carreggiata di via Petroselli, che con quel traffico è la parte peggiore della visita.
Secondo punto: dedicate alla piazza fra i venti e i trenta minuti, non di più e non di meno. Venti minuti bastano per guardare bene i due templi girandoci intorno, leggere l'arco degli Argentari e affacciarsi su San Giorgio in Velabro. Meno di venti si riduce a una fotografia. Più di trenta, se non si entra da nessuna parte, diventa tempo sprecato. Il Foro Boario funziona benissimo come cerniera fra due visite lunghe, e funziona male come destinazione unica di una mattinata.
Terzo punto, il più importante e quello che quasi nessuno segue: non separate il Foro Boario dai Musei Capitolini. Le terrecotte architettoniche di Sant'Omobono, il gruppo di Eracle e Athena, le volute acroteriali e il deposito votivo sono esposti nel Palazzo dei Conservatori, a dieci minuti a piedi. Visitare l'area sacra senza vedere i reperti, o vedere i reperti senza sapere da dove vengono, significa dimezzare due volte la stessa visita.
Quarto punto, sulla logistica dell'ingresso. Sant'Omobono richiede prenotazione allo 060608 e ha visite a numero chiuso di quindici persone; i due templi si visitano solo con aperture straordinarie. Una telefonata prima di uscire di casa evita il viaggio a vuoto, e nei periodi di lavori evita anche la delusione di trovare i cantieri.
Quinto e ultimo: portate scarpe decenti. Non tanto per la piazza, che è asfaltata, quanto perché il seguito naturale di questa visita è la salita all'Aventino o la salita al Campidoglio, e in entrambi i casi si tratta di pendenze vere sotto il sole. Chi arriva qui in ciabatte finisce per rinunciare alla parte migliore della giornata.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Che il Foro Boario fosse il mercato del bestiame lo sanno tutti, o quasi. Che sia stato il luogo del primo combattimento gladiatorio documentato nella storia di Roma lo sanno in pochi, e quasi nessuno ci riflette sopra abbastanza.
L'episodio è datato al 264 avanti Cristo. Si tratta di giochi funebri celebrati in onore di Giunio Bruto Pera, organizzati dai figli in occasione delle esequie del padre, con tre coppie di gladiatori che si affrontarono nello spazio aperto della piazza del mercato. Non un anfiteatro, non un'arena, non un edificio da spettacolo: un mercato di buoi, con il pubblico in piedi intorno.
Vale la pena capire che cosa significa. Il munus gladiatorio nasce come rito funebre privato, non come intrattenimento pubblico. È un sacrificio di sangue offerto ai mani del defunto da una famiglia aristocratica, e si celebra dove c'è spazio e dove c'è gente, cioè al mercato. Da quella cerimonia domestica del 264 avanti Cristo alla macchina imperiale del Colosseo passano poco più di tre secoli, durante i quali il rito privato diventa spettacolo di stato, l'aristocrazia perde il monopolio dei giochi e l'imperatore se ne appropria come strumento di consenso.
Chi si trova al Foro Boario e guarda in direzione sud-est vede la valle del Circo Massimo e, oltre, la sagoma dell'anfiteatro Flavio. La distanza fisica è di un chilometro e mezzo. La distanza storica è l'intera parabola della repubblica. Quando accompagno un gruppo faccio sempre questo gesto, indico con la mano, e la piazza smette di essere un parcheggio con dei ruderi.
Aggiungo il dettaglio che rende la cosa ancora più concreta: nel 210 avanti Cristo, dopo la conquista di Egina, il console Publio Sulpicio Galba portò qui un toro in bronzo dorato, che diventò l'insegna dell'area. Un toro d'oro sopra il mercato dei buoi, bottino di guerra greco piazzato in mezzo ai mandriani. Non serve altro per capire il gusto romano per il simbolo.
La foto giusta da fare a Foro Boario
La fotografia che tutti fanno qui è la mano dentro la Bocca della Verità, ed è la meno interessante di tutte: inquadratura obbligata, coda alle spalle, luce di portico. La fotografia giusta è un'altra e non richiede di mettersi in fila.
Mettetevi sul marciapiede occidentale della piazza, quello dalla parte del fiume, all'altezza del Tempio rotondo. Da lì, con un leggero passo verso sud, si allineano in un'unica inquadratura il tempietto circolare in primo piano, il Tempio di Portuno subito dietro sulla sinistra e, sullo sfondo, il campanile romanico di Santa Maria in Cosmedin. Tre edifici, tre epoche: primo secolo avanti Cristo, secondo secolo avanti Cristo, dodicesimo secolo dopo Cristo. In un fotogramma solo, senza cambiare obiettivo.
Sulla luce sono categorico. Il momento buono è il tardo pomeriggio, quando il sole viene da ovest, cioè dal fiume, e batte radente sul travertino dei templi e sul laterizio del campanile: i fusti scanalati delle colonne prendono rilievo, le semicolonne addossate del Tempio di Portuno smettono di appiattirsi contro il muro e l'ocra del mattone medievale si accende. La mattina la piazza è in controluce da questa posizione, e le fotografie escono piatte e grigie.
Un secondo scatto che consiglio, meno ovvio: l'arco degli Argentari inquadrato dal basso verso l'alto, con il campanile di San Giorgio in Velabro che spunta sopra la trabeazione. Nella stessa immagine si tengono un monumento severiano del 204 dopo Cristo e una torre campanaria duecentesca che gli poggia letteralmente sopra. È la fotografia che spiega Roma meglio di qualunque didascalia: qui non si demolisce, si impila.
Il terzo, per chi ha pazienza, è l'arco della Cloaca Massima allo sbocco sul Tevere, presso i resti del Ponte Rotto. Bisogna sporgersi dal parapetto del lungotevere sul lato di monte del ponte Palatino e usare uno zoom modesto. Non è una fotografia spettacolare, ma è quella che nessuno ha, e vale il piccolo sforzo di cercare il punto.
Un avvertimento sul traffico, che qui è la variabile vera. Per il primo scatto bisogna attraversare via Petroselli o via della Greca a seconda di dove si arriva, e non ci sono molti attraversamenti protetti. Fatelo con calma, sull'attraversamento pedonale, e non in mezzo alla carreggiata per rubare l'angolazione: ogni anno qualcuno lo fa e ogni anno qualcuno se ne pente.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Questa piazza ha ospitato, nell'ordine, il primo spettacolo gladiatorio della città, uno dei sacrifici umani più agghiaccianti tramandati dalle fonti latine, una serie di incendi e di alluvioni che ne hanno rifatto il volto, la costruzione del primo edificio marmoreo di Roma e, in tempi recentissimi, un attentato con l'esplosivo. Sono molti fatti per duecento metri di asfalto.
Il primo munus gladiatorio al Foro Boario, 264 avanti Cristo
Nel 264 avanti Cristo, in occasione dei giochi funebri per Giunio Bruto Pera, i figli fecero combattere tre coppie di gladiatori nello spazio aperto del mercato. È il primo combattimento gladiatorio documentato a Roma. Da quel rito funebre privato discende tutta la storia dei ludi, degli anfiteatri e del mestiere di gladiatore.
I sacrifici umani della seconda guerra punica
Tito Livio racconta che, negli anni più cupi della guerra contro Annibale, dopo prodigi giudicati intollerabili, i Romani fecero seppellire vivi nel Foro Boario un uomo e una donna galli e un uomo e una donna greci. Quattro persone murate sotto il pavimento del mercato, in una città che si considerava aliena dai sacrifici umani e che infatti li ricordava con imbarazzo.
È l'episodio che uso sempre quando qualcuno mi descrive i Romani come razionalisti pratici. Sotto la piazza dove si vendeva il bestiame, nel momento in cui lo stato temeva di scomparire, si tornò al rito più arcaico che la cultura mediterranea conoscesse. Va restituito per quello che è: un racconto annalistico, riportato da uno storico che scrive due secoli dopo i fatti, ma coerente con altre attestazioni di riti eccezionali in momenti di panico collettivo.
Incendi e piene del Tevere al Foro Boario
Le fonti annalistiche registrano incendi nel Foro Boario nel 213, nel 203 e nel 196 avanti Cristo, e piene rovinose del Tevere nel 363, nel 202, nel 193 e nel 192. Un quartiere di magazzini, stalle e depositi di legname, costruito a filo d'acqua, brucia e si allaga con regolarità. È la ragione per cui la quota del piano di calpestio è salita nei secoli e per cui i monumenti conservati sono quelli che poggiavano su podi alti.
La piena del 15 dopo Cristo è quella che con ogni probabilità rese necessario il restauro tiberiano del Tempio rotondo, con la sostituzione di undici colonne e nove capitelli in marmo di Luni. L'acqua, qui, non è un accidente: è il fattore che ha scritto la storia edilizia della piazza.
Il toro dorato di Egina, 210 avanti Cristo
Dopo la conquista di Egina, nel 210 avanti Cristo, il console Publio Sulpicio Galba fece portare al Foro Boario un toro in bronzo dorato, che divenne l'insegna dell'area. Bottino di guerra greco esposto nel mercato del bestiame, con un doppio senso che i Romani apprezzavano moltissimo.
Lo scavo del 1937 e la scoperta della Roma arcaica
I lavori di sterro avviati nel 1937 per un nuovo edificio comunale portarono alla luce l'area sacra di Sant'Omobono e, con essa, la capanna dell'ottavo secolo avanti Cristo, l'area di culto del settimo, il tempio del 580 e il frammento con l'iscrizione etrusca forse più antica di Roma. È stata la scoperta che ha spostato indietro di secoli la documentazione archeologica sulla città e che ha dimostrato quanto la Roma arcaica dipendesse dal fiume e dagli scambi.
La bomba del 27 luglio 1993
Nella notte fra il 27 e il 28 luglio 1993 un'autobomba con circa cento chili di esplosivo devastò il portico di San Giorgio in Velabro. Fu uno degli attentati di quella stagione stragista, e colpì un edificio che aveva attraversato indenne dodici secoli. Il restauro per anastilosi ricompose il portico con i frammenti originali recuperati, e la chiesa riaprì il 6 luglio 1996.
Chi visita oggi il Foro Boario cammina quindi in un luogo dove la storia non si è fermata all'antichità. Il colonnato che si vede da via del Velabro è stato rimesso in piedi pezzo per pezzo dopo un attentato di trentatré anni fa. Vale la pena saperlo prima di guardarlo.
Chi è passato da Foro Boario
La lista è lunga e comincia con un personaggio che non è mai esistito, il che, in questa piazza, è appropriato. Secondo la tradizione mitistorica sulla fondazione della città, Ercole arrivò qui con i buoi di Gerione, uccise Caco e fondò l'Ara Massima. Da quel racconto discende tutta la vocazione commerciale e religiosa del luogo, e nessuna storia del Foro Boario può cominciare altrove.
Poi vengono i re, o quelli che la tradizione chiama così. Anco Marzio, al quale si attribuisce il pons Sublicius che sostituì il guado. Tarquinio Prisco, cui si riferisce l'avvio della Cloaca Massima. Servio Tullio, al quale la tradizione assegna la fondazione dei templi gemelli di Fortuna e Mater Matuta, quelli riemersi nel 1937 sotto Sant'Omobono. Sono figure semileggendarie, e come tali vanno nominate, ma i loro nomi restano incollati alle opere che hanno reso abitabile questo angolo di città.
Con la repubblica cominciano i nomi documentati. Marco Ottavio Erennio, il mercante d'olio che pagò il Tempio rotondo con la decima dei suoi guadagni. Ermodoro di Salamina, l'architetto greco al quale gli studiosi attribuiscono il progetto. Scopas minore, lo scultore greco autore della statua di culto ricordato dall'iscrizione. Publio Sulpicio Galba, che nel 210 avanti Cristo portò qui il toro dorato di Egina. I figli di Giunio Bruto Pera, che nel 264 organizzarono il primo munus. Marco Vipsanio Agrippa, che nel 33 avanti Cristo ispezionò e fece spurgare la Cloaca Massima.
L'età imperiale lascia la firma più visibile. Settimio Severo, Caracalla, Giulia Domna, Geta e Fulvia Plautilla compaiono sull'iscrizione dell'arco degli Argentari, eretto nel 204 dopo Cristo dai banchieri e dai commercianti di bestiame del posto. Due di loro, Geta e Plautilla, ne furono poi cancellati a scalpello dopo la condanna della memoria: passati di qui e poi rimossi da qui, letteralmente. Tiberio finanziò il restauro del Tempio rotondo dopo la piena del 15. Adriano, o la sua amministrazione, mise mano ai templi di Sant'Omobono fra il 117 e il 138. Costantino, o più probabilmente il figlio Costanzo II dopo la vittoria su Magnenzio, diede il nome all'arco quadrifronte.
Con il medioevo arrivano i papi. Zaccaria, fra il 741 e il 752, è ricordato per la traslazione della testa di san Giorgio alla diaconia in Velabro. Gregorio IV, fra l'827 e l'844, rifece San Giorgio nella forma che ancora conserva. Adriano I, fra il 772 e il 795, raddoppiò Santa Maria in Cosmedin sfruttando come fondazione il nucleo di tufo dell'Ara Massima e ricavandovi la cripta. Callisto II, negli anni Venti del dodicesimo secolo, promosse attraverso il camerlengo Alfano il nartece e il campanile. Giovanni VII, all'inizio dell'ottavo secolo, non venne mai qui, ma un frammento del mosaico del suo oratorio in Vaticano è finito nella sagrestia della basilica.
Poi le famiglie romane: i Savelli, che nel dodicesimo secolo dedicarono a Santo Stefano il tempio rotondo; i Frangipane, che trasformarono l'arco quadrifronte in fortezza; i Cosmati, e in particolare Deodato di Cosma, autore nel 1294 del ciborio gotico di Santa Maria in Cosmedin; Stefano Di Stella, priore che nel Duecento volle il portico di San Giorgio.
L'età moderna e contemporanea porta gli architetti. Giuseppe Sardi, che nel Settecento diede a Santa Maria in Cosmedin la facciata rococò poi demolita. Giuseppe Valadier, che nell'Ottocento liberò il Tempio rotondo dalle strutture ecclesiastiche. Giovanni Battista Giovenale, che fra il 1896 e il 1899 riportò la basilica al suo aspetto medievale. Antonio Munoz, che nel primo Novecento ripristinò l'aspetto antico del Tempio di Portuno e in quell'occasione fece riemergere gli affreschi altomedievali.
Fra i visitatori illustri, gli incisori del Grand Tour hanno un posto a parte: Giovanni Battista Piranesi lavorò in questa piazza per le sue vedute, e le lastre che chiamano tempio di Vesta e tempio della Fortuna virile i due edifici del Foro Boario hanno fissato per due secoli l'immaginario europeo del luogo, nomi sbagliati compresi.
Infine, il passaggio che ha reso questa piazza familiare a mezzo mondo: nel 1953 Gregory Peck e Audrey Hepburn girarono sotto il portico di Santa Maria in Cosmedin la scena della Bocca della Verità in Vacanze romane. Da quel giorno la coda sul portico non si è più fermata, e la piazza deve alla settima arte una popolarità che i suoi templi repubblicani, da soli, non erano mai riusciti a ottenere.
Come arrivare al Foro Boario
Il riferimento è piazza della Bocca della Verità, con l'area sacra di Sant'Omobono su via Petroselli, cancello accanto al civico 45. In metropolitana la fermata utile è Circo Massimo, sulla linea B: si esce, si prende la valle in discesa verso il fiume e in cinque o sei minuti di cammino piano si arriva. È l'accesso che consiglio a chiunque, perché non richiede attraversamenti pericolosi e perché presenta i monumenti nell'ordine giusto.
In autobus, le linee indicate come riferimento per la piazza sono la 44, la 83, la 170, la 716 e la 781. In centro le deviazioni per manifestazioni, cantieri ed eventi sono all'ordine del giorno, quindi conviene verificare il percorso il giorno stesso della visita. Chi arriva dal Ghetto, dall'Isola Tiberina o da largo Argentina può scendere a piedi lungo il Teatro di Marcello e presentarsi da nord: il tragitto è breve e il colpo d'occhio sulla piazza, arrivando dall'alto, è ottimo.
In auto è una pessima idea. Si è dentro la zona a traffico limitato del centro storico, i parcheggi in superficie sono quasi inesistenti e il lungotevere in quel tratto è una delle arterie più cariche della città. Il taxi lascia comodamente all'inizio di via Petroselli o sul lungotevere Aventino, e da lì si prosegue a piedi.
Quando andare al Foro Boario e quando evitarlo
Il momento migliore, in assoluto, è il tardo pomeriggio di una giornata feriale, fra le sedici e il tramonto. Il sole viene da ovest, i templi sono illuminati di taglio, la coda per la Bocca della Verità si è accorciata e il traffico del rientro non ha ancora raggiunto il picco. In primavera e in autunno quella luce dura più a lungo e la piazza diventa un posto dove si sta bene anche solo seduti sul bordo dell'aiuola.
Il momento peggiore è la tarda mattinata di un giorno festivo di alta stagione, quando i gruppi organizzati scaricano davanti al portico della basilica e la fila per il mascherone gira l'angolo. Fra le dieci e le tredici, in luglio o in agosto, la piazza è anche uno dei punti più caldi del centro: asfalto, poca ombra, riverbero. Chi ci porta bambini o persone anziane in quelle ore fa una scelta che si paga.
Un'annotazione stagionale che pochi considerano: d'estate la zona è attraversata dal pubblico degli spettacoli del Circo Massimo e delle Terme di Caracalla. Nelle sere di concerto il traffico intorno a piazza della Bocca della Verità si blocca e alcune linee vengono deviate. È un'ottima notizia per chi ha il biglietto e una pessima notizia per chi voleva soltanto guardare due templi in pace.
Il Foro Boario con i bambini
Da vedere sì, da spiegare con qualche cautela. La piazza non ha percorsi attrezzati, non ha pannelli pensati per i più piccoli, non ha spazi protetti dal traffico. La visita si riduce a guardare e ad ascoltare, e con bambini sotto i sette o otto anni il rendimento è basso.
Detto questo, c'è una storia che qui funziona sempre e che consiglio a qualunque genitore: quella di Ercole, di Caco e dei buoi trascinati per la coda perché le impronte indicassero la direzione sbagliata. È un racconto con un mostro, un furto, un trucco e una vendetta, e ha il vantaggio di essere ambientato esattamente nel punto in cui lo si racconta, con l'Aventino visibile a due passi. Da lì si arriva senza sforzo al perché di un tempio di Ercole e al perché di un mercato di buoi.
Il seguito naturale, con i bambini, è la salita ai Musei Capitolini per vedere le terrecotte di Sant'Omobono, oppure la passeggiata all'Aventino fino al Giardino degli Aranci, dove finalmente si può correre. Il buco della serratura del priorato di Malta, poco più su, è un gioco che funziona a qualunque età.
Accessibilità del Foro Boario
La piazza è pianeggiante e i marciapiedi sono percorribili, ma gli attraversamenti pedonali sono pochi e il traffico è pesante: chi si muove in carrozzina o con difficoltà motorie dovrebbe programmare gli attraversamenti sui semafori e non tagliare. I due templi si osservano dal perimetro delle aiuole, senza scalini da superare, quindi la visita esterna è sostanzialmente accessibile a tutti.
L'area sacra di Sant'Omobono è un'altra cosa. Il percorso si svolge su strutture antiche a quota irregolare, con dislivelli e fondi sconnessi, e la stessa Sovrintendenza Capitolina segnala rischi di scivolamenti, urti e cadute e prescrive scarpe basse, chiuse e antiscivolo. Chi ha esigenze particolari faccia presente la cosa in fase di prenotazione allo 060608, così da avere una risposta prima di presentarsi al cancello.
Santa Maria in Cosmedin ha il portico a livello e l'accesso alla navata praticabile; la discesa in cripta comporta gradini. San Giorgio in Velabro si raggiunge attraverso il portico rialzato di qualche scalino.
Quanto costa il Foro Boario e come si risparmia
La risposta breve è che non costa niente. La piazza è pubblica, i due templi e gli archi si guardano dall'esterno gratuitamente a qualunque ora, l'ingresso all'area sacra di Sant'Omobono è gratuito anche quando le visite sono attive, e l'ingresso alla basilica di Santa Maria in Cosmedin non prevede biglietto, come per qualsiasi chiesa officiata.
La risposta lunga è che il Foro Boario è la migliore introduzione gratuita alla Roma antica che esista, e che conviene sfruttarlo esattamente per questo: come apertura o come chiusura di una giornata che comprende visite a pagamento. Un pomeriggio che unisce la piazza, la salita all'Aventino e il tramonto dal Giardino degli Aranci non costa un euro e regge il confronto con qualunque itinerario a pagamento della città.
L'unica spesa che consiglio davvero, in zona, è il biglietto dei Musei Capitolini, e la consiglio per la ragione detta più volte: senza quelle sale, la visita a Sant'Omobono resta monca. Chi vuole allargare il quadro sulla scultura antica esposta in periferia trova alla Centrale Montemartini il seguito meno affollato e più sorprendente della collezione capitolina.
Come incastrare il Foro Boario nella giornata
Tre percorsi che funzionano davvero, provati sul campo con gruppi veri.
Mattina archeologica classica
Colosseo all'apertura, Palatino a seguire con la sosta al Museo Palatino, discesa nella valle del Circo Massimo e chiusura al Foro Boario con la Bocca della Verità e i due templi. È il giro standard e ha un pregio: il Foro Boario arriva alla fine, quando la stanchezza è alta e serve qualcosa che si guardi senza code e senza tornelli.
Pomeriggio lento sull'Aventino
Partenza dalla piazza, salita all'Aventino con la Basilica di Santa Sabina e il Giardino degli Aranci, deviazione al Roseto di Roma se è stagione, discesa verso Testaccio e chiusura alla Piramide Cestia. Quattro chilometri scarsi, quasi tutti all'ombra nella parte alta, con due punti panoramici e nessuna coda.
Il giro delle origini della città dal Foro Boario
Questo è quello che propongo a chi torna a Roma per la seconda o la terza volta e ha già visto le cose grosse. Foro Boario e Sant'Omobono la mattina, salita al Campidoglio e Musei Capitolini per vedere di persona il gruppo di Eracle e Athena e i materiali del deposito votivo, pranzo veloce, e nel pomeriggio Isola Tiberina, Ghetto e Sinagoga di Roma, che è il proseguimento naturale lungo il fiume. Una giornata che tiene insieme il museo e il luogo di provenienza dei reperti: a Roma sono poche, e questa è la migliore.
Che cosa c'è intorno al Foro Boario in dieci minuti a piedi
Il vantaggio di questa piazza è la posizione. In dieci minuti di cammino, senza mezzi, si raggiungono luoghi che altrove giustificherebbero una gita a parte.
Verso sud-est, la valle del Circo Massimo, con il suo chilometro di pista e la vista sulle arcate del Palatino. Proseguendo, le Terme di Caracalla sono a venti minuti buoni, ma d'estate valgono la camminata per la stagione lirica all'aperto.
Verso sud, la salita dell'Aventino con la Basilica di Santa Sabina, il Giardino degli Aranci e, in stagione, il Roseto di Roma.
Verso nord, il Teatro di Marcello, il portico d'Ottavia e il Ghetto, con la Sinagoga; sul fiume, l'Isola Tiberina e i resti del Ponte Rotto.
Verso nord-est, la salita al Campidoglio con i Musei Capitolini, il Carcere Mamertino ai piedi del colle e, poco oltre, i Mercati di Traiano.
Per chi resta colpito dal culto di Ercole e vuole vedere che cosa diventasse quel culto quando lo finanziava una città intera invece di un singolo mercante, la meta è fuori Roma: il Santuario di Ercole Vincitore a Tivoli è uno dei più imponenti complessi santuariali dell'Italia antica, e il confronto con il tempietto rotondo del Foro Boario è istruttivo quanto un corso universitario.
Chi vuole mettere in fila queste tappe senza riaprire venti pagine può salvarle mano a mano nel proprio Il mio viaggio e ritrovarle il giorno della visita.
Domande veloci su Foro Boario
Il Foro Boario si paga?
No. Il Foro Boario è una piazza pubblica: i due templi repubblicani, l'arco quadrifronte e l'arco degli Argentari si osservano dall'esterno gratuitamente, tutti i giorni, a qualunque ora, senza biglietto e senza prenotazione. Anche l'area sacra di Sant'Omobono, quando le visite sono attive, ha ingresso gratuito. L'unico costo eventuale riguarda i musei che si visitano nelle vicinanze.
Quanto tempo serve per visitare il Foro Boario?
Fra venti e trenta minuti se si guardano i monumenti dall'esterno con la dovuta calma, girando intorno a entrambi i templi e affacciandosi su San Giorgio in Velabro. Se si aggiunge la visita interna di Santa Maria in Cosmedin con la cripta, si arriva a un'ora abbondante. Con la visita accompagnata a Sant'Omobono, quando è disponibile, si supera l'ora e mezza.
Si può entrare dentro il Tempio di Portuno?
Non in modo ordinario. L'accesso all'interno avviene soltanto con aperture straordinarie e in occasione di eventi. Quando capita vale la fila, perché all'interno si conservano gli affreschi altomedievali riemersi con il ripristino del primo Novecento e perché entrare in un tempio repubblicano conservato nelle sue forme originarie è un'occasione rara.
Il Tempio rotondo del Foro Boario è visitabile?
Le visite risultano sospese per lavori di sistemazione dell'area. Dall'esterno, però, si gira tutt'intorno senza limitazioni, che poi è il modo in cui il monumento è sempre stato guardato dai romani e dai viaggiatori.
Qual è la differenza fra Foro Boario e Foro Romano?
Sono due luoghi distinti, distanti circa un chilometro. Il Foro Romano è il centro politico, giudiziario e religioso della città antica, si estende fra Campidoglio e Colosseo, è recintato e si visita con il biglietto del circuito archeologico. Il Foro Boario è il mercato del bestiame e il porto fluviale, si trova sul Tevere fra Palatino e Aventino, è aperto e gratuito. Confonderli è l'errore più frequente in assoluto su questa zona.
Il tempietto rotondo è il tempio di Vesta?
No, anche se lo si trova chiamato così da secoli e su parecchi materiali turistici, incisioni di Piranesi comprese. L'iscrizione che nomina Hercules Olivarius ha chiuso la questione: è un tempio di Ercole, protettore della corporazione degli olearii. Il tempio di Vesta vero si trova nel Foro Romano, accanto alla casa delle Vestali.
Perché il Tempio di Portuno veniva chiamato tempio della Fortuna virile?
Per una vecchia congettura antiquaria, mai fondata su documenti. L'identificazione corretta con il tempio di Portuno, divinità dei porti fluviali ricordata da Varrone, risale agli anni Venti del Novecento ed è oggi accettata dagli enti di tutela. Il nome antico continua a circolare sui materiali turistici per pura inerzia.
Perché si chiama piazza della Bocca della Verità?
Perché il mascherone marmoreo noto come Bocca della Verità è collocato dal 1623 sotto il portico della basilica di Santa Maria in Cosmedin, sul lato orientale della piazza. La fila che si vede quasi sempre non riguarda i templi: riguarda la fotografia con la mano dentro il mascherone. Il dettaglio su orari e coda è nella pagina della Bocca della Verità.
Che cos'è davvero la Bocca della Verità?
Un grande disco di marmo pavonazzetto con il volto di una divinità fluviale, per il quale l'ipotesi prevalente fra gli studiosi è quella di un chiusino di fognatura o di un elemento connesso a un impianto idraulico antico. La leggenda della mano morsa ai bugiardi è medievale, e la popolarità mondiale arriva dal cinema del 1953.
Quanto si aspetta in coda alla Bocca della Verità?
Dipende dalla stagione e dall'ora. Nelle mattinate estive e nei fine settimana l'attesa può superare l'ora; nel tardo pomeriggio dei giorni feriali fuori stagione si entra in pochi minuti. Chi ha poco tempo può guardare il mascherone lateralmente dal portico senza mettersi in fila, e usare quei minuti per la basilica e la cripta.
Come si prenota la visita all'area sacra di Sant'Omobono?
Telefonando allo 060608, tutti i giorni dalle 9.00 alle 19.00. La prenotazione è obbligatoria, si entra solo in gruppi accompagnati di massimo quindici persone e per i visitatori singoli esiste un calendario dedicato. L'ingresso è gratuito, si passa da via Petroselli dal cancello accanto al civico 45, il lunedì è chiuso, e nei periodi di lavori l'accesso può essere sospeso.
Dove sono finiti i reperti trovati al Foro Boario?
Ai Musei Capitolini, nel Palazzo dei Conservatori: il gruppo in terracotta di Eracle e Athena, le placche e le lastre di rivestimento, le quattro volute acroteriali e il deposito votivo con balsamari, coppe in ceramica greca, pendagli in osso, ambre e oggetti miniaturistici. Sono a dieci minuti a piedi e costituiscono la seconda metà logica della visita.
Il Foro Boario è accessibile in sedia a rotelle?
La piazza è pianeggiante e i monumenti si osservano dal marciapiede, quindi la visita esterna è praticabile; la criticità sono gli attraversamenti stradali, pochi e trafficati. L'area sacra di Sant'Omobono, invece, comporta un percorso su strutture antiche a quota irregolare, con dislivelli e rischio di scivolamenti: conviene segnalare eventuali esigenze al momento della prenotazione allo 060608.
Si possono fare foto al Foro Boario?
All'esterno sì, liberamente, in qualunque momento: si è in una piazza pubblica. Dentro le chiese valgono le regole del luogo di culto, quindi niente scatti durante le funzioni e in generale niente flash. La fotografia migliore, comunque, è quella che allinea Tempio rotondo, Tempio di Portuno e campanile di Santa Maria in Cosmedin dal marciapiede occidentale nel tardo pomeriggio.
Il Foro Boario è adatto ai bambini?
Da guardare sì, da spiegare con qualche accortezza. Non ci sono percorsi attrezzati né spazi protetti dal traffico, quindi la visita si regge sul racconto. La storia di Ercole, di Caco e dei buoi trascinati per la coda funziona a ogni età, e il seguito ideale è la corsa nel Giardino degli Aranci oppure la sala delle terrecotte ai Musei Capitolini.
Qual è il momento migliore della giornata per visitare il Foro Boario?
Il tardo pomeriggio di un giorno feriale. La luce arriva da ovest e mette in rilievo le colonne, la coda per la Bocca della Verità si è ridotta, il calore dell'asfalto è calato. Da evitare la tarda mattinata festiva in alta stagione, quando i gruppi organizzati riempiono il portico della basilica.
Che cos'è l'arco quadrifronte del Foro Boario?
È un tetrapilo tardoantico, comunemente chiamato arco di Giano per una tradizione erudita priva di fondamento nelle fonti. La denominazione restituita dalle iscrizioni rimanda ad arcus divi Constantini, con una possibile ridedicazione a Costanzo II dopo la vittoria su Magnenzio. Alto circa dodici metri, con lato di sedici, serviva da passaggio coperto all'incrocio delle strade del mercato.
Perché l'arco degli Argentari è attaccato a una chiesa?
Perché il pilastro orientale venne inglobato per metà nella muratura di San Giorgio in Velabro nel corso dell'alto medioevo, e il campanile duecentesco poggia in parte sopra l'arco stesso. Il risultato è un unico corpo edilizio che tiene insieme un monumento severiano del 204 dopo Cristo e una diaconia altomedievale.
Che cosa sono le parti cancellate sull'iscrizione dell'arco degli Argentari?
Sono l'effetto della damnatio memoriae. I nomi di Fulvia Plautilla, esiliata nel 205 e uccisa nel 211, e di Geta, assassinato nel 212, furono scalpellati via, e le loro figure rimosse dai rilievi. Le rasature sono ancora perfettamente visibili e costituiscono uno degli esempi più leggibili di cancellazione politica scolpita nella pietra a Roma.
Si può visitare la Cloaca Massima dal Foro Boario?
Non si scende nel collettore da qui. Se ne vede però l'antico sbocco sul Tevere, presso i resti del Ponte Rotto, vicino al ponte Palatino: un arco a triplice ghiera di conci in pietra gabina, visibile sporgendosi dal parapetto del lungotevere. Il tratto reso agibile e percorribile del condotto si trova invece nella zona dei Fori.
Che rapporto c'è fra il Foro Boario e il Circo Massimo?
Sono confinanti: la valle del Circo Massimo si apre immediatamente a sud-est della piazza e ne costituiva il limite in età antica. Oggi il collegamento a piedi richiede cinque minuti e la fermata di metropolitana della linea B che serve entrambi è la stessa. Chi visita il Circo Massimo dovrebbe sempre prolungare fino al Foro Boario, e viceversa.
Ci sono eventi e spettacoli al Foro Boario?
Nella piazza in senso stretto no, e la cosa è comprensibile visto che si tratta di un'area monumentale attraversata dal traffico. Ma si è a due passi dal Circo Massimo, che d'estate ospita i grandi concerti all'aperto, e dalle Terme di Caracalla con la stagione lirica. Alcune sere le linee di superficie della zona vengono deviate proprio per quegli eventi.
Che differenza c'è fra il Foro Boario e il Foro Olitorio?
Erano due mercati confinanti e specializzati: il Foro Boario per il bestiame, il Foro Olitorio per gli ortaggi. Il secondo si estendeva poco più a nord, verso il Teatro di Marcello, dove i resti dei templi repubblicani sono inglobati nella chiesa di San Nicola in Carcere. Chi ha ancora venti minuti dopo la piazza faccia quel breve tratto: è il naturale complemento della visita.
Qual è il monumento più antico del Foro Boario?
Se si guarda a ciò che è visibile in elevato, il Tempio rotondo, che è il più antico edificio in marmo superstite di Roma. Se si considera anche il sottosuolo, il primato appartiene senza confronti all'area sacra di Sant'Omobono, dove la sequenza documentata parte dall'ottavo secolo avanti Cristo con una capanna e prosegue con il tempio etrusco-italico del 580.
Vale la pena visitare il Foro Boario se si hanno solo due giorni a Roma?
Sì, a una condizione: che lo si incastri fra due visite grosse e non lo si tratti come una destinazione autonoma. Venti minuti fra il Circo Massimo e la salita al Campidoglio danno un ritorno culturale altissimo a costo zero. Chi invece ha già visto le cose principali e torna in città dovrebbe dedicargli una mattinata intera insieme ai Musei Capitolini.
Chiudo con l'opinione che mi sono fatto accompagnando gruppi in questa piazza per vent'anni. Il Foro Boario premia chi si ferma e punisce chi passa, e la differenza fra le due cose sono cinque minuti. Chi passa vede due ruderi rotondi in mezzo al traffico e una coda per un tombino famoso. Chi si ferma vede il più antico marmo della città pagato da un mercante d'olio, un tempio repubblicano che custodisce pittura altomedievale, un arco severiano con i nomi scalpellati per ordine di un imperatore fratricida e, sotto i piedi, la stratigrafia che racconta la nascita di Roma. Non c'è un cancello a dirvi che la visita è cominciata: dovete decidervi voi. Fatelo, e poi salite ai Capitolini a guardare negli occhi l'Eracle di terracotta che nel 580 avanti Cristo coronava il tetto di un tempio, qui sotto, a trenta metri da dove avete parcheggiato la pazienza.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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