Isola Tiberina
In breve. L'Isola Tiberina si trova al centro di Roma, incastonata nel Tevere fra il rione Ripa e Trastevere, all'altezza del Ghetto e del Foro Boario; l'indirizzo di riferimento è Lungotevere degli Anguillara, Roma, e vi si accede da entrambe le…
L'Isola Tiberina si trova al centro di Roma, incastonata nel Tevere fra il rione Ripa e Trastevere, all'altezza del Ghetto e del Foro Boario; l'indirizzo di riferimento è Lungotevere degli Anguillara, Roma, e vi si accede da entrambe le rive attraverso due ponti pedonali e carrabili, il Ponte Fabricio dal lato del Ghetto e il Ponte Cestio dal lato di Trastevere. Non si paga alcun biglietto: l'isola è uno spazio pubblico aperto giorno e notte, si attraversa liberamente a piedi e la visita non richiede prenotazione. La Basilica di San Bartolomeo all'Isola apre in genere la mattina e nel tardo pomeriggio con una pausa a metà giornata, e l'ingresso in chiesa è gratuito; gli orari precisi cambiano con le stagioni e vanno controllati sul sito della parrocchia prima di presentarsi. Il modo migliore per arrivarci è a piedi dal centro storico, ma la fermata utile del trasporto pubblico è quella dei bus lungo il Lungotevere e del tram 8 poco distante, a Trastevere. Se cercate una guida ragionata alle mete di Roma, la trovate nella pagina delle attrazioni turistiche.
Questa guida racconta l'Isola Tiberina per intero: la sua forma a nave scolpita nel travertino, il serpente di Esculapio che ne fece per secoli il luogo della medicina, la Basilica di San Bartolomeo con le sue reliquie e i suoi misteri, gli ospedali che ancora oggi curano i romani, i due ponti antichi e il moncone del Ponte Rotto, la Torre dei Caetani con la sua leggenda, e le sere d'estate dell'Isola del Cinema. È un fazzoletto di terra lungo poco più di trecento metri, eppure contiene tanta storia quanto un intero quartiere.

Come arrivare all'Isola Tiberina
L'Isola Tiberina è uno dei pochi luoghi di Roma che conviene raggiungere senza fretta e senza mezzi. Dal Ghetto e da Largo di Torre Argentina il tragitto a piedi dura una decina di minuti lungo il Lungotevere; da Trastevere ancora meno, perché il Ponte Cestio la collega direttamente al reticolo di vicoli che parte da Piazza in Piscinula. Chi arriva dal Campidoglio scende verso il Teatro di Marcello, costeggia il Portico d'Ottavia e si ritrova al Ponte Fabricio quasi senza accorgersene.
A piedi verso l'Isola Tiberina
Il percorso più bello parte dal Foro Boario, davanti alla chiesa di Santa Maria in Cosmedin e alla Bocca della Verità: da lì si risale il Lungotevere dei Pierleoni tenendo il fiume alla propria sinistra, e in cinque minuti si è al Ponte Fabricio. In alternativa, chi viene da Campo de' Fiori taglia per il Ghetto, passa sotto il Portico d'Ottavia e sbuca sul Lungotevere de' Cenci proprio di fronte all'isola. È un avvicinamento che vale la camminata: l'isola si rivela poco per volta, prima la prua di travertino, poi il campanile romanico, infine l'arco unico del Ponte Rotto che galleggia isolato nella corrente.
Con l'autobus e il tram fino all'Isola Tiberina
Le linee di autobus che corrono lungo il Lungotevere fermano a poca distanza da entrambi i ponti; sul versante di Trastevere il tram 8, che parte da Piazza Venezia, ferma a Trastevere e lascia a pochi minuti dal Ponte Cestio. Gli orari e i numeri delle linee cambiano con le revisioni del servizio, quindi conviene verificarli sull'app ufficiale del trasporto pubblico romano il giorno stesso. Non esiste una fermata della metropolitana proprio sull'isola: la più vicina rimane comunque a una passeggiata di distanza, e il centro storico si gira meglio a piedi che sottoterra.
In auto: perché conviene lasciarla a casa
Arrivare all'Isola Tiberina in automobile è la scelta peggiore. La zona rientra nei limiti al traffico del centro storico, i parcheggi sono rari e cari, e i due ponti dell'isola sono di fatto pedonali per la gran parte della giornata. Senza giri di parole: chi vuole godersi l'isola la raggiunge camminando lungo il fiume, non cercando un posto per la macchina.
Che cos'è l'Isola Tiberina: la sola isola urbana del Tevere
L'Isola Tiberina è l'unica isola urbana del Tevere nel tratto cittadino, un banco di terra e roccia sedimentaria che il fiume ha aggirato dividendosi in due bracci. Misura poco più di trecento metri in lunghezza per una novantina di larghezza nel punto più ampio, e la sua sagoma allungata, con la punta rivolta a valle, ha suggerito fin dall'antichità l'immagine di una nave alla fonda in mezzo alla corrente. Gli antichi la chiamavano anche inter duos pontes, fra i due ponti, e la Forma Urbis di età severiana, la grande pianta marmorea di Roma, la registra già con questa espressione.
La posizione non è un dettaglio geografico qualsiasi. Proprio all'altezza dell'isola il Tevere si guada con più facilità, e per questo il primo insediamento di Roma trovò qui uno dei suoi passaggi naturali fra la riva etrusca e quella latina. L'isola è insieme un ostacolo e un ponte: spezza la corrente, la rende meno insidiosa, e ha permesso agli uomini di attraversare il fiume in un punto altrimenti pericoloso. Che poi vi si sia insediato il dio della medicina, e che oggi vi lavorino ancora due ospedali, è la coerenza di un luogo che da venticinque secoli è associato alla cura e al passaggio.
La forma a nave dell'Isola Tiberina
La cosa più affascinante dell'Isola Tiberina è che la forma di nave non è soltanto una suggestione dello sguardo: è il risultato di un intervento voluto. Nella prima metà del I secolo avanti Cristo, negli stessi decenni in cui si costruivano in muratura i ponti Fabricio e Cestio, l'isola venne monumentalizzata in opus quadrata, cioè rivestita di grandi blocchi squadrati, in modo da darle deliberatamente l'aspetto di un vascello. All'estremità di valle, verso il Ponte Rotto, si conserva ancora oggi un lacerto di questo rivestimento: la cosiddetta prua.
La prua di travertino e il serpente di Esculapio
La prua è un blocco di travertino che copre un nucleo in peperino, la pietra vulcanica scura dei Colli Albani. Sulla superficie si distingue ancora, corroso dai secoli e dalle piene, il rilievo di una testa di Esculapio con il suo attributo, il serpente attorcigliato al bastone; accanto si riconosce la protome di un toro, l'animale del sacrificio. È un frammento consumato, e per vederlo bene bisogna affacciarsi dalla punta dell'isola o guardarlo dal Ponte Cestio quando il livello del fiume è basso. Vale la pena cercarlo: è una delle pochissime testimonianze superstiti in situ dell'allestimento antico, e trasforma una banchina di pietra nella fiancata scolpita di una nave immaginaria.
L'obelisco come albero maestro
Al centro dell'isola, la tradizione antica colloca un obelisco che avrebbe rappresentato l'albero maestro della nave di pietra. Era un modo per fissare nel paesaggio il ricordo della leggenda di fondazione, quella della nave giunta da Epidauro con il serpente sacro. Oggi al centro dell'isola, nel piccolo largo davanti alle chiese, si trova invece una colonna sormontata da una croce, ma l'idea della nave che solca il Tevere è rimasta la chiave con cui i romani hanno sempre letto questo luogo.

La leggenda della fondazione e il culto di Esculapio
La nascita dell'Isola Tiberina come luogo sacro è avvolta in un racconto che i Romani ripetevano con convinzione. Secondo la versione più diffusa, l'isola si sarebbe formata con i covoni di grano appartenuti a Tarquinio il Superbo, l'ultimo re di Roma: cacciato il tiranno, il popolo avrebbe gettato nel fiume il raccolto maledetto delle sue terre, e quel grano, accumulandosi sul fondo con il limo, avrebbe dato origine al banco di terra. È una leggenda eziologica, un modo per spiegare a posteriori l'origine dell'isola; gli studi geologici indicano che il banco esisteva assai prima, ma il racconto dice bene quanto i Romani legassero questo luogo alla propria storia più antica.
Il serpente venuto da Epidauro
Il secondo racconto, quello che rese l'isola celebre, riguarda l'arrivo del culto di Esculapio, il dio greco della medicina. Nel 292 avanti Cristo una pestilenza colpì Roma; consultati i Libri Sibillini, i Romani decisero di far venire il dio guaritore dal suo santuario di Epidauro, in Grecia. Un'ambasceria salpò e, secondo la tradizione, quando la delegazione stava per ripartire un serpente, forma prediletta del dio, salì spontaneamente a bordo della nave. Risalito il Tevere, il serpente si sarebbe gettato in acqua proprio all'altezza dell'isola, scegliendo così da sé il luogo del suo tempio. La peste, narra la tradizione, cessò. Il tempio di Esculapio fu dedicato nel 289 avanti Cristo nella parte meridionale dell'isola, e da quel momento l'Isola Tiberina divenne per Roma il luogo della guarigione.
Un tempio, un ospedale a cielo aperto
Attorno al tempio si sviluppò un vero e proprio santuario terapeutico. C'era un portico dove i malati si fermavano a dormire in attesa che il dio comparisse loro in sogno indicando la cura, una pratica che i Greci chiamavano incubazione. Le fonti ricordano poi altri culti insediati sull'isola: due templi dedicati nel 194 avanti Cristo a Fauno e a Veiove, un sacello per Iuppiter Iurarius, garante dei giuramenti, un altare per Semo Sanco di origine sabina, e devozioni a Tiberino, a Gaia e a Bellona Insulensis. L'isola, insomma, era un condensato di sacralità, e la sua vocazione alla cura non si è mai interrotta: dove sorgeva il tempio del dio della medicina oggi lavora un ospedale.
Una curiosità sull'Isola Tiberina
La curiosità che quasi nessuno conosce riguarda la continuità assoluta della funzione medica di questo luogo. Non è un modo di dire: sull'Isola Tiberina si curano i malati, senza soluzione di continuità significativa, da oltre duemila anni. Nel 289 avanti Cristo vi si inaugurava il tempio di Esculapio con il suo portico per l'incubazione dei malati; nel 1583 dopo Cristo, quasi negli stessi metri quadrati, i seguaci di San Giovanni di Dio fondavano l'Ospedale Fatebenefratelli, che è tuttora in piena attività. In mezzo, il Medioevo cristiano aveva già trasformato il santuario pagano in luogo di assistenza e di reliquie. Pochissimi luoghi al mondo possono vantare una destinazione d'uso rimasta identica per venticinque secoli.
C'è di più, e riguarda la topografia sacra. La Basilica di San Bartolomeo sorge esattamente sopra le rovine del tempio di Esculapio: il pozzo che si trova al centro della chiesa, davanti all'altare, scende probabilmente verso la sorgente d'acqua che alimentava le cure del santuario antico. L'acqua che i pellegrini pagani ritenevano salutare è la stessa che i fedeli cristiani venerarono poi come miracolosa. Sotto la pietra della chiesa cristiana pulsa ancora il cuore del culto pagano della medicina: è una stratificazione che rende l'Isola Tiberina un caso quasi unico di persistenza del sacro. Il visitatore attento, entrando in San Bartolomeo, cammina sopra il tempio del dio serpente senza quasi accorgersene.
La Basilica di San Bartolomeo all'Isola
La Basilica di San Bartolomeo all'Isola è il monumento principale dell'isola e merita una visita attenta, sala per sala. Venne edificata alla fine del X secolo per volontà dell'imperatore Ottone III sopra le rovine del tempio di Esculapio, e in origine era dedicata ai santi Adalberto, Paolino e Bartolomeo. Dopo il restauro promosso da papa Alessandro III intorno al 1180 rimase la sola intitolazione a San Bartolomeo apostolo, le cui reliquie sono conservate sotto l'altare maggiore, in un'antica vasca di porfido rosso.
Il campanile romanico e la facciata
Il campanile, uno dei più belli tra i romanici di Roma, fu aggiunto nel 1113 sotto papa Pasquale II: laterizio, con le sue bifore e i suoi archetti, si vede bene dal Ponte Cestio e segna la sagoma dell'isola contro il cielo. La facciata attuale è un rifacimento barocco del Seicento, ma conserva la solennità di una chiesa che ha attraversato mille anni di storia romana senza mai perdere la sua funzione.
Il pozzo miracoloso al centro della chiesa
Il pezzo più straordinario dell'interno è la vera da pozzo posta sul gradino del presbiterio, in asse con la navata centrale. Il bassorilievo che la decora risale al XIII secolo ed è attribuito, per via stilistica, alla cerchia di Nicola d'Angelo o di Pietro Vassalletto, i grandi marmorari romani del tempo. La tradizione vuole che il pozzo fosse miracoloso e che nelle sue acque fossero rinvenute le ossa dei martiri Esuperanzio e Marcello. Che sia o meno il condotto del santuario di Esculapio, come molti ritengono, resta l'unico caso a Roma di un pozzo collocato in posizione così solenne dentro una basilica, segno di quanto l'acqua fosse centrale nel culto di questo luogo.
La Madonna della Lampada
Nella prima cappella a destra si venera l'immagine della Madonna della Lampada, un affresco del XIII secolo. Il nome nasce da un episodio legato alle piene del Tevere: la tradizione racconta che durante l'inondazione del 1557 la lampada accesa davanti all'immagine sacra continuò ad ardere pur sommersa dalle acque, e questo fu interpretato come prodigio. È una di quelle storie che dicono molto del rapporto tra l'isola e il fiume che la circonda e che, ciclicamente, la sommerge.
La palla di cannone del 1849
Nella Cappella del Sacramento è conservata una palla di cannone del diametro di circa quattordici centimetri, residuo dell'assedio di Roma del 1849, quando le truppe francesi bombardarono la città per abbattere la Repubblica Romana di Mazzini e Garibaldi. È un piccolo oggetto che porta dentro la basilica la storia del Risorgimento: l'isola, con i suoi ospedali, in quei mesi accolse e curò i feriti dei combattimenti sul Gianicolo.
I martiri del Novecento
Nel 1999 papa Giovanni Paolo II istituì una commissione per raccogliere le memorie dei cristiani uccisi per la fede nel XX secolo, i cosiddetti Nuovi Martiri. La commissione lavorò per circa due anni proprio nella Basilica di San Bartolomeo, raccogliendo un numero imponente di dossier, dell'ordine di dodicimila casi. Nell'ottobre del 2002 una grande icona dedicata ai martiri del Novecento venne collocata sull'altare maggiore, e da allora la basilica è diventata il santuario romano dei Nuovi Martiri, meta di celebrazioni ecumeniche che riuniscono le diverse confessioni cristiane. È un aspetto contemporaneo che pochi visitatori conoscono e che dà alla chiesa un significato del tutto attuale.
L'edicola centrale e i quattro santi
Al centro dell'isola, nel largo davanti alle chiese, si erge una colonna con una piccola edicola sormontata da croce, eretta nel 1869 per volontà di papa Pio IX su disegno di Ignazio Jacometti. Le sue quattro nicchie ospitano le statue di San Bartolomeo, San Paolino da Nola, San Francesco d'Assisi e San Giovanni di Dio, i patroni spirituali dell'isola. È il perno visivo dello spiazzo centrale, il punto dove convergono le due chiese e l'ingresso dell'ospedale.

Una cosa che non ti dice nessuno sull'Isola Tiberina
Quello che le guide sbrigative tralasciano è la storia della colonna delle assenze pasquali e delle sue conseguenze quasi comiche. Fino all'Ottocento, sull'isola era esposta una colonna su cui veniva affissa la lista di coloro che non avevano adempiuto al precetto pasquale, cioè non si erano confessati e comunicati a Pasqua. Era una forma di controllo sociale e religioso, e per gli abitanti del Ghetto vicino e per i romani in genere finire su quella lista era un piccolo disonore pubblico. La colonna, poi trasferita nel portico della basilica, nel 1867 venne addirittura spezzata dall'urto di un carro: un incidente stradale ante litteram che troncò di netto il monumento delle assenze.
C'è un episodio del 1834 che vale la pena di raccontare perché fa sorridere e dice molto del carattere romano. In quell'anno il grande incisore Bartolomeo Pinelli, celebre per le sue stampe di popolane e briganti, si lamentò formalmente di essere stato registrato in un elenco come semplice miniatore anziché come incisore, professione che considerava di rango superiore. Un artista che protesta per la qualifica sbagliata su un registro dell'isola: è il tipo di dettaglio che non trovate nel primo risultato di una ricerca, e che restituisce la vita quotidiana di questo luogo meglio di mille date. L'Isola Tiberina non è solo pietre antiche: è stata per secoli un pezzo di città viva, con i suoi orgogli e le sue beghe.
La chiesa di San Giovanni Calibita
Accanto alla mole dell'ospedale, spesso ignorata dai passanti, si trova la piccola chiesa di San Giovanni Calibita. Fu edificata intorno all'870 sulle rovine del sacello di Iuppiter Iurarius, l'antico garante dei giuramenti, in una di quelle sovrapposizioni fra sacro pagano e sacro cristiano che sull'isola sono la regola. La facciata attuale venne progettata nel 1640 da Luigi Barattoni e completata nel 1711 da Romano Carapecchia. L'interno, sorprendentemente ricco per le dimensioni contenute, è un piccolo interno barocco riccamente decorato che vale la deviazione di cinque minuti; è legata all'attività ospedaliera dei Fatebenefratelli, che la officiano.
Gli ospedali dell'Isola Tiberina: Fatebenefratelli e Israelitico
Sull'Isola Tiberina lavorano ancora oggi due ospedali, ed è questa la ragione per cui il luogo, pur carico di storia, non è mai diventato un museo a cielo aperto: è un pezzo di città che funziona.
L'Ospedale Fatebenefratelli
L'Ospedale Fatebenefratelli venne fondato nel 1583 dai seguaci di San Giovanni di Dio, l'ordine ospedaliero il cui nome popolare deriva dall'invito con cui i frati chiedevano l'elemosina per i malati, "fate bene, fratelli". Occupa la parte settentrionale dell'isola, di fronte alla Basilica di San Bartolomeo, e fu ampliato e modernizzato fra il 1930 e il 1934 su progetto dell'architetto Cesare Bazzani. È un ospedale vero, con il suo pronto soccorso e i suoi reparti; moltissimi romani sono nati qui, e l'idea che si venga al mondo nello stesso luogo dove si curava la peste nel III secolo avanti Cristo dà la misura della continuità di questo posto.
Fra Giambattista Orsenigo, il frate dentista
Fra le storie legate all'ospedale, la più singolare è quella di fra Giambattista Orsenigo, lombardo, che fra il 1867 e il 1903 esercitò come dentista sull'isola. La tradizione, ripresa da diverse fonti, gli attribuisce un numero impressionante di estrazioni e persino la cura di pazienti illustri; si racconta che tra i suoi assistiti vi fosse anche papa Leone XIII. Il dato numerico va preso con la prudenza dovuta all'aneddotica, ma la figura del frate che per decenni cavò denti ai romani è entrata nel folclore dell'isola.
L'Ospedale Israelitico
Sul lato meridionale, accanto alla basilica, opera l'Ospedale Israelitico, una delle strutture sanitarie legate alla comunità ebraica di Roma, la cui presenza sull'isola si spiega con la vicinanza del Ghetto, appena oltre il Ponte Fabricio. La convivenza sulla stessa lingua di terra di un ospedale cattolico e di un ospedale ebraico, a pochi metri di distanza, è un altro tratto che rende l'Isola Tiberina un luogo di cura plurale, fedele alla sua vocazione millenaria.

I ponti dell'Isola Tiberina: Fabricio e Cestio
L'Isola Tiberina è cucita alle due rive da due ponti antichi, ed entrambi meritano più di uno sguardo distratto. Sono fra i più vecchi ponti di Roma, e uno di essi è addirittura il più antico della città a essersi conservato nella sua forma originaria.
Il Ponte Fabricio, il più antico di Roma
Il Ponte Fabricio collega l'isola alla riva del Ghetto e fu costruito nel 62 avanti Cristo da Lucio Fabricio, curatore delle strade, come attestano le iscrizioni scolpite sugli archi che ne ripetono il nome. È il ponte più antico di Roma a conservarsi ancora nella sua conformazione originaria: due grandi arcate di circa ventiquattro metri e mezzo di luce poggiano su un pilone centrale, e sopra il pilone si apre un arco più piccolo che alleggerisce la pressione dell'acqua durante le piene. Misura circa sessantadue metri di lunghezza per sei di larghezza; il nucleo è in tufo, il rivestimento in travertino, con integrazioni in laterizio dai restauri del Seicento. Fu restaurato già nel 23 avanti Cristo dopo una piena, e in seguito sotto papa Eugenio IV e sotto papa Innocenzo XI nel 1679.
Il popolo lo chiama Ponte dei Quattro Capi per via delle erme quadrifronti raffiguranti Giano, poste come sostegni della balaustra: due pilastrini con quattro facce ciascuno. Una leggenda spiega il nome in modo diverso e più cupo, attribuendolo a quattro architetti che papa Sisto V avrebbe fatto decapitare per aver litigato durante i lavori, ma è appunto una leggenda, smentita dal semplice conteggio delle facce scolpite. Dal Medioevo il ponte è detto anche Pons Judaeorum, ponte dei Giudei, per la prossimità del Ghetto.
Il Ponte Cestio verso Trastevere
Sul lato opposto, il Ponte Cestio collega l'isola a Trastevere. La costruzione originaria risale al I secolo avanti Cristo ed è attribuita a un membro della gens Cestia. Il ponte che vediamo oggi non è però quello antico integro: fra il 1888 e il 1892, nell'ambito dei grandi lavori di sistemazione del Tevere e della costruzione dei muraglioni, il Ponte Cestio venne in gran parte smontato e ricostruito per adeguarlo al nuovo alveo allargato, reimpiegando parte dei materiali originali. È comunque l'erede diretto di un attraversamento bimillenario, e resta il modo più bello per passare dall'isola ai vicoli di Trastevere.
Il Ponte Rotto visto dall'Isola Tiberina
Guardando a valle dalla prua dell'isola o dal Ponte Palatino, si vede galleggiare nella corrente un arco solitario di pietra che non porta da nessuna parte: è il Ponte Rotto, cioè quel che resta del Pons Aemilius, il primo ponte in pietra di Roma. Le fonti collocano la sua origine nel II secolo avanti Cristo, con arcate murarie che nel 142 avanti Cristo sostituirono una passerella lignea; l'attribuzione precisa oscilla tra i censori del 179 avanti Cristo e datazioni più alte. Fu restaurato sotto Augusto nel 12 avanti Cristo e più volte ricostruito in età moderna, sotto papa Giulio III nel 1552 e sotto papa Gregorio XIII fra il 1573 e il 1575.
La sua vicenda è una lunga lotta persa contro il fiume. Danneggiato dalle piene del 1230 e del 1422, crollò più volte, finché la grande inondazione della vigilia di Natale del 1598, sotto papa Clemente VIII, ne abbatté tre arcate: da allora non fu mai più ricostruito per intero, e il popolo lo battezzò Ponte Rotto. Nell'Ottocento, fra il 1853 e il 1887, passerelle metalliche sospese collegarono il moncone alla riva sinistra, ma con la costruzione del vicino Ponte Palatino anche queste furono rimosse. Oggi resta una sola arcata cinquecentesca, poggiata su piloni antichi: un rudere in mezzo all'acqua che è diventato uno dei soggetti più fotografati del Tevere.
La Torre dei Caetani e la Pulzella
All'estremità dell'isola verso il Ponte Fabricio si erge la Torre dei Caetani, robusto torrione medievale legato alle famiglie che nel Medioevo fortificarono l'isola, i Pierleoni prima e i Caetani poi, trasformando questa lingua di terra in una piccola roccaforte urbana. Incastonato nella muratura, rivolto verso il ponte, si scorge un enigmatico volto femminile scolpito nel marmo, di epoca romana, databile al I secolo dopo Cristo: è la cosiddetta Pulzella.
Attorno a quel volto è fiorita una leggenda tardo medievale, ambientata intorno al 1350, che racconta di una nobile fanciulla romana rinchiusa nella torre per aver rifiutato un matrimonio combinato: avrebbe passato la vita alla finestra ad aspettare il ritorno dell'amato partito per la guerra, fino a impietrire nell'attesa. Il marmo, va detto con chiarezza, è un reimpiego romano che nulla ha a che vedere con il racconto; ma la storia della Pulzella innamorata è ormai parte del patrimonio narrativo dell'isola, e vale la pena alzare gli occhi a cercarla mentre si attraversa il Ponte Fabricio.
Il consiglio che ti do per visitare l'Isola Tiberina
Il consiglio è di visitare l'Isola Tiberina due volte, in due momenti diversi della giornata, perché è due luoghi differenti. La mattina presto, quando i romani attraversano i ponti per andare al lavoro e l'ospedale è in piena attività, l'isola è viva e feriale: è il momento per entrare in San Bartolomeo con calma, cercare il pozzo davanti all'altare, salire con lo sguardo lungo il campanile romanico e affacciarsi dalla prua a cercare il rilievo del serpente di Esculapio. Portatevi dieci minuti in più per la piccola San Giovanni Calibita, che quasi tutti ignorano.
Il tardo pomeriggio, invece, quando la luce radente accende il travertino dei ponti e il fiume si fa oro, è il momento della fotografia e della passeggiata lenta: scendete sulle banchine, se il livello del fiume lo consente e sono agibili, e guardate l'isola da sotto, dalla quota dell'acqua, che è la prospettiva che restituisce davvero l'idea della nave. La nostra opinione netta è che l'Isola Tiberina d'estate, durante le sere dell'Isola del Cinema, sia una delle poche esperienze notturne di Roma che valgono davvero la coda: sedersi all'aperto sul greto del fiume, con lo schermo acceso e i ponti illuminati alle spalle, è un privilegio che poche capitali possono offrire.
L'Isola del Cinema: le sere d'estate sull'Isola Tiberina
Da oltre vent'anni, nei mesi estivi, l'Isola Tiberina ospita l'Isola del Cinema, una delle manifestazioni di cinema all'aperto più longeve e amate di Roma. Sulle banchine e negli spazi lungo il fiume vengono allestite arene con grande schermo, e la programmazione alterna anteprime, film inediti, incontri con registi e attori italiani e internazionali, retrospettive e sezioni dedicate al cinema d'autore, ai cortometraggi e al nuovo cinema italiano, spesso raccolte sotto la sigla di un vero e proprio laboratorio cinematografico.
La manifestazione occupa in genere la lunga estate romana, con proiezioni serali quasi ogni sera, e trasforma l'isola in un villaggio del cinema affacciato sull'acqua. Le date esatte, il calendario delle proiezioni e le modalità di ingresso cambiano di anno in anno e vengono pubblicati ogni stagione sul sito ufficiale dell'Isola del Cinema: conviene consultarlo prima di andare, perché alcune serate sono a ingresso libero e altre a pagamento, e i posti nelle arene sono limitati. È l'appuntamento che, più di ogni altro, ha riportato i romani a frequentare l'isola di sera.

Le tradizioni dell'Isola Tiberina
Poche zone di Roma conservano un calendario di tradizioni popolari fitto come quello dell'isola, e vale la pena conoscerlo perché spiega il legame profondo fra i romani, l'isola e il fiume.
La processione dei Sacconi Rossi il 2 novembre
Dal Seicento, la sera del 2 novembre, giorno della commemorazione dei defunti, la Confraternita dei Sacconi Rossi di Santa Maria dell'Orto scende all'isola per una cerimonia in memoria degli annegati del Tevere: al tramonto si benedicono le acque e si gettano nel fiume corone di fiori. La cerimonia, interrotta per un periodo, venne ripresa nel 1984 dalla Confraternita dei Sacconi Scuri, e continua a rinnovare il rapporto rituale fra la città e il suo fiume, che per secoli ha dato la vita e la morte.
Il 24 agosto, le angurie e la gara di nuoto
Un tempo il 24 agosto era sull'isola giorno di festa popolare. Si teneva la sagra dell'anguria e, soprattutto, una gara di nuoto in cui i giovani si tuffavano nel Tevere e nuotavano dal Ponte Fabricio fino al Ponte Rotto per afferrare i cocomeri lasciati galleggiare nella corrente. Era uno spettacolo temerario, perché la corrente del Tevere è insidiosa: nel 1870, dopo una serie di incidenti mortali, la gara venne proibita. Resta il ricordo di un'estate romana in cui il fiume, oggi separato dalla città dai muraglioni, era ancora un luogo di bagni e di feste.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Tutti sanno che l'isola ha la forma di una nave, ma pochi si soffermano su quanto quella forma sia stata costruita a tavolino e su quanto poco ne resti. La monumentalizzazione in opus quadrata del I secolo avanti Cristo trasformò l'intera isola in un enorme simulacro navale, con la prua a valle, i fianchi rivestiti di pietra e l'obelisco centrale a fare da albero maestro. Era un'opera di scenografia urbana di scala colossale, pensata perché chi arrivava dai ponti avesse davanti agli occhi non un banco di sabbia, ma la nave sacra di Esculapio ormeggiata nel fiume.
Di tutto questo apparato oggi sopravvive quasi soltanto il frammento della prua, con il suo rilievo consumato. Le piene ricorrenti del Tevere, i rifacimenti medievali e moderni, la costruzione dei muraglioni fra il 1876 e il 1926 hanno progressivamente cancellato il rivestimento antico. Ecco il fatto poco citato: l'immagine della nave che tutti ripetono si regge, materialmente, su un unico lacerto di travertino lungo pochi metri. Il resto è ricostruzione della mente, alimentata dalle fonti e dalla forma allungata dell'isola. Guardare quella prua significa guardare l'ultima assicella superstite di un vascello di pietra che duemila anni fa era intero.
La foto giusta da fare all'Isola Tiberina
La fotografia che porta a casa l'Isola Tiberina non si scatta sull'isola, ma dai ponti che la circondano. La posizione migliore è il Ponte Palatino, a valle: da lì, in una sola inquadratura, si mettono in fila l'arco solitario del Ponte Rotto in primo piano, la prua di travertino dell'isola con il campanile di San Bartolomeo che svetta, e sullo sfondo le arcate del Ponte Cestio. È l'immagine che condensa duemila anni di storia del Tevere in un unico colpo d'occhio, ed è la ragione per cui questo scorcio è tra i più ritratti di Roma.
Il momento giusto è il tardo pomeriggio, quando il sole basso da ovest illumina la prua e accende di arancio il travertino, oppure la sera d'estate, con le arene dell'Isola del Cinema accese e i riflessi delle luci sull'acqua. Un consiglio da professionista: scendete di quota. Se le banchine lungo il fiume sono agibili, la fotografia dal livello dell'acqua, guardando la fiancata dell'isola in controluce, restituisce l'idea del vascello molto meglio della veduta dall'alto dei muraglioni. Evitate invece il mezzogiorno estivo, quando la luce piatta appiattisce i volumi e cancella il rilievo della pietra.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
L'Isola Tiberina è stata teatro di episodi che attraversano tutta la storia di Roma. Il primo, quello fondativo, è l'arrivo del culto di Esculapio nel 292 avanti Cristo e la dedica del tempio nel 289: un evento che fece dell'isola il centro della medicina antica e ne fissò per sempre la vocazione. Attorno a quel tempio si consumò per secoli il rito dell'incubazione dei malati, e le fonti registrano perfino la decisione dell'imperatore Claudio di riconoscere la libertà agli schiavi malati che i padroni abbandonavano sull'isola per non curarli.
Nel Medioevo l'isola divenne una roccaforte: le famiglie dei Pierleoni e dei Caetani vi eressero torri e fortificazioni, e l'antivigilia di Natale del 1598 la grande piena che abbatté il Ponte Rotto segnò per sempre il paesaggio del fiume. In età moderna l'isola tornò protagonista durante l'assedio francese del 1849, quando i suoi ospedali accolsero i feriti della difesa della Repubblica Romana, e di quei giorni resta traccia nella palla di cannone conservata in San Bartolomeo.
Nel Novecento, infine, l'isola è stata scenario di due episodi opposti e altissimi. Durante l'occupazione nazista di Roma, nel 1943, i medici del Fatebenefratelli inventarono una malattia inesistente, il cosiddetto "morbo di K", per ricoverare e nascondere nei reparti alcuni ebrei e antifascisti braccati, sottraendoli alle deportazioni: una finzione clinica che salvò delle vite. E nel 1999 la basilica accolse la commissione voluta da Giovanni Paolo II per la memoria dei martiri cristiani del XX secolo, culminata nel 2002 con la collocazione dell'icona sull'altare. Cura e testimonianza, ancora una volta, nello stesso luogo.
Chi è passato dall'Isola Tiberina
Da questa lingua di terra sono passati, in venticinque secoli, personaggi di ogni epoca. Il primo è un serpente: quello che, secondo la tradizione, portò a Roma il culto di Esculapio da Epidauro nel 292 avanti Cristo, scegliendo l'isola come propria dimora. Attorno a quel mito ruotano gli ambasciatori romani che salparono per la Grecia e i sacerdoti che vi officiarono per secoli.
Fra i pontefici, l'isola porta la firma di molti: Ottone III, l'imperatore che alla fine del X secolo volle la basilica; Pasquale II, che nel 1113 vi eresse il campanile; Alessandro III, che intorno al 1180 ne rifondò il titolo; Pio IX, che nel 1869 vi collocò l'edicola centrale; e Giovanni Paolo II, che nel 1999 vi radunò la commissione dei Nuovi Martiri. Tra gli artisti passarono i marmorari cui si deve il bassorilievo del pozzo, la cerchia di Nicola d'Angelo e di Pietro Vassalletto, e nell'Ottocento l'incisore Bartolomeo Pinelli, che con l'isola ebbe la sua celebre disputa sulla qualifica. Fra i medici, la memoria popolare conserva fra Giambattista Orsenigo, il frate dentista attivo fra il 1867 e il 1903, cui la tradizione attribuisce anche la cura di papa Leone XIII. E ogni estate, per l'Isola del Cinema, sono passati di qui registi e attori italiani e internazionali, che hanno presentato i loro film seduti sul greto del Tevere.

Cosa vedere intorno all'Isola Tiberina in dieci minuti a piedi
Il bello dell'Isola Tiberina è la sua posizione: nel raggio di dieci minuti a piedi si concentra una delle più alte densità di storia di tutta Roma, sulle due rive del fiume.
Sul versante del Ghetto, appena oltre il Ponte Fabricio, si aprono il Portico d'Ottavia e la Sinagoga di Roma con il Tempio Maggiore, il cuore della Roma ebraica; poco più in là si arriva a Campo de' Fiori con il suo mercato e, proseguendo, alla scenografia barocca di Piazza Navona. Verso il Foro Boario, sul Lungotevere, si incontrano la Bocca della Verità e la chiesa che la ospita, Santa Maria in Cosmedin, uno dei più bei campanili romanici della città.
Attraversato il Ponte Cestio si è subito a Trastevere: in pochi minuti si raggiungono la Basilica di Santa Maria in Trastevere con i suoi mosaici dorati, la Basilica di Santa Cecilia e il Museo di Roma in Trastevere; salendo, il Gianicolo offre il più celebre panorama sulla città. Poco a monte, verso il centro, si può proseguire fino al Pantheon. È un itinerario che dall'isola si dirama in ogni direzione senza mai richiedere un mezzo.
L'Isola Tiberina, il fiume e le piene
Non si capisce l'Isola Tiberina senza capire il suo rapporto con il Tevere, che è un rapporto di dipendenza e di conflitto insieme. L'isola esiste perché il fiume, incontrando un ostacolo, si è diviso in due bracci e ha depositato limo attorno al banco roccioso; ma lo stesso fiume, per secoli, l'ha periodicamente sommersa. Le piene del Tevere sono la costante di tutta la storia di questo luogo: hanno abbattuto il Ponte Rotto, hanno ispirato il prodigio della lampada che continuava ad ardere sott'acqua, hanno reso necessari restauri continui ai ponti e ai muri.
Il volto attuale dell'isola è figlio di un'opera radicale, la costruzione dei muraglioni del Tevere fra il 1876 e il 1926, decisa dopo la disastrosa inondazione del 1870 per proteggere la nuova capitale d'Italia dalle piene. Quei grandi argini in travertino hanno messo in sicurezza la città, ma hanno anche separato i romani dal loro fiume, che prima si viveva a livello dell'acqua, con approdi, mulini e bagni. L'Isola Tiberina, con le sue banchine ancora affacciate sulla corrente, è uno dei pochi punti dove si può scendere a toccare l'acqua e recuperare quel rapporto perduto. Ecco perché camminare sulle sue rive, quando sono agibili, è un'esperienza diversa da qualsiasi altra passeggiata lungo il Lungotevere: qui il fiume non è un fondale lontano oltre un muro, ma una presenza a portata di mano, con tutta la sua forza e la sua storia.
Quando andare all'Isola Tiberina
L'Isola Tiberina è visitabile tutto l'anno, di giorno e di sera, e non ha un biglietto, quindi la scelta del momento dipende da cosa cercate. La primavera e l'inizio dell'autunno sono le stagioni ideali per la passeggiata e per entrare nelle chiese con calma. L'estate è la stagione dell'Isola del Cinema e delle sere sul fiume, ma è anche il periodo più affollato: nelle serate di proiezione le arene si riempiono, e conviene arrivare con anticipo. L'inverno regala l'isola più silenziosa e, dopo le piogge, lo spettacolo del Tevere gonfio che lambisce la prua.
Un avvertimento pratico: dopo le piene autunnali e invernali le banchine lungo il fiume possono essere chiuse o coperte di fango, e in quei giorni si gode l'isola solo dall'alto dei ponti. Se il vostro interesse principale sono le banchine e la fotografia dal livello dell'acqua, controllate le condizioni del fiume prima di programmare la visita.
L'Isola Tiberina con i bambini
L'isola è un ottimo obiettivo per una passeggiata con i bambini: è pedonale, senza traffico, e la storia della nave di pietra con il serpente che scelse da solo dove fermarsi è di quelle che i piccoli ascoltano volentieri. Cercare insieme il rilievo del serpente sulla prua diventa una piccola caccia al tesoro, e il moncone del Ponte Rotto in mezzo al fiume colpisce sempre la fantasia. Le distanze sono brevi e i gelati di Trastevere sono a due passi, oltre il Ponte Cestio. L'unica cautela riguarda le banchine sul fiume, prive di parapetti alti: con bambini piccoli conviene tenersi sulla parte alta dell'isola e sui ponti.
Accessibilità dell'Isola Tiberina
La parte alta dell'isola, quella dei ponti, dello spiazzo centrale e delle chiese, è raggiungibile in piano attraversando il Ponte Fabricio o il Ponte Cestio, entrambi pedonali. Le banchine lungo il fiume, invece, si raggiungono tramite scale e rampe non sempre agevoli, e possono risultare impegnative per chi ha difficoltà motorie o per chi spinge un passeggino. Per l'ingresso alle chiese e per le condizioni di accesso agli eventi estivi conviene informarsi in anticipo presso la parrocchia o l'organizzazione della manifestazione, perché la conformazione storica del luogo comporta gradini e dislivelli.
Il serpente di Epidauro: che cosa raccontano le fonti antiche
L’Isola Tiberina deve la sua fama antica a un serpente che, secondo il racconto romano, scelse da solo dove farsi costruire un tempio. La vicenda è nota: all’inizio del III secolo a.C. una pestilenza colpì Roma, i libri sibillini indicarono di portare in città Esculapio, il dio greco della medicina, e una delegazione partì per Epidauro, nel Peloponneso, dove il dio aveva il suo santuario più celebre. Gli ambasciatori tornarono con un serpente sacro, che nel santuario greco era la forma visibile del dio. Risalito il Tevere, l’animale sarebbe scivolato in acqua e avrebbe raggiunto l’isola: lì, e non altrove, venne edificato il tempio. Conviene dirlo subito con chiarezza: questo è un racconto tramandato dalle fonti antiche, non un fatto verificabile. Quello che le fonti riportano è la storia che i romani si raccontavano sull’origine del culto, e vale la pena separarla con precisione da ciò che invece resta documentato.
Che cosa dicono Livio, Ovidio e Valerio Massimo
L’ambasceria a Epidauro non è un’invenzione tarda: compare in autori diversi e distanti fra loro. Livio ne parla nel decimo libro della sua storia, collegandola a un’epidemia e al responso dei libri sibillini, e il riassunto antico dei libri perduti (le cosiddette Periochae) registra l’arrivo del serpente e la fondazione del tempio sull’isola. Valerio Massimo, nel primo libro dei suoi detti e fatti memorabili, racconta lo stesso episodio. La versione più ampia e più letteraria è quella di Ovidio, nel quindicesimo libro delle Metamorfosi, dove il serpente prende il mare con gli ambasciatori, viene accolto lungo tutta la costa e infine sceglie l’isola in mezzo al fiume.
Sulle date gli storici moderni non concordano del tutto: l’ambasceria viene di solito collocata fra il 293 e il 291 a.C., e la dedica del tempio è tradizionalmente fissata al 291 a.C. Su un punto però le fonti sono compatte, e quel punto è quello che conta: a Roma esisteva un tempio di Esculapio sull’isola, e i romani lo spiegavano con la storia del serpente. In altre parole, la leggenda non è nata per caso, è nata per rispondere a una domanda pratica: perché quel dio proprio lì, su uno scoglio in mezzo al fiume, fuori dal pomerio, lontano dai templi del centro. La risposta “lo ha deciso il dio stesso” chiudeva la questione meglio di qualsiasi ragionamento urbanistico.
La prua di travertino: quello che si vede ancora
Qui si passa dal racconto alla pietra. Il rivestimento dell’isola a forma di nave è reale e in parte è ancora visibile: sulla punta rivolta verso valle, dal lato del Ponte Rotto, sopravvive un tratto di paramento in travertino lavorato come la fiancata e la prua di un’imbarcazione, con un rilievo che mostra il bastone avvolto dal serpente, cioè l’emblema di Esculapio, accanto a una testa maschile. Non serve fantasia per riconoscerlo: la curva dello scafo e il rilievo si leggono a occhio nudo dalla riva o dal ponte, anche se la vegetazione e il livello del fiume a volte li coprono in parte.
Sulla datazione del rivestimento gli studiosi discutono, e di solito lo collocano in età tardo repubblicana o nei primi secoli dell’impero, quindi molto dopo il presunto arrivo del serpente. Questo è il punto da tenere fermo: la forma di nave non prova il racconto, lo mette in scena. È una monumentalizzazione romana costruita in coerenza con la leggenda, un modo di dare corpo in travertino a una storia che tutti conoscevano, esattamente come un’iscrizione o una statua. Anche l’idea che un obelisco svettasse al centro dell’isola a fare da albero maestro circola da secoli, ma resta una ricostruzione discussa e non un dato certo.
Duemilatrecento anni di cura sullo stesso scoglio
Se c’è una cosa davvero straordinaria in questa vicenda, non è il serpente: è la continuità. Sullo stesso pezzo di terra dove i romani portavano i malati al santuario di Esculapio oggi funziona un ospedale. Il santuario antico praticava l’incubazione, cioè il malato dormiva nell’area sacra aspettando un sogno del dio, e lasciava ex voto in ringraziamento; dal Tevere, in quest’area, sono stati recuperati ex voto anatomici del tipo che compare nei santuari di guarigione, anche se l’attribuzione puntuale di ogni pezzo al santuario dell’isola non è sempre sicura.
Poi il testimone passa di mano. Nel medioevo l’isola diventa cristiana e sopra l’area del culto antico si insedia la basilica di San Bartolomeo, fondata attorno all’anno Mille. Nel tardo Cinquecento arrivano i Fatebenefratelli, l’ordine ospedaliero di san Giovanni di Dio, che prendono in carico la chiesa di San Giovanni Calibita e avviano un’attività di assistenza mai più interrotta. Da lì nasce l’ospedale che porta ancora quel nome. Mettendo in fila le date, dal tempio di Esculapio ai reparti di oggi si arriva a circa duemilatrecento anni di cura nello stesso luogo: non una leggenda, una catena documentata di istituzioni diverse che si sono passate la stessa funzione. In tutta Roma non esiste un altro indirizzo che regga un confronto simile.
Il grano dei Tarquini: una leggenda che spiega l’isola
Esiste anche un secondo racconto, più antico nella cronologia interna e altrettanto leggendario, che spiega come l’isola si sarebbe formata. Livio lo riferisce nel secondo libro: cacciati i Tarquini, i romani decisero di non toccare il raccolto cresciuto nei campi del re, nel Campo Marzio, perché consacrato, e lo gettarono nel fiume; le spighe e le canne si sarebbero fermate sul fondo basso, trattenendo il limo e facendo crescere l’isola. Lo stesso Livio prende le distanze, presentandolo come una tradizione che circolava, non come un fatto. Gli studiosi la classificano come leggenda eziologica, cioè un racconto costruito a posteriori per dare una causa a qualcosa che esisteva già: l’isola è un banco naturale di origine fluviale, molto più vecchio della repubblica.
Le due storie, il grano e il serpente, fanno la stessa cosa in due tempi diversi: spiegano perché l’isola esiste e perché è sacra. Guardandole da vicino si capisce come lavorava la memoria romana, che raramente lasciava un luogo senza una narrazione a giustificarlo.
Come leggerla sul posto
Domande veloci sull'Isola Tiberina
Quanto costa visitare l'Isola Tiberina?
Niente: l'Isola Tiberina è uno spazio pubblico all'aperto e si attraversa gratuitamente a qualsiasi ora. Anche l'ingresso alla Basilica di San Bartolomeo è gratuito. Sono a pagamento solo alcune serate dell'Isola del Cinema in estate.
Serve prenotare per andare all'Isola Tiberina?
No, per la visita all'isola e alle sue chiese non serve alcuna prenotazione. La prenotazione può servire solo per determinati eventi o proiezioni dell'Isola del Cinema, secondo le regole pubblicate ogni estate dagli organizzatori.
Quanto tempo ci vuole per visitare l'Isola Tiberina?
Per una visita completa, che comprenda la Basilica di San Bartolomeo, la prua con il rilievo di Esculapio, i due ponti e uno sguardo al Ponte Rotto, calcolate da quarantacinque minuti a un'ora e mezza. Inserendola in una passeggiata fra il Ghetto e Trastevere, l'isola diventa la tappa centrale di mezza giornata.
Come si arriva all'Isola Tiberina?
A piedi dal Ghetto attraverso il Ponte Fabricio, o da Trastevere attraverso il Ponte Cestio. In trasporto pubblico, con i bus del Lungotevere o con il tram 8 fino a Trastevere. In auto è fortemente sconsigliato per via dei limiti al traffico e dell'assenza di parcheggi.
L'Isola Tiberina è accessibile in sedia a rotelle?
La parte alta dell'isola, con le chiese e lo spiazzo centrale, è raggiungibile in piano dai due ponti pedonali. Le banchine sul fiume, invece, si raggiungono per scale e sono di norma non accessibili. Per l'ingresso alle chiese conviene chiedere conferma alla parrocchia.
Si possono fare foto all'Isola Tiberina?
All'aperto si fotografa liberamente, e lo scorcio dal Ponte Palatino con il Ponte Rotto e la prua dell'isola è uno dei più belli di Roma. All'interno delle chiese valgono le regole di rispetto del luogo di culto; durante le funzioni si evita di fotografare.
Perché l'Isola Tiberina ha la forma di una nave?
Perché nel I secolo avanti Cristo venne deliberatamente rivestita di travertino a forma di vascello, con la prua a valle e un obelisco centrale come albero maestro, per ricordare la nave che secondo la leggenda portò a Roma il serpente di Esculapio. Della decorazione antica resta oggi il frammento della prua.
Cosa c'è da vedere sull'Isola Tiberina?
La Basilica di San Bartolomeo all'Isola con il pozzo miracoloso, la chiesa di San Giovanni Calibita, la prua di travertino con il rilievo del serpente di Esculapio, i ponti Fabricio e Cestio, la vista sul Ponte Rotto e la Torre dei Caetani con la Pulzella. In estate, l'Isola del Cinema.
Che cos'è l'Isola del Cinema?
È la rassegna estiva di cinema all'aperto che da oltre vent'anni allestisce arene con grande schermo lungo il fiume, sull'Isola Tiberina, con anteprime, film inediti e incontri con registi e attori. Date, programma e biglietti si trovano ogni anno sul sito ufficiale della manifestazione.
Qual è il ponte più antico dell'Isola Tiberina?
Il Ponte Fabricio, costruito nel 62 avanti Cristo, che collega l'isola al Ghetto: è il ponte più antico di Roma conservatosi nella sua forma originaria. È detto anche Ponte dei Quattro Capi per le erme di Giano poste sulla balaustra.
Che cos'è il Ponte Rotto vicino all'Isola Tiberina?
È il moncone del Pons Aemilius, il primo ponte in pietra di Roma, del II secolo avanti Cristo. Crollò più volte a causa delle piene e fu abbattuto in gran parte dall'inondazione del 1598; oggi ne resta un'unica arcata isolata nella corrente, a valle dell'isola.
C'è ancora un ospedale sull'Isola Tiberina?
Sì, ce ne sono due in attività: l'Ospedale Fatebenefratelli, fondato nel 1583, e l'Ospedale Israelitico. La vocazione medica dell'isola non si è mai interrotta dai tempi del tempio di Esculapio, ed è uno dei tratti più straordinari del luogo.
Si può entrare nella Basilica di San Bartolomeo all'Isola?
Sì, l'ingresso è gratuito negli orari di apertura, in genere la mattina e nel tardo pomeriggio con una pausa a metà giornata. Gli orari precisi cambiano con le stagioni e vanno verificati sul sito della parrocchia. Durante le funzioni si visita con discrezione.
L'Isola Tiberina è adatta ai bambini?
Molto: è pedonale, le distanze sono brevi e la storia della nave di pietra e del serpente cattura l'attenzione dei più piccoli. L'unica attenzione riguarda le banchine sul fiume, prive di parapetti alti, dove con bambini piccoli conviene non scendere.
Qual è la foto migliore da fare all'Isola Tiberina?
Dal Ponte Palatino, a valle, inquadrando in fila il Ponte Rotto, la prua dell'isola con il campanile di San Bartolomeo e il Ponte Cestio. Il momento ideale è il tardo pomeriggio, con la luce radente sul travertino, o la sera d'estate con le arene illuminate.
Perché l'Isola Tiberina è legata alla medicina?
Perché nel 292 avanti Cristo, dopo una pestilenza, vi fu introdotto il culto di Esculapio, dio greco della guarigione, e vi sorse il suo tempio con un santuario terapeutico. Da allora l'isola è associata alla cura, tanto che ancora oggi vi operano due ospedali.
Chi era la Pulzella dell'Isola Tiberina?
La Pulzella è un volto femminile di marmo, di epoca romana, incastonato nella Torre dei Caetani verso il Ponte Fabricio. Una leggenda tardo medievale lo lega a una fanciulla rinchiusa nella torre in attesa dell'amato; il marmo, in realtà, è un reimpiego antico estraneo al racconto.
Quando conviene visitare l'Isola Tiberina?
La primavera e l'inizio dell'autunno sono ideali per la passeggiata e le chiese; l'estate è la stagione dell'Isola del Cinema ma anche la più affollata. Dopo le piene autunnali le banchine possono essere chiuse: in quel caso si gode l'isola dai ponti.
Cosa si vede vicino all'Isola Tiberina?
A pochi minuti a piedi: il Portico d'Ottavia e la Sinagoga nel Ghetto, la Bocca della Verità al Foro Boario, e oltre il Ponte Cestio tutta Trastevere con Santa Maria in Trastevere, Santa Cecilia e la salita al Gianicolo.
Se dovessi riassumere l'Isola Tiberina in una frase, direi che è il luogo di Roma dove il tempo non ha mai cambiato mestiere: si curava qui la peste venticinque secoli fa, si nasce qui oggi al Fatebenefratelli, e nel mezzo ci sono passati imperatori, papi, medici e registi. Andateci a piedi, senza fretta, cercate il serpente sulla prua e affacciatevi a guardare il Ponte Rotto galleggiare nella corrente: capirete perché i romani, a questo scoglio in mezzo al fiume, sono affezionati come a poche altre cose della loro città.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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