Tempio di Esculapio a Villa Borghese
Il Tempio di Esculapio a Villa Borghese è quel tempietto bianco con quattro colonne che sembra galleggiare in mezzo al laghetto del Giardino del Lago, nel cuore del parco più amato di Roma. Non è un monumento antico, e questa è la prima cosa da mettere in chiaro: fu costruito tra il 1785 e il 1792 per volontà del principe Marcantonio IV Borghese, su progetto di Antonio Asprucci con il figlio Mario Asprucci e con il contributo del pittore Cristoforo Unterperger. È un tempio prostilo con quattro colonne scanalate e capitelli ionici, sorge su un isolotto artificiale collegato alla riva da un pontile in legno, e custodisce nella sua edicola una statua di Esculapio di età romana, rinvenuta secondo la tradizione presso il Mausoleo di Augusto. Sull'architrave corre in lettere greche la dedica ΑΣΚΛΗΠΙΩΙ ΣΩΤΗΡΙ, "ad Asclepio Salvatore", mentre il timpano ospita un bassorilievo in stucco che racconta l'arrivo del dio a Roma. L'isolotto è chiuso da un cancello e non si visita: lo si guarda dalla riva, oppure dall'acqua, salendo su una delle barche a remi che si noleggiano al laghetto. L'ingresso al parco è libero e il Giardino del Lago si raggiunge a piedi da viale dell'Uccelliera, da via Pietro Canonica, dall'Arco di Settimio Severo su viale Madama Letizia o scendendo da largo Pablo Picasso; le fermate della metropolitana più comode sono Flaminio e Spagna sulla linea A.
Galleria Borghese: ingresso riservato
Bernini e Caravaggio in due ore, con l'ingresso a fascia oraria. Poi il parco di Villa Borghese è lì fuori.
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Vi accompagno dentro questa storia con calma, perché è più intricata di quanto sembri: c'è un principe romano che voleva rifare il suo giardino alla moda europea, c'è un architetto che inventò un pezzo di antichità dal nulla, c'è una statua vera dentro un edificio finto, e sullo sfondo c'è un culto autentico, arrivato a Roma nel 293 a.C. sotto forma di serpente, che ha lasciato all'Isola Tiberina un ospedale ancora in funzione. Il Tempio di Esculapio a Villa Borghese è una delle poche architetture romane che si capiscono meglio se si accetta che stiano mentendo. Anzi: che stiano recitando.
Che cos'è davvero il Tempio di Esculapio a Villa Borghese
Comincio dall'equivoco più diffuso, quello che sento ripetere ogni settimana quando accompagno qualcuno lungo la riva del laghetto. Quasi tutti, la prima volta, danno per scontato che il Tempio di Esculapio a Villa Borghese sia un edificio antico: la pietra chiara, le colonne ioniche, la scritta in greco, la statua togata dentro la nicchia. Tutto sembra dire "secondo secolo dopo Cristo". E invece siamo di fronte a un'opera del pieno Neoclassicismo romano, progettata e costruita negli ultimi quindici anni del Settecento, in un momento in cui a Roma si guardava all'antico con una passione archeologica nuova e con una capacità tecnica di imitazione impressionante.
Non chiamatelo però un falso. Il termine giusto, quello che usavano allora, è un altro: si tratta di un fabbrica di ornamento, ovvero un edificio pensato per completare un paesaggio, per dare un punto focale allo sguardo, per fornire una storia al giardino. Nel lessico dei parchi europei del Settecento queste costruzioni si chiamavano follies in Inghilterra, fabriques in Francia. Erano finte rovine, pagode, eremitaggi, tempietti, torri gotiche, grotte artificiali. Il gusto era ovunque, da Stowe a Ermenonville, dal Parc Monceau al Wörlitz tedesco. La differenza, a Roma, è che un tempietto neoclassico costruito ex novo poteva contenere una scultura antica autentica, perché le sculture antiche a Roma si trovavano ancora scavando nel terreno di casa. Il Tempio di Esculapio a Villa Borghese è esattamente questo cortocircuito: un contenitore inventato per un contenuto vero.
Un tempio prostilo, non un tempio rotondo
Sul piano tipologico l'edificio è un tempio prostilo tetrastilo: significa che il colonnato sta soltanto sulla fronte, davanti alla cella, e che le colonne sono quattro. È la formula più economica e più leggibile del repertorio classico, quella che con il minimo di elementi produce il massimo di riconoscibilità. Se guardate il tempietto dalla riva opposta, lo capite subito: si vede una facciata, e dietro la facciata un volume chiuso, semplice, quasi una scatola. Non c'è peristasi, non c'è colonnato che gira intorno, non c'è la complicazione di un tempio periptero. L'effetto è quello di un frontespizio, di una copertina.
Le colonne sono scanalate, con capitelli ionici a volute. L'ordine ionico non è scelto a caso: è l'ordine considerato dalla trattatistica il più adatto ai contesti sacri di carattere mite, delicato, femminile o medicale, contrapposto alla severità dorica e all'esuberanza corinzia. Per un dio della guarigione, in un giardino di delizie, lo ionico era il registro giusto. Sopra la trabeazione si eleva il timpano triangolare, e sopra ancora, sulla linea di colmo e sugli spigoli, sono collocate statue di gusto ellenistico che funzionano da acroteri, rompendo il profilo del tetto contro il verde degli alberi.
Perché "di Esculapio" e non di un altro dio
La dedica non è un capriccio. Il Tempio di Esculapio a Villa Borghese porta il nome del dio della medicina perché nasce, letteralmente, intorno a una statua di quel dio. Le fonti concordano su un punto: nel patrimonio Borghese esisteva una scultura antica raffigurante Esculapio, e il progetto del giardino le cercava una collocazione degna. In un primo momento si pensò a una soluzione più modesta, una quinta architettonica, una facciata scenografica che facesse da fondale alla statua; poi, come accade quando il committente ha soldi e ambizione, l'idea crebbe fino a diventare un tempio autonomo, isolato in mezzo all'acqua, visibile da ogni punto della riva.
E qui si vede la finezza dei progettisti. Un dio della salute, in un giardino, su un'isola: la combinazione non è arbitraria. Il vero santuario romano di Esculapio, quello che il popolo frequentava davvero, stava su un'isola in mezzo al Tevere. Ricostruire un'isola artificiale dentro Villa Borghese e metterci sopra Esculapio significava citare l'Isola Tiberina con eleganza, senza spiegarlo, contando sul fatto che ogni visitatore colto dell'epoca avrebbe colto l'allusione. Torneremo su questo, perché è il cuore intellettuale di tutta l'operazione.
Dove si trova il Tempio di Esculapio a Villa Borghese e come arrivarci
Il Tempio di Esculapio a Villa Borghese si trova nella porzione settentrionale del parco, nel settore che prende il nome di Giardino del Lago, in una conca naturale ribassata rispetto ai viali principali. Questo dettaglio topografico conta più di quanto sembri: il laghetto sta in una depressione, e chi arriva dai viali alti lo scopre all'improvviso, scendendo. È un effetto voluto, uno dei tanti colpi di teatro che il progetto settecentesco ha disseminato nel parco.
Gli accessi al Giardino del Lago
Le vie di accesso più naturali sono quattro. La prima è viale dell'Uccelliera, che scende dalla zona del Casino Nobile e dei giardini segreti: è il percorso che consiglio a chi arriva dalla Galleria Borghese, perché mantiene il filo storico della visita. La seconda è via Pietro Canonica, che passa accanto alla Fortezzuola e porta direttamente sulla sponda. La terza è viale Madama Letizia, dove si trova l'Arco di Settimio Severo costruito da Luigi Canina intorno al 1830: passare sotto quell'arco e trovarsi il lago davanti è forse l'ingresso più bello. La quarta è la scalinatella che scende da largo Pablo Picasso, comoda per chi arriva dal Pincio e dalla terrazza sopra piazza del Popolo.
Metropolitana, tram e autobus
Con la metropolitana linea A le due fermate utili sono Flaminio, da cui si sale al Pincio attraversando piazza del Popolo e la salita del Viale, e Spagna, che ha un'uscita direttamente dentro Villa Borghese in zona viale del Museo Borghese. Da Flaminio la camminata è più lunga ma più scenografica; da Spagna si è dentro il parco in pochi minuti, e poi si scende verso il lago. In superficie il tram 19 serve il lato di viale delle Belle Arti e di viale Bruno Buozzi, comodo per chi arriva dal quartiere Flaminio o dalla zona di piazza Thorvaldsen. Diverse linee di autobus percorrono via Pinciana e viale del Muro Torto: conviene sempre verificare i percorsi aggiornati sulle piattaforme del trasporto pubblico romano prima di partire, perché a Roma le deviazioni sono uno sport nazionale.
A piedi, che è il modo giusto
Il consiglio che do sempre è di arrivare al Tempio di Esculapio a Villa Borghese camminando, e possibilmente da lontano. Dal Pincio si entra nel parco con lo sguardo già pieno di cupole; da piazzale Flaminio si sale dolcemente; da via Veneto e Porta Pinciana si entra nel settore più monumentale. In tutti i casi il tempietto arriva alla fine di un percorso, e questo è il modo in cui il progetto settecentesco voleva che lo si incontrasse. Villa Borghese misura circa ottanta ettari: non è un giardino da attraversare di corsa, e il laghetto premia chi ci arriva con calma.
Il Giardino del Lago, la cornice del Tempio di Esculapio a Villa Borghese
Non si può capire il Tempio di Esculapio a Villa Borghese isolandolo dal suo contesto, perché il tempietto è la punta di un progetto molto più grande: la trasformazione settecentesca del cosiddetto terzo recinto della villa in un giardino all'inglese. Fino ad allora quel settore era stato un parco di caccia e di svago, con un lago di forma regolare, uccelliere, fontane rustiche e boschetti. Alla fine del Settecento diventa un paesaggio "naturale" costruito con la massima artificialità: colline artificiali, un lago dal contorno irregolare, un ruscello, radure, sentieri sinuosi, e monumenti che spuntano tra gli alberi.
Le cronologie che si leggono nelle diverse fonti oscillano: alcuni collocano l'avvio dei lavori intorno alla metà degli anni Settanta del Settecento, altri intorno al 1786, altri ancora estendono il cantiere fino ai primi anni Novanta. Su questo tema conviene essere prudenti e dire ciò che è certo: il Giardino del Lago nasce nel quadro del rinnovamento voluto da Marcantonio IV Borghese, prende forma nell'ultimo quarto del Settecento e trova il suo compimento visivo proprio con il tempietto, la cui costruzione le fonti collocano concordemente tra il 1785 e il 1792.
Un lago che non è un lago
Il bacino d'acqua del Giardino del Lago è interamente artificiale. Ha una forma allungata, irregolare, con insenature e promontori che servono a un preciso scopo ottico: impedire che lo sguardo abbracci tutto il perimetro in una volta sola. Un lago rotondo si legge subito e annoia; un lago dal contorno frastagliato promette sempre qualcosa dietro la curva. È la grammatica del giardino paesaggistico, importata dall'Inghilterra, dove i grandi parchi di Capability Brown avevano codificato l'arte di fabbricare specchi d'acqua che sembrassero opera della natura.
Al centro, o meglio in posizione volutamente decentrata, sta l'isolotto con il tempio. Anche qui la scelta è progettuale: se l'isola fosse esattamente al centro, il tempio diventerebbe un oggetto simmetrico, statico, prevedibile. Spostandola, i progettisti hanno fatto in modo che da ogni punto della riva il tempietto si presenti in una prospettiva diversa, ora di tre quarti, ora quasi di fronte, ora scorciato tra i rami. È un monumento che cambia a seconda di dove vi mettete, e questo è precisamente ciò che si chiedeva a una fabbrica di giardino.
Il ruscello, le collinette, le radure
Intorno al bacino il terreno fu modellato con collinette artificiali che servono da fondale e da schermo: nascondono ciò che sta oltre, creano quinte verdi, moltiplicano i piani di profondità. Un ruscello alimenta e collega gli specchi d'acqua. I sentieri non tagliano in linea retta ma girano, obbligando il passo a rallentare. Chi ha progettato questo pezzo di parco lavorava come un pittore di paesaggio: costruiva vedute, non percorsi.
Le essenze arboree completano il disegno. Attorno al lago si trovano platani, lecci, cedri, magnolie, salici che si specchiano nell'acqua, e naturalmente i pini domestici che sono la firma di ogni paesaggio romano. Il contrasto fra le chiome scure e i sempreverdi da un lato e il bianco del marmo e dello stucco dall'altro è il meccanismo visivo su cui l'intero Giardino del Lago è costruito: senza quel verde, il Tempio di Esculapio a Villa Borghese perderebbe metà del suo effetto.
Marcantonio IV Borghese, il principe che volle il Tempio di Esculapio a Villa Borghese
Dietro ogni grande giardino c'è un committente con un'idea fissa. Nel nostro caso è Marcantonio IV Borghese (1730-1800), principe di Sulmona, erede di una delle famiglie più potenti di Roma, discendente di quel ramo che aveva dato alla Chiesa papa Paolo V e alla storia dell'arte il cardinale Scipione Borghese. Marcantonio IV appartiene a una generazione di aristocratici romani che vivono un momento delicato: il prestigio dinastico è intatto, le collezioni sono leggendarie, ma il mondo culturale sta cambiando e Roma rischia di apparire una capitale del passato. La risposta di Marcantonio è ambiziosa e in un certo senso moderna: rinnovare completamente la villa di famiglia, dentro e fuori.
Il rinnovamento del Casino Nobile
Il cantiere che porta al Tempio di Esculapio a Villa Borghese parte dall'interno del palazzo. A partire dagli anni Settanta del Settecento, Marcantonio IV affida ad Antonio Asprucci la ristrutturazione degli ambienti del Casino Nobile, quello che oggi ospita la Galleria Borghese. Ogni sala viene ripensata come un ambiente tematico unitario, dove pavimenti, stucchi, affreschi, marmi antichi e sculture dialogano intorno a un soggetto: il Salone d'ingresso, la Sala di Paolina, la Sala di Apollo e Dafne, la Sala dell'Ermafrodito. È un modo di allestire che anticipa il museo moderno e che allo stesso tempo affonda nella tradizione della "galleria" nobiliare.
Quel metodo — un tema, un ambiente, una regia — esce poi dal palazzo e si applica al parco. Il giardino diventa una successione di sale all'aperto, ognuna con il suo soggetto: qui il lago e la medicina, là Diana e la caccia, altrove l'Egitto, altrove ancora l'antica Roma. Il Tempio di Esculapio a Villa Borghese è la sala più riuscita di questo museo senza pareti.
Perché il parco doveva cambiare
Alla fine del Settecento il giardino formale all'italiana, con i suoi assi rigidi e le sue geometrie, appariva superato agli occhi dei viaggiatori europei. La moda era il giardino paesaggistico, il parco "naturale" all'inglese, teorizzato in Inghilterra e diffuso in tutta Europa. Roma era piena di stranieri colti — inglesi, tedeschi, francesi, russi — e la villa di una grande famiglia romana era anche uno strumento diplomatico e sociale. Rinnovare il parco significava dire: siamo al passo, sappiamo cosa si fa a Londra e a Parigi, e sappiamo farlo meglio perché noi abbiamo le statue vere.
C'è poi un aspetto che trovo sempre affascinante. Villa Borghese, già nel Settecento, non era del tutto privata: la famiglia consentiva l'accesso in determinate giornate, e la villa faceva parte del percorso obbligato del Grand Tour. Investire nel parco significava investire nella reputazione internazionale del casato. Il tempietto sul lago non fu costruito per essere goduto in solitudine: fu costruito per essere visto, descritto, disegnato, raccontato in giro per l'Europa. Ed è esattamente ciò che è successo.
Antonio e Mario Asprucci, gli architetti del Tempio di Esculapio a Villa Borghese
Antonio Asprucci (1723-1808) è uno di quei professionisti romani che hanno cambiato il volto di una città senza diventare celebri quanto meriterebbero. Architetto di fiducia dei Borghese, uomo di cantiere e di corte, ha diretto per decenni la trasformazione della villa. Il suo talento non era l'invenzione spettacolare, ma la regia: sapeva mettere insieme architetti, scultori, pittori, stuccatori, giardinieri e antiquari facendo suonare tutti la stessa musica. In un progetto come il Giardino del Lago questa capacità vale più di qualunque colpo di genio isolato.
Accanto a lui lavora il figlio Mario Asprucci (1764-1804), architetto di formazione più aggiornata, attento alle correnti neoclassiche internazionali, autore fra l'altro del Tempietto di Diana che sorge in un altro settore del parco e che le fonti datano al 1789. Il rapporto fra padre e figlio nel cantiere di Villa Borghese è documentato ma non sempre facile da sciogliere nei dettagli: sappiamo che entrambi vi lavorarono, e per il Tempio di Esculapio a Villa Borghese le fonti citano l'uno, l'altro o entrambi a seconda dell'aspetto considerato.
Attribuzioni: dove le fonti divergono
Su questo punto voglio essere onesto, perché la letteratura non è unanime. Alcune schede istituzionali attribuiscono il tempietto ad Antonio Asprucci come progettista principale. Altre parlano di un lavoro a quattro mani di Antonio e Mario Asprucci. Altre ancora aggiungono il nome di Cristoforo Unterperger fra gli ideatori, non come esecutore materiale ma come autore di disegni e soluzioni decorative. Non è una contraddizione: nei cantieri settecenteschi il confine fra "progetto", "disegno" e "invenzione" era fluido, e più mani potevano intervenire sullo stesso edificio in fasi diverse.
La formula più prudente, e quella che uso quando racconto questo monumento, è la seguente: il Tempio di Esculapio a Villa Borghese fu realizzato fra il 1785 e il 1792 nell'ambito della direzione dei lavori di Antonio Asprucci, con la partecipazione documentata di Mario Asprucci e con l'apporto ideativo di Cristoforo Unterperger. Chi vi dice con assoluta sicurezza che l'autore è uno soltanto sta semplificando.
Dal progetto di facciata al tempio isolato
C'è un dettaglio progettuale che le fonti riportano con una certa costanza e che vale la pena di raccontare, perché spiega la forma stessa dell'edificio. In origine l'idea non era costruire un tempio completo: si prevedeva una facciata architettonica, cioè una quinta scenografica destinata ad accogliere la statua antica, appoggiata a un fondale o a una sponda. Poi la decisione cambiò e si optò per un edificio isolato, autonomo, circondato dall'acqua.
Questo passaggio spiega molte cose. Spiega perché il tempio sia prostilo e non periptero, cioè perché le colonne stiano solo davanti: il nucleo del progetto è rimasto la fronte, la facciata concepita come quadro. Spiega perché il retro e i fianchi siano trattati con estrema sobrietà. E spiega perché l'effetto complessivo, dalla riva, sia così pittorico: state guardando una scenografia che a un certo punto della sua storia ha deciso di diventare un edificio.
Cristoforo Unterperger e la mano decorativa del Tempio di Esculapio a Villa Borghese
Cristoforo Unterperger (1732-1798) è un personaggio che merita più spazio di quello che di solito gli si concede. Nato a Cavalese, in val di Fiemme, in una famiglia di pittori, arrivò a Roma giovane e vi costruì una carriera solidissima nel momento in cui la città era il laboratorio del Neoclassicismo europeo. Lavorò in Vaticano, partecipò alla decorazione di ambienti prestigiosi, si specializzò nel repertorio "alla grottesca" e nella ricostruzione filologica dell'ornato antico. È il tipo di artista che oggi chiameremmo un consulente di alto profilo: chi lo chiamava voleva che l'antico venisse bene.
Nella Villa Borghese rinnovata il suo nome ricorre più volte. Le fonti istituzionali gli attribuiscono l'ideazione della Fontana dei Cavalli Marini, realizzata sul finire del Settecento, e la progettazione del Tempio di Antonino e Faustina, datato al 1792 e costruito assemblando frammenti di architetture antiche provenienti dal Foro Romano. Nel caso del Tempio di Esculapio a Villa Borghese il suo apporto viene ricordato accanto a quello degli Asprucci, il che è del tutto coerente con il modo in cui si lavorava: l'architetto dava la struttura, il pittore-inventore dava la pelle, cioè i rilievi, le proporzioni dell'ornato, il colore.
Perché serviva un pittore per costruire un tempio
La domanda è legittima. La risposta sta nella natura stessa di questi edifici. Un tempietto di giardino non deve funzionare: non ospita riti, non accoglie folle, non ha problemi strutturali seri. Deve apparire. Il suo committente lo giudica dall'effetto che fa a duecento metri di distanza, sull'acqua, alle cinque del pomeriggio di ottobre. Un pittore di paesaggio e di ornato, abituato a comporre vedute, sa esattamente quanto deve essere alto il frontone perché la sagoma stacchi sugli alberi, quanto devono essere distanziate le colonne perché l'ombra interna sia profonda, quanto bianco serve perché l'edificio si riflette bene nell'acqua.
C'è poi la questione del bassorilievo del timpano, che è un problema squisitamente pittorico: bisogna raccontare una storia complicata — l'arrivo di un dio a Roma sotto forma di serpente, con una nave, un fiume, delle figure — dentro un triangolo lungo e basso. Comporre in un frontone è un esercizio che gli antichi avevano portato alla perfezione e che il Settecento studiava con ammirazione. Serve occhio da pittore.
L'architettura del Tempio di Esculapio a Villa Borghese, elemento per elemento
Adesso mettiamoci sulla riva e leggiamo l'edificio dal basso verso l'alto, come si legge un ordine architettonico. È un esercizio che consiglio sempre: cinque minuti di osservazione guidata valgono più di un'ora di chiacchiere.
Il basamento e il crepidoma
Il tempio poggia su un basamento che lo solleva rispetto al livello dell'isolotto e quindi rispetto al pelo dell'acqua. Questo rialzo ha una funzione pratica evidente — tenere lontana l'umidità, evitare che le piene stagionali del bacino lambiscano la cella — ma soprattutto una funzione visiva: separa il sacro dal profano, il tempio dalla terra. Nel tempio antico questa separazione si ottiene con il podio e la scalinata frontale; qui il principio è ripreso in scala ridotta, adattato a un contesto di giardino dove nessuno salirà mai quei gradini in processione.
Le quattro colonne ioniche
Le colonne sono il cuore dell'edificio. Sono quattro, disposte in fila sulla fronte, con fusto scanalato e capitello ionico a volute. La scanalatura non è decorazione gratuita: serve a moltiplicare le linee verticali e a catturare la luce radente, dando al fusto un fremito che una superficie liscia non avrebbe. Guardatele al mattino presto, quando il sole basso arriva di taglio: le scanalature si accendono a strisce e il colonnato sembra vibrare sull'acqua.
L'ordine ionico ha, nella cultura architettonica classica, un significato preciso. Vitruvio lo associa a un carattere intermedio fra la severità del dorico e la grazia del corinzio, e lo raccomanda per divinità di temperamento mite. Un dio guaritore — un dio che nell'immaginario antico ascolta, consola, appare in sogno — sta bene nello ionico. Il Settecento, che leggeva Vitruvio con attenzione quasi religiosa, questa corrispondenza la conosceva benissimo.
La trabeazione e l'iscrizione greca
Sopra i capitelli corre la trabeazione, e sulla fascia dell'architrave sta l'elemento più parlante dell'intero monumento: l'iscrizione in caratteri greci ΑΣΚΛΗΠΙΩΙ ΣΩΤΗΡΙ, cioè "ad Asclepio Salvatore" o "ad Asclepio Soter". La formula riprende un uso epigrafico realmente diffuso nel mondo greco, dove Soter, "salvatore", era uno degli epiteti canonici del dio della medicina. Non è greco inventato: è greco corretto, scelto con consapevolezza da qualcuno che sapeva quello che faceva.
Trovo notevole la decisione di usare il greco anziché il latino. Un tempietto in un giardino romano avrebbe potuto tranquillamente portare una dedica latina, più leggibile per il pubblico e più coerente con il contesto urbano. La scelta del greco è una dichiarazione culturale: dice che il dio è arrivato da fuori, che la sua patria è Epidauro, che il culto è di importazione. È una nota di erudizione raffinata, quasi un ammiccamento agli antiquari.
Il timpano e il bassorilievo dell'arrivo del dio
Il frontone triangolare ospita un bassorilievo in stucco che rappresenta l'arrivo di Esculapio a Roma. È la parte narrativa dell'edificio, il punto in cui il tempietto smette di essere solo bello e comincia a raccontare. La scena rimanda all'episodio del 293 a.C., quando secondo la tradizione il dio raggiunse Roma per mare sotto forma di serpente, e sceglie di rappresentare non un rito, non un sacrificio, ma un viaggio. Un dio che si sposta, che sceglie una città, che accetta di stabilirsi.
Lo stucco, come materiale, non è una scelta di ripiego. Nel Settecento romano lo stucco raggiunge livelli tecnici straordinari e viene usato in contesti prestigiosissimi, perché consente modellati rapidi, correzioni in opera, e una superficie che al bianco del marmo assomiglia moltissimo a distanza. Su un edificio destinato a essere visto da lontano, attraverso l'acqua, lo stucco fa esattamente il lavoro che serve.
Le statue sul tetto
Sopra il frontone e agli angoli del tetto sono collocate statue di gusto ellenistico, che funzionano come acroteri. Il loro compito è spezzare la linea orizzontale del colmo e collegare l'edificio agli alberi che gli stanno dietro. Senza quelle figure il tempietto avrebbe una silhouette troppo netta, troppo geometrica, e sembrerebbe incollato sul paesaggio invece che immerso in esso. Sono un dettaglio che quasi nessuno nota consapevolmente e che tutti percepiscono.
La cella e l'edicola della statua
Dietro il colonnato si apre la cella, e all'interno, in una edicoletta, sta la statua di Esculapio. È una soluzione tipicamente museale: la scultura non è appoggiata a caso, ma inquadrata da una cornice architettonica che la isola, la protegge e la mette in valore. Anche in questo si sente il metodo di Antonio Asprucci, lo stesso che dentro il Casino Nobile aveva costruito intorno a ogni capolavoro un ambiente su misura.
La statua antica dentro il Tempio di Esculapio a Villa Borghese
Arriviamo al pezzo autentico. Dentro il tempietto neoclassico c'è una scultura di età romana raffigurante Esculapio, e la tradizione erudita la lega al ritrovamento presso il Mausoleo di Augusto, il grande tumulo dinastico in quella che oggi è piazza Augusto Imperatore. Il Mausoleo, costruito attorno al 28 a.C., ha avuto una storia post-antica movimentata: fortezza medievale dei Colonna, giardino, anfiteatro, arena per corride, teatro, sala da concerti. In tutte queste trasformazioni sono emersi materiali antichi, dispersi poi nel collezionismo romano.
Attenzione però: quando si parla di provenienze di sculture antiche a Roma bisogna sempre camminare in punta di piedi. Le notizie di rinvenimento circolavano fra antiquari, mercanti e restauratori, e non di rado venivano abbellite per aumentare il prestigio del pezzo. Che la statua sia antica non è in discussione; che provenga dall'area del Mausoleo di Augusto è quanto riporta la tradizione, ed è corretto presentarlo come tale, non come dato di scavo documentato.
Come si riconosce Esculapio
L'iconografia del dio della medicina è fra le più stabili dell'antichità, e imparare a riconoscerla è utile in tutti i musei del mondo. Esculapio si presenta come un uomo maturo, barbuto, avvolto in un ampio mantello che lascia scoperto il petto o una spalla. Il suo attributo per eccellenza è il bastone nodoso con il serpente avvolto, quello che ancora oggi campeggia sulle insegne delle farmacie e nei simboli delle professioni sanitarie di mezzo pianeta. A volte compare accanto a lui la figlia Igea, personificazione della salute, con la coppa e il serpente; a volte il piccolo Telesforo, incappucciato, genio della convalescenza.
Il bastone unico con un solo serpente è il simbolo autentico della medicina. Il caduceo con due serpenti e le ali appartiene invece a Mercurio ed è emblema del commercio e degli araldi: la confusione fra i due, diffusissima soprattutto nel mondo anglosassone, è uno degli errori iconografici più tenaci della storia. Se qualcuno vi porta davanti al Tempio di Esculapio a Villa Borghese e parla di caduceo, avete il permesso di correggerlo con garbo.
Il restauro settecentesco delle statue antiche
C'è un aspetto che riguarda quasi tutte le sculture antiche esposte nelle ville romane e che vale la pena spiegare. Nel Settecento una statua antica frammentaria non veniva mai esposta com'era: veniva integrata. Braccia, gambe, teste, attributi mancanti venivano rifatti in marmo nuovo da restauratori-scultori professionisti, spesso bravissimi, che dovevano indovinare o inventare la parte perduta. Il risultato era un oggetto ibrido, in cui l'antico e il moderno convivevano senza che al visitatore fosse dato modo di distinguerli.
Roma, alla fine del Settecento, era la capitale mondiale di questo mestiere. Botteghe come quelle di Bartolomeo Cavaceppi e i restauratori-scultori attivi per le grandi famiglie fornivano il mercato internazionale del Grand Tour. Fra i nomi che ricorrono nei cantieri Borghese di quegli anni c'è quello di Vincenzo Pacetti, scultore e restauratore fra i più richiesti della Roma neoclassica, autore fra l'altro delle sculture della Fontana dei Cavalli Marini. Sapere che una statua "antica" di quel periodo può contenere consistenti parti settecentesche non toglie nulla al fascino del pezzo: aggiunge un livello di lettura.
L'isolotto artificiale del Tempio di Esculapio a Villa Borghese
L'isola è forse l'invenzione più intelligente di tutto il progetto. Un tempietto neoclassico costruito in una radura sarebbe stato un edificio come tanti; costruito su un'isola diventa un'immagine. L'acqua fa tre cose contemporaneamente: isola il monumento rendendolo inaccessibile e quindi desiderabile, lo raddoppia attraverso il riflesso, e lo allontana creando una distanza incolmabile fra chi guarda e ciò che è guardato.
Questa distanza è il vero contenuto poetico del luogo. Il Tempio di Esculapio a Villa Borghese è un monumento che non si può toccare. L'isolotto è collegato alla riva da un pontile in legno con ringhiere metalliche, ma il passaggio è chiuso da un cancello e non è aperto al pubblico. Chiunque abbia visitato il Giardino del Lago si è trovato prima o poi davanti a quel cancello con l'istinto di scavalcarlo, e ha capito in quel momento che il progetto stava funzionando esattamente come previsto duecentotrent'anni fa.
Isole di giardino: una moda europea
L'isola con monumento è un tema ricorrente nei parchi paesaggistici del secondo Settecento. Il caso più famoso in Europa è l'Île des Peupliers a Ermenonville, in Francia, dove nel 1778 fu sepolto Jean-Jacques Rousseau in un sarcofago circondato da pioppi in mezzo a un laghetto: quell'immagine, riprodotta in migliaia di stampe, incisioni, porcellane e carte da parati, definì per una generazione intera l'idea stessa di malinconia sublime. Isole analoghe compaiono a Wörlitz in Germania, nei parchi inglesi, nei giardini russi.
Il Giardino del Lago di Villa Borghese si inserisce in questa corrente, ma con una variante tutta romana: mentre in Francia l'isola commemora un filosofo e in Inghilterra ospita spesso una rovina fittizia, a Roma l'isola diventa un santuario, e il santuario allude a un santuario reale che si trova a poche centinaia di metri in linea d'aria, in mezzo al Tevere. È il vantaggio competitivo della città eterna: qui l'immaginazione ha sempre un originale a cui appoggiarsi.
Perché non ci si può salire
La chiusura dell'isolotto non è un dispetto burocratico. Ha ragioni conservative solide: la struttura è delicata, l'accesso è possibile solo attraverso una passerella stretta, l'isola non ha vie di fuga, la statua all'interno del tempietto è un bene archeologico esposto. Aprire l'isola al passaggio libero significherebbe accettare un'usura che l'edificio non può sostenere e un rischio di danneggiamento che nessun ente di tutela si assumerebbe.
C'è però anche una ragione estetica che raramente viene detta ad alta voce, e che secondo me è altrettanto seria: se si potesse arrivare fino al tempio, il tempio smetterebbe di essere un'apparizione. Da vicino si vedrebbero gli stucchi, le stuccature, i segni del tempo, la modestia dei materiali. Da lontano si vede un'idea. Il Tempio di Esculapio a Villa Borghese funziona a distanza, ed è a distanza che va lasciato.
Il vero culto di Esculapio a Roma: il 293 a.C. e la pestilenza
Adesso lasciamo per un momento il Settecento e andiamo indietro di duemila anni, perché senza questa storia il Tempio di Esculapio a Villa Borghese resta un bell'oggetto senza radici.
Nel 293 a.C., secondo la tradizione romana, la città fu colpita da una pestilenza devastante. Roma era allora una potenza in ascesa nell'Italia centrale, impegnata nelle guerre sannitiche, e la malattia colpiva la città e le campagne con una violenza che nessun rimedio riusciva a fermare. Quando i mezzi umani fallivano, la religione pubblica romana aveva una procedura: consultare i Libri Sibillini, la raccolta di oracoli in greco conservata sul Campidoglio e interpretata da un collegio sacerdotale.
La risposta dei Libri fu netta e insolita: per salvare Roma bisognava andare a prendere il dio in persona. Non un rito, non un sacrificio, non un tempio: il dio, fisicamente. E il dio era Asclepio, che i Romani chiamarono Esculapio, il cui santuario più antico e prestigioso si trovava a Epidauro, nel Peloponneso, attivo almeno dal VI secolo a.C. e celebre in tutto il Mediterraneo come luogo di guarigione.
L'ambasceria a Epidauro
Il Senato inviò allora un'ambasceria ufficiale. Le fonti antiche ricordano alla guida della delegazione Quinto Ogulnio Gallo, personaggio politicamente notevole: apparteneva a una famiglia plebea di primo piano, e con il fratello Gneo era stato protagonista di iniziative simboliche importanti per la Roma dell'epoca. Mandare un uomo di quel rango non era una formalità: significava che l'operazione era una questione di Stato.
Il racconto più celebre di quello che accadde a Epidauro ci è arrivato attraverso Ovidio, che gli dedica le pagine finali delle Metamorfosi, nel libro XV. È letteratura, non cronaca, e va letto per quello che è: ma è una letteratura che riflette il modo in cui i Romani raccontavano a sé stessi questo episodio. Il dio, secondo la narrazione, apparve in sogno agli ambasciatori e annunciò che li avrebbe seguiti, ma sotto altra forma. Il giorno seguente un serpente uscì dal santuario, attraversò la città fra la folla e salì spontaneamente sulla nave romana.
Il viaggio e l'approdo
La navigazione di ritorno, nel racconto ovidiano, tocca varie tappe del Mediterraneo, con il serpente-dio che accompagna i legati. Risalito il Tevere, all'altezza dell'Isola Tiberina il serpente lasciò la nave, raggiunse l'isola e vi si stabilì. Il gesto fu interpretato come una scelta esplicita del dio: quello sarebbe stato il suo luogo. La pestilenza, dice la tradizione, cessò.
Il santuario fu costruito nel giro di pochi anni. Sulla data esatta della dedicazione le fonti moderne non sono unanimi: si leggono indicazioni che oscillano fra il 291 e il 289 a.C., a seconda della ricostruzione cronologica adottata. Quello su cui c'è accordo è il giorno: il dies natalis del tempio cadeva il primo gennaio. Il tempio rimase in funzione per tutta l'età imperiale e sopravvisse fino alla tarda antichità.
L'Isola Tiberina, l'originale a cui allude il Tempio di Esculapio a Villa Borghese
Se volete capire davvero il tempietto di Villa Borghese, dovete fare una passeggiata di venti minuti sull'Isola Tiberina. È l'unica isola del Tevere all'interno della città, un banco di sedimenti stabilizzato in mezzo alla corrente, collegato alle due rive dal Ponte Fabricio, del 62 a.C., che è il ponte romano meglio conservato della città e regge ancora il traffico pedonale dopo oltre duemila anni, e dal Ponte Cestio verso Trastevere.
La nave di pietra
La cosa più straordinaria dell'isola è che gli antichi la trasformarono in una nave. Rivestirono le sponde con blocchi di travertino sagomati in modo da riprodurre lo scafo, con la poppa e la prua, e al centro dell'isola eressero un obelisco che faceva da albero maestro. L'idea era di monumentalizzare l'arrivo del dio: l'isola stessa diventava la nave che lo aveva portato.
Di quel rivestimento resta oggi un lacerto visibile presso la punta a valle, ed è uno dei frammenti più commoventi della Roma antica: si riconoscono ancora, scolpiti nel travertino, il profilo della prua, una testa di divinità e un serpente che si avvolge attorno a un bastone. È l'attributo di Esculapio, inciso nella pietra duemilatrecento anni fa, a pochi centimetri dall'acqua. Chi ha progettato il Tempio di Esculapio a Villa Borghese conosceva perfettamente quel frammento.
Incubatio: come si guariva nel santuario
Il metodo terapeutico dei santuari di Asclepio si chiamava incubatio. Il malato, dopo purificazioni e offerte, dormiva all'interno del recinto sacro, in un ambiente apposito, attendendo che il dio gli apparisse in sogno. Il sogno poteva contenere una guarigione diretta oppure una prescrizione, che i sacerdoti poi interpretavano e applicavano. Ci sono arrivate, soprattutto da Epidauro, raccolte di testimonianze di guarigione incise su lastre di pietra, veri e propri registri di casi clinici sacri.
Guardato con occhi moderni, questo sistema non è affatto assurdo. Combinava riposo, dieta, isolamento dalla vita quotidiana, bagni, esercizio, suggestione, aspettativa positiva e un ambiente rassicurante: molti di questi elementi hanno effetti reali e misurabili, e il ruolo del sonno e della mente nella guarigione è oggi materia di studio. Il santuario di Esculapio era, per gli standard antichi, un luogo di cura serio.
Gli ex voto anatomici
Chi guariva ringraziava. Il modo più comune era offrire al dio una riproduzione in terracotta della parte del corpo risanata: piedi, mani, orecchie, occhi, gambe, teste, organi interni, uteri. Se ne sono trovati a migliaia nei depositi votivi dei santuari italici e romani, e nei musei archeologici occupano vetrine intere che colpiscono chiunque le veda. Sono i documenti più diretti che possediamo sulla sofferenza fisica del mondo antico e sulla speranza che la accompagnava.
Claudio e gli schiavi malati
Un episodio che racconto sempre volentieri riguarda l'imperatore Claudio. Alcuni padroni, per non sostenere le spese di cura, abbandonavano gli schiavi gravemente malati sull'isola, scaricandoli di fatto sul santuario. Claudio intervenne con un provvedimento: chi fosse stato abbandonato in quel modo e fosse guarito sarebbe diventato libero, e chi avesse ucciso uno schiavo per evitarne le cure sarebbe stato perseguito come omicida. È uno dei documenti più significativi che abbiamo sul lento affiorare, dentro il diritto romano, di un'idea di tutela della persona.
Da San Bartolomeo al Fatebenefratelli
La cosa che rende l'Isola Tiberina unica al mondo è la continuità. Sull'area del santuario antico sorge la basilica di San Bartolomeo all'Isola, fondata attorno all'anno Mille, e all'altra estremità dell'isola si trova l'Ospedale San Giovanni Calibita Fatebenefratelli, gestito dall'ordine ospedaliero di San Giovanni di Dio, insediatosi qui in età moderna. Nel pozzo davanti all'altare di San Bartolomeo qualcuno ha visto la memoria di una sorgente legata al culto antico: è una suggestione che la critica discute, e come tale va presa.
Il dato solido, però, resta e non ha eguali: lo stesso pezzo di terra in mezzo al fiume è dedicato alla cura dei malati, senza interruzioni sostanziali, da oltre duemilatrecento anni. Quando i progettisti di Villa Borghese decisero di costruire un'isola artificiale e di metterci sopra Esculapio, stavano citando questo, e lo stavano facendo con perfetta cognizione di causa.
Perché costruire un tempio finto: la cultura del giardino all'inglese
A questo punto la domanda si impone: perché un principe romano, che aveva a disposizione rovine autentiche in quantità industriale, decise di costruirsi un tempio nuovo che sembrasse antico? La risposta sta in un modo di pensare il paesaggio che nel Settecento europeo era diventato una vera e propria filosofia.
Il paesaggio come quadro
Il giardino paesaggistico nasce in Inghilterra nella prima metà del Settecento come reazione al giardino formale francese, quello di Versailles, fatto di assi, simmetrie, parterre ricamati e alberi potati in forme geometriche. Il giardino francese dichiarava il dominio dell'uomo sulla natura; il giardino inglese voleva simulare una natura libera, mossa, imprevedibile. Ma l'ispirazione non veniva dalla campagna vera: veniva dalla pittura. Più precisamente dai paesaggi seicenteschi di Claude Lorrain, Nicolas Poussin e Salvator Rosa, che avevano lavorato in Italia e avevano dipinto una campagna romana idealizzata, popolata di templi, ponti, rovine, pastori e luci dorate.
I proprietari inglesi che tornavano dal Grand Tour compravano quei quadri, li appendevano nei loro saloni, e poi guardavano fuori dalla finestra il loro parco. La distanza fra le due immagini era intollerabile. Così cominciarono a rimodellare i terreni per assomigliare ai dipinti: colline, laghi sinuosi, boschetti irregolari e, immancabilmente, un tempietto classico su un'altura o in riva all'acqua. Il tempietto non era decorazione: era la citazione che rendeva riconoscibile il modello pittorico.
Il paradosso romano
Qui arriva il paradosso che rende il Tempio di Esculapio a Villa Borghese un caso quasi comico e certamente unico. Gli inglesi costruivano nei loro parchi templi classici per imitare quadri che raffiguravano la campagna romana. Marcantonio IV Borghese, nella campagna romana, costruì un tempio classico per imitare i parchi inglesi che imitavano i quadri che raffiguravano la campagna romana. Il cerchio si chiude, e l'originale finisce per imitare la propria copia.
Non è una banalità da salotto: è il modo in cui funziona la cultura visiva europea di quel secolo, e spiega perché il Giardino del Lago abbia quell'aria vagamente esotica anche per un romano. È un pezzo di Inghilterra impiantato dentro il Pincio, ma fatto con materiali, sculture e maestranze romane. Il risultato non assomiglia né all'uno né all'altro modello: assomiglia soltanto a sé stesso.
Jacob More e il disegno paesaggistico intorno al Tempio di Esculapio a Villa Borghese
Nel cantiere del Giardino del Lago compare un nome che spiega molto: Jacob More (circa 1740-1793), pittore paesaggista scozzese trasferitosi a Roma, dove divenne uno degli artisti britannici più apprezzati della colonia straniera. More dipingeva paesaggi nella tradizione di Claude Lorrain, ed era considerato talmente bravo in questo genere da meritarsi, presso i suoi contemporanei, soprannomi che lo accostavano al maestro seicentesco.
Le fonti lo citano fra le personalità coinvolte nella sistemazione paesaggistica del Giardino del Lago, accanto agli Asprucci. Non era un giardiniere né un ingegnere idraulico: era un pittore. Il che significa che la conca del lago, la disposizione delle collinette, la scelta dei punti di vista e la posizione del tempietto furono valutate anche e soprattutto con criteri pittorici. Qualcuno, in quel cantiere, stava letteralmente componendo dei quadri con la terra e le piante.
Come si progetta una veduta
Il metodo è quello che i teorici del paesaggio chiamavano composizione per piani. Serve un primo piano scuro, che incornicia: qui sono i tronchi degli alberi sulla riva, i cespugli, le sponde. Serve un piano medio luminoso, che contiene il soggetto: lo specchio d'acqua con l'isola e il tempio. Serve uno sfondo attenuato, che dà profondità: le chiome degli alberi che sfumano nella foschia romana. E serve un punto di fuga, un elemento verticale che raccolga lo sguardo: le colonne del tempietto.
Se vi mettete sulla sponda meridionale del laghetto e socchiudete gli occhi, questa struttura viene fuori con una nitidezza sorprendente. Non state guardando un giardino: state guardando un dipinto che qualcuno ha avuto la pazienza e i mezzi di far crescere.
Le barche a remi del laghetto del Tempio di Esculapio a Villa Borghese
Il laghetto è navigabile, e questa è una delle esperienze romane più semplici e più memorabili che si possano fare. Al pontile di riva funziona un servizio di noleggio di barche a remi, piccole imbarcazioni in cui si sale in due o tre e si esce sull'acqua per un giro attorno all'isolotto. Gli orari e le tariffe cambiano con le stagioni e con la gestione, quindi conviene verificarli sul posto o presso i canali informativi del Comune di Roma prima di programmare la cosa.
Quello che posso dirvi con certezza è che il punto di vista dalla barca è completamente diverso da quello della riva. A pelo d'acqua il tempio si alza, le colonne si allungano, il riflesso è a portata di mano e gli alberi della sponda diventano un muro verde continuo. Per qualche minuto la città sparisce del tutto: si sentono i remi, le anatre, forse un cane lontano. È l'unico modo per avvicinarsi al Tempio di Esculapio a Villa Borghese più di quanto la riva consenta, e va detto che remare intorno a un tempio è un'attività che non capita spesso.
Regole di buon senso sull'acqua
Il giro in barca non è un'impresa nautica ma qualche accortezza serve. Si sale e si scende dal pontile con calma, senza spostare il peso di colpo. Non ci si sporge per raggiungere le papere: il bacino non è profondo, ma l'acqua è fredda e melmosa e la figura è pessima. Non si sbarca sull'isolotto, che resta interdetto. Non si dà da mangiare agli animali con pane o avanzi, perché il pane fa male agli uccelli acquatici e alimenta l'eutrofizzazione dell'acqua. E, cosa che purtroppo va detta, non si getta nulla in acqua: il laghetto è un ecosistema fragile e ogni oggetto sul fondo è un problema di manutenzione.
La fauna del laghetto
Nel bacino e sulle rive vivono anatre, papere, gallinelle d'acqua, talvolta cigni, e una popolazione di tartarughe che nelle giornate di sole prendono posto sui tronchi affioranti come piccoli spettatori immobili. Molte di queste tartarughe sono, con ogni probabilità, esemplari abbandonati da privati che se ne erano stancati: è un fenomeno diffuso in tutti gli specchi d'acqua urbani italiani e un problema ecologico reale, perché alcune specie alloctone competono con la fauna locale. Guardatele, fotografatele, ma sappiate che la loro presenza racconta anche una piccola storia di irresponsabilità collettiva.
Il Tempio di Esculapio a Villa Borghese nel sistema dei monumenti del parco
Il tempietto sul lago non è un pezzo unico: è il capitolo più riuscito di un racconto che percorre tutto il parco. Marcantonio IV e Antonio Asprucci hanno disseminato Villa Borghese di architetture di ornamento, ciascuna con un tema, in modo che la passeggiata diventasse un viaggio nella storia e nella mitologia. Vale la pena conoscerle, perché aiutano a capire la logica del Tempio di Esculapio a Villa Borghese.
Il Tempietto di Diana
Datato al 1789 e attribuito a Mario Asprucci, è un tempietto a pianta circolare, un piccolo monoptero, destinato in origine ad accogliere una statua romana di Diana. Sorge in un punto del parco dove convergono più viali, e la sua forma rotonda dialoga per contrasto con la fronte rettilinea del tempio del lago: uno è un edificio da girarci intorno, l'altro è un edificio da guardare di fronte. Insieme mostrano l'intera gamma tipologica del tempio antico, ridotta a scala di giardino.
Il Tempio di Antonino e Faustina
Datato al 1792 e ricondotto dalle fonti a Cristoforo Unterperger, è forse l'operazione più spericolata dell'intero parco: fu costruito assemblando frammenti autentici di architetture antiche provenienti dal Foro Romano. Non un tempio che imita l'antico, ma un tempio fatto di antico rimontato secondo un disegno moderno. Il nome richiama il tempio del Foro dedicato dal Senato ad Antonino Pio e a Faustina, oggi inglobato nella chiesa di San Lorenzo in Miranda.
I Propilei Egizi e l'Arco di Settimio Severo
La generazione successiva di architetti aggiunse altri episodi. Luigi Canina, architetto e archeologo di primo piano dell'Ottocento romano, costruì i Propilei Egizi nel 1827, portali in gusto egittizio che rispondevano alla moda scatenata dalla campagna napoleonica in Egitto e dalla decifrazione dei geroglifici; furono parzialmente demoliti nel 1938 per l'allargamento della viabilità, uno dei tanti danni che il Novecento ha inflitto ai margini della villa. Sempre a Canina si deve, intorno al 1830, l'Arco di Settimio Severo che segna l'accesso al Giardino del Lago da viale Madama Letizia, ispirato ai modelli trionfali antichi e coronato da una statua imperiale.
Piazza di Siena, la Casina dell'Orologio, la Fortezzuola
Piazza di Siena, realizzata nel 1792, è l'ellisse di terra battuta circondata da pini che deve il nome alla città d'origine della famiglia Borghese; dal 1922 ospita il concorso ippico internazionale che è uno degli appuntamenti mondani e sportivi più longevi della capitale. Poco lontano, la Casina dell'Orologio è famosa per l'orologio ad acqua costruito nel 1867 su ideazione del padre domenicano Giovanni Battista Embriaco, meccanismo idraulico che continua a incantare i bambini e a mettere in difficoltà gli adulti che provano a spiegarne il funzionamento. La Fortezzuola, edificio dall'aria vagamente medievale, ospita oggi il Museo Pietro Canonica, casa-museo dello scultore piemontese che vi abitò e vi lavorò.
L'Aranciera e il Museo Carlo Bilotti
Sulla sponda del Giardino del Lago si affaccia l'Aranciera, edificio settecentesco destinato in origine al ricovero invernale degli agrumi in vaso, funzione che in tutte le grandi ville italiane richiedeva una struttura apposita. Oggi ospita il Museo Carlo Bilotti, dedicato all'arte del Novecento e ai dipinti di Giorgio de Chirico appartenuti al collezionista. È a due passi dal tempietto e vale una sosta, se non altro per il contrasto fra il neoclassico del lago e la metafisica delle sale.
Le fontane intorno al Tempio di Esculapio a Villa Borghese
Il Giardino del Lago e i settori vicini sono ricchi di fontane, e l'acqua è il filo conduttore di tutto questo pezzo di parco. Conoscerne qualcuna aiuta a costruire una passeggiata sensata attorno al tempietto.
La Fontana dei Cavalli Marini
È la più bella e la più fotografata, e sta all'incrocio dei viali poco lontano dal lago. Le fonti istituzionali la datano alla fine del Settecento e ne ricostruiscono la genesi con una precisione insolita: l'ideazione è ricondotta a Cristoforo Unterperger, l'esecuzione scultorea a Vincenzo Pacetti, la realizzazione dei cavalli a Luigi Salimei, quella delle code, delle ali e del sostegno centrale ad Antonio Isopi, la vasca a Giovanni Antonio Berté. Quattro ippocampi — cavalli marini della mitologia, metà equini e metà pesci — sostengono con le zampe anteriori una tazza da cui l'acqua ricade.
L'elenco dei nomi non è pedanteria: è la fotografia del funzionamento di un cantiere neoclassico romano, dove un'invenzione veniva scomposta in specialità e assegnata a maestranze diverse, ciascuna con la propria competenza. È lo stesso sistema che ha prodotto il Tempio di Esculapio a Villa Borghese.
La Fontana del Fiocco, detta anche di Esculapio
Un secondo Esculapio ha abitato Villa Borghese, e la sua storia è meno felice. La Fontana del Fiocco, opera di Luigi Canina databile intorno al 1830-1834, ospitava una statua del dio della medicina, tanto da essere conosciuta anche come Fontana di Esculapio. Le fonti della Sovrintendenza registrano che quella scultura fu danneggiata e distrutta nel 2006. È un promemoria poco allegro ma necessario: il patrimonio all'aperto è esposto, e la sua sopravvivenza dipende anche dal comportamento di chi lo attraversa.
Le altre acque del parco
Nel repertorio delle fontane di Villa Borghese compaiono anche la Fontana del Sileno, realizzata fra il 1922 e il 1925 su disegno di Raffaele de Vico, con un piccolo specchio d'acqua artificiale e una figura di sileno al centro; la Fonte Gaia, detta anche Fontana dei Satiri, gruppo bronzeo di Giovanni Nicolini del 1927-1928 che si trova nell'area del Giardino del Lago; la Mostra dell'Acqua Felice di Antonio Asprucci, con la lastra di sarcofago sorretta da grifi; e le Fontane Oscure, di origine seicentesca, lungo viale del Museo Borghese. Una passeggiata che le colleghi tutte è un ottimo modo di attraversare tre secoli di gusto senza uscire dal parco.
Da villa privata a parco pubblico: la storia moderna del Tempio di Esculapio a Villa Borghese
Per quasi tre secoli il tempietto è stato un oggetto privato. Chi lo vedeva, lo vedeva per concessione della famiglia Borghese. La trasformazione in bene collettivo è una vicenda otto-novecentesca che vale la pena riassumere, perché spiega perché oggi possiate arrivare al laghetto senza chiedere permesso a nessuno.
Il Settecento e l'Ottocento della famiglia
Dopo Marcantonio IV, morto nel 1800, la villa passò al figlio Camillo Borghese, personaggio che la storia ricorda soprattutto per due ragioni. La prima è il matrimonio, nel 1803, con Paolina Bonaparte, sorella di Napoleone, che Antonio Canova ritrasse nel celeberrimo marmo della Paolina Borghese come Venere vincitrice, oggi il pezzo più fotografato della Galleria Borghese. La seconda è la cessione, nel 1807, di un enorme nucleo di antichità della collezione di famiglia al cognato imperatore: quelle sculture, note come collezione Borghese, sono oggi al Museo del Louvre e costituiscono una delle sezioni portanti delle antichità classiche parigine.
Fu una perdita gigantesca per Roma, e le circostanze di quella vendita sono state discusse per due secoli. Al parco, però, andò meglio: nell'Ottocento la villa continuò a essere curata, e Luigi Canina vi aggiunse nuove architetture, dai Propilei Egizi all'Arco di Settimio Severo, dando al margine settentrionale del parco l'aspetto monumentale che in parte conserva.
1901 e 1903: lo Stato e il Comune
La svolta arriva con il nuovo secolo. Nel 1901 lo Stato italiano acquisisce il complesso della villa; nel 1903 il parco viene trasferito al Comune di Roma e aperto al pubblico. Da quel momento il Tempio di Esculapio a Villa Borghese smette di essere l'ornamento del giardino di una famiglia e diventa quello che è oggi: un monumento cittadino, davanti al quale passano ogni giorno studenti, corridori, coppie, turisti, bambini con il gelato e signori con il cane.
Non è un passaggio da poco. Villa Borghese è oggi uno dei parchi urbani storici più importanti d'Europa, con i suoi circa ottanta ettari, i suoi musei, i suoi viali alberati e i suoi nove ingressi. Il fatto che una scenografia costruita per il piacere di un principe sia diventata il luogo dove Roma va a respirare è, se ci pensate, uno dei pochi lieti fine della storia urbanistica italiana.
Restauri e conservazione del Tempio di Esculapio a Villa Borghese
Un edificio di stucco e marmo, costruito su un'isola artificiale in mezzo all'acqua, in un clima come quello romano, è un paziente cronico. Umidità di risalita, gelo e disgelo, radici, alghe, escrementi degli uccelli acquatici, inquinamento atmosferico: il Tempio di Esculapio a Villa Borghese vive in condizioni difficili, e la sua conservazione richiede attenzione continua.
Il grande cantiere del Giardino del Lago
L'intervento più consistente degli ultimi anni ha riguardato l'intero Giardino del Lago. Il cantiere è stato avviato nel novembre 2020, in piena emergenza sanitaria, ed è stato condotto dall'Ufficio Ville Storiche del Dipartimento Tutela Ambientale di Roma Capitale in collaborazione con la Sovrintendenza Capitolina, sulla base della documentazione d'archivio e delle testimonianze storiche disponibili. L'area è stata riaperta nell'agosto 2024, dopo circa quattro anni di chiusura.
I lavori hanno interessato l'impiantistica — illuminazione con nuovi corpi luminosi, irrigazione, impianti idraulici — con la riattivazione dei giochi d'acqua fermi da anni; il patrimonio vegetale, con potature, verifiche fitosanitarie sulle alberature e nuove messe a dimora; il restauro di statue, fontane e arredi artistici; e la rimodellazione del terreno con la ricostituzione delle collinette naturalistiche originarie e del manto erboso attorno alla Fonte Gaia. Durante gli scavi sono emersi ritrovamenti archeologici che hanno contribuito ad allungare i tempi del cantiere: a Roma è una fatalità quotidiana, e in fondo una buona notizia.
Perché i cantieri qui durano tanto
Chi si lamenta della lentezza dei restauri romani spesso non ha idea di che cosa comporti lavorare in un contesto come questo. Ogni intervento su un bene vincolato passa attraverso autorizzazioni, progetti approvati, direzione dei lavori specialistica. Ogni scavo può intercettare stratificazioni antiche, e in quel caso il cantiere si ferma e comincia un'indagine archeologica. Ogni pianta storica va valutata da agronomi. Ogni superficie decorata richiede restauratori con qualifiche specifiche. Il risultato è che quattro anni per un giardino storico di questa complessità non sono una vergogna: sono, purtroppo, una tempistica realistica.
Come possiamo aiutare noi
Le regole sono banali ma servono davvero. Non si scavalcano le recinzioni per fotografarsi accanto al tempio. Non si sale sulle balaustre né sui monumenti. Non si nutrono gli animali. Non si abbandonano rifiuti, nemmeno "solo un tovagliolo". Non si portano tartarughe domestiche da liberare nel laghetto. E se vedete qualcuno che danneggia qualcosa, la cosa civile è segnalarlo. Il Tempio di Esculapio a Villa Borghese ha attraversato indenne oltre due secoli: sarebbe imbarazzante rovinarlo adesso.
Le stagioni del Tempio di Esculapio a Villa Borghese
Pochi luoghi di Roma cambiano tanto con il calendario. Ho visto questo laghetto in tutte le condizioni possibili e vi assicuro che ogni stagione produce un monumento diverso.
Primavera
Fra marzo e maggio il Giardino del Lago è al massimo della forma. Le fioriture riempiono le sponde, il verde è ancora tenero e trasparente, l'acqua riflette un cielo pulito e la temperatura invita a restare seduti. È anche il periodo di maggiore affluenza, con i fine settimana particolarmente vivaci: se cercate silenzio, venite di prima mattina in un giorno feriale. La luce migliore, in questa stagione, è quella delle otto e mezzo del mattino.
Estate
Da giugno ad agosto Roma diventa un forno, e il Giardino del Lago è una delle poche zone della città dove si può stare all'aperto senza soffrire. La conca ribassata, l'ombra fitta dei lecci e dei platani e l'acqua abbassano la temperatura percepita in modo sensibile. Il consiglio è di venire nel tardo pomeriggio, quando il sole scende dietro le chiome e il tempio si accende di una luce calda e obliqua. Nelle sere d'estate il parco ospita spesso rassegne, concerti e proiezioni, e l'atmosfera cambia completamente.
Autunno
Ottobre e novembre sono, secondo me, il momento migliore in assoluto per il Tempio di Esculapio a Villa Borghese. Il fogliame si accende, le foglie cadute galleggiano sull'acqua, le luci si allungano, la foschia romana ammorbidisce i contorni e i turisti diminuiscono. È la stagione in cui il laghetto assomiglia più di ogni altra ai quadri che lo hanno ispirato. Portatevi una sciarpa e mettete in conto qualche minuto di immobilità sulla panchina.
Inverno
Con gli alberi spogli il tempietto si vede meglio: senza le foglie, la sua sagoma emerge nitida contro il cielo e diventa evidente quanto la vegetazione, nelle altre stagioni, faccia parte dell'inquadratura. Le giornate limpide di gennaio, con quel cielo di un azzurro duro che a Roma capita spesso dopo la tramontana, danno riflessi di una precisione quasi metallica. Il parco è vuoto, il freddo è secco, e per un'ora potete avere l'impressione che il Giardino del Lago sia stato costruito per voi.
Come visitare il Tempio di Esculapio a Villa Borghese: l'itinerario che consiglio
Ecco come costruirei la mattinata, se aveste tre ore e la voglia di camminare. Non è un percorso obbligato ma un ordine che funziona, perché mette il tempietto al posto giusto della narrazione: non all'inizio, quando non avete ancora capito niente, e non alla fine, quando siete stanchi.
Prima tappa: il Pincio e la vista
Cominciate dalla Terrazza del Pincio, sopra piazza del Popolo. Non fa parte tecnicamente della villa storica, ma è il modo migliore per capire dove siete: sotto di voi la piazza, davanti la città bassa con le cupole, in fondo San Pietro. Cinque minuti lì risolvono metà dei problemi di orientamento che affliggono chi visita Roma. Poi entrate nel parco in direzione nord-est.
Seconda tappa: Piazza di Siena e i viali
Attraversate Piazza di Siena, l'ellisse di terra battuta circondata dai pini domestici, e prendetevi un momento per immaginarla piena di ostacoli e cavalli come accade durante il concorso ippico. Da lì proseguite verso la Casina dell'Orologio e l'orologio ad acqua, che è un piccolo capolavoro di ingegneria ottocentesca e un ottimo modo per far stare fermi i bambini per tre minuti.
Terza tappa: il Giardino del Lago e il tempio
Scendete nella conca del Giardino del Lago. Vi consiglio di farlo passando sotto l'Arco di Settimio Severo da viale Madama Letizia, perché è l'ingresso che regala l'apparizione migliore. Poi girate attorno al bacino, senza fretta, fermandovi almeno in tre punti diversi: sulla sponda di fronte alla facciata del tempio, sulla sponda laterale che lo mostra di tre quarti, e vicino al pontile chiuso. Sono tre monumenti diversi. Se il servizio è attivo e ne avete voglia, prendete una barca.
Quarta tappa: l'Aranciera e la Fortezzuola
A pochi passi trovate il Museo Carlo Bilotti nell'Aranciera e, poco oltre, la Fortezzuola con il Museo Pietro Canonica. Sono due musei piccoli, gestibili, e hanno il pregio di non richiedere il rituale delle prenotazioni con mesi di anticipo. Verificate sempre giorni e orari di apertura sui canali ufficiali prima di contarci.
Quinta tappa: la Galleria Borghese, ma con prenotazione
Se volete chiudere in bellezza, la Galleria Borghese nel Casino Nobile è uno dei musei più straordinari del mondo, con i marmi di Bernini, i Caravaggio, la Paolina di Canova e le sale che Antonio Asprucci allestì per Marcantonio IV. Ma va detto con chiarezza: l'accesso è a numero chiuso, con ingressi a fasce orarie e prenotazione obbligatoria. Non si improvvisa. Organizzatevi in anticipo consultando il sito ufficiale del museo, e considerate che questa visita richiede una fascia oraria dedicata.
Se avete solo mezz'ora
Entrate da via Pietro Canonica o scendete da largo Pablo Picasso, arrivate al laghetto, fate un giro completo della sponda, sedetevi cinque minuti su una panchina e andatevene. Il Tempio di Esculapio a Villa Borghese non ha bisogno di essere consumato: ha bisogno di essere guardato. Mezz'ora fatta bene vale più di due ore distratte.
Cosa vedere intorno al Tempio di Esculapio a Villa Borghese
La posizione del laghetto è strategica: siete a poca distanza da alcune delle cose migliori di Roma nord, e la giornata si può allungare in molte direzioni.
I musei del quartiere
Verso viale delle Belle Arti si trovano la Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea, ospitata nel palazzo delle Belle Arti costruito per l'Esposizione del 1911, e il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, che conserva il Sarcofago degli Sposi e la maggiore raccolta di arte etrusca esistente. Poco oltre c'è la zona delle accademie straniere, con la Villa Medici sull'altro versante, sede dell'Accademia di Francia a Roma.
Il Bioparco e il Globe Theatre
Nel settore orientale del parco si trova il Bioparco, l'antico Giardino Zoologico aperto nel 1911 e oggi riconvertito in struttura orientata alla conservazione e alla didattica. Vicino a Piazza di Siena, il Silvano Toti Globe Theatre, inaugurato nel 2003, è una ricostruzione in legno del teatro elisabettiano shakespeariano dove ogni estate si tiene una stagione di spettacoli: sedersi su una panca di legno a sentire Shakespeare all'aperto sotto i pini di Villa Borghese è un'esperienza romana molto meno nota di quanto meriterebbe.
La Casina di Raffaello e il Cinema dei Piccoli
Per chi viaggia con bambini, il parco offre la Casina di Raffaello, ludoteca comunale con attività per l'infanzia, e il Cinema dei Piccoli, una minuscola sala cinematografica in legno lungo viale della Pineta che è celebre per le sue dimensioni ridottissime e che rappresenta uno dei luoghi più curiosi della città. Ci sono poi i pony, le biciclette a noleggio, i risciò a pedali e i prati dove si può stendere una coperta.
Il Muro Torto e la discesa verso il centro
Dal parco si scende verso il centro storico in pochi minuti. Da Porta Pinciana si imbocca via Veneto e si arriva a piazza Barberini; dal Pincio si scende a piazza del Popolo e da lì al Tridente; da via Aldrovandi si raggiunge il quartiere Parioli. Il Muro Torto, il tratto di mura aureliane che costeggia il parco a sud-ovest, ha una storia curiosa: rimasto in piedi nonostante la sua evidente strapiombante instabilità, era per tradizione la zona dove venivano sepolti coloro a cui era negata la sepoltura consacrata.
Domande frequenti sul Tempio di Esculapio a Villa Borghese
Il Tempio di Esculapio a Villa Borghese è antico?
No. L'edificio è neoclassico e fu costruito fra il 1785 e il 1792. È antica, invece, la statua di Esculapio conservata al suo interno, di età romana, che la tradizione dice rinvenuta presso il Mausoleo di Augusto. Molte delle sculture e degli elementi decorativi disseminati nel parco sono autenticamente antichi, ma le architetture che li ospitano sono quasi sempre di età moderna.
Si può entrare nel tempio?
No. L'isolotto è collegato alla riva da un pontile chiuso da un cancello e non è accessibile al pubblico. Il tempio si osserva dalla riva o dall'acqua, salendo su una barca a remi.
Si paga per vedere il Tempio di Esculapio a Villa Borghese?
No. Villa Borghese è un parco pubblico ad accesso libero e il Giardino del Lago si attraversa senza biglietto. È a pagamento, invece, il noleggio delle barche a remi, così come l'ingresso ai musei del parco.
Quanto dura il giro in barca?
La durata e le tariffe dipendono dalla gestione e dalla stagione, quindi non mi azzardo a darvi cifre che rischierebbero di essere sbagliate. In generale si tratta di un giro breve, dell'ordine di qualche decina di minuti, sufficiente per fare più volte il periplo dell'isolotto. Informatevi al pontile.
Quando è il momento migliore per fotografarlo?
La prima mattina e il tardo pomeriggio, per la luce radente e per l'acqua ferma. In autunno, per i colori. Le ore centrali di una giornata estiva sono la scelta peggiore: luce piatta, contrasti duri, riflessi rotti dal vento e dal passaggio delle barche.
È accessibile a chi ha difficoltà motorie?
Il Giardino del Lago si trova in una conca e vi si accede da alcuni viali in pendenza e, in un caso, da una scalinatella. I percorsi migliori per chi ha difficoltà di deambulazione sono quelli che scendono con pendenza dolce dai viali principali, evitando la scalinata di largo Pablo Picasso; i vialetti attorno al bacino sono in gran parte in terra battuta o inghiaiati. Conviene informarsi in anticipo sulle condizioni aggiornate dei percorsi.
Che rapporto c'è con l'Isola Tiberina?
Un rapporto di citazione colta, non di continuità di culto. Il vero santuario romano di Esculapio sorgeva sull'Isola Tiberina dopo l'episodio del 293 a.C.; il tempietto di Villa Borghese è un omaggio settecentesco a quella storia, costruito su un'isola artificiale proprio per richiamarla.
Una curiosità su Tempio di Esculapio a Villa Borghese
La curiosità più gustosa riguarda l'ordine dei fattori. Di solito un edificio nasce prima e poi lo si arreda; qui è successo il contrario. Il Tempio di Esculapio a Villa Borghese esiste perché esisteva già la statua. Nel patrimonio Borghese si trovava una scultura antica del dio della medicina, e il progetto del nuovo giardino doveva trovarle una sistemazione degna. All'inizio si pensò a poco: una quinta architettonica, una facciata scenografica, giusto una cornice. Poi qualcuno alzò l'asticella, e la cornice diventò un tempio intero, e il tempio pretese un'isola, e l'isola pretese un lago. Un pezzo di marmo alto poco più di un uomo ha finito per generare uno degli angoli più fotografati di Roma.
C'è poi un secondo livello di stranezza. Quel tempio è un edificio senza funzione religiosa e senza funzione pratica: nessuno ci ha mai pregato, nessuno ci ha mai abitato, nessuno ci ha mai fatto niente. Non ha un altare in uso, non ospita cerimonie, non ripara nulla dalla pioggia. Il suo unico scopo, dal primo giorno, è essere guardato da lontano. In una città in cui ogni pietra ha avuto dieci vite e dieci mestieri, avere un edificio che fa un mestiere solo — apparire — è una rarità quasi commovente.
Aggiungo un dettaglio che diverte sempre chi accompagno. Il greco dell'iscrizione, ΑΣΚΛΗΠΙΩΙ ΣΩΤΗΡΙ, è greco corretto e usa una formula epigrafica realmente attestata nel mondo antico. Ma è greco scritto nel Settecento, da persone che il greco lo avevano studiato sui libri. È un po' come incidere oggi un'iscrizione in latino su un edificio nuovo: si può fare benissimo, e chi lo fa in genere ci tiene molto a farlo bene. Quella dedica è la firma orgogliosa di una cultura che voleva dimostrare di essere all'altezza dei propri modelli, e che in questo caso ci è riuscita.
Una cosa che non ti dice nessuno su Tempio di Esculapio a Villa Borghese
Quello che non vi dice nessuno è che il Tempio di Esculapio a Villa Borghese non è progettato per essere visto da fermi. È progettato per essere visto camminando. Il posizionamento decentrato dell'isolotto, la sagoma irregolare del bacino, la disposizione degli alberi sulle sponde: tutto è calibrato perché l'immagine del tempio cambi continuamente mentre girate attorno all'acqua. Da un punto vedete la fronte piena e il riflesso perfetto. Fate quaranta passi e il tempio si scorcia, le colonne si serrano in prospettiva, un ramo entra nell'inquadratura. Altri quaranta passi e riappare quasi di profilo, più piccolo, più lontano.
Nella teoria dei giardini paesaggistici questo si chiamava progressive disclosure, rivelazione progressiva: il visitatore non riceve mai l'informazione tutta insieme, ma la conquista un pezzo alla volta muovendosi. È il motivo per cui i sentieri di questi parchi non sono mai dritti. La linea retta darebbe tutto subito e annullerebbe la sorpresa. La curva conserva il segreto per altri dieci metri.
La conseguenza pratica è che chi arriva al laghetto, scatta una fotografia dal primo punto disponibile e se ne va, ha visto forse un quarto di quello che c'era da vedere. Non per pigrizia sua: perché il monumento è fatto di più immagini, e una sola non lo rappresenta. Il giro completo della sponda si fa in una decina di minuti scarsi ed è la differenza fra aver visto una cartolina e aver capito un progetto.
C'è un ultimo aspetto poco raccontato: il ruolo del silenzio. La conca del Giardino del Lago è più bassa dei viali circostanti, e questo dislivello, insieme alla massa vegetale, funziona da barriera acustica. Il rumore del traffico di viale del Muro Torto e di via Pinciana arriva attutito, filtrato, ridotto a un brusio. In una città rumorosa come Roma, questo è un lusso. Fermatevi e ascoltate: sentirete i remi nell'acqua, gli uccelli, il vento nei pini. È un effetto collaterale del progetto che nessuno aveva calcolato e che oggi vale forse quanto il tempio.
Il consiglio che ti do per visitare Tempio di Esculapio a Villa Borghese
Il mio consiglio è uno solo e vale più di tutti gli altri: venite presto. Presto significa entro le nove del mattino, meglio se in un giorno feriale, meglio ancora se fuori dai mesi di alta stagione. A quell'ora il Giardino del Lago è un altro luogo. L'acqua è ferma come una lastra e il riflesso del tempio è integro, non ancora rotto dai remi delle barche né dal vento. La luce arriva bassa e obliqua, accende le scanalature delle colonne e stacca il bianco dell'edificio dal verde scuro degli alberi. E soprattutto non c'è quasi nessuno: qualche corridore, qualcuno che porta il cane, i giardinieri. Avrete la sponda per voi.
Il secondo consiglio riguarda il modo di stare lì. Non arrivate con il telefono già in mano. Fate prima il giro completo del laghetto senza fotografare niente, guardando come cambia il tempio a ogni curva del sentiero. Poi tornate al punto che vi è piaciuto di più e fermatevi. Se avete tempo, sedetevi su una panchina per dieci minuti. Il Tempio di Esculapio a Villa Borghese è un monumento lento, costruito per persone che nel Settecento passeggiavano in carrozza a passo d'uomo: consumarlo in tre minuti significa non riceverne nulla.
Terzo consiglio, pratico. Combinate la visita con qualcosa che stia a pochi minuti a piedi, per non fare un viaggio solo per il laghetto. Le combinazioni che funzionano meglio sono tre: il Giardino del Lago più il Museo Carlo Bilotti nell'Aranciera, per restare nella conca; il Giardino del Lago più Piazza di Siena e l'orologio ad acqua, per una passeggiata tra i pini; oppure il Giardino del Lago più la Galleria Borghese, che però richiede prenotazione anticipata e una fascia oraria dedicata, quindi va programmata prima e non decisa sul momento.
Quarto consiglio, che è quasi un avvertimento. Non contate su orari, tariffe o servizi che avete letto da qualche parte mesi fa. Il noleggio delle barche, le aperture dei musei del parco e la disponibilità dei percorsi cambiano con le stagioni, con i cantieri e con le gestioni. Il parco in sé è liberamente accessibile, ma tutto ciò che sta dentro il parco ha una sua vita amministrativa. Un controllo sui canali ufficiali il giorno prima vi evita delusioni.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Il fatto è questo: il simbolo che sta sopra ogni farmacia d'Italia, sui camici, sulle tessere sanitarie e sulle insegne degli ordini professionali di mezzo mondo, viene dal dio a cui è dedicato questo tempietto. Il bastone con il serpente avvolto è il bastone di Esculapio, e la sua storia attraversa duemilacinquecento anni senza sostanziali interruzioni. Tutti lo sanno, in un certo senso; quasi nessuno ci pensa mentre entra in farmacia a comprare l'aspirina.
La ragione per cui un serpente rappresenta la guarigione è discussa dagli studiosi, e le spiegazioni proposte sono diverse. Una richiama la muta: l'animale che cambia pelle e sembra rinnovarsi è un'immagine naturale di rigenerazione. Un'altra chiama in causa il carattere ctonio del serpente, creatura che vive a contatto con la terra e quindi con il mondo sotterraneo, nel quale l'antichità collocava tanto la morte quanto la fertilità. Un'altra ancora ricorda la sottile parentela fra veleno e rimedio, che il greco esprime con la stessa parola, pharmakon, che significa insieme farmaco e veleno. Probabilmente hanno ragione un po' tutte.
Il corollario poco citato è l'errore che quasi tutti commettono. Il simbolo autentico della medicina è il bastone con un solo serpente e senza ali. Il caduceo — bastone con due serpenti intrecciati e due ali in cima — appartiene invece a Mercurio, dio del commercio, dei viaggi e degli araldi, e con la medicina non ha nulla a che vedere. La confusione si è diffusa soprattutto nel mondo anglosassone a partire dall'Ottocento, per un fraintendimento poi propagato dall'uso militare e commerciale, e oggi si trova ovunque. Se guardate bene l'iconografia di Esculapio, il serpente è uno soltanto: il Tempio di Esculapio a Villa Borghese, da questo punto di vista, è dalla parte giusta della storia.
Aggiungo il pezzo che chiude il cerchio: il dies natalis del tempio romano di Esculapio sull'Isola Tiberina cadeva il primo gennaio. Il giorno in cui, ancora oggi, ci si augura reciprocamente salute. Non c'è alcuna prova di una discendenza diretta fra le due cose, e sarebbe scorretto affermarlo; ma la coincidenza, quando la si racconta sulla riva del laghetto, produce sempre un silenzio soddisfatto.
La foto giusta da fare a Tempio di Esculapio a Villa Borghese
La fotografia canonica del Tempio di Esculapio a Villa Borghese è quella frontale con il riflesso completo: il tempietto in alto, la sua immagine capovolta in basso, e la linea dell'acqua a fare da specchio. Per ottenerla servono tre condizioni simultanee: acqua ferma, quindi niente vento e niente barche in circolazione; luce laterale, quindi prima mattina o tardo pomeriggio; e posizione bassa, quindi ci si abbassa fino quasi al livello della sponda. Abbassarsi è il trucco che nessuno usa e che cambia tutto: da un metro e settanta il riflesso si accorcia e si perde, da mezzo metro si allunga e riempie l'inquadratura.
La seconda fotografia, quella che consiglio a chi ne vuole una meno prevedibile, è l'inquadratura di tre quarti presa dalla sponda laterale, con un ramo o un tronco in primo piano a incorniciare. Il ramo dà profondità, spezza la piattezza dell'immagine e riproduce esattamente il meccanismo compositivo dei paesaggisti settecenteschi: primo piano scuro, piano medio luminoso, sfondo attenuato. È la foto che assomiglia di più a quello che i progettisti volevano.
La terza è la fotografia dall'acqua, se prendete una barca. Da lì il tempio si vede da sotto, le colonne si allungano, il basamento incombe e il punto di vista è quello di nessun altro: la maggior parte delle immagini di questo monumento è scattata dalla riva, e una ripresa dall'acqua ha automaticamente qualcosa di raro. Attenzione, però: reggere il telefono con una mano e il remo con l'altra su una barchetta che oscilla è il modo più rapido conosciuto per consegnare un dispositivo al fondale.
Errori da evitare
Il primo errore è fotografare a mezzogiorno d'estate: luce zenitale, ombre corte e nere, bianco bruciato sullo stucco, riflesso inesistente. Il secondo è usare lo zoom digitale spinto per "avvicinarsi" al tempio: si perde nitidezza e si perde il contesto, che è metà del soggetto. Il terzo è includere nell'inquadratura il pontile, la recinzione o i cartelli: sono elementi contemporanei che rompono immediatamente l'illusione settecentesca. Il quarto è dimenticare l'orizzonte storto, difetto banale che nelle foto d'acqua salta all'occhio più che altrove, perché il pelo del lago è un livello perfetto e non perdona.
Il momento migliore dell'anno
Se posso scegliere una sola data, scelgo una mattina limpida di fine ottobre o inizio novembre. Il fogliame è girato, l'acqua è ferma, la luce è dorata e bassa, le foglie galleggiano e aggiungono texture alla superficie, e la foschia leggera che spesso sale dal parco ammorbidisce lo sfondo separando i piani. In quelle condizioni il Tempio di Esculapio a Villa Borghese si fotografa praticamente da solo.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il primo avvenimento è la fondazione della villa. Nel 1606 il cardinale Scipione Borghese, nipote di papa Paolo V, avvia l'acquisto sistematico di vigne e terreni nella zona fuori Porta Pinciana. È l'atto di nascita di tutto: senza quella campagna di acquisizioni fondiarie, condotta con la determinazione tipica del nepotismo papale seicentesco, non esisterebbe né il parco né il laghetto né il tempio. La costruzione del Casino Nobile è affidata a Flaminio Ponzio e, dopo la sua morte nel 1613, a Giovanni Vasanzio. Fra il 1609 e il 1618 Ponzio realizza anche la Loggia dei Vini, elegante costruzione a pianta ovale con affreschi di Archita Ricci.
Il secondo avvenimento è la trasformazione settecentesca. A partire dagli anni Settanta del Settecento Marcantonio IV Borghese avvia con Antonio Asprucci il rinnovamento totale della villa, prima all'interno del Casino Nobile e poi nel parco, con il coinvolgimento di Mario Asprucci, Cristoforo Unterperger, Vincenzo Pacetti, il paesaggista scozzese Jacob More e decine di altri artisti e maestranze. In questo quadro nasce il Giardino del Lago, e fra il 1785 e il 1792 viene costruito il Tempio di Esculapio a Villa Borghese. Nel 1789 si aggiunge il Tempietto di Diana, nel 1792 il Tempio di Antonino e Faustina e Piazza di Siena.
Il terzo avvenimento è la dispersione della collezione. Nel 1807 il principe Camillo Borghese, marito di Paolina Bonaparte, cede al cognato Napoleone un vastissimo nucleo di antichità della raccolta di famiglia. Quelle sculture costituiscono ancora oggi una parte fondamentale delle collezioni classiche del Museo del Louvre. È l'episodio più doloroso della storia del casato dal punto di vista del patrimonio, e ancora oggi visitare le sale parigine con la targhetta "collezione Borghese" fa un certo effetto a un romano.
Il quarto avvenimento è la stagione di Luigi Canina. Nella prima metà dell'Ottocento l'architetto e archeologo piemontese lavora ai margini e dentro il parco, realizzando nel 1827 i Propilei Egizi, intorno al 1830 l'Arco di Settimio Severo che ancora oggi introduce al Giardino del Lago, e fra il 1830 e il 1834 la Fontana del Fiocco. È la fase in cui la villa acquista il suo aspetto monumentale verso la città.
Il quinto avvenimento è il passaggio al pubblico. Nel 1901 lo Stato italiano acquisisce la villa; nel 1903 il parco passa al Comune di Roma e viene aperto ai cittadini. È la data che trasforma il Tempio di Esculapio a Villa Borghese da ornamento privato in monumento collettivo. Nel 1904 viene inaugurato il monumento a Goethe, donato dalla colonia tedesca di Roma, e negli anni successivi il parco si arricchisce di nuove strutture pubbliche, dal Giardino Zoologico aperto nel 1911 alle sistemazioni novecentesche di Raffaele de Vico, autore fra l'altro della Fontana del Sileno fra il 1922 e il 1925, e alla Fonte Gaia di Giovanni Nicolini del 1927-1928.
Il sesto avvenimento appartiene alla cronaca recente. Nel novembre 2020 si apre il grande cantiere di riqualificazione del Giardino del Lago, condotto dagli uffici di Roma Capitale in collaborazione con la Sovrintendenza Capitolina, con interventi su impianti, verde, arredi artistici, morfologia del terreno e giochi d'acqua, e con ritrovamenti archeologici emersi durante gli scavi. L'area viene restituita alla città nell'agosto 2024. Non ha la solennità delle date settecentesche, ma è l'avvenimento che consente a chiunque, oggi, di stare sulla sponda a guardare il tempio.
Chi è passato da Tempio di Esculapio a Villa Borghese
Villa Borghese è stata, per almeno tre secoli, una tappa obbligata di chiunque contasse qualcosa e passasse da Roma. L'elenco completo sarebbe interminabile, quindi mi limito a chi ha lasciato una traccia scritta o un legame documentato con il parco, evitando accuratamente di attribuire a qualcuno frasi che non ha detto o passeggiate che non sappiamo se abbia fatto.
I viaggiatori del Grand Tour
Johann Wolfgang von Goethe soggiornò a Roma fra il 1786 e il 1788, esattamente negli anni in cui il tempietto veniva costruito, e Villa Borghese rientrava fra i luoghi frequentati dalla colonia straniera della città. Il legame fra Goethe e Roma è così saldo che nel 1904 la comunità tedesca gli dedicò un monumento all'interno del parco, ancora oggi visibile lungo viale Goethe. Stendhal, che nelle sue Passeggiate romane descrisse la città con l'occhio più caustico e più innamorato dell'Ottocento, conosceva bene le ville romane e la loro funzione sociale. Le pagine dei viaggiatori inglesi, tedeschi e francesi tra Sette e Ottocento sono piene di descrizioni delle passeggiate nel parco Borghese.
Gli scrittori dell'Ottocento
Lo scrittore americano Nathaniel Hawthorne, che visse in Italia fra il 1858 e il 1859, ambientò parte del suo romanzo Il fauno di marmo, pubblicato nel 1860, negli spazi verdi della villa Borghese, che descrive come un luogo di bellezza malinconica e vagamente perturbante. Henry James, che a Roma tornò molte volte e le dedicò le pagine di Ore italiane, considerava la passeggiata al Pincio e nelle ville uno dei riti irrinunciabili del soggiorno romano. Nikolaj Gogol' visse a Roma per lunghi periodi fra il 1837 e il 1842 e la città entra profondamente nella sua opera e nella sua corrispondenza.
Il decadentismo italiano
Gabriele D'Annunzio è forse l'autore che ha legato più esplicitamente la propria immagine di Roma alle ville e ai parchi aristocratici della città. Il Piacere, pubblicato nel 1889, è ambientato nella Roma umbertina dei salotti e delle passeggiate, e i giardini storici sono parte integrante di quel paesaggio sentimentale. Leggere quelle pagine e poi camminare intorno al laghetto è un esercizio che consiglio: si capisce quanto il Giardino del Lago abbia contribuito a formare un'idea letteraria di Roma.
La musica
Il legame più celebre in assoluto è quello di Ottorino Respighi. Il primo movimento dei Pini di Roma, poema sinfonico del 1924, si intitola I pini di Villa Borghese e mette in musica il chiasso dei bambini che giocano nel parco: ottoni squillanti, ritmo frenetico, allegria pura. Respighi aveva già dedicato alla città le Fontane di Roma nel 1916. Ascoltare quel movimento seduti sotto i pini del parco è una delle esperienze più gratificanti che Roma possa offrire, e costa esattamente nulla.
Il cinema
Villa Borghese ha attraversato tutta la storia del cinema italiano. Nel 1953 uscì un film a episodi intitolato proprio Villa Borghese, diretto da Gianni Franciolini, che usava il parco come filo conduttore di storie diverse e come ritratto corale della Roma del dopoguerra. Il parco, il Pincio e i viali alberati compaiono in decine di pellicole successive, e le terrazze sopra piazza del Popolo sono uno degli sfondi più riconoscibili della città sullo schermo.
E poi tutti gli altri
Ma la verità è che la vera storia di chi è passato dal Tempio di Esculapio a Villa Borghese non si legge nei libri. È fatta di generazioni di romani che qui hanno imparato ad andare in bicicletta, di studenti che hanno ripassato per gli esami su quelle panchine, di famiglie che la domenica hanno preso la barca, di fidanzamenti nati e finiti sulla stessa sponda, di anziani che vengono a leggere il giornale allo stesso posto da vent'anni. Un monumento costruito per il piacere privato di un principe è diventato il fondale della vita quotidiana di una città intera. Non credo che Marcantonio IV Borghese l'avesse previsto, ma sospetto che, se potesse vederlo, ne sarebbe più orgoglioso che infastidito.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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