Monte dei cocci – Monte Testaccio

Il Monte dei Cocci si visita solo accompagnati e solo su prenotazione: il numero è quello unico della Sovrintendenza Capitolina, 060608, attivo dalle 9.00 alle 19.00. La prenotazione è obbligatoria per i gruppi, che non superano le trenta persone, e per i singoli, ammessi secondo un calendario stabilito. Il biglietto costa 4,00 euro intero e 3,00 euro ridotto; chi risiede a Roma e nella città metropolitana entra gratuitamente, come chi possiede la MIC card. Il monte è nel rione Testaccio, fra le mura aureliane e la sponda sinistra del Tevere: la fermata di riferimento è Piramide della metropolitana linea B, con la stazione ferroviaria di Roma Ostiense a pochi minuti a piedi. Il sito non è accessibile alle persone in carrozzina e non dispone di servizi igienici; servono calzature basse e comode, perché si cammina su un terreno mobile fatto di frammenti. Raccogliere cocci è vietato: quelli che vedete per terra sono reperti archeologici catalogabili, non souvenir.

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Food tour✦ Vieni affamato

Food tour

Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.

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Corsi di cucina✦ Si mangia alla fine

Corsi di cucina

Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.

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Degustazioni di vino✦ Anche in città

Degustazioni di vino

In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.

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Colosseo, Foro e Palatino✦ Va a ruba

Colosseo, Foro e Palatino

L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...

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Tour a piedi✦ Il classico

Tour a piedi

Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.

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Bus hop-on hop-off✦ Libertà di scesa

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Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.

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Trevi, Pantheon e piazze✦ Centro storico

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Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.

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Bar hopping e vita notturna✦ Dopo le 21

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Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.

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Terme di Caracalla✦ Poco affollato

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Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.

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Musei Vaticani e Cappella Sistina✦ Vai all'apertura

Musei Vaticani e Cappella Sistina

Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.

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Tour in golf cart✦ Poco cammino

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Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.

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Vespa e Ape Calessino✦ Foto garantite

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In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.

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Tour in sidecar✦ Il più scenografico

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Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.

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Castelli Romani✦ Fuori porta

Castelli Romani

Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.

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Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana✦ Patrimonio UNESCO

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Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.

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Galleria Borghese✦ Prenotazione obbligatoria

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Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.

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Catacombe e Appia Antica✦ Sottoterra

Catacombe e Appia Antica

Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.

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Colosseo: sotterranei e arena✦ Accesso limitato

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Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.

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Pompei e Costiera Amalfitana✦ Giornata lunga

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Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.

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Firenze in giornata✦ Alta velocità

Firenze in giornata

Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.

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Castel Sant'Angelo✦ Terrazza panoramica

Castel Sant'Angelo

Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.

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Roma di notte✦ Dopo il tramonto

Roma di notte

Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.

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Capri e Costiera Amalfitana✦ Mare

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Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.

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Scuola dei gladiatori✦ Con i bambini

Scuola dei gladiatori

Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.

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Segway e monopattino✦ Poco sforzo

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Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.

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Udienza papale✦ Mercoledì

Udienza papale

Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.

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Ostia Antica✦ A 30 minuti

Ostia Antica

La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.

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Napoli e Pompei✦ Alta velocità

Napoli e Pompei

Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.

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Vaticano: ingresso anticipato✦ Prima dell'apertura

Vaticano: ingresso anticipato

Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.

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Tour in e-bike✦ Senza fatica

Tour in e-bike

Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.

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Il rione intorno merita la stessa attenzione del monte, e la pagina del Museo diffuso del rione Testaccio è il punto da cui conviene partire per costruire una mezza giornata sensata da queste parti.

Monte dei Cocci a Testaccio - Roma
Monte dei Cocci a Testaccio – Roma

Che cosa è davvero il Monte dei Cocci di Testaccio

Chiamarlo collina è comodo e sbagliato. Il Monte dei Cocci non è un rilievo naturale rimodellato dall'uomo: è un manufatto integrale, costruito pezzo per pezzo, alto poco meno di quaranta metri sopra il piano stradale e 54 metri sul livello del mare, con una circonferenza vicina al chilometro e una superficie alla base di circa ventimila metri quadrati, due ettari. Il volume stimato si aggira sui 580.000 metri cubi. Sotto quella superficie erbosa, sotto i fichi selvatici e i lecci che sono cresciuti nei secoli, non c'è terra: ci sono cocci, e nient'altro che cocci, disposti a strati per una profondità che in nessun punto lascia intravedere un suolo naturale.

La parola latina che spiega tutto è testa, al plurale testae: il coccio, il frammento di terracotta. Da lì il nome medievale Mons Testaceus, da lì il nome del rione, il ventesimo di Roma, che si chiama Testaccio proprio perché è cresciuto ai piedi di questa montagna di frammenti. È l'unico caso al mondo di una discarica antica conservata integralmente e diventata monumento: non un accumulo casuale sopravvissuto per fortuna, ma un impianto di smaltimento progettato, gestito e sorvegliato per quasi tre secoli.

Perché il Monte dei Cocci non è una montagna di rifiuti qualunque

La differenza fra una discarica e il Monte dei Cocci è la stessa che passa fra un magazzino e un archivio. Qui i frammenti non furono buttati: furono portati, selezionati, sistemati. Gli scavi hanno mostrato che il monte crebbe per terrazze successive, ciascuna delimitata da muri di contenimento costruiti con anfore quasi integre riempite di cocci per farle stare ferme. Dentro quelle celle si versavano i frammenti minuti, poi si spargeva calce, poi si passava alla terrazza successiva. È un cantiere, con una logica di ingegneria civile, non un cumulo.

La conseguenza è che ogni strato è databile e leggibile. Un frammento trovato a una certa quota appartiene a un certo momento del rifornimento di Roma, e quel frammento porta scritto sopra chi ha fabbricato il contenitore, chi ha imbarcato l'olio, quanto pesava, chi lo ha controllato. Nessun altro sito archeologico romano offre una serie statistica continua di questa densità sull'economia dell'impero. Gli storici dell'economia antica lavorano sul Monte dei Cocci come i climatologi lavorano sulle carote di ghiaccio.

Il Monte dei Cocci come documento, non come rovina

Qui si annida l'equivoco che rovina metà delle visite: la gente sale aspettandosi una rovina, colonne, muri, qualcosa da fotografare. Il Monte dei Cocci non offre nulla di tutto questo. Offre un pendio di frammenti che scricchiolano sotto le scarpe e un panorama. Chi arriva senza sapere che cosa sta calpestando scende deluso; chi arriva sapendolo, scende con la sensazione di aver messo il piede dentro il bilancio annuale di una capitale antica. La differenza la fa il racconto, ed è la ragione per cui la visita è accompagnata.

I numeri del Monte dei Cocci: quante anfore, quanto olio, in quanti anni

Le stime più accreditate parlano di oltre 53 milioni di anfore, contate non a occhio ma ricostruite dal volume del monte e dal peso medio dei contenitori. La gran parte di quelle anfore aveva una capacità intorno ai 70 litri. Se si moltiplica, si arriva a una cifra che vale la pena scrivere per esteso: circa sei miliardi di litri di olio d oliva sbarcati a Roma e consumati a Roma, in un arco di tempo che va dall'età augustea alla metà del III secolo.

Nel momento di massima intensità, verso la fine del II secolo, sul monte venivano depositate fino a 130.000 anfore l'anno. Sono più di trecento anfore al giorno, festivi compresi, portate su per una rampa da carri e scaricate da squadre organizzate. Provate a immaginare il rumore: trecento contenitori di terracotta spaccati ogni giorno, per decenni, a poche centinaia di metri dal fiume.

Perché il conto dell'olio del Monte dei Cocci interessa gli storici

Sette milioni e mezzo di litri di olio l'anno, come minimo, sono la quota che passava dal canale pubblico. L olio non era solo alimento: era combustibile per le lampade, base per i cosmetici, materia prima per l'igiene del corpo nelle terme, lubrificante, ingrediente della medicina. Una città di un milione di abitanti che ne consuma questa quantità racconta un tenore di vita, una rete di trasporti marittimi e una burocrazia annonaria che funzionavano con precisione contabile. Il Monte dei Cocci è la prova materiale che quella macchina esisteva davvero.

Che cosa il Monte dei Cocci non contiene

Vale la pena dire anche il contrario, perché sfata tre leggende in un colpo solo. Nel monte non ci sono anfore vinarie in quantità significativa, non ci sono urne cinerarie, non ci sono macerie di incendi. È un deposito quasi monotematico: contenitori di olio, e in misura molto minore contenitori di salse di pesce e di altre derrate. La monotonia è proprio il motivo per cui il sito è così prezioso: una serie omogenea si può contare, confrontare, mettere in grafico.

Monte dei Cocci a Testaccio - Roma
Monte dei Cocci a Testaccio – Roma

Le anfore del Monte dei Cocci, una per una

Chi visita il monte senza sapere distinguere due forme di anfora vede solo cocci grigi. Chi le distingue vede due economie diverse, due province, due secoli.

La Dressel 20 della Betica, la protagonista assoluta

La stragrande maggioranza dei frammenti del Monte dei Cocci appartiene a un solo tipo, la cosiddetta Dressel 20: un contenitore globoso, quasi sferico, dal collo corto e dalle anse robuste, prodotto nelle officine lungo il Guadalquivir, nella provincia della Betica, l'attuale Andalusia. Era il contenitore standard dell'olio betico, il più apprezzato dei mercati romani, e viaggiava per nave fino a Ostia, poi risaliva il Tevere su imbarcazioni più piccole fino all'approdo dell'Emporium.

La forma sferica ha un difetto: rotta, produce frammenti curvi e spessi, difficili da riusare. Un anfora cilindrica spezzata dà pezzi che si impilano; una Dressel 20 spezzata dà gusci che non stanno l'uno sull'altro e non entrano nei muri. Questo dettaglio tecnico, apparentemente marginale, è una delle ragioni per cui i cocci di olio betico finivano in discarica invece di essere reimpiegati come materiale da costruzione.

Le anfore africane della Tripolitania e della Bizacena

Accanto alla Dressel 20 il monte conserva una componente africana consistente, che diventa dominante nella fase finale della vita del deposito. Vengono dalla Tripolitania, nell'attuale Libia, e dalla Bizacena, l'odierna Tunisia centro orientale. Il passaggio dal predominio spagnolo a quello africano non è un dettaglio da specialisti: fotografa uno spostamento del baricentro produttivo del Mediterraneo occidentale, con l'Africa che verso il III secolo si prende la quota di mercato che era stata della Betica.

Nel monte quel cambiamento è leggibile in verticale. Si scava, si sale di quota, cambiano le forme. È una stratigrafia economica che nessun documento scritto antico restituisce con la stessa nitidezza.

Perché le anfore olearie non si riciclavano

Le anfore da vino e da grano si riusavano, si rivendevano, finivano nelle case come contenitori d acqua. Le anfore da olio no, e la ragione è chimica prima che economica: l'interno non era impermeabilizzato con pece, come nelle vinarie, perché la pece avrebbe alterato il sapore dell'olio. Senza quel rivestimento la parete porosa assorbiva il grasso, che irrancidiva in fretta rendendo il contenitore inutilizzabile e maleodorante. Riempirlo di nuovo avrebbe contaminato il carico successivo.

C è un secondo motivo, ancora più elegante. I frammenti di terracotta si macinavano di solito per fare il cocciopesto, l opus signinum, la malta idraulica che i romani usavano per pavimenti e cisterne. Ma la terracotta impregnata di olio, a contatto con la calce, produce una reazione saponificante: il grasso e la calce danno sapone, e una malta che contiene sapone non fa presa. I cocci del Monte dei Cocci erano, letteralmente, materiale inutilizzabile. Da qui la scelta di destinarli a un unico luogo controllato.

La calce sparsa sul Monte dei Cocci

Sopra ogni strato di frammenti veniva sparsa calce. La spiegazione tradizionale, corretta, è igienica: la calce neutralizzava l'odore dell'olio rancido e teneva lontani insetti e roditori in un impianto che stava dentro la città, a ridosso dei magazzini alimentari. Ma la calce ha fatto anche un secondo lavoro, involontario e decisivo. Legando i frammenti fra loro ha dato al monte una coesione da conglomerato, ed è la ragione per cui duemila anni di piogge romane non lo hanno spianato. Il Monte dei Cocci regge da duemila anni perché qualcuno, nel I secolo, voleva togliere la puzza.

I bolli e i tituli picti: l'archivio scritto dentro il Monte dei Cocci

Questa è la parte che trasforma un cumulo in una biblioteca. Ogni anfora, al momento della fabbricazione, riceveva un bollo impresso su un'ansa: il marchio della figlina, l'officina che l'aveva prodotta, spesso con il nome del proprietario o del gestore. Una volta riempita, l'anfora veniva scritta a pennello o a calamo con inchiostro, e quelle scritte si chiamano tituli picti.

Che cosa c'è scritto sulle anfore del Monte dei Cocci

I tituli picti registrano il peso dell'olio contenuto, il nome dei funzionari che avevano eseguito la pesatura, il distretto di provenienza del prodotto, il nome del mercante che lo esportava e, in molti casi, la destinazione: l annona urbis, cioè la distribuzione alla popolazione della città, oppure l annona militaris, il rifornimento dell'esercito. Aggiungete i controlli eseguiti durante il viaggio e la data consolare, che equivale a una datazione all'anno, e avete una bolla di accompagnamento completa, con tanto di certificazione di peso.

È un sistema di tracciabilità che una qualunque catena logistica contemporanea riconoscerebbe come proprio. Chi ha prodotto, chi ha imbarcato, quanto pesa, chi ha controllato, per chi è destinato, in che anno. Scritto a mano, su terracotta, e conservato per caso perché nessuno si è mai preso la briga di portare via quella montagna.

Le famiglie, i liberti e i mercanti che il Monte dei Cocci ci ha restituito

Dai nomi ricorrenti sui bolli e sui tituli gli studiosi hanno ricostruito interi alberi genealogici di famiglie di produttori betici, società in accomandita fra più mercanti, e la carriera di liberti che gestivano per conto dei patroni traffici da milioni di sesterzi. Sono persone che non compaiono in nessuno storico antico: le conosciamo soltanto perché il loro nome era scritto su un vaso di olio che qualcuno ha rotto e buttato via a Roma nel 145 dopo Cristo. Trovo che sia la cosa più commovente del monte, e non ha nulla a che vedere con il panorama.

Monte dei Cocci a Testaccio - Roma
Monte dei Cocci a Testaccio – Roma – origini della festa dell'Ottobrata romana

L Emporium, i horrea e il porto che ha generato il Monte dei Cocci

Senza il porto il monte non esisterebbe. Il Monte dei Cocci è il rifiuto di un'infrastruttura, e quell'infrastruttura si chiamava Emporium.

Il porto fluviale dell'Emporium

Nel 193 avanti Cristo gli edili Marco Emilio Lepido e Lucio Emilio Paolo decisero di costruire un nuovo scalo fluviale a valle dell'Aventino, perché il vecchio porto del Foro Boario era ormai insufficiente per il traffico di una città in crescita esponenziale. Vent anni dopo, nel 174 avanti Cristo, l'area fu lastricata in pietra e suddivisa da barriere con scalinate che scendevano al fiume. Gli scavi hanno restituito una banchina lunga circa cinquecento metri e profonda novanta, con gradinate e rampe verso l'acqua e blocchi di travertino sporgenti, forati, dove si legavano le gomene delle imbarcazioni.

Contemporaneamente sorse la Porticus Aemilia, un'enorme struttura coperta a volte destinata al deposito e allo smistamento delle merci, di cui restano tratti murari inglobati negli edifici del quartiere. Chi cammina oggi lungo il Tevere fra il Testaccio e l'Ostiense passa sopra e accanto a un porto che ha lavorato per quattro secoli.

Gli horrea: i magazzini che stavano intorno al Monte dei Cocci

Intorno all'approdo si moltiplicarono i magazzini, gli horrea. I più celebri sono gli Horrea Galbana, di dimensioni colossali, ma le fonti ricordano anche gli Horrea Sempronia, Lolliana, Seiana, Aniciana. Erano depositi a più corti, con cortili porticati e centinaia di celle, dove si stoccavano grano, olio, vino, marmo, e da cui partivano le distribuzioni pubbliche.

Il Monte dei Cocci nasce esattamente qui: al termine della catena. La nave arriva a Ostia, la merce risale il fiume, l'anfora viene svuotata nei magazzini, l'olio passa in otri o dolii, e il contenitore vuoto, inservibile, viene portato al deposito di frammenti. Una filiera chiusa, con un impianto di smaltimento a poche decine di metri dal punto di scarico. Non conosco molte città moderne capaci di altrettanto.

La Marmorata e il marmo che passava accanto al Monte dei Cocci

La via che costeggia il fiume porta ancora il nome di Marmorata, e non è un nome poetico: lì si scaricavano i blocchi di marmo che arrivavano dalle cave dell'impero, dal Proconneso, da Chio, da Numidia, e vi restavano in deposito prima di essere lavorati. Alcuni di quei blocchi, mai utilizzati, sono stati ritrovati ancora accatastati con i marchi di cava incisi. Il quartiere che oggi si visita per le trattorie e la vita notturna è nato come una gigantesca area logistica.

Monte dei Cocci a Testaccio - Roma
Monte dei Cocci a Testaccio – Roma

Heinrich Dressel e la nascita di una scienza sul Monte dei Cocci

Fino all'Ottocento del monte non si sapeva quasi nulla, e quel poco era sbagliato. Il passaggio dalla leggenda alla scienza ha un nome e una data.

Chi era Heinrich Dressel

Heinrich Dressel, epigrafista tedesco, cominciò a lavorare sul monte nel gennaio del 1872 e pubblicò i risultati nel 1878. Il suo contributo fu doppio. Da un lato raccolse e trascrisse migliaia di bolli e tituli picti, che confluirono nel quindicesimo volume del Corpus Inscriptionum Latinarum, la grande raccolta delle iscrizioni latine: è quello il volume dedicato agli instrumenta domestica, cioè agli oggetti d uso iscritti. Dall altro costruì una tavola tipologica delle forme di anfora, ordinandole per profilo e numerandole.

Quella tavola è ancora in uso. Quando un archeologo, oggi, a Marsiglia o a Londra o ad Alessandria, dice Dressel 20, sta usando la classificazione nata sul Monte dei Cocci di Roma. Poche altre volte un singolo sito ha dato il vocabolario a una disciplina intera.

Gli scavi spagnoli sul Monte dei Cocci

La seconda stagione di ricerca è spagnola, ed è ancora aperta. Emilio Rodríguez Almeida ed José Remesal Rodríguez hanno riportato il monte al centro degli studi fra gli anni Ottanta e Novanta del Novecento, con campagne di scavo che hanno chiarito il meccanismo costruttivo. È a quelle indagini, in particolare alla campagna del 1991, che si deve la scoperta delle terrazze e dei muri di contenimento fatti di anfore intere. Prima si pensava a un cumulo cresciuto per gravità; da allora sappiamo che era un impianto pianificato.

Le date che il Monte dei Cocci restituisce

Le date consolari scritte sulle anfore permettono una precisione rara. I depositi indagati si collocano fra il 140 circa e la metà del III secolo, con i reperti databili più antichi intorno al 144 e i più recenti intorno al 251; l'accumulo però era cominciato prima, in età augustea, e alcune fasi potrebbero risalire alla fine dell'età repubblicana. Il conferimento cessa negli anni Sessanta del III secolo, probabilmente per lo spostamento degli approdi e per il cambiamento delle forme di anfora in uso.

Le anfore del Monte dei Cocci finite dentro il Circo di Massenzio

Un particolare poco citato: dopo la fine dell'attività, nel IV secolo, i costruttori romani tornarono a prendere anfore per usarle come elemento alleggerente dentro le strutture in calcestruzzo. Nel Circo di Massenzio sulla via Appia, costruito fra il 308 e il 312, sono state stimate fra le seimila e le diecimila anfore inglobate nelle murature con questa funzione. Il monte, che era una discarica, era diventato una cava.

Il Monte dei Cocci nel Medioevo: giochi, tori e la ruzzica de li porci

Finito il porto, finita la discarica. Ma il monte restò, e Roma medievale, che di spazi aperti dentro le mura ne aveva in abbondanza, se ne appropriò per farne il proprio campo dei giochi.

Il ludus Testaciae

Le fonti medievali chiamano ludus Testaciae l'insieme dei giochi pubblici che si svolgevano ai piedi e sui fianchi del monte nei giorni che precedevano la Quaresima. Era una festa cittadina organizzata, con le corporazioni e i rioni schierati, e comprendeva forme di tauromachia: tori lasciati liberi e affrontati da uomini a piedi o a cavallo, con esiti che le cronache non nascondono essere spesso sanguinosi.

La ruzzica de li porci

Il numero più celebre e più feroce era la corsa dei maiali. Carri carichi di suini vivi venivano trascinati fino in cima al monte e poi lasciati precipitare lungo il pendio: i carri si sfracellavano a valle e il popolo dava la caccia agli animali storditi, che finivano arrostiti nella stessa giornata. La memoria popolare romana ha conservato l'espressione ruzzica de li porci, dove ruzzicare vale rotolare. Non provo alcuna nostalgia per quel genere di divertimento, ma va raccontato per intero: le feste medievali erano questo, e ripulirle è un falso storico.

Il carnevale che lascia il Monte dei Cocci

Nel XV secolo papa Paolo II trasferì il carnevale romano dal Testaccio alla via Lata, l'attuale via del Corso, dove le corse dei cavalli berberi e le altre gare avrebbero avuto per tre secoli la loro sede. Il monte perse la festa e guadagnò un ruolo diverso, di segno opposto.

La croce sulla cima del Monte dei Cocci e il Golgota di Roma

Con la forma conica, la posizione isolata e la sommità pelata, il monte offriva alla Roma dei papi un Calvario naturale a portata di processione. Il Venerdì Santo il corteo saliva fino in cima e vi si piantavano le croci a ricordo di quella di Cristo e di quelle dei due ladroni. Una croce è ancora oggi infissa sulla sommità, e resta il segno più visibile del secondo tempo della vita di questo luogo: da immondezzaio imperiale a monte sacro.

Il passaggio dice molto su come Roma tratta le proprie rovine. Non le musealizza: le riusa. Un cumulo di anfore diventa Golgota, poi cantina, poi belvedere, poi sito archeologico. La continuità di uso è la vera cifra della città, e il Monte dei Cocci la illustra meglio di monumenti assai più celebri.

Le ottobrate romane e le cantine scavate nel Monte dei Cocci

Alle pendici del monte, nei secoli successivi, furono scavate decine di grotte, i cosiddetti grottini. Non era un capriccio: l'argilla compattata dei cocci ha proprietà isolanti eccellenti e all'interno di quelle cavità la temperatura resta tutto l'anno intorno ai dieci gradi. Una cantina naturale, gratuita, dentro la città.

Il vino dei Castelli e le mozzatore

In quelle grotte si conservava soprattutto il vino che arrivava dai Castelli Romani, e intorno alle grotte crebbero osterie e fraschette. Da qui le ottobrate, le feste di chiusura della vendemmia che nel Settecento e per tutto l'Ottocento richiamavano i romani al Testaccio: fino ai primi del Novecento, in ottobre, si vedevano sfilare verso le osterie i carretti addobbati dalle mozzatore, le donne che lavoravano come raccoglitrici d'uva. Canti, balli, gare di poesia estemporanea, giochi, e vino a fiumi. La festa dell'ottobrata romana nasce qui, ai piedi di una discarica imperiale.

Dai grottini ai locali di oggi

Quelle stesse cavità, negli ultimi decenni, sono diventate ristoranti, birrerie e locali notturni: il fianco meridionale del monte è oggi uno dei punti più frequentati della notte romana. Sono ambienti dove si cena a un metro da un muro di anfore del II secolo, spesso senza saperlo. Se ci andate, alzate lo sguardo alle pareti: dove l'intonaco manca si vedono i cocci, ed è l'unico modo per vedere l'interno del monte senza prenotare una visita.

Monte dei Cocci a Testaccio - Roma
Monte dei Cocci a Testaccio – Roma

Il Monte dei Cocci in guerra: 1849 e il Novecento

Una collina artificiale alta quaranta metri, in una città quasi piatta e appena fuori dal centro, è anzitutto una posizione dominante. I militari lo capirono prima degli archeologi.

L'assedio del 1849

Durante la difesa della Repubblica Romana, nel 1849, sul monte fu piazzata una batteria di artiglieria che dall'alto batteva le posizioni francesi accampate verso la Basilica di San Paolo fuori le mura. Il Monte dei Cocci entrò così, per qualche settimana, nella storia militare del Risorgimento: la stessa altura che aveva smaltito l'olio dell'impero servì a coprire il fianco meridionale della città assediata.

La batteria antiaerea della seconda guerra mondiale

Quasi un secolo dopo la storia si ripete con altre armi: sulla cima venne installata una batteria contraerea, appoggiata su basamenti di cemento i cui resti sono ancora riconoscibili in sommità. Chi sale oggi cammina fra i cocci del II secolo e i plinti degli anni Quaranta, a pochi metri di distanza gli uni dagli altri. È una stratigrafia che si legge in dieci passi.

Il nome del Monte dei Cocci: Testacium, Vicus Mundiciei e le leggende

Il nome romano originario del sito non lo conosciamo. Nessuna fonte antica lo chiama in un modo che possiamo riconoscere con certezza, e questa assenza è già un dato: per gli antichi il monte era un impianto di servizio, non un monumento, e degli impianti di servizio non si scrive.

Quando compare il nome Testacium

La prima attestazione del toponimo si trova in un'iscrizione databile intorno al VII secolo, conservata nel portico della basilica di Santa Maria in Cosmedin, la chiesa dove si trova la Bocca della Verità e dove è custodito il teschio di San Valentino. Da Testacium discendono in linea diretta Testaccio e Monte dei Cocci: due nomi che dicono la stessa identica cosa in due lingue diverse.

L'ipotesi del Vicus Mundiciei

Alcuni studiosi identificano l'area con il Vicus Mundiciei, un toponimo citato sulla Base Capitolina fra le denominazioni della Regio XIII Aventinus, la regione augustea che comprendeva questa zona. Il nome deriverebbe da munditia, pulizia: nel caso specifico raccolta e smaltimento dei rifiuti. Resta un'ipotesi, per quanto seducente, e come tale va presa: nessun documento la dimostra.

Le leggende nate sul Monte dei Cocci

Persa la memoria dell'origine, i romani inventarono spiegazioni. Si disse che i cocci fossero scarti di lavorazione delle botteghe di vasai della zona; che fossero i resti di urne cinerarie sgomberate dai colombari della vicina via Ostiense; che la collina si fosse formata con le macerie del grande incendio del 64 dopo Cristo. Tutte e tre le versioni sono false, e tutte e tre hanno circolato per secoli come verità. La più tenace è la terza, e la si sente ripetere ancora oggi da qualche accompagnatore improvvisato: se ve la raccontano, sapete che non è così.

Le prime tutele del Monte dei Cocci: l'editto del 1742

Nel Settecento il monte rischiò grosso. Prelevare cocci era pratica corrente, per fare massicciate e riempimenti, e l'asportazione continua stava compromettendo la stabilità dei locali ricavati alle pendici. Nel 1742 le autorità pontificie emanarono un editto a tutela, con una formula che vale la pena citare per il tono, a difesa di un'antichità così celebre. Due anni dopo si aggiunse il divieto di pascolare armenti sul monte, per la stessa ragione conservativa.

Sono provvedimenti di ordinaria amministrazione che hanno un valore straordinario: significano che nel pieno del Settecento, prima di qualunque archeologia scientifica, qualcuno aveva capito che quel cumulo di frammenti andava protetto. Senza quell'editto, con ogni probabilità oggi il Monte dei Cocci non ci sarebbe.

Museo diffuso del rione Testaccio
Museo diffuso del rione Testaccio

Il rione Testaccio ai piedi del Monte dei Cocci

Il rione XX è il più giovane dei rioni storici: fu separato amministrativamente da Ripa nel 1921, ma la sua forma urbana nasce dal primo piano regolatore di Roma capitale, quello del 1873, che destinò questa ansa del fiume all'espansione industriale e alle case degli operai. Isolati regolari, cortili interni, botteghe al piano terra: un quartiere progettato, raro a Roma.

Il Mattatoio e il Macro

L'ex Mattatoio fu progettato nel 1888 dall'architetto Gioacchino Ersoch con l'ingegnere Filippo Laccetti, e occupa venticinquemila metri quadrati fra il monte e il fiume: muri di mattoni, tetti a doppia falda, aperture arcuate e strutture in ferro, uno dei complessi di architettura industriale meglio conservati d'Europa. Chiuso nel 1975, è stato restaurato fra il 2006 e il 2010, quando venne inaugurata la Pelanda. Oggi ospita la sede di Testaccio del Macro, aperta nel 2002, il dipartimento di Architettura di Roma Tre e, dal 2007, la Città dell'altra economia, dove si concentra buona parte della programmazione estiva del rione, come dimostra il calendario di Testaccio Estate.

Il Nuovo Mercato di Testaccio

Il Nuovo Mercato di Testaccio, aperto nel 2012 fra via Galvani e via Beniamino Franklin, ha sostituito lo storico mercato di piazza Testaccio ed è costruito sopra resti archeologici lasciati a vista sotto le passerelle. È il posto giusto per mangiare prima o dopo la visita al monte, la mattina, quando i banchi lavorano davvero.

Il Museo diffuso e la memoria operaia

Il Museo diffuso del rione Testaccio racconta il quartiere come organismo vivo, fra mattatoio, mercato, case popolari e vita di strada. Chi visita il Monte dei Cocci senza attraversare il rione fa metà del lavoro: il monte spiega l'antichità, il rione spiega perché quell'antichità è ancora in mezzo alla gente.

Cosa vedere intorno al Monte dei Cocci in dieci minuti a piedi

Pochi luoghi di Roma hanno una densità di monumenti così alta in un raggio tanto breve. Ecco il giro che consiglio ai gruppi che accompagno, in ordine di distanza.

La Piramide Cestia

La Piramide Cestia è il sepolcro di Caio Cestio Epulone, membro del collegio sacerdotale dei septemviri epulones, costruita fra il 18 e il 12 avanti Cristo. Misura 36,40 metri di altezza su una base quadrata di circa trenta metri di lato, in calcestruzzo con cortina di mattoni e rivestimento di lastre di marmo di Carrara; la camera sepolcrale interna è di 5,95 per 4,10 metri, alta 4,80. L'iscrizione sul fianco orientale dichiara che l'opera fu compiuta per testamento in trecentotrenta giorni. Nel III secolo fu inglobata nelle mura aureliane come bastione, ed è questa la ragione per cui si è conservata mentre quasi tutti i sepolcri monumentali di Roma sono spariti. Il restauro del 2015, costato circa due milioni di euro, fu finanziato dall'imprenditore giapponese Yuzo Yagi.

Il Cimitero Acattolico

Accanto alla piramide, il Cimitero Acattolico raccoglie le tombe di chi, nella Roma dei papi, non poteva essere sepolto in terra consacrata: protestanti, ortodossi, ebrei, e più tardi italiani considerati stranieri in patria. Vi riposano John Keats, morto a Roma nel 1821 a venticinque anni, con l'epitaffio che chiese lui stesso e che non porta il suo nome; le ceneri di Percy Bysshe Shelley; Antonio Gramsci; Carlo Emilio Gadda; Andrea Camilleri; e dal settembre 2023 Giorgio Napolitano. Nel cimitero si trova l'Angelo del dolore scolpito da William Wetmore Story per la tomba della propria famiglia, una delle sculture funerarie più copiate al mondo.

Porta San Paolo e il Museo della via Ostiense

Dentro le torri di Porta San Paolo, la porta delle mura aureliane da cui usciva la via Ostiense, si visita il Museo della via Ostiense, dedicato alla strada che collegava Roma al porto e alla topografia antica di questo settore urbano. È piccolo, quasi sempre vuoto, e spiega esattamente il contesto del Monte dei Cocci.

La Centrale Montemartini

A dieci minuti verso sud, lungo la via Ostiense, la Centrale Montemartini espone le sculture antiche dei Musei Capitolini dentro la prima centrale termoelettrica pubblica di Roma, fra motori diesel e caldaie. L'accostamento fra marmo e macchina è la migliore idea museografica romana degli ultimi trent'anni, e nessuno la considera abbastanza.

L'Aventino sopra il Monte dei Cocci

Dall'altra parte di via Marmorata sale l'Aventino, con la basilica di Santa Sabina e la sua porta lignea del V secolo, il Giardino degli aranci, la celebre serratura di Villa del Priorato di Malta e, sul versante opposto, il Roseto di Roma affacciato sul Circo Massimo. Aggiungete le Terme di Caracalla a un quarto d'ora di cammino e avete una giornata piena senza mai prendere un mezzo.

Il mercato di Porta Portese e la sponda opposta

Sulla riva destra, di fronte all'antico Emporium, si apre il quartiere che ospita il mercato di Porta Portese: la domenica mattina è la scusa migliore per attraversare il fiume e vedere il monte da lontano, che è poi l'unico modo per capirne la mole. Chi prepara il viaggio in inglese e vuole un inquadramento generale della città lo trova su ItalyPlanner.

Una curiosità su Monte dei cocci – Monte Testaccio

La curiosità che rimette a posto tutte le altre riguarda la calce, e nessuno la racconta perché richiede una riga di chimica. I frammenti di anfora, a Roma, avevano un mercato: macinati diventavano cocciopesto, l'aggregato che mescolato alla calce dava una malta idraulica capace di far presa anche sott'acqua. Pavimenti, cisterne, acquedotti, terme: mezza Roma è costruita così. Un cumulo di cinquanta milioni di anfore avrebbe dovuto essere una miniera contesa, e invece nessuno lo toccò per secoli.

Il motivo è che quei cocci erano impregnati d'olio, e il grasso a contatto con la calce dà una reazione di saponificazione. Una malta che contiene sapone non lega: il muro resta molle, il pavimento si sfarina. I costruttori romani, che erano empirici formidabili, lo avevano capito benissimo, e le anfore olearie furono classificate come materiale di scarto assoluto. Il Monte dei Cocci esiste perché era l'unico rifiuto della Roma imperiale che non si poteva riciclare in nessun modo.

C'è un corollario che mi diverte ancora di più. Quando, nel IV secolo, si smise di gettare olio in quel punto e le anfore vennero riprese in mano, furono usate non come inerte macinato ma come contenitori vuoti annegati nel calcestruzzo per alleggerire le volte: nel Circo di Massenzio, costruito fra il 308 e il 312, ne sono state stimate fra le seimila e le diecimila. Vuote sì, macinate mai. La stessa proprietà che le aveva condannate le salvò con un'altra funzione. Chi visita il Monte dei Cocci e coglie questo passaggio ha capito il monumento meglio di chi si limita a contare i metri di altezza.

Una cosa che non ti dice nessuno su Monte dei cocci – Monte Testaccio

Che il monte non sia un cumulo, ma una costruzione. È l'informazione che ribalta la visita, ed è entrata negli studi solo alla fine del Novecento, con le campagne di scavo spagnole e in particolare con quella del 1991.

Fino ad allora la ricostruzione corrente era intuitiva: si scaricava dall'alto, il materiale scivolava, il mucchio cresceva. Gli scavi hanno mostrato il contrario. Il deposito è organizzato in terrazze orizzontali sovrapposte, e ogni terrazza è delimitata da veri muri di contenimento costruiti con anfore quasi integre, poste in opera e riempite di frammenti per zavorrarle e tenerle in posizione. Dentro le celle così ottenute si versavano i cocci minuti, si stendeva la calce, si livellava e si passava al livello superiore. Esisteva una rampa carrabile principale, che si biforca all'angolo nord est e che ancora oggi porta il nome di salita Monte de' Cocci, più due stradelle di servizio.

Questo significa che c'era un ufficio. Qualcuno decideva dove scaricare quel giorno, qualcuno teneva l'ordine degli strati, qualcuno forniva la calce, qualcuno controllava che le anfore da riusare come muro fossero integre. Non un'abitudine collettiva, ma un servizio pubblico di smaltimento con personale e regolamento, funzionante per circa due secoli e mezzo senza interruzioni documentate. È l'unico impianto di questo genere conservato al mondo, e la ragione per cui gli storici dell'economia antica considerano il Monte dei Cocci una fonte di prima mano, alla pari di un archivio di papiri.

Il corollario pratico, per chi sale: le due cime che si distinguono in sommità, quella sopra il pianoro orientato nord sud e quella più alta sul crinale verso nord est, non sono capricci del terreno. Sono il risultato di due fronti di scarico che hanno lavorato in tempi e con ritmi diversi.

Il consiglio che ti do per visitare Monte dei cocci – Monte Testaccio

Primo: prenotate con largo anticipo e non date per scontato nulla. Il monte è recintato e chiuso, si entra soltanto con la visita accompagnata della Sovrintendenza Capitolina, i gruppi non superano le trenta persone e i posti per i singoli seguono un calendario che non è quotidiano. Il numero da chiamare è 060608, dalle 9.00 alle 19.00. Chi arriva al cancello sperando di trovarlo aperto torna a casa: succede ogni settimana.

Secondo: le scarpe. Si cammina su frammenti di terracotta mobili, in salita, su un fondo che cede sotto il peso. Servono calzature basse, chiuse e con suola scolpita. Sandali, zeppe e suole lisce rendono la salita sgradevole e il ritorno peggiore. Portate acqua, perché sul monte non ci sono fontanelle né servizi igienici, e un cappello: la sommità è priva di ombra e in luglio picchia.

Terzo, e vale come regola di metodo: sul Monte dei Cocci non si raccoglie niente. I frammenti a terra sono reperti archeologici, molti recano bolli e tracce di tituli picti, e prelevarli è vietato oltre che stupido, perché un coccio fuori contesto perde tutto il suo valore informativo. Lo stesso vale per l'avvicinarsi ai bordi degli scoscendimenti: il terreno è instabile per definizione.

Quarto, l'orario. Chiedete, se potete scegliere, una visita di prima mattina in primavera o nel tardo pomeriggio d'autunno: la luce radente fa emergere i profili delle anse e dei colli d'anfora che a mezzogiorno spariscono in un grigio uniforme. E se dovete decidere fra la visita al monte e un'ora in più al mercato, scegliete il monte: il mercato lo trovate aperto quasi tutti i giorni, il monte no.

Quinto: portatevi il contesto. Un'ora prima o un'ora dopo, fate il Museo della via Ostiense a Porta San Paolo. Capire dove passava la strada e dove attraccavano le navi rende la salita tutta un'altra cosa. Chi accompagna gruppi internazionali e vuole costruire un itinerario di mezza giornata su questo quadrante trova un interlocutore professionale in TourLeaderPro a Roma.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Che il Monte dei Cocci sia una discarica lo sanno tutti. Che sia un archivio scritto lo dicono in pochi, e quasi nessuno spiega che cosa ci sia scritto sopra davvero.

Ogni anfora nasceva con un bollo impresso su un'ansa, il marchio della figlina che l'aveva prodotta, spesso con il nome del proprietario del fondo o del gestore dell'officina. Poi, una volta riempita e pronta alla spedizione, riceveva una serie di iscrizioni dipinte a pennello o tracciate a calamo. Quelle iscrizioni registrano il peso dell'olio, il nome dei funzionari che avevano eseguito la pesatura e i controlli, il distretto di provenienza della merce, il nome del mercante esportatore e in molti casi la destinazione, distinguendo fra l'annona urbis, cioè il rifornimento della popolazione di Roma, e l'annona militaris, il rifornimento delle truppe. Molte portano la data consolare, che equivale a una datazione all'anno esatto.

Il risultato è che dal Monte dei Cocci sono emersi decine di migliaia di documenti amministrativi di età imperiale. Heinrich Dressel li raccolse a partire dal 1872 e ne pubblicò i risultati nel 1878; il corpo del materiale confluì nel quindicesimo volume del Corpus Inscriptionum Latinarum, il volume dedicato agli oggetti d'uso iscritti. Da quella catalogazione nacque la tavola tipologica delle anfore che porta il suo nome: quando in uno scavo di Britannia o di Siria si registra una Dressel 20, si sta usando un vocabolario nato su questo monte romano.

Grazie a quei nomi conosciamo società commerciali, dinastie di produttori della valle del Guadalquivir, liberti che amministravano patrimoni per conto dei patroni. Gente che nessuna fonte letteraria ricorda, e che noi possiamo chiamare per nome perché firmò un contenitore di olio destinato a essere rotto.

La foto giusta da fare a Monte dei cocci – Monte Testaccio

La fotografia sbagliata è quella dall'alto verso il panorama. Viene una veduta qualunque di tetti e di gru, che potrebbe essere scattata da qualsiasi terrazza di Roma e non dice niente del luogo dove vi trovate.

La fotografia giusta è a terra, verticale, a mezzo metro dal suolo, con la fotocamera puntata sui frammenti. Cercate un punto dove affiorino orli, anse e colli riconoscibili, mettete a fuoco in primo piano e lasciate che il pendio salga sfocato sullo sfondo: quella singola immagine racconta tutto il monumento, perché mostra che la collina è fatta di oggetti. Se trovate un frammento con un bollo leggibile, fotografatelo dove si trova, senza toccarlo e senza spostarlo.

La seconda inquadratura da portare a casa è di taglio, in controluce del tardo pomeriggio, con la croce sulla sommità in silhouette. Riassume in un fotogramma i due tempi del luogo: il monte pagano dell'olio e il Golgota della Roma dei papi.

La terza, meno ovvia, non si fa sul monte ma da fuori. Attraversate il Tevere verso Porta Portese o salite sull'Aventino e cercate un punto in cui il profilo del Monte dei Cocci si stacchi dalle case: solo da lontano si percepisce che quella massa verde di ventimila metri quadrati alla base è artificiale, e la fotografia acquista il senso della scala. Dentro il recinto, per contro, il monte è così vicino che sfugge.

Un'avvertenza tecnica: la luce di mezzogiorno appiattisce tutto in un grigio polveroso. Le prime ore del mattino e l'ultima ora prima del tramonto sono le sole in cui la terracotta recupera il suo colore rosato e i rilievi diventano leggibili. Il treppiede non serve, il grandangolo spinto nemmeno: un cinquanta millimetri e un po' di pazienza bastano e avanzano.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il primo avvenimento è lungo due secoli e mezzo, e proprio per questo si dimentica: la costruzione del monte stesso. Dall'età di Augusto alla metà del III secolo, ogni giorno lavorativo, carri carichi di anfore vuote salirono la rampa e scaricarono. Nel periodo di massima intensità, verso la fine del II secolo, il ritmo toccò le 130.000 anfore l'anno. Non esiste in Europa un altro cantiere continuo di questa durata.

Poi la cesura degli anni Sessanta del III secolo, quando il conferimento si interrompe. Cambiano gli approdi, cambiano le forme dei contenitori, cambia la geografia delle importazioni; il monte smette di crescere e comincia la sua seconda vita.

Nel IV secolo l'episodio del prelievo di anfore per le costruzioni imperiali: al Circo di Massenzio, fra il 308 e il 312, ne furono impiegate migliaia annegate nelle volte in calcestruzzo. Intorno al VII secolo compare per la prima volta il nome Testacium, nell'iscrizione conservata nel portico di Santa Maria in Cosmedin.

Nel Medioevo il monte diventa il palcoscenico del ludus Testaciae, con le tauromachie e la ruzzica de li porci, fino a quando nel XV secolo papa Paolo II sposta il carnevale in via Lata; da allora la sommità accoglie le croci del Venerdì Santo e il monte diventa il Calvario simbolico della città. Nel Settecento è la stagione delle ottobrate, con le osterie e le cantine scavate alle pendici, e nel 1742 arriva il primo provvedimento di tutela, l'editto contro l'asportazione dei cocci, seguito due anni dopo dal divieto di pascolo.

Nel 1849, durante l'assedio francese, sul monte viene piazzata una batteria di artiglieria a difesa della Repubblica Romana, puntata verso le posizioni nemiche in direzione di San Paolo fuori le mura. Dal 1872 comincia la stagione scientifica con Heinrich Dressel. Nella seconda guerra mondiale la cima ospita una batteria contraerea di cui restano i basamenti in cemento. Alla fine del Novecento le campagne spagnole di Emilio Rodríguez Almeida e José Remesal Rodríguez rivelano la struttura a terrazze, chiudendo il cerchio: la discarica torna a essere, agli occhi degli studiosi, un'opera di ingegneria.

Chi è passato da Monte dei cocci – Monte Testaccio

Il primo elenco è fatto di anonimi, e va detto prima degli altri: i facchini dell'Emporium, i carrettieri che portavano i cocci in cima, gli addetti alla calce, i misuratori dell'annona che pesavano l'olio e firmavano le anfore. I loro nomi, paradossalmente, li conosciamo meglio di tanti senatori, perché sono scritti sui contenitori: mercanti betici come i membri delle grandi famiglie del Guadalquivir, liberti, soci di compagnie commerciali.

Fra i personaggi con un nome nella storia generale, il monte ha visto salire i papi del Medioevo e del Rinascimento, che il Venerdì Santo guidavano la processione fino in cima per piantarvi le croci. Paolo II, il papa veneziano Pietro Barbo, è quello che nel XV secolo tolse al Testaccio il carnevale portandolo in via Lata: una decisione che cambiò per tre secoli la topografia della festa romana.

Nel 1849 il monte è nelle mani dei difensori della Repubblica Romana, con la batteria di artiglieria installata in sommità durante l'assedio francese. Dal gennaio del 1872 sale qui, quasi ogni giorno, Heinrich Dressel, l'epigrafista tedesco che passò anni a trascrivere bolli e iscrizioni dipinte e che di questo posto fece la culla di una disciplina. Un secolo più tardi tocca agli spagnoli Emilio Rodríguez Almeida e José Remesal Rodríguez, che dagli anni Ottanta riportano il monte al centro degli studi europei sull'economia antica.

C'è poi la folla dei viaggiatori. Nell'Ottocento il quadrante fra la Piramide, il Cimitero Acattolico e il monte era una delle tappe fisse del Grand Tour, descritta come una campagna romantica alle porte della città: gli inglesi venivano a cercare la tomba di Keats, morto a Roma nel 1821, e le ceneri di Shelley, e quasi tutti finivano per salire sul monte a guardare il Tevere. Sono gli stessi anni in cui i romani ci venivano per l'ottobrata, e i due mondi si incrociavano senza mescolarsi.

Nel Novecento, infine, sul monte sale una folla di tifosi. Dal 3 novembre 1929 al 30 giugno 1940 la squadra della Roma giocò le proprie partite casalinghe a Campo Testaccio, ai piedi del colle: centosessantuno incontri, con vittorie rimaste leggendarie come i due 5 a 0 rifilati alla Juventus nel 1931 e alla Lazio nel 1933, che valsero alla squadra il soprannome di Roma testaccina. Chi non aveva il biglietto si arrampicava sul Monte dei Cocci, da dove la tettoia della tribuna lasciava vedere soltanto metà del terreno di gioco. Mezzo campo gratis, dall'alto di una discarica imperiale: se cercate un luogo dove la Roma antica e la Roma popolare si toccano fisicamente, è questo pendio di cocci.

Quanto costa il Monte dei Cocci e come si entra gratis

Il biglietto è di 4,00 euro intero e 3,00 euro ridotto. L'ingresso è gratuito per chi risiede a Roma e nella città metropolitana, con documento, e per chi possiede la MIC card. La MIC card è la tessera annuale del sistema museale di Roma Capitale riservata a residenti e studenti: costa 5 euro e vale dodici mesi nei musei civici. Chi vive o studia in città e non ce l'ha butta via decine di euro l'anno, e non parlo solo del Monte dei Cocci.

Mic card - 12 mesi nei Musei di Roma Capitale a solo 5 euro - valida solo per studenti e residenti a Roma (clicca QUI)
Mic card – 12 mesi nei Musei di Roma Capitale a solo 5 euro – valida solo per studenti e residenti a Roma (clicca QUI)

Un elenco ragionato di quello che si può vedere gratuitamente in città è nella pagina dei musei di Roma: vale la pena scorrerlo prima di programmare un fine settimana.

Il Monte dei Cocci con i bambini

Funziona, e meglio di molti musei, a una condizione: che il bambino sia in età di camminare da solo su un fondo instabile. Il passeggino è impraticabile e il portabimbo in salita è faticoso. Dagli otto anni in su l'effetto è garantito, perché l'idea di camminare sopra cinquanta milioni di vasi rotti è esattamente il genere di cosa che i ragazzini ricordano per anni.

Il gancio narrativo da usare è semplice: qui i romani hanno costruito una montagna con la spazzatura, e su ogni pezzo di spazzatura c'era scritto di chi era. Se cercate un percorso di mezza giornata per famiglie in questo quadrante, il monte al mattino e la Centrale Montemartini nel pomeriggio, con le statue fra i motori, tengono in piedi l'attenzione senza sforzo.

Accessibilità del Monte dei Cocci

Va detto senza giri di parole: il sito non è accessibile alle persone in carrozzina. Il percorso si svolge su una rampa e su sentieri di frammenti in pendenza, senza pavimentazione stabile e senza corrimano continui. Non sono presenti servizi igienici all'interno dell'area. Chi ha difficoltà motorie anche lievi, problemi di equilibrio o vertigini deve valutare con attenzione: la salita è breve ma il fondo cede a ogni passo.

Per chi non può salire resta comunque molto da fare a quota zero: il giro del monte a livello stradale permette di vederne la mole e le cantine ricavate alle pendici, e il rione intorno è pianeggiante e ben servito.

Quando andare al Monte dei Cocci e quando evitarlo

Le stagioni migliori sono la primavera piena, da aprile a metà giugno, e l'autunno, da fine settembre a novembre. In estate la sommità è priva d'ombra e la terracotta riflette calore: una visita di mezzogiorno a luglio è una prova di resistenza che non aggiunge nulla alla comprensione del posto. In inverno, dopo la pioggia, il fondo diventa scivoloso e le visite possono essere sospese per ragioni di sicurezza.

Il momento che preferisco è la fine di ottobre, con la luce bassa e il quartiere che si riempie per le sagre di stagione: si sale al monte a metà mattina, si scende al mercato per pranzo, si passa il pomeriggio fra la Piramide e il Cimitero Acattolico. Chi organizza un soggiorno breve e vuole capire come incastrare Testaccio in tre giorni romani trova un impianto ragionevole nella guida in inglese Rome itinerary in 3 days.

Come si svolge la visita al Monte dei Cocci

La visita è accompagnata e dura in media poco meno di un'ora, con il ritrovo al cancello indicato in fase di prenotazione. Si sale lungo la rampa antica, si percorre il pianoro intermedio, si raggiunge la sommità dove sono la croce e i basamenti della batteria contraerea, e si scende dallo stesso lato. Lungo il tragitto si osservano i punti in cui il taglio del terreno mostra la stratificazione dei cocci e i muri di anfore.

Il numero chiuso non è un capriccio: trenta persone sono già molte su un sentiero di frammenti, e la conservazione del deposito dipende anche dal numero di piedi che lo calpestano ogni anno. Per gruppi organizzati e comitive che vogliono un accompagnatore professionale sul posto, il riferimento è il servizio di accompagnamento turistico di TourLeaderPro.

Domande veloci su Monte dei cocci – Monte Testaccio

Quanto costa il biglietto per il Monte dei Cocci?

Quattro euro intero e tre euro ridotto. Gratuito per i residenti a Roma e nella città metropolitana e per i possessori della MIC card.

Serve prenotare per visitare il Monte dei Cocci?

Sì, la prenotazione è obbligatoria, sia per i gruppi sia per i singoli. Si prenota al numero 060608, attivo dalle 9.00 alle 19.00.

Si può salire sul Monte dei Cocci liberamente?

No. L'area è recintata e si accede solo con la visita accompagnata, secondo il calendario stabilito dalla Sovrintendenza Capitolina.

Quanto è alto il Monte dei Cocci?

Cinquantaquattro metri sul livello del mare, poco meno di quaranta sopra il piano stradale. La circonferenza alla base è di circa un chilometro.

Quante anfore ci sono nel Monte dei Cocci?

Le stime parlano di oltre 53 milioni di anfore, corrispondenti a circa sei miliardi di litri di olio d'oliva importati a Roma.

Perché si chiama Monte Testaccio?

Dal latino testa, coccio, frammento di terracotta. Il toponimo Testacium compare per la prima volta in un'iscrizione di circa il VII secolo.

Da dove venivano le anfore del Monte dei Cocci?

In grandissima parte dalla Betica, l'attuale Andalusia, con le anfore di tipo Dressel 20; una quota consistente, crescente nel tempo, dalla Tripolitania e dalla Bizacena, nell'Africa settentrionale.

Che cosa sono i tituli picti?

Iscrizioni dipinte a pennello o tracciate a calamo sulle anfore, che indicano peso dell'olio, funzionari del controllo, provenienza, mercante esportatore, destinazione e spesso la data consolare.

Chi era Heinrich Dressel?

L'epigrafista tedesco che dal 1872 studiò il monte e pubblicò i risultati nel 1878, creando la classificazione tipologica delle anfore romane ancora oggi in uso.

Il Monte dei Cocci è accessibile in sedia a rotelle?

No, il sito non è accessibile a persone in carrozzina e non dispone di servizi igienici.

Quanto dura la visita al Monte dei Cocci?

In media poco meno di un'ora, salita e discesa comprese.

Si possono fare fotografie sul Monte dei Cocci?

Sì, le fotografie per uso personale sono ammesse. Quello che non si può fare è raccogliere o spostare i frammenti.

Si possono prendere i cocci come ricordo?

Assolutamente no: sono reperti archeologici e il prelievo è vietato.

Che scarpe servono per il Monte dei Cocci?

Calzature basse, chiuse e con suola scolpita. Il fondo è mobile e in pendenza.

Il Monte dei Cocci è adatto ai bambini?

Sì, dai sette otto anni in su e a piedi. Il passeggino non è utilizzabile.

Che differenza c'è fra Monte dei Cocci e Monte Testaccio?

Nessuna: sono due nomi dello stesso luogo, uno in italiano e uno derivato dal latino Testacium.

Che cosa si vede dalla cima del Monte dei Cocci?

Il rione Testaccio, l'ansa del Tevere, la Piramide Cestia, il quartiere Ostiense con il Gazometro e, verso nord, i profili dell'Aventino.

Ci sono ristoranti dentro il Monte dei Cocci?

Alle pendici sì: le grotte scavate nel fianco del monte ospitano da decenni osterie, ristoranti e locali notturni.

Quando cessò l'uso del Monte dei Cocci come discarica?

Intorno agli anni Sessanta del III secolo dopo Cristo, dopo circa due secoli e mezzo di attività continua.

Che cosa vedere vicino al Monte dei Cocci?

La Piramide Cestia, il Cimitero Acattolico, Porta San Paolo con il Museo della via Ostiense, il Nuovo Mercato di Testaccio, il Mattatoio e, poco più a sud, la Centrale Montemartini.

Il Monte dei Cocci si vede anche da fuori?

Sì, il perimetro è percorribile liberamente a livello stradale, e da lì si vedono la mole del monte e le cantine ricavate alla base.

Conviene una guida per il Monte dei Cocci?

La visita è già accompagnata. Se però il monte è parte di un itinerario più ampio su Testaccio e l'Aventino, un accompagnatore professionale fa la differenza fra una passeggiata e una giornata di conoscenza.

Un'ultima cosa, da chi porta gruppi su questo pendio da anni. Il Monte dei Cocci non è un monumento che si lascia ammirare: è un monumento che va capito, e chi ci sale aspettandosi una veduta se ne va scontento. Chi ci sale sapendo che sotto le suole ci sono cinquanta milioni di contenitori firmati, pesati e certificati, e che ognuno di quei cocci è la ricevuta di un carico di olio arrivato da un fiume andaluso duemila anni fa, scende con una idea diversa di che cosa fosse Roma. Prenotate, mettete scarpe serie, e andateci con qualcuno che sappia leggere una terracotta. Il panorama è un premio, non lo scopo.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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