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Monte dei Cocci a Testaccio - Roma
Monte dei Cocci a Testaccio - Roma
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Indirizzo:
Rampa Heinrich Dressel, 00153 Roma RM Testaccio, Roma, Roma Città
Descrizione:

Il Monte dei Cocci dà nome al rione Testaccio a Roma dove sorge, "testae" in latino significa infatti “coccio”

Il Monte dei Cocci è un monumento unico al mondo ed è allo stesso tempo un monumento naturale e un documento per gli studiosi di varie discipline, non solo archeologiche ma anche botaniche per il particolare microclima e soprattutto per specie antiche di ulivi e di tracce organiche millenarie.

Il Monte dei Cocci è una collina artificiale nella zona portuale dell’antica Roma, nelle vicinanze degli horrea (magazzini) dell'Emporium (porto fluviale che sorgeva sulla sponda opposta a Porta Portese) ed è la collina artificiale più alta della città.

Il monte dei Cocci, alto 54 metri s.l.m. , 36 metri sul livello stradale, e con un perimetro di circa un chilometro, si compone di milioni di frammenti di anfore, cocci appunto, risalenti a un periodo importante della storia di Roma antica.

Sono presenti due distinte cime: la prima sovrasta un pianoro orientato lungo l'asse nord/sud; la seconda, più alta, campeggia sul crinale disposto verso nord-est.

Un pendio a ovest è più scosceso e presenta numerosi segni di asportazione di materiale. Sul colle sono andati formandosi vari sentieri e vi è anche una rampa, anticamente percorsa da carri, che si biforca all'angolo nord-est e oggi prende il nome di "salita Monte de' Cocci".

Monte dei Cocci a Testaccio - Roma
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Monte dei Cocci a Testaccio - Roma
Monte dei Cocci a Testaccio - Roma

Monte dei Cocci - Monte Testaccio

Il monte dei Cocci era una vera e propria discarica, dove dal periodo Augusteo al III sec. d.C. si gettavano le anfore che non potevano essere riciclate in altro modo.

I cocci venivano disposti ordinatamente in vari strati; se vi trovate sulla collina, sappiate che sotto i vostri piedi ci sono i resti di più di cinquanta milioni di anfore che contenevano per lo più olio.

Un tale accumulo, sia in quantità che in altezza, fu possibile grazie a una prima rampa e a due stradelle, percorse dai carri.

Molte delle anfore frammentarie conservano il marchio di fabbrica impresso su una delle anse, mentre altre presentano i tituli picti, note scritte a pennello o a calamo con il nome dell'esportatore, indicazioni sul contenuto, i controlli eseguiti durante il viaggio e la data consolare.

Dal Medioevo, cessata la funzione di discarica, il Monte Testaccio divenne sede di manifestazioni popolari e antichi giochi pubblici, come l'antico Carnevale di Testaccio, noto per i suoi giochi anche cruenti: vi si allestivano tauromachie e la più popolare "ruzzica de li porci": carretti di maiali vivi venivano spinti giù dalla collina e, quando essi si sfracellavano a valle, il popolo dava la caccia ai frastornati animali. Nel XV secolo questo fu poi trasferito il carnevale in via Lata per volontà di papa Paolo II, e allora il monte dei Cocci divenne punto di arrivo per la Via Crucis del Venerdì Santo, simboleggiando quindi il Golgota, come testimonia una croce ancor oggi infissa sulla cima.

In seguito il monte divenne sede del ludus Testacie (una sorta di corrida), e poi delle note "ottobrate romane" del Settecento, feste di chiusura della vendemmia.

Fino a inizi novecento - a Ottobre - si vedevano sfilare verso le osterie e le cantine del Testaccio carretti addobbati a festa dalle "mozzatore", cioè dalle donne che lavoravano come raccoglitrici d'uva nel periodo della vendemmia: tra canti, balli, gare di poesia, giochi e chiacchiere, ci si rinfrancava dal lavoro e si "innaffiava" il tutto con il vino dei Castelli Romani, anch'esso custodito nelle cantine scavate alle pendici del monte.

Monte dei Cocci a Testaccio - Roma

Monte dei Cocci a Testaccio - Roma - origini della festa dell' Ottobrata romana

Monte dei Cocci - Monte Testaccio

Diversamente dalle anfore usate per il trasporto di prodotti agricoli, le anfore olearie, provenienti in gran parte dalla Betica (attuale Andalusia) e dall’Africa, non erano smaltate e quindi non potevano essere riutilizzate a causa della rapida alterazione dei residui di olio, se non materiale di costruzione o riempimento.

Il problema dello smaltimento rapido ed economico delle anfore, nel rispetto delle norme igieniche, fu risolto con questa "discarica" dove i frammenti vennero accatastati con la massima economia di spazio e con la sola disposizione di calce che, destinata ad eliminare i cattivi odori causati dalla decomposizione dell'olio rancido, ha rappresentato anche un ottimo elemento di coesione e di stabilità per il monte attraverso il tempo.

Un accumulo di tale entità ed altezza fu reso possibile dalla presenza di una prima rampa e di due stradelle percorse dai carri ricolmi di cocci e di anfore frammentarie, molte delle quali conservano il marchio di fabbrica impresso su una delle anse, mentre altre presentano i tituli picti, note scritte a pennello o a calamo con il nome dell'esportatore, indicazioni sul contenuto, i controlli eseguiti durante il viaggio, la data consolare.

Pertanto il monte a tutt'oggi si configura come fonte storico-documentaria di prima mano sullo sviluppo economico dell'impero romano, sulle relazioni commerciali tra Capitale e province, nonché sulle abitudini alimentari nell'antichità.

Nei secoli successivi, alla base della collinetta, furono scavate delle grotte, adibite a cantine e stalle (i cosiddetti "grottini"), diventate negli ultimi decenni noti ristoranti e disco-pub che animano la vita notturna di Roma.

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Monte dei Cocci a Testaccio - Roma
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Monte dei Cocci - Monte Testaccio

Il luogo, per la sua posizione rialzata, acquisì anche un ruolo strategico: durante l'assedio di Roma del 1849 vi fu posta una batteria di artiglieria che dall'alto prendeva agevolmente e insistentemente di mira i francesi accampati vicino alla Basilica di San Paolo fuori le mura.

Similmente, durante la seconda guerra mondiale, sulla cima del colle fu installata una batteria antiaerea poggiata su basamenti di cemento, i resti dei quali sono ancora visibili.

Per secoli il monte Testaccio fu ignorato dall'iconografia urbana, probabilmente poiché il suo scopo originario non lo rendeva meritevole di particolare menzione; il nome Testacium appare per la prima volta in un'iscrizione databile al VII secolo circa e conservata nel portico della basilica romana di Santa Maria in Cosmedin (dove si trova la Bocca della Verità e il teschio di San Valentino).

L'originario nome romano del sito è invece ignoto, sebbene alcuni studi identifichino il luogo con l'antico Vicus Mundiciei (citato sulla Base Capitolina come parte della Regio XIII Aventinus, corrispondente alla zona ove sorge il monte), toponimo che a sua volta potrebbe derivare da munditia, cioè "pulizia": nel caso specifico, la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti.

Dopo che il luogo ebbe perso la sua funzione di discarica, l'origine dell'accumulo di cocci fu progressivamente dimenticata e intorno ad essa sorsero nel tempo improbabili leggende: una di esse sosteneva ad esempio che i cocci fossero il risultato di errori di lavorazione delle vicine botteghe di vasai; un'altra che fossero resti di urne cinerarie traslate dai colombari della vicina via Ostiense; un'altra ancora che la collina si fosse formata con le macerie del grande incendio di Roma del 64 d.C.

Si dovette attendere il XVIII secolo perché al monte venisse riconosciuto un qualche valore storico: l'abitudine allora diffusa di prelevare materiale dal colle stava infatti mettendo a repentaglio l'agibilità dei locali ricavati alle sue pendici, tanto da muovere le autorità ad emettere, nel 1742, un editto a tutela «[...] di un'antichità così celebre».

Al provvedimento si aggiunse due anni dopo, con analoga motivazione, il divieto di pascolare armenti sul monte.

Le prime organiche ricerche archeologiche sul monte furono condotte a partire dal 1873 da Heinrich Dressel, al quale si devono la valorizzazione storica del sito e un imponente lavoro di catalogazione dei cocci e di classificazione delle anfore.

Scavi effettuati sul sito nel 1881 ricostruirono l'età approssimativa del monte e la provenienza stessa dei cocci: grazie alle iscrizioni rinvenute su alcuni di essi fu infatti possibile accertare che la maggior parte delle anfore proveniva dalle coste della Bizacena (nell'odierna Tunisia) e dalla Betica (oggi Andalusia); il reperto più antico fu datato all'anno 144, il più recente al 251.

Gli studi di Dressel e successivi consentirono di appurare che ogni anfora, sin dal momento della sua realizzazione, recava impresso un bollo del fabbricante e che su di esse, una volta riempite, venivano tracciati con un pennello a calamo i cosiddetti tituli picti, ossia informazioni come contenuto, nome dell'esportatore, data di spedizione, luogo di provenienza e in alcuni casi anche destinazione.

L'esame delle diverse tipologie di anfore accumulate nei vari strati, della loro provenienza e del loro contenuto dichiarato costituì inoltre una fonte preziosa per ricostruire la storia del commercio a Roma.

Nell'ultimo dopoguerra a Milano fecero il Monte Sella, una cosa simile al nostro Monte dei Cocci, una collinetta artificiale formata inizialmente con l'accumulo di macerie, provocate dai bombardamenti effettuati dalle forze angloamericane durante la II guerra mondiale.

Poi vi aggiunsero altro materiale proveniente dalla demolizione degli ultimi tratti dei Bastioni (mura medievali e spagnole note come bastioni di Milano, demoliti tra la fine del XIX secolo e gli anni 1945-60 in attuazione del Piano Beruto, un'incivile distruzione di beni storici)., avvenuta dopo il 1945, ne fecero una collina e vi fecero un parco.

Fu narrata come un'idea originale, ma la storia ci insegna che, come molte altre cose del resto, l'avevano già fatta i nostri antenati romani duemila anni prima.

Monte dei Cocci a Testaccio - Roma
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Museo diffuso del rione Testaccio
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