Nuovo Mercato Testaccio
Il Nuovo Mercato Testaccio è romano dentro, dalla notte dei tempi. Non è una frase a effetto: è quasi un dato topografico. Secoli fa, in questo pezzo di pianura fra il Tevere e la collina di cocci, sorgeva l’emporio dove arrivava la spesa di tutta Roma, quella di Poppea e di Agrippina come pure quella della sora Ines de li tempi loro. Oggi, a duemila anni di distanza, nello stesso fazzoletto di terra si continua a fare esattamente la stessa cosa: si scaricano cassette, si contratta sul prezzo, si compra da mangiare. Cambiano i nomi, cambia la lingua, resta il gesto.
Confronta le esperienze a Roma
Ogni scheda apre una pagina di confronto qui su estateromana.com: le differenze tra le opzioni, le fasce di prezzo indicative e il link per prenotare sul sito del venditore. Puoi salvare quello che ti interessa in "Il mio viaggio".
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
Testaccio è un rione trasversale, e lo è per posizione prima ancora che per carattere: da sempre si trova incastrato tra i ricconi dell’Aventino, che guardano dall’alto, e i rioni popolari che gli corrono intorno. Il mercato è nascosto dietro l’angolo rispetto a piazza Santa Maria Liberatrice, in fondo a via Galvani, e questo basta a tenerlo fuori dai circuiti di massa. Ci sono pochi turisti, ci sono le trattorie del quartiere e c’è la gente che abita qui, tra frutta, verdura, carne e pesce, con il vantaggio non piccolo che chi ci lavora dentro è ancora abituato a vendere ai romani e non solo a chi passa una volta sola.
Nelle righe che seguono provo a raccontare non soltanto cosa si compra, ma dove ci si trova mentre lo si compra. Perché questo non è un capannone di servizio qualunque. È una struttura del 2012 costruita sopra un magazzino romano che era ancora là sotto, in un rione nato a tavolino per gli operai, ai piedi di una montagna artificiale fatta con cinquanta milioni di anfore rotte, a trecento metri dal porto fluviale che riforniva la capitale di un impero. Tutto questo si tiene insieme in uno spazio che si attraversa in quattro minuti di passo lento, e sapere dove si mettono i piedi cambia parecchio il modo in cui si guarda un banco di pomodori.
Dove si trova, e come si entra
Il mercato occupa un intero isolato del rione, un quadrilatero compreso tra via Beniamino Franklin, via Alessandro Volta, via Aldo Manuzio e via Lorenzo Ghiberti, con il lato lungo che chiude il fondo di via Galvani. Gli ingressi sono quattro, uno per ciascuna di quelle strade, e non esiste un ingresso principale nel senso classico del termine: non c’è un portale monumentale, non c’è una facciata da fotografare, non c’è un atrio. Ci sono quattro aperture uguali, tutte sullo stesso livello della strada, e da qualunque parte si arrivi si entra con lo stesso movimento, come si entra in una piazza.
Questa è una scelta di progetto, non un caso. Chi arriva la prima volta cercando l’insegna grande resta spiazzato per qualche secondo: il volume è basso, chiaro, senza enfasi, e si legge come un pezzo di quartiere e non come un monumento. Chi invece ci arriva la seconda volta comincia a capire che la mancanza di un ingresso principale è precisamente il motivo per cui lì dentro si cammina in modo diverso rispetto a un centro commerciale, dove ogni percorso è studiato per portarti da qualche parte.
Il riferimento geografico più semplice per orientarsi è la fermata Piramide della metropolitana, con la Piramide Cestia e Porta San Paolo che si vedono appena si esce. Da lì si imbocca via Marmorata, la strada che i romani hanno chiamato così perché su quel tracciato risalivano i marmi scaricati dalle navi, e in una decina di minuti a piedi si è in piazza Testaccio. Il mercato è due isolati più in là. Chi arriva dall’Aventino scende invece dal Giardino degli Aranci e si ritrova dentro il rione senza quasi accorgersene, perché il dislivello fra la collina dei signori e la pianura degli operai è netto e si percorre in cinque minuti.
Vale la pena dire una cosa sul quartiere intorno, perché chi ci arriva con l’idea del centro storico romano si trova davanti tutt’altro. Testaccio non ha vicoli. Ha isolati rettangolari, strade dritte, palazzi di sei piani con i cortili interni, e la ragione è che fu disegnato tutto insieme, sulla carta, come propaggine residenziale per chi lavorava nelle industrie dell’Ostiense. Il primo piano regolatore di Roma capitale, quello del 1873, aveva già deciso che l’espansione industriale della città dovesse avvenire da questa parte, e il rione nacque di conseguenza. È l’unico esempio a Roma di urbanizzazione programmata di quella scala, il che vuol dire che camminando qui si legge un pensiero urbanistico e non una stratificazione casuale.
Il trasloco del 2012, e perché è stato una cosa grossa
Fino al 2012 il mercato rionale di Testaccio non era qui. Era in piazza Testaccio, al centro esatto del rione, dentro una struttura che occupava tutta la piazza e che i testaccini avevano frequentato per generazioni. Il trasferimento nella nuova sede in fondo a via Galvani, a fianco del complesso dell’ex Mattatoio, è del 2012, e non fu un’operazione indolore.
Bisogna capire cosa significava quella piazza. La piazza si chiamava originariamente piazza Mastro Giorgio, poi divenne piazza Testaccio, e al suo centro era stata collocata nel 1927 la Fontana delle Anfore di Pietro Lombardi. Nel 1935 la fontana venne smontata e portata via, in parte per problemi di stabilità del terreno che avrebbero richiesto lavori di consolidamento, e al suo posto arrivò il mercato coperto. Da quel momento, per quasi ottant’anni, la piazza fu il mercato e il mercato fu la piazza: non c’era distinzione, e chi diceva di andare in piazza intendeva andare a fare la spesa.
Spostare quella funzione a duecento metri di distanza, in una struttura nuova, ha significato riscrivere la geografia quotidiana di migliaia di persone. Le guide urbanistiche registrano il trasferimento come uno degli assestamenti decisivi nella trasformazione recente del rione, insieme alla dismissione del Mattatoio e alla riconversione della Centrale Montemartini in museo. Chi ha vissuto il passaggio racconta due cose in contemporanea, e sono entrambe vere: la nuova struttura è migliore sotto ogni profilo tecnico, e per un paio d’anni sembrò a molti che il cuore fosse stato tolto dal petto al rione.
Il saldo, a quattordici anni di distanza, si può fare con una certa serenità. Piazza Testaccio ha riavuto la sua fontana, ricollocata nella posizione originaria e inaugurata il 24 gennaio 2015 dopo un restauro costato novecentomila euro, ed è tornata a essere una piazza vera, con lo spazio libero e i bambini che ci giocano. Il mercato, dal canto suo, ha guadagnato luce, aria, spazio, servizi e una cosa che nessuno si aspettava di trovare, cioè un sito archeologico nei propri sotterranei. Le due cose insieme, guardate oggi, hanno senso. Ma il modo in cui si arrivò a farle non fu né rapido né tranquillo, e chi in quegli anni faceva la spesa qui se lo ricorda benissimo.
Com’è fatto, e perché l’architettura conta più di quanto sembri
Il progetto architettonico della nuova struttura porta la firma dell’architetto Marco Rietti, e l’idea di fondo è dichiarata: costruire un mercato coperto che si comporti come un mercato all’aperto di piazza romana. Non come un ipermercato, non come una galleria commerciale, non come una food hall. Come una piazza con un tetto sopra.
Da qui discende tutto il resto. La struttura è aperta su tutti e quattro i lati, coperta e protetta da sole e pioggia, ma i pannelli sono trasparenti e traforati: la luce filtra, l’aria passa, e all’interno non si ha mai la sensazione di essere dentro una scatola chiusa. Il linguaggio è minimale e contemporaneo, con il bianco dominante e il rigore geometrico portato fino in fondo, e questo produce un effetto che si capisce solo entrando: le uniche cose colorate lì dentro sono le merci e le persone. Il contenitore si fa da parte. I peperoni gialli, le cassette di arance, le insegne fatte a mano dei banchi, i grembiuli, le borse della spesa: tutto risalta perché lo sfondo è neutro.
Chi è abituato ai mercati coperti ottocenteschi, con le strutture in ghisa e i lucernari, la prima volta può restare interdetto e trovare l’insieme un po’ freddo. È una reazione legittima e l’ho vista molte volte. Dopo venti minuti passati dentro, però, quasi tutti cambiano idea, perché ci si accorge che la freddezza del contenitore è quello che permette al contenuto di respirare. E soprattutto ci si accorge di una cosa pratica e decisiva: qui dentro si vede. Nei mercati coperti vecchi si compra spesso alla cieca, sotto una luce gialla che non fa distinguere il pesce fresco da quello di ieri. Qui la luce è naturale e diffusa, e il banco è illuminato per quello che è. Per chi compra, non è un dettaglio estetico, è un vantaggio concreto.
La distribuzione interna è a scacchiera, con i banchi disposti in isole e i corridoi che si incrociano ad angolo retto. Anche questo è pensato per il camminare senza meta: non c’è un percorso obbligato, non c’è un senso unico, non c’è una cassa finale. Si entra da un lato, si gira, si esce dall’altro, e se si vuole si torna indietro. Il mercato dichiara sul proprio sito un centinaio di banchi, con un misto che è la sua vera particolarità: accanto all’ortofrutta, alla macelleria e alla pescheria ci sono banchi di abbigliamento, calzature, accessori e articoli per la casa, e accanto ai banchi dei veterani ci sono le insegne più recenti dedicate al cibo pronto. Questo mescolamento è tipico dei mercati rionali romani e a Testaccio è sopravvissuto intatto al trasloco, il che spiega perché qui non ci si senta dentro una vetrina gastronomica, ma dentro un servizio di quartiere che funziona.
Una curiosità su Nuovo Mercato Testaccio
La curiosità è questa: sotto il pavimento del mercato c’è un altro mercato, e ha circa duemila anni.
Quando negli anni precedenti al trasferimento si aprirono i cantieri per costruire la nuova struttura, gli scavi archeologici preventivi, che a Roma sono obbligatori e che di solito restituiscono qualche muro e qualche frammento, restituirono qualcosa di molto più consistente. Vennero alla luce i resti di un horreum, cioè un magazzino di stoccaggio di età romana, e un tratto di strada antica. Non muri isolati: un complesso leggibile, con la sua pianta, i suoi ambienti, la sua viabilità di servizio. E dentro, centinaia di anfore.
Il progetto fu modificato per conservare e mostrare quello che era emerso. Il risultato è che oggi, sotto il piano dei banchi, esiste un’area archeologica gestita dalla Soprintendenza Speciale Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Roma, che viene aperta al pubblico con visite guidate condotte da archeologi che hanno seguito direttamente le fasi di scavo. Le visite durano circa quarantacinque minuti, si fanno per gruppi ridotti, sono gratuite con possibilità di lasciare un’offerta libera, e il punto di raccolta è dentro il mercato, davanti a un banco preciso, il numero 63. Vengono organizzate in occasione degli Open Day promossi dagli operatori del mercato, quindi non sono un servizio continuativo: bisogna guardare il calendario e prenotare.
Metto subito l’avvertenza pratica, perché serve: mentre scrivo, a settembre 2026, le visite al sito archeologico risultano sospese per lavori di ristrutturazione degli ambienti. Prima di organizzare una giornata intorno alla visita conviene controllare il sito ufficiale del mercato e i suoi canali social, perché la riapertura viene annunciata lì e le date degli Open Day compaiono con poco preavviso. Chi ci tiene davvero faccia questo controllo il giorno prima, non la settimana prima.
La cosa che rende questa storia migliore di una semplice scoperta archeologica è la continuità funzionale. Sotto c’era un magazzino dove si stoccavano derrate alimentari arrivate via fiume da tutto il Mediterraneo. Sopra c’è un mercato dove si vendono derrate alimentari. In mezzo ci sono venti secoli, tre sistemi politici, due religioni di Stato e un numero imprecisato di carestie e ricostruzioni. La funzione del luogo, però, non è mai cambiata. Roma è piena di posti dove un tempio è diventato una chiesa e una terma è diventata un museo: è molto più raro trovare un luogo che dopo duemila anni faccia ancora precisamente il mestiere per cui era nato.
La montagna di cocci che ha dato il nome a tutto
A poche centinaia di metri dal mercato c’è una collina alta trentasei metri sul piano stradale, cinquantaquattro sul livello del mare, che occupa una superficie di circa ventimila metri quadrati. Ha la forma vaga di un triangolo, due cime distinte, sentieri che la percorrono e una rampa laterale che oggi si chiama salita Monte de’ Cocci. Chi la guarda da fuori la scambia per un rilievo naturale, magari un po’ strano, con l’erba sopra e i muri di contenimento alla base.
Non è una collina. È una discarica romana, ed è il motivo per cui il rione, il mercato e lo stemma del quartiere si chiamano come si chiamano.
Il Monte dei Cocci, in latino mons testaceus, cioè monte fatto di cocci, si compone di strati sovrapposti di frammenti di anfore in terracotta. Le stime più accreditate parlano di oltre cinquantatré milioni di anfore, per la stragrande maggioranza olearie, accumulate in un arco di tempo di circa due secoli. Alcune fonti più datate indicano numeri inferiori, intorno ai venticinque milioni, ma la cifra alta è quella che deriva dai calcoli moderni che tengono conto anche dell’erosione e dell’asportazione di materiale avvenuta nei secoli per scopi edilizi. C’è anzi chi ritiene che in antico il monte arrivasse a svettare fino a un’ottantina di metri, quindi molto più alto di quello che vediamo oggi.
Il meccanismo era semplice e spietatamente logico. Le anfore che arrivavano al porto fluviale contenevano soprattutto olio. Una volta svuotate non potevano essere riutilizzate per altre derrate, perché la terracotta non smaltata all’interno trattiene il grasso e lo irrancidisce, contaminando qualunque cosa ci si metta dentro. Solo una piccola parte veniva riciclata come materiale da costruzione. Tutte le altre venivano fracassate sul posto e i cocci accatastati poco lontano dai moli. In due secoli, di scarico in scarico, è venuta su una montagna.
La parte che mi colpisce di più, e che racconto sempre a chi porto da queste parti, è che la discarica era progettata. I cocci non furono buttati a caso: risultano disposti in modo ordinato, a gradoni, per dare stabilità al cumulo. A intervalli regolari il terreno presenta calce sparsa, che serviva ad attenuare il cattivo odore della decomposizione dei residui organici rimasti nei frammenti. Esisteva un piano inclinato ben congegnato che consentiva ai carri di arrivare fino in cima a scaricare. Tutto questo lascia supporre che l’impianto fosse affidato in gestione a curatores, cioè a funzionari responsabili. Roma aveva un sistema di smaltimento dei rifiuti industriali con la sua ingegneria, le sue procedure igieniche e la sua catena di comando, e lo aveva nel primo secolo dopo Cristo.
La storia scientifica di questo posto comincia nell’Ottocento. Le prime ricerche organiche furono condotte a partire dal 1873 dall’archeologo tedesco Heinrich Dressel, cui si devono la valorizzazione del sito e un lavoro imponente di catalogazione dei cocci e di classificazione delle anfore, ancora oggi alla base della tipologia usata in tutto il mondo. Gli scavi del 1881 permisero di ricostruire l’età del rilievo e la provenienza del materiale: grazie alle iscrizioni si accertò che la maggior parte delle anfore veniva dalla Betica, cioè l’odierna Andalusia, e dalla Bizacena, nell’attuale Tunisia. Il reperto più antico è stato datato al 144 dopo Cristo, il più recente al 251.
Dressel capì anche un’altra cosa che vale la pena raccontare, perché spiega perché questa discarica sia una fonte storica di prim’ordine. Ogni anfora, fin dal momento della fabbricazione, portava impresso il bollo del produttore. Una volta riempita, vi venivano tracciate a pennello le cosiddette iscrizioni dipinte, i tituli picti, che indicavano il contenuto, il nome dell’esportatore, la data di spedizione, il luogo di provenienza e in certi casi anche la destinazione. Vuol dire che il Monte dei Cocci è un archivio commerciale. Strato per strato si legge chi esportava cosa, da dove, in quale anno e verso quale magazzino. Nessun documento scritto sopravvissuto ci racconta i commerci alimentari dell’impero con questa precisione statistica. Ce lo racconta una montagna di spazzatura.
E c’è un ultimo dettaglio, quello che preferisco. Per secoli i romani hanno sfruttato le proprietà isolanti dell’argilla scavando grotte alle pendici del monte, dove la temperatura si mantiene tutto l’anno intorno ai dieci gradi. Quei locali sono stati cantine, dispense e stalle. Dal Medioevo in poi sono diventati osterie. In epoca moderna e contemporanea sono diventati ristoranti e locali notturni. Il che significa che quando oggi si cena in uno dei ristoranti scavati nel fianco del monte, si sta mangiando dentro un frigorifero naturale ricavato dai rifiuti industriali di un porto imperiale, sfruttando esattamente la stessa proprietà fisica per cui ci si cacciava il vino nel Trecento.
Una cosa che non ti dice nessuno su Nuovo Mercato Testaccio
Nessuno lo dice perché sembra una nota a piè di pagina, e invece è la chiave di lettura dell’intero rione: il mercato di Testaccio non è arrivato dove è arrivato, è tornato dove stava.
Mi spiego, perché la cosa merita di essere srotolata per bene. La storia che si racconta di solito è lineare: c’era il mercato in piazza Testaccio, nel 2012 lo hanno spostato in via Galvani, i vecchi del quartiere si sono lamentati. Vera, ma corta. La storia lunga è che la pianura del Testaccio, cioè questa manciata di isolati, è stata per circa cinque secoli il più grande polo di stoccaggio e distribuzione alimentare del Mediterraneo occidentale, e che il punto in cui oggi si comprano le zucchine è dentro quel perimetro, non accanto.
Qui c’era l’Emporium, il porto fluviale di Roma. Fu costruito nel 193 avanti Cristo, quando lo sviluppo economico e demografico della città aveva reso del tutto insufficiente il vecchio scalo del Foro Boario, che non poteva essere ampliato perché i colli stavano troppo vicini. Gli edili Marco Emilio Lepido e Lucio Emilio Paolo decisero di costruire un nuovo porto in una zona ancora libera al margine della città, a sud dell’Aventino. Nel 174 avanti Cristo l’Emporium venne lastricato in pietra e suddiviso da barriere con scalinate che scendevano al fiume.
Da lì in poi il meccanismo funzionò per secoli. Le merci arrivavano via mare al porto di Ostia, venivano trasbordate su chiatte e risalivano il Tevere trainate dagli helciari, gli schiavi addetti all’alaggio, sostituiti dagli animali a partire dal quarto secolo quando la manodopera servile cominciò a scarseggiare. Marmi, grano, vino, olio. I marmi hanno lasciato il loro nome alla via Marmorata, la strada che collega il porto a Porta San Paolo e che ancora oggi si percorre con lo stesso nome e lo stesso tracciato.
Intorno al porto la pianura si riempì di magazzini, in particolare quelli annonari, cioè quelli legati all’approvvigionamento pubblico. Si chiamavano Horrea Sempronia, Galbana, Lolliana, Seiana, Aniciana, e la loro proliferazione ebbe un’impennata quando cominciarono le distribuzioni gratuite di grano alla popolazione a partire dall’epoca dei Gracchi. Gli Horrea Galbana, i più celebri, erano organizzati attorno a tre grandi cortili rettangolari porticati sui quali si aprivano le tabernae, ed erano costruiti interamente in opera reticolata di tufo: è l’esempio più antico conosciuto di quella tecnica costruttiva. La prima edificazione risale alla fine del secondo secolo avanti Cristo, probabilmente per opera del console Servio Sulpicio Galba, da cui il nome originario di Horrea Sulpicia, e nel primo secolo dopo Cristo furono restaurati dall’imperatore Galba in onore del proprio antenato.
Adesso mettete insieme i pezzi. Il magazzino romano che si vede oggi sotto il pavimento del mercato non è una curiosità isolata capitata per caso sotto un cantiere: è un frammento del più grande apparato logistico alimentare dell’antichità occidentale, e si trova esattamente là sotto perché là sotto c’era tutto. Quando nel 2012 hanno deciso dove costruire il nuovo mercato di quartiere, hanno scelto, senza saperlo in anticipo, un punto dentro il vecchio distretto dei magazzini alimentari di Roma. Il mercato è tornato a casa.
Questo, per inciso, spiega anche una cosa che sconcerta i visitatori: perché mai un rione così centrale sia rimasto vuoto e malfamato fino all’Ottocento. Perché quando l’impero smise di funzionare, il porto si svuotò, i magazzini crollarono, la pianura restò fuori dal tessuto vivo della città pur essendo dentro le mura, e per più di mille anni fu terra di contadini poveri, pastori, alluvioni del Tevere e malaria. Lo spazio tra il monte dei cocci e le mura si chiamava i prati del popolo romano, era a uso pubblico, e i romani di città ci venivano per le scampagnate di pasquetta e per le ottobrate. Una lapide del 1720, ancora conservata, ricorda ai posteri che quei prati erano destinati a pascolo per uso pubblico e che nessuno poteva appropriarsene. Poi, dopo il 1870, arrivò l’industria e tutto ricominciò da capo.
Il consiglio che ti do per visitare Nuovo Mercato Testaccio
Il consiglio è uno solo e riguarda l’orario: venite la mattina presto, e venite in un giorno feriale.
Il mercato di Testaccio è un mercato rionale vero, non un’attrazione con orario continuato. Questo vuol dire che segue il ritmo dei mercati rionali romani: si comincia molto presto, il grosso della vita si svolge nella mattinata, nel primo pomeriggio la struttura si svuota e molti banchi chiudono. Chi ci arriva alle quattro del pomeriggio di un giorno qualunque trova metà dei banchi con le serrande giù e conclude che il posto è sopravvalutato. Chi ci arriva alle nove del mattino trova il mercato al massimo della forma.
Non do orari precisi e non do giorni di chiusura, perché i singoli banchi hanno orari propri e cambiano, e perché sarebbe un pessimo servizio far perdere una mattinata a qualcuno sulla base di un dato che ho scritto una volta e che nessuno aggiorna. Il criterio, però, è solido: prima è, meglio è, e il sabato mattina è il momento di massima affluenza, bellissimo da vedere e scomodo da vivere se si vuole parlare con chi vende.
Il secondo pezzo del consiglio riguarda il come. Qui dentro la differenza tra una visita mediocre e una visita ottima è tutta nella disponibilità a chiedere. I banchisti di Testaccio sono, nella mia esperienza, tra i più pazienti di Roma con chi fa domande vere, e la ragione è semplice: vendono tutti i giorni alle stesse persone, quindi sono abituati a spiegare, a consigliare il taglio, a dire cosa è arrivato oggi e cosa è meglio lasciare per domani. Se si entra e si indica in silenzio, si compra della merce. Se si entra e si chiede cosa conviene oggi, si compra della merce e si porta a casa anche mezz’ora di conversazione romana autentica, che non si trova in nessun itinerario a pagamento.
Terzo pezzo, e forse il più utile: arrivate con un piano per il dopo. Il mercato si visita in quaranta minuti abbondanti, un’ora se ci si ferma a mangiare qualcosa. Non riempie una giornata da solo e non deve farlo. Riempie splendidamente la prima metà di una giornata che prosegue con il Monte dei Cocci, la Piramide, il Cimitero acattolico e magari la Centrale Montemartini, tutti raggiungibili a piedi o con una fermata di metro. Chi lo tratta come tappa unica resta con la sensazione di aver visto poco. Chi lo tratta come punto di partenza si ritrova a fine giornata con uno degli itinerari romani meno turistici e più densi che si possano mettere insieme.
Aggiungo una raccomandazione di buon senso che vale la pena esplicitare: questo è un posto dove la gente fa la spesa. Chi entra con la macchina fotografica e la punta sui banchi senza dire niente ottiene, giustamente, delle facce storte. Chi chiede prima ottiene quasi sempre un sì, e spesso anche una posa. La differenza costa tre secondi.
Il quinto quarto, cioè perché a Testaccio si mangia così
Non si può parlare del mercato di Testaccio senza spiegare da dove viene la cucina di questo rione, perché è l’unico quartiere di Roma in cui il menu delle trattorie è la conseguenza diretta di un impianto industriale.
Il Mattatoio di Roma fu progettato nel 1888 dall’architetto Gioacchino Ersoch e costruito qui, a ridosso del Monte dei Cocci, su un’area di venticinquemila metri quadrati compresa tra via Beniamino Franklin, il Lungotevere Testaccio, via Aldo Manuzio e viale del Campo Boario. Ersoch lavorò su due principi dichiarati, funzionalità e igiene, e il risultato è un complesso di padiglioni bassi in mattoni, volumi rettangolari ripetuti a distanza regolare, che ancora oggi costituisce uno dei più notevoli esempi di archeologia industriale ottocentesca in Italia. L’impianto ha funzionato fino al 1975, quando l’attività fu trasferita in un nuovo stabilimento in viale Palmiro Togliatti. Vuol dire che moltissimi romani viventi ricordano perfettamente l’odore e il rumore di quando lì dentro si macellava.
Il rione fu costruito per chi ci lavorava. E chi ci lavorava veniva pagato in parte in natura, con quello che restava dopo che i quattro quarti buoni della bestia erano stati venduti: le interiora, la coda, la lingua, la trippa, il cuore, la milza, l’animella, il rognone, la pajata. È il famoso quinto quarto, che non è un ingrediente scelto per gusto ma un salario. Le donne di Testaccio hanno passato tre generazioni a trasformare scarti in piatti, e da lì viene tutta la parte più riconoscibile della cucina romana popolare: la coda alla vaccinara, la trippa, i rigatoni con la pajata.
Questo spiega perché i banchi di macelleria del mercato siano diversi da quelli di altri quartieri, e perché la gente del posto ci vada con richieste specifiche. Non è folklore riesumato per i turisti: è la coda lunghissima di un sistema economico durato quasi un secolo. Il Mattatoio ha chiuso cinquant’anni fa, il mercato si è spostato di duecento metri, il rione si è trasformato in uno dei posti dove i romani vanno a cena, e la grammatica alimentare è rimasta quella.
Il complesso dell’ex Mattatoio, oggi, ospita una sezione del MACRO, il dipartimento di Architettura dell’Università Roma Tre, la Città dell’Altra Economia e, nei mesi caldi, le serate di Testaccio Estate, che riempiono di concerti e proiezioni gli stessi cortili dove passavano le bestie. Il mercato nuovo è a un isolato di distanza, e la contiguità non è casuale: chi ha scelto quell’area ha ricucito, volente o nolente, il luogo della carne e il luogo della spesa, che per un secolo erano stati la stessa filiera.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Il fatto risaputo è che Testaccio è il rione simbolo del popolo romano. Lo sanno tutti, lo dicono tutti, compare in ogni guida. Quello che si cita molto meno spesso è la parte scomoda della stessa frase: questa reputazione non è nata da un sentimento romantico, è nata da un giudizio negativo, ed è stata ribaltata solo nel corso del Novecento.
Il rione, come entità amministrativa, è recentissimo: fu scorporato dal vasto e poco popolato rione Ripa soltanto nel 1921, e prese come stemma un’anfora d’oro in campo rosso, il riferimento diretto al monte di cocci. Ma l’identità c’era da molto prima, e non era affatto lusinghiera. Testaccio godeva di fama non buona, legata ai traffici del porto e alla gente che ci girava intorno: era, in sostanza, l’angiporto fluviale di Roma, con tutto quello che la parola comporta. Ancora nel 1884 un’indagine del Comune di Roma registrava che Testaccio deteneva il primato nazionale del consumo di alcolici. Non il primato cittadino: quello nazionale.
La reputazione difficile ha attraversato tutto il secolo. Negli anni Ottanta e Novanta il quartiere tornò nelle cronache come roccaforte dei cosiddetti Testaccini, una delle fazioni della Banda della Magliana, e chi ha l’età per ricordarselo sa che per un certo periodo il nome del rione evocava altro rispetto ai rigatoni con la pajata.
Poi è successa una cosa che gli studiosi di città hanno raccontato bene, e che riguarda direttamente anche il mercato. Nel giro di una ventina d’anni Testaccio si è trasformato da quartiere operaio a quartiere desiderabile, con la dismissione delle fabbriche, l’arrivo delle sedi universitarie, la riconversione della Centrale Montemartini in museo, la moltiplicazione dei locali notturni alle pendici del monte e la sostituzione progressiva di fraschette e osterie con pub, friggitorie e ristoranti. La sociologa Irene Ranaldi ha dedicato a questo passaggio un libro il cui sottotitolo dice tutto, da quartiere operaio a village della capitale, uscito peraltro nel 2012, proprio l’anno del trasloco del mercato.
Ecco perché il trasferimento del mercato ha fatto tanto rumore. Non era una questione logistica: era la percezione che un pezzo di quella identità popolare, già messa sotto pressione da tutto il resto, venisse spostata e ridisegnata. A quattordici anni di distanza si può dire che il mercato è uno dei luoghi dove quella identità ha retto meglio, proprio perché continua a vendere cose che servono a chi abita qui e non solo delicatezze per chi passa. Ma la tensione è reale e vale la pena saperla, perché si sente ancora, nei discorsi che si fanno fra un banco e l’altro.
Piazza Testaccio, la fontana e il buco lasciato dal mercato
Due isolati a nord del mercato c’è piazza Testaccio, e chi ci arriva oggi vede una piazza normale, con gli alberi, le panchine, i bambini e una fontana al centro. Fino al 2012 quella piazza era interamente occupata da una struttura coperta: il mercato vecchio.
La fontana che oggi si vede al centro è la Fontana delle Anfore, e ha una biografia movimentata che vale il racconto. Fu realizzata in travertino dall’architetto Pietro Lombardi, vincitore del concorso pubblico, e inaugurata il 26 ottobre 1927, pochi anni dopo l’istituzione ufficiale del rione. La destinazione originaria era il centro della piazza, allora chiamata piazza Mastro Giorgio. Nel 1935, per i problemi di stabilità del terreno di cui si diceva, fu smontata e ricollocata in un’area che faceva anche da spartitraffico in piazza dell’Emporio, all’estremità nord del rione, e al suo posto fu costruito il mercato coperto.
La fontana rimase in quel ruolo defilato per quasi ottant’anni. I lavori per riportarla dov’era nata cominciarono nel settembre 2014 e la ricollocazione fu inaugurata il 24 gennaio 2015, dopo un restauro il cui costo complessivo fu di novecentomila euro.
Vale la pena guardarla con attenzione, perché non è un pezzo decorativo qualunque. Al centro di una piattaforma circolare posta in cima a sette gradini si eleva un elemento vagamente conico composto da un ammasso di anfore addossate le une alle altre. Alla base l’acqua si riversa in quattro vasche rettangolari disposte a croce, ciascuna collegata al nucleo centrale da una voluta ornata da una testa di montone e dallo stemma cittadino. Tra i bracci della croce si aprono quattro piccole vaschette angolari, e l’insieme è circondato da dodici colonnine in pietra poste a livelli diversi.
La vera invenzione, però, è un’altra e passa quasi sempre inosservata. Sul lato esterno di ciascuna vasca rettangolare Lombardi aveva collocato un’ulteriore anfora a bassorilievo, dalla cui pancia usciva una cannula dalla quale si poteva bere. Era il primo caso a Roma di fusione piena tra fontana ornamentale e abbeveratoio pubblico. C’erano stati tentativi precedenti, come a piazza Santa Maria Maggiore o alla fontana di piazza Scossacavalli poi trasferita a piazza Sant’Andrea della Valle, ma in quei casi la fontanella era un corpo aggiunto, accostato o inglobato. Qui invece la funzione del bere entra nel disegno principale e ne diventa parte. Un architetto che nel 1927 progetta un monumento al rione scegliendo come forma il contenitore di olio rotto e buttato via, e ci mette dentro l’acqua potabile per i residenti: è una delle idee più eleganti dell’arredo urbano romano del Novecento.
Il consiglio pratico che ne deriva è semplice: chi visita il mercato dedichi dieci minuti al percorso fino a piazza Testaccio. Vedere prima il mercato nuovo e poi la piazza restituita alla sua fontana rende leggibile in un colpo solo tutta la vicenda urbanistica degli ultimi quindici anni del rione. Sono due facce dello stesso intervento.
La foto giusta da fare a Nuovo Mercato Testaccio
La foto giusta non è il banco di frutta visto da vicino. Quella la fanno tutti, viene sempre discreta e non dice niente di dove ci si trova: un banco di pomodori fotografato bene potrebbe essere a Napoli, a Valencia o a Istanbul.
La foto giusta qui è quella che tiene dentro due epoche nello stesso fotogramma. Bisogna posizionarsi in corrispondenza delle vetrate a pavimento che affacciano sull’area archeologica, mettere a fuoco il piano di sotto, cioè le strutture antiche, e lasciare che nella parte alta dell’inquadratura entrino le gambe delle persone che camminano, le ruote dei carrelli, il bordo di un banco. Sotto il magazzino di età imperiale, sopra la spesa del martedì mattina. Sono venti secoli in una sola immagine, e non serve nessuna abilità tecnica particolare: serve solo sapere dove mettersi e avere la pazienza di aspettare che passi qualcuno.
Attenzione a una cosa pratica. Il vetro riflette, e la luce del mercato è forte e diffusa. Chi fotografa con il telefono dovrà avvicinare l’obiettivo alla superficie e schermare con una mano, altrimenti si porta a casa il riflesso del proprio viso e della copertura. Vale la pena provare due o tre volte, cambiando angolo di pochi centimetri: la differenza tra uno scatto illeggibile e uno scatto perfetto è tutta lì.
La seconda foto, per chi vuole portarsi via il carattere del posto più che la sua stratificazione, è quella dall’interno verso un ingresso, in controluce. La struttura è aperta sui quattro lati e questo produce, in certe ore, dei tagli di luce netti che attraversano il corridoio centrale. Mettersi in fondo, inquadrare il corridoio per la sua lunghezza, con i banchi bianchi che si ripetono ai lati e il rettangolo luminoso dell’uscita in fondo, restituisce esattamente la sensazione fisica che si prova lì dentro: un interno che si comporta come un esterno.
La terza, se si esce dal mercato, è quella che consiglio a chiunque voglia una sola immagine del rione intero. Ci si porta su via Nicola Zabaglia, lungo il fianco del Monte dei Cocci, si aspetta il tardo pomeriggio e si inquadra il profilo scuro della collina contro il cielo, con i muri dei padiglioni dell’ex Mattatoio in primo piano. Diciotto secoli di distanza tra i due soggetti, nello stesso scatto, e nessuna didascalia che lo spieghi. È una cosa che solo Testaccio può dare.
Cosa c’è intorno, nel raggio di un quarto d’ora a piedi
La densità di cose notevoli intorno a questo mercato è tale che conviene elencarle, perché chi non le conosce rischia di venire qui, comprare la frutta e andarsene senza sapere di essersi perso mezza giornata di cose notevoli.
Il Monte dei Cocci è a due isolati, e si costeggia lungo via Nicola Zabaglia. L’accesso alla sommità è regolamentato e non libero, ma anche solo il perimetro, con i muri di contenimento e le sezioni di cocci visibili in più punti, vale la camminata.
La Piramide Cestia è dall’altra parte del rione, a una decina di minuti. È un monumento funerario di età augustea, eretto tra il 18 e il 12 avanti Cristo come sepolcro di Gaio Cestio Epulone, membro del collegio sacerdotale dei septemviri epulones, ed è inglobato nelle mura aureliane. È una piramide vera, in mezzo a Roma, e continua a fare lo stesso effetto anche alla decima volta che la si vede.
Accanto alla Piramide c’è il Cimitero acattolico, già noto come cimitero degli inglesi, su viale del Campo Boario. È uno dei posti più silenziosi della città e uno dei pochi dove il silenzio non è finto. Chi ha un’ora la spenda lì.
Il Museo della Via Ostiense è dentro i locali di Porta San Paolo, cioè nella porta stessa, e racconta il tracciato antico che da qui portava a Ostia. È piccolo, è poco frequentato ed è esattamente il tipo di museo che chiarisce le idee dopo una mattinata passata a parlare di porti fluviali e magazzini.
La Centrale Montemartini è poco più giù, sulla via Ostiense: la prima centrale termoelettrica pubblica di Roma, uscita di produzione nel 1963 e trasformata in sede museale, dove le statue antiche sono esposte accanto ai motori diesel e alle caldaie. È uno degli allestimenti più riusciti d’Europa e per qualche motivo continua a essere poco affollato.
Il Museo diffuso del rione Testaccio è il progetto della Soprintendenza che tiene insieme i diversi punti archeologici del quartiere, compresa l’area sotto il mercato, e che consente di leggerli come un sistema unico invece che come episodi sparsi.
Salendo sull’Aventino, quindici minuti di salita, si arriva al Giardino degli Aranci e alla Basilica di Santa Sabina, che è una delle chiese più belle e più austere di Roma e conserva le porte lignee del quinto secolo. Dal belvedere si vede tutto il rione dall’alto, il che, dopo averlo attraversato a piedi, è la chiusura ideale.
Poco oltre, lungo la stessa direttrice, si arriva al Circo Massimo e, in direzione opposta, alla Basilica di San Paolo fuori le mura, raggiungibile con due fermate di metropolitana.
Chi ha il pallino dei mercati romani, infine, ha due appuntamenti naturali da abbinare: Porta Portese, dall’altra parte del fiume, per il mercato domenicale dell’usato, e il Nuovo Mercato Esquilino, che è la controparte multietnica di Testaccio e la cui visita, fatta nella stessa settimana, racconta due Rome diverse e ugualmente vere.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
193 avanti Cristo. Gli edili Marco Emilio Lepido e Lucio Emilio Paolo decidono di costruire un nuovo porto fluviale a sud dell’Aventino, perché il vecchio scalo del Foro Boario non regge più il traffico. Nasce l’Emporium, e con esso nasce la vocazione di questa pianura, che da allora in poi sarà per secoli il posto dove arrivano le merci e dove si conservano.
174 avanti Cristo. L’Emporium viene lastricato in pietra e attrezzato con barriere e scalinate che scendono al fiume. La banchina, lunga circa cinquecento metri, con i blocchi di travertino sporgenti forati per gli ormeggi, è ancora in parte visibile incassata nel muraglione del Lungotevere Testaccio.
Fine del secondo secolo avanti Cristo. Vengono edificati gli Horrea Sulpicia, poi Horrea Galbana, il più grande complesso di magazzini annonari della città, in opera reticolata di tufo. È la struttura di cui il mercato di oggi conserva un pezzo nei propri sotterranei.
Dall’età augustea alla metà del terzo secolo dopo Cristo. Si forma il Monte dei Cocci. Le date sono confermate dai reperti: il più antico risale al 144 dopo Cristo, il più recente al 251. Dopo quella data l’uso del sito come discarica si riduce progressivamente fino a cessare.
Secoli tredicesimo e quattordicesimo. Sul monte si corre un palio, tanto che il rilievo prende anche il nome di Mons de Palio, e vi si celebra il carnevale romano con giochi cruenti, tra cui la celebre ruzzica de li porci, in cui i carretti carichi di maiali vivi venivano spinti giù dalla collina.
Quindicesimo secolo. Papa Paolo II trasferisce il carnevale in via Lata e il monte cambia mestiere: diventa punto di arrivo della Via Crucis del Venerdì Santo, con la collina che simboleggia il Golgota. La croce infissa sulla cima è ancora al suo posto.
1720. Viene posta la lapide che ricorda a tutti che i prati del Testaccio sono destinati a pascolo per uso pubblico e che nessuno può appropriarsene.
1742. Un editto vieta il prelievo di materiale dal Monte dei Cocci, definito nel testo un’antichità così celebre. Due anni dopo arriva anche il divieto di pascolarvi gli armenti. È il primo riconoscimento ufficiale che quella discarica è un bene da tutelare.
1868 e 1870. Durante i lavori di riarginatura del Tevere viene scavato il porto antico. Riaffiorano le strutture dell’Emporium e, durante la successiva costruzione del quartiere moderno, anche la tomba del console Servio Sulpicio Galba, uno dei più antichi sepolcri individuali di Roma giunti fino a noi, oggi su via Giovanni Branca.
1873. Il primo piano regolatore di Roma capitale destina la zona Ostiense all’espansione industriale. Nello stesso anno Heinrich Dressel comincia le prime ricerche organiche sul Monte dei Cocci. La Testaccio moderna e la Testaccio antica entrano nella storia nello stesso momento e per mano di due mestieri diversi.
1888. Gioacchino Ersoch progetta il nuovo Mattatoio. La sua costruzione fissa il destino del rione per il secolo successivo, e detta anche il menu delle sue trattorie.
1921. Testaccio viene scorporato dal rione Ripa e diventa il ventesimo rione di Roma, con l’anfora d’oro in campo rosso come stemma.
1927. Viene inaugurata la Fontana delle Anfore di Pietro Lombardi, il 26 ottobre, al centro di quella che allora si chiamava piazza Mastro Giorgio.
1935. La fontana viene smontata e trasferita a piazza dell’Emporio e al suo posto sorge il mercato coperto. È il momento in cui la piazza del rione diventa la piazza della spesa.
24 marzo 1944. Tra le vittime dell’eccidio delle Fosse Ardeatine c’è la famiglia Di Consiglio, piccoli commercianti di Testaccio, ambulanti e macellai: sei persone, dal ragazzo di sedici anni al nonno Mosè, nato nel 1870. A loro è intitolato il giardino al centro di piazza Santa Maria Liberatrice, il cuore sociale del rione. È il pezzo di storia di questo quartiere che va detto senza giri di parole, perché riguarda proprio la gente dei banchi.
1975. Chiude il Mattatoio. L’attività si trasferisce nell’impianto di viale Palmiro Togliatti e comincia la lunga stagione dell’abbandono e poi della riconversione.
2012. Il mercato rionale lascia piazza Testaccio e si trasferisce nella nuova struttura in fondo a via Galvani, con il sito archeologico conservato e reso visibile nei sotterranei.
24 gennaio 2015. La Fontana delle Anfore torna al centro di piazza Testaccio dopo ottant’anni di esilio. Il cerchio, per una volta, si chiude davvero.
Chi è passato da Nuovo Mercato Testaccio
Chi è passato di qui, in senso stretto e in senso largo, è una lista che copre venti secoli e che ha un vantaggio raro: non è una lista di visitatori illustri in gita, è una lista di gente che con questo posto ha avuto a che fare per mestiere.
Gli helciari. Cominciamo da chi non ha lasciato il nome. Erano gli schiavi addetti all’alaggio, quelli che trainavano le chiatte contro corrente da Ostia fino a qui, lungo l’alzaia del Tevere. Hanno fatto arrivare a Roma il grano, il vino, l’olio e i marmi per secoli, e furono sostituiti dagli animali solo a partire dal quarto secolo, quando la manodopera servile cominciò a scarseggiare. Ogni anfora del Monte dei Cocci è passata dalle loro mani prima di essere rotta.
Servio Sulpicio Galba. Console romano, probabile fondatore dei magazzini che portarono il suo nome, gli Horrea Sulpicia. La sua tomba, databile al 108 avanti Cristo, riaffiorò durante la costruzione del quartiere moderno ed è uno dei più antichi sepolcri individuali conosciuti di Roma. È su via Giovanni Branca, a pochi minuti dal mercato.
L’imperatore Galba. Nel primo secolo dopo Cristo fece restaurare quei magazzini, probabilmente in onore del proprio antenato, e da lui presero il nome definitivo di Horrea Galbana. Il suo regno durò sette mesi e finì male, ma i suoi magazzini sono rimasti in piedi per secoli.
Miguel de Cervantes. Nella novella Il dottor Vetrata, compresa nella raccolta delle Novelle esemplari pubblicata nel 1613, il protagonista tormentato dai ragazzini che gli tirano cocci addosso si chiede se per caso lui sia il monte Testaccio di Roma, visto quanti tiesti e tejas gli vengono lanciati. Vuol dire che nel Seicento la fama di questa collina era arrivata fino in Spagna ed era diventata modo di dire.
Heinrich Dressel. L’archeologo tedesco che a partire dal 1873 trasformò un cumulo di spazzatura antica in una fonte storica. La sua classificazione delle anfore è ancora oggi lo standard internazionale, e chiunque studi il commercio romano nel Mediterraneo lavora con strumenti nati qui.
Gioacchino Ersoch. L’architetto comunale che nel 1888 progettò il Mattatoio a due passi da dove oggi c’è il mercato, applicando con rigore i principi di funzionalità e igiene e lasciando alla città uno dei complessi di archeologia industriale più notevoli d’Italia.
Pietro Lombardi. Vinse il concorso pubblico e nel 1927 firmò la Fontana delle Anfore, scegliendo come motivo il contenitore di olio che aveva fatto la collina e il nome del rione. Lombardi è l’autore di diverse fontane rionali romane, e questa è forse la sua idea migliore.
Elsa Morante. Molti episodi del romanzo La Storia si svolgono a Testaccio. Non è un omaggio di facciata: la scrittrice usa il rione per quello che era davvero negli anni della guerra, un quartiere popolare dove la fame e la paura avevano indirizzi precisi. L’istituto comprensivo del quartiere porta il suo nome.
Gli Inti-Illimani. Il gruppo cileno, esule in Italia dopo il golpe del 1973, dedicò al mercato di Testaccio un brano intitolato El mercado Testaccio, contenuto nell’album Palimpsesto del 1981. È forse l’unico mercato rionale romano ad avere una canzone scritta da musicisti sudamericani, e dice parecchio su che tipo di accoglienza offriva questo quartiere in quegli anni.
Claudio Mocchegiani Carpano. L’archeologo che ha dedicato decenni allo studio dei sotterranei di Testaccio. Il mercato gli ha dedicato un cortometraggio, Gli incredibili sotterranei di Testaccio, realizzato con la consulenza scientifica di suo figlio Luca: cinquant’anni di ricerca in una sola famiglia, arrivata ormai alla terza generazione sullo stesso pezzo di sottosuolo.
Renato Sebastiani. Archeologo della Soprintendenza, autore dello studio sullo scavo del nuovo mercato di Testaccio e tra i responsabili scientifici del sistema archeologico del rione. Se l’area sotto i banchi si può visitare invece che essere stata ricoperta di cemento, è anche per il lavoro suo e della sua squadra.
Paola Cortellesi. Il rione è il luogo in cui si svolge C’è ancora domani, il film uscito nel 2023 che ha fatto il record di incassi. Una parte considerevole del pubblico italiano, senza saperlo, ha passato due ore dentro la geografia di questo quartiere.
I testaccini. Alla fine, però, chi è passato davvero da qui sono le generazioni che hanno fatto la spesa in piazza Testaccio dal 1935 al 2012 e che dal 2012 la fanno in via Galvani. I banchi passano di padre in figlio, i clienti pure, e ci sono famiglie che comprano dallo stesso macellaio da tre generazioni cambiando due volte indirizzo. Questa continuità non ha un nome celebre da mettere in elenco, ma è l’unica ragione per cui il posto è ancora vivo.
Le domande che mi fanno più spesso
Il mercato è gratuito?
Sì, si entra liberamente come in qualunque mercato rionale. Non c’è biglietto, non c’è controllo, non c’è prenotazione. La visita all’area archeologica nei sotterranei è invece a numero chiuso, si prenota, si svolge negli Open Day organizzati dagli operatori e non ha un costo fisso: è gratuita con possibilità di lasciare un’offerta libera a sostegno dell’iniziativa.
Si può mangiare dentro?
Sì, e una parte consistente dei banchi è dedicata al cibo pronto e da asporto. Non faccio nomi di insegne perché cambiano e perché non voglio mandare nessuno a cercare un banco che nel frattempo ha chiuso: il metodo giusto è entrare, fare un giro completo guardando che cosa si mangia in piedi intorno a voi, e poi scegliere. Nei mercati la fila dei romani è l’unica recensione che serva.
Quanto tempo ci vuole?
Quaranta minuti per una visita attenta senza fermarsi. Un’ora abbondante se ci si siede a mangiare qualcosa. Una mattinata intera se si aggiungono piazza Testaccio, il Monte dei Cocci e una passeggiata lungo il perimetro dell’ex Mattatoio, che è il giro che consiglio a tutti.
È adatto ai bambini?
Molto. È coperto, è tutto su un piano, non ci sono scale né dislivelli, il pavimento è liscio e regolare e ci si passa con il passeggino senza problemi. Le vetrate sull’area archeologica funzionano benissimo con i bambini dai sei anni in su, perché guardare attraverso un pavimento trasparente il pezzo di città sepolto sotto i piedi è una cosa che a quell’età colpisce molto più di qualunque spiegazione.
Ci si arriva con i mezzi?
Sì, senza difficoltà. La fermata di riferimento è Piramide, sulla linea B della metropolitana, che è anche stazione ferroviaria per il collegamento con Ostia. Da lì si prosegue a piedi lungo via Marmorata. Il rione è servito anche da diverse linee di superficie lungo via Marmorata e il Lungotevere. In macchina, invece, si soffre: il parcheggio a Testaccio è uno sport di resistenza, e nelle ore di mercato è peggio.
Ha a che fare con l’Estate Romana?
Il mercato in sé è una struttura commerciale attiva tutto l’anno, quindi non appartiene al cartellone estivo. Ma il rione sì, e parecchio: le serate della Città dell’Altra Economia dentro l’ex Mattatoio, le arene, i concerti e le rassegne che d’estate riempiono questo quadrante fanno parte a pieno titolo di quel modello di programmazione. Chi viene a Testaccio in giugno o luglio può tranquillamente fare mercato la mattina e spettacolo la sera senza spostarsi di trecento metri, e il lungo il Tevere, poco più a monte, allunga ulteriormente la serata.
Perché vale la pena venirci
Alla fine la ragione non è gastronomica, anche se si mangia bene. Roma ha decine di mercati rionali e alcuni sono più grandi, alcuni sono più economici, alcuni hanno una selezione più ampia. Quello che qui non si trova da nessun’altra parte è la profondità verticale.
In quasi tutti i posti di Roma la stratificazione è orizzontale: si cammina e si passa da un’epoca all’altra, dal muro repubblicano alla chiesa barocca al palazzo umbertino, uno accanto all’altro. Qui invece è verticale, e la si attraversa con i piedi. Sopra c’è il 2012, l’architettura bianca, i pannelli traforati, i carrelli. Sotto, a poca distanza, c’è un magazzino imperiale con le sue anfore. Trecento metri più in là c’è una montagna alta trentasei metri costruita con i cocci di quelle stesse anfore. Duecento metri nella direzione opposta c’è un macello ottocentesco che ha dettato la cucina di mezza città. In mezzo, gente che compra le zucchine.
Non è un museo e non vuole esserlo. È una struttura di servizio che funziona benissimo e che per puro caso è stata costruita sopra il proprio antenato diretto. Questa coincidenza, che a raccontarla sembra una trovata, qui è semplicemente quello che è successo. E produce un effetto che altrove non si incontra: si entra per comprare della frutta e si esce avendo capito come funzionava l’approvvigionamento alimentare di un impero.
Chi arriva a Roma con tre giorni a disposizione probabilmente non verrà mai fin qui, e ha le sue buone ragioni. Chi invece ci torna, chi ci vive, chi cerca il pezzo di città che i romani non hanno ancora smesso di usare, faccia questa mattinata. Il costo è zero, il tempo è un’ora, e il rendimento è tra i più alti della città.
Domande frequenti su Nuovo Mercato Testaccio
Dove si trova il Nuovo Mercato Testaccio?
Il Nuovo Mercato Testaccio occupa un intero isolato del rione Testaccio, a Roma, un quadrilatero compreso tra via Beniamino Franklin, via Alessandro Volta, via Aldo Manuzio e via Lorenzo Ghiberti, accanto al complesso dell'ex Mattatoio.
Il mercato di Testaccio è sempre stato in questa sede?
No, fino al 2012 il mercato rionale di Testaccio si trovava in piazza Testaccio, al centro del rione. Il trasferimento nella nuova sede in fondo a via Galvani è del 2012, e non fu un passaggio indolore per i testaccini che avevano frequentato la vecchia struttura per generazioni.
Il Nuovo Mercato Testaccio è gratuito?
Sì, il Nuovo Mercato Testaccio si entra liberamente come in qualunque mercato rionale romano, senza biglietto, senza controllo e senza prenotazione richiesta per accedere ai banchi.
Si può visitare l'area archeologica sotto il Nuovo Mercato Testaccio?
Sì, sotto il Nuovo Mercato Testaccio si trovano i resti di un antico horreum, emersi durante gli scavi archeologici preventivi prima della costruzione della struttura attuale. La visita è a numero chiuso, si prenota e si svolge negli Open Day organizzati dagli operatori, gratuita con possibilità di lasciare un'offerta libera.
Quando conviene andare al Nuovo Mercato Testaccio?
Conviene andare al Nuovo Mercato Testaccio la mattina presto, in un giorno feriale, perché segue il ritmo dei mercati rionali romani: si comincia molto presto, il grosso della vita si svolge nella mattinata e nel primo pomeriggio molti banchi chiudono.
Cosa c'è vicino al Nuovo Mercato Testaccio da vedere?
Vicino al Nuovo Mercato Testaccio si trova il Monte dei Cocci, a due isolati lungo via Nicola Zabaglia, una collina alta trentasei metri sul piano stradale nata da secoli di cocci di anfore accumulati, oltre al complesso dell'ex Mattatoio e alla piazza Testaccio con la Fontana delle Anfore.
Per organizzare la giornata e il resto del viaggio
Chi vuole costruire un itinerario completo in questo quadrante, mettendo in fila il mercato, il Monte dei Cocci, l’ex Mattatoio, la Piramide, il Cimitero acattolico e la Centrale Montemartini, e magari farsi accompagnare da qualcuno che sappia raccontare l’Emporium e la storia industriale di Testaccio invece di limitarsi a indicare gli edifici, trova guide abilitate e servizi di accompagnamento su Tour Leader Pro. Chi invece sta pianificando un viaggio più ampio, con Roma come tappa di un percorso italiano più lungo, trova strumenti di pianificazione, itinerari e tempi di spostamento su ItalyPlanner.
Contact Information
Via Galvani,
Roma Roma Città, Roma Città
Roma Tourist Card: più attrazioni in un biglietto
Se in questi giorni vedi Colosseo, Vaticano e altro, il pacchetto unico conviene rispetto ai biglietti sciolti.
Bus hop-on hop-off: giro di Roma
Sali e scendi dove vuoi. Con questo caldo, spostarsi seduti tra una tappa e l'altra cambia la giornata.
Dove dormire a Roma: confronta gli hotel
Scegli la zona giusta e confronta i prezzi: su molte strutture la cancellazione è flessibile.
Transfer dall aeroporto al centro
Un autista ti aspetta a Fiumicino o Ciampino: prezzo concordato prima e nessuna coda ai taxi.
Noleggio auto a Roma e dintorni
Serve se vuoi uscire dalla città: Castelli Romani, Tivoli, il mare di Ostia e Sperlonga.
Voli per Roma: cerca le tariffe
Compagnia low cost con voli diretti su Fiumicino: guarda date e tariffe.
Confronta tutte le compagnie per Roma
Comparatore su piu compagnie: sposta le date di un giorno e spesso il prezzo cambia parecchio.
