Cimitero acattolico di Roma
Il Cimitero acattolico di Roma ha il suo ingresso in via Caio Cestio 6, nel rione Testaccio, addossato alle Mura Aureliane e alla Piramide di Caio Cestio, a un passo da Porta San Paolo. Ci si arriva con la metro B, fermata Piramide, che è anche il capolinea urbano della ferrovia Roma Lido e il nodo del tram 3: dall'uscita della stazione, con la Piramide alle spalle, si imbocca via Marmorata e si gira quasi subito a sinistra in via Caio Cestio, tre minuti a piedi e nulla di più. Si entra da un cancello sorvegliato, non da una biglietteria: il Cimitero acattolico di Roma non vende biglietti, si lascia un contributo per la manutenzione al banco del custode, e gli orari aggiornati, i giorni di chiusura e le regole di visita sono pubblicati sul sito ufficiale del cimitero, che conviene controllare il giorno stesso prima di mettersi in cammino. Il luogo è un cimitero in attività, non un museo: si entra in silenzio, si tiene il telefono muto, non si consuma cibo, non si cammina sulle aiuole e non si tocca nulla. La visita dura fra i quaranta minuti e un'ora e mezza secondo l'attenzione che si dedica alle iscrizioni.
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Che cos'è davvero il Cimitero acattolico di Roma
Il nome ufficiale dice una cosa sola, e la dice per sottrazione: acattolico. Non anglicano, non protestante, non ortodosso, non ebraico. Acattolico, cioè tutto ciò che nella Roma dei papi non poteva essere sepolto in terra consacrata. Da quella definizione in negativo è nato, nell'arco di tre secoli, uno dei luoghi più densi d'Europa: un ettaro scarso di prato e cipressi dove riposano poeti inglesi, pittori tedeschi, archeologi, diplomatici, scultori americani, principesse russe, un filosofo sardo, un ingegnere milanese che scriveva come nessun altro, un poeta romano morto di AIDS e un presidente della Repubblica.
Nel parlato romano il Cimitero acattolico di Roma ha avuto molti nomi, tutti imprecisi e tutti affettuosi: cimitero degli Inglesi, cimitero dei protestanti, cimitero degli artisti e dei poeti, cimitero del Testaccio. Nessuno di questi regge alla prova dei registri. Gli inglesi sono una minoranza forte ma minoranza; i protestanti convivono con ortodossi, ebrei, agnostici dichiarati e atei militanti; gli artisti sono tanti, però accanto a loro dormono commercianti, medici, consoli, bambini morti a sei anni. La definizione onesta resta quella burocratica, e ha il pregio di raccontare la storia che l'ha generata.
Perché esiste un Cimitero acattolico di Roma
Fino alla breccia di Porta Pia, Roma era una città in cui la morte aveva una geografia confessionale rigidissima. Le norme della Chiesa cattolica vietavano di seppellire in terra consacrata i non cattolici, e con loro i suicidi e gli attori: la professione teatrale comportava, alla morte, una sorta di espulsione postuma dalla comunità cristiana cittadina, con inumazione fuori dalle mura o al margine estremo delle stesse. Gli attori avevano il loro campo fuori Porta Pinciana, dove oggi corre via del Muro Torto. Gli ebrei avevano il loro cimitero sulla collina dell'Aventino, di fronte al Circo Massimo, là dove adesso si trova il Roseto di Roma: chi passeggia fra le rose in maggio cammina sopra un cimitero smantellato, e quasi nessuno lo sa.
Le sepolture acattoliche avvenivano di notte. La ragione è brutale e va detta com'era: si temevano le manifestazioni di fanatismo religioso, e il buio serviva a preservare l'incolumità di chi partecipava ai riti funebri. Un funerale protestante alla luce del sole poteva finire a sassate. Nel 1821 Sir Walter Synod ottenne l'eccezione di seppellire la propria figlia in pieno giorno, e per cautelarsi da incursioni di fanatici si fece accompagnare da un drappello di guardie. Si portavano le guardie a un funerale di bambina. Tenete questo dettaglio in testa mentre camminate sul prato: spiega il Cimitero acattolico di Roma meglio di qualunque targa.
La storia del Cimitero acattolico di Roma, secolo per secolo
Il Seicento e la delibera del 1671
La data che apre tutto è il 1671, quando una deliberazione del Sant'Uffizio acconsentì che ai Signori non cattolici cui toccava di morire in città venisse risparmiata l'onta di trovare sepoltura assieme alle prostitute e ai peccatori nel cimitero del Muro Torto. Non fu una concessione generosa: fu una tolleranza amministrativa, calibrata sul fatto che a Roma arrivavano nobili stranieri, ambasciatori, cortigiani di sovrani in esilio, e che trattarne i cadaveri come rifiuti creava incidenti diplomatici. La scelta del luogo non venne dall'alto. Furono gli stessi acattolici a indicare quei prati sotto la Piramide, e la cosa fu lasciata correre.
I prati del popolo romano
Nel Settecento e nell'Ottocento l'area del Cimitero acattolico di Roma si chiamava i prati del popolo romano. Era terreno pubblico, e ci si faceva di tutto: pascolava il bestiame, si conservava il vino nelle grotte scavate dentro il Monte dei Cocci, i romani ci venivano a svagarsi, a mangiare, a bere, a giocare. Sopra ogni cosa dominava la Piramide di Caio Cestio, che da secoli era uno dei monumenti più visitati dell'Urbe e il simbolo stesso di quel margine di città. Un cimitero nato dentro un'osteria all'aperto: l'immagine è stonata solo per noi, non per il Settecento, che conviveva con i propri morti senza la separazione igienica che è venuta dopo.
Le prime sepolture documentate
La prima sepoltura di un protestante di cui si abbia notizia certa in questo luogo fu quella di William Arthur, un seguace del re esule Giacomo Stuart, morto a Roma dove era giunto per sfuggire alle repressioni che seguirono le sconfitte giacobite in Scozia. Altre lo precedettero quasi certamente, ma non ne resta traccia scritta. Seguirono altre tumulazioni, e non riguardarono soltanto i cortigiani del sovrano Stuart che si era intanto stabilito a Roma. Il cronista Francesco Valesio registra per il 1732 che il tesoriere del re d'Inghilterra, William Ellis, fu sepolto ai piedi della Piramide: il tono con cui lo annota lascia intendere un uso ormai consolidato, non una novità. Nel tempo l'area si guadagnò la qualifica di cimitero degli inglesi, benché i sepolti non venissero solo dal Regno Unito.
Lo studente Langton e la tomba ritrovata nel 1928
Le prime sepolture non ebbero alcuna memoria sepolcrale: le lapidi cominciarono a comparire solo nella seconda metà del Settecento. Così andò per uno studente di Oxford di nome Langton, morto nel 1738 a venticinque anni per aver battuto violentemente la testa cadendo da cavallo. La tradizione racconta che Langton avesse avuto un colloquio con il papa, nel quale espresse il desiderio di essere sepolto a Roma presso la Piramide Cestia: è una diceria, e va presa come tale. Il fatto documentato è un altro, ed è più bello della leggenda. Nel 1928, durante gli scavi condotti presso la Piramide Cestia, la tomba di Langton tornò alla luce, con la stessa iscrizione che oggi si legge sulla sua lapide. Duecento anni sotto terra, e il testo combaciava.
Il Settecento senza riconoscimento ufficiale
Molti hanno voluto leggere concessioni papali dietro la nascita del Cimitero acattolico di Roma. Non ci sono. Il sepolcreto si sviluppò senza alcun riconoscimento formale, per prassi e per necessità, e solo alla fine del Settecento le autorità presero a occuparsene: furono investiti di funzioni i Conservatori del Campidoglio per la parte laica e il Vicario di Roma con il Vicegerente per quella ecclesiastica. Controlli assai blandi, per la verità. Solo negli anni Venti dell'Ottocento il Governo incaricò un custode di sorvegliare l'area e le funzioni cimiteriali.
Il disinteresse pubblico ha una spiegazione che spiazza il lettore di oggi. Nella mentalità corrente il cattolico concepiva la sepoltura dentro la chiesa, sotto il pavimento, vicino all'altare; un cimitero che prevedeva la tumulazione nella nuda terra, all'aperto, non veniva percepito come un privilegio ma come un ripiego. Nessuno lo invidiava. Per questo lo si lasciò crescere.
Humboldt, il fossato, i cipressi
Nel 1803 vi fu sepolto uno dei figli di Wilhelm von Humboldt, allora ministro di Prussia presso la Santa Sede, che aveva chiesto un appezzamento di terreno per seppellire sé stesso e i suoi familiari. Quel terreno, un tempo delimitato da una recinzione, oggi è compreso nell'area cimiteriale e conserva alcuni pilastri dell'antico recinto; più tardi vi trovò sepoltura anche la moglie del ministro. All'inizio del XIX secolo nell'area crescevano soltanto agrifogli, e le tombe sparse nella campagna non avevano altro riparo: le greggi pascolavano fra le lapidi. I cipressi centenari che oggi fanno l'ombra e il carattere del Cimitero acattolico di Roma furono piantati dopo.
Negli anni Venti dell'Ottocento la parte originaria del sepolcreto fu chiusa e si realizzò un nuovo recinto, questa volta delimitato da mura, seguito poi da altre estensioni. Nel 1824 venne scavato un fossato che cingeva la parte antica. Fino al 1870 erano vietate le croci e le iscrizioni, come in tutti i cimiteri acattolici sotto giurisdizione pontificia: la libertà di scrivere sulla pietra il proprio credo arrivò con la fine dello Stato della Chiesa. Nel 1918 furono vietate le inumazioni, e da allora la crescita del cimitero si è fermata quasi del tutto.
Il Novecento e la gestione di oggi
Da tempo esistono tombe comuni suddivise per nazione: Germania, Grecia, Svezia e Romania, quest'ultima destinata ai romeni ortodossi apolidi. La custodia e la gestione del Cimitero acattolico di Roma sono affidate alle rappresentanze straniere in Italia, secondo un assetto consolidato e registrato al 2011: un consorzio di ambasciate che si divide spese, manutenzione e decisioni. Non è un ente pubblico italiano, non è una parrocchia, non è una fondazione museale. È una comproprietà diplomatica, e questo spiega sia la cura maniacale del prato sia la parsimonia con cui si concedono nuovi posti.
Come è fatto il Cimitero acattolico di Roma: la Parte Antica e la Zona Nuova
La Parte Antica del Cimitero acattolico di Roma
La Parte Antica è il prato aperto sotto la Piramide, quello senza viali e quasi senza monumenti verticali. Qui le lapidi sono poche, distanti, poggiate sull'erba, e il colpo d'occhio è di una nudità che nessuna fotografia restituisce: un tappeto verde, i cipressi in fondo, il triangolo bianco del sepolcro di Caio Cestio che chiude la scena. È la zona chiusa negli anni Venti dell'Ottocento, cinta dal fossato del 1824, ed è il pezzo di cimitero che non è più cresciuto. Qui riposano John Keats e Joseph Severn, e qui la regola di non calpestare l'erba diventa una faccenda seria: le sepolture non hanno cordoli, si cammina fra i morti senza accorgersene.
La Zona Nuova del Cimitero acattolico di Roma
La Zona Nuova, nata dal recinto murato ottocentesco e dalle estensioni successive, è tutta un'altra cosa: fitta, terrazzata, attraversata da vialetti stretti che salgono verso le Mura Aureliane, con cappelle, obelischi, colonne spezzate, angeli, stele in dieci alfabeti. Cirillico, greco, ebraico, caratteri latini con diacritici scandinavi e ungheresi. Ci si perde in senso proprio: la pianta è irregolare, i settori sono numerati, e chi cerca una tomba precisa senza mappa gira a vuoto per venti minuti. Qui il Cimitero acattolico di Roma somiglia a un campionario di scultura funeraria europea fra Neoclassico e Liberty, con qualche pezzo che varrebbe un museo.
L'arte funeraria del Cimitero acattolico di Roma
Due assenze colpiscono più di ogni presenza. La prima: sulle lapidi non ci sono fotografie, secondo l'uso dei cimiteri anglosassoni. Niente volti in ceramica, niente ovali sbiaditi. La seconda: fino al 1870 mancavano anche le croci, e questo ha lasciato nella Parte Antica una sobrietà che le zone più tarde hanno perso. Al posto dei ritratti, le parole: gli epitaffi qui sono lunghi, letterari, spesso in versi, scritti da chi restava per chi partiva. Leggeteli. In nessun altro luogo di Roma il dolore privato è stato messo per iscritto con tanta cura e con tanta reticenza insieme.
La tomba di John Keats nel Cimitero acattolico di Roma
John Keats arrivò a Roma il 14 novembre 1820. Aveva lasciato Londra il 13 settembre e aveva già subito una quarantena rigidissima nel porto di Napoli per via di un'epidemia. Prese casa al numero 26 di piazza di Spagna, l'edificio a destra della scalinata di Trinità dei Monti dove oggi si trova la Keats Shelley Memorial House. Lo accompagnava il pittore Joseph Severn, che gli fece da infermiere fino all'ultimo giorno. La tubercolosi lo spense lentamente. Morì il 23 febbraio 1821: aveva venticinque anni. Fu sepolto tre giorni dopo nel Cimitero acattolico di Roma, ai piedi della Piramide di Caio Cestio.
Sulla lapide, per sua volontà, non c'è il suo nome. C'è una frase che ha fatto il giro del mondo: qui giace uno il cui nome fu scritto nell'acqua. Keats la dettò da moribondo, convinto di essere stato distrutto dalla critica e destinato all'oblio. Il paradosso è che quella frase lo ha reso immortale più di qualunque epigrafe celebrativa. Accanto, una lastra marmorea aggiunta dagli amici risponde con un'altra immagine: se il tuo caro nome fu scritto nell'acqua, ogni goccia è caduta dal volto di chi ti piange.
Il dettaglio della data sbagliata
C'è un particolare che quasi nessuna guida racconta e che vale il viaggio. Sulla tomba di Keats la data incisa è il 24 febbraio 1821, mentre le biografie indicano il 23. Non è un errore dello scalpellino: dipende dal modo romano di contare i giorni, diverso da quello inglese a cui era abituato Severn, che ordinò la lapide. Un fuso orario culturale, congelato nel marmo da due secoli.
Joseph Severn, l'amico che rimase
Joseph Severn (1793-1879) non tornò in Inghilterra. Restò a Roma, fece carriera, diventò console britannico in città e morì qui a ottantasei anni, cinquantotto anni dopo il ragazzo che aveva assistito. È sepolto accanto a Keats. Di tutte le storie di amicizia che questo cimitero conserva, questa è quella che regge meglio alla lettura: non un gesto, una vita intera passata a due passi dalla tomba dell'amico.
Percy Bysshe Shelley e le ceneri portate a Roma
Percy Bysshe Shelley annegò l'8 luglio 1822 al largo della costa versiliese, mentre riportava la sua imbarcazione, l'Ariel, verso Villa Magni a San Terenzo. Con lui morirono Edward Williams e il marinaio Charles Vivian. Una burrasca improvvisa, e basta. Mancava poco al suo trentesimo compleanno. I corpi tornarono a riva dieci giorni dopo, in punti diversi del litorale di Viareggio. Le norme sanitarie dell'epoca vietavano di seppellire i cadaveri recuperati dal mare, e così si dovette procedere alla cremazione: nell'agosto del 1822 Byron, Trelawny e Leigh Hunt organizzarono sulla spiaggia una cerimonia funebre di gusto greco, versando profumi, incenso e oli aromatici sul corpo.
Le ceneri furono portate a Roma e sepolte nel Cimitero acattolico, poco lontano da Keats. Sulla lastra sono incise due parole latine, Cor Cordium, cuore dei cuori, e tre versi della Tempesta di Shakespeare: nulla di lui si dissolve, ma subisce una metamorfosi marina per divenire qualcosa di ricco e strano. Un epitaffio scelto per un uomo morto in mare, con la nave che portava il nome dello spirito dell'aria della stessa commedia. Nella stessa area riposa anche il figlio William, morto a Roma nel 1819.
La leggenda del cuore
Resta la storia del cuore, che va raccontata per quello che è: una tradizione, confermata da Byron in una lettera, secondo cui l'organo sarebbe rimasto quasi intatto dopo la cremazione. Trelawny lo consegnò a Mary Shelley in una scatola di legno, insieme alle ceneri e alle ossa. Mary lo conservò fino alla propria morte, e il cuore fu poi sepolto in Inghilterra, a Bournemouth. Quindi no: al Cimitero acattolico di Roma il cuore di Shelley non c'è, e chi ve lo racconta davanti alla lapide vi sta vendendo folklore.

L'Angelo del Dolore, la scultura più copiata del Cimitero acattolico di Roma
Nella Zona Nuova, su una tomba di famiglia, giace un angelo di marmo a grandezza naturale, crollato in avanti sopra un altare, il viso nascosto fra le braccia, le ali abbandonate. Si chiama Angel of Grief, l'Angelo del Dolore, e il titolo completo voluto dall'autore è L'angelo del dolore che piange sull'altare smantellato della vita. Lo scolpì nel 1894 l'americano William Wetmore Story (1819-1895) per la tomba della moglie Emelyn. Story era un avvocato di Boston che aveva mollato il diritto per la scultura ed era diventato uno dei perni della colonia americana a Roma.
La rottura rispetto a tutta la scultura funeraria precedente è totale. L'angelo tradizionale indica il cielo, consola, veglia con compostezza. Questo non guarda nessuno, non consola nessuno, non regge nemmeno il proprio peso. Story lo spiegò con una frase che vale come dichiarazione di poetica: rappresenta quello che sento, rappresenta la prostrazione. Fu la sua ultima opera importante; i figli lo avevano spinto a scolpirla come terapia del lutto, e l'artista morì l'anno dopo. Sotto quel marmo riposano lui, Emelyn e il figlio Joseph.
Perché quell'angelo lo avete già visto
L'Angelo del Dolore è diventato una delle immagini più copiate al mondo. La replica più celebre è il Lathrop Memorial dell'Università di Stanford, del 1901, danneggiato dal terremoto di San Francisco del 1906 e restaurato nel 2001; un'altra è il Cassard Angel del Green Wood Cemetery di Brooklyn, intorno al 1908; altre variazioni si trovano in Texas, Louisiana, Mississippi e Massachusetts. Dall'arte funeraria l'immagine è passata alla cultura di massa: copertine di dischi di Evanescence, Nightwish e The Tea Party, e il cinema con The Woman in Black del 2012. Una fila di adolescenti in tutto il mondo ha appeso in cameretta la fotografia di una tomba romana senza sapere di chi fosse.
La mia opinione netta, da chi ci accompagna gruppi: davanti all'originale si capisce quanto le copie siano peggiori. Story ha lavorato il marmo in modo che il dorso dell'angelo assorba la luce e le ali la respingano, e questo funziona solo sotto il cielo di Roma, alle undici del mattino, con l'ombra dei cipressi che si muove. Le repliche sono corrette, e sono morte.
Gli italiani sepolti nel Cimitero acattolico di Roma
Il nome ufficiale lo dice: il Cimitero acattolico di Roma è destinato al riposo dei non cattolici stranieri, senza distinzione di nazionalità. Lo spazio è poco e il carattere del luogo va difeso, e per questo la sepoltura di italiani illustri viene concessa solo in via eccezionale, a chi per la cultura espressa in vita, straniera rispetto a quella dominante, per la qualità dell'opera o per le circostanze della propria esistenza sia stato in qualche modo straniero nel proprio paese. È una formula burocratica che a leggerla bene commuove: si entra qui per estraneità meritata.
Antonio Gramsci
Antonio Gramsci nacque ad Ales il 22 gennaio 1891 e morì a Roma il 27 aprile 1937 per un'emorragia cerebrale. Arrestato l'8 novembre 1926, condannato dal Tribunale speciale il 4 giugno 1928 a oltre vent'anni, era passato per Regina Coeli, Ustica, San Vittore, poi per la clinica Cusumano di Formia dal 7 dicembre 1933 e infine, dal 24 agosto 1935, per la clinica Quisisana di Roma. Aveva ottenuto la libertà condizionale il 25 ottobre 1934; la liberazione piena era fissata per il 20 aprile 1937. L'emorragia lo colpì il 25 aprile, due giorni dopo era morto. La salma fu cremata al Verano e le ceneri furono trasferite nell'estate del 1938 al Cimitero acattolico di Roma, dove si trovano ancora.
La concessione gli fu data perché aveva sposato una donna russa, Julca Schucht: motivazione formale, che copriva una scelta politica delicatissima in pieno fascismo. Nella vicenda ha un peso enorme la cognata Tatiana Schucht, che lo assistette per tutta la prigionia e che dopo la morte mise in salvo i Quaderni del carcere portandoli all'ambasciata sovietica. Senza di lei, uno dei libri di pensiero politico più letti del Novecento sarebbe finito in un archivio di polizia. La lapide di Gramsci è piccola, orizzontale, con l'urna e il nome: passa inosservata a chi non la cerca, ed è quasi sempre coperta di fiori e biglietti.
Carlo Emilio Gadda
Carlo Emilio Gadda, nato a Milano il 14 novembre 1893 e morto a Roma il 21 maggio 1973, riposa qui. Ingegnere di formazione, autore di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana del 1957, della Cognizione del dolore del 1963, dell'Adalgisa del 1944 e di Eros e Priapo del 1967, si era trasferito a Roma nel 1950 e aveva lavorato per i programmi culturali della RAI fino al 1955. Gli anni romani sono quelli della sua maturità assoluta. Che l'inventore del pasticciaccio riposi in un cimitero pieno di lingue diverse, dove ogni lapide parla un idioma suo, ha una coerenza che avrebbe apprezzato.
Dario Bellezza
Dario Bellezza (1944-1996), poeta, romanziere, drammaturgo e traduttore romano, fu lanciato da Pier Paolo Pasolini, che dopo Invettive e licenze del 1971 lo definì il miglior poeta della nuova generazione. Aveva esordito nel 1970 con L'innocenza, romanzo breve con prefazione di Alberto Moravia, e aveva proseguito con Lettere da Sodoma del 1972 e Il carnefice del 1973. Nel 1976 vinse il Premio Viareggio con la raccolta Morte segreta. Tradusse per Garzanti l'opera completa di Rimbaud e dal 1978 lavorò con Pellicanolibri, sostenendo autori come Anna Maria Ortese e Goliarda Sapienza. Quando nel 1995 divenne pubblica la sua sieropositività, subì una emarginazione pesante. Morì di AIDS il 31 marzo 1996, poche settimane dopo aver ottenuto la legge Bacchelli. Biancamaria Frabotta ha scritto che i suoi versi sono fra i più belli del Novecento italiano. La sua tomba, qui, è il luogo dove una parte della Roma letteraria degli anni Settanta va ancora a fare i conti con sé stessa.
Andrea Camilleri, Giorgio Napolitano e gli altri
Il 18 luglio 2019 furono portate qui le spoglie di Andrea Camilleri (1925-2019), che aveva chiesto una sepoltura laica e discreta. Nel 2023 è stato sepolto Giorgio Napolitano (1925-2023), undicesimo Presidente della Repubblica, e nel 2024 la moglie Clio Maria Bittoni (1934-2024), avvocata. Accanto a loro riposano il politico e scrittore Emilio Lussu (1890-1975) e la partigiana e scrittrice Joyce Salvadori Lussu (1912-1998); la scrittrice Luce d'Eramo (1925-2001); la poetessa Amelia Rosselli (1930-1996); il filosofo Antonio Labriola (1843-1904); il fisico nucleare Bruno Pontecorvo (1913-1993); l'attore Arnoldo Foà (1916-2014); la giornalista Miriam Mafai (1926-2012); lo storico dell'architettura Manfredo Tafuri (1935-1994); il regista Gualtiero Jacopetti (1919-2011); la stilista Simonetta Colonna di Cesarò (1922-2011); l'antropologo Alfonso Maria Di Nola (1926-1997); il critico musicale Gianni Borgna (1947-2014); il pittore Enrico Coleman (1846-1911); l'artista greco naturalizzato italiano Jannis Kounellis (1936-2017); il giornalista e scrittore Furio Colombo (1931-2025). Negli ultimi anni le nuove sepolture sono diventate rarissime anche per gli stranieri.
Gli stranieri illustri del Cimitero acattolico di Roma
August von Goethe, il figlio morto prima del padre
August von Goethe (1789-1830) era l'unico figlio sopravvissuto di Johann Wolfgang von Goethe e Christiane Vulpius. Dopo la morte della madre nel 1816 era diventato segretario e archivista del padre, di fatto subordinato a lui, in una condizione che lo logorò. Alla fine di aprile del 1830 partì per l'Italia con Johann Peter Eckermann, l'amico e biografo del padre: Francoforte, Basilea, Losanna, Milano, poi Venezia e la discesa verso Roma. Eckermann si ammalò a Milano e August proseguì da solo, subendo anche un incidente in carrozza nei pressi della Spezia. A Roma contrasse il vaiolo e morì nell'ottobre del 1830, a quarant'anni. Furono gli artisti tedeschi di Roma a occuparsi della sepoltura nel cimitero degli inglesi.
Sulla tomba c'è un ritratto a medaglione scolpito da Bertel Thorvaldsen, il massimo scultore neoclassico danese, e l'epitaffio latino dettato dal padre: GOETHE FILIVS PATRI ANTEVERTENS OBIIT ANNORVM XL MDCCCXXX, il figlio di Goethe, precedendo il padre, morì a quarant'anni. Sei parole per dire la cosa peggiore che possa capitare a un uomo. Goethe padre sarebbe morto meno di due anni dopo.
Pittori, scultori, architetti
Il Cimitero acattolico di Roma è una mappa della colonia artistica internazionale che abitò la città fra Settecento e Novecento. Ci sono il pittore russo Karl Pavlovic Brjullov (1799-1852), autore dell'Ultimo giorno di Pompei; il tedesco-danese Asmus Jacob Carstens (1754-1798), teorico del neoclassicismo disegnativo; il tedesco Carl Philipp Fohr (1795-1818), annegato nel Tevere a ventitré anni; lo svizzero Johann Jakob Frey (1813-1865); il tedesco Hans von Marées (1837-1887); lo statunitense William Stanley Haseltine (1835-1900); il pittore simbolista americano Elihu Vedder (1836-1923); lo scultore statunitense Richard Saltonstall Greenough (1819-1904); Franklin Simmons (1839-1913); il finlandese Johannes Takanen (1849-1885); lo scultore Hendrik Christian Andersen (1872-1940), al quale Roma ha dedicato un museo nella casa studio che abitò; il pittore e incisore Guido Colucci (1877-1949); il pittore italo-tedesco Hermann David Salomon Corrodi (1844-1905); la pittrice serba Milena Pavlovic Barili (1909-1945). E c'è l'architetto tedesco Gottfried Semper (1803-1879), il teorico dello stile che ha formato mezza architettura europea dell'Ottocento.
Scrittori, studiosi, diplomatici
Fra gli scrittori riposano qui lo scozzese Robert Michael Ballantyne (1825-1894), autore di romanzi d'avventura che ispirarono Stevenson; l'americano Richard Henry Dana Jr. (1815-1882), che con Due anni sottocoperta cambiò la letteratura di mare; la romanziera americana Constance Fenimore Woolson (1840-1894), amica di Henry James; l'inglese John Addington Symonds (1840-1893); il poeta tedesco Wilhelm Waiblinger (1804-1830); il danese Carsten Hauch (1790-1872); la scrittrice tedesca Malwida von Meysenbug (1816-1903), che ospitò Nietzsche e Wagner nel proprio salotto; il medico e scrittore svedese Axel Munthe (1857-1949), l'autore della Storia di San Michele; il poeta beat americano Gregory Corso (1930-2001); il coreografo e mimo britannico Lindsay Kemp (1938-2018), maestro di David Bowie e di Kate Bush; lo scrittore argentino Juan Rodolfo Wilcock (1919-1978); la poetessa francese Jacqueline Risset (1936-2014), traduttrice di Dante in francese; e Edward John Trelawny (1792-1881), l'avventuriero che organizzò il rogo di Shelley sulla spiaggia e che volle essere sepolto accanto a lui, sessant'anni dopo.
Gli studiosi fanno categoria a parte, e dicono quanto Roma sia stata capitale mondiale degli studi antichi: l'archeologo tedesco Walther Amelung (1865-1927), che riordinò le collezioni vaticane; lo storico Karl Julius Beloch (1854-1929); l'archeologo Adolf Klügmann (1837-1880); lo storico dell'arte Richard Krautheimer (1897-1994), autore del monumentale corpus delle basiliche cristiane di Roma; il filologo inglese Hugh Andrew Johnstone Munro (1819-1885); il musicologo americano Oliver Strunk (1901-1980); lo psicoanalista junghiano Ernst Bernhard (1896-1965), che introdusse Jung in Italia e curò una generazione di intellettuali romani. E poi i diplomatici: lo svedese Carl Bildt (1850-1931), il tedesco August Kestner (1777-1853), gli statunitensi Alexander Comstock Kirk (1888-1979) e George Frederick Reinhardt (1911-1971), il politico e ambientalista americano George Perkins Marsh (1801-1882), primo ministro degli Stati Uniti presso il Regno d'Italia.
Le tombe che spezzano il fiato
Non tutte le lapidi hanno un nome celebre, e le due più dure da leggere non ce l'hanno affatto. Una è quella di Rosa Bathurst, ragazza inglese annegata nel Tevere nel 1824 mentre cavalcava lungo il fiume: l'epitaffio racconta la disgrazia per esteso, con la precisione atroce dell'Ottocento. L'altra è quella di Dirk Hamer (1959-1978), ragazzo tedesco colpito da un colpo d'arma da fuoco e morto dopo mesi di agonia, sepolto accanto alla madre Sigrid. Nella nicchia ricavata dentro le Mura Aureliane si trova la tomba di Elisabeth Wegener Passarge. Sono queste, più dei poeti, a spiegare che cosa sia un cimitero.
La Piramide Cestia che domina il Cimitero acattolico di Roma
Il monumento che chiude la vista dalla Parte Antica è il sepolcro di Gaio Cestio Epulone, costruito fra il 18 e il 12 avanti Cristo. Cestio era membro del collegio dei septemviri epulones, i sacerdoti che curavano i banchetti sacri, e il suo testamento imponeva agli eredi di completare la tomba in trecentotrenta giorni, pena la decadenza dell'eredità: la piramide fu finita nei termini. Misura 36,40 metri di altezza su una base quadrata di circa trenta metri di lato, ed è costruita in calcestruzzo con paramento in laterizio e rivestimento di marmo di Carrara. La camera sepolcrale interna misura 5,95 per 4,10 metri, alta 4,80.
L'angolo è molto più ripido di quello delle piramidi egizie, e la ragione è tecnica: il calcestruzzo romano consentiva pendenze impossibili alla pietra da taglio, e quindi più altezza a parità di materiale. La moda egizia era esplosa a Roma dopo il 30 avanti Cristo, quando l'Egitto era diventato provincia romana: Cestio si fece costruire un monumento alla moda del momento, e il momento è durato duemila anni. Nel III secolo la piramide fu inglobata come bastione nelle Mura Aureliane, e proprio questo la salvò: murata dentro la cinta, non venne spogliata del marmo come quasi tutti gli altri monumenti antichi. Nel 2015 un restauro da due milioni di euro finanziato dall'imprenditore giapponese Yuzo Yagi le ha restituito il bianco. Per la visita all'interno e per la storia completa del monumento, la pagina dedicata è quella della Piramide Cestia.
Le Mura Aureliane intorno al Cimitero acattolico di Roma
Il muro di mattoni che chiude il cimitero sul lato lungo è la cinta fatta costruire dall'imperatore Aureliano fra il 270 e il 275 dopo Cristo e rifinita sotto Probo intorno al 279. Il circuito originario misurava circa 19 chilometri, dei quali oggi ne restano in piedi 12,5. L'altezza iniziale era di sei-otto metri, quasi raddoppiata a dieci metri e mezzo-quindici durante i lavori di Onorio, condotti dal generale Stilicone intorno al 403, che aggiunsero un camminamento interno doppio. Le torri rettangolari erano 381, una ogni trenta metri circa, e le porte principali quattordici.
Per risparmiare tempo e denaro, le Mura Aureliane inglobarono tutto ciò che si trovava sul tracciato: l'Anfiteatro Castrense, i castra praetoria, gli acquedotti e, appunto, la Piramide Cestia. Qui accanto si apre Porta San Paolo, l'antica Porta Ostiensis, da cui partiva la via per Ostia. Camminando fra le tombe della Zona Nuova si tocca con gli occhi il paramento romano originale, con i rialzamenti di età diversa leggibili a occhio nudo nelle linee di mattoni. Chi vuole seguire il circuito per intero trova il racconto completo nella pagina delle Mura Aureliane, e la storia della strada antica nel Museo della via Ostiense, ospitato proprio dentro le torri di Porta San Paolo.
I gatti del Cimitero acattolico di Roma
I gatti sono parte del luogo quanto i cipressi. Passeggiano indisturbati fra le lapidi, dormono sui marmi tiepidi, si lasciano guardare e raramente toccare, e nel colpo d'occhio generale contribuiscono a quel carattere che nessun altro cimitero romano ha: prato verde, cipressi centenari, la piramide bianca che svetta oltre la recinzione di mura romane, lapidi scritte in tutte le lingue del mondo e un gatto arancione sdraiato in mezzo. Sono accuditi da volontari, come accade in tutte le colonie feline romane riconosciute dalla legge regionale, e il patto con i visitatori è semplice: si fotografano, non si nutrono, non si prendono in braccio.
Il rapporto fra Roma e i suoi gatti nei luoghi archeologici ha una storia lunga e una sua istituzione più celebre, il Santuario dei gatti di Largo Argentina. Qui però il tono è diverso: nessuna gabbia, nessun recinto, nessun banco di adozioni. I gatti del Cimitero acattolico di Roma abitano un giardino chiuso, e hanno l'aria di saperlo.
Il verde del Cimitero acattolico di Roma
Botanicamente il posto è una rarità. Ci sono i cipressi mediterranei piantati nell'Ottocento, oggi altissimi, che reggono la scena verticale; melograni, che in tarda estate portano frutti rossi sopra le lapidi; rose antiche, allori, viole, e un prato tenuto rasato che nella Parte Antica diventa il pavimento stesso del cimitero. In primavera la fioritura è una cosa che va vista: nessun giardino storico romano ha questo contrasto fra marmo bianco e verde acceso. Gli agrifogli che nel primo Ottocento erano l'unica vegetazione ci sono ancora, in alcuni punti del recinto antico.
Chi ama i giardini romani ha, a dieci minuti da qui risalendo l'Aventino, il Giardino degli Aranci, e poco oltre il Roseto di Roma, che è aperto solo in due finestre stagionali. Un pomeriggio che cucia i tre luoghi è uno dei migliori itinerari verdi della città, e quasi nessuno lo fa.
Domande frequenti su Cimitero acattolico di Roma
Dove si trova il Cimitero acattolico di Roma?
Il Cimitero acattolico di Roma si trova in via Caio Cestio 6, nel rione Testaccio, addossato alle Mura Aureliane e alla Piramide di Caio Cestio, a pochi passi da Porta San Paolo e da piazzale Ostiense. È raggiungibile con la metro B, fermata Piramide, a tre minuti a piedi, e nello stesso nodo arrivano anche la ferrovia Roma Lido, il tram 3 e diverse linee di autobus.
Quanto costa visitare il Cimitero acattolico di Roma?
Non esiste un vero biglietto per il Cimitero acattolico di Roma: all'ingresso si lascia un contributo destinato alla manutenzione del luogo, che non riceve finanziamenti pubblici italiani e si regge sulle rappresentanze straniere e sulle offerte dei visitatori. L'importo suggerito e le eventuali riduzioni sono indicati sul sito ufficiale del cimitero.
Chi è sepolto nel Cimitero acattolico di Roma?
Nel Cimitero acattolico di Roma riposano il poeta John Keats, arrivato a Roma il 14 novembre 1820 e morto poco dopo, e le ceneri di Percy Bysshe Shelley, annegato l'8 luglio 1822 al largo della costa versiliese. Il cimitero è destinato ai non cattolici stranieri, senza distinzione di nazionalità, mentre la sepoltura di italiani illustri viene concessa solo in via eccezionale.
Si possono scattare fotografie nel Cimitero acattolico di Roma?
Sì, le fotografie personali sono ammesse nel Cimitero acattolico di Roma, mentre i servizi fotografici professionali e le riprese video seguono regole diverse da verificare con la direzione. In generale, trattandosi di un cimitero attivo con sepolture recenti e famiglie in visita, si parla a bassa voce, si spengono le suonerie e non si mangia, non si beve e non si fanno picnic sul prato.
Il Cimitero acattolico di Roma è adatto a una visita con i bambini?
Sì, funziona a due condizioni: la prima è preparare il terreno, spiegando prima di entrare che si tratta di un cimitero con famiglie in visita e che si parla piano; la seconda è dare un compito, ad esempio chiedere ai bambini che sanno leggere di individuare quante lingue diverse riconoscono sulle lapidi. Ai più piccoli bastano i gatti che vivono fra le tombe e la Piramide sullo sfondo.
Quanto tempo serve per visitare il Cimitero acattolico di Roma?
Il giro completo del Cimitero acattolico di Roma si fa in circa quaranta minuti, ma il consiglio è di arrivare la mattina presto, appena aperto, in un giorno feriale, e sedersi anche solo un'ora sulla panchina della Parte Antica davanti alla Piramide: qui il tempo di sosta conta più del tempo di percorrenza.
Qual è il periodo migliore per visitare il Cimitero acattolico di Roma?
Il periodo migliore è la primavera, fra marzo e maggio, quando il prato della Parte Antica è al massimo del suo verde e i melograni non hanno ancora fruttificato mentre tutto il resto fiorisce. Il secondo periodo consigliato è ottobre, con la luce bassa e i colori caldi sulle mura di mattoni. L'estate, in una conca senza vento, è dura anche con l'ombra dei cipressi.
Come si visita il Cimitero acattolico di Roma
Le regole di visita del Cimitero acattolico di Roma
Vale la pena ripeterlo perché ogni anno qualcuno se lo dimentica. Questo è un cimitero attivo, con sepolture recenti e famiglie che vengono a trovare i propri morti. Si parla a bassa voce, si spengono le suonerie, non si mangia, non si beve, non si fuma, non si fanno picnic sul prato, non si corre. Le fotografie personali sono ammesse; i servizi fotografici, le riprese video professionali e i droni no, e vanno concordati con l'amministrazione. Non si sale sui muri, non si spostano oggetti lasciati sulle tombe, non si raccolgono fiori. Ai bambini si spiega prima dove si entra: qui funziona, se lo si fa bene.
Quanto dura la visita al Cimitero acattolico di Roma
Una visita rapida, con Keats, Shelley, l'Angelo del Dolore e Gramsci, si esaurisce in quaranta minuti. Una visita fatta bene, leggendo gli epitaffi e girando i settori della Zona Nuova, chiede un'ora e mezza. Chi viene per la fotografia ne impiega due, perché la luce cambia in fretta fra i cipressi. Senza una mappa dei settori si passa accanto a Gramsci senza vederlo: la sua lastra è bassa, orizzontale e per nulla appariscente.
Visite guidate al Cimitero acattolico di Roma
Il cimitero organizza visite guidate proprie e ne indica i riferimenti sul sito ufficiale. Chi preferisce un accompagnamento professionale, in italiano o in inglese, e vuole cucire questo luogo con la Piramide, il Testaccio e l'Aventino in una mattinata sola, trova le guide e gli accompagnatori abilitati del network di TourLeaderPro a Roma, che lavorano su itinerari costruiti su misura per gruppi privati e aziendali. Per un preventivo o per una richiesta specifica si scrive dalla pagina contatti di TourLeaderPro.
L'accessibilità del Cimitero acattolico di Roma
La Parte Antica è pianeggiante e raggiungibile. La Zona Nuova è in pendenza, con vialetti stretti, ghiaia in alcuni tratti, gradini e terrazzamenti: chi si muove in sedia a rotelle vedrà bene una porzione del cimitero e non tutta. Conviene scrivere all'amministrazione prima della visita per farsi indicare il percorso migliore.
Una curiosità su Cimitero acattolico di Roma
La curiosità vera non è la tomba di Keats, che ormai è in ogni guida. È il fatto che la frase più famosa del cimitero sia stata scritta per essere dimenticata. John Keats dettò il proprio epitaffio da moribondo, nel febbraio del 1821, e pretese che sulla lapide non comparisse il suo nome: qui giace uno il cui nome fu scritto nell'acqua. Era una resa. Le stroncature dei critici lo avevano convinto di essere un fallimento letterario, e volle una pietra che dicesse al mondo che di lui non sarebbe rimasto niente. Gli amici, Joseph Severn e Charles Brown, obbedirono alla lettera e disobbedirono nella sostanza: aggiunsero sopra la frase una lira greca con le corde spezzate e un'epigrafe che spiegava il contesto, scaricando la colpa sui critici inglesi. Severn se ne pentì per il resto della vita e avrebbe voluto togliere quella spiegazione.
Il risultato è che sulla lapide più letta del Cimitero acattolico di Roma convivono due volontà opposte: quella del poeta, che voleva sparire, e quella degli amici, che volevano incolpare qualcuno. Ed è precisamente quella pietra senza nome ad aver portato qui, in due secoli, milioni di persone. Se vi serve una lezione sull'imprevedibilità della fama, è scolpita in marmo a tre metri dal muro di cinta. Aggiungete il dettaglio della data: 24 febbraio contro il 23 delle biografie, per via del diverso modo di contare i giorni fra Roma e l'Inghilterra. Un poeta che voleva essere anonimo, con l'epitaffio sbagliato e la data sbagliata, è diventato il motivo per cui esiste un turismo letterario a Testaccio.
Una cosa che non ti dice nessuno su Cimitero acattolico di Roma
Che questo cimitero non è mai stato concesso da nessuno. È la cosa che stupisce di più i gruppi, e che smonta la narrazione consolatoria del papa illuminato che regala un pezzo di prato ai protestanti. Non ci fu alcun atto di concessione, nessuna bolla, nessun rescritto. Ci fu, nel 1671, una delibera del Sant'Uffizio che si limitava a evitare ai non cattolici morti in città l'onta della sepoltura nel campo del Muro Torto insieme alle prostitute e ai peccatori. Il resto lo fecero gli interessati, seppellendo di notte, di nascosto, in un terreno pubblico dove pascolavano le pecore, senza lapidi per i primi decenni, e contando sul fatto che nessuno avesse voglia di occuparsene.
Il sepolcreto si sviluppò quindi senza riconoscimento ufficiale, e solo sul finire del Settecento le autorità presero a occuparsene, affidando funzioni ai Conservatori del Campidoglio e, sul versante ecclesiastico, al Vicario di Roma e al Vicegerente. Controlli blandissimi. Un custode vero arrivò solo negli anni Venti dell'Ottocento. La seconda parte di questa storia è ancora meno nota: il motivo per cui nessuno protestò è che ai cattolici romani un cimitero all'aperto non interessava affatto. La sepoltura di prestigio era dentro la chiesa, sotto il pavimento, vicino all'altare; finire nella nuda terra era considerato un ripiego, non un privilegio. Il Cimitero acattolico di Roma è nato nell'indifferenza, ed è questa indifferenza ad avergli permesso di diventare quello che è.
Il consiglio che ti do per visitare Cimitero acattolico di Roma
Venite la mattina presto, appena aperto, in un giorno feriale, e portatevi un libro. Non lo dico per posa: questo è uno dei pochissimi luoghi di Roma in cui il tempo di sosta conta più del tempo di percorrenza. Il giro completo lo fate in quaranta minuti e uscite con niente; se vi sedete un'ora sulla panchina della Parte Antica, con la Piramide davanti, uscite con qualcosa. La luce migliore per la Zona Nuova è fra le dieci e mezzogiorno, quando i cipressi proiettano ombre lunghe sui marmi e l'Angelo del Dolore prende il taglio di luce per cui è stato scolpito.
Secondo consiglio, pratico. Stabilite prima tre tombe da cercare, non venti: il cimitero è piccolo ma densissimo, e la modalità caccia al tesoro rovina tutto. Terzo: abbinatelo bene. Il Cimitero acattolico di Roma da solo è una mezza mattinata; con la Piramide, Porta San Paolo, il Monte dei Cocci e il Mercato di Testaccio diventa una giornata piena e coerente, tutta a piedi, senza mai prendere un mezzo. Quarto, e vale doppio: evitate il sabato pomeriggio e i giorni di pioggia. Con l'erba bagnata la Parte Antica diventa scivolosa e i vialetti della Zona Nuova si fanno fangosi. Quinto: se avete solo un'ora e dovete scegliere fra qui e le catacombe di Roma, sappiate che sono esperienze opposte. Là si scende, qui si resta all'aperto: chi soffre gli spazi chiusi ha qui la sua alternativa naturale.
Ultimo consiglio, il più importante. Non venite a caccia di brividi. Non c'è niente di macabro in questo posto, e chi lo cerca lo trova brutto. È un giardino con delle iscrizioni bellissime, dentro cui certe persone piangono ancora i propri morti: il rispetto non è una formalità del regolamento, è la condizione per capirci qualcosa.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Che qui sia sepolto Percy Bysshe Shelley lo sanno in molti. Che qui non ci sia il suo cuore lo sanno in pochissimi, e quasi nessuno racconta che cosa accadde davvero sulla spiaggia di Viareggio. Shelley annegò l'8 luglio 1822 al largo della costa toscana mentre riportava l'Ariel verso San Terenzo, con Edward Williams e il marinaio Charles Vivian. I corpi riemersero dieci giorni dopo. Le norme sanitarie vietavano di seppellire chi era stato recuperato dal mare, e allora Byron, Trelawny e Leigh Hunt organizzarono nell'agosto del 1822 una cremazione sulla spiaggia, con incenso, profumi e oli aromatici versati sul corpo, in una messinscena di gusto greco che Trelawny raccontò poi per tutta la vita.
Le ceneri arrivarono a Roma e furono deposte nel Cimitero acattolico, sotto una lastra con incise due parole, Cor Cordium, e tre versi della Tempesta di Shakespeare sulla metamorfosi marina. Il cuore, secondo una tradizione confermata da Byron in una lettera, sarebbe rimasto quasi intatto: Trelawny lo consegnò a Mary Shelley dentro una scatola di legno, insieme a ceneri e ossa, e Mary lo tenne con sé fino alla propria morte. Fu sepolto in Inghilterra, a Bournemouth. Qui riposa invece, nella stessa area, il figlio William, morto a Roma nel 1819 a tre anni: fu quel lutto a legare gli Shelley a questo prato, prima ancora che il padre ci finisse. E c'è un terzo capitolo che nessuno cita: Edward John Trelawny, l'uomo del rogo, comprò subito il posto accanto a quello dell'amico e ci fu sepolto nel 1881, cinquantanove anni dopo. Aveva ottantotto anni e aveva aspettato mezzo secolo per stendersi lì.
La foto giusta da fare a Cimitero acattolico di Roma
La fotografia che vale è una sola, e non è la tomba di Keats. Mettetevi nella Parte Antica, sul bordo del prato, abbassatevi fino all'altezza delle lapidi e inquadrate in verticale: in primo piano l'erba con due o tre pietre chiare, al centro la fila dei cipressi, in alto a destra il vertice bianco della Piramide di Caio Cestio che spunta oltre il muro romano. Dentro un solo fotogramma ci sono duemila anni: il sepolcro di un sacerdote augusteo, le Mura Aureliane del III secolo, un cimitero settecentesco e un gatto. Con la luce del mattino il marmo della piramide diventa quasi azzurro, e i cipressi restituiscono la profondità che a mezzogiorno si perde.
La seconda fotografia possibile è l'Angelo del Dolore, ed è più difficile di quanto sembri. Frontale non funziona: l'angelo si appiattisce e sembra una cartolina. Giratevi di tre quarti sulla destra, appoggiate l'inquadratura sulla diagonale delle ali e tenete il volto nascosto dentro il braccio, così come Story lo ha scolpito. Niente flash, mai. La terza, per chi ama il dettaglio: le iscrizioni in cirillico e in greco della Zona Nuova, fotografate con il muro di mattoni sfocato dietro. Regole non negoziabili: niente treppiede in mezzo ai vialetti, niente droni, niente riprese di funerali o di persone in visita alle tombe di famiglia, niente ritratti posati fra le sepolture. Un cimitero fotografato bene è un cimitero in cui nessuno si è accorto che stavate fotografando.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il primo avvenimento è il 1671, quando la delibera del Sant'Uffizio aprì la strada alle sepolture acattoliche sotto la Piramide evitando ai non cattolici il campo del Muro Torto. Il secondo è il 1738, con la morte dello studente di Oxford Langton, caduto da cavallo a venticinque anni: la sua è una delle prime memorie sepolcrali del luogo, e la sua tomba tornò alla luce durante gli scavi del 1928 presso la Piramide Cestia, con l'iscrizione intatta che oggi si legge sulla lapide. Il terzo è il 1803, quando Wilhelm von Humboldt, ministro di Prussia presso la Santa Sede, ottenne un appezzamento per la propria famiglia e vi seppellì un figlio: di quel recinto privato restano alcuni pilastri, oggi inglobati nell'area cimiteriale.
Il 1821 porta due fatti nello stesso anno. A febbraio la sepoltura di John Keats, tre giorni dopo la morte, con il funerale all'alba. E la vicenda di Sir Walter Synod, che ottenne di seppellire la figlia in pieno giorno e si fece scortare da un drappello di guardie per prevenire le incursioni dei fanatici. Il 1822 è l'anno di Shelley, con le ceneri arrivate da Viareggio. Il 1824 vede lo scavo del fossato attorno alla parte antica e la morte di Rosa Bathurst, annegata nel Tevere, il cui epitaffio è uno dei più letti del cimitero. Nell'ottobre del 1830 muore di vaiolo a Roma August von Goethe, e sono gli artisti tedeschi della città a occuparsi della sepoltura; Thorvaldsen scolpisce il medaglione, il padre detta l'epitaffio latino.
Il 1870 cambia le regole: con la fine del potere temporale cadono i divieti di apporre croci e iscrizioni. Il 1894 è l'anno in cui William Wetmore Story scolpisce l'Angelo del Dolore per la moglie Emelyn, l'ultima opera della sua vita. Nel 1918 vengono vietate le inumazioni. Nell'estate del 1938 arrivano le ceneri di Antonio Gramsci, morto il 27 aprile 1937, portate qui dal Verano. Il 18 luglio 2019 vi sono portate le spoglie di Andrea Camilleri. Nel 2023 viene sepolto Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica, e nel 2024 la moglie Clio Maria Bittoni. Fra un fatto e l'altro corrono tre secoli e mezzo di storia europea, tutti dentro un ettaro di prato.
Chi è passato da Cimitero acattolico di Roma
Prima ancora di chi vi riposa, contano quelli che ci sono passati da vivi. Ci passò Percy Bysshe Shelley nel 1819, per seppellire il figlio William, morto a Roma a tre anni: tornò tre anni dopo, ridotto in cenere, e fu deposto nella stessa area. Ci passò Edward John Trelawny, l'avventuriero che aveva organizzato il rogo sulla spiaggia di Viareggio nell'agosto del 1822 insieme a Byron e a Leigh Hunt: comprò il posto accanto all'amico e tornò a occuparlo nel 1881, a ottantotto anni. Ci passò Joseph Severn, il pittore che aveva assistito Keats fino all'ultimo respiro nella casa di piazza di Spagna: restò a Roma per il resto della vita, arrivò a fare il console britannico in città e fu sepolto accanto al poeta nel 1879, cinquantotto anni dopo.
Ci passarono gli artisti tedeschi della Roma del 1830, che si occuparono della sepoltura di August von Goethe morto di vaiolo, e ci passò Bertel Thorvaldsen, che per quella tomba scolpì il medaglione con il ritratto. Ci passò Johann Peter Eckermann, il compagno di viaggio che aveva dovuto fermarsi malato a Milano. Ci passarono generazioni di viaggiatori del Grand Tour, per i quali il cimitero degli inglesi sotto la Piramide era una sosta prevista quanto il Foro, e ci passano oggi le rappresentanze diplomatiche straniere che del cimitero hanno la custodia e ne dividono la manutenzione.
Nel Novecento il passaggio diventa politico e letterario insieme, e ha un nome sopra tutti: Pier Paolo Pasolini. Davanti alla tomba di Gramsci scrisse Le ceneri di Gramsci, il poemetto che dà il titolo alla raccolta pubblicata da Garzanti nel 1957 e premiata quell'anno al Viareggio. È costruito come un dialogo immaginario con il morto, in terzine dantesche piegate alla lezione pascoliana, e dentro ci sono il cimitero, la piramide e le sere del Testaccio con i ragazzi che giocano. Chi ha letto quei versi cammina su questo prato in un altro modo, e se ne accorge subito. Ci passa poi chi cerca Gregory Corso, il poeta della Beat Generation che ha voluto finire in questo prato accanto ai romantici inglesi; chi cerca Lindsay Kemp, il coreografo che formò David Bowie e Kate Bush; chi cerca Dario Bellezza e con lui la Roma letteraria degli anni Settanta. E ci passano ogni giorno gli studenti di letteratura inglese, i romani che vengono a leggere in pace e chi arriva da lontano a trovare un nome di famiglia su una lapide scritta in una lingua che a Roma quasi nessuno legge.

Il rione Testaccio intorno al Cimitero acattolico di Roma
Il rione ventesimo prende nome dal Monte Testaccio, la collina artificiale alta trentacinque metri formata da cocci di anfore: circa venticinque milioni di contenitori accumulati nei secoli e provenienti dall'Emporium, il porto fluviale che riceveva marmo, grano e vino da Ostia. Le merci risalivano il Tevere su chiatte trainate da bufali fino al 1842, quando arrivò il vapore. Le anfore vuote venivano spezzate, impilate in formazioni piramidali e coperte di calce per evitare i cattivi odori della fermentazione. Nelle grotte scavate dentro quel monte di cocci si conservava il vino, e ci si conserva ancora.
Dopo il 1870 il piano regolatore destinò l'area alle attività industriali, e Testaccio diventò un quartiere operaio pianificato, caso unico a Roma di urbanizzazione programmata: case per i lavoratori, ferrovia, mattatoio, officina del gas, mercati generali. Dagli anni Sessanta le industrie hanno chiuso una dopo l'altra e gli spazi si sono riconvertiti: l'ex mattatoio ospita il museo e le aule universitarie, la centrale elettrica di via Ostiense è diventata la Centrale Montemartini, dove le statue antiche convivono con i motori diesel, e i mercati generali si sono spostati fuori città. Resta un rione popolare vero, legato alla Roma calcistica e continuamente usato dal cinema italiano. La storia del quartiere raccontata strada per strada è nel Museo diffuso del rione Testaccio.
Che cosa vedere vicino al Cimitero acattolico di Roma
Nel raggio di dieci minuti a piedi c'è più materia di quanta se ne trovi in molti centri storici interi. La Piramide Cestia è addossata al muro del cimitero. Porta San Paolo, l'antica Porta Ostiensis, ospita il Museo della via Ostiense dentro le torri. Il Monte dei Cocci è a cinque minuti, con le sue grotte e le sue cantine. Il Nuovo Mercato Testaccio è il posto giusto per mangiare a metà mattina o a pranzo, senza spendere e senza trappole. Risalendo l'Aventino si arriva alla Basilica di Santa Sabina, con la porta lignea del V secolo, e al Giardino degli Aranci. Scendendo verso il Tevere e poi verso nord si apre il Circo Massimo.
Andando invece verso sud lungo la via Ostiense si incontrano la Centrale Montemartini e, più lontano, la Basilica di San Paolo fuori le Mura. Chi vuole confrontare questo cimitero con l'altro grande camposanto monumentale della città può salire al Cimitero del Verano, a San Lorenzo: due modi opposti di trattare la morte, l'uno intimo e orizzontale, l'altro monumentale e verticale. Per l'arte contemporanea, il MACRO di via Nizza tiene il filo con la Roma di oggi.
Quando andare al Cimitero acattolico di Roma
Il periodo migliore è la primavera, fra marzo e maggio, quando il prato della Parte Antica è al massimo e i melograni non hanno ancora fruttificato ma tutto il resto fiorisce. Il secondo periodo è ottobre, con la luce bassa e i colori caldi sulle mura di mattoni. L'estate romana qui è dura: il cimitero ha ombra ma il caldo di luglio e agosto, in una conca senza vento, si sente tutto, e conviene andarci appena aperto. L'inverno ha il vantaggio del vuoto assoluto: con il freddo, nei giorni feriali, si è quasi soli, e il posto guadagna moltissimo.
Chi arriva dall'estero e ragiona in inglese trova l'inquadramento generale della città nella guida best things to do in Rome e, se ha tre giorni contati, nell'itinerario Rome in 3 days di ItalyPlanner: il Cimitero acattolico di Roma entra bene nella mezza giornata dedicata all'Aventino e a Testaccio.
Il momento peggiore è il fine settimana di metà giornata in alta stagione, quando i gruppi organizzati si accavallano nella Parte Antica e il silenzio va a farsi benedire. Gli orari e i giorni di chiusura sono indicati sul sito ufficiale del cimitero: cambiano nel corso dell'anno e vanno controllati prima di partire, perché una porta chiusa dopo un viaggio a Testaccio è una giornata rovinata per niente.
Il Cimitero acattolico di Roma con i bambini
Funziona, a due condizioni. La prima è preparare il terreno: si spiega prima di entrare che è un cimitero, che ci sono famiglie in visita e che si parla piano. La seconda è dare un compito. Ai bambini che leggono si chiede di trovare quante lingue diverse riescono a riconoscere sulle lapidi, ed è un gioco che tiene venti minuti buoni e che insegna qualcosa di vero sull'Europa. Ai più piccoli bastano i gatti e la piramide. La storia di Keats, poeta morto a venticinque anni che volle una tomba senza nome, funziona benissimo sopra i dieci anni, e quella di August von Goethe, figlio morto prima del padre famoso, lascia il segno sugli adolescenti. Non è un posto per passeggini agili: la Zona Nuova ha vialetti stretti e ghiaia.
Quanto costa visitare il Cimitero acattolico di Roma
Non esiste un biglietto nel senso classico: all'ingresso si lascia un contributo destinato alla manutenzione del luogo, che non ha finanziamenti pubblici italiani e si regge sulle rappresentanze straniere e sulle offerte dei visitatori. L'importo suggerito, le eventuali riduzioni e le modalità per le visite guidate sono indicati sul sito ufficiale del cimitero. Un consiglio da chi ci lavora accanto: lasciate qualcosa in più di quanto avreste pagato per un biglietto. Un prato rasato, cipressi curati, marmi restaurati e una guardiania continua costano, e senza quelle offerte un patrimonio del genere si degrada in fretta.
Domande veloci su Cimitero acattolico di Roma
Dove si trova il Cimitero acattolico di Roma
In via Caio Cestio 6, nel rione Testaccio, addossato alle Mura Aureliane e alla Piramide di Caio Cestio, a pochi passi da Porta San Paolo e da piazzale Ostiense.
Come si arriva al Cimitero acattolico di Roma con i mezzi
Metro B, fermata Piramide, tre minuti a piedi. Nello stesso nodo arrivano la ferrovia Roma Lido, il tram 3 a piazzale Ostiense e diverse linee di autobus ATAC. Da Termini sono una decina di minuti di metropolitana.
Quanto costa entrare al Cimitero acattolico di Roma
Non si acquista un biglietto: si lascia un'offerta per la manutenzione. L'importo suggerito è indicato sul sito ufficiale del cimitero.
Quali sono gli orari del Cimitero acattolico di Roma
Gli orari variano nel corso dell'anno e l'ultimo ingresso è anticipato rispetto alla chiusura. Il calendario aggiornato, compresi i giorni di chiusura, è pubblicato sul sito ufficiale del cimitero e va verificato prima della visita.
Serve prenotare per visitare il Cimitero acattolico di Roma
Per la visita individuale no. Per i gruppi, per le visite guidate e per le ricerche d'archivio sulle sepolture conviene invece scrivere in anticipo all'amministrazione del cimitero.
Quanto dura la visita al Cimitero acattolico di Roma
Da quaranta minuti per il giro essenziale a un'ora e mezza per una visita fatta con calma. Chi fotografa ci mette due ore.
Si possono fare fotografie al Cimitero acattolico di Roma
Le fotografie personali sono ammesse, senza flash e senza invadere le tombe di famiglia. Servizi fotografici professionali, riprese video e droni vanno concordati con l'amministrazione.
Il Cimitero acattolico di Roma è accessibile in sedia a rotelle
La Parte Antica, pianeggiante, sì. La Zona Nuova è terrazzata, con vialetti stretti, ghiaia e gradini, e resta in buona parte difficile. Conviene contattare l'amministrazione prima di andare.
Dove si trova la tomba di John Keats
Nella Parte Antica, il prato aperto sotto la Piramide, accanto a quella di Joseph Severn. La lapide non porta il nome del poeta, ma la frase sul nome scritto nell'acqua.
Che cosa c'è scritto sulla tomba di Keats
Qui giace uno il cui nome fu scritto nell'acqua, l'epitaffio voluto da Keats stesso, sormontato da una lira greca con le corde spezzate. La data incisa è il 24 febbraio 1821, mentre la morte avvenne il 23.
Dove sono sepolte le ceneri di Shelley
Nel Cimitero acattolico di Roma, con l'epitaffio Cor Cordium e tre versi della Tempesta di Shakespeare. Il cuore invece fu conservato da Mary Shelley e sepolto in Inghilterra, a Bournemouth.
È vero che nel Cimitero acattolico di Roma c'è il cuore di Shelley
No. È una confusione diffusa: qui riposano le ceneri e le ossa, il cuore rimase a Mary Shelley e finì in Inghilterra.
Dove si trova la tomba di Antonio Gramsci
Nella parte bassa del cimitero, con una lastra orizzontale sobria e un'urna. Le ceneri vi furono trasferite dal Verano nell'estate del 1938.
Perché Gramsci è sepolto in un cimitero acattolico
Perché la concessione fu resa possibile dal matrimonio con una donna russa, Julca Schucht, secondo il criterio che apre il cimitero agli italiani in qualche modo stranieri nel proprio paese.
Chi sono gli italiani sepolti nel Cimitero acattolico di Roma
Fra gli altri Antonio Gramsci, Carlo Emilio Gadda, Dario Bellezza, Emilio Lussu e Joyce Salvadori Lussu, Luce d'Eramo, Amelia Rosselli, Antonio Labriola, Bruno Pontecorvo, Arnoldo Foà, Miriam Mafai, Manfredo Tafuri, Andrea Camilleri e Giorgio Napolitano.
Dov'è l'Angelo del Dolore
Nella Zona Nuova, sulla tomba della famiglia Story. Lo scolpì William Wetmore Story nel 1894 per la moglie Emelyn, e vi riposano lui, la moglie e il figlio Joseph.
Quanti gatti ci sono nel Cimitero acattolico di Roma
Il numero cambia di continuo. Sono accuditi da volontari e vivono liberi fra le tombe: si guardano e si fotografano, non si nutrono e non si prendono in braccio.
Ci sono ancora nuove sepolture nel Cimitero acattolico di Roma
Rarissime. Le inumazioni sono vietate dal 1918 e lo spazio disponibile è quasi esaurito: le concessioni sono eccezionali anche per gli stranieri.
Che differenza c'è fra il Cimitero acattolico di Roma e il Verano
Il Verano è il grande cimitero monumentale comunale, vastissimo e verticale, con cappelle e edicole. Questo è un ettaro scarso di prato e cipressi, orizzontale, internazionale e non cattolico. Sono due idee opposte della morte e della memoria.
Si può entrare con il cane al Cimitero acattolico di Roma
Meglio non contarci: nel recinto vive una popolazione di gatti liberi e il luogo resta un cimitero in attività. Le regole di visita sono indicate sul sito ufficiale del cimitero.
È adatto ai bambini il Cimitero acattolico di Roma
Sì, se preparati. Funzionano il riconoscimento degli alfabeti sulle lapidi, i gatti e la sagoma della Piramide. Non è un luogo per correre né per passeggini ingombranti.
Qual è il periodo migliore per visitare il Cimitero acattolico di Roma
La primavera, fra marzo e maggio, e poi ottobre. D'estate conviene arrivare all'apertura; d'inverno, nei giorni feriali, si è quasi soli.
Che cosa vedere vicino al Cimitero acattolico di Roma
La Piramide Cestia, Porta San Paolo con il Museo della via Ostiense, il Monte dei Cocci, il Nuovo Mercato Testaccio, l'Aventino con Santa Sabina e il Giardino degli Aranci, e più a sud la Centrale Montemartini.
Il Cimitero acattolico di Roma è un museo
No. È un cimitero in attività, gestito dalle rappresentanze diplomatiche straniere, con sepolture recenti e famiglie che vi tornano. Si visita con il rispetto che questo comporta.
Si possono cercare informazioni su una persona sepolta qui
L'amministrazione del cimitero conserva i registri delle sepolture e risponde alle richieste di ricerca: i riferimenti sono sul sito ufficiale.
La mia ultima parola sul Cimitero acattolico di Roma
Di tutti i luoghi che accompagno a Roma, questo è quello in cui la gente parla di meno all'uscita. Non per tristezza: per saturazione. In un ettaro ci sono un sepolcro augusteo, un tratto di mura del III secolo, un poeta inglese di venticinque anni, un filosofo sardo morto in clinica sotto sorveglianza, un angelo di marmo che ha smesso di consolare e una ventina di alfabeti. Nessun'altra passeggiata romana ti mette addosso tanta storia in così poco spazio, e nessun'altra chiede altrettanta educazione per essere capita.
Il consiglio finale è quello che do sempre ai gruppi prima di aprire il cancello: non contate le tombe. Sceglietene tre, fermatevi davanti a ognuna il tempo di leggere tutto quello che c'è scritto, e lasciate perdere il resto. Questo posto non premia chi vede tutto, premia chi si ferma. Il resto lo trovate dall'altra parte del muro, dove Roma ricomincia a fare rumore.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. A temperatura costante tutto l’anno, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
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Roma Tourist Card: più attrazioni in un biglietto
Se in questi giorni vedi Colosseo, Vaticano e altro, il pacchetto unico conviene rispetto ai biglietti sciolti.
Bus hop-on hop-off: giro di Roma
Sali e scendi dove vuoi. Sali e scendi dove vuoi: tra una tappa e l’altra ti siedi e guardi Roma dal piano di sopra.
Transfer dall’aeroporto al centro
Un autista ti aspetta a Fiumicino o Ciampino: prezzo concordato prima e nessuna coda ai taxi.
Noleggio auto a Roma e dintorni
Serve se vuoi uscire dalla città: Castelli Romani, Tivoli, il mare di Ostia e Sperlonga.
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