Santuario dei gatti di Largo Argentina
C'è un punto di Roma dove la Repubblica romana, un antipapa, un cerimoniere alsaziano, Giulio Cesare e una cinquantina di gatti che dormono al sole si trovano tutti nello stesso quadrilatero di travertino e tufo. Si chiama Largo di Torre Argentina, e per la maggior parte dei romani è soprattutto un capolinea di autobus. Per me, che accompagno persone dentro questa città da anni, è invece uno dei posti più istruttivi che esistano: perché racconta insieme come Roma seppellisce, come Roma dimentica e come Roma, senza dirlo troppo forte, si prende cura di quello che resta. Il Santuario dei gatti di Largo Argentina è la parte viva di quel racconto.
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✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
Ti avviso subito, così ci intendiamo: non è uno zoo, non è un museo felino, non è un'attrazione costruita per i turisti. È un rifugio gestito da volontarie e volontari, ricavato sotto il livello stradale, in ambienti che nessuno aveva pensato per quello scopo, dentro un'area archeologica di prima grandezza. Funziona grazie a donazioni, a molte ore di lavoro non pagato e a una discreta dose di testardaggine romana. Se arrivi con questa consapevolezza, la visita ti resta addosso per anni.
Che cos'è davvero il Santuario dei gatti di Largo Argentina
Partiamo dalla definizione più onesta possibile. Il Santuario dei gatti di Largo Argentina è il rifugio della colonia felina che vive nell'Area Sacra di Largo di Torre Argentina, nel rione Pigna, al confine con Sant'Eustachio e Sant'Angelo. Occupa alcuni locali sotto il piano stradale, all'angolo tra via Arenula e la piazza, e ospita gatti che per ragioni diverse non possono più stare in strada: anziani, malati cronici, ciechi, sordi, amputati, gatti raccolti da colonie in cui non sopravvivrebbero. Attorno a loro ruotano decine di persone che si alternano per pulire, somministrare terapie, gestire le adozioni e rispondere alle domande dei visitatori.
La differenza fra un santuario e un canile o un gattile è tutta qui: non c'è una scadenza. Chi entra e non trova adozione resta. E poiché la legge italiana vieta la soppressione degli animali randagi sani, il rifugio è per definizione una struttura no-kill. Questo, tradotto in termini pratici, significa che ogni gatto in più è un impegno che dura anni, non settimane. È una scelta etica che ha un costo, e quel costo qualcuno lo paga: nel caso specifico, lo pagano i donatori e le volontarie.
Un rifugio dentro un cantiere archeologico
La collocazione è la cosa che colpisce di più chi arriva la prima volta. Sei nel cuore del Campo Marzio, sopra di te passa il tram 8, davanti a te ci sono quattro templi repubblicani che sono fra i più antichi di Roma ancora leggibili, e a fianco c'è una porta con la scritta che indica il rifugio. Scendi una rampa di scale, e la temperatura cambia. Il rumore del traffico si attutisce. E ti ritrovi in un ambiente con gabbie aperte, cucce, coperte, ciotole, un piccolo banco per le donazioni e un odore di disinfettante e crocchette che è il profumo universale di tutti i rifugi del mondo.
Non è una scenografia. È un magazzino riadattato, con i limiti che questo comporta: spazi bassi, servizi ridotti all'osso, nessun bagno per il pubblico perché non esiste allaccio fognario adeguato. Le volontarie ne parlano senza imbarazzo, e fanno bene. La bellezza di questo posto sta esattamente nel fatto che non finge di essere quello che non è.
La colonia e il rifugio non sono la stessa cosa
Un chiarimento utile, perché genera parecchia confusione. La colonia felina è l'insieme dei gatti liberi che vivono nell'area archeologica: si muovono fra i podi dei templi, si infilano nelle nicchie, dormono sulle basi delle colonne, escono a mangiare quando le volontarie passano con il cibo. Il rifugio è la struttura chiusa dove stanno i gatti che hanno bisogno di assistenza continua. I due mondi comunicano, ma non coincidono. Vedere un gatto acciambellato su un blocco di tufo del III secolo avanti Cristo non significa che quel gatto sia "esposto": significa che quel gatto ha scelto il posto più caldo del quartiere, cosa in cui i gatti sono maestri assoluti.
Quando dico ai miei gruppi che quei felini hanno un domicilio giuridicamente riconosciuto, la reazione è sempre un sorriso incredulo. Eppure è così: la normativa italiana e quella regionale del Lazio tutelano i gatti liberi nel loro habitat e vietano di allontanarli. Il Santuario dei gatti di Largo Argentina esiste anche perché quelle norme esistono, e perché qualcuno ha deciso di prenderle sul serio.
Dove si trova esattamente il Santuario dei gatti di Largo Argentina
L'indirizzo pratico è l'angolo fra largo di Torre Argentina e via Arenula, sul lato sud-ovest della piazza, dove la scalinata scende sotto il livello stradale. Sei a metà strada fra il Pantheon e l'Isola Tiberina, a cinque minuti dal Ghetto, a otto da piazza Navona, a dodici da Campo de' Fiori camminando piano. È uno dei crocevia più trafficati del centro storico e, paradossalmente, uno dei più ignorati: la gente lo attraversa per prendere l'autobus e non alza mai lo sguardo.
Il quadrilatero della piazza è delimitato da via di Torre Argentina a nord, corso Vittorio Emanuele II poco più su, via Florida e via delle Botteghe Oscure a est, via Arenula a sud-ovest e via di San Nicola de' Cesarini sul lato del Teatro Argentina. Quest'ultima strada è diventata importante dal 2023, perché da lì si accede all'area archeologica vera e propria.
Il livello dell'antico e il livello di oggi
La cosa che spiego sempre per prima è il dislivello. Il piano di calpestio dell'età repubblicana sta circa sei metri sotto l'asfalto contemporaneo. Non è un caso né una stranezza locale: è la regola in tutta Roma. Venti secoli di crolli, incendi, alluvioni del Tevere, demolizioni, macerie riutilizzate e nuove costruzioni hanno alzato progressivamente la quota della città. Quando guardi Largo Argentina dal parapetto, stai guardando dentro un pozzo del tempo, e il fondo di quel pozzo è la Roma di Silla e di Cesare.
Il Santuario dei gatti di Largo Argentina vive proprio a cavallo di questo salto di quota. Il rifugio è ricavato nello spessore fra la strada moderna e l'area scavata, in ambienti che affacciano sull'archeologia. È una posizione che nessun progettista avrebbe mai disegnato a tavolino e che, proprio per questo, funziona: i gatti hanno un dentro riparato e un fuori sterminato, protetto da parapetti, senza automobili.
Rione Pigna, il quartiere che non ti aspetti
Siamo nel rione Pigna, il nono rione di Roma, che prende nome dalla grande pigna bronzea di età romana oggi conservata nel cortile omonimo dei Musei Vaticani. È un rione piccolo, denso, con una vocazione anfibia: da una parte gli uffici, le sedi di partito storiche di via delle Botteghe Oscure, le librerie universitarie; dall'altra i vicoli che salgono verso il Pantheon e Sant'Ignazio. Camminando dieci minuti attorno al Santuario dei gatti di Largo Argentina attraversi due millenni senza accorgertene.
Vale la pena ricordare che qui, in età imperiale, c'era il cuore amministrativo delle distribuzioni frumentarie, cioè del sistema con cui Roma dava il grano ai cittadini aventi diritto. Il rione che oggi ospita mense, bar e negozi di alimentari era già duemila anni fa il posto dove si trattava di cibo e di liste di beneficiari. Certe vocazioni urbane sono più tenaci dei muri.
Come arrivare al Santuario dei gatti di Largo Argentina
È forse il luogo più facile da raggiungere di tutto il centro storico, e questa non è un'esagerazione da guida. Largo Argentina è uno degli snodi principali del trasporto pubblico di superficie di Roma: qui converge il tram 8, che collega Trastevere e il Gianicolense al centro, e qui passano numerose linee di autobus che attraversano il quadrante centrale della città. Chi arriva da fuori Roma con il treno può scendere a Termini e prendere una linea diretta, oppure usare la metropolitana fino alle fermate più vicine e proseguire a piedi per una decina di minuti.
Il consiglio che do sempre è di arrivare a piedi, se puoi. Camminando da piazza Venezia lungo via delle Botteghe Oscure ci metti sei o sette minuti e vedi il Palazzo Venezia, la mole del Vittoriano che ti resta alle spalle, poi il fianco della Crypta Balbi. Venendo dal Pantheon scendi per via di Torre Argentina e attraversi corso Vittorio Emanuele II, la grande arteria ottocentesca che ha squarciato il tessuto medievale: uno di quei momenti in cui la storia urbanistica di Roma ti si spiega da sola sotto i piedi.
In auto: la risposta breve è no
Il centro storico di Roma è zona a traffico limitato per gran parte della giornata e i parcheggi in superficie attorno alla piazza sono praticamente inesistenti. Se ti sposti in auto, lascia il mezzo in un parcheggio di scambio e prosegui con i mezzi pubblici. Non è un consiglio moralistico, è aritmetica: il tempo che perderesti a cercare posto è superiore al tempo di percorrenza in tram.
Per chi ha difficoltà motorie il discorso cambia: i taxi possono accostare sul perimetro della piazza e il percorso archeologico è stato progettato senza dislivelli, con una pedana elevatrice. Il rifugio, invece, si raggiunge tramite una scala, ed è bene saperlo prima.
In bicicletta e a piedi dal Tevere
Se ti muovi in bicicletta o monopattino, arrivare dal lungotevere è la soluzione più piacevole: risali via Arenula dal ponte Garibaldi e in tre minuti sei alla piazza. È un percorso quasi pianeggiante, cosa non scontata a Roma. Ricorda però che l'area attorno al Santuario dei gatti di Largo Argentina è affollatissima di pedoni e di persone in attesa dell'autobus: scendi dal mezzo e spingilo a mano nell'ultimo tratto, è una cortesia che costa nulla.
Un'ultima nota per chi viene dal Ghetto: imboccando via Florida o via delle Botteghe Oscure si arriva sul lato est, quello da cui si vede meglio il tempio D, che è il più grande dei quattro e in parte resta ancora sepolto sotto la strada moderna. È il mio punto di avvicinamento preferito, perché ti fa capire in un colpo solo quanto poco di Roma antica sia stato scavato rispetto a quanto ancora giace sotto l'asfalto.
La piazza sopra il Santuario dei gatti di Largo Argentina: perché si chiama così
Cominciamo dall'equivoco più diffuso, che sento ripetere almeno una volta a settimana: Largo Argentina non ha niente a che vedere con l'Argentina sudamericana. Nulla. Zero. Il nome viene da una torre, la Torre Argentina, e la torre prende nome da un uomo che veniva da Strasburgo.
L'uomo si chiamava Johannes Burckard, era originario dell'Alsazia ed era maestro delle cerimonie pontificie fra la fine del Quattrocento e i primi del Cinquecento, negli anni di Alessandro VI Borgia. Nei documenti latini del tempo Strasburgo si chiamava Argentoratum, e chi ne proveniva veniva detto argentinensis. Burckard, che aveva un gusto molto rinascimentale per l'autopromozione, si fece costruire in zona un palazzetto con torre, la Casa del Burcardo, e da lì il nome si è propagato prima alla torre, poi alla strada, infine alla piazza e al teatro.
Il Diario di Burckard, una fonte che vale oro
Vale la pena aggiungere una cosa che raramente si racconta ai visitatori. Burckard non fu solo un committente edilizio: fu anche un cronista straordinario. Il suo Liber notarum, il diario delle cerimonie pontificie, è una delle fonti più preziose e più impietose sulla corte di Alessandro VI. Vi si trovano descrizioni minuziose di riti, processioni, sepolture e scandali, annotate con la freddezza professionale di chi doveva soprattutto registrare l'esattezza del protocollo.
Quando spiego questo dettaglio davanti al Santuario dei gatti di Largo Argentina, mi diverte l'idea che il nome della piazza dei gatti derivi indirettamente da un burocrate alsaziano ossessionato dall'ordine cerimoniale. Roma ha un talento particolare per queste ironie: il rigore di un cerimoniere che finisce per battezzare il luogo più anarchico della città.
La Torre del Papito, che tutti confondono
Sul lato di via Florida svetta una torre medievale in laterizio che quasi tutti chiamano, sbagliando, Torre Argentina. È invece la Torre del Papito, una costruzione difensiva probabilmente trecentesca, attribuita in genere alla famiglia dei Papareschi. Il nome popolare "papito", cioè "papetto", rimanda per tradizione all'antipapa Anacleto II, il romano Pietro Pierleoni, che nel XII secolo contese il soglio a Innocenzo II e la cui famiglia dominava questa zona della città.
La torre è stata smontata e ricostruita più volte nel corso dei lavori novecenteschi, spostata di posizione rispetto all'originale, e oggi ha una funzione che nessun costruttore medievale avrebbe immaginato: ospita la biglietteria dell'area archeologica. Se hai qualche minuto, guardala con attenzione: la muratura racconta rifacimenti, tamponature, riusi di materiale antico. È una specie di riassunto verticale della storia edilizia romana.
Il Teatro Argentina, il vicino illustre
Sul lato ovest della piazza si affaccia il Teatro Argentina, inaugurato nel 1732 per volontà della famiglia Sforza Cesarini e oggi sede stabile del Teatro di Roma. È uno dei teatri storici più importanti d'Italia, e ha ospitato una delle prime rappresentazioni più famose e più disastrose della storia dell'opera: la sera del 20 febbraio 1816 vi andò in scena Il barbiere di Siviglia di Gioachino Rossini, accolto da fischi, risate e incidenti scenici. Il fiasco fu leggendario. Poche repliche dopo, la stessa opera era un trionfo, e lo è rimasta per due secoli.
Racconto sempre questo aneddoto a chi visita il Santuario dei gatti di Largo Argentina perché mi pare una lezione di prospettiva: nella stessa piazza dove un capolavoro assoluto venne bocciato in una sera, oggi c'è una struttura di volontariato che vive fra la diffidenza istituzionale e l'affetto internazionale. Roma ha una lunga tradizione nel non riconoscere subito il valore di quello che ha in casa.
L'Area Sacra che circonda il Santuario dei gatti di Largo Argentina
Adesso alziamo gli occhi dai gatti e guardiamo le pietre, perché senza le pietre il resto non si capisce. L'Area Sacra di Largo di Torre Argentina è un complesso di quattro templi di età repubblicana, convenzionalmente denominati con le lettere A, B, C e D, allineati su una piattaforma comune e affacciati verso est, cioè verso l'attuale via delle Botteghe Oscure.
La denominazione alfabetica è un espediente archeologico: quando furono scavati, non si sapeva con certezza a quali divinità fossero dedicati, e per lavorarci sopra si usarono delle lettere. Con il tempo la ricerca ha proposto attribuzioni ragionevoli per ciascuno, ma le lettere sono rimaste, e ormai fanno parte del vocabolario romano. Sono quattro templi che coprono, complessivamente, un arco cronologico che va grosso modo dal IV-III secolo avanti Cristo fino agli interventi di età imperiale.
Perché quattro templi tutti insieme
La domanda che mi fanno più spesso è: perché così vicini? La risposta sta nella logica del Campo Marzio repubblicano. Questa era un'area fuori dal pomerio, cioè dal confine sacro della città vera e propria, dove si potevano fare cose che dentro Roma erano proibite o scomode: adunanze militari, esercitazioni, e soprattutto la costruzione di templi votivi da parte di generali vittoriosi.
Funzionava così: un comandante in procinto di combattere prometteva alla divinità la costruzione di un tempio in cambio della vittoria. Se vinceva, con il bottino di guerra pagava l'edificio. Il tempio diventava allo stesso tempo un atto di devozione, un monumento alla propria gloria e uno strumento di propaganda politica. Il Campo Marzio si riempì così di edifici sacri finanziati dalle campagne militari, e Largo Argentina ne conserva un campione straordinariamente concentrato.
Un allineamento che spiega la città
Guardando la pianta dall'alto si nota che i quattro edifici non sono perfettamente allineati fra loro: hanno orientamenti leggermente diversi, segno che furono costruiti in momenti diversi rispettando ciascuno una propria logica, e solo in un secondo tempo furono uniformati da una piattaforma comune. È un dettaglio che dice moltissimo su come cresceva la Roma repubblicana: per addizioni successive, senza un piano regolatore, con aggiustamenti continui.
C'è un momento decisivo, in questa storia: il piano di calpestio dell'area venne rialzato di circa un metro e quaranta, quasi certamente in seguito a un grande incendio che le fonti collocano nel 111 avanti Cristo. Rialzare il livello significò accorciare le scalinate d'accesso, rifare le pavimentazioni, spostare gli altari. È lo stesso meccanismo che ha alzato tutta Roma di sei metri, colto qui in un singolo episodio databile.
Il Portico Minucia, la struttura che nessuno nota
Attorno ai templi si estendeva un grande complesso porticato, la Porticus Minucia, costruita nel 106 avanti Cristo da Marco Minucio Rufo con il bottino della campagna contro gli Scordisci, popolazione della penisola balcanica. In età imperiale una parte di questo complesso, chiamata Minucia Frumentaria, divenne il centro amministrativo della distribuzione del grano ai cittadini romani.
È un dettaglio che amo raccontare accanto al Santuario dei gatti di Largo Argentina, perché stabilisce una continuità curiosa. Duemila anni fa, in questo punto preciso, una struttura pubblica distribuiva cibo a chi ne aveva diritto secondo liste rigorose. Oggi, a pochi metri, un'associazione di volontarie distribuisce cibo a un centinaio di gatti secondo un calendario altrettanto rigoroso. Cambiano i beneficiari; la funzione del luogo, in un certo senso, resiste.
Il tempio C e il tempio A, le pietre più antiche accanto al Santuario dei gatti di Largo Argentina
Se dovessi indicarti un solo punto dell'area da guardare con attenzione, ti direi il tempio C. È il più antico dei quattro, databile fra il IV e il III secolo avanti Cristo, e la sua caratteristica più impressionante è il podio: un blocco di tufo altissimo, che raggiunge quasi i quattro metri. Quando lo osservi dal parapetto sembra un basamento sproporzionato rispetto a quello che vi stava sopra, e in effetti lo era: la monumentalità del podio serviva a rendere il tempio visibile e dominante in un'area allora molto meno costruita.
L'attribuzione più accreditata lo assegna a Feronia, un'antica divinità italica legata alla fertilità, ai boschi e, secondo alcune tradizioni, alla liberazione degli schiavi. È una divinità sabina, precedente al pantheon ufficiale, e la sua presenza qui è una traccia dell'orizzonte religioso arcaico del Lazio, quello che Roma inglobò man mano che assorbiva i popoli vicini. Il santuario più celebre di Feronia era a Lucus Feroniae, nella campagna a nord di Roma.
L'iscrizione del 174 avanti Cristo
Davanti al tempio C fu ritrovato un altare con un'iscrizione che porta il nome di un membro della gens Postumia, in relazione ad Aulo Postumio Albino, e che gli studiosi datano al 174 avanti Cristo. Sembra un dettaglio erudito e invece è uno dei pilastri della cronologia dell'intera area: quell'altare, e la sua posizione rispetto ai vari piani pavimentali, permette di ancorare a una data assoluta le fasi di rialzamento del terreno.
Racconto sempre questo passaggio perché smonta l'idea romantica dell'archeologia come caccia al tesoro. Il lavoro vero è questo: un altare, un nome, una data, e da lì una catena di deduzioni che riordina secoli di stratigrafia. La testa colossale in marmo fa notizia sui giornali; è l'iscrizione anonima che fa la scienza.
Il tempio A e la sua seconda vita cristiana
Il tempio A risale alla metà del III secolo avanti Cristo ed è attribuito con buona probabilità a Giuturna, ninfa delle fonti e delle acque sorgive, sorella di Turno nell'Eneide. La dedica sarebbe legata a una vittoria navale della prima guerra punica, il che ha una sua logica: chi torna dal mare ringrazia le divinità dell'acqua.
La cosa affascinante del tempio A è che ha avuto una seconda vita lunghissima. In epoca tardorepubblicana fu ricostruito con una peristasi di gusto greco, cioè circondato da colonne su tutti i lati. Poi, nel Medioevo, la sua struttura fu inglobata in una chiesa: San Nicola de' Calcarario, poi detta San Nicola de' Cesarini. Le due absidi medievali che si vedono ancora oggi, con la muratura chiaramente diversa da quella antica, appartengono a quella chiesa.
Il nome "de' Calcarario" merita una spiegazione perché è tremendo e istruttivo insieme. In questa zona, per secoli, funzionarono le calcare: forni in cui i marmi antichi venivano bruciati per ricavarne calce. Statue, rivestimenti, iscrizioni, capitelli: tutto ciò che era marmo poteva finire nel forno e tornare utile come materiale da costruzione. Una parte incalcolabile della scultura romana è scomparsa così, non per barbarie ma per economia edilizia.
Il tempio B e il tempio D, di fronte al Santuario dei gatti di Largo Argentina
Il tempio B è quello che tutti fotografano, anche senza sapere come si chiama: è il tempio rotondo, con le colonne superstiti disposte in cerchio, quello che nelle immagini di Largo Argentina fa da protagonista. È l'unico a pianta circolare dei quattro ed è anche il più recente, databile fra la fine del II e l'inizio del I secolo avanti Cristo.
La sua storia è una delle più documentate. Fu votato da Quinto Lutazio Catulo, console e collega di Gaio Mario, alla divinità Fortuna Huiusce Diei, cioè la "Fortuna di questo giorno". Il contesto è la battaglia dei Campi Raudii, presso Vercelli, combattuta nel 101 avanti Cristo contro i Cimbri, uno degli scontri decisivi delle guerre cimbriche che salvarono l'Italia dall'invasione delle popolazioni germaniche in movimento.
La Fortuna del giorno presente
Fermiamoci un attimo sul nome della divinità, perché è di una modernità sconcertante. Fortuna Huiusce Diei non è la fortuna in generale, non è il destino, non è la provvidenza: è la fortuna di oggi, di questa giornata specifica, dell'ora in cui si combatte. Un generale che sta per mandare i suoi uomini contro un esercito enormemente più numeroso non prega la Fortuna astratta: prega la fortuna delle prossime sei ore.
È un concetto che spiego volentieri accanto al Santuario dei gatti di Largo Argentina, perché descrive bene anche la vita di un rifugio: non si governa il destino generale della popolazione felina di Roma, si governa la giornata di oggi, i pasti di oggi, le terapie di oggi. La Fortuna Huiusce Diei è, se ci pensi, la divinità titolare di tutto il volontariato del mondo.
La testa colossale che uscì dalla terra nel 1926
Dentro il tempio B stava una statua di culto acrolita: una tecnica in cui testa, mani e piedi erano scolpiti in marmo mentre il resto del corpo era realizzato con un'anima di materiale meno pregiato rivestita di bronzo o di stoffe. Durante i lavori degli anni Venti emersero la testa colossale e alcune membra di quella statua. La sola testa misura circa un metro e quarantasei centimetri di altezza: un'immagine di divinità alta, complessivamente, diversi metri.
Quella testa non è più qui: è conservata alla Centrale Montemartini, il museo ricavato in una vecchia centrale termoelettrica sull'Ostiense, dove le sculture antiche convivono con turbine e motori diesel. Se il Santuario dei gatti di Largo Argentina ti ha incuriosito, quella è la seconda tappa naturale: vedere il volto della dea che stava esattamente sopra le teste dei gatti che hai appena guardato.
Il tempio D, il gigante ancora sepolto
Il tempio D è il più grande dei quattro e paradossalmente il meno visibile, perché una parte consistente della sua struttura si trova ancora sotto via Florida e sotto gli edifici moderni. Quello che vedi dall'area scavata è solo una porzione dell'edificio originario.
La cronologia è precisa e verificabile nelle fonti letterarie: il tempio fu votato nel 190 avanti Cristo da Lucio Emilio Regillo dopo la vittoria navale di Mionneso contro la flotta di Antioco III di Siria, e fu dedicato nel 179 avanti Cristo. La divinità titolare sono i Lares Permarini, i Lari protettori di chi naviga. Un tempio ai protettori del mare costruito con il bottino di una battaglia navale: la logica del do ut des romano è di una coerenza cristallina.
Il podio originario era in opera cementizia, poi rivestito in travertino in età tardorepubblicana. Quando ti affacci dal lato di via delle Botteghe Oscure e vedi le strutture sparire sotto la strada, hai davanti agli occhi la misura esatta di quanto poco della Roma antica sia stato riportato alla luce. Sotto il centro storico, la città antica continua sotto ogni palazzo, ogni garage, ogni fondazione.
La Curia di Pompeo e le Idi di marzo, a pochi metri dal Santuario dei gatti di Largo Argentina
Arriviamo al motivo per cui questa piazza compare in ogni libro di storia del mondo. A ovest dei templi B e C si trovano i resti di un podio in tufo che gli studiosi identificano con la Curia di Pompeo: la grande aula annessa al complesso del Teatro di Pompeo, il primo teatro stabile in muratura di Roma, inaugurato nel 55 avanti Cristo.
La Curia serviva come sala per le riunioni del Senato quando questo non si riuniva nella Curia del Foro. E in quella sala, alle Idi di marzo del 44 avanti Cristo, cioè il 15 marzo, Gaio Giulio Cesare fu assassinato da un gruppo di congiurati guidati da Marco Giunio Bruto e Gaio Cassio Longino.
Che cosa dicono davvero le fonti
Vale la pena separare i fatti dalla leggenda, perché su questo episodio si sono accumulate incrostazioni di ogni tipo. Le fonti principali sono Svetonio nella Vita di Cesare, Plutarco nelle Vite parallele, Appiano e Cassio Dione. Concordano su alcuni elementi: la seduta del Senato convocata nella Curia annessa al portico di Pompeo, l'aggressione da parte di un gruppo numeroso di senatori, la morte per ferite multiple. Svetonio parla di ventitré colpi.
Plutarco riferisce che Cesare cadde ai piedi del basamento su cui si trovava la statua di Pompeo, il suo antico alleato diventato rivale, sconfitto e ucciso in Egitto tre anni prima. È il dettaglio che ha reso l'episodio irresistibile per due millenni di letteratura: l'uomo più potente del mondo che muore ai piedi della statua del nemico che aveva battuto.
Quanto alla frase più citata, quel "tu quoque, Brute, fili mi", conviene essere onesti: Svetonio riferisce che secondo alcuni Cesare avrebbe pronunciato in greco una frase rivolta a Bruto, ma aggiunge esplicitamente che secondo altri Cesare morì senza dire nulla. La versione latina che tutti conosciamo è una costruzione posteriore, resa immortale dal teatro elisabettiano. Quando accompagno un gruppo qui, questa precisazione è quasi sempre la parte che le persone ricordano di più.
Il luogo maledetto e il muro di Augusto
Dopo l'omicidio, il luogo fu considerato maledetto. Le fonti antiche raccontano che la Curia venne chiusa e murata per volontà di Augusto, e che nel punto dell'assassinio fu collocata una struttura commemorativa che ne impedisse per sempre l'uso. Era, nella mentalità romana, un locus sceleratus: un posto contaminato dal delitto, che andava neutralizzato materialmente.
Nel 2012 un gruppo di ricerca spagnolo del Consiglio superiore delle ricerche scientifiche, coordinato dall'archeologo Antonio Monterroso, ha proposto di identificare proprio con quella struttura una massa in opera cementizia individuata nell'area, avanzando l'ipotesi di aver localizzato con precisione il punto della morte di Cesare. La proposta ha suscitato un dibattito acceso: fra gli altri, Andrea Carandini ha contestato la lettura, offrendo una diversa interpretazione della posizione della struttura rispetto all'ingresso e alla nicchia della statua.
Come guida non ho titolo per arbitrare fra archeologi, e mi guardo bene dal farlo. Ma trovo istruttivo dirlo ai visitatori: l'esatto metro quadrato in cui morì Cesare è ancora oggetto di discussione scientifica. Non è un difetto della ricerca, è il suo funzionamento normale. Se ti raccontano che "qui, proprio qui, cadde Cesare", indicandoti un punto con assoluta certezza, sappi che ti stanno semplificando parecchio.
Cesare, i gatti e il senso delle proporzioni
C'è un cortocircuito che si crea inevitabilmente, e che è diventato una delle cifre identitarie del Santuario dei gatti di Largo Argentina: nello stesso perimetro dove si consumò l'assassinio politico più famoso della storia occidentale, oggi un gatto tigrato dorme al sole sopra un blocco di tufo. Alcuni trovano la cosa irriverente. Io la trovo la più romana delle immagini possibili.
Roma è la città che ha visto passare imperatori, papi, eserciti, saccheggi e rivoluzioni, e che ha sempre continuato imperturbabile a fare le sue cose. Il gatto che si stiracchia sulle rovine della Curia di Pompeo non offende la memoria di Cesare: la mette nella giusta prospettiva. Il potere passa, il sole sulla pietra resta.
Gli scavi degli anni Venti e la nascita della piazza del Santuario dei gatti di Largo Argentina
Il Largo Argentina che vedi oggi non esisteva prima del Novecento. Al suo posto c'era un tessuto urbano fittissimo di case, botteghe, vicoli e chiese, stratificatosi nei secoli sopra e dentro le strutture antiche, senza che nessuno sapesse esattamente che cosa ci fosse sotto.
Nel quadro dei grandi interventi urbanistici che dall'Unità in poi ridisegnarono Roma capitale, si decise di aprire un collegamento fra via Arenula e corso Vittorio Emanuele II, cioè di far passare il traffico attraverso quel groviglio. I lavori di demolizione partirono nel 1926 e produssero quasi subito un risultato inatteso: dalle macerie emersero una testa colossale in marmo e le braccia di una grande statua.
La demolizione che diventò scoperta
Quel ritrovamento cambiò tutto. Gli scavi che seguirono, condotti fra il 1926 e il 1928 e poi ripresi a più riprese fino agli anni Settanta, riportarono alla luce l'intero complesso dei quattro templi. A quel punto si aprì la questione politica: demolire e costruire come previsto, oppure conservare?
La decisione, presa nel 1928, fu di conservare. La sistemazione dell'area fu affidata all'architetto e archeologo Antonio Muñoz, figura centrale e discussa dell'urbanistica romana di quegli anni, e l'Area Sacra fu inaugurata il 21 aprile 1929, giorno del Natale di Roma, alla presenza di Benito Mussolini.
È importante dire le cose come stanno, senza agiografia. Gli sventramenti di quel periodo distrussero una quantità enorme di tessuto storico medievale e rinascimentale, e le famiglie che ci abitavano furono trasferite in periferia. Al tempo stesso, in questo caso specifico, quella stagione produsse la conservazione di un complesso repubblicano che oggi è patrimonio di tutti. Le due cose convivono e vanno raccontate entrambe.
Un recinto senza destinazione d'uso
Il risultato della sistemazione del 1929 fu paradossale: un'area archeologica scavata, recintata, visibile dall'alto e non accessibile al pubblico. Per quasi un secolo Largo Argentina è stata una vasca di rovine che si poteva guardare dal parapetto ma non attraversare. Un enorme, splendido acquario asciutto in mezzo al traffico.
Ed è esattamente in questo vuoto amministrativo che si è insediata la storia che ci interessa. Un'area chiusa al pubblico, senza custodia continua, con centinaia di anfratti riparati, in pieno centro storico, in una città con decine di migliaia di gatti liberi: era una questione di tempo. I gatti arrivarono quasi subito, già negli anni degli scavi, e non se ne sono più andati.
Come i gatti arrivarono al Santuario dei gatti di Largo Argentina
La cronologia più accreditata dice che i primi gatti si insediarono nell'area durante e subito dopo gli scavi, quindi già alla fine degli anni Venti. Non c'è nulla di sorprendente: un'area appena scoperchiata, con centinaia di cavità, muretti, nicchie, sottoscala di età imperiale e ambienti riparati, è per un gatto libero l'equivalente di un condominio di lusso con riscaldamento centralizzato. Il tufo e il travertino accumulano il calore del sole e lo restituiscono la sera.
A questo si aggiunse una cosa molto romana: la piazza era, ed è, un nodo di trasporti circondato da bar, trattorie, mense e negozi di alimentari. Dove c'è cibo, ci sono topi; dove ci sono topi, arrivano i gatti; dove ci sono gatti, prima o poi arriva qualcuno che li nutre. È una catena inevitabile, e a Roma si è ripetuta identica in decine di siti archeologici, dal Colosseo alla Piramide Cestia, dal Verano alle mura aureliane.
Antonio Crast e i primi protettori
Fra le persone che a partire dagli anni Cinquanta si presero cura stabilmente dei gatti della piazza viene ricordato l'attore Antonio Crast, che aveva le chiavi del magazzino sotto il livello stradale e portava il cibo con regolarità. Quelle chiavi passarono poi di mano in mano, di persona in persona, per decenni, fino ad arrivare a chi avrebbe fondato il santuario vero e proprio.
È un dettaglio che trovo bellissimo e che racconto sempre: la continuità di questo luogo non è passata attraverso un atto amministrativo, un decreto o un finanziamento. È passata attraverso un mazzo di chiavi consegnato di mano in mano. Il Santuario dei gatti di Largo Argentina è nato da una staffetta informale durata quasi mezzo secolo.
Anna Magnani e il patrocinio degli artisti
Fra i sostenitori storici della colonia si ricordano nomi del teatro e del cinema italiano, a cominciare da Anna Magnani, che dei gatti romani è quasi un'immagine simbolo, e da altre attrici come Franca Stoppi. Non è un caso che siano state persone di spettacolo: il Teatro Argentina è lì, a pochi metri, e chi lavorava in scena usciva la sera nella piazza deserta e incontrava i gatti.
Sulla figura di Anna Magnani si sono costruite negli anni molte storie, alcune verificabili e altre francamente leggendarie. Preferisco attenermi al dato solido: il suo nome ricorre costantemente nella memoria collettiva dei gatti di Roma, e l'immagine dell'attrice che porta da mangiare ai randagi fa parte dell'autoritratto affettivo che questa città ha di sé. Se poi in qualche racconto la realtà è stata un po' arrotondata, be', siamo a Roma, e Roma arrotonda da sempre.
Le gattare di Roma, una storia che spiega il Santuario dei gatti di Largo Argentina
Non si capisce niente di questo posto se non si capisce la figura della gattara. La parola in italiano nasce con una sfumatura derisoria: la signora anziana, sola, un po' eccentrica, che gira con i sacchetti di avanzi e parla con gli animali. Per decenni è stata usata come insulto affettuoso, e spesso come insulto e basta.
La verità è che le gattare hanno svolto per mezzo secolo, a spese proprie e senza alcun riconoscimento, un servizio di igiene urbana e di controllo demografico che nessuna istituzione forniva. Nutrivano, curavano, portavano dal veterinario pagando di tasca propria, tenevano a mente quale gatto mancava all'appello da tre giorni. Erano una rete informale, capillare, quasi interamente femminile, e sostanzialmente invisibile.
Da figura ridicolizzata a figura riconosciuta
Il passaggio decisivo è arrivato con la normativa. La legge quadro nazionale in materia di animali di affezione e prevenzione del randagismo, la legge 281 del 1991, ha stabilito un principio semplice e rivoluzionario: i gatti liberi che vivono in colonia sono tutelati e non possono essere allontanati dal loro habitat. In parallelo, le normative regionali hanno costruito il sistema pratico, con il censimento delle colonie, il ruolo dei referenti e la sterilizzazione affidata ai servizi veterinari pubblici.
Nel Lazio la disciplina di riferimento è la legge regionale sulla tutela degli animali di affezione e la prevenzione del randagismo, approvata nel 1997, che ha dato una cornice giuridica alle colonie e alle persone che se ne occupano. In pochi anni la gattara è diventata, sul piano formale, una referente di colonia felina: un ruolo con diritti e doveri, non più una stravaganza da quartiere.
Quando lo racconto davanti al Santuario dei gatti di Largo Argentina noto sempre lo stesso effetto: le persone smettono di vedere un gruppo di signore che danno da mangiare ai gatti e cominciano a vedere un sistema di gestione della fauna urbana. Che è esattamente ciò che è.
Perché la sterilizzazione è il cuore di tutto
C'è un punto tecnico che va spiegato senza sentimentalismi. Nutrire una colonia senza sterilizzarla è, alla lunga, un danno. Una gatta può avere più cucciolate all'anno; con cibo abbondante e nessun controllo riproduttivo, una colonia raddoppia in pochissimo tempo, la mortalità infantile esplode, si diffondono malattie infettive e la situazione degenera in sofferenza.
Il metodo che funziona, adottato ormai in tutto il mondo, è quello della cattura, sterilizzazione e reimmissione sul territorio: si catturano i gatti con trappole non traumatiche, si sterilizzano, si vaccinano, si identificano con un piccolo taglio all'orecchio, e si riportano dove vivevano. La colonia resta, ma smette di crescere, e con il tempo si riduce naturalmente. Il Santuario dei gatti di Largo Argentina definisce se stesso, non a caso, prima di tutto come un centro per la promozione della sterilizzazione, e solo in secondo luogo come rifugio.
La nascita del Santuario dei gatti di Largo Argentina: Lia Dequel e Silvia Viviani
Veniamo alla fondazione vera e propria, che è una storia di due donne e di un incontro casuale. Nel novembre del 1993 Silvia Viviani, cantante lirica, incontra nell'area archeologica di Torre Argentina Lia Dequel. Entrambe stavano già facendo, ciascuna per conto proprio, quello che generazioni di gattare avevano fatto prima di loro: portare da mangiare ai gatti della piazza.
La differenza è che decisero di organizzarsi. Ripulirono e resero utilizzabili gli ambienti abbandonati sotto il livello stradale, si procurarono acqua, luce, un telefono, uno spazio per stoccare il cibo e le coperte, e nel corso del 1994 diedero vita a una struttura stabile. Quando cominciarono, la popolazione felina dell'area contava già una novantina di soggetti ed era in crescita costante per via degli abbandoni.
Chi era Lia Dequel
Lia Dequel viene ricordata da chi l'ha conosciuta come una donna elegante, colta, austera, dotata di una determinazione fuori dal comune e di una vera capacità organizzativa. Vedova dal 1985 dello scultore Oreste Dequel, con cui aveva condiviso quasi vent'anni di vita, dopo la morte del marito scelse una vita appartata e riversò le proprie energie sui gatti.
Lavorava al rifugio ogni giorno: cibo, pulizie, terapie, gestione. Leggeva in inglese e in francese, andava al cinema una volta a settimana, e per il resto stava qui. È morta il 3 luglio 2013, dopo una malattia rapida, ed è sepolta a Trieste accanto al marito. Il Santuario dei gatti di Largo Argentina è, in senso molto letterale, il suo lascito.
Silvia Viviani e le volontarie internazionali
Silvia Viviani ha continuato l'opera, e per anni ha rappresentato la memoria vivente del rifugio. Attorno alle due fondatrici si è coagulato negli anni un gruppo di volontarie e volontari di nazionalità diverse: italiane, francesi, tedesche, americane, inglesi, olandesi, brasiliane. È uno dei tratti più caratteristici di questo posto e uno dei motivi della sua fama internazionale.
Il dato pratico è che al banco del rifugio è quasi sempre possibile trovare qualcuno che parla inglese, e spesso una seconda o terza lingua. Per una struttura di volontariato che non ha personale stipendiato, è un livello di servizio al pubblico che parecchi musei si sognano.
Il sostegno dall'estero
Un ruolo importante nella crescita del rifugio lo ha avuto il sostegno di organizzazioni internazionali di protezione animale, in particolare l'associazione anglo-italiana per la protezione degli animali, che dalla metà degli anni Novanta ha affiancato il progetto. Attorno a questo si è costruita una rete di raccolta fondi fatta di cene benefiche, mercatini, lotterie e soprattutto di donazioni individuali di turisti stranieri, in larga parte anglosassoni.
C'è un aspetto che vale la pena sottolineare senza retorica: il Santuario dei gatti di Largo Argentina è più conosciuto all'estero che a Roma. Nelle guide in lingua inglese figura da anni come una delle esperienze da non perdere; molti romani scoprono che esiste quando glielo racconta un amico di Chicago o di Manchester. È un piccolo cortocircuito che dice qualcosa sul rapporto che questa città ha con il proprio patrimonio minore.
Come funziona oggi il Santuario dei gatti di Largo Argentina
Entriamo nella meccanica quotidiana, perché è la parte che le persone conoscono meno e che a mio parere è la più interessante. Il rifugio funziona su turni: c'è chi apre la mattina, chi prepara e distribuisce i pasti, chi si occupa della pulizia delle lettiere e degli ambienti, chi somministra le terapie ai gatti che hanno bisogno di farmaci quotidiani, chi gestisce le pratiche di adozione e chi sta al banco per accogliere i visitatori.
Poi c'è il lavoro esterno, che il pubblico non vede quasi mai: le uscite per rifornire di cibo altre colonie della città, le catture per la sterilizzazione, i trasporti dal veterinario, i recuperi di gatti feriti segnalati da cittadini. Il rifugio di Largo Argentina è il punto visibile di una rete che si estende su decine di colonie romane.
Quanti gatti ci sono davvero
Questa è la domanda che mi fanno tutti, e la risposta onesta è: dipende dal momento. I numeri riportati nel tempo variano parecchio, da poche decine a diverse centinaia, perché variano le condizioni: gli abbandoni, la capienza, le adozioni, le emergenze. Nell'estate del 2002, per esempio, si registrò un picco impressionante, con centinaia di gatti abbandonati nel sito nell'arco della stagione.
Diffida quindi di chi ti dà una cifra secca e definitiva. Un ordine di grandezza ragionevole per il numero di gatti ospitati stabilmente nel rifugio è di alcune decine, spesso attorno al centinaio, ma è un dato che cambia di continuo. Ciò che non cambia è il principio: si accolgono soprattutto i gatti che non hanno alternative, cioè quelli che in strada non sopravvivrebbero.
L'estate degli abbandoni
Vale la pena spiegare perché l'estate è la stagione critica. È il periodo delle partenze per le vacanze, ed è ancora oggi il momento in cui si concentra il maggior numero di abbandoni: gatti lasciati in scatoloni davanti al cancello, cucciolate depositate di notte, animali anziani portati via da casa e liberati in un'area dove "tanto c'è chi li accudisce".
Le volontarie ne parlano con una stanchezza che ho imparato a riconoscere. L'abbandono di animali è un reato previsto dal codice penale italiano, eppure ogni anno la scena si ripete. E ogni gatto scaricato davanti a un rifugio già pieno è un posto in meno per un gatto che quel posto lo avrebbe davvero.
Il ciclo del cibo e delle cure
La gestione alimentare di un centinaio di gatti non è banale. Ci sono i gatti che mangiano solo cibo umido, quelli con diete renali, quelli diabetici che richiedono orari rigidi, quelli anziani senza denti. Le scorte di crocchette e scatolette occupano un magazzino intero e vengono in larga parte da donazioni materiali dei visitatori.
La stessa cosa vale per i farmaci e per il materiale sanitario. Chi vuole aiutare concretamente e non sa come fare ha una strada semplice: chiedere alle volontarie di che cosa hanno bisogno in quel momento. Spesso la risposta è meno romantica di quanto uno immagini, e riguarda lettiere, disinfettanti, coperte e siringhe.
Sterilizzare, curare, adottare: il lavoro del Santuario dei gatti di Largo Argentina
Se guardi il rifugio solo come luogo dove stanno dei gatti, ti perdi la parte più importante. Il vero prodotto di questa struttura non sono i gatti che vedi, ma i gatti che non vedrai mai: quelli che non sono nati perché la madre è stata sterilizzata in tempo, e quelli che sono stati curati e riportati nella loro colonia di origine.
I numeri complessivi dichiarati negli anni dall'associazione danno la misura dello sforzo: decine di migliaia di gatti sterilizzati e vaccinati nell'arco di un decennio, con interventi che hanno interessato migliaia di colonie in tutta la città, e ordini di grandezza annuali che si contano in migliaia di operazioni. Sono cifre che nessun singolo rifugio potrebbe gestire da solo: presuppongono una rete di veterinari convenzionati, di trasportatori volontari, di referenti di quartiere.
La cattura, spiegata bene
Molti immaginano che sterilizzare un gatto libero sia una questione di afferrarlo. Chi ci ha provato sa che è l'esatto contrario. Si usano trappole a scatto non traumatiche, innescate con cibo particolarmente appetibile; le trappole vanno controllate di continuo perché un animale non può restarci a lungo; il gatto catturato va tenuto al buio e al riparo per ridurre lo stress; dopo l'intervento serve un periodo di degenza prima della reimmissione.
Serve inoltre conoscere la colonia: sapere quali soggetti sono già sterilizzati, quali femmine sono gravide, quali gatti sono in realtà di proprietà di qualcuno che li lascia uscire. Per questo il ruolo del referente di colonia è insostituibile: è una competenza fatta di osservazione quotidiana, non trasferibile con un manuale.
Le adozioni e i criteri
Il Santuario dei gatti di Largo Argentina dà in adozione un numero considerevole di gatti ogni anno, con punte documentate che superano il centinaio. Ma non è un negozio, ed è bene chiarirlo prima di illudersi. Chi adotta viene ascoltato, gli si fanno domande sulla casa, sulle abitudini, sulla presenza di altri animali, sulla disponibilità a farsi carico di eventuali terapie.
Ci sono gatti che vengono affidati solo a persone con esperienza, perché hanno patologie croniche o comportamenti difficili. Ci sono gatti anziani che si cerca di collocare in coppia perché non sopporterebbero la separazione dal compagno di gabbia. Ci sono soggetti selvatici che non saranno mai gatti da divano e che vengono ricollocati in colonie protette, non in appartamento.
Questo rigore, che a qualcuno può sembrare eccessivo, ha una ragione semplicissima: il rifugio non vuole che il gatto torni indietro. Un'adozione fallita è un trauma per l'animale e un posto occupato due volte.
Le adozioni a distanza al Santuario dei gatti di Largo Argentina
Qui arriviamo a una delle invenzioni più intelligenti di questa struttura, e a uno dei motivi della sua notorietà internazionale. Non tutti possono portarsi a casa un gatto: chi vive in affitto con divieti, chi viaggia continuamente, chi è allergico, chi abita dall'altra parte del mondo. L'adozione a distanza risolve il problema alla radice.
Il meccanismo è semplice: si sceglie un gatto fra quelli che vivono stabilmente nel rifugio, spesso uno dei soggetti che difficilmente troverà una casa, e si contribuisce al suo mantenimento con una donazione periodica. In cambio si riceve informazione sulla sua vita, sulle sue condizioni, sulle sue vicende. Il gatto resta dov'è, accudito da chi sa farlo, ma ha qualcuno che lo ha scelto.
Perché funziona così bene
Funziona per una ragione psicologica evidente: trasforma una donazione anonima in una relazione. Chi dona a un'associazione generica non sa dove finiscono i suoi soldi; chi adotta a distanza sa esattamente quale animale sta mantenendo, e questo crea un legame che dura anni. Ho conosciuto persone che venivano a Roma da altri continenti soprattutto per vedere il gatto che sostenevano da tempo.
C'è anche un aspetto economico non secondario: le adozioni a distanza sono un'entrata prevedibile, distribuita nel tempo, che permette di programmare le spese. Per una struttura che non riceve finanziamenti pubblici, la prevedibilità delle entrate vale quanto il loro ammontare.
Le altre forme di sostegno
Oltre all'adozione a distanza esistono le donazioni libere, i lasciti, le donazioni di materiale e il volontariato diretto. Il rifugio ha bisogno soprattutto di persone che possano garantire una presenza regolare: un turno fisso a settimana vale infinitamente più di dieci ore concentrate in un fine settimana e mai più ripetute.
Per i visitatori occasionali c'è la strada più semplice: il banchetto all'ingresso, con gadget, calendari, magliette e cartoline. Comprare un calendario dei gatti di Roma è un gesto minuscolo, ma moltiplicato per migliaia di visitatori all'anno diventa la differenza fra pagare le bollette e non pagarle.
I gatti speciali del Santuario dei gatti di Largo Argentina
Se entri nel rifugio, prima o poi noterai che parecchi ospiti hanno qualcosa di diverso. Un gatto che gira con andatura strana, uno senza un occhio, uno che non reagisce ai rumori, uno che si muove lungo i muri toccandoli. Non è un caso: il santuario si è specializzato negli anni proprio nell'accoglienza dei gatti che nessun altro prenderebbe.
Ci sono i ciechi, che imparano a memoria la mappa del rifugio con una precisione che lascia stupefatti e che non vanno mai spostati di posizione perché perderebbero i riferimenti. Ci sono i sordi, spesso gatti bianchi, per i quali la sordità congenita è una condizione nota. Ci sono i tripodi, che dopo l'amputazione di un arto riadattano l'equilibrio in poche settimane. Ci sono i gatti con insufficienza renale cronica, che richiedono diete specifiche e fluidoterapia.
La nursery e i casi difficili
Una parte degli ambienti è dedicata ai soggetti fragili: cuccioli orfani da allattare con il biberon ogni poche ore, convalescenti, animali che devono restare separati dal gruppo per ragioni sanitarie. È il settore che richiede più tempo e più competenza, ed è quello che assorbe la quota maggiore delle spese veterinarie.
Racconto sempre questo dettaglio a chi visita il Santuario dei gatti di Largo Argentina con l'idea di trovare un posto pittoresco: dietro le fusa c'è una gestione sanitaria complessa, con protocolli, registri delle terapie, isolamento dei casi infettivi. Ammirare la tenerezza va benissimo, ma è giusto sapere quanto lavoro tecnico la sostiene.
I nomi, che sono un capitolo a parte
Ogni gatto ha un nome, e i nomi raccontano la storia di chi li ha dati. Ci sono nomi latini che ammiccano al contesto archeologico, nomi di attrici, nomi inglesi lasciati da volontarie straniere, nomi romaneschi puri. È un piccolo archivio onomastico che riflette trent'anni di persone passate di qui.
Chiedi alle volontarie la storia di un gatto in particolare, se hai tempo e se non c'è ressa. Quasi sempre ne esce un racconto: dov'è stato trovato, in che condizioni, quanti mesi ci sono voluti perché si lasciasse toccare. Sono le storie che rendono questo posto diverso da qualunque altra tappa turistica di Roma.
Le difficoltà e le battaglie del Santuario dei gatti di Largo Argentina
Sarebbe disonesto raccontare questo luogo come una favola. La convivenza fra un rifugio per animali e un'area archeologica vincolata è, sul piano amministrativo, una faccenda complicata, e negli anni ha prodotto tensioni serie.
Il nodo è noto: gli ambienti occupati dal rifugio si trovano dentro il perimetro di un bene culturale di prima importanza e non nascono con quella destinazione d'uso. Nel 2012 la questione è esplosa pubblicamente, con la prospettiva concreta di uno sgombero. La reazione fu imponente: decine di migliaia di firme raccolte in petizioni in Italia e all'estero, articoli sulla stampa internazionale, prese di posizione politiche.
Come si è arrivati a una convivenza
La posizione più ragionevole, sostenuta anche in sede istituzionale, è sempre stata la stessa: nessuno sgombero senza una sede alternativa adeguata. In parallelo si è fatta strada un'idea più matura, e cioè che la colonia felina non fosse un problema da rimuovere ma una componente riconosciuta dell'identità del luogo. Nel dibattito pubblico romano si è arrivati a parlare esplicitamente della colonia come di un patrimonio bioculturale della città, formula che sintetizza bene la questione: qui la natura urbana e la cultura materiale si sono intrecciate al punto da non essere più separabili.
Quando è partito il grande cantiere di riqualificazione dell'area, la linea è stata ribadita con chiarezza dall'amministrazione capitolina: l'oasi felina non si tocca, e il percorso di visita è stato disegnato anche in funzione della tutela dei gatti. È una frase che ho sentito citare parecchie volte dalle volontarie, con il tono di chi ha dovuto lottare per ottenerla.
Le fragilità che restano
Detto questo, la situazione non è risolta una volta per tutte. Il rifugio continua a operare in una condizione giuridicamente delicata, senza finanziamenti pubblici, dipendendo interamente da donazioni e volontariato. Gli spazi restano insufficienti, i servizi minimi, la manutenzione onerosa. Ogni anno si ricomincia da capo a far quadrare i conti.
Lo dico perché credo che un visitatore consapevole valga più di dieci visitatori entusiasti. Se il Santuario dei gatti di Largo Argentina ti sembra un posto bello, ricordati che la sua esistenza non è garantita da nessuna legge di bilancio: è garantita da persone che ci mettono tempo e da persone che ci mettono soldi. Se ti va, puoi essere una delle due.
La riapertura dell'Area Sacra e la convivenza con il Santuario dei gatti di Largo Argentina
Il 20 giugno 2023 è una data che segna un prima e un dopo per questa piazza. Dopo quasi un secolo in cui l'Area Sacra si poteva soltanto guardare dall'alto, il sito è stato aperto al pubblico con un percorso di visita che scende alla quota antica e permette di camminare fra i templi.
L'intervento è stato realizzato grazie a un'operazione di mecenatismo culturale della maison Bulgari, storica casa di gioielleria romana, in accordo con l'amministrazione capitolina, per un impegno dell'ordine del milione di euro. La direzione scientifica è della Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali.
Come si visita l'area oggi
L'ingresso si trova su via di San Nicola de' Cesarini, sul lato del Teatro Argentina. Da lì si scende, tramite passerelle prive di barriere architettoniche e con una pedana elevatrice, fino al livello degli scavi. Il percorso costeggia i quattro templi, permette di osservare da vicino il podio in tufo della Curia di Pompeo e conduce agli spazi espositivi ricavati sotto il livello stradale e nel portico della Torre del Papito, dove la torre medievale ospita anche la biglietteria.
Negli ambienti espositivi si vedono frammenti epigrafici, sarcofagi, decorazioni architettoniche e due teste colossali di divinità. La segnaletica è bilingue, in italiano e inglese, e sono stati installati pannelli tattili tridimensionali con testi in braille per i visitatori con disabilità visiva. È uno degli allestimenti più curati fra quelli realizzati di recente a Roma.
Sugli orari e sui costi ti do un consiglio di metodo invece di un dato che potrebbe invecchiare male: consulta il sito della Sovrintendenza Capitolina o il servizio informativo del Comune di Roma prima di andare. Le aperture cambiano fra ora solare e ora legale, ci sono giorni di chiusura settimanale, e per i residenti a Roma e nella città metropolitana esistono condizioni di favore. Verificare costa due minuti e ti evita un viaggio a vuoto.
I gatti e la passerella
La domanda che si fanno tutti è: e i gatti, dove sono finiti? Sono rimasti dove sono sempre stati. Il percorso di visita è stato progettato in modo da non interferire con l'area del rifugio e con gli spazi che i gatti usano abitualmente. Camminando sulla passerella capita spessissimo di vederne uno acciambellato su una base di colonna o intento ad attraversare con la solenne lentezza di chi sa di essere a casa propria.
Il gatto, va detto, ha vinto la partita su tutta la linea: prima aveva un'area archeologica chiusa tutta per sé, adesso ha un'area archeologica restaurata, illuminata a led e pattugliata da personale, sempre tutta per sé, con in più un pubblico ammirato che passa dietro un parapetto. Non conosco altro esempio di ristrutturazione urbana in cui l'occupante preesistente sia uscito così bene.
Due visite distinte, un solo luogo
È importante capire che l'area archeologica e il rifugio sono due cose separate, con ingressi diversi. Alla prima si accede da via di San Nicola de' Cesarini con biglietto; al secondo si accede dall'angolo di via Arenula, scendendo la scaletta, e la visita è libera nelle fasce orarie in cui i volontari sono presenti, tipicamente nel pomeriggio.
Il mio suggerimento, se hai tempo, è di fare entrambe le cose nella stessa uscita, e in quest'ordine: prima l'area archeologica, per capire dove ti trovi e che cosa hai sotto i piedi, poi il rifugio, per capire chi ci abita oggi. In questa sequenza la visita ha un senso narrativo e non si riduce a due tappe scollegate.
Le regole di buona educazione al Santuario dei gatti di Largo Argentina
Questo è il capitolo che, se dipendesse da me, stamperei e appenderei all'ingresso in dieci lingue. La maggior parte dei problemi che le volontarie devono gestire con il pubblico non nasce da cattiveria, ma da entusiasmo mal indirizzato.
Regola numero uno: i gatti non si prendono in braccio. Molti degli ospiti sono animali che hanno alle spalle traumi, malattie o anni di vita da selvatici; essere sollevati da uno sconosciuto è per loro un'esperienza terrorizzante, e un gatto spaventato può graffiare o mordere per legittima difesa. Se un gatto vuole avvicinarsi, lo farà da solo. È il suo modo di darti il permesso.
Regola numero due: non si dà da mangiare. Sembra un gesto gentile ed è invece un problema serio. Molti gatti seguono diete specifiche per patologie renali, diabetiche o gastrointestinali; un biscotto offerto con le migliori intenzioni può mandare all'aria settimane di terapia. Se vuoi contribuire al loro cibo, la strada è donare, non somministrare.
Il volume della voce e i bambini
Regola numero tre: si parla a bassa voce. Il rifugio è uno spazio chiuso, con soffitti bassi, dove decine di animali dormono per gran parte della giornata. Il gatto ha un udito enormemente più sensibile del nostro; una comitiva che entra parlando come al bar trasforma un ambiente riposante in una fonte di stress cronico.
Se sei con bambini, spiegaglielo prima di entrare, non dentro. Ai bambini si può chiedere qualunque cosa, purché la si chieda in anticipo e con una motivazione comprensibile: "i gatti qui dentro sono malati o anziani e hanno bisogno di silenzio" funziona molto meglio di uno "sst" ripetuto dieci volte davanti alle gabbie.
Fotografie: sì, ma con criterio
Regola numero quattro: niente flash. Vale nel rifugio e vale ancora di più con gli animali, il cui occhio è adattato alla penombra. Un flash sparato a mezzo metro da un gatto che dorme è una piccola aggressione. Le fotocamere dei telefoni contemporanei lavorano benissimo con la luce disponibile: disattiva il flash all'ingresso e non pensarci più.
Regola numero cinque, la più delicata: non ostruire il lavoro. Se una volontaria sta somministrando una terapia o pulendo, fai un passo indietro e aspetta. Sembra ovvio, e non lo è: nei momenti di maggiore affluenza il rifugio diventa strettissimo, e chi ci lavora deve poter passare.
E fuori, nell'area archeologica
Nell'area scavata, i gatti liberi vanno guardati e basta. Non si scavalcano parapetti, non si scende nelle zone non autorizzate, non si lanciano cibo o oggetti dall'alto. Oltre a essere pericoloso per l'incolumità delle strutture antiche e per gli animali, è vietato.
Se vedi un gatto che ti sembra ferito o in difficoltà, non improvvisare un salvataggio: avvisa le volontarie del rifugio o il personale dell'area archeologica. Loro sanno riconoscere quali soggetti sono già in cura, quali hanno esiti di vecchi interventi e quali invece necessitano davvero di attenzione.
Visitare il Santuario dei gatti di Largo Argentina con i bambini
È una delle mete più efficaci di Roma per i bambini, e lo dico dopo averla proposta a molte famiglie. Ha tre vantaggi: è breve, è concreta, ed è emotivamente comprensibile a qualunque età. Dopo tre giorni di chiese, musei e code, un'ora fra gatti e templi rimette in pace le famiglie con la propria vacanza.
Funziona anche come strumento didattico. Davanti al parapetto puoi spiegare in cinque minuti perché la città antica sta sei metri più in basso, cosa significa "votare un tempio", perché i romani costruivano templi con il bottino di guerra. Sono concetti astratti che, avendo sotto gli occhi le pietre e un gatto che ci cammina sopra, diventano immediatamente afferrabili.
Come raccontare Cesare a un bambino
La morte di Cesare è una storia forte, e va calibrata sull'età. Con i più piccoli evito i dettagli e mi limito al nocciolo: c'era un uomo potentissimo, molti pensavano volesse diventare re, e i suoi avversari lo uccisero proprio qui, in una sala che oggi non c'è più. Con i ragazzi più grandi si può entrare nel merito politico, che è enormemente più interessante del gesto.
Il punto che li colpisce sempre è il paradosso finale: i congiurati uccisero Cesare per salvare la Repubblica, e ottennero l'effetto opposto. Dopo tredici anni di guerre civili nacque l'impero, e il nome stesso di Cesare divenne il titolo dei sovrani, fino allo Zar e al Kaiser. È una lezione di storia in tre frasi.
Il patto da fare prima di entrare
Con i bambini, il segreto è stabilire il patto prima. Voce bassa, mani lungo i fianchi, niente rincorse, e chi rispetta il patto può fermarsi tutto il tempo che vuole a guardare i gatti. Aggiungi che i gatti scelgono con chi stare e che scelgono i tranquilli: è una motivazione infallibile, e per giunta è vera.
Quasi tutti i bambini escono da qui volendo adottare un gatto. Prima di dire di sì in un momento di commozione, ricordati che il Santuario dei gatti di Largo Argentina non affida animali su due piedi ai turisti di passaggio, e fa benissimo. Se il desiderio resiste al ritorno a casa, la strada giusta è rivolgersi al rifugio della propria città.
Quando andare al Santuario dei gatti di Largo Argentina
Il rifugio apre al pubblico nella fascia pomeridiana, quando i volontari sono presenti e hanno finito la parte più intensa del lavoro quotidiano. Gli orari possono variare, quindi il metodo corretto è verificarli prima sui canali dell'associazione. Presentarsi la mattina presto significa quasi sempre trovare chiuso.
Se il tuo obiettivo è vedere i gatti liberi nell'area archeologica, invece, i momenti migliori sono le prime ore del mattino e il tardo pomeriggio, cioè le fasce in cui i gatti sono attivi. Nelle ore centrali di una giornata estiva romana troverai soltanto profili immobili all'ombra dei muri: i gatti hanno un'idea molto chiara di come si sopravvive a luglio.
Le stagioni
La primavera è la stagione ideale: luce lunga, temperature miti, gatti attivi, piazza vivibile. Aprile e maggio a Roma sono anche i mesi più affollati, quindi metti in conto un po' di coda alla biglietteria dell'area archeologica, mentre il rifugio raramente ha file lunghe.
L'estate è dura per tutti, gatti compresi. Se vieni in luglio o agosto, punta sul tardo pomeriggio e porta acqua. L'autunno è la stagione che preferisco: la luce bassa di ottobre sui podi di tufo è una cosa che vale il viaggio, e la piazza si svuota. L'inverno ha il suo fascino malinconico, con i gatti raggomitolati nelle cucce e il traffico che scorre grigio sopra le rovine.
Quanto tempo serve
Per il rifugio bastano venti o trenta minuti, salvo che tu non voglia fermarti a parlare con le volontarie, nel qual caso il tempo si dilata piacevolmente. Per l'area archeologica calcola dai quaranta minuti a un'ora, di più se leggi tutti i pannelli e ti fermi negli spazi espositivi.
Nel complesso, un'ora e mezza abbondante ti permette di fare le due cose con calma. È una tappa che si incastra bene a metà giornata, fra una mattinata al Pantheon e un pomeriggio al Ghetto, oppure come chiusura leggera di una giornata pesante.
Che cosa c'è intorno al Santuario dei gatti di Largo Argentina
La posizione è talmente centrale che il problema non è trovare qualcosa da vedere nei dintorni, ma scegliere. Ti do il mio itinerario preferito, quello che costruisco quando ho mezza giornata e voglio far capire Roma senza correre.
Si comincia dalla Crypta Balbi, a due passi in via delle Botteghe Oscure: è la sede del Museo Nazionale Romano meno visitata e forse la più intelligente, perché racconta proprio la stratificazione, cioè come un edificio antico diventa magazzino, poi convento, poi casa popolare. Chi ha capito il dislivello di Largo Argentina, lì trova la spiegazione completa.
Verso il Ghetto e l'Isola Tiberina
Scendendo via Arenula si arriva in pochi minuti al Portico d'Ottavia e al quartiere ebraico, uno dei luoghi più intensi della città, con la sinagoga, il Teatro di Marcello e i resti che affiorano fra le case. Da lì il ponte Fabricio, che è il ponte romano più antico ancora in uso a Roma, conduce all'Isola Tiberina.
È un percorso di venti minuti a piedi che attraversa duemila anni senza salite. E lungo la strada, se guardi negli angoli, incontrerai altri gatti: la colonia di Largo Argentina è la più famosa, ma non è affatto l'unica del centro storico.
Verso il Pantheon e Campo de' Fiori
Nella direzione opposta, risalendo via di Torre Argentina, in cinque minuti sei alla Rotonda del Pantheon. Deviando invece verso ovest, oltre corso Vittorio Emanuele II, si arriva a Campo de' Fiori e alla statua di Giordano Bruno, e poco più in là a piazza Farnese.
Segnalo, per chi ama i dettagli poco noti, il complesso del Teatro di Pompeo: le sue strutture sono inglobate negli edifici fra Campo de' Fiori e via del Biscione, e la curvatura della cavea si legge ancora nell'andamento delle strade. È lo stesso complesso di cui faceva parte la Curia dove morì Cesare. Camminare da Largo Argentina fino a lì significa attraversare, a livello moderno, l'ingombro di un unico gigantesco monumento antico.
Dove fermarsi a mangiare
Sul tema della ristorazione ti do un consiglio strutturale invece di indirizzi che cambiano ogni due anni. Attorno a una piazza così battuta, i locali affacciati direttamente sul flusso turistico raramente sono i migliori. Basta spostarsi di due o trecento metri, verso il Ghetto o verso i vicoli a nord di corso Vittorio, per trovare cucina più seria a prezzi più ragionevoli.
Diffida dei menù tradotti in sei lingue con le fotografie dei piatti, dei posti con qualcuno all'ingresso che ti invita a entrare, e delle carbonare servite alle undici del mattino. Sono segnali affidabili quanto un termometro.
Accessibilità e servizi al Santuario dei gatti di Largo Argentina
Il tema va affrontato con precisione, perché la situazione è diversa per i due spazi. L'area archeologica riaperta nel 2023 è stata progettata secondo criteri di accessibilità universale: passerelle senza dislivelli, pedana elevatrice per superare il salto di quota fra la strada e il piano degli scavi, pannelli tattili tridimensionali con didascalie in braille, segnaletica in italiano e inglese.
Il rifugio, invece, si trova in ambienti preesistenti e vi si accede tramite una scala. Non è, allo stato, una struttura pienamente accessibile a chi ha difficoltà motorie importanti, ed è bene saperlo prima per non trovarsi davanti a una sorpresa spiacevole. Chi ha esigenze particolari può contattare l'associazione in anticipo.
Servizi essenziali
Il rifugio non dispone di servizi igienici per il pubblico, per una ragione tecnica che ho già accennato: mancano gli allacci necessari in un contesto vincolato. È un dettaglio banale ma pratico, soprattutto se viaggi con bambini. I bar della zona sono numerosi e nessuno ti guarderà male se consumi qualcosa prima di chiedere.
La piazza è servita da un capolinea di superficie molto frequentato, quindi c'è quasi sempre movimento anche in orari serali. Come in tutte le aree ad alta densità turistica, tieni d'occhio borse e zaini: non perché il posto sia pericoloso, ma perché la folla è il migliore alleato dei borseggiatori in ogni città del mondo.
Animali al seguito
Se viaggi con il tuo cane, la risposta è quella che immagini: nel rifugio non si entra con altri animali. Non è una questione di antipatia, è una questione sanitaria e di stress per animali già fragili. Anche nell'area archeologica valgono le regole ordinarie previste per i siti culturali, quindi informati prima.
Chi arriva con un gatto proprio pensando di lasciarlo qui riceverà, giustamente, una risposta molto netta. Il rifugio è saturo da anni e accoglie soltanto animali che non hanno alcuna alternativa. L'abbandono, oltre a essere un reato, sottrae posto a chi ne ha davvero bisogno.
Gli errori più comuni di chi visita il Santuario dei gatti di Largo Argentina
Ne ho visti parecchi, e quasi tutti nascono da aspettative sbagliate. Il primo errore è arrivare pensando di trovare un'attrazione organizzata, con biglietteria, percorso obbligato e bookshop. Non è così: è un rifugio, e come tutti i rifugi ha spazi stretti, odori, rumori e ritmi dettati dalle esigenze degli animali, non dei visitatori.
Il secondo errore è confondere il rifugio con l'area archeologica e credere che il biglietto dell'una valga per l'altro. Sono gestioni diverse, ingressi diversi, regole diverse. Il terzo errore è pensare che il rifugio riceva fondi pubblici e che quindi una donazione sia superflua: non li riceve, e non lo è.
L'errore più diffuso di tutti
Il più frequente in assoluto, però, è un altro: entrare, guardare i gatti per tre minuti, uscire, e non aver capito niente di dove si è stati. Il Santuario dei gatti di Largo Argentina non è un luogo che si consuma con lo sguardo. È un luogo che si capisce facendo due o tre domande a chi ci lavora.
Chiedi da quanti anni sono volontari, come è arrivato quel gatto senza un occhio, quante colonie seguono in città, che cosa serve davvero in questo momento. Sono domande che costano trenta secondi e che ti restituiscono un pezzo di Roma che nessuna guida stampata ti può dare.
Una nota sul turismo compassionevole
C'è una tendenza, nel turismo contemporaneo, a cercare esperienze con gli animali che finiscono per essere dannose per gli animali stessi. Questo posto è l'esatto contrario: non ti offre niente da fare, non ti promette interazioni, non ti vende contatto. Ti chiede semmai di stare fermo, di parlare piano e di lasciare che siano loro a decidere.
È una forma di turismo più matura, e mi fa piacere che a Roma esista un esempio così limpido. Se esci di qui con una foto sfocata di un gatto grigio e la sensazione di aver disturbato pochissimo, la visita è perfettamente riuscita.
Perché il Santuario dei gatti di Largo Argentina racconta Roma meglio di molti monumenti
Chiudo la parte descrittiva con una considerazione che faccio spesso ai gruppi, di solito mentre risaliamo verso il Pantheon. Roma ha centinaia di monumenti più imponenti di questo. Nessuno, però, riesce a spiegare così bene tre caratteristiche profonde di questa città.
La prima è la stratificazione: un tempio del III secolo avanti Cristo, una chiesa medievale costruita dentro, uno sventramento novecentesco, una colonia di gatti, un restauro finanziato da una maison di gioielleria. Cinque epoche compresenti nello stesso quadrilatero, senza che nessuna abbia cancellato le altre.
La seconda: l'informalità che diventa istituzione
La seconda caratteristica è il modo in cui a Roma le cose nascono per iniziativa privata, quasi clandestina, e poi si consolidano fino a diventare parte del paesaggio riconosciuto. Un attore che porta gli avanzi ai gatti negli anni Cinquanta, un mazzo di chiavi che passa di mano, due donne che nel 1993 decidono di organizzarsi, e trent'anni dopo un'amministrazione che dichiara pubblicamente che l'oasi felina non si tocca.
È lo stesso meccanismo che ha prodotto metà delle istituzioni di questa città. Roma raramente pianifica; molto più spesso legittima a posteriori quello che qualcuno ha già fatto. Non è sempre un pregio, ma è indubbiamente una forma di intelligenza adattiva.
La terza: la convivenza fra il sublime e il quotidiano
La terza caratteristica è la più difficile da spiegare a chi non è romano. Qui il luogo dell'assassinio di Giulio Cesare non è un santuario laico circondato da silenzio reverenziale: è una piazza con le fermate dell'autobus, un rifugio per animali, un teatro, edicole e traffico. E questo, invece di sminuire la storia, la rende sopportabile.
Una città che vivesse costantemente all'altezza del proprio passato sarebbe invivibile. Roma ha risolto il problema mettendo un capolinea sopra la Curia di Pompeo e lasciando che i gatti dormissero sui templi. È una soluzione irriverente e profondamente saggia, e il Santuario dei gatti di Largo Argentina ne è la prova quotidiana.
Una curiosità su Santuario dei gatti di Largo Argentina
La curiosità che mi diverte di più riguarda il nome del luogo, e la racconto sempre come un piccolo indovinello. Chiedo ai visitatori da dove venga il nome "Argentina", e nove volte su dieci mi rispondono con qualche ipotesi sudamericana: un'ambasciata, una comunità di immigrati, un donatore argentino. La verità è che il nome viene da Strasburgo, che in latino si chiamava Argentoratum, e da un cerimoniere pontificio alsaziano vissuto fra Quattro e Cinquecento, Johannes Burckard, che qui si costruì la casa con torre.
La cosa curiosa non finisce lì. Nella toponomastica romana questa piazza ha finito per generare due equivoci sovrapposti. Il primo, appunto, sul paese sudamericano. Il secondo riguarda la torre medievale che si vede dalla piazza, quella in laterizio, che tutti chiamano Torre Argentina e che invece è la Torre del Papito, di tutt'altra origine e di tutt'altra famiglia. La vera torre di Burckard fa parte della Casa del Burcardo, poco distante, ed è oggi legata alla storia del teatro italiano.
C'è poi una piccola ironia aggiuntiva che mi piace segnalare. Il gatto è probabilmente l'animale più anarchico e meno cerimonioso che esista, e questa colonia porta indirettamente il nome di un uomo che dedicò la vita al protocollo, alle precedenze e all'ordine delle processioni papali. Burckard annotava con scrupolo ossessivo chi doveva camminare davanti a chi. A distanza di cinque secoli, nel luogo che porta il suo nome, la precedenza la decide un gatto rosso disteso in mezzo alla passerella. Non credo che l'avrebbe presa bene, e proprio per questo la trovo una delle vendette più eleganti che Roma abbia mai messo in scena.
Una cosa che non ti dice nessuno su Santuario dei gatti di Largo Argentina
La cosa che quasi nessuno dice è che questo posto non nasce da un progetto di tutela degli animali, ma da un vuoto amministrativo. L'Area Sacra fu scavata, recintata e inaugurata nel 1929, e poi lasciata per quasi un secolo in una condizione sospesa: visibile ma non visitabile, tutelata ma non valorizzata, custodita in modo intermittente. In quello spazio giuridico e pratico non presidiato si è insediata prima la colonia, poi la struttura che se ne prende cura.
Ne discende una conseguenza che raramente si ammette: il Santuario dei gatti di Largo Argentina esiste anche perché per decenni nessuno ha saputo decidere che cosa fare di quest'area. Se nel 1930 si fosse aperto un percorso di visita con custodi e cancelli, con ogni probabilità la colonia non si sarebbe mai consolidata e questa storia non ci sarebbe. È un caso in cui l'inefficienza istituzionale ha prodotto, per pura casualità, un valore culturale.
La seconda cosa che nessuno racconta è quanto sia fragile la posizione del rifugio sul piano formale. Gli ambienti occupati non nascono con quella destinazione, l'associazione non ha finanziamenti pubblici, e la questione della regolarizzazione si è riaperta più volte, con momenti di vera tensione, in particolare intorno al 2012, quando si arrivò a parlare apertamente di sgombero e furono raccolte decine di migliaia di firme in tutto il mondo. La formula che ha permesso di andare avanti è sempre stata la stessa: nessuno spostamento senza una sede alternativa adeguata.
C'è infine un aspetto pratico che i visitatori scoprono solo entrando. Il rifugio non ha servizi igienici per il pubblico, perché non esistono gli allacci fognari necessari in un contesto vincolato come questo. È un dettaglio prosaico, ma dice più di molti discorsi sulla condizione reale in cui si lavora qui: si accudiscono decine di animali cronici in ambienti che non sono stati concepiti per ospitare né loro né le persone che se ne occupano.
Il consiglio che ti do per visitare Santuario dei gatti di Largo Argentina
Il consiglio principale è di invertire l'ordine mentale con cui la maggior parte delle persone affronta questa tappa. Non venire "a vedere i gatti" e poi, se avanza tempo, dare un'occhiata alle rovine. Fai il contrario: dedica la prima mezz'ora all'area archeologica, con il percorso che scende alla quota antica, e solo dopo scendi al rifugio. La differenza di comprensione è enorme, perché arrivi dai gatti sapendo esattamente sopra che cosa dormono.
Secondo consiglio, di natura pratica: verifica gli orari prima di partire. L'area archeologica ha una gestione museale con giorni di chiusura e orari che cambiano fra ora solare e ora legale, mentre il rifugio apre nella fascia pomeridiana in funzione della presenza dei volontari. Sono due calendari diversi che non sempre coincidono, e presentarsi a caso è il modo più sicuro per vedere solo un cancello.
Terzo consiglio, che vale come regola di comportamento e come atteggiamento mentale: entra nel rifugio e non fare niente. Non allungare le mani, non chiamare i gatti, non offrire cibo, non inseguire quello che ti sembra più bello. Trova un punto dove non intralci il passaggio, resta immobile due o tre minuti e lascia che l'ambiente si riassesti attorno a te. Nella grande maggioranza dei casi sarà un gatto ad avvicinarsi, e a quel punto avrai ottenuto qualcosa che nessun visitatore rumoroso otterrà mai.
Quarto e ultimo: porta con te qualche moneta o qualche banconota di piccolo taglio e lasciale, oppure compra qualcosa al banchetto. Non è una questione di beneficenza generica, è una questione di sostenibilità concreta. Questo posto vive di donazioni, e la cifra che per te è irrilevante moltiplicata per il flusso di visitatori è ciò che tiene aperto il rifugio. Se hai apprezzato la visita, il modo più coerente di dirlo è contribuire.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Il fatto è questo: tutti sanno che Giulio Cesare fu ucciso alle Idi di marzo del 44 avanti Cristo, e quasi tutti danno per scontato che sia successo in Senato, immaginando la Curia del Foro Romano. In realtà il Senato quel giorno era riunito nella Curia annessa al complesso del Teatro di Pompeo, cioè proprio qui, in quello che oggi è Largo di Torre Argentina. La Curia del Foro, all'epoca, era in ricostruzione.
Il dettaglio meno citato è quello che accadde dopo. Il luogo fu considerato contaminato dal delitto, un locus sceleratus, e le fonti antiche riferiscono che Augusto ne dispose la chiusura definitiva, facendo murare l'ambiente e collocando nel punto una struttura che ne impedisse per sempre l'uso. Non fu un gesto sentimentale ma un atto di igiene religiosa e politica insieme: si cancellava fisicamente lo spazio dell'assassinio, e nello stesso tempo lo si consacrava come monito.
Su questa struttura si è aperto in tempi recenti un dibattito scientifico interessante. Nel 2012 un gruppo di ricerca spagnolo guidato dall'archeologo Antonio Monterroso ha proposto di identificare con quel monumento augusteo una massa in opera cementizia presente nell'area, sostenendo di aver individuato con precisione il punto della morte di Cesare. L'ipotesi è stata discussa e contestata, fra gli altri da Andrea Carandini, che ne ha dato una lettura topografica diversa. La discussione non è chiusa.
Il fatto poco citato, quindi, non è soltanto che Cesare morì qui: è che il punto esatto resta un problema aperto, e che il paesaggio che vedi oggi conserva ancora, in forma di podio in tufo, la traccia di quella rimozione voluta da Augusto. Quando cammini sulla passerella e vedi un gatto disteso da quelle parti, sappi che sta occupando con totale indifferenza uno dei metri quadrati più discussi della storiografia occidentale.
La foto giusta da fare a Santuario dei gatti di Largo Argentina
La fotografia che consiglio non è il primo piano del gatto. Ne esistono milioni, sono tutte simili, e nessuna dice dove ti trovi. La foto giusta è quella che mette insieme i due piani del racconto: il felino in primo piano e l'architettura antica dietro, riconoscibile. In pratica: un gatto acciambellato su un blocco di tufo o su una base di colonna, con le colonne superstiti del tempio rotondo sullo sfondo.
Tecnicamente, il modo più semplice per ottenerla è abbassarsi. La maggior parte delle foto scattate qui sono viste dall'alto, perché si guarda dal parapetto o si punta il telefono verso il basso, e il risultato appiattisce tutto. Se ti metti all'altezza del soggetto, o comunque il più in basso possibile compatibilmente con i parapetti, guadagni immediatamente profondità e il fondale architettonico entra nell'inquadratura.
Sulla luce: le ore migliori sono la prima mattina e il tardo pomeriggio, quando il sole radente accende il colore caldo del tufo e del travertino e disegna le ombre dei podi. Nelle ore centrali la luce piena schiaccia i volumi e brucia le pietre chiare. In inverno, il pomeriggio è quasi sempre perfetto; in estate, aspetta le ultime ore prima del tramonto, che a Roma in luglio arriva tardissimo.
Dentro il rifugio vale una regola sola e non negoziabile: niente flash, mai. Gli occhi dei gatti sono adattati alla penombra e un lampo ravvicinato è aggressivo e doloroso. Usa la luce disponibile, appoggia il telefono a una superficie stabile se serve, accetta un po' di rumore digitale. E chiedi sempre alle volontarie prima di fotografare gli ambienti di lavoro o le persone: è una cortesia elementare che in un posto come questo vale doppio.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il primo grande avvenimento è la costruzione stessa dei quattro templi, distribuita nell'arco di due secoli e legata a episodi militari precisi. Il tempio D fu votato nel 190 avanti Cristo da Lucio Emilio Regillo dopo la vittoria navale di Mionneso contro la flotta di Antioco III, e dedicato nel 179; il tempio B fu voluto da Quinto Lutazio Catulo alla Fortuna Huiusce Diei dopo la battaglia contro i Cimbri combattuta presso Vercelli nel 101 avanti Cristo. Ogni pietra di quest'area è, letteralmente, il resoconto contabile di una campagna militare.
Il secondo avvenimento è il grande incendio che le fonti collocano nel 111 avanti Cristo e che rese necessario il rialzamento del piano di calpestio di circa un metro e quaranta, con la conseguente riorganizzazione delle scalinate e degli altari. Un secondo incendio, in età imperiale, portò dopo l'80 dopo Cristo a una nuova pavimentazione in lastre di travertino, ancora oggi visibile. Sono episodi che ai non addetti sembrano minori e che invece hanno riscritto fisicamente l'intera area.
Il terzo è naturalmente il 15 marzo del 44 avanti Cristo, con l'assassinio di Cesare nella Curia di Pompeo e la successiva chiusura dell'edificio per volontà di Augusto. È l'evento che ha reso questo quadrilatero un luogo della memoria universale, citato in ogni letteratura, riscritto da Shakespeare e ripetuto in ogni scuola del mondo.
Il quarto avvenimento è novecentesco: le demolizioni avviate nel 1926 per collegare via Arenula a corso Vittorio Emanuele II, il ritrovamento fortuito della testa colossale e delle braccia marmoree, la campagna di scavo che ne seguì e la decisione del 1928 di conservare l'area anziché coprirla. La sistemazione fu affidata ad Antonio Muñoz e l'Area Sacra venne inaugurata il 21 aprile 1929, giorno del Natale di Roma.
Il quinto riguarda i gatti e le persone: l'insediamento della colonia già negli anni degli scavi, la cura informale portata avanti per decenni, l'incontro del novembre 1993 fra Silvia Viviani e Lia Dequel e la nascita nel 1994 di una struttura organizzata negli ambienti sotto il livello stradale. Da lì in avanti, la crescita della rete di sterilizzazione su decine di colonie romane, le migliaia di adozioni, la notorietà internazionale.
Il sesto e più recente è la riapertura al pubblico dell'Area Sacra il 20 giugno 2023, dopo un intervento di restauro e di allestimento sostenuto dal mecenatismo della maison Bulgari e diretto scientificamente dalla Sovrintendenza Capitolina. Per la prima volta dopo quasi un secolo si è potuto camminare fra i templi, e la colonia felina è stata esplicitamente salvaguardata nel disegno del percorso.
Chi è passato da Santuario dei gatti di Largo Argentina
Cominciamo dalle presenze antiche, che sono di prima grandezza. In questo perimetro passarono Gaio Giulio Cesare, che vi morì; Marco Giunio Bruto e Gaio Cassio Longino, che lo uccisero; Marco Antonio, che fu trattenuto fuori dall'aula mentre dentro si consumava la congiura; e la memoria di Gneo Pompeo Magno, la cui statua stava nella Curia e ai cui piedi, secondo Plutarco, Cesare cadde. Prima ancora, generali come Lucio Emilio Regillo e Quinto Lutazio Catulo avevano legato il proprio nome ai templi che ancora vedi.
Nel Rinascimento la zona è dominata dalla figura di Johannes Burckard, il cerimoniere alsaziano di Alessandro VI, autore di quel Liber notarum che resta una delle fonti più dettagliate e più spietate sulla corte pontificia dei Borgia. È a lui che la piazza deve, per via traversa, il proprio nome.
Nel Settecento e nell'Ottocento la scena si sposta sul lato del teatro. Il Teatro Argentina, aperto nel 1732, ha ospitato la prima assoluta del Barbiere di Siviglia di Gioachino Rossini il 20 febbraio 1816, una serata rimasta celebre per il fiasco clamoroso e per la rivincita immediata nelle repliche successive. Da quel palcoscenico sono passati due secoli di musica e di teatro italiano.
Nel Novecento arrivano gli archeologi e gli urbanisti: Antonio Muñoz, che curò la sistemazione dell'area, e le squadre che fra il 1926 e il 1928, e poi a più riprese fino agli anni Settanta, riportarono alla luce i templi. Alla cerimonia inaugurale del 21 aprile 1929 era presente Benito Mussolini, in un contesto politico che di quella scoperta fece ampio uso propagandistico.
Poi vengono le persone che hanno fatto la storia della colonia, e sono quelle che qui mi stanno più a cuore. L'attore Antonio Crast, che dagli anni Cinquanta portava il cibo ai gatti e custodiva le chiavi del magazzino; le attrici che sostennero la colonia, fra cui viene sempre ricordata Anna Magnani, immagine simbolo del rapporto fra Roma e i suoi gatti; e infine Lia Dequel e Silvia Viviani, che dal 1993 trasformarono una consuetudine informale in una struttura stabile. Lia Dequel, scomparsa il 3 luglio 2013, è la figura fondativa di questo posto nel senso più letterale del termine.
Infine, in tempi recentissimi, è passato di qui anche il mondo del mecenatismo culturale, con l'intervento della maison Bulgari che ha reso possibile il restauro e l'apertura del percorso di visita. Ed è passato, e continua a passare, un numero impressionante di volontarie e volontari di ogni nazionalità, la cui somma di ore non pagate rappresenta il vero patrimonio immateriale del Santuario dei gatti di Largo Argentina.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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