Catacombe di San Sebastiano

Le Catacombe di San Sebastiano sono in via Appia Antica 136, a Roma, sotto la basilica di San Sebastiano fuori le Mura, poco oltre il terzo miglio della regina viarum e circa ottocento metri più avanti delle Catacombe di San Callisto per chi arriva dalla città. Ci si arriva con gli autobus ATAC 118, 218 e 660, fermata Basilica S. Sebastiano: il 118 è la linea che scende dal Circo Massimo lungo le Terme di Caracalla e poi imbocca l'Appia, il 660 collega la stazione Arco di Travertino della metro A, il 218 arriva dalla zona di San Giovanni passando per il bivio del Domine Quo Vadis. La visita si fa soltanto accompagnati da una guida del complesso, dura una mezz'ora e si svolge in italiano, inglese, francese, spagnolo e tedesco. Il canale ufficiale di vendita della Santa Sede indica 12,00 euro per il biglietto intero, cioè 10,00 euro più 2,00 euro di diritti di prenotazione, e 9,00 euro per il ridotto, cioè 7,00 più 2,00, con riduzione per i ragazzi dai 7 ai 16 anni, per gli studenti di archeologia, architettura e storia dell'arte fino a 25 anni, per sacerdoti e religiosi; l'ingresso è gratuito sotto i sei anni, per le persone con disabilità e il loro accompagnatore, per le guide turistiche abilitate e per un insegnante ogni quindici paganti. L'apertura indicata dai canali istituzionali si colloca nella fascia fra le 9.30 e le 10.00 del mattino e le 17.00, con ultimo ingresso fra le 16.30 e le 16.45; il complesso resta chiuso per alcune settimane nel mese di dicembre, il 25 dicembre e il 1 gennaio. Il giorno di riposo settimanale conviene farselo confermare al telefono, 06 7850350, oppure scrivendo a info@catacombe.org, prima di mettersi in viaggio. Dentro le gallerie fotografie e riprese video sono vietate. La basilica soprastante ha orari propri e ingresso libero: 8.15-18.00 da ottobre a marzo, 8.15-19.00 da aprile a settembre.

🕯️✦ Tour guidato

Catacombe di San Callisto: tour guidato

Sottoterra ci sono quindici gradi tutto l'anno: è la visita giusta per le ore centrali di una giornata di luglio.

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Ogni scheda apre una pagina di confronto qui su estateromana.com: le differenze tra le opzioni, le fasce di prezzo indicative e il link per prenotare sul sito del venditore. Puoi salvare quello che ti interessa in "Il mio viaggio".

Catacombe e Appia Antica✦ Sottoterra

Catacombe e Appia Antica

Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.

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Musei Vaticani e Cappella Sistina✦ Vai all'apertura

Musei Vaticani e Cappella Sistina

Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.

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Terme di Caracalla✦ Poco affollato

Terme di Caracalla

Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.

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Tour in e-bike✦ Senza fatica

Tour in e-bike

Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.

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Tour a piedi✦ Il classico

Tour a piedi

Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.

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Galleria Borghese✦ Prenotazione obbligatoria

Galleria Borghese

Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.

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Udienza papale✦ Mercoledì

Udienza papale

Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.

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Colosseo, Foro e Palatino✦ Va a ruba

Colosseo, Foro e Palatino

L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...

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Tour in golf cart✦ Poco cammino

Tour in golf cart

Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.

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Food tour✦ Vieni affamato

Food tour

Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.

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Bar hopping e vita notturna✦ Dopo le 21

Bar hopping e vita notturna

Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.

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Vespa e Ape Calessino✦ Foto garantite

Vespa e Ape Calessino

In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.

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Tour in sidecar✦ Il più scenografico

Tour in sidecar

Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.

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Corsi di cucina✦ Si mangia alla fine

Corsi di cucina

Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.

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Degustazioni di vino✦ Anche in città

Degustazioni di vino

In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.

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Castelli Romani✦ Fuori porta

Castelli Romani

Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.

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Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana✦ Patrimonio UNESCO

Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana

Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.

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Colosseo: sotterranei e arena✦ Accesso limitato

Colosseo: sotterranei e arena

Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.

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Pompei e Costiera Amalfitana✦ Giornata lunga

Pompei e Costiera Amalfitana

Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.

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Firenze in giornata✦ Alta velocità

Firenze in giornata

Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.

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Castel Sant'Angelo✦ Terrazza panoramica

Castel Sant'Angelo

Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.

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Roma di notte✦ Dopo il tramonto

Roma di notte

Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.

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Bus hop-on hop-off✦ Libertà di scesa

Bus hop-on hop-off

Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.

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Capri e Costiera Amalfitana✦ Mare

Capri e Costiera Amalfitana

Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.

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Trevi, Pantheon e piazze✦ Centro storico

Trevi, Pantheon e piazze

Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.

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Scuola dei gladiatori✦ Con i bambini

Scuola dei gladiatori

Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.

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Segway e monopattino✦ Poco sforzo

Segway e monopattino

Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.

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Ostia Antica✦ A 30 minuti

Ostia Antica

La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.

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Napoli e Pompei✦ Alta velocità

Napoli e Pompei

Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.

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Vaticano: ingresso anticipato✦ Prima dell'apertura

Vaticano: ingresso anticipato

Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.

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Se il sottosuolo cristiano di Roma vi interessa oltre questa singola visita, il quadro d'insieme è nella pagina dedicata alle Catacombe di Roma, che raccoglie tutti gli ipogei visitabili della città.

La basilica di San Sebastiano fuori le Mura sulla via Appia Antica a Roma
La basilica di San Sebastiano fuori le Mura, l'ingresso alle Catacombe di San Sebastiano

Quanto costa entrare alle Catacombe di San Sebastiano

Il biglietto comprende la visita guidata, che non è un supplemento e non si può rifiutare: qui non esiste il giro libero. Il prezzo pieno pubblicato dal canale ufficiale di prenotazione è di 12,00 euro, dei quali 10,00 sono l'ingresso vero e proprio e 2,00 i diritti di prenotazione. Il ridotto è 9,00 euro con la stessa struttura, 7,00 più 2,00. Le categorie che ne hanno diritto sono elencate con precisione: minori fra i 7 e i 16 anni, gruppi scolastici della stessa fascia, studenti universitari di archeologia, architettura e storia dell'arte fino ai venticinque anni con certificazione, sacerdoti, religiosi e seminaristi.

Le gratuità sono più generose di quanto la gente immagini. Non pagano i bambini fino a sei anni compresi, le persone con disabilità insieme al loro accompagnatore, gli studenti del Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, i religiosi della comunità che custodisce il complesso, un insegnante accompagnatore ogni quindici paganti, le guide turistiche abilitate e i ricercatori muniti di autorizzazione della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra. I gruppi che superano le trentacinque persone hanno diritto a due ingressi gratuiti. Chi viaggia con una comitiva scolastica farebbe bene a mettere questi numeri nero su bianco prima di partire, perché al botteghino, con quaranta ragazzi in fila, nessuno ha voglia di discutere di regolamenti.

La mia opinione, dopo anni di gruppi accompagnati su questo tratto di Appia: dieci euro per mezz'ora di visita sembrano tanti finché non si considera che dentro quel prezzo c'è una guida che parla, un impianto di illuminazione che tiene in vita un monumento fragile e la manutenzione di gallerie scavate nel tufo che se non fossero curate crollerebbero. Le catacombe romane sono fra i pochi luoghi di Roma dove il biglietto serve davvero a tenere in piedi il monumento, non a fare cassa. Chi storce il naso sul prezzo di solito non ha idea di quanto costi puntellare una galleria del terzo secolo.

Orari, chiusure e prenotazione delle Catacombe di San Sebastiano

Gli orari pubblicati dai vari canali istituzionali si assestano su una fascia unica che va dalla mattina, fra le 9.30 e le 10.00, fino alle 17.00, con l'ultimo ingresso fissato fra le 16.30 e le 16.45. In pratica, se vi presentate al cancello dopo le quattro e mezzo del pomeriggio rischiate di restare fuori. Il complesso osserva una chiusura annuale di alcune settimane a dicembre, e resta chiuso il 25 dicembre e il 1 gennaio. Il giorno di riposo settimanale è l'unico dato su cui i canali non convergono, e la telefonata allo 06 7850350 il giorno prima resta il modo più rapido per non giocarsi la mattinata.

Sulla prenotazione la situazione è più semplice di quanto sembri: nella maggior parte dei giorni dell'anno si arriva, si compra il biglietto e si aspetta la partenza del gruppo nella propria lingua, che si forma man mano. Nei periodi di punta, cioè la primavera, i ponti e le settimane giubilari, prenotare in anticipo dal canale ufficiale evita l'attesa. Le partenze non seguono un orario rigido: si accumulano i visitatori per lingua e si parte. Questo vuol dire che in bassa stagione, con pochi presenti, potreste attendere venti minuti perché si formi un gruppo italiano, e che in alta stagione potreste partire in cinque minuti dentro un gruppo di quaranta.

Un consiglio da professionista: se siete in due o tre e c'è coda, chiedete se parte prima un gruppo in inglese o in spagnolo e, se masticate la lingua, aggregatevi. Le guide del complesso raccontano lo stesso percorso in tutte le lingue, la sostanza non cambia, e vi risparmiate mezz'ora di sala d'attesa. Vale l'inverso per chi viaggia con anziani o bambini piccoli: meglio la lingua madre, perché sotto terra, con l'eco e la penombra, seguire una spiegazione in lingua straniera stanca il doppio.

Come si arriva alle Catacombe di San Sebastiano

Il modo più ordinato è il 118, che parte dalla zona di Piramide e del Circo Massimo, percorre viale delle Terme di Caracalla, esce da Porta San Sebastiano e prosegue sull'Appia Antica toccando prima il Domine Quo Vadis, poi San Callisto, poi la basilica. È una linea che gli autisti conoscono a memoria e che i romani usano come navetta archeologica. Il 218 fa un percorso diverso, scende da San Giovanni lungo via Ardeatina e si innesta sull'Appia, mentre il 660 collega la stazione Arco di Travertino della metro A ed è comodissimo per chi alloggia sulla direttrice Appio-Tuscolano. La fermata si chiama Basilica S. Sebastiano e il cancello del complesso è a pochi passi.

Chi arriva in automobile deve sapere una cosa che sulle mappe non si legge: l'Appia Antica, nel tratto fra Porta San Sebastiano e la basilica, è una strada basolata, stretta, con muretti a secco e senza marciapiede. Guidarci è scomodo, parcheggiarci di più. Nei giorni feriali esistono alcune aree di sosta lungo la strada e nei pressi del complesso, ma sono limitate e si riempiono presto la mattina. La domenica e nei giorni festivi il tratto è di norma riservato a pedoni e ciclisti, il che rende la passeggiata bellissima e la macchina inutile.

La soluzione che consiglio da anni a chi ha una giornata sola: autobus fino alla basilica, visita, e poi Appia a piedi o in bicicletta verso sud. Il noleggio di biciclette esiste nella zona del Parco dell'Appia Antica e cambia orari con le stagioni. In alternativa si torna indietro sempre con il 118. Chi prende il taxi consideri che sull'Appia il tassametro corre e che il tratto basolato non si percorre a velocità normale.

Perché si chiamano Catacombe di San Sebastiano, e perché tutte le altre si chiamano catacombe

Qui c'è il fatto che rende questo luogo diverso da qualunque altro cimitero sotterraneo del mondo: la parola catacomba è nata precisamente in questo indirizzo. Nell'antichità il sito era conosciuto come ad catacumbas, formula che gli studiosi fanno risalire al greco katà, presso, e kymbe, cavità: alla lettera, presso le cavità. Le cavità non erano una metafora. Prima dell'uso funerario questa fascia di Appia era una zona di cave di pozzolana, e l'estrazione aveva lasciato il terreno segnato da un avvallamento vistoso, tuttora percepibile a occhio nudo camminando lungo la strada nei pressi del complesso.

Il toponimo era un indirizzo, esattamente come noi diciamo alle cave, alla curva, sotto il ponte. Poi accadde una cosa che la storia delle parole registra spesso: il nome di un luogo particolare divenne il nome di una categoria universale. Quando, a partire dal Cinquecento, si riscoprirono gli altri cimiteri ipogei cristiani di Roma, dimenticati per secoli, l'unico che non era mai stato dimenticato era questo, e il suo nome locale finì per designarli tutti quanti. Da lì la parola ha viaggiato: catacombe di Parigi, catacombe di Napoli, catacombe di Alessandria d'Egitto, catacombe dei Cappuccini a Palermo. Nessuno di quei luoghi ha nulla a che vedere con una cava di pozzolana romana, eppure tutti portano il nome di questo avvallamento sull'Appia.

Il titolo di San Sebastiano è invece tardo, altomedievale. Per tutto il terzo secolo e oltre il cimitero fu chiamato in memoria apostolorum, memoria degli apostoli, per il legame con Pietro e Paolo. Il martire che oggi dà il nome a tutto arrivò dopo, quando la sua tomba divenne il centro del pellegrinaggio e la basilica soprastante prese il suo titolo. È un dettaglio che rovescia l'ordine mentale con cui la maggior parte dei visitatori arriva qui: non è un cimitero cristiano che a un certo punto ospitò gli apostoli, è un luogo apostolico che a un certo punto prese il nome di un martire sepolto lì dentro.

Vi dico la mia, e la dico da guida che di etimologie ne ha raccontate parecchie: la parte più trascurata di questa visita è quella che si consuma in superficie, prima ancora di scendere. Fermatevi trenta secondi sul piazzale, guardate come il terreno digrada verso la valle, e avrete capito da dove viene una parola che oggi usa mezzo pianeta. È l'unica lezione gratuita del complesso e quasi nessuno la ascolta.

In memoria apostolorum: Pietro e Paolo sotto la via Appia

La questione più pesante di tutto il complesso è questa, e va raccontata senza sconti perché è anche la più fraintesa. La Depositio martyrum, calendario romano della metà del quarto secolo, alla data del 29 giugno registra la ricorrenza di Pietro in catacumbas e quella di Paolo sulla via Ostiense. Il Martirologio Geronimiano, testo del quinto secolo, alla stessa data ricorda Pietro in Vaticano, Paolo sull'Ostiense e utrumque in catacumbas, Tusco et Basso consulibus: entrambi qui, sotto il consolato di Tusco e Basso, cioè nel 258.

Che cosa dicono davvero le fonti antiche

Le due righe che avete appena letto sono tutto quello che l'antichità ci ha lasciato di esplicito. Non c'è un documento che dica quando le reliquie sarebbero arrivate, chi le avrebbe portate, dove sarebbero state deposte e quando sarebbero ripartite. C'è una data consolare e una preposizione. Su quella base si è costruita, dal Seicento in poi, una intera letteratura.

L'ipotesi della traslazione e le altre letture

La lettura classica, quella che troverete su gran parte dei libri divulgativi, è la traslazione: durante la persecuzione di Valeriano, nel 258, le reliquie dei due apostoli sarebbero state spostate qui per sottrarle al sequestro imperiale, per tornare poi ai luoghi originari agli inizi del quarto secolo. Una seconda lettura, oggi molto seguita fra gli studiosi, interpreta quelle righe come l'istituzione di un culto congiunto dei due apostoli in questo luogo, senza alcuno spostamento di ossa. Una terza ipotesi collega la memoria a una proprietà della comunità cristiana in cui i due apostoli erano già venerati insieme prima del 258. Nessuna delle tre è dimostrata. Chi ve la racconta come un fatto acquisito sta semplificando, e nella divulgazione romana la semplificazione su questo punto è quasi una tradizione locale.

La triclia e i seicento graffiti

Quello che invece è materiale, misurabile e sotto i vostri piedi è la triclia: una sala coperta e porticata, ricavata sul ripiano artificiale creato verso la metà del terzo secolo, dove i devoti consumavano i banchetti funebri in onore dei defunti e dei martiri. Le pareti intonacate di quel vano conservano centinaia di graffiti, oltre seicento secondo i conteggi correnti, incisi dalla seconda metà del terzo agli inizi del quarto secolo, con invocazioni a Pietro e Paolo. Non due o tre pellegrini isolati: un flusso continuo di persone che venivano qui, mangiavano, bevevano e scrivevano sull'intonaco il nome dei due apostoli chiedendo intercessione.

Accanto alla triclia gli scavi hanno individuato un'edicola rivestita di marmo, che gli archeologi considerano il fulcro devozionale dell'area, e un ambiente coperto con un pozzo per l'acqua, indispensabile per i banchetti. Nella prima metà del quarto secolo tutto questo complesso di ambienti venne interrato per costruire il terrapieno su cui sorse la basilica costantiniana. È il motivo per cui oggi la triclia si vede tagliata in alto: la chiesa le è cresciuta sopra, letteralmente. Quando la guida vi porta lì, alzate gli occhi al punto in cui l'intonaco si interrompe e capirete in un secondo tutta la stratigrafia del luogo.

La mia opinione netta su questo capitolo: la discussione sulle ossa degli apostoli è affascinante ma sterile, perché non si chiuderà mai. I seicento graffiti invece sono una prova enorme e definitiva di un'altra cosa, molto più interessante: nel terzo secolo, in un momento in cui essere cristiani a Roma era pericoloso, qui si veniva in massa a pregare Pietro e Paolo. Non conta se sotto ci fossero le reliquie. Conta che centinaia di persone credessero di sì e lasciassero il proprio nome graffiato sul muro. Quello è il documento, non la leggenda.

Galleria scavata nel tufo con loculi nelle Catacombe di San Sebastiano a Roma
Le gallerie delle Catacombe di San Sebastiano scavate nel tufo

La piazzola e i tre mausolei pagani delle Catacombe di San Sebastiano

Il pezzo forte archeologico di questo complesso non è cristiano: è pagano, ed è conservato meglio di quasi tutto il resto. Si chiama piazzola ed è un ambiente di forma grosso modo circolare, in origine una cava di pozzolana a cielo aperto. Quando la cava fu abbandonata, verso la fine del secondo secolo, nelle sue pareti vennero scavati tre mausolei, decorati come si decorava una casa signorile del tempo: intonaci dipinti, stucchi, pavimenti, iscrizioni. Non erano tombe povere e non erano tombe cristiane. Erano i sepolcri di famiglie e di associazioni della Roma imperiale.

Il mausoleo di Marcus Clodius Hermes

Il primo, sulla destra, appartiene a Marcus Clodius Hermes, che ha lasciato il proprio nome inciso sulla facciata perché durasse. È durato: diciotto secoli dopo lo stiamo ancora leggendo, e questo dice qualcosa sull'efficacia dell'epigrafia romana come strumento di memoria. All'esterno il sepolcro conserva pitture con banchetti funebri e una scena che gli studiosi collegano al miracolo dell'indemoniato di Gerasa, uno dei più antichi documenti figurativi di quel racconto evangelico in ambito romano. All'interno si trovano sepolture a inumazione, altre pitture e una volta decorata con una testa di Gorgone: la Medusa dei manuali, motivo apotropaico classico che nelle tombe romane serviva a tenere lontano il male e gli intrusi.

Su questo mausoleo va detta una cosa che la divulgazione salta sempre: la compresenza di scene evangeliche e motivi pagani nello stesso sepolcro non è una contraddizione, è la normalità di quegli anni. La Roma della fine del secondo secolo non era divisa in due squadre con la maglia diversa. Le famiglie erano miste, i simboli si sovrapponevano, e la stessa bottega di pittori lavorava per committenti di ogni fede.

Il mausoleo degli Innocentiores

Il secondo mausoleo apparteneva a un collegio funeraticio, cioè a una associazione di mutuo soccorso i cui iscritti versavano quote regolari per assicurarsi una sepoltura dignitosa. Il nome del collegio, gli Innocentiores, compare nelle iscrizioni. Erano gente comune, artigiani, liberti, piccoli commercianti, che si organizzavano per non finire in una fossa comune fuori porta. Il sepolcro ha un descenso, cioè una scala di accesso, con la volta decorata da stucchi di qualità notevole, e in alcuni vani iscrizioni scritte con caratteri greci ma in lingua latina: il modo in cui parlava e scriveva davvero la Roma multietnica di quegli anni, una città in cui l'alfabeto e la lingua non coincidevano.

Qui compare anche uno dei documenti più citati del complesso: il graffito con il pesce, simbolo che nasce dall'acrostico greco delle parole che significano Gesù Cristo figlio di Dio salvatore, accostato all'ancora. Sono i segnali che in una seconda fase quel mausoleo pagano venne utilizzato anche per seppellire cristiani. La convivenza, sotto terra, era molto più stretta di quanto la vulgata racconti: nella stessa camera si passa dalla Gorgone al pesce senza soluzione di continuità.

Il mausoleo dell'Ascia

Il terzo, sulla sinistra, prende nome dall'arnese scolpito all'esterno, un'ascia che nelle formule sepolcrali romane compare spesso in relazione alla consacrazione del monumento. La decorazione interna è fatta di tralci di vite che nascono da kantharoi, i vasi a due anse del repertorio dionisiaco, posati su finti pilastri dipinti. È il più elegante dei tre e il meno raccontato, perché non offre alla guida né un nome famoso né un simbolo cristiano da spiegare. Peccato, perché la qualità della pittura parietale è alta e il repertorio vegetale è quello che passerà, quasi identico, nella decorazione cristiana del secolo successivo.

Verso la metà del terzo secolo l'intera piazzola venne interrata per creare un terrapieno a quota superiore, e su quel piano nacquero la triclia, l'edicola marmorea e l'ambiente con il pozzo. Poi, nella prima metà del quarto secolo, anche quel livello venne sepolto per fare posto alla basilica costantiniana. Tre città sovrapposte in centocinquant'anni, con le case dei morti che diventano piazza e la piazza che diventa chiesa. Se avete una guida che sa il fatto suo e la pazienza di ascoltare, questa sequenza è la lezione di stratigrafia più chiara che possiate ricevere a Roma senza iscrivervi a un corso universitario.

I martiri delle Catacombe di San Sebastiano: Sebastiano, Quirino, Eutichio

Le fonti antiche documentano tre martiri sepolti in questo cimitero della via Appia: Sebastiano, Quirino ed Eutichio. I loro nomi compaiono nella Notula oleorum, un catalogo altomedievale degli oli raccolti presso le tombe dei santi romani. Gli itinerari per pellegrini dell'alto Medioevo, però, Eutichio non lo citano, perché la sua sepoltura era scomoda da raggiungere: un dettaglio quasi burocratico che racconta meglio di mille pagine come funzionava la logistica del pellegrinaggio di allora, con percorsi obbligati, tempi contati e tappe selezionate.

Sebastiano, il martire che sopravvive alle frecce

Di Sebastiano la Depositio martyrum ricorda deposizione e sepoltura il 20 gennaio in catacumbas. Sul personaggio le fonti antiche non concordano fra loro: sant'Ambrogio, alla fine del quarto secolo, lo dice originario di Milano e martirizzato a Roma sotto Diocleziano; la passio del quinto secolo lo fa soldato nato a Narbona in Gallia da famiglia milanese. Sono due tradizioni diverse, e la seconda è chiaramente più tarda e più romanzata.

La scena che tutti conoscono, il giovane legato al palo e trafitto dalle frecce, secondo la stessa passio non è il finale della storia ma la sua metà. Sebastiano alle frecce sopravvive. Viene soccorso e curato, torna davanti a Diocleziano per rinfacciargli le persecuzioni, e a quel punto viene ucciso a bastonate nell'ippodromo del Palatino, con il corpo gettato nella Cloaca Massima perché non ci fosse né tomba né culto. Il corpo si arresta lungo il percorso, la matrona Lucina lo recupera e lo porta a seppellire proprio qui, sull'Appia. Le reliquie rimasero in catacomba fino al nono secolo, quando la minaccia delle incursioni saracene consigliò di portarle dentro le mura; oggi sono tornate sull'Appia, nella cappella intitolata al santo dentro la basilica.

Quirino, il vescovo arrivato dalla Pannonia

Quirino era vescovo di Siscia, città della Pannonia romana che oggi si chiama Sisak e si trova in Croazia. La tradizione ne colloca il martirio agli inizi del quarto secolo, per annegamento, con una macina da mulino legata al collo. Le sue reliquie furono portate a Roma e deposte nel mausoleo dietro l'abside della basilica, la costruzione che qui chiamano Platonia; le fonti collocano la traslazione fra la fine del quarto e i primi decenni del quinto secolo, ma sulla datazione precisa la documentazione non è concorde e conviene tenerla come tradizione, non come data certa. Nell'ottavo e nono secolo parte delle reliquie prese altre strade, e frammenti del culto di Quirino si ritrovano ancora oggi in più chiese italiane.

Eutichio, il martire di cui sappiamo solo il nome

Di Eutichio non sappiamo praticamente nulla se non che la sua tomba esisteva ed è stata individuata durante gli scavi, in una zona franosa della catacomba. Di lui resta il carme che papa Damaso I, alla fine del quarto secolo, fece incidere in suo onore, oggi esposto nella basilica: una lastra scritta con i caratteri disegnati da Furio Dionisio Filocalo, il calligrafo di corte che inventò per Damaso un alfabeto epigrafico riconoscibile a colpo d'occhio, elegante e con le grazie a punta.

Un'osservazione personale, da visitatore prima ancora che da chi accompagna gruppi: dei tre martiri, quello che vi resterà addosso non è Sebastiano, che conoscete già da mille quadri e da altrettante copertine. È Eutichio, di cui ignoriamo il mestiere, la famiglia, l'anno, e che esiste per noi soltanto perché un papa poeta gli scrisse sopra dei versi. La catacomba è piena di gente così: nomi senza biografia, salvati per caso da una lastra di marmo. È il motivo per cui questi luoghi commuovono anche chi non crede.

Loculi e nicchie sepolcrali nelle gallerie delle Catacombe di San Sebastiano
Loculi e nicchie sepolcrali lungo il percorso delle Catacombe di San Sebastiano

Quanti piani e quante gallerie hanno le Catacombe di San Sebastiano

Domanda apparentemente banale, risposta meno banale. I piani originari del cimitero erano quattro; il primo, il più superficiale, risulta quasi interamente distrutto dalle manomissioni e dai cedimenti dei secoli. La struttura che gli scavi hanno potuto ricostruire e che oggi si racconta si articola su tre livelli di gallerie, con cubicoli, arcosoli e loculi disposti secondo lo schema tipico dei cimiteri ipogei romani: corridoi stretti e alti, pareti forate su più ordini, camere sepolcrali di famiglia agli incroci.

Il percorso di visita, però, ne tocca una porzione minima. Mezz'ora di visita guidata non vi porta dentro chilometri di gallerie: vi porta lungo un anello che tocca i punti forti e lascia al buio tutto il resto. Vale per tutte le catacombe romane, vale per queste come per le Catacombe di San Callisto poco più su lungo la stessa strada. Non è un inganno commerciale: è una necessità di conservazione e di sicurezza. Le gallerie non aperte al pubblico sono spesso instabili, prive di illuminazione e in alcuni tratti allagate.

C'è poi una particolarità che distingue questo complesso da tutti gli altri ipogei cristiani della città. Le catacombe romane, dopo l'alto Medioevo, sparirono: sepolte, dimenticate, ritrovate soltanto a partire dal Cinquecento con le esplorazioni che aprirono la stagione dell'archeologia cristiana. Queste no. Qui la basilica soprastante ha continuato a funzionare senza interruzione, i pellegrini hanno continuato a scendere, il filo della memoria non si è mai spezzato. Sono considerate fra i pochissimi cimiteri cristiani di Roma rimasti sempre accessibili. Camminare qui dentro significa camminare in un luogo che nessuna generazione, in diciotto secoli, ha mai perso di vista.

Detto da chi ci ha portato dentro centinaia di persone: questa continuità ha un prezzo archeologico. Un cimitero mai dimenticato è anche un cimitero mai sigillato, quindi spogliato, riusato, restaurato, ridipinto e rimaneggiato per millesettecento anni. Chi cerca l'integrità intatta delle pitture vada a Priscilla o alla Domitilla. Chi cerca la continuità della devozione, che è una cosa più rara, resti qui.

Cosa si vede davvero nella visita alle Catacombe di San Sebastiano

Vi elenco il percorso nell'ordine in cui lo si incontra, così sapete cosa aspettarvi in quella mezz'ora e non vi ritrovate a rincorrere la guida chiedendovi dove siete finiti.

L'ingresso dalla navata della basilica antica

Si entra dalla navata destra della basilica antica, ripristinata sui resti dell'edificio costantiniano. Sulla sinistra si vedono le arcate di comunicazione con la navata centrale della chiesa attuale, murate nel tredicesimo secolo, e l'esterno dell'abside della Cappella delle Reliquie. Lungo questo ambiente sono raccolti sarcofagi interi e frammentari, in gran parte del quarto secolo, recuperati dagli scavi. Guardate i coperchi e i fianchi: molti conservano il repertorio del cosiddetto stile a strigilature, le scanalature curve che imitano il gesto del raschiatoio, che era la soluzione economica per una committenza media. Il sarcofago di lusso, quello scolpito a figure su tutti i lati, era un altro prezzo.

Il cubicolo di Giona

Da una scala si scende alle gallerie e ai cubicoli. Il pezzo pittorico più importante del percorso è il cubicolo di Giona, con pitture della fine del quarto secolo che sviluppano il ciclo del profeta in quattro scene: Giona gettato in mare dai marinai, inghiottito dal mostro marino, rigettato sulla riva, e infine disteso sotto la pianta di ricino. È la storia biblica preferita dall'iconografia paleocristiana, e la ragione è trasparente: parla di inghiottimento e di uscita dal buio, che in un cimitero sotterraneo non è un tema astratto. Il pittore, come tutti i suoi colleghi, prende a prestito uno schema figurativo pagano, quello del pastore disteso sotto la pergola, e lo riempie di significato nuovo.

La cripta di San Sebastiano

Si arriva poi alla cripta di San Sebastiano, ripristinata in epoca moderna, con un altare a mensa costruito sul luogo dell'antico, del quale restano tracce del basamento. Qui la tomba del martire fu il centro di gravità del pellegrinaggio per secoli, e la conformazione dell'ambiente, allargato rispetto alle gallerie circostanti, racconta esattamente questo: si scavò per fare posto ai fedeli. Le reliquie non si trovano più quaggiù, ma sopra, nella cappella dedicata al santo dentro la basilica.

La piazzola, i mausolei e la triclia

Dalla cripta il percorso passa alla piazzola con i tre mausolei pagani, che è il momento in cui il visitatore capisce di trovarsi dentro un cimitero molto più antico e molto più composito di quanto pensasse, e sale poi alla triclia con i suoi graffiti. Questa è la sequenza centrale della visita, quella per cui vale il biglietto. Chiedete alla guida di indicarvi almeno un graffito leggibile: quando riconoscete il nome PETRE inciso a mano libera su un intonaco del terzo secolo, la storia della Chiesa smette di essere un capitolo di manuale.

L'ambulacro, le epigrafi e il plastico

Si prosegue nell'antico ambulacro che gira intorno all'abside della basilica costantiniana, dove sono ordinate una raccolta di epigrafi e un plastico che rimette insieme mausolei, triclia e basilica. Quel plastico è il pezzo che consiglio di guardare con più calma di tutto il percorso, e quasi sempre è quello davanti al quale il gruppo passa più in fretta: è l'unico momento in cui la stratigrafia del complesso diventa comprensibile a occhio nudo, senza sforzo di immaginazione. Se avete due minuti in più, fermatevi lì e lasciate andare avanti gli altri.

La Platonia e la cappella di Onorio III

Si scende infine nella Platonia, costruzione posteriore alla basilica, ricavata dietro l'abside, che per secoli si credette il luogo della sepoltura temporanea dei due apostoli. Gli scavi di fine Ottocento hanno chiarito che si tratta del mausoleo di Quirino. A destra si apre la cappella di Onorio III, ricavata nel vestibolo del mausoleo, con un ciclo di pitture del tredicesimo secolo: Pietro e Paolo, il Crocifisso, figure di santi, la Strage degli Innocenti, la Madonna con il Bambino. È pittura medievale romana di buon livello, spesso ignorata perché arriva alla fine del giro quando l'attenzione è calata.

A sinistra si trova un mausoleo absidato con altare murato contro l'abside, e sulla parete di sinistra il graffito domus Petri, che si ritiene alluda a una dimora sepolcrale dell'apostolo. Due parole graffiate su un muro che hanno sostenuto una tradizione per millesettecento anni: è il caso di dire che nella storia del cristianesimo romano poche iscrizioni hanno pesato altrettanto con altrettanto poco inchiostro.

Ambiente sepolcrale con arcosoli nelle Catacombe di San Sebastiano sulla via Appia
Un ambiente sepolcrale con arcosoli nelle Catacombe di San Sebastiano

La basilica di San Sebastiano fuori le Mura, sopra le Catacombe di San Sebastiano

La chiesa in cui entrate per andare sotto merita da sola il viaggio, ed è gratuita. Vale la pena di raccontarla per fasi, perché il malinteso più diffuso riguarda proprio la sua età.

Dalla Basilica Apostolorum alla chiesa di Scipione Borghese

Nella prima metà del quarto secolo Costantino fece erigere qui una grande basilica, chiamata Basilica Apostolorum, con la pianta a deambulatorio detta a circo, cioè con la navata che gira intorno all'abside formando un anello: uno schema che si ritrova in altre fondazioni imperiali romane dello stesso periodo, quasi sempre legate a cimiteri suburbani. Era un edificio grande, circa settanta metri di lunghezza per una trentina di larghezza, a tre navate divise da pilastri con archi in laterizio.

Nell'826 le reliquie di Sebastiano vennero portate in Vaticano per timore delle incursioni saracene, e la chiesa subì gravi danni; fu papa Niccolò I, fra l'858 e l'867, a riedificarla. Nel tredicesimo secolo la cura passò ai cistercensi e l'altare fu riconsacrato da papa Onorio III. L'edificio che vedete oggi, però, è del Seicento: lo volle il cardinale Scipione Caffarelli Borghese, nipote di Paolo V e uno dei più formidabili committenti della Roma barocca, e il cantiere si aprì sul finire del primo decennio del secolo. Il progetto è di Flaminio Ponzio; alla sua morte l'opera fu portata a termine da Giovanni Vasanzio, cioè il fiammingo Jan van Santen, e la facciata venne completata nel 1612-1613, come ricorda l'iscrizione dedicatoria con il nome del cardinale.

Chi entra pensando di trovarsi in una chiesa paleocristiana resta spiazzato: la navata unica, il soffitto ligneo, la luce alta sono quelli di una chiesa della Controriforma. La basilica antica non è sparita, si è ridotta: la navata centrale costantiniana è diventata la chiesa attuale, e le navate laterali sono rimaste sotto e intorno, in parte leggibili proprio nel percorso di visita alle catacombe. Ecco perché si scende da lì.

La facciata, il portico e il soffitto ligneo

La facciata è divisa in due ordini. Quello inferiore è un portico a tre arcate con quattro coppie di colonne di spoglio binate, capitelli ionici, fusti di granito: materiale antico riusato, come si faceva a Roma da sempre e come il Seicento continuava a fare senza imbarazzo. L'ordine superiore ha coppie di paraste e tre finestre rettangolari, e chiude con una linea sobria, quasi severa, che a Roma nel 1613 significava buon gusto cardinalizio più che povertà di mezzi.

Dentro, alzate gli occhi. Il soffitto ligneo intagliato fu realizzato da Annibale Durante su disegno di Vasanzio, con al centro il martirio del santo titolare e ai lati gli stemmi araldici. È uno dei soffitti secenteschi meno fotografati di Roma, e lo dico con un certo rammarico professionale: la gente entra, guarda in basso cercando la scala per le catacombe, e non alza mai la testa.

La Cappella delle Reliquie e la lastra con le impronte

La Cappella delle Reliquie, decorata nel 1625 per volontà di un committente di rango internazionale, il duca Massimiliano I di Baviera, custodisce tre oggetti che sono al centro della devozione del luogo: una lastra di marmo con due impronte di piedi, tradizionalmente riferite a Gesù e collegate all'episodio del Quo vadis?; una delle frecce che secondo la tradizione colpirono Sebastiano; un frammento della colonna alla quale il santo sarebbe stato legato.

Sulla lastra con le impronte va detta una cosa che a Roma sanno in pochi. Quella che i turisti fotografano nella chiesetta del Domine Quo Vadis, al bivio fra Appia Antica e via Ardeatina, è una copia. L'originale è qui, dentro questa cappella. E gli studiosi la leggono come un ex voto pagano, offerto probabilmente al dio Redicolo o comunque legato al buon esito di un viaggio, riletto in chiave cristiana dalla devozione popolare in epoca successiva. Le impronte misurano circa 27,5 centimetri, che in numeri di scarpa moderni corrisponde a un 44 o 45. Ve lo racconto perché è il genere di dettaglio che alla gente resta in testa più di tre secoli di storia dell'architettura.

La cappella di San Sebastiano e la statua del Giorgetti

La cappella intitolata al santo fu costruita nel 1672 su progetto di Ciro Ferri per il cardinale Francesco Barberini, e conserva l'urna con le reliquie tornate qui dall'interno delle mura. Al centro c'è la celebre figura giacente di Sebastiano trafitto, scolpita in marmo da Giuseppe Giorgetti, collaboratore di Gian Lorenzo Bernini, negli anni fra il 1670 e il 1672 su disegno del maestro. È un'opera che gioca tutto sul contrasto fra l'abbandono del corpo e la tensione del panneggio, e che ha condizionato l'immaginario del santo quanto e più dei quadri.

Il Salvator Mundi del Bernini

Nella basilica esiste un vero Bernini, ed è un'altra cosa rispetto alla statua di Sebastiano: è il Salvator Mundi, busto marmoreo del Salvatore considerato l'ultimo lavoro di Gian Lorenzo Bernini, riemerso nel 2001 nel convento adiacente alla chiesa e oggi esposto in basilica. La confusione fra i due marmi circola da anni nelle guide e nelle didascalie, e conviene chiarirla una volta per tutte: la figura giacente del martire è di Giorgetti, il busto del Salvatore è di Bernini. Sono due sculture diverse, di due autori diversi, collocate in due punti diversi della stessa chiesa.

La cappella Albani, il carme di Damaso e le altre opere

Sul fianco della basilica si apre la cappella voluta da papa Clemente XI Albani, costruita fra il 1706 e il 1712 su progetto di Carlo Fontana con la collaborazione di Alessandro Specchi e Filippo Barigioni, e con la supervisione di Carlo Maratta. Vi si trova il gruppo scultoreo con san Fabiano papa e angeli, in marmo, di Pietro Francesco Papaleo, del 1712, oltre a tele settecentesche di Giuseppe Passeri e Pier Leone Ghezzi. È architettura tardobarocca di ottima mano, e quasi nessuno la guarda perché arriva dopo le catacombe, quando il gruppo ha già la testa alla fermata dell'autobus.

Ci sono poi il tabernacolo in marmo bianco attribuito a Mino da Fiesole, della seconda metà del Quattrocento, i busti di Pietro e Paolo di Nicolas Cordier del 1608, l'altare maggiore a edicola con quattro colonne disegnato da Ponzio, la pala con il Crocifisso di Innocenzo Tacconi del 1614 e la lastra con il carme damasiano per Eutichio, scolpita nell'alfabeto di Filocalo. La basilica è retta dai Frati Minori dal 1826, ed è sede parrocchiale e titolo cardinalizio.

L'opinione che mi sono fatto accompagnandoci gente per vent'anni: se avete un'ora e mezza, dividetela in mezz'ora di catacomba e un'ora di chiesa, non il contrario. Sotto la guida vi dice tutto in trenta minuti e vi porta fuori; sopra siete padroni del tempo, l'ingresso è libero, la luce entra dalle finestre alte e potete stare davanti al Bernini finché volete. È l'unico posto della via Appia dove il pezzo gratuito vale quanto quello a pagamento.

Interno della basilica di San Sebastiano fuori le Mura a Roma
L'interno seicentesco della basilica sopra le Catacombe di San Sebastiano

Villa Grande e Villa Piccola, le case romane sotto la basilica

Poche persone sanno che sotto la basilica, oltre alle gallerie cimiteriali, si conservano due edifici romani con affreschi e pavimenti a mosaico, rinvenuti negli scavi degli anni Dieci del Novecento. Sono conosciuti come Villa Grande e Villa Piccola, nomi convenzionali dati dagli archeologi e rimasti.

La Villa Grande è un complesso di nove ambienti in opera mista disposti intorno a un cortile centrale, con mosaici e affreschi che imitano il marmo policromo, secondo una moda decorativa diffusa nel secondo secolo. Il pezzo più notevole è una parete con un paesaggio marittimo che raffigura un porto, accompagnata da graffiti in greco che gli studiosi mettono in relazione con l'area sepolcrale adiacente. La Villa Piccola è un edificio funerario su due piani, di età severiana, con eleganti affreschi a motivi decorativi entro sottili fasce rosse e verdi su fondo bianco, e serviva ai riti funebri.

La notizia pratica è che questi ambienti non fanno parte del percorso ordinario di visita e la loro accessibilità è saltuaria. Chi ci tiene deve informarsi prima, telefonando al complesso o al Parco Archeologico dell'Appia Antica, perché arrivare fin qui immaginando di vederli e trovare un cancello chiuso è una delusione evitabile. Sulla datazione della Villa Piccola le schede istituzionali oscillano fra l'età dei Severi e una fase più tarda: prendetela come indicazione di massima.

Dico la mia: sono ambienti straordinari e la loro chiusura periodica è un peccato serio, perché sono la prova materiale che questo tratto di Appia, prima di essere un cimitero cristiano, era una zona residenziale e produttiva con case, cave e sepolcri. La narrazione romantica delle catacombe come rifugio clandestino dei perseguitati crolla davanti a un pavimento a mosaico con un porto dipinto sulla parete.

Chi custodisce oggi le Catacombe di San Sebastiano

La sovrintendenza sulle catacombe cristiane d'Italia è della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, organismo della Santa Sede istituito nell'Ottocento e responsabile della tutela, dello scavo e della valorizzazione di questi monumenti. Sul posto, la basilica e l'accesso alle gallerie sono affidati ai Frati Minori, presenti qui dal 1826, che gestiscono la parrocchia e aprono ogni mattina il cancello.

Non è un dettaglio amministrativo. Significa che quello che visitate non è un museo statale con un concessionario, ma un luogo di culto vivo dentro il quale si celebra messa, si battezza e si celebrano funerali, e che ospita al piano inferiore un monumento archeologico di primo livello. La convivenza fra le due funzioni condiziona tutto: gli orari, il silenzio richiesto, i divieti fotografici, le chiusure improvvise per celebrazioni. Prendetela come parte dell'esperienza e non come un disservizio. Se capitate durante una funzione, aspettate: sentire l'organo mentre si sale dalle catacombe è una di quelle coincidenze che non si comprano con nessun biglietto.

Una curiosità su Catacombe di San Sebastiano

La parola che usate ogni volta che dite catacombe è nata a questo indirizzo, e la prova è ancora visibile a chi guarda il terreno invece del cellulare. Il complesso della via Appia si chiamava ad catacumbas, presso le cavità, perché in questo punto il suolo sprofondava sopra le vecchie cave di pozzolana: un toponimo pratico, come dire alle grotte o al fosso. Nell'antichità nessun altro cimitero sotterraneo cristiano si chiamava così. Le catacombe di Priscilla erano il cimitero di Priscilla, quelle di Callisto il cimitero di Callisto, e la parola che indicava genericamente un cimitero ipogeo era coemeterium, dal greco, cioè dormitorio.

Poi accadde il rovesciamento. Nell'alto Medioevo gli altri ipogei vennero progressivamente abbandonati, sigillati e dimenticati, mentre questo, protetto dalla basilica soprastante e dal flusso ininterrotto dei pellegrini, restò aperto e conosciuto. Per secoli, per un romano, catacomba significava un solo posto: questo. Quando dal Cinquecento in avanti si riaprirono gli altri cimiteri, il vocabolario aveva già deciso, e il nome del luogo unico divenne il nome della categoria. È lo stesso meccanismo per cui un marchio commerciale finisce per indicare l'intera merceologia.

Il seguito della storia è quasi comico per estensione geografica. Oggi si chiamano catacombe gli ossari settecenteschi sotto Parigi, che con il cristianesimo antico non hanno alcun rapporto; si chiamano catacombe gli ipogei di Alessandria d'Egitto e le gallerie di Napoli; si chiamano catacombe, nel linguaggio comune, perfino i sotterranei di certi edifici moderni. Ogni volta che qualcuno pronuncia quella parola in qualunque lingua europea sta citando, senza saperlo, un avvallamento del terreno al terzo miglio della via Appia.

La cosa che consiglio di fare, e che non costa nulla: prima di entrare, mettetevi sul piazzale davanti alla basilica e osservate come il piano di campagna scende rispetto alla strada. Quel dislivello è la cavità. È l'unico monumento del complesso che si può vedere senza biglietto, senza guida e senza orario, e che spiega da solo perché siamo qui.

Una cosa che non ti dice nessuno su Catacombe di San Sebastiano

Che la storia delle frecce non è la storia della morte di Sebastiano. Tutta la pittura occidentale, da Mantegna a Perugino, da Antonello a Guido Reni, ha fissato l'immagine del giovane legato al palo e trafitto, e il visitatore arriva quaggiù convinto che il santo sia morto in quel modo. Secondo la passio, invece, Sebastiano alle frecce sopravvive. Viene raccolto, curato e rimesso in piedi; poi torna volontariamente davanti a Diocleziano per rimproverargli le persecuzioni, e a quel punto viene ucciso a bastonate nell'ippodromo del Palatino. Il corpo viene gettato nella Cloaca Massima, perché non resti né tomba né luogo di culto. Si arresta lungo il percorso verso il fiume, la matrona Lucina lo recupera e lo porta a seppellire qui, in catacumbas.

Questa doppia morte ha una conseguenza che quasi nessuno spiega ma che ha condizionato secoli di storia europea. È proprio perché sopravvive alle frecce che Sebastiano diventa il protettore invocato contro la peste. Il ragionamento della devozione medievale era diretto: chi sopravvive alle punture sopravvive anche ai bubboni. Nelle epidemie del Trecento e del Quattrocento le confraternite gli dedicarono altari e cappelle in mezza Europa, e ogni città colpita commissionò il suo Sebastiano trafitto. La quantità impressionante di dipinti con quel soggetto non nasce da un capriccio iconografico: nasce dalla peste.

C'è poi una seconda ragione, più prosaica, del successo figurativo. Sebastiano è, in tutto il santorale cristiano, uno dei pochissimi soggetti che consentiva di dipingere un nudo maschile giovane in una chiesa senza scandalo. I pittori del Rinascimento se ne accorsero subito e ne approfittarono per decenni, al punto che alcune raffigurazioni furono giudicate troppo compiaciute e rimosse. Il martire dell'Appia è diventato, suo malgrado, il pretesto anatomico più usato della pittura religiosa italiana.

Quindi, la prossima volta che vi trovate davanti a un San Sebastiano in un museo, tenete a mente che state guardando il primo tempo di una storia in due atti. Il secondo tempo finisce in una fogna e comincia in questa catacomba, a nove metri sotto il pavimento della basilica dove state per entrare. È un salto di registro che, raccontato ai gruppi, produce sempre lo stesso effetto: due secondi di silenzio.

Il consiglio che ti do per visitare Catacombe di San Sebastiano

Telefonate prima. Lo so che è un consiglio poco poetico, ma lo 06 7850350 vale più di qualunque itinerario stampato: il giorno di riposo settimanale e le chiusure per celebrazioni sono le due variabili che rovinano più gite di quanto rovini la pioggia. Fatto questo, ecco come costruirei la giornata, e la costruisco così da anni.

Arrivo la mattina presto, appena aprono, quando i gruppi organizzati non sono ancora arrivati e la guida ha tempo per rispondere alle domande. Prima le catacombe, mezz'ora. Poi la basilica con calma, un'ora buona: il Bernini, la lastra con le impronte, il soffitto ligneo, il carme di Damaso. Poi fuori, sull'Appia, verso sud. Il tratto che va dalla basilica verso il Circo di Massenzio e oltre è il più bello della strada, con il basolato antico, i pini e i sepolcri repubblicani sui lati.

Sulla scelta della giornata: se potete, la domenica, perché nella maggior parte dell'anno il tratto di Appia davanti al complesso è riservato a pedoni e ciclisti e camminare sul basolato senza automobili è tutta un'altra esperienza. Se invece venite in settimana e in automobile, mettete in conto che parcheggiare da queste parti è complicato e che l'autobus 118 vi risolve il problema in dieci minuti.

Portate una giacca leggera anche a Ferragosto: sotto la temperatura è costante e nettamente più bassa che in superficie, e vedere gente in canottiera tremare al terzo cubicolo è uno spettacolo ricorrente. Scarpe chiuse con suola non liscia, perché il pavimento delle gallerie è irregolare e in qualche punto umido. Niente zaini grandi, che nei corridoi stretti diventano un problema per chi vi cammina dietro.

Ultima cosa, e la dico contro il mio stesso interesse narrativo: se dovete scegliere una sola catacomba romana e vi interessano i papi del terzo secolo e l'archeologia cristiana in senso stretto, andate a San Callisto. Se vi interessa la pittura, la mia preferita resta Priscilla, sulla Salaria. Queste sceglietele se volete il pacchetto completo, cioè catacomba più mausolei pagani più basilica seicentesca più via Appia fuori dalla porta. Che è, secondo me, il pacchetto migliore in assoluto per chi ha un giorno solo e vuole capire come Roma passa dal paganesimo al cristianesimo senza cambiare indirizzo.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Tutti sanno che la via Appia è la regina viarum, la strada che Appio Claudio Cieco fece aprire nel 312 avanti Cristo verso Capua e che i Romani prolungarono fino a Brindisi. Quasi nessuno, però, ricorda che dal 2024 la via Appia è ufficialmente iscritta nella Lista del Patrimonio Mondiale dell'UNESCO con il nome Via Appia. Regina Viarum, sotto i criteri terzo, quarto e sesto, come bene seriale composto da diciannove componenti distribuite lungo il tracciato. È il sessantesimo sito italiano della lista e la prima candidatura promossa direttamente dal Ministero della Cultura italiano.

Il punto interessante, per chi si trova sul piazzale della basilica, è che il riconoscimento non riguarda soltanto il basolato: riguarda il sistema di monumenti, sepolcri, acquedotti e santuari che la strada ha generato ai suoi lati per due millenni. Le catacombe di questo tratto ne sono parte costitutiva, non decorazione. Il tratto urbano dell'Appia, quello che va da Porta San Sebastiano ai grandi complessi funerari del terzo miglio, è precisamente il segmento in cui si legge meglio la funzione originaria della strada come cimitero lineare della città: la legge romana vietava le sepolture entro il pomerio, e i sepolcri si allineavano fuori porta, lungo le vie consolari, per farsi vedere da chi passava.

Il secondo fatto poco citato riguarda invece la devozione. Questa basilica è una delle sette chiese del pellegrinaggio romano rilanciato da san Filippo Neri nella metà del Cinquecento, un giro di circa venti chilometri che i pellegrini percorrevano a piedi in una o due giornate toccando San Pietro, San Paolo, San Sebastiano, San Giovanni in Laterano, Santa Croce in Gerusalemme, San Lorenzo e Santa Maria Maggiore. La strada che porta ancora oggi il nome di quel percorso, via delle Sette Chiese, parte da qui e va verso San Paolo fuori le Mura. In anni recenti, in alcune edizioni del giro giubilare, il Santuario del Divino Amore è stato affiancato alle sette tappe tradizionali, ma il tracciato storico resta quello e passa da questo cancello.

La mia opinione: il riconoscimento UNESCO ha cambiato la percezione della strada ma non ancora il modo in cui la si visita. La stragrande maggioranza dei turisti arriva in autobus, entra in catacomba, esce e riparte in autobus, senza fare cento metri a piedi sul basolato. È lo spreco più grande della zona. Il monumento vero, qui, è la strada, e la strada si visita camminandoci sopra.

Corridoio illuminato con sepolture nelle Catacombe di San Sebastiano
Un corridoio illuminato delle Catacombe di San Sebastiano

La foto giusta da fare a Catacombe di San Sebastiano

Sottoterra il telefono resta in tasca. Il regolamento delle visite vieta esplicitamente di fotografare e di riprendere video all'interno delle gallerie, e il motivo non è capriccioso: le pitture parietali sono fragili, i flash le danneggiano, e un gruppo di trenta persone che si ferma a fotografare in un corridoio largo settanta centimetri blocca la visita di tutti. Aggiungo che, con la macchina spenta, quella mezz'ora la vivete meglio: guardare le cose invece che inquadrarle è un esercizio che sotto terra rende parecchio.

La fotografia giusta, quindi, si fa in superficie, ed è la facciata della basilica vista dal piazzale, con il portico a tre arcate e le colonne di spoglio, presa di primo mattino quando la luce arriva bassa da est e il piazzale è ancora vuoto. Il portico ha una profondità che il sole radente disegna benissimo: mettetevi leggermente decentrati sulla sinistra, in modo che le colonne binate si sfalsino invece di sovrapporsi, e includete un pezzo di cielo sopra il timpano.

La variante che consiglio, e che quasi nessuno fa, è la controfoto: girarsi di spalle alla basilica e inquadrare il basolato dell'Appia che se ne va verso sud, con i pini domestici a incorniciare e i muri a secco a stringere la prospettiva. Quella è l'immagine che spiega dove siete, molto più della facciata. Se avete un obiettivo lungo, comprimete la fila dei pini: l'effetto è quello delle vedute ottocentesche del Grand Tour, e non è un caso, perché è esattamente il punto di vista che sceglievano i pittori di paesaggio.

Terza opzione, dentro la chiesa, dove le regole sono quelle ordinarie di un luogo di culto e conviene chiedere ai frati: il soffitto ligneo intagliato, ripreso dal basso al centro della navata, e il Salvator Mundi del Bernini, che con la luce naturale laterale rende molto meglio che con qualunque flash. Il consiglio tecnico, se scattate con il telefono: appoggiate i gomiti al petto, trattenete il respiro, aumentate leggermente l'esposizione. Le chiese romane ingannano tutti i sensori del mondo, che leggono il marmo chiaro e sottoespongono il resto.

Un'ultima cosa, da chi ha visto centinaia di gruppi in questo piazzale: la foto di gruppo davanti al portico riesce solo a metà mattina, quando il sole non è più radente ma il portico è ancora in ombra piena. A mezzogiorno vengono tutti con gli occhi socchiusi e la facciata bruciata. Se dovete portarvi a casa un ricordo collettivo, quello è il momento.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Primo secolo dopo Cristo. L'area, già segnata dalle cave di pozzolana, comincia a essere usata per sepolture. Nascono loculi, colombari e due edifici residenziali decorati, quelli che gli archeologi chiameranno Villa Grande e Villa Piccola.

Fine del secondo secolo. La cava viene abbandonata e nelle pareti della piazzola si scavano i tre mausolei di Marcus Clodius Hermes, degli Innocentiores e dell'Ascia, con pitture, stucchi e iscrizioni.

Metà del terzo secolo. La piazzola viene interrata per creare un terrapieno a quota superiore. Sul nuovo piano nascono la triclia porticata, l'edicola rivestita di marmo e l'ambiente con il pozzo.

258. Il Martirologio Geronimiano colloca sotto il consolato di Tusco e Basso il ricordo congiunto di Pietro e Paolo in catacumbas. È l'anno da cui parte la questione, tuttora aperta, della presenza delle reliquie apostoliche in questo cimitero.

Seconda metà del terzo secolo e inizi del quarto. I devoti incidono nella triclia oltre seicento graffiti con invocazioni ai due apostoli. È la più grande concentrazione di graffiti devozionali paleocristiani conosciuta a Roma.

20 gennaio, primi anni del quarto secolo. Deposizione di Sebastiano in catacumbas, registrata dalla Depositio martyrum.

Prima metà del quarto secolo. Costantino fa costruire la Basilica Apostolorum, con pianta a deambulatorio, interrando triclia e ambienti sottostanti per ricavarne il terrapieno di fondazione.

Fine del quarto secolo. Papa Damaso I fa incidere il carme in onore del martire Eutichio, nell'alfabeto disegnato da Furio Dionisio Filocalo. Nei cubicoli si dipinge il ciclo di Giona.

Fra la fine del quarto e i primi decenni del quinto secolo. Secondo la tradizione arrivano da Siscia, in Pannonia, le reliquie del vescovo Quirino, deposte nel mausoleo dietro l'abside poi chiamato Platonia.

826. Le reliquie di Sebastiano vengono portate in Vaticano per sottrarle alla minaccia delle incursioni saracene, che di lì a poco danneggiano gravemente il complesso.

858-867. Papa Niccolò I riedifica la chiesa danneggiata, garantendo la continuità del culto in un luogo che non verrà mai abbandonato.

Tredicesimo secolo. Si murano le arcate della basilica antica, la cura del luogo passa ai cistercensi, l'altare viene riconsacrato da papa Onorio III e nel vestibolo del mausoleo si dipinge la cappella che porta il suo nome.

Metà del Cinquecento. San Filippo Neri rilancia il pellegrinaggio delle Sette Chiese e questa basilica ne diventa una delle tappe fisse, con migliaia di pellegrini che ogni anno percorrono a piedi il circuito.

1608-1613. Il cardinale Scipione Caffarelli Borghese fa ricostruire la basilica: progetto di Flaminio Ponzio, completamento e facciata di Giovanni Vasanzio, soffitto ligneo di Annibale Durante, busti degli apostoli di Nicolas Cordier.

1625. Viene decorata la Cappella delle Reliquie, che accoglie la lastra con le impronte del Quo vadis?, la freccia e il frammento della colonna del martirio.

1670-1672. Ciro Ferri costruisce per il cardinale Francesco Barberini la cappella di San Sebastiano e Giuseppe Giorgetti scolpisce la figura giacente del martire su disegno del Bernini.

1706-1712. Carlo Fontana realizza per papa Clemente XI la cappella Albani, con il gruppo di san Fabiano di Pietro Francesco Papaleo e le tele di Passeri e Ghezzi.

1826. La custodia della basilica e del complesso passa ai Frati Minori, che la mantengono ancora oggi.

1892. Gli scavi dimostrano che la Platonia non è la sepoltura temporanea degli apostoli ma il mausoleo di Quirino, chiudendo una controversia antica di secoli.

Anni Dieci del Novecento. Sotto la basilica vengono alla luce Villa Grande e Villa Piccola, con affreschi, mosaici e il paesaggio marittimo con porto.

2001. Nel convento adiacente riemerge il Salvator Mundi, busto marmoreo considerato l'ultimo capolavoro di Gian Lorenzo Bernini.

2024. La via Appia entra nella Lista del Patrimonio Mondiale UNESCO come Via Appia. Regina Viarum, sessantesimo sito italiano, con diciannove componenti seriali lungo il tracciato.

Chi è passato da Catacombe di San Sebastiano

Un elenco che comincia con dei cavatori di pozzolana e finisce con voi, e che nel mezzo tiene diciannove secoli di persone molto diverse fra loro.

Ci sono passati per primi gli schiavi e i liberti sepolti nelle tombe più povere, quelli senza nome, quelli che nessun documento registra. Poi Marcus Clodius Hermes, che si pagò il mausoleo e fece scrivere il proprio nome sulla facciata perché durasse: durò, e lo stiamo leggendo. Poi i soci del collegio funeraticio degli Innocentiores, gente comune che metteva insieme quote mensili per non finire in una fossa comune, e che nel farlo ci ha lasciato uno dei documenti più belli sulla socialità della Roma imperiale.

Poi Sebastiano, il soldato che le fonti antiche non riescono a mettere d'accordo nemmeno sulla città natale, e la matrona Lucina che secondo la tradizione ne raccolse il corpo e lo portò a seppellire qui. Poi le centinaia di pellegrini anonimi che nella triclia hanno graffiato sull'intonaco il nome di Pietro e di Paolo: sono la folla più concreta di tutta questa storia, e l'unica di cui possediamo la calligrafia.

Poi Costantino, che su tutto questo fece costruire una basilica, seppellendo la triclia per farne fondazione. Poi papa Damaso I, il papa poeta che alla fine del quarto secolo attrezzò le tombe dei martiri romani con i suoi carmi, e che qui lasciò i versi per Eutichio. Quirino, arrivato da morto dalla Pannonia. Papa Niccolò I, che nel nono secolo rimise in piedi la chiesa dopo i saraceni. Papa Onorio III, che si fece ricavare una cappella nel vestibolo di un mausoleo e la fece dipingere.

Poi san Filippo Neri, che nel Cinquecento portò qui i suoi pellegrini lungo il giro delle Sette Chiese, trasformando una devozione in una camminata popolare che a Roma è durata secoli. Poi il cardinale Scipione Caffarelli Borghese con i suoi architetti, Flaminio Ponzio e Giovanni Vasanzio, e con il duca Massimiliano I di Baviera che pagò la Cappella delle Reliquie. Poi il cardinale Francesco Barberini con Ciro Ferri e Giuseppe Giorgetti; papa Clemente XI con Carlo Fontana e Carlo Maratta. E Gian Lorenzo Bernini, presente qui con l'ultima scultura della sua vita, riemersa soltanto nel 2001.

Poi gli archeologi dell'Ottocento e del Novecento, che hanno tolto la Platonia dal reparto delle leggende e hanno ricostruito la sequenza stratigrafica del complesso scavando sotto una chiesa in funzione, che è il lavoro più difficile che un archeologo possa fare. E infine i frati minori, che dal 1826 aprono il cancello ogni mattina, e le migliaia di persone che ogni anno scendono quei gradini per mezz'ora.

Siete l'ultima riga di un elenco lungo diciannove secoli, e questa fila, a differenza di quasi tutte le altre di Roma, non si è mai interrotta.

Iscrizioni e frammenti marmorei conservati nelle Catacombe di San Sebastiano
Iscrizioni e frammenti marmorei conservati nelle Catacombe di San Sebastiano

Le Catacombe di San Sebastiano con i bambini

Funziona, a certe condizioni, e vale la pena spiegarle perché troppe famiglie arrivano qui impreparate. La durata è il primo fattore a favore: mezz'ora è esattamente la soglia di attenzione di un bambino fra gli otto e i dodici anni, e la visita finisce prima che cominci la protesta. La storia di Sebastiano che sopravvive alle frecce li aggancia, il pesce graffiato sul muro li diverte perché è un codice segreto, e il mostro marino che inghiotte Giona è materia da fumetto.

Il secondo fattore è che lungo il percorso di visita non ci sono resti umani esposti. I loculi sono vuoti, le sepolture in grandissima parte svuotate o non a vista. Chi teme l'effetto ossario può stare tranquillo: questo non è un luogo macabro, è un cimitero antico, e l'impressione che se ne ricava è quella di un labirinto scavato nel tufo, non di una camera degli orrori. Le famiglie che cercano l'emozione forte, per intenderci, restano deluse.

Sotto i cinque anni, invece, la faccenda diventa una scommessa. Il buio, l'eco, i passaggi stretti e mezz'ora di spiegazione parlata mettono alla prova la pazienza di chiunque, e non ci sono vie di fuga: una volta scesi si esce con il gruppo. Il passeggino non si può portare. La gratuità fino a sei anni compresi almeno vi evita di pagare per una lotteria. Se avete un bambino molto piccolo, la soluzione che consiglio è alternarsi: uno scende con i più grandi, l'altro resta sopra in basilica, che è ampia, luminosa e gratuita, e poi si fa il cambio.

Un suggerimento che ai gruppi scolastici do sempre: preparate i ragazzi prima con due nozioni sole, l'origine della parola catacomba e la storia delle frecce. Bastano quelle due per trasformare mezz'ora di corridoi in una caccia al dettaglio. Un ragazzino che sa cosa sta cercando guarda; uno che non lo sa, cammina e basta.

Accessibilità, temperatura e claustrofobia alle Catacombe di San Sebastiano

Va detto con chiarezza: le catacombe romane, in generale, non sono accessibili alle carrozzine, e queste non fanno eccezione. Il percorso prevede scale, dislivelli e tratti di galleria stretti nei quali si procede in fila indiana. Anche chi ha difficoltà serie di deambulazione dovrebbe valutare con prudenza. Il canale ufficiale di prenotazione dichiara esplicitamente l'accesso limitato per le persone con mobilità ridotta, e prevede la gratuità per la persona con disabilità e per il suo accompagnatore, il che vale anche come indicazione di buon senso: chiedete al personale prima di scendere.

La basilica soprastante, invece, si raggiunge dal piazzale senza difficoltà rilevanti ed è visitabile liberamente. Per chi non può scendere, questa è una consolazione seria e non di ripiego: sopra ci sono un Bernini, una statua del Giorgetti, un soffitto ligneo secentesco e la lastra con le impronte. Non è un premio di consolazione, è mezza visita.

Sulla temperatura: sotto terra il clima è costante tutto l'anno e sensibilmente più fresco che in superficie. D'estate è un sollievo, d'inverno serve un maglione, e in agosto la differenza fra il piazzale e la galleria è tale da far rabbrividire chi arriva in canottiera. Portate una giacca leggera anche quando fuori ci sono trentacinque gradi: è il consiglio più banale del mondo e il più disatteso.

Sulla claustrofobia, un discorso onesto. Il percorso è illuminato, ventilato e percorso ogni giorno da centinaia di persone, e non c'è nessun pericolo reale. Resta però un corridoio scavato nel tufo a diversi metri sotto il piano di campagna, con soffitti bassi e passaggi in cui si cammina in fila. Chi ha attacchi di panico in ascensore o in metropolitana rischia di passare una mezz'ora sgradevole, perché il gruppo procede compatto e uscire prima della fine non è immediato. Non c'è nulla di cui vergognarsi nel restare sopra: se il pensiero vi mette a disagio, aspettate gli altri in chiesa e godetevi la basilica. Ho visto persone forzarsi e rovinarsi la giornata, e non ne è valsa la pena in nessun caso.

Quando andare alle Catacombe di San Sebastiano e quando evitarle

Il periodo migliore è la mezza stagione, aprile e maggio, oppure settembre e ottobre, quando la temperatura esterna consente la passeggiata sull'Appia e la luce sul basolato è quella giusta. L'inverno ha il vantaggio dei gruppi rarefatti e lo svantaggio delle giornate corte: alle 16.30, a dicembre, sull'Appia è già quasi buio e la camminata perde metà del suo senso. L'estate romana, in luglio e agosto, punisce chiunque cammini sull'Appia a mezzogiorno, ma premia chi arriva alle dieci del mattino: sotto si sta freschi e sopra, all'ombra dei pini, si sopravvive.

L'orario ideale è l'apertura. I gruppi organizzati, quelli dei bus turistici e delle crociere, arrivano tipicamente a metà mattina e nel primo pomeriggio, e quando arrivano si formano code e gruppi numerosi. Le due ore migliori, per esperienza diretta, sono le prime del mattino e l'ultima prima della chiusura, con l'avvertenza che l'ultimo ingresso scatta con largo anticipo rispetto all'orario di chiusura del cancello.

I giorni da evitare, se potete: quelli immediatamente successivi ai ponti, quando l'affluenza resta alta senza il vantaggio del clima, e il 20 gennaio, festa liturgica di san Sebastiano, in cui il complesso è affollatissimo di fedeli. A meno che, naturalmente, non sia proprio quello che cercate: assistere alla festa del santo nel luogo dove è sepolto, con la basilica gremita, è un'esperienza che nessun giorno feriale vi restituisce. In quel caso, andateci apposta, e mettete in conto che la visita sotterranea sarà più difficile da organizzare.

Catacombe di San Sebastiano o Catacombe di San Callisto

È la domanda che mi fanno più spesso, e la risposta onesta è che i due complessi non si sovrappongono quasi per niente. San Callisto, poco più su lungo la stessa strada, è il primo cimitero ufficiale della comunità cristiana di Roma, il sepolcreto dei papi del terzo secolo, un sistema di gallerie molto più esteso su più livelli, con la cripta dei pontefici e la cripta di Santa Cecilia. È il luogo dove si vede la Chiesa che diventa istituzione, con la sua gerarchia, la sua amministrazione e i suoi cimiteri gestiti.

Qui, invece, si vede il passaggio: una cava che diventa cimitero pagano, un cimitero pagano che accoglie sepolture cristiane, una devozione apostolica che genera una basilica imperiale, una basilica imperiale che diventa chiesa barocca. In nessun altro punto di Roma questa catena si legge con tanta chiarezza in uno spazio così ristretto, e in nessun altro punto si trovano insieme mausolei pagani decorati e seicento graffiti cristiani a pochi metri di distanza.

Il consiglio pratico, se avete tempo per entrambe, è di farle nello stesso giorno e in quest'ordine: prima San Callisto, poi San Sebastiano. Otto minuti a piedi lungo l'Appia le separano. Andare prima da Callisto vi dà il quadro istituzionale, la Chiesa organizzata, i papi; arrivare poi qui vi mostra da dove veniva quel mondo e quanto era mescolato al paganesimo fino a un attimo prima. In ordine inverso funziona meno. Se invece avete tempo per una sola, rileggete il capitolo precedente: dipende da cosa cercate, e in ogni caso è impossibile sbagliare del tutto.

Cosa vedere intorno alle Catacombe di San Sebastiano

Questo è il vantaggio vero del complesso rispetto agli altri ipogei romani: intorno c'è una giornata intera già pronta, e non serve prendere nessun mezzo per riempirla.

Verso la città, a poche centinaia di metri, ci sono le Catacombe di San Callisto. Poco più su, al bivio con la via Ardeatina, la chiesetta del Domine Quo Vadis con la copia della lastra delle impronte. Ancora più verso Roma si arriva a Porta San Sebastiano, la porta più grande e meglio conservata delle Mura Aureliane, che ospita il Museo delle Mura: è il modo migliore per capire dove finiva la città antica e cominciava la campagna. Sulla stessa direttrice, a metà strada verso il centro, ci sono le Terme di Caracalla, servite dallo stesso autobus.

Andando invece verso sud, l'Appia prosegue fra sepolcri, basolato e pini fino alla Villa dei Quintili, la residenza imperiale più grande della campagna romana, raggiungibile con la stessa linea 118. Sul fianco settentrionale si apre il Parco della Caffarella, una valle verde con pecore vere dentro il territorio comunale di Roma. Tutto questo rientra nel Parco dell'Appia Antica, che è aperto e non chiede biglietto.

Se poi vi è venuta la febbre del sottosuolo, il resto del catalogo romano è a portata di autobus: le Catacombe di Priscilla sulla Salaria per la pittura, le Catacombe di Santa Tecla sull'Ostiense, le Catacombe di Commodilla, il Museo delle Catacombe di Generosa e l'Ipogeo di via Dino Compagni, visitabile soltanto su richiesta e forse il più straordinario di tutti per la qualità delle pitture. La basilica soprastante ha una sua pagina dedicata, quella di San Sebastiano fuori le Mura. Per montare l'itinerario completo c'è la sezione Il mio viaggio, e il quadro generale della città è nelle attrazioni turistiche.

La facciata con il portico a tre arcate della basilica di San Sebastiano fuori le Mura
Il portico a tre arcate della basilica sopra le Catacombe di San Sebastiano

Domande veloci su Catacombe di San Sebastiano

Quanto costa il biglietto delle Catacombe di San Sebastiano?

Il canale ufficiale di prenotazione indica 12,00 euro per l'intero, cioè 10,00 euro di ingresso più 2,00 euro di diritti di prenotazione, e 9,00 euro per il ridotto, cioè 7,00 più 2,00. La visita guidata è compresa nel prezzo. Conviene comunque verificare le tariffe aggiornate al momento dell'acquisto e comprare solo dai canali ufficiali.

Quali sono gli orari delle Catacombe di San Sebastiano?

L'apertura si colloca nella fascia fra le 9.30 e le 10.00 del mattino e le 17.00, con ultimo ingresso fra le 16.30 e le 16.45. Il complesso chiude per alcune settimane a dicembre, oltre che il 25 dicembre e il 1 gennaio. Il giorno di riposo settimanale va confermato allo 06 7850350 prima di partire.

Dove si trovano esattamente le Catacombe di San Sebastiano?

In via Appia Antica 136, 00179 Roma, sotto la basilica di San Sebastiano fuori le Mura, poco oltre il terzo miglio della via Appia e circa ottocento metri più avanti delle Catacombe di San Callisto per chi arriva dalla città.

Come si arriva alle Catacombe di San Sebastiano con i mezzi pubblici?

Con gli autobus ATAC 118, 218 e 660, fermata Basilica S. Sebastiano. Il 118 arriva dalla zona del Circo Massimo e delle Terme di Caracalla, il 660 dalla stazione Arco di Travertino della metro A, il 218 dalla zona di San Giovanni passando per via Ardeatina.

Quanto dura la visita alle Catacombe di San Sebastiano?

Trenta minuti, secondo la durata dichiarata dal canale ufficiale di prenotazione. Aggiungete almeno un'altra mezz'ora per la basilica soprastante, che è gratuita e merita più tempo di quanto la maggior parte dei visitatori le conceda.

Serve prenotare le Catacombe di San Sebastiano?

Nella maggior parte dei giorni si può arrivare e comprare il biglietto sul posto, aspettando la partenza del gruppo nella propria lingua. Nei periodi di maggiore affluenza, e per i gruppi, la prenotazione dal canale ufficiale evita l'attesa e il rischio di trovare il complesso chiuso.

Si possono visitare le Catacombe di San Sebastiano da soli?

No. L'ingresso avviene esclusivamente con una guida del complesso, in gruppo, e la visita è compresa nel biglietto. Il giro libero non esiste, per ragioni di sicurezza e di conservazione: sotto ci sono chilometri di gallerie non illuminate.

In che lingue si fa la visita guidata alle Catacombe di San Sebastiano?

Italiano, inglese, francese, spagnolo e tedesco. I gruppi si formano per lingua man mano che arrivano i visitatori, quindi in bassa stagione l'attesa può allungarsi e in alta stagione accorciarsi.

Si possono fare foto dentro le Catacombe di San Sebastiano?

No. Il regolamento delle visite vieta di fotografare e di riprendere video all'interno delle gallerie. Fuori, sul piazzale e lungo l'Appia, si fotografa liberamente; dentro la basilica valgono le regole ordinarie di un luogo di culto e conviene chiedere.

Fa freddo dentro le Catacombe di San Sebastiano?

La temperatura sotterranea è costante tutto l'anno e sensibilmente più bassa che in superficie. Il regolamento delle visite raccomanda espressamente un abbigliamento adeguato alle temperature del sottosuolo: una giacca leggera basta, anche in agosto.

Ci sono ossa visibili nelle Catacombe di San Sebastiano?

Lungo il percorso di visita i loculi sono vuoti e non ci sono resti umani esposti. Chi cerca l'effetto ossario deve rivolgersi altrove: qui si vedono gallerie scavate nel tufo, cubicoli, sarcofagi, affreschi, iscrizioni e mausolei.

Le Catacombe di San Sebastiano sono adatte ai bambini?

Dai sei o sette anni in su funzionano molto bene: mezz'ora è la durata giusta, la storia del santo e i simboli graffiati sui muri catturano l'attenzione e non ci sono immagini pesanti. Sotto i cinque anni valutate voi, fra buio, eco e mezz'ora di spiegazione parlata.

I bambini pagano il biglietto?

L'ingresso è gratuito fino a sei anni compresi. Dai 7 ai 16 anni si applica la tariffa ridotta, che comprende anche i gruppi scolastici della stessa fascia di età, con un insegnante accompagnatore gratuito ogni quindici paganti.

Le Catacombe di San Sebastiano sono accessibili in carrozzina?

No. Il percorso comprende scale, dislivelli e tratti stretti, come quasi tutte le catacombe romane, e l'accesso per le persone con mobilità ridotta è dichiarato limitato. La basilica soprastante invece è raggiungibile dal piazzale ed è gratuita.

Che differenza c'è fra le Catacombe di San Sebastiano e le Catacombe di San Callisto?

San Callisto è il cimitero ufficiale della comunità cristiana di Roma, con la cripta dei papi del terzo secolo e un sistema di gallerie molto più esteso. Queste sono più piccole ma conservano i tre mausolei pagani della piazzola, la triclia con i graffiti agli apostoli e una basilica seicentesca sopra la testa. Le due visite non si sovrappongono.

Perché si chiamano catacombe?

Perché questo cimitero della via Appia era detto ad catacumbas, dal greco katà kymbe, cioè presso le cavità, per via delle cave di pozzolana e dell'avvallamento del terreno. Il nome di questo luogo si estese poi a tutti i cimiteri ipogei cristiani e, da lì, a mezzo mondo.

Pietro e Paolo sono stati sepolti alle Catacombe di San Sebastiano?

Le fonti antiche, dalla Depositio martyrum al Martirologio Geronimiano, collegano i due apostoli a questo luogo nel 258. Se qui siano state davvero le reliquie, e per quanto tempo, resta una questione discussa fra gli studiosi. I graffiti della triclia dimostrano con certezza una cosa sola, ma enorme: qui si veniva a pregare Pietro e Paolo, in massa, già nel terzo secolo.

Che cos'è la triclia?

Una sala coperta e porticata ricavata sul terrapieno di metà terzo secolo, usata per i banchetti funebri in onore dei defunti e dei martiri. Le pareti intonacate conservano oltre seicento graffiti con invocazioni ai due apostoli, incisi fra la seconda metà del terzo e gli inizi del quarto secolo. È il documento più importante del complesso.

Che cos'è la Platonia?

Una costruzione posteriore alla basilica costantiniana, ricavata dietro l'abside, che per secoli si credette il luogo della sepoltura temporanea di Pietro e Paolo. Gli scavi di fine Ottocento hanno chiarito che si tratta del mausoleo di Quirino, vescovo di Siscia in Pannonia.

Chi era san Sebastiano?

Un martire romano deposto qui il 20 gennaio secondo la Depositio martyrum. Sant'Ambrogio lo dice milanese di origine, la passio del quinto secolo lo fa soldato nato a Narbona da famiglia milanese. Secondo il racconto agiografico sopravvive alle frecce e viene poi ucciso a bastonate; per questo la devozione lo invoca contro la peste.

Chi gestisce le Catacombe di San Sebastiano?

La sovrintendenza è della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, l'organismo della Santa Sede che tutela le catacombe cristiane d'Italia. Sul posto, la basilica e l'accesso al sottosuolo sono affidati ai Frati Minori, presenti in questo complesso dal 1826.

Il busto del Bernini a San Sebastiano esiste davvero?

Sì, ed è il Salvator Mundi, busto marmoreo del Salvatore considerato l'ultimo lavoro di Gian Lorenzo Bernini, riemerso nel 2001 nel convento adiacente. La figura giacente di san Sebastiano trafitto, nella sua cappella, è invece di Giuseppe Giorgetti, del 1670-1672, su disegno del Bernini.

Le impronte del Quo Vadis sono qui o nella chiesa del Domine Quo Vadis?

L'originale è nella Cappella delle Reliquie della basilica di San Sebastiano fuori le Mura; quella al centro della chiesetta del Domine Quo Vadis è una copia. La lastra porta due impronte di piedi di circa 27,5 centimetri, lette dagli studiosi come un ex voto pagano poi reinterpretato in chiave cristiana.

Si possono visitare Villa Grande e Villa Piccola sotto la basilica?

Non fanno parte del percorso ordinario e la loro accessibilità è saltuaria. Sono due edifici romani con affreschi e mosaici portati alla luce negli scavi degli anni Dieci del Novecento. Chi ci tiene deve informarsi prima presso il complesso o presso il Parco Archeologico dell'Appia Antica.

La basilica di San Sebastiano fuori le Mura si visita gratis?

Sì. La chiesa ha ingresso libero, con orario 8.15-18.00 da ottobre a marzo e 8.15-19.00 da aprile a settembre. Dentro si trovano il Bernini, la statua del Giorgetti, la Cappella delle Reliquie, la cappella Albani e il carme damasiano per Eutichio.

Quanto tempo serve per vedere le Catacombe di San Sebastiano e l'Appia insieme?

Mezza giornata piena. Mezz'ora di catacomba, un'ora di basilica, e il resto sull'Appia fra San Callisto, il Domine Quo Vadis e, se avete gambe o bicicletta, la Villa dei Quintili. La domenica, con il tratto riservato a pedoni e ciclisti, è il giorno migliore per camminare.

Le Catacombe di San Sebastiano sono state riscoperte come le altre?

No, ed è la loro particolarità. Sono considerate fra i pochissimi cimiteri cristiani di Roma rimasti sempre accessibili: mentre gli altri ipogei sparivano sotto terra per secoli e venivano ritrovati a partire dal Cinquecento, qui la basilica ha continuato a funzionare e i pellegrini hanno continuato a scendere senza interruzione.

Vale la pena visitare le Catacombe di San Sebastiano se ho già visto San Callisto?

Sì, e non è una risposta di comodo. Le due visite non si sovrappongono: a San Callisto si vede la Chiesa che diventa istituzione, qui si vede il momento in cui un cimitero pagano diventa cristiano, con i mausolei decorati, il pesce graffiato accanto all'ancora e centinaia di invocazioni agli apostoli sull'intonaco. Sono ottocento metri di distanza e due storie diverse.

C'è un guardaroba o un deposito bagagli alle Catacombe di San Sebastiano?

Non è previsto un servizio di deposito strutturato, e i corridoi stretti rendono scomodi gli zaini voluminosi. Regolatevi viaggiando leggeri: la visita dura mezz'ora e non serve portarsi dietro nulla oltre a una giacca.

C'è un bookshop alle Catacombe di San Sebastiano?

Sì, il complesso dispone di un punto vendita con libri e oggetti devozionali e di un distributore di bevande. Chi vuole approfondire trova sul posto le pubblicazioni della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, che sono il modo migliore per portarsi a casa qualcosa di serio.

L'ultima cosa che vi dico sulle Catacombe di San Sebastiano

Chiudo da romano, in piedi sul piazzale davanti alla facciata. Queste non sono le catacombe più grandi di Roma, non sono le più affrescate e non sono nemmeno le più famose. Sono quelle che hanno dato il nome a tutte le altre, e sono il posto dove si vede meglio la cosa che a Roma succede di continuo: un luogo che cambia religione senza cambiare indirizzo. Una cava diventa cimitero, il cimitero diventa santuario, il santuario diventa basilica imperiale, la basilica imperiale diventa una chiesa barocca, e la chiesa barocca è oggi una parrocchia dove il sabato pomeriggio si dice messa e la domenica mattina si battezzano bambini. Diciotto secoli senza un giorno di interruzione, sopra novecento metri di gallerie piene di gente sepolta.

Fate così: scendete presto, ascoltate la guida senza fotografare niente, risalite in chiesa, guardate il soffitto e il busto del Bernini, e poi uscite e restate dieci minuti fermi sul basolato, di spalle alla facciata, a guardare l'Appia che se ne va verso sud fra i pini. Quei dieci minuti non sono compresi in nessun biglietto e sono, secondo me, la parte migliore della giornata. Poi telefonate prima di partire, mi raccomando, che il giorno di chiusura qui è l'unica variabile capace di rovinare tutto il resto.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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RiassuntoCatacombe di San Sebastiano - Via Appia Antica, 136, 00179 Roma RM
TagsBasilica di San SebastianoBasilica San Sebastiano fuori le MuraBIGLIETTO ONLINECatacombe di San SebastianoCatacombe San SebastianoSan Sebastiano fuori le Mura

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IndirizzoVia Appia Antica, 136, 00179 Roma RM Appio Latino, Roma, Roma Città
Telefono06 785 0350
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