Museo delle Mura
Il Museo delle Mura è in via di Porta San Sebastiano 18, nel rione Celio, dentro la porta più grande delle Mura Aureliane, e si visita gratuitamente: nessun biglietto da pagare, un titolo di ingresso da ritirare alla cassa. Orario dal martedì alla domenica, dalle 10 alle 16, con ultimo ingresso un'ora prima della chiusura; chiuso il lunedì, il primo maggio e il 25 dicembre. Il museo accoglie al massimo venti visitatori per volta, cinque per sala, e la permanenza consentita è di cinquanta minuti: chi arriva alle 15.55 non entra. Informazioni e prenotazioni per i gruppi al numero 060608, attivo tutti i giorni dalle 9 alle 19; il sito ufficiale è museodellemuraroma.it. Ci si arriva con l'autobus 118, fermata Porta S. Sebastiano/Numa Pompilio, e con il 218 che scende da piazza di Porta San Giovanni e ferma proprio a Porta S. Sebastiano prima di infilarsi nell'Appia Antica; la metropolitana linea B, fermata Circo Massimo, è a poco più di un chilometro di cammino lungo viale delle Terme di Caracalla. La terrazza della torre non è accessibile; il camminamento di ronda sulle mura, che è la ragione vera per cui si viene qui, sì.
Confronta le esperienze a Roma
Ogni scheda apre una pagina di confronto qui su estateromana.com: le differenze tra le opzioni, le fasce di prezzo indicative e il link per prenotare sul sito del venditore. Puoi salvare quello che ti interessa in "Il mio viaggio".
✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
Per collocarlo nel panorama cittadino conviene partire dalla pagina dei musei di Roma, dove questo piccolo istituto civico convive con collezioni da milioni di visitatori e vince comunque la partita su un punto: è l'unico museo della città in cui si cammina dentro il monumento che il museo racconta.

Che cos'è davvero il Museo delle Mura
Conviene chiarirlo prima di partire, perché evita delusioni e prepara meglio la visita: il Museo delle Mura non è una galleria di reperti. Non troverete vetrine con statue, non c'è una collezione di marmi, non ci sono capolavori firmati. Il museo è composto quasi per intero di pannelli didattici a doppia faccia, con testi in italiano e in inglese, disegni a colori, fotografie storiche, calchi in gesso e alcuni plastici. Chi entra sperando in un museo archeologico tradizionale esce perplesso. Chi entra sapendo che il vero oggetto esposto è l'edificio stesso, e che i pannelli servono a insegnargli a leggerlo, esce con una competenza che a Roma vale moltissimo: la capacità di guardare un muro e datarlo.
L'allestimento attuale risale al 1990 e si sviluppa sul primo e sul secondo piano della porta. È diviso in tre sezioni, antica, medievale e moderna. La sezione antica ripercorre la storia delle fortificazioni urbane, dalle difese di età regia e repubblicana fino alla cinta di Aureliano del III secolo dopo Cristo; di quest'ultima si spiegano le vicende storiche e politiche che ne imposero la costruzione, le ragioni strategiche del tracciato, la tecnica costruttiva, la tipologia delle porte, i restauri e le trasformazioni successive. Le sezioni medievale e moderna, al secondo piano, riprendono il racconto e mostrano come il rapporto fra la cinta e l'abitato sia cambiato via via che la popolazione diminuiva e la città si ritirava verso il fiume, lasciando dentro le mura enormi superfici coltivate a vigna e a orto.
La mia opinione, dopo anni di gruppi accompagnati qui dentro: il Museo delle Mura è il museo più sottovalutato di Roma, e lo è per un difetto di comunicazione. Chi lo presenta come museo lo condanna al confronto con i Capitolini, e in quel confronto perde. Chi lo presenta per quello che è, cioè il punto di accesso pubblico e gratuito a quattrocento metri di architettura militare tardoantica ancora in piedi, ottiene silenzio ammirato. La differenza è tutta nell'aspettativa. Preparate i vostri compagni di visita alla seconda idea e non alla prima.
La storia del Museo delle Mura, che è più accidentata di quanto sembri
La porta divenne un museo per accumulo di occasioni, non per progetto. Il passaggio decisivo è del 1939, e va raccontato per intero perché spiega la forma degli ambienti che oggi si attraversano. In quell'anno, nonostante l'opposizione della Ripartizione Antichità e Belle Arti del Governatorato, cominciarono i lavori per adattare gli interni della porta ad abitazione e studio privato di un gerarca fascista. Furono gettati solai nuovi, si crearono ambienti inediti con muri divisori, si installarono scale, si rifecero i pavimenti con l'inserzione di mosaici al primo piano. Quello che il visitatore percorre oggi come sequenza museale è, nella sua articolazione materiale, l'appartamento progettato allora.
Dopo la Seconda guerra mondiale il Comune riaprì la porta e avviò un progetto museale che procedette a strappi. Nel 1960 una parte dei locali fu ceduta al Ministero della Pubblica Istruzione per ospitare un Ufficio speciale dell'Appia Antica che non entrò mai in funzione: dieci anni di stanze vuote intestate a un ufficio che non nacque. Nel 1970 il Comune riacquisì il monumento; l'anno seguente vi fu allestito un piccolo Museo delle Mura, con aperture limitate alla sola domenica, formula che sopravvisse poco e finì nella chiusura totale. La riapertura arrivò nel 1984, in occasione della mostra Roma sotterranea, e quella volta la porta rimase aperta. Nel 1989 una Deliberazione del Consiglio Comunale istituì formalmente il Museo delle Mura; nel 1990 fu inaugurato l'allestimento didattico che ancora oggi si visita.
Trentacinque anni sono tanti per un allestimento, e si vedono: i pannelli hanno la grafica del loro tempo, alcune fotografie sono di riproduzione datata, il linguaggio è quello della didattica museale della fine degli anni Ottanta. Non lo dico come critica, lo dico come avvertimento. Chi arriva abituato ai video mapping e alle proiezioni immersive trova qui un museo di carta e gesso. Ha però un vantaggio che i musei tecnologici perdono ogni cinque anni: funziona ancora, non si guasta, e i disegni delle sezioni murarie sono chiarissimi.
Dove si trova il Museo delle Mura e come si arriva
L'indirizzo è via di Porta San Sebastiano 18, codice di avviamento postale 00179. La strada è uno dei tratti urbani più curiosi di Roma: parte da piazzale Numa Pompilio, corre per circa ottocento metri fra muri di cinta di ville private, cipressi e pini, e finisce contro la porta. È asfaltata, stretta, con un traffico ridotto e marciapiedi intermittenti; il silenzio, a cento metri dal viale delle Terme di Caracalla, cambia di colpo. Chi la percorre a piedi la prima volta ha la sensazione di essere uscito dalla città pur restando dentro le mura, ed è esattamente quello che accadeva già nel Cinquecento, quando qui erano vigne e casali.
Come arrivare al Museo delle Mura in autobus
La linea più comoda è il 118, autobus circolare che collega la zona dell'Appia Nuova con il Colosseo e piazza Venezia e ha il capolinea in via Appia Antica, all'altezza di Villa dei Quintili. Nel percorso serve la fermata Porta S. Sebastiano/Numa Pompilio all'andata e, al ritorno, le fermate Porta S. Sebastiano/Sepolcro Scipioni e Porta S. Sebastiano. La corsa completa dura fra i settanta e gli ottanta minuti e la frequenza nei giorni feriali è di quindici o venti minuti: è un autobus che va preso con pazienza e con l'orario in tasca, perché il passaggio non è fitto. Prima partenza intorno alle 5.30, ultima intorno alle 23.
L'altra linea utile è il 218, che parte da piazza di Porta San Giovanni e scende verso sud attraversando via dell'Amba Aradam, via dei Laterani, piazzale Ipponio, via Illiria, piazza Epiro, via Lusitania, via Cameria e viale delle Mura Latine, per poi uscire dalla città proprio a Porta San Sebastiano e imboccare la via Appia Antica in direzione dell'Ardeatina. È la linea che i romani usano per raggiungere le catacombe, e per il Museo delle Mura è perfetta: la fermata Porta S. Sebastiano è a pochi metri dall'ingresso. Chi arriva in metropolitana a San Giovanni e cambia con il 218 fa il percorso più lineare in assoluto.
Sul viale delle Terme di Caracalla e a piazzale Numa Pompilio passano altre linee di superficie che portano a dieci minuti di cammino dal museo. Verificate le linee attive sul sito dell'azienda dei trasporti prima di partire: la rete di superficie romana cambia percorsi con una frequenza che nessuna guida stampata riesce a inseguire.
Il Museo delle Mura in metropolitana, in bicicletta e in auto
La metropolitana non arriva alla porta. La stazione più vicina è Circo Massimo, sulla linea B: da lì si prende viale delle Terme di Caracalla, si costeggia il recinto archeologico delle terme, si arriva a piazzale Numa Pompilio e si imbocca via di Porta San Sebastiano. Sono circa venti minuti a passo normale, un chilometro e mezzo scarso, quasi tutto in leggera salita ma su marciapiede alberato. È una delle passeggiate urbane più belle di Roma e la consiglio anche a chi avrebbe l'autobus: si attraversa la valle delle Camene, si vede il fianco monumentale delle terme, si passa davanti alla chiesa dei Santi Nereo e Achilleo e all'imbocco della via di Porta Latina.
In bicicletta la strada è buona, con l'avvertenza che l'ultimo tratto di via di Porta San Sebastiano ha il fondo irregolare e qualche sanpietrino. Chi prosegue verso l'Appia Antica trova il traffico chiuso nei giorni festivi e una delle ciclabili di fatto più piacevoli d'Italia. In automobile, invece, mettete in conto un problema: i parcheggi lungo via di Porta San Sebastiano sono pochi, quasi tutti riservati ai residenti e alle ville private, e la porta non ha area di sosta. Chi arriva in macchina lascia il mezzo nella zona di piazzale Numa Pompilio o lungo il viale delle Terme di Caracalla e fa gli ultimi minuti a piedi. Il consiglio secco: non venite in auto. Non guadagnate un minuto e perdete la parte migliore dell'avvicinamento.
Orari, ingresso gratuito e regole di accesso al Museo delle Mura
L'ingresso al Museo delle Mura è gratuito per tutti. Il titolo di accesso si ritira comunque in biglietteria, perché il museo conta le presenze e applica un contingentamento rigido. Le regole in vigore sono tre e vanno conosciute prima di mettersi in viaggio, perché in un pomeriggio di aprile con due gruppi scolastici davanti fanno la differenza fra visitare e tornare a casa.
I contingenti del Museo delle Mura: venti persone, cinquanta minuti
Il museo è fruibile da un massimo di venti visitatori contemporaneamente, con non più di cinque persone per sala, e il tempo massimo di permanenza è di cinquanta minuti. Chi arriva quando il contingente è pieno attende il turno; nei giorni di grande affluenza l'attesa esiste davvero, anche se non ha nulla a che vedere con le code dei musei del centro. La regola dei cinquanta minuti non è un consiglio: è il tempo assegnato, e comprende sia le sale sia il camminamento. Chi vuole percorrere tutto il tratto di mura e tornare indietro deve calcolare bene, perché il camminamento da solo porta via una mezz'ora abbondante se ci si ferma a guardare.
Gruppi e scolaresche al Museo delle Mura
I gruppi compresi fra cinque e venti persone più la guida accedono con prenotazione gratuita al numero 060608 e possono restare fino a sessanta minuti. Le scolaresche hanno obbligo di prenotazione gratuita anche quando chiedono il solo ingresso, e devono presentare l'elenco nominativo firmato dal dirigente scolastico. Le visite guidate e i laboratori sono servizi a pagamento su prenotazione, disponibili in più lingue. Chi accompagna un gruppo senza aver prenotato rischia il rifiuto all'ingresso, e non è un formalismo: con cinque persone per sala, venti persone che si presentano insieme bloccano il museo.
La MIC card e le gratuità nel sistema dei musei civici
Il Museo delle Mura appartiene al Sistema Musei di Roma Capitale, la rete dei musei civici che comprende i Musei Capitolini, la Centrale Montemartini, i Mercati di Traiano, il Museo di Roma, la Casina delle Civette e altre due dozzine di sedi. Chi risiede o studia a Roma può dotarsi della MIC card, la tessera annuale che apre gratuitamente le collezioni permanenti di tutta la rete; i possessori della card e chi ha diritto alla gratuità ritirano il titolo telefonando al 060608 oppure direttamente in biglietteria. Qui la card non serve a risparmiare, perché l'ingresso è già gratuito per chiunque; serve però a capire in che famiglia si entra, e a programmare la giornata infilando nella stessa uscita altri musei della rete.

Le Mura Aureliane: perché Roma decise di murarsi nel 271
Per tre secoli e mezzo Roma non ebbe bisogno di mura. La cinta repubblicana, quella che la tradizione attribuisce a Servio Tullio e che l'archeologia data in gran parte al IV secolo avanti Cristo, era diventata un rudere inglobato nelle case: nel I secolo dopo Cristo ci si costruiva contro, ci si appoggiavano botteghe, in alcuni punti la si demoliva per fare spazio. La difesa dell'Urbe erano le legioni sul Reno e sul Danubio, non un muro. Quando quel sistema si incrinò, la città si accorse in pochi mesi di essere nuda.
Il fatto che convinse il Senato e l'imperatore fu l'invasione degli Alamanni e degli Iutungi del 270 e 271. Aureliano li affrontò in Italia settentrionale, subì una sconfitta pesante presso Piacenza e vinse solo dopo, a Fano e a Pavia. Nel frattempo a Roma era scoppiato il panico, e non solo il panico: ci furono disordini, e la rivolta dei monetieri della zecca fece centinaia di morti dentro la città. Un imperatore che rientra in una capitale spaventata e insubordinata ha due problemi da risolvere insieme, la difesa esterna e il controllo interno. Le mura risolvevano entrambi, e questo spiega la velocità del cantiere.
I numeri delle Mura Aureliane raccontati al Museo delle Mura
Il circuito misurava in antico circa diciannove chilometri e racchiudeva oltre milleduecento ettari, una superficie che nessuna città europea avrebbe eguagliato per più di mille anni. Le fonti moderne contano 378 tratti di cortina merlata intervallati ogni trenta metri circa da 381 torri, quattordici porte principali oltre a numerosi passaggi minori e posterule, un centinaio abbondante di latrine di servizio e feritoie in quantità difficile da censire. Le torri erano attrezzate per l'artiglieria da lancio: le stime parlano di centinaia di baliste distribuite lungo il circuito. L'altezza iniziale della cortina era di sei o otto metri, con due metri di fondazione, e lo spessore complessivo era di tre metri e trenta, di cui circa sessanta centimetri di muro e due metri e settanta di camminamento.
Oggi ne restano in piedi circa dodici chilometri e mezzo, e questa è la cifra che mi piace ripetere ai gruppi perché rovescia la percezione comune. Non stiamo parlando di un monumento sopravvissuto a frammenti: stiamo parlando dei due terzi di una cinta antica ancora al loro posto dentro una capitale europea di quasi tre milioni di abitanti. In nessun'altra città del continente si può camminare per dodici chilometri lungo una muraglia romana. Che i romani ci passino accanto in motorino senza guardarla è un fatto sociologico interessante e un peccato conclamato.
La tecnica costruttiva delle mura spiegata dai plastici del Museo delle Mura
La rapidità del cantiere aureliano dipese da due scelte pratiche. La prima fu inglobare tutto quello che c'era già: acquedotti, sepolcri, magazzini, l'Anfiteatro Castrense, la Piramide di Caio Cestio, l'accampamento pretoriano, la Porta Maggiore claudia. Non è un caso isolato, è un metodo: dove passava un edificio robusto lungo la linea prescelta, quell'edificio diventava muro. Se oggi camminate lungo la cinta e vedete una struttura che non ha niente a che fare con una fortificazione, di solito è perché la fortificazione ha semplicemente adottato quello che trovava.
La seconda scelta fu costruttiva: nucleo in calcestruzzo di scaglie e malta, paramento in laterizio, mattoni di riuso in quantità enorme. I bolli laterizi che si leggono nella cortina appartengono spesso a produzioni di due secoli prima, recuperate dalle demolizioni. Il cantiere non fu affidato all'esercito ma alle corporazioni edili urbane, secondo l'ipotesi oggi prevalente, e questo spiega la disomogeneità nella cura dell'esecuzione fra un tratto e l'altro. I plastici esposti in una delle sale del Museo delle Mura servono esattamente a questo: mostrano in sezione le fasi, la differenza fra la cortina aureliana e la sopraelevazione successiva, e permettono di capire in trenta secondi quello che un disegno bidimensionale non riesce a spiegare in tre pagine.
Le porte delle Mura Aureliane
Le porte principali erano quattordici e ricalcavano la partenza delle grandi consolari: Flaminia, Pinciana, Salaria, Nomentana, Tiburtina, Prenestina e Labicana insieme nella doppia Porta Maggiore, Asinaria, Metronia, Latina, Appia, Ostiense, Portuense, Aurelia. Le più importanti avevano due fornici con torri semicilindriche ai lati; le minori un solo passaggio. Il rifacimento tardoantico ridusse quasi ovunque i fornici da due a uno, e la ragione è ovvia quanto malinconica: meno aperture, meno punti deboli, meno uomini necessari a guardarle. Una porta che si restringe è una città che si sente meno sicura.
Nel Museo delle Mura una sala intera è dedicata alla Porta Appia e alle altre porte del circuito, con pannelli che ne confrontano le piante e le alzate. È la sala che consiglio di guardare con più attenzione, perché fornisce la grammatica per leggere tutte le altre porte di Roma: chi esce da qui e passa davanti a Porta Latina, Porta Metronia, Porta Asinaria o Porta Tiburtina le riconosce come varianti di uno stesso schema, e non come edifici sconnessi.

Da Aureliano a Onorio: il raddoppio che salvò Roma
La cinta di Aureliano nacque come opera di sbarramento, non come fortezza. Sei o otto metri di altezza fermano una banda a cavallo, non un esercito che sa condurre un assedio. La correzione arrivò un secolo e mezzo dopo, in un momento in cui la minaccia era diventata concreta, e fu radicale: intorno al 403, sotto Onorio e per iniziativa di Stilicone, l'altezza fu quasi raddoppiata, passando dai sei o otto metri iniziali ad almeno dieci metri e mezzo, con punte intorno ai quindici. Il camminamento aureliano scoperto venne coperto e trasformato in galleria interna con feritoie, e sopra di essa fu creato un secondo camminamento all'aperto, protetto da merli.
È l'intervento che rende le Mura Aureliane quello che si vede oggi, ed è la ragione tecnica per cui il camminamento del Museo delle Mura esiste. Quando percorrete quella galleria coperta e infilate lo sguardo nelle feritoie, non siete su un muro di Aureliano: siete dentro il muro di Aureliano, in uno spazio ricavato rialzandolo. Sopra la vostra testa, il secondo livello. Sotto i vostri piedi, il camminamento del III secolo, ormai diventato pavimento.
Sulla porzione onoriana della Porta Appia i restauratori del Novecento hanno insistito molto, e a ragione: è la fase meglio leggibile e la meglio conservata. La sopraelevazione onoriana portò all'attuale attico rialzato con due file di sei finestre ad arco ciascuna, alla riduzione del passaggio a un solo fornice e all'inglobamento delle basi delle torri dentro due basamenti a pianta quadrata rivestiti di marmo, materiale recuperato da monumenti più antichi. Chi guarda la porta dall'esterno vede prima di tutto quei due dadi bianchi alla base delle torri: sono la firma della fase onoriana.
Belisario, i Goti e le Mura Aureliane in guerra
Le mura vennero collaudate sul serio nel VI secolo. Nel 537 e nel 538 Belisario, generale di Giustiniano, difese Roma dall'assedio del re goto Vitige con un contingente ridicolmente piccolo rispetto alla lunghezza del perimetro. La sua strategia fu quella che ogni comandante adotta quando ha diciannove chilometri di muro e cinquemila uomini: rendere impraticabili le porte secondarie, murare le posterule, concentrare i difensori sui punti battuti, usare la mobilità interna della città come moltiplicatore. Le fonti del tempo raccontano che i Goti tentarono l'assalto con torri mobili trainate da buoi, e che gli arcieri bizantini abbatterono i buoi prima delle torri. È un dettaglio tattico che vale una lezione: la macchina d'assedio più imponente cade se cade la trazione.
Roma cambiò di mano più volte in quegli anni. La città che alla fine della guerra gotica riemerse era spopolata, impoverita e ridotta a un decimo scarso degli abitanti che aveva avuto, ma le mura c'erano ancora. Nei secoli successivi l'ordinaria manutenzione della cinta rimase uno degli obblighi politici del potere romano, prima ducale e poi pontificio. Restaurare le mura era il modo con cui si dichiarava di governare la città. Papa Adriano I nell'VIII secolo, Leone IV nel IX quando cinse di mura il Vaticano dopo la razzia saracena dell'846, Niccolò V e Sisto IV nel Quattrocento, Pio IV nella seconda metà del Cinquecento quando la minaccia dei corsari barbareschi rese di nuovo attuale la difesa costiera e urbana: ogni volta un rifacimento, ogni volta uno stemma murato per firmare l'intervento.
Il Medioevo delle mura e il rapporto con la città che si svuota
La sezione medievale del Museo delle Mura si occupa proprio di questo, e lo fa meglio di quanto ci si aspetti. Il fatto storico è che dal VII secolo in poi la cinta aureliana smise di corrispondere alla città. Roma si concentrò nell'ansa del Tevere, nel Campo Marzio e in Trastevere; l'Aventino, il Celio, l'Esquilino, il Viminale, il Quirinale si spopolarono e diventarono un paesaggio di vigne, orti, canneti, monasteri isolati e casali fortificati. Le mura continuarono a girare intorno a milleduecento ettari di cui forse un decimo abitato.
Questo produsse conseguenze curiose. Le torri furono affittate, occupate, trasformate in abitazioni, in fienili, in ricoveri per eremiti. Le porte diventarono presidi fiscali per la riscossione dei dazi, e alcune di esse presero il nome dalla gabella prima che dal santo. I baroni romani, Colonna, Orsini, Savelli, Frangipane, si impadronirono dei tratti che passavano vicino alle loro proprietà e li usarono come cortine private nelle guerre cittadine. Chi cammina lungo il circuito e trova un tratto con muratura irregolare, blocchetti di tufo e materiale di reimpiego caotico, quasi sempre guarda un restauro medievale eseguito da qualcuno che difendeva se stesso, non la città.
Il Bastione Ardeatino: l'ultima idea militare delle Mura Aureliane
Nel Cinquecento le mura tardoantiche erano militarmente inservibili. L'artiglieria a polvere aveva reso obsoleta la cortina alta e sottile, e il sacco del 1527 lo aveva dimostrato nel modo più brutale. Paolo III Farnese incaricò allora Antonio da Sangallo il Giovane di rifare le difese meridionali della città secondo i criteri della fortificazione bastionata, con opere basse, spesse, angolate, capaci di reggere il cannone e di batterlo di fianco.
Il risultato è il Bastione Ardeatino, che si trova sul viale di Porta Ardeatina, fra Porta San Paolo e Porta San Sebastiano, incastrato dentro il circuito aureliano. Ha feritoie a imbuto tipiche del Cinquecento, pensate per ospitare bocche da fuoco, e casematte da cui si sparava con armi leggere; all'interno conserva otto camere ottagonali collegate da cunicoli. Sulla struttura campeggia lo stemma farnesiano, che è la firma del committente. La minaccia che lo giustificava era quella turca, temuta lungo le coste tirreniche meridionali. I lavori rallentarono e furono abbandonati intorno al 1539, anche perché Sangallo venne dirottato sul rafforzamento della Città Leonina; il bastione rimase incompiuto e inutilizzato per i secoli successivi, quando la minaccia venne meno.
Nel Museo delle Mura il plastico del Bastione Ardeatino occupa da solo una sala, la settima, e non è una scelta bizzarra: è l'unico elemento del circuito che appartenga a una logica militare completamente diversa da quella romana, e vederlo in modello aiuta a capire perché un bastione angolato batta un torrione tondo. Consiglio pratico: guardatelo prima di uscire, poi andate a vedere il bastione dal vero lungo viale di Porta Ardeatina. Sono venti minuti a piedi e la lezione si chiude.
1849 e 1870: le mura combattono per l'ultima volta
Le Mura Aureliane hanno avuto due epiloghi militari a ventun anni di distanza, entrambi perduti da chi difendeva. Il primo è del 1849, durante la Repubblica Romana: l'assedio francese si concentrò sul fronte gianicolense, e le mura vennero adattate in fretta alla fucileria dell'Ottocento. La traccia di quell'adattamento è visibile proprio lungo il camminamento del Museo delle Mura, dove alcune feritoie di forma quadrata risalgono al 1848 e furono ricavate trasformando le aperture antiche per adattarle alle armi da fuoco portatili. Sono un dettaglio che quasi nessuno nota e che io indico sempre: è l'unico punto della visita in cui una modifica alla muratura ha una data quasi certa e un motivo puramente bellico.
Il secondo epilogo è il 20 settembre 1870, quando l'artiglieria italiana aprì la breccia presso Porta Pia e i bersaglieri entrarono in città chiudendo il potere temporale dei papi. Da quel momento le mura smisero di essere una struttura difensiva e divennero un problema urbanistico: la Roma capitale doveva crescere, e la cinta era in mezzo. Nei decenni successivi furono aperti nuovi varchi, demoliti alcuni tratti, sbancate porzioni per far passare strade e tram. Che ne siano rimasti dodici chilometri e mezzo, dopo centocinquant'anni di espansione edilizia, è quasi un miracolo amministrativo.
Porta San Sebastiano, la porta che ospita il Museo delle Mura
Porta San Sebastiano è la più grande e fra le meglio conservate delle porte delle Mura Aureliane. Chi la guarda dall'esterno, cioè dal lato di piazzale Numa Pompilio, si trova davanti un fronte che non somiglia a una porta urbana ma a un castello: due torri altissime a pianta semicircolare impostate su basamenti quadrati di marmo, un corpo centrale con un solo fornice, un attico con due file di sei finestre ad arco, una massa di laterizio che chiude la strada. È un'immagine che nel Grand Tour finì in centinaia di incisioni, e che ancora oggi fa lo stesso effetto: la si vede comparire in fondo alla strada e si capisce all'improvviso che cosa significasse arrivare a Roma via terra.
I nomi della porta: Appia, Accia, Domine quo vadis, San Sebastiano
Il nome originario era Porta Appia, perché di qui usciva la via Appia, la regina viarum, che cominciava poco più indietro, dalla Porta Capena delle mura serviane, e lo conservò a lungo. Nel Medioevo compare anche il nome Accia, che le fonti restituiscono nelle varianti Dazza e Datia; l'etimologia è incerta, ma l'ipotesi più seguita la lega al fiumicello Almone che scorreva lì vicino e che veniva chiamato acqua Accia. Un documento del 1434 la menziona come Porta Domine quo vadis, dal santuario che si incontra poco fuori, dove la tradizione colloca l'incontro fra Pietro in fuga e Cristo. Solo dopo la metà del XV secolo è attestato con stabilità il nome che porta oggi, dovuto alla vicinanza della basilica e delle catacombe di San Sebastiano.
Questa sequenza di nomi non è erudizione inutile: è il modo più rapido per spiegare a chi visita come funzionava la toponomastica urbana prima dei numeri civici. Una porta si chiamava con quello che si trovava dall'altra parte, e cambiava nome quando cambiava quello che contava dall'altra parte. Prima contava la strada, poi il dazio, poi il santuario, infine il martire con la basilica più frequentata. La storia religiosa e fiscale di Roma è tutta dentro quattro toponimi.
La fase aureliana della Porta Appia
La struttura originaria, edificata verso il 275, prevedeva un'apertura con due fornici sormontati da finestre ad arco, compresa fra due torri semicilindriche; il rivestimento della facciata era in travertino. Due passaggi affiancati significavano traffico in entrata e in uscita separato, e questo dice quanto contasse l'Appia in quel momento: si costruisce una porta a doppio fornice solo dove il flusso lo richiede. Le torri, in questa prima versione, erano più basse e prive dei basamenti quadrati.
In un momento successivo, ma ancora prima dell'intervento onoriano, le due torri furono ampliate, rialzate e collegate con due muri paralleli all'arco che si trova pochi metri più all'interno, l'arco cosiddetto di Druso. Si creò così un cortile chiuso in cui l'arco funzionava da controporta: chi entrava passava un primo fornice, si ritrovava in uno spazio angusto sorvegliato dall'alto e doveva superare un secondo sbarramento. È il dispositivo difensivo più semplice e più efficace che l'antichità conoscesse, e le porte maggiori delle Mura Aureliane lo adottarono quasi tutte.
Il rifacimento onoriano e l'aspetto attuale
In occasione del rifacimento operato nel 401 e 402 sotto l'imperatore Onorio, la porta fu ridisegnata con un solo fornice, con un attico rialzato in cui si aprono due file di sei finestre ad arco, e venne dotata di un camminamento di ronda scoperto e merlato. La base delle due torri fu inglobata in due basamenti a pianta quadrata rivestiti di marmo. Un successivo rifacimento le conferì l'aspetto attuale, rialzando di un piano tutta la struttura, torri comprese.
Su quest'ultima fase la discussione è aperta e vale la pena riferirla con precisione, distinguendo il documentato dall'ipotesi. Manca la consueta lapide commemorativa dei lavori, e la mancanza ha indotto qualche studioso a dubitare che l'intervento sia opera di Onorio, che invece ha lasciato epigrafi laudative su ogni altro lavoro effettuato sulle mura e sulle porte. È un ragionamento per assenza, quindi fragile per definizione, ma non irragionevole: un imperatore che firma sempre e all'improvviso non firma o non ha fatto lui il lavoro, oppure la sua firma è andata perduta. In pagina resta il fatto certo, cioè la sopraelevazione, e l'attribuzione va tenuta come questione aperta.
La saracinesca, la camera di manovra e i dettagli che nessuno guarda
La chiusura della porta era realizzata da due battenti di legno e da una saracinesca che scendeva entro scanalature tuttora visibili dalla sovrastante camera di manovra, dove esistono ancora le mensole in travertino che la sostenevano. Alcune tacche sugli stipiti fanno pensare che si usassero anche travi di rinforzo alle chiusure. Sono tre dettagli che si vedono a occhio nudo, in trenta secondi, e che quasi tutti i visitatori superano senza notarli.
Il mio consiglio operativo per chi entra al Museo delle Mura è di dedicare i primi cinque minuti al fornice, prima ancora di salire. Mettetevi sotto l'arco, guardate in alto lo spessore della volta, cercate le due scanalature verticali agli stipiti, individuate le mensole di travertino nella camera soprastante. Quando avrete capito come si chiudeva questa porta, tutto quello che vedrete nelle sale avrà un senso concreto. È la differenza fra visitare un museo di pannelli e visitare una macchina difensiva che si può ancora smontare con lo sguardo.
L'arcangelo Michele e l'iscrizione del 1327
Sullo stipite destro del fornice, verso l'interno, è incisa la figura dell'arcangelo Michele che uccide il drago, accompagnata da un'iscrizione in latino medievale in caratteri gotici. Ricorda uno scontro avvenuto il 29 settembre 1327, giorno della festa di san Michele, quando le milizie romane ghibelline legate ai Colonna, guidate da Giacomo de' Ponziani, affrontarono l'esercito guelfo del re di Napoli Roberto d'Angiò, di cui facevano parte Giovanni e Gaetano Orsini. Il testo si chiude con la formula secondo cui il nemico fu sconfitto dal popolo romano.
Questo graffito monumentale è, per me, l'oggetto più emozionante dell'intero complesso, e lo dico dopo aver visto un numero irragionevole di iscrizioni romane. Non è un'epigrafe ufficiale commissionata da un potere: è un ex voto civico inciso sulla porta da cui era passato il pericolo, con il santo del giorno come garante della vittoria. Il Medioevo romano, quello vero delle fazioni baronali e delle milizie di rione, si legge qui meglio che in molti trattati. Cercatelo: è a livello d'occhio, sulla destra entrando in città, e la maggior parte dei passanti gli cammina accanto senza vederlo.
La croce greca, san Conone e san Giorgio
Sul lato interno, sulla chiave di volta del fornice, si trova una croce greca inscritta in una circonferenza, accompagnata da un'iscrizione in greco che invoca san Conone e san Giorgio. La datazione proposta la colloca fra il VI e il VII secolo, quindi nel periodo bizantino della città, e questo la rende una delle testimonianze più dirette della Roma greca dei duchi imperiali, quella che parlava greco negli uffici e latino nelle strade.
Il tema della croce apotropaica sulle porte torna in tutto il circuito, e nel Museo delle Mura viene mostrato con i calchi in gesso raccolti da diverse porte: croci incise nella pietra sopra gli archi di ingresso, e croci realizzate direttamente con i mattoni durante la costruzione, insieme a decorazioni a palmette e a raggiere fatte dagli operai. Sono i segni con cui una città cristiana affidava a un simbolo la parte di difesa che le armi non coprivano. Nella logica di chi montava la guardia, la croce sopra l'arco valeva quanto la saracinesca.
Il 5 aprile 1536: Carlo V, Antonio da Sangallo e la porta trasformata in arco di trionfo
Il giorno più teatrale nella storia di questa porta è il 5 aprile 1536, quando l'imperatore Carlo V entrò a Roma di ritorno dalla campagna di Tunisi. Paolo III volle un ingresso trionfale all'antica, e la regia fu affidata ad Antonio da Sangallo il Giovane, che trasformò Porta San Sebastiano in un vero arco trionfale ornandola di statue, colonne e fregi, e organizzò il percorso cerimoniale verso il Foro Romano abbattendo gli edifici che ostruivano il tracciato. Un'iscrizione celebrativa paragonava l'imperatore a Scipione l'Africano, richiamo trasparente alla vittoria africana appena ottenuta.
Vale la pena fermarsi un momento sul significato politico di quella giornata, perché spiega perché questa porta e non un'altra. Nove anni prima le truppe imperiali avevano messo Roma a ferro e fuoco nel sacco del 1527. Nel 1536 lo stesso sovrano rientrava in città come difensore della cristianità, accolto con gli onori riservati ai trionfatori repubblicani. La porta della via Appia serviva a dire una cosa sola: l'imperatore torna a Roma per la strada dei trionfi antichi, e la città lo riconosce come erede di quelli. La propaganda rinascimentale non aveva bisogno di manifesti; aveva bisogno di un ingresso e di un architetto capace di allestirlo in poche settimane.
Degli apparati del 1536 non resta praticamente nulla, perché erano effimeri per definizione: legno, stucco, tele dipinte. Restano l'iscrizione e la memoria del gesto, e resta la stranezza concettuale di una fortificazione tardoantica travestita per un giorno da monumento celebrativo. Nella scaletta di ogni mia visita, il passaggio dal 401 al 1536 sotto lo stesso arco è il momento in cui il gruppo capisce che cosa significhi davvero la stratificazione a Roma.

L'arco di Druso, il falso arco trionfale davanti al Museo delle Mura
A pochi metri dalla porta, verso l'interno della città, si alza un arco isolato che tutte le guide ottocentesche chiamavano arco di Druso e che per secoli è stato creduto un arco trionfale eretto nel 9 avanti Cristo in onore di Druso Maggiore, il figliastro di Augusto morto in Germania. È una delle attribuzioni sbagliate più durature della topografia romana, e va smontata con calma perché il monumento vero è più interessante del monumento immaginato.
L'arco è un fornice dell'acquedotto Antoniniano, la diramazione dell'Acqua Marcia che Caracalla fece costruire per alimentare le sue terme. La conduttura, arrivando da est, doveva scavalcare la via Appia proprio all'inizio del suo percorso, e in un punto così esposto allo sguardo di chiunque entrasse o uscisse da Roma l'ingegneria idraulica si concesse un travestimento monumentale: due colonne su alto plinto a inquadrare la facciata rivolta verso l'esterno della città, un timpano triangolare di cui resta una porzione, una decorazione degna di un arco onorario. In altre parole, un pilone di acquedotto vestito da arco di trionfo.
Agli inizi del V secolo, sotto Onorio, l'arco venne collegato a Porta San Sebastiano da due muraglioni con funzione difensiva, dei quali oggi non rimane traccia visibile. Era questo il dispositivo del cortile interno di cui si diceva più sopra. Chi guarda l'arco oggi, isolato in mezzo alla strada, vede un frammento sopravvissuto a un sistema molto più articolato.
Opinione netta, e la sostengo da anni: l'arco di Druso è il monumento più maltrattato di questo tratto di città. Ci passano accanto le automobili, è privo di qualunque apparato informativo decente, e il novanta per cento delle persone che scendono dall'autobus lo scambia ancora per un arco trionfale perché il nome sbagliato è rimasto sui cartelli e nelle mappe. Se avete dieci minuti, fermatevi sotto, guardate la quota d'imposta della volta e immaginate l'acqua che ci correva sopra diretta alle Terme di Caracalla. Cambia tutto.
Il mutatorium Caesaris e il parcheggio di scambio dell'antica Roma
Data l'importanza della via Appia, che di qui usciva dalla città, in epoca romana tutta quest'area era interessata da grossi movimenti di traffico. Le fonti antiche e la topografia fanno pensare che nelle vicinanze della porta esistesse un'area destinata alla sosta dei mezzi di trasporto privati di chi entrava a Roma, naturalmente di personaggi di rango tale da potersi permettere una carrozza. Si trattava di quello che oggi chiameremmo un parcheggio di scambio, visto che il traffico veicolare privato dentro la città non era in genere consentito nelle ore diurne.
La regola valeva anche per la casa imperiale. I mezzi privati della famiglia del principe venivano lasciati in un'area riservata chiamata mutatorium Caesaris, poco distante da qui, verso l'inizio della via Appia. Il nome indica il luogo in cui si cambiava: si scendeva dal carro e si proseguiva a piedi o in lettiga. Racconto sempre questo particolare quando qualcuno del gruppo si lamenta della zona a traffico limitato del centro storico. Roma limita il traffico privato dentro le mura da circa duemilacento anni, con la legge suntuaria del 45 avanti Cristo attribuita a Cesare come primo atto noto della serie. Non è una moda amministrativa recente: è una costante urbanistica.
La visita al Museo delle Mura sala per sala
Il percorso si sviluppa su due livelli, con sette sale numerate più la terrazza e l'accesso al camminamento. Le sale sono piccole, perché piccoli sono gli ambienti ricavati dentro una porta fortificata, e il limite di cinque persone per sala dipende esattamente da questo. Racconto qui l'itinerario nell'ordine in cui si affronta, con quello che vale la pena guardare in ciascun ambiente.
Sala I del Museo delle Mura: la sala didattica e il primo mosaico
Si comincia dalla sala didattica, quella che il museo usa per le attività con le scuole e per gli incontri. L'elemento da guardare non è alle pareti ma sotto i piedi: il mosaico pavimentale eseguito fra il 1940 e il 1943, in bianco e nero, che appartiene alla trasformazione della porta in abitazione privata di cui si parla più avanti. È un pavimento di gusto razionalista, geometrico, con quella secchezza bicroma che l'architettura italiana di quegli anni aveva ripreso dai mosaici antichi di Ostia e delle terme.
Chi entra e non sa che cosa sta guardando lo scambia per un pavimento romano. È un errore comprensibile e istruttivo: il mosaico è concepito per sembrare antico, e ci riesce. Guardate la regolarità meccanica delle tessere, i bordi troppo netti, l'assenza di rappezzi: nessun pavimento romano rimasto in opera per diciassette secoli ha quell'ordine. È la prova migliore che il gusto dell'antico e l'antico si somigliano solo finché non si guarda da vicino.
Sala II del Museo delle Mura: la sezione antica e la seconda porzione di mosaico
La seconda sala ospita i pannelli della sezione antica e una porzione del mosaico pavimentale realizzato nello stesso cantiere del 1940 e 1943. I pannelli qui affrontano l'inquadramento generale: che cosa erano le mura serviane, perché la Roma imperiale non ebbe bisogno di difese per tre secoli, che cosa cambiò nel III secolo. È la sala in cui vale la pena rallentare, perché imposta tutto il resto. La grafica è datata, i contenuti no.
Sala III del Museo delle Mura: i plastici delle mura
La sala tonda del primo piano espone i plastici delle varie fasi costruttive delle Mura Aureliane e un modello che rappresenta la pianta schematica di Roma con i tracciati delle sue fortificazioni sovrapposti. È l'ambiente più utile dell'intero museo e quello che consiglio di guardare due volte, all'inizio e alla fine della visita.
Il plastico delle fasi mostra in sezione la cortina aureliana bassa con il camminamento scoperto, poi la stessa cortina rialzata sotto Onorio con la galleria coperta ricavata al livello inferiore e il nuovo camminamento merlato in alto. Trenta secondi davanti a quel modello valgono più di dieci pagine di descrizione: si capisce fisicamente perché il camminamento che si percorre poco dopo sia una galleria con le feritoie e non un terrazzo. La pianta schematica della città con le tre cinte sovrapposte, invece, serve a un'altra cosa: mostra la distanza fra le mura serviane e le aureliane, cioè la misura della crescita di Roma fra il IV secolo avanti Cristo e il III dopo. È la fotografia dell'espansione imperiale ridotta a due linee su una carta.
Sala IV del Museo delle Mura: la Porta Appia e le altre porte del circuito
Qui i pannelli si concentrano sulla porta in cui vi trovate e sulle sue sorelle lungo il circuito. Piante, alzati, confronti tipologici, fotografie storiche degli stati precedenti ai restauri. È la sala che rende la visita spendibile fuori: chi la guarda con attenzione esce capace di riconoscere una porta a doppio fornice ridotta a fornice unico, di leggere il rivestimento marmoreo di un basamento onoriano, di distinguere una torre semicircolare aureliana da una torre quadrata di rifacimento.
Sala V del Museo delle Mura: il completamento della sezione antica
La quinta sala chiude la sezione antica con i pannelli su tecnica costruttiva, materiali, organizzazione del cantiere e restauri tardoantichi. Il tema che consiglio di seguire qui è quello del reimpiego: quante strutture preesistenti furono inglobate nella cinta e come. L'elenco è lungo e comprende monumenti che oggi si visitano come cose a sé, dall'Anfiteatro Castrense alla Piramide di Caio Cestio, dalla Porta Maggiore claudia ai sepolcri lungo le consolari. Chi tiene a mente questo elenco poi guarda la città in modo diverso.

Sala VI del Museo delle Mura: le sezioni medievale e moderna
Al secondo piano riprende la narrazione con le vicende storiche e architettoniche delle mura dopo l'antichità. Per il Medioevo il tema centrale è il diverso rapporto che si crea fra la cinta e l'abitato: una città che si contrae dentro una cintura troppo larga, torri affittate, porte diventate uffici del dazio, tratti privatizzati dalle famiglie baronali. Per l'età moderna si affrontano gli interventi papali, i restauri, gli stemmi murati, l'adeguamento all'artiglieria e infine la crisi ottocentesca, quando la cinta divenne un ostacolo alla crescita della capitale.
Sala VII del Museo delle Mura: il plastico del Bastione Ardeatino
L'ultima sala è dedicata al modello del Bastione Ardeatino di Antonio da Sangallo il Giovane. Come dicevo, l'accostamento è didatticamente eccellente: dopo sei sale di cortine alte e torri tonde si arriva davanti a un'opera bassa, spessa, angolata, con le feritoie a imbuto per il cannone e le camere ottagonali collegate da cunicoli. Il confronto visivo spiega da solo la rivoluzione dell'artiglieria a polvere meglio di qualunque didascalia.
I calchi delle croci e delle decorazioni in laterizio
Sulle pareti di due ambienti del Museo delle Mura sono esposti i calchi in gesso delle croci incise nella pietra sopra gli archi d'ingresso di alcune porte del circuito. Gli stessi calchi ripropongono le croci e le decorazioni a palmette e a raggiere realizzate con i mattoni dagli operai durante la costruzione delle mura. Sono oggetti umili e preziosi: documentano il gesto individuale dentro un'opera pubblica colossale, la firma anonima del muratore che compone una raggiera con i laterizi mentre alza il paramento.
Trovo che questi calchi siano la cosa più trascurata del museo, e non dovrebbero esserlo. Un circuito di diciannove chilometri costruito in pochi anni è una macchina amministrativa; le raggiere di mattoni sono le persone dentro la macchina. Quando accompagno gruppi con adolescenti mi fermo qui più a lungo che nelle sale dei plastici, perché è l'unico punto in cui il cantiere antico smette di essere un dato statistico.
La terrazza fra le due torri di Porta San Sebastiano
Dal secondo piano si accede alla terrazza sul corpo centrale della porta, fra le due torri. Da lì la vista si apre in due direzioni: verso l'interno, su via di Porta San Sebastiano che risale fra i muri delle ville e in fondo sul verde delle Terme di Caracalla; verso l'esterno, sull'imbocco della via Appia Antica, la piazzetta con l'ingresso al Parco dell'Appia e le prime chiome di pini che segnano il percorso della regina viarum. È il punto in cui capite la logica del luogo: la porta guarda una strada che se ne va e non torna, e il museo esiste perché quella strada contava più di tutte le altre.
La terrazza della torre, quella più alta, non è invece accessibile al pubblico. È utile saperlo prima, perché in rete circolano fotografie scattate da lassù che alimentano aspettative destinate a essere deluse.
Il camminamento di ronda: la passeggiata sulle mura del Museo delle Mura
Questa è la ragione per cui vale il viaggio, e non ho dubbi nel dirlo. Dal museo si accede a un lungo tratto di cammino di ronda sulle Mura Aureliane, circa trecentocinquanta metri, che si presenta come una galleria coperta intervallata da dieci torri e termina in alto con un camminamento scoperto riparato da merli. Il percorso corre in direzione della via Cristoforo Colombo. Non esiste nulla di paragonabile a Roma: è l'unico punto della città in cui si cammina dentro le mura antiche con l'autorizzazione a farlo e senza pagare un centesimo.
Che cosa si vede lungo il camminamento del Museo delle Mura
Lungo il percorso si conservano le murature di età onoriana, dei primissimi anni del V secolo, con le feritoie per gli arcieri ricavate entro nicchie, e le grandi arcate aperte sul lato opposto, verso la città. All'interno di alcune torri si vedono ancora le scale che servivano per accedere alle camere di manovra superiori, oggi non più esistenti. La sequenza è ipnotica: nicchia, feritoia, luce, buio, torre, scala, arcata, di nuovo galleria. Dopo la terza torre si smette di contare e si comincia a capire che cosa significasse fare la guardia lassù per otto ore.
Sono evidenti restauri di epoche diverse, dal Medioevo al XIX secolo, riconoscibili per il tipo di tecnica costruttiva o per la trasformazione di una struttura muraria eseguita dopo un crollo. Fra questi le feritoie di forma quadrata risalenti al 1848, ricavate trasformando le aperture per adattarle alla fucileria durante gli scontri a fuoco della Repubblica Romana. Chi ha voglia di un esercizio di lettura muraria ha qui il campionario completo: laterizio tardoantico regolare, rappezzi medievali disordinati, cortine seicentesche lisce e ben squadrate, cuciture novecentesche riconoscibili per il colore del mattone.
La Madonna dell'eremita e la fessura nel pavimento
Due dettagli meritano una sosta programmata, entrambi all'altezza della terza torre. Uscendo dalla torre sul camminamento, a terra si conservano resti della pavimentazione originaria con una fessura centrale che segna la linea di congiunzione fra la struttura di Aureliano e il successivo allargamento realizzato da Onorio. È una crepa che vale un secolo e mezzo di storia: da una parte il III secolo, dall'altra il V, separati da un centimetro di giunto.
In alto, sulla lunetta del vano d'uscita della torre, sopravvive una pittura che rappresenta la Madonna con il Bambino. È il ricordo dell'uso della torre come luogo di ritiro di un eremita, forse in età medievale. Fermatevi. Una torre di guardia tardoantica che diventa una cella di preghiera è il riassunto perfetto di mille anni di storia romana, e per una volta non serve nessun pannello a spiegarlo: c'è una figura dipinta sopra una porta, e questo basta.
Le regole del camminamento e quanto ci vuole
Lungo il camminamento esterno è severamente vietato uscire dal percorso segnato. La regola è tassativa e ha ragioni ovvie: si cammina in quota, su strutture antiche, senza parapetti continui in ogni punto. Il tempo necessario per percorrerlo e tornare indietro, camminando con calma e fermandosi a guardare, è di venticinque o trenta minuti. Se avete cinquanta minuti totali di permanenza, il conto si fa da solo: venti minuti nelle sale, trenta sul camminamento, e non un caffè di troppo.
Il consiglio da professionista è di invertire l'ordine consueto. Salite subito, fate il camminamento con la testa fresca e le batterie del telefono cariche, poi tornate indietro e guardate le sale con calma, perché a quel punto i pannelli sui restauri e sulle tecniche costruttive vi diranno qualcosa che avete appena visto con gli occhi. Fatto nell'ordine inverso, il museo rischia di sembrare un preambolo troppo lungo.

Il crollo del 2001 e il restauro che ha restituito la passeggiata
La sera del 15 aprile 2001 crollò una porzione considerevole delle Mura Aureliane nel tratto compreso fra Porta San Sebastiano e la via Cristoforo Colombo: dodici metri di lunghezza, fra la torre 7 e la torre 8. Di conseguenza l'intero camminamento che dal museo raggiunge i fornici della Colombo venne chiuso al pubblico.
Il crollo interessò essenzialmente la cortina in laterizio realizzata sotto Innocenzo X Pamphilj, quindi fra il 1644 e il 1655. Quella cortina era già in origine mal ammorsata al nucleo originario di Aureliano e di Onorio, e con il tempo l'infiltrazione delle acque meteoriche ne provocò il distacco, lo slittamento e infine il collasso della parete seicentesca. Lo stemma e l'iscrizione che Innocenzo X aveva fatto apporre su quel tratto, a memoria del proprio restauro, dopo il crollo furono ricoverati nel Museo delle Mura.
La conservazione, la valorizzazione e il restauro della cinta di Aureliano sono da allora oggetto di attenzione costante dell'Amministrazione capitolina, che con un primo finanziamento poté realizzare fra il 2004 e il 2006 la ricostruzione del tratto crollato e il ripristino dei paramenti murari, oltre a urgenti lavori di consolidamento. Nel luglio del 2006 l'intera passeggiata sulle mura venne riaperta al pubblico, restituendo al percorso didattico del museo la sua conclusione naturale.
C'è una lezione dentro questa vicenda, e la dico senza giri di parole perché riguarda il futuro del monumento. Il tratto che è crollato non era quello antico: era il rappezzo seicentesco. Le mura tardoantiche hanno retto, il restauro barocco no, e il motivo è documentato con precisione, cioè la cattiva ammorsatura fra due murature di epoche diverse più diciotto anni di acqua piovana non intercettata. Chi si occupa di beni culturali sa che il nemico numero uno di una cortina in laterizio non è il terremoto: è la copertura che non scarica bene l'acqua. Nel 2007 un altro crollo, in un tratto diverso del circuito, lo ha confermato. La manutenzione ordinaria costa poco e non fa notizia; il restauro d'emergenza costa moltissimo e chiude un percorso pubblico per cinque anni.
Quando la porta divenne una casa: Ettore Muti a Porta San Sebastiano
C'è un capitolo di questa storia che il museo racconta con onestà e che quasi nessuna guida turistica riferisce per intero, benché sia la ragione per cui la porta ci è arrivata nello stato in cui la vediamo. Fra il 1940 e il 1943 Porta San Sebastiano fu oggetto di un importante intervento di restauro progettato e diretto dall'architetto Luigi Moretti. L'obiettivo era trasformare l'antica costruzione in uno studio e abitazione per il gerarca fascista Ettore Muti, che aveva chiesto e ottenuto dal Governatore di Roma prima la concessione di Porta San Paolo, poi quella di Porta San Sebastiano. Moretti restaurò la porta, ne ridisegnò gli spazi, curò nel dettaglio tutti gli arredi e fece realizzare due mosaici pavimentali. Grazie a quell'intervento radicale la porta è giunta a noi nel suo stato attuale.
Luigi Moretti, l'architetto che ridisegnò l'interno di Porta San Sebastiano
Vale la pena dire chi fosse Moretti, perché il nome dice poco al grande pubblico e moltissimo a chi si occupa di architettura del Novecento. Romano, formatosi giovanissimo, autore della Casa della Gioventù Italiana del Littorio del Foro Mussolini, dopo la guerra firmò alcune delle opere più raffinate del secondo Novecento italiano, dalla Palazzina del Girasole ai Parioli al complesso del Watergate a Washington. Era un progettista di grandissima mano e di gusto sicuro, capace di lavorare sull'antico con un'eleganza che i suoi contemporanei raramente raggiunsero. Chi guarda gli spazi interni della porta con occhio attento riconosce quella mano: proporzioni asciutte, materiali pochi e scelti, il bianco e nero dei pavimenti, l'assenza di decorazione superflua.
La vicenda pone però un problema che a Roma torna spesso e che preferisco affrontare invece di aggirare. Nel 1939 la Ripartizione Antichità e Belle Arti si oppose all'adattamento: trasformare un monumento antico in residenza privata significava gettare solai nuovi, creare ambienti con muri divisori, installare scale, rifare pavimenti. Dal punto di vista della tutela fu una violenza. Dal punto di vista della conservazione materiale, paradossalmente, fu la salvezza: la porta era degradata, il restauro la consolidò, e senza quel cantiere probabilmente oggi non avremmo né le sale né il museo. Le due cose sono vere insieme, e chi visita ha diritto di saperle entrambe.
I mosaici bianchi e neri del Museo delle Mura
Dei due mosaici pavimentali realizzati in quegli anni restano porzioni visibili nella prima e nella seconda sala. Sono bicromatici, in bianco e nero, con motivi geometrici che rimandano deliberatamente ai pavimenti romani di età imperiale. Il riferimento colto è evidente e voluto: negli anni Trenta e Quaranta il richiamo all'antico non era una citazione erudita ma una dichiarazione politica, e un gerarca che si faceva la casa dentro una porta imperiale e si faceva stendere sotto i piedi un mosaico all'antica sapeva perfettamente che cosa stava comunicando.
Il mio consiglio per guardarli senza ingenuità è questo: osservate il disegno e chiedetevi che cosa manca rispetto a un pavimento antico vero. Manca la firma dell'imperfezione. I mosaici romani hanno tessere di dimensione diseguale, correzioni, tratti in cui il maestro cambia mano, restauri antichi eseguiti con materiale diverso. Questi sono perfetti, e la perfezione li tradisce. È un ottimo esercizio da fare con i ragazzi, che imparano in cinque minuti a distinguere un originale da un revival meglio di quanto farebbero con una lezione teorica di un'ora.
Che cosa accadde dopo, e come il museo tratta questa memoria
L'occupazione della porta fu brevissima. Ettore Muti, che era stato segretario del Partito Nazionale Fascista fra il 1939 e il 1941 e prima ancora pilota militare pluridecorato, morì il 24 agosto 1943 in circostanze mai completamente chiarite durante un'operazione di polizia nella pineta di Fregene, poche settimane dopo la caduta del regime. L'appartamento della porta rimase, il suo occupante no.
Il Museo delle Mura affronta questa vicenda apertamente, con incontri e visite tematiche dedicate alla residenza del gerarca e alla trasformazione novecentesca della porta. È una scelta che apprezzo. Ci sono a Roma decine di monumenti in cui il passaggio del ventennio viene taciuto per imbarazzo, e il risultato è che il visitatore attribuisce a epoche sbagliate cose costruite negli anni Trenta. Qui invece la stratificazione viene dichiarata: il III secolo, il V, il Trecento, il Cinquecento, il Seicento, il Novecento. Un monumento è la somma di chi lo ha usato, compresi quelli che avremmo preferito non lo avessero usato.
Il Museo delle Mura dentro il sistema dei Musei Civici
Il museo è gestito dalla Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e fa parte del Sistema Musei di Roma Capitale. Questo comporta alcune conseguenze pratiche utili da conoscere. La prima è che il numero unico 060608 è il canale ufficiale per informazioni, prenotazioni di gruppi, prenotazioni scolastiche e didattica dedicata; risponde tutti i giorni dalle 9 alle 19. La seconda è che il museo partecipa alle iniziative dell'intera rete, dalle aperture straordinarie alle rassegne di didattica, e che i suoi calendari si trovano sul portale del sistema oltre che sul sito del museo. La terza è che l'accessibilità e i servizi seguono standard comuni, con l'eccezione delle limitazioni imposte dall'edificio.
Nella rete civica il Museo delle Mura ha una funzione precisa: è il capo di un filo che porta ai Musei Capitolini, alla Centrale Montemartini, ai Mercati di Traiano, al Museo di Roma a Palazzo Braschi e alla Casina delle Civette. Chi vive a Roma e possiede la MIC card ha davanti un anno di visite senza altra spesa; chi viene da fuori può costruire un itinerario tematico sulla Roma antica che non passa dal Colosseo e non ha code.
Il Museo delle Mura e la via Appia Antica
Uscire dal fornice della porta e trovarsi sull'imbocco della via Appia Antica è un'esperienza che vale la visita quanto le sale. La strada comincia lì, con i sanpietrini, i muri a secco, i primi pini. Il Parco dell'Appia Antica è uno dei parchi archeologici più estesi d'Europa, e il Museo delle Mura ne è di fatto la porta urbana.
Le catacombe e i santuari a valle del Museo delle Mura
Nei primi tre chilometri fuori porta si incontra la maggiore concentrazione di monumenti paleocristiani della città. La chiesa del Domine Quo Vadis è a poche centinaia di metri e conserva la tradizione dell'incontro fra Pietro e Cristo; poco oltre si aprono le catacombe di San Callisto, il cimitero ufficiale della Chiesa di Roma nel III secolo, e le catacombe di San Sebastiano, sotto la basilica di San Sebastiano fuori le mura che ha dato il nome moderno alla porta. Chi vuole un quadro d'insieme prima di scegliere trova utile la pagina sulle catacombe di Roma.
La combinazione che consiglio da anni, e che regge alla prova dei gruppi stanchi, è questa: Museo delle Mura all'apertura, camminamento, poi discesa a piedi verso Domine Quo Vadis e da lì una sola catacomba, non due. Due catacombe nello stesso giorno producono confusione mnemonica e nessun ricordo distinto. Meglio una visitata bene e un'ora di passeggiata in più sulla strada basolata.
Verso l'interno: le Terme di Caracalla e il Celio
Dall'altra parte, risalendo verso la città, si arriva in venti minuti alle Terme di Caracalla, alimentate proprio da quell'acquedotto Antoniniano di cui l'arco davanti alla porta era un fornice. Il collegamento non è un espediente narrativo: è idraulica. Più avanti si incontrano il Circo Massimo e, sul colle a est, le case romane del Celio, uno dei complessi residenziali tardoantichi meglio conservati della città. Chi ha una giornata intera può chiudere il cerchio verso la Piramide Cestia, altro monumento inglobato nelle mura, e verso il Museo della via Ostiense dentro Porta San Paolo, che è il fratello minore e gemello di questo museo.
Cosa vedere intorno al Museo delle Mura in dieci minuti a piedi
Il tratto urbano di via di Porta San Sebastiano è un museo a cielo aperto che quasi nessuno percorre. Risalendo verso piazzale Numa Pompilio si incontra il Sepolcro degli Scipioni, la tomba monumentale scavata nel tufo della più illustre famiglia della Roma repubblicana, iniziata all'inizio del III secolo avanti Cristo con la deposizione di Lucio Cornelio Scipione Barbato, console nel 298, e usata fino ai primi decenni del I secolo dopo Cristo. All'interno la pianta è quasi quadrata, con quattro grandi pilastri che la dividono in sei gallerie scavate nel banco di tufo, con nicchie per i sarcofagi; una galleria ulteriore fu aggiunta verso il 150 avanti Cristo. Si visita su prenotazione al 060608, in gruppi contingentati e con il casco protettivo obbligatorio; l'ingresso è gratuito per i residenti a Roma e per i possessori della MIC card, a pagamento per gli altri con tariffa intera e ridotta indicate dal sistema civico.
Poco oltre, in direzione di Porta Latina, si trova il Colombario di Pomponio Hylas, sepolcro collettivo di età giulio claudia con stucchi e pitture conservate in modo eccezionale, anch'esso visitabile su prenotazione. E lungo tutta la strada, dietro i muri di cinta, si allineano i villini e i giardini che nell'Ottocento e nel primo Novecento trasformarono questo tratto in una delle passeggiate più eleganti d'Europa.
Opinione secca: se avete mezza giornata e volete un'esperienza romana che nessuno dei vostri conoscenti ha fatto, camminate da piazzale Numa Pompilio alla porta guardando i muri, entrate al Museo delle Mura, fate il camminamento, uscite dall'altra parte e prendete l'Appia per un chilometro. Costa zero euro di biglietti, dura tre ore, e batte in memorabilità qualunque tour organizzato del centro.

Il Museo delle Mura con i bambini
Domanda che mi fanno di continuo, e la risposta è più articolata di un sì o di un no. Le sale di pannelli non intrattengono un bambino di sei anni per più di quattro minuti. Il camminamento di ronda, invece, funziona benissimo: è un corridoio dentro un muro, con le feritoie da cui guardare fuori, le scale delle torri, il buio e la luce che si alternano. Per un bambino è un castello vero in cui è concesso entrare, e questo vince su qualunque exhibit interattivo.
La formula che consiglio ai genitori è quella del gioco a obiettivi. Prima di salire, dite ai bambini che devono trovare tre cose: la feritoia quadrata diversa dalle altre, la crepa nel pavimento fra due epoche, la Madonna dipinta sopra la porta della torre. Tre bersagli concreti trasformano una passeggiata in una caccia, e alla fine, spiegando perché quelle tre cose sono lì, si è raccontata tutta la storia delle mura senza che nessuno se ne accorgesse.
Attenzione ai limiti pratici: non ci sono ascensori, le scale sono ripide e antiche, i passeggini vanno lasciati sotto e il camminamento non ha parapetti continui su tutto il percorso. Con bambini molto piccoli il museo si fa in braccio. La regola di non uscire dal percorso segnato va spiegata prima di salire, non durante. E il limite dei cinquanta minuti, con i bambini, si consuma prima di quanto pensiate.
Accessibilità del Museo delle Mura
Su questo punto la trasparenza è d'obbligo, perché una visita sbagliata costa una giornata a chi ha difficoltà motorie. Il museo dichiara di non essere accessibile: l'edificio è una porta fortificata del III secolo, la distribuzione è verticale, non esistono ascensori e le scale sono quelle storiche, in parte novecentesche in parte antiche. La terrazza della torre non è aperta al pubblico. Il camminamento presenta dislivelli, gradini e fondi irregolari.
Esistono però servizi di didattica dedicata che si prenotano al 060608, fra cui visite guidate tattili e sensoriali e visite nella lingua dei segni italiana. Chi ha esigenze specifiche faccia una telefonata prima di partire: il personale conosce l'edificio meglio di qualunque scheda e sa dire con precisione che cosa è praticabile e che cosa no. Chi non può salire trova comunque, all'esterno, il fronte monumentale della porta, l'arco di Druso e l'imbocco dell'Appia, che da soli valgono la venuta.
Quanto tempo serve per visitare il Museo delle Mura
Il tempo massimo consentito è di cinquanta minuti per i visitatori individuali e di sessanta per i gruppi prenotati. Nella pratica, la distribuzione ragionevole è questa: cinque minuti sotto il fornice a guardare scanalature e mensole, quindici minuti nelle sale con una sosta più lunga davanti ai plastici, venticinque o trenta minuti sul camminamento andata e ritorno. Chi vuole leggere tutti i pannelli, e sono molti, non ce la fa e dovrà scegliere. La mia scelta, se devo tagliare, è sempre a favore del camminamento.
Sommando l'avvicinamento a piedi da Circo Massimo, la visita e una passeggiata di un chilometro sull'Appia, si costruisce una mezza giornata piena. Con l'aggiunta di una catacomba si arriva a una giornata intera senza affanno.
Quando andare al Museo delle Mura
La stagione migliore è quella intermedia: aprile, maggio, ottobre. Il camminamento è una galleria coperta con arcate aperte, quindi d'estate ci si cuoce e d'inverno ci tira un vento che entra dalle feritoie con una determinazione notevole. In luglio e agosto, se proprio dovete, andateci alle 10 in punto: alle 13 il laterizio ha accumulato calore e la galleria diventa un forno.
Per l'orario, l'apertura è la fascia migliore in assoluto. Il contingente di venti persone si riempie soprattutto nel fine settimana e nelle mattinate scolastiche di primavera; il martedì e il mercoledì mattina, fuori stagione, capita di avere il camminamento tutto per sé. La luce migliore per fotografare la facciata esterna è invece quella del tardo pomeriggio, quando il sole batte sul fronte verso l'Appia, ma a quell'ora il museo è chiuso: la fotografia si fa dopo la visita, dalla strada.
Una curiosità su Museo delle Mura
La curiosità che tengo per ultima quando accompagno un gruppo, e che qui metto per prima, riguarda una crepa. All'altezza della terza torre, uscendo sul camminamento, il pavimento conserva un lacerto della superficie originaria attraversato da una fessura centrale. Non è un danno, non è un cedimento, non è il segno di un terremoto: è il giunto fra due cantieri separati da un secolo e mezzo. Da un lato la struttura di Aureliano, degli anni Settanta del III secolo; dall'altro l'allargamento di Onorio, dei primi anni del V. Un centimetro di linea nera che vale centotrenta anni di storia dell'Impero, compresa la cristianizzazione, la divisione fra Oriente e Occidente e il primo saccheggio di Roma.
La ragione per cui questa fessura mi commuove è tecnica. Chi allarga un muro esistente ha due possibilità: demolire e rifare, oppure addossare la nuova struttura alla vecchia. La seconda è più rapida e più economica, ed è quella che i cantieri tardoantichi scelsero quasi sempre, con l'esito che le due murature non fanno mai corpo unico. È esattamente il difetto che milleseicento anni dopo, su un altro tratto e con una cortina seicentesca, produsse il crollo del 2001. La fessura del terzo torrione è quindi un documento e un avvertimento insieme: mostra come le mura sono cresciute e spiega perché ogni tanto cadono.
C'è poi il particolare che fa sorridere i visitatori più attenti. Quel giunto è visibile perché qualcuno, negli anni dell'allestimento, decise di non coprirlo con la pavimentazione moderna. Fu una scelta museografica consapevole, del tutto in linea con il carattere del posto: qui il reperto non è nella teca, è sotto le scarpe. Guardate a terra almeno quanto guardate le pareti, perché in questo museo il pavimento parla, e parla in due epoche diverse a un metro di distanza l'una dall'altra.
Aggiungo una seconda curiosità, minore ma godibile. Il nome medievale della porta, Accia, deriverebbe dal fiumicello Almone chiamato acqua Accia, e nelle carte compare anche come Dazza e Datia. Nella Roma dei notai quattrocenteschi si trova quindi una porta che ha tre nomi contemporaneamente a seconda di chi scrive: il funzionario usa il nome fiscale, il pellegrino quello del santuario, l'erudito quello antico. È il motivo per cui chi lavora sui documenti romani deve conoscere le porte come persone, con i loro soprannomi.
Una cosa che non ti dice nessuno su Museo delle Mura
Nessuno vi dirà che il Museo delle Mura è, materialmente, l'appartamento di un gerarca fascista con i pannelli appesi alle pareti. Le sale che percorrete non sono ambienti antichi: sono stanze ricavate fra il 1940 e il 1943 con solai nuovi, muri divisori, scale installate allora e pavimenti rifatti su progetto di Luigi Moretti. La sequenza degli spazi, la loro dimensione, il modo in cui si passa da uno all'altro sono il risultato di un progetto residenziale del Novecento, non della logica militare tardoantica.
Questo cambia radicalmente il modo di visitare. Se entrate pensando di camminare dentro il corpo di guardia del V secolo, vi domanderete perché una porta fortificata abbia stanze così regolari e finestre così comode. Se invece entrate sapendo che l'involucro è antico e l'interno è novecentesco, vedrete due edifici sovrapposti e comincerete a distinguerli: la muratura antica dove affiora, i solai moderni dove chiudono, il mosaico bianco e nero dove il progettista ha voluto imitare Roma con i mezzi del suo tempo.
La seconda cosa che nessuno dice riguarda le proporzioni della visita. Le comunicazioni ufficiali descrivono un museo con tre sezioni e un camminamento, come se il rapporto fosse alla pari. Non lo è. Le sale si esauriscono in un quarto d'ora, il camminamento porta via mezz'ora abbondante ed è la parte che tutti ricordano. Chi organizza il tempo secondo la descrizione ufficiale arriva sul camminamento con dieci minuti residui e torna indietro a metà percorso. Il consiglio l'ho già dato e lo ripeto qui perché è il punto in cui si vince o si perde la visita: salite subito.
Terza cosa taciuta, e riguarda le aspettative fotografiche. Molte immagini che circolano in rete mostrano panorami ripresi dalla sommità della torre. La terrazza della torre non è aperta al pubblico. Quella accessibile è la terrazza del corpo centrale fra le due torri, più bassa e con una vista più chiusa. È bellissima lo stesso, ma non è quella delle fotografie che avete visto, e sapere questo prima evita la faccia delusa a metà scala.
Il consiglio che ti do per visitare Museo delle Mura
Il consiglio è uno e vale più di tutti gli altri messi insieme: arrivate a piedi. Non prendete l'autobus fino alla porta, scendete a Circo Massimo o alle Terme di Caracalla e fate l'ultimo chilometro camminando lungo via di Porta San Sebastiano. Quella strada è il vestibolo del museo, e senza vestibolo il museo perde metà del suo senso. Si cammina fra muri di cinta ottocenteschi, cipressi, cancelli di ville private, il Sepolcro degli Scipioni sulla destra, l'imbocco di via di Porta Latina sulla sinistra, e il traffico si spegne progressivamente fino a diventare un rumore lontano. Poi, in fondo, la porta compare intera. È lo stesso effetto che aveva su chi arrivava dall'Appia diciotto secoli fa, con la differenza che voi la vedete da dentro.
Secondo consiglio, operativo: telefonate al 060608 il giorno prima se siete più di quattro. Il contingente di venti persone e il limite di cinque per sala rendono l'ingresso di un gruppo spontaneo un problema per tutti, compreso il gruppo. Con una prenotazione gratuita si entra ordinatamente e si guadagnano dieci minuti di permanenza in più.
Terzo consiglio, che riguarda l'attrezzatura e sembra banale finché non serve: scarpe chiuse con suola che tenga, una giacca leggera anche in primavera, e le mani libere. Il camminamento è coperto ma ventilato, i fondi sono irregolari, le scale delle torri sono strette e in alcuni punti si scende con il corrimano di ferro. Chi arriva con le infradito e la borsa a tracolla piena fa metà percorso e torna indietro.
Quarto e ultimo, il consiglio meno ovvio: portatevi una torcia piccola o usate quella del telefono, e guardate dentro le nicchie delle feritoie. Nell'ombra delle nicchie si leggono i giunti della malta, i mattoni di reimpiego con i bolli, i rappezzi medievali e le stuccature moderne. È il punto in cui una passeggiata panoramica diventa una lezione di archeologia dell'architettura. E costa venti secondi per feritoia.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Tutti sanno che le Mura Aureliane furono costruite in fretta. Quasi nessuno cita la conseguenza più vistosa di quella fretta: la cinta inglobò tutto quello che trovava lungo il tracciato, e per questo motivo un numero sorprendente di monumenti romani che oggi visitiamo come edifici a sé stanti sono, tecnicamente, pezzi di muro. La Piramide di Caio Cestio è un bastione della cinta presso Porta San Paolo. L'Anfiteatro Castrense, l'arena privata della residenza imperiale sessoriana, fu tagliato a metà e trasformato in cortina all'Esquilino. La Porta Maggiore claudia, che era il punto di incrocio monumentale di due acquedotti, divenne porta urbana. L'accampamento dei pretoriani, i Castra Praetoria, fu inglobato con tre lati su quattro. E lo stesso arco davanti a Porta San Sebastiano è un fornice d'acquedotto.
Il calcolo che gli studiosi hanno fatto è impressionante: una porzione consistente del circuito, valutata da alcuni intorno al sesto della lunghezza totale, era costituita da strutture preesistenti riutilizzate. Significa che i costruttori risparmiarono anni di cantiere. Significa anche, e qui il fatto diventa interessante, che il tracciato delle mura non seguì la linea difensiva ideale ma un compromesso fra ciò che conveniva difendere e ciò che era già in piedi. Chi guarda la pianta di Roma con le mura sopra vede una linea che fa curve inspiegabili: quelle curve sono edifici.
La seconda parte del fatto, ancora meno citata, riguarda il materiale. Il paramento in laterizio delle mura è pieno di mattoni di riuso, provenienti dalle demolizioni di edifici anche molto più antichi, e i bolli laterizi che vi si leggono appartengono spesso a produzioni del I e del II secolo. Un archeologo che datasse le mura sui bolli sbaglierebbe di due secoli. È l'esempio da manuale del perché il reimpiego renda insidiosa la datazione delle murature romane, e nel Museo delle Mura questo tema è spiegato con i disegni delle sezioni, che restano lo strumento più efficace mai inventato per capirlo.
Vale la pena aggiungere che di quel riutilizzo si accorse per primo, con metodo, l'erudizione ottocentesca, e che la cartografia storica delle mura è uno dei capitoli più solidi della topografia romana. I pannelli della sezione antica riportano gli schemi che ne derivano. Se avete tempo per leggere solo tre pannelli, leggete questi.
La foto giusta da fare a Museo delle Mura
La fotografia che tutti scattano è il fronte esterno della porta con le due torri, ripresa dal centro della strada verso l'Appia. È una bella immagine e va fatta, con due accorgimenti. Il primo: mettetevi basso, all'altezza del piano stradale antico e non del marciapiede, perché la porta è progettata per essere guardata da chi arriva a piedi o su un carro, e da lì i basamenti quadrati di marmo acquistano la loro massa. Il secondo: aspettate il tardo pomeriggio, quando il sole radente illumina il fronte meridionale e disegna l'ombra delle finestre ad arco sull'attico. A mezzogiorno la facciata è piatta e il laterizio diventa una macchia arancione senza rilievo.
La fotografia giusta, però, è un'altra, e si fa dall'interno del camminamento. Cercate una feritoia dentro la sua nicchia, mettetevi in fondo alla nicchia con le spalle alla galleria e inquadrate la fessura di luce con dentro il paesaggio esterno. Viene un'immagine a forte contrasto, il buio della muratura tutto intorno e una lama verticale di verde e di cielo al centro. È la foto che racconta che cosa vedeva un arciere onoriano, e nessun'altra inquadratura ci si avvicina.
La terza immagine, quella che consiglio a chi fotografa sul serio, è la prospettiva della galleria coperta: mettetevi al centro del camminamento, appoggiate il gomito al muro per stabilizzare, e riprendete in profondità la sequenza delle arcate che si ripete verso il fondo. La luce entra lateralmente dalle grandi arcate aperte verso la città e crea una scansione di fasce chiare e scure che con l'obiettivo giusto diventa quasi grafica. È una foto che richiede tempi lenti perché lì dentro la luce è poca. Appoggiatevi al muro, non portate il treppiede: negli spazi contingentati un treppiede è un ostacolo per gli altri diciannove visitatori.
Ultimo suggerimento, controcorrente: fotografate il pavimento. La fessura fra la muratura aureliana e quella onoriana, il mosaico bianco e nero delle prime due sale, i gradini consumati delle scale delle torri. Sono le immagini che nessuno ha nel proprio archivio e che, riviste dopo un anno, riportano alla memoria la visita meglio di dieci panorami.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il primo avvenimento è la costruzione stessa, e va contato fra i fatti perché fu vissuto come tale. Nel 271 Roma si accorse di essere indifesa. L'invasione degli Alamanni e degli Iutungi, la sconfitta imperiale presso Piacenza, i disordini interni e la sanguinosa rivolta dei monetieri crearono un clima che le fonti antiche descrivono come di panico. La decisione di cingere la città di mura fu la risposta politica a quel panico, e il cantiere che ne seguì fu una delle imprese edilizie più rapide dell'antichità: circa diciannove chilometri di cinta impostati in pochi anni, sotto Aureliano, e rifiniti verso il 279 sotto Probo.
Il secondo avvenimento è il raddoppio onoriano, intorno al 401 e 403. Non fu una manutenzione: fu il riconoscimento ufficiale che l'Impero d'Occidente non era più in grado di tenere lontani i nemici dalla capitale. Sette anni dopo il completamento dei lavori, nel 410, i Goti di Alarico entrarono comunque in città, secondo la tradizione delle fonti dalla porta Salaria, e Roma fu saccheggiata per tre giorni. La notizia scosse il Mediterraneo intero e provocò, fra le altre cose, la scrittura della Città di Dio di Agostino. Le mura più alte del mondo antico non avevano impedito nulla, perché una cinta senza uomini che la presidino è una decorazione.
Il terzo avvenimento è la guerra gotica. Nel 537 e nel 538 Belisario resistette qui all'assedio di Vitige con forze molto inferiori, murando le posterule, concentrando i difensori e sfruttando la mobilità interna. Roma cambiò padrone più volte in vent'anni e ne uscì spopolata. È il momento in cui la città antica finisce e comincia la città medievale, e le mura restano l'unico elemento di continuità fra le due.
Il quarto avvenimento è puntuale, datato e leggibile ancora oggi sulla pietra: il 29 settembre 1327, festa di san Michele, le milizie romane ghibelline legate ai Colonna e guidate da Giacomo de' Ponziani respinsero sotto questa porta l'esercito guelfo di Roberto d'Angiò, re di Napoli, cui appartenevano Giovanni e Gaetano Orsini. La vittoria fu incisa sullo stipite destro con la figura dell'arcangelo che uccide il drago e con un'iscrizione in latino gotico che attribuisce la sconfitta del nemico al popolo romano. È l'unico episodio della storia militare medievale di Roma di cui esista il monumento sul luogo esatto.
Il quinto avvenimento è il 5 aprile 1536, l'ingresso trionfale di Carlo V. Antonio da Sangallo il Giovane trasformò la porta in arco di trionfo con statue, colonne e fregi, e aprì una via cerimoniale verso il Foro Romano demolendo quello che intralciava. Nove anni dopo il sacco del 1527, la città accolse come trionfatore antico lo stesso sovrano che l'aveva devastata.
Il sesto avvenimento è del 1848 e 1849, quando le feritoie del camminamento furono trasformate in aperture quadrate per la fucileria durante gli scontri della Repubblica Romana; il settimo è del 1940 e 1943, la trasformazione della porta in residenza privata; l'ottavo è la sera del 15 aprile 2001, quando dodici metri di cortina seicentesca crollarono fra la torre 7 e la torre 8 chiudendo il camminamento per cinque anni, fino alla riapertura del luglio 2006. Otto date, dal III secolo a ieri, tutte dentro lo stesso edificio.
Chi è passato da Museo delle Mura
Da questa porta è passato chiunque sia entrato a Roma da sud per diciotto secoli, e l'elenco dei nomi documentati è di quelli che mettono soggezione. Cominciamo dagli imperatori: la porta fu costruita sotto Aureliano fra il 271 e il 275, rifinita sotto Probo, riedificata nella forma attuale sotto Onorio all'inizio del V secolo. Ognuno di questi nomi ha lasciato muratura, non solo memoria.
Nel VI secolo il generale Belisario fece di queste mura il proprio sistema difensivo contro i Goti di Vitige, e la Porta Appia rientrò nel dispositivo che egli riorganizzò durante l'assedio del 537 e 538. Nel Medioevo la porta fu presidio delle fazioni cittadine: Giacomo de' Ponziani vi guidò le milizie ghibelline nel settembre del 1327 contro l'esercito angioino di Roberto di Napoli, e le famiglie Colonna e Orsini si affrontarono qui come si affrontavano ovunque a Roma in quegli anni.
Il 5 aprile 1536 vi entrò Carlo V d'Asburgo, imperatore del Sacro Romano Impero, accolto da un apparato progettato da Antonio da Sangallo il Giovane per volontà di Paolo III Farnese. Fu l'ultimo ingresso trionfale all'antica della storia di Roma, e il più fastoso.
Poi vennero i viaggiatori. Fra Sei e Ottocento chi arrivava a Roma dal sud, dalla Campania e dalla Sicilia, entrava proprio da qui, e la Porta San Sebastiano compare in centinaia di vedute e incisioni. È l'immagine con cui il Grand Tour raffigurava l'arrivo nella città eterna: la porta in fondo alla strada, i pini, i sepolcri dell'Appia alle spalle. Chi ha visto le stampe settecentesche di quel tratto di strada riconosce il paesaggio ancora oggi, con l'aggiunta dell'asfalto e la sottrazione di qualche albero.
Nel Novecento la porta ebbe un abitante, che è forse il fatto più singolare del suo curriculum: fra il 1940 e il 1943 fu adattata a studio e abitazione del gerarca Ettore Muti, su progetto e direzione di Luigi Moretti, con arredi disegnati appositamente e due mosaici pavimentali. Nessun'altra porta delle Mura Aureliane ha avuto un inquilino di quel genere, e il fatto che si possa oggi camminare sui pavimenti di casa sua per andare a guardare i plastici di Aureliano riassume la vertigine di questo posto meglio di qualunque commento.
Chiudo l'elenco con una categoria collettiva che vale quanto i nomi propri: i pellegrini. Da qui uscivano per raggiungere San Sebastiano fuori le mura, una delle sette basiliche del pellegrinaggio romano, e le catacombe dell'Appia. In anno giubilare il flusso attraverso questa porta era continuo, e quando i notai quattrocenteschi la chiamano Porta Domine quo vadis lo fanno perché per la gente comune quella era la porta del santuario, non la porta della consolare. La toponomastica registra il traffico.
Il Museo delle Mura per chi ama l'archeologia dell'architettura
Aggiungo una sezione per una minoranza di visitatori che qui trova la propria festa: chi vuole imparare a leggere le murature. Il Museo delle Mura è la migliore palestra di Roma per questo esercizio, e lo è per una ragione precisa: in trecentocinquanta metri di camminamento si attraversano, nell'ordine, laterizio tardoantico di età onoriana, rifacimenti medievali, cortine cinquecentesche e seicentesche, adattamenti ottocenteschi e ricostruzioni degli anni Duemila. Nessun altro luogo accessibile della città offre una sequenza così compatta.
Come si riconoscono le fasi lungo il camminamento del Museo delle Mura
Le regole pratiche sono poche e funzionano quasi sempre. Il laterizio tardoantico ha mattoni sottili, giunti di malta spessi e regolari, e un allineamento tenuto con cura sui filari. I rifacimenti medievali si riconoscono per la disomogeneità: materiale eterogeneo, blocchetti di tufo mescolati a laterizi di recupero, filari che perdono l'orizzontale. Le cortine di età moderna, come quella innocenziana crollata nel 2001, hanno mattoni più grandi e regolari, superfici lisce e giunti sottili; sono le più belle da guardare e le meno solide quando vengono semplicemente addossate a un nucleo antico. Le integrazioni contemporanee, infine, si distinguono per il colore uniforme del mattone e per la posa perfetta, e in genere sono volutamente riconoscibili, secondo il principio del restauro dichiarato.
Chi vuole verificare la propria capacità di lettura ha davanti un banco di prova ideale nel tratto ricostruito fra il 2004 e il 2006. Cercatelo: si distingue senza sforzo dal resto. E poi provate a chiedervi perché il restauratore abbia scelto di farlo riconoscibile invece di mimetizzarlo. La risposta è nel dibattito sul restauro del Novecento e vale una serata di lettura.
Perché il Museo delle Mura è utile prima di visitare il resto di Roma
Sostengo da anni che questo museo andrebbe visitato all'inizio di un soggiorno romano, non alla fine. Chi impara qui a distinguere una muratura del III secolo da una del V e da una del Seicento, poi cammina in centro con occhi diversi: riconosce i reimpieghi nelle chiese, i rappezzi nei palazzi, le fasi nelle torri medievali. La grammatica costa cinquanta minuti e gratis. Il resto della città diventa leggibile.
Le altre mura di Roma e i musei che le raccontano
Roma ha avuto almeno tre cinte urbane. Le mura di età regia, cui la tradizione attribuisce il nome di Servio Tullio, di cui restano tratti in blocchi di tufo presso la stazione Termini, all'Aventino e in altri punti sparsi. Le mura aureliane del III secolo, quelle di cui parla questo museo. E la cinta leonina del IX secolo, costruita per proteggere la basilica di San Pietro dopo l'incursione saracena dell'846, che ancora oggi si vede lungo il passetto di Borgo. A queste si aggiungono le mura gianicolensi di Urbano VIII, seicentesche, che chiusero il fronte occidentale e furono l'ultima grande fortificazione della città.
Chi vuole approfondire trova materiale sulla pagina dedicata alle mura aureliane e su quella di Porta San Sebastiano. Per i tratti più spettacolari da vedere dall'esterno segnalo il fronte da Porta Metronia a Porta Latina, quello verso il rione Testaccio con la Piramide inglobata, e il tratto che passa sotto la basilica sotterranea di Porta Maggiore, dove la cinta incrocia gli acquedotti in un nodo urbanistico che non ha eguali.
Eventi e aperture speciali al Museo delle Mura
Il museo ospita con regolarità iniziative che escono dal percorso permanente: visite tematiche, incontri di didattica, esposizioni temporanee di arte contemporanea negli spazi della porta, rassegne che utilizzano il piazzale e il tratto di mura all'esterno. In estate l'area sotto la cinta ha ospitato più volte programmazioni cinematografiche gratuite, come nel caso del cinema gratuito sotto le Mura Aureliane, e la porta ha accolto progetti espositivi come Moto a Luogo, dedicato all'arte contemporanea nello spazio del museo.
Il calendario aggiornato di aperture straordinarie e attività si consulta sul sito ufficiale del museo e chiamando il numero unico dei musei civici. Consiglio di controllarlo prima di partire, in particolare nei giorni di festività nazionali, quando gli orari possono variare rispetto alla fascia ordinaria delle 10 alle 16.

Domande veloci su Museo delle Mura
Quanto costa il biglietto del Museo delle Mura?
Niente. L'ingresso al Museo delle Mura è gratuito per tutti i visitatori. Il titolo di accesso va comunque ritirato in biglietteria, perché il museo applica un contingentamento e conta le presenze.
Quali sono gli orari del Museo delle Mura?
Dal martedì alla domenica, dalle 10 alle 16, con ultimo ingresso un'ora prima della chiusura. Il museo è chiuso il lunedì, il primo maggio e il 25 dicembre. In occasione di alcune festività l'orario può subire variazioni, quindi una verifica sul sito ufficiale prima di partire evita sorprese.
Dove si trova il Museo delle Mura?
In via di Porta San Sebastiano 18, dentro Porta San Sebastiano, all'estremità meridionale del rione Celio, dove la via Appia esce dalle Mura Aureliane. Il codice di avviamento postale è 00179.
Come si arriva al Museo delle Mura con i mezzi pubblici?
Con l'autobus 118, fermata Porta S. Sebastiano/Numa Pompilio, e con il 218 da piazza di Porta San Giovanni, fermata Porta S. Sebastiano. In metropolitana la fermata utile è Circo Massimo sulla linea B, seguita da circa venti minuti a piedi lungo viale delle Terme di Caracalla e via di Porta San Sebastiano.
Quanto dura la visita al Museo delle Mura?
Il tempo massimo di permanenza consentito è di cinquanta minuti per i visitatori individuali e di sessanta per i gruppi prenotati. Nella pratica servono un quarto d'ora per le sale e mezz'ora per il camminamento andata e ritorno.
Serve prenotare per visitare il Museo delle Mura?
I singoli visitatori entrano senza prenotazione, compatibilmente con il contingente. I gruppi da cinque a venti persone più la guida prenotano gratuitamente al numero 060608; le scolaresche hanno obbligo di prenotazione anche per il solo ingresso e devono portare l'elenco nominativo firmato dal dirigente scolastico.
Quante persone possono entrare insieme al Museo delle Mura?
Al massimo venti visitatori contemporaneamente, con non più di cinque persone per sala. È il motivo per cui nei fine settimana e nelle mattine di primavera può capitare di attendere il turno all'ingresso.
Si può camminare sulle Mura Aureliane al Museo delle Mura?
Sì, ed è la ragione principale per venire. Dal museo si accede a circa trecentocinquanta metri di cammino di ronda, una galleria coperta intervallata da dieci torri che termina con un tratto scoperto protetto da merli, in direzione della via Cristoforo Colombo.
Quanto è lungo il camminamento del Museo delle Mura?
Il sito ufficiale del museo indica circa trecentocinquanta metri; altre fonti arrotondano a quattrocento. In ogni caso, andata e ritorno con soste significa poco meno di un chilometro di cammino, per una mezz'ora abbondante.
Il Museo delle Mura è adatto ai bambini?
Il camminamento sì, moltissimo: è un corridoio dentro un muro, con feritoie, torri e scale. Le sale di pannelli invece annoiano i più piccoli. Attenzione alle scale ripide, all'assenza di ascensori e alla regola di non uscire dal percorso segnato.
Il Museo delle Mura è accessibile alle persone con disabilità motoria?
Il museo dichiara di non essere accessibile: la distribuzione è verticale, mancano gli ascensori e le scale sono storiche. Esistono servizi di didattica dedicata, fra cui visite tattili e sensoriali e visite nella lingua dei segni italiana, che si prenotano al 060608.
Si possono fare fotografie al Museo delle Mura?
Le fotografie a uso personale sono normalmente consentite negli spazi del museo. Per riprese professionali, treppiedi e attrezzature ingombranti conviene informarsi preventivamente: negli ambienti contingentati un treppiede blocca il passaggio.
Si accede alla terrazza della torre di Porta San Sebastiano?
No. La terrazza della torre non è accessibile al pubblico. È invece visitabile la terrazza sul corpo centrale della porta, fra le due torri, con vista sull'imbocco dell'Appia Antica e su via di Porta San Sebastiano.
La MIC card serve al Museo delle Mura?
Non serve per entrare, perché l'ingresso è gratuito per tutti. Serve invece per il resto della rete civica: la tessera annuale dei Musei in Comune, riservata a chi risiede o studia a Roma, apre le collezioni permanenti dell'intero sistema. I possessori e chi ha diritto alla gratuità ritirano il titolo al 060608 o in biglietteria.
Che differenza c'è fra il Museo delle Mura e il Museo della via Ostiense?
Sono due musei civici gemelli, entrambi ospitati dentro una porta delle Mura Aureliane. Il Museo delle Mura, a Porta San Sebastiano, racconta le fortificazioni della città e dà accesso al camminamento. Il Museo della via Ostiense, dentro Porta San Paolo, racconta la strada che collegava Roma a Ostia e il porto fluviale. Visitarli nello stesso giorno è un ottimo itinerario, e sono collegati da un tratto di mura fra i meglio conservati.
Il Museo delle Mura è il posto giusto per capire le Mura Aureliane?
È il posto migliore che esista, per un motivo semplice: è l'unico in cui la spiegazione e il monumento coincidono. I plastici mostrano in sezione la cortina aureliana e la sopraelevazione onoriana, e dieci metri dopo si cammina dentro quella sopraelevazione.
C'è un guardaroba o un deposito bagagli al Museo delle Mura?
Il museo è piccolo e i servizi sono essenziali. Chi arriva con bagagli voluminosi consideri che il percorso è verticale, con scale strette, e che gli spazi non consentono ingombri. Per esigenze particolari conviene telefonare prima al 060608.
Ci sono visite guidate al Museo delle Mura?
Sì, sono un servizio a pagamento su prenotazione, disponibile in più lingue, insieme a laboratori e incontri riservati alle scuole. Le prenotazioni passano dal numero unico dei musei civici.
Che cos'è l'arco davanti a Porta San Sebastiano?
È il cosiddetto arco di Druso, che con Druso non ha niente a che vedere: si tratta di un fornice dell'acquedotto Antoniniano, la diramazione dell'Acqua Marcia costruita da Caracalla per alimentare le sue terme. All'inizio del V secolo fu collegato alla porta da due muraglioni, oggi scomparsi, con funzione di controporta.
Perché la porta si chiama San Sebastiano se il nome antico era Porta Appia?
Perché nel Medioevo prevalse il riferimento alla basilica e alle catacombe di San Sebastiano, che si raggiungevano uscendo di qui. Il nome attuale è attestato con stabilità solo dopo la metà del XV secolo; prima la porta compare anche come Accia, Dazza, Datia e, in un documento del 1434, come Porta Domine quo vadis.
Che cosa si vede dal camminamento del Museo delle Mura?
Verso l'esterno, attraverso le feritoie, il verde che scende verso l'Appia e la Caffarella. Verso l'interno, dalle grandi arcate aperte, il tessuto urbano del Celio e i giardini delle ville. E lungo il percorso: feritoie onoriane entro nicchie, feritoie quadrate del 1848, scale delle torri, il lacerto di pavimento con la fessura fra le due fasi e la pittura della Madonna con il Bambino sulla lunetta della terza torre.
Quando è meglio visitare il Museo delle Mura?
In primavera o in autunno, all'apertura delle 10, preferibilmente in un giorno feriale. In estate la galleria coperta trattiene il calore, in inverno il vento entra dalle feritoie. Il contingente si riempie soprattutto nei fine settimana.
Che cos'è successo alle Mura Aureliane nel 2001?
La sera del 15 aprile 2001 crollarono dodici metri di cortina fra la torre 7 e la torre 8, nel tratto verso la via Cristoforo Colombo. Cedette il paramento in laterizio realizzato sotto Innocenzo X, mal ammorsato al nucleo antico e indebolito dalle infiltrazioni d'acqua. Il camminamento riaprì nel luglio 2006 dopo i lavori del 2004 e 2006.
Il Museo delle Mura si visita insieme alle catacombe?
Sì, ed è l'abbinamento più naturale. Uscendo dalla porta si è già sull'Appia Antica: a poche centinaia di metri il santuario del Domine Quo Vadis, poco oltre le catacombe di San Callisto e quelle di San Sebastiano. Il consiglio è di visitare una sola catacomba nella stessa giornata.
Ci sono bagni al Museo delle Mura?
Il museo dispone di servizi igienici accessibili secondo le informazioni del sistema civico. Trattandosi di una sede piccola, conviene comunque non contare su servizi da grande museo e organizzarsi prima della salita.
Vale la pena andare al Museo delle Mura anche se non si è appassionati di archeologia?
Sì, e lo dico con convinzione. Anche chi non distingue una cortina aureliana da una onoriana cammina per mezz'ora dentro una muraglia romana affacciandosi dalle feritoie, e questo non si fa in nessun altro punto della città. Se poi la storia interessa, il museo fornisce gli strumenti per capire quello che si sta attraversando.
Dopo tanti anni passati ad accompagnare persone per Roma, il criterio con cui giudico un luogo è diventato uno solo: quanto della città si capisce dopo esserci stati. Il Museo delle Mura, con le sue sette stanzette di pannelli e i suoi trecentocinquanta metri di galleria, insegna in cinquanta minuti a leggere una città intera. Uscendo, guardate ancora una volta la porta dal basso, poi voltatevi verso l'Appia. Da una parte una città che si è chiusa perché aveva paura, dall'altra la strada per cui era diventata grande. Tutto il resto di Roma è compreso fra quelle due direzioni.
E poi fate una cosa che nessuno fa: appoggiate la mano al laterizio prima di andarvene. È freddo d'estate, ruvido, pieno di mattoni che qualcuno aveva già usato una volta prima di murarli lì. Diciassette secoli dopo regge ancora il vostro peso quando ci salite sopra. Non è poco, per un muro tirato su in fretta da gente spaventata.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
Prepari un viaggio a Roma? Le guide in inglese per visitare la città sono su ItalyPlanner.com.
Contact Information
Roma Tourist Card: più attrazioni in un biglietto
Se in questi giorni vedi Colosseo, Vaticano e altro, il pacchetto unico conviene rispetto ai biglietti sciolti.
Bus hop-on hop-off: giro di Roma
Sali e scendi dove vuoi. Con questo caldo, spostarsi seduti tra una tappa e l'altra cambia la giornata.
Dove dormire a Roma: confronta gli hotel
Scegli la zona giusta e confronta i prezzi: su molte strutture la cancellazione è flessibile.
Transfer dall aeroporto al centro
Un autista ti aspetta a Fiumicino o Ciampino: prezzo concordato prima e nessuna coda ai taxi.
Noleggio auto a Roma e dintorni
Serve se vuoi uscire dalla città: Castelli Romani, Tivoli, il mare di Ostia e Sperlonga.
Voli per Roma: cerca le tariffe
Compagnia low cost con voli diretti su Fiumicino: guarda date e tariffe.
Confronta tutte le compagnie per Roma
Comparatore su piu compagnie: sposta le date di un giorno e spesso il prezzo cambia parecchio.


