Catacombe di Santa Tecla
Le Catacombe di Santa Tecla sono in via Silvio D'Amico 42, a Roma, quartiere Ostiense, e l'ingresso si apre al piano terra di un condominio moderno a poco più di mezzo chilometro dalla Basilica di San Paolo fuori le Mura. Non sono aperte al pubblico: non hanno biglietteria, non hanno orari, non hanno un turno di visita in cui presentarsi. Si entra soltanto con una visita speciale autorizzata dalla Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, che ha in custodia il monumento. La domanda si manda per posta elettronica a protocollo@arcsacra.va e deve contenere i dati anagrafici completi del richiedente, oppure arrivare su carta intestata dell'istituzione, con il motivo della visita, il giorno e l'orario desiderati, il numero dei partecipanti e l'eventuale necessità di una guida in lingua straniera; i recapiti telefonici della Commissione sono 06 4465610 e 06 4467601. Il gruppo non può superare le quindici persone. La tariffa indicata per le catacombe aperte su richiesta è di 220,00 euro a gruppo, non a persona, e comprende il fossore che apre e assiste durante la discesa e l'archeologo che illustra il monumento: l'importo esatto va confermato con la Commissione al momento dell'autorizzazione, perché per le visite speciali il regolamento prevede un preventivo caso per caso. Ci si arriva con la metro B, fermata Basilica San Paolo, e poi sette minuti a piedi verso sud lungo la via Ostiense; l'autobus 23, che collega piazzale Clodio a largo San Leonardo Murialdo nella zona del Valco San Paolo, percorre la stessa direttrice e lascia a due passi. Dentro ci sono quattordici gradi tutto l'anno, la scala è ripida e non ci sono servizi igienici per i visitatori. Se volete il quadro d'insieme del sottosuolo cristiano della città, la guida madre è quella delle Catacombe di Roma.
Catacombe di San Callisto: tour guidato
Sottoterra ci sono quindici gradi tutto l'anno: è la visita giusta per le ore centrali di una giornata di luglio.
Confronta le esperienze a Roma
Ogni scheda apre una pagina di confronto qui su estateromana.com: le differenze tra le opzioni, le fasce di prezzo indicative e il link per prenotare sul sito del venditore. Puoi salvare quello che ti interessa in "Il mio viaggio".
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.

Come si arriva alle Catacombe di Santa Tecla
La geografia qui inganna. Sulla carta il monumento è in un quartiere semicentrale, servito dalla metropolitana, a un quarto d'ora dal centro storico; nella realtà del marciapiede è un indirizzo residenziale in mezzo a palazzi del dopoguerra, senza un cartello, senza una fila, senza nessuno dei segnali che il turista associa a un sito archeologico. Chi arriva per la prima volta passa davanti al portone due volte prima di riconoscerlo. Ve lo dico da guida: il punto di riferimento non è il numero civico, è la basilica. Prendete San Paolo come faro, mettetevela alle spalle e camminate verso sud, e in sette minuti siete davanti al posto giusto.
Alle Catacombe di Santa Tecla con la metropolitana e con il treno
La linea B della metropolitana ferma a Basilica San Paolo, ed è il modo più semplice: dal centro, da Termini, dal Colosseo, dalla Piramide si arriva senza cambi. Dall'uscita della stazione la basilica è di fronte, e da lì si prosegue lungo la via Ostiense in direzione EUR. Nella stessa stazione ferma anche il treno regionale che percorre la vecchia Roma-Lido, la linea che porta a Ostia e che gli archeologi usano da un secolo per raggiungere gli scavi di Ostia Antica: se venite da Ostia o da Acilia potete raggiungere le Catacombe di Santa Tecla senza mai passare per il centro. Un avvertimento pratico che vale per entrambe: le chiusure per lavori sulla tratta sud sono frequenti nei fine settimana, e il bus sostitutivo allunga i tempi anche di venti minuti. Se avete un appuntamento con la Commissione, e l'appuntamento è a orario fisso perché il fossore vi aspetta, calcolate un margine largo.
Con l'autobus e in macchina
L'autobus 23 è la linea di riferimento della via Ostiense: collega piazzale Clodio, quindi la zona di Prati e del Foro Italico, a largo San Leonardo Murialdo, nel quartiere Valco San Paolo, passando per piazzale Ostiense, la Piramide Cestia e tutta la direttrice della basilica. È uno dei percorsi più lunghi della rete e ci mette circa cinquanta minuti da un capolinea all'altro, quindi non prendetelo da Prati pensando di fare in fretta; prendetelo se siete già in zona Testaccio o Ostiense. In automobile è la soluzione peggiore. Via Silvio D'Amico è una strada di quartiere con parcheggio residenziale, le strisce blu sono poche e occupate, e il tratto della via Ostiense che dovete percorrere è uno dei più congestionati della città nelle ore di punta. Se proprio dovete guidare, arrivate prima delle nove e mezza o dopo le quindici, e mettete in conto di girare. In scooter o in bicicletta invece si arriva benissimo: la ciclabile dell'Ostiense corre lungo il Tevere e vi porta quasi sotto casa.
Come si ottiene il permesso di visitare le Catacombe di Santa Tecla
Questa è la parte che scoraggia il novanta per cento delle persone, e vale la pena spiegarla bene perché non è complicata: è soltanto lenta. Le catacombe romane si dividono in due categorie amministrative. Alcune sono aperte al pubblico con biglietteria e turni di visita guidata, e sono le cinque o sei che tutti conoscono, da San Callisto a San Sebastiano, da Priscilla in poi. Le altre, e sono la maggioranza, restano chiuse e si visitano su richiesta scritta, con un accompagnamento riservato. Santa Tecla appartiene al secondo gruppo, e ci appartiene per ragioni tecniche: gli spazi sono stretti, l'accesso è incastrato in un edificio privato, le pitture appena restaurate sono fragili e un flusso continuo di visitatori le rovinerebbe in pochi anni. La chiusura non è un capriccio, è conservazione.
La domanda per visitare le Catacombe di Santa Tecla, punto per punto
La richiesta va indirizzata alla Pontificia Commissione di Archeologia Sacra all'indirizzo protocollo@arcsacra.va. Nel testo servono, senza eccezioni: i dati anagrafici completi di chi richiede, oppure la carta intestata dell'istituzione se scrive una scuola, un'università, una parrocchia o un'associazione; il motivo della visita, e qui non serve essere professori, basta dichiarare un interesse serio; il giorno e l'orario desiderati, meglio se con due o tre alternative; il numero dei partecipanti; l'eventuale necessità di una guida in lingua straniera. Il gruppo non può superare le quindici persone, e il limite è tassativo perché lo impone la capienza degli ambienti. Il consiglio che do a chi organizza: scrivete con un mese abbondante di anticipo, indicate un giorno feriale del mattino, e se non ricevete risposta entro dieci giorni telefonate ai numeri della Commissione. La macchina funziona, ma funziona con i tempi di un ufficio che gestisce decine di monumenti in cinque regioni italiane.
Quanto costa la visita alle Catacombe di Santa Tecla e che cosa comprende
La cifra indicata per le catacombe aperte su richiesta è di 220,00 euro per gruppo. Non è un biglietto individuale, è un forfait: quindici persone pagano lo stesso importo di quattro, il che significa che una visita da soli è un lusso mentre una visita con un gruppo pieno costa meno di quindici euro a testa, cioè quanto un ingresso normale in un museo statale. Nel prezzo ci sono due professionalità, e sono entrambe necessarie. Il fossore, che è il custode tecnico del monumento con un mestiere che a Roma ha il nome che aveva nel quarto secolo, apre, illumina, controlla i percorsi e chiude. L'archeologo accompagna e spiega. Il regolamento generale della Commissione prevede per le visite speciali un preventivo caso per caso, quindi la cifra esatta va confermata quando arriva l'autorizzazione. Un'ultima cosa poco intuitiva: la visita speciale si può chiedere anche per settori esclusi dal percorso ordinario di catacombe che invece sono normalmente aperte, e questa è la via che usano gli studiosi per vedere ambienti che nessun turista vedrà mai.
Le aperture straordinarie e la Giornata delle Catacombe
Esiste una seconda strada, più economica e molto più incerta: le aperture straordinarie. Ogni anno la Pontificia Commissione promuove la Giornata delle Catacombe, che nell'edizione autunnale del 12 ottobre 2024 aveva per tema il passaggio dal ricordo alla preghiera e apriva al pubblico proprio i monumenti normalmente chiusi, Santa Tecla compresa, insieme a San Lorenzo, Pretestato, il Museo della Torretta nel comprensorio callistiano, la regione dei Fornai a Domitilla e Generosa. Le date delle edizioni successive vengono pubblicate sul sito dedicato alla Giornata delle Catacombe con qualche settimana di preavviso, e i posti si esauriscono in poche ore. Anche le delegazioni del FAI hanno portato qui i propri soci: il 28 settembre 2018 la delegazione romana organizzò una visita speciale riservata agli iscritti con un contributo di trenta euro. Se non avete un gruppo di quindici persone da mettere insieme, tenere d'occhio queste occasioni è la strategia giusta. Costa pazienza, non denaro.
Una curiosità su Catacombe di Santa Tecla
Nel giugno del 2009, in un cubicolo di due metri per due sepolto sotto un palazzo dell'Ostiense, un raggio laser ha restituito alla luce il volto di un uomo calvo, con la barba appuntita e lo sguardo di chi pensa. È san Paolo, ed è considerato il suo ritratto più antico che si conosca. La notizia uscì sull'Osservatore Romano e fece il giro del mondo in ventiquattro ore, perché toccava un nervo scoperto: il cristianesimo dei primi secoli è una religione di testi, e le facce dei suoi fondatori le abbiamo ereditate da secoli di pittura successiva. Qui invece c'era un volto dipinto quando la memoria dell'apostolo era ancora un fatto di trasmissione diretta, a nemmeno tre secoli e mezzo dai fatti, e per giunta a poche centinaia di metri dal luogo in cui la tradizione colloca la sua sepoltura.
La curiosità vera, però, è un'altra, ed è tecnica. Quel volto non era stato scoperto scavando. Era lì, sulla parete, sotto una crosta di carbonato di calcio spessa e opaca che l'acqua di infiltrazione aveva depositato per sedici secoli. Chiunque fosse entrato in quel cubicolo negli ultimi trecento anni lo aveva avuto davanti agli occhi senza vederlo. Nel 1720 Marcantonio Boldetti pubblicò la pianta del cimitero. Nell'Ottocento Mariano Armellini lo studiò e liquidò le sue pitture come le più brutte della Roma sotterranea. Nessuno di loro poteva sapere che quel bianco sporco non era intonaco degradato: era una coperta. Il laser, tarato per aggredire selettivamente il bianco calcareo e fermarsi davanti ai pigmenti, ha semplicemente tolto la coperta.
La mia opinione, da chi accompagna gente sotto Roma da vent'anni, è che questa sia la scoperta archeologica romana più sottovalutata del secolo in corso. Non ha prodotto un monumento nuovo, non ha aperto un sito visitabile, non ha generato un flusso turistico: ha prodotto quattro facce di cinquanta centimetri di diametro in una stanza che nessuno vede. Eppure ha cambiato la cronologia dell'iconografia cristiana. Vale più di dieci mostre.
Una cosa che non ti dice nessuno su Catacombe di Santa Tecla
Sopra il cubicolo degli apostoli ci sono otto piani di appartamenti abitati. Gente che stende i panni, che discute in ascensore, che porta giù il cane. Il condominio è degli anni Cinquanta e fu costruito quando l'Ostiense si espandeva verso sud a ritmo forsennato, e il complesso cimiteriale è finito letteralmente sotto le fondamenta. L'accesso al monumento è incastrato nella proprietà privata: si entra da un vano che appartiene alla logica dell'edificio, non a quella del sito archeologico. Questo dettaglio spiega quasi tutto il resto, e nessuna guida turistica lo mette in prima pagina. Spiega perché non ci può essere una biglietteria. Spiega perché non ci sono bagni. Spiega perché il numero massimo di visitatori è quindici e non cinquanta. Spiega perché le visite si concordano una per una con un ufficio, invece che comprarle con un clic.
La seconda cosa che non vi dice nessuno riguarda il giudizio storico su questo posto. Per centocinquant'anni Santa Tecla è stata considerata una catacomba di seconda fila, interessante per gli specialisti e trascurabile per tutti gli altri, e il motivo è quella frase di Armellini sulle pitture più brutte del sottosuolo romano. Nel 1961 uno scavo di emergenza restituì l'intero complesso e Umberto Maria Fasola gli dedicò due studi fondamentali sulla Rivista di Archeologia Cristiana, nel 1964 e nel 1970, ma il pregiudizio estetico resistette. Ci sono volute due campagne di restauro e una tecnologia nuova per capire che il problema non erano i pittori: era il calcare. Fabrizio Bisconti, che dirigeva la sovrintendenza archeologica delle catacombe quando le icone tornarono alla luce, ha commentato che l'autore di quelle pitture non era un artista raffinato, anzi era estremamente corrivo. Ha ragione. E questo, per lo storico, è un pregio: la pittura corriva è pittura d'uso, ripete quello che la comunità dava per scontato. Un capolavoro sarebbe la visione di un genio; qui abbiamo la faccia che i cristiani di Roma davano per buona.
Terza cosa, e ve la dico per onestà professionale: non aspettatevi un'emozione da colpo di scena. Le immagini sono piccole, la stanza è angusta, la luce è artificiale e il tempo di permanenza in quell'ambiente è limitato per ragioni di conservazione. Chi arriva qui cercando lo spettacolo del Colosseo ne esce deluso. Chi arriva sapendo che cosa guarda, ne esce diverso.
Il consiglio che ti do per visitare Catacombe di Santa Tecla
Primo consiglio, ed è quello che conta: non venite qui per prima cosa. Le Catacombe di Santa Tecla sono un monumento per lettori avanzati. Se non avete mai messo piede in una catacomba romana, la prima volta andate a San Callisto o a Priscilla, dove il percorso è organizzato, la guida spiega da zero e le distanze vi fanno capire fisicamente che cosa sia una necropoli sotterranea di venti chilometri di gallerie. Poi tornate qui. Vedrete cose che a San Callisto non vi hanno detto, e le capirete in dieci secondi invece che in dieci minuti.
Secondo consiglio: organizzate il gruppo prima di scrivere alla Commissione. Il forfait di 220,00 euro premia chi arriva in quindici e punisce chi arriva in tre. Mettere insieme quindici persone interessate a una catacomba chiusa richiede tempo, quindi il calendario giusto è questo: prima trovate i partecipanti, poi proponete alla Commissione tre date alternative, poi confermate. Al contrario si finisce per rinunciare.
Terzo: vestitevi da cantina, non da chiesa. Dentro ci sono quattordici gradi costanti e un'umidità alta anche ad agosto, quando fuori ce ne sono trentotto. La differenza termica di venti gradi in trenta secondi di discesa la sentite nelle ossa, e la felpa non è un vezzo. Scarpe chiuse con suola non liscia: il pavimento è terra battuta e in alcuni punti è scivoloso. Niente borse ingombranti, perché i passaggi sono stretti e ci si gira male.
Quarto, e riguarda la testa più che il corpo: leggete qualcosa prima di scendere. Bastano dieci minuti sulla struttura del complesso, i tre ambulacri, la basilica ipogea, il cubicolo con le icone. La visita dura meno di un'ora e non c'è tempo per ricostruire tutto da capo sul posto; se arrivate preparati, l'archeologo che vi accompagna se ne accorge nei primi cinque minuti e la spiegazione cambia livello. È il trucco più semplice e più efficace che conosca per trasformare una visita in un'esperienza.
Quinto e ultimo: chiedete di fermarvi in silenzio due minuti nella camera con le sepolture intensive. Non nel cubicolo delle icone, che è la stanza celebre. In quell'altra, dove i morti sono stipati dal pavimento al soffitto per cinque metri di altezza. Il cubicolo degli apostoli racconta la fede di una famiglia ricca; quella camera racconta la morte di tutti gli altri. Andarsene senza averla guardata è un errore.
Il cubicolo degli apostoli delle Catacombe di Santa Tecla, dipinto per dipinto
Il cubicolo che ha reso celebri le Catacombe di Santa Tecla è una stanza quadrata di circa due metri di lato, scavata nel tufo e intonacata, con la volta dipinta e le pareti scandite da arcosoli. Fu commissionato, secondo l'interpretazione degli studiosi che lo hanno restaurato, da una donna dell'aristocrazia romana tardo imperiale convertita al cristianesimo, che si fece rappresentare nella lunetta di un arcosolio in atteggiamento di orante insieme alla figlia, con un rotolo in mano, segno di cultura e di sapienza; è sepolta lì dentro. La datazione oscilla tra la metà e la fine del quarto secolo a seconda degli studiosi, e questo margine di un cinquantennio è normale in archeologia catacombale: si datano lo stile pittorico, i tipi di sepoltura e i materiali, non un documento. Le quattro icone hanno un diametro di circa cinquanta centimetri l'una e sono disposte in clipei, cioè in medaglioni circolari, sulla volta.
Il volto di san Paolo
È il pezzo forte di tutto il complesso ed è l'immagine che ha dato notorietà mondiale alle Catacombe di Santa Tecla. Paolo è calvo sulla fronte alta, ha la barba scura e appuntita, il naso stretto, gli occhi grandi e fissi. È il volto che l'iconografia cristiana ripeterà per milleseicento anni, dai mosaici absidali alle tele barocche, e vederlo qui, nella sua prima formulazione conosciuta, produce un effetto strano: sembra una citazione, e invece è l'originale. Il contesto topografico aggiunge peso. La via Ostiense è la strada lungo la quale la tradizione colloca il martirio dell'apostolo, e la sua tomba venerata è nella basilica che vedete uscendo dalla metropolitana. Che il ritratto più antico di Paolo sia venuto fuori in una catacomba di questa strada non è un dettaglio geografico: è il segno che la comunità cristiana della zona coltivava una memoria paolina precisa e locale.
Pietro, Andrea e Giovanni
L'anno successivo, nel giugno del 2010, il restauro completò il quadro. Nella volta dello stesso cubicolo emersero altre tre figure: Pietro, riconoscibile dalla barba e dai capelli bianchi e corti, Andrea, e Giovanni, il più giovane dei quattro, imberbe. Per Pietro e Paolo si trattava delle prime immagini isolate e propriamente iconiche, cioè ritratti autonomi e non figure dentro una scena narrativa; per Andrea e Giovanni si trattava delle immagini più antiche conosciute in assoluto. È qui che il cubicolo diventa un documento di primo livello per la storia dell'arte: dimostra che nella seconda metà del quarto secolo il collegio apostolico non era più una folla anonima di dodici uomini con la tunica, ma un gruppo di individui con caratteristiche fisionomiche riconoscibili e stabili. La faccia diventa un attributo, come le chiavi o la spada lo diventeranno più tardi.
La volta con il Buon Pastore e la lunetta con il collegio apostolico
I quattro medaglioni non fluttuano nel vuoto: circondano una scena centrale con il Buon Pastore e il suo gregge, il tema più frequente della pittura catacombale romana, che qui funziona da perno della composizione. Nella lunetta d'ingresso compare invece Cristo in mezzo al collegio apostolico. Il resto del repertorio del complesso è quello classico del sottosuolo cristiano di Roma: i tre giovani ebrei nella fornace, la resurrezione di Lazzaro, Giona inghiottito e rigettato dal mostro marino, il sacrificio di Abramo e Isacco. Sono tutte immagini di salvezza in extremis, scelte deliberatamente da chi doveva seppellire i propri morti, e la loro ripetizione da una catacomba all'altra dimostra che esisteva un canone figurativo condiviso, quasi un prontuario. Chi ha già visto la catacomba di via Dino Compagni ritrova gli stessi soggetti trattati con una qualità pittorica superiore: il confronto tra i due monumenti è uno degli esercizi più istruttivi che si possano fare a Roma.
La committente e sua figlia
Mi soffermo su questo particolare perché di solito viene liquidato in una riga e invece dice moltissimo. La donna che pagò il cubicolo si fece ritrarre con un rotolo in mano. Nel quarto secolo il rotolo, il volumen, è l'attributo del sapere e dello status, e su una donna vale doppio. Non è un'immagine di devozione umile: è il ritratto di una committente colta che vuole essere ricordata come tale, in un ambiente che aveva pagato di tasca propria e in cui aveva fatto dipingere i quattro apostoli che le stavano a cuore. Attorno al 350, l'aristocrazia romana si stava convertendo in massa e portava dentro la nuova religione le proprie abitudini di rappresentazione. Questo cubicolo è una fotografia di quel passaggio sociale, scattata sottoterra.
Il restauro laser: come si toglie una crosta senza togliere il colore
La parte tecnica merita rispetto, perché senza di essa non ci sarebbe nessuna scoperta di cui parlare. Il problema era questo: sopra le pitture c'era uno strato di carbonato di calcio depositato dall'acqua di percolazione, bianco, duro e otticamente coprente. I metodi meccanici e chimici tradizionali, con quello strato, portano via anche il pigmento sottostante, e su un affresco del quarto secolo un errore non si corregge. La soluzione adottata dal cantiere della Pontificia Commissione fu un laser appositamente modificato, usato per la prima volta su pitture catacombali: tarato per una selezione cromatica, colpiva e volatilizzava soltanto il bianco della calcificazione e si arrestava davanti ai colori sottostanti. Barbara Mazzei, che dirigeva i restauri per la Commissione, ha descritto proprio così il funzionamento del sistema. I lavori durarono circa due anni. Il volume che raccoglie i risultati, curato dalla stessa Mazzei e intitolato al cubicolo degli apostoli nelle catacombe romane di Santa Tecla, uscì in Vaticano nel 2010 ed è tuttora il riferimento scientifico per chiunque voglia studiare questo ambiente sul serio.

Che cosa si vede scendendo nelle Catacombe di Santa Tecla
Il complesso non è grande come i giganti dell'Appia, e questo è un vantaggio: si legge tutto in un'ora e la mente non si perde. La sequenza degli ambienti racconta una storia urbanistica precisa, dall'area produttiva alla necropoli pagana, dalla necropoli pagana al cimitero cristiano, dal cimitero cristiano al santuario. Chi scende sapendo questa sequenza vede una cosa sola; chi scende senza saperla vede corridoi.
Prima delle Catacombe di Santa Tecla: la cava, la tintoria, la necropoli all'aperto
Il terreno su cui sorgono le Catacombe di Santa Tecla era, tra il primo e il terzo secolo, un pezzo di periferia produttiva della Roma imperiale, quello che oggi chiameremmo una zona artigianale. Ci si estraeva pozzolana, il materiale che rende il calcestruzzo romano quello che è, e ci lavorava una tintoria. Quando l'attività si esaurì, l'area cambiò destinazione secondo una logica che a Roma si ripete ovunque: dove si smette di produrre, si comincia a seppellire. Nacque così una necropoli all'aperto, subdiale, con i suoi mausolei di famiglia, che restò in uso mentre sotto, negli stessi anni, si scavava il cimitero cristiano. Pagani sopra e cristiani sotto, contemporaneamente, senza conflitti apparenti. È una delle correzioni più utili che l'archeologia abbia fatto al racconto popolare delle catacombe, e la si tocca con mano proprio qui.
La basilica ipogea delle Catacombe di Santa Tecla
Il nucleo monumentale è una piccola basilica sotterranea, realizzata agli inizi del quarto secolo, cioè nel momento in cui il cristianesimo esce dalla clandestinità giuridica e comincia a costruire. Non è una chiesa nel senso che diamo oggi alla parola: è un santuario scavato, articolato in tre ambienti separati da doppie arcate, pensato per accogliere i fedeli attorno alla tomba venerata. All'estremità occidentale si apre l'arcosolio monumentale attribuito alla martire, dotato di un proprio lucernario che portava luce naturale dall'alto sulla sepoltura. Verso la metà del secolo il complesso fu ampliato con un retrosanctos, lo spazio dietro il sepolcro venerato dove chi poteva permetterselo si faceva seppellire il più vicino possibile al santo. La logica del retrosanctos è la stessa che a Roma produrrà mille anni di sepolture di prestigio dentro le basiliche: la vicinanza fisica al martire come garanzia per il giorno del giudizio.
I tre ambulacri e le ventidue camere sepolcrali
Attorno alla basilica, e posteriori a essa, si sviluppano tre ampi corridoi disposti secondo un triangolo isoscele. Non è un labirinto: è un impianto regolare, quasi geometrico, che rivela una pianificazione a tavolino e non una crescita per accumulo. Su questi ambulacri si aprono ventidue camere sepolcrali. La visita non le percorre tutte, per ragioni di sicurezza e di conservazione, ma il tracciato si legge chiaramente. Rispetto alle gallerie infinite di San Callisto o di Domitilla, dove il visitatore perde l'orientamento dopo cinque minuti, qui la scala umana del complesso permette di capire come funzionava davvero un cimitero comunitario: quanto spazio serviva, come si distribuivano le sepolture, dove passava la gente durante le celebrazioni.
I lucernari ricavati dai mausolei pagani
Ecco il dettaglio che preferisco, e che di solito passa inosservato. I lucernari, cioè i pozzi verticali che dalla superficie portavano aria e luce nelle gallerie, in alcuni casi furono ottenuti sfondando il pavimento dei mausolei pagani che stavano in superficie. Il monumento funerario di una famiglia romana non cristiana, dismesso, fu bucato per illuminare le tombe dei cristiani sottostanti. Non c'è alcun intento polemico: c'è un cantiere che usa quello che trova. Ma il risultato è un'immagine potente della Roma del terzo e quarto secolo, una città che si riscrive addosso senza demolire, riusando le proprie strutture come materiale da costruzione. La stessa logica che riempie le Mura Aureliane di sepolcri inglobati e trasforma un tempio in una chiesa.
Le sepolture intensive delle Catacombe di Santa Tecla: dodici camere riempite fino al soffitto
Questo è il fenomeno che rende le Catacombe di Santa Tecla un caso di studio quasi unico nel panorama romano. In dodici delle ventidue camere i fossori adottarono una procedura che altrove non si trova con questa sistematicità. Prima scavarono i loculi normali sulle pareti laterali, come in qualunque catacomba. Poi abbassarono il pavimento della camera di circa tre metri sotto il livello della galleria, ottenendo un pozzo. Infine cominciarono a riempire quel pozzo di sepolture a cappuccina, cioè con il corpo protetto da tegole disposte a doppio spiovente, sovrapponendo gli strati e separandoli con la calce, fino ad arrivare al soffitto. Il risultato è una colonna di morti alta complessivamente circa cinque metri, con una densità di sepolture che non ha molti confronti.
Perché lo abbiano fatto qui e non altrove non è stabilito con certezza. Le spiegazioni proposte vanno dalla pressione demografica di una comunità in crescita rapida al costo del terreno, dalla natura del banco tufaceo alla presenza di manodopera specializzata e di materiale laterizio abbondante. Nessuna di queste ipotesi ha finora prevalso sulle altre. A me interessa l'effetto che fa: davanti a una parete di cappuccine sovrapposte per cinque metri si capisce, senza bisogno di statistiche, che cosa fosse la mortalità in una città antica.
I bolli laterizi e il cantiere delle Terme di Caracalla
Dettaglio da archeologi, ma vale la pena raccontarlo perché apre una finestra sull'economia romana. Il materiale laterizio impiegato nelle sepolture a cappuccina è abbondante e di buona qualità, e i bolli lo collocano in età severiana, tra la fine del secondo e l'inizio del terzo secolo, cioè tra Settimio Severo e Caracalla. Un materiale del genere, in quella quantità, non arriva per caso in un cimitero suburbano di cinquant'anni dopo: l'ipotesi degli studiosi è che provenisse da un deposito rimasto inutilizzato, forse legato al grande cantiere delle Terme di Caracalla. Se l'ipotesi regge, quei mattoni raccontano due storie in una: il lusso imperiale che non consuma tutto quello che ordina, e i fossori cristiani che qualche decennio dopo si servono degli avanzi per proteggere i corpi dei poveri. Roma è questo, dal primo giorno.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Le catacombe non erano nascondigli. Lo sanno tutti gli archeologi, lo scrivono tutti i manuali, e nonostante questo il novanta per cento delle persone che accompagno sottoterra arriva convinta che i cristiani perseguitati si rifugiassero nelle gallerie per sfuggire ai soldati e celebrare la messa di nascosto. È una leggenda ottocentesca, alimentata dalla letteratura devozionale e da un paio di romanzi di enorme successo, e crolla appena la si guarda in faccia.
Primo argomento, il più semplice: una catacomba non è segreta. L'ingresso è su una strada consolare, ben visibile, spesso monumentalizzato. I cimiteri erano registrati, il diritto romano proteggeva le sepolture come loca religiosa e la comunità cristiana ne era proprietaria o usufruttuaria in modo riconosciuto. Un magistrato romano che avesse voluto arrestare dei cristiani sapeva benissimo dove cercarli. Secondo argomento, tecnico: sottoterra non si può vivere. Non c'è aria per centinaia di persone, non c'è acqua, non c'è modo di cucinare, e con le lucerne a olio l'ossigeno finisce in fretta. Terzo argomento, cronologico ed è quello decisivo: la maggior parte delle gallerie che si visitano oggi, comprese quelle delle Catacombe di Santa Tecla, fu scavata nel quarto secolo, cioè dopo il 313, quando le persecuzioni erano finite e il cristianesimo era religione lecita. Si scavava di più proprio perché non c'era più niente da temere.
A che cosa servivano dunque? A seppellire, e a farlo tutti insieme. La comunità cristiana rifiutava la cremazione, che era la pratica romana dominante, e aveva bisogno di spazio per l'inumazione di migliaia di corpi in un terreno costoso. Scavare in verticale nel tufo era la soluzione economica. In più, la sepoltura vicino a un martire aveva un valore spirituale enorme, e il santuario ipogeo di Santa Tecla con il suo retrosanctos lo dimostra fisicamente. Aggiungo una nota lessicale che spiazza sempre: la parola catacomba non è un termine tecnico antico. Nasce come toponimo, ad catacumbas, e indicava un solo luogo preciso sull'Appia, la depressione presso l'attuale San Sebastiano. Solo nel medioevo il nome di quel posto è diventato il nome generico di tutti i cimiteri sotterranei di Roma. Chiamare catacomba questo complesso dell'Ostiense è, alla lettera, un abuso di linguaggio vecchio di mille anni.
Chi era Tecla, e perché la risposta non è semplice
Il nome del monumento pone un problema che l'archeologia non ha risolto e che vale la pena raccontare per intero, perché è un buon esempio di come si lavora sulle fonti quando le fonti mancano.
La prima ipotesi: Tecla di Iconio, la discepola di Paolo
Paul Styger e altri studiosi hanno proposto di identificare la titolare del cimitero con Tecla di Iconio, la figura che compare negli Acta Pauli et Theclae, un testo apocrifo di grande diffusione nel cristianesimo antico. Secondo quel racconto Tecla, giovane donna di Iconio, in Asia Minore, ascolta la predicazione di Paolo, rompe il fidanzamento, segue l'apostolo, viene condannata più volte al supplizio e ogni volta sopravvive per intervento miracoloso, e finisce i suoi giorni a Seleucia. Il suo culto in Oriente fu enorme, e Tertulliano, nel De baptismo, ricorda che il testo era opera di un presbitero d'Asia che lo aveva composto per amore di Paolo e che per questo fu rimosso dal suo incarico: una testimonianza antica e preziosa, che serve a datare la fortuna del racconto ma non a provare l'esistenza storica della protagonista. L'ipotesi ha un vantaggio evidente in questo contesto: siamo sulla via Ostiense, la strada di Paolo, e una martire legata al suo nome ci starebbe benissimo. Ha anche una debolezza: il legame resta letterario, non documentario.
La seconda ipotesi: una martire romana del tempo di Diocleziano
Umberto Maria Fasola, che scavò e studiò il complesso dopo il 1961, sostenne invece che si trattasse di una donna romana, martirizzata in città durante le persecuzioni di Diocleziano, agli inizi del quarto secolo, e sepolta qui. L'unico appiglio monumentale a favore di una Tecla romana è un'iscrizione proveniente dal vicino cimitero di Commodilla, che ricorda il dies natalis di una Tecla, cioè il giorno della sua morte inteso come nascita al cielo. È poco, e chi lavora sulle fonti lo sa: un nome femminile diffuso e una data possono appartenere a chiunque. Ma la presenza di un santuario ipogeo con arcosolio monumentale e retrosanctos dimostra che qui, nel quarto secolo, si venerava qualcuno di preciso, e che quel culto era abbastanza forte da giustificare un investimento edilizio.
La mia posizione, se serve: il nome tradizionale del monumento è arrivato attraverso Mariano Armellini nell'Ottocento e va tenuto per convenzione, non per certezza. Distinguere tra quello che è documentato, quello che è tradizione e quello che è ipotesi moderna non toglie fascino al posto: gliene aggiunge, perché mostra come si costruisce la memoria di una città.
La foto giusta da fare a Catacombe di Santa Tecla
Partiamo dal vincolo, che qui è severo. La possibilità di fotografare all'interno va concordata preventivamente con la Pontificia Commissione di Archeologia Sacra al momento della richiesta di visita, e non è un permesso scontato: le pitture appena restaurate sono l'oggetto più delicato del complesso. Il flash è da escludere in ogni caso, sia per rispetto della conservazione sia perché appiattisce qualunque superficie dipinta. Chi ottiene l'autorizzazione lavori con ISO alti, obiettivo luminoso e mano ferma, o con un cavalletto compatto se gli spazi lo consentono, e si accontenti della luce dell'impianto.
La fotografia migliore, però, non è quella che tutti cercano. Il primo istinto è puntare la macchina sul volto di Paolo, e il risultato è quasi sempre deludente: il medaglione è piccolo, sta in alto, l'inquadratura frontale è quasi impossibile e la riproduzione ufficiale del restauro sarà comunque migliore della vostra. La foto che vale davvero è un'altra: una camera con le sepolture a cappuccina sovrapposte, ripresa dal basso verso l'alto, in modo che l'obiettivo abbracci tutti e cinque i metri di strati. Non c'è nessun soggetto famoso in quello scatto, e proprio per questo funziona: chi lo guarda vede una parete di corpi e capisce in un secondo quello che dieci righe di testo non spiegano. Se la luce ve lo permette, tenete nell'inquadratura un elemento di scala umana, una spalla, una mano, una torcia. Senza riferimento di scala quella parete sembra un muro qualunque.
Il terzo scatto è fuori, e non richiede nessun permesso: il palazzo. Un condominio residenziale degli anni Cinquanta, con le finestre, i balconi, i condizionatori e i motorini parcheggiati davanti, e sotto quelle fondamenta il ritratto più antico di san Paolo. È la fotografia che riassume Roma meglio di qualunque cartolina del Colosseo, e in una didascalia si spiega da sola. Fatela dal marciapiede opposto, con un grandangolo moderato, nel tardo pomeriggio, quando la luce radente scava la facciata. Poi fate due passi verso la basilica e fotografate il campanile di San Paolo fuori le Mura dalla stessa via: le due immagini insieme raccontano tutta la storia del quartiere, il santuario in superficie e il cimitero sottoterra.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
La cronaca di questo posto è fatta di silenzi lunghissimi interrotti da poche giornate decisive. Vale la pena metterle in fila, perché ognuna ha cambiato quello che sappiamo.
Terzo secolo, la conversione dell'area. La zona smette di essere un pezzo di periferia produttiva, con la sua cava di pozzolana e la sua tintoria, e diventa terreno da sepoltura. Sopra nasce una necropoli all'aperto, sotto comincia lo scavo del cimitero cristiano. È il momento in cui il paesaggio della via Ostiense cambia mestiere.
Inizi del quarto secolo, la basilica ipogea. Poco dopo la fine delle persecuzioni la comunità costruisce sottoterra un santuario a tre ambienti con l'arcosolio monumentale della martire. Non è più un cimitero: è un luogo di culto. Verso la metà del secolo si aggiunge il retrosanctos, e le sepolture privilegiate si stringono attorno alla tomba venerata.
Seconda metà del quarto secolo, il cubicolo degli apostoli. Una matrona romana convertita fa scavare e decorare la stanza che sedici secoli dopo renderà celebre il complesso, e si fa ritrarre con la figlia sulla parete.
1703, il primo ingresso documentato. Giovanni Marangoni entra nel cimitero, che era rimasto sconosciuto per secoli. È l'inizio della vita moderna del monumento.
1720, la pianta di Boldetti. Marcantonio Boldetti pubblica il rilievo del complesso chiamandolo cimitero al ponticello di san Paolo, con un nome che descrive la topografia e non il titolare. Per un secolo e mezzo il posto si chiamerà così.
Seconda metà dell'Ottocento, l'identificazione di Armellini. Mariano Armellini studia il cimitero e lo identifica come sepolcreto della martire Tecla, dandogli il nome che porta ancora oggi. È lo stesso Armellini che liquida le sue pitture come le più brutte della Roma sotterranea, un giudizio che peserà per centocinquant'anni.
1961, il cantiere e lo scavo. Durante i lavori di costruzione nel soprassuolo l'ingegnere Pietro Monaco segnala il rinvenimento di strutture antiche. La segnalazione fa scattare l'indagine archeologica, e sotto il palazzo in costruzione riemerge l'intero complesso cimiteriale con l'area funeraria di superficie. Senza quella segnalazione, oggi non avremmo niente.
1964 e 1970, gli studi di Fasola. Umberto Maria Fasola pubblica sulla Rivista di Archeologia Cristiana i due lavori fondamentali sul complesso e sulla basilica sotterranea, che restano la base di ogni ricerca successiva. Nel 1985 Valnea Santa Maria Scrinari torna sul complesso cimiteriale nei Rendiconti della Pontificia Accademia.
Giugno 2009, il volto di Paolo. Nel corso del restauro con il laser riemerge dalla crosta calcarea il ritratto dell'apostolo. L'Osservatore Romano dà la notizia e il caso diventa internazionale.
2010, gli altri tre apostoli e il libro. Il completamento del restauro restituisce Pietro, Andrea e Giovanni, e la scoperta viene presentata pubblicamente nel corso dell'anno da Fabrizio Bisconti. Esce in Vaticano il volume curato da Barbara Mazzei dedicato al cubicolo degli apostoli, che raccoglie i dati del cantiere.
2018, l'apertura FAI. Il 28 settembre la delegazione romana del FAI porta i propri soci dentro il complesso con una visita speciale a contributo, una delle rare occasioni di accesso non istituzionale.
12 ottobre 2024, la Giornata delle Catacombe. Nell'edizione autunnale dedicata al passaggio dal ricordo alla preghiera, in preparazione del Giubileo, Santa Tecla è tra i monumenti normalmente chiusi che vengono aperti al pubblico per un giorno.
Chi è passato da Catacombe di Santa Tecla
Non aspettatevi imperatori e papi in visita di stato: questo è un monumento di studiosi, e i nomi che contano sono quelli di chi lo ha cercato, scavato, letto e restaurato. Il primo, cronologicamente, è Antonio Bosio, il fiammingo di Malta che tra la fine del Cinquecento e l'inizio del Seicento perlustrò a lume di candela decine di cimiteri sotterranei romani e fondò con la sua Roma sotterranea la disciplina che oggi chiamiamo archeologia cristiana: gli si attribuisce probabilmente il primo riconoscimento del sito. Nel 1703 Giovanni Marangoni, erudito e antiquario, vi entra e ne lascia notizia. Nel 1720 Marcantonio Boldetti, custode delle sacre reliquie e cimiteri, ne pubblica la pianta con il nome di cimitero al ponticello di san Paolo: Boldetti è una figura discussa, perché il suo metodo di prelievo delle reliquie ha danneggiato irrimediabilmente molti contesti, ma senza le sue piante avremmo perso la memoria di monumenti interi.
Nell'Ottocento arriva Mariano Armellini, il grande topografo delle chiese di Roma, che dà al cimitero il nome di Tecla e alle sue pitture la stroncatura più celebre della loro storia. Nel 1961 il protagonista è un tecnico, non un archeologo: l'ingegnere Pietro Monaco, che davanti alle strutture antiche affiorate nel cantiere del condominio fa la cosa giusta e avvisa. Chiunque si occupi di tutela sa quanto sia raro.
Poi comincia la stagione scientifica vera. Umberto Maria Fasola, barnabita, uno dei maggiori catacombisti del Novecento, conduce lo scavo e firma nel 1964 e nel 1970 gli studi che ricostruiscono il complesso e la basilica sotterranea; a lui si deve anche l'ipotesi della Tecla martire romana di età dioclezianea. Valnea Santa Maria Scrinari, archeologa di lungo corso, torna sul complesso cimiteriale a metà degli anni Ottanta. In tempi recenti i due nomi da ricordare sono Fabrizio Bisconti, sovrintendente archeologico delle catacombe e docente universitario, che ha presentato al mondo le icone degli apostoli e ne ha dato la lettura critica, e Barbara Mazzei, direttrice dei restauri della Pontificia Commissione, che ha guidato il cantiere del laser e curato il volume scientifico sul cubicolo.
Resta il passaggio più antico e più incerto di tutti, e lo dichiaro per quello che è, cioè tradizione e non documento: la via Ostiense è la strada lungo la quale la memoria cristiana colloca l'ultimo tratto di cammino di Paolo di Tarso verso il luogo del martirio, e la basilica che custodisce la sua tomba venerata è a poche centinaia di metri da qui. Che il suo ritratto più antico sia riemerso proprio in questo cimitero, dopo sedici secoli di calcare, è una di quelle coincidenze che a Roma non sorprendono più nessuno.
Cosa vedere intorno alle Catacombe di Santa Tecla
Uscite dal portone e vi trovate in un quartiere che non ha niente di turistico e moltissimo da raccontare. Organizzo di solito la giornata così, e funziona.
La prima tappa è a cinquecento metri: la Basilica di San Paolo fuori le Mura, la seconda per dimensioni a Roma dopo San Pietro, ricostruita dopo l'incendio del 1823 e per questo spesso snobbata da chi cerca solo l'antico. Sbagliano: il chiostro cosmatesco è scampato al fuoco ed è uno dei luoghi più belli della città, e la serie dei ritratti dei papi che corre lungo la navata resta un'idea grandiosa. È qui che si venera la tomba dell'apostolo, e dopo aver visto il suo volto dipinto nel quarto secolo la visita acquista un peso diverso.
Risalendo verso nord lungo la via Ostiense si incontra il Museo della Via Ostiense, ospitato dentro la Porta San Paolo, che spiega la topografia antica della strada, di Ostia e del porto; controllate lo stato di apertura prima di andarci, perché il museo ha attraversato lunghi periodi di chiusura. Accanto ci sono la Piramide di Caio Cestio, il monumento funerario più eccentrico della Roma augustea, e il tratto delle Mura Aureliane che le si salda addosso. Poco più avanti la Centrale Montemartini conserva l'accostamento museale più intelligente della città, statue antiche fra le turbine diesel di una centrale elettrica del 1912.
Se avete ancora fiato, dall'altra parte c'è il quartiere Garbatella con la sua edilizia popolare degli anni Venti, e sotto Garbatella corrono le Catacombe di Commodilla, il cimitero da cui proviene l'iscrizione che chiama in causa una Tecla romana e che custodisce una delle più antiche attestazioni scritte del volgare romanesco. Verso sud, a un paio di fermate di metropolitana, ci sono l'EUR e, in mezzo agli eucalipti, l'Abbazia delle Tre Fontane, il luogo in cui la tradizione colloca la decapitazione di Paolo: se volete chiudere il cerchio paolino in una sola giornata, quello è l'ultimo anello.
Le Catacombe di Santa Tecla con i bambini e con chi ha problemi di mobilità
Qui devo essere netto, perché la sincerità su questo punto evita brutte sorprese. Il complesso non è accessibile alle persone con difficoltà motorie e non lo è in sedia a rotelle: si scende per una scala ripida, i passaggi sono stretti, il pavimento è irregolare e non esistono percorsi alternativi. Non è una questione di buona volontà del personale, è la conformazione fisica di un cimitero scavato nel tufo diciassette secoli fa. Chi ha problemi di deambulazione, chi ha vertigini o chi soffre di claustrofobia seria farebbe bene a rinunciare in partenza e a scegliere un monumento diverso: San Callisto e San Sebastiano hanno percorsi più agevoli e ambienti più ampi, pur restando ipogei.
Con i bambini il discorso è diverso e dipende dall'età. Sotto i dieci anni lo sconsiglio, e non per il tema della morte, che i bambini gestiscono meglio degli adulti, ma per ragioni pratiche: gli spazi angusti, il buio parziale, la durata della spiegazione e il fatto che qui non c'è niente da toccare né da fare. Dai dieci anni in su, se il ragazzo ha già visto qualcosa di archeologico e arriva preparato, la visita funziona benissimo, e le sepolture a cappuccina impressionano molto più di qualunque documentario. Portate una torcia frontale leggera, che dà al ragazzino un ruolo, e fate in modo che sia lui a fare la prima domanda all'archeologo. Cambia tutta l'ora successiva.
Due avvertenze finali che valgono per tutti. Dentro non ci sono servizi igienici per i visitatori, quindi risolvete prima, in basilica o in un bar della via Ostiense. E la temperatura costante di quattordici gradi con umidità alta, che in inverno è quasi confortevole, in agosto è uno choc termico: chi arriva sudato e in canottiera esce con il torcicollo.
Quando andare e quanto dura la visita alle Catacombe di Santa Tecla
La durata effettiva della visita è di poco inferiore all'ora. Non è un dato negoziabile e dipende dalla dimensione del complesso e dalle norme di conservazione: gli ambienti dipinti non tollerano permanenze lunghe di gruppi numerosi, perché il calore e l'umidità dei corpi alterano il microclima che ha protetto quelle superfici per sedici secoli. Chi chiede di restare di più chiede una cosa che non si può dare.
Il momento migliore dell'anno, se potete scegliere, è l'autunno o la primavera, per il semplice motivo che la differenza termica con l'esterno è minima e il corpo non la subisce. Il momento peggiore è l'agosto romano, quando si passa da trentotto gradi a quattordici in mezzo minuto. Come orario, chiedete il mattino: la Commissione lavora meglio la mattina, i fossori pure, e la logistica del quartiere è più semplice. Sommate al conto il tempo che serve per arrivare, che dal centro è circa mezz'ora, e considerate che una mezza giornata ben costruita in questa zona vale più di una corsa. La mia proposta di percorso è questa: visita alle Catacombe di Santa Tecla la mattina presto, poi la basilica di San Paolo con calma, pranzo in un locale dell'Ostiense, pomeriggio alla Centrale Montemartini. Uscite di casa alle otto e mezza e rientrate alle sei con la sensazione di avere capito un pezzo di città.
Le Catacombe di Santa Tecla e le altre catacombe di Roma
Una domanda che mi fanno sempre è se convenga venire qui piuttosto che andare in una delle catacombe aperte. La risposta breve è che sono cose diverse e che l'ordine giusto è prima le aperte, poi questa. La risposta lunga richiede un confronto.
Le Catacombe di San Callisto, sull'Appia Antica, sono il cimitero ufficiale della Chiesa di Roma del terzo secolo e contengono la cripta dei papi: sono il monumento istituzionale, quello che spiega meglio l'organizzazione della comunità cristiana. Le Catacombe di San Sebastiano, poco più avanti sulla stessa strada, conservano la memoria apostolica con i graffiti dei pellegrini che invocavano Pietro e Paolo, e sono il luogo che ha dato il nome a tutte le altre. Le Catacombe di Priscilla, sulla Salaria, sono il museo della pittura cristiana più antica, con la cosiddetta cappella greca. Le Catacombe di Commodilla, a Garbatella, hanno l'iscrizione in volgare romano più antica che si conosca. L'ipogeo di via Dino Compagni, sulla Latina, è il ciclo pittorico privato più ricco e più strano del sottosuolo romano, con scene pagane accanto a scene bibliche. Il complesso di Generosa, sulla Portuense, è il piccolo cimitero dei martiri dell'ansa del Tevere.
In questo panorama Santa Tecla occupa una casella precisa e insostituibile: è il luogo dei ritratti. Non ha la monumentalità di San Callisto né la ricchezza pittorica di Priscilla, ma custodisce le facce più antiche che si conoscano dei quattro apostoli, e questo non lo ha nessun altro. Se dovessi ordinare le visite per un appassionato che ha una settimana, direi San Callisto, poi Priscilla, poi San Sebastiano, poi via Dino Compagni, e infine Santa Tecla come chiusura: quando arrivate qui avete gli strumenti per capire perché quattro medaglioni di cinquanta centimetri valgono un viaggio. Per orientarvi nell'insieme, la mappa completa del sottosuolo cristiano è nella guida delle Catacombe di Roma, e chi vuole legare il tutto al paesaggio delle vie consolari trova nel Parco dell'Appia Antica e nella chiesa del Domine Quo Vadis il contesto in superficie.
Domande veloci su Catacombe di Santa Tecla
Dove sono esattamente le Catacombe di Santa Tecla?
In via Silvio D'Amico 42, quartiere Ostiense, a Roma, sotto un condominio moderno, a poco più di mezzo chilometro dalla basilica di San Paolo fuori le Mura.
Le Catacombe di Santa Tecla sono aperte al pubblico?
No. Sono un monumento normalmente chiuso, e l'accesso avviene solo con visita speciale autorizzata dalla Pontificia Commissione di Archeologia Sacra. Non esistono biglietteria, orari di apertura o turni a cui presentarsi.
Come si prenota la visita alle Catacombe di Santa Tecla?
Si scrive a protocollo@arcsacra.va indicando i dati anagrafici completi del richiedente o scrivendo su carta intestata dell'istituzione, il motivo della visita, il giorno e l'orario desiderati, il numero dei partecipanti e l'eventuale necessità di una guida in lingua straniera. I telefoni della Commissione sono 06 4465610 e 06 4467601.
Quanto costa visitare le Catacombe di Santa Tecla?
La tariffa indicata per le catacombe aperte su richiesta è di 220,00 euro a gruppo, non a persona, e comprende il fossore e l'archeologo. Per le visite speciali il regolamento prevede un preventivo, quindi l'importo definitivo va confermato con la Commissione.
Quante persone possono entrare insieme nelle Catacombe di Santa Tecla?
Il gruppo non può superare le quindici persone. Il limite è imposto dalla dimensione degli ambienti e non è derogabile.
Con quanto anticipo bisogna scrivere?
Un mese abbondante è la misura giusta. Le richieste vengono evase da un ufficio che gestisce monumenti in più regioni italiane, e proporre due o tre date alternative aumenta molto le probabilità di ottenere l'autorizzazione.
Quanto dura la visita alle Catacombe di Santa Tecla?
Poco meno di un'ora. La durata è contenuta anche per ragioni di conservazione delle pitture restaurate.
Si possono fare fotografie dentro le Catacombe di Santa Tecla?
Solo se autorizzato dalla Pontificia Commissione, e il permesso va chiesto insieme alla visita. Il flash è comunque escluso.
Che cosa si vede di preciso?
La basilica ipogea dei primi del quarto secolo con l'arcosolio della martire, i tre ambulacri disposti a triangolo isoscele, alcune delle ventidue camere sepolcrali, le camere con le sepolture intensive a cappuccina e il cubicolo con le icone degli apostoli.
Perché le Catacombe di Santa Tecla sono famose?
Per il cubicolo dipinto nella seconda metà del quarto secolo in cui il restauro con il laser ha riportato alla luce i volti di Pietro, Paolo, Andrea e Giovanni, considerati le più antiche immagini iconiche conosciute dei quattro apostoli. Quello di Paolo è ritenuto il suo ritratto più antico.
Quando è stato scoperto il volto di san Paolo?
Nel giugno del 2009, durante il restauro laser della volta del cubicolo. Gli altri tre apostoli sono riemersi con il completamento dei lavori nel 2010.
Che tecnica è stata usata per il restauro?
Un laser appositamente modificato, impiegato per la prima volta su pitture catacombali, tarato per aggredire selettivamente lo strato bianco di carbonato di calcio e fermarsi davanti ai pigmenti sottostanti. Il cantiere durò circa due anni.
Chi era santa Tecla?
Non c'è certezza. Una parte degli studiosi la identifica con Tecla di Iconio, la discepola di Paolo degli Acta Pauli et Theclae; un'altra parte, con Umberto Maria Fasola, ritiene si tratti di una martire romana del tempo di Diocleziano. L'unico indizio monumentale è un'iscrizione dal vicino cimitero di Commodilla che ricorda il dies natalis di una Tecla.
Fa freddo dentro le Catacombe di Santa Tecla?
Ci sono quattordici gradi costanti tutto l'anno, con umidità alta. In inverno è tollerabile, in estate la differenza con l'esterno arriva a venti gradi: la felpa è necessaria anche ad agosto.
Sono accessibili in sedia a rotelle?
No. Scala ripida, passaggi stretti, pavimento irregolare e nessun percorso alternativo.
Sono adatte ai bambini?
Dai dieci anni in su, e meglio se hanno già visto qualcosa di archeologico. Sotto quell'età gli spazi angusti e la durata della spiegazione rendono la visita faticosa.
Ci sono servizi igienici o un bookshop?
No. Non essendo un monumento aperto al pubblico, non ha biglietteria, guardaroba, bookshop né servizi per i visitatori. Conviene risolvere prima, in basilica o in un bar della via Ostiense.
Come si arriva alle Catacombe di Santa Tecla con i mezzi pubblici?
Metro B, fermata Basilica San Paolo, e poi circa sette minuti a piedi verso sud. Alla stessa stazione ferma il treno della linea per Ostia. L'autobus 23, tra piazzale Clodio e largo San Leonardo Murialdo, percorre la via Ostiense.
Si può parcheggiare in zona?
Male. Via Silvio D'Amico è una strada residenziale con pochi posti liberi e la via Ostiense è congestionata nelle ore di punta. Meglio la metropolitana.
C'è un modo di entrare senza organizzare un gruppo?
Sì, ma bisogna avere pazienza: le aperture straordinarie. La Giornata delle Catacombe, promossa dalla Pontificia Commissione, apre per un giorno anche i monumenti normalmente chiusi, e Santa Tecla è stata tra questi nell'edizione del 12 ottobre 2024. Le date successive vengono annunciate sul sito dedicato alla Giornata delle Catacombe con poche settimane di preavviso.
I cristiani si nascondevano davvero qui durante le persecuzioni?
No, è una leggenda ottocentesca. Le catacombe erano cimiteri legali e conosciuti, protetti dal diritto romano, e sottoterra non si poteva vivere. La maggior parte delle gallerie che si visitano oggi fu scavata dopo il 313, quando le persecuzioni erano finite.
Che differenza c'è tra le Catacombe di Santa Tecla e quelle di San Callisto?
San Callisto è il grande cimitero ufficiale della Chiesa di Roma, aperto al pubblico, con la cripta dei papi e chilometri di gallerie. Santa Tecla è un complesso piccolo, chiuso, che si visita su richiesta, e il suo primato riguarda i ritratti degli apostoli. Sono complementari, non alternative.
Che cosa sono le sepolture a cappuccina delle Catacombe di Santa Tecla?
Sepolture in cui il corpo, deposto in terra, viene protetto da tegole disposte a doppio spiovente come un piccolo tetto. A Santa Tecla furono accumulate in strati separati da calce fino a riempire dal pavimento al soffitto dodici camere sepolcrali, per un'altezza complessiva di circa cinque metri.
Perché le pitture erano rimaste invisibili per secoli?
Perché l'acqua di infiltrazione aveva depositato sopra di esse una crosta di carbonato di calcio bianca e coprente. Nell'Ottocento Mariano Armellini giudicò quelle pitture le più brutte della Roma sotterranea: guardava il calcare, non l'affresco.
Le Catacombe di Santa Tecla si possono visitare di sera?
No. Le visite si concordano con la Commissione in orari d'ufficio, e il mattino è la fascia in cui è più facile ottenere una data.
Vale la pena visitare le Catacombe di Santa Tecla se ho già visto altre catacombe?
Sì, ed è anzi l'ordine corretto. Chi ha già visto un grande cimitero aperto capisce in pochi secondi che cosa rende speciale questo posto. Chi comincia da qui rischia di uscirne senza avere capito che cosa ha visto.
Chiudo con un'opinione che mi sono fatto scendendo qui più volte. Roma ha una capacità unica di tenere insieme il sublime e l'ordinario senza fare rumore: sopra un condominio con i motorini parcheggiati davanti, sotto la faccia dipinta di un uomo morto duemila anni fa che ancora oggi milioni di persone chiamano per nome. Nessuna delle due cose si vergogna dell'altra. Se riuscite a organizzare il gruppo e a ottenere la data, scendete quei gradini, restate zitti trenta secondi davanti alla parete delle cappuccine e poi alzate gli occhi verso i quattro medaglioni. Vi accorgerete che i volti non vi guardano: guardano al centro, verso il Buon Pastore. Quel dettaglio, che nessuna fotografia restituisce, è la ragione per cui una stanza di due metri per due merita un mese di attesa e una lettera scritta bene.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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