Galleria Spada
La Galleria Spada ha l'ingresso in Piazza Capo di Ferro 13, 00186 Roma, a duecento metri da Campo de' Fiori, e occupa il primo piano del cinquecentesco Palazzo Capodiferro Spada; il resto dell'edificio è sede del Consiglio di Stato. Il biglietto costa 6,00 euro l'intero e 2,00 euro il ridotto, con ingresso gratuito la prima domenica del mese. Gli orari sono 8.30-19.30 tutti i giorni tranne il martedì, giorno di chiusura settimanale: l'ultimo biglietto si stacca alle 19.00 e l'ultimo accesso al Giardino Segreto, dove si trova la Prospettiva del Borromini, è alle 18.30. Il visitatore singolo non ha obbligo di prenotazione e può presentarsi in biglietteria; la prenotazione è invece obbligatoria per i gruppi oltre le sei persone (sabato e domenica esclusi) e per le scolaresche. I biglietti si acquistano anche online sul circuito museiitaliani.it, che però non gestisce la domenica gratuita. Telefono della biglietteria e delle visite guidate +39 06 6832409, indirizzo di posta galleriaspada@artem.org; per la Galleria in quanto istituto il recapito è +39 06 6874896, ga-bor.galleriaspada@cultura.gov.it. Un dettaglio che vale la giornata: il giovedì l'ingresso non avviene da piazza Capo di Ferro ma da vicolo del Polverone 15. Con l'autobus si scende alla fermata Rinascimento (linee 70 direzione Clodio, 492 direzione Cipro, 81 direzione Risorgimento) oppure lungo Corso Vittorio Emanuele (linee 64, 46, 916, 62); la metropolitana non arriva qui, si scende a Termini e si prosegue con il 64 o il 70. A piedi da Campo de' Fiori si imbocca via dei Balestrari, si percorrono cento metri e si gira a sinistra. Mettete in conto un'ora e un quarto per la collezione e il giardino, meno se venite solo per la Prospettiva.
Confronta le esperienze a Roma
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✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
Questa guida fa parte dell'indice dei musei statali di Roma, dove trovate le altre raccolte dello Stato in città divise per quartiere e per tipo di collezione.

Che cosa si visita davvero alla Galleria Spada
Conviene mettere subito in chiaro la geografia, perché qui il malinteso è la regola. Palazzo Spada è un edificio solo, ma dentro ci sono due istituzioni che non si toccano. Al primo piano, nelle quattro sale che guardano il Giardino Grande, c'è il museo: la quadreria del cardinale Bernardino Spada, allestita come nel Seicento, con i quadri appesi su file sovrapposte fino al fregio. Nel resto del palazzo lavora il Consiglio di Stato, la magistratura amministrativa dello Stato italiano, e quelle sale non fanno parte del biglietto ordinario. In mezzo, accessibile a chi paga i sei euro, c'è il Giardino Segreto con la Colonnata illusionistica di Francesco Borromini.
Il percorso della visita è semplice e corto: si entra dal portone, si attraversa il Cortile degli Stucchi, si sale al primo piano per la scala a chiocciola, si percorrono le quattro sale in fila, si ridiscende e si esce nel Giardino Segreto dove aspetta la Prospettiva. Non ci sono deviazioni, non c'è un percorso alternativo, non ci sono sale immersive. È un museo che si vede in un'ora abbondante e che vale ogni minuto.
La mia opinione, che poi argomento per tutta la pagina: la Galleria Spada è il museo statale più sottovalutato del centro storico di Roma. Costa sei euro, non chiede prenotazione, non ha code, contiene un Tiziano giovanile, una Santa Cecilia di Artemisia Gentileschi, la Morte di Didone del Guercino e il ritratto che Guido Reni fece al cardinale committente. Aggiungeteci l'unico capolavoro di illusionismo architettonico che a Roma si può toccare con gli occhi da un metro di distanza. Nella stessa mezz'ora di coda che spendete altrove, qui avete già finito la visita e state bevendo un caffè a Campo de' Fiori.
Come arrivare alla Galleria Spada
A piedi, che è il modo giusto
Siamo nel rione Regola, dentro il quadrilatero compreso fra Campo de' Fiori, piazza Farnese, via Giulia e il lungotevere dei Tebaldi. Da Campo de' Fiori l'indicazione ufficiale della Galleria è la più rapida: si imbocca via dei Balestrari sul lato meridionale della piazza, si percorrono cento metri, si svolta a sinistra e ci si trova in piazza Capo di Ferro davanti alla facciata a stucchi. Sono quattro minuti buoni di cammino, meno se il mercato ha già smontato i banchi.
Da piazza Navona si esce sul lato di Pasquino, si attraversa corso Vittorio Emanuele II e si scende per via del Pellegrino o per via dei Baullari: dieci minuti. Da largo Argentina si prende via dei Giubbonari, la strada dei negozi, e si arriva a Campo de' Fiori in otto minuti. Dal Pantheon sono quindici minuti passando per corso del Rinascimento. Da Trastevere si attraversa il ponte Sisto e si risale per via dei Pettinari e via Capo di Ferro: dodici minuti, ed è il percorso più bello dei tre, perché arriva al palazzo di taglio e la facciata si apre all'improvviso.
Autobus e metropolitana per la Galleria Spada
La metropolitana in questa parte del centro non esiste e non esisterà per anni: la linea C ha il cantiere fermo poco più in là, e le linee A e B passano lontane. Chi arriva a Termini prende il 64 o il 70, che sono le due linee indicate dalla Galleria stessa. Il 70 in direzione Clodio, il 492 in direzione Cipro e l'81 in direzione Risorgimento fermano tutti a Rinascimento, sul lato di piazza Navona: da lì sono sette minuti a piedi. Le linee 64, 46, 916 e 62 fermano lungo corso Vittorio Emanuele II, all'altezza di Sant'Andrea della Valle o del palazzo della Cancelleria, e da entrambe le fermate si scende verso Campo de' Fiori in cinque minuti.
Una raccomandazione che faccio sempre ai gruppi: il 64 è la linea più battuta dai borseggiatori di Roma, perché collega Termini a San Pietro ed è piena di turisti con lo zaino aperto. Tenete il portafoglio davanti e il telefono in tasca chiusa, e scendete un paio di fermate prima se l'autobus è pieno. In automobile non ci si arriva: siamo dentro la zona a traffico limitato del centro storico, e i parcheggi più vicini sono quelli del lungotevere, cari e quasi sempre pieni.
L'ingresso del giovedì: vicolo del Polverone 15
Questo è il dato pratico che manda in tilt più visitatori di qualunque altro. Il giovedì l'accesso alla Galleria Spada non avviene dal portone di piazza Capo di Ferro ma da vicolo del Polverone 15, cioè dal retro del complesso, sul lato opposto rispetto alla facciata monumentale. È un'indicazione che la Galleria pubblica sul proprio sito e che dipende dall'attività istituzionale del Consiglio di Stato, che il giovedì usa gli ingressi principali. Chi arriva di giovedì e trova il portone chiuso pensa che il museo sia chiuso e se ne va: succede regolarmente. Vicolo del Polverone è la stradina che si apre da via Capo di Ferro verso via Giulia, cento metri di cammino in tutto.
Biglietti, orari e prenotazione della Galleria Spada
Quanto costa il biglietto della Galleria Spada
Sei euro l'intero, due euro il ridotto. È uno dei musei statali più economici del centro di Roma e, per quello che contiene, è un prezzo che rasenta il regalo. Il ridotto segue le regole ministeriali ordinarie sui musei dello Stato, quindi conviene presentarsi in biglietteria con il documento che attesta il diritto alla riduzione o alla gratuità. L'ingresso è gratuito per legge per le persone con disabilità e per il loro accompagnatore, come indica la Galleria nella propria pagina sull'accessibilità.
I biglietti si comprano in biglietteria oppure online sul portale museiitaliani.it, il circuito ufficiale del Ministero della cultura. La prevendita online non copre l'apertura gratuita della prima domenica del mese, che si gestisce solo di persona. Per condizioni particolari, tariffe di gruppo e giornate speciali il riferimento resta la pagina biglietti del sito ufficiale della Galleria: quello è il documento che fa fede e che cambia quando cambiano le disposizioni ministeriali.
Gli orari della Galleria Spada e la chiusura del martedì
Apertura dal lunedì alla domenica dalle 8.30 alle 19.30. Chiusura settimanale il martedì. L'ultimo biglietto si vende alle 19.00 e l'ultimo ingresso al Giardino Segreto è alle 18.30. Quest'ultima riga è la più importante di tutte e quasi nessuno la legge: se arrivate alle 18.45 pagate il biglietto, vedete le quattro sale e non vedete la Prospettiva, che è esattamente la ragione per cui la maggior parte dei visitatori entra. Presentatevi entro le 18.15 se venite di sera.
Un orario di apertura alle 8.30 è una rarità fra i musei romani, e va sfruttato. Alle nove del mattino il Cortile degli Stucchi ha la luce radente che accende i bassorilievi del mezzanino, le sale del primo piano sono vuote e nel Giardino Segreto si sta da soli. Nel resto della giornata la Galleria non è mai affollata come i grandi musei, ma la Colonnata è un ambiente stretto: bastano dodici persone davanti al cancello per rovinare l'effetto.
Prenotazione alla Galleria Spada: chi deve e chi non deve
Il visitatore singolo non deve prenotare nulla. Ci si presenta, si paga, si entra. La prenotazione è obbligatoria per i gruppi superiori a sei persone, con l'eccezione del sabato e della domenica, e per le visite scolastiche. Chi vuole essere accompagnato da uno storico dell'arte può rivolgersi al servizio di visite guidate della Galleria, gestito da artem, ai recapiti indicati sopra: è l'unico canale ufficiale, e conviene sentirli con qualche giorno di anticipo perché la disponibilità dipende dal personale interno.
La prima domenica del mese alla Galleria Spada
La prima domenica di ogni mese l'ingresso è gratuito, come in tutti i musei statali italiani. La Galleria avverte però che in quella giornata non si accettano prenotazioni, non si effettuano visite guidate di gruppo e non si ritirano biglietti emessi altrove: si entra e basta, nell'ordine in cui si arriva. Il mio consiglio da professionista è controcorrente: alla Galleria Spada la prima domenica non conviene. Sei euro non sono una cifra che cambia la vita a nessuno, e in cambio di quei sei euro risparmiati vi trovate davanti al cancello della Prospettiva con quaranta persone che aspettano il turno. La Colonnata si guarda in silenzio e da fermi, oppure non si guarda.
Palazzo Capodiferro: il cantiere del 1540
Il cardinale Girolamo Recanati Capodiferro
Il palazzo nasce nel 1540 per volontà del cardinale Girolamo Recanati Capodiferro (1501-1559), prelato della corte di Paolo III Farnese, nunzio in Francia, uomo di curia con ambizioni di rappresentanza e le disponibilità per soddisfarle. Il sito non è casuale: siamo a duecento metri dal cantiere di palazzo Farnese, cioè dal palazzo del papa regnante, e a poco più da via Giulia, l'asse rettilineo che Giulio II aveva fatto tracciare per riorganizzare questa parte della città. Costruire qui, in quegli anni, significava dichiarare la propria appartenenza al cerchio ristretto del potere.
Capodiferro non parte da zero: acquista e ingloba edifici preesistenti, come si faceva sempre a Roma, e li rifonde in un organismo nuovo. La sua morte nel 1559 lascia il palazzo alla famiglia, che lo tiene fino al passaggio decisivo del Seicento. Il cardinale ha lasciato il proprio nome alla piazza, Capo di Ferro, e alla sostanza dell'edificio: la facciata, il cortile e l'impianto planimetrico sono suoi, e sono la ragione per cui questo palazzo si guarda anche da fuori.
Bartolomeo Baronino, l'architetto della Galleria Spada
Il progetto è di Bartolomeo Baronino da Casale Monferrato, architetto piemontese formatosi nell'orbita di Antonio da Sangallo il Giovane, cioè del cantiere più importante della Roma di quegli anni. Baronino è un nome che il grande pubblico non conosce e che gli storici dell'architettura maneggiano con rispetto: la sua carriera romana è breve, il palazzo Capodiferro è la sua opera più significativa, e la qualità delle proporzioni si vede nel cortile, dove i tre ordini sovrapposti reggono senza sforzo un apparato decorativo che in mani meno sicure avrebbe schiacciato tutto.
Giulio Mazzoni e la facciata più ricca del Cinquecento romano
La decorazione è opera di una squadra coordinata da Giulio Mazzoni, piacentino, scultore e stuccatore uscito dalla bottega di Daniele da Volterra. Mazzoni e i suoi lavorano lo stucco come se fosse marmo e coprono la facciata e il cortile con un tessuto continuo di figure, ghirlande, festoni, grottesche e bassorilievi. Il modello dichiarato è il palazzo Branconio dell'Aquila, l'edificio che Raffaello aveva costruito nel Borgo e che fu demolito nel Seicento per fare posto al colonnato di San Pietro: quella facciata perduta rivive qui, filtrata dal manierismo di metà secolo.
La formula che gli storici dell'arte usano per questo fronte è netta: la più ricca facciata del Cinquecento romano. Non è un'iperbole turistica, è una constatazione tecnica. Nessun altro palazzo romano del secolo porta una quantità comparabile di stucco figurato in facciata. Nelle nicchie del piano nobile ci sono otto statue di uomini illustri dell'antichità; fra le finestrelle del mezzanino corrono bassorilievi con scene di significato simbolico; ghirlande di fiori e di frutta incorniciano ogni apertura. È un discorso costruito, non un ornamento.
Gli otto uomini illustri della facciata di Palazzo Spada
Le statue del piano nobile rappresentano Traiano, Pompeo, Fabio Massimo, Romolo, Numa Pompilio, Marco Claudio Marcello, Giulio Cesare e Augusto. Sopra di loro, all'ultimo piano, otto grandi riquadri alternati alle finestre narrano le imprese di ciascuno. È un programma iconografico di committenza, non una collezione di belle figure: il cardinale mette sulla propria casa i fondatori, i legislatori, i generali e i principi di Roma, e chiede al passante di leggere l'accostamento. Nel Cinquecento questo tipo di facciata parlante era un linguaggio corrente, e chi ci passava davanti lo capiva al volo.
Guardatele con calma dalla piazza, meglio la mattina quando il sole le prende di taglio e lo stucco produce ombra. La piazza è stretta e obbliga a inclinare la testa, il che è esattamente l'effetto che Mazzoni cercava: le figure sono modellate per essere viste dal basso, con le proporzioni corrette in altezza.
Il Cortile degli Stucchi della Galleria Spada
Superato il portone si entra nel Cortile degli Stucchi, e qui il discorso della facciata continua verso l'interno. Dodici sculture entro nicchie raccontano il pantheon classico: Ercole, Marte, Venere, Ebe, Giunone, Giove, Proserpina, Minerva, Mercurio, Anfitrite, Nettuno e Plutone. Il passaggio dagli uomini illustri sulla facciata agli dei nel cortile è un crescendo voluto: fuori la storia di Roma, dentro il cielo. Sopra le nicchie corrono festoni, mascheroni, grottesche e riquadri figurati che la luce del cortile modula in continuazione durante la giornata.
Il cortile è anche il punto in cui si comincia a percepire il gioco che verrà. Arrivando dall'ingresso principale, sulla sinistra si apre un vano centrale chiuso da un cancello: quello è il cannocchiale sulla Prospettiva del Borromini, e il colpo d'occhio che si prende da lì è il primo dei tre modi di guardarla. Non affrettatevi: il cortile va percorso lentamente, perché è l'unico ambiente del complesso in cui il Cinquecento di Capodiferro e il Seicento di Spada si vedono nello stesso sguardo.

Il cardinale Bernardino Spada, l'uomo che ha fatto la Galleria Spada
1631: un cardinale bolognese si trasferisce a Roma
Bernardino Spada (1594-1661) è il personaggio decisivo di questa storia. Bolognese, creato cardinale da Urbano VIII, legato pontificio, uomo di gusto raffinato e di curiosità larghissima, si trasferisce a Roma nel 1631 e l'anno dopo, nel 1632, compra il palazzo Capodiferro. Non lo compra per abitarci e basta: lo compra per metterci dentro le proprie raccolte e per trasformarlo in una macchina di rappresentanza aggiornata al gusto barocco. Il Cinquecento di Capodiferro resta in piedi, ma viene reinterpretato.
Bernardino è un collezionista con un criterio, e il criterio si vede ancora oggi camminando nelle quattro sale: pochi nomi, ciascuno rappresentato al proprio livello massimo. Non compra a peso, compra a scelta. È anche un uomo con interessi scientifici veri, e questa è la chiave per capire tutto quello che ha fatto costruire: la prospettiva, l'ottica, la gnomonica, l'astronomia lo appassionano al punto da fargli chiamare a Palazzo Spada i due specialisti più avanzati che Roma aveva in quel momento.
Perché proprio Borromini
Fra il 1632 e i primi anni Cinquanta del Seicento Bernardino Spada affida a Francesco Borromini gli interventi di aggiornamento del palazzo. È una scelta che dice molto del committente: negli stessi anni la Roma dei papi si divide fra i cantieri di Gian Lorenzo Bernini, l'artista di corte, e quelli di Borromini, il ticinese ombroso, geniale, difficile, che lavora sulla geometria e sull'ottica come nessun altro. Chi chiama Borromini sa che cosa sta chiedendo.
Borromini interviene sugli ambienti, sui rivestimenti, sull'articolazione degli spazi. Ma l'opera che ha reso il palazzo celebre nel mondo è una sola, ed è la Colonnata del 1653. È un incarico che nessun altro committente romano aveva pensato di dare: non una facciata, non una cappella, non una scalinata, ma un pezzo di architettura costruito esclusivamente per ingannare l'occhio e per dimostrare una tesi.
Fabrizio Spada, il secondo collezionista della Galleria Spada
La raccolta non si ferma con Bernardino. Il pronipote Fabrizio Spada (1643-1717), anch'egli cardinale e segretario di Stato di Innocenzo XII, prosegue gli acquisti e soprattutto rinnova gli ambienti. È lui che fra il 1698 e il 1699 fa ridecorare la grande sala della quadreria dall'architetto Tommaso Mattei e dal pittore Michelangelo Ricciolini. La collezione che si visita oggi è quindi il prodotto di due generazioni di cardinali con gusti diversi ma con la stessa idea di fondo: la casa deve essere un discorso, e i quadri sono le parole.
La Prospettiva del Borromini: come funziona l'illusione
Arriviamo al motivo per cui la maggior parte dei visitatori compra il biglietto. La Colonnata, che tutti chiamano Prospettiva del Borromini o falsa prospettiva, è un corridoio coperto a botte, fiancheggiato da colonne binate, che si apre sul Giardino Segreto. Costruita nel 1653 su commissione di Bernardino Spada, è il più spettacolare artificio barocco di Roma e uno dei pochissimi al mondo che funzionino ancora perfettamente dopo quasi quattro secoli.

I numeri: otto metri che ne sembrano trentasette
Il dato che circola in tutte le guide e che il Consiglio di Stato riporta sul proprio sito è questo: la galleria misura circa otto metri e appare lunga trentasette. Il valore più preciso che si trova in letteratura per la lunghezza reale è di 8,82 metri. La statua collocata in fondo, che dallo sguardo dell'osservatore sembra un uomo a grandezza naturale, è alta poco più di mezzo metro: la misura tradizionalmente citata è di sessanta centimetri.
Il moltiplicatore è quindi di poco superiore a quattro. Nessun trucco pittorico, nessun dipinto, nessuna proiezione: solo pietra, calce e geometria. La galleria è costruita davvero, e se ci si potesse camminare dentro si arriverebbe in fondo in undici passi. È questa la differenza fra la Prospettiva e le grandi finte architetture dipinte del barocco romano, e la ragione per cui vale il viaggio.
Il pavimento che sale
Il primo dei quattro accorgimenti è sotto i piedi. Il pavimento della galleria non è orizzontale: sale progressivamente dall'ingresso verso il fondo. L'occhio non lo registra perché non ha un termine di paragone, ma la conseguenza è immediata: la linea del suolo, che nella nostra esperienza visiva sale verso l'orizzonte man mano che si allontana, qui sale davvero, e sale più in fretta di quanto farebbe in un corridoio piano. Il cervello legge quella pendenza come distanza.
Le colonne che rimpiccioliscono
Il secondo accorgimento è laterale. Le colonne che fiancheggiano il passaggio diminuiscono di altezza e di diametro procedendo verso il fondo, e insieme a loro si restringe la distanza fra una coppia e l'altra. Quelle vicine all'ingresso sono robuste e alte, quelle in fondo sono piccole. Poiché sappiamo per esperienza che le colonne di un colonnato sono tutte uguali, il cervello interpreta la loro riduzione apparente come effetto della lontananza e allunga lo spazio.
Anche le pareti convergono: la galleria si stringe procedendo verso l'uscita. Sono tre variabili che lavorano nella stessa direzione, e nessuna delle tre da sola basterebbe.
Il soffitto che scende
Il terzo accorgimento è sopra la testa. La volta a botte si abbassa mentre il pavimento sale, e i cassettoni che la scandiscono si rimpiccioliscono in scala. Pavimento in salita e soffitto in discesa formano un cuneo, e il punto in cui i due piani tenderebbero a incontrarsi è il punto di fuga. È la stessa costruzione che un pittore del Quattrocento tracciava sulla tavola con il filo e il chiodo, tradotta in muratura.
Il quarto elemento: il punto di vista obbligato
L'illusione ha una condizione, e la condizione è il vostro corpo. Funziona in modo pieno da un punto solo, quello davanti al cancello, all'altezza dell'occhio di un adulto in piedi. Spostatevi di due metri lateralmente e la magia si sgonfia: si vedono le colonne di misura diversa, si vede la pendenza, si vede il cuneo. È un limite intrinseco a ogni prospettiva centrale costruita, e Borromini lo sapeva benissimo: la galleria è pensata per essere guardata dall'ingresso del cortile, cioè dal punto in cui arrivava l'ospite del cardinale.
Il consiglio operativo, allora, è duplice. Prima guardatela dal punto giusto e godetevi l'inganno. Poi spostatevi di lato di proposito e guardatela di nuovo: vedere la macchina smontata è la seconda metà del piacere, ed è la parte che quasi nessuno si concede perché tutti hanno fretta di fotografare.
Giovanni Maria da Bitonto, il matematico della Prospettiva
Borromini non ha lavorato da solo. Per i calcoli scientifici e matematici fu affiancato dal padre agostiniano Giovanni Maria da Bitonto, e questo è un dato che la Galleria stessa mette per iscritto. Il ruolo del religioso non fu marginale: la costruzione richiedeva di determinare con precisione la progressione delle altezze delle colonne, la pendenza del pavimento, l'abbassamento della volta e la convergenza delle pareti, in modo che tutte le rette proiettate convergessero in un unico punto di fuga. Un errore di pochi centimetri avrebbe reso l'inganno visibile.
È una collaborazione che dice qualcosa sul Seicento romano: l'architetto e il matematico lavorano fianco a fianco, e la frontiera fra arte e scienza in quel decennio semplicemente non esiste. Giovanni Maria da Bitonto ha lasciato poche tracce documentarie ed è ricordato quasi esclusivamente per questo cantiere. Il suo nome merita di essere pronunciato quando si sta davanti al cancello.
La statua del guerriero in fondo alla Prospettiva
La figura che chiude la fuga prospettica, e che sembra un colosso, non è del Seicento. La statua di guerriero fu aggiunta verso la metà dell'Ottocento dal principe Clemente Spada, con quello che la Galleria definisce squisito gusto teatrale. È dunque un ritocco romantico, non un elemento originario, e la sua funzione è precisamente quella di dare all'occhio un termine di paragone falsato: sappiamo quanto è alto un uomo, e quel guerriero ci sembra alto come un uomo perché è collocato nel punto in cui la nostra ragione si aspetta di trovarne uno.
Chi racconta che si tratta di una statua di Marte riferisce una tradizione diffusa ma non documentata dalla Galleria, che parla semplicemente di una statua di guerriero. Il pezzo esposto sul fondale è una copia. La differenza fra le due versioni non cambia l'effetto, ma vale la pena saperlo.
Il bosco dipinto che non c'è più
Prima dell'aggiunta ottocentesca la Colonnata terminava diversamente: la parete di fondo era dipinta a simulare un fitto bosco. L'idea era coerente e a mio parere più raffinata di quella che vediamo oggi: il colonnato sbucava in una macchia verde, il finto motivo vegetale accentuava la profondità e l'occhio non trovava nessuna figura umana con cui misurarsi, quindi lo spazio restava indefinito e ancora più grande. Il guerriero ottocentesco ha reso l'effetto più immediato e più fotografabile, ma ha anche chiuso l'orizzonte.
Che cosa voleva dire il cardinale con la Prospettiva
Bernardino Spada non ha costruito una macchina di intrattenimento. Il senso dell'operazione è dichiarato ed è morale: la grandezza delle cose del mondo è, in realtà, solo apparenza. L'ospite del cardinale attraversava il cortile, vedeva un colonnato monumentale, si avvicinava e scopriva che il colonnato era lungo undici passi e che il gigante in fondo gli arrivava alla vita. In quel momento il messaggio era passato senza bisogno di una parola: i sensi ingannano, la misura delle cose terrene non è quella che sembra, e l'unica grandezza che regge alla verifica è quella spirituale.
È un tema centrale della cultura barocca, condiviso da tutta una generazione di artisti e di committenti che in quegli anni tocca il vertice della propria espressione. Ma io ci leggo anche qualcosa di più laico e di più duraturo, e lo dico senza pretese filologiche: quel corridoio insegna a non fidarsi delle apparenze e a guardare due volte. È un consiglio che funziona ancora, dentro e fuori dai musei.
Dove ci si mette per vedere bene la Prospettiva
Ci sono tre punti di osservazione e sono diversi fra loro. Il primo è il cannocchiale dal cortile: arrivando dal portone principale, sulla sinistra, un'apertura chiusa da un cancello inquadra la galleria di lontano. È l'assaggio, ed è gratuito nel senso che lo si vede attraversando il cortile. Il secondo, quello vero, è l'affaccio dal Giardino Segreto, che si raggiunge con il biglietto: è il punto per cui l'opera è stata calcolata. Il terzo è la finestra della Stanza dell'Aurora, al piano superiore, che guarda dall'alto sulla galleria e che appartiene alla parte del palazzo occupata dal Consiglio di Stato.
Nel Giardino Segreto non si entra dentro la Colonnata: si guarda dalla soglia. Non è una restrizione capricciosa, è l'unico modo per conservare il pavimento in salita e per non far percepire a tutti gli altri visitatori la scala reale dell'ambiente. Chi ci cammina dentro rovina l'illusione a chi guarda.

Altri inganni prospettici a Roma e dintorni
La Prospettiva della Galleria Spada non è un caso isolato: Roma è una città che ha sempre giocato con l'occhio, e ci sono almeno altri quattro luoghi dove l'effetto si prova di persona senza pagare un biglietto. Li metto in fila perché formano un itinerario tematico che consiglio spesso a chi ha già visto le cose obbligatorie.
Via Piccolomini e la cupola che si allontana
È l'illusione più nota della città moderna. Percorrendo via Piccolomini, sul Gianicolo, in direzione della cupola di San Pietro, la cupola sembra rimpicciolire man mano che ci si avvicina e ingrandire quando si retrocede. L'effetto dipende dal rapporto fra la strada, gli edifici che la fiancheggiano e il profilo della collina: allontanandosi, l'occhio perde i riferimenti laterali e la cupola si riappropria della propria scala. Andateci al tramonto, e fatelo in macchina o a piedi ma lentamente.
Il Giardino degli Aranci e lo stesso gioco
Un fenomeno analogo si osserva dal Giardino degli Aranci sull'Aventino, prendendo come riferimento la cupola di San Pietro all'orizzonte. Qui il termine di paragone sono gli alberi del giardino e i tetti che si stendono fra il colle e il Vaticano: cambiando posizione lungo la terrazza, la cupola sembra cambiare misura. A poche decine di metri, il buco della serratura del Priorato di Malta è l'altro celebre esercizio ottico dell'Aventino, ma quello ha ormai una fila che consiglio di evitare nelle ore centrali.
Sant'Ignazio di Loyola: la volta sfondata e la finta cupola
Nella chiesa di Sant'Ignazio di Loyola, a Campo Marzio, si vedono due illusioni nello stesso edificio. Al centro della navata un affresco sfonda il soffitto e apre il cielo sopra la testa; più avanti, sempre guardando in alto, si trova la finta cupola, un dipinto prospettico su tela realizzata al posto della cupola vera, che non fu mai costruita. Anche qui c'è un disco di marmo sul pavimento che segna il punto di vista corretto: mettetevici sopra, e poi spostatevi di dieci passi per vedere la costruzione deformarsi. È lo stesso principio della Galleria Spada applicato alla pittura invece che alla muratura.
La salita che scende fra Ariccia e Rocca di Papa
Fuori Roma, sui Castelli, c'è il tratto di strada che tutti chiamano la salita che scende: un rettilineo dove un veicolo in folle sembra risalire da solo la pendenza. È un'illusione topografica che dipende dal profilo del terreno e dall'assenza di riferimenti orizzontali affidabili. Non ha nulla di misterioso, ma è divertente e i romani ci portano gli ospiti da generazioni.
Il Giardino Segreto della Galleria Spada
Il Giardino Segreto è l'ambiente in cui si affaccia la Colonnata, ed è una parte della visita che molti liquidano in trenta secondi. È un errore. Si tratta di un giardino chiuso di dimensioni contenute, protetto dai muri del complesso, che nella tradizione dei palazzi romani del Cinque e Seicento aveva una funzione precisa: era lo spazio privato del proprietario, il luogo delle piante rare, delle conversazioni riservate e degli oggetti curiosi. Il termine giardino segreto non allude a un mistero, indica una categoria architettonica.
Qui il giardino diventa anche la sala di posa dell'opera di Borromini: la Prospettiva è calcolata per essere vista dalla sua soglia, con la luce che entra dall'alto e che dà al fondo quella qualità di controluce che rende il guerriero ancora più credibile. L'accesso al Giardino Segreto ha un orario proprio, e l'ultimo ingresso è alle 18.30. È inoltre l'unico ambiente del percorso raggiungibile in carrozzina tramite rampa, quindi per un visitatore con difficoltà motorie gravi è la parte fruibile della visita.
Il palazzo ha anche un Giardino Grande, quello su cui si affacciano le quattro sale della collezione. Non fa parte del percorso museale ordinario, ma lo si vede dalle finestre della quadreria, e vale la pena affacciarsi: è il verde privato di un palazzo nobiliare nel pieno del centro storico, una cosa che a Roma resiste in pochissimi luoghi.
Le quattro sale della Galleria Spada, una per una
Il museo è tutto qui: quattro sale in fila al primo piano, verso il Giardino Grande. Non c'è un percorso obbligato con le frecce, non ci sono pannelli didattici invadenti, non ci sono ricostruzioni multimediali. Ci sono i quadri come li aveva appesi il cardinale, i mobili su cui poggiano le sculture antiche, i soffitti dipinti e i fregi. È una delle pochissime quadrerie barocche romane sopravvissute con il proprio allestimento, e questa è la sua qualità principale, prima ancora dei singoli capolavori.
L'allestimento a quadreria: come si guardano queste sale
Prima di entrare bisogna capire la regola del gioco. Nel Seicento i quadri non si appendevano in fila a un metro e sessanta da terra come nei musei moderni: si appendevano su file sovrapposte, cornice contro cornice, dal battiscopa al fregio, con i formati grandi in basso e i piccoli in alto. Il criterio non era cronologico e nemmeno per scuola: era simmetrico e decorativo. Un ritratto trovava posto accanto a una battaglia perché le due tele avevano la stessa misura e facevano equilibrio sulla parete.
Chi entra qui con l'abitudine dei musei ottocenteschi si lamenta: si vede male, i quadri in alto sono lontani, non c'è una didascalia per ciascuno. Chi invece accetta la regola scopre una cosa che nessun altro museo di Roma può dare, e cioè come si presentava davvero una collezione privata nel Seicento. Le opere non erano oggetti isolati da contemplare: erano il rivestimento della stanza, il pensiero del padrone di casa reso visibile. Il mio suggerimento è di guardare prima la parete intera, come un tessuto, e solo dopo i singoli dipinti.
Accanto ai quadri, e questo è l'altro tratto distintivo, ci sono le opere archeologiche disposte all'antica: busti, statue, frammenti, poggiati su sgabelloni seicenteschi in legno decorato o su console tardo barocche intagliate e dorate. Il mobile fa parte dell'opera esattamente come il marmo che sostiene, ed è un allestimento che nel resto d'Europa è quasi scomparso.
Sala I della Galleria Spada: il gran camerone
La prima sala è di origine cinquecentesca e fu rinnovata più volte dal cardinale Bernardino, che vi ricavò dapprima i camerini da verno, cioè l'appartamento invernale, e poi, nel 1653, il gran camerone di rappresentanza. Era conosciuta anche come anticamera nuova o stanza del soffitto azzurro, per via di una tela turchina applicata al soffitto. L'aspetto attuale risale al 1777, quando fu realizzata la decorazione del soffitto a rosette entro cassettoni con lo stemma centrale degli Spada Veralli.
Qui si incontrano subito i due ritratti che raccontano il padrone di casa. Il primo è il Ritratto del cardinale Bernardino Spada di Guido Reni, del 1631: il committente a figura intera, nel rosso della porpora, dipinto dal maggiore classicista bolognese nell'anno stesso del trasferimento a Roma. Il secondo è il Ritratto del cardinale Bernardino Spada del Guercino, coevo, a mezza figura: stesso soggetto, stesso momento, due temperamenti pittorici opposti messi a confronto sulla stessa parete. Reni cerca la nobiltà della forma, Guercino la vibrazione della luce. Averli tutti e due nella stessa stanza è una lezione di storia dell'arte che non richiede spiegazioni.
Completa la galleria dei familiari il Ritratto del cardinale Fabrizio Spada di Sebastiano Ceccarini, del 1754, eseguito postumo. Alle pareti ci sono anche due grandi tele con nature morte e genietti di Onofrio Loth (1714), quattro mitologie di Giuseppe Bartolomeo Chiari (Apollo e Dafne, Latona che trasforma in rane i pastori della Licia, Mercurio affida Bacco alle Ninfe, Bacco e Arianna), quattro vedute di Hendrik Van Lint e quattro battaglie di Jacques Courtois, il pittore franco comtese che a Roma tutti chiamavano il Borgognone e che fece delle mischie di cavalleria un genere di gran moda.
Sala II della Galleria Spada: lo studiolo piccolo e il Tiziano
La seconda sala è un'aggiunta seicentesca verso via Giulia, costruita dal cardinale Bernardino fra il 1636 e il 1637. Nacque come studiolo piccolo, con le pareti rivestite in legno e decorazioni di ambito berniniano, poi rimosse entro il 1759. Il fregio sotto il soffitto conserva figure femminili alate, erme e mascheroni dell'allestimento originario. Una porzione del fregio dipinta su tela riproduce un modello cinquecentesco per un arazzo mai realizzato di Perin del Vaga, il principale allievo di Raffaello; le copie seicentesche sono di Andrea Gennaroli e François Perrier.
Il pezzo per cui questa sala si ricorda è il Ritratto di musico di Tiziano, olio su tela di 99 per 81,8 centimetri, che la Galleria data intorno al 1512-13 e che altri repertori collocano verso il 1515. Rappresenta un suonatore di violone di cui non conosciamo l'identità, colto mentre si volta verso lo spettatore trattenendo con la mano guantata un lungo cartiglio che sporge oltre una balaustra. È un capolavoro giovanile costruito su una gamma ristretta di neri, grigi e bruni, e la sua forza sta tutta nell'atteggiamento naturale e dinamico della figura, che sembra sorpresa un attimo prima di riprendere a suonare.
Va detto con precisione: l'attribuzione a Tiziano è quella accolta oggi dalla Galleria, ma la storia critica di questo dipinto è lunga e discussa, ed è passata anche per altri nomi prima di stabilizzarsi. Chi vuole essere rigoroso lo definisce un capolavoro della prima maturità tizianesca su cui la critica ha lavorato a lungo. Chi si ferma davanti, semplicemente, capisce perché.
Intorno al Tiziano la sala allinea tre tele di Bartolomeo Passerotti del 1570 (il celebre Ritratto di botanico, un ritratto di notabile e un Re David con l'arpa), l'Andata al Calvario di Marco Palmezzano di fine Quattrocento, quattro Scene di favola di Andrea Donducci detto il Mastelletta, la Visitazione di Andrea del Sarto, il Ritratto di papa Giulio III di Girolamo Siciolante da Sermoneta del 1550 circa, un San Cristoforo e San Luca a tempera di Amico Aspertini del 1510 e numerose piccole tavole con Madonne col Bambino di scuola umbra del Cinquecento. Il Ritratto di botanico merita una sosta lunga: è uno dei documenti più interessanti che abbiamo sul rapporto fra pittura e scienza naturale nel tardo Cinquecento bolognese.
Sala III della Galleria Spada: la grande sala della collezione
La terza sala fu concepita nel 1636 dal cardinale Bernardino come ampliamento del palazzo e progettata dall'architetto Paolo Maruscelli proprio per accogliere la raccolta. Fra il 1698 e il 1699 il cardinale Fabrizio la fece rinnovare dall'architetto Tommaso Mattei con le pitture di Michelangelo Ricciolini. Il soffitto porta le Allegorie dei Quattro Continenti, degli Elementi e delle Stagioni, accompagnate da finti bassorilievi monocromi che alludono alla Fortuna e alla Ricchezza; il fregio raffigura trofei, vasi e clipei figurati, e negli sguinci delle finestre corrono le Metamorfosi. È la sala più decorata del percorso e quella in cui l'idea di quadreria si vede meglio.
Il quadro che domina è la Morte di Didone del Guercino, del 1631: la regina di Cartagine abbandonata da Enea si trafigge sulla pira, la sorella Anna accorre, la scena si apre come un fondale teatrale. È un dipinto di grande formato, di forte impianto scenografico, e appartiene al momento in cui Guercino sta lasciando il naturalismo drammatico della giovinezza per una maniera più composta e più classica. Se in questo museo dovessi scegliere un solo quadro davanti a cui restare dieci minuti, sceglierei questo.
Accanto trovate il Festino di Marcantonio e Cleopatra di Francesco Trevisani (1702), la Strage degli Innocenti e il Sacrificio di Ifigenia di Pietro Testa (circa 1640), il Paesaggio con caccia al cinghiale di Nicolò dell'Abate (1550-1560), Le vestali di Ciro Ferri, il Paesaggio con mulini a vento di Jan Brueghel il Vecchio del 1607, il Trionfo del nome di Gesù di Giovan Battista Gaulli detto il Baciccia e, soprattutto, Gli astronomi di Nicolò Tornioli, del 1645 circa.
Su Gli astronomi mi fermo, perché è il quadro che spiega il palazzo. Tornioli, senese, mette in scena un gruppo di uomini di scienza intorno a strumenti e a sfere, in una composizione affollata e discussa: la lettura corrente vi riconosce il confronto fra i sistemi astronomici e le tensioni intellettuali di un'epoca in cui il caso Galileo era ancora una ferita aperta. È un dipinto che nessun altro museo romano possiede, ed è la prova visiva degli interessi scientifici del cardinale Bernardino. Chi entra qui pensando di trovare solo madonne e ritratti si trova davanti alla curiosità del Seicento in persona.
Il Paesaggio con mulini a vento di Jan Brueghel il Vecchio, il grande fiammingo figlio di Pieter Bruegel, è un piccolo formato che va guardato da vicinissimo: la minuzia della pennellata sui rami, sull'acqua e sulle figurette in secondo piano è il motivo per cui a Roma lo chiamavano Brueghel dei velluti.
Sala IV della Galleria Spada: lo studiolo grande e i caravaggeschi
La quarta sala nacque come terrazza negli anni Trenta del Seicento e assunse l'assetto attuale una ventina d'anni dopo, nel 1653, quando Bernardino la trasformò in studiolo grande con una volta a schifo e la allestì subito con le pitture. È la sala della pittura di realtà: caravaggismo italiano e internazionale, scene di genere, nature morte.
Il gruppo più prezioso è quello dei Gentileschi. Di Orazio Gentileschi ci sono il David con la testa di Golia, che le fonti collocano intorno al 1611-16, e una Madonna che allatta il Bambino. Di sua figlia Artemisia Gentileschi c'è la Santa Cecilia, databile intorno al 1620, la santa che suona il liuto con quella concentrazione fisica e assorta che è il marchio della pittrice. Artemisia è oggi il nome più celebre di questo museo, e la sua Santa Cecilia è una delle opere che consiglio di andare a vedere anche a chi non ha tempo per il resto: la torsione del busto, il panneggio giallo, la mano sulle corde valgono la visita.
Di Michelangelo Cerquozzi, romano, ci sono La rivolta di Masaniello e La morte del somaro: il primo è un documento storico oltre che un dipinto, perché racconta la sollevazione napoletana del 1647 quasi in presa diretta. Di Pieter Van Laer, l'olandese che a Roma chiamavano il Bamboccio e che diede il nome ai bamboccianti, ci sono cinque piccoli ottagoni: Assalto alla foresta, Sosta all'osteria, Assalto al cascinale, Naufragio e Notturno. Sono minuscoli e vanno cercati: è pittura di strada, briganti, osterie, fango, l'esatto contrario della retorica ufficiale del secolo.
La pattuglia francese è di primo livello: Valentin de Boulogne con una Sacra Famiglia con San Giovannino, Nicolas Régnier con un David con la testa di Golia, Nicolas Tournier con un San Giovanni Evangelista e Lubin Baugin con una Natura morta con candela del 1630, uno dei vertici della natura morta francese del Seicento, un quadro silenzioso che vale da solo il prezzo del biglietto. Completano la sala opere di Mattia Preti, Bartolomeo Cavarozzi e Orazio Borgianni.
Gli altri nomi della collezione della Galleria Spada
Il catalogo della raccolta è più largo di quello che si vede nelle quattro sale, e comprende opere che nel corso del tempo hanno cambiato collocazione o attribuzione. Fra i nomi documentati nella collezione ci sono un Ritratto di cardinale di Pieter Paul Rubens datato 1605, un Ritratto virile di Hans Dürer del 1511, le Tre teste del Parmigianino (1535-1540), due paesaggi di Salvator Rosa, un Borea rapisce Orizia di Francesco Solimena del 1699 circa e due ritratti di giovane di Annibale Carracci. Compaiono inoltre opere del Domenichino, e la scultura è rappresentata da pezzi di primissimo ordine come una Testa di Laocoonte di Gian Lorenzo Bernini e un Sonno di Alessandro Algardi.
Una precisazione che faccio sempre ai gruppi, perché la domanda arriva puntuale: alla Galleria Spada non c'è un Caravaggio. C'è qualcosa di diverso e per certi versi più raro, cioè una selezione fra le migliori d'Europa di pittori caravaggeschi, italiani, francesi e nordici, riuniti nella stessa sala da un collezionista che li comprava mentre erano vivi. Chi cerca il Merisi in originale deve andare a San Luigi dei Francesi, in Santa Maria del Popolo o a Palazzo Barberini.
I globi di Willem Blaeu e gli strumenti scientifici
Fra i pezzi più affascinanti della raccolta ci sono un globo terrestre e un globo celeste di Willem Janszoon Blaeu, il cartografo e stampatore di Amsterdam che fu allievo di Tycho Brahe e che nella prima metà del Seicento produsse i globi più belli d'Europa. La Galleria li data intorno al 1630; alcuni repertori li collocano più avanti, nei primi decenni del Settecento, quindi conviene prendere la datazione con la prudenza che merita un oggetto di bottega replicato per decenni.
Il globo celeste è quello che va guardato più a lungo: la volta stellata rovesciata, con le costellazioni disegnate come figure mitologiche, era per un uomo del Seicento uno strumento e insieme un'immagine del cosmo. Accanto ai globi la collezione conserva strumenti e oggetti scientifici che documentano gli interessi del cardinale Bernardino per l'astronomia, l'ottica e la misura del tempo. Messi in fila con Gli astronomi di Tornioli e con la Prospettiva di Borromini, questi oggetti compongono un ritratto coerente: Palazzo Spada, a metà Seicento, era anche un laboratorio.

Il Pompeo di Palazzo Spada e la tradizione su Cesare
Nel palazzo si conserva una colossale statua marmorea identificata come Pompeo Magno, ed è l'oggetto intorno al quale ruota la leggenda più famosa dell'edificio. La tradizione vuole che si tratti della statua ai cui piedi cadde Giulio Cesare alle Idi di marzo del 44 avanti Cristo, nella Curia di Pompeo. Su questo bisogna essere chiari: è una tradizione, non un fatto documentato. L'identificazione con la statua del cesaricidio nasce nel Cinquecento, in un ambiente colto e appassionato di antichità che leggeva Plutarco e Svetonio e che cercava nelle rovine i luoghi del racconto. Gli studiosi moderni la considerano una attribuzione erronea. Il marmo resta un ritratto colossale di grande qualità; la sua identità con il Pompeo della Curia appartiene alla storia del mito, non a quella dell'archeologia.
Il ritrovamento del 1552 e la lite fra due case
La vicenda del ritrovamento è uno dei racconti più belli della Roma del Cinquecento, e ha il vantaggio di essere documentato. La statua fu trovata nel 1552 in vicolo dei Leutari, la stradina dietro il palazzo della Cancelleria, sotto il muro di confine fra due case. Il problema fu immediato e squisitamente giuridico: il corpo ricadeva in una proprietà, la testa nell'altra. Ciascuno dei due proprietari rivendicava l'intero.
La soluzione proposta fu quella che oggi definiremmo salomonica e che allora era semplicemente barbara: tagliare la statua in due, dando a ciascuno la propria parte. A quel punto intervenne il cardinale Girolamo Capodiferro, chiamato a dirimere la questione, che perorò la causa del marmo presso papa Giulio III. Il pontefice comprò la scultura, risarcendo entrambe le famiglie, e la donò al cardinale. Ecco perché il Pompeo è finito nel palazzo di piazza Capo di Ferro: perché un prelato ha convinto un papa a pagare per non far decapitare un antico.
Dove si trova oggi il Pompeo
La statua è collocata nel Salone di Pompeo, uno degli ambienti di rappresentanza che il Consiglio di Stato utilizza per l'Adunanza generale e per le sedute. Questo significa una cosa che va detta senza girarci intorno: il Pompeo non fa parte del percorso del biglietto ordinario da sei euro. Chi arriva alla Galleria Spada aspettandosi di trovarselo davanti resta deluso. Lo si vede in occasione delle aperture straordinarie del palazzo e delle visite dedicate agli ambienti istituzionali, che vengono organizzate periodicamente e che si prenotano attraverso i canali della Galleria. Se il Pompeo è la ragione del vostro viaggio, informatevi prima di comprare il biglietto.
La Galleria della Meridiana e la gnomonica catottrica di Emmanuel Maignan
C'è un secondo capolavoro scientifico dentro Palazzo Spada, e quasi nessuno lo conosce perché si trova nell'ala del Consiglio di Stato. È la Galleria della Meridiana, che ospita un orologio solare di tipo catottrico, cioè funzionante per riflessione invece che per proiezione d'ombra. L'opera fu ideata dal matematico e religioso francese padre Emmanuel Maignan, con l'apparato decorativo di Giovanni Battista Magni, su commissione del 1644.
Come funziona una meridiana catottrica
Il principio è ingegnoso e va spiegato bene, perché è la stessa famiglia di problemi su cui lavorava Borromini nella Colonnata. In una meridiana comune uno stilo proietta un'ombra su una superficie graduata, e la posizione dell'ombra dice l'ora. In una meridiana catottrica non c'è ombra: c'è un piccolo specchio collocato sul davanzale o sullo strombo di una finestra, che raccoglie il raggio di sole e lo riflette all'interno della stanza, proiettando un punto luminoso sulla parete e sulla volta. Il punto si muove nel corso della giornata e nel corso dell'anno, e le linee dipinte sull'intonaco lo trasformano in un calendario e in un orologio.
Il risultato è che l'intera parete diventa uno strumento astronomico, e la decorazione pittorica che l'accompagna non è ornamento ma parte della macchina: le figure, i segni zodiacali e le curve tracciate servono a leggere il dato. Maignan, che apparteneva all'ordine dei Minimi ed era arrivato a Roma nel 1636 per insegnare matematica, fu il grande teorico europeo di questa tecnica e le dedicò un trattato in quattro volumi, la Perspectiva horaria, pubblicato a Roma nel 1648.
Perché la Meridiana e la Prospettiva sono la stessa cosa
Il committente delle due opere è lo stesso uomo, e le due date sono vicinissime: la meridiana è del 1644, la Colonnata del 1653. Nel giro di nove anni il cardinale Bernardino Spada fa costruire nella propria casa due macchine ottiche, una che manipola la percezione dello spazio e una che rende visibile il moto del sole. La letteratura scientifica ha messo in relazione i due interventi proprio su questa base: sono due facce della stessa passione per la geometria applicata alla percezione. Chi visita la Galleria pensando di trovare solo un museo di pittura si perde il fatto che questo palazzo, a metà Seicento, era uno dei luoghi in cui la matematica romana si faceva architettura.
Una precisazione utile: Maignan aveva sede al convento della Trinità dei Monti, la casa romana dei Minimi, dove operò per lunghi anni. Le sue meridiane catottriche e le sue anamorfosi sono legate a quell'ambiente, e Palazzo Spada è il luogo in cui il cardinale ne volle una per sé.
Il Consiglio di Stato a Palazzo Spada
Dal 1889 esiste in Italia una giurisdizione amministrativa, e il suo organo di vertice è il Consiglio di Stato. Dal Novecento la sua sede è Palazzo Spada, e questo spiega perché una parte consistente dell'edificio non si visita. Non è un capriccio: dietro quelle porte si tengono udienze e adunanze, e il palazzo è un luogo di lavoro prima che un monumento.
Le sale istituzionali di Palazzo Spada
Vale la pena conoscerne i nomi, perché sono nomi che raccontano gli affreschi che quelle stanze contengono. La Stanza di Enea ospita l'ufficio del Presidente; la Stanza dello Zodiaco è la sala riunioni della Presidenza; il Salone di Pompeo accoglie l'Adunanza generale e le sedute; la Stanza di Callisto è l'anticamera presidenziale; la Stanza dell'Aurora, con il soffitto di Michelangelo Ricciolini che raffigura il carro del Sole preceduto dall'Aurora che mette in fuga la notte, è l'ufficio del Segretario generale ed è la stanza che si affaccia sulla Prospettiva del Borromini; la Stanza delle Porcellane è l'ufficio del Vicepresidente.
Ci sono poi la Galleria degli Stucchi, capolavoro manierista di Giulio Mazzoni con scene tratte dalle Metamorfosi di Ovidio dipinte a olio direttamente sul muro, la Sala delle Quattro Stagioni, anch'essa di Mazzoni, con le divinità stagionali e le allegorie degli elementi, e la già citata Galleria della Meridiana. Il Salone di Pompeo porta grandi quinte architettoniche dipinte che creano effetti illusionistici, e fra le scene compare la Donazione di Costantino: siamo di nuovo nel campo del trompe l'oeil, che in questo palazzo è una ossessione di famiglia.
Si possono visitare le sale del Consiglio di Stato
Non con il biglietto ordinario. L'accesso agli ambienti istituzionali avviene in occasione di aperture straordinarie e di visite guidate dedicate al Palazzo, organizzate periodicamente e sempre su prenotazione. Il canale corretto per informarsi è il servizio visite della Galleria, ai recapiti indicati all'inizio di questa pagina. Consiglio di chiedere con anticipo e di essere flessibili sulle date: la disponibilità dipende dal calendario delle udienze, e un'adunanza generale ha sempre la precedenza su un gruppo di appassionati.
Dallo Stato al museo: come è nata la Galleria Spada che vediamo
Il passaggio allo Stato italiano avviene fra il novembre 1926, quando l'acquisto viene perfezionato, e il 1927, anno di fondazione della Galleria come istituto museale. Lo Stato compra il palazzo con tutti gli arredi e con la collezione, ed è questa la ragione per cui l'insieme è arrivato integro fino a noi: nella stessa stagione, molte quadrerie nobiliari romane venivano smembrate e vendute all'estero pezzo per pezzo.
Il secondo momento decisivo è il dopoguerra. Nel 1948 assume la direzione Federico Zeri, allora giovanissimo e destinato a diventare uno dei più grandi conoscitori di pittura italiana del Novecento. Zeri recupera la maggior parte dei dipinti, che nel frattempo si erano dispersi in vari luoghi, li studia e li rimette al loro posto. La Galleria riapre nel 1951 con un riordino curatoriale che è ancora, in sostanza, quello che si percorre oggi. Chi cammina in queste sale sta camminando dentro un allestimento firmato da Zeri sopra un allestimento pensato da un cardinale del Seicento: due stratificazioni che si rispettano.
La Galleria Spada è oggi un museo statale del Ministero della cultura, inserito nella rete dei musei statali di Roma, e i biglietti passano dal circuito ministeriale museiitaliani.it. È anche uno dei pochi musei statali romani in cui il rapporto fra dimensione e qualità è così sbilanciato a favore della seconda.
Quanto dura la visita alla Galleria Spada
La risposta onesta è che dipende da cosa venite a fare. Se venite per la Prospettiva e basta, in quaranta minuti siete dentro e fuori, cortile compreso. Se volete vedere le quattro sale con un minimo di attenzione, contate un'ora e un quarto. Se siete persone che leggono ogni cartellino, che si fermano davanti al Tornioli e che vogliono capire come è appesa la parete, contate due ore e non sarà tempo sprecato.
La visita non stanca, e questa è una qualità che a Roma vale oro. Le sale sono quattro, il percorso è in piano una volta saliti, non ci sono chilometri di corridoi. È il museo giusto da mettere nel pomeriggio dopo una mattina pesante, o da infilare come primo appuntamento della giornata alle 8.30, quando tutto il resto della città è ancora chiuso.
Accessibilità della Galleria Spada
La Galleria pubblica indicazioni precise, e conviene riportarle senza addolcirle. Il piano terra è accessibile: l'ingresso da piazza Capodiferro è semplice e agevole, il Cortile degli Stucchi si attraversa senza ostacoli, l'accesso al giardino grande è libero da barriere, il bookshop si raggiunge tramite rampa e tramite rampa si accede anche al Giardino Segreto, cioè al punto da cui si guarda la Prospettiva del Borromini.
Il primo piano è il problema. Si raggiunge tramite una scala a chiocciola antica; esiste un piccolo ascensore, ma per arrivarci bisogna superare alcuni gradini. Se la mobilità è completamente impedita o se la carrozzina non si chiude, il primo piano non è accessibile, e il percorso fruibile resta il Giardino Segreto con la Colonnata. La gratuità dell'ingresso per le persone con disabilità e per gli accompagnatori è garantita per legge.
Per i visitatori non vedenti la Galleria ha messo a punto un percorso di visite sensoriali con tavole tattili, oggetti e suoni che permettono di esplorare la collezione barocca e la Prospettiva borrominiana. La prenotazione è obbligatoria presso la biglietteria, martedì escluso, ed è soggetta alla disponibilità del personale interno: chiamate con qualche giorno di anticipo, perché è un servizio che dipende dalle persone e non da un dispositivo.
La Galleria Spada con i bambini
È uno dei musei di Roma che funziona meglio con i bambini, e per una ragione semplice: c'è un trucco da smascherare. Portateli davanti al cancello senza spiegare nulla, chiedete quanto è lungo quel corridoio e quanto è alta quella statua, lasciate che rispondano, e poi date i numeri veri. La reazione è sempre la stessa, e non ho mai visto un bambino annoiarsi in quel momento.
Le quattro sale sono un'altra faccenda: sono stanze di quadri appesi fitti, senza percorsi ludici e senza postazioni interattive. Per bambini sotto i sette anni contate venti minuti al primo piano e poi scendete al giardino. Per i più grandi funzionano bene i piccoli ottagoni di Van Laer, che sono scene di briganti e di osterie e si prestano a essere cercati come in un gioco, e i due globi di Blaeu, che a un ragazzino di dieci anni dicono più di dieci pannelli didattici. La durata contenuta della visita, poi, è il vero alleato di chi viaggia con i figli.
Quando andare alla Galleria Spada
Il momento migliore in assoluto è l'apertura, alle 8.30, in qualunque stagione. Il secondo momento migliore è l'ultima ora e mezza del pomeriggio, tenendo però presente il limite delle 18.30 per il Giardino Segreto. Da evitare, se potete: la prima domenica del mese, i sabati pomeriggio di primavera e i giorni di ponte, quando il centro storico si riempie e anche i musei piccoli si affollano.
Sulle stagioni: la Colonnata dà il meglio con il sole, perché il fondo illuminato è parte integrante dell'effetto, quindi una giornata limpida di ottobre o di marzo è la condizione ideale. In agosto la zona è vuota nelle ore centrali e il palazzo, che ha muri di due metri, è uno dei posti più freschi del rione. In inverno la luce bassa entra di taglio nel cortile e gli stucchi di Mazzoni si vedono meglio che in qualunque altro periodo dell'anno.
Un'annotazione operativa che riguarda il martedì. Il martedì la Galleria è chiusa, ma il rione no: se avete organizzato la giornata in questa zona e ve ne accorgete solo la mattina, spostate la Galleria Spada al giorno dopo e usate il martedì per il Museo Barracco o per Sant'Andrea della Valle, che sono a cinque minuti.

Che cosa c'è intorno alla Galleria Spada
Campo de' Fiori e piazza Farnese
A quattro minuti c'è Campo de' Fiori, con il mercato del mattino e con la statua di Giordano Bruno che segna il punto del rogo del 1600. A due passi, sull'altro lato, si apre piazza Farnese, che è per me la piazza più bella della Roma rinascimentale: il palazzo Farnese, oggi ambasciata di Francia, chiude il lato lungo, e le due vasche di granito egizio provenienti dalle terme di Caracalla fanno da fontane. Le due piazze sono a cinquanta metri l'una dall'altra e hanno temperature opposte: chiassosa la prima, silenziosa la seconda.
Via Giulia e Sant'Eligio degli Orefici
Dietro il palazzo corre via Giulia, la strada rettilinea voluta da Giulio II all'inizio del Cinquecento, con l'arco coperto di edera del palazzo Farnese che la scavalca. Lungo il suo percorso, in una stradina laterale, si trova la chiesa di Sant'Eligio degli Orefici, progettata su disegno di Raffaello: è minuscola, ha orari di apertura limitati e chi riesce a entrarci porta a casa uno dei piccoli spazi centrici più puri del Rinascimento romano. Vale la deviazione anche solo per vedere il fronte dall'esterno.
Il Museo Barracco, Sant'Andrea della Valle e Palazzo Braschi
Risalendo verso corso Vittorio Emanuele II si incontrano tre luoghi che si combinano bene con la Galleria Spada in una mezza giornata. Il Museo Barracco di scultura antica è ospitato nella Piccola Farnesina ed è, come questo, un museo piccolo e di qualità altissima. La basilica di Sant'Andrea della Valle ha la seconda cupola di Roma per dimensioni e l'affresco della volta del Lanfranco. Il Museo di Roma a Palazzo Braschi, verso piazza Navona, racconta la città dal Medioevo in poi e ha una scalinata monumentale che merita da sola la salita.
Piazza Navona e i sotterranei dello Stadio di Domiziano
A dieci minuti c'è piazza Navona, e sotto la piazza si visitano i sotterranei dello Stadio di Domiziano, cioè le strutture che hanno dato alla piazza la sua forma allungata. È un abbinamento che consiglio spesso: dalla geometria illusoria di Borromini alla geometria reale di un impianto sportivo romano, in un quarto d'ora di cammino.
Trastevere a due passi
Dal palazzo si scende per via dei Pettinari, si attraversa il ponte Sisto e in dieci minuti si è a Trastevere. Da lì la basilica di Santa Maria in Trastevere con i suoi mosaici absidali e il Museo di Roma in Trastevere sono a pochi minuti, e chi vuole allungare arriva a Santa Cecilia. È il modo migliore per chiudere il pomeriggio: si esce dalla Prospettiva del Borromini e in un quarto d'ora si è dall'altra parte del fiume, dove il ritmo cambia del tutto.
Una curiosità su Galleria Spada
La curiosità che scelgo non riguarda la Prospettiva, di cui parlano tutti, ma la statua che la chiude. Per due secoli il fondale della Colonnata non ha avuto nessuna statua: al posto del guerriero c'era una parete dipinta a simulare un fitto bosco. Il colonnato di Borromini sbucava dunque in una macchia verde, e l'occhio non trovava alcuna figura umana con cui misurare lo spazio. Il guerriero arriva soltanto verso la metà dell'Ottocento, quando il principe Clemente Spada decide di aggiungerlo con quello che la Galleria stessa definisce squisito gusto teatrale.
Il che significa che la fotografia più celebre di Roma barocca, quella del gigante in fondo al colonnato, è in realtà un'immagine romantica sovrapposta a un'invenzione seicentesca. Un ottocentesco ha capito che all'illusione mancava un attore protagonista e gliel'ha messo. Dal punto di vista dell'effetto immediato aveva ragione: il guerriero fornisce all'occhio un metro di paragone falso e chiude il colpo di teatro con una battuta finale. Dal punto di vista della raffinatezza, secondo me, ci abbiamo perso qualcosa. Il bosco dipinto lasciava la profondità aperta e indefinita, che è la condizione in cui l'illusione lavora meglio, perché il cervello non ha nulla di preciso da verificare.
C'è poi il dettaglio filologico, che vale la pena tenere a mente quando qualcuno vi racconta la storia in modo diverso: la Galleria parla di una statua di guerriero, e quella che si vede oggi sul fondale è una copia. La tradizione popolare la chiama Marte, e il nome ha attecchito a tal punto che lo si legge quasi ovunque. Non è un'identificazione che l'istituto conferma. Sono le stratificazioni che un luogo accumula in quattro secoli: un cardinale che costruisce una lezione morale, un principe che ci aggiunge un finale d'effetto, e la voce dei visitatori che battezza il finale con un nome mitologico.
Una cosa che non ti dice nessuno su Galleria Spada
Il giovedì l'ingresso non è quello che credete. Tutte le indicazioni, tutte le mappe e tutte le guide vi mandano a piazza Capo di Ferro 13, davanti alla facciata a stucchi. Ma di giovedì il portone di rappresentanza è impegnato dall'attività del Consiglio di Stato, e l'accesso alla Galleria avviene da vicolo del Polverone 15, dal lato opposto dell'isolato, in una stradina stretta che chi non è del rione non nota nemmeno. È scritto sul sito della Galleria, in una riga, e non lo legge nessuno. Il risultato è che ogni giovedì c'è qualcuno che arriva davanti al portone chiuso, ne deduce che il museo sia chiuso e se ne va.
La seconda cosa che non vi dice nessuno riguarda l'orario. La Galleria chiude alle 19.30 e l'ultimo biglietto si vende alle 19.00, ma l'ultimo accesso al Giardino Segreto è alle 18.30. Il Giardino Segreto è il luogo da cui si guarda la Prospettiva del Borromini. Tradotto: fra le 18.30 e le 19.00 potete comprare un biglietto valido che non vi darà la cosa per cui siete venuti. Non è una trappola, è semplicemente una sequenza di orari che va letta per intero, e il personale in biglietteria avvisa; ma se arrivate di corsa, trafelati, con il treno che parte, l'avviso lo sentite a metà.
La terza, che è la meno intuitiva: il Pompeo colossale non è compreso nel biglietto. Si trova nel Salone di Pompeo, che è la sala dell'Adunanza generale del Consiglio di Stato, e si vede solo nelle aperture straordinarie. Molti visitatori entrano convinti di trovare la statua di Cesare, girano le quattro sale, non la trovano e se ne vanno pensando di aver sbagliato percorso. Chiedete in biglietteria prima di salire, e regolate le aspettative.
Il consiglio che ti do per visitare Galleria Spada
Il consiglio è di invertire l'ordine della visita. Il percorso naturale porta prima al primo piano, alle quattro sale, e solo alla fine al Giardino Segreto con la Colonnata. Fate il contrario quando è possibile: entrate, attraversate il cortile senza fermarvi, andate diritti alla Prospettiva e guardatela per dieci minuti buoni, da soli o quasi. Poi risalite e prendetevi tutto il tempo che volete davanti ai quadri. Il motivo è pratico: la Colonnata è un ambiente stretto, l'effetto funziona da un punto solo, e bastano dieci persone davanti a voi per trasformare l'esperienza in una fila. I quadri, invece, aspettano.
Il secondo consiglio riguarda il modo di guardarla. Non fotografatela subito. Mettetevi davanti al cancello, in piedi, all'altezza giusta, e restate fermi. Poi abbassatevi fino all'altezza di un bambino e guardate di nuovo: l'illusione si deforma, perché il punto di vista è cambiato in altezza. Poi spostatevi lateralmente di un paio di metri e guardate una terza volta: adesso vedete la macchina, le colonne di misura decrescente, il pavimento in salita, la volta che scende. Tre sguardi, due minuti, e avrete capito la Prospettiva meglio di chiunque l'abbia solo fotografata.
Il terzo consiglio è sull'orario, e lo ripeto perché è quello che cambia davvero la qualità della giornata: venite alle 8.30. La Galleria apre prestissimo per gli standard romani, e alle otto e mezza del mattino il rione della Regola è ancora nelle mani dei fornai e dei negozianti. Si entra in un palazzo silenzioso, si guarda la Colonnata senza nessuno intorno, si esce alle dieci e si ha davanti tutta la giornata. Aggiungo un piccolo suggerimento operativo per chi viaggia in coppia o in famiglia: la biglietteria è piccola, quindi mandate avanti una persona sola a fare il biglietto mentre gli altri guardano gli stucchi del cortile.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Tutti sanno che la Prospettiva è opera di Francesco Borromini. Quasi nessuno pronuncia il nome dell'altro autore. La galleria illusionistica fu progettata con l'assistenza per i calcoli scientifici e matematici del padre agostiniano Giovanni Maria da Bitonto, e questa non è una nota a piè di pagina: è la condizione di esistenza dell'opera. Perché l'inganno funzioni, ogni elemento deve rispettare una progressione esatta. L'altezza e il diametro di ciascuna coppia di colonne, l'interasse fra una coppia e la successiva, la pendenza del pavimento, l'abbassamento della volta, la convergenza delle pareti: tutte queste grandezze devono essere calcolate in modo che le rette proiettate convergano in un unico punto di fuga.
Un errore di pochi centimetri su una sola di queste variabili e l'occhio se ne accorge: la galleria smette di sembrare lunga e diventa un corridoio storto. Non c'è margine di correzione in corso d'opera, perché la struttura è in muratura. Chi ha fatto quei conti nel 1653 lavorava senza strumenti di calcolo, con la geometria di Euclide e la trattatistica prospettica del Rinascimento, e ha consegnato un risultato che dopo quasi quattro secoli funziona ancora esattamente come il primo giorno.
Il fatto che il collaboratore fosse un religioso non è un dettaglio pittoresco. Nella Roma di metà Seicento gli ordini regolari erano i grandi serbatoi di competenza matematica e astronomica della città: i Gesuiti al Collegio Romano, i Minimi alla Trinità dei Monti, gli Agostiniani. Il cardinale Spada, per costruire una macchina ottica, non chiama un ingegnere: chiama un frate che sa fare i conti. È il modo in cui funzionava la scienza applicata di quel secolo, e Palazzo Spada ne è la dimostrazione costruita.
La foto giusta da fare a Galleria Spada
La fotografia ovvia è quella frontale della Colonnata, dal Giardino Segreto, con il guerriero al centro del punto di fuga. Fatela, perché è bella e perché è la ragione per cui siete lì. Ma fatela bene: mettetevi esattamente sull'asse, all'altezza dell'occhio di un adulto in piedi, e non usate il grandangolo. Il grandangolo è il nemico numero uno di questa fotografia: allarga le linee laterali, esagera la fuga e trasforma un'illusione calibrata in una deformazione da obiettivo. Con un teleobiettivo moderato, o con il semplice modulo standard di un telefono, il risultato è molto più vicino a quello che vede l'occhio.
La fotografia che invece consiglio davvero, e che quasi nessuno fa, è la coppia: uno scatto frontale dall'asse e uno scatto dallo stesso punto ma spostato lateralmente di due metri. Messe una accanto all'altra, le due immagini raccontano l'intero meccanismo senza bisogno di una parola: nella prima il colonnato è monumentale, nella seconda si vedono le colonne che rimpiccioliscono e il pavimento che sale. È il modo migliore per far capire a chi non c'è stato che cosa avete visto.
Fuori dalla Colonnata ci sono altri due soggetti che valgono. Il primo è il Cortile degli Stucchi preso di taglio nella luce del mattino, quando le nicchie con gli dei producono ombra e il rilievo si stacca. Il secondo è il cannocchiale dal cortile: l'apertura chiusa dal cancello che inquadra la galleria da lontano, con il buio del passaggio intorno e la luce in fondo. È una fotografia più difficile perché il contrasto è forte, ma se la esponete sul fondo chiaro e lasciate la cornice in ombra ottenete l'immagine più elegante che si possa portare via da questo palazzo. Ricordate solo, in tutte e tre le situazioni, di verificare in biglietteria le regole in vigore su treppiedi e uso professionale delle immagini.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il primo avvenimento è del 1552 e riguarda il ritrovamento del colosso di Pompeo in vicolo dei Leutari, sotto il muro di confine fra due case. Due proprietari, una statua, una soluzione proposta che prevedeva di tagliarla in due. L'intervento del cardinale Girolamo Capodiferro presso papa Giulio III salva il marmo: il pontefice lo acquista e lo dona al cardinale. È il primo episodio documentato in cui questo palazzo entra nella storia dell'antiquaria romana, ed è anche una piccola lezione su come nel Cinquecento si risolvevano i conflitti fra proprietà privata e patrimonio.
Il secondo è del 1632: il cardinale Bernardino Spada compra il palazzo dai Capodiferro. Da quel momento l'edificio cambia funzione. Non è più solo una dimora di rappresentanza cinquecentesca, diventa il contenitore di una collezione e il laboratorio di un uomo con interessi scientifici. Nel 1644 arriva la meridiana catottrica di padre Emmanuel Maignan; nel 1653 viene costruita la Colonnata di Borromini, in un solo cantiere e in tempi rapidissimi. Nove anni, due macchine ottiche, un solo committente.
Il terzo avvenimento è del 1698-99, quando il cardinale Fabrizio Spada fa rinnovare la grande sala della quadreria da Tommaso Mattei e Michelangelo Ricciolini: è il momento in cui la collezione assume l'assetto barocco maturo che ancora si percorre. Nel 1777 viene rifatto il soffitto della prima sala con lo stemma Spada Veralli.
Il quarto è del novembre 1926, quando lo Stato italiano acquista il palazzo con gli arredi e la collezione dagli eredi Spada Veralli; la Galleria come istituto museale nasce nel 1927. È l'atto che ha impedito la dispersione della raccolta in un momento in cui il mercato internazionale stava svuotando le quadrerie romane. Il quinto e ultimo è del 1948: Federico Zeri assume la direzione, recupera i dipinti che si erano dispersi in vari luoghi e riporta il museo alla sua forma; la riapertura è del 1951. Da quel riordino discende, in sostanza, la Galleria che si visita oggi.
Chi è passato da Galleria Spada
Il primo nome è quello di Francesco Borromini (1599-1667), il ticinese che di questo palazzo ha fatto il proprio manifesto ottico. Non è un passaggio occasionale: qui ha cantierato, misurato, corretto, e ha lasciato l'opera che più di ogni altra dimostra che cosa intendesse per architettura. Accanto a lui c'è il padre agostiniano Giovanni Maria da Bitonto, matematico, di cui sappiamo poco e a cui dobbiamo i calcoli della Colonnata.
Prima di loro erano passati gli uomini del Cinquecento: Bartolomeo Baronino da Casale Monferrato, l'architetto che ha disegnato il palazzo nel 1540 nell'orbita del cantiere sangallesco, e Giulio Mazzoni, il piacentino uscito dalla bottega di Daniele da Volterra che ha coperto facciata e cortile con la più ricca decorazione a stucco del secolo a Roma. Nel Seicento arrivano l'architetto Paolo Maruscelli, che progetta l'ampliamento del 1636 per ospitare la collezione, e il matematico francese padre Emmanuel Maignan (1601-1676), dei Minimi, che nel 1644 realizza la meridiana catottrica con la decorazione di Giovanni Battista Magni.
Fra i pittori, Guido Reni e il Guercino ritraggono il cardinale Bernardino Spada nel 1631, e i due ritratti sono ancora appesi nella prima sala. A fine secolo tocca a Tommaso Mattei e Michelangelo Ricciolini rinnovare gli ambienti per il cardinale Fabrizio. Nell'Ottocento passa di qui il principe Clemente Spada, che aggiunge la statua di guerriero in fondo alla Prospettiva.
Il nome del Novecento è quello di Federico Zeri (1921-1998), fra i massimi conoscitori di pittura italiana, che nel 1948 diventa direttore della Galleria a poco più di vent'anni, recupera i dipinti dispersi e firma il riordino con cui il museo riapre nel 1951. Chi cammina oggi in queste quattro sale segue, senza saperlo, l'ordine che Zeri ha stabilito. E infine ci sono i due cardinali senza i quali non ci sarebbe nulla di tutto questo: Girolamo Recanati Capodiferro, che ha costruito la casa, e Bernardino Spada, che l'ha riempita e le ha dato un'idea.
Domande veloci su Galleria Spada
Quanto costa il biglietto della Galleria Spada
Sei euro l'intero e due euro il ridotto. L'ingresso è gratuito la prima domenica del mese e, per legge, per le persone con disabilità e per il loro accompagnatore.
Quali sono gli orari della Galleria Spada
Dal lunedì alla domenica dalle 8.30 alle 19.30. L'ultimo biglietto si vende alle 19.00 e l'ultimo accesso al Giardino Segreto, dove si trova la Prospettiva, è alle 18.30.
Che giorno chiude la Galleria Spada
Il martedì. È l'unico giorno di chiusura settimanale, e vale tutto l'anno.
Serve prenotare per visitare la Galleria Spada
No, il visitatore singolo non ha obbligo di prenotazione. La prenotazione è obbligatoria per i gruppi oltre le sei persone, con l'eccezione del sabato e della domenica, e per le scolaresche.
Dove si comprano i biglietti della Galleria Spada
In biglietteria all'ingresso oppure online sul portale ministeriale museiitaliani.it. La prima domenica gratuita non passa dalla prevendita online.
Dove si trova esattamente la Galleria Spada
In piazza Capo di Ferro 13, nel rione Regola, a quattro minuti a piedi da Campo de' Fiori e a due passi da piazza Farnese e via Giulia.
È vero che il giovedì si entra da un altro ingresso
Sì. Il giovedì l'accesso avviene da vicolo del Polverone 15 e non da piazza Capo di Ferro. È l'informazione pratica più utile di tutta questa pagina.
Quanto dura la visita alla Galleria Spada
Quaranta minuti se venite solo per la Prospettiva, un'ora e un quarto per una visita completa delle quattro sale, due ore se leggete tutto e vi fermate davanti ai quadri principali.
Quanto è lunga davvero la Prospettiva del Borromini
Circa otto metri, con il valore più preciso indicato in letteratura pari a 8,82 metri, ma appare lunga trentasette. La statua in fondo, che sembra a grandezza naturale, è alta poco più di mezzo metro.
Come funziona l'illusione della Prospettiva del Borromini
Il pavimento sale, il soffitto scende, le colonne diminuiscono di altezza e di diametro e le pareti convergono. Tutti i piani puntano a un unico punto di fuga, e l'occhio interpreta la riduzione come distanza.
Si può camminare dentro la Prospettiva del Borromini
No. La si guarda dalla soglia, dal Giardino Segreto. Entrarci rovinerebbe l'illusione per tutti gli altri e comprometterebbe il pavimento inclinato.
La Prospettiva si vede sempre o solo a certi orari
Si vede durante l'orario di apertura, all'interno del percorso di visita, tenendo presente che l'ultimo accesso al Giardino Segreto è alle 18.30. Un colpo d'occhio parziale si ha anche dal cortile, attraverso il cancello.
Alla Galleria Spada c'è un Caravaggio
No. C'è una selezione di pittori caravaggeschi italiani, francesi e nordici, fra cui Valentin de Boulogne, Nicolas Régnier, Nicolas Tournier e Pieter Van Laer, ma non un'opera del Merisi.
Quali sono le opere più importanti della Galleria Spada
Il Ritratto di musico di Tiziano, la Morte di Didone del Guercino, la Santa Cecilia di Artemisia Gentileschi, il David con la testa di Golia di Orazio Gentileschi, il Ritratto del cardinale Bernardino Spada di Guido Reni, Gli astronomi di Nicolò Tornioli e la Natura morta con candela di Lubin Baugin.
Si vede la statua di Pompeo con il biglietto ordinario
No. Il colosso è nel Salone di Pompeo, sala di Adunanza generale del Consiglio di Stato, e si vede solo nelle aperture straordinarie e nelle visite dedicate al Palazzo, su prenotazione.
È vero che Cesare cadde ai piedi di quella statua
È una tradizione nata nel Cinquecento, non un fatto documentato. Gli studiosi moderni considerano erronea l'identificazione con la statua della Curia di Pompeo.
La Galleria Spada è accessibile in sedia a rotelle
Il piano terra sì: ingresso, Cortile degli Stucchi, bookshop e Giardino Segreto con la Prospettiva si raggiungono senza ostacoli, gli ultimi due tramite rampa. Il primo piano si raggiunge solo per scala a chiocciola o per un piccolo ascensore preceduto da alcuni gradini, quindi non è accessibile a chi ha mobilità completamente impedita.
Ci sono percorsi per visitatori non vedenti
Sì, la Galleria propone visite sensoriali con tavole tattili, oggetti e suoni, dedicate anche alla Prospettiva borrominiana. La prenotazione è obbligatoria presso la biglietteria, martedì escluso, e dipende dalla disponibilità del personale.
La Galleria Spada è adatta ai bambini
Molto, grazie alla Prospettiva, che è un trucco da smascherare. Le quattro sale interessano meno i più piccoli: contate venti minuti al primo piano e poi scendete al giardino.
Si possono fare fotografie alla Galleria Spada
La fotografia amatoriale senza flash è la prassi nei musei statali, ma treppiedi, luci e riprese professionali seguono regole specifiche: chiedete in biglietteria prima di iniziare.
Si possono visitare le sale del Consiglio di Stato
Non con il biglietto ordinario. Gli ambienti istituzionali si visitano in occasione di aperture straordinarie e visite guidate al Palazzo, su prenotazione tramite il servizio visite della Galleria.
Come si arriva alla Galleria Spada con i mezzi
Autobus 70 direzione Clodio, 492 direzione Cipro e 81 direzione Risorgimento fino alla fermata Rinascimento; oppure 64, 46, 916 e 62 lungo corso Vittorio Emanuele II. Da Termini si prende il 64 o il 70. La metropolitana non arriva in questa zona.
Conviene andare la prima domenica del mese
Secondo me no. Si risparmiano sei euro e si perde il silenzio davanti alla Colonnata, che è il vero valore della visita. In quella giornata inoltre non si accettano prenotazioni né visite guidate di gruppo.
Che differenza c'è fra Galleria Spada e Galleria Borghese
Sono due mondi. La Galleria Borghese è una collezione principesca con Bernini e Caravaggio, richiede prenotazione a fascia oraria e un viaggio fino a Villa Borghese. La Galleria Spada è piccola, centrale, senza coda, costa un quarto e conserva un allestimento seicentesco che a Villa Borghese non esiste più.
Che cosa si può abbinare alla Galleria Spada in mezza giornata
Campo de' Fiori e piazza Farnese a quattro minuti, via Giulia e Sant'Eligio degli Orefici sul retro, il Museo Barracco e Sant'Andrea della Valle verso corso Vittorio, piazza Navona a dieci minuti e Trastevere oltre ponte Sisto. Chi vuole restare sui palazzi barocchi trova a venti minuti Palazzo Barberini.
Qual è il momento migliore per visitare la Galleria Spada
L'apertura delle 8.30, in qualunque stagione, con una giornata di sole: la Colonnata dà il meglio quando il fondo è illuminato, e il cortile del mattino è il momento in cui gli stucchi di Mazzoni si leggono meglio.
Il mio consiglio finale
Accompagno gruppi in questa città da vent'anni e ci sono due o tre luoghi che continuo a proporre anche a chi ha già visto tutto. La Galleria Spada è il primo della lista, e non per la collezione, che pure è di qualità altissima. È perché in nessun altro punto di Roma si tocca con gli occhi il momento esatto in cui un'idea diventa muratura. Otto metri costruiti per sembrarne trentasette, con un frate matematico che fa i conti e un architetto che li traduce in pietra, e in fondo un messaggio che il committente voleva chiaro: quello che vedete non è quello che è.
Andateci presto, restate fermi davanti al cancello più a lungo di quanto vi sembri necessario, e prima di uscire spostatevi di lato per vedere il trucco a nudo. Poi salite alle quattro sale, guardate la parete prima dei singoli quadri, e trovate la Santa Cecilia di Artemisia. Sei euro, un'ora e un quarto, nessuna coda. Se dovessi indicare il miglior rapporto fra quello che si paga e quello che si porta a casa in tutto il centro storico di Roma, indicherei questo portone in piazza Capo di Ferro.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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