Santuario di Giunone Sospita a Lanuvio

Ci sono luoghi archeologici che si impongono da soli, con la massa e l'evidenza: ci arrivi, alzi gli occhi e capisci tutto in tre secondi. E poi ci sono luoghi come questo, che chiedono qualcosa in cambio. Chiedono che tu sappia. Chiedono che tu ti fermi davanti a un muro reticolato mezzo mangiato dai rovi e sia capace di vederci sopra due piani di portico con le volte rivestite di mosaico, e sotto una collina che nel IX secolo avanti Cristo era un villaggio di capanne, e dentro una galleria buia dove per secoli una ragazza è entrata al buio con una focaccia in mano sperando che un serpente gliela mangiasse.

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Musei Vaticani e Cappella Sistina✦ Vai all'apertura

Musei Vaticani e Cappella Sistina

Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.

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Tour a piedi✦ Il classico

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Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.

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Galleria Borghese✦ Prenotazione obbligatoria

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Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.

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Colosseo, Foro e Palatino✦ Va a ruba

Colosseo, Foro e Palatino

L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...

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Tour in golf cart✦ Poco cammino

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Bar hopping e vita notturna✦ Dopo le 21

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Vespa e Ape Calessino✦ Foto garantite

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In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.

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Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.

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Corsi di cucina✦ Si mangia alla fine

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Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.

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Degustazioni di vino✦ Anche in città

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Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana✦ Patrimonio UNESCO

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Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.

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Catacombe e Appia Antica✦ Sottoterra

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Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.

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Colosseo: sotterranei e arena✦ Accesso limitato

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Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.

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Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.

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Io questo posto lo amo esattamente per quello. Perché non ti regala niente e ti restituisce tutto. Perché è il santuario più antico e più famoso del Lazio antico dopo quello di Diana a Nemi e quello di Giove Laziale sul Monte Cavo, e perché ci si arriva in cinquanta minuti d'auto da Roma senza incontrare una fila, un tornello, un gruppo con l'ombrellino. Perché la dea che ci abitava — Iuno Sospita Mater Regina, sigla I.S.M.R. che ancora oggi campeggia nello stemma del Comune di Lanuvio — è una delle divinità più strane e più antiche d'Italia: una Giunone armata, con una pelle di capra in testa, le corna, uno scudo piccolo, una lancia in pugno e scarpe con la punta all'insù. Non è la matrona seduta e composta del Campidoglio. È qualcosa di molto più vecchio, di molto più ruvido, di molto più interessante.

In questa guida vi porto dentro la storia di questa collina, di questo culto e di queste rovine con la calma che meritano. Vi racconto il trattato del 338 avanti Cristo che rese il santuario comproprietà di Lanuvio e di Roma, il serpente nella grotta e la ragazza con la focaccia, i prodigi che Tito Livio registra con puntualità maniacale ogni volta che a Lanuvio succede qualcosa di strano, Cicerone che difende un lanuvino e ne cita un altro, Milone che quel giorno di gennaio del 52 avanti Cristo stava andando proprio qui a nominare un sacerdote e sulla via Appia incontrò Clodio. E poi vi dico che cosa si vede oggi, come ci si arriva, che cosa si può visitare liberamente e che cosa invece va chiesto in anticipo.

Dove si trova e che cosa è davvero il Santuario di Giunone Sospita a Lanuvio

Partiamo dalla geografia, perché qui la geografia è già mezza spiegazione. Lanuvio sta a circa trentatré chilometri a sud-est di Roma, sui Colli Albani, poco a sud-ovest della via Appia, su un colle isolato che si stacca dalla massa vulcanica albana e si protende verso la pianura pontina e verso il mare. Da lassù, nelle giornate pulite di tramontana, si vede il Circeo che galleggia sull'orizzonte come un'isola, si vedono le Ponziane, si vede la linea del litorale da Anzio in giù. Non è un dettaglio pittoresco: è la ragione per cui questo posto è diventato sacro. Una collina che domina la pianura e guarda il mare, in età del Ferro, è un punto di controllo, un punto di riferimento per chi naviga sottocosta e un punto di raccolta per chi coltiva sotto. Il sacro, nel Lazio antico, nasce quasi sempre esattamente lì.

Il Santuario di Giunone Sospita a Lanuvio occupava il versante sud-occidentale del Colle San Lorenzo, la collina che sta immediatamente a nord del centro storico. Non era un tempio isolato in mezzo a un prato, come tendiamo a immaginare i templi antichi grazie a due secoli di incisioni romantiche. Era un complesso monumentale a terrazze, sostenuto da muraglioni, articolato su più livelli, con un portico lunghissimo che seguiva la curva naturale del colle, un ninfeo, una cisterna, un sistema di cunicoli, una serie di ambienti voltati che con ogni probabilità servivano a vendere gli ex voto ai pellegrini. Insomma: un santuario laziale di tipo ellenistico, della stessa famiglia di Palestrina, di Tivoli, di Terracina. Con la differenza che qui il culto era già vecchio di quattro secoli quando l'architettura a terrazze arrivò a vestirlo.

Perché il nome corretto è Santuario di Giunone Sospita a Lanuvio e non "tempio"

Sui cartelli, nei libri e nella lingua parlata trovate indifferentemente "tempio di Giunone Sospita" e "santuario di Giunone Sospita". Non sono sinonimi e la distinzione è utile. Il tempio è l'edificio: la cella, il podio, le colonne, il tetto con le terrecotte. Il santuario è tutto il resto: il recinto sacro, le terrazze, i portici, gli altari all'aperto, il bosco, la grotta, gli spazi per i pellegrini, i magazzini, il tesoro. Nel caso di Lanuvio il tempio è una parte piccola — e oggi, paradossalmente, quella meno visibile — di un insieme molto più grande. Chiamarlo Santuario di Giunone Sospita a Lanuvio è più preciso e vi aiuta a leggere quello che avete davanti quando arrivate: perché quello che vedrete non è un tempio, sono i muri di sostegno e di servizio di un santuario.

Il Colle San Lorenzo, la collina che ospita il Santuario di Giunone Sospita a Lanuvio

Il Colle San Lorenzo prende il nome da una chiesetta che i monaci benedettini di Roma vi costruirono nel XII secolo, dedicata al loro martire Lorenzo. Quella chiesetta non c'è più: l'hanno distrutta i bombardamenti dell'ultima guerra, che a Lanuvio furono durissimi perché il paese si trovava in posizione strategica rispetto allo sbarco alleato di Anzio. Ma il nome è rimasto, ed è uno di quei nomi stratificati che raccontano da soli tremila anni di storia. Perché quella chiesetta medievale era stata costruita sopra il ninfeo del santuario romano, e il ninfeo romano stava sopra il versante di una collina che era stata prima acropoli e prima ancora villaggio.

Le indagini archeologiche hanno documentato che il colle fu abitato a partire dall'età del Ferro, nel IX secolo avanti Cristo, sotto forma di villaggio di capanne. Le campagne di scavo dirette dal professor Fausto Zevi della Sapienza nel settembre 2006 e nel settembre 2008 hanno restituito, sotto la cella del tempio, incisi direttamente nel banco tufaceo e al di sotto degli strati di età arcaica, i solchi di fondazione di una capanna databile proprio al IX secolo avanti Cristo, e corredi funerari dell'VIII. È un dato che vale più di mille discorsi: sotto il pavimento del tempio della dea c'era una capanna e c'erano tombe. Il luogo di culto non è nato a caso: è nato dove la comunità aveva le proprie radici materiali, le proprie case e i propri morti.

Dal villaggio all'acropoli

A partire dalla fine del VII secolo avanti Cristo il colle si trasforma. Il villaggio sparso lascia il posto a un'acropoli fortificata, cioè al nucleo alto e difeso di una città vera. Lanuvium nasce così, con lo stesso meccanismo con cui nascono nello stesso periodo tutte le città del Latium vetus: sinecismo, cioè la fusione di villaggi in un centro unico, e monumentalizzazione del culto principale. Le indagini hanno confermato che l'acropoli era fortificata e che vi si accedeva attraverso porte urbiche. Il collega Pino Chiarucci, che a Lanuvio ha dedicato un libro fondamentale intitolato semplicemente Lanuvium, ha sottolineato come il colle fosse attraversato da un asse viario con direzione nord-sud che tagliava tutta la città antica.

Chi era davvero la dea del Santuario di Giunone Sospita a Lanuvio

Iuno Sospita. L'aggettivo latino sospes, da cui sospita, significa "salvo", "incolume", e per estensione "colei che salva", "propizia", "salvatrice". Nella forma epigrafica ufficiale la dea di Lanuvio si chiama Iuno Sospita Mater Regina: Giunone Salvatrice Madre Regina. Tre epiteti in fila, e ciascuno indica una funzione diversa. Salvatrice è la funzione militare e protettiva: la dea che difende la comunità con le armi. Madre è la funzione fertilistica: la dea che fa nascere i figli, i vitelli, il grano. Regina è la funzione sovrana: la dea che è titolare della città, che ne garantisce l'ordine politico. Georges Dumézil ci ha costruito sopra un intero capitolo della sua ricostruzione della ideologia trifunzionale indoeuropea, e a Lanuvio la trovate scritta in tre parole sopra la porta.

Lo stemma del Comune di Lanuvio riproduce ancora oggi l'immagine della dea, accompagnata in esergo dalla sigla I.S.M.R., cioè Iuno Sospita Mater Regina. Il gonfalone porta un drappo azzurro con lo stemma e l'iscrizione Città di Lanuvio, S.P.Q.L. Mi diverte molto pensare che un comune di poco meno di tredicimila abitanti del Lazio si porti in giro sul gonfalone il senato e il popolo di sé stesso e una dea armata con la pelle di capra in testa. Non è folklore: è memoria lunghissima e perfettamente cosciente.

Una Giunone diversa da quella del Campidoglio

Il punto che voglio farvi capire è che la Giunone di Lanuvio non è la Giunone che avete in mente. La Giunone capitolina, quella della triade con Giove e Minerva, è una regina in trono, matronale, con il diadema. La Giunone di Lanuvio è una divinità armata, arcaica, in movimento, con attributi che a un occhio greco sarebbero sembrati barbarici. Cicerone lo dice in modo esplicito e persino un po' snob, per bocca del personaggio di Cotta nel primo libro del De natura deorum: "Ergo alia species Iunonis Argivis, alia Lanuinis", cioè "gli Argivi hanno dunque un'immagine di Giunone, i Lanuvini un'altra". Per un romano colto del I secolo avanti Cristo, la Giunone di Lanuvio era già un'anomalia da spiegare.

Il primo febbraio, giorno della dea

Il dies natalis di Giunone Sospita, cioè l'anniversario della dedicazione del suo tempio e la sua festa principale, cadeva il primo febbraio. Non è una data neutra. Febbraio, nel calendario romano arcaico, era il mese della purificazione — februae sono appunto i riti di espiazione — e nell'ordinamento più antico era l'ultimo mese dell'anno, quello che ripuliva la comunità da tutto il sudiciume rituale accumulato per poi consegnarla al primo marzo, capodanno. Che la dea salvatrice e madre avesse la sua festa il primo giorno di quel mese è coerentissimo. E vedrete fra poco che quella data ha una conseguenza storica molto concreta, perché è per andare a nominare un sacerdote in vista di quella festa che un certo Milone si mise in strada sulla via Appia in un giorno di gennaio destinato a diventare famoso.

La pelle di capra e la lancia: l'iconografia della dea del Santuario di Giunone Sospita a Lanuvio

Qui abbiamo la fortuna rarissima di possedere una descrizione antica precisa, quasi da scheda di catalogo. È sempre Cicerone, De natura deorum I, 82, e vale la pena leggerla in latino perché è una frase perfetta: "Quam tu numquam ne in somnis quidem vides nisi cum pelle caprina, cum hasta, cum scutulo, cum calceolis repandis". Traduco: "quella tua Sospita che tu non vedi mai, nemmeno in sogno, se non con la pelle di capra, con la lancia, con il piccolo scudo e con le scarpette dalla punta ricurva".

Quattro attributi, quattro indizi. Vediamoli uno per uno, perché ciascuno racconta qualcosa.

La pelle di capra

La pellis caprina non è un mantello elegante: è la pelle intera dell'animale, con la testa che fa da copricapo e le corna che restano attaccate, indossata in modo che il muso ricada sulla fronte della dea e le zampe si annodino sul petto. È esattamente il modo in cui i Greci rappresentavano l'egida di Atena, ed è probabile che una parte della somiglianza sia dovuta a contaminazione. Ma la capra, nel Lazio, ha un valore suo. È l'animale della fecondità per eccellenza, quello dei Lupercali romani, dove le strisce di pelle di capro — il februum, anche detto amiculus Iunonis, "mantelluccio di Giunone" — venivano usate dai Luperci per colpire le matrone e renderle feconde. Molti studiosi, a partire da Georg Wissowa, hanno notato la parentela strettissima fra la Giunone dei Lupercali e la Giunone Sospita di Lanuvio proprio attraverso la capra.

La lancia e lo scudo

La hasta e lo scutulum — notate il diminutivo, non uno scudo da oplita ma uno scudetto — fanno della Sospita una divinità armata. Non è una stranezza isolata: Giunone in Italia è armata in parecchi luoghi, e l'epiteto Curitis, con cui è venerata a Falerii e a Tivoli, viene tradizionalmente spiegato con la parola sabina curis, "lancia". Marziano Capella scrive che va invocata da chi è coinvolto in una guerra. La dea che protegge la città la protegge anche militarmente, e il popolo che le sacrifica lo fa anche per vincere.

I calzari con la punta ricurva

I calceoli repandi sono l'attributo più affascinante e il più rivelatore. Sono le calzature dalla punta rivolta all'insù, un tipo di scarpa che non è latino: è etrusco, e prima ancora è anatolico e ittita. Nella scultura e nella pittura etrusca arcaica le punte ricurve sono ovunque, sui piedi delle danzatrici delle tombe di Tarquinia come su quelli degli sposi del sarcofago di Cerveteri. Trovarle ai piedi della dea di Lanuvio significa che la sua immagine di culto fu fissata in un momento in cui il Lazio era pienamente dentro la koinè culturale etrusco-italica dell'età arcaica, cioè grosso modo nel VI secolo avanti Cristo. Da lì in poi nessuno ha più osato aggiornarla, come succede sempre alle immagini di culto molto venerate. La dea di Lanuvio ha camminato per otto secoli con le scarpe fuori moda, e nessuno se n'è mai lamentato.

Il serpente accanto alla dea

Nelle raffigurazioni la Sospita è spesso accompagnata da un serpente. Sui denari romani lo vedete distintamente, e in particolare su un'emissione che ci porta al cuore di tutta questa storia: il denario serrato di Lucio Roscio Fabato, coniato a Roma nel 64 avanti Cristo e catalogato come RRC 412/1 nel Roman Republican Coinage di Michael Crawford. Al dritto la testa di Giunone Sospita rivolta a destra, riconoscibilissima per il copricapo in pelle di capra, con la legenda L·ROSCI. Al rovescio una giovane donna in piedi davanti a un serpente, con la legenda FABATI. Non è una scena generica: è il rito lanuvino, messo su una moneta d'argento da un magistrato monetale che quasi certamente aveva legami con Lanuvio, e fatto circolare per tutto il Mediterraneo. Esemplari di quel denario si trovano oggi al British Museum, all'Ashmolean Museum di Oxford, al Münzkabinett del Kunsthistorisches di Vienna, alla collezione dell'Università della Ruhr a Bochum, al Musée d'art et d'histoire di Ginevra, all'American Numismatic Society di New York. Il rito della grotta di Lanuvio è finito in tasca a mezzo impero.

Lanuvium prima di Roma: le origini del Santuario di Giunone Sospita a Lanuvio

Gli antichi, davanti a una città molto vecchia, facevano quello che facciamo anche noi davanti a una famiglia molto vecchia: le inventavano un capostipite illustre. Per Lanuvio ce ne sono due, e sono in concorrenza. La prima tradizione, di filone greco-argivo, è tramandata da Appiano e attribuisce la fondazione a Diomede figlio di Tideo, il signore di Argo, uno degli eroi dell'Iliade che nel racconto post-omerico approda in Italia. La seconda, di filone troiano, è emersa in modo spettacolare grazie a un ritrovamento del 1969: frammenti di intonaco dipinto rinvenuti a Taormina, appartenenti al ginnasio dell'antica Tauromenion, in cui si parla di Fabio Pittore, il primo annalista romano, e gli si attribuisce il racconto dell'arrivo in Italia, dopo la guerra di Troia, di un certo Lanoios, fondatore nel Lazio di una città che da lui avrebbe preso il nome.

Due leggende opposte — greca l'una, troiana l'altra — su una stessa città. Non stupitevi: è la norma nel Lazio antico, dove ogni comunità si costruiva una genealogia mitica a seconda di chi voleva compiacere o di chi voleva contrastare. E la presenza di Diomede è per giunta coerente con il carattere della dea: nella tradizione greca Diomede è l'eroe protetto da Atena, e Atena porta l'egida di capra. Le storie non nascono mai a caso.

Che cosa dice l'archeologia

C'è una discordanza precisa e interessante fra le fonti antiche e la terra. Le fonti collocano la fondazione negli anni immediatamente successivi alla guerra di Troia, cioè nella cronologia tradizionale attorno al 1180-1170 avanti Cristo. I reperti più antichi rinvenuti sul Colle San Lorenzo si datano al più presto agli inizi del IX secolo avanti Cristo. Ci sono, insomma, tre secoli abbondanti di scarto. Che non è affatto un motivo per buttare via le leggende: significa soltanto che le leggende raccontano l'autorappresentazione di una comunità, non la sua cronologia. Prendetele così e vi diranno moltissimo.

Lanuvio nella Lega Latina

Le prime notizie affidabili ci dicono che sul finire del VI secolo avanti Cristo Lanuvium faceva parte dei trenta populi della Lega Latina, la confederazione delle città del Latium vetus che si riuniva nel lucus, il bosco sacro, di Diana Nemorense, cioè al lago di Nemi, a pochi chilometri da qui. Era, in altri termini, una delle città che contavano. E come tutte le città che contavano, si trovò regolarmente in guerra con quella che stava diventando la più forte di tutte. Lanuvio combatté contro Roma alla battaglia di Aricia nel 504 avanti Cristo, al lago Regillo nel 496, poi ancora nel 383 e nel 341. Con esiti quasi sempre negativi, il che è un modo elegante degli storici per dire che le prese quasi tutte le volte.

Le cinque fasi edilizie del Santuario di Giunone Sospita a Lanuvio

Gli archeologi hanno individuato cinque fasi edilizie che si susseguono dalla fine del VII alla metà del I secolo avanti Cristo. Cinque ricostruzioni in seicento anni: una media di una ogni centoventi anni, che per un edificio sacro molto frequentato è del tutto normale. Vi riassumo la sequenza, perché è la spina dorsale di tutto quello che vedrete.

La prima fase: il tempietto perduto

Della fase più antica restava, al momento degli scavi, un piccolo muro in tufo con orientamento sud-ovest, oggi non più visibile, che ha fatto ipotizzare un tempietto lungo sette metri, di cui però non è stato possibile calcolare la larghezza. Sette metri: le dimensioni di una stanza grande. Tenetelo a mente quando penserete alle terrazze monumentali di sei secoli dopo. Tutto è cominciato con un sacello che oggi ci sembrerebbe una cappella di campagna.

La seconda fase: il grande tempio tuscanico di fine VI secolo

Sul finire del VI secolo avanti Cristo si dà vita a un grande tempio di tipo tuscanico orientato a ovest. Tuscanico significa, secondo la definizione che ne dà Vitruvio, un tempio all'italica: podio alto, scalinata frontale unica, colonne larghe e distanziate, ampio pronao, tetto sporgente, decorazione architettonica in terracotta dipinta invece che in marmo. Doveva essere a tre celle, con quella centrale leggermente più stretta delle laterali, e con due file di colonne nel pronao. Misurava circa ventidue metri per sedici. A questa fase appartengono strutture in peperino ancora visibili e una serie splendida di terrecotte architettoniche.

La terza fase: la ricostruzione dopo il 338 avanti Cristo

Dopo la conquista romana del 338 avanti Cristo il tempio entra nell'orbita di Roma, e a questo periodo vanno attribuiti lavori di ricostruzione dell'intero impianto religioso. Rispetto alla struttura precedente l'orientamento muta appena, e vengono riutilizzati molti blocchi del tempio tardo-arcaico, che era a cella centrale con alae laterali. Del tempio medio-repubblicano ci restano solamente i due terzi delle fondazioni: la parte destra è crollata in seguito al franamento della terrazza del santuario. Delle parti a vista dell'alzato non si trovò quasi traccia, e la ragione non è soltanto naturale. È che i blocchi di peperino furono sistematicamente asportati e reimpiegati in strutture medievali sorte nelle vicinanze, come il campanile detto "al Conventaccio", del quale purtroppo non è rimasta traccia a causa dei bombardamenti dell'ultima guerra.

La quarta e la quinta fase: il santuario ellenistico

Fra la fine del II e la metà del I secolo avanti Cristo il complesso viene ripensato da capo secondo il gusto ellenistico che in quegli stessi decenni produce Palestrina, Terracina, Tivoli: non più il tempio isolato ma il tempio come vertice di un sistema di terrazze artificiali, portici, scalinate, giochi d'acqua. È in questa fase che nascono il grande portico, il muro a nicchie, il ninfeo, la cisterna, gli ambienti voltati. È la fase che vedete oggi, ed è la ragione per cui il visitatore distratto pensa di trovarsi davanti a un impianto tardo mentre sta camminando su un culto vecchio di seicento anni.

Le terrecotte architettoniche e dove sono finite

Nell'ultimo anno degli scavi ottocenteschi fu trovata, in un luogo purtroppo imprecisato, una favissa votiva dalla quale emersero le terrecotte architettoniche pertinenti alla seconda fase del tempio, databili alla fine del VI secolo avanti Cristo. Sono pezzi bellissimi: antefisse a testa femminile con nimbo traforato terminante a palmetta, di fattura campana secondo alcuni e attribuite da studi più recenti a maestranze urbane, cioè romane; frammenti della cornice di coronamento laterale; la cima di un cornicione costituito da volute che sorreggono piccole palmette; una lastra della trabeazione decorata al centro con un motivo geometrico floreale, con kyma ionico nella zona superiore e palmette in quella inferiore. Buona parte di questo materiale si conserva oggi al British Museum di Londra. Un'altra parte, in particolare lastre di rivestimento in terracotta di età tardo-arcaica con motivi vegetali, di ottima fattura e con ricca policromia, è esposta al Museo Civico Lanuvino. Alcune si inquadrano alla fine del VI secolo, altre agli inizi del V: una differenza cronologica che potrebbe indicare un rifacimento del tempio a pochi anni di distanza.

Il trattato del 338 a.C. e il Santuario di Giunone Sospita a Lanuvio

Arriviamo al documento più importante di tutta questa storia, e per fortuna lo abbiamo per esteso. Nel 340-338 avanti Cristo Roma combatte e vince la guerra latina, la resa dei conti definitiva con le città del Latium vetus. Vinta la guerra, il senato deve decidere che fare dei vinti. Tito Livio, nell'ottavo libro, mette in bocca a Camillo un discorso magnifico sul dilemma: distruggere il Lazio e farne un deserto, oppure ingrandire Roma accogliendo i vinti nella cittadinanza. Il senato sceglie caso per caso, città per città. E su Lanuvio decide così, con una frase che vale la pena leggere in latino:

"Lanuuinis civitas data sacraque sua reddita, cum eo ut aedes lucusque Sospitae Iunonis communis Lanuuinis municipibus cum populo Romano esset."

Cioè: "Ai Lanuvini fu data la cittadinanza e furono restituiti i loro culti, a condizione che il tempio e il bosco sacro di Giunone Sospita fossero comuni ai municipi lanuvini e al popolo romano". Lanuvio ottiene la cittadinanza romana piena — un privilegio, non una punizione — e in cambio Roma diventa comproprietaria del santuario. Non lo confisca, non lo distrugge, non ne trasferisce la dea a Roma con la procedura dell'evocatio come aveva fatto con la Giunone di Veio. Se lo mette in condominio.

Perché il condominio è la cosa più intelligente

Riflettete su quella clausola, perché è un capolavoro di politica religiosa. Roma non toglie ai lanuvini la loro dea: sarebbe stato un affronto insopportabile e avrebbe garantito trent'anni di risentimento. Roma si aggiunge. Il tempio e il bosco restano dei lanuvini e diventano contemporaneamente del popolo romano. I sacerdoti restano lanuvini, ma i magistrati romani acquisiscono il diritto e il dovere di sacrificarvi. Il risultato è che il santuario, invece di essere un focolaio di identità locale ostile, diventa un luogo di identità condivisa. È esattamente la formula con cui Roma ha costruito l'Italia, e a Lanuvio la vediamo applicata nel testo di legge.

La metà dei proventi

C'è un dettaglio economico che completa il quadro. Nel 332 avanti Cristo Lanuvio ottiene un trattamento di privilegio e la civitas cum suffragio, cioè la cittadinanza piena con diritto di voto, in cambio dell'ammissione del popolo romano ad amministrare la metà dei proventi del santuario. La condivisione non era simbolica: era anche contabile. Metà degli introiti del santuario più ricco del Lazio meridionale entravano nella disponibilità di Roma. Chi pensa che le guerre antiche fossero questioni di onore farebbe bene a leggersi le clausole dei trattati.

I consoli romani e i riti al Santuario di Giunone Sospita a Lanuvio

La conseguenza pratica del condominio del 338 è che, per tutta l'età repubblicana, i magistrati romani hanno un obbligo rituale a Lanuvio. I consoli romani, all'inizio del loro mandato, salivano qui a sacrificare a Giunone Sospita. Non è un dettaglio di colore: significa che ogni anno, per secoli, i due uomini più potenti dello Stato romano percorrevano la via Appia fino a Lanuvio, salivano su questa collina, entravano in questo recinto e compivano un atto pubblico davanti a una dea con la pelle di capra in testa. Fermatevi un attimo a immaginare la scena, perché è una di quelle cose che rendono la storia romana meravigliosamente concreta.

Quando il rito viene sbagliato

Che questi obblighi fossero presi tremendamente sul serio lo dimostra un episodio che Livio racconta nel quarantunesimo libro. Nel corso delle feriae Latinae, le feste latine celebrate sul Monte Cavo, in un sacrificio il magistrato lanuvino aveva omesso di pregare per il popolo romano dei Quiriti. Un'omissione formale, una formula saltata. Risultato: scrupolo religioso, questione portata in senato, senato che la rimanda al collegio dei pontefici, pontefici che stabiliscono che le feriae non erano state celebrate correttamente e vanno rifatte da capo, con l'obbligo per i lanuvini — responsabili dell'errore — di fornire a loro spese le vittime per la ripetizione. E a peggiorare l'atmosfera, il console Gneo Cornelio, tornando dal Monte Albano, cadde, restò paralizzato in parte del corpo e morì poco dopo a Cuma. Nell'ottica romana, il nesso era ovvio.

Le terrazze del Santuario di Giunone Sospita a Lanuvio

Adesso entriamo nell'architettura, e vi chiedo un piccolo sforzo di immaginazione perché è qui che il sito, oggi, chiede di più al visitatore. Il terrazzamento del santuario è composto da una serie di strutture imponenti, tutte databili in sostanza fra la fine del II secolo e la metà del I secolo avanti Cristo. Ve le elenco nell'ordine in cui le incontrate camminando, perché l'elenco è di per sé una passeggiata.

C'è un grandioso portico che seguiva le linee naturali del colle su questo versante, databile alla metà del I secolo avanti Cristo. C'è una porzione di muro a nicchie in opera reticolata, con una porta che dava accesso a una serie di cunicoli, della stessa data. C'è una struttura in opera quadrata di peperino interpretata come pilone di un arco monumentale, forse del II secolo avanti Cristo. C'è una struttura in opera incerta, databile fra la fine del II e gli inizi del I secolo. E c'è un ninfeo in opera reticolata rivestito di pietra pomice, con annessa cisterna, ancora una volta di metà I secolo.

Come si legge la muratura romana e perché conviene impararlo

A Lanuvio si impara a datare a occhio. Le tecniche edilizie romane in calcestruzzo si distinguono per il paramento esterno, cioè per come sono disposte le pietre a vista, e la sequenza è abbastanza regolare da funzionare come un orologio. L'opus incertum, con pietrame irregolare incastrato a mosaico grezzo, è la tecnica più antica, tipica del II secolo avanti Cristo. L'opus quasi reticulatum è la fase di transizione, in cui i cubetti cominciano a essere squadrati ma le file non sono ancora perfettamente ordinate. L'opus reticulatum maturo, con i cubetti di tufo disposti a maglia romboidale regolarissima, come una rete, è il I secolo avanti Cristo. Sul Colle San Lorenzo trovate tutte e tre le tecniche a pochi metri di distanza, e le trovate in sequenza stratigrafica: è una lezione di archeologia all'aperto che vale un semestre di università.

Il Parco della Rimembranza e il primo terrazzamento occidentale

Le strutture murarie situate nel Parco della Rimembranza costituiscono il primo terrazzamento del versante ovest del santuario e sono visibili da viale Giacomo Matteotti — cioè si vedono dalla strada, senza bisogno di entrare da nessuna parte. Appartengono a tre fasi edilizie di epoca romana. La prima è un muro di contenimento in opera quasi reticolata, di cui restano poche tracce evidenti a causa dell'obliterazione provocata, pochi decenni più tardi, dalla costruzione di un secondo muro. La seconda fase è appunto quel muro, in opera non ancora perfettamente disposta a reticolo, con speroni di rinforzo, sempre con funzione di contenimento. La terza fase consiste in un allungamento degli speroni della seconda con muri in opera reticolata e copertura a volta del soffitto: si viene così a formare una serie di ambienti simili tra loro.

I negozi di ex voto

E qui arriva il dettaglio che io trovo commovente. Quegli ambienti voltati, uguali l'uno all'altro, allineati lungo il muro di contenimento, erano probabilmente adibiti alla vendita degli ex voto. In altre parole: erano botteghe. Il pellegrino saliva al santuario, si fermava sotto la terrazza, comprava la sua statuetta di terracotta — una mano, un piede, un utero, una testa, a seconda di che cosa doveva chiedere alla dea — e proseguiva verso il tempio per depositarla. Il commercio del sacro è vecchio quanto il sacro, e a Lanuvio ne abbiamo l'architettura. Sulla base della tecnica edilizia impiegata, tutte e tre le fasi vanno con buona probabilità circoscritte alla prima metà del I secolo avanti Cristo, anche se gli studiosi sono i primi a ricordare che il criterio della tecnica muraria non è sempre soddisfacente per stabilire cronologie precise.

La struttura del 90 avanti Cristo

Attorno al 90 avanti Cristo venne edificata, a ovest del tempio, una struttura in opera incerta collocata immediatamente alle spalle delle sei arcate del portico tardo-repubblicano che furono ricostruite agli inizi del Novecento da Vincenzo Seratrice. Di questa struttura colpisce l'orientamento, del tutto diverso rispetto a quello del portico di metà I secolo: sembra piuttosto in relazione con il bastione sinistro della porta meridionale che immetteva nell'acropoli di Lanuvium, collocata nella zona sud-occidentale dell'impianto religioso. È il tipo di dettaglio che a prima vista sembra pedanteria e invece è oro: un orientamento diverso significa una fase diversa, una logica diversa, un progetto diverso. La collina si legge come un palinsesto.

Il portico a due piani del Santuario di Giunone Sospita a Lanuvio

Se dovessi scegliere un solo elemento del complesso da salvare, sceglierei il portico. Perché è la cosa che dà la misura di che cosa fosse davvero questo posto quando era vivo.

Il portico partiva dal pilone in opera quadrata con direzione ovest e, dopo una piccola deviazione verso sud, seguiva per centoventi metri il fianco della collina, arrestandosi di fronte al muro a nicchie. Centoventi metri. Provate a misurarli con i passi da qualche parte, oggi, e vi renderete conto: è più lungo di un campo da calcio. Realizzato con la tecnica dell'opus reticulatum, era costituito da una serie di semicolonne doriche che presentano, tutte alla stessa altezza, dei ricorsi in mattoni — un dettaglio tecnico che serviva a legare la muratura ed è anche, involontariamente, bellissimo, perché disegna una riga rossa orizzontale continua lungo tutta la fuga delle semicolonne.

La prova che i piani erano due

Che il portico fosse originariamente a due piani non è una congettura romantica: è una deduzione stratigrafica. Negli scavi condotti sul finire dell'Ottocento fu rinvenuta, in posizione di crollo, la parte superiore delle volte. E quelle volte presentavano tracce di mosaico. Cioè: le volte del piano superiore erano rivestite di mosaico, sono venute giù per intero, e si sono trovate sopra il livello di calpestio del piano inferiore. È ipotizzabile che anche il secondo piano fosse composto da semicolonne di ordine dorico. Immaginate: centoventi metri di doppio loggiato, con la fuga delle semicolonne, i ricorsi di mattoni rossi, le volte scintillanti di tessere, aggrappati al fianco della collina, con sotto la pianura e in fondo il mare.

A che cosa serviva un portico così

Un portico di quelle dimensioni in un santuario non è decorazione. Serviva a ospitare i pellegrini, a ripararli dal sole e dalla pioggia, a farli sostare, a permettere loro di dormire. In molti santuari serviva anche all'incubatio, la pratica di dormire nell'area sacra per ricevere in sogno un responso o una guarigione dalla divinità — pratica che a Lanuvio, con una dea legata alla fertilità e alla salute e con una stipe di ex voto anatomici a poca distanza, ha tutte le carte in regola per essere stata praticata. E serviva a proteggere le offerte, i doni, gli oggetti preziosi che i devoti lasciavano.

Chi lo ha pagato

L'intero complesso architettonico si colloca cronologicamente alla metà del I secolo avanti Cristo, e la sua edificazione viene messa in relazione con l'ascesa politica di Lucio Licinio Murena, personaggio di origine lanuvina che nel 62 avanti Cristo rivestì il consolato. Su Murena e sul suo cantiere torneremo, perché è una storia che merita un capitolo tutto suo.

Il ninfeo del Santuario di Giunone Sospita a Lanuvio

Il ninfeo è, per me, l'elemento più sorprendente dell'intero complesso, e anche quello che meglio racconta il gusto dell'epoca.

Si trattava di una struttura imponente in calcestruzzo. Sappiamo da Alberto Galieti, lo studioso locale che a Lanuvio ha dedicato una vita di ricerche e trascrizioni d'archivio, che agli inizi del secolo scorso era ancora costituito da una fronte alta otto metri che guardava a sud. Otto metri: due piani e mezzo di un palazzo moderno, di sola facciata d'acqua. Era composto da una vasca lunga sedici metri e novanta e larga due e cinquanta, all'interno della quale si trovavano sette archi in opera reticolata che, secondo Galieti, dovevano sostenere la mostra della fontana. Quest'ultima era costituita da una serie di nicchie, in parte ancora oggi visibili, sempre in opera reticolata: le cinque centrali a pianta semicircolare, le due laterali a pianta quadrangolare.

Conchiglie e pomice: il gusto delle grotte artificiali

Tutto il ninfeo era abbellito da mosaici policromi di conchiglie e di pietra pomice. È il rivestimento tipico dei ninfei tardo-repubblicani, quello che si ritrova identico in moltissime fontane di Pompei e nelle grotte artificiali delle ville romane: superfici scabre, iridescenti, umide, fatte per luccicare sotto il velo dell'acqua che scorre e per suggerire l'idea di un antro naturale abitato dalle ninfe. È una moda che nasce nell'ambiente ellenistico e che i romani portano all'eccesso. Un ninfeo così, in un santuario dedicato a una dea legata alla fecondità e alle acque, non è un ornamento accessorio: è un pezzo del discorso teologico.

La cisterna dietro

Dietro il ninfeo, oggi all'interno di una proprietà privata, si trova il serbatoio dell'acqua: un ambiente in opera reticolata di quindici metri per diciannove. Fate il calcolo: duecentottantacinque metri quadrati di pianta. È una riserva idrica di dimensioni urbane, e ci ricorda che un santuario di questa scala aveva bisogno di acqua per le fontane, per i riti, per le abluzioni, per i pellegrini e per gli animali del sacrificio. L'acqua a Lanuvio arrivava attraverso un acquedotto romano, databile fra il I secolo avanti Cristo e il I dopo Cristo, con percorso interamente sotterraneo, che proveniva da sotto Monte Leone nel territorio di Genzano e attraversava proprio la collina di San Lorenzo.

La chiesetta sopra il ninfeo

E poi c'è la coda medievale, che è la parte che preferisco. Su questo ninfeo, nel XII secolo, i benedettini di Roma edificarono una chiesetta dedicata al loro martire Lorenzo. Da lì viene, ancora oggi, il nome della collina a nord del paese. La chiesetta è stata distrutta nell'ultimo conflitto mondiale. Ma pensate alla catena: una fontana monumentale romana di metà I secolo avanti Cristo, dedicata alle ninfe, con le sue nicchie e le sue conchiglie; dodici secoli dopo ci si costruisce sopra una chiesa a un santo bruciato su una graticola; ottocento anni dopo ancora una bomba la cancella; e il nome del santo resta appiccicato alla collina, sopra il nome delle ninfe, sopra il nome della dea. Le stratigrafie non sono solo nel terreno.

L'antro del serpente del Santuario di Giunone Sospita a Lanuvio

Eccoci al cuore della leggenda, e alla parte in cui bisogna essere onesti e precisi, perché è il punto dove la letteratura e l'archeologia si sfiorano senza essersi ancora strette la mano.

All'estremità nord del portico, in fondo, c'è una porticina. Da quella porticina si diparte una serie di cunicoli che alcuni studiosi identificano con la grotta in cui era custodito il serpente sacro a Giunone Sospita. La descrizione tecnica è questa: la porta stretta consente l'accesso a un primo ambiente semicircolare, oggi in gran parte diruto, cui segue un'ampia galleria orientata sud-ovest/nord-est, lunga circa trentacinque metri, caratterizzata dalla presenza di nove ambienti laterali, tutti sul lato sud-est, lunghi da tre a dodici metri. In fondo alla galleria si interseca uno strettissimo cunicolo idraulico trasversale, forse precedente, percorribile per una quarantina di metri.

Che cosa erano davvero questi cunicoli

Qui la prudenza è d'obbligo, e gli archeologi che ci lavorano la esercitano. Quel cunicolo trasversale, insieme ad altri che si incrociano nel medesimo punto ma sono interrati, doveva servire come conserva d'acqua potabile: l'acqua veniva poi condotta attraverso una canaletta scavata sul lato nord-ovest della galleria principale fino agli ambienti iniziali, dove forse c'era un piccolo ninfeo o una semplice fontana. I primi tre ambienti laterali presentano una struttura complessa, difficile da identificare, forse legata a cisterne vicine, e intercettano altri cunicoli idraulici oggi completamente interrati. Le altre gallerie appaiono come semplici depositi o ricoveri. Sulla natura di queste strutture laterali gli studi sono ancora in corso.

Tradotto: siamo davanti a un sistema idraulico e di servizio, in parte forse più antico del santuario monumentale, che qualcuno in passato ha identificato con l'antro del serpente. È un'identificazione suggestiva e non dimostrata. Io ve la racconto per quello che è, perché mi sembra molto più interessante della certezza finta.

L'ipotesi di Stragonello

Esiste una seconda ipotesi, fondata su un indizio di toponomastica. In territorio lanuvino c'è una località che si chiama Stragonello, e il nome deriverebbe da "Dragone". Non a caso, nelle fonti antiche che raccontano il rito si parla di draco in latino e di drakon in greco. I toponimi sono spesso i fossili più resistenti della memoria di un luogo, sopravvivono a lingue, religioni e imperi: non è affatto assurdo che il nome di una località conservi il ricordo del serpente sacro. Anche questa, però, resta un'ipotesi.

La terza ipotesi: Pantanacci

E poi c'è la pista più recente e la più eccitante, che ci porta a qualche chilometro da qui, nei boschi dell'antico ager Lanuvinus, in località Pantanacci, dove nel 2012 la Guardia di Finanza ha interrotto uno scavo clandestino e ha permesso il recupero di una stipe votiva straordinaria dentro un antro naturale. Fra i materiali di Pantanacci sono emersi grandi elementi in peperino decorati a squame. Luca Attenni e Giuseppina Ghini, che hanno diretto le indagini, osservano che l'antro del serpente ricordato dalle fonti antiche non è mai stato localizzato con certezza, e che in passato ne sono state proposte varie localizzazioni nel territorio, compresa un'area presso il santuario. Ma se l'interpretazione di quei blocchi squamati come parti di una statua cultuale del serpente venisse confermata, il sito di Pantanacci potrebbe essere identificato con l'antico antro del serpente di età medio-repubblicana. Sarebbe una delle identificazioni più belle dell'archeologia laziale degli ultimi decenni. Per ora è un'ipotesi di lavoro, formulata da chi ci sta lavorando sopra, e come tale ve la consegno.

Il rito della vergine e del serpente al Santuario di Giunone Sospita a Lanuvio

Ogni anno, all'approssimarsi della primavera, si svolgeva qui una cerimonia che è, senza esagerazione, uno dei riti più impressionanti che l'antichità classica ci abbia tramandato.

Un gruppo di fanciulle vergini scendeva verso l'antro. Ciascuna portava una focaccia, un dolce di farro o d'orzo. Le ragazze venivano condotte al buio, e dentro l'antro, alla presenza del serpente sacro alla dea, ciascuna doveva tendere la mano e offrire il cibo. Se l'animale accettava, era il segno che la fanciulla era pura e che l'anno sarebbe stato fertile; se rifiutava, la fanciulla si era rivelata impura, e le fonti dicono che veniva sacrificata per scongiurare la carestia. Fuori, i contadini attendevano l'esito. Quando le ragazze risalivano, i contadini gridavano che l'anno sarebbe stato fecondo.

Come funziona un'ordalia

Quello che avete appena letto è, in termini tecnici, un'ordalia: un giudizio divino ottenuto sottoponendo una persona a una prova il cui esito è considerato responso della divinità. Le ordalie sono un istituto giuridico-religioso diffusissimo, dall'India antica al Medioevo europeo, e funzionano sempre allo stesso modo: la comunità delega alla divinità una decisione che non sa o non vuole prendere da sola. A Lanuvio l'ordalia ha però una particolarità notevole: non giudica un singolo individuo per un singolo reato, ma stabilisce contemporaneamente la purezza delle ragazze e la fertilità dell'annata agraria. Le due cose, nella mentalità arcaica, sono la stessa cosa. Il corpo integro della vergine e il campo che darà frutto sono due facce della medesima energia vitale, che è precisamente quello che la parola Iuno significa, secondo l'etimologia più accreditata, che la collega alla radice di iuvenis e all'idea di forza vitale piena.

Il serpente e la terra

Il serpente, nel Mediterraneo antico, è l'animale ctonio per definizione: vive sottoterra, esce in primavera, cambia pelle e quindi si rinnova, custodisce i luoghi e i tesori. È il genius loci, il guardiano. Nel santuario di Asclepio a Epidauro sono serpenti a guarire i malati; nel Lupercale romano, nell'immaginario etrusco, nei larari pompeiani il serpente è ovunque. Che il custode di un santuario della fertilità sia un serpente che dorme in una grotta e si sveglia in primavera chiedendo il suo pasto annuale non è bizzarro: è la logica agraria fatta rito. La primavera bussa alla porta della terra, e la terra risponde.

La domanda che tutti si fanno

Sì, con ogni probabilità nell'antro c'era un serpente vero. I santuari antichi allevavano serpenti — quello di Epidauro ne teneva regolarmente — e un rettile grosso e ben nutrito, tenuto al freddo e al buio per un anno, avrebbe accettato senza problemi un impasto di farina e miele. Quanto all'esito negativo e alle sue conseguenze, è il punto su cui la prudenza dello storico deve essere massima: gli autori che ne parlano scrivono secoli dopo, e nel raccontare i riti arcaici la letteratura antica ha una tendenza notoria all'amplificazione macabra. Che il rito esistesse è certo. Che si concludesse davvero, e regolarmente, con un sacrificio umano, è quanto le fonti affermano ma nessuno ha mai potuto verificare.

Properzio ed Eliano, le fonti antiche sul Santuario di Giunone Sospita a Lanuvio

Il testo più bello sul rito è un'elegia di Sesto Properzio, il quarto libro, l'ottava elegia. Ed è bello anche perché Properzio non voleva affatto scrivere di religione: voleva scrivere di gelosia. L'elegia racconta che la sua amante Cinzia è partita in carrozza lungo la via Appia diretta a Lanuvio; e lui, rimasto a Roma, ne approfitta per organizzare una cenetta con due ragazze, che finirà malissimo con il ritorno improvviso di Cinzia. Per introdurre il viaggio di lei, però, Properzio ha bisogno di spiegare che cosa ci si andasse a fare, a Lanuvio. E scrive questi versi:

"Lanuuium annosi uetus est tutela draconis, / hic, ubi tam rarae non perit hora morae, / qua sacer abripitur caeco descensus hiatu, / qua penetrat (uirgo, tale iter omne caue!) / ieiuni serpentis honos, cum pabula poscit / annua et ex ima sibila torquet humo."

"Lanuvio è da tempo immemorabile sotto la tutela di un antico dragone. Qui, dove non si perde un'ora di una sosta tanto rara, dove una discesa sacra si inabissa in una fenditura cieca, dove penetra — vergine, guardati da ogni viaggio simile! — l'omaggio al serpente digiuno, quando reclama il suo pasto annuale e torce i sibili dal fondo della terra."

Il seguito dei versi

Properzio continua, e la scena diventa cinematografica: "talia demissae pallent ad sacra puellae, / cum temere anguino creditur ore manus. / ille sibi admotas a uirgine corripit escas: / uirginis in palmis ipsa canistra tremunt. / si fuerint castae, redeunt in colla parentum, / clamantque agricolae 'fertilis annus erit'". Cioè: "le fanciulle calate giù impallidiscono a questi riti, quando la mano si affida sconsideratamente alla bocca del serpente. Lui strappa a sé il cibo porto dalla vergine: nelle palme della vergine i canestri stessi tremano. Se sono state caste, ritornano al collo dei genitori, e i contadini gridano: sarà un anno fertile".

Guardate la precisione del dettaglio: non tremano le mani della ragazza, tremano i canestri nelle sue mani. È l'osservazione di un poeta che sa che il terrore non si racconta descrivendo la persona, ma l'oggetto che la persona tiene. E guardate la conclusione: le ragazze tornano al collo dei genitori. Cioè i genitori erano lì fuori ad aspettare. Erano tutti lì, il paese intero, in attesa di sapere se le loro figlie sarebbero risalite e se avrebbero mangiato quell'inverno.

Il particolare più divertente

E poi Properzio, che è un poeta e non un devoto, aggiunge la sua stoccata: "huc mea detonsis auecta est Cynthia mannis: / causa fuit Iuno, sed mage causa Venus". "Qui la mia Cinzia si è fatta portare da pony tosati: la causa fu Giunone, ma più ancora la causa fu Venere." Tradotto dal linguaggio elegiaco: Cinzia ha detto di andare in pellegrinaggio, ma ci andava per incontrare qualcuno. Nel primo secolo avanti Cristo il pellegrinaggio come alibi era già un classico, e Properzio non se lo fa scappare.

Eliano e gli altri testimoni

Il rito è ricordato anche da Claudio Eliano nella Natura degli animali, undicesimo libro, capitolo sedicesimo, che ne dà una versione più distesa e più attenta agli aspetti procedurali, descrivendo il bosco sacro, la grande caverna oscura e il modo in cui le ragazze venivano condotte dentro. Ne parlano inoltre Plutarco nei Parallela minora e uno scritto tramandato sotto il nome di Prospero d'Aquitania. Quattro autori, di epoche e di lingue diverse, che convergono su un rito praticato in una collina del Lazio: non capita spesso. È la misura della fama di questo santuario nell'antichità.

Cicerone e il Santuario di Giunone Sospita a Lanuvio

Marco Tullio Cicerone è, per Lanuvio, la fonte più abbondante che ci sia, e la ragione è semplice: aveva rapporti fittissimi con questa città. Difese in tribunale un lanuvino illustre, Lucio Licinio Murena, console designato per il 62 avanti Cristo, accusato di broglio elettorale; difese, molti anni dopo, un altro lanuvino, Tito Annio Milone; e nei suoi dialoghi filosofici Lanuvio e la sua dea tornano più volte.

Il De natura deorum e la Giunone barbarica

Del passo di De natura deorum I, 82 abbiamo già parlato: la descrizione della dea con la pelle di capra, la lancia, lo scudetto e le scarpe a punta ricurva. Ma vale la pena vedere in che contesto è inserita. Cicerone sta discutendo, per bocca del personaggio di Cotta, se sia vero che gli uomini non riescono a pensare gli dèi se non in forma umana. E osserva che le immagini divine dipendono dalle abitudini locali: gli Egizi venerano il bue Api, e voi romani venerate quella vostra Sospita conciata in quel modo. Poi la frase memorabile: gli Argivi hanno una Giunone, i Lanuvini un'altra; noi abbiamo un Giove Capitolino, gli Africani un Giove Ammone. È, nel mezzo di un trattato del I secolo avanti Cristo, un lampo di relativismo culturale che potrebbe stare in un manuale di antropologia.

Il De finibus e la città piena di templi

Nel De finibus, secondo libro, Cicerone ricorda che Lanuvio era ricchissima di templi e di sacelli, e che fra tutti di gran lunga il più celebre era quello dedicato a Giunone Sospita Lanuvina. È l'informazione topografica più importante che possediamo: sul Colle San Lorenzo, oltre al tempio della divinità poliade, dovevano sorgere altri templi dedicati a divinità minori, che oggi non sappiamo localizzare ma che si trovavano certamente all'interno della zona sacra. La collina era un bosco di templi, e noi ne conosciamo con precisione uno.

Il sogno di Cecilia Metella

Nel De divinatione, Cicerone racconta due volte un episodio che merita di essere conosciuto. All'inizio del primo libro scrive che, a memoria d'uomo, Lucio Giulio — cioè Lucio Giulio Cesare, console con Publio Rutilio Lupo nel 90 avanti Cristo — fece restaurare per decisione del senato il tempio di Giunone Sospita in seguito a un sogno di Cecilia figlia di Balearico. E più avanti, al capitolo novantanove, torna sulla vicenda: "per un sogno di Cecilia figlia di Quinto, durante la guerra marsica, il tempio fu restituito a Giunone Sospita per decreto del senato". Lo storico Sisenna aveva discusso quel sogno mostrando che era corrisposto ai fatti parola per parola, salvo poi — nota Cicerone con sarcasmo, sospettando l'influenza di qualche epicureo — sostenere che ai sogni non bisogna credere.

Gli scudi rosicchiati dai topi

Nello stesso passo Cicerone elenca i prodigi dell'inizio della guerra marsica, cioè della guerra sociale del 91-88 avanti Cristo: le statue degli dèi sudarono, colò sangue, il cielo si aprì, si udirono voci dal nulla che annunciavano i pericoli della guerra, e — questa è la frase che ci riguarda — "et Lanuvii clipeos, quod haruspicibus tristissumum visum esset, a muribus esse derosos": "e a Lanuvio gli scudi, cosa che agli aruspici parve gravissima, erano stati rosicchiati dai topi". Gli scudi appesi nel tempio della dea armata, mangiati dai topi. Gli aruspici lo giudicarono il presagio peggiore di tutti, e considerando che di lì a poco l'Italia sarebbe esplosa in una guerra civile e Roma avrebbe rischiato di perderla, bisogna ammettere che avevano ragione.

Roscio, il bambino e il serpente

C'è un ultimo passo ciceroniano che vale l'intero viaggio. Sempre nel De divinatione, primo libro, capitolo settantanove, Cicerone chiede al fratello Quinto: possibile che Roscio, il tuo prediletto, o tutta Lanuvio per lui, mentisse? E racconta: Quinto Roscio Gallo, il più grande attore comico di Roma, quello che Cicerone aveva difeso in tribunale e di cui era amico, da neonato veniva allevato in Solonio, che è una piana dell'agro lanuvino. Una notte la nutrice si svegliò, accostò il lume e vide il bambino che dormiva avvolto nelle spire di un serpente. Terrorizzata, si mise a gridare. Il padre di Roscio riferì il fatto agli aruspici, i quali risposero che nulla sarebbe stato più illustre e più nobile di quel bambino. La scena fu incisa nell'argento dallo scultore Pasitele e messa in versi dal poeta Archia.

Fermatevi un momento su questa storia, perché è deliziosa. Nella terra della dea che tiene un serpente in una grotta, un bambino viene trovato abbracciato da un serpente e la comunità legge la cosa non come una minaccia ma come una benedizione. Quel bambino diventerà l'attore più famoso della storia romana, tanto che ancora oggi in inglese si dice "a Roscius" per indicare un attore straordinario. E la scena diventa un'opera d'arte in argento, e una poesia. Il santuario di Lanuvio non produceva soltanto raccolti: produceva miti.

I prodigi di Tito Livio al Santuario di Giunone Sospita a Lanuvio

Se volete misurare quanto contasse questo luogo nella psiche romana, il modo migliore è aprire Tito Livio e contare quante volte Lanuvio compare negli elenchi annuali dei prodigi. La risposta è: continuamente. Ogni volta che nello Stato romano succedeva qualcosa di inquietante, qualcosa succedeva anche a Lanuvio. O forse è più esatto il contrario: ogni volta che a Lanuvio si notava qualcosa di strano, Roma lo registrava, perché quel tempio era anche suo e quindi i suoi segni erano segni di Stato.

Il 218 avanti Cristo: la lancia che si muove e il corvo sul pulvinare

Nell'anno in cui Annibale valica le Alpi, fra i prodigi ufficialmente denunciati Livio elenca che a Lanuvio una lancia si era mossa da sola e che un corvo era volato dentro il tempio di Giunone e si era posato proprio sul pulvinar, il letto rituale su cui si adagiavano le immagini divine. La lancia che si muove: cioè l'arma della dea armata. I romani espiarono la cosa con una serie di riti, e fra questi c'è il dettaglio più concreto di tutti: "donum ex auri pondo quadraginta Lanuvium Iunoni portatum est", "fu portato a Lanuvio, a Giunone, un dono di quaranta libbre d'oro". Quaranta libbre romane fanno circa tredici chilogrammi d'oro. Nel momento in cui Annibale sta scendendo in Italia, lo Stato romano manda tredici chili d'oro su questa collina.

Il 215: le statue che grondano sangue

"Il mare bruciò quell'anno; a Sinuessa una vacca partorì un puledro; a Lanuvio le statue presso il tempio di Giunone Sospita grondarono sangue e attorno a quel tempio piovvero pietre." Per la pioggia di pietre si celebrò, come d'uso, un sacrificio di nove giorni. Livio elenca queste cose con la freddezza di un funzionario che compila un registro, ed è proprio quella freddezza a farle sembrare più inquietanti.

Il 197: il voto in battaglia

Questo episodio è di quelli che cambiano la topografia di Roma. All'inizio di una battaglia contro gli Insubri, in Gallia Cisalpina, il console fa un voto: "Consul principio pugnae vovit aedem Sospitae Iunoni si eo die hostes fusi fugatique fuissent", promise un tempio a Giunone Sospita se quel giorno i nemici fossero stati sbaragliati e messi in fuga. I soldati risposero con un grido che avrebbero fatto in modo che il console potesse sciogliere il voto, e caricarono. Gli Insubri non ressero il primo urto. Il tempio promesso è quello che sorse a Roma nel Foro Olitorio, il mercato delle verdure, accanto ai templi della Speranza e della Pietà e presso la Porta Carmentale: fu votato dal console Gaio Cornelio Cetego nel 197 avanti Cristo e dedicato nel 194. Le sue rovine sono ancora oggi inglobate nella chiesa di San Nicola in Carcere.

Il 181: la statua che piange

"Molti prodigi orrendi furono visti a Roma quell'anno e annunciati dal di fuori. Nel recinto di Vulcano e in quello della Concordia piovve sangue; i pontefici annunciarono che le lance si erano mosse, e i Lanuvini che la statua di Giunone Sospita aveva pianto. La pestilenza era così grande nelle campagne, nei mercati, nei villaggi e in città, che Libitina a stento bastava ai funerali." La statua che piange in un anno di peste: è un'immagine che attraversa i secoli intatta e che ritroverete, con altri nomi, in mille cronache medievali e moderne.

Il 174: il serpente crestato e macchiato d'oro

E poi c'è il prodigio che io trovo il più straordinario di tutti, perché sembra scritto apposta. Nell'elenco di un anno particolarmente fitto — un bambino con due teste nel territorio di Veio, uno con una sola mano a Sinuessa, una bambina con i denti ad Auximum, un arcobaleno in pieno cielo sereno sopra il tempio di Saturno nel Foro, tre soli contemporaneamente, molte meteore nella stessa notte — Livio scrive: "et Lanuuini Caeritesque anguem in oppido suo iubatum, aureis maculis sparsum, apparuisse adfirmabant". "E i Lanuvini e i Ceriti affermavano che nella loro città era comparso un serpente crestato, cosparso di macchie dorate." Un serpente con la cresta e le macchie d'oro, comparso in paese. Nella città del serpente sacro. Non so voi, ma io ci vedo tutta la potenza di un immaginario collettivo che, quando deve produrre un segno, produce sempre lo stesso.

Milone, Clodio e la via Appia: il delitto legato al Santuario di Giunone Sospita a Lanuvio

Adesso vi racconto come questo santuario sia stato, senza volerlo, la causa remota di uno dei fatti di sangue più famosi della storia romana.

Tito Annio Milone era di Lanuvio. Era un politico violento e spregiudicato, capobanda al soldo degli ottimati, organizzatore di squadre di schiavi armati e gladiatori, nemico giurato di Publio Clodio Pulcro, che comandava le squadre avversarie. Per cinque anni, fra il 57 e il 52 avanti Cristo, Roma fu il teatro di scontri di strada fra le bande dei due. Milone era anche, e questo è il punto, dictator di Lanuvio, cioè il magistrato supremo del suo municipio. E fra i doveri del dittatore di Lanuvio c'era la nomina del flamine.

Il viaggio del 18 gennaio

Cicerone, nell'orazione Pro Milone, al capitolo ventisette, scrive una frase che è la chiave di tutto: "iter sollemne, legitimum, necessarium ante diem xiii Kalendas Februarias Miloni esse Lanuvium ad flaminem prodendum, quod erat dictator Lanuvi Milo". Cioè: Clodio sapeva — e non era difficile saperlo — che Milone doveva compiere il tredicesimo giorno prima delle calende di febbraio un viaggio solenne, legittimo, necessario, a Lanuvio, per nominare il flamine, in quanto Milone era dittatore di Lanuvio.

Notate le tre parole: solenne, legittimo, necessario. Cicerone le mette in fila per costruire la sua difesa: Milone non poteva non andare, era un obbligo religioso pubblico, il suo viaggio era prevedibile perché era dovuto. E notate la data: il tredicesimo giorno prima delle calende di febbraio. Cioè pochissimi giorni prima del primo febbraio, dies natalis di Giunone Sospita. Milone stava andando a nominare il sacerdote in tempo per la festa della dea.

L'incontro sulla via Appia

Clodio, saputolo, partì da Roma il giorno prima per collocare un agguato davanti al proprio fondo. E il 18 gennaio del 52 avanti Cristo, sulla via Appia presso Bovillae, le due comitive si incrociarono. Ci fu un tafferuglio; Clodio fu ferito da un uomo di Milone, un ex gladiatore di nome Birria; si rifugiò in una locanda; ne fu tirato fuori per ordine di Milone e ucciso.

Quello che seguì è storia romana pura. I clodiani portarono il corpo nella Curia Ostilia e le diedero fuoco per farne una pira: il senato di Roma bruciò con il cadavere dentro. Il senato superstite votò il senatus consultum ultimum. Pompeo fu nominato console unico, cosa mai vista, levò truppe, emanò leggi nuove sulla violenza e sui brogli e mise Milone sotto processo con una giuria da lui stesso scelta. Cicerone assunse la difesa e, secondo la tradizione, intimidito dalla folla clodiana e dai soldati schierati, non riuscì a pronunciare l'arringa come sapeva. Milone fu condannato per trentotto voti contro tredici e andò in esilio a Marsiglia.

La battuta più famosa dell'oratoria latina

Cicerone, tornato a casa, riscrisse per intero il discorso che non era riuscito a pronunciare e ne mandò una copia all'esule. È la Pro Milone che leggiamo oggi, considerata da sempre uno dei capolavori assoluti dell'oratoria antica. Milone rispose, secondo Cassio Dione, che era stata una fortuna che quel discorso non fosse stato pronunciato in tribunale, perché altrimenti lui non starebbe adesso a godersi le eccellenti triglie di Marsiglia. È probabilmente la battuta più elegante mai fatta da un condannato al proprio avvocato. E tutto questo, badate bene, perché un uomo doveva salire a Lanuvio a nominare un sacerdote per la festa di una dea con la pelle di capra in testa.

Lucio Licinio Murena e il grande cantiere del Santuario di Giunone Sospita a Lanuvio

Il santuario che vedete oggi — il portico di centoventi metri, il ninfeo, il muro a nicchie, i terrazzamenti — è in sostanza opera di un solo uomo, o meglio di una sola stagione politica. La ricostruzione monumentale di metà I secolo avanti Cristo viene messa in relazione con l'ascesa di Lucio Licinio Murena, personaggio di origine lanuvina che nel 62 avanti Cristo rivestì il consolato.

Chi era Murena

Murena apparteneva a una famiglia che aveva fatto carriera militare in Oriente. Combatté agli ordini di Lucullo nella guerra contro Mitridate re del Ponto, con azioni vittoriose nella regione dell'Ellesponto, dove scorre il fiume Granico. Tornò a Roma con gloria e con denaro, si candidò al consolato e fu eletto per l'anno 62. Subito dopo l'elezione fu accusato di ambitus, cioè di corruzione elettorale, in un processo che ebbe come accusatori Servio Sulpicio Rufo e il giovanissimo Marco Porcio Catone, e come difensori Quinto Ortensio, Marco Licinio Crasso e Marco Tullio Cicerone. Cicerone lo difese con l'orazione Pro Murena, che è insieme un capolavoro di arringa e uno dei testi più spassosi della letteratura latina, perché per smontare Catone lo prende in giro sulla sua rigidità stoica davanti a una giuria di romani pratici. Murena fu assolto ed entrò in carica.

Il ritorno del figlio prediletto

Un uomo che diventa console avendo dietro di sé una piccola città latina fa, immancabilmente, una cosa: ricostruisce il santuario della sua città. È il modo romano di dire grazie e di dire "sono io". Le grandi ricostruzioni dei santuari laziali dell'età tardo-repubblicana — Palestrina, Terracina, Tivoli, e appunto Lanuvio — nascono quasi tutte da questa dinamica, ed è per questo che si somigliano tanto: stessa generazione di committenti, stesso repertorio architettonico, stessa volontà di monumentalizzare l'identità locale nel momento in cui il locale entra a pieno titolo nella grande politica romana.

Che cosa comportò il cantiere

Fu un intervento colossale. Bisognò tagliare e sostenere il fianco della collina con muri di contenimento, creare le terrazze artificiali, costruire centoventi metri di portico a due piani con semicolonne doriche, coprire le volte del piano superiore di mosaico, costruire un ninfeo alto otto metri con sette archi e sette nicchie, portarci l'acqua da un acquedotto sotterraneo che arrivava da Monte Leone, realizzare una cisterna di quindici metri per diciannove, allestire gli ambienti voltati per la vendita degli ex voto, e collocarvi dentro un programma scultoreo di prima grandezza. Il tutto in una manciata di anni, in una città di provincia, per un culto vecchio di seicento anni. Se cercate un'immagine di che cosa significasse la ricchezza della tarda repubblica romana, non ce n'è una migliore di questa.

Il gruppo equestre del Granico al Santuario di Giunone Sospita a Lanuvio

Nella parte opposta rispetto al portico si trovano i resti di una struttura in opera quadrata di peperino. Secondo alcuni si tratta di un arco d'ingresso che immetteva nell'acropoli; non è escluso che potesse avere qualche relazione con gli altari collocati all'esterno del tempio. Ma quello che rende famoso quel punto è ciò che vi fu trovato accanto durante gli scavi ottocenteschi: i resti di un gruppo marmoreo di statue equestri con lorica, cioè cavalieri corazzati.

Dove sono finiti i cavalieri

Le sculture sono oggi divise fra il British Museum di Londra e il museo di Leeds, in Inghilterra, a eccezione di un torso e di una testa con altri frammenti che si trovano al Museo Civico Lanuvino. Questa dispersione ha una spiegazione precisa che vedremo fra poco, parlando degli scavi. Per adesso registriamo il fatto: un gruppo scultoreo di cavalieri corazzati in marmo, trovato ai margini di un santuario laziale, oggi in gran parte in Inghilterra.

L'ipotesi di Filippo Coarelli

Ed ecco l'interpretazione che ha reso questi marmi celebri fra gli specialisti. Filippo Coarelli — che è stato il più influente topografo dell'antichità romana della sua generazione e che sull'archeologia del Lazio ha scritto pagine decisive — ha proposto di riconoscere in quelle statue la trasposizione in marmo di un famosissimo gruppo bronzeo realizzato dallo scultore greco Lisippo, raffigurante Alessandro Magno e i cavalieri caduti nella battaglia del Granico del 334 avanti Cristo.

La storia di quel bronzo è affascinante di per sé. Lisippo, scultore ufficiale di Alessandro, aveva realizzato il monumento ai venticinque cavalieri della guardia macedone caduti nel primo scontro della campagna d'Asia. L'opera si trovava nel santuario di Dion, in Macedonia, ai piedi dell'Olimpo, fino alla metà del II secolo avanti Cristo. Da lì fu trasferita a Roma da Quinto Cecilio Metello Macedonico, dopo la conquista della Macedonia. Era, insomma, uno dei capolavori più celebri del mondo antico, e stava a Roma.

Perché a Lanuvio

Secondo Coarelli, è probabile che sia la copia in marmo sia la ricostruzione dell'intero santuario vadano attribuite a quel Lucio Licinio Murena console nel 62 avanti Cristo, che aveva vinto in Oriente insieme a Lucullo contro Mitridate, e aveva vinto proprio in prossimità del Granico. Ci siamo? Un generale romano combatte e vince nella stessa regione dove Alessandro aveva combattuto e vinto la sua prima battaglia. Torna in patria, diventa console, ricostruisce il santuario della sua città e vi colloca una copia in marmo del monumento che Lisippo aveva fatto per quella battaglia lì.

L'opera raffigurerebbe quindi Licinio Murena, o forse Lucullo, in veste di "novello" Alessandro Magno, e al posto dei generali macedoni gli ufficiali romani. Il termine tecnico per questa operazione è imitatio Alexandri, l'imitazione di Alessandro, ed è una delle malattie professionali più diffuse fra i generali romani della tarda repubblica: ce l'ebbe Pompeo, che si faceva chiamare Magno e si pettinava come Alessandro; ce l'ebbe Cesare, che secondo Svetonio pianse davanti alla statua di Alessandro perché a quell'età lui non aveva ancora fatto nulla; ce l'ebbero i Licinii Lucullani. A Lanuvio l'abbiamo in marmo.

Un santuario come galleria d'arte

Il gruppo equestre non era l'unico pezzo di pregio. Sotto lo strato di crollo delle volte del portico furono trovati un torso di statua marmorea di ninfa che usciva dall'acqua, capitelli, rocchi di colonna, fistole plumbee — cioè tubature d'acqua in piombo, che spesso portano bolli con nomi utilissimi per datare — e numerosi frammenti del gruppo equestre. E Plinio il Vecchio, nel trentacinquesimo libro della Naturalis historia, ci informa che il tempio conservava splendide pitture raffiguranti Elena e Atalanta nude, di bellezza notevolissima. Un santuario di provincia con un Lisippo in copia, una ninfa fuori dall'acqua e due nudi femminili celebri sulle pareti: la definizione di "provincia", nell'Italia romana, va usata con molta prudenza.

Il tesoro del Santuario di Giunone Sospita a Lanuvio

Torniamo al denaro, perché il denaro spiega molte cose. Il santuario di Lanuvio era ricchissimo. Le sue proprietà fondiarie, secondo le fonti, si estendevano fino alla costa del Tirreno: significa che la dea era una grande proprietaria terriera, con affittuari, raccolti, greggi, e forse anche saline e attività costiere. A questo si aggiungevano i doni votivi, le decime, i lasciti, i depositi.

Ottaviano e il prestito del 31 avanti Cristo

Il prestigio e la solidità patrimoniale del tempio in età tardo-repubblicana sono attestati da una notizia che ci viene da Appiano: nella guerra contro Sesto Pompeo, Ottaviano si servì dei tesori accumulati nella struttura religiosa. È un dettaglio che dice tutto sul rapporto fra Stato e santuari nell'antichità: i templi erano banche, e nei momenti di emergenza lo Stato vi attingeva, con la formula del prestito o con quella meno delicata della requisizione. Che il futuro Augusto, impegnato nella guerra che avrebbe deciso il destino del mondo mediterraneo, andasse a prendere i soldi su questa collina, è la migliore misura possibile di quanto ce ne fossero.

Perché non ne è rimasto niente

La domanda ovvia è: dove è finito tutto? La risposta è deprimente e semplice. I metalli preziosi dei templi antichi sono stati sistematicamente fusi, in età tardoantica e medievale, per farne moneta, calici, reliquiari, campane. Il marmo è stato bruciato nelle calcare per farne calce. Il peperino è stato smontato blocco per blocco e rimesso nei muri delle case, delle torri e dei campanili. A Lanuvio abbiamo perfino il nome di uno di questi riusi: il campanile detto "al Conventaccio", costruito con i blocchi del tempio e a sua volta distrutto dalle bombe della seconda guerra mondiale. La storia delle rovine è quasi sempre la storia di un riciclo.

Adriano, Antonino Pio e Commodo: gli imperatori e il Santuario di Giunone Sospita a Lanuvio

In età imperiale Lanuvio smette di essere una città latina fra le altre e diventa un indirizzo di primissimo ordine. Le ragioni sono due: la posizione, che ne fa una delle zone residenziali più ambite del suburbio romano; e il fatto che ci nascono due imperatori.

Antonino Pio, nato qui il 19 settembre dell'86

Tito Aurelio Fulvo Boionio Arrio Antonino, che la storia conosce come Antonino Pio, nacque a Lanuvio il 19 settembre dell'anno 86 dopo Cristo. Regnò dal 138 al 161 ed è, per consenso quasi unanime degli storici, l'imperatore sotto il quale l'impero romano visse il suo periodo più tranquillo e più prospero. Non fece guerre di conquista se non in Britannia, dove fece erigere il vallo che porta il suo nome; non avviò grandi opere urbanistiche a Roma; amministrò con parsimonia; fu deferente verso il senato. Le fonti gli attribuiscono il restauro di molti templi di Lanuvio — e il verbo usato è preciso: repairs, riparazioni, quindi interventi di manutenzione su edifici che ne avevano bisogno. Un imperatore che si occupa dei templi del paese dove è nato è la cosa più umana del mondo.

Commodo, nato qui il 31 agosto del 161

Lucio Aurelio Commodo, figlio di Marco Aurelio, nacque a Lanuvio il 31 agosto del 161 dopo Cristo. Regnò dal 180 al 192 e la tradizione storiografica lo ha consegnato ai posteri come uno dei peggiori: stravagante, crudele, ossessionato dall'idea di essere l'Ercole romano, esibitosi come gladiatore nell'arena, ucciso in una congiura di palazzo l'ultimo giorno del 192. Il giudizio è in parte una costruzione senatoria — Commodo fu sottoposto a damnatio memoriae dal senato e riabilitato e divinizzato da Settimio Severo, che aveva bisogno di agganciarsi alla dinastia antoniniana — ma resta il fatto che con lui finisce il secolo d'oro degli Antonini. Che il secolo d'oro sia cominciato e finito con due uomini nati sulla stessa collina è una di quelle simmetrie che la storia produce senza volerlo e che noi non possiamo fare a meno di notare.

Adriano e il restauro documentato

Sappiamo da testimonianze epigrafiche — l'iscrizione è registrata nel Corpus Inscriptionum Latinarum, volume quattordicesimo, numero 2088 — di un intervento di restauro compiuto da Adriano sul santuario, reso necessario dallo stato di rovina disastrosa in cui la struttura versava nel I secolo dopo Cristo. Il dato collima perfettamente con Plinio il Vecchio, che scrivendo nel medesimo secolo testimonia che il tempio, pur conservando le splendide pitture di Elena e Atalanta, era in stato di rovina. Il quadro che ne esce è chiarissimo: dopo la stagione d'oro tardo-repubblicana, nel corso del I secolo dopo Cristo il santuario si degrada; a un certo punto la situazione diventa imbarazzante; Adriano, che era un costruttore compulsivo e che aveva la sua villa a Tivoli, mette mano; suo figlio adottivo Antonino Pio, che a Lanuvio ci era nato, continua l'opera sugli altri templi della città.

La fine del culto al Santuario di Giunone Sospita a Lanuvio

Ogni cosa finisce, e questa finì con un documento amministrativo. Nel 391 dopo Cristo l'imperatore Teodosio emanò l'editto che sanciva il cristianesimo come unica religione dell'impero e comportava la chiusura immediata di tutti i templi pagani. Fra questi anche quello di Giunone Sospita, che funzionava ininterrottamente dal VI secolo avanti Cristo e che era stato per dieci secoli l'elemento propulsore della vita di questa città.

Dieci secoli, e poi il silenzio

Provate a tenere insieme le due date. Il tempio tuscanico che sostituisce il sacello è di fine VI secolo avanti Cristo. L'editto è del 391 dopo Cristo. Fanno quasi mille anni di culto continuo nello stesso punto, con la stessa dea, con lo stesso serpente nella stessa grotta, con la stessa processione di ragazze ogni primavera. Mille anni sono, per darvi un metro, la distanza che ci separa dai primi comuni italiani. Non è una tradizione: è una geologia.

Che cosa succede a una collina quando la si spegne

La decadenza fu rapida. Il santuario perse la funzione, e con essa il flusso di persone, di denaro e di manutenzione. Le strutture, private di chi le riparava, cominciarono a cedere: la parte destra delle fondazioni del tempio medio-repubblicano è crollata in seguito al franamento della terrazza. I blocchi cominciarono a essere asportati per costruire altro. La città alta si contrasse. E poi, nel IX secolo, con le incursioni saracene, il colle si militarizzò: nacque Civita Novina, poi Civita Lavinia, e le mura di cinta romane furono restaurate con murature costituite da blocchi di tufo di spoglio, ancora oggi visibili in più punti lungo il castello.

La continuità sotterranea

Eppure qualcosa resta, e non è retorica. La collina continuò a chiamarsi San Lorenzo per via di una chiesa benedettina costruita sopra il ninfeo delle ninfe. Il paese continuò per secoli a portare nello stemma la dea con la pelle di capra. Le pietre del tempio continuarono a stare in piedi, semplicemente in un'altra forma, dentro le torri e i campanili. E quando nel 1914 il comune decise di abbandonare il nome medievale di Civita Lavinia e riprendere quello antico di Lanuvio, fece un gesto che è insieme di orgoglio municipale e di archeologia: si ricordò di sé stesso.

Gli scavi del Santuario di Giunone Sospita a Lanuvio

La storia archeologica moderna di questa collina è una storia in quattro tempi, e ognuno dei quattro ha un protagonista con un nome e un cognome.

Lord Savile Lumley, 1884-1892

L'area del Colle San Lorenzo fu interessata per la prima volta da interventi di scavo nel 1884, a opera di Lord Savile Lumley, aristocratico e diplomatico britannico, ambasciatore di Sua Maestà a Roma. Gli scavi si protrassero dal 1884 al 1892 e furono effettuati nell'area che oggi corrisponde al Parco Sforza Cesarini. Vennero subito alla luce strutture in opera incerta databili al II secolo avanti Cristo e strutture in opera reticolata collocabili alla metà del I secolo avanti Cristo. Sotto lo strato di crollo delle volte del portico — cioè sul secondo terrazzamento del santuario — furono trovati il torso della statua marmorea di ninfa che usciva dall'acqua, capitelli, rocchi di colonna, fistole plumbee e numerosi frammenti del gruppo scultoreo equestre. Nell'ultimo anno di scavo emerse la favissa votiva con le terrecotte architettoniche della seconda fase del tempio.

Va detto con chiarezza, perché fa parte della storia: la legislazione dell'epoca e le pratiche del tempo consentivano l'esportazione di quanto veniva trovato, e questo spiega perché una parte cospicua dei materiali del santuario — le terrecotte architettoniche arcaiche, buona parte del gruppo equestre — si trovi oggi al British Museum di Londra e al museo di Leeds. Non è un furto: è il modo in cui funzionava l'archeologia europea prima delle leggi di tutela. Il risultato pratico, però, è che per vedere il santuario di Lanuvio bisogna oggi andare in tre posti diversi in due Paesi diversi.

Angelo Pasqui, 1914-1915

Gli scavi nella zona del tempio vero e proprio presero il via nel maggio del 1914 e si protrassero fino al febbraio dell'anno successivo, condotti dall'Ufficio Scavi della Provincia di Roma sotto la direzione del professor Angelo Pasqui. Pasqui, aretino, nato nel 1857, era uno dei grandi archeologi italiani della sua generazione: aveva lavorato agli scavi della villa di Boscoreale, alla scoperta della villa di Orazio a Licenza, a Ostia antica, alla riscoperta dell'Ara Pacis Augustae, ed era stato direttore del Museo Nazionale Romano e dell'Ufficio Scavi di Roma. Morì a Roma il 15 ottobre 1915, pochi mesi dopo aver chiuso il cantiere lanuvino: questo fu, di fatto, il suo ultimo scavo.

Pasqui riportò in luce i muri perimetrali delle fondazioni del tempio di fine IV secolo avanti Cristo e i piloni che sorreggevano le colonne del tempio tardo-arcaico di fine VI secolo. Immediatamente all'esterno dell'antico impianto religioso individuò un muro di recinzione in opera reticolata parallelo ai lati nord ed est, e una piccola porzione di un lastricato, parte in basalto e parte in peperino, oggi purtroppo scomparso. Dentro la cella emersero olle d'impasto di varie epoche, frammenti di antefisse arcaiche, votivi in terracotta di età arcaica ed ellenistica, e una testa marmorea in frammenti pertinente al gruppo di Licinio Murena, oggi conservata al Museo Civico Lanuvino.

Fausto Zevi, 2006 e 2008

Nel settembre del 2006 e nel settembre del 2008 sono state realizzate due nuove campagne di scavo dirette dal professor Fausto Zevi dell'Università La Sapienza di Roma, all'interno della cella del tempio e nell'area dell'ex uliveto Frediani-Dionigi. Nell'area del tempio, il cui scavo di settore è stato diretto dal dottor Fabrizio Santi, al di sotto degli strati di età arcaica, sul banco tufaceo, sono stati rinvenuti i solchi di una capanna databile al IX secolo avanti Cristo e corredi funerari dell'VIII. Nell'area dell'ex uliveto, mai indagata prima, sono emerse strutture murarie, pavimenti a mosaico e battuti che coprono un arco cronologico dal II secolo avanti Cristo al IV dopo Cristo. Il progetto di scavo e valorizzazione è stato condotto in collaborazione fra il Museo Civico Lanuvino, la scuola di specializzazione della Sapienza e la Soprintendenza archeologica del Lazio.

Il Museo Civico Lanuvino e i reperti del Santuario di Giunone Sospita a Lanuvio

Se venite fin qui e non entrate al museo, avete fatto metà del viaggio. Perché i reperti del santuario sono lì, e senza i reperti le rovine restano muri.

Il Museo Civico Lanuvino ha sede in piazza della Maddalena 16 ed è articolato in tre sezioni: preromana e romana, epigrafica, medievale. Le prime sale, subito dopo l'ingresso, sono dedicate al periodo preromano e romano e contengono reperti provenienti dall'ager Lanuvinus, dalle ville suburbane e i materiali votivi provenienti dal santuario. Fra i pezzi più significativi ci sono un affresco di età augustea con scene dionisiache, alcuni frammenti marmorei e un parapetto marmoreo raffigurante un grifone di età antonina. Importante è anche la raccolta fotografica riguardante gli scavi del santuario e del tempio, quella di Savile e quella di Pasqui: fotografie storiche che documentano strutture in parte non più esistenti e che per gli studiosi valgono quanto i reperti.

Il pezzo che vale il viaggio: il più antico alfabetario latino

C'è un oggetto, in questo museo, che dovrebbe essere molto più famoso di quanto sia. Fra i buccheri della collezione Dionigi donati al museo ci sono due frammenti di piede ad anello di una coppa che attaccano fra loro, databili alla seconda metà del VI secolo avanti Cristo, con inciso il più antico alfabetario in lingua latina che conosciamo. Un alfabetario è la sequenza completa delle lettere, scritta per esercizio o per valore rituale: è il documento in cui una civiltà mette per iscritto, letteralmente, il proprio alfabeto. Graffito sotto il piede di una coppetta di bucchero. In una vetrina di un museo civico di dodicimila abitanti nel Lazio.

Se questo non vi basta, nella stessa collezione c'è il frammento di parete di una kylix in bucchero con tubulo incorporato, un vaso da libagioni miste databile alla fine del VII secolo avanti Cristo, di cui si conoscono soltanto altri quattro esemplari al mondo, e il cui centro di produzione va localizzato, secondo Mauro Cristofani e Marina Martelli, in un atelier di Cerveteri attivo fra gli ultimi decenni del VII e gli inizi del VI secolo.

Le terrecotte e i buccheri

Il museo conserva inoltre una serie di lastre di rivestimento in terracotta di età tardo-arcaica con motivi vegetali, alcune di ottima fattura e con ricca policromia, inquadrabili alla fine del VI secolo, altre agli inizi del V. E una trentina di frammenti di bucchero e d'impasto provenienti dal terreno Dionigi, la cui provenienza dall'area del santuario è certa: dieci dei trenta si collocano nel VII secolo avanti Cristo, e sono i documenti più antichi che possediamo della frequentazione del culto di Giunone Sospita.

Il Museo Diffuso e le altre sedi

Il Museo Civico è oggi il nucleo di un Museo Diffuso che comprende diverse sedi in paese: la Sala delle Colonne alla Villa Sforza Cesarini, la Sala della Stipe di Pantanacci, la Torre Medievale, il "Cantinone", cioè le segrete di Palazzo Colonna, e la sezione epigrafica. Ci sono anche una sede in piazza Centuripe, nei locali del teatro comunale, e la villa Sforza Cesarini, un villino Liberty del 1906 costruito per volontà di Francesco Sforza proprio nell'area dove si trovano i resti del santuario, gravemente danneggiato da un incendio pochi anni dopo — nel quale andarono perdute una collezione dantesca con esemplari della Commedia dei secoli XV e XVI, arazzi e mobili — e in parte ricostruito nel 1917. Oggi ospita la biblioteca comunale.

La stipe di Pantanacci e il Santuario di Giunone Sospita a Lanuvio

Nel luglio del 2012 il Gruppo Tutela Patrimonio Archeologico della Guardia di Finanza fermò quattro persone sorprese in flagranza di scavo clandestino in località Pantanacci, nell'agro fra Lanuvio e Genzano. Stavano saccheggiando una stipe votiva sconosciuta, non censita nemmeno nelle mappe della Soprintendenza, destinata al mercato antiquario internazionale. L'intervento permise di recuperare oltre mille reperti. Fu, senza esagerare, una delle scoperte archeologiche più importanti del Lazio degli ultimi decenni, e la si deve a un'operazione di polizia giudiziaria.

Che cosa c'era dentro

La prima campagna di scavo, sotto la direzione di Luca Attenni e Giuseppina Ghini, ha documentato una stipe votiva collocata in un antro naturale, dentro un costone tufaceo dalle cui pareti ancora oggi filtra acqua. Gli oggetti hanno cronologia prevalentemente orientata al IV-III secolo avanti Cristo. Fra il vasellame prevalgono le ceramiche a impasto — soprattutto olle — e la ceramica a vernice nera, con esemplari miniaturistici e pezzi sovradipinti. Ma è la serie dei votivi anatomici a lasciare senza fiato: mani, piedi, gambe, braccia, figurine intere maschili, femminili e di infanti fasciati, busti con l'intestino in vista, vesciche, mammelle, uteri, falli, vulve, orecchie, mascherine con occhi, teste maschili e femminili. E soprattutto una tipologia inedita, mai documentata prima in Italia: i cavi orali, cioè modellini dell'interno della bocca.

Come si pregava dentro l'antro

Lo scavo ha permesso di ricostruire i gesti. Gli oggetti, concavi, venivano riempiti e poi sigillati con argilla finissima, e collocati in nicchie artificiali a parete o in alloggiamenti a terra sistemati con sassi a fare da fermo. In corrispondenza di un punto sorgivo la ceramica miniaturistica veniva deposta direttamente sulla roccia, con l'acqua che vi scorreva sopra, come confermano le abbondanti concrezioni calcaree. L'azione cultuale prevedeva offerte di cibi e bevande, di cui sono stati trovati i resti di combustione: tracce di piselli, nocciole, gusci di molluschi, ossa di volatili e di ovini, bruciati con fiamma viva a diretto contatto della parete rocciosa, che per l'alta temperatura ha assunto una tipica colorazione rossastra. Lungo le pareti, grandi lastre di peperino offrivano un piano di calpestio, e dove c'era solo l'appoggio roccioso doveva esserci una passerella lignea. Al centro della grotta, un fondo roccioso coperto da uno strato di argilla finissima: probabilmente una vasca sacrale d'acqua, il cui livello era controllato da un sistema di chiuse in pietra di cui è stato trovato un elemento.

Il legame con la dea

Il sito si inserisce fin dal IV secolo avanti Cristo nel complesso sacro legato a Giunone, e sembra collegato al santuario attraverso una fitta rete di spelonche e cunicoli. Il donario era legato alla sanatio, cioè alla guarigione dalle patologie: si andava lì per chiedere la salute, come oggi si va a un santuario mariano a lasciare una fotografia. La devozione popolare attribuiva alla dea poteri taumaturgici, specie nei riti propiziatori per la fertilità, e si riteneva che le acque che filtrano dalla roccia avessero proprietà terapeutiche. La Sala della Stipe di Pantanacci, in via Roma 1a, espone i materiali recuperati.

Che cosa si vede oggi al Santuario di Giunone Sospita a Lanuvio

E adesso la domanda concreta, quella che vi state facendo da un po': va bene tutto, ma che cosa vedo quando arrivo?

Ve lo dico con franchezza, perché la delusione nasce sempre dall'aspettativa sbagliata e non dal luogo. Non vedrete un tempio in alzato. Non vedrete colonne in piedi. Non vedrete un'area archeologica recintata con biglietteria, percorsi segnati e audioguida. Vedrete una collina alberata, dentro e attorno a un parco pubblico, con affioramenti murari di età romana che si susseguono a tratti, alcuni imponenti, altri appena leggibili, spesso avvolti dalla vegetazione, sempre bellissimi nella luce del tardo pomeriggio.

Le cose che si vedono meglio

Il tratto più leggibile è quello del portico, con le semicolonne doriche in opera reticolata e i ricorsi di mattoni, incluse le sei arcate ricostruite agli inizi del Novecento. Poi il muro a nicchie in opera reticolata, con la sua porta. Poi le nicchie del ninfeo, in parte ancora visibili. Poi le strutture del Parco della Rimembranza, il primo terrazzamento del versante ovest, che si vedono comodamente da viale Giacomo Matteotti senza entrare da nessuna parte: tre fasi edilizie una sopra l'altra, con i muri di contenimento, gli speroni e gli ambienti voltati. E poi la struttura in opera quadrata di peperino, i grandi blocchi squadrati che qualcuno interpreta come pilone di un arco.

Le cose che non si vedono più

Siate consapevoli anche delle assenze, perché fanno parte del sito. Il muretto in tufo della prima fase non è più visibile. Il lastricato in basalto e peperino trovato da Pasqui è scomparso. La chiesetta benedettina di San Lorenzo sopra il ninfeo è stata cancellata dai bombardamenti. Il campanile "al Conventaccio", costruito con i blocchi del tempio, anche. Del tempio medio-repubblicano restano solo due terzi delle fondazioni, e la parte destra è franata insieme alla terrazza. E la cisterna dietro il ninfeo si trova all'interno di una proprietà privata.

Il panorama

Non trascurate l'ultima cosa, che è quella per cui tutto è cominciato. Dal Colle San Lorenzo, e in generale dai belvedere del centro storico di Lanuvio, la vista scende sulla pianura, arriva al litorale e, quando l'aria è pulita, prende il promontorio del Circeo e le isole. È esattamente la ragione geografica per cui questa collina è diventata sacra tremila anni fa. Non c'è modo migliore di capire un santuario di guardare quello che guardava lui.

Come arrivare e come visitare il Santuario di Giunone Sospita a Lanuvio

Lanuvio si trova nella città metropolitana di Roma Capitale, a circa trentatré chilometri dal centro della capitale. In auto si arriva agevolmente dai Castelli Romani o dalla Nettunense, e il paese è servito dalla stazione di Lanuvio sulla linea ferroviaria Roma-Velletri, oltre che dalle autolinee interurbane regionali. Chi arriva in treno deve mettere in conto una salita: la stazione sta in basso, il centro storico sta in alto, ed è una salita seria.

Che cosa è liberamente accessibile

Le informazioni ufficiali del Comune di Lanuvio indicano per l'area archeologica un accesso libero, con percorsi facilitati per i disabili. Le strutture del Parco della Rimembranza sono visibili dalla strada, da viale Giacomo Matteotti. La villa Sforza Cesarini, che sorge nell'area del santuario ed è sede della biblioteca comunale, ha accesso libero.

Che cosa va chiesto in anticipo

Ed è qui che vi risparmio una delusione. Il Santuario di Giunone Sospita a Lanuvio presso Villa Sforza Cesarini è indicato come visitabile gratuitamente su richiesta, con visita guidata. La stessa formula vale per i siti di Ponte Loreto e del Tempio d'Ercole. Tradotto in pratica: se volete la visita accompagnata alle strutture, scrivete prima. L'ufficio di riferimento è l'Ufficio museo, cultura e biblioteca del Comune di Lanuvio, in via Roma 20, telefono 06 93789237, posta elettronica cultura@comune.lanuvio.rm.it. Per prenotare basta un'e-mail indicando il giorno desiderato e lasciando un recapito telefonico. Il museo effettua visite guidate la domenica mattina e, su appuntamento, tutti i giorni della settimana.

Il museo e le altre sedi

Le sedi del Museo Diffuso sono indicate come visitabili dal martedì alla domenica con orario 10-13 e 15-18. Il Museo Civico Lanuvino, in piazza della Maddalena 16, ha un orario articolato che varia fra stagione invernale e stagione estiva, con il pomeriggio che d'estate si sposta in avanti; può inoltre essere aperto fuori orario su richiesta. Per la Torre Medievale e le altre sedi del circuito è previsto un biglietto integrato di importo contenuto, con gratuità per i minori di diciotto anni, per i residenti, per i disabili e accompagnatore, per i giornalisti iscritti all'ordine e per studenti e docenti di archeologia e materie affini. Orari, tariffe e modalità cambiano nel tempo: una telefonata o una mail prima di partire da casa è il modo più semplice per non trovare chiuso.

Come vestirsi e quanto tempo mettere in conto

Scarpe chiuse con suola che tenga: si cammina su terra, erba, radici e pietre, e in discesa dopo la pioggia il terreno vulcanico è scivoloso come il sapone. Pantaloni lunghi da primavera in poi, per via dell'erba alta e delle zecche. Acqua, perché sulla collina non c'è nulla. Per il santuario e le sue strutture calcolate un'ora e mezza con la guida; per il Museo Civico un'altra ora abbondante se volete guardare davvero le vetrine; per il centro storico, la Torre e il Cantinone un'altra ora. Una mattinata piena, insomma, e vi resta il pomeriggio per il resto dei Castelli.

Cosa vedere intorno al Santuario di Giunone Sospita a Lanuvio

Sarebbe uno spreco venire fin qui e ripartire subito, perché il territorio attorno è denso quanto la collina.

Dentro il paese

Il centro storico di Lanuvio è racchiuso in una cinta muraria medievale a quattro torri. La Torre Medievale, detta di Porta Romana, è la torre maschia: un corpo cilindrico massiccio con passeggiamento merlato e rialzo sovrapposto di diametro inferiore, che porta riprodotto in marmo lo stemma del pontefice Vittore III, a cui secondo Alberto Galieti va probabilmente attribuita la rinascita del paese. Nel Seicento la torre fu adibita a carcere e ospitò nel 1559 un cardinale nipote di papa Paolo IV; oggi è sede di esposizioni permanenti sul Medioevo di Civita Lavinia e sugli assedi del castello. Poco distante c'è la Fontana degli Scogli, costruita nel 1675 dall'architetto Carlo Fontana, allievo del Bernini, su commissione di Filippo Cesarini, nell'ambito di un progetto unitario di abbellimento urbano conseguente al ripristino dell'antico acquedotto romano. La fontana di piazza Mazzini fu eretta nel 1684 da Tommaso Mattei, allievo del Borromini, che originariamente ne fece la vasca con un sarcofago romano.

Gli altri siti archeologici del territorio

Nel territorio comunale ci sono i resti del teatro romano di età augustea, Ponte Loreto — i resti di un ponte romano nelle campagne lungo la via Astura — il Tempio d'Ercole, e il sito archeologico in località Pantanacci. Tutto attorno c'è il parco regionale dei Castelli Romani, e a pochi chilometri il santuario di Diana a Nemi con il suo lago, il santuario di Giove Laziale sul Monte Cavo, Genzano, Ariccia con il ponte e Palazzo Chigi, Albano con le sue mura della Legio II Parthica.

Una curiosità su Santuario di Giunone Sospita a Lanuvio

La curiosità che preferisco riguarda un pezzo di argento grande come una moneta da due euro, e riguarda il modo in cui il rito della grotta è finito nelle tasche di mezzo Mediterraneo. Nel 64 avanti Cristo un magistrato monetale di nome Lucio Roscio Fabato — e il gentilizio, badate, è lo stesso dell'attore Roscio che da bambino fu trovato avvolto in un serpente nella piana lanuvina — fece coniare a Roma un denario serrato, cioè con il bordo dentellato. Al dritto ci mise la testa di Giunone Sospita con il copricapo in pelle di capra e la legenda L·ROSCI. Al rovescio ci mise una giovane donna in piedi davanti a un serpente, con la legenda FABATI. Non un simbolo generico: la scena esatta del rito lanuvino.

Quella moneta ebbe un'emissione ampia e circolò ovunque, e la si riconosce anche perché ogni conio porta una coppia di simboli di controllo diversa: uno scudo, una bilancia, una testa di capra, un aratro, un vaso, un fiore, una brocca, una cornucopia, un'ascia, un martello, un ramo, una lancia, un tridente, un delfino. Un catalogo di piccoli disegni che gli antichi usavano per tracciare la produzione della zecca e che oggi permette ai numismatici di ricostruire l'organizzazione del lavoro in un'officina monetaria romana.

Il risultato è che oggi la ragazza lanuvina con la focaccia e il suo serpente si trovano nelle vetrine e nei cassetti di mezzo mondo: al Department of Coins and Medals del British Museum, nell'Heberden Coin Room dell'Ashmolean di Oxford, al Münzkabinett del Kunsthistorisches Museum di Vienna, nelle collezioni dell'Università della Ruhr a Bochum, al Musée d'art et d'histoire di Ginevra — che è uno dei pochi a esporre l'esemplare al pubblico — e all'American Numismatic Society di New York. Un rito agrario praticato in una grotta di una collina laziale è documentato oggi in tre continenti perché duemilanovant'anni fa un magistrato ha voluto ricordare da dove veniva la sua famiglia.

Una cosa che non ti dice nessuno su Santuario di Giunone Sospita a Lanuvio

Quello che non vi dice quasi nessuno è che una parte considerevole di questo santuario non è a Lanuvio. È in Inghilterra.

Gli scavi condotti fra il 1884 e il 1892 da Lord Savile Lumley, ambasciatore britannico a Roma, si svolsero secondo le regole e le consuetudini del tempo, che consentivano l'esportazione. Il risultato è che le splendide terrecotte architettoniche della fase tardo-arcaica del tempio — le antefisse a testa femminile con il nimbo traforato che finisce a palmetta, i frammenti di cornice, la lastra di trabeazione con il kyma ionico — si conservano in buona parte al British Museum di Londra. E che il gruppo di statue equestri con lorica, quello che secondo Filippo Coarelli sarebbe la trasposizione marmorea del monumento di Lisippo ad Alessandro e ai caduti del Granico, è oggi diviso fra il British Museum e il museo di Leeds, con la sola eccezione di un torso, di una testa e di alcuni frammenti rimasti al Museo Civico Lanuvino.

Questo significa due cose molto pratiche. La prima: quando siete davanti al basamento del tempio, la decorazione che ne rivestiva il tetto è a duemila chilometri di distanza, e per farvene un'idea dovete guardare le lastre di rivestimento policrome esposte in paese, che sono bellissime e provengono dallo stesso cantiere. La seconda: il torso e la testa conservati a Lanuvio non sono un residuo di scarto, sono l'unico modo che avete di stare a tu per tu, in Italia, con quel programma scultoreo. Sapere questo cambia il modo in cui si guarda una vetrina che, a un occhio distratto, sembrerebbe modesta. Non è modesta. È quello che è rimasto.

Il consiglio che ti do per visitare Santuario di Giunone Sospita a Lanuvio

Il mio consiglio è uno solo, e vale più di tutti gli altri messi insieme: telefonate prima e chiedete la visita guidata. Il santuario presso Villa Sforza Cesarini è indicato come visitabile gratuitamente su richiesta, con accompagnamento, e la differenza fra andarci da soli e andarci accompagnati non è una differenza di comodità, è una differenza di comprensione. Da soli vedrete dei muri. Con qualcuno che vi indica dove passava il portico, dove si apre la porticina dei cunicoli, dove sono le nicchie del ninfeo e dove si legge il passaggio dall'opera incerta all'opera reticolata, vedrete un santuario.

Il secondo consiglio riguarda l'ordine delle cose. Fate il museo prima e le rovine dopo, non il contrario. Al Museo Civico Lanuvino vedete le terrecotte, i buccheri, l'alfabetario del VI secolo, la testa del gruppo equestre e le fotografie storiche degli scavi di Savile e di Pasqui. Con quelle immagini in testa, quando poi salite sulla collina, i muri smettono di essere anonimi: sapete che cosa c'era sopra, chi lo ha tirato fuori e in che anno. È lo stesso principio per cui una partitura si legge meglio dopo aver sentito il pezzo.

Il terzo consiglio è sull'orario. Andateci nel tardo pomeriggio, e se potete scegliete una giornata di tramontana dopo la pioggia. La luce radente esalta il rilievo delle semicolonne e dei ricorsi di mattoni, l'aria pulita apre il panorama fino al Circeo, e la collina — che è coperta di alberi e di erba alta — smette di essere un ostacolo alla lettura e diventa l'unica scenografia possibile. Poi scendete in paese, sedetevi in una piazza, ordinate un bicchiere di Colli Lanuvini e lasciate sedimentare. Questo posto lavora bene nella memoria.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

È risaputo che nel 338 avanti Cristo Roma vinse la guerra latina e sciolse la Lega Latina. Lo studiano tutti a scuola. Quello che quasi nessuno cita è la clausola specifica riservata a Lanuvio, che è invece uno dei documenti più intelligenti della storia diplomatica antica: "Lanuuinis civitas data sacraque sua reddita, cum eo ut aedes lucusque Sospitae Iunonis communis Lanuuinis municipibus cum populo Romano esset". Ai Lanuvini fu data la cittadinanza e furono restituiti i loro culti, a condizione che il tempio e il bosco sacro di Giunone Sospita diventassero comuni ai lanuvini e al popolo romano.

Il punto che sfugge quasi sempre è il verbo: reddita, restituiti. Vuol dire che i culti erano stati sequestrati durante la guerra e vengono ora resi. E il punto ancora più fine è che Roma non applica a Lanuvio la procedura che aveva applicato a Veio, l'evocatio, con cui si chiamava fuori la divinità della città nemica promettendole un culto migliore a Roma e la si portava via. Con Veio, città etrusca e nemica assoluta, Roma aveva praticato il trasloco della dea. Con Lanuvio, città latina e cugina, pratica la comproprietà. La differenza di trattamento è una lezione di politica.

E c'è un corollario contabile che si cita ancora meno. Nel 332 avanti Cristo Lanuvio ottiene la civitas cum suffragio, cioè il diritto di voto pieno, in cambio dell'ammissione del popolo romano ad amministrare la metà dei proventi del santuario. Metà dei proventi. Quando si dice che Roma costruì l'Italia con la generosità della cittadinanza, si dice una cosa vera; ma bisogna aggiungere che quella generosità era scritta in contratti con clausole economiche precise, e che a Lanuvio possiamo leggerle.

La foto giusta da fare a Santuario di Giunone Sospita a Lanuvio

La foto giusta non è il primo piano di un muro. Il primo piano di un muro romano, per quanto bello, non comunica nulla a chi non c'era: sembra un muro. La foto giusta è quella che tiene insieme tre cose nello stesso inquadramento — la muratura antica, la collina e il panorama sulla pianura — perché è solo la compresenza dei tre elementi a spiegare perché quel muro sta lì.

In pratica: mettetevi lungo il tratto del portico, in modo che la fuga delle semicolonne doriche in opera reticolata attraversi l'inquadratura in diagonale, con i ricorsi orizzontali di mattoni che disegnano la loro riga rossa; tenete gli alberi della collina come quinta laterale; e cercate di far entrare, in fondo, lo spiraglio di pianura che scende verso il mare. Girate in orizzontale, non in verticale: qui la storia è lunga centoventi metri, non alta. Usate la luce del tardo pomeriggio, che entra bassa da ovest — il tempio era orientato a ovest, quindi la luce del tramonto è esattamente quella che vedeva la dea — e che fa emergere il rilievo dei cubetti di tufo, altrimenti piatti come un muro d'intonaco.

Una seconda foto che nessuno fa e che invece è preziosa: il dettaglio ravvicinato del passaggio fra due tecniche murarie diverse, dove l'opera incerta o quasi reticolata confina con l'opera reticolata matura. Sono due tessiture visibilmente diverse, una disordinata e una a maglia romboidale regolare, e nella stessa immagine avete un secolo di storia dell'edilizia romana. È la fotografia che, quando la mostrerete a qualcuno, vi permetterà di raccontare qualcosa invece di limitarvi a dire "guarda che bello". E se avete tempo, aggiungete un ultimo scatto dal Parco della Rimembranza verso viale Matteotti, con i tre muri sovrapposti delle tre fasi: è la sezione verticale di un cantiere di duemila anni fa, a cielo aperto, gratis.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il primo avvenimento è quello che ha determinato tutti gli altri: il trattato del 338 avanti Cristo, con cui, dopo la sconfitta della Lega Latina, il senato romano concesse ai Lanuvini la cittadinanza e la restituzione dei loro culti a patto che il tempio e il bosco sacro di Giunone Sospita fossero comuni a Lanuvini e al popolo romano. Da quel giorno il santuario cessò di essere un affare locale e divenne un'istituzione dello Stato romano, con i consoli obbligati a salire quassù a sacrificare all'inizio del mandato e con metà dei proventi amministrati da Roma a partire dal 332.

Il secondo è una lunghissima catena di eventi minori registrati come prodigi, che messi in fila raccontano due secoli di ansia collettiva romana: nel 218 avanti Cristo, mentre Annibale scende in Italia, a Lanuvio una lancia si muove da sola e un corvo si posa sul pulvinare, e lo Stato manda quaranta libbre d'oro alla dea; nel 215 le statue grondano sangue e piovono pietre attorno al tempio; nel 214 i corvi fanno il nido dentro il tempio; nel 205 e nel 200 il tempio produce di notte fragori spaventosi; nel 197 un console vota un tempio a Giunone Sospita nel pieno di una battaglia contro gli Insubri e lo mantiene, e il tempio sorge a Roma nel Foro Olitorio nel 194; nel 181, in un anno di peste così grave che Libitina a stento bastava ai funerali, i Lanuvini annunciano che la statua della dea ha pianto; nel 174 lanuvini e ceriti giurano che in paese è comparso un serpente crestato e macchiato d'oro; all'inizio della guerra sociale, nel 91, gli scudi appesi nel tempio vengono trovati rosicchiati dai topi, e gli aruspici lo giudicano il presagio più funesto di tutti.

Il terzo è il grande cantiere di metà I secolo avanti Cristo, legato all'ascesa del lanuvino Lucio Licinio Murena, console nel 62, che trasforma il santuario in un complesso a terrazze con centoventi metri di portico a due piani, un ninfeo alto otto metri e un programma scultoreo che comprende la copia in marmo del gruppo di Lisippo per i caduti del Granico. Il quarto è il 18 gennaio del 52 avanti Cristo, quando Milone, dittatore di Lanuvio, parte per venire a nominare il flamine in vista della festa della dea del primo febbraio e sulla via Appia presso Bovillae incontra Clodio: da quel morto nascono l'incendio della Curia, il consolato unico di Pompeo e la Pro Milone. Il quinto è la fine: l'editto di Teodosio del 391 dopo Cristo, che chiude i templi pagani e spegne, dopo quasi mille anni, un culto ininterrotto.

Chi è passato da Santuario di Giunone Sospita a Lanuvio

Ci sono passati, per obbligo istituzionale, tutti i consoli della repubblica romana, che all'inizio del mandato salivano qui a sacrificare alla dea. È un elenco che copre secoli e che comprende, di fatto, quasi ogni nome importante della storia repubblicana. Ci è passato Ottaviano, futuro Augusto, che nella guerra contro Sesto Pompeo attinse ai tesori accumulati nel santuario. Ci è passato Adriano, che ne finanziò un restauro documentato da un'iscrizione. Ci è passato — anzi, ci è nato accanto — Antonino Pio, venuto al mondo a Lanuvio il 19 settembre dell'86 e ricordato dalle fonti per aver fatto riparare molti templi della sua città. E ci è nato Commodo, il 31 agosto del 161.

Ci è passato Tito Annio Milone, che di questa città era dittatore e che stava venendo qui a nominare un sacerdote il giorno in cui uccise Clodio. Ci sono passati, come residenti nelle ville del territorio, Marco Emilio Lepido, Marco Giunio Bruto, Augusto e Marco Aurelio. Ci è cresciuto Quinto Roscio Gallo, il più grande attore comico di Roma, allevato nella piana del Solonio e trovato da neonato avvolto nelle spire di un serpente, episodio che gli aruspici interpretarono come annuncio di una gloria straordinaria e che lo scultore Pasitele incise nell'argento e il poeta Archia mise in versi. Ci è passato Lucio Licinio Murena, che da qui è partito per l'Oriente e qui è tornato da console a ricostruire il santuario della sua infanzia.

E ci è passata, se vogliamo credere a Properzio, anche Cinzia: la donna più famosa dell'elegia latina, portata su per la via Appia da pony tosati, ufficialmente per il rito della dea e in realtà — dice il poeta con l'acidità di chi è rimasto a Roma — per Venere. Fra tutti i personaggi che hanno calcato questa collina, generali, imperatori, sacerdoti e assassini, quella che mi resta più impressa è lei: una donna che sale a un santuario per la ragione sbagliata, in un giorno di primavera di duemila anni fa, mentre da qualche parte sotto la collina un serpente aspetta la sua focaccia annuale.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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RiassuntoIl Santuario di Giunone Sospita a Lanuvio era il principale centro di culto della Dea Giunone
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IndirizzoVia San Lorenzo, 1, 00040 Lanuvio RM, Italia 40
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