Nemi (RM)
Nemi si trova in Piazza Roma, 00074 Nemi (RM), affacciata a picco sul lago omonimo nel settore centrale dei Colli Albani, dentro il perimetro del Parco regionale dei Castelli Romani. Ci si arriva in automobile dalla via dei Laghi (Strada statale 217), che sale da Ciampino verso i crateri albani; chi preferisce i mezzi pubblici deve sapere che il bacino dei Castelli Romani è servito dagli autobus regionali Cotral in partenza dal capolinea di Anagnina, sul prolungamento della metro A, con orari e fermate da controllare sul sito ufficiale del vettore prima di mettersi in viaggio. Il paese in sé è un borgo aperto e gratuito: si passeggia liberamente per il centro storico e lungo il belvedere. Il biglietto vero riguarda il Museo delle Navi Romane, in via Diana, che espone quel che resta della vicenda archeologica più celebre del posto: intero 5 euro, ridotto 2 euro, apertura dalle 9 alle 19 con ultimo ingresso alle 18 e chiusura il lunedì, oltre al primo gennaio e al venticinque dicembre. Il santuario di Diana Nemorense, ai piedi del cratere, è un'area archeologica a parte, il cui accesso conviene verificare volta per volta presso il Comune e la Soprintendenza. Sotto trovate la visita distesa, borgo, tempio, museo, lago e storia, raccontata per intero.
Confronta le esperienze a Roma
Ogni scheda apre una pagina di confronto qui su estateromana.com: le differenze tra le opzioni, le fasce di prezzo indicative e il link per prenotare sul sito del venditore. Puoi salvare quello che ti interessa in "Il mio viaggio".
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
Nemi è il comune più piccolo dei Castelli Romani, poco meno di duemila abitanti, arroccato a 521 metri sul livello del mare su uno sperone che domina lo specchio d'acqua da un lato e apre lo sguardo verso il mare dall'altro. Da qui si scende ad Ariccia e Genzano di Roma, si raggiunge Albano Laziale e il vicino Lago di Albano, e in pochi minuti di strada si tocca l'intero Parco dei Castelli Romani. Chi vuole tenere insieme le tappe di una gita può salvarle in Il mio viaggio e costruirsi l'itinerario con calma.

Perché si chiama Nemi: il bosco di Diana
Il nome di Nemi discende per linea diretta dal latino "nemus", che vuol dire bosco. Non un bosco qualsiasi: con quella parola, spesso allungata in "nemus Dianae", "nemus Aricinum", "nemus Artemisium" o "Cynthiae fanum", gli antichi indicavano il tempio di Diana che sorgeva sulle sponde del lago. Alla dea dei boschi e della caccia era consacrata l'intera selva intorno all'acqua, e quel culto durò fino alla messa al bando del paganesimo sancita dai decreti teodosiani del 391. Nel Medioevo la zona continuò a chiamarsi semplicemente "Nemus", con le forme "massa Nemus" e "castrum Nemoris", ed è per questa via che il nome è entrato nell'italiano. L'erudito Emanuele Lucidi attesta anche varianti arcaiche del toponimo, già in disuso alla fine del Settecento, come "Nemore", "Neme" e "Nemo". Chi arriva a Nemi, insomma, mette piede in un luogo il cui nome è la firma di una divinità: il bosco è la dea, e la dea è il bosco.
Nemi, il lago e lo specchio di Diana
Il lago di Nemi occupa un piccolo cratere vulcanico dai bordi ripidi e boscosi. Gli antichi lo chiamavano "speculum Dianae", lo specchio di Diana, perché la superficie immobile rifletteva la luna e il santuario che le sorgeva accanto. È un bacino chiuso, senza immissari di rilievo, alimentato dalle sorgenti e regolato, fin da epoca antichissima, da un emissario scavato nella roccia. La cornice non è cambiata di molto: chi si affaccia dal belvedere del paese vede lo stesso ovale d'acqua che vedevano i pellegrini diretti al tempio. Il colore vira dal verde al blu a seconda della luce, e nelle giornate limpide il fondo del cratere trattiene una calma che ha alimentato per secoli leggende e superstizioni.
Una curiosità su Nemi (RM)
La curiosità che vale il viaggio non è un monumento ma una regola di sangue. Al tempio di Diana Nemorense presiedeva un sacerdote chiamato Rex Nemorensis, il Re del Bosco, e quel titolo si conquistava in un modo che gli stessi antichi giudicavano feroce. Solo uno schiavo fuggitivo poteva aspirarvi: doveva penetrare nel bosco sacro, spezzare un ramo da un albero preciso, che a nessun altro era lecito toccare, e poi affrontare in duello mortale il sacerdote in carica. Se lo uccideva, ne prendeva il posto; e da quel momento viveva spada in pugno, sapendo che un altro fuggitivo sarebbe prima o poi arrivato a fare a lui quel che lui aveva fatto al predecessore. Strabone, nella "Geografia", parla di un rito barbarico e scitico e descrive il sacerdote sempre armato, che si guarda intorno in attesa dell'assalto. Ovidio, nei "Fasti", lo dice con crudezza: quel re regna con le braccia forti e i piedi veloci, e muore secondo l'esempio che lui stesso ha dato. Non è una fantasia romantica dell'Ottocento: è un uso attestato dalle fonti antiche, per quanto la sua origine si perda nel mito.
Il ramo che apre il mondo dei morti
Il ramo che lo schiavo strappava non era un dettaglio scenografico. La tradizione antica lo identificava con la fronda che, per ordine della Sibilla, Enea raccolse prima di scendere nel mondo dei morti nel sesto libro dell'Eneide di Virgilio. È il celebre ramo d'oro: chi lo coglie ha diritto di attraversare la soglia che separa i vivi dai defunti. A Nemi quel gesto simbolico si faceva carne, perché spezzare il ramo significava sfidare la morte davvero, in duello. Questa saldatura fra il mito virgiliano e il rito nemorense è la ragione per cui il piccolo lago dei Castelli Romani è finito, molti secoli dopo, al centro di uno dei libri più influenti dell'antropologia moderna.
Una cosa che non ti dice nessuno su Nemi (RM)
Che il lago di Nemi abbia dato il titolo a un capolavoro lo sanno in pochi, e chi lo sa spesso lo racconta storto. Nel 1890 l'antropologo scozzese James George Frazer pubblicò "The Golden Bough", "Il ramo d'oro", partendo proprio dall'enigma del Re del Bosco di Nemi: perché un sacerdote doveva essere ucciso dal suo successore? Da quella domanda Frazer costruì una monumentale indagine comparata sui riti del re sacro e delle divinità che muoiono e rinascono, un'opera cresciuta di edizione in edizione, dai due volumi del 1890 ai dodici del primo Novecento, fino alla sintesi in un volume del 1922. Il dettaglio poco noto è il titolo: Frazer lo prese da un dipinto di William Turner del 1834 intitolato "The Golden Bough". Frazer credeva che quel quadro raffigurasse il lago di Nemi, e lo scrisse; in realtà Turner aveva dipinto il lago d'Averno, l'altro specchio d'acqua vulcanico legato alla discesa agli inferi. L'errore di un grande studioso ha finito per legare per sempre il nome di Nemi a una tela che ritrae un altro lago. È il genere di cortocircuito che rende questo posto più interessante di quanto la sua dimensione lasci sospettare.
Egeria, la ninfa che pianse fino a diventare sorgente
Accanto al culto di Diana ne vivevano altri due, meno famosi ma altrettanto radicati. Il primo è quello di Egeria, la ninfa consigliera di Numa Pompilio, il secondo re di Roma. La leggenda, raccolta anche da Ovidio, racconta che alla morte del re Egeria pianse tanto e così a lungo che Diana, per pietà, la trasformò in una sorgente perenne. Quella fonte è collegata dalla tradizione ai resti nei pressi dell'acquedotto delle Mole, sulla riva orientale del lago. Il secondo culto è quello di Virbio, nome sotto cui era venerato Ippolito, il figlio di Teseo: secondo Pausania fu proprio Ippolito, riportato in vita e nascosto ad Aricia, a fondare il santuario e a stabilire che il sacerdozio si vincesse in duello fra schiavi fuggiti. Diana, Egeria e Virbio formano la piccola trinità del bosco: la dea, la ninfa delle acque e l'eroe risorto. Poche righe di guida non le rendono giustizia, ma sapere che esistono cambia il modo di guardare la selva intorno al lago.

Il santuario di Diana Nemorense a Nemi
Il santuario di Diana Aricina, o Nemorense, occupava un'area di circa 45.000 metri quadrati, con un perimetro di duecento metri per centosettantacinque, sostenuto a valle da sostruzioni triangolari e a monte da grandi nicchioni semicircolari, che probabilmente accoglievano statue, sopra i quali correva un terrazzamento superiore. Dentro la piattaforma si aprivano due portici di ordine dorico, uno con colonne intonacate di rosso, l'altro con colonne di peperino grigio scuro. Il complesso comprendeva statue, ambienti per i sacerdoti, alloggi per i pellegrini, celle donarie, un tempio, bagni idroterapici e perfino un teatro. Di tutto questo oggi si leggono una parete di grandi nicchioni, una porzione del pronao con almeno un altare votivo e alcune colonne. La maggior parte dell'edificio sacro, che si allargava su oltre cinquemila metri quadrati, resta ancora sepolta: i nicchioni che affiorano dal terreno per parecchi metri lasciano intuire quanto imponente dovesse essere l'insieme.
Diana Nemorense a Nemi: dagli scavi ai musei d'Europa
Frequentatissimo fino alla tarda età imperiale, il santuario fu abbandonato con l'affermarsi del cristianesimo e in parte spogliato di marmi e decorazioni; poi la selva se lo riprese quasi per intero. Gli scavi cominciarono nel Seicento, condotti soprattutto da amatori e studiosi stranieri, ed è per questo che gran parte dei reperti, statue di fattura splendida in testa, oggi risulta sparsa nei musei di mezza Europa. Altri pezzi si trovano al Museo delle Navi Romane e nei musei romani di Villa Giulia e delle Terme di Diocleziano. Chi vuole approfondire l'area sacra può leggere la pagina dedicata al Santuario di Diana Nemorense: qui basti dire che si cammina su uno dei luoghi di culto più importanti del Lazio antico, centro religioso della Lega Latina dopo la distruzione di Alba Longa, verso la metà del VII secolo avanti Cristo.

Le feste di Diana e le origini del Ferragosto
Al santuario si teneva, alle idi di agosto, la grande festa della dea, le Nemoralia. Nelle notti intorno al tredici agosto il bosco e le rive si accendevano di fiaccole e di lucerne, riflesse nell'acqua immobile del lago, mentre le donne salivano in processione per sciogliere voti e chiedere protezione a Diana, patrona anche del parto. Molti studiosi vedono in questa ricorrenza una delle radici pagane del Ferragosto, poi assorbita e ridefinita dal calendario cristiano. È il tipo di continuità che a Nemi si tocca con mano: sotto la sagra e i tavolini del centro storico scorre una memoria religiosa lunga più di duemila anni.
Il Museo delle Navi Romane di Nemi
Il Museo delle Navi Romane sorge sulla riva del lago, in via Diana. Fu costruito negli anni Trenta per proteggere gli scafi appena estratti dalle acque, ed è un edificio fuori dal comune, perché progettato su misura del suo contenuto: un doppio hangar di calcestruzzo delle dimensioni esatte delle due navi, lunghe poco meno di ottanta metri. Il progetto fu realizzato gratuitamente dall'architetto Vittorio Ballio Morpurgo, che lo volle con ampie superfici vetrate e ricavò sopra il tetto una terrazza percorribile, dalla quale il lago si offre da un punto di vista inedito, sulla sponda ma in posizione elevata. L'inaugurazione avvenne il ventuno aprile del 1940. Dopo l'incendio delle navi, nel 1944, il museo restò a lungo chiuso.
Cosa si vede oggi al Museo delle Navi Romane di Nemi
Ristrutturato, il museo ospita oggi un tratto dell'antica via Sacra, i modelli in scala uno a cinque delle due navi, costruiti nei cantieri navali di Castellammare di Stabia fra il 1950 e il 1952 sulla base dei numerosi disegni tecnici eseguiti dagli ingegneri della Marina al tempo del recupero, pannelli illustrativi, il materiale scampato al rogo e reperti provenienti dal tempio di Diana. Davanti all'ingresso è collocato il profilo di una delle navi, ricostruito dai maestri d'ascia dei cantieri di Torre del Greco. L'iniziativa è nata da un'associazione di privati, la Dianae Lacus, che ha avviato il progetto di ricostruire per intero una delle imbarcazioni: la ricostruzione sarà a dimensione reale e navigante nei limiti consentiti dai dati scientifici, e la nave, una volta finita, dovrebbe essere ancorata nel lago davanti al museo per ospitare studi, visite guidate, spettacoli, mostre e concerti. Chi vuole i dettagli sul museo può consultare anche la pagina del Museo Nemorense delle Navi Romane. Il biglietto costa cinque euro l'intero e due il ridotto, l'apertura va dalle 9 alle 19 con ultimo ingresso alle 18, e la giornata di chiusura è il lunedì.

Le navi di Caligola nel lago di Nemi
Le due navi sono la memoria di età romana più clamorosa di Nemi. Lunghe rispettivamente sessantaquattro e settantuno metri, per secoli hanno acceso la fantasia di chi le sapeva sul fondo del lago. Si è congetturato un loro uso festaiolo e persino orgiastico, ma l'ipotesi oggi più accreditata è che si trattasse di navi sacre a Diana, o a Iside. Anche sul committente si sono affastellate molte supposizioni, che il consenso degli studiosi ha ristretto agli imperatori Tiberio o Caligola. Tentativi di recuperarle furono compiuti a più riprese fin dal Quattrocento, al punto che a un certo momento si arrivò a ipotizzare l'esistenza di tre navi. Solo fra il 1929 e il 1932 fu organizzata una spedizione imponente che, svuotando il lago per ben ventidue metri di profondità, riuscì a portare a riva le due imbarcazioni e a custodirle nel museo costruito apposta.
Il rogo del 1944
La fine fu brutale. Nella notte fra il trentuno maggio e il primo giugno del 1944 il museo e le due navi andarono a fuoco. La responsabilità fu ufficialmente attribuita a soldati tedeschi in ritirata. In poche ore bruciò quel che venti secoli d'acqua avevano conservato, e oggi degli scafi originali restano soltanto i modelli, i pochi materiali salvati e i disegni. È una perdita che a Nemi si sente ancora, e che spiega perché la ricostruzione a grandezza naturale sia diventata, per il paese, una specie di riscatto.
L'emissario romano del lago di Nemi
Nella valle del lago si nasconde un'altra opera notevolissima: l'emissario artificiale. La tradizione lo data al V secolo avanti Cristo, dunque a prima della dominazione romana. È un cunicolo lungo milleseicentotrentacinque metri e largo ottanta centimetri, scavato nella roccia, che congiunge il lago a Vallericcia, oltre il bordo del cratere, con il doppio scopo di tenere costante il livello dell'acqua e di irrigare la valle. Sulle pareti si leggono ancora i segni lasciati dai rudimentali strumenti degli operai, che scavarono partendo dai due capi opposti e si incontrarono al centro con uno scarto minimo, prova di una perizia tecnica sorprendente per l'epoca. L'imbocco ha una camera d'ingresso in opera quadrata di peperino e un sistema di chiuse efficacissimo; da Vallericcia il condotto prosegue a cielo aperto, passa per Cecchina e arriva fino ad Ardea, dove sfocia in mare. Restaurato negli anni Venti per aiutare lo svuotamento del lago durante il recupero delle navi, oggi è interamente percorribile.
La villa di Cesare presso Nemi
Fra i resti romani della zona c'è anche la villa di Gaio Giulio Cesare. La sua esistenza nel territorio aricino, vicino al tempio di Diana, è attestata da Cicerone e da Svetonio: la villa fu probabilmente edificata fra il 61 e il 58 avanti Cristo, ma, stando a Svetonio, non soddisfece Cesare, che la fece radere al suolo. Studi successivi hanno però mostrato che l'abbandono definitivo del sito va collocato fra il III e il IV secolo, segno che qualcosa continuò a vivere lì ben oltre il dittatore.
Cosa vedere a Nemi: le chiese del borgo
Il centro storico di Nemi conserva un piccolo repertorio di architetture religiose, alcune ancora in piedi, altre ridotte a rudere. Vale la pena percorrerle con ordine, perché ciascuna racconta un pezzo della vicenda del paese.
La chiesa di San Nicola a Nemi
La chiesa di San Nicola fu edificata dopo l'editto di Milano del 313, con cui il culto cristiano fu liberalizzato. Oggi è completamente diruta e i suoi ruderi si riconoscono nei pressi dell'acquedotto delle Mole, sulla riva orientale del lago. Accanto affiorano i resti di un complesso con absidi, cunicoli e murature, con ogni probabilità un impianto termale: sopra di esso la tradizione colloca la fonte della ninfa Egeria. La struttura si data fra il I secolo avanti Cristo e il IV secolo, cioè nel periodo di massimo splendore del tempio di Diana, e testimonia quanto densamente popolata di edifici fosse la valle sacra.
Il Romitorio di San Michele Arcangelo e la chiesa di Santa Maria
Poco lontano si trovava il Romitorio di San Michele Arcangelo, un piccolo eremo che punteggiava la selva. La chiesa di Santa Maria, anch'essa oggi diruta, sorgeva sulla riva opposta del lago in epoca imprecisata e ospitò, fino alla demolizione, l'icona della Vergine di Versacarro. Fu abbandonata nel 1637, quando i frati minori cappuccini lasciarono il sito, che era stato loro concesso come dimora da Ascanio I Colonna nel 1534, per trasferirsi nel nuovo convento costruito per loro a Genzano di Roma presso la chiesa di San Francesco d'Assisi. Di questa Santa Maria non resta nulla, e riesce difficile perfino stabilire con precisione dove sorgesse.
La parrocchiale di Santa Maria del Pozzo a Nemi
La chiesa principale del paese è la parrocchiale di Santa Maria del Pozzo. Fu costruita in sostituzione della cappella di palazzo eretta dai cistercensi, che sorgeva su un'area oggi occupata dal castello Ruspoli e che fu demolita nel Cinquecento per far posto all'ampliamento del castello stesso. La cappella era intitolata a Maria "de puteo", del pozzo, perché si trovava accanto a un pozzo presso il quale, secondo la tradizione, la Vergine apparve ad alcune fanciulle del paese; di quel pozzo sono stati ritrovati i resti durante i restauri del castello. La chiesa, che i Frangipane vollero dedicare all'Immacolata, ha conservato però il nome di Santa Maria del Pozzo, benché l'iscrizione sulla facciata, aggiunta soltanto nel 1934, la vorrebbe intitolata all'Assunta.
Il Trittico di Antoniazzo Romano a Nemi
L'interno merita attenzione. La chiesa ha una navata unica con sei cappelle laterali e transetto, e custodisce la pala cinquecentesca proveniente dall'antica cappella, con l'effigie della Madonna del pozzo e dei santi protettori del paese, gli apostoli Filippo e Giacomo. Il pezzo più prezioso è però un Trittico ligneo di scuola antoniazzesca, riferito cioè all'ambito di Antoniazzo Romano, databile fra la seconda metà del Quattrocento e i primi anni del Cinquecento. Vi è rappresentato il Cristo al centro, affiancato da san Giovanni Battista e da san Giovanni apostolo ed evangelista. Antoniazzo fu il maggiore pittore romano del secondo Quattrocento, un artista che teneva insieme la tradizione locale e le novità toscane e umbre: trovarne un'eco in una parrocchiale di paese dice quanto il territorio fosse dentro le correnti artistiche della Roma dei papi.
Il santuario del Santissimo Crocifisso a Nemi
Il santuario del Santissimo Crocifisso, già intitolato a Santa Maria di Versacarro, fu fondato nel 1637 dal marchese Mario Frangipane per accogliere i padri francescani dopo che i cappuccini si erano trasferiti a Genzano. I religiosi arrivarono nel 1645 e la nuova chiesa fu intitolata alla Madonna di Versacarro. Nel 1669 vi fu esposto un Crocifisso ligneo, opera di fra Vincenzo da Bassiano, che la tradizione vuole trovato miracolosamente già compiuto: da allora il luogo prese il nome di Santuario del Crocifisso. Nel 1675 padre Felice da Napoli dipinse alcune opere sulle pareti. L'antica icona della Vergine di Versacarro fu rubata nel febbraio del 2002 e ritrovata il trenta marzo del 2006 a Messina dalla Polizia, un lieto fine che a Nemi si ricorda ancora con sollievo.
Palazzo Ruspoli, il castello di Nemi
Palazzo Ruspoli domina il paese dall'alto. Edificato nel Medioevo dai Conti di Tuscolo, ristrutturato nel Rinascimento, è organizzato attorno a una torre cilindrica intorno alla quale si sviluppa il corpo baronale. All'interno conserva antichi frammenti marmorei e decorazioni a tempera del Settecento, opera del pittore Liborio Coccetti, distribuite in vari ambienti, e altre dell'Ottocento. Circondato da un giardino pensile, è uno dei palazzi più belli di tutti i Castelli Romani. La verità, però, va detta senza girarci intorno: oggi versa in stato di abbandono, con porte e soffitti puntellati, camini e pavimenti asportati, decorazioni parietali annerite e cadenti, in stridente contrasto con le facciate esterne restaurate, che da fuori restituiscono l'immagine ingannevole di un edificio in perfette condizioni. È un peccato, ed è bene saperlo prima di salire, per non aspettarsi un castello visitabile alla pari degli altri.
L'Osteria della Fajola e i soldati corsi
Ai margini del territorio, lungo l'attuale Strada statale 217 via dei Laghi, antica strada corriera fra Roma e Napoli, ai confini fra Nemi, Rocca di Papa e Velletri, si trova l'Osteria della Fajola, detta anche Casale dei Corsi. Per oltre cinquecento anni fu il punto di passaggio dei viaggiatori diretti verso Velletri e il napoletano, o verso Roma, prima che la riapertura della via Appia, alla fine del Settecento, spostasse altrove il traffico. L'edificio, di dimensioni contenute, funzionava da stazione di posta con l'osteria per i viandanti. Dal 1658 vi fu acquartierata una guarnigione di soldati corsi, messi a guardia di una strada perennemente infestata dal brigantaggio: dei briganti della Fajola scrisse perfino Stendhal nelle sue "Chroniques italiennes". Per la guarnigione furono costruiti un quartiere e persino una chiesa, dedicata a sant'Antonio di Padova. Ai corsi subentrarono altri gendarmi, presenti fin verso il 1866. Del complesso restano oggi le sole mura perimetrali, sottoposte per giunta a un recente e invasivo intervento che ha sventrato quel che di più significativo rimaneva, la grande volta a botte dell'osteria.

Il consiglio che ti do per visitare Nemi (RM)
Il consiglio, dopo anni di gite ai Castelli, è di non ridurre Nemi a una fermata per mangiare le fragole con la panna. Si può fare in mezz'ora, certo, ma è uno spreco. Meglio salire in mattinata, parcheggiare fuori dal centro storico, che è stretto e mal si presta alle automobili, e cominciare dal belvedere per prendere le misure al cratere. Poi scendere verso il lago: la strada che porta al Museo delle Navi Romane e all'area del santuario è la parte che quasi tutti saltano e che invece dà senso a tutto il resto. Il momento migliore è la tarda primavera, quando le fragole sono di stagione e la luce sull'acqua è tersa; evitate le domeniche di giugno in pieno giorno di sagra se non amate la folla, oppure mettetela in conto come parte dello spettacolo. Un'ultima cosa: verificate gli orari del museo prima di partire e tenete un piano B per il pranzo, perché nelle giornate di grande afflusso i pochi tavoli del centro si riempiono in fretta. Nemi ripaga chi le concede mezza giornata, non chi la attraversa di corsa.
Nemi con i bambini
Per una famiglia Nemi funziona bene, a patto di dosare le cose. Il museo delle navi è a misura di ragazzi curiosi: gli scafi giganti, i modelli e la storia del recupero, con il lago svuotato di ventidue metri, colpiscono la fantasia più di tante spiegazioni. Il belvedere è sicuro e panoramico, il lago si può raggiungere per una passeggiata. Il centro storico ha vicoli ripidi e qualche scalinata, quindi un passeggino leggero e pieghevole è preferibile. Le fragole con la panna, alla fine del giro, sono la ricompensa che nessun bambino contesta.
Nemi e i Castelli Romani in una giornata
Nemi si presta a fare da tappa di un itinerario più ampio. A pochi minuti ci sono Genzano di Roma, celebre per l'Infiorata, e Ariccia con la sua porchetta e il ponte monumentale; più in là Albano Laziale, Castel Gandolfo affacciata sul lago Albano, Marino con la sua sagra dell'uva e Frascati con le sue ville. Chi vuole camminare può salire verso Rocca di Papa e il crinale del Monte Cavo, l'antico Mons Albanus. Verso sud, Velletri chiude il quadro. Costruire un anello di due o tre borghi in una giornata è il modo migliore per capire i Castelli, e Nemi ne è uno dei vertici più belli.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Tutti sanno che a Nemi si mangiano le fragole. Quasi nessuno sa quanto è antica e quanto è documentata questa vocazione. Le prime notizie sulla sagra, custodite negli archivi comunali, la datano al 1922: è dunque una festa più che centenaria, non un'invenzione turistica recente. La fragola di Nemi, coltivata in due varietà, quella di stagione e quella rifiorente, è un prodotto del territorio da secoli, favorito dal microclima umido del cratere e dai terreni vulcanici. Le fragoline nemorensi furono cantate e rese celebri dalla canzone in dialetto romanesco "'Na gita a li Castelli" di Franco Silvestri, del 1926, portata al successo da Ettore Petrolini: un pezzo che ha fatto per Nemi più di qualsiasi campagna pubblicitaria. Da qualche anno, accanto alla sagra, si tiene anche la Mostra dei Fiori, al termine della quale il fioraio vincitore riceve la Fragola d'Oro, una fragola ricoperta d'oro con un bagno galvanico. La sagra vera e propria cade tradizionalmente la prima domenica di giugno, ma è saggio confermare la data sui canali ufficiali del Comune, perché il calendario può cambiare di anno in anno.
C'è poi un dettaglio che sfugge a chi mangia le fragole senza pensarci: la raccolta è ancora in buona parte un lavoro di mani femminili. Le raccoglitrici, le "fragolare", sono entrate nell'immaginario del paese e nelle sue rappresentazioni, tanto che la figura della donna che coglie i frutti è diventata quasi un emblema locale. Dietro la ciotola con la panna, insomma, c'è una filiera contadina fatta di pazienza e di schiene curve fra i filari, che merita almeno un pensiero.
La festa patronale dei santi Filippo e Giacomo
Meno turistica ma più sentita dai nemesi è la festa patronale dei santi apostoli Filippo e Giacomo, il primo maggio. Si celebra con una solenne processione durante la quale si portano, oltre alla reliquia dei santi, lo stendardo dei patroni per le vie del borgo. È la Nemi che i visitatori di passaggio raramente vedono, quella della comunità che si riconosce nei propri santi e nel proprio calendario, e che tiene insieme, senza contraddizione apparente, la devozione cristiana e la lunghissima memoria pagana del bosco di Diana.
Il bosco sacro e la selva di Nemi
Un aspetto che le guide frettolose trascurano è la selva. Il santuario di Diana non era un tempio isolato, ma il centro di un bosco sacro, il "nemus" da cui il paese prende il nome, dove valeva un intreccio di divieti e di riti. Alla dea era consacrato l'intero manto boschivo attorno all'acqua, e quel carattere sacro spiega perché il rito del ramo spezzato avesse tanta forza: toccare l'albero proibito significava violare uno spazio interamente votato alla divinità. Il bosco, con le sue querce, era anche il regno della caccia di cui Diana era signora, e insieme un luogo di guarigione, dato che al tempio si accorreva come a un sanatorio miracoloso. Oggi la copertura vegetale del cratere, protetta dal Parco regionale dei Castelli Romani, restituisce almeno in parte quel senso di selva chiusa e appartata: chi cammina lungo le sponde, sotto gli alberi, si muove nello stesso paesaggio che gli antichi ritenevano abitato dalla dea.
Diana Nemorense, una dea di soglia
Diana Nemorense non era una divinità qualsiasi. Protettrice dei boschi, della caccia e della fertilità, era invocata soprattutto dalle donne, in particolare per il parto, e vegliava sulle soglie: fra la selva e il coltivato, fra la vita e la morte, fra lo schiavo e l'uomo libero, dato che soltanto uno schiavo fuggito poteva aspirare al suo sacerdozio. Questa dimensione di dea di confine è ciò che ha attratto gli studiosi moderni e che rende il culto nemorense più complesso della semplice venerazione di una divinità della natura. Attorno a lei ruotavano, come si è visto, Egeria delle acque e Virbio dell'oltretomba: una costellazione di figure di passaggio, tutte legate al momento in cui si varca un limite.
La storia di Nemi
La vicenda di Nemi è lunga e stratificata, dal mito latino alle guerre feudali, e vale la pena ripercorrerla per intero, perché ogni pietra del borgo ne porta un segno.
Nemi in età pre-romana
In età antica il territorio nemese apparteneva alla città latina di Aricia, la cui fondazione la tradizione faceva risalire a Ippolito, detto Virbio, figlio del mitico fondatore di Atene Teseo, oppure al comandante siculo Archiloco. Nel territorio di questa città sorgeva il santuario di Diana Aricina o Nemorense, consacrato alla dea tutelare dei boschi e della fertilità; la sua collocazione presso le sponde settentrionali del lago di Nemi è stata riconosciuta fin dal Seicento. Il tempio nemorense divenne il centro religioso della Lega Latina dopo la distruzione di Alba Longa, verso la metà del VII secolo avanti Cristo, e fu frequentato fino all'inizio del V secolo, con una grande fase di ampliamento fra il II secolo avanti Cristo e il I secolo.
Nemi sotto la dominazione romana
In età romana il tempio di Diana continuò a essere frequentatissimo, anche come sanatorio ritenuto miracoloso, benché nell'attuale territorio di Nemi non nascessero centri abitati di particolare rilievo. La memoria romana più notevole restano le due navi celebrative, di cui si è già detto. Attorno a esse, per secoli, si sono intrecciate ipotesi sul loro uso e sul loro committente, fino al recupero del primo Novecento e al rogo del 1944: la parabola di quelle imbarcazioni, sacre o cerimoniali che fossero, riassume da sola il rapporto fra Nemi e la grande storia di Roma.
Nemi nell'alto Medioevo
Nel Liber Pontificalis compare una "massa Nemus" donata dall'imperatore Costantino I, fra il 306 e il 337, alla cattedrale di San Pancrazio in Albano Laziale, sotto il pontificato di papa Silvestro I. All'epoca, dunque, Nemi non era ancora un paese: il termine "massa" indicava nel Medioevo un insieme di poderi appartenenti a un signore, a un monastero o a una chiesa, al più con qualche casa di contadini. Il centro abitato nacque solo quando fu edificato il castello, attorno al IX secolo. Furono con ogni probabilità i potenti Conti di Tuscolo a impadronirsi della comunità agricola della valle e a fortificarne il punto più alto, posizione forte e selvaggia che dominava il lago ed era inattaccabile su tre lati: nasceva così quello che i testi dell'epoca chiamano più volte "castrum Nemoris", la cittadella del bosco. I contadini e i pescatori sparsi nella valle trovarono più sicuro stringersi attorno al fortilizio, e costruirono la parte più antica del paese, quella che ancora oggi si chiama Pullarella.
Nemi nel basso Medioevo
Con la decadenza dei Conti di Tuscolo, nel 1090 subentrarono nella signoria i Frangipane; già nel 1153, però, papa Anastasio IV concesse il castello ai monaci cistercensi dell'abbazia delle Tre Fontane, sulla via Laurentina. Papa Lucio III, nel 1183, confermò ai cistercensi il possesso del castello, delle sue dipendenze e del lago, probabilmente per chiudere una controversia con i fratelli Gandolfi, che vantavano pretese su una torre della loro famiglia in territorio nemese, presso l'attuale Genzano; la lite si compose nel 1218 con la rinuncia dei Gandolfi. I cistercensi, in considerazione della posizione malsana e malarica dell'abbazia delle Tre Fontane, ottennero fin dal 1225 di potersi trasferire d'estate nel più salubre feudo di Nemi e presso il convento di Santa Maria ad Nives di Palazzolo, sul lago Albano, loro dipendenza dal 1237.
Nemi fra Scisma d'Occidente e famiglie feudali
Durante lo Scisma d'Occidente, fra il 1378 e il 1417, l'antipapa Clemente VII concesse a Giordano Orsini, feudatario di Marino, la signoria di Nemi e di altri castelli in cerca di appoggi militari; ma dopo la battaglia di Marino, il trenta aprile 1379, vinta dall'esercito pontificio, e la fuga dell'antipapa ad Avignone, resta incerto se l'Orsini abbia mai preso davvero possesso del feudo. All'inizio del Quattrocento papa Bonifacio IX concesse Nemi a Tebaldo Annibaldi, come ricompensa per i servizi resi nella crociata contro Caetani e Colonna del 1399; i feudi gli furono revocati alla morte del papa, nel 1405, ma gli eredi li riottennero grazie a una bolla dell'antipapa Giovanni XXIII del 1411. Nel 1412 Riccardo Annibaldi restituì il feudo ai cistercensi, salvo rioccuparlo attorno al 1420 e perderlo di nuovo poco dopo. Nel 1423 i monaci lo affittarono per tre anni a Giordano Colonna, nipote di papa Martino V, e nel 1428 i Colonna lo acquistarono definitivamente per quindicimila fiorini.
Dai Colonna ai Borgia
Nel 1479 i Colonna vendettero a garanzia i feudi di Nemi e Genzano al cardinale Guillaume d'Estouteville, che li trasmise nel 1483 ai figli naturali Agostino e Girolamo. Con il famigerato breve apostolico "Coelestis altitudine potentia", nel 1501, papa Alessandro VI concesse ai nipoti Giovanni e Rodrigo Borgia, di tre e due anni d'età, una quarantina di feudi laziali ciascuno, Nemi compreso; amministratore, data la minore età dei titolari, fu nominato il cardinale arcivescovo di Cosenza Francesco Borgia. La storia feudale di Nemi, in queste pagine, si legge come una partita a scacchi fra papi, cardinali e famiglie, giocata a colpi di bolle, vendite e retrovendite.
Nemi in età moderna
Con la morte di Alessandro VI, nel 1503, e la caduta dei Borgia, il feudo tornò ai Colonna. Sotto Marcantonio I Colonna la comunità nemese fece trascrivere il suo antico Statuto, risalente al tempo dei cistercensi: la nuova redazione, opera del notaio Bernardino Paganelli, fu presentata il trentuno agosto 1514. A metà Cinquecento cominciò un vorticoso susseguirsi di passaggi di proprietà: nel 1550 Ascanio I Colonna vendette il feudo, con diritto di retrovendita, per quattromila scudi a Giuliano Cesarini; nel 1559 questi lo rivendette a Marcantonio II Colonna, che già nel 1560 lo cedette, con lo stesso patto, a Silverio de Silveriis Piccolomini per settemilatrecento scudi. Dopo il passaggio a Francesco Cenci nel 1566, nel dicembre 1571 Marcantonio Colonna, fresco vincitore di Lepanto, rinunciò al diritto di retrovendita, e nel 1572 il feudo fu venduto a Muzio Frangipane.
I Frangipane e il volto moderno di Nemi
A Muzio successe il figlio Mario Frangipane, a cui si deve gran parte di quel che il paese ha di moderno e degno di nota, per usare le parole di Gaetano Moroni. Fece abbellire il castello, già dei cistercensi e fortificato dai Colonna; nel 1637 fece edificare il complesso dei minori osservanti con la nuova chiesa, dedicata nel 1645 alla Vergine di Versacarro, per compensare il trasferimento dei cappuccini a Genzano; nel 1639 avviò la chiesa di Santa Maria del Pozzo, completata nel 1650. Alla sua morte nominò erede fiduciario il cardinale Antonio Barberini, che rispettò le sue volontà donando il feudo ai Frangipane di Croazia: il marchesato passò così a Nicola Frangipane, duca di Tersatto. Ai croati subentrarono i Frangipane friulani e, infine, l'ultimo della famiglia, Antigono Frangipane, nel 1781 vendette Nemi a Luigi Braschi Onesti, nipote di papa Pio VI, che elevò il feudo a ducato nel 1786. I Braschi si occuparono di abbellire il palazzo ducale e di migliorare le terre, ordinando la messa a dimora di molti ulivi al posto del bosco improduttivo.
Nemi in età contemporanea
Dopo la parentesi della Repubblica Romana, fra il 1798 e il 1799, e dell'occupazione napoleonica, fra il 1807 e il 1814, il feudo tornò ai Braschi. Nel 1835 Pio Braschi vendette Nemi a Giulio Cesare Rospigliosi con diritto di retrovendita, per riprenderselo alcuni anni dopo. Per lungo tempo Nemi rimase uno dei paesi più appartati dei Castelli Romani: l'abbandono della via postale fra Roma e Napoli, che ricalcava grosso modo l'attuale via dei Laghi, dopo la riapertura della via Appia Nuova attorno al 1780, isolò ulteriormente il borgo. Eppure proprio la sua posizione pittoresca, con il lago e i boschi, attirò numerosi visitatori stranieri del Grand Tour. Nel 1924 e negli anni seguenti furono condotti scavi archeologici sulle sponde del lago per individuare il sito del tempio, con la scoperta di altri edifici in località Giardino; fra il 1927 e il 1932 si portò a termine il recupero delle navi. La seconda guerra mondiale sfiorò Nemi soltanto per ferirla nel punto più caro, con l'incendio del museo del 1944.
Nemi e il fascismo
Un capitolo poco raccontato riguarda gli anni Venti. Il fascismo si affacciò ai Castelli il ventisette aprile 1921, con un giro di propaganda di alcuni squadristi a Frascati, Marino e Albano. A Nemi i fascisti non ebbero vita facile, ostacolati dal Partito Popolare Italiano: nel luglio 1923 bande squadriste fecero irruzione contro i popolari gridando slogan contro il papa, e nel marzo 1924 si arrivò all'arresto del parroco e di alcuni cattolici, smentito subito dopo le proteste de "L'Osservatore Romano". Il fascio locale, del resto, faticò a decollare fino al 1925, diviso al proprio interno: nel 1924, dei ventuno iscritti, dodici erano ex socialisti, quattro ex comunisti, tre ex popolari, uno ex repubblicano e uno ex anarchico. È il ritratto di un paese che non si lasciò inquadrare facilmente.
Lo stemma di Nemi e il bosco di Diana
Anche l'araldica di Nemi rimanda alla dea. Lo stemma comunale fu riconosciuto ufficialmente il ventisei ottobre 1962 e il gonfalone approvato il venti novembre dello stesso anno, ma l'immagine viene da lontano: proviene dal manoscritto dello Statuto del 1514, dove è disegnata sulla tavola dei capitoli. Si tratta di uno scudo incastonato in una bordura fiammeggiante, caricato di due crocette e con la leggenda "Diane Nemus"; nello scudo tre monti all'italiana, nascenti dall'acqua, sormontati da alberi spogli. L'iscrizione, in un latino imperfetto, senza il dittongo nella parola "Dianae", richiama il nome con cui in antico si conosceva il territorio: il bosco di Diana. Anche la pietra dello stemma, insomma, ripete la stessa cosa che dice il toponimo.
La foto giusta da fare a Nemi (RM)
La fotografia che porta a casa Nemi è quella del borgo sospeso sul cratere, ripreso dal belvedere del centro storico con il lago che apre la sua conca boscosa sotto le case. La luce migliore è quella del mattino presto o del tardo pomeriggio, quando il sole radente scava i volumi del paese e l'acqua, senza vento, restituisce il riflesso che gli antichi chiamavano lo specchio di Diana. Se puntate all'immagine iconica, cercate l'inquadratura in cui il palazzo Ruspoli e il campanile emergono dal filare di case a strapiombo, con il lago come sfondo continuo. Chi ha tempo scenda fino alla riva, davanti al Museo delle Navi Romane: da lì il punto di vista si ribalta e il paese diventa una piccola corona di tetti sul ciglio del cratere. Una raccomandazione da chi ci è tornato spesso: rinunciate al grandangolo spinto, che appiattisce il cratere, e lasciate rientrare un poco di cielo, perché è il vuoto dell'invaso, non il pieno del borgo, a raccontare che cosa è davvero Nemi.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Tre avvenimenti, sopra tutti, hanno fatto la fama di Nemi ben oltre i confini dei Castelli. Il primo è antichissimo e simbolico: qui, per secoli, si consumò la successione violenta del Rex Nemorensis, il sacerdote di Diana che si conquistava il titolo uccidendo il predecessore, un rito che Strabone, Ovidio e Svetonio hanno consegnato alla memoria. Fu anche a Nemi che l'imperatore Caligola, secondo Svetonio, intervenne su quel culto arcaico facendo sfidare da un avversario più forte un sacerdote ormai invecchiato, che regnava da troppo tempo: la prova che perfino il rito più selvaggio poteva finire sotto la mano del principe.
Il recupero delle navi, tra i più grandi scavi subacquei della storia
Il secondo avvenimento è il recupero delle navi romane. Fra il 1929 e il 1932, per riportare a riva le due imbarcazioni imperiali affondate nel lago, si mise in piedi una spedizione colossale: si abbassò il livello dell'acqua di ventidue metri, prosciugando in parte il cratere, e si trascinarono all'asciutto scafi lunghi decine di metri, rimasti sul fondo per quasi due millenni. Fu una delle imprese di archeologia subacquea più clamorose mai tentate, seguita dalla stampa di tutto il mondo. Il terzo avvenimento è la sua tragica coda: la notte fra il trentuno maggio e il primo giugno del 1944, in ritirata, dei soldati incendiarono il museo, e le navi che l'acqua aveva custodito bruciarono in poche ore. In tre gesti, il duello sacro, il recupero e il rogo, si legge quasi tutta la parabola di Nemi fra mito e Novecento.
Chi è passato da Nemi (RM)
Da Nemi sono passati imperatori, papi, guerrieri e scrittori. In età antica il lago fu legato agli imperatori Tiberio o Caligola, ai quali si attribuiscono le due navi cerimoniali, e proprio Caligola, stando a Svetonio, mise mano al culto del bosco. Nella storia feudale il borgo è passato di mano fra le grandi casate romane e i papi che le arbitravano: i Conti di Tuscolo, i Frangipane, i Colonna, i Borgia di Alessandro VI, gli Estouteville, i Cesarini, i Cenci, fino ai Braschi imparentati con Pio VI. Marcantonio Colonna, il vincitore della battaglia di Lepanto del 1571, ebbe a che fare con il feudo proprio negli anni della sua gloria navale.
Nemi e i viaggiatori del Grand Tour
Ma i visitatori che hanno reso Nemi celebre in Europa furono i viaggiatori del Grand Tour, attratti dalla cornice del lago e dei boschi fra Sette e Ottocento. La tradizione locale ricorda fra loro lo storico Barthold Georg Niebuhr, il compositore Charles Gounod, lo scrittore Charles Didier e Massimo d'Azeglio. Il nome più pesante, per la fama postuma del luogo, è però quello di James George Frazer, l'antropologo che dall'enigma del Re del Bosco trasse "Il ramo d'oro". Grazie a lui, e all'errore per cui il lago di Nemi finì associato a un dipinto di Turner, questo piccolo cratere dei Castelli è diventato un riferimento della cultura mondiale, citato in studi, romanzi e poesie molto lontani dall'Italia. Non capita a molti borghi di duemila abitanti di stare all'origine di un libro che ha cambiato il modo di guardare i miti di tutti i popoli.

Dove mangiare e cosa comprare a Nemi
Il centro storico di Nemi vive di fragole e di dolci. Lungo la via principale si allineano i banchi e i piccoli locali che servono le celebri fragoline con la panna, insieme alle crostatine e alle marmellate di fragola che sono il souvenir gastronomico del posto. Non è cucina d'autore, è tradizione di paese, e va presa per quello che è: un piacere semplice consumato affacciati sul cratere. Chi cerca un pasto vero troverà trattorie con i piatti dei Castelli, dalla pasta ai formaggi ai vini della zona. Il consiglio pratico resta quello di sempre: nei fine settimana di sagra i tavoli scarseggiano, quindi conviene arrivare presto o prenotare.
Domande veloci su Nemi (RM)
Dove si trova Nemi?
Nemi è un comune della città metropolitana di Roma Capitale, nei Castelli Romani, arroccato a 521 metri sul livello del mare sul cratere del suo lago, dentro il Parco regionale dei Castelli Romani. L'indirizzo di riferimento del centro è Piazza Roma, 00074 Nemi (RM).
Come si arriva a Nemi da Roma?
In automobile si prende la via dei Laghi, la Strada statale 217, che sale dai dintorni di Ciampino verso i crateri albani. Con i mezzi pubblici il bacino dei Castelli Romani è servito dagli autobus regionali Cotral in partenza dal capolinea di Anagnina, sul prolungamento della metro A; orari e fermate vanno controllati sul sito ufficiale del vettore.
Quanto costa il Museo delle Navi Romane di Nemi?
Il biglietto intero costa cinque euro e il ridotto due euro. Conviene comunque verificare tariffe ed eventuali gratuità sul sito ufficiale della Direzione regionale musei del Lazio prima della visita.
Quali sono gli orari del Museo delle Navi Romane di Nemi?
Il museo è aperto dalle 9 alle 19, con ultimo ingresso alle 18. È chiuso il lunedì, oltre al primo gennaio e al venticinque dicembre.
Si visita il santuario di Diana Nemorense?
L'area archeologica del santuario di Diana sorge ai piedi del cratere, in prossimità del museo. Le modalità e gli orari di accesso possono variare: è bene informarsi presso il Comune e la Soprintendenza, o alla biglietteria del Museo delle Navi Romane, prima di programmare la visita.
Quando è la sagra delle fragole a Nemi?
La sagra delle fragole di Nemi cade tradizionalmente la prima domenica di giugno, ma la data va confermata di anno in anno sui canali ufficiali del Comune, perché il calendario può cambiare.
Perché Nemi è famosa per le fragole?
Il microclima umido del cratere e i terreni vulcanici favoriscono da secoli la coltivazione delle fragoline. La sagra è documentata almeno dal 1922 e le fragole nemorensi furono rese celebri dalla canzone "'Na gita a li Castelli" del 1926, portata al successo da Ettore Petrolini.
Cos'è il Rex Nemorensis di Nemi?
Era il sacerdote di Diana al santuario nemorense. Secondo le fonti antiche, il titolo si conquistava spezzando un ramo dell'albero sacro e uccidendo in duello il sacerdote in carica: solo uno schiavo fuggitivo poteva sfidarlo. Da questo rito prende le mosse "Il ramo d'oro" di James Frazer.
Che navi c'erano nel lago di Nemi?
Due grandi navi cerimoniali di età imperiale, lunghe circa sessantaquattro e settantuno metri, attribuite a Tiberio o Caligola. Recuperate fra il 1929 e il 1932 svuotando in parte il lago, furono distrutte da un incendio nel 1944. Al museo si vedono oggi i modelli in scala e i materiali superstiti.
Nemi è adatta ai bambini?
Sì. Il Museo delle Navi Romane, con gli scafi e la storia del recupero, coinvolge i più piccoli; il belvedere e la passeggiata verso il lago completano il giro. Il centro storico ha vicoli ripidi e qualche scalinata, quindi meglio un passeggino leggero.
Quanto tempo serve per visitare Nemi?
Mezza giornata è la misura giusta: permette di vedere il centro storico e il belvedere, scendere al Museo delle Navi Romane e all'area del santuario, e concedersi le fragole. Chi vuole abbinare altri borghi dei Castelli può farne una giornata intera.
Cosa si vede a Palazzo Ruspoli di Nemi?
Palazzo Ruspoli, il castello che domina il paese, conserva una torre cilindrica, frammenti marmorei e decorazioni settecentesche di Liborio Coccetti. Va detto che l'edificio versa in stato di abbandono all'interno, a dispetto delle facciate esterne restaurate, quindi non è visitabile come un castello attrezzato.
Perché il lago di Nemi si chiama specchio di Diana?
Perché la sua superficie calma e chiusa rifletteva la luna e il santuario della dea che vi sorgeva accanto: gli antichi lo chiamavano "speculum Dianae". Il culto di Diana Nemorense fece del lago uno dei luoghi sacri più importanti del Lazio antico.
Che rapporto c'è tra Nemi e il Ferragosto?
Alle idi di agosto, intorno al tredici, al santuario si celebravano le Nemoralia, la festa di Diana, con fiaccole e processioni notturne lungo il lago. Molti studiosi vi riconoscono una delle radici pagane del Ferragosto, poi riassorbito dal calendario cristiano.
Cosa vedere nei dintorni di Nemi?
Nei dintorni ci sono Genzano di Roma con l'Infiorata, Ariccia con la porchetta e il ponte monumentale, Albano Laziale, Castel Gandolfo sul lago Albano, Marino, Frascati con le sue ville e Rocca di Papa verso il Monte Cavo. Sono tutti raggiungibili in pochi minuti d'auto.
Nemi è accessibile alle persone con disabilità?
Il centro storico ha vie strette, in pendenza e con qualche scalinata, quindi in alcuni punti risulta impegnativo. Il belvedere e la zona del lago sono più agevoli. Per il Museo delle Navi Romane e per i percorsi archeologici conviene chiedere in anticipo alla biglietteria del museo le condizioni di accesso aggiornate.
Quando conviene andare a Nemi?
La tarda primavera è il momento migliore, con le fragole di stagione e la luce limpida sull'acqua. Chi vuole evitare la folla stia alla larga dalle domeniche di sagra in pieno giorno; chi cerca l'atmosfera raccolta scelga un mattino feriale, quando il borgo è quieto e il lago si mostra al meglio.
Nemi ha la Bandiera arancione?
Sì. Nemi ha ricevuto la Bandiera arancione del Touring Club Italiano, il marchio di qualità turistico-ambientale assegnato ai piccoli borghi dell'entroterra che uniscono un patrimonio di pregio a un'accoglienza curata.
Cos'è l'emissario romano del lago di Nemi?
È un cunicolo lungo oltre milleseicento metri, scavato nella roccia in epoca antichissima, che collega il lago a Vallericcia per regolarne il livello e irrigare la valle. Restaurato negli anni Venti durante il recupero delle navi, oggi è percorribile.
Nemi, in conclusione
Nemi è uno di quei posti che si rischia di sottovalutare per via delle dimensioni. Ci si va per le fragole e si scopre di camminare sul luogo di un culto che ha attraversato duemila anni, all'origine di un libro che ha cambiato l'antropologia, sopra un lago che ha inghiottito e restituito le navi di un imperatore. Il mio consiglio, alla fine, è semplice: andateci senza fretta, cominciate dal belvedere, scendete fino all'acqua e datele il tempo di raccontarsi. Il borgo è piccolo, ma la storia che custodisce è tra le più grandi dei Castelli Romani.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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