Santuario di Diana Nemorense

Il Santuario di Diana Nemorense occupa il terrazzo pianeggiante che si distende sulla sponda settentrionale del lago di Nemi, nel comune di Nemi, città metropolitana di Roma Capitale, a una trentina di chilometri dal centro della capitale lungo la direttrice della via Appia. Le sue rovine stanno in località Giardino, sotto il costone su cui si arrampica il borgo, in un anfiteatro naturale che è il cratere di un vulcano spento. Il complesso copriva circa 45.000 metri quadrati, con una terrazza principale di 200 metri per 175, sostenuta a valle da sostruzioni triangolari e chiusa a monte da una parete di nicchioni semicircolari che ancora oggi emergono dal terreno per parecchi metri. La parte di gran lunga maggiore del santuario è ancora sotto terra. L'area archeologica non è aperta alla visita libera individuale: la tutela è della Soprintendenza competente e gli ingressi avvengono in occasione di aperture straordinarie, giornate concordate e visite guidate autorizzate, per cui prima di mettersi in macchina bisogna verificare le condizioni di accesso presso la Soprintendenza e il Comune di Nemi. Il luogo dove invece si vedono, esposti e spiegati, i materiali che vengono da qui è il Museo delle Navi Romane, in via Diana 13-15, 00040 Nemi (RM), telefono +39 06 9398040: orario ordinario dal martedì alla domenica 9.00-19.00 con ultimo ingresso alle 18.00, chiuso il lunedì, il 1° gennaio e il 25 dicembre, biglietto intero 3 euro e ridotto 2 euro, ingresso gratuito la prima domenica del mese, il 25 aprile, il 2 giugno e il 4 novembre. Attenzione però: il museo è interessato da una chiusura straordinaria per lavori PNRR annunciata fino al 7 settembre 2026, e la sala dedicata ai culti è stata a sua volta chiusa per il rifacimento della pavimentazione, quindi la telefonata di verifica prima di partire non è un eccesso di prudenza ma l'unico modo di non prendere una porta chiusa. Si arriva comodamente dalla via Appia fino a Genzano di Roma e da lì si scende al lago per via Diana; davanti al museo c'è un'area di parcheggio libero.

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Detto il minimo indispensabile per orientarsi, comincia la parte interessante, perché questo è uno dei posti più densi di tutto il Lazio antico e uno dei pochissimi luoghi archeologici italiani da cui è nato, letteralmente, un libro che ha cambiato il modo in cui l'Occidente pensa alla religione. Vi porto dentro con calma.

Dove si trova esattamente il Santuario di Diana Nemorense e perché la geografia conta

Il lago di Nemi è un cratere. Non un lago di montagna, non un invaso artificiale: la bocca di un apparato vulcanico dei Colli Albani, spenta, riempita d'acqua, chiusa da pareti ripidissime che salgono per oltre un centinaio di metri sul pelo dell'acqua. È piccolo — poco più di un chilometro e mezzo di diametro — ed è profondo, e proprio perché è piccolo e profondo e riparato dal vento, la sua superficie sta ferma come un piatto di metallo. Gli antichi lo chiamavano speculum Dianae, lo specchio di Diana, e chiunque ci si affacci capisce in tre secondi che non era una metafora poetica ma una descrizione tecnica.

Il Santuario di Diana Nemorense non sta sull'orlo del cratere, dove starebbe una fortezza, e non sta sul fondo, dove starebbe un molo. Sta a mezza costa, su una specie di gradino naturale che il versante settentrionale offre a una quarantina di metri sopra il livello dell'acqua, orientato in modo da guardare il lago e da essere guardato dal lago. È una scelta di regia, non di comodità. I costruttori che nel corso del II secolo a.C. diedero al complesso la forma monumentale che ancora si riconosce sotto la boscaglia avevano davanti agli occhi lo stesso modello che aveva prodotto il santuario della Fortuna Primigenia a Palestrina e quello di Ercole Vincitore a Tivoli: prendere un pendio, tagliarlo in terrazze artificiali, tenerle su con il calcestruzzo, e trasformare una collina in un'architettura che si vede da chilometri. Qui la variante è che lo spettatore non è la pianura, è l'acqua.

Il risultato è che il Santuario di Diana Nemorense è uno dei rarissimi santuari romani costruiti per essere riflessi. Nelle notti della festa di agosto, quando il bosco si riempiva di torce, la superficie del lago restituiva il fuoco raddoppiandolo. Non è una ricostruzione fantasiosa: le fonti antiche parlano proprio del bagliore riflesso, e la topografia del posto rende l'effetto inevitabile. È un dettaglio che vale la pena tenere in testa, perché spiega perché questo santuario, che dal punto di vista strettamente architettonico non è il più grande del Lazio, sia rimasto nella memoria letteraria più di quasi tutti gli altri.

Il rapporto con Aricia e con la via Appia

Amministrativamente il santuario non era di Nemi, che nell'antichità non esisteva come centro autonomo: era nel territorio della città latina di Aricia, l'odierna Ariccia, che sta a poco più di quattro chilometri di distanza, oltre il ciglio del cratere, ai piedi del Monte Albano. Da qui il nome alternativo con cui il complesso compare nelle fonti e nella bibliografia: santuario di Diana Aricina. Aricia era la prima stazione della via Appia uscendo da Roma, la tappa che Orazio racconta nella sua satira del viaggio a Brindisi, ed era una città ricca. Una parte consistente della sua ricchezza veniva proprio dal santuario, dal traffico di pellegrini che vi saliva e dalla reputazione medica che ne derivava.

Chi arrivava dall'Appia lasciava la strada consolare ad Aricia e imboccava una via secondaria che scendeva al lago: il clivus Virbii, così chiamato dal nome del dio che con Diana ed Egeria formava la triade venerata nel bosco. Un tratto del basolato di questa strada è stato staccato e musealizzato, ed è visibile nell'ala destra del Museo delle Navi Romane. Camminarci sopra con gli occhi, sapendo che quelle pietre portavano al santuario donne incinte, malati, magistrati e schiavi in fuga, è uno degli esercizi mentali più efficaci che questo museo permetta.

Che cosa si vede oggi al Santuario di Diana Nemorense

Sarò franco, perché la franchezza qui serve più dell'entusiasmo: chi si aspetta un sito archeologico attrezzato, con biglietteria, percorsi, pannelli e bookshop, resterà deluso. Il Santuario di Diana Nemorense è oggi un'area in gran parte coperta da vegetazione e da terreno agricolo, con emergenze murarie possenti ma disarticolate, cantieri di scavo e restauro che aprono e chiudono, e una fruizione che dipende dalle condizioni di sicurezza del momento. La scheda ufficiale del sito lo classifica come non visitabile in forma libera, e la buona pratica è quella di rivolgersi alla Soprintendenza o alle associazioni autorizzate che organizzano accompagnamenti.

Detto questo, ciò che affiora è imponente. L'elemento più riconoscibile è la parete dei nicchioni: una lunga cortina in opera cementizia scandita da grandi nicchie semicircolari, che serviva contemporaneamente da muro di contenimento del versante e da fondale scenografico, e che probabilmente ospitava statue. È la stessa soluzione che i romani applicavano ai grandi terrazzamenti sacri e alle ville di pendio, ed è la ragione per cui il santuario, visto da lontano, doveva sembrare un muro di teatro alto come una casa di tre piani.

Si riconoscono poi porzioni di sostruzioni triangolari sul lato verso il lago, i resti del pronao del tempio con almeno un altare, alcune colonne, ambienti di servizio, e il perimetro delle terrazze. Gli scavi degli ultimi decenni hanno rimesso in luce il ninfeo, il portico e strutture più antiche del grande tempio. Ma la frase che si legge in ogni relazione seria è sempre la stessa: la maggior parte del santuario è ancora sotto terra. Non è modestia scientifica, è una constatazione topografica. Su 45.000 metri quadrati, l'area indagata resta una frazione.

Il colpo d'occhio dal borgo di Nemi

Se non si riesce a scendere nell'area, esiste un ripiego che non è affatto un ripiego. Dalla terrazza panoramica del borgo di Nemi, accanto al castello, si guarda giù in verticale e si vede l'intero anfiteatro del cratere: il lago, la sponda settentrionale, il pianoro del santuario. Da lì la logica del posto si legge meglio che da dentro. Si capisce dove finisce il ripiano artificiale, dove il terreno riprende a salire, quanto grande fosse davvero l'impianto. È la stessa veduta che nell'Ottocento fece impazzire i pittori nordici, e ha il vantaggio di essere gratuita, sempre disponibile e ottima anche con il cielo coperto.

Chi era Diana Nemorensis, la dea del Santuario di Diana Nemorense

La Diana che si venerava qui non è la dea sbrigativa dei manuali scolastici, quella cacciatrice con l'arco che serve a fare da controfigura latina di Artemide. È qualcosa di più antico, più stratificato e francamente più inquietante. Diana Nemorensis, cioè Diana del bosco, è una divinità italica che nel corso del IV secolo a.C. viene ellenizzata e progressivamente sovrapposta ad Artemide, ma che conserva sotto la vernice greca un fondo di funzioni molto concrete: protegge la caccia e la selvaggina, concede la fertilità agli uomini e alle donne, assiste le partorienti, guarisce i malati, e presiede ai passaggi — le soglie, gli incroci, il confine fra il selvatico e il coltivato.

Gli antichi la percepivano come triplice. Orazio la chiama diva triformis, dea dalle tre forme, e nel Carme 3.22 la invoca come montium custos nemorumque virgo, custode dei monti e vergine dei boschi. Virgilio e Catullo la chiamano Trivia, quella dei trivi, degli incroci a tre vie. Lo studioso ungherese Andreas Alföldi, in un saggio del 1960 sull'American Journal of Archaeology, ricostruì l'aspetto della sua immagine di culto partendo da una serie di monete repubblicane: nelle emissioni più antiche tre figure femminili stanno affiancate davanti a un bosco appena accennato, la centrale poggia la destra sulla spalla di una e la sinistra sul fianco dell'altra, e una sbarra orizzontale dietro i colli le collega, dichiarando che le tre sono una sola. Alföldi lesse in quell'immagine l'unità triplice della cacciatrice divina, della dea lunare e della divinità infera, Ecate.

Il documento numismatico più citato è il denario di P. Accoleius Lariscolus, catalogato come RRC 486/1 e datato al 43 a.C., che porta al dritto la testa della dea e al rovescio la statua di culto triforme davanti al bosco sacro. È una fonte preziosa perché fissa una data: nel 43 a.C. il simulacro arcaico era ancora in piedi e ancora riconoscibile a chiunque maneggiasse quelle monete. Il santuario, in altre parole, non era un'anticaglia dimenticata: era un marchio, e la sua immagine funzionava come funzionerebbe oggi il profilo di un monumento su una banconota.

Una dea che non fu mai davvero romana

C'è un dettaglio istituzionale che dice moltissimo. Quando Roma conquistava una città e voleva portarsi a casa la sua divinità principale, celebrava un rito chiamato evocatio: chiamava fuori il dio, gli prometteva un tempio migliore, e lo trasferiva formalmente. Fu fatto con la Giunone di Veio. Con Diana Nemorensis non fu fatto. La dea di Nemi restò dov'era, e il tempio romano di Diana sull'Aventino — fuori dal pomerium, cioè fuori dal confine sacro della città — rimase la sede di una divinità percepita come, in qualche misura, straniera in patria.

È un punto che vale la pena masticare, perché ribalta l'idea corrente che Roma inghiottisse tutto. Qui no. Qui Roma trattò con un santuario che era più antico di lei come si tratta con un'istituzione indipendente, e la stranezza del suo rituale — di cui parleremo fra poco — restò per secoli un corpo estraneo dentro la religione ufficiale, un residuo barbarico che gli autori colti citavano con una punta di imbarazzo.

La lettura pratica: perché la gente saliva quassù

Le migliaia di offerte votive trovate nel bosco raccontano una devozione molto meno letteraria e molto più corporale. Diana qui era invocata soprattutto per due cose: avere figli e stare bene. Le donne incinte le chiedevano un parto facile. I malati le chiedevano la guarigione. E siccome il modo romano di ringraziare una divinità per una grazia ricevuta era offrirle il modello dell'organo guarito, il santuario ha restituito mani, piedi, occhi, orecchie, seni, uteri, visceri, in terracotta e in bronzo. Torneremo su questi oggetti perché sono, dal punto di vista storico, la parte più eloquente di tutto il sito.

La triade del bosco: Diana, Egeria e Virbio al Santuario di Diana Nemorense

Diana non regnava sola. Nel bosco sacro dividevano lo spazio con lei due divinità minori, e la loro presenza è la chiave per capire che cosa fosse davvero questo posto.

Egeria, la ninfa della sorgente

La prima è Egeria, ninfa dell'acqua limpida che sgorgava dalla roccia basaltica e cadeva nel lago in una serie di cascatelle nel punto che ancora si chiama Le Mole, perché lì stavano i mulini del villaggio. Ovidio ricorda il mormorio di quel ruscello sui ciottoli e dice di averne bevuto spesso. Le donne incinte sacrificavano a Egeria esattamente come a Diana, e per lo stesso motivo: si credeva che concedesse un parto facile.

Ma Egeria è anche, e soprattutto, la ninfa che secondo la tradizione fu sposa o amante del re Numa Pompilio, e che gli ispirò nel segreto del bosco le leggi che diede ai Romani. Plutarco confronta questa storia con altri amori fra dee e mortali, come quello di Cibele per Attis e della Luna per Endimione. C'è una versione concorrente che colloca gli incontri non a Nemi ma in un boschetto fuori Porta Capena a Roma, dove un'altra sorgente di Egeria usciva da una grotta e dove le Vestali andavano ogni giorno a prendere l'acqua per lavare il tempio di Vesta, portandola in brocche di terracotta sulla testa. Frazer, con un ragionamento che continua a sembrarmi elegante, propose che l'Egeria originale fosse quella di Nemi, e che i primi coloni scesi dai Colli Albani verso il Tevere se la fossero portata dietro trovandole una nuova casa fuori le porte.

Nel santuario sono stati trovati resti di impianti termali insieme a moltissimi modelli fittili di parti del corpo umano. La deduzione è quasi obbligata: l'acqua di Egeria veniva usata per curare, e i malati offrivano l'immagine della parte malata. È una pratica che in Italia non si è mai interrotta, e chiunque sia entrato in un santuario di campagna e abbia visto la parete degli ex voto d'argento sa perfettamente di cosa parliamo.

Virbio, cioè Ippolito redivivo

La seconda divinità è Virbio, ed è il personaggio più romanzesco dell'intera vicenda. La leggenda lo identifica con Ippolito, il giovane figlio di Teseo, casto e bellissimo, che aveva imparato l'arte venatoria dal centauro Chirone e passava le giornate a caccia con Artemide come unica compagna. Orgoglioso di quella compagnia divina, disprezzò l'amore delle donne, e questo lo rovinò: Afrodite, offesa, ispirò alla matrigna Fedra una passione per lui, e quando Ippolito respinse le sue avances lei lo accusò falsamente presso il padre. Teseo credette alla calunnia e pregò Poseidone di vendicarlo. Mentre Ippolito guidava il carro lungo la riva del golfo Saronico, il dio del mare fece uscire dalle onde un toro furioso; i cavalli si imbizzarrirono, disarcionarono il ragazzo e lo trascinarono a morte sotto gli zoccoli.

Fin qui è tragedia greca. Il seguito è geografia laziale. Diana, per amore del suo cacciatore, convinse Esculapio a riportarlo in vita con le erbe. Giove, indignato che un mortale tornasse dalle porte della morte, fulminò il medico troppo intraprendente e lo spedì all'Ade. Ma Diana nascose il suo favorito in una nube fitta, gli invecchiò i lineamenti per renderlo irriconoscibile e lo portò lontano, nelle valli di Nemi, affidandolo alla ninfa Egeria perché ci vivesse solitario e ignoto sotto il nome di Virbio. Lì regnò, e lì consacrò un recinto a Diana. Virgilio, nel settimo libro dell'Eneide, colloca Ippolito nel bosco di Aricia e gli dà un figlio, anch'egli Virbio, che guida una squadra di cavalli focosi contro i Troiani.

Il particolare che mi diverte di più, e che considero la prova migliore che questi miti nascono per spiegare riti già esistenti e non viceversa, è il divieto: nel bosco sacro di Nemi i cavalli non potevano entrare. Perché? Perché i cavalli avevano ucciso Ippolito. Era inoltre proibito toccare la sua immagine. Servio, il commentatore tardoantico di Virgilio, liquida con una frase secca le fantasie di chi voleva vedere in Virbio il sole: la verità, dice, è che è una divinità associata a Diana come Attis lo è alla Madre degli dèi, Erittonio a Minerva e Adone a Venere.

E poiché la storia ama le simmetrie, aggiungo la coda. Nel calendario romano cristiano compare un san Ippolito che il 13 agosto viene trascinato a morte dai cavalli. Il 13 agosto è il giorno di Diana. È difficile credere a una coincidenza, ed è uno dei casi più limpidi di quella tenacia dei materiali mitici che permette a un personaggio di morire due volte da pagano e risorgere una terza da santo.

Il Rex Nemorensis, il re del bosco del Santuario di Diana Nemorense

Ed eccoci al punto che ha reso questo luogo celebre in tutto il mondo. Nel bosco del Santuario di Diana Nemorense cresceva un albero. Nessuno poteva romperne un ramo. Nessuno, con una sola eccezione: uno schiavo fuggitivo. Se uno schiavo in fuga riusciva a staccare un ramo da quell'albero, acquisiva il diritto di sfidare a duello mortale il sacerdote in carica. Se lo uccideva, prendeva il suo posto. E lo teneva finché un altro schiavo in fuga non fosse riuscito a fare a lui la stessa cosa. Il titolo di quel sacerdote era Rex Nemorensis: il re di Nemi, il re del bosco.

Non è una leggenda di paese raccolta da un folklorista. È un'istituzione documentata da un gruppo di autori antichi di prima grandezza, greci e latini, che coprono almeno tre secoli.

Strabone: un residuo scitico

Il geografo Strabone, che scrive fra la fine del I secolo a.C. e i primi decenni del I d.C., nel quinto libro della Geografia (V, 3, 12) descrive il rito con un misto di precisione e di disgusto etnografico. Nelle pratiche sacre di quel luogo, dice, prevale un elemento barbarico e scitico: costoro fanno sacerdote semplicemente uno schiavo fuggiasco che abbia ucciso di sua mano l'uomo prima consacrato a quell'ufficio; e perciò il sacerdote è sempre armato di spada, e si guarda attorno aspettandosi l'assalto, pronto a difendersi. La parola scelta — scitico — è una condanna: per un greco d'età augustea significa selvaggio, non nostro, roba da steppa.

Pausania: il mito di fondazione

Pausania, nella Periegesi della Grecia (II, 27, 4), racconta la versione ariciana. Quando Ippolito fu ucciso a causa delle maledizioni di Teseo, Asclepio lo risuscitò; tornato in vita, il giovane rifiutò di perdonare il padre, respinse le sue preghiere e se ne andò dagli Arici, in Italia. Là divenne re e consacrò un recinto ad Artemide, dove — sono parole sue — fino ai miei giorni il premio del vincitore di un duello singolo è il sacerdozio della dea; e la gara non è aperta a nessun uomo libero, ma soltanto agli schiavi che siano fuggiti dai loro padroni. Pausania viaggia nell'età degli Antonini, cioè nel pieno II secolo d.C.: la sua testimonianza dimostra che il meccanismo, o quantomeno la sua fama, era ancora vivo quando l'impero era all'apice.

Ovidio: due versi che valgono un trattato

Ovidio, nei Fasti (III, 271), tratta il bosco di Nemi come luogo sacro a un culto antichissimo e condensa la regola in un distico che è difficile dimenticare: regna tenent fortes manibus pedibusque fugaces, et perit exemplo postmodo quisque suo. Il regno lo tengono uomini forti di braccia e veloci di piedi, e ciascuno poi muore secondo l'esempio che ha dato lui stesso. È il più bell'epigramma mai scritto sulla natura del potere ottenuto con la violenza, e ha il vantaggio di essere costato all'autore due righe invece di trecento pagine.

Svetonio: Caligola perde la pazienza

Il nome tecnico dell'ufficio ci arriva da Svetonio, nella Vita di Caligola (35), in un passo che vale la pena leggere per intero nella sostanza. Fra le stranezze dell'imperatore, dice lo storico, ci fu questa: al re di Nemi, poiché deteneva ormai da molti anni quel sacerdozio, suborno un avversario più forte. In latino: Nemorensi regi, quod multos iam annos poteretur sacerdotio, validiorem adversarium subornavit.

Questo passo è straordinario per almeno tre ragioni. La prima è che ci dà la data: siamo fra il 37 e il 41 d.C., e la cosa funziona ancora. La seconda è che ci dice che il meccanismo, a quell'epoca, era già sotto controllo esterno: se l'imperatore deve ingaggiare uno sfidante, significa che gli sfidanti spontanei non si presentavano più con la frequenza di un tempo, e che l'accesso al duello era in qualche modo regolato. La terza è il tono: Svetonio lo elenca fra i vizi. Non fra le curiosità antiquarie, fra i vizi. Per un romano dell'età flavia far ammazzare un sacerdote per noia era esattamente il tipo di cosa che ci si aspettava da Caligola.

Gli studiosi moderni hanno osservato che il contesto svetoniano suggerisce un evento teatrale: al tempo del primo principato la successione per omicidio si era ormai trasformata in un combattimento gladiatorio davanti a un pubblico. Il che, se ci pensate, è la più romana delle evoluzioni possibili: un rito arcaico e terribile che finisce per diventare uno spettacolo con la gente sugli spalti.

Servio e la doppia eziologia

Servio, nel commento all'Eneide (2.116 e 6.136), fornisce la versione alternativa: il culto di Diana a Nemi sarebbe stato istituito da Oreste, che dopo aver ucciso Toante, re del Chersoneso Taurico — la Crimea — fuggì in Italia con la sorella Ifigenia portandosi dietro l'immagine della Diana Taurica nascosta in un fascio di rami. Dopo la sua morte, vuole il mito, le sue ossa furono trasportate da Aricia a Roma e sepolte davanti al tempio di Saturno, sulle pendici del Campidoglio, accanto al tempio della Concordia. In questa lettura la fuga dello schiavo rappresenta la fuga di Oreste, e il duello è il ricordo dei sacrifici umani che si offrivano alla Diana Taurica, i quali, trasportati in Italia, avrebbero assunto una forma più mite.

Che il santuario avesse due miti di fondazione incompatibili — Oreste da una parte, Ippolito dall'altra — non è un difetto della documentazione: è la prova che entrambi sono spiegazioni costruite a posteriori. Si tirava in ballo Oreste quando bisognava giustificare il sangue, si tirava in ballo Ippolito quando bisognava giustificare i cavalli e la guarigione. Il rito veniva prima; le storie arrivavano dopo, come sempre.

Quel che le fonti non dicono

Bisogna aggiungere una nota di onestà che i racconti divulgativi spesso omettono: dell'esistenza materiale del Rex Nemorensis non esiste alcuna prova archeologica sul sito. Nessuna iscrizione lo nomina, nessuna struttura è stata identificata come sua abitazione, nessun corredo lo documenta. Sappiamo che i romani credevano che quel rito esistesse, e lo sappiamo benissimo; sappiamo che almeno fino a Caligola qualcosa che assomigliava a quel rito veniva praticato. Ma il re del bosco, per lo scavo, resta invisibile. Chi vi racconterà di aver visto la sua tomba o il suo albero vi sta vendendo poesia, che è una merce legittima, purché sia dichiarata come tale.

Il ramo d'oro e il Santuario di Diana Nemorense

Il ramo che lo schiavo doveva staccare non era un ramo qualunque: l'opinione comune degli antichi lo identificava con il Ramo d'Oro che, per ordine della Sibilla, Enea colse prima di affrontare la discesa nel mondo dei morti nel sesto libro dell'Eneide. Il collegamento lo fa esplicitamente Servio, ed è un collegamento pesantissimo, perché mette in comunicazione due immagini che a prima vista non c'entrano nulla: il lasciapassare per l'aldilà e il titolo di sfida a un duello sacerdotale.

Che cosa hanno in comune? Che entrambi sono autorizzazioni a passare una soglia. Enea con il ramo passa dal mondo dei vivi a quello dei morti e torna indietro. Lo schiavo con il ramo passa dalla condizione di fuggiasco senza diritti a quella di re-sacerdote, e ci arriva attraversando la morte di un altro. In entrambi i casi il ramo è la prova che qualcuno ha ottenuto il permesso di violare un confine che normalmente è invalicabile. È una struttura mentale coerente, ed è precisamente la struttura che nel 1890 avrebbe fatto scattare qualcosa nella testa di uno studioso scozzese di Glasgow.

Aggiungo un dettaglio botanico che genera una quantità sproporzionata di discussioni. La tradizione antica non è univoca sulla specie dell'albero, e gli studiosi moderni hanno proposto la quercia, il leccio, l'olivastro, e naturalmente il vischio che cresce sulla quercia — quest'ultima l'ipotesi prediletta di Frazer, che aveva bisogno di una pianta che vivesse su un'altra pianta senza toccare terra. Chi vi dice con sicurezza quale albero fosse sta anticipando conclusioni che la documentazione non consente. Quello che possiamo dire è che era un albero preciso, in un punto preciso, e che tutta la comunità sapeva quale fosse. Nei boschi sacri funziona così: l'albero non è sacro perché è di una specie, è sacro perché è quello.

James Frazer e il libro nato dal Santuario di Diana Nemorense

Nel 1890 l'antropologo scozzese James George Frazer pubblicò a Londra un'opera in due volumi intitolata The Golden Bough, Il ramo d'oro. Il suo scopo dichiarato era uno solo: spiegare la strana regola che governava la successione al sacerdozio di Diana ad Aricia. Non l'origine della religione, non la struttura del pensiero magico, non la mitologia comparata: la regola di Nemi. Lo scrive lui stesso nella prefazione all'edizione ridotta, con quel tono fra il rassegnato e il compiaciuto di chi sa di avere esagerato: quando mi misi per la prima volta a risolvere il problema, più di trent'anni fa, pensavo che la soluzione potesse essere esposta molto brevemente, ma mi accorsi presto che per renderla probabile o anche solo intelligibile era necessario discutere certe questioni più generali. Il risultato è che i due volumi dell'opera originale si erano gonfiati fino a dodici, e che nel 1922 l'autore dovette pubblicare un'edizione abbreviata in un volume solo per renderla accessibile.

È probabilmente il caso più clamoroso nella storia degli studi di un'ipotesi che divora il proprio oggetto. Frazer parte dal Santuario di Diana Nemorense e finisce per attraversare i re divini africani, il regicidio rituale, il capro espiatorio, i Saturnali, Adone, Attis, Osiride, Demetra, la magia simpatica, i fuochi di mezza estate, il vischio, Balder e la teoria dell'anima esterna. Il lettore che arriva alla fine, dopo centinaia di pagine di etnografia comparata, si è quasi dimenticato del punto di partenza — e allora Frazer, che era anche un grandissimo scrittore, gli riporta il lago sotto gli occhi con l'ultimo capitolo, intitolato Farewell to Nemi, Addio a Nemi.

La tesi, in poche righe

La tesi di Frazer è che il re del bosco di Nemi non fosse un'anomalia italica ma un esemplare di una figura universale: il re sacro, incarnazione dello spirito della vegetazione, la cui forza fisica coincide con la fertilità della terra, e che perciò deve essere ucciso appena la sua forza declina, per trasferire quello spirito in un corpo più giovane e più vigoroso. Il ramo d'oro sarebbe il vischio, che vive sulla quercia senza toccare terra e che custodisce fuori dal corpo l'anima del re, esattamente come nelle fiabe l'orco tiene la propria vita dentro un uovo dentro un'anatra dentro un baule.

Da lì Frazer costruisce lo schema che tutti conoscono anche senza averlo letto: l'umanità sarebbe passata dalla magia alla religione alla scienza. Nella magia l'uomo conta sulle proprie forze e crede di poter manipolare un ordine naturale stabilito; quando scopre l'errore si affida a esseri invisibili, e nasce la religione; quando anche questo si rivela insufficiente torna in parte al presupposto magico di una regolarità inflessibile, ma stavolta ricavata dall'osservazione, e nasce la scienza.

Che cosa ne pensa oggi la ricerca

Sarò chiaro, perché su questo si legge molta confusione: la ricostruzione di Frazer non è più accettata dagli studiosi. Il metodo comparativo che accosta un rito laziale a una consuetudine dell'Africa centrale e a una festa babilonese, saltando disinvoltamente millenni e continenti, è stato smontato pezzo per pezzo nel corso del Novecento. L'idea di un'unica evoluzione lineare del pensiero umano è considerata una proiezione ottocentesca. E la lettura del rex nemorensis come spirito della vegetazione non ha alcun riscontro nei dati.

Eppure. Eppure Il ramo d'oro resta uno dei libri più influenti mai scritti in lingua inglese, e la sua influenza è stata soprattutto letteraria. Senza Frazer non esiste La terra desolata di T. S. Eliot, che lo cita nelle note; l'impianto mitologico di parecchia letteratura modernista è debitore delle sue pagine; e generazioni di lettori hanno incontrato l'antropologia comparata attraverso quel libro. Ha inoltre il pregio, raro nella saggistica, di essere scritto benissimo. La descrizione con cui si apre — il sacerdote che si aggira con la spada sguainata sotto gli alberi, di giorno e di notte, guardandosi attorno perché l'uomo che aspetta è quello che dovrà ucciderlo — è un pezzo di prosa che nessun manuale di storia delle religioni ha mai eguagliato.

L'apertura del libro, e il quadro sbagliato

Frazer apre il volume con una domanda retorica: chi non conosce il quadro di Turner del Ramo d'oro? E prosegue con un ritratto del lago che merita di essere citato nella traduzione italiana corrente, perché è il testo che ha costruito l'immagine mentale di Nemi per un secolo di lettori: la scena, tutta soffusa da quella aurea luminescenza d'immaginazione con cui la divina mente del Turner impregnava e trasfigurava i più begli aspetti della natura, è una visione di sogno di quel piccolo lago di Nemi, circondato da boschi, che gli antichi chiamavano lo specchio di Diana. Chi ha veduto quell'acqua raccolta nel verde seno dei colli Albani, non potrà dimenticarla mai.

Il quadro di cui parla è The Golden Bough di Joseph Mallord William Turner, olio su tela di 104,1 per 163,8 centimetri, esposto alla Royal Academy nel 1834, acquistato dal collezionista Robert Vernon prima ancora che venisse mostrato in pubblico, donato alla National Gallery nel 1847 con il lascito Vernon e trasferito alla Tate nel 1929, dove è inventariato come N00371. Frazer lo mise come antiporta della prima edizione, e ce lo lasciò per decenni: l'antiporta fu tolta soltanto dalle edizioni stampate a partire dal 1959.

C'è però un problema, e ci torneremo più avanti perché merita un capitolo suo. Il quadro non rappresenta il lago di Nemi.

La Lega Latina, Aricia e il ruolo politico del Santuario di Diana Nemorense

Chi immagina questo posto come un romitorio silenzioso in mezzo ai boschi si perde la metà della storia. Il Santuario di Diana Nemorense fu, per un lungo tratto dell'età arcaica, il centro politico di una coalizione di città. Non un luogo di preghiera: una sede istituzionale.

Il contesto è quello della Lega Latina, la federazione delle comunità del Latium vetus. Il santuario federale più antico stava sul Monte Cavo, l'antico Mons Latiaris, seconda cima dei Colli Albani, dove si venerava Giove Laziale. Secondo una ricostruzione ampiamente condivisa, il ruolo di santuario federale passò al santuario di Diana intorno al 500 a.C., dopo la fine di Alba Longa, e il complesso divenne il punto di riferimento comune delle città latine — comprese quelle che con Roma erano in conflitto aperto. Amministrarlo spettava ad Aricia, nel cui territorio si trovava.

L'iscrizione perduta di Egerius Baebius

Di questa funzione politica esiste un documento straordinario, e il fatto che sia perduto non lo rende meno prezioso. Il testo della dedica del bosco sacro fu copiato per la sua curiosità, come testimonianza dell'unione politica delle città latine, da Catone il Vecchio, e trasmesso — forse in forma incompleta — dal grammatico Prisciano. Suona così:

Lucum Dianium in nemore Aricino Egerius Baebius Tusculanus dedicavit dictator Latinus. Hi populi communiter: Tusculanus, Aricinus, Lanuvinus, Laurens, Coranus, Tiburtis, Pometinus, Ardeatis Rutulus.

Cioè: il bosco sacro di Diana nella selva ariciana fu dedicato da Egerio Bebio Tuscolano, dittatore latino. Questi popoli in comune: il Tuscolano, l'Ariciano, il Lanuvino, il Laurentino, il Corano, il Tiburtino, il Pometino, l'Ardeate Rutulo.

Otto comunità. Tuscolo, Aricia, Lanuvio, Laurento, Cora, Tivoli, Suessa Pometia, Ardea. Roma non c'è. Il documento fissa una data implicita di grande valore: Suessa Pometia fu saccheggiata dai Romani nel 495 a.C. e sparisce dalla storia, quindi la dedica è anteriore a quell'anno. Gli studi recenti tendono a collocarla nel tardo VI secolo a.C. Vuol dire che quando Roma stava appena diventando repubblica, il Santuario di Diana Nemorense era già il parlamento sacro dei suoi vicini.

Un potere che non si eredita

Vale la pena notare una coerenza che raramente viene messa in evidenza. Il santuario apparteneva in comune a un gruppo di città, cioè a nessuna di esse in particolare. E il sacerdote che lo presiedeva otteneva la carica non per nascita, non per elezione, non per nomina, ma per prova di forza, e la teneva soltanto finché riusciva a difenderla. Che il custode di un potere condiviso fosse per definizione un uomo senza dinastia, senza famiglia, senza patrimonio e senza futuro — uno schiavo fuggiasco — è una simmetria che può essere una coincidenza, ma che ha una logica istituzionale piuttosto elegante: nessuna delle città della lega poteva mettere un proprio uomo alla testa del santuario comune, perché la carica non si conferiva, si conquistava.

Non lo do per certo, perché nessuna fonte antica lo dice esplicitamente. Ma è il tipo di ragionamento che rende questo posto molto più interessante di una curiosità sanguinaria.

L'architettura del Santuario di Diana Nemorense: terrazze, nicchioni, calcestruzzo

Passiamo alle pietre, che sono la parte che si può ancora toccare. Il Santuario di Diana Nemorense come lo vediamo oggi è essenzialmente il prodotto di una singola, gigantesca operazione edilizia condotta verso la fine del II secolo a.C., che riorganizzò da capo un'area sacra già frequentata da secoli.

Prima di allora l'impianto era di una semplicità disarmante. Il santuario arcaico era una radura nel bosco fitto, recintata da una palizzata di legno. Una radura del genere, in latino un lucus, produceva uno spazio sacro, un templum: perché la parola templum non indica in origine un edificio ma un settore di cielo e di terra ritagliato dall'augure. Il culto doveva ruotare attorno a un altare all'interno del recinto — altare che, va detto onestamente, non è ancora stato individuato.

Intorno al 300 a.C. nella radura sorse il primo edificio monumentale, il tempio che la letteratura archeologica chiama convenzionalmente Tempio K (o KKK nella documentazione ottocentesca), datato dalla tecnica costruttiva e dalle terrecotte architettoniche associate. Duecento anni più tardi arrivò il grande cantiere.

Il sistema delle terrazze

Il progetto di età tardo-repubblicana affrontò il problema tipico dei santuari italici di pendio: come si costruisce un'architettura su un versante inclinato. La risposta romana fu tanto brutale quanto efficace: si costruisce il versante. Il complesso fu articolato su una serie di terrazze artificiali realizzate interamente in calcestruzzo romano, con lo scopo dichiarato di creare un paesaggio architettonico sacro.

La terrazza principale misura 200 metri per 175. Verso valle è retta da sostruzioni triangolari; verso monte si appoggia a un muro massiccio scandito da nicchioni semicircolari, che sostiene la terrazza superiore e che con ogni probabilità ospitava statue nelle sue cavità. La superficie complessiva dell'area sacra è stimata in circa 45.000 metri quadrati, con un perimetro dell'ordine dei duecento metri per lato.

Chi conosce Palestrina riconoscerà immediatamente la grammatica. Il santuario della Fortuna Primigenia, quello di Ercole Vincitore a Tivoli e quello di Giove Anxur a Terracina appartengono alla stessa stagione e alla stessa idea: usare la nuova tecnologia del conglomerato cementizio per imporre al paesaggio una geometria che prima era impensabile. Il calcestruzzo romano è la vera rivoluzione di quel secolo, più delle guerre. Permette di costruire volte, di riempire, di livellare, di sostenere spinte enormi con manodopera non specializzata. Il Santuario di Diana Nemorense è uno dei laboratori in cui quella rivoluzione viene messa alla prova.

I due portici dorici

Sulla piattaforma correvano due portici di ordine dorico, e la differenza fra i due è uno dei dettagli più concreti che si possano raccontare di questo posto. Uno aveva le colonne intonacate e dipinte di rosso; l'altro colonne di peperino grigio scuro, la pietra vulcanica locale, lasciata a vista. Il tempio ristrutturato era inquadrato da un enorme portico a tre bracci.

Il particolare del rosso merita una sosta. Nell'immaginario diffuso, l'architettura antica è bianca. Non lo era. Era colorata, spesso violentemente, e l'intonaco rosso sulle colonne era una scelta comune e voluta. Provate a rimettere mentalmente il colore su queste rovine grigie e capirete perché i visitatori antichi ne parlassero come di qualcosa di sontuoso.

Le celle donarie, gli alloggi, i servizi

Un santuario di questa portata non è fatto solo di templi. Nel recinto c'erano celle donarie dove si conservavano le offerte, ambienti per i sacerdoti, alloggi per i pellegrini, magazzini, pavimenti a mosaico. Bisogna immaginarlo come una macchina ricettiva: gente che arriva a piedi da Aricia, che deve dormire, mangiare, comprare l'oggetto votivo, farlo consacrare, aspettare il proprio turno, ripartire. Un santuario antico di grande richiamo somiglia più a un santuario mariano di oggi che a una chiesa di quartiere, con tutta l'economia che ne consegue: botteghe di coroplasti che sfornano ex voto in serie da matrice, guide, custodi, venditori di lucerne.

Un tempio di forma insolita

Sull'aspetto del tempio principale abbiamo una testimonianza di prima mano piuttosto singolare. Vitruvio, nel quarto libro del De architectura (IV, 8, 4), cita il tempio di Diana a Nemi fra gli edifici di forma arcaica e etrusca, cioè secondo lo schema tuscanico: pianta quasi quadrata, colonne tozze e distanziate, largo frontone, forte podio, tre celle o una cella con ali. Per un architetto d'età augustea, abituato al canone greco, era una forma antiquata. Che l'edificio conservasse quell'aspetto anche dopo il rifacimento tardo-repubblicano è la spia di una scelta consapevole: l'antichità del rito andava mostrata, non nascosta. È lo stesso motivo per cui certe chiese conservano un'abside romanica dentro un involucro barocco.

Il teatro, le terme e il ninfeo del Santuario di Diana Nemorense

Fra le cose che sorprendono di più chi si aspetta un luogo esclusivamente religioso c'è la presenza, dentro il recinto sacro, di edifici che oggi chiameremmo di intrattenimento e di benessere. Al Santuario di Diana Nemorense c'erano un piccolo teatro, un edificio termale e un ninfeo monumentale.

Non c'è contraddizione: nel mondo antico le funzioni sacre e quelle civili convivevano nello stesso recinto senza il minimo imbarazzo. Il teatro serviva alle rappresentazioni connesse alle feste della dea; le terme, alimentate dall'acqua della sorgente, avevano una funzione terapeutica e rituale insieme, il che spiega perché il complesso venga descritto come dotato di bagni idroterapici; il ninfeo era il punto in cui l'acqua veniva monumentalizzata, cioè trasformata da fenomeno naturale in architettura.

Il teatro e una parte dell'edificio termale furono scavati fra il 1924 e il 1928, negli stessi anni in cui si preparava l'impresa del prosciugamento del lago. Da quegli scavi provengono opere notevoli oggi conservate a Roma: fra i materiali del teatro si segnalano un rilievo con maschere teatrali del I secolo, esposto a Palazzo Massimo, e affreschi del II secolo con oggetti da scrittura, copioni e strumenti di scena, conservati alle Terme di Diocleziano. Sono documenti rari: la vita materiale di chi lavorava sul palcoscenico è quasi sempre invisibile, e qui compare dipinta su una parete.

Il ninfeo e gli scavi recenti

Il ninfeo è diventato uno dei fuochi della ricerca contemporanea. Le indagini condotte fra il 1989 e il 2009 sulle terrazze e sul ninfeo hanno prodotto il volume di riferimento su questo sito, Il Santuario di Diana a Nemi. Le terrazze e il ninfeo. Scavi 1989-2009, firmato da Filippo Coarelli, Giuseppina Ghini, Francesca Diosono e Paolo Braconi e pubblicato da L'Erma di Bretschneider nel 2014. Chi voglia andare oltre la divulgazione ha lì il punto di partenza obbligato, insieme al contributo di Ghini e Diosono sui recenti acquisizioni dai nuovi scavi, uscito negli atti del convegno Sacra Nominis Latini.

Diana guaritrice: gli ex voto anatomici del Santuario di Diana Nemorense

Se dovessi indicare una sola categoria di reperti capace di raccontare che cosa succedeva davvero quassù, sceglierei senza esitare gli ex voto anatomici. Sono oggetti poveri, ripetitivi, prodotti in serie, e sono la testimonianza più umana che questo santuario abbia lasciato.

Funzionava così. Un uomo o una donna aveva un problema: un dolore al ventre, una vista che si annebbiava, un piede che non guariva, una gravidanza difficile, una sterilità. Saliva al santuario, formulava il voto, e se la grazia arrivava tornava a sciogliere il voto offrendo alla dea il modello della parte del corpo interessata, in terracotta o in bronzo. A Nemi sono documentati in particolare occhi e modelli degli organi dell'addome, oltre alla consueta serie di mani, piedi e arti. La produzione era standardizzata: si stampava da matrice, si cuoceva, si vendeva sul posto.

Ma il reperto che rende questo santuario un caso di studio nella storia della medicina antica è un altro: dagli scavi provengono ex voto raffiguranti strumenti chirurgici. È lo stesso tipo di offerta che si trova nei santuari di Asclepio, e stabilisce un parallelo diretto fra Diana e il dio greco della medicina. Non è un accostamento arbitrario: la mitologia locale, con Ippolito ucciso e risuscitato proprio da Asclepio, lega le due figure alla radice.

Aricia, città di medici

La conseguenza economica di tutto questo è documentata: la vocazione terapeutica del santuario contribuì allo sviluppo di Aricia come centro influente e prospero della cura e della medicina. Un santuario guaritore genera un indotto sanitario, esattamente come oggi. E la posizione era ideale: il complesso stava in prossimità di un nodo viario a sud di Roma, così che chiunque partisse o arrivasse lungo la via Appia passava di lì. Il traffico religioso, come lo chiamano gli studiosi, era continuo, e migliaia di persone salivano per chiedere assistenza alla dea.

La stipe di Pantanacci

A pochi chilometri, in località Pantanacci, al confine fra Genzano di Roma e Lanuvio, è stato individuato nel 2012 un deposito votivo di eccezionale ricchezza, sottratto in extremis agli scavatori clandestini. I materiali della stipe di Pantanacci — fra cui offerte anatomiche di grande interesse — sono confluiti in parte nel Museo delle Navi Romane di Nemi, dove sono esposti insieme ai votivi del santuario di Diana e a quelli di Velletri e Campoverde. Vederli affiancati permette di capire una cosa che un singolo sito non mostra: che i Colli Albani erano costellati di luoghi di culto guaritori, e che il Santuario di Diana Nemorense era il maggiore fra pari, non un unicum isolato.

I Nemoralia: la notte delle torce al Santuario di Diana Nemorense

Il giorno di Diana era il 13 agosto, gli Idi del mese, e la festa che si celebrava qui si chiamava Nemoralia. Non era una ricorrenza minore: si celebrava, secondo la tradizione, almeno dal VI secolo a.C., e coincideva con la data tradizionale della fondazione del culto. Con il tempo la festa di Diana finì per essere celebrata in tutta Italia, compreso il tempio dell'Aventino a Roma.

Le testimonianze del I secolo a.C. descrivono i fedeli che salivano al santuario portando torce e ghirlande. Frazer, che su questo segue le fonti antiche con precisione, restituisce la scena: durante la festa annuale, tenuta nel momento più caldo dell'anno, il bosco della dea risplendeva di una moltitudine di torce, il cui bagliore rossastro era riflesso dal lago, e in lungo e in largo per l'Italia quel giorno veniva osservato con riti sacri presso ogni focolare domestico. Statuette di bronzo trovate nel recinto rappresentano la dea stessa che regge una torcia nella destra sollevata; e le donne le cui preghiere erano state esaudite arrivavano al santuario incoronate di ghirlande e con torce accese, per sciogliere i loro voti.

Fermatevi un momento su questa immagine, perché è il momento in cui il Santuario di Diana Nemorense diventa comprensibile. Metà agosto, il caldo pesante dei Colli Albani, il buio che sale dal cratere, e una processione di fuochi che scende dal ciglio verso l'acqua. Sotto, il lago che rimanda tutto raddoppiato. Uno specchio, appunto. Non stupisce che il posto abbia lasciato una traccia così profonda nella memoria letteraria: è uno di quei rari casi in cui la scenografia naturale e il rito coincidono perfettamente.

I cani incoronati e la tregua per le bestie

Ci sono dettagli rituali che meritano di essere ricordati perché sfuggono a qualsiasi ricostruzione a tavolino. Nel giorno della festa i cani da caccia venivano incoronati e gli animali selvatici non venivano molestati: una tregua venatoria in onore della dea che presiede alla caccia, che è esattamente il tipo di paradosso di cui la religione antica va ghiotta. I giovani si sottoponevano a una cerimonia di purificazione in onore della dea. Si tirava fuori il vino, e il banchetto consisteva in un capretto, focacce servite bollenti su piatti di foglie, e mele ancora appese a grappoli sui rami.

Quest'ultimo particolare — le mele lasciate attaccate al ramo e portate a tavola così — è di una concretezza che commuove. È la festa contadina di metà agosto, con la prima frutta, il capretto e il pane caldo: la stessa che in mille paesi italiani si celebra ancora oggi, con altri nomi e altri santi.

Il fuoco perpetuo e la lampada per Claudio

Il fuoco non compariva solo nella notte della festa. Diana a Nemi portava anche il titolo di Vesta, cosa che indica il mantenimento di un fuoco sacro perpetuo nel santuario. Un grande basamento circolare all'angolo nord-orientale del tempio, rialzato su tre gradini e con tracce di pavimentazione musiva, sosteneva probabilmente un tempio rotondo di Diana nella sua veste di Vesta, come il tempio rotondo di Vesta nel Foro romano; e sul posto è stata rinvenuta una testa di Vestale in terracotta. Il culto di un fuoco perpetuo custodito da fanciulle consacrate risulta comune nel Lazio dalle epoche più antiche a quelle più recenti.

Una precisazione, perché la questione è stata discussa: gli studi hanno chiarito che Vesta non fu semplicemente identificata con Diana Nemorensis, come si era supposto. Un'iscrizione votiva d'età di Nerva, cioè della fine del I secolo d.C., indica che Vesta era venerata nel bosco di Nemi come divinità distinta. Sono due presenze accanto, non una sovrapposizione.

C'è poi una dedica che trovo particolarmente toccante nella sua burocratica devozione: qualcuno, di cui non conosciamo il nome, consacrò in una piccola edicola a Nemi una lampada perpetuamente accesa per la salvezza dell'imperatore Claudio e della sua famiglia. Le lucerne di terracotta rinvenute nel bosco potrebbero aver svolto la stessa funzione per persone più umili. L'analogia con l'uso cattolico di accendere ceri votivi nelle chiese è tanto ovvia da non richiedere commento — e infatti Frazer non se la lasciò sfuggire.

Gli dèi stranieri: Iside e Bubasti nel Santuario di Diana Nemorense

Nel corso dell'età tardo-repubblicana, contemporaneamente o poco dopo il grande rifacimento, al complesso furono aggiunti edifici che combinavano funzioni sacre e profane, e furono costruiti ulteriori sacelli per ospitare altre divinità introdotte nel santuario. Fra queste, in particolare, le dee egiziane Iside e Bubasti.

È un dato che cambia la percezione del posto. Il Santuario di Diana Nemorense non era un conservatorio di antichità latine chiuso al mondo: era un luogo di culto vivo, aggiornato, che nel II e I secolo a.C. si apriva alle divinità orientali di moda esattamente come facevano i porti e le città commerciali. Iside, in quel periodo, si diffondeva rapidamente in Italia; Bubasti, la dea felina egizia, aveva legami con la fertilità e con il parto che la rendevano perfettamente compatibile con il profilo funzionale di Diana in questo santuario.

Il quadro che ne esce è quello di un'area sacra plurale, dove accanto alla dea del bosco stavano la ninfa della sorgente, l'eroe risuscitato, la custode del fuoco e le dee del Nilo. Un politeismo che funziona per accumulo, non per sostituzione. Chi arrivava con un problema specifico trovava lo sportello giusto.

La fine improvvisa: la frana che sigillò il Santuario di Diana Nemorense

Su come e quando il santuario abbia smesso di funzionare esistono due letture, ed è giusto presentarle entrambe invece di sceglierne una per comodità narrativa.

La prima, sostenuta sulla base dei dati stratigrafici, è che l'uso del complesso sia cessato bruscamente, probabilmente in un momento della seconda metà del II secolo d.C. I Colli Albani si trovano in una zona sismicamente attiva, e un terremoto seguito da un'immensa frana avrebbe coperto il santuario sotto molte migliaia di metri cubi di terra. Per la posterità è stata una fortuna: la catastrofe naturale ha sigillato una quantità di oggetti nel loro contesto originale, il che è la ragione per cui, quando nell'Ottocento si cominciò a scavare seriamente, molte sculture si trovavano ancora dove erano cadute.

La seconda lettura, che si legge nelle sintesi correnti, descrive un santuario frequentato fino alla tarda età imperiale e abbandonato con l'affermarsi del cristianesimo, quindi progressivamente depredato di marmi e decorazioni e infine ricoperto dalla vegetazione.

Le due ricostruzioni non sono necessariamente incompatibili: un evento distruttivo di metà II secolo può aver colpito una parte del complesso senza cancellare la frequentazione dell'area, che poi si sarebbe spenta lentamente nei secoli successivi. Quello che è certo, e che si legge in tutte le relazioni, è l'esito finale: spoliazione dei materiali pregiati, crollo, bosco. Dal tardo antico all'età moderna il Santuario di Diana Nemorense smette di essere un luogo e diventa un toponimo.

Che cosa vuol dire "spogliato"

Vale la pena spiegare che cosa succede materialmente a un edificio antico abbandonato, perché la parola spoliazione suona vaga. Prima spariscono i metalli: grappe, perni, tegole di bronzo, statue fuse. Poi i marmi lavorati, che si vendono. Poi i marmi lisci, che vanno in fornace a fare calce, e questa è la fine di gran parte della scultura antica. Poi i blocchi squadrati, che diventano case e muri di sostegno delle vigne. Resta il calcestruzzo, che non serve a nulla e non si riesce a smontare: ed è esattamente per questo che di questo santuario sopravvivono soprattutto i nicchioni e le sostruzioni. Non perché fossero le parti più importanti, ma perché erano le uniche che non conveniva portarsi via.

I primi scavi: i Frangipani e la lettera di Giovanni Argoli

La riscoperta del Santuario di Diana Nemorense è una storia lunga quattro secoli, e non è affatto una storia edificante. Comincia con la curiosità erudita, prosegue con il collezionismo, degenera nel commercio e si conclude — molto tardi — con la tutela.

Notizie di rinvenimenti occasionali sul sito risalgono già alla metà del Cinquecento: si parla di trovamenti nel 1554. Ma le prime ricerche condotte con un qualche carattere di ufficialità risalgono alla seconda metà del Seicento e si devono ai marchesi Mario e Pompeo Frangipani, signori di Nemi. La notizia ci è arrivata per una via curiosa: una lettera inviata dall'erudito Giovanni Argoli, segretario del cardinale Lelio Biscia, a Giacomo Filippo Tomasini, che la pubblicò per intero nel suo De donariis ac tabellis votivis liber singularis, stampato a Padova nel 1654, a partire da pagina 13.

Il retroscena è delizioso, e lo racconto perché dice molto sui meccanismi della cultura antiquaria del Seicento. Il cardinale Biscia, mentre villeggiava a Genzano, aveva ricevuto in dono da Mario e Pompeo Frangipani alcune terrecotte votive rinvenute nella loro proprietà a Nemi. Da quel dono nacque la richiesta al proprio segretario di scriverne, e dalla lettera di Argoli — datata al 1637 — nacque la prima descrizione moderna del santuario. Tomasini pubblicò il testo corredato dalle imagunculas sinopica delineatas, le figurine disegnate a sanguigna.

Argoli riferisce che gli scavi dei Frangipani avevano riportato alla luce moltissime terrecotte votive e una statua frammentaria, ritenuta l'immagine della dea stessa. La descrizione latina è memorabile per la sua onestà brutale: simulacrum numinis ipsum, venatorio habitu succintum, mutilum tamen, mancumque; quid deterius est, capite ancisum. La statua stessa della divinità, cinta in abito da caccia, tuttavia mutila e monca; e quel che è peggio, decapitata.

Nei secoli successivi si susseguirono ricerche e osservazioni, fra cui quelle di Antonio Nibby, che nella sua Analisi storico-topografico-antiquaria della carta de' dintorni di Roma dedicò all'area di Aricia pagine ancora consultabili con profitto. Ma la fase decisiva, e devastante, doveva ancora arrivare.

Lord Savile, il principe Orsini e la grande spoliazione del Santuario di Diana Nemorense

Il terreno su cui sorge il santuario si chiamava, e si chiama, il Giardino. Apparteneva al principe che risiedeva nel castello di Nemi, oggi noto come Castello Ruspoli dal nome dei proprietari successivi. Alla fine dell'Ottocento il proprietario era il principe Filippo Orsini.

Il 30 marzo 1885 cominciarono nel Giardino del Lago gli scavi condotti da Lord John Savile Lumley, ministro britannico a Roma dal 1883 al 1887, in collaborazione con Orsini. Le prime trincee restituirono immediatamente una moltitudine di modelli e statuette in terracotta, insieme a frammenti marmorei iscritti che nominavano Diana. Nei sotterranei del tempio comparvero oggetti in bronzo, fra cui un mestolo con il nome di Diana inciso, e oltre un migliaio di monete. Savile scavò quello che è probabilmente il più antico edificio monumentale del santuario, il Tempio K, e ne fece rilevare la pianta; le lastre fotografiche di quella campagna sono conservate a Nottingham e restano una fonte primaria per la topografia del sito.

Come si divideva il bottino

L'accordo con le autorità italiane prevedeva che Savile trattenesse metà dei rinvenimenti e che l'altra metà spettasse a Orsini, proprietario del terreno. Il principe vendette gran parte della propria quota ai collezionisti d'arte di Roma. Savile donò la sua — 1.586 reperti più una serie di fotografie — al museo del Castello di Nottingham, appena istituito.

Orsini, però, non si fermò. Lo scopo principale delle sue imprese era esplicitamente quello di portare alla luce oggetti d'arte, in primo luogo sculture, da vendere sul mercato internazionale. Dopo Savile lavorò con il mercante d'arte romano Luigi Boccanera fra il 1886 e il 1888, poi con Eliseo Borghi e Alfredo Barsanti nel 1895. E poiché il santuario era stato distrutto in antico, probabilmente da una frana, moltissime sculture erano rimaste in posto: il successo di Orsini fu perciò straordinario, e i reperti comparvero in breve tempo nei musei d'Europa e degli Stati Uniti.

Va detto con chiarezza: questo non era archeologia, era estrazione mineraria applicata all'arte antica. Il contesto — cioè l'informazione più preziosa che uno scavo produce, la relazione fra gli oggetti e il luogo in cui giacciono — venne distrutto quasi integralmente. Sappiamo che centinaia di sculture vengono da qui; per moltissime di esse non sappiamo da quale ambiente, a quale quota, in che rapporto con che cosa. È una perdita irreparabile, e chi visita oggi le vetrine di Nottingham o di Copenaghen dovrebbe saperlo.

La fine della corsa

All'inizio del Novecento il castello di Nemi passò ai Ruspoli, e nello stesso periodo lo Stato italiano emanò una normativa nuova e severa sulle antichità. Questo pose finalmente termine alla spoliazione e quindi alla distruzione dei siti antichi, almeno sulla carta. Il Santuario di Diana Nemorense smise di alimentare il mercato con oggetti d'arte pregiati, e i materiali rinvenuti nel corso del Novecento furono destinati al Museo Nazionale Romano.

Da Nemi a Nottingham: Fundilia Rufa e i ritratti del Santuario di Diana Nemorense

Fra le migliaia di oggetti usciti da questo santuario, uno ha una personalità così spiccata da essere diventato l'emblema dell'intera collezione dispersa: l'erma-ritratto di Fundilia Rufa, conservata al Castello di Nottingham.

Fundilia era una donna romana di rango, databile all'età claudia, cioè alla prima metà del I secolo d.C. Il suo volto ha lineamenti classici marcati e una pettinatura fuori dagli schemi consueti; chi l'ha studiata la descrive come un pezzo eccezionale, senza confronti fra le erme del mondo romano. Il che, in un genere di produzione tanto standardizzato, è un giudizio pesante.

Ma la parte migliore è chi le fece fare il ritratto. Fu il suo liberto, cioè il suo ex schiavo affrancato: Gaio Fundilio Docto. Il nome porta impresso il rapporto — i liberti prendevano il gentilizio dell'ex padrone — e il cognome, Doctus, "il dotto", è un nome d'arte. Fundilio era un attore, e si qualificava come parasitus Apollinis, parassita di Apollo, che era il titolo tecnico con cui si designava l'appartenenza alla corporazione degli attori. Fece realizzare più di una statua in onore della sua ex padrona, e ne fece realizzare una anche di sé stesso, oggi a Copenaghen.

Perché un attore liberto dedica statue nel santuario

Qui c'è una lezione di sociologia romana che vale più di un capitolo di manuale. Un liberto era un uomo libero, ma con una libertà di seconda mano, con obblighi residui verso il patrono e con una biografia che tutti conoscevano. Il modo per costruirsi rispettabilità era esibire il legame con la famiglia da cui si proveniva: dedicare un ritratto alla propria ex padrona, in un santuario frequentato e prestigioso, era simultaneamente un atto di pietà, una dichiarazione di appartenenza e una campagna pubblicitaria.

Che poi il santuario scelto per questa operazione fosse proprio quello in cui, secondo la tradizione, uno schiavo fuggiasco poteva diventare re uccidendo un sacerdote, aggiunge alla vicenda un contrappunto che nessun romanziere avrebbe osato inventare. Da una parte lo schiavo che conquista la corona con la spada nel mito; dall'altra il liberto che conquista la rispettabilità con il marmo nella realtà. È lo stesso santuario, ed è probabilmente lo stesso bisogno.

Le statue di culto acrolitiche

Quando alla fine del II secolo a.C. il santuario fu rinnovato, i sacelli furono arricchiti di nuove statue di culto. Di alcune si conservano i resti, e i due pezzi più noti stanno oggi in due paesi diversi: la colossale testa di Diana della Ny Carlsberg Glyptotek di Copenaghen e il busto maschile a grandezza naturale di Asclepio Virbio di Nottingham.

Entrambi sono realizzati con la tecnica acrolitica, ed è una tecnica che vale la pena capire perché spiega molte cose. In un acrolito solo le parti di pelle scoperta — volto, braccia, piedi — sono scolpite nel marmo; il corpo consiste in un'anima di legno o di metallo rivestita di una veste di stoffa o di lamina metallica. Il vantaggio economico è evidente, perché il marmo era costosissimo. Ma c'è anche un vantaggio simbolico: l'acrolito richiama le più antiche immagini di culto crisoelefantine, che combinavano oro e avorio nello stesso modo. Costruire un acrolito significava dichiarare un'antichità venerabile.

Nei magazzini del museo dell'Università della Pennsylvania è stata inoltre riconosciuta una testa femminile più grande del vero, realizzata con la stessa tecnica e all'incirca della stessa data delle due precedenti, sfuggita a lungo all'attenzione degli studiosi. Un incasso ricavato nei capelli sopra la fronte mostra che il marmo era in origine ornato da un diadema realizzato in un altro materiale, probabilmente bronzo. Che identità abbia quella testa non è facile da stabilire; l'aspetto matronale non esclude affatto che si tratti di Diana.

Copenaghen, Filadelfia, Boston: dove sono finiti i marmi del Santuario di Diana Nemorense

La dispersione dei materiali del Santuario di Diana Nemorense è un caso da manuale del mercato antiquario romano di fine Ottocento, e per una volta abbiamo anche i documenti che raccontano le manovre dietro le quinte.

I due grandi compratori erano il birraio danese Carl Jacobsen, fondatore della Ny Carlsberg Glyptotek di Copenaghen, e — con qualche anno di ritardo — il museo dell'Università della Pennsylvania. Jacobsen operava a Roma attraverso il suo agente Wolfgang Helbig, ed era abituato a non avere concorrenti seri. Quando nell'ottobre del 1895 arrivò a Roma il professor Arthur L. Frothingham di Princeton, nuovo direttore dell'American Academy e intermediario del museo di Filadelfia sul mercato romano, il danese si allarmò. In una lettera a Helbig del 18 novembre 1895 conservata negli archivi della Glyptotek, Jacobsen scrisse una frase che vale come epigrafe dell'intera epoca: prenderà lui la panna, e a noi lascerà soltanto il latte scremato.

La donazione Drexel

All'inizio del 1896 Frothingham si lamentava che non ci fossero assolutamente antichità in vendita, né in Etruria né a Roma. Qualche mese dopo cambiò musica: riferì che un gruppo di marmi rinvenuti nell'area del lago di Nemi era comparso sul mercato. Li comprò, come attesta una sua lettera dell'8 dicembre 1896. I pagamenti risultano nei registri contabili del museo il 17 febbraio 1897 per 603 dollari e il 9 marzo 1897 per 2.490,29 dollari. Nell'estate del 1897 i marmi furono imbarcati per gli Stati Uniti.

I soldi non erano del museo: erano di Lucy Wharton Drexel (1838-1912), moglie del banchiere di Filadelfia Joseph William Drexel, definita da una curatrice dell'epoca una donna di larghi mezzi. La signora Drexel era in origine una collezionista appassionata di ventagli, e li donava al museo in quantità crescente, finché la curatrice Sara Yorke Stevenson non le suggerì con eleganza di investire il proprio denaro in qualcosa di più serio, cioè in scultura antica. Devo ammettere che questo passaggio mi diverte ogni volta: metà della collezione di scultura tardo-repubblicana di Filadelfia esiste perché qualcuno riuscì a dirottare con garbo una collezionista di ventagli.

La donazione consiste in 45 pezzi, inventariati come MS3446-MS3484, MS4034-4038 e MS6012a-b. Comprende frammenti di una o più statue di culto, statue e statuette votive, un'erma, un rilievo, vasi votivi in marmo e diversi marmi di uso pratico: elementi architettonici, parti di arredo, pesi. È stata definita la più grande raccolta di scultura tardo-repubblicana in stile ellenistico proveniente da un contesto italiano noto.

Chi ha comprato che cosa

Jacobsen, nel 1896, acquistò per Copenaghen due anfore marmoree e una grande testa femminile, identificata come testa di una statua di culto raffigurante Diana, mentre i pezzi che accompagnavano quel lotto presero la strada di Filadelfia. Nel 1898 il danese acquistò ancora alcuni marmi a un'asta nel romano Palazzo Savelli, che potrebbero provenire da Nemi. Nello stesso anno Frothingham cessò il rapporto con il museo americano, e da Nemi non arrivarono più marmi a Filadelfia.

Il risultato di tutto questo è che oggi le sculture del santuario si trovano principalmente nella Ny Carlsberg Glyptotek di Copenaghen, nel Castle Museum di Nottingham e nell'University of Pennsylvania Museum di Filadelfia, con nuclei significativi anche al Museum of Fine Arts di Boston e al British Museum di Londra, dove sono conservate quattro delle statuette bronzee di uomini e donne panneggiati che reggono patere per libagione e scatole per l'incenso. In Italia i materiali sono divisi fra il Museo delle Navi Romane di Nemi, il Museo Nazionale Romano — con le sedi delle Terme di Diocleziano e di Palazzo Massimo — e il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, dove al complesso di Villa Poniatowski sono esposti oggetti dal VII al I secolo a.C. provenienti dalla località Giardino.

Una collezione che nessuno può vedere tutta insieme

Questo è il punto che vorrei restasse. Il Santuario di Diana Nemorense ha prodotto uno dei più importanti insiemi di scultura tardo-repubblicana esistenti al mondo, e non c'è un solo luogo sulla terra in cui lo si possa vedere. Per farsene un'idea completa bisogna andare a Nemi, a Roma, a Nottingham, a Copenaghen, a Filadelfia, a Boston e a Londra. Un'esposizione dedicata ai tesori di Nemi allestita a Nottingham nel 2013 ha riportato l'attenzione internazionale sulla questione, e i progetti di ricerca che dagli anni Duemila mettono in relazione le collezioni disperse hanno cominciato a ricomporre virtualmente ciò che il mercato aveva smembrato. È un lavoro lento, e non restituisce il contesto perduto, ma è meglio di niente.

Le navi di Caligola, il lago e il Santuario di Diana Nemorense

Non si può raccontare questo santuario senza raccontare le due navi, perché la vicenda delle navi è la ragione per cui esiste il museo che oggi custodisce i materiali del santuario, ed è probabilmente la più incredibile impresa archeologica italiana del Novecento.

Sul fondo del lago di Nemi giacevano due navi imperiali romane, attribuite all'imperatore Caligola. Che ci fossero lo sapevano tutti: la leggenda si tramandava fra gli abitanti, sostenuta dai recuperi casuali dei pescatori. Sul loro uso si è discusso a lungo — si è congetturato di tutto — e l'ipotesi oggi più accreditata è che si trattasse di navi sacre a Diana o a Iside, il che le lega direttamente al santuario e alle divinità egiziane che vi erano state introdotte.

Cinque secoli di tentativi maldestri

La storia dei recuperi è una comica tragica. Il primo tentativo noto risale al 1446, quando il cardinale Prospero Colonna, signore di Nemi, incaricò dell'impresa nientemeno che Leon Battista Alberti. Il resoconto lo dobbiamo a Flavio Biondo nell'Italia illustrata: alcuni esperti nuotatori genovesi esplorarono la nave più vicina a riva determinandone distanza e profondità, poi si tentò il recupero con una piattaforma galleggiante munita di corde e uncini. Non funzionò, e si portarono via dei pezzi.

Nel 1535 il bolognese Francesco De Marchi compì una serie di immersioni con una campana di legno munita di oblò di vetro, che proteggeva la parte superiore del corpo lasciando libere braccia e gambe, e ne diede conto nella sua Architettura militare. Determinò dimensioni e stato di conservazione dello scafo più vicino a riva.

Poi passarono tre secoli. Il 10 settembre 1827 il cavaliere Annesio Fusconi, davanti a un folto pubblico e servendosi di una campana di Halley dotata di pompa d'aria, raggiunse i relitti e asportò marmi, smalti, mosaici, frammenti di colonne metalliche, laterizi e chiodi. Il legname recuperato fu poi utilizzato per fabbricare souvenir. Il maltempo interruppe i lavori, il materiale fu depredato, Fusconi abbandonò l'impresa e nel 1839 pubblicò a Roma un volume dal titolo splendidamente sbagliato, Memoria archeologico-idraulica sulla nave dell'imperator Tiberio.

L'ultimo intervento privato fu quello di Eliseo Borghi nel 1895 — lo stesso Borghi che scavava nel santuario per conto degli Orsini — su incarico della famiglia e con autorizzazione ministeriale. Un palombaro riportò alla luce la bellissima ghiera bronzea di un timone lavorata a rilievo con una testa di leone, oltre a pilastrini di bronzo, protomi ferine, tegole di rame dorato, mosaici, lastre di porfido e — dettaglio tecnicamente strabiliante — rulli sferici e cilindrici, che hanno fatto ipotizzare la presenza a bordo di piattaforme girevoli su cuscinetti a sfere. La maggior parte del materiale fu acquistata dal Museo Nazionale Romano; il resto prese la strada del mercato antiquario.

Il prosciugamento del lago

Dopo Borghi il ministero impose la cessazione dei tentativi, che stavano smontando gli scafi pezzo per pezzo. L'incarico degli studi andò all'ingegner Vittorio Malfatti, tenente colonnello del Genio Navale, che fra il 1895 e il 1896 identificò con certezza posizione e stato delle due navi, rilevò il lago ed esplorò la parte accessibile dell'emissario romano, il cunicolo scavato dagli antichi per regolare il livello dell'acqua. Malfatti scartò l'idea di sollevare gli scafi e propose di abbassare il livello del lago. La relazione fu applaudita e archiviata.

Nel 1926 una nuova commissione presieduta dall'archeologo e senatore Corrado Ricci confermò le conclusioni di Malfatti e indicò il programma: svuotamento parziale del lago fino a ventidue metri di profondità attraverso l'emissario, indagini sulle navi emerse, esplorazione del fondo, sollevamento degli scafi e loro ricovero in un museo da costruire appositamente. Il 9 aprile 1927 Mussolini annunciò la decisione di recuperare le navi.

L'impresa fu resa possibile da un consorzio industriale: l'ingegner Guido Ucelli, direttore generale delle Costruzioni Meccaniche Riva di Milano, offrì mezzi e opera, e insieme alla Elettricità e Gas di Roma e alla Laziale di Elettricità costituì il Comitato Industriale per lo scoprimento delle Navi Nemorensi. Le condizioni dell'emissario si rivelarono peggiori del previsto — la galleria era franata in più punti — e in quattro mesi, da giugno a ottobre 1928, settanta operai organizzati su tre turni di otto ore asportarono i detriti, allargarono la galleria, ne rettificarono il percorso e livellarono la pavimentazione. Il tracciato dello scarico fu studiato in modo da evitare l'inondazione del santuario di Diana: un dettaglio che dice quanto il santuario fosse presente nella mente dei progettisti.

Il 20 ottobre 1928 l'impianto idrovoro entrò in funzione. Al 31 dicembre erano stati estratti circa cinque milioni di metri cubi d'acqua, la metà di quanto occorreva per far emergere la poppa della prima nave. Il 28 marzo 1929 affiorarono le strutture più alte del primo scafo. Il 7 settembre 1929, abbassato il livello di ben ventidue metri, la prima nave era completamente emersa; alla fine di gennaio del 1930 affiorò anche la seconda. I lavori furono interrotti per i costi e ripresi il 6 novembre 1930; alla fine del 1932 anche il secondo relitto era recuperato.

Che cosa erano quelle navi

I numeri restano impressionanti anche oggi. Il primo scafo misurava 71,30 metri di lunghezza per 20 di larghezza, il secondo 73 per 24. La carena era rivestita all'esterno da un tessuto di lana imbevuto di sostanze impermeabilizzanti, a sua volta ricoperto da fogli di piombo tenuti in sede da una fittissima chiodatura. Fra le due grandi ancore recuperate, una in legno con ceppo in piombo lunga cinque metri era all'epoca l'unico esemplare completo conosciuto del suo tipo; l'altra, del tipo detto ad ammiragliato, era fino a quel momento ritenuta un'invenzione del capitano inglese Rodger nel 1851. Scoprire che i romani l'avevano già è il genere di umiliazione storica che l'archeologia infligge periodicamente alla tecnologia moderna.

Il Museo delle Navi Romane e la memoria del Santuario di Diana Nemorense

Per ospitare i due scafi fu costruito, su progetto dell'architetto Vittorio Ballio Morpurgo, un edificio dedicato: il Museo delle Navi Romane, tirato su fra il 1933 e il 1939 sulla riva del lago. È stato il primo museo italiano progettato in funzione del proprio contenuto, e chi entra oggi nella grande sala ne percepisce ancora la logica: uno spazio nato per contenere due oggetti enormi e nient'altro. Nel 1935 la prima nave fu trainata all'interno; il 20 gennaio 1936 fu posizionata anche la seconda; la facciata venne completata dopo, e il museo fu inaugurato il 21 aprile 1940.

Per il successo dell'impresa, che ebbe eco negli ambienti scientifici di tutto il mondo, Vittorio Emanuele III concesse a Guido Ucelli, con decreto motu proprio del 26 febbraio 1942, il titolo di nobile e il predicato di Nemi. Ucelli scelse come motto Secundo adversoque vento, con il vento favorevole e contrario. Non poteva sapere quanto sarebbe stato profetico.

La notte del 31 maggio 1944

Nella notte fra il 31 maggio e il 1º giugno 1944, un violento incendio devastò il museo e distrusse le navi. Si salvò soltanto quanto era stato portato in precedenza a Roma. Andarono perduti gli scafi, le ancore, un timone e alcune imbarcazioni minori.

Sulle cause si discute ancora, ed è giusto riferire il dibattito senza spacciare per certezza una versione sola. La commissione d'inchiesta istituita subito dopo — architetti, ingegneri, il comandante dei vigili del fuoco, un esperto di artiglieria — raccolse le testimonianze dei custodi: nei giorni precedenti una batteria tedesca di quattro cannoni si era posizionata nei pressi dell'edificio e i soldati si erano sistemati all'interno, allontanando i custodi e le loro famiglie; il 31 maggio la zona era stata bombardata e in serata cannoneggiata, con fine del fuoco intorno alle 20.15; un'ora dopo un custode notò un lume vagare dentro l'edificio; alle 22, quasi due ore dopo la fine del cannoneggiamento, divampò l'incendio. La commissione escluse bombe d'aviazione e proiettili d'artiglieria e concluse per l'origine dolosa.

A quasi ottant'anni di distanza, uno studio del 2023 firmato da Flavio Altamura e Stefano Paolucci ha riesaminato la documentazione e ribaltato quel giudizio, attribuendo la distruzione ai bombardamenti alleati. La questione resta aperta e continua a produrre letteratura. Quello che non è in discussione è l'esito: due delle imbarcazioni antiche meglio conservate al mondo sono andate perdute per sempre, e ciò che resta sono i modelli in scala 1:5 esposti nel museo, la documentazione fotografica e i materiali portati in salvo.

Il museo oggi

Il museo riaprì nel 1953, fu nuovamente chiuso nel 1962 e definitivamente riaperto nel 1988. L'allestimento attuale divide lo spazio in due. L'ala sinistra è dedicata alle navi: la ricostruzione del tetto con tegole di bronzo, due ancore, il rivestimento della ruota di prua, attrezzature di bordo originali o ricostruite — una noria, una pompa a stantuffo, un bozzello, una piattaforma su cuscinetti a sfera — i due modelli in scala 1:5 e la ricostruzione in scala reale dell'aposticcio di poppa della prima nave, su cui sono state collocate le copie bronzee delle cassette con protomi ferine.

L'ala destra è quella che interessa direttamente chi viene per il Santuario di Diana Nemorense: è dedicata al popolamento del territorio albano in età repubblicana e imperiale, con particolare riguardo ai luoghi di culto. Vi sono esposti materiali votivi da Velletri (San Clemente), da Campoverde nel Latinense, dalla stipe di Pantanacci a Genzano e dal santuario di Diana a Nemi, oltre ai materiali della Collezione Ruspoli. In quest'ala si trova anche il tratto musealizzato del basolato romano del clivus Virbii, la strada che da Ariccia conduceva al santuario.

Ripeto la nota pratica perché è decisiva: il museo è interessato da una chiusura straordinaria per lavori PNRR annunciata fino al 7 settembre 2026, e per il rifacimento della pavimentazione la sezione dedicata ai culti è stata chiusa al pubblico. La visita ordinaria dura circa un'ora, non serve prenotare se non per gruppi e scuole, l'edificio è accessibile lungo tutto il percorso, e davanti c'è parcheggio libero. Prima di partire, una telefonata al +39 06 9398040 o un messaggio a drm-laz.naviromane@cultura.gov.it risolve ogni dubbio.

Gli scavi contemporanei al Santuario di Diana Nemorense

La ricerca moderna sul santuario riparte nel 1989, quando la Soprintendenza archeologica per il Lazio avvia sulla terrazza principale un programma di indagini di lungo respiro, in una fase diretta da Giuseppina Ghini. È il momento in cui il sito smette di essere una cava di sculture e diventa, finalmente, un problema archeologico.

Le campagne successive hanno visto la collaborazione fra istituzioni italiane e straniere: l'Università degli Studi di Perugia e la Ludwig-Maximilians-Universität di Monaco di Baviera hanno operato sul sito sotto la direzione di Filippo Coarelli, Paolo Braconi e Francesca Diosono, sulla base di una convenzione fra l'amministrazione comunale, la Soprintendenza e gli atenei, e con la partecipazione di oltre ottanta ricercatori provenienti dalle principali università europee. Per un sito che per un secolo era stato terreno di caccia di antiquari, è un rovesciamento completo di prospettiva.

Che cosa sta emergendo

I risultati più significativi riguardano la fase più antica. Nell'area antistante il grande tempio sono state individuate strutture precedenti alla costruzione del tempio stesso, già parzialmente emerse nel 2017, che risalgono almeno al VI secolo a.C. e mostrano una ricchezza decorativa notevole. E i materiali votivi rinvenuti risultano ancora più antichi delle murature, il che rimanda a epoche precedenti che gli archeologi sperano di indagare nelle campagne future.

La portata di questo dato non va sottovalutata. Significa che l'ipotesi di un culto fiorente a Nemi già dal VI secolo a.C. — avanzata sulla base di considerazioni letterarie e cronologiche fin dagli anni Trenta del Novecento — trova ora un riscontro nelle strutture, e che il quadro di un santuario federale delle città latine in età arcaica, in un momento di conflitto con Roma, si irrobustisce. Votivi di età del Ferro erano già noti dal sito, ma nessuno era stato rinvenuto in posto: gli scavi stratigrafici moderni servono esattamente a colmare questo tipo di lacune.

La quantità di offerte diventa cospicua a partire dal IV e III secolo a.C., e le offerte votive documentate non risalgono, nella lettura corrente, oltre il IV secolo. È una di quelle discrepanze che nella ricerca si risolvono soltanto scavando ancora, ed è la ragione per cui questo sito continuerà a fare notizia.

Un cantiere che promette molto

Sul futuro dell'area sono stati annunciati progetti di restauro e valorizzazione di grande ambizione, con l'obiettivo di fare del Santuario di Diana Nemorense il principale polo archeologico dei Castelli Romani. Consiglio prudenza sulle tempistiche: i cantieri archeologici hanno un rapporto con il calendario tutto loro. Ma la direzione è quella giusta, e chi legge queste righe fra qualche anno potrebbe trovare un sito visitabile in forma stabile. Nel frattempo, il modo corretto di informarsi è consultare i canali della Soprintendenza e del Comune di Nemi.

Il paesaggio intorno al Santuario di Diana Nemorense

Il santuario non si capisce senza il suo contorno, e il contorno qui è di prima qualità. Siamo dentro il Parco Regionale dei Castelli Romani, in un sistema di crateri, boschi di castagno e leccio, borghi arroccati e vigne che è uno dei paesaggi culturali più stratificati d'Italia.

Il borgo di Nemi è minuscolo e sta appollaiato sul ciglio del cratere, con il castello — la rocca medievale poi trasformata in residenza, oggi nota come Castello Ruspoli — a fare da testa del paese e con un belvedere che è, senza esagerazione, uno dei più belli del Lazio. Il paese è celebre per le fragoline di bosco, coltivate nella conca umida e fresca sotto il paese, e per la sagra che ogni anno ne celebra la raccolta; le fragolare, le donne addette alla raccolta con il costume tradizionale, sono un'istituzione fotografata fin dagli anni Trenta.

A poca distanza ci sono Genzano di Roma, con la sua celebre infiorata e con il pane DOP, Ariccia, con il ponte monumentale, la piazza berniniana, Palazzo Chigi e la tradizione della porchetta, Castel Gandolfo sul lago Albano con le Ville Pontificie, e Lanuvio, con il museo civico che espone i materiali della stipe di Pantanacci. È un territorio in cui l'archeologia, il paesaggio e la gastronomia stanno a meno di dieci minuti di macchina l'uno dall'altra, il che rende straordinariamente facile costruire una giornata.

Il sentiero attorno al lago

Chi cammina troverà nel giro del lago il modo migliore di capire la topografia. Il percorso che scende dal borgo verso la sponda e prosegue lungo la riva settentrionale attraversa proprio l'area in cui si distende il santuario, e permette di vedere da fuori le emergenze murarie e i terrazzamenti, anche quando l'area recintata non è accessibile. È una passeggiata a fondo naturale, con dislivello reale in salita al ritorno, e va affrontata con scarpe serie e senza fretta. In primavera e in autunno è splendida; a mezzogiorno di agosto è una pessima idea.

Turner, i vedutisti e la fortuna letteraria del Santuario di Diana Nemorense

Fra Settecento e Ottocento il lago di Nemi diventa una tappa obbligata del Grand Tour. La sua posizione — a un'ora di carrozza da Roma, sull'Appia, in un paesaggio che riassume in un colpo d'occhio il vulcanico, il boschivo e l'antico — lo rende irresistibile per i viaggiatori del nord, e la lista di chi ci passò comprende nomi come Barthold Georg Niebuhr, Charles Gounod, Charles Didier e Massimo d'Azeglio.

Le pagine che ne restano sono spesso migliori di molti saggi. Hans Christian Andersen descrive la discesa lungo il pendio a forma di anfiteatro fra vaste vigne e boschi di platani dove i tralci si snodavano fra i rami, con Nemi sul versante opposto che si specchiava nel lago azzurro, e le ghirlande preparate camminando, i rami scuri degli ulivi e i tralci più chiari delle viti intrecciati alle violacciocche selvatiche gialle; e chiude dicendo che tutto era per lui nuovo e splendido, e che la sua anima palpitava di silenziosa beatitudine.

Il critico francese Hippolyte Taine restituisce invece la versione cupa, che è altrettanto vera: il nome antico del lago, speculum Dianae, gli viene spontaneo sulle labbra, e lo vede come doveva essere nei secoli remoti in cui vi si celebravano riti di sangue, circondato da vaste e nere foreste, deserto, i silenzi turbati solo dal bramito dei cervi o dal passo delle cerve che venivano a bere; il lago riluceva, tragico e casto, e la sua onda metallica dai riflessi d'acciaio era lo specchio di Diana.

Gabriele d'Annunzio, con la consueta assenza di misura e la consueta efficacia, ne ricava un componimento in cui il sole spande per i boschi ducali un fuoco torbido mentre sulle acque regna un pallore cupo, le acque livide e mute minacciano, e una paura ignota stringe il viandante: parvemi andar lungh'esso un lido letale, uno Stige. Chi si è affacciato sul lago all'imbrunire di una giornata coperta sa che d'Annunzio, per una volta, non stava esagerando.

Il quadro di Turner e un equivoco durato un secolo

Su tutti campeggia Joseph Mallord William Turner, e proprio qui si annida uno degli equivoci più eleganti della storia degli studi. Turner dipinse più volte episodi virgiliani: Lago d'Averno: Enea e la Sibilla Cumana fra il 1814 e il 1815, La baia di Baia con Apollo e la Sibilla nel 1823, e nel 1834 espose alla Royal Academy The Golden Bough, che Ruskin considerò il seguito del quadro di Baia. L'immagine deriva dalla lettura che Turner fece della traduzione dell'Eneide di Christopher Pitt.

La scena rappresenta il sesto libro del poema: Enea vuole scendere agli Inferi per consultare il padre morto, e la Sibilla di Cuma gli spiega che per entrare deve offrire a Proserpina un ramo d'oro colto da un albero sacro. Il quadro mostra il paesaggio attorno al lago d'Averno, che è l'ingresso degli Inferi; a sinistra la Sibilla regge una falce e il ramo reciso; sullo sfondo danzano le Parche e in primo piano si insinua un serpente. Il dipinto, olio su tela di 104,1 per 163,8 centimetri, appartiene alla Tate con il numero d'inventario N00371.

Frazer lo scelse come antiporta del Ramo d'oro e lo descrisse, nella prima pagina del libro, come una visione di sogno del piccolo lago boscoso di Nemi. Ma il lago dipinto da Turner non è Nemi: è l'Averno, in Campania, come mostra la serie virgiliana a cui il quadro appartiene. Frazer identificò male il soggetto, e il suo errore si è propagato per decenni attraverso milioni di copie. È stato messo in evidenza dagli studi, in particolare da Mary Beard, che nei primi anni Novanta ha analizzato il rapporto fra Frazer e la sua stessa immagine di copertina.

Trovo che sia un aneddoto perfetto, e non per gusto della pedanteria. Il libro più famoso mai scritto su questo santuario si apre con una frase sbagliata su un quadro sbagliato, e nonostante ciò ha creato un'immagine mentale del luogo così potente da sopravvivere alla propria correzione. È il modo in cui funziona la fortuna dei luoghi: non attraverso l'esattezza, ma attraverso la forza dell'immagine. Il che, aggiungo, non toglie nulla a Turner, che dipinse un capolavoro, né a Frazer, che scrisse un libro immenso. Toglie solo qualcosa alla nostra fiducia nelle didascalie.

Come organizzare la giornata intorno al Santuario di Diana Nemorense

Passo alla parte operativa, perché una pagina che racconta tutto e non dice come fare serve a poco.

La premessa è quella già data e la ripeto perché è il perno di ogni pianificazione: l'area archeologica non è aperta alla visita libera individuale. Chi vuole entrare deve muoversi in anticipo, verificando presso la Soprintendenza competente e presso il Comune di Nemi la presenza di aperture straordinarie, giornate di visita guidata o iniziative organizzate da associazioni autorizzate. Costruire un viaggio dando per scontato l'ingresso è il modo migliore per restare fuori da un cancello.

Il giro classico in mezza giornata

Da Roma si prende la via Appia in direzione dei Castelli e si arriva a Genzano di Roma, da cui si scende al lago per via Diana. Prima tappa il Museo delle Navi Romane, che con la sua ala destra dedicata ai culti fornisce le chiavi di lettura: i votivi, il basolato del clivus Virbii, i materiali dal santuario. Un'ora basta. Seconda tappa il borgo di Nemi, che si raggiunge risalendo il versante: belvedere, castello, due passi nel paese, e la fragolina di bosco che qui è un dovere civico più che un dolce. Terza tappa, se le condizioni lo consentono, l'affaccio sull'area del santuario dalla sponda o la visita guidata concordata.

La giornata piena sui Castelli

Se si ha tutto il giorno, il modo migliore di spenderlo è unire Nemi ad Ariccia, che sta a pochi minuti ed è direttamente collegata alla storia del santuario, essendo l'erede della città antica che lo amministrava. Ad Ariccia si vedono il ponte monumentale, la piazza di Corte con Palazzo Chigi e la chiesa di Santa Maria dell'Assunzione, e ci si ferma in una delle fraschette per il pranzo. Poi si scende a Genzano, si arriva a Nemi nel pomeriggio, e si chiude sul belvedere quando la luce cala sul lago. È il momento giusto: al tramonto la conca si riempie d'ombra e l'acqua diventa esattamente quello che Taine descriveva.

Con i mezzi pubblici

Il collegamento è possibile ma richiede pazienza: si raggiungono i Castelli con i servizi extraurbani da Roma e ci si sposta poi sulle linee locali, che nei borghi hanno frequenze diradate e orari differenti nei festivi. Chi non ha l'automobile faccia i conti con gli orari di ritorno prima di partire, e valuti seriamente l'ipotesi di dormire una notte sul posto: i Castelli, visti la sera, sono un'altra cosa rispetto ai Castelli visti fra due corriere.

Quando andare al Santuario di Diana Nemorense

La stagione fa una differenza enorme, e non solo per il clima.

La primavera è probabilmente il momento migliore: il bosco è in foglia nuova, il verde è quello acido che i pittori nordici venivano a cercare, e le temperature permettono di camminare. Fra la fine di maggio e i primi di giugno il calendario locale si anima con le feste dei paesi vicini, il che è un vantaggio per l'atmosfera e uno svantaggio per il traffico e per i parcheggi.

L'autunno è il mio consiglio personale. I castagneti dei Colli Albani in ottobre e novembre sono una cosa che vale il viaggio da sola, la luce è bassa e obliqua, e il lago prende quel colore metallico che ha convinto gli antichi a chiamarlo specchio. C'è meno gente, si mangia meglio, e le rovine sotto la boscaglia si leggono più chiaramente perché la vegetazione erbacea si ritira.

L'estate ha un solo argomento a favore, ma è potente: il 13 agosto è il giorno di Diana, e stare sul ciglio del cratere in quella data, sapendo che duemila anni fa la conca sotto di voi si riempiva di torce riflesse nell'acqua, è un'esperienza che nessun museo può fornire. Per il resto, il caldo dei Colli Albani a mezzogiorno d'agosto è meno feroce di quello di Roma ma non è affatto trascurabile, e la conca chiusa trattiene l'umidità.

L'inverno è per chi ama i luoghi vuoti. Il lago con il cielo basso e la nebbia che sale dall'acqua è una scenografia da romanzo gotico, i borghi sono deserti, e la percezione della solitudine antica del bosco è massima. Bisogna però mettere in conto giornate corte, umidità penetrante e possibili chiusure.

Un avvertimento sul meteo locale

La conca del lago ha un microclima proprio. Può fare sole a Roma e nuvolone qui, e la differenza di temperatura fra la capitale e i seicento metri di quota del borgo si sente. Portate uno strato in più anche in stagioni che sembrano miti, e mettete in preventivo che i sentieri, dopo la pioggia, restano fangosi per giorni: il terreno vulcanico assorbe poco e scivola parecchio.

Domande frequenti sul Santuario di Diana Nemorense

Si può visitare liberamente il Santuario di Diana Nemorense

No. L'area archeologica non è aperta alla visita libera individuale. Gli accessi avvengono in occasione di aperture straordinarie, giornate concordate e visite guidate autorizzate dall'ente di tutela. Prima di programmare qualsiasi cosa bisogna verificare le condizioni presso la Soprintendenza competente e presso il Comune di Nemi.

Dove si trova il Santuario di Diana Nemorense

Sulla sponda settentrionale del lago di Nemi, in località Giardino, nel comune di Nemi, città metropolitana di Roma Capitale, a una trentina di chilometri da Roma lungo la direttrice della via Appia. Nell'antichità l'area apparteneva al territorio della città latina di Aricia, l'odierna Ariccia.

Quanto era grande il Santuario di Diana Nemorense

L'area sacra copriva circa 45.000 metri quadrati. La terrazza principale misura 200 metri per 175, sostenuta a valle da sostruzioni triangolari e a monte da una parete di nicchioni semicircolari che reggeva un terrazzamento superiore.

Che cosa si vede oggi del Santuario di Diana Nemorense

La parete dei nicchioni, porzioni delle sostruzioni, i resti del pronao del tempio con almeno un altare votivo, alcune colonne, ambienti di servizio e il perimetro delle terrazze. La maggior parte del complesso è ancora sotto terra.

Dove sono i reperti del Santuario di Diana Nemorense

Dispersi in mezzo mondo, per effetto degli scavi ottocenteschi condotti a scopo di vendita. I nuclei maggiori sono alla Ny Carlsberg Glyptotek di Copenaghen, al Castle Museum di Nottingham e all'University of Pennsylvania Museum di Filadelfia, con pezzi al Museum of Fine Arts di Boston e al British Museum. In Italia si trovano al Museo delle Navi Romane di Nemi, al Museo Nazionale Romano e al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia.

Chi era il Rex Nemorensis

Il sacerdote di Diana a Nemi. Secondo le fonti antiche, uno schiavo fuggitivo che fosse riuscito a staccare un ramo da un albero sacro del bosco acquisiva il diritto di sfidarlo a duello mortale; se vinceva, ne prendeva il posto e lo teneva finché un altro non faceva altrettanto con lui. Ne parlano Strabone, Pausania, Ovidio, Servio e Svetonio.

Il Rex Nemorensis è documentato archeologicamente

No. Non esiste sul sito alcuna evidenza archeologica di quel sacerdozio: nessuna iscrizione, nessuna struttura identificata, nessun corredo. Sappiamo che gli antichi credevano che quel rito esistesse, e che Caligola vi intervenne. Il resto è testimonianza letteraria.

Che cosa c'entra il Santuario di Diana Nemorense con Il ramo d'oro di Frazer

C'entra tutto: il libro nasce da qui. James George Frazer dichiara nella prefazione che lo scopo primario dell'opera è spiegare la regola che governava la successione al sacerdozio di Diana ad Aricia. Da quel problema l'indagine si è espansa fino a dodici volumi.

Perché il lago di Nemi si chiama specchio di Diana

Perché è un piccolo cratere profondo e riparato dal vento, con una superficie d'acqua che resta immobile come una lastra di metallo. Gli antichi lo chiamavano speculum Dianae. Nelle notti della festa di agosto l'acqua rifletteva le torce dei fedeli, raddoppiandone il bagliore.

Quando si celebrava la festa di Diana a Nemi

Il 13 agosto, gli Idi del mese. La festa si chiamava Nemoralia e si celebrava, secondo la tradizione, almeno dal VI secolo a.C. I fedeli salivano con torce e ghirlande, i cani da caccia venivano incoronati e gli animali selvatici non venivano molestati.

Il Museo delle Navi Romane di Nemi è aperto

Il museo è interessato da una chiusura straordinaria per lavori PNRR annunciata fino al 7 settembre 2026, e la sezione dedicata ai culti è chiusa per il rifacimento della pavimentazione. L'orario ordinario è dal martedì alla domenica 9.00-19.00 con ultimo ingresso alle 18.00, chiuso il lunedì, il 1° gennaio e il 25 dicembre; biglietto intero 3 euro, ridotto 2 euro. Conviene sempre verificare telefonando al +39 06 9398040.

Le navi di Caligola si possono ancora vedere

No. I due scafi recuperati fra il 1929 e il 1932 furono distrutti dall'incendio del museo nella notte fra il 31 maggio e il 1º giugno 1944. Nel museo sono esposti i modelli in scala 1:5, due ancore, il rivestimento della ruota di prua e attrezzature di bordo.

Quanto tempo serve per visitare Nemi e il suo lago

Mezza giornata per il museo, il borgo e il belvedere. Una giornata piena se si aggiungono Ariccia e Genzano, che sono a pochi minuti e completano il quadro storico e gastronomico.

Il Santuario di Diana Nemorense è adatto ai bambini

Il museo sì, e le navi funzionano benissimo con i ragazzi. Il sito archeologico, non essendo attrezzato per la visita libera, è un'altra faccenda. Il giro del lago è fattibile con bambini abituati a camminare, tenendo conto del dislivello in risalita.

Come si arriva al Santuario di Diana Nemorense in auto

Da Roma si segue la via Appia fino a Genzano di Roma e da lì si scende al lago attraverso via Diana. Davanti al Museo delle Navi Romane c'è un'area di parcheggio libero.

Una curiosità su Santuario di Diana Nemorense

La curiosità che preferisco riguarda un divieto, ed è uno di quei dettagli che una civiltà si porta dietro per secoli senza più sapere perché. Nel bosco sacro di Nemi i cavalli non potevano entrare. Non era una raccomandazione, era una proibizione rituale, e la spiegazione ufficiale la conosciamo: Virbio, cioè Ippolito risuscitato, era stato ucciso dai cavalli imbizzarriti che lo avevano trascinato sotto gli zoccoli lungo la riva del golfo Saronico, e da allora quegli animali erano esclusi dal recinto della dea che lo aveva salvato. Era inoltre proibito toccare la sua immagine.

Ora, provate a immaginare le conseguenze pratiche. Un santuario che riceveva pellegrini da tutto il Lazio, servito da una strada apposita che saliva da Aricia, frequentato da magistrati, da malati e da matrone, e in cui il mezzo di trasporto normale del mondo antico non poteva accedere. Vuol dire che c'era un punto, lungo il clivus Virbii, dove tutti scendevano dal carro e proseguivano a piedi. Vuol dire stalle, ricoveri, custodi, un'intera microeconomia della sosta obbligata. Vuol dire soprattutto che l'ultimo tratto dell'avvicinamento al Santuario di Diana Nemorense era, per definizione, un cammino: e chiunque abbia frequentato luoghi sacri di qualunque religione sa che l'ultimo tratto a piedi non è un inconveniente logistico, è parte del rito.

C'è poi il risvolto ironico. La dea del bosco era la protettrice della caccia, e la caccia nel mondo antico si faceva anche a cavallo. Il santuario di una divinità venatoria che vietava l'ingresso ai cavalli è una contraddizione talmente vistosa che nessuno l'avrebbe inventata a tavolino: è esattamente il genere di stratificazione che si produce quando un rito antichissimo sopravvive dentro un sistema religioso che nel frattempo è cambiato, e a cui bisogna appiccicare una spiegazione narrativa qualunque. Il mito di Ippolito, in questo senso, non è la causa del divieto: è la toppa messa su un divieto di cui si era persa la ragione.

Una cosa che non ti dice nessuno su Santuario di Diana Nemorense

Eccola, ed è una piccola bomba per chi ama i libri: il quadro che apre il libro più famoso mai scritto su questo santuario non raffigura questo santuario. Non raffigura nemmeno il suo lago.

James George Frazer aprì Il ramo d'oro nel 1890 con una domanda retorica — chi non conosce il quadro di Turner del Ramo d'oro? — e descrisse quella tela come una visione di sogno del piccolo lago boscoso di Nemi, che gli antichi chiamavano lo specchio di Diana. Mise l'immagine come antiporta della prima edizione e ce la lasciò per quasi settant'anni: fu tolta soltanto a partire dalle edizioni del 1959. Milioni di lettori in tutto il mondo hanno costruito la propria immagine mentale del Santuario di Diana Nemorense guardando quella riproduzione.

Il fatto è che The Golden Bough, esposto da Turner alla Royal Academy nel 1834, appartiene a una serie di dipinti virgiliani che comprende Lago d'Averno: Enea e la Sibilla Cumana e La baia di Baia con Apollo e la Sibilla, e rappresenta il paesaggio attorno al lago d'Averno, in Campania, che nell'Eneide è l'ingresso degli Inferi. La Sibilla di Cuma sta a sinistra con la falce e il ramo reciso, le Parche danzano sullo sfondo, un serpente si insinua in primo piano. Non c'è Nemi da nessuna parte. Frazer identificò male il soggetto, e l'errore è stato messo in luce dagli studi, in particolare da Mary Beard nei primi anni Novanta.

La cosa che mi affascina non è l'errore in sé — chiunque può sbagliare una didascalia — ma il fatto che non abbia avuto alcuna importanza. L'immagine ha funzionato lo stesso. Il pubblico ha guardato l'Averno e ha visto Nemi, per decenni, e nel farlo ha alimentato la fama di un luogo reale che nel quadro non c'era. È una lezione durissima sulla natura della fortuna dei luoghi: i posti non diventano famosi perché vengono descritti bene, diventano famosi perché qualcuno mette accanto al loro nome un'immagine abbastanza forte. Che sia la loro, poi, è un dettaglio che interessa solo agli archivisti. E a me, che ve lo racconto perché quando vedrete quella riproduzione da qualche parte sappiate esattamente che cosa state guardando.

Il consiglio che ti do per visitare Santuario di Diana Nemorense

Il consiglio è antipatico e comincia con una telefonata. Prima di mettere questo posto in un itinerario, alzate la cornetta: chiamate il Museo delle Navi Romane al +39 06 9398040 o scrivete a drm-laz.naviromane@cultura.gov.it, e verificate se il museo è aperto, dato che è annunciata una chiusura straordinaria per lavori PNRR fino al 7 settembre 2026 e che la sezione dedicata ai culti è chiusa per il rifacimento della pavimentazione. Poi contattate la Soprintendenza e il Comune di Nemi per sapere se in quelle date esistono aperture o visite guidate all'area archeologica, che non è accessibile in forma libera. Fatto questo, sapete che cosa andate a vedere e non vi trovate davanti a un cancello.

Il secondo consiglio riguarda l'ordine della visita, ed è quello su cui insisto di più con i gruppi che accompagno. Fate il museo prima, il paesaggio dopo. È controintuitivo, perché la tentazione di correre al belvedere appena si arriva è fortissima, e capisco chi ci cede. Ma i votivi anatomici, il basolato del clivus Virbii, i frammenti del santuario e i materiali della stipe di Pantanacci sono le chiavi di lettura del paesaggio, e senza di esse la conca resta un bel panorama e basta. Con esse, quando poi vi affacciate dal ciglio, non vedete più un lago in mezzo ai boschi: vedete una strada che sale da Ariccia, un punto in cui si scende dal carro, un terrazzo di calcestruzzo, un portico con le colonne dipinte di rosso, una folla che aspetta di sciogliere un voto. È la differenza fra guardare e leggere.

Il terzo consiglio è di ordine mentale e riguarda le aspettative. Non venite quassù cercando la messa in scena del re del bosco. Non c'è l'albero, non c'è la tomba, non c'è il sentiero del duello, e chiunque ve li indichi sta improvvisando. Quello che c'è, e che è molto di più, è un luogo dove per almeno otto secoli decine di migliaia di persone hanno portato la propria paura più concreta — non partorire, non guarire, non vedere più — e l'hanno affidata a una divinità in cambio di un pezzo di terracotta. Se venite a cercare questo, il Santuario di Diana Nemorense vi darà molto più di quanto vi aspettiate. Se venite a cercare il gladiatore sacerdote, vi darà un prato e delle murature.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Tutti sanno che gli scavi ottocenteschi hanno disperso il patrimonio del santuario per mezzo mondo. È scritto ovunque, e in genere si liquida la faccenda con una frase indignata sui predoni stranieri. Quello che quasi nessuno racconta è come funzionava il meccanismo, e chi lo autorizzava.

Il terreno era privato: apparteneva al principe Filippo Orsini, che risiedeva nel castello di Nemi. Gli scavi cominciati il 30 marzo 1885 furono condotti da Lord John Savile Lumley, ministro britannico a Roma, in collaborazione con il proprietario, e l'accordo con le autorità italiane prevedeva che i rinvenimenti fossero divisi a metà: una parte al finanziatore straniero, una parte al proprietario del suolo. Savile portò la propria quota — 1.586 reperti e una serie di fotografie — al museo del Castello di Nottingham. Orsini vendette gran parte della sua ai collezionisti di Roma, e poi continuò per conto proprio, con il mercante Luigi Boccanera fra il 1886 e il 1888 e con Eliseo Borghi e Alfredo Barsanti nel 1895, con lo scopo esplicito di ricavare oggetti d'arte da collocare sul mercato internazionale. L'intervento di Borghi sulle navi del 1895 fu addirittura autorizzato dal Ministero della pubblica istruzione.

Non fu dunque una razzia clandestina: fu un'attività legale, contrattualizzata, con quote pattuite e permessi ministeriali. Il proprietario italiano non era la vittima dell'operazione, ne era il regista. E la fine della corsa non arrivò per un moto di coscienza, ma per una riforma normativa: all'inizio del Novecento lo Stato emanò regole nuove e severe sulle antichità, e da quel momento i materiali cominciarono a confluire nel Museo Nazionale Romano invece che sul mercato. È una vicenda che dovrebbe essere raccontata più spesso, perché smonta la comoda favola dei cattivi venuti da fuori e restituisce il quadro reale: un sistema in cui la tutela non esisteva ancora, e in cui perciò tutto ciò che era legale era anche possibile. Il Santuario di Diana Nemorense non fu saccheggiato di nascosto. Fu smontato alla luce del sole, con le carte in regola.

C'è una nota finale che rende la cosa ancora più amara, e non riguarda le statue. Riguarda l'informazione perduta. Poiché il santuario era stato sepolto in antico, probabilmente da una frana, moltissime sculture giacevano ancora nel punto in cui erano cadute: era, dal punto di vista archeologico, una situazione da sogno, con i contesti sigillati. Quella condizione irripetibile fu attraversata da scavi che cercavano oggetti e non informazioni. Le statue si sono salvate, e sono nei musei. Il contesto no. E il contesto, per un archeologo, vale più delle statue.

La foto giusta da fare a Santuario di Diana Nemorense

La foto giusta non è quella delle rovine. Ve lo dico subito così risparmiate tempo: i nicchioni e le sostruzioni, fotografati da vicino, danno immagini grigie e illeggibili in cui non si capisce né la scala né la funzione. Servono alla documentazione, non alla memoria.

La foto giusta è dal belvedere del borgo di Nemi, all'ora blu, con il paese alle spalle e la conca del cratere davanti. Si inquadra in orizzontale, mettendo la linea della sponda settentrionale — quella su cui si distende il santuario — sul terzo inferiore, e lasciando che l'acqua occupi la parte centrale. Il soggetto non è un monumento: è la forma del cratere, cioè la ragione per cui il santuario sta lì e non altrove. Se la giornata è ferma, la superficie del lago restituisce il cielo intero, e a quel punto avete davvero fotografato lo speculum Dianae, non un lago qualunque con delle rovine in fondo.

Se volete la variante che pochi tentano, aspettate una mattina di autunno o d'inverno con l'aria umida: nella conca chiusa la nebbia si forma sull'acqua e sale lentamente lungo le pareti, e il bosco emerge a strati. È la fotografia che restituisce meglio il lago descritto da Taine, tragico e casto, con l'onda metallica dai riflessi d'acciaio. Tecnicamente serve poco: un treppiede, tempi lunghi, e la pazienza di stare fermi mezz'ora mentre la luce cambia. Umanamente serve di più, perché fa freddo e non c'è nessuno con cui commentare.

Ultima raccomandazione, di quelle che una guida deve fare anche se sembrano ovvie: se avete la fortuna di entrare nell'area archeologica in occasione di un'apertura, fotografate la mano di qualcuno appoggiata sul calcestruzzo di un nicchione. Non è una foto artistica, è una foto utile: senza un riferimento di scala, nessuna immagine di quelle murature comunica quanto siano grandi. E la scala, in questo santuario, è tutto il punto.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il primo avvenimento che vale la pena fissare non ha una data precisa ma un documento: la dedica del bosco sacro da parte di Egerio Bebio Tuscolano, dittatore latino, a nome di otto comunità — Tuscolo, Aricia, Lanuvio, Laurento, Cora, Tivoli, Suessa Pometia e Ardea. Il testo, copiato da Catone il Vecchio e trasmesso dal grammatico Prisciano, si data necessariamente prima del 495 a.C., anno in cui Suessa Pometia fu saccheggiata dai Romani e sparì dalla storia; gli studi recenti lo collocano nel tardo VI secolo a.C. È il momento in cui il Santuario di Diana Nemorense diventa formalmente il santuario federale di una lega di città, e la circostanza che Roma non compaia nell'elenco dice tutto sul contesto politico dell'epoca.

Il secondo avvenimento è edilizio, e trasforma il luogo. Intorno al 300 a.C. nella radura recintata sorge il primo edificio monumentale, il tempio che gli archeologi chiamano Tempio K. Circa duecento anni dopo, verso la fine del II secolo a.C., il santuario viene interamente ricostruito su una serie di terrazze artificiali in calcestruzzo, con il grande portico a tre bracci, i due colonnati dorici, il teatro, le terme, il ninfeo e i sacelli per le divinità egiziane Iside e Bubasti. È il passaggio da luogo sacro a macchina architettonica, ed è contemporaneo alle grandi ristrutturazioni di Palestrina e Tivoli.

Il terzo avvenimento è un fatto di cronaca imperiale, e lo dobbiamo a Svetonio. Fra il 37 e il 41 d.C. l'imperatore Caligola, ritenendo che il re di Nemi occupasse il sacerdozio ormai da troppi anni, gli suborna un avversario più forte perché lo elimini. Lo storico lo elenca fra i vizi del principe. Il passo è la prova che l'istituzione era ancora viva in età giulio-claudia e, insieme, che era ormai sottoposta a un controllo esterno.

Il quarto avvenimento è una catastrofe naturale, e ha una data incerta ma conseguenze chiarissime: probabilmente nella seconda metà del II secolo d.C. un terremoto seguito da un'immensa frana copre il santuario sotto molte migliaia di metri cubi di terra, sigillando i contesti. La frequentazione dell'area, secondo altre ricostruzioni, prosegue fino alla tarda età imperiale, per poi cessare con l'affermarsi del cristianesimo; segue la spoliazione dei marmi e delle decorazioni, e poi il bosco.

Il quinto avvenimento è il 1637: la lettera di Giovanni Argoli, segretario del cardinale Lelio Biscia, che documenta gli scavi dei marchesi Mario e Pompeo Frangipani e la scoperta di moltissime terrecotte votive e di una statua della dea in abito da caccia, mutila e decapitata. Il testo viene pubblicato nel 1654 da Giacomo Filippo Tomasini. È l'atto di nascita della riscoperta moderna.

Il sesto avvenimento è il 30 marzo 1885, giorno in cui Lord Savile Lumley apre le trincee nel Giardino del Lago. Ne escono migliaia di terrecotte, marmi iscritti col nome di Diana, un mestolo di bronzo con la dedica alla dea, oltre mille monete e la pianta del Tempio K. È l'inizio della grande stagione degli scavi, ed è anche l'inizio della dispersione.

Il settimo avvenimento riguarda il lago più che il santuario, ma li lega per sempre. Il 20 ottobre 1928 entra in funzione l'impianto idrovoro che comincia a svuotare il lago di Nemi attraverso l'emissario romano, con un tracciato di scarico studiato apposta per non allagare il santuario. Il 7 settembre 1929 la prima nave di Caligola è completamente emersa; alla fine di gennaio del 1930 affiora la seconda; nel 1932 l'operazione è conclusa. Il museo costruito per ospitarle viene inaugurato il 21 aprile 1940, e nella notte fra il 31 maggio e il 1º giugno 1944 un incendio lo devasta distruggendo gli scafi.

L'ottavo e ultimo avvenimento è ancora in corso. Dal 1989 la ricerca archeologica sistematica ha ripreso possesso della terrazza principale, e le campagne condotte da Università di Perugia e Ludwig-Maximilians-Universität di Monaco, con la direzione di Filippo Coarelli, Paolo Braconi e Francesca Diosono, hanno riportato in luce strutture anteriori al grande tempio che risalgono almeno al VI secolo a.C., con materiali votivi ancora più antichi delle murature. La storia di questo luogo, in altre parole, non è finita di scriversi.

Chi è passato da Santuario di Diana Nemorense

Cominciamo dalle persone di cui conosciamo il nome perché lo scrissero loro. Fundilia Rufa, matrona romana di età claudia, ricevette qui un'erma-ritratto che è oggi il pezzo più celebre del Castello di Nottingham e che gli studiosi considerano senza confronti nel mondo romano. A commissionarla fu il suo liberto Gaio Fundilio Docto, attore, che si qualificava come parasitus Apollinis e che fece scolpire anche sé stesso — la sua statua è oggi a Copenaghen. Un ex schiavo che dedica ritratti alla propria ex padrona in un santuario prestigioso è, in una riga, tutta la sociologia della mobilità sociale romana.

Poi c'è Caligola, che qui non fece una bella figura: Svetonio racconta che fece uccidere il sacerdote in carica perché a suo giudizio durava da troppo tempo. Al lago che sta sotto il santuario l'imperatore legò comunque il proprio nome per sempre, perché a lui sono attribuite le due gigantesche navi affondate nel cratere, oggi ritenute con ogni probabilità imbarcazioni sacre a Diana o a Iside. E c'è un ignoto devoto d'età di Claudio, che consacrò in una piccola edicola una lampada perpetuamente accesa per la salvezza dell'imperatore e della sua famiglia: non sappiamo chi fosse, ma sappiamo che cosa gli stava a cuore, il che è più di quanto sappiamo di molti personaggi celebri.

Fra gli antichi che di questo luogo scrissero, l'elenco è di quelli che mettono soggezione: Catone il Vecchio copiò l'iscrizione della dedica; Strabone ne descrisse il rito con disgusto, chiamandolo scitico; Ovidio lo fissò in due versi dei Fasti e disse di aver bevuto spesso all'acqua di Egeria; Orazio chiamò la dea diva triformis; Virgilio collocò Ippolito nel bosco di Aricia nel settimo libro dell'Eneide; Vitruvio annotò che il tempio era di forma arcaica ed etrusca; Pausania, viaggiando in età antonina, riferì che ai suoi giorni il sacerdozio era ancora il premio di un duello; Svetonio ci consegnò il nome tecnico dell'ufficio; Servio collegò il ramo del bosco al Ramo d'Oro dell'Eneide.

Nell'età moderna passarono di qui gli eruditi e i predatori, spesso nella stessa persona. Leon Battista Alberti fu incaricato nel 1446 dal cardinale Prospero Colonna di recuperare le navi, e fallì. Francesco De Marchi si immerse nel 1535 con una campana di legno e oblò di vetro. Annesio Fusconi scese nel 1827 con una campana di Halley davanti a un pubblico numeroso e ne trasse souvenir. Antonio Nibby studiò la topografia dell'area ariciana. Lord John Savile Lumley, ministro britannico a Roma, aprì gli scavi del 1885; il principe Filippo Orsini ne fu il socio e poi il continuatore con Luigi Boccanera, Eliseo Borghi e Alfredo Barsanti; Carl Jacobsen e Arthur Frothingham, con i soldi di Lucy Wharton Drexel, si contesero i marmi sul mercato romano.

Poi ci sono i viaggiatori, che non scavarono nulla e ci lasciarono le pagine migliori. Hans Christian Andersen scese lungo il pendio a forma di anfiteatro fra le vigne e ricordò l'anima che gli palpitava di silenziosa beatitudine. Hippolyte Taine ci consegnò il ritratto notturno dello speculum Dianae. Gabriele d'Annunzio ne ricavò versi in cui le acque livide e mute minacciano il viandante. E fra i visitatori stranieri del Grand Tour la cronaca locale registra nomi come Barthold Georg Niebuhr, Charles Gounod, Charles Didier e Massimo d'Azeglio.

Infine ci sono quelli che qui hanno lavorato con la cazzuola e il taccuino, e che sono la ragione per cui oggi possiamo raccontare qualcosa di solido: Guido Ucelli, l'ingegnere che rese possibile il recupero delle navi e a cui fu concesso il predicato nobiliare di Nemi con il motto Secundo adversoque vento; Corrado Ricci, che presiedette la commissione del 1926; Vittorio Ballio Morpurgo, che progettò il museo; e in tempi nostri Giuseppina Ghini, Filippo Coarelli, Paolo Braconi e Francesca Diosono, con gli oltre ottanta ricercatori delle università europee che sulle terrazze del Santuario di Diana Nemorense continuano a scavare. Il re del bosco non c'è più, ma la fila di persone che vengono qui a cercare qualcosa non si è mai interrotta.

Chiudo con l'unica cosa che dico sempre ai gruppi che porto sul ciglio del cratere, e che vale più di ogni elenco di date. Frazer, in fondo al suo libro immenso, torna a Nemi per congedarsi: il tempio della dea silvana è scomparso e il Re del Bosco non fa più la guardia al Ramo d'Oro, ma i boschi di Nemi sono ancora verdi, e mentre il tramonto si spegne a occidente arriva, portato dal vento, il suono delle campane di Ariccia che suonano l'Angelus. Le roi est mort, vive le roi. Non è una frase decorativa: è la constatazione che questo posto ha continuato a fare per due millenni la stessa cosa, cambiando soltanto il nome della divinità e il modo di chiamare la gente. Restateci finché la luce non se ne va del tutto, e capirete perché un professore scozzese ci abbia costruito sopra dodici volumi.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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RiassuntoIl Santuario di Diana Nemorense (o Santuario di Diana Aricina) era un enorme complesso religioso romano immerso nel bosco sulle rive del Lago di Nemi
TagsAttrazione turisticaDiana AricinaDiana CacciatriceNemisantuario di Diana AricinaSantuario di Diana NemorenseStatua di Dianatempio di Diana Nemorense

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IndirizzoVia del Tempio di Diana, 00040 Nemi RM, Italia 40
Telefono06 9365011
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