Museo Nemorense – Museo delle Navi Romane
Museo Nemorense - Museo delle Navi Romane, Via Diana 13-15, 00040 Nemi (RM), sulla riva settentrionale del lago. Telefono +39 06 9398040. Apertura da martedì a domenica dalle 9.00 alle 19.00, ultimo ingresso alle 18.00; chiuso il lunedì, il 1 gennaio e il 25 dicembre. Biglietto intero 5 euro, ridotto 2 euro; esiste un biglietto di circuito che unisce Palestrina e Nemi a 12 euro. La prenotazione non è obbligatoria, ma è consigliata per gruppi e scolaresche. Il percorso di visita è dichiarato accessibile per intero. Prezzi e orari vanno ricontrollati sul sito della Direzione regionale Musei nazionali Lazio prima di mettersi in macchina, perché il museo ha alle spalle una storia recente di chiusure per lavori.
Confronta le esperienze a Roma
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✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
La prima cosa da mettere in chiaro, prima ancora di comprare il biglietto: le due navi di Caligola non esistono più. Sono bruciate nella notte fra il 31 maggio e il 1 giugno 1944, dentro questo edificio, e di quegli scafi lunghi settanta metri restano chiodi di rame, tubature di piombo, bronzi deformati dal calore e una montagna di documentazione. Chi arriva a Nemi immaginando di vedere due carene romane appoggiate sui bacini resta deluso e se ne va di malumore. Chi arriva sapendo che entra nel più grande contenitore vuoto dell'archeologia italiana, costruito su misura per due oggetti che non ci sono più, esce con una delle storie più incredibili che il Novecento abbia prodotto.
Il museo fa parte del comprensorio del Parco dei Castelli Romani e si raggiunge dal borgo di Nemi scendendo verso l'acqua. Va visitato insieme al lago, non al posto del lago.

Che cosa si vede oggi al Museo Nemorense - Museo delle Navi Romane
L'impianto espositivo è semplice e si legge in un'ora scarsa: due ali simmetriche separate da una galleria centrale. L'ala sinistra racconta le navi, l'ala destra racconta il territorio dei Colli Albani in età repubblicana e imperiale. Chi ha fretta guarda solo la prima e perde metà del museo, il che è un errore di valutazione: la sezione territoriale contiene alcuni dei materiali votivi più parlanti del Lazio antico.
L'ala sinistra del Museo Nemorense - Museo delle Navi Romane: quel che resta delle navi
Qui è esposto il materiale navale sopravvissuto e ricostruito. Ci sono la ricostruzione della copertura con le tegole in bronzo, due ancore, il rivestimento della ruota di prua, gli attrezzi di bordo. Sono oggetti che vanno guardati con l'occhio di chi sa cosa significa costruire uno scafo: le tegole in bronzo dorato non servivano a coprire una capanna, coprivano un padiglione galleggiante; il rivestimento della ruota di prua è la prova che qualcuno, nel I secolo dopo Cristo, ha protetto il legno di un'imbarcazione fluviale come si proteggeva la carena di una nave d'alto mare. Il mio parere netto: sono i pezzi più sottovalutati dell'intero museo, perché non hanno la fotogenia di una statua e la gente ci passa davanti in trenta secondi.
I due modelli in scala 1:5 del Museo Nemorense - Museo delle Navi Romane
Sono il pezzo forte dell'allestimento e hanno una storia loro. Furono costruiti in legno a Castellammare di Stabia per la riapertura del dopoguerra e riprendono, in un quinto delle misure reali, la struttura dei due scafi bruciati. Un quinto di settanta metri fa comunque quattordici metri di modello: non sono modellini da vetrina, sono oggetti museali a tutti gli effetti, con il fasciame, l'ossatura, la disposizione dei ponti. Se li si guarda dal ballatoio superiore, quando è aperto, si capisce finalmente la proporzione fra larghezza e lunghezza, che è la cosa che rende le navi di Nemi anomale rispetto a qualunque altra imbarcazione antica conosciuta: venti e ventiquattro metri di baglio massimo, larghezze da traghetto moderno.
L'aposticcio di poppa e il profilo al vero
Nell'ala sinistra esiste anche una riproduzione in scala reale dell'aposticcio di poppa della prima nave, cioè della struttura sporgente che reggeva i remi e i timoni laterali. Nell'allestimento del dopoguerra a questa si affiancava un profilo al vero della prima nave realizzato con tubi metallici verniciati di bianco, un disegno tridimensionale a grandezza naturale che restituiva l'ingombro esatto dello scafo perduto. È una soluzione museografica che oggi definiremmo concettuale e che nel 1953 era di un'audacia rara: si espone il vuoto, si mette in scena l'assenza. Chi progetta musei dovrebbe venire a Nemi solo per studiare questa idea.
Le ancore del Museo Nemorense - Museo delle Navi Romane
Due ancore, e sono due lezioni di ingegneria. Dalle navi vennero recuperate un'ancora in legno lunga circa cinque metri con il ceppo in piombo e un'ancora del tipo che gli inglesi chiamano ammiragliato, cioè con il ceppo mobile: una tipologia che la manualistica dava per invenzione moderna e che il fondo del lago di Nemi ha retrodatato di diciannove secoli in un colpo solo. Quando si legge che il recupero delle navi diede uno dei contributi più importanti alla conoscenza della tecnica navale romana, si intende esattamente questo: non oggetti belli, oggetti che hanno costretto a riscrivere i manuali.
La testata di baglio con la testa di leone al Museo Nemorense - Museo delle Navi Romane
Il 17 dicembre 2021 è tornata a Nemi una testata di baglio in bronzo decorata con una testa di leone, proveniente dagli arredi della prima nave e conservata per decenni nei depositi del Museo Nazionale Romano. È rientrata con il progetto ministeriale delle cento opere che tornano a casa, in prestito decennale rinnovabile. Il baglio è la trave trasversale che collega i due fianchi dello scafo: le sue testate, sui fianchi delle navi imperiali, erano coperte da protomi ferine in bronzo, teste di leone, di lupo, di pantera. Non erano ornamenti gratuiti, avevano funzione apotropaica e insieme di finitura, come i puntali di un mobile prezioso. Vederne una qui, e non in una vetrina romana, cambia il senso della visita.
L'ala destra: il territorio, i culti e il clivus Virbii
L'ala destra ospita i materiali votivi provenienti dai siti dei Colli Albani e un tratto musealizzato del basolato romano del clivus Virbii, la strada che saliva verso il santuario. Camminare accanto a un basolato antico dentro un museo è un'esperienza diversa dal vederlo all'aperto: si vedono i solchi dei carri, il taglio dei blocchi, la pendenza. Il nome della strada rimanda a Virbio, la divinità che la tradizione antica identificava con Ippolito riportato in vita da Asclepio e nascosto da Diana nel bosco di Nemi. Il mito e la pietra, nello stesso ambiente, a due metri di distanza.
I materiali votivi del santuario di Diana Nemorense
Qui sono raccolte le testimonianze degli ex voto legati al santuario di Diana Nemorense e ai culti di Diana e di Iside. Sono terrecotte, frammenti, oggetti di devozione popolare lasciati da chi saliva al bosco sacro per chiedere qualcosa. Il santuario di Nemi era uno dei grandi luoghi di pellegrinaggio del Lazio latino, frequentato dal Bronzo finale e monumentalizzato dal II secolo avanti Cristo in poi: la quantità di materiale votivo che ha restituito è enorme, e una parte consistente ha preso strade lontane nell'Ottocento. Quello che è rimasto sul posto è esposto qui.

Le navi di Caligola: che cosa erano davvero
Nessun autore antico parla delle navi imperiali del lago di Nemi. Non Svetonio, che pure su Caligola non si è risparmiato, non Tacito, non Dione Cassio. La loro esistenza si è dedotta dal fondo del lago, non dalle biblioteche: già nel medioevo i pescatori tiravano su, di tanto in tanto, frammenti che non avevano nulla a che fare con la pesca. Marmi, bronzi, laterizi. Si fecero ipotesi per secoli, sull'esistenza degli scafi e su chi li avesse voluti.
Le fistulae aquariae e la prova del nome
La prova arrivò dai tubi dell'acqua. Fra i reperti pescati comparvero le cosiddette fistulae aquariae, grosse tubazioni in piombo che facevano parte di impianti idraulici costosi, quelli che le ricche famiglie romane usavano per portare acqua corrente dentro i palazzi. I tubi si ricavavano da lastre rettangolari di piombo ripiegate, e sulla lastra si stampigliava il nome del proprietario, spesso quello del liberto idraulico che aveva eseguito il lavoro e a volte un numero progressivo. Sulle fistulae di Nemi comparve il nome di Gaio Cesare Augusto Germanico: Caligola. Vittorio Malfatti, alla fine dell'Ottocento, recuperò tubature con quel bollo e chiuse la questione della committenza. Non è una tradizione, non è un'attribuzione stilistica: è un nome scritto sul piombo.
Quanto erano grandi
Le misure che si leggono nelle fonti moderne oscillano di qualche metro a seconda dei rilievi: la prima nave intorno ai 71,3 metri di lunghezza per 20 di larghezza, la seconda intorno ai 73 per 24, con letture che arrivano a 75 per 29. Sono numeri che vanno presi con la prudenza che meritano i relitti misurati in condizioni difficili. Il dato che non cambia è il rapporto: erano larghissime rispetto alla lunghezza, larghe quanto un palazzo, e non erano fatte per navigare in mare aperto. Erano piattaforme monumentali su uno specchio d'acqua di poche centinaia di metri.
Come erano costruite
Legno di pino, di abete e di quercia. La carena esterna era rivestita con un tessuto di lana imbevuto di sostanze impermeabilizzanti, e sopra il tessuto correvano fogli di piombo tenuti in sede da una chiodatura fittissima in rame: una tecnica di protezione dello scafo che si ritrova sulle navi da carico d'alto mare e che qui, su un lago, ha del paradossale. All'interno c'erano pavimenti in mosaico e in opus sectile, riscaldamento a ipocausto, bagni con acqua calda e fredda, rubinetti in bronzo di fattura eccellente, balaustre, tegole di rame dorato, pilastrini bronzei. E c'erano rulli sferici e cilindrici, i famosi cuscinetti che indicano piattaforme girevoli a bordo: un sistema di rotazione meccanica che la storia della tecnica assegnava a epoche molto più tarde.
Una residenza e un tempio galleggiante
L'interpretazione più diffusa, e quella che il museo adotta, distingue le due imbarcazioni per funzione: una lussuosa residenza da diporto e un tempio galleggiante legato ai culti praticati sul lago, con richiami a Iside e alla stessa Diana Nemorense. La direzione del museo le definisce probabili navi cerimoniali, destinate alla celebrazione di feste religiose. È una lettura ragionevole e coerente con il contesto del santuario, ma resta un'interpretazione: nessun testo antico ce lo dice, e la prudenza qui è d'obbligo.
Perché finirono sul fondo
La spiegazione tradizionale è che, morto Caligola nel 41 dopo Cristo, le navi siano state affondate nel quadro della cancellazione della sua memoria. È una ricostruzione plausibile e ripetuta da secoli, ma va classificata per quello che è: un'ipotesi storiografica, non un fatto documentato. Nessuna fonte antica registra l'affondamento. Che gli scafi siano finiti sul fondo poco dopo la metà del I secolo dopo Cristo è invece assodato dai dati di scavo.
Cinque secoli di tentativi di recupero
La storia dei recuperi è, di per sé, un capitolo di storia della tecnica. Cinque tentativi in quasi cinque secoli, ciascuno con la tecnologia migliore disponibile al suo tempo, e ogni volta il lago ha vinto fino all'ultimo round.
1446: il cardinale Colonna e Leon Battista Alberti
Il primo tentativo lo volle il cardinale Prospero Colonna nel 1446. Colonna era signore di Nemi e uomo di vasta erudizione, e affidò il compito a Leon Battista Alberti: sì, proprio l'autore del De re aedificatoria, chiamato a fare l'ingegnere subacqueo. Le operazioni furono descritte da Flavio Biondo da Forlì nella sua Italia illustrata, il che ci regala una cronaca contemporanea. Alberti fece venire alcuni valenti nuotatori genovesi, i marangoni, che raggiunsero la nave più vicina alla riva, la esplorarono per quanto fu loro possibile e ne riferirono distanza e profondità. Si costruì una piattaforma galleggiante e con corde munite di ganci si tentò di tirare lo scafo a riva. Si riuscì soltanto a strappare un pezzo dell'imbarcazione, danneggiandone seriamente la struttura. Primo tentativo, primo danno: sarà una costante.
1535: Francesco De Marchi e la campana di Guglielmo de Lorena
Il secondo tentativo fu di Francesco De Marchi, nel 1535, ed è documentato nel suo trattato di Architettura militare. Il 15 luglio 1535 De Marchi decise di immergersi personalmente servendosi di una specie di campana subacquea inventata da Guglielmo de Lorena, che partecipò di persona alle immersioni. Osservò la nave più vicina alla riva, quella che giaceva a minore profondità. La valutò lunga sessantaquattro metri e larga venti, e annotò che il legno, protetto dal fango, era ben conservato nonostante avesse quasi duemila anni. Si tentò più volte di cingere lo scafo con fasce e cordami per riportarlo in superficie, inutilmente. La campana di Guglielmo de Lorena è uno dei primissimi apparecchi per immersione documentati in Europa: Nemi ha ospitato, con quattro secoli di anticipo, un cantiere di archeologia subacquea.
I saccheggi dei pescatori
Negli anni successivi il lago diventò una cava. I pescatori tirarono su quello che potevano e lo vendettero, e di questo saccheggio dà testimonianza padre Casimiro nelle sue Memorie sui conventi francescani. È il capitolo meno raccontato e il più doloroso: buona parte di quanto è uscito dall'acqua fra Cinquecento e Settecento è finito sul mercato antiquario e non è mai stato catalogato.
1827: Annesio Fusconi e la campana per otto uomini
Nel settembre 1827 si tentò per la terza volta. Il nobile cavaliere Annesio Fusconi decise di servirsi nuovamente di una campana, ma su tutt'altra scala: ne costruì una abbastanza grande da contenere otto marangoni. Fu realizzata una piattaforma galleggiante ampia, capace di sostenere la campana e di calarla in acqua con quattro argani. Il 10 settembre 1827 la campana con gli otto uomini scese sul fondo verso la nave più vicina alla riva, ma una volta laggiù i marangoni non riuscirono ad asportare quantitativi significativi di materiale. Furono allora legate gomene agli argani e si avvolsero cime allo scafo. Le corde si ruppero, ancora una volta, e l'impresa fu rimandata.
1895: Eliseo Borghi, i principi Orsini e le teste feline
Il 3 ottobre 1895 si procedette al quarto tentativo, per conto dei principi Orsini, allora proprietari del lago, e con il contributo dello Stato. L'operazione fu condotta dall'antiquario Eliseo Borghi, che si avvalse di un provetto palombaro dotato di scafandro moderno. Il palombaro esaminò la nave più vicina alla riva e risalì con la ghiera di un timone. Poi cominciò il prelievo: dallo scafo furono divelte le famose teste feline in bronzo, e ancora rulli sferici, rulli cilindrici, cerniere, pilastrini in bronzo, tubi di piombo, tegole di rame dorato, laterizi di varie forme e dimensioni, frammenti di mosaico con abbellimenti in pasta di vetro, lamine di rame, balaustre, pavimentazioni in opus sectile. Il 18 novembre fu individuata la seconda nave, che nessuno sapeva esistesse, a circa duecento metri dalla prima, e anche da quella si recuperò materiale.
Va detto con chiarezza, perché il vecchio racconto tende a presentare il 1895 come una campagna scientifica: i metodi furono distruttivi. Il palombaro strappava i bronzi dai supporti lignei, spezzando travi millenarie, e non fu prodotta documentazione stratigrafica. La maggior parte del materiale recuperato fu poi acquistata dal governo per il Museo Nazionale Romano, oggi articolato in quattro sedi: le Terme di Diocleziano con l'Aula Ottagona, Palazzo Altemps, Palazzo Massimo alle Terme e la Crypta Balbi. Un'altra parte prese la strada del mercato antiquario e si disperse.
Vittorio Malfatti e l'idea che cambiò tutto
Sotto la pressione dell'opinione pubblica lo Stato fermò i prelievi. Il ministro della Pubblica Istruzione Guido Baccelli chiese la collaborazione dell'ammiraglio Enrico Morin, ministro della Marina, e l'incarico fu affidato al tenente colonnello Vittorio Malfatti. Malfatti, affiancato da un palombaro espertissimo, condusse rilievi batimetrici rigorosi: stabilì che la prima nave distava dalla riva circa cinquanta metri, adagiata sul fianco sinistro a una profondità fra i cinque e i dodici metri, e che la seconda giaceva duecento metri più in là, fra i quindici e i venti metri, anch'essa sul fianco sinistro e semicoperta dal fango. Recuperò le tubature con il bollo di Caligola e un rubinetto in bronzo di precisione straordinaria. Soprattutto arrivò alla conclusione decisiva: qualunque sollevamento meccanico avrebbe distrutto legni fragilissimi, e l'unica via era abbassare il livello del lago ripristinando l'antico emissario. I tempi non erano maturi e l'idea rimase sulla carta per trent'anni.
1927-1932: il lago svuotato
Nel 1926 si tornò a parlare del recupero. Fu creata una commissione di studio presieduta dal senatore Corrado Ricci, che dopo attenta analisi ritenne idoneo proprio il metodo Malfatti: abbassare il livello del lago fino a far emergere le navi. Il 9 aprile 1927, in un discorso alla Reale Società Romana di Storia Patria, Benito Mussolini annunciò la decisione di recuperare le due grandi navi sommerse. L'uomo che rese operativa l'impresa fu Guido Ucelli, direttore generale delle Costruzioni Meccaniche Riva di Milano, industriale e ingegnere idraulico.
Lo strumento era l'antico emissario del lago, un tunnel sotterraneo lungo circa 1650 metri che passa sotto Genzano attraversando il recinto craterico del Vulcano Laziale. In età romana serviva a far defluire le acque verso il mare perché non allagassero il santuario di Diana sulla riva settentrionale. Bisognava esaminarlo a fondo per capirne lo stato: Augusto Anzil e Mafaldo Corese percorsero l'intera galleria e uscirono dalla parte del lago. Nel settembre 1928 i lavori di sistemazione furono ultimati e il 1 ottobre si effettuò il collaudo. Il 20 ottobre 1928 Mussolini, accompagnato dal sottosegretario agli Interni e dai ministri della Pubblica Istruzione e dei Lavori Pubblici, mise in funzione l'impianto idrovoro.
Il 28 marzo 1929 affiorarono le strutture più alte della prima nave. Il 7 settembre dello stesso anno il livello del lago era sceso di ventidue metri e l'intero primo scafo giaceva all'asciutto. Nel marzo 1929 era stata installata una seconda stazione di pompaggio su un pontone galleggiante per evitare rotture delle condotte. La seconda nave fu liberata fra il gennaio 1931 e la fine del 1932. Furono pompati milioni di metri cubi d'acqua, e il lago non tornò mai esattamente al livello di prima.

L'edificio di Vittorio Ballio Morpurgo
Il museo che si visita oggi non è un palazzo riadattato: è un contenitore progettato attorno al suo contenuto, e questo lo rende un caso quasi unico nella museografia italiana degli anni Trenta. L'architetto fu Vittorio Ballio Morpurgo, lo stesso che a Roma sistemò l'area attorno al Mausoleo di Augusto. Concepì un doppio hangar navale in calcestruzzo, con archi di trenta metri di luce che sovrastano i bacini destinati agli scafi, corsie di ispezione tutto attorno alle navi e una galleria centrale a collegare le due ali. Volle grandi superfici vetrate, perché la luce naturale entrasse sui legni. Tinteggiatura in bianco avorio, pavimentazione in travertino al piano inferiore, contrafforti esterni rivestiti in travertino.
I lavori cominciarono nel 1934 con gli sbancamenti del terreno, subirono un grave contrattempo nel 1937 a causa di un nubifragio e si conclusero alla fine del decennio. L'inaugurazione ufficiale avvenne il 21 aprile 1940, data scelta per il Natale di Roma. Nel 1942 Vittorio Emanuele III insignì Guido Ucelli del titolo nobiliare che si legava per sempre a questo luogo, quello di Nemi. Il museo aveva funzionato a pieno regime per poco più di quattro anni.
La notte del 31 maggio 1944
Il 28 maggio 1944 una batteria di artiglieria tedesca si appostò nei pressi del museo. Il fronte stava risalendo, la linea si spostava di giorno in giorno, e l'edificio con i suoi archi bianchi era il punto più riconoscibile della riva. Nella serata del 31 maggio ci furono bombardamenti e cannoneggiamenti che si esaurirono intorno alle 20.15. Verso le 22 le fiamme divamparono dentro il museo.
I due scafi erano interamente in legno e impregnati di sostanze conservative applicate durante il restauro: bruciarono completamente. Sopravvissero soltanto i chiodi di rame, le tubature di piombo e le decorazioni bronzee, in parte fuse dal calore. Andarono perduti anche disegni, calchi, parte della documentazione. È la più grande perdita archeologica italiana della seconda guerra mondiale, e la sproporzione fra il valore di quello che è bruciato e il silenzio che l'ha circondata per decenni è impressionante.
Va aggiunto un dettaglio che raramente si racconta e che riguarda l'uomo che aveva reso possibile il recupero. Nel 1944 Guido Ucelli era in carcere: lui e la moglie Carla Tosi erano stati arrestati dalle SS per aver nascosto ebrei e oppositori politici, e non fecero mai i nomi delle persone che avevano protetto, nemmeno sotto interrogatorio. Mentre le sue navi bruciavano sul lago, l'uomo che le aveva tirate fuori dall'acqua era in cella per averne salvate altre, di vite.
Le riaperture del Museo Nemorense - Museo delle Navi Romane
La ricostruzione cominciò nel 1948 e durò circa cinque anni. Il museo riaprì al pubblico il 25 novembre 1953 con un allestimento che vale la pena descrivere, perché è il DNA di quello che si vede ancora oggi. Il padiglione sinistro fu restaurato integralmente e ospitò i due modelli in scala 1:5 costruiti a Castellammare di Stabia, il profilo al vero in tubi metallici bianchi della prima nave, le ancore in ferro e legno ricostruite, i bronzi e le attrezzature scampati all'incendio, i disegni tecnici dell'impresa di recupero. Il padiglione destro fu volutamente lasciato nelle precise condizioni interne in cui l'incendio lo aveva ridotto: una rovina esposta come documento. La galleria centrale accolse una selezione di disegni e i reperti archeologici salvati in tempo e conservati al Museo Nazionale Romano.
Fu una scelta museografica coraggiosa, guidata da Ucelli con la collaborazione dell'ingegnere del Genio navale Luigi Tursini, con il coinvolgimento dello stesso Morpurgo per la continuità formale e con la documentazione dei danni curata dall'architetto Furio Fasolo. Il museo chiuse di nuovo nel 1962 e riaprì in via definitiva nel 1988. Da allora ha subito altre chiusure temporanee per lavori: la più recente ha riguardato il rifacimento della copertura, il ripristino dei lucernari, il risanamento delle infiltrazioni d'acqua e l'installazione sperimentale di pannelli fotovoltaici.
Una curiosità su Museo Nemorense - Museo delle Navi Romane
La curiosità vera di questo posto è che è un museo costruito per due oggetti che oggi non ci sono, ed è per questo che le sue dimensioni non hanno senso e insieme ce l'hanno tutto. Gli archi di trenta metri di luce, i bacini scavati nel pavimento, le corsie di ispezione laterali: ogni misura dell'edificio deriva dalle misure degli scafi. Morpurgo non ha progettato una sala espositiva a cui adattare dei reperti, ha progettato una custodia su misura, come si fa con uno strumento musicale. Quando le navi bruciarono, l'architettura rimase a fare da calco in negativo di ciò che aveva perduto, e continua a farlo.
C'è un secondo strato di curiosità, più sottile. Il grande edificio bianco sulla riva del lago era, nel 1940, il manifesto architettonico di una impresa di regime. Quattro anni dopo, l'uomo che quell'impresa l'aveva materialmente diretta, Guido Ucelli, era prigioniero delle SS per aver nascosto ebrei; e nel 1942 il re gli aveva concesso un titolo nobiliare legato proprio a questo lago. La stessa persona, nel giro di due anni, celebrata dal potere e incarcerata dal potere. Il museo di Nemi conserva anche questo, senza pannelli esplicativi: la biografia di un uomo che ha attraversato il Novecento italiano da tutte le parti.
Ultima notazione, per chi ama i numeri: la prima campagna di recupero moderna, quella del 1895, individuò la seconda nave per puro caso, il 18 novembre, quando ormai si pensava di aver esaurito il sito. Duecento metri più al largo, sotto quindici metri d'acqua, c'era un secondo scafo di cui nessuno, in quattro secoli e mezzo di tentativi, aveva mai sospettato l'esistenza.
Una cosa che non ti dice nessuno su Museo Nemorense - Museo delle Navi Romane
Per ottant'anni la versione ufficiale è stata una sola: le navi le bruciarono i tedeschi in ritirata, per vandalismo. Lo stabilì una commissione d'inchiesta del dopoguerra, lo ripetono i pannelli, le guide, i libri scolastici. Nel 2023 due studiosi, l'archeologo Flavio Altamura e lo storico Stefano Paolucci, hanno pubblicato per Passamonti Editore un volume di cinquecento pagine con oltre centoventi fotografie, frutto di una decina d'anni di ricerche negli archivi, intitolato appunto come un'indagine su un caso irrisolto della seconda guerra mondiale. La conclusione ribalta la versione consolidata: l'incendio sarebbe stato innescato dall'impatto di proiettili dell'artiglieria alleata, non da un atto doloso tedesco.
Il metodo con cui ci arrivano è quello dell'investigazione sugli incendi, con i manuali usati nelle indagini penali: si valutano occasione, mezzi e movente per ciascuna ipotesi. Ai tedeschi mancavano mezzi e movente credibili, e il comando aveva anzi diramato disposizioni di tutela dei monumenti. Alle ipotesi dei ladri o dei civili del posto manca qualunque riscontro. Il cannoneggiamento alleato fornisce l'occasione, le schegge incendiarie il mezzo, la presenza segnalata di una batteria tedesca nei pressi il movente militare. Gli autori hanno lavorato su fotografie e testimonianze dell'inchiesta ufficiale, su dichiarazioni e carteggi dei custodi, sui rapporti del governo militare alleato, sulle carte private dei soprintendenti dell'epoca.
Paolucci ha definito il risultato un realismo negativo: più che dimostrare che cosa sia successo, si dimostra che cosa certamente non è successo. Resta una ricostruzione di studiosi, non una sentenza, e come tale va presentata. Ma chi entra in questo museo credendo di conoscere la storia della notte del 31 maggio 1944 farebbe bene a sapere che quella storia, oggi, è di nuovo aperta.
Il consiglio che ti do per visitare Museo Nemorense - Museo delle Navi Romane
Arrivate all'apertura, alle 9, di un giorno feriale. Il museo si visita in un'ora abbondante, ma la giornata giusta a Nemi ne dura almeno quattro e il resto lo mangiano il borgo, l'affaccio sul lago e la strada che scende all'acqua. Se aspettate il pomeriggio trovate parcheggio peggiore e luce peggiore dentro l'edificio, che vive di lucernari e di vetrate: la mattina la sala funziona, il pomeriggio tardi diventa cupa.
Secondo consiglio, e questo è il più importante: non entrate con l'idea di vedere le navi. Entrate con l'idea di vedere il posto dove sono state e la macchina culturale che le ha inseguite per cinque secoli. Se cambiate il fuoco dell'aspettativa, tutto il resto funziona. E dedicate almeno venti minuti all'ala destra, quella dei materiali votivi e del basolato del clivus Virbii, che quasi tutti attraversano di corsa.
Terzo: portatevi una giacca leggera anche d'estate. Un capannone in calcestruzzo con archi di trenta metri, sotto un bosco e affacciato su un lago vulcanico, resta fresco quando fuori ci sono trentacinque gradi. Quarto: se avete in programma anche il Museo archeologico di Palestrina, chiedete alla biglietteria il biglietto di circuito da 12 euro invece dei due ingressi separati. Quinto, e vale come regola generale per i musei statali minori: telefonate al numero del museo il giorno prima. Un capannone del 1940 con lucernari e infiltrazioni ha bisogno di manutenzione periodica, e le chiusure per lavori qui non sono un'ipotesi teorica.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Che il lago sia stato svuotato per tirare fuori le navi lo sanno tutti. Come lo si è svuotato, quasi nessuno. L'operazione del 1928 non fu un'invenzione del Novecento: fu il riuso di un'opera idraulica antichissima. Il lago di Nemi possiede un emissario artificiale sotterraneo lungo circa 1650 metri, scavato nella roccia, che passa sotto Genzano attraversando il recinto craterico del Vulcano Laziale e porta le acque verso valle. La sua realizzazione si colloca in età preromana, e in età romana serviva a mantenere costante il livello del bacino perché le acque non invadessero il santuario di Diana sulla riva settentrionale, dove oggi c'è il museo.
Nel 1927 quel condotto era ostruito e in parte ignoto. Prima di poter progettare qualunque cosa, bisognava sapere se era ancora percorribile: Augusto Anzil e Mafaldo Corese lo attraversarono per intero e uscirono dalla parte del lago. Dopo circa un anno di lavori di ripristino l'emissario tornò a funzionare per gravità, e su di lui si scaricò l'acqua sollevata dalle idrovore. Il collaudo è del 1 ottobre 1928, l'avviamento dell'impianto del 20 ottobre. Nel settembre 1929 il livello era sceso di ventidue metri.
La conseguenza che nessuno racconta è ambientale. Dopo la fine dei lavori il lago fu lasciato tornare al suo regime, ma non risalì mai esattamente ai livelli precedenti. Il bacino che si vede oggi dalla terrazza di Nemi è un lago modificato da quell'operazione, un paesaggio che porta ancora la cicatrice del cantiere. Quando si guarda l'acqua da lassù si guarda anche questo, e vale la pena saperlo prima di scendere al museo.
La foto giusta da fare a Museo Nemorense - Museo delle Navi Romane
La fotografia per uso personale è consentita. La foto che tutti fanno è il modello in scala 1:5 inquadrato di tre quarti, ed è la foto sbagliata: un modello ligneo fotografato di tre quarti sembra un modello ligneo, e non restituisce nulla di quello che questo posto significa. La foto giusta è un'altra ed è architettonica.
Mettetevi in fondo a una delle due ali, sull'asse longitudinale, e inquadrate la campata degli archi di trenta metri con il modello o il profilo dello scafo che occupa il terzo inferiore dell'immagine. Quello che dovete far entrare nel fotogramma è il vuoto sopra: lo spazio calcolato per una nave che non c'è. È una fotografia che racconta la perdita senza bisogno di didascalie, e funziona sempre, anche con un telefono. La mattina, con la luce dei lucernari che scende verticale sul pavimento in travertino, il contrasto è al punto giusto; niente flash, che appiattisce tutto e sui bronzi è inutile.
La seconda inquadratura da portare a casa la fate fuori, prima o dopo. Risalite di qualche tornante sulla strada verso il borgo e fotografate l'edificio bianco basso sulla riva con il cratere alle spalle e l'acqua davanti: si capisce in un colpo solo perché nel maggio 1944 quel volume era il punto più visibile della sponda e perché ci si è appostata una batteria. Terza foto, per gli ostinati: il basolato del clivus Virbii in luce radente, quando i solchi dei carri fanno ombra. Vale più di dieci scatti alle vetrine.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il calendario di questo luogo è una sequenza di date che si possono elencare una per una, ed è raro che un museo ne abbia così tante di verificabili.
Anni Quaranta del Quattrocento: il cardinale Prospero Colonna, signore di Nemi, commissiona il primo recupero e nel 1446 Leon Battista Alberti dirige il tentativo con i marangoni genovesi, cronaca di Flavio Biondo. 15 luglio 1535: Francesco De Marchi si immerge di persona con la campana di Guglielmo de Lorena e misura la prima nave. 10 settembre 1827: Annesio Fusconi cala nel lago una campana con otto uomini a bordo e le gomene si spezzano. 3 ottobre 1895: comincia la campagna condotta da Eliseo Borghi per i principi Orsini, con un palombaro in scafandro; il 18 novembre dello stesso anno viene individuata la seconda nave.
9 aprile 1927: alla Reale Società Romana di Storia Patria si annuncia il recupero. 1 ottobre 1928: collaudo dell'emissario ripristinato. 20 ottobre 1928: entrano in funzione le idrovore. 28 marzo 1929: affiorano le strutture più alte della prima nave. 7 settembre 1929: il livello del lago è sceso di ventidue metri e il primo scafo è all'asciutto. Gennaio 1931 - fine 1932: viene liberata la seconda nave. 21 aprile 1940: inaugurazione del museo di Morpurgo, nel giorno del Natale di Roma. 28 maggio 1944: una batteria tedesca prende posizione nei pressi. Notte fra il 31 maggio e il 1 giugno 1944: l'incendio distrugge le due navi. 25 novembre 1953: riapertura con il nuovo allestimento. 1962: nuova chiusura. 1988: riapertura definitiva. 17 dicembre 2021: rientra da Roma la testata di baglio in bronzo con testa di leone. 2023: viene pubblicata l'indagine che riapre il caso dell'incendio.
Chi è passato da Museo Nemorense - Museo delle Navi Romane
Il primo nome è quello di Caligola, che qui non è un aneddoto: è il committente. Il suo nome, Gaio Cesare Augusto Germanico, è stampigliato sulle fistulae in piombo recuperate dagli scafi, e quel bollo è la ragione per cui il museo si chiama come si chiama. Sulle sponde del lago l'imperatore aveva una proprietà, e Svetonio racconta che intervenne addirittura nella successione del sacerdozio di Diana, ingaggiando un avversario perché sfidasse il Rex Nemorensis in carica, colpevole di durare da troppi anni.
Poi la fila degli uomini che hanno inseguito le navi. Il cardinale Prospero Colonna, signore di Nemi, e Leon Battista Alberti, che nel 1446 si trovò a fare il direttore di cantiere subacqueo; Flavio Biondo da Forlì, che ne scrisse. Francesco De Marchi, trattatista di architettura militare, e Guglielmo de Lorena, inventore della campana da immersione, entrambi sotto il pelo dell'acqua nel luglio 1535. Padre Casimiro, cronista dei saccheggi. Annesio Fusconi nel 1827. Eliseo Borghi nel 1895, con i principi Orsini alle spalle. Il ministro Guido Baccelli e l'ammiraglio Enrico Morin, che fermarono lo scempio. Il tenente colonnello Vittorio Malfatti, che rilevò i fondali e capì per primo come si dovesse fare.
Nel Novecento: il senatore Corrado Ricci, presidente della commissione; Benito Mussolini, che annunciò l'impresa nel 1927 e avviò le idrovore nel 1928; Guido Ucelli, l'industriale milanese che la diresse e che qui si guadagnò un titolo nobiliare e, poco dopo, una cella delle SS; l'ingegnere Luigi Tursini del Genio navale; gli architetti Vittorio Ballio Morpurgo e Furio Fasolo. E gli sconosciuti che meritano il nome quanto gli altri: Augusto Anzil e Mafaldo Corese, i due uomini che percorsero per intero l'emissario antico al buio per capire se reggeva.

Il santuario di Diana Nemorense sopra il Museo Nemorense - Museo delle Navi Romane
Il museo esiste perché esiste il santuario: senza il grande luogo di culto di Diana sulla riva settentrionale, le navi di Caligola sul lago non avrebbero avuto ragione d'essere. Il nome stesso del paese viene dal nemus, il bosco sacro. La denominazione ufficiale che il ministero usa oggi per questo luogo tiene insieme le due cose: museo delle navi romane di Nemi e santuario di Diana Nemorense.
Come era fatto il santuario
L'area sacra era organizzata su tre terrazze digradanti verso il lago, delimitate da grandi nicchioni semicircolari e da sostruzioni triangolari. In età arcaica era un lucus, una radura dentro il bosco, con tracce di frequentazione che risalgono al Bronzo finale, intorno al XII secolo avanti Cristo. Dal II secolo avanti Cristo il santuario fu monumentalizzato con portici, nicchie e ambienti per i sacerdoti e per i fedeli. Nel I secolo avanti Cristo alla terrazza inferiore furono aggiunte le celle donarie, un impianto termale e un piccolo teatro. Sulla terrazza superiore, in età di Caligola, fu costruito un ninfeo monumentale. Le fasi costruttive del tempio riconosciute sono tre: fine IV secolo avanti Cristo, seconda metà del II, I secolo avanti Cristo.
Gli scavi del santuario e la dispersione dei reperti
Dopo campagne seicentesche e ottocentesche, lo Stato riprese le indagini negli anni Venti del Novecento. La Soprintendenza è intervenuta dal 1989, l'Università di Perugia dal 2003 con concentrazione sul tempio dal 2010, e dal 2014 collabora l'Università Ludwig Maximilian di Monaco. Nel 2019 il tempio è stato coperto per ragioni di conservazione, e finanziamenti recenti sono destinati alla messa in sicurezza delle strutture e alla sistemazione dell'area, con l'ipotesi di trasformare un casale antico in centro di visita.
Il capitolo doloroso è ottocentesco. Nel 1885 l'ambasciatore britannico in Italia, Lord Savile Lumley, ottenne la licenza di scavo nel santuario; la sua raccolta finì al Castle Museum di Nottingham. I pezzi più importanti però furono trattenuti dal principe Orsini, proprietario del terreno, e venduti nel 1896 a commercianti romani: da lì una grande testa acrolitica di Diana raggiunse la Ny Carlsberg Glyptotek di Copenaghen, mentre frammenti marmorei e statuette votive, compresa una testa di statua di culto del II secolo avanti Cristo, presero la strada del museo universitario di Filadelfia. Il santuario di Nemi è oggi, di fatto, un museo diffuso su tre continenti.
Il Rex Nemorensis, il sacerdote che si uccideva
Il sacerdote di Diana Nemorense portava il titolo di Rex Nemorensis e la sua carica funzionava in un modo che gli antichi stessi trovavano mostruoso. Doveva essere uno schiavo fuggitivo, e per ottenere il sacerdozio doveva prima spezzare un ramo da un albero sacro nel bosco, poi uccidere in duello il sacerdote in carica. Strabone lo descrive sempre armato di spada, che si guarda intorno in attesa dell'aggressione. Pausania, nel II secolo dopo Cristo, attesta che ai suoi tempi la carica si conquistava ancora così e che la sfida era riservata agli schiavi in fuga. Servio ricorda il rito del ramo. Ovidio e Virgilio collegano il luogo a Virbio, identificato con Ippolito riportato in vita da Asclepio.
Su questo rito James Frazer costruì nel 1890 il monumento dell'antropologia religiosa moderna, il ramo d'oro, ed è per questo che il nome di Nemi compare nella bibliografia di mezzo mondo accademico. Il libro parte proprio da qui, dal bosco sopra questo lago, e collega il ramo spezzato dallo schiavo al ramo d'oro che Enea porta agli Inferi. La mia opinione: chi visita il museo delle navi senza sapere del Rex Nemorensis capisce metà di quello che vede, perché non capisce perché due palazzi galleggianti fossero ancorati proprio su questo specchio d'acqua e non su un altro.
Come arrivare al Museo Nemorense - Museo delle Navi Romane
In automobile è semplice: dal Grande Raccordo Anulare si esce verso Ciampino e si prende la via dei Laghi, oppure si segue l'Appia verso Albano Laziale e poi Genzano di Roma, da dove la strada scende verso il lago e passa davanti al museo. Da Roma si contano una quarantina di chilometri. Il parcheggio, lungo Via Diana, è limitato: nei fine settimana di primavera e nella stagione delle fragole di Nemi si riempie presto, e questa è la ragione principale per venire di mattina e in giorno feriale.
Con i mezzi pubblici serve una combinazione. Da Roma si raggiungono i Castelli con i bus Cotral dal capolinea della metro A di Anagnina, oppure con i treni regionali della linea dei Castelli Romani fino ad Albano Laziale; da Genzano di Roma esiste il collegamento su gomma per Nemi, con capolinea in piazza Roma nel borgo. Dal borgo al museo la discesa a piedi è di qualche chilometro su strada senza marciapiede continuo: fattibile in discesa con scarpe adatte, faticosa in salita al ritorno. Linee, orari e corse festive vanno controllati sui siti dei vettori prima di partire, perché nei Castelli le frequenze cambiano fra feriale e festivo in modo sostanziale. Chi non guida e vuole essere sicuro faccia il tratto finale in taxi o in auto a noleggio con conducente da Genzano.
Orari, biglietti e prenotazioni del Museo Nemorense - Museo delle Navi Romane
L'apertura è da martedì a domenica, dalle 9.00 alle 19.00, con ultimo ingresso alle 18.00. I giorni di chiusura ordinaria sono il lunedì, il 1 gennaio e il 25 dicembre. Il biglietto intero indicato dalla direzione museale è di 5 euro, il ridotto di 2 euro, e il biglietto di circuito che comprende anche la sede di Palestrina è di 12 euro. Circolano in rete importi diversi e più bassi: prima di partire conviene guardare la pagina della Direzione regionale Musei nazionali Lazio, che è la fonte istituzionale del dato.
La prenotazione non è richiesta per i visitatori singoli, mentre è raccomandata per i gruppi e per le scolaresche, e ha senso: la capienza delle due ali è ampia ma i percorsi di visita sono lineari e due classi in contemporanea si intasano a vicenda. Le agevolazioni statali seguono le regole generali dei musei del Ministero della cultura, comprese le giornate a ingresso gratuito: essendo materia che cambia di anno in anno, va verificata sul sito istituzionale prima della visita. Al museo si accede senza rivenditori intermedi, in biglietteria; se in futuro fosse attivato un canale di acquisto online, sarà indicato sul sito ufficiale dell'ente.
Accessibilità e servizi del Museo Nemorense - Museo delle Navi Romane
La direzione dichiara il museo accessibile lungo tutto il percorso di visita, ed è credibile: l'edificio nasce come hangar, quindi ha grandi superfici piane e nessuna scalinata monumentale nel percorso principale. I ballatoi superiori, quando vengono aperti in occasioni straordinarie, sono un altro discorso e richiedono scale. La visita ordinaria dura circa un'ora. La fotografia per uso personale è consentita. Per la disponibilità di deposito bagagli, bookshop, servizi igienici accessibili e visite guidate conviene telefonare al museo, perché nei musei statali di questa dimensione i servizi variano con il personale disponibile.
Fra i progetti annunciati dalla direzione ci sono un parco pubblico attorno all'edificio, il tracciamento a terra in scala reale del profilo delle due navi, una sala principale con modelli, teche e installazioni multimediali, un ascensore per l'accessibilità universale, un accesso in sicurezza alla copertura con vista sul lago e una ricostruzione tridimensionale degli scafi perduti. Sono progetti dichiarati, non ancora realtà: chi visita oggi trova l'allestimento storico. Se anche solo il tracciato a terra in scala 1:1 venisse realizzato, questo museo cambierebbe di livello, perché camminare dentro il perimetro reale di una nave di settantatré metri è un'esperienza che nessun modello può dare.
Il Museo Nemorense - Museo delle Navi Romane con i bambini
Funziona meglio di quanto ci si aspetti, a una condizione: bisogna raccontargli la storia giusta. Ai bambini non interessa la museografia del 1953, interessa che un imperatore matto si è fatto costruire due palazzi che galleggiavano, che sono stati sul fondo di un lago per milleottocento anni, che uno dei più grandi architetti del Rinascimento è venuto qui a cercarli con dei nuotatori genovesi, che nel Cinquecento un uomo è sceso sott'acqua dentro una campana, che nel Novecento hanno svuotato un lago intero per tirarli fuori e che poi sono bruciati in una notte di guerra. Detta così, la visita si regge da sola.
Le cose concrete da mostrare loro sono tre: i modelli in scala, che alla loro altezza sembrano navi vere; le ancore, perché un'ancora di cinque metri è una misura che un bambino capisce con il corpo; e il basolato del clivus Virbii, dove si possono contare i solchi dei carri. Il museo si fa in un'ora, che è la soglia di attenzione giusta. Poi si risale al borgo e si compra una fragola con la panna, che chiude la giornata meglio di qualunque bookshop. Sconsiglio la visita con passeggino nella parte finale della discesa a piedi dal paese: si arriva in auto, si parcheggia e si scende dentro.
Che cosa vedere intorno al Museo Nemorense - Museo delle Navi Romane
Il borgo di Nemi è a pochi minuti di auto in salita e vale la sosta: la terrazza affacciata sul cratere, la chiesa di Santa Maria del Pozzo, il palazzo Ruspoli, le botteghe delle fragoline di bosco. L'anello attorno al lago misura circa sei chilometri e si percorre a piedi con calma in un paio d'ore, con vista continua sull'acqua. Poco più in là c'è il lago di Albano, che è un altro cratere e un altro paesaggio, con Castel Gandolfo affacciato sopra.
Nel raggio di quindici chilometri si mettono in fila alcuni dei posti migliori dei Castelli: Ariccia con il Palazzo Chigi e il ponte monumentale, Genzano con il Palazzo Sforza Cesarini, Velletri, Rocca di Papa con il museo geofisico, Marino, Grottaferrata con l'abbazia greca e Frascati con le sue ville. Un consiglio operativo: non provate a fare Nemi e tre paesi nello stesso giorno. I Castelli si visitano a due destinazioni per volta, il resto è chilometraggio.
Quando andare al Museo Nemorense - Museo delle Navi Romane
Il periodo migliore è la primavera piena, fra aprile e giugno, quando il bosco attorno al cratere è al massimo e la luce entra bene dai lucernari. Attenzione però al primo fine settimana di giugno, quando la sagra delle fragole riempie il borgo e la strada del lago: chi vuole il museo con calma quel giorno lo eviti, chi vuole la festa lo scelga apposta e metta in conto due ore di traffico. L'autunno, fra fine settembre e novembre, è la stagione che preferisco: il cratere cambia colore, i visitatori sono pochi e la sala è tutta vostra.
D'inverno il museo è aperto e quasi deserto, il che è un vantaggio, ma le giornate corte penalizzano la visita al lago e ai resti del santuario. Il pieno agosto lo sconsiglio per il caldo del viaggio, non per il museo, che resta fresco. In ogni stagione il criterio resta lo stesso: giorno feriale, mattina presto, e telefonata di controllo il giorno prima.
Domande veloci su Museo Nemorense - Museo delle Navi Romane
Dove si trova il Museo Nemorense - Museo delle Navi Romane
In Via Diana 13-15, 00040 Nemi, in provincia di Roma, sulla riva settentrionale del lago di Nemi, a circa quaranta chilometri dal centro di Roma.
Quali sono gli orari del Museo Nemorense - Museo delle Navi Romane
Da martedì a domenica dalle 9.00 alle 19.00, con ultimo ingresso alle 18.00. Chiuso il lunedì, il 1 gennaio e il 25 dicembre.
Quanto costa il biglietto del Museo Nemorense - Museo delle Navi Romane
L'intero indicato dalla direzione museale è di 5 euro, il ridotto di 2 euro. Esiste un biglietto di circuito con la sede di Palestrina a 12 euro. Gli importi vanno confermati sul sito istituzionale prima della visita.
Serve prenotare la visita al Museo Nemorense - Museo delle Navi Romane
No per i visitatori singoli. Sì, come raccomandazione, per gruppi e scolaresche.
Al Museo Nemorense - Museo delle Navi Romane si vedono ancora le navi di Caligola
No. Le due navi originali sono andate distrutte nell'incendio della notte fra il 31 maggio e il 1 giugno 1944. Oggi si vedono due modelli in scala 1:5, i materiali navali scampati al fuoco e le ricostruzioni.
Che cosa è sopravvissuto all'incendio del 1944 al Museo Nemorense - Museo delle Navi Romane
Chiodi di rame, tubature in piombo e le decorazioni bronzee, alcune parzialmente fuse dal calore, oltre ai reperti che erano già stati portati a Roma prima della guerra.
Quanto dura la visita al Museo Nemorense - Museo delle Navi Romane
Circa un'ora per il percorso completo delle due ali. Con il borgo di Nemi e l'affaccio sul lago si costruisce una mezza giornata.
Si possono fare fotografie al Museo Nemorense - Museo delle Navi Romane
Sì, la fotografia per uso personale è consentita. Il flash è inutile e sconsigliato sui bronzi.
Il Museo Nemorense - Museo delle Navi Romane è accessibile in sedia a rotelle
La direzione dichiara il museo accessibile lungo tutto il percorso di visita. I ballatoi superiori, aperti solo in occasioni straordinarie, richiedono scale.
Quanto erano grandi le navi esposte al Museo Nemorense - Museo delle Navi Romane
La prima intorno ai 71,3 metri per 20 di larghezza, la seconda intorno ai 73 per 24, con rilievi che arrivano a misure superiori. Erano larghissime rispetto alla lunghezza.
Perché Caligola costruì due navi su un lago
La lettura più accreditata le considera navi cerimoniali legate al santuario di Diana Nemorense e ai culti praticati sul lago, una come residenza da diporto e una come tempio galleggiante. Resta un'interpretazione: nessuna fonte antica ne parla.
Come si è capito che erano di Caligola
Dalle fistulae aquariae, le tubature in piombo recuperate dagli scafi, che portano stampigliato il nome di Gaio Cesare Augusto Germanico.
Chi ha costruito l'edificio del Museo Nemorense - Museo delle Navi Romane
L'architetto Vittorio Ballio Morpurgo, fra il 1934 e la fine degli anni Trenta. L'inaugurazione ufficiale è del 21 aprile 1940.
Chi ha bruciato le navi di Nemi
La commissione d'inchiesta del dopoguerra attribuì l'incendio a un atto doloso tedesco. Una ricerca d'archivio pubblicata nel 2023 sostiene invece che l'innesco venne dall'artiglieria alleata. Il caso è oggi discusso fra gli studiosi.
Come fu svuotato il lago di Nemi
Con impianti idrovori entrati in funzione il 20 ottobre 1928 e con il ripristino dell'antico emissario sotterraneo, lungo circa 1650 metri, che scarica le acque sotto Genzano.
Quando riemersero le navi
Le strutture più alte della prima nave affiorarono il 28 marzo 1929; il 7 settembre dello stesso anno il primo scafo era interamente all'asciutto. La seconda nave fu liberata fra il 1931 e la fine del 1932.
Dove sono i bronzi originali delle navi del Museo Nemorense - Museo delle Navi Romane
Buona parte del materiale recuperato prima della guerra fu acquistata per il Museo Nazionale Romano ed è oggi nelle sue sedi romane. Una testata di baglio con testa di leone è tornata a Nemi il 17 dicembre 2021.
Si può visitare anche il santuario di Diana Nemorense
L'area del santuario è oggetto di scavi e interventi di messa in sicurezza, e dal 2019 il tempio è protetto da una copertura. La fruizione varia nel tempo: informarsi al museo prima di salire.
Il Museo Nemorense - Museo delle Navi Romane è adatto ai bambini
Sì, a patto di raccontare la storia. I modelli in scala, le ancore e il basolato romano funzionano bene con i più piccoli, e l'ora di visita corrisponde alla loro soglia di attenzione.
C'è un parcheggio al Museo Nemorense - Museo delle Navi Romane
Si parcheggia lungo Via Diana, con posti limitati. Nei fine settimana di primavera e durante la sagra delle fragole si riempie molto presto.
Come si arriva al Museo Nemorense - Museo delle Navi Romane con i mezzi pubblici
Con i bus Cotral da Anagnina o con il treno della linea dei Castelli Romani fino ad Albano Laziale, poi collegamento su gomma per Nemi. Dal borgo al museo la discesa è di alcuni chilometri su strada: orari e corse vanno verificati sui siti dei vettori.
Che differenza c'è fra il Museo Nemorense - Museo delle Navi Romane e il museo delle navi di Fiumicino
A Fiumicino si conservano relitti di imbarcazioni portuali legate a Portus. A Nemi si racconta la vicenda di due imbarcazioni cerimoniali imperiali di dimensioni eccezionali, oggi perdute, e del loro recupero. Sono due storie diverse e complementari.
Il biglietto del Museo Nemorense - Museo delle Navi Romane vale anche per altri musei
Esiste un biglietto di circuito a 12 euro che unisce la sede di Nemi e quella di Palestrina. Va chiesto in biglietteria.
Che cosa si vede nell'ala destra del Museo Nemorense - Museo delle Navi Romane
Materiali votivi dai siti dei Colli Albani, testimonianze dei culti di Diana e di Iside e un tratto musealizzato del basolato romano del clivus Virbii.
Vale la pena andare fino a Nemi solo per il Museo Nemorense - Museo delle Navi Romane
Da solo, per un'ora di visita, forse no. Insieme al lago, al borgo e a una seconda destinazione dei Castelli, è una delle giornate migliori che si possano fare fuori Roma.
Chiudo con l'opinione che mi sono fatto accompagnando gruppi quassù. Nemi è il museo italiano che insegna meglio una cosa scomoda: il patrimonio non è eterno, si perde, e a volte si perde per colpa nostra o per il caso di una scheggia incendiaria. Chi entra qui aspettandosi due navi romane esce arrabbiato. Chi entra sapendo che troverà un edificio progettato attorno a un'assenza, e cinquecento anni di ostinazione umana per riportare a galla due scafi, esce con un'idea di archeologia molto più adulta di quella con cui era arrivato. Andateci di mattina, con calma, e poi risalite a bere qualcosa affacciati sul cratere: da lassù il lago sembra un vetro, e sotto quel vetro c'è tutto.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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