Castelnuovo di Farfa (RI)
Castelnuovo di Farfa si raggiunge in poco più di un'ora da Roma: il municipio e gli uffici comunali occupano Palazzo Perelli, in viale Regina Margherita, nel comune di provincia di Rieti con CAP 02031 e prefisso telefonico 0765. Il paese sorge a 358 metri di quota su un colle compreso fra il fiume Farfa e il torrente Riana, conta poco più di mille abitanti e copre 8,84 chilometri quadrati. Il motivo principale per salire fin qui è il Museo dell'Olio della Sabina, inaugurato nel 2001 dentro lo stesso Palazzo Perelli: il biglietto intero costa 6 euro, il ridotto 3 euro, le scolaresche 2,50 euro, e l'apertura ordinaria copre il fine settimana e i giorni festivi dalle 10 alle 18, mentre nei giorni feriali si entra su appuntamento per gruppi (telefono 0765 36370, cellulare 347 1788288, posta museoliosabina@gmail.com). Gli orari cambiano con la stagione e con gli eventi: una telefonata prima di mettersi in macchina evita la porta chiusa. In auto si esce dall'A1 a Fiano Romano e si prosegue sulla Salaria fino al bivio per la Mirtense, la strada provinciale 42 che collega Poggio Mirteto a Montopoli e da cui si sale al borgo; in treno si arriva a Poggio Mirteto Scalo sulla linea regionale che risale la valle del Tevere, e da lì si prosegue con il servizio Cotral su gomma o in taxi.
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✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
Il borgo fa parte del sistema dei paesi della Sabina reatina che ruotano intorno all'Abbazia di Farfa, distante appena due chilometri in linea d'aria.
Dove si trova Castelnuovo di Farfa e come ci si arriva davvero
La geografia spiega il paese meglio di qualunque descrizione. Castelnuovo di Farfa occupa un colle isolato che a nord precipita verso il fondovalle e a sud ovest degrada dolcemente: è su quel versante più morbido, lungo l'attuale via Roma, che l'abitato si è allungato fuori dalle mura nei secoli moderni. Dall'alto lo sguardo corre verso Mompeo e Casaprota, con le quinte dei Monti Sabini a chiudere l'orizzonte a settentrione; a est si vedono Frasso Sabino e Poggio Nativo, a sud il profilo di Fara in Sabina. Chi arriva verso sera trova il colle controluce e capisce in un attimo perché i monaci farfensi abbiano voluto controllare questa altura.
In auto verso Castelnuovo di Farfa
Il percorso più comodo da Roma passa per l'autostrada A1 in direzione Firenze, uscita Fiano Romano, quindi Salaria verso Rieti e deviazione sulla provinciale 42 detta Mirtense, l'asse che lega Poggio Mirteto a Montopoli di Sabina e serve tutta la corona dei borghi. Chi preferisce evitare il pedaggio può prendere la Salaria fin dal Grande Raccordo Anulare e risalire con calma: si perde qualche minuto e si guadagna il paesaggio degli uliveti terrazzati. Il parcheggio si trova lungo via Roma e nelle aree ai margini del centro storico: dentro il castello medievale le vie sono strette, lastricate e pensate per i muli, non per le utilitarie. Lasciare la macchina fuori non è una rinuncia, è l'unico modo civile di entrare.
In treno e in autobus fino a Castelnuovo di Farfa
La stazione utile è Poggio Mirteto Scalo, sulla direttrice ferroviaria regionale che da Roma risale la valle del Tevere verso Orte. Da lì il collegamento con il borgo è affidato al servizio extraurbano regionale su gomma, con corse concentrate negli orari scolastici e di lavoro: la domenica e nei festivi il servizio si dirada parecchio, e vale la pena verificare le corse sul sito del gestore prima di programmare la giornata. La mia opinione, dopo anni di gruppi accompagnati in Sabina, è netta: Castelnuovo di Farfa è un paese da visitare in auto o dentro un itinerario organizzato, perché il valore vero della zona non è il singolo borgo ma la collana di borghi, e quella collana si percorre solo su ruote.
A piedi: il cammino dei borghi sabini passa da Castelnuovo di Farfa
Esiste anche il modo lento. Il paese è inserito negli itinerari escursionistici che collegano Poggio Mirteto all'Abbazia di Farfa e proseguono verso il fondovalle del fiume: si cammina fra uliveti, muretti a secco e tratti di bosco, con dislivelli mai proibitivi ma continui. Le tappe si percorrono in mezza giornata l'una e permettono di arrivare al borgo dal basso, cioè nel modo in cui ci arrivavano i contadini e i pellegrini. Chi ha una giornata sola e vuole camminare scelga il tratto che dal centro storico scende verso la chiesa di San Donato e prosegue in direzione del fiume: è il percorso naturalistico che il museo stesso considera parte del proprio itinerario.

Il borgo di Castelnuovo di Farfa: la forma del castello si legge ancora
Il centro storico è quello che i manuali chiamano un castrum di fondazione: un impianto pensato a tavolino, non cresciuto per accumulo. Le vie sono strette e lastricate, gli edifici serrati uno contro l'altro, e il perimetro delle antiche mura oggi non è più un muro autonomo ma l'allineamento compatto dei fronti delle case, che verso valle presentano prospetti ciechi rinforzati da contrafforti. Dove la pendenza aumenta, la muraglia edilizia diventa quasi verticale: è l'immagine che si coglie meglio dalla strada di fondovalle, guardando il paese in salita.
Porta Castello e Porta Cisterna, gli ingressi di Castelnuovo di Farfa
Gli accessi al castello erano due e ci sono ancora. Porta Castello, verso l'attuale via Roma, è segnalata dal torrione che la protegge e conserva il ruolo di ingresso principale al borgo: è un varco a ridosso della strada, e la sua posizione dice che il fronte da difendere era quello di monte. Porta Cisterna guarda invece verso valle, sul lato in cui il colle scende rapido. Il nome tradisce la funzione del luogo: la raccolta e la conservazione dell'acqua, problema quotidiano di ogni insediamento d'altura privo di sorgenti interne. Attraversare l'una ed uscire dall'altra, in dieci minuti, è il modo più rapido per capire quanto fosse minuscolo e quanto fosse ordinato il castello medievale.
Le nove torri e le guardie civiche del castello
La cinta muraria medievale contava nove torri. Nel Rinascimento erano presidiate da guardie civiche agli ordini di un capitano, e una delibera del Consiglio comunale del 1592 registra che il paese disponeva di almeno cinquanta archibugi e quattro archibugioni, cioè piccoli pezzi d'artiglieria. È un dettaglio che vale più di una pagina di retorica: un borgo di poche centinaia di anime teneva in armeria un piccolo arsenale, perché la Sabina di fine Cinquecento era terra di confine, di banditi e di contese giurisdizionali. Le torri oggi non si leggono come torri: sono state inglobate nelle case, e chi passeggia deve cercarne la traccia negli spigoli più massicci e nei conci meglio squadrati.
La fontana seicentesca e via Roma
Lungo via Roma si incontra la fontana a parete, opera seicentesca costruita con un arco centrale e un impianto architettonico semplice quanto efficace: acqua pubblica, bacino di raccolta, abbeveratoio. Le fontane a parete di questo tipo, nella Sabina, segnavano il punto in cui la comunità incontrava la strada, e furono quasi sempre collocate fuori dai fronti murari, là dove potevano servire uomini e bestie senza far entrare nessuno nel castello. Attorno alla fontana l'abitato moderno si è disteso con case ottocentesche e novecentesche: è la parte meno fotogenica del paese, ma raccontarla serve a spiegare come un castello diventa un comune.
Il Museo dell'Olio della Sabina, la ragione per salire a Castelnuovo di Farfa
Qui si trova uno dei musei più intelligenti del Lazio, e lo dico avendone visitati parecchi. Il Museo dell'Olio della Sabina ha aperto nel 2001 dentro Palazzo Perelli, edificio cinquecentesco restaurato che ospita anche gli uffici comunali, e ha scelto una strada opposta a quella dei musei etnografici tradizionali: invece di allineare torchi e macine dentro vetrine, ha chiamato artisti contemporanei a interpretare la civiltà dell'olio e ha distribuito il percorso fuori dalle sale, dentro il borgo e nel paesaggio. Il concept dell'allestimento si deve a Mao Benedetti e Sveva Di Martino. Il risultato è un museo diffuso, che si visita camminando, e che finisce dentro un sito archeologico altomedievale.
La Sabina non ha scelto l'olio per caso: Galeno, il medico greco attivo a Roma nel II secolo, lodava l'olio sabino come il migliore del mondo antico, e il museo parte da quella reputazione per raccontare duemila anni di lavoro contadino.
Palazzo Perelli, la sede del Museo dell'Olio della Sabina
Palazzo Perelli è un edificio del Cinquecento affacciato su viale Regina Margherita, recuperato con un restauro che ha liberato gli ambienti voltati del piano terra e del seminterrato. La convivenza fra municipio e museo non è un ripiego: è la scelta di tenere il museo dentro la vita amministrativa del paese invece di isolarlo. Chi entra trova subito il cambio di registro: pietra antica, luce controllata, opere di grande formato. È qui che comincia il percorso.
La mitologia dell'olio: Maria Lai, Alik Cavaliere, Hidetoshi Nagasawa
Le prime sale sono affidate alla scultura contemporanea. Di Maria Lai, l'artista sarda di Ulassai scomparsa nel 2013 e oggi fra le figure più studiate dell'arte italiana del secondo Novecento, il museo conserva installazioni realizzate su legno di olivo, fra cui quella nota come l'albero del Poeta. Il lavoro di Maria Lai è fatto di fili, telai, materiali poveri e scrittura illeggibile: applicato all'olivo, diventa un discorso sul tempo lungo delle piante e sulla memoria orale delle comunità agricole. Vale la pena fermarsi davanti a queste opere più di quanto suggerisca l'istinto.
Alik Cavaliere, milanese, uno dei grandi scultori italiani del dopoguerra, è presente con i frammenti di fonderia di un'opera incompiuta: un olivo di bronzo mai terminato, esposto nella sua incompiutezza. Non è un ripiego espositivo, è una dichiarazione: l'albero come cantiere permanente. Hidetoshi Nagasawa, giapponese naturalizzato italiano, firma un ulivo viaggiante collocato in un ambiente di grotta: la sua ricerca sul vuoto, sulla sospensione e sull'equilibrio precario trova nell'olivo sradicato una metafora esatta della migrazione delle piante coltivate dal Mediterraneo orientale verso occidente.
Le oleophona di Gianandrea Gazzola
Il pezzo che colpisce di più i visitatori è però un altro. Gianandrea Gazzola ha costruito le oleophona, dispositivi che uniscono antichi contenitori da olio, legno di olivo e tecnologia digitale per restituire il suono dell'olio: il gocciolamento, il travaso, il respiro del liquido dentro il coccio. Chi porta bambini lo scopra subito, perché è l'installazione che li conquista in dieci secondi. Nel percorso compaiono anche interventi di Ille Strazza. L'insieme evita accuratamente il tono nostalgico che rovina tanti musei della civiltà contadina.
La botanica dell'olivo sabino e le sale degli strumenti
Superata la sezione delle sculture, il museo cambia passo e diventa didattico nel senso alto del termine. Una sezione è dedicata alla botanica dell'olivo e alle cultivar della Sabina, con i caratteri che distinguono le varietà locali; un'altra raccoglie gli strumenti della coltivazione e della molitura, con pezzi che coprono un arco cronologico dal Cinquecento al Novecento: torchi in legno e in metallo, macine, orci, misure, attrezzi da potatura. Sono oggetti che chiunque abbia visto un frantoio moderno fatica a riconoscere, e proprio per questo la sezione è utile: mostra quanta fatica costava un litro d'olio prima dell'energia elettrica.
La sala della memoria del Museo dell'Olio della Sabina
La sala della memoria raccoglie le testimonianze orali dei contadini della zona, immagini popolari e canti locali. È la parte del museo che invecchia meglio, perché quelle voci sono di persone in larga parte scomparse e nessuno potrebbe più registrarle. Chi visita il museo con un gruppo di adulti si accorge che è qui che la visita si scalda: qualcuno riconosce un attrezzo, qualcuno riconosce una cadenza. Non è folclore, è archivio.
Il frantoio a trazione animale nel forno del paese
Il percorso esce poi dal palazzo e raggiunge l'antico forno comunale, dove è conservato un frantoio a trazione animale del Settecento: la macina in pietra veniva mossa da un asino o da un mulo che girava in tondo per ore. È un impianto compatto, pensato per un paese piccolo, e il fatto che si trovi dentro l'ex forno racconta come funzionava l'economia collettiva del borgo, con i servizi essenziali concentrati in pochi ambienti di proprietà comune. Vedere la macina nel suo alloggiamento originale, dopo aver visto le sculture, chiude il cerchio meglio di qualunque pannello.
San Donato e il giardino degli olivi del mondo
L'ultima tappa è la più bella e la meno prevedibile. Un sentiero scende dal centro storico verso la campagna e arriva alla chiesa altomedievale di San Donato, sito archeologico e insieme spazio espositivo, dove è stato piantato un giardino che raccoglie varietà di olivo di tutto il bacino mediterraneo. La passeggiata dura poco, il dislivello è modesto, e la vista sulle valli coltivate vale da sola il biglietto. Consiglio pratico: fatela in coda alla visita e non prima, con scarpe chiuse, e portatevi dell'acqua d'estate perché lungo il sentiero non c'è ombra continua.
Orari, biglietti e visite guidate del Museo dell'Olio della Sabina
L'ingresso intero costa 6 euro, il ridotto 3 euro, le scolaresche 2,50 euro. L'apertura ordinaria copre il fine settimana e i giorni festivi dalle 10 alle 18, con chiusure nelle grandi feste comandate; nei giorni infrasettimanali si entra su prenotazione, in particolare per gruppi a partire da dieci persone. Le visite guidate partono a orari fissi scaglionati lungo la giornata e possono variare in occasione di eventi. Il museo dichiara servizi di visita guidata, attività didattiche, audioguida, bookshop e accoglienza per visitatori con disabilità, ed è inserito nel sistema museale territoriale della media valle del Tevere. Per prenotare: 0765 36370, 347 1788288, museoliosabina@gmail.com. Gli orari indicati dalle fonti ufficiali non coincidono sempre fra loro: la telefonata di controllo è d'obbligo.

Le chiese di Castelnuovo di Farfa, una per una
Quattro edifici sacri raccontano quattro momenti diversi della storia del paese: l'alto medioevo monastico, la Controriforma, il Seicento devozionale e il Settecento delle grandi ricostruzioni. Vale la pena vederle in questo ordine, che è quello cronologico e non quello geografico.
La chiesa di San Donato, il nucleo originario
San Donato è la chiesa più antica del territorio e la ragione stessa per cui esiste Castelnuovo di Farfa. Sorge in campagna, lungo l'itinerario naturalistico che scende verso il fiume, e conserva nicchie affrescate. L'impianto risale all'alto medioevo, con il nono secolo come riferimento più citato. Nel corso del tempo l'edificio è stato inglobato in un casolare e oggi è reso visitabile, con soluzioni in vetro dove i muri mancano: si vede la stratigrafia invece di immaginarla. All'interno il visitatore ascolta un canto contemporaneo in latino costruito sull'inno crismale per il Giovedì Santo attribuito a Sant'Efrem il Siro, il grande poeta e teologo siriaco del quarto secolo. L'effetto acustico dentro quel volume piccolo e irregolare è la cosa che i miei gruppi ricordano di più.
Il sito ha una storia archeologica seria. Nei pressi della chiesa esisteva una villa rustica di età repubblicana, della quale resta visibile, sotto strutture moderne, un criptoportico. Le indagini condotte dall'Università di Sheffield hanno riportato in luce, dentro la navata, il cimitero di età moderna; nel chiostrino adiacente si riconoscono parti di un monumento funerario pagano reimpiegate nella costruzione, prassi normalissima nell'edilizia altomedievale. All'esterno gli scavi hanno individuato una sequenza stratigrafica che va dal tardoantico all'alto medioevo e i resti di due forni, forse databili fra la fine dell'ottavo e il nono secolo, destinati alla cottura di laterizi, tegole e coppi e probabilmente anche di vasi e altri oggetti in ceramica. Un centro produttivo, dunque, non solo un luogo di culto.

La chiesa di San Nicola di Bari, parrocchiale di Castelnuovo di Farfa
La parrocchiale è dedicata a San Nicola di Bari, patrono del paese, e occupa il punto più alto del castello. La prima chiesa venne eretta poco dopo la metà del Cinquecento, quando il nuovo insediamento aveva ormai bisogno di un edificio di culto interno alle mura. Divenuta vecchia e malandata, fu interamente ricostruita nel decennio 1769-1779 su progetto del capomastro Antonio Lepri, che poté contare sull'aiuto manuale dei castellani: manodopera gratuita della comunità, contributo in denaro dei marchesi Simonetti, che finanziarono in gran parte la costruzione. È il meccanismo classico dell'edilizia sacra di paese nel Settecento pontificio, e spiega perché una parrocchiale di un borgo di poche centinaia di anime abbia una dignità architettonica superiore alle attese, con portali in travertino e affreschi d'epoca.
Dentro la chiesa, nel 1781, venne tumulato il corpo di San Vittore, martire fanciullo, privo delle mani e dei piedi, mutilazione che la tradizione locale mette in relazione con il martirio. Le traslazioni di corpi santi dalle catacombe romane verso le parrocchie di provincia furono un fenomeno di massa fra Sei e Settecento: un paese che otteneva un corpo santo guadagnava prestigio, pellegrini e una festa in più nel calendario. La cronologia della ricostruzione va tenuta a mente quando si guarda l'interno: quello che si vede è settecentesco, non medievale, e chi cerca il medioevo deve scendere a San Donato.

Il tempietto della Madonna degli Angeli
La storia di questo edificio è la più drammatica del paese. Fu eretto nell'anno giubilare 1600, quando i castelnovesi, rimasti immuni da una epidemia che aveva seminato strage nei dintorni, sciolsero un voto alla Vergine. La costruzione venne affidata a due maestri muratori, Mastro Plauto e Mastro Giovanni, che realizzarono un tempietto a pianta rotonda con quattro cappelle e un'abside, tirato su in pietra spugnosa locale, cioè in travertino poroso di cava vicina. Nel 1698 fu aggiunto il campanile.
Poi il disastro. Nel 1933 l'edificio, ormai fatiscente, crollò: dell'antico tempietto rimase illeso soltanto il muro su cui si apriva la nicchia con l'immagine della Madonna. La ricostruzione integrale avvenne nel 1939 a spese del cavalier Angelo Salustri Galli, della famiglia che aveva ereditato il palazzo dei Simonetti. Quello che si vede oggi, quindi, è un edificio del Novecento che conserva il nucleo devozionale seicentesco. Detto senza giri di parole: chi ci va cercando un monumento del Seicento resterà deluso, chi ci va per capire come una comunità tiene in vita un voto attraverso tre secoli e un crollo ne uscirà soddisfatto. La festa in onore della Madonna degli Angeli cade la prima domenica di agosto.
La chiesa di Santa Maria fuori le mura
Meno nota e più modesta, la chiesa di Santa Maria fu eretta fuori dalla cinta castellana nel 1577 da un certo Mastro Giovanni, cui andò un compenso di venti scudi. Il dato contabile è prezioso perché fissa insieme la data, l'autore e il costo di un edificio minore: documenti di questo tipo, per l'edilizia rurale del Cinquecento, sono rari. Venti scudi erano una somma contenuta, coerente con una costruzione piccola e senza pretese decorative, del genere che serviva ai contadini che lavoravano gli uliveti fuori porta e non salivano al castello per la messa feriale.
I palazzi di Castelnuovo di Farfa e la famiglia Simonetti
Palazzo Simonetti, oggi Salustri Galli
Il palazzo dei marchesi Simonetti è l'edificio civile più importante del borgo, con i suoi giardini all'italiana, ed è oggi proprietà della famiglia Salustri Galli. Nasce da un'operazione tipicamente rinascimentale: le fortune accumulate dalla famiglia consentirono di acquistare e ristrutturare più edifici contigui, fondendoli in un unico palazzo signorile. È il modo in cui, in tutta l'Italia centrale, una famiglia emergente costruiva la propria residenza dentro un tessuto medievale già saturo, senza avere lo spazio per una fabbrica ex novo.
Fra i Simonetti spicca il cardinale Giuseppe Simonetti, concittadino: la sua elevazione alla porpora nel 1766 fu celebrata in paese con tre giorni di spettacoli, musiche, spari e fuochi d'artificio. Tre giorni di festa per un borgo di mille anime sono una misura eloquente di che cosa significasse, per una comunità rurale dello Stato pontificio, avere un cardinale di casa: significava protezione, raccomandazioni, denaro per le chiese. Non è un caso che appena tre anni dopo, nel 1769, cominciasse la ricostruzione della parrocchiale finanziata proprio dai Simonetti.

Palazzo Perelli fra municipio e museo
Palazzo Perelli è l'altro polo civile del borgo. Edificio cinquecentesco, restaurato, ospita gli uffici comunali e il Museo dell'Olio della Sabina: la stessa scala porta all'anagrafe e alle sculture di Maria Lai. Chi arriva in settimana per una pratica amministrativa incrocia i visitatori del museo, e viceversa. È una convivenza che in Italia si vede raramente e che funziona: il museo non è un corpo estraneo calato sul paese, è una funzione del municipio.
La storia di Castelnuovo di Farfa dalla preistoria al Novecento
La Grotta Scura e la preistoria del territorio di Castelnuovo di Farfa
Il territorio è frequentato almeno dal Neolitico. Il sito protostorico più importante è la Grotta Scura, al termine di via Cornazzano, a poca distanza dal fiume Farfa. I primi ritrovamenti risalgono al 1987-88, quando il Gruppo Speleologico Orofino rinvenne frammenti ceramici protostorici databili all'età del Bronzo medio, quindi al quindicesimo e quattordicesimo secolo avanti Cristo. La cavità si apre con una stretta apertura e prosegue in un'ampia sala scavata nella roccia calcarea, dove il materiale è stato recuperato.
La descrizione degli studiosi parla di un lungo corridoio che dalla sala conduce a una serie di piccoli ambienti con resti di focolari, ossa animali e vasi integri: gli unici materiali in giacitura sicuramente primaria, cioè trovati dove furono depositati. Alcuni frammenti con decorazione appenninica hanno permesso di datare la frequentazione a tutta la durata della media età del Bronzo. La grotta ha un ramo attivo e due rami fossili posti a livelli diversi, raggiungibili tramite cunicoli, e un braccio lungo oltre duecento metri periodicamente occupato dalle acque, nel quale sono stati rinvenuti insieme oggetti ceramici protostorici e di epoca romana, lucerne in terracotta e monete.
La presenza di vasi integri in ambienti difficilmente accessibili dimostra che una parte della cavità fosse riservata alla deposizione di offerte, e le tracce di focolari riferibili a cerimonie rituali indicano un uso insieme abitativo e cultuale. La presenza di acque sorgive rafforza la lettura cultuale: nel mondo antico l'acqua che esce dalla roccia è quasi sempre sacra. Su questa base è stata avanzata l'identificazione della Grotta Scura con il santuario di Marte che Dionigi di Alicarnasso colloca presso Suna, antica città degli Aborigeni, identificata con l'attuale Toffia. Va detto con chiarezza: è un'ipotesi moderna, per quanto affascinante, non un dato accertato. Resta comunque uno dei luoghi di culto in grotta più antichi di tutta la Sabina.
Il Farfa monastico: San Lorenzo Siro e la donazione di Taneldis
Nel sesto secolo le fonti collocano in zona l'arrivo di San Lorenzo Siro, alla cui figura è legata la fondazione dell'Abbazia di Farfa, con opera di evangelizzazione anche nei territori limitrofi. Il fulcro del popolamento dell'area era la chiesa dedicata a San Donato. Con lo stanziamento longobardo la zona finì in possesso di una famiglia di origine germanica: nel 768 la superstite, Taneldis, la donò all'abbazia. In questo luogo i monaci fondarono una chiesa dedicata a San Donato, ricordata per la prima volta in un documento dell'817, con il quale il vescovo di Arezzo Giovanni la cedeva al monastero di Farfa in cambio di altri beni. L'elenco delle pertinenze citate nell'atto, terre, case, chiese, selve, mulini, dice il livello di organizzazione che si era formato attorno alla chiesa: un'azienda agricola, prima ancora che una parrocchia.
Quella chiesa divenne il centro catalizzatore del territorio, elemento di aggregazione sociale, antesignano del castrum. È il modello che gli storici chiamano incastellamento: prima la chiesa raccoglie le case sparse, poi il muro le chiude.
Agello, Cavallaria e il Castellum Sancti Donati
Nei primi decenni del decimo secolo, a poca distanza dalla chiesa e contro la volontà del monastero, fu fondato il castello di Agello, oggi del tutto scomparso. La risposta farfense fu immediata: anche intorno alla chiesa di San Donato sorse un insediamento fortificato e cinto da mura, il Castellum Sancti Donati, citato in un documento del 1046 che ne attesta la cessione al vicino monastero. Ebbe vita breve e fu abbandonato dopo pochi decenni, nel 1104, mentre la chiesa mantenne a lungo il ruolo di chiesa matrice per l'intera zona, fin sullo scorcio del Cinquecento.
Sempre nel territorio di Castelnuovo, nel decimo secolo, sorse un altro insediamento fortificato: Cavallaria, su un'altura che dominava il Riana, lo spazio dove si teneva il mercato settimanale e dove era stato costruito il palazzo nel quale veniva amministrata la giustizia degli abati farfensi. Mercato e tribunale nello stesso punto: chi controllava quel poggio controllava il denaro e le sentenze della valle.
La fondazione del Castrum Novum di Castelnuovo di Farfa
La fondazione del Castrum Novum, cioè del paese attuale, è tarda: avvenne dopo il 1287 e prima del 1312. Non fu la nascita di una comunità nuova, ma un riaccorpamento: i territori dei due castelli in fase di abbandono, Cavallaria e Agello, e la popolazione sparsa che gravitava intorno alla chiesa altomedievale dei Santi Filippo e Giacomo in Quinza confluirono in un solo insediamento fortificato sul colle. Da qui il nome: castello nuovo, in contrapposizione ai vecchi.
Il nuovo insediamento si articolò intorno alla chiesa di San Nicola. E qui vale la pena fermarsi su un punto che le guide sbrigative confondono: la chiesa di San Nicola che si vede oggi non è quella medievale, ma la ricostruzione settecentesca voluta dall'abate commendatario di Farfa Antonio Lante e realizzata fra 1769 e 1779. Nel 1456 Castelnuovo compare già citato fra i castelli più importanti della Sabina.
Sette secoli di lite con l'Abbazia di Farfa
La vicenda più singolare della storia locale comincia nel 1288 e finisce nel 1937. Oggetto del contendere: la proprietà del colle su cui sorgeva il castrum. Secondo i castellani apparteneva alla comunità, secondo i monaci all'Abbazia di Farfa. La disputa non si risolse né nel Trecento né nei secoli successivi, si trascinò attraverso il dominio farfense, le commende, lo Stato pontificio, l'unità d'Italia, e fu chiusa soltanto da un regio decreto del 1937 in favore dell'antico borgo. Seicentocinquant'anni di causa: chi pensa che la lentezza della giustizia italiana sia un'invenzione contemporanea trovi il tempo di rileggere questa storia.
Castelnuovo restò comunque sempre dentro la signoria territoriale farfense. Nel Quattrocento, in un momento di instabilità politica e militare, fu occupata da alcuni seguaci degli Orsini; nel 1477 i cippi confinari, rimossi dagli abitanti, vennero riportati al loro posto dall'abate commendatario. Sono episodi minori solo in apparenza: spostare un cippo, nel medioevo, equivaleva a falsificare un catasto.
La leggenda delle tre famiglie e gli armeni in Sabina
La nascita del paese è colorita da una leggenda: tre famiglie di origine orientale, convertite da un monaco farfense di nome Raniero, sarebbero state condotte in Italia per popolare il nuovo insediamento. Come racconto di fondazione è poco verosimile, e va classificato per quello che è, cioè tradizione locale. Ma un fondo di plausibilità storica esiste: la presenza di armeni in Sabina è attestata nel primo Trecento, proprio negli anni della riorganizzazione del popolamento condotta da Farfa, e non si può escludere che alcuni di loro abbiano contribuito a dare vita al castello. Distinguere fra il fatto documentato e la leggenda, qui, è esattamente il lavoro dello storico.

L'olio Sabina DOP, il prodotto che ha dato un museo a Castelnuovo di Farfa
La denominazione di origine protetta Sabina è una delle più antiche del settore oleario italiano: il riconoscimento comunitario porta la data del primo luglio 1996, e la denominazione viene comunemente indicata come la prima ottenuta da un olio extravergine in Italia. La zona di produzione comprende oltre cinquanta comuni fra la provincia di Rieti e la Città metropolitana di Roma, dalle terrazze della valle del Tevere all'entroterra subappenninico, e Castelnuovo di Farfa vi rientra a pieno titolo. Il comune aderisce all'Associazione nazionale Città dell'Olio.
Le cultivar ammesse e il disciplinare
Il disciplinare impone che l'olio provenga per almeno il settantacinque per cento da olive delle varietà Carboncella, Leccino, Raja, Pendolino, Moraiolo, Frantoio, Olivastrone, Salviana, Olivago e Rosciola; il restante venticinque per cento può venire da altre varietà locali, fra cui la Fiecciara. La raccolta si svolge dal primo ottobre al trentuno gennaio, la resa in olio non può superare il venticinque per cento in peso, le olive vanno lavate a temperatura ambiente e non sono ammessi altri trattamenti. L'acidità totale espressa in acido oleico non deve superare 0,6 grammi per cento grammi, il numero di perossidi resta entro quattordici milliequivalenti di ossigeno per chilogrammo e l'acido oleico non scende sotto il sessantotto per cento.
Come si riconosce un olio Sabina DOP davvero buono
Il colore è giallo verde con riflessi dorati, il profumo fruttato, il gusto vellutato e uniforme, aromatico, con note dolci accompagnate da amaro e piccante negli oli appena franti. Amaro e piccante sono pregi, non difetti: chi li scambia per errori di lavorazione non ha mai assaggiato un olio nuovo. Il consiglio che do sempre ai gruppi è di comprare l'olio direttamente dai frantoi e dalle aziende agricole della zona fra novembre e gennaio, quando la molitura è fresca, e di diffidare del prezzo troppo basso: un extravergine DOP che costa quanto un olio da supermercato non è quello che dice di essere. Chi è interessato al tema può leggere anche le guide inglesi su cibo e vino italiani pubblicate su ItalyPlanner.
L'Abbazia di Farfa a due chilometri da Castelnuovo di Farfa
Ad appena due chilometri in linea d'aria, in mezzo al verde, si riconosce la mole dell'Abbazia di Farfa, uno dei grandi monasteri d'Europa. Fu fondata fra il 560 e il 570 e la tradizione attribuisce a Tommaso di Morienne, che ne fu il primo abate e morì nel 720, il rilancio dopo un periodo di abbandono. In età carolingia raggiunse una potenza difficile da immaginare oggi: controllava seicento fra chiese e monasteri e centotrentadue fra castelli e piazzeforti, e Carlo Magno vi passò poco prima dell'incoronazione imperiale del Natale dell'800.
Le incursioni saracene costrinsero i monaci alla fuga verso Roma; la ripresa arrivò con l'abate Ratfredo, che portò a termine la chiesa nel 913. Nell'undicesimo secolo il monaco Gregorio da Catino raccolse nel suo cartulario oltre milletrecento documenti, una fonte fondamentale per la storia sociale ed economica dell'Italia medievale, e proprio quei documenti permettono oggi di ricostruire con precisione insolita la storia di paesi minuscoli come Castelnuovo. L'abbazia divenne commenda nel 1399, entrò nella Congregazione Cassinese nel 1547 e fu dichiarata monumento nazionale nel 1928. Il consiglio pratico è banale e va detto lo stesso: chi sale a Castelnuovo di Farfa e non scende a Farfa spreca metà giornata.
Natura intorno a Castelnuovo di Farfa: il fiume, le gole, i Monti Sabini
Il Monumento Naturale Gole del Farfa
Il fiume Farfa, affluente di sinistra del Tevere, scava a valle del paese un tratto di forra fra versanti rivestiti di bosco. L'area protetta, istituita con decreto del presidente della Regione Lazio il 21 giugno 2007, si estende su 64,48 ettari e ricade amministrativamente nel comune di Mompeo, che ne è anche l'ente gestore. La percorrono sentieri segnati dal Club Alpino Italiano, fra cui i numeri 351E, 352 e 352B. È un ambiente umido, fresco anche a luglio, con acque limpide e salti d'acqua, frequentato da chi pratica escursionismo e, nei tratti adatti e con accompagnatori qualificati, torrentismo. Due avvertenze da professionista: le portate del Farfa cambiano in fretta dopo le piogge, e le rocce bagnate sono scivolose. Scarponi, non sandali.

Dove il Farfa incontra il Tevere
Più a valle il fiume sfocia nel Tevere dentro la Riserva naturale Tevere-Farfa, zona umida di importanza internazionale e paradiso del birdwatching. Chi vuole costruire una giornata coerente può legare il borgo, il museo, le gole e la riserva: sono tutti tasselli dello stesso bacino idrografico, e raccontati insieme spiegano il paesaggio della bassa Sabina meglio di qualunque singolo monumento.
Gli uliveti e il paesaggio agrario
Attorno a Castelnuovo di Farfa il paesaggio è fatto di uliveti terrazzati, seminativi e boschi cedui. Gli olivi della Sabina hanno una caratteristica che colpisce chi arriva dal nord: molti sono monumentali, con tronchi cavi e contorti che testimoniano secoli di potature. La cura dei terrazzamenti è il lavoro invisibile che tiene in piedi questo scenario, e il calo demografico dei paesi collinari è la vera minaccia al paesaggio, molto più del turismo.
Feste, tradizioni e sagre di Castelnuovo di Farfa
Il calendario del paese è fitto e segue ancora il ritmo agricolo. Ecco le ricorrenze principali, con l'avvertenza che le date possono slittare al fine settimana più vicino e vanno confermate con il Comune.
Il calendario delle feste
La Festa di Sant'Antonio Abate cade il 17 gennaio, con la benedizione degli animali e dei mezzi agricoli, e in genere si celebra la domenica. Il primo maggio è dedicato ai Santi Filippo e Giacomo, con la scampagnata a base di fave, pecorino e salsicce, la stessa intitolazione dell'antica chiesa di Quinza da cui venne parte della popolazione fondatrice. Fiorile occupa i primi due fine settimana di giugno, con il centro storico infiorato e il concorso dei balconi. La prima domenica di agosto si onora la Madonna degli Angeli; il 14 agosto arriva la sagra delle fregnacce con la persa, la pasta all'uovo tirata a mano condita con la maggiorana, che qui si chiama appunto persa. Il primo fine settimana di settembre si celebrano Sant'Anna e la Madonna del Ponte a Granica, la terza domenica di settembre la Festa del Pane, la terza domenica di ottobre la Madonna del Santissimo Rosario. Il 31 ottobre il paese ospita l'Halloween Gothic Fest. La prima domenica di dicembre si festeggia San Nicola di Bari, patrono, la cui ricorrenza liturgica cade il 6 dicembre.
La sagra delle fregnacce, la più autentica
Se dovessi indicare una sola data a chi non conosce la Sabina, sceglierei il 14 agosto. Le fregnacce sono una pasta povera, acqua e farina con poco uovo, tirata sottile e tagliata a strisce irregolari; la persa, cioè la maggiorana, entra nel condimento e cambia completamente il profilo aromatico rispetto al basilico a cui i romani sono abituati. Mangiarle nel paese che le ha inventate, in una sera di mezza estate, vale il viaggio più di qualunque ristorante blasonato del litorale.
Cosa vedere intorno a Castelnuovo di Farfa in un raggio di venti minuti
Il borgo si visita in mezza giornata, museo compreso. Il modo giusto di usarlo è dentro un itinerario di zona. Nell'immediato circondario ci sono Toffia, Fara in Sabina con il suo borgo alto e il museo civico, Bocchignano, Poggio Mirteto, capoluogo storico della bassa Sabina, e ovviamente l'Abbazia di Farfa. Salendo verso nord si incontrano Casperia, uno dei borghi meglio conservati del Lazio, Roccantica, Poggio Catino, Torri in Sabina con i ruderi di Rocchettine, il borgo fantasma, e Contigliano.
Verso il Tevere si raggiungono Civitella San Paolo, Castelnuovo di Porto, Civita Castellana e Orte. Chi ha più giorni e vuole spingersi nel Reatino trovi il tempo per Rieti, Cittaducale, Cantalice, Antrodoco, Borgo Velino, Leonessa e la stazione sciistica del Terminillo, che dista da qui poco più di mezz'ora di macchina in condizioni normali di traffico.
Una curiosità su Castelnuovo di Farfa (RI)
La curiosità che pochi conoscono riguarda l'acustica, non l'architettura. Dentro la chiesa altomedievale di San Donato, il sito che il Museo dell'Olio della Sabina ha reso visitabile in fondo al sentiero che scende dal borgo, il visitatore ascolta un canto contemporaneo in latino costruito sull'inno crismale per il Giovedì Santo attribuito a Sant'Efrem il Siro. Efrem, nato a Nisibi e morto a Edessa nel 373, è uno dei padri della Chiesa siriaca e uno dei più grandi poeti cristiani di ogni epoca: scriveva inni in siriaco destinati a cori femminili, e la sua produzione ci è arrivata in gran parte attraverso traduzioni. Trovare la sua voce, mediata da una composizione di oggi, dentro un edificio rurale della Sabina, è un cortocircuito culturale che nessuna guida cartacea prepara.
C'è un secondo livello di curiosità, ed è archeologico. La chiesa non è stata restaurata alla maniera consueta, cioè ricostruendo i muri mancanti: dove il muro non c'era più sono stati inseriti diaframmi trasparenti, così che il visitatore vede insieme la struttura antica, il casolare moderno che l'aveva inglobata e il paesaggio esterno. È una scelta museografica coraggiosa, ancora oggi minoritaria in Italia, e dice molto sulla qualità del progetto che ha dato a Castelnuovo di Farfa il suo museo. Aggiungo l'osservazione che faccio sempre ai gruppi: sotto strutture moderne, nei pressi, resta visibile il criptoportico di una villa rustica di età repubblicana. Significa che quel punto della campagna è stato scelto, abbandonato e riscelto per almeno duemila anni di seguito. Non è la chiesa ad aver attirato le case: è il posto ad aver attirato tutto il resto, l'acqua, la strada, la villa romana, la chiesa, il cimitero e infine il museo.
Una cosa che non ti dice nessuno su Castelnuovo di Farfa (RI)
Nella piana sotto il paese, a metà strada fra il borgo e l'Abbazia di Farfa, funzionò per pochi mesi del 1943 un campo di internamento civile. La struttura, progettata per accogliere fino a duemilasettecento internati, non raggiunse mai quella capienza a causa dell'andamento della guerra: nell'estate del 1943 vi erano trattenute circa centotrentacinque persone, fra cui un primo gruppo di ventuno ebrei. Il campo restò attivo da giugno a settembre. Dopo l'armistizio dell'8 settembre le guardie abbandonarono il posto e gli internati si dispersero entro la fine del mese. Quasi tutti gli ebrei che vi erano stati rinchiusi sfuggirono alla cattura e alla deportazione: uno solo fu arrestato nel novembre 1943 e deportato ad Auschwitz nell'aprile del 1944.
Nel dopoguerra l'area cambiò funzione e divenne un centro di raccolta profughi: nel 1948 vi vivevano quasi novecento persone, in prevalenza provenienti da Jugoslavia, Germania, Ungheria, Polonia, Romania e Albania. È una pagina che i depliant turistici della Sabina non raccontano quasi mai, e che invece appartiene a pieno titolo alla storia di questo territorio quanto le torri e i frantoi. Chi visita Castelnuovo di Farfa dovrebbe saperlo prima di guardare la piana dal belvedere: quel paesaggio di uliveti e campi, così pacifico, ha ospitato in pochi anni prigionia e accoglienza, deportazione mancata e nuova vita per centinaia di persone. La mia opinione è che questa memoria meriterebbe un pannello permanente lungo la strada, e che finché non ci sarà toccherà alle guide raccontarla a voce.
Il consiglio che ti do per visitare Castelnuovo di Farfa (RI)
Primo consiglio, quello che conta di più: telefonate prima. Il Museo dell'Olio della Sabina apre in modo pieno nei fine settimana e nei festivi, e nei giorni feriali funziona su prenotazione, con visite guidate a orari fissi. Arrivare di mercoledì mattina senza aver chiamato significa vedere il paese da fuori e ripartire. Un numero e trenta secondi risolvono il problema.
Secondo consiglio: date al borgo il tempo giusto, che non è un'ora. Il museo diffuso richiede almeno due ore fra le sale di Palazzo Perelli, il frantoio nell'ex forno e la discesa a San Donato con il giardino degli olivi. Aggiungete un'ora per il centro storico, Porta Castello, Porta Cisterna, la parrocchiale e la fontana. Fanno tre ore piene. Se poi volete scendere alle gole del Farfa, quella è un'altra mezza giornata e serve un cambio di scarpe.
Terzo consiglio, sulla stagione. Il momento migliore per Castelnuovo di Farfa è novembre, durante la molitura: i frantoi lavorano, l'aria profuma di olive frante e l'olio nuovo si assaggia sul pane abbrustolito come si deve. Il secondo momento migliore sono i primi due fine settimana di giugno, quando il centro storico è infiorato per Fiorile. Il momento peggiore è il pomeriggio di un sabato di agosto alle tre: fa caldo, la pietra restituisce calore e le vie sono deserte per una ragione precisa, che chiunque abiti qui conosce bene. Ultimo consiglio pratico: parcheggiate lungo via Roma ed entrate a piedi, e portatevi contanti, perché nei paesi di mille abitanti non tutti gli esercizi accettano carte senza problemi.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Tutti sanno che la Sabina produce olio d'oliva di qualità. Quasi nessuno sa che la denominazione Sabina è comunemente indicata come la prima DOP olearia riconosciuta in Italia, con provvedimento comunitario del primo luglio 1996, e soprattutto quasi nessuno sa che cosa comporti concretamente quel disciplinare. Comporta che almeno tre quarti delle olive appartengano a un elenco chiuso di dieci varietà, con la Carboncella in testa; che la raccolta si concluda entro il 31 gennaio; che la resa non superi il venticinque per cento in peso; che le olive vengano lavate ad acqua a temperatura ambiente e che nessun altro trattamento sia ammesso. Comporta un'acidità massima dello 0,6 per cento e un contenuto minimo di acido oleico del sessantotto per cento.
Il fatto poco citato, però, è un altro, ed è storico. La fama dell'olio sabino non nasce nel 1996 e nemmeno nel medioevo monastico: nasce nell'antichità. Galeno, il medico di Pergamo che esercitò a Roma nel secondo secolo dopo Cristo, indicava l'olio della Sabina come il migliore del mondo antico, e su quel giudizio la zona ha costruito duemila anni di reputazione commerciale. L'Abbazia di Farfa, nel medioevo, gestì e organizzò la produzione olearia dei suoi castelli, Castelnuovo compreso, e il Museo dell'Olio della Sabina esiste proprio perché questo paese si trova al centro di quella filiera. Detto brutalmente: il museo non è stato calato dall'alto su un tema qualunque, è cresciuto sul mestiere vero degli abitanti.
La foto giusta da fare a Castelnuovo di Farfa (RI)
La fotografia che ripaga di più non è quella del borgo visto da lontano, per quanto il colle isolato sia fotogenico. È lo scatto che si ottiene dal fondovalle, guardando il fronte nord del paese nella luce del tardo pomeriggio: da lì i prospetti ciechi delle case, rinforzati dai contrafforti, si leggono come un'unica muraglia continua, ed è l'unico punto da cui si capisce visivamente che quelle abitazioni erano le mura del castello. Serve un teleobiettivo moderato per comprimere i piani e far emergere il campanile della parrocchiale sopra la linea dei tetti.
La seconda foto è dentro San Donato. Il gioco fra i diaframmi trasparenti, la muratura antica e la campagna che si vede attraverso il vetro produce immagini che nessun altro sito archeologico della Sabina offre: conviene esporre per l'esterno e lasciare che la pietra resti in penombra, invece di schiarire tutto e perdere il contrasto. Il flash, oltre a essere spesso vietato, rovinerebbe l'effetto.
La terza, se capitate in stagione, è il dettaglio: le olive sul ramo, la macina del frantoio settecentesco, il filo di olio nuovo che cade sul pane. Il consiglio da professionista è di rinunciare al grandangolo. A Castelnuovo di Farfa il grandangolo mangia il paese e restituisce una fila di case anonime; il cinquanta millimetri, o un piccolo tele, obbliga a scegliere ed è per questo che funziona. Quanto alla luce, la prima ora dopo l'alba di una giornata di novembre, con la foschia nella valle del Farfa e il paese che emerge dal grigio, è il momento fotografico migliore dell'anno.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il primo avvenimento è una donazione. Nel 768 una donna di stirpe germanica, Taneldis, ultima superstite della famiglia longobarda che possedeva queste terre, le cedette all'Abbazia di Farfa. Da quel gesto discende tutto il resto: il monastero organizzò il popolamento, fondò la chiesa di San Donato, avviò la produzione agricola e in definitiva costruì il paese. Il secondo avvenimento è documentario: nell'817 il vescovo di Arezzo Giovanni cedette la chiesa di San Donato al monastero di Farfa in cambio di altri beni, e l'atto elenca terre, case, chiese, selve e mulini. È la prima fotografia scritta di questo territorio.
Il terzo è un atto di forza. Nei primi decenni del decimo secolo, contro la volontà del monastero, venne fondato il castello di Agello; la risposta farfense fu la fortificazione del Castellum Sancti Donati, attestato nel 1046 e abbandonato già nel 1104. Il quarto avvenimento è la fondazione vera e propria: fra il 1287 e il 1312 nasce il Castrum Novum, per riaccorpamento delle popolazioni di Agello, di Cavallaria e delle case sparse intorno alla chiesa dei Santi Filippo e Giacomo in Quinza.
Il quinto è la lite più lunga della Sabina. Nel 1288 comincia la contesa fra gli abitanti e l'Abbazia di Farfa sulla proprietà del colle del castello: si chiuderà soltanto con il regio decreto del 1937, in favore del borgo. Nel mezzo, il 1456 con la citazione di Castelnuovo fra i castelli maggiori della Sabina, l'occupazione quattrocentesca da parte di seguaci degli Orsini e il 1477, quando l'abate commendatario fece ricollocare i cippi confinari che gli abitanti avevano rimosso.
Il sesto avvenimento è sanitario e devozionale insieme: nel 1600, anno giubilare, un'epidemia devastò i dintorni e risparmiò il paese. I castelnovesi sciolsero il voto costruendo il tempietto della Madonna degli Angeli, opera di Mastro Plauto e Mastro Giovanni, cui si aggiunse il campanile nel 1698. Il settimo è militare e amministrativo: la delibera consiliare del 1592 registra almeno cinquanta archibugi e quattro archibugioni a disposizione del castello.
L'ottavo è del Settecento e cambiò il volto del borgo: l'elezione a cardinale del concittadino Giuseppe Simonetti nel 1766, festeggiata con tre giorni di musiche, spari e fuochi artificiali, e a ruota la ricostruzione della parrocchiale di San Nicola fra il 1769 e il 1779 su progetto del capomastro Antonio Lepri, finanziata dai Simonetti e realizzata con il lavoro dei castellani. Nel 1781 vi fu tumulato il corpo di San Vittore, martire fanciullo. Il nono avvenimento è un crollo: nel 1933 la Madonna degli Angeli venne giù, salvo il muro della nicchia con l'immagine mariana, e nel 1939 fu ricostruita a spese del cavalier Angelo Salustri Galli.
Il decimo appartiene alla storia del Novecento europeo. Fra giugno e settembre 1943 la piana sotto il paese ospitò un campo di internamento civile con circa centotrentacinque persone, fra cui ventuno ebrei; dopo l'8 settembre gli internati si dispersero e quasi tutti sfuggirono alla deportazione. Nel 1948 lo stesso sito accoglieva quasi novecento profughi dall'Europa centro orientale. L'undicesimo è recente e pacifico: nel 2001 l'apertura del Museo dell'Olio della Sabina dentro Palazzo Perelli, che ha dato al paese una funzione culturale nuova. E il dodicesimo, ambientale, è del 21 giugno 2007, quando la Regione Lazio istituì il Monumento Naturale Gole del Farfa, 64,48 ettari di forra fluviale a poca distanza dal borgo.
Chi è passato da Castelnuovo di Farfa (RI)
Cominciamo dalla figura più antica e più incerta, dichiarandone il grado di certezza. La tradizione colloca nel sesto secolo, in questa zona, San Lorenzo Siro, alla cui predicazione si lega la fondazione dell'Abbazia di Farfa e l'evangelizzazione dei territori limitrofi: è tradizione, non documento. Documentata è invece Taneldis, la donna longobarda che nel 768 donò a Farfa le terre su cui sarebbe nato il paese: un nome solo, in un atto, e il destino di un borgo.
Del vescovo di Arezzo Giovanni resta l'atto dell'817 con cui cedette San Donato al monastero farfense. Nel 1477 fu l'abate commendatario di Farfa a intervenire di persona per ristabilire i cippi confinari rimossi dagli abitanti. Nel Quattrocento passarono di qui, in armi, seguaci degli Orsini, la famiglia baronale che si contendeva con i Colonna il controllo del Lazio. Nel Cinquecento vi lavorò Mastro Giovanni, il muratore pagato venti scudi per la chiesa di Santa Maria fuori le mura, e nel 1600 gli stessi Mastro Giovanni e Mastro Plauto costruirono il tempietto della Madonna degli Angeli: nomi di artigiani, non di principi, ed è raro che si conservino.
Il personaggio più illustre nato qui è il cardinale Giuseppe Simonetti, elevato alla porpora nel 1766. La sua famiglia, i marchesi Simonetti, riplasmò il volto civile del borgo costruendo il palazzo con i giardini all'italiana passato poi ai Salustri Galli, e finanziò la ricostruzione della parrocchiale. L'abate commendatario Antonio Lante volle quella ricostruzione, realizzata dal capomastro Antonio Lepri fra 1769 e 1779. Nel Novecento il nome che ricorre è quello del cavalier Angelo Salustri Galli, che nel 1939 pagò di tasca propria la ricostruzione della Madonna degli Angeli.
Poi ci sono i passaggi involontari, e sono quelli che colpiscono di più: le centotrentacinque persone internate nel campo della piana nell'estate del 1943, fra cui ventuno ebrei, e le quasi novecento profughe e profughi dall'Europa centro orientale che vi trovarono rifugio nel 1948. Infine i contemporanei, e sono artisti di primo piano: Maria Lai, Alik Cavaliere, Hidetoshi Nagasawa, Gianandrea Gazzola e Ille Strazza hanno lasciato opere dentro il Museo dell'Olio della Sabina e lungo il paese. Che un borgo di mille abitanti possa vantare una installazione di Maria Lai e un ulivo di Nagasawa è la cosa meno prevedibile di tutta questa storia, e la ragione per cui vale la pena salirci.

Visitare Castelnuovo di Farfa con i bambini, in gruppo e con mobilità ridotta
Castelnuovo di Farfa con i bambini
Il museo funziona benissimo con i bambini dai sei anni in su, e non per gentilezza: le oleophona suonano, il frantoio a trazione animale si capisce a colpo d'occhio, il giardino degli olivi del mondo permette di toccare foglie diverse fra loro. Il museo dichiara attività didattiche e tariffe agevolate per le scolaresche, fissate a 2,50 euro. Il tratto di sentiero verso San Donato è breve e alla portata di gambe piccole, ma va fatto con scarpe chiuse.
Visite di gruppo e accompagnamento professionale
Per i gruppi il museo richiede prenotazione e, dai dieci partecipanti in su, apre anche nei giorni infrasettimanali. Chi organizza viaggi di gruppo in Sabina e cerca personale certificato può rivolgersi alla rete di accompagnatori turistici di TourLeaderPro, che lavora regolarmente su itinerari del Lazio interno. Per le esperienze private e i piccoli gruppi esiste una linea dedicata alle esperienze su misura.
Accessibilità
Il museo dichiara servizi di accoglienza per visitatori con disabilità. Il centro storico, però, è un castello medievale in pendenza, con pavimentazioni lastricate irregolari e gradini: chi si muove in sedia a rotelle o con difficoltà motorie valuti con onestà il percorso e chieda informazioni puntuali al museo prima di partire. Il sentiero verso San Donato è sterrato e non è adatto a tutti.
Dove mangiare e dormire a Castelnuovo di Farfa
La ricettività è quella di un paese di mille abitanti: agriturismi e case di campagna nei dintorni, qualche trattoria e qualche azienda agricola che vende direttamente. La cucina è quella sabina, cioè povera e grassa nel senso buono: pasta all'uovo tirata a mano, fregnacce con la persa, pecorino, salsicce, legumi, agnello, e naturalmente olio extravergine su tutto. Il consiglio è di mangiare fuori dal centro, negli agriturismi in mezzo agli uliveti, e di comprare l'olio direttamente in azienda invece che nei negozi di souvenir. Chi prepara un viaggio in Italia e legge in inglese trova un inquadramento generale della regione nella guida al Lazio di ItalyPlanner e idee di escursione nella pagina dedicata alle gite di un giorno.
Domande veloci su Castelnuovo di Farfa (RI)
Dove si trova Castelnuovo di Farfa?
In provincia di Rieti, nella Sabina, a 358 metri di quota su un colle fra il fiume Farfa e il torrente Riana. Il CAP è 02031, il prefisso telefonico 0765. Da Roma si arriva in poco più di un'ora.
Quanti abitanti ha Castelnuovo di Farfa?
Poco più di mille, con oscillazioni fra le mille e le mille e cinquanta unità nelle rilevazioni degli ultimi anni. Il territorio comunale copre 8,84 chilometri quadrati.
Come si arriva a Castelnuovo di Farfa da Roma in auto?
A1 in direzione Firenze, uscita Fiano Romano, poi Salaria e provinciale 42 Mirtense, quella che collega Poggio Mirteto a Montopoli di Sabina. In alternativa Salaria dal Grande Raccordo Anulare, senza pedaggio.
Si può arrivare a Castelnuovo di Farfa con i mezzi pubblici?
Sì, ma con pazienza: treno regionale fino a Poggio Mirteto Scalo e poi autobus extraurbano regionale. Le corse sono tarate su scuole e lavoro e nei giorni festivi si diradano molto: gli orari vanno controllati sul sito del gestore prima di partire.
Quanto costa il biglietto del Museo dell'Olio della Sabina?
Sei euro l'intero, tre euro il ridotto, due euro e cinquanta per le scolaresche.
Quali sono gli orari del Museo dell'Olio della Sabina?
L'apertura ordinaria copre il fine settimana e i giorni festivi dalle 10 alle 18, con chiusura nelle grandi feste comandate. Nei giorni infrasettimanali si entra su prenotazione, in particolare per gruppi dai dieci partecipanti. Le indicazioni delle fonti ufficiali non coincidono sempre: conviene confermare al numero 0765 36370.
Serve prenotare per visitare il museo di Castelnuovo di Farfa?
Nei giorni feriali sì, sempre. Nel fine settimana non è obbligatorio, ma per i gruppi resta consigliato perché le visite guidate partono a orari fissi.
Quanto dura la visita a Castelnuovo di Farfa?
Due ore per il museo diffuso, compresa la discesa a San Donato, e un'altra ora per il centro storico. Tre ore piene per fare le cose per bene, mezza giornata in più se si scende alle gole del Farfa.
Che cosa vedere a Castelnuovo di Farfa in mezza giornata?
Il Museo dell'Olio della Sabina in Palazzo Perelli, il frantoio settecentesco nell'ex forno, la chiesa altomedievale di San Donato con il giardino degli olivi del mondo, la parrocchiale di San Nicola di Bari, il tempietto della Madonna degli Angeli, Porta Castello, Porta Cisterna, la fontana seicentesca e l'esterno di Palazzo Simonetti.
Si possono fare fotografie dentro il museo?
Le regole sugli scatti e sull'uso del flash variano e si chiedono in biglietteria: in ambienti con opere contemporanee in prestito le restrizioni sono frequenti. Nel borgo e lungo il sentiero verso San Donato si fotografa liberamente.
Castelnuovo di Farfa è adatto ai bambini?
Molto. Le oleophona sonore, il frantoio a trazione animale e il giardino degli olivi funzionano bene dai sei anni in su, e il museo propone attività didattiche con tariffa ridotta per le scuole.
Castelnuovo di Farfa è accessibile in sedia a rotelle?
Il museo dichiara servizi di accoglienza per visitatori con disabilità, ma il borgo è un castello medievale in pendenza con lastricati irregolari e gradini, e il sentiero verso San Donato è sterrato. Chiedere informazioni puntuali al museo prima di partire è la cosa sensata da fare.
Quanto dista Castelnuovo di Farfa dall'Abbazia di Farfa?
Due chilometri in linea d'aria, qualche minuto di macchina. Le due visite si abbinano nella stessa giornata senza fatica.
Che differenza c'è fra Castelnuovo di Farfa e Fara in Sabina?
Fara in Sabina è un comune più grande, con un borgo alto scenografico, un museo civico archeologico e l'Abbazia di Farfa nel proprio territorio. Castelnuovo di Farfa è più piccolo e ha una vocazione precisa, l'olio, con un museo che nella sua categoria non ha rivali nel Lazio. Chi ha un giorno solo le vede entrambe.
Che cosa si mangia a Castelnuovo di Farfa?
Fregnacce con la persa, cioè pasta all'uovo tirata a mano con la maggiorana, pecorino, salsicce, fave, legumi, agnello, pane condito con olio nuovo. La sagra delle fregnacce cade il 14 agosto.
Quando si fa la festa del patrono a Castelnuovo di Farfa?
San Nicola di Bari è il patrono e la ricorrenza liturgica è il 6 dicembre; la festa in paese si celebra la prima domenica di dicembre.
Che cos'è Fiorile?
La manifestazione dei primi due fine settimana di giugno, con il centro storico infiorato e il concorso dei balconi fioriti. È il periodo in cui il borgo si vede al meglio dal punto di vista fotografico.
L'olio Sabina DOP si compra a Castelnuovo di Farfa?
Sì, presso frantoi e aziende agricole della zona. Il periodo migliore per l'acquisto è fra novembre e gennaio, subito dopo la molitura. Attenzione ai prezzi troppo bassi: un extravergine DOP ha un costo di produzione che non consente sconti clamorosi.
Le Gole del Farfa si trovano nel comune di Castelnuovo di Farfa?
No. Il Monumento Naturale Gole del Farfa, istituito nel 2007 e ampio 64,48 ettari, ricade nel comune di Mompeo, che ne è anche l'ente gestore, e si raggiunge in pochi minuti da Castelnuovo di Farfa.
Si può fare trekking partendo da Castelnuovo di Farfa?
Sì. Dal centro storico parte il percorso naturalistico che scende verso San Donato e prosegue verso il fiume, e il paese è inserito negli itinerari escursionistici che collegano Poggio Mirteto all'Abbazia di Farfa. Nelle gole i sentieri segnati dal Club Alpino Italiano sono i numeri 351E, 352 e 352B.
Qual è il periodo migliore per visitare Castelnuovo di Farfa?
Novembre, durante la molitura, e i primi due fine settimana di giugno per Fiorile. Da evitare il primo pomeriggio nelle giornate torride di agosto.
Perché Castelnuovo di Farfa si chiama così?
Perché il castello attuale fu fondato fra il 1287 e il 1312 come insediamento nuovo, in sostituzione dei castelli di Agello e Cavallaria che venivano abbandonati, e perché il territorio apparteneva alla signoria dell'Abbazia di Farfa.
Il mio consiglio finale su Castelnuovo di Farfa
Accompagno gruppi in Sabina da molti anni e ho imparato una cosa: i paesi piccoli si difendono male dai visitatori frettolosi. Castelnuovo di Farfa punito da una visita di quaranta minuti diventa un borgo qualunque, con le vie strette e la chiesa chiusa. Trattato bene, cioè con una telefonata in anticipo, tre ore di tempo e la disponibilità a scendere a piedi fino a San Donato, restituisce una delle esperienze museali più originali del Lazio e una lezione di storia che va dal Bronzo medio al 1943 in tre chilometri quadrati. Portatevi via un litro di olio nuovo comprato in azienda e avrete fatto la giornata.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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