Poggio Catino (RI)
Poggio Catino è un comune di poco meno di 1.300 abitanti della provincia di Rieti, in Sabina, a 387 metri di quota, con una superficie di 14,98 chilometri quadrati e un solo nucleo abitato distaccato, il borgo di Catino. Il municipio occupa Palazzo Olgiati, nel centro storico; il CAP è 02040 e il prefisso telefonico 0765. Da Roma si arriva in circa un'ora di auto: Via Salaria fino allo svincolo per Passo Corese, oppure autostrada A1 con uscita Ponzano Romano-Soratte e poi la statale verso Poggio Mirteto. La stazione ferroviaria di riferimento è Poggio Mirteto Scalo, sulla direttissima Roma-Firenze, a una decina di chilometri dal paese: da lì si prosegue in autobus di linea o in taxi, e il servizio va verificato in giornata perché le corse sono poche. Non si paga alcun biglietto per visitare il borgo, la torre di Catino e i belvedere: sono spazi pubblici, aperti sempre. Le chiese hanno orari legati alle funzioni e alla disponibilità dei volontari; per aprire quelle chiuse conviene rivolgersi al Comune. I patroni sono san Silvestro papa, festeggiato il 31 dicembre, e san Rocco, il 16 agosto: il secondo è la festa d'estate, quella in cui il paese si riempie davvero.
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✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
Se cercate altri borghi della stessa valle da mettere in fila nello stesso viaggio, il punto di partenza naturale è la Abbazia di Farfa, dalla quale dipese per secoli tutto quello che vedrete qui.

Dove si trova Poggio Catino e come arrivarci da Roma
Poggio Catino occupa il colle Moricone, sul versante sud-occidentale dei Monti Sabini, con lo sguardo rivolto alla Valle del Tevere. I comuni confinanti sono Cantalupo in Sabina, Forano, Poggio Mirteto, Roccantica e Salisano: cinque nomi che dicono già quale sia il carattere del posto, un mosaico di paesi arroccati a poche curve l'uno dall'altro. Il codice ISTAT del comune è 057052 e gli abitanti si chiamano poggiocatinari.
In auto verso Poggio Catino
La via più comoda da Roma nord è l'autostrada A1 fino all'uscita Ponzano Romano-Soratte, poi la Salaria per Passo Corese e la provinciale che sale a Poggio Mirteto. Da Poggio Mirteto a Poggio Catino restano una decina di chilometri di curve fra oliveti. Chi parte dal quadrante nord-est di Roma può invece prendere la Salaria e restarci fino al bivio per Poggio Mirteto: si fanno più chilometri di statale, ma si evita il pedaggio e si attraversa la campagna sabina invece del rettilineo autostradale. In entrambi i casi il tempo di percorrenza reale, senza traffico, oscilla fra i cinquanta minuti e l'ora e un quarto. Nelle mattine dei giorni feriali il tratto urbano della Salaria fra Villa Spada e il Grande Raccordo Anulare può aggiungere venti minuti buoni: se dovete partire in settimana, uscite da Roma prima delle sette e mezza.
In treno e in autobus fino a Poggio Catino
La stazione di Poggio Mirteto Scalo, sulla linea che collega Roma a Firenze, dista circa dieci chilometri dal centro abitato. I treni regionali da Roma Tiburtina impiegano fra i quaranta e i cinquanta minuti. Dallo scalo il collegamento con i paesi collinari è affidato agli autobus di linea, con corse concentrate negli orari scolastici e molto rade la domenica: chi arriva in treno di sabato pomeriggio rischia di restare a piedi. La soluzione onesta, per chi non guida, è il taxi o il noleggio con conducente da Poggio Mirteto, oppure programmare la visita in giornata infrasettimanale.
Dove lasciare l'auto a Poggio Catino
Il centro storico di Poggio Catino è un intrico di vicoli in salita, con scalinate e passaggi coperti: non ci si entra in automobile e non conviene provarci. Si lascia la vettura negli slarghi lungo la strada che costeggia il paese e si sale a piedi. A Catino il discorso è identico, anzi più severo: la strada che porta ai piedi della torre finisce in uno spiazzo, e da lì si prosegue a piedi per il vecchio borgo. Scarpe chiuse, sempre: il basolato è liscio e in inverno bagnato diventa scivoloso.
Poggio Catino e Catino: due borghi, un solo comune
La cosa che spiazza chi arriva per la prima volta è che qui i paesi sono due. Catino, il più antico, sorge più in basso, intorno ai trecento metri di quota, e conta poco più di un centinaio di residenti. Poggio Catino, il borgo nuovo, occupa il colle sopra, ottanta metri più su. Fra i due c'è una manciata di minuti a piedi lungo la strada, meno di un chilometro; le distanze indicate dalle fonti oscillano, e la percezione cambia se si taglia per i sentieri o si segue l'asfalto. Amministrativamente sono un comune solo, con Catino come frazione, ma sono due organismi urbani distinti, nati in epoche diverse e con due storie che si intrecciano soltanto a partire dall'XI secolo.
Il nome viene dalla conformazione del terreno. Catino deriva dal latino catinum, il recipiente, e allude alla cavità carsica che si apre alla base del massiccio: un catino naturale ai piedi del Monte Tancia, dentro il quale il primo insediamento si annidò. Poggio Catino è, letteralmente, il poggio di quel catino: nei documenti medievali compare come Podium de Catini. Una toponomastica geologica, non agiografica, il che è già una piccola rarità in una regione dove metà dei paesi porta il nome di un santo.
La mia opinione, dopo averci portato gruppi più volte, è che i visitatori sbaglino ordine. Quasi tutti salgono prima a Poggio Catino, che è il capoluogo, e poi scendono a Catino stanchi. Fate il contrario: cominciate da Catino al mattino, quando la luce radente scolpisce la torre, e riservate il pomeriggio a Poggio Catino, che dà il meglio al tramonto dal belvedere. Il paese guadagna moltissimo se lo si legge in ordine cronologico, dal più vecchio al più recente.

Il borgo di Catino e la torre pentagonale
Catino è la ragione per cui vale la pena guidare fin quassù. Il nucleo si dispone a fasce concentriche sotto la sommità del colle, dove svettano i ruderi del castello e la torre. Le case sono addossate le une alle altre, con archi di scarico che scavalcano i vicoli, e conservano l'impianto medievale quasi senza contaminazioni: nessuna lottizzazione novecentesca ha sfondato il perimetro. È un borgo abitato da poche decine di persone, silenzioso, che d'inverno può sembrare disabitato del tutto.
La torre longobarda di Catino, pentagonale e unica
La torre che domina Catino ha pianta pentagonale, e questo è il dato che la rende una rarità nel panorama delle fortificazioni dell'Italia centrale, dove il canone è la torre quadrata o cilindrica. La tradizione locale e la letteratura corrente la fanno risalire all'insediamento longobardo, quindi a un'epoca altomedievale; la datazione precisa dell'elevato, come quasi sempre in questi casi, resta materia di discussione fra archeologi, e chi vi dice una data al secolo esatto vi vende una certezza che non esiste. Quello che si legge a occhio nudo, invece, è la muratura: conci di calcare locale appena sbozzati, corsi irregolari, giunti generosi di malta. Il pentagono nasce quasi certamente per adattamento alla roccia sottostante, non per capriccio geometrico: il costruttore ha seguito il perimetro dello sperone invece di livellarlo, e ne è uscita una figura che dall'alto pare un cuneo.
Il fusto è visibile da lontanissimo. Arrivando dalla direzione della riserva del Tevere-Farfa, la torre annuncia Catino ben prima che si distinguano le case. Salite fino alla base: la sommità del colle è accessibile e i ruderi si costeggiano lungo un sentiero. Non si entra nella torre, e non provateci: i solai interni non esistono più e la struttura non è attrezzata per la visita.
I resti del castello di Catino
Attorno alla torre si riconoscono i ruderi del castello e brani della cinta muraria. Il castrum de Catini compare nella documentazione farfense come uno dei capisaldi del dominio abbaziale sulla Sabina, e la sua rovina racconta il destino di decine di fortificazioni analoghe: perduta la funzione militare fra Cinquecento e Seicento, la pietra fu smontata e riutilizzata nelle case sottostanti. Chi cammina per Catino con l'occhio allenato riconosce nei muri delle abitazioni conci squadrati che vengono chiaramente da lassù.
Nelle giornate limpide, dalla sommità del colle che ospita torre e castello, si distingue a occhio nudo la cupola di San Pietro. Non è un modo di dire dei depliant: la linea di vista corre libera sopra la Valle del Tevere e nelle mattine di tramontana, quando l'aria è tersa e il sole è basso alle spalle, la calotta del Michelangelo emerge nitida sull'orizzonte a sud-ovest. È il momento in cui capite quanto poco lontana sia Roma, e quanto lontana sembri.
Le chiese di Catino
Nel borgo basso si conservano due chiese. La chiesa di Sant'Eustachio, nella piazza omonima, è l'edificio di riferimento della comunità di Catino: l'intitolazione al martire cacciatore rimanda al legame antico fra questi territori e la famiglia dei Conti di Sant'Eustachio, che tenne il feudo nel pieno Medioevo. La seconda è la chiesa di Santa Caterina della Rota, di dimensioni minori. Entrambe sono spesso chiuse fuori dagli orari delle funzioni: chi voglia vederle dentro deve accordarsi con la parrocchia o con il Comune, e conviene farlo con qualche giorno di anticipo, non la mattina stessa.

Che cosa vedere a Poggio Catino: le architetture religiose
Il borgo alto raccoglie un numero di chiese sproporzionato rispetto agli abitanti attuali, e la ragione è semplice: fino all'Ottocento la popolazione era distribuita in confraternite e devozioni distinte, ciascuna con il proprio edificio. Oggi molte funzioni si concentrano in una o due chiese, ma il patrimonio costruito resta.
La chiesa di San Rocco a Poggio Catino
È l'edificio religioso più caratterizzante del capoluogo. Le fonti la datano al XIV secolo; ha navata unica e presenta in facciata un orologio, dettaglio che ne fa da secoli il quadrante pubblico del paese. L'abside conserva affreschi assegnati al XV secolo: pittura devozionale di ambito locale, non la mano di un maestro celebre, ma esattamente il genere di lavoro che permette di capire come si dipingeva in provincia mentre a Roma arrivavano i fiorentini. La chiesa sovrasta la piazza dalla cima della scalinata su cui è posta, e quella scalinata è il vero salotto del borgo: nelle sere d'estate ci trovate seduta la gente del posto a chiacchierare o a bere qualcosa, e se avete la faccia giusta e la pazienza di ascoltare vi raccontano il paese meglio di qualsiasi pannello.
La chiesa di San Nicola e l'urna romana
La chiesa di San Nicola, eretta nel 1621, custodisce due pezzi che meritano la deviazione. Il primo è un'urna cineraria di epoca romana, riutilizzata nell'arredo sacro: un caso di riuso di materiale antico che nella Sabina è ricorrente e che documenta la continuità di frequentazione del territorio. Il secondo è una fonte battesimale rinascimentale. Insieme, questi due oggetti raccontano meglio di molte pagine la stratigrafia culturale del posto: un cinerario pagano e un fonte battesimale cristiano nello stesso ambiente, a un paio di metri di distanza.
La chiesa della Madonna dei Nobili
Datata al XIII secolo, la chiesa della Madonna dei Nobili porta nel titolo la traccia di una committenza aristocratica: gli edifici intitolati in questo modo nascono in genere per iniziativa delle famiglie che detenevano il feudo o di un ceto di possidenti che voleva un proprio spazio di culto distinto da quello della comunità. È la più antica delle chiese del capoluogo secondo la datazione tradizionale.
Sant'Antonio, la Madonna di Costantinopoli, San Silvestro
Completano il quadro devozionale di Poggio Catino la chiesa di Sant'Antonio, quella della Madonna di Costantinopoli e la chiesa di San Silvestro. Quest'ultima ha un peso particolare, perché Silvestro papa è uno dei due patroni del comune e la sua festa cade il 31 dicembre: nella tradizione locale il legame con Silvestro si intreccia con la vicenda della grotta micaelica del Tancia, che secondo i manoscritti conservati alla Biblioteca Vallicelliana di Roma sarebbe stata consacrata proprio da papa Silvestro I. L'intitolazione della Madonna di Costantinopoli, diffusa nell'Italia centro-meridionale fra Cinquecento e Seicento, rimanda invece alla devozione mariana di matrice orientale che si propagò dopo la caduta di Bisanzio.
Il convento di Sant'Agostino
Il complesso conventuale intitolato a Sant'Agostino chiude l'elenco degli edifici religiosi del territorio comunale. Gli insediamenti agostiniani nella Sabina rispondono alla stessa logica dei francescani nella vicina Valle Santa reatina: presidiare i centri minori con una comunità stabile, offrire predicazione e assistenza dove il clero secolare era rado. La condizione attuale degli ambienti e le eventuali possibilità di visita vanno verificate in loco.

Le architetture civili di Poggio Catino
Palazzo Olgiati, sede del Comune di Poggio Catino
Palazzo Olgiati è l'edificio civile principale del borgo e ospita oggi il municipio. Porta il nome della famiglia che acquistò il feudo di Catino e Poggio Catino nel 1614 e lo tenne per due secoli, fino al 1816. Accanto al palazzo si apre il giardino comunale, uno spazio verde affacciato sulla valle che è anche il punto più comodo per una sosta all'ombra: panchine, alberi maturi, vista aperta. È il posto giusto per il panino di mezzogiorno se non volete mettervi a tavola.
Nel 1933 proprio in questo complesso avvenne il ritrovamento che ha reso Poggio Catino famoso ben oltre i confini della Sabina, e di cui parlo più avanti.
Le torri della cinta difensiva
Di Poggio Catino si conservano ancora torri appartenenti alla cinta difensiva. Sono inglobate nel tessuto edilizio, come accade in quasi tutti i borghi fortificati che hanno continuato a vivere: le riconoscete dal cambio di apparecchiatura muraria, dalla curvatura anomala di un muro, dalla presenza di una feritoia tamponata sopra una finestra moderna. Camminare per il centro storico cercando questi indizi è un esercizio che vale mezz'ora e che cambia il modo in cui guardate il paese.
Piazza Belvedere e la vista sulla Valle del Tevere
A Catino si apre Piazza Belvedere, e il nome è una promessa mantenuta. Da qui lo sguardo abbraccia la Valle del Tevere e arriva al Monte Soratte, il rilievo isolato che Orazio vide bianco di neve e che da questa angolatura si staglia come un'isola in mezzo alla pianura. Nelle giornate limpide, come dalla sommità del castello, si scorge la cupola di San Pietro. Il momento buono è l'ora prima del tramonto, quando la luce prende di taglio i calanchi e il Soratte diventa una sagoma viola.
Le Terme di Silla e le tracce romane di Poggio Catino
Che questo territorio fosse abitato in epoca romana non è una deduzione: resti di mura del I secolo a.C. sono stati rinvenuti presso il cimitero di Poggio Catino. La Sabina, dopo la conquista del 290 a.C. e la progressiva integrazione dei Sabini nella cittadinanza romana, si riempì di ville rustiche e residenze di campagna, e questa parte di valle non fece eccezione.
Nei pressi del cimitero si trova il sito archeologico noto come Terme di Silla, di età romana e con ogni probabilità di epoca repubblicana. Il nome è la parte meno affidabile della faccenda: l'attribuzione al dittatore Lucio Cornelio Silla non è documentata, è una denominazione d'uso comune che la letteratura scientifica riporta con cautela. Quello che è certo è la funzione termale dell'impianto e la sua collocazione cronologica alta. Lo studioso Ercole Nardi ha segnalato inoltre altri ruderi di età romana di minore entità in località Casabella, in località Colle Stazi e in località Cairoli: un tessuto di piccoli insediamenti rurali che conferma la vocazione agricola del territorio già duemila anni fa.
Un avvertimento pratico, perché me lo chiedono sempre: il sito non è un parco archeologico attrezzato. Non ci sono biglietteria, percorsi di visita, cartellonistica diffusa. Si vedono strutture murarie in un contesto agricolo. Chi si aspetta le Terme di Caracalla resterà deluso; chi sa leggere un opus caementicium passerà mezz'ora molto interessante.
L'Eremo di San Michele Arcangelo e il Monte Tancia
Alle spalle di Poggio Catino si alza il Monte Tancia, che raggiunge i 1.292 metri e appartiene amministrativamente al comune di Monte San Giovanni in Sabina. Sul massiccio si trova il santuario rupestre di San Michele Arcangelo, ricavato in una grotta, ed è la meta escursionistica che dà senso a una giornata intera quassù.
Come si raggiunge l'eremo da Poggio Catino
Da Poggio Catino si imbocca la provinciale in direzione del Monte Tancia. Superato il ponticello sul Torrente Galantina, sulla destra si apre un sentiero che conduce all'eremo. L'auto si lascia lì e si prosegue a piedi seguendo le indicazioni. Il tratto dal fondovalle alla grotta è breve, intorno al chilometro e mezzo, e non presenta difficoltà tecniche; l'accesso finale avviene per una scalinata che sale dalla vallata, e in prossimità dell'area di sosta ci sono tavoli liberi per il picnic. Chi affronta invece la salita integrale al Tancia dal paese deve mettere in conto un impegno di ore e un dislivello serio: sono due gite diverse, e vanno pianificate come tali. In ogni caso, verificate le condizioni del sentiero prima di partire e non avventuratevi con il fondo bagnato.
La grotta, gli affreschi, la dea Vacuna
All'interno del santuario rupestre si conservano affreschi assegnati al XV secolo e un altare con un Agnus Dei. Il dato più affascinante riguarda però un oggetto che nella grotta non c'è più: una stalagmite alta 44 centimetri, modellata in forma femminile, che gli studiosi hanno interpretato come immagine della dea Vacuna, divinità sabina delle acque. Le numerose sorgenti del monte danno sostegno a questa identificazione. Il reperto è stato trafugato, e la sua perdita è una ferita seria per la conoscenza dei culti preromani della zona.
La grotta, insomma, era luogo sacro molto prima del cristianesimo. La cristianizzazione di un santuario pagano attraverso la dedicazione all'arcangelo guerriero è uno schema ricorrente in tutta la penisola, dal Gargano alla Val di Susa, e qui si presenta in forma da manuale.
La leggenda del drago del Tancia
Secondo i manoscritti conservati alla Biblioteca Vallicelliana di Roma, papa Silvestro I avrebbe consacrato la grotta dopo aver assistito al prodigio dell'arcangelo Michele che sconfiggeva un drago. Gli studiosi leggono nel drago la simbologia del paganesimo sconfitto, ipotesi ragionevole e coerente con la presenza della stalagmite-Vacuna. La tradizione popolare, meno interessata all'esegesi, racconta semplicemente che alle falde del Tancia, fra boschi e torrenti, viveva una bestia terribile, e che l'arcangelo la eliminò. Le due letture convivono da secoli senza disturbarsi.
La falesia per l'arrampicata
La parete rocciosa a strapiombo accanto all'ingresso dell'eremo è attrezzata per l'arrampicata. È una notizia che sorprende chi arriva pensando solo al santuario: nello stesso punto convivono un luogo di culto millenario e una palestra di roccia frequentata. Chi non arrampica farebbe bene comunque a fermarsi dieci minuti a guardare, perché la prospettiva dal basso sulla parete è notevole.

Poggio Catino e la storia della Sabina farfense
La storia di Poggio Catino comincia da un'assenza: non c'è, per lungo tempo. C'è Catino, il castrum ai piedi del monte, la cui documentazione risale al VII secolo. L'origine del paese come entità territoriale unitaria e distinta si fa risalire al tardo VII secolo, quando alcune fare longobarde, deviando la loro marcia verso la Sabina, diedero origine a molti dei borghi oggi presenti nella zona. Fra questi, il primo insediamento urbano ai margini del catino naturale alla base del Monte Tancia, da cui l'agglomerato prese il nome.
Dal castrum di Catino al Podium de Catini
Lo spazio edificabile nei pressi del borgo di Catino era angusto, e questo determinò l'inizio del popolamento del vicino colle Moricone, con la nascita del nuovo borgo, conosciuto in seguito come Poggio Catino. Il processo di edificazione può dirsi compiuto in epoca antecedente al 1093, data in cui nei registri dell'Abbazia di Farfa risultano già annotate l'esistenza e la consistenza del nuovo castrum. Entrambi i castra, quello di Catino e quello di Poggio Catino, appartenevano in questo periodo ai domini dell'abbazia, che reggeva le sorti dell'intera Sabina e di altre importanti regioni del centro Italia.
Vale la pena misurare quel dominio. L'abbazia di Farfa, al culmine della propria potenza, controllava seicento fra chiese e monasteri, centotrentadue castelli o fortilizi e sei città fortificate, con giurisdizione su oltre trecento villaggi. Non era un monastero con qualche podere: era un principato ecclesiastico che trattava alla pari con imperatori e papi, e Poggio Catino ne era una tessera. Chi visita il paese senza avere presente questo dato non capisce perché due borghi di poche centinaia di anime abbiano castelli, torri e sette chiese.
Liberi Comuni, poi i feudatari
Nel corso del XII secolo, seguendo il movimento che coinvolse l'intera Penisola, anche Catino e Poggio Catino finirono col costituirsi in liberi Comuni. Fu una parentesi. Per tutto il resto del Medioevo il paese conobbe numerosi signori, con frequenti scambi del feudo fra famiglie potenti: i Conti di Sant'Eustachio, gli Orsini, i Savelli, i Vitelli, i Capizucchi. Sotto la signoria dei Capizucchi il feudo venne elevato alla dignità di marchesato per volontà di papa Clemente VIII. Nel 1614 il feudo di Catino e Poggio Catino fu acquistato dalla famiglia Olgiati, che lo detenne fino al 1816, quando, dopo che il territorio ebbe attraversato le vicissitudini della dominazione francese e della restaurazione, Giovanni Olgiati rinunciò ai propri diritti di giurisdizione.
Dall'Unità d'Italia alla provincia di Rieti
L'unificazione dei due borghi in un'unica entità si ebbe, almeno formalmente, con l'annessione del territorio al Regno d'Italia. Poi arrivarono i cambi di provincia, che raccontano quanto sia stata mobile la geografia amministrativa della Sabina: nel 1923 Poggio Catino passò dalla provincia di Perugia, in Umbria, alla provincia di Roma; nel 1927, con il riordino delle circoscrizioni provinciali stabilito dal regio decreto numero 1 del 2 gennaio 1927 e con l'istituzione della provincia di Rieti, entrò a far parte di quest'ultima. In quattro anni, senza spostarsi di un metro, il paese cambiò due volte capoluogo e una volta regione.
Una curiosità su Poggio Catino (RI)
Il documento più importante per la storia dell'Italia centrale altomedievale porta il nome di questo paese, e quasi nessuno lo sa. Si chiama Regestum Farfense, e il suo autore è Gregorio da Catino: nato intorno al 1060 in Sabina, entrato giovanissimo come oblato nel monastero farfense insieme al fratello Donadeo, formato nella scuola abbaziale e poi copista nello scriptorium di Farfa.
Gregorio dedicò quasi cinquant'anni a un'impresa che oggi chiameremmo di archivistica sistematica. Intorno al 1103 iniziò il Regestum, una raccolta che contiene 1.324 documenti relativi a donazioni, vendite, titoli e privilegi dell'abbazia, a partire dal 705 e fino al XII secolo. Poi compilò il Liber Largitorius, oltre duemila documenti sui beni concessi ai coloni, cioè il quadro più dettagliato che possediamo dei rapporti agrari nell'Italia centrale del Mille. Fra il 1107 e il 1119 redasse il Chronicon Farfense, una ricostruzione narrativa della storia dell'abbazia. Intorno al 1130 chiuse con il Liber Floriger, un indice topografico dei possedimenti farfensi. Morì a Farfa intorno al 1133.
Il senso della curiosità è questo: senza il monaco nato a Catino, la storia sociale, economica e istituzionale della Sabina, e in buona parte quella dell'Italia centrale fra VIII e XII secolo, sarebbe un buco nero. Gregorio copiava pergamene che senza di lui sarebbero andate perdute nei secoli successivi, e le ordinava con criteri che gli storici moderni giudicano sorprendentemente moderni. Ogni volta che leggete una data medievale riferita a un castello sabino, con ogni probabilità la state leggendo grazie a lui. Il paese non gli ha dedicato un museo e forse è un peccato: un uomo che ha salvato milletrecento documenti meriterebbe più di una riga in una guida.
Il mistero della Dama Bianca di Poggio Catino
Nel 1933, durante lavori che interessarono un torrione del palazzo baronale ormai ridotto in macerie, venne alla luce uno scheletro femminile datato al XVI secolo. Non era una sepoltura. Il corpo si trovava all'interno di un'antica cella, con le braccia che avvolgevano le gambe ripiegate, e con polsi e caviglie incatenati a un ceppo. Il ritrovamento passò alla cronaca come lo scheletro di Poggio Catino, e nella narrazione popolare la donna divenne la Dama Bianca.
Le due leggende sulla Dama Bianca
La tradizione locale ha elaborato due versioni. La prima è romanzesca: la donna sarebbe stata la compagna di un potente signore del luogo, indicato dal racconto come Geppo Colonna. Innamoratasi del castellano di Poggio Catino, avrebbe intrapreso con lui una relazione; il signore, accecato dalla gelosia, ordinò che venisse rinchiusa nella cella e lasciata morire. La seconda versione è politica: la donna sarebbe stata catturata come ostaggio dagli Orsini e lasciata morire nella cella per consumare una vendetta contro il suo compagno. L'episodio si collocherebbe nel periodo in cui gli Orsini erano feudatari di Poggio Catino e le rivalità fra le grandi famiglie romane erano all'ordine del giorno.
Vanno prese per quello che sono: leggende, cioè racconti che il paese si è dato per spiegare un fatto materiale sconcertante. Il fatto materiale, quello sì documentato, è uno scheletro incatenato dentro una cella murata. Il resto è ricostruzione popolare, e nessuna delle due versioni regge alla prova di un documento d'archivio.
Dove si trova oggi lo scheletro
I resti furono trasferiti a Roma insieme all'intera cella: un piccolo spazio di blocchi di travertino con il pavimento in pietra, che conserva ancora tracce evidenti attribuite al sangue. Il complesso è conservato al Museo Criminologico di Roma. Chi volesse vederlo controlli aperture e condizioni di accesso sul sito del museo prima di programmare la visita, perché la sede ha conosciuto lunghi periodi di chiusura.
Un'opinione da guida: la Dama Bianca è il gancio narrativo che porta la gente a Poggio Catino, e va benissimo così. Ma se venite solo per quella, restate delusi, perché in paese non c'è nulla da vedere della vicenda oltre al palazzo. Il vero motivo per salire quassù sono la torre di Catino, il belvedere e i sentieri del Tancia. La leggenda è il condimento, non il piatto.

Una cosa che non ti dice nessuno su Poggio Catino (RI)
Che è un paese di passaggio per gli sciatori, e che questa è la chiave per capirne l'economia e i ritmi. Poggio Catino si trova all'incirca a metà strada fra Roma e la stazione sciistica del Terminillo: nei fine settimana d'inverno, per decenni, le auto dei romani diretti alla neve hanno attraversato questa parte di Sabina, e i bar e le trattorie lungo la direttrice hanno vissuto anche di quella corrente di passaggio. Il risultato è che qui la stagione forte non è soltanto l'estate, come nei borghi puramente turistici: il paese ha due picchi, quello estivo delle feste patronali e quello invernale del transito verso l'Appennino.
Ne discende un consiglio operativo che nessuna guida vi dà. Se salite in Sabina in un weekend di gennaio o febbraio con neve al Terminillo, mettete in conto traffico sulle provinciali nella fascia fra le sette e le nove del mattino e fra le quattro e le sei del pomeriggio, e prenotate il tavolo se volete pranzare. Se invece cercate il paese vuoto e silenzioso, i giorni giusti sono quelli infrasettimanali di novembre e di marzo, quando la nebbia sale dalla valle e Catino diventa un'incisione.
La seconda cosa che non vi dice nessuno riguarda le chiese. Sono sette o giù di lì, e nella maggior parte dei casi le troverete chiuse. Non è trascuratezza: è la matematica di un comune con poco più di milleduecento residenti e una manciata di volontari. Chi vuole vedere gli affreschi absidali di San Rocco o l'urna romana di San Nicola deve telefonare al Comune con qualche giorno di anticipo e chiedere. Funziona quasi sempre, e costa zero. Chi si presenta a sorpresa la domenica pomeriggio trova portoni sbarrati e poi scrive online che a Poggio Catino non c'è niente.
Il consiglio che ti do per visitare Poggio Catino (RI)
Non venite per un'ora. Poggio Catino non regge la visita mordi e fuggi, perché il suo valore è nella somma: il borgo alto, il borgo basso, la torre, il belvedere, il sentiero dell'eremo, l'oliveto. Presa a pezzi, ogni singola voce vale meno della fatica del viaggio; presa insieme, è una giornata piena e diversa da qualsiasi cosa possiate fare dentro il Grande Raccordo Anulare.
Il programma che propongo ai gruppi è questo. Partenza da Roma alle otto, arrivo a Catino verso le nove e mezza. Un'ora e mezza per il borgo basso e la salita alla torre, con calma, fermandosi a Piazza Belvedere. Alle undici e mezza si sale a Poggio Catino: giro del centro storico, scalinata di San Rocco, giardino comunale accanto a Palazzo Olgiati. Pranzo in paese o picnic al giardino, a seconda della stagione. Nel pomeriggio, la deviazione verso l'eremo di San Michele lungo il sentiero dal Galantina: due ore fra andata, sosta e ritorno se si sceglie l'accesso breve. Rientro con sosta finale sul belvedere per il tramonto, e ripartenza. Chi ha due giorni può aggiungere Roccantica e Casperia il giorno dopo, e chiudere in bellezza.
Il consiglio secco, quello che conta: portatevi acqua e scarpe da trekking anche se pensate di restare in paese. Qui il confine fra visita urbana e camminata in montagna è di trecento metri, e chi arriva in mocassini si perde la parte migliore. Aggiungo una raccomandazione stagionale: evitate le ore centrali di luglio e agosto, perché il calcare riflette e nel centro storico non c'è ombra. Meglio la mattina presto o il tardo pomeriggio.
L'olio Sabina DOP e la tavola di Poggio Catino
Gli oliveti che circondano Poggio Catino non sono paesaggio decorativo: sono l'economia del posto. Il territorio ricade nella zona dell'olio extravergine Sabina DOP, che ha ottenuto il riconoscimento della denominazione di origine protetta nel 1995 ed è considerato il primo olio DOP italiano. La zona di produzione si estende fra la provincia di Rieti e l'area metropolitana di Roma, sulle terrazze della Valle del Tevere e nell'entroterra subappenninico.
Che cosa dice il disciplinare
Il profilo dell'olio Sabina DOP è codificato con precisione. Il colore va dal giallo al verde con sfumature d'oro; il profumo è fruttato; il gusto è descritto come fruttato, vellutato, uniforme e aromatico, con sensazioni di dolce, amaro e piccante negli oli freschi. L'acidità non può eccedere 0,6 grammi per 100 grammi di olio; il numero di perossidi deve restare entro 14 milliequivalenti di ossigeno per chilogrammo; il contenuto minimo di acido oleico è fissato al 68 per cento. Sono parametri severi, e spiegano perché un litro di Sabina DOP costi quello che costa.
Il consorzio di tutela riunisce circa un centinaio di aziende agricole e sovrintende a un patrimonio olivicolo dell'ordine delle duemila ettari. Ha sede a Palombara Sabina e organizza esperienze di visita nei frantoi e negli oliveti. Se comprate olio in zona, chiedete di vedere il numero di lotto e la certificazione: la denominazione è protetta, ma la parola Sabina scritta su un'etichetta non basta da sola.
Quando comprare l'olio in Sabina
Il momento giusto è novembre, subito dopo la molitura. L'olio nuovo, torbido e pungente in gola, è un prodotto stagionale che a marzo non troverete più con quelle caratteristiche. Chi passa da queste parti in autunno faccia una deviazione a Castelnuovo di Farfa, dove il tema dell'olio è raccontato in modo strutturato, e poi compri direttamente dal produttore. La differenza di prezzo rispetto al supermercato è reale, e la differenza di qualità pure.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Che Poggio Catino, come tutta questa fascia di Sabina, ha cambiato regione senza muoversi. È scritto in ogni scheda anagrafica del comune, e nessuno ci fa caso: fino al 1923 il paese apparteneva alla provincia di Perugia, quindi all'Umbria. Nel 1923 passò alla provincia di Roma. Nel 1927, con il regio decreto numero 1 del 2 gennaio, nacque la provincia di Rieti e Poggio Catino vi confluì. Tre appartenenze amministrative in quattro anni.
Non è un dettaglio burocratico: spiega perché la cultura materiale di questi paesi somigli tanto a quella umbra e così poco a quella dei Castelli Romani. Il dialetto, la cucina, i modi di costruire le case, persino il modo di tagliare il pane guardano a nord, verso Terni e Spoleto, non a sud verso Roma. La provincia di Rieti, nella forma che conosciamo, ha meno di un secolo; la Sabina come regione storica ne ha quasi tremila. Quando un poggiocatinaro vi dice che è sabino e non laziale, non fa folklore: fa storia.
Ci aggiungo un secondo fatto della stessa famiglia, altrettanto risaputo e altrettanto ignorato. La Sabina storica comprende circa novanta comuni distribuiti oggi su quattro regioni amministrative diverse: Lazio, Umbria meridionale, Abruzzo e una piccola porzione di Marche. Se fosse un'entità unica, conterebbe oltre duecentocinquemila abitanti su circa 2.747 chilometri quadrati. È una regione fantasma, viva nella lingua e nell'economia agricola e invisibile sulle carte politiche. Poggio Catino ne è un frammento perfettamente conservato.
La foto giusta da fare a Poggio Catino (RI)
La fotografia che porta a casa il posto è una sola: la torre pentagonale di Catino ripresa dal basso, dalla curva della strada che sale al borgo, con il paese addossato sotto e la Valle del Tevere sullo sfondo. Serve luce laterale, quindi o prima mattina o ultima ora del pomeriggio; a mezzogiorno il calcare brucia e la muratura perde ogni rilievo. Con un obiettivo intorno ai 35 millimetri equivalenti tenete dentro la torre e il tessuto delle case senza deformare le verticali.
La seconda inquadratura, quella che nessuno fa e che vale la pena, è da Piazza Belvedere verso ovest nelle giornate di tramontana: il Monte Soratte isolato sulla pianura e, se l'aria è davvero tersa, la cupola di San Pietro come un puntino sull'orizzonte. Qui serve un teleobiettivo, dai 200 millimetri in su, e serve pazienza: la condizione atmosferica giusta capita poche volte l'anno, tipicamente dopo un fronte freddo, in gennaio o in dicembre. Chi la becca ha uno scatto che spiega in un colpo solo il rapporto fra la Sabina e Roma.
Terza opzione, per chi cammina: la scalinata della grotta di San Michele, ripresa dal basso con una persona nell'inquadratura per dare la scala. Dentro la grotta la luce è pochissima, quindi o cavalletto o alto ISO, e niente flash diretto sugli affreschi. Ultima, per i ritratti d'ambiente: la scalinata di San Rocco a Poggio Catino in una sera d'estate, con la gente seduta. Chiedete il permesso prima, sempre. Qui si fotografano persone, non comparse.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il primo avvenimento è l'arrivo dei Longobardi. Nel tardo VII secolo alcune fare, i gruppi armati e parentali in cui si articolava la migrazione longobarda, deviarono verso la Sabina e fondarono la rete di insediamenti d'altura che ancora oggi disegna il paesaggio. Catino nacque così, nel catino carsico ai piedi del Tancia. Non fu un episodio locale: fu la ristrutturazione dell'intero popolamento dell'Italia centrale, dal fondovalle romano alla collina fortificata, e Poggio Catino ne è un esempio da manuale.
Il secondo è il 1093, l'anno in cui i registri di Farfa annotano l'esistenza e la consistenza del nuovo castrum sul colle Moricone. È la data di nascita documentaria di Poggio Catino, e la si deve alla macchina archivistica dell'abbazia, quella che pochi anni dopo Gregorio da Catino avrebbe portato a perfezione.
Il terzo è la stagione dei liberi Comuni nel XII secolo, quando entrambi i borghi si diedero istituzioni proprie. Durò poco, ma lasciò tracce nelle consuetudini locali e nella toponomastica delle piazze.
Il quarto è l'elevazione a marchesato per volontà di papa Clemente VIII, sotto la signoria dei Capizucchi, fra la fine del Cinquecento e l'inizio del Seicento: un salto di rango che portò investimenti edilizi e che spiega la qualità di alcune facciate del centro storico.
Il quinto è l'acquisto del feudo da parte degli Olgiati nel 1614 e la lunga signoria che ne seguì fino al 1816. Due secoli sotto una sola famiglia significano continuità amministrativa, e il palazzo che oggi ospita il Comune è il monumento di quella continuità.
Il sesto è il 1933, con il ritrovamento dello scheletro incatenato nel torrione del palazzo baronale: un fatto di cronaca che ha generato un ciclo leggendario ancora vivo e che ha portato il nome di Poggio Catino nelle collezioni museali della capitale.
Il settimo appartiene alla storia più dura e riguarda il massiccio che sovrasta il paese. Il 7 aprile 1944 sul Monte Tancia, nelle località di Sant'Angelo del Tancia e Gallo, forze nazifasciste consumarono un eccidio ai danni della popolazione civile e dei partigiani della zona. Chi cammina oggi su quei sentieri per andare alla grotta di San Michele attraversa un territorio che ottant'anni fa fu teatro di una strage. Vale la pena saperlo prima di partire, e vale la pena ricordarlo in silenzio quando si arriva in cima.
Chi è passato da Poggio Catino (RI)
Il nome più importante è quello di un uomo che di qui è partito, non passato: Gregorio da Catino, il monaco nato intorno al 1060 che a Farfa costruì il più grande archivio dell'Italia altomedievale. Entrò bambino nel monastero insieme al fratello Donadeo, divenne copista, e fra il 1103 e il 1130 produsse quattro opere che gli storici consultano ancora oggi: Regestum Farfense, Liber Largitorius, Chronicon Farfense, Liber Floriger. Morì intorno al 1133. Se esiste un cittadino illustre di questo comune, è lui.
Poi ci sono i signori. I Conti di Sant'Eustachio, gli Orsini, i Savelli, i Vitelli, i Capizucchi: le grandi famiglie baronali che si contesero il feudo per tutto il Medioevo e oltre, alternandosi nel possesso e lasciando ciascuna qualche traccia nelle strutture. Gli Orsini in particolare compaiono nel ciclo leggendario della Dama Bianca come gli antagonisti della vicenda. Dal 1614 gli Olgiati, di origine lombarda, milanesi trapiantati nello Stato Pontificio, che tennero il marchesato fino alla rinuncia di Giovanni Olgiati nel 1816 e diedero il nome al palazzo che oggi è la casa comunale.
Papa Clemente VIII, Ippolito Aldobrandini, entra in questa storia per via dell'atto con cui elevò il feudo a marchesato: non risulta che sia mai salito quassù, ma la sua firma ha cambiato il rango del paese.
Sul versante della santità e della leggenda, la tradizione lega alla grotta del Tancia il nome di papa Silvestro I, che secondo i manoscritti della Vallicelliana avrebbe consacrato il santuario rupestre dopo la visione dell'arcangelo. Silvestro è uno dei due patroni del comune, e questo dice quanto profondamente quella tradizione si sia radicata nell'identità locale.
Infine, i passanti anonimi ma decisivi: generazioni di pellegrini diretti ai santuari francescani della Valle Santa reatina, e i romani che dagli anni Cinquanta salgono al Terminillo per sciare. Gli uni e gli altri hanno attraversato questa valle per secoli e per decenni, e hanno lasciato al paese la sua vocazione di luogo di sosta.

Cosa c'è intorno a Poggio Catino: la Sabina in un raggio di mezz'ora
La strada che da Poggio Mirteto prosegue fino a Contigliano, passando per Catino, Roccantica, Casperia, Montasola e Cottanello, è un susseguirsi continuo di scorci medievali. Percorrerla per intero richiede una giornata e vale ogni minuto: si attraversano borghi arroccati uno dietro l'altro, ciascuno con la sua torre e la sua piazza, in un paesaggio di oliveti terrazzati che in alcuni tratti sembra dipinto.
Verso il Tevere
Scendendo verso il fiume si incontra la riserva naturale Tevere-Farfa, zona umida di importanza internazionale e paradiso del birdwatching, e più a valle il profilo isolato del Monte Soratte. Sul torrente Farfa si aprono le gole, meta di camminate lungo l'acqua nelle giornate calde.
Il cuore farfense
A una ventina di minuti si trova l'Abbazia di Farfa, in via del Monastero 1 a Fara in Sabina, monumento nazionale dal 1928 e comunità benedettina attiva della Congregazione Sublacense Cassinese. La comunità monastica fu ripristinata nel 1920 per iniziativa dell'abate Alfredo Ildefonso Schuster. L'abbazia offre visite guidate, biblioteca, erboristeria e un punto di ristoro; il telefono è 0765 277065. Le messe feriali sono alle 7:30, quelle festive alle 9, alle 10:30, alle 12 e alle 19. Andateci con calma: il borgo monastico che circonda la basilica è un unicum, e la basilica conserva il ciclo del Giudizio Universale che da solo giustifica il viaggio.
Verso i monti e la Valle Santa
Salendo verso nord si arriva a Rieti e alla Valle Santa reatina, solcata dal Cammino di Francesco, la via che collega i quattro santuari francescani di Greccio, Fonte Colombo, La Foresta e Poggio Bustone, percorribile a piedi o in mountain bike. Il santuario di Greccio è quello del primo presepe. Più a est la stazione sciistica del Terminillo, arroccato su un ripido colle a 660 metri il borgo di Cantalice, e poi Cittaducale, il centro storico di Antrodoco e Borgo Velino. Chi ha il gusto dei luoghi abbandonati non si perda Rocchettine, borgo fantasma a poca distanza,; chi arriva da nord può includere nel giro anche Torri in Sabina e Cottanello.
Avendo a disposizione almeno due giorni si assapora davvero la zona. Con una sola giornata, meglio scegliere: o la Sabina tiberina dei borghi olivicoli, o la Valle Santa francescana. Provare a fare tutto significa passare la giornata in automobile.
Poggio Catino con i bambini
Funziona, a patto di impostarla come una caccia al tesoro e non come una visita d'arte. I ragazzini reagiscono bene alla torre pentagonale, che è visibilmente strana e si presta a raccontare come e perché si costruiva così; reagiscono benissimo alla storia del drago del Tancia e all'idea che dentro una grotta ci fosse una statua di pietra scambiata per una dea. Il sentiero breve verso l'eremo, con i tavoli da picnic all'arrivo, è alla portata di un bambino dai sei anni in su.
Quello che non funziona con i bambini è il giro delle sette chiese chiuse e la ricerca dei conci di reimpiego nei muri. Tenete quelle cose per voi. E la storia della Dama Bianca, che pure li affascinerebbe, valutatela in base all'età: uno scheletro incatenato dentro una cella murata non è materiale per tutti.
Accessibilità e visita a Poggio Catino
Bisogna essere onesti: il centro storico di Poggio Catino e il borgo di Catino sono difficilmente percorribili in sedia a rotelle. Le pendenze sono forti, il fondo è in pietra irregolare, molte connessioni fra i livelli avvengono per scalinate. Le zone accessibili con maggior facilità sono il giardino comunale accanto a Palazzo Olgiati e gli spazi pianeggianti intorno al municipio, dove peraltro si trova il panorama sulla valle. Il sentiero verso l'eremo non è accessibile. Chi ha problemi di deambulazione può comunque godersi la parte alta del paese, il belvedere e la sosta al giardino, rinunciando alla salita alla torre.
Quando andare a Poggio Catino
Aprile e maggio sono i mesi migliori in assoluto: la campagna è verde, le ginestre fioriscono sui versanti, la temperatura permette di camminare tutto il giorno. Settembre e ottobre seguono a ruota, con il vantaggio della luce bassa e delle giornate ancora lunghe. Novembre è il mese dell'olio nuovo, e chi viene per quello sceglie i giorni della molitura. Dicembre e gennaio regalano le giornate limpide con la vista su San Pietro, ma il freddo in quota è vero freddo e i sentieri possono essere fangosi. Luglio e agosto sono i mesi delle feste, con san Rocco il 16 agosto: il paese si anima, però le ore centrali sono da evitare e conviene programmare la visita all'alba o dopo le cinque del pomeriggio.
Il giorno della settimana conta più di quanto sembri. Il lunedì molte attività di ristorazione dei piccoli centri sono chiuse; la domenica il traffico sulle provinciali aumenta e i bar del centro si riempiono. Il martedì o il mercoledì di stagione intermedia sono la combinazione perfetta: paese vuoto, servizi aperti, luce buona.
Domande veloci su Poggio Catino (RI)
Quanto dista Poggio Catino da Roma?
Poco più di settanta chilometri dal centro di Roma, che si traducono in circa un'ora di auto senza traffico. Con la Salaria congestionata nelle ore di punta il tempo può salire a un'ora e mezza.
Si paga un biglietto per visitare Poggio Catino?
No. Il borgo, il belvedere, i vicoli e l'area della torre di Catino sono spazi pubblici e liberamente accessibili. Eventuali visite guidate organizzate da associazioni locali hanno un costo proprio, da concordare.
Quanto tempo serve per visitare Poggio Catino?
Tre ore bastano per i due borghi con calma. Una giornata intera se si aggiunge la camminata verso l'eremo di San Michele. Due giorni se si vuole abbinare gli altri paesi della valle.
Poggio Catino e Catino sono lo stesso paese?
Sono lo stesso comune ma due centri abitati distinti: Catino è la frazione più antica, più in basso, e Poggio Catino è il capoluogo, sul colle. Li separa meno di un chilometro.
Come si arriva a Poggio Catino senza auto?
In treno fino a Poggio Mirteto Scalo sulla linea Roma-Firenze, poi autobus di linea o taxi per i circa dieci chilometri finali. Le corse degli autobus sono rade nei giorni festivi: verificate gli orari prima di partire.
Si può salire sulla torre pentagonale di Catino?
No, la torre non è visitabile all'interno. Si raggiunge la base e si costeggiano i ruderi del castello lungo il sentiero sommitale.
Perché la torre di Catino è pentagonale?
La pianta a cinque lati è quasi certamente il risultato dell'adattamento della fortificazione allo sperone roccioso su cui poggia. È una soluzione rara: il canone delle torri medievali dell'Italia centrale è la pianta quadrata o circolare.
Si vede davvero la cupola di San Pietro da Poggio Catino?
Sì, nelle giornate limpide, dalla sommità del colle del castello e da Piazza Belvedere. Serve aria tersa, tipicamente dopo il passaggio di un fronte freddo in inverno.
Che cos'è la Dama Bianca di Poggio Catino?
È il nome popolare dato allo scheletro femminile del XVI secolo rinvenuto nel 1933 in un torrione del palazzo baronale, incatenato dentro una cella. Le leggende locali ne fanno la compagna di un signore del posto oppure un ostaggio degli Orsini.
Dove si trova oggi lo scheletro di Poggio Catino?
A Roma, al Museo Criminologico, dove fu trasferito insieme all'intera cella di blocchi di travertino. Prima di andarci verificate aperture e accessibilità sul sito del museo.
Quanto ci vuole per arrivare all'eremo di San Michele?
Dall'imbocco del sentiero oltre il ponticello sul Torrente Galantina il percorso è di circa un chilometro e mezzo, senza difficoltà tecniche. Chi affronta la salita integrale al Monte Tancia dal paese deve invece calcolare diverse ore.
L'eremo di San Michele è sempre aperto?
Si tratta di un santuario rupestre in grotta, raggiungibile per sentiero e scalinata. Le condizioni di accesso possono variare con il meteo e con la stagione: informatevi prima di salire, e non affrontate il percorso con fondo bagnato.
Si può arrampicare a Poggio Catino?
La parete rocciosa accanto all'ingresso dell'eremo di San Michele è attrezzata per l'arrampicata. Serve attrezzatura propria ed esperienza: non è una struttura sorvegliata.
Poggio Catino è adatto ai bambini?
Sì, se si punta sulla torre, sulla leggenda del drago e sul sentiero breve con i tavoli da picnic. Meno adatto se si imposta la visita come giro di chiese.
Poggio Catino è accessibile in sedia a rotelle?
Solo parzialmente. Il giardino comunale e l'area intorno a Palazzo Olgiati sono praticabili; i vicoli in salita del centro storico e la sommità del colle di Catino no.
Dove si parcheggia a Poggio Catino?
Negli slarghi lungo la strada che costeggia il centro storico. Nel borgo antico non si entra in automobile, e a Catino la strada termina in uno spiazzo da cui si prosegue a piedi.
Quali sono le feste patronali di Poggio Catino?
I patroni sono san Silvestro papa, celebrato il 31 dicembre, e san Rocco, celebrato il 16 agosto. La festa d'agosto è quella che richiama più gente.
Che cosa sono le Terme di Silla?
Un sito archeologico di età romana nei pressi del cimitero di Poggio Catino, con ogni probabilità di epoca repubblicana. L'attribuzione al dittatore Silla non è documentata: è una denominazione tradizionale.
Quanti abitanti ha Poggio Catino?
Poco meno di 1.300 residenti nel comune, di cui poco più di un centinaio nel borgo di Catino. La superficie comunale è di 14,98 chilometri quadrati.
Dove si mangia a Poggio Catino?
Il paese ha una offerta di ristorazione limitata e legata alla stagione. Chi viaggia in gruppo faccia una telefonata di prenotazione con almeno un giorno di anticipo, oppure metta in conto di pranzare a Poggio Mirteto o a Casperia.
Si compra l'olio Sabina DOP direttamente dai produttori?
Sì, nella zona operano circa un centinaio di aziende agricole riunite nel consorzio di tutela. Il momento migliore per l'acquisto è novembre, subito dopo la molitura.
Che differenza c'è fra Poggio Catino e gli altri borghi della Sabina?
La coppia di borghi separati, la torre pentagonale e la vicinanza del santuario rupestre del Tancia. Roccantica e Casperia hanno centri storici più compatti e più frequentati; Poggio Catino ha meno visitatori e più territorio da camminare.
Si può visitare Poggio Catino d'inverno?
Sì, e le giornate limpide di dicembre e gennaio regalano la vista più lunga dell'anno. Servono abbigliamento adeguato e prudenza sui sentieri, che possono essere fangosi o ghiacciati.
Serve prenotare per visitare le chiese di Poggio Catino?
Le chiese sono spesso chiuse fuori dagli orari delle funzioni. Per vederle dentro conviene contattare in anticipo il Comune o la parrocchia.
Poggio Catino si può abbinare all'Abbazia di Farfa in giornata?
Sì, e anzi è l'abbinamento più sensato: una ventina di minuti di auto separano i due luoghi, e la storia del paese si capisce meglio dopo aver visto l'abbazia da cui dipendeva.
Il mio consiglio finale su Poggio Catino
Se dovessi indicare una sola ragione per salire fin quassù, non sceglierei la leggenda della Dama Bianca, che pure è il motivo per cui la maggior parte della gente arriva. Sceglierei i venti minuti che si passano ai piedi della torre pentagonale di Catino, in una mattina di gennaio, con il vento che pulisce l'aria e la Valle del Tevere aperta sotto. In quei venti minuti si capiscono mille anni di storia italiana: perché la gente lasciò il fondovalle romano per la collina, perché un'abbazia poté diventare uno Stato, perché due paesi a cinquecento metri di distanza rimasero divisi per secoli. Non serve un'audioguida. Serve arrivare presto, camminare piano e portare qualcosa di caldo da bere.
L'errore che vedo fare più spesso è trattare Poggio Catino come una sosta di venti minuti sulla strada del Terminillo. Chi lo fa vede una piazza e riparte. Datele mezza giornata, e vi restituirà un pezzo di Sabina che nessun tour organizzato vi porterà mai a vedere. Chi ha bisogno di un accompagnatore per organizzare una giornata così, con un gruppo o con la famiglia, trova professionisti certificati attraverso il servizio di accompagnamento turistico di TourLeaderPro; per una comitiva più numerosa il riferimento è la pagina sull'organizzazione dei viaggi di gruppo. Chi invece viaggia con amici stranieri e vuole preparare loro un itinerario in inglese può partire dalla guida alle cose da fare a Roma e dalla raccolta di gite in giornata di ItalyPlanner, che inquadra bene le fughe fuori città.
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