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Cittaducale (RI)

In breve. Cittaducale (RI) occupa il Colle di Cerreto Piano lungo la Via Salaria, a dieci chilometri da Rieti e a poco meno di novanta da Roma.

Cittaducale (RI) occupa il Colle di Cerreto Piano lungo la Via Salaria, a dieci chilometri da Rieti e a poco meno di novanta da Roma. Il municipio è in Corso Mazzini 111, il centralino risponde allo 0746 60801. Ci si arriva in auto dalla Salaria (SS 4), uscendo per la SP 12 che sale al borgo, oppure in treno sulla linea regionale Terni-Rieti-L'Aquila: la stazione di Cittaducale è in pianura, nella frazione di Santa Rufina, e dal piazzale al centro storico servono l'autobus di collegamento o un taxi, perché a piedi la salita è lunga. Il centro storico è aperto e gratuito: non ha biglietteria, non ha tornelli, non ha orari. Hanno orari solo i singoli monumenti, e sono orari di parrocchia e di monastero, quindi variabili: il Museo benedettino di Santa Caterina d'Alessandria, in Piazza Marchesi 9, si visita telefonando allo 0746 602106. Per il duomo di Santa Maria del Popolo e per Sant'Agostino conviene puntare alle fasce di apertura del mattino o del tardo pomeriggio, e informarsi presso la parrocchia. Per le visite guidate, le informazioni sulle aperture straordinarie e il calendario delle manifestazioni, il riferimento è il Comune di Cittaducale e il portale turistico comunale.

Se arrivate da Roma, la Salaria vi porta qui in un'ora e mezza scarsa fuori dalle ore di punta; il tratto fino a Rieti è ampio e rettilineo, e da Rieti verso L'Aquila la strada diventa a scorrimento veloce. Chi viaggia senz'auto può combinare il treno regionale per Rieti con gli autobus extraurbani della rete laziale. Cittaducale è una meta da mezza giornata piena, o da giornata intera se ci si aggiungono le Terme di Cotilia e il lago di Paterno, che sono a pochi minuti di macchina lungo la stessa Salaria.

Per inquadrare la zona nel resto del Lazio potete partire dalla pagina dedicata a Rieti, il capoluogo di provincia, e da quella sul Terminillo, la montagna che chiude a nord l'orizzonte di Cittaducale.

Cittaducale
Cittaducale

Dove si trova Cittaducale (RI) e come ci si arriva

La geografia spiega Cittaducale meglio di qualunque cronaca. Il borgo è appoggiato su un rilievo modesto che domina la parte occidentale della Piana di San Vittorino, un fondovalle pianeggiante che il fiume Velino attraversa ai piedi del colle. A nord si alza il massiccio del Terminillo, che supera i 2.200 metri; a sud-est il gruppo del Monte Nuria; a est il Monte Giano, quello dal cui versante si vede ancora la pineta che compone una scritta, riprodotta negli anni Trenta e devastata dall'incendio del 2017. Questa conca è un crocevia da sempre: qui passava la Salaria, la strada del sale che collegava Roma all'Adriatico, e qui si incontravano popolazioni sabine, italiche e romane.

In auto da Roma a Cittaducale

La via naturale è la SS 4 Salaria. Si esce da Roma verso nord, si supera Passo Corese, si costeggia la Sabina e si arriva nella conca reatina. Superata Rieti la Salaria prosegue verso L'Aquila; dopo una decina di chilometri la Strada Provinciale 12 si stacca e sale in tornanti brevi verso il centro storico di Cittaducale. Attenzione a un dettaglio che sfugge a chi si affida solo al navigatore: fino al 1962 la Salaria passava dentro il paese, poi fu costruita la variante di fondovalle, e oggi molti tirano dritto senza accorgersi del borgo che hanno sopra la testa. Contate un'ora e venti-un'ora e quaranta da Roma, molto di più nei rientri domenicali estivi.

In treno: la stazione di Cittaducale

La stazione è sulla linea regionale Terni-Rieti-L'Aquila, una ferrovia a binario unico, lenta e panoramica, che vale il viaggio in sé. Il fabbricato è in piano, lontano dal centro: chi scende deve mettere in conto un trasferimento. Nel territorio comunale ricadevano anche la fermata di Cotilia, soppressa nel 2014, e la fermata Sorgenti del Peschiera, al servizio dell'impianto acquedottistico e della frazione di Micciani. Il progetto ottocentesco di una Ferrovia Salaria che collegasse Roma ad Ascoli Piceno passando di qui fu approvato più volte e non venne mai costruito: è una delle grandi occasioni mancate dell'Italia centrale, e spiega perché questa zona resti meno servita di quanto la sua posizione meriterebbe.

In autobus da Rieti a Cittaducale

I collegamenti su gomma fanno capo a Rieti, nodo della rete extraurbana regionale. Da Roma la soluzione più usata è l'autobus diretto per Rieti e poi la coincidenza locale. Gli orari cambiano fra periodo scolastico ed estate e vanno controllati sul sito del vettore regionale prima di partire: in un paese di poco più di seimila abitanti le corse serali sono rade e la domenica si assottigliano ancora.

Parcheggiare a Cittaducale

Il consiglio pratico: non provate a infilarvi dentro le mura. Le vie del centro sono strette, a senso unico, e in più punti il transito è limitato. Lasciate l'auto negli spazi lungo la circonvallazione esterna, appena fuori dalla cinta, e entrate a piedi da Porta Napoli. Il giro completo del centro storico di Cittaducale si fa in un'ora e mezza camminando con calma, perché la scacchiera medievale è compatta e non richiede salite impegnative una volta arrivati in cima.

Cittaducale (RI) in poche righe: cosa aspettarsi davvero

Va detto subito, senza indorare la pillola: Cittaducale non è un borgo da cartolina con i vasi di gerani e le botteghe di ceramica. È un paese vero, con un centro storico di impianto straordinario e un patrimonio edilizio che ha subito due terremoti devastanti e una lunga emorragia demografica. Chi arriva cercando l'effetto scenografico di Civita di Bagnoregio resterà deluso. Chi arriva per capire come si costruiva una città nuova nel Trecento, con il righello e il compasso, farà una delle esperienze più istruttive del Lazio settentrionale.

Perché questo è il punto: Cittaducale è una città di fondazione. Non è cresciuta per accumulo attorno a un castello o a un'abbazia, come quasi tutti i borghi che le fanno corona. È stata disegnata a tavolino nel 1308 e costruita secondo quel disegno, e il disegno si legge ancora oggi camminando per strada. In Italia le città nuove medievali che conservano l'impianto originario si contano, e questa è una di quelle.

La seconda ragione per venire è il contesto. Nel raggio di dieci chilometri ci sono un'area archeologica termale romana di rango imperiale, un lago carsico profondo cinquantaquattro metri che gli antichi consideravano il centro geografico e religioso d'Italia, le sorgenti del Peschiera che danno l'acqua a Roma, e una delle riserve naturali più interessanti del Lazio per il birdwatching. Cittaducale è la base logistica ideale per tutto questo.

La fondazione di Cittaducale nel 1308 e il progetto angioino

Nel 1308 il regno di Napoli era retto da Carlo II d'Angiò, detto lo Zoppo. Il confine settentrionale del Regno correva proprio qui, lungo la linea che separava l'Abruzzo Ulteriore dallo Stato della Chiesa, e quel confine era poroso: Rieti apparteneva al dominio pontificio, i castelli della valle del Velino si accapigliavano fra loro, le scorrerie erano la normalità. La risposta angioina fu politica prima che militare: fondare una città nuova, fortificata, popolata trasferendovi gli abitanti dei castelli circostanti, e farne il presidio amministrativo del confine.

Perché Carlo II d'Angiò fondò Cittaducale

La fondazione di una città nuova non era un capriccio. Serviva a tre cose insieme: concentrare in un punto difendibile una popolazione sparsa in insediamenti minuscoli e indifendibili; creare un mercato e una sede fiscale che facesse affluire denaro alla corona; e piantare una bandiera visibile a chi guardava da nord. Cittaducale diventò il baluardo più settentrionale del Regno dopo Civitella del Tronto, e mantenne quel ruolo per secoli, anche quando il Reame cambiò nome e diventò Regno delle Due Sicilie.

L'operazione riuscì. Gli anni immediatamente successivi alla fondazione dimostrarono che l'impianto fortificato voluto dagli Angiò era la scelta giusta: la città si trovò più volte impegnata a reggere le turbolenze della vicina Rieti, e rimase fedele al Regno di Napoli con una costanza che le fruttò privilegi. Sotto gli Aragonesi, subentrati agli Angioini, Cittaducale ottenne il diritto di battere moneta, che per un centro di queste dimensioni era un riconoscimento di peso.

Civitas ducalis: il nome viene da Roberto duca di Calabria

Il toponimo è latino e trasparente: Civitas ducalis, la città del duca. Il duca in questione era Roberto d'Angiò, duca di Calabria, figlio di Carlo II ed erede al trono, che sarebbe salito al trono nel 1309 come Roberto il Saggio e avrebbe regnato fino al 1343, proteggendo Petrarca e Boccaccio e facendo di Napoli una delle capitali culturali d'Europa. La città porta dunque nel nome la dedica dinastica al principe ereditario: Civitaducale, poi Cittaducale. In dialetto locale il nome si è contratto in Cìeta, che per chi arriva da fuori è incomprensibile e per chi è nato qui è l'unico nome vero.

I castelli che confluirono nella nuova città

Il popolamento avvenne per trasferimento programmato. Gli abitanti del contado furono chiamati dentro le mura nuove, provenienti da Castel Sant'Angelo, da Paterno, da Canetra, da Calcaiola e da altri borghi minori della valle. È il meccanismo che gli storici chiamano sinecismo, lo stesso che in Grecia aveva formato le poleis: si smontano gli insediamenti sparsi e si rimonta la popolazione in un unico centro. Il risultato è che i quartieri di Cittaducale nacquero già divisi per provenienza, e quella divisione originaria si è tramandata per secoli nelle appartenenze di quartiere.

L'impianto urbanistico a scacchiera di Cittaducale (RI)

Ecco la ragione per cui vale la pena salire quassù. La pianta di Cittaducale è ellittica e regolare, modellata sullo schema del castrum romano: due strade principali perpendicolari fra loro, un cardine e un decumano, che si incrociano al centro generando la piazza, e attorno a questi assi una maglia di vie minori che ritaglia isolati rettangolari. Una scacchiera, appunto, inscritta in un ovale difensivo che segue l'andamento del colle.

Il cardo, il decumano e la maglia regolare

L'asse maggiore è l'attuale Corso Mazzini, che attraversa il paese da porta a porta e sfocia nella piazza centrale. L'asse trasversale taglia il precedente ad angolo retto. Camminando per il Corso, il colpo d'occhio è quello di un cannocchiale prospettico: la strada corre dritta, gli edifici si allineano, e in fondo compare la mole del campanile. Nelle vie laterali il tessuto si fa più minuto, con case a schiera di due o tre piani, archi di scavalco, scalinate brevi che compensano le pendenze del colle.

La differenza rispetto a un borgo cresciuto spontaneamente è immediata: non ci sono vicoli ciechi, non ci sono curve improvvise, non ci sono slarghi irregolari. Tutto è ortogonale. Chi conosce le bastides francesi del Duecento e del Trecento, o le terre nuove fiorentine come San Giovanni Valdarno, riconosce la stessa logica: la città come strumento di governo del territorio, tracciata prima di essere abitata.

I quartieri storici di Cittaducale

La maglia regolare divideva il centro in quattro quartieri, ciascuno con la propria chiesa. Di quelle chiese di quartiere è sopravvissuta soltanto Santa Cecilia; le altre sono scomparse o state trasformate nei riassetti seguiti ai terremoti. La toponomastica conserva ancora le tracce di quella partizione: il Palazzo della Comunità, per esempio, ricade nel quartiere di Santa Croce. Le rievocazioni storiche del paese si organizzano ancora su base di quartiere, che è il modo in cui una struttura urbanistica trecentesca continua a produrre identità sette secoli dopo.

Le mura, le porte e la Torre Angioina

Della cinta muraria restano tratti consistenti e diversi torrioni a pianta quadrangolare, un tempo merlati e aperti da feritoie verticali e orizzontali per l'uso combinato di balestre e, più tardi, di armi da fuoco. Il pezzo forte è il Cassero di San Magno, più noto come Torre Angioina, che presidia Porta Napoli, l'accesso principale dal lato meridionale, quello che guardava verso il Regno.

Questa torre merita due minuti di attenzione ravvicinata, perché la sua pianta è un piccolo trattato di architettura militare: è a ferro di cavallo, cioè tondeggiante verso l'esterno e piatta verso l'interno della città. La curvatura verso l'esterno non è decorativa. Una superficie curva devia i colpi d'ariete e le palle di pietra, mentre uno spigolo li incassa e si sbrecca; il lato piatto verso l'interno permetteva invece di appoggiare scale e impalcature per il servizio dei difensori. È una soluzione che si trova nelle fortificazioni angioine e sveve del Mezzogiorno, e vederla in un paese del reatino dice più di qualunque targa su quanto profondamente questo territorio sia stato, per seicento anni, terra d'Abruzzo e di Napoli.

Cittaducale
Cittaducale

Piazza del Popolo, il centro della scacchiera di Cittaducale

All'incrocio dei due assi si apre la Piazza del Popolo, che è insieme il centro civile, religioso e commerciale del paese. Non è una piazza monumentale nel senso barocco del termine: è uno spazio rettangolare, proporzionato, dove si affacciano la cattedrale, il Palazzo della Comunità con la Torre Civica, il Palazzo Maoli e la fontana. La percezione dello spazio cambia molto con la luce: al mattino il fronte della chiesa è in ombra e la piazza sembra più piccola, nel tardo pomeriggio il sole radente accende la pietra dei portali e la piazza si allarga.

Fino al Cinquecento la piazza era ancora più densa di istituzioni: davanti al Palazzo della Comunità sorgevano il Palazzo del Capitano del Popolo e il Palazzo dei Priori, conosciuto anche come Palazzo Malatesta, collegati fra loro da un arco che scavalcava il Corso. Quell'arco non esiste più, ma provate a immaginarlo mentre attraversate: la piazza era una sequenza di soglie e passaggi, non uno spazio aperto e basta.

Il duomo di Santa Maria del Popolo a Cittaducale

La chiesa di Santa Maria del Popolo è stata cattedrale della diocesi di Cittaducale, soppressa nel 1818, ed è ancora oggi il monumento principale del paese. La fabbrica è tarda: la costruzione dell'edificio attuale si colloca verso la fine del Quattrocento, e i terremoti del 1703 e del 1898 hanno imposto interventi pesanti di ricostruzione e restauro che hanno modificato l'aspetto originario.

La facciata gotico-abruzzese e il rosone

Il fronte è il pezzo più parlante. È una facciata a coronamento orizzontale, con rosone centrale e tre portali: lo schema che gli storici dell'architettura chiamano gotico abruzzese, e che si ritrova a Collemaggio all'Aquila, ad Atri, a Sulmona. Il coronamento orizzontale, invece che a capanna, nasconde il profilo delle navate dietro una quinta muraria piatta, e produce quell'effetto di parete-schermo che è la firma della scuola. È l'indizio architettonico più evidente del fatto che Cittaducale culturalmente guardava verso L'Aquila e verso l'Adriatico, non verso Roma.

Il rosone centrale scandisce la facciata in alto; nel portale centrale è visibile un affresco con la Madonna con il Bambino. Chi ha visto le facciate abruzzesi maggiori noterà qui una versione più sobria e provinciale dello stesso linguaggio, che è precisamente ciò che la rende interessante: mostra come un modello di prestigio veniva ridotto e adattato alle possibilità di un centro minore.

L'interno del duomo di Cittaducale

L'interno è a tre navate, con la navata centrale coperta da un soffitto a cassettoni. Gli altari laterali sono dedicati ai santi che contano nella devozione locale: San Magno, patrono della città, San Pietro, San Rocco, Sant'Emidio e Sant'Antonio Abate. La presenza di Sant'Emidio non è casuale in una terra sismica: è il santo invocato contro i terremoti in tutta l'area ascolana e reatina, e il suo altare è quasi sempre il segnale di una comunità che ha vissuto il crollo.

Fra gli arredi spiccano il coro in noce e i finti arazzi con scene bibliche, pitture murali che simulano tessuti appesi, un espediente decorativo diffuso fra Sei e Settecento quando gli arazzi veri erano fuori dalla portata di una chiesa di provincia. La Cappella del Santissimo Sacramento conserva una doppia cupola con pitture ispirate all'Antico Testamento.

Le opere d'arte del duomo di Santa Maria del Popolo

Si conservano una statua policroma di San Rocco del Cinquecento, alcune tele seicentesche e un altorilievo trecentesco con un'Annunciazione, che per datazione precede la chiesa attuale e proviene con ogni probabilità da un edificio precedente o da un'altra chiesa del paese. Nell'abside è stato riportato alla luce un affresco raffigurante la Madonna del Popolo, che è l'immagine titolare da cui la chiesa prende nome.

Fra i dipinti è segnalata una tela con la Madonna del Rosario attribuita a un pittore sabino della famiglia Troppa; la grafia del cognome oscilla nelle fonti locali, e conviene leggere la didascalia in loco. Girolamo Troppa, nato a Rocchette in Sabina intorno al 1636, fu un pittore di formazione romana molto attivo nelle chiese del reatino e della Sabina nella seconda metà del Seicento, ed è il nome che ricorre con più frequenza quando in questa provincia si trova una tela devozionale di buona mano di quel periodo.

La torre campanaria e il Palazzo Vescovile

Sul retro della chiesa si alza la torre campanaria, una costruzione robusta articolata su tre piani, che dalla piazza si legge come il contrappunto verticale alla facciata piatta. Di lato sorge il Palazzo Vescovile, edificato nel 1623 su progetto dell'architetto Pietro Berrettini e caratterizzato da un grande salone vescovile completato nel 1632. Il salone conserva affreschi con le ville e le borgate assegnate alla diocesi, gli stemmi dei vescovi e un antico camino decorato: un ciclo di geografia ecclesiastica dipinta, il tipo di apparato che un vescovo faceva realizzare per avere sotto gli occhi, letteralmente, l'estensione della propria giurisdizione.

Il nome dell'architetto va preso con la prudenza che merita: Pietro Berrettini da Cortona, il grande protagonista del barocco romano, nel 1623 aveva appena venticinque anni e stava iniziando la sua carriera a Roma. L'attribuzione è quella riportata dalla tradizione e dalle fonti turistiche locali; se il progetto sia davvero suo, o di un omonimo, o di una maestranza che lavorava su suo disegno, è questione che meriterebbe una verifica d'archivio. In pagina lo si riferisce come lo riferiscono le fonti locali.

La chiesa di Sant'Agostino a Cittaducale e i suoi affreschi

Sempre su Piazza del Popolo si affaccia la chiesa di Sant'Agostino, che risale al Quattrocento e che possiede una particolarità architettonica rara: l'ingresso non è in facciata ma sulla parete laterale. Il motivo è semplice e un po' malinconico, cioè la facciata non fu mai terminata. Quel che doveva essere il fronte principale rimase una muratura grezza, e la chiesa si aprì sul fianco, verso la piazza, dove la gente passava davvero.

Il portale del 1450 e la lunetta di Lorenzo Torresani

Il portale laterale reca la data 1450 ed è il pezzo scolpito più notevole del paese. Nella lunetta soprastante è dipinto un affresco firmato da Lorenzo Torresani e datato 1548. Torresani apparteneva a una famiglia di pittori veneti originari di Verona, attiva nel Cinquecento fra il Veneto e l'Italia centrale: la sua presenza a Cittaducale documenta la circolazione di maestranze forestiere in un centro che, sotto i Farnese e nell'orbita di Margherita d'Austria, era assai meno periferico di quanto la sua posizione suggerisca.

Il consiglio è di guardare la lunetta con la luce del pomeriggio: l'affresco è all'aperto, esposto, e con il sole frontale i colori superstiti si leggono molto meglio che in ombra. Portate un binocolo leggero, o usate lo zoom del telefono: i dettagli sono in alto e a occhio nudo se ne perde metà.

Il campanile a bifore di Sant'Agostino

Affianca la chiesa una torre campanaria con due piani di bifore, che insieme alla torre del duomo e alla Torre Civica compone il terzetto di verticali su cui si regge lo skyline di Cittaducale visto dalla piana. Da lontano, salendo dalla Salaria, sono proprio questi tre elementi a segnalare il paese sul colle.

Cittaducale
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Il Palazzo della Comunità e la Torre Civica di Cittaducale

Sulla piazza, di fronte alla cattedrale, sorge il Palazzo della Comunità, sede storica del governo cittadino. L'edificio subì un importante restauro che la tradizione locale attribuisce a Jacopo Barozzi detto il Vignola, l'architetto di Caprarola e del Gesù, molto attivo al servizio dei Farnese. L'attribuzione va presa per quello che è, una tradizione consolidata riportata dalle fonti locali e dalle schede del patrimonio: il legame con i Farnese la rende plausibile, ma una conferma documentaria puntuale non è alla portata di una guida turistica.

Margherita d'Austria a Cittaducale

Il palazzo ha un capitolo di storia che vale più di molte descrizioni architettoniche. Nel Cinquecento l'imperatore Carlo V concesse Cittaducale in feudo a sua figlia Margherita d'Austria, andata sposa a Ottavio Farnese, duca di Parma e Piacenza. Margherita, figlia naturale dell'imperatore e poi governatrice dei Paesi Bassi, fu una delle donne più potenti del Cinquecento europeo, e i suoi feudi abruzzesi le stavano a cuore: passò lunghi periodi fra L'Aquila, Ortona e Cittaducale.

Nei saloni del Palazzo della Comunità, durante i suoi soggiorni, si rappresentarono commedie, si tennero balli e feste mascherate: ricevimenti degni di una corte imperiale in un paese di confine. Sono gli anni in cui Cittaducale ottiene il titolo di Città e diventa sede di diocesi sotto papa Alessandro VI Borgia, e in cui l'abitato si arricchisce di palazzi gentilizi. È il momento più alto della sua parabola.

La Torre Civica

Il palazzo è affiancato dalla Torre Civica, merlata, che scandiva con la campana i tempi della vita civile: l'apertura e la chiusura delle porte, il mercato, le assemblee, l'allarme. La coppia palazzo-torre di fronte alla coppia chiesa-campanile è la rappresentazione fisica dell'equilibrio fra potere civile e potere religioso che governava una città medievale, e a Cittaducale questa dialettica si legge in una sola inquadratura, stando fermi al centro della piazza.

Le altre chiese di Cittaducale (RI)

Oltre al duomo e a Sant'Agostino, il territorio comunale conserva un numero sorprendente di edifici sacri, alcuni dentro le mura, altri disseminati nelle frazioni e lungo le strade di valle.

Santa Cecilia, l'ultima chiesa di quartiere

Santa Cecilia è l'unica superstite fra le chiese che caratterizzavano i quattro antichi quartieri della città. La sua sopravvivenza è, di per sé, un documento: permette di capire la scala di quegli edifici, che non erano chiese monumentali ma presìdi di prossimità, uno per ciascuna delle quattro porzioni in cui la scacchiera divideva la comunità.

Chiesa e monastero di Santa Caterina d'Alessandria

Il complesso monastico di Santa Caterina d'Alessandria è il luogo più intatto di Cittaducale. La fondazione risale agli anni immediatamente successivi alla nascita della città, nel 1327, e secondo la scheda del Touring Club Italiano il monastero fu fondato da frà Gentile da Foligno, dell'ordine degli Eremiti di Sant'Agostino. Oggi è abitato da una comunità di monache benedettine che segue la regola di San Benedetto da Norcia, e comprende la chiesa, il coro, il museo, la biblioteca, il refettorio, le celle, l'orto, la sartoria e il forno: un organismo monastico completo, ancora funzionante.

Il chiostro cinquecentesco ha pianta rettangolare, con archi su colonne rotonde dal capitello semplice su entrambi i livelli. La biblioteca conserva diverse migliaia di volumi, fra cui cinque rare edizioni del Cinquecento, novanta documenti pergamenacei che coprono dal XIII al XIX secolo e un consistente fondo sei-settecentesco. Per chi si occupa di storia locale è una miniera; per il visitatore comune è il segno che qui la continuità non si è mai spezzata.

Il Museo benedettino di Santa Caterina d'Alessandria

Il museo espone oggetti liturgici, calici, ostensori, candelieri e reliquari, oltre a dipinti di soggetto religioso; i paramenti liturgici sono custoditi in due mobili nell'aula capitolare. L'indirizzo è Piazza Marchesi 9, il telefono 0746 602106. Il museo è convenzionato con il Touring Club Italiano, che riconosce l'ingresso ridotto ai possessori di tessera. Trattandosi di un museo dentro un monastero di clausura, le visite si concordano: telefonate prima, sempre, e non date per scontata l'apertura nei giorni festivi.

Santa Maria di Sesto, in umbilico Italiae

Nei pressi della stazione ferroviaria sorge la chiesa di Santa Maria di Sesto, di impianto romanico, che porta l'epiteto in umbilico Italiae, nell'ombelico d'Italia. Nel 1620 il vescovo di Cittaducale, monsignor Pietro Paolo Quintavalle, vi fece collocare una lapide che garantiva l'indulgenza a chi avesse visitato la chiesa nelle domeniche o in altre festività. La formula dell'ombelico d'Italia non è un vanto campanilistico moderno: risale a Marco Terenzio Varrone, che nel I secolo a.C. indicò questa zona come Umbilicus Italiae, fulcro religioso e simbolico di un gran numero di popolazioni italiche. Il vescovo seicentesco, incidendo quella formula, rivendicava una primazia antica.

Il santuario di Santa Maria delle Grazie

Sulla strada che scende verso Rieti sorge il santuario di Santa Maria delle Grazie, meta di devozione locale. È il tipo di edificio che si incontra all'uscita dei paesi lungo le vie di transito: cappelle e santuari costruiti dove il viandante si affacciava sulla valle e si raccomandava per il viaggio.

San Vittorino, la chiesa sprofondata

Questa è la storia più singolare del territorio. La chiesa di San Vittorino, nei pressi della frazione di Cotilia lungo la Via Salaria, fu terminata nel 1613 e sprofondò quasi subito a causa dei fenomeni carsici che caratterizzano tutta la Piana di San Vittorino. Dell'edificio restano vestigia notevoli: una sorgente scaturisce direttamente dal pavimento della chiesa e alimenta un ruscello che esce dai resti del portale. Una chiesa che si beve da sola, letteralmente. Il fenomeno non è un incidente isolato: l'intera piana è costellata di sinkhole, sprofondamenti carsici legati alla risalita di acque solfuree aggressive che sciolgono i calcari dal basso. Il lago di Paterno, poco più in là, è esattamente la stessa cosa, solo in scala molto maggiore.

I palazzi gentilizi di Cittaducale

Il Cinquecento farnesiano e il Seicento hanno lasciato in paese una serie di residenze nobiliari che danno al Corso e alle vie adiacenti un decoro inatteso per un centro di queste dimensioni. Si incontrano il Palazzo Caroselli, oggi sede del Comune, il Palazzo Dragonetti-De Torres e il Palazzo Maoli, entrambi di gusto barocco, il Palazzo Valentini-Cherubini, il Palazzo Bonafaccia e il Palazzo Vetoli.

Non aspettatevi facciate di respiro romano: qui la nobiltà era locale, i portali sono in pietra grigia, le cornici sobrie, i cortili piccoli. Ma l'insieme fa sistema, e camminando lungo Corso Mazzini si capisce che questa era una città con un ceto dirigente stabile, non un villaggio. Un dettaglio da cercare: gli stemmi sui portali e le date incise negli architravi, che permettono di datare a occhio le fasi di rinnovamento del fronte stradale.

Le Terme di Cotilia e le Antiche Terme di Vespasiano

A ovest di Cittaducale, nella Piana di San Vittorino, si trova uno dei complessi termali romani più importanti dell'Italia centrale, insieme alle sorgenti che lo alimentavano. Il toponimo antico è Aquae Cutiliae, e il rango della frequentazione era imperiale.

Aquae Cutiliae nelle fonti antiche

Le acque di Cotilia sono citate da Varrone, Tito Livio, Virgilio e Seneca: un pedigree letterario che poche stazioni termali possono vantare. La ragione della fama non era solo terapeutica ma anche religiosa, perché questa conca era considerata un luogo sacro dalle popolazioni sabine e italiche. Vespasiano, che era originario della zona reatina, e suo figlio Tito vi soggiornarono ripetutamente, e proprio qui entrambi morirono: Vespasiano nel 79 d.C., Tito nell'81. Due imperatori romani che muoiono nello stesso posto, a due anni di distanza, è un primato che nessun'altra località italiana può rivendicare.

L'area archeologica delle Antiche Terme di Vespasiano

Il complesso archeologico si sviluppa su quattro terrazzamenti successivi a partire dalla strada che ricalca il tracciato della Salaria romana. Le evidenze principali provengono dal secondo terrazzo, scavato e restaurato fra il 1969 e il 1986. Al centro si riconosce una grande vasca di circa 60 per 24 metri, con ogni probabilità la natatio, accessibile da ripide scalette poste simmetricamente sui lati lunghi; la vasca presenta uno spesso deposito calcareo, il segno inconfondibile delle acque minerali che la alimentavano.

La facciata settentrionale misura 76,9 metri ed è scandita da nicchie rettangolari e semicircolari alternate; gli edifici adiacenti conservano alzati fino a cinque metri. Gli scavi hanno restituito pavimentazioni musive, intonaci dipinti e cornici marmoree. La datazione della fabbrica si colloca fra la seconda metà del II secolo a.C. e la prima metà del I secolo a.C., e l'impianto rimase in funzione almeno fino al IV secolo d.C., con frequentazione attestata fino al XII secolo. Millequattrocento anni di uso continuato: pochissimi monumenti romani possono dire altrettanto.

Lo stabilimento termale di Cotilia oggi

L'attività termale è ripresa in età moderna. Negli anni Trenta del Novecento fu realizzato un nuovo complesso, ampliato a partire dagli anni Settanta. Lo stabilimento attuale dispone di tre fonti, la Fonte del Chiosco a 14,5 gradi, i Nuovi Bagni e i Vecchi Bagni a 15 gradi, tutte con acque di composizione bicarbonato-solfato-alcalino-terrosa, all'interno di un parco. Attenzione a un equivoco frequente: il borgo di Cotilia e lo stabilimento ricadono a ridosso del confine con Castel Sant'Angelo, mentre l'area archeologica delle terme antiche insiste sul territorio di Cittaducale. Per orari, trattamenti e tariffe il riferimento è il sito dello stabilimento, che va consultato prima di presentarsi.

Cittaducale
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Il lago di Paterno e l'ombelico d'Italia

A pochi minuti dalle terme, nella stessa piana, si apre il lago di Paterno. Le dimensioni ingannano: è un bacino di forma ovale di circa 150 per 190 metri, un diametro attorno ai 204 metri, ma la profondità arriva a quasi 54 metri. È un pozzo, non un lago di pianura.

Un lago che è uno sprofondamento

L'origine è carsica: il lago si è formato per sprofondamento del terreno, un sinkhole. La data del collasso è ignota, sicuramente molto antica. Il meccanismo è quello che governa tutta la Piana di San Vittorino, dove le acque solfuree profonde corrodono i calcari finché la volta cede. Guardando il lago con questa chiave, la chiesa di San Vittorino che sprofonda nel Seicento smette di essere un aneddoto e diventa un episodio di un processo geologico ancora attivo.

L'isola galleggiante di cui parlavano i Romani

Gli autori latini riferirono che in mezzo al lago si ergeva un'isola galleggiante, coperta da vegetazione fitta, che si spostava di frequente. Seneca sostenne che fosse formata da accumuli di rami e terra trattenuti dalla densità dell'acqua lacustre. L'isola era ancora visibile all'inizio dell'Ottocento; oggi è scomparsa. Se il fenomeno vi sembra incredibile, sappiate che isole galleggianti di torba e vegetazione sono documentate in altri specchi d'acqua europei: la descrizione antica, per una volta, ha basi fisiche solide.

Umbilicus Italiae

Fu Varrone a definire questo luogo Umbilicus Italiae, per sottolineare come fosse il fulcro religioso e simbolico di molte popolazioni italiche. Nel Rinascimento altri centri abitati si appropriarono dell'epiteto, che è diventato oggetto di rivendicazioni campanilistiche in mezza Italia; la fonte più antica, però, indica questa conca. Il lago è balneabile e frequentato in estate, e vale la pena arrivarci al mattino presto, quando l'acqua è ferma e la parete del Monte Nuria si specchia.

La Scuola Forestale dei Carabinieri a Cittaducale (RI)

Chi arriva in paese e vede giovani in divisa lungo il Corso capisce che Cittaducale non vive solo di memorie. Qui ha sede la Scuola Forestale Carabinieri, la principale struttura nazionale per la formazione del personale forestale, ed è una presenza che determina l'economia, la demografia e perfino l'atmosfera del centro storico.

Dalla Scuola pratica di Silvicoltura del 1903 ai Carabinieri Forestali

Le attività della Scuola pratica di Silvicoltura per le Guardie Forestali del Regno iniziarono nel novembre 1903, mentre il decreto istitutivo è del 1905. Da allora la denominazione è cambiata seguendo le trasformazioni dell'apparato forestale dello Stato, fino all'assorbimento del Corpo forestale dello Stato nell'Arma dei Carabinieri nel 2017. Oggi la scuola forma marescialli e carabinieri con corsi di specializzazione iniziale, tiene corsi di aggiornamento specialistico su materie forestali, ambientali e agroalimentari, e svolge programmi di educazione ambientale per le scuole. Nel 2025 la scuola ha celebrato i centoventi anni dall'istituzione.

L'arboreto didattico

La sede occupa circa 40.000 metri quadrati e integra edifici storici di origine conventuale, che risalgono al XIV secolo, con costruzioni moderne. Metà della superficie è occupata dall'Arboreto storico, che conta più di 900 esemplari appartenenti a oltre cento specie diverse di alberi e arbusti. Per chi si occupa di botanica è un patrimonio notevole: un arboreto didattico costruito nell'arco di più di un secolo, con impianti successivi che documentano le mode e le priorità della selvicoltura italiana dal primo Novecento a oggi.

Il museo della Scuola Forestale

All'interno della scuola è allestita una esposizione naturalistica che conserva centinaia di esemplari tassidermizzati, mammiferi e uccelli, una xiloteca, cioè una collezione di legni, e diorami naturalistici. La raccolta si è accresciuta nel tempo anche con reperti provenienti dai sequestri effettuati nell'ambito del controllo CITES sul commercio internazionale delle specie protette. La struttura conserva inoltre cimeli, armi, uniformi e la bandiera del Corpo forestale dello Stato. Le visite sono soggette alle regole di accesso di una struttura militare: si concordano con la scuola e non si improvvisano. Per il contesto storico dell'Arma vale la pena confrontare questo patrimonio con quello del Museo Storico dell'Arma dei Carabinieri a Roma.

L'acquedotto del Peschiera: l'acqua di Roma nasce a Cittaducale

Questo è il primato che gli abitanti citano per primo, e hanno ragione. All'interno del territorio comunale, verso il confine con Castel Sant'Angelo, sgorgano le sorgenti del Peschiera, seconde in Italia per portata. Una parte dell'acqua confluisce nel fiume Velino; un'altra parte entra nell'acquedotto del Peschiera, un'opera di ingegneria idraulica che la trasporta per circa 90 chilometri fino a Roma.

Le cifre rendono l'idea di che cosa significhi: l'opera di presa gestita da ACEA fornisce oltre il settanta per cento dell'acqua necessaria alla capitale. Quando a Roma si apre un rubinetto, l'acqua che esce ha quasi certamente iniziato il suo viaggio qui, in questa valle. L'acquedotto fu costruito a partire dagli anni Trenta del Novecento e rappresenta il proseguimento moderno di una tradizione che risale agli acquedotti antichi: Roma ha sempre dovuto andare a cercare l'acqua lontano, e da un secolo la cerca nel reatino.

Il dato ha anche un risvolto politico locale, ed è giusto dirlo: una comunità di seimila abitanti che fornisce l'acqua a quasi tre milioni di persone ha, storicamente, rivendicato compensazioni e attenzione. Il tema torna ogni volta che si discute di raddoppio delle condotte o di manutenzione straordinaria.

La Riserva dei Laghi Lungo e Ripasottile, a due passi da Cittaducale

Poco oltre Rieti, sull'altro versante della conca, si estende la Riserva dei Laghi Lungo e Ripasottile, istituita con la legge regionale del 17 giugno 1985, numero 94. La superficie tutelata è di 3.278 ettari e comprende i territori di Cantalice, Colli sul Velino, Contigliano, Poggio Bustone, Rieti e Rivodutri; la gestione è affidata al consorzio fra quei comuni, con sede a Rieti in via Cintia 87 e telefono 0746 200999.

I due specchi d'acqua sono i relitti dell'antico Lacus Velinus, il grande lago che occupava la conca reatina prima che i Romani lo prosciugassero con il taglio del Velino alle Marmore nel 271 a.C., per opera del console Manio Curio Dentato. La piana che oggi si attraversa in macchina venendo da Cittaducale è, in sostanza, il fondo di quel lago.

Per il visitatore la riserva vale soprattutto per il birdwatching, particolarmente nei mesi invernali e nei periodi di migrazione. Nei canneti nidificano numerose specie; nelle acque si trovano scardole, lucci, tinche, anguille, cavedani e trote; fra gli anfibi raganelle, rane dalmatine, ululoni e tritoni; fra i rettili la natrice è comune; fra i mammiferi volpi, ricci e la nutria, che è specie alloctona e invasiva. La vegetazione alterna canneti palustri, ninfee bianche e gialle, salici, sambuchi e pioppi in formazioni ripariali. Portate binocolo e scarponi, e andate all'alba: a metà mattina l'attività degli uccelli cala drasticamente.

Cittaducale (RI) prima di Cittaducale: protostoria e archeologia

La media valle del Velino era abitata molto prima del 1308. Tito Livio chiama le popolazioni originarie Aborigeni e Pelasgi, e la tradizione antica attribuisce loro la fondazione di città leggendarie, fra cui Cotilia e Vatia, poste rispettivamente a est e a ovest dell'attuale abitato.

Vatia e la frazione di Santa Rufina

Nel territorio comunale, nella frazione di Santa Rufina, sorgeva l'antica Vatia, città degli Aborigeni che Dionigi di Alicarnasso colloca pochi chilometri a est di Rieti, lungo la Via Calatina. Le fonti antiche vanno maneggiate con prudenza: Dionigi scriveva in età augustea, a secoli di distanza dai fatti, e il suo catalogo di città aborigene mescola tradizione, etimologia e ricostruzione erudita. È materiale storiografico prezioso, non un rapporto di scavo.

Il sito di Valle Ottara

Un secondo sito protostorico è stato individuato in località Valle Ottara, alle pendici del Colle Petescia: un abitato della media età del Bronzo, databile fra XIII e XII secolo a.C. Sono stati rinvenuti pezzi di argilla cotta con impronte di rami, messi in rapporto con resti di capanne, cioè l'intonaco di graticcio che rivestiva le pareti lignee e che si è conservato perché cotto dall'incendio della struttura. Le ossa di sus domesticus e di ovis attestano la presenza di animali da allevamento: maiali e pecore, l'economia base di un villaggio appenninico dell'età del Bronzo.

Un'ipotesi interpretativa, riportata dalla letteratura locale, è che con il nome Vatia Dionigi indicasse l'intero comprensorio occupato dai due siti protostorici presenti nel territorio comunale: uno scelto per l'insediamento stabile, a Valle Ottara, l'altro adibito a luogo di culto, a Santa Rufina. La distinzione fra abitato e santuario è un modello ricorrente nell'Italia preromana e regge bene alla prova dei fatti.

Le pitture rupestri di Grotti

Nella frazione di Grotti, alcune caverne presso i Monti dei Balzi conservano tracce di pitture antropomorfe preistoriche. Si tratta di un patrimonio fragile e poco pubblicizzato: chi volesse cercarlo deve informarsi presso il Comune e muoversi con il rispetto che un sito del genere impone.

La geologia del minerale di Cupaello

Un'ultima curiosità per gli appassionati: nella frazione di Cupaello sono stati rinvenuti minerali significativi, legati al vulcanismo carbonatitico della zona. Il reatino è una delle poche aree italiane dove affiorano rocce di questo tipo, e alcune località del comune sono citate nella letteratura mineralogica internazionale.

Cittaducale
Cittaducale

Dal Medioevo all'Unità: sei secoli di Abruzzo

Uno degli aspetti che più spiazza chi visita Cittaducale è scoprire che questo paese laziale è stato abruzzese per oltre seicento anni. Dal 1308 al 1927 ha fatto parte del Regno di Napoli e poi delle Due Sicilie, inquadrata amministrativamente nella provincia dell'Abruzzo Ulteriore Secondo, con capoluogo L'Aquila.

Aragonesi, Farnese e Borbone

Passata dagli Angioini agli Aragonesi, Cittaducale ottenne da questi ultimi il privilegio di battere moneta e si dimostrò così fedele alla corona da sostenere lotte continue contro Rieti a difesa del Regno di Napoli. Nel XVI secolo ottenne il titolo di Città e divenne sede di diocesi sotto papa Alessandro VI Borgia; fu poi data in feudo da Carlo V alla figlia Margherita d'Austria, sposa di Ottavio Farnese. Sempre nel Cinquecento si svilupparono all'interno delle mura lotte per il potere fra le famiglie dei Pandolfi e dei Mancini, faide cittadine che seguirono il copione classico dei comuni italiani, con esili, agguati e riconciliazioni imposte dall'alto.

Dopo la dominazione farnesiana il paese tornò alle dipendenze dirette dei Borbone di Napoli, restandovi fino al 1861. Dal 1806 fu capoluogo di Distretto e poi di Circondario: una sede amministrativa con tribunale, uffici, notai e una piccola burocrazia stabile, il che spiega il tenore dei palazzi e il numero di famiglie notabili.

La dogana di Santa Rufina

Terra di frontiera, Cittaducale ospitava un'importante dogana nei pressi della frazione di Santa Rufina, dove correva l'antico confine di Stato. Quella linea è sopravvissuta alla fine del Regno: fino al 1927 rimase confine provinciale fra Abruzzo e Umbria. Oggi è un dettaglio catastale, ma per secoli è stata una barriera vera, con controlli, gabelle e contrabbando.

Il passaggio al Lazio nel 1927

Nel 1927 il governo italiano riordinò le circoscrizioni provinciali e istituì la provincia di Rieti. Cittaducale, con tutto il territorio del suo ex circondario, passò dalla provincia dell'Aquila degli Abruzzi a quella reatina, appena nata. Fu un cambio di appartenenza netto, deciso a tavolino, che in una generazione ha riallineato il paese verso Roma. Nella parlata, nella cucina e in certe devozioni, però, l'Abruzzo non se n'è mai andato del tutto.

I terremoti del 1703 e del 1898 a Cittaducale

Gran parte degli edifici più significativi di Cittaducale, costruiti in età medievale, presenta oggi un aspetto diverso da quello originario a causa delle ricostruzioni rese necessarie da due sismi. Il primo è quello del 1703, la sequenza che devastò l'Appennino centrale fra Norcia, L'Aquila e la valle dell'Aterno, uno degli eventi più distruttivi della storia sismica italiana. Il secondo è il terremoto del 1898, di magnitudo minore ma centrato proprio nella zona reatina.

Il risultato è un centro storico dove l'impianto urbanistico trecentesco è intatto e l'architettura è in buona parte settecentesca e ottocentesca. È una condizione frequente nell'Appennino centrale, e va saputa leggere: le mura, le porte e la maglia stradale raccontano il Trecento, gli alzati raccontano le ricostruzioni. Chi cerca l'autenticità medievale nell'intonaco resterà a mani vuote; chi la cerca nel disegno della città la trova tutta.

Una curiosità su Cittaducale (RI)

La curiosità vera di Cittaducale non è nelle chiese: è nella pianta di una torre. Il Cassero di San Magno, la Torre Angioina che presidia Porta Napoli, ha una pianta a ferro di cavallo, arrotondata verso la campagna e piatta verso la città. È un dettaglio che il novantanove per cento dei visitatori guarda senza vedere, e che invece contiene la ragione d'essere dell'intero paese.

La curvatura verso l'esterno è una scelta balistica. Una torre a spigolo vivo offre agli assedianti un punto in cui concentrare i colpi: si scalza l'angolo, si fa crollare la struttura, si apre la breccia. Una torre curva, invece, devia l'energia dell'impatto lungo la superficie e non offre appigli al piccone. Il lato interno piatto serviva a tutt'altro: permetteva di addossare scale, ballatoi e magazzini, e di collegare il camminamento di ronda senza sprecare spazio. Progettare una torre così significa avere in mente una guerra vera, non una parata.

E qui viene il punto interessante. Cittaducale fu fondata nel 1308 come avamposto del Regno di Napoli contro lo Stato della Chiesa, in un momento in cui la Chiesa stava per trasferirsi ad Avignone e il papato attraversava la sua crisi più profonda. Gli Angiò, che del papato erano il braccio armato in Italia, costruivano difese contro il proprio alleato: perché la geopolitica del Trecento era mobile, e un re prudente si fortificava anche verso gli amici. La forma di quella torre, in sostanza, è la fotografia di una diffidenza istituzionale.

Seconda curiosità, meno tecnica e più affettuosa: il nome dialettale del paese è Cìeta. Da Civitas ducalis a Cìeta: sette secoli di erosione fonetica in due sillabe. Se in un bar del Corso sentite pronunciare quel nome, avete appena ascoltato la stessa parola che dicevano i coloni angioini, consumata dall'uso come un gradino di pietra.

Una cosa che non ti dice nessuno su Cittaducale (RI)

Nessuna guida lo scrive, ma è la chiave per capire dove vi trovate: Cittaducale non appartiene al Lazio da nemmeno un secolo. È diventata laziale nel 1927, con un decreto, insieme a tutto il suo circondario. Prima era Abruzzo, provincia dell'Aquila, e lo era stata ininterrottamente dal 1308, cioè dal giorno stesso della fondazione. Seicentodiciannove anni di Abruzzo contro meno di cento di Lazio.

Questo spiega una quantità di cose che altrimenti sembrano incongrue. Spiega perché la facciata del duomo sia gotico-abruzzese, con il coronamento orizzontale e il rosone, invece di seguire i modelli romani o umbri. Spiega perché la cucina locale somigli più a quella dell'Aquilano che a quella della Sabina. Spiega perché i santi venerati siano quelli del versante adriatico, Sant'Emidio in testa. Spiega perché fino al 1927 il confine provinciale fra Abruzzo e Umbria passasse a Santa Rufina, dentro il territorio comunale, con tanto di dogana: quella era una frontiera di Stato, non un cavillo amministrativo.

La seconda cosa che nessuno dice riguarda l'acqua. Cittaducale è il rubinetto di Roma. Le sorgenti del Peschiera, seconde in Italia per portata, sgorgano nel territorio comunale, e l'acquedotto che ne parte alimenta oltre il settanta per cento del fabbisogno idrico della capitale. Nessun cartello lo segnala ai turisti, nessun percorso lo racconta. Eppure ogni volta che tre milioni di romani aprono un rubinetto, il gesto comincia qui.

Terza cosa poco nota, e questa è pratica: la stazione ferroviaria non è in paese. Chi prenota un albergo guardando la mappa e conta di arrivare in treno scopre che fra il binario e il centro storico ci sono chilometri e un dislivello serio, in una frazione di pianura. Non è un problema insormontabile, ma va saputo prima, non dopo essere scesi con le valigie.

Il consiglio che ti do per visitare Cittaducale (RI)

Il consiglio principale è uno solo: non venite a Cittaducale come tappa isolata. Venite a Cittaducale come base per la Piana di San Vittorino. Un paese di seimila abitanti con un centro storico che si gira in novanta minuti non giustifica, da solo, un viaggio da Roma. Lo giustifica pienamente se lo inserite in una giornata costruita bene.

La giornata che consiglio, provata e collaudata: partenza da Roma verso le otto, arrivo attorno alle nove e mezza. Prima sosta all'area archeologica delle Antiche Terme di Vespasiano, con la luce del mattino che taglia i terrazzamenti. Poi il lago di Paterno, dieci minuti di macchina, quando l'acqua è ancora immobile. A mezzogiorno si sale al centro storico di Cittaducale e si fa il giro: Porta Napoli, la Torre Angioina, Corso Mazzini, Piazza del Popolo, il duomo, Sant'Agostino, il Palazzo della Comunità. Pranzo in paese. Nel pomeriggio, a scelta, il monastero di Santa Caterina (telefonando in anticipo) oppure la Riserva dei Laghi Lungo e Ripasottile dall'altro lato della conca. Rientro a Roma con la Salaria.

Secondo consiglio, contrarian rispetto a quello che leggerete altrove: saltate l'estate. Luglio e agosto in questa conca sono afosi, il sole a picco appiattisce la pietra grigia e le chiese chiudono nelle ore centrali. Il momento giusto per Cittaducale è la seconda metà di ottobre, quando i boschi del Terminillo virano e la luce bassa modella la facciata del duomo, oppure aprile e maggio, quando la piana è verde e il lago di Paterno non è ancora affollato di bagnanti.

Terzo consiglio, il più importante e il più trascurato: telefonate prima. Il duomo, Sant'Agostino e soprattutto il monastero di Santa Caterina non hanno orari da museo. Il numero del Comune è 0746 60801, quello del museo benedettino 0746 602106. Cinque minuti di telefono vi risparmiano un viaggio a vuoto. Arrivare qui la domenica pomeriggio significa spesso trovare tutto chiuso: è una brutta esperienza, ed è completamente evitabile.

Quarto: portate scarpe con suola decente. Il selciato del centro storico è in pietra levigata dall'uso, e con la pioggia diventa scivoloso in modo serio, specie sulle rampe che scendono verso le porte.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Che le acque di Cotilia fossero famose nell'antichità lo dicono tutte le guide. Quello che quasi nessuno sviluppa è la conseguenza: in questa piana sono morti due imperatori romani, padre e figlio, a due anni di distanza l'uno dall'altro. Vespasiano nel 79 dopo Cristo, Tito nell'81. Nessun'altra località italiana, Roma esclusa, può dire altrettanto.

Vespasiano era di famiglia reatina, e alle Aquae Cutiliae tornava ogni estate. La tradizione vuole che vi seguisse una cura idropinica intensiva, bevendo grandi quantità di acqua fredda: un regime che in un uomo di sessantanove anni, colpito da una febbre intestinale, non fu probabilmente d'aiuto. Suetonio racconta che l'imperatore, sentendosi morire, volle alzarsi in piedi dicendo che un imperatore deve morire stando ritto: l'aneddoto è famoso e va preso per quello che è, un aneddoto di tradizione antica, non un verbale.

Tito morì nello stesso luogo due anni dopo, a quarantadue anni, dopo un regno brevissimo segnato dall'eruzione del Vesuvio, dall'incendio di Roma e dall'inaugurazione del Colosseo. Che i due Flavi abbiano chiuso qui la loro vicenda dà a questa conca, per chi ci arriva sapendolo, uno spessore che il paesaggio da solo non comunica. Camminando fra i terrazzamenti delle terme, quello che si calpesta è il luogo di villeggiatura di una dinastia imperiale.

Secondo fatto noto e poco approfondito: la battaglia di Rieti-Antrodoco del 7 marzo 1821, combattuta a pochi chilometri da qui, è considerata la prima battaglia del Risorgimento. Se ne parla come di una nota a piè di pagina, mentre fu lo scontro che chiuse l'esperienza costituzionale napoletana del 1820 e aprì il decennio della reazione. Le truppe napoletane erano comandate da Guglielmo Pepe; gli austriaci dal generale Frimont, che per quella vittoria fu creato dal re Principe di Antrodoco. Un titolo nobiliare italiano nato da una sconfitta italiana: è un dettaglio che dice molto sull'Italia del 1821.

La foto giusta da fare a Cittaducale (RI)

La fotografia che porta a casa Cittaducale non è il primo piano della cattedrale. È l'infilata di Corso Mazzini, ripresa dal fondo della strada con il campanile in asse. Mettetevi all'estremità del Corso, all'altezza della porta, abbassatevi di una spanna rispetto alla posizione naturale e inquadrate in verticale: la strada dritta, i fronti degli edifici che convergono, la torre che chiude la prospettiva. Quella foto racconta in un colpo solo che questa è una città disegnata, non cresciuta.

L'ora giusta è il tardo pomeriggio, quando il sole entra nell'asse della strada e la illumina per tutta la lunghezza, oppure la prima mattina d'inverno, quando la foschia della piana sale e ammorbidisce il fondo. Evitate il mezzogiorno: la luce zenitale schiaccia i volumi e la pietra grigia diventa piatta.

La seconda foto da fare è la Torre Angioina dal basso, all'esterno delle mura, includendo la curva della muratura contro il cielo. Avvicinatevi fino a tre o quattro metri e usate un grandangolo moderato: la pianta a ferro di cavallo si legge solo così, in scorcio. Da lontano sembra una torre qualsiasi.

La terza, se avete un po' di pazienza, è il panorama d'insieme del borgo sul colle, ripreso dalla piana. Il punto migliore è lungo le strade secondarie che corrono nel fondovalle a sud del paese, dove si riesce a tenere insieme la sagoma compatta del centro storico e, sullo sfondo, il profilo del Terminillo. In autunno, con i colori del bosco, è l'immagine più bella che Cittaducale sappia dare.

Una raccomandazione di buonsenso: nell'area della Scuola Forestale non si fotografa liberamente. È una struttura militare, valgono le sue regole, e fare lo spiritoso con il telefono davanti a un ingresso presidiato è il modo più rapido per rovinarsi la giornata.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il primo avvenimento è la fondazione stessa, nel 1308. Non è un evento simbolico: è un atto di governo che sposta fisicamente centinaia di persone. Gli abitanti di Castel Sant'Angelo, Paterno, Canetra, Calcaiola e altri borghi furono chiamati dentro le mura nuove, e i loro insediamenti d'origine si svuotarono. Una città che nasce per decreto e un paesaggio che cambia in pochi anni: è uno dei casi meglio leggibili di pianificazione territoriale medievale in Italia centrale.

Il secondo è il conferimento del titolo di Città e l'istituzione della diocesi nel Cinquecento, sotto papa Alessandro VI Borgia. Con la diocesi arrivano il vescovo, il capitolo, il seminario, gli uffici: una sovrastruttura che in un centro di queste dimensioni significa lavoro, edilizia, cultura scritta. Il Palazzo Vescovile del 1623 con il suo salone affrescato è il frutto maturo di quella stagione. La diocesi fu soppressa nel 1818, e con essa se ne andò una parte del ruolo del paese.

Il terzo è il feudo di Margherita d'Austria. Figlia naturale di Carlo V, moglie di Ottavio Farnese, governatrice dei Paesi Bassi, Margherita ricevette Cittaducale fra i suoi possedimenti abruzzesi. I suoi soggiorni trasformarono il Palazzo della Comunità in una piccola corte: commedie, balli, feste mascherate. Per qualche decennio un paese di confine ospitò i modi della più alta aristocrazia europea.

Il quarto è il terremoto del 1703, che devastò l'Appennino centrale e impose a Cittaducale una ricostruzione radicale. Il quinto è il terremoto del 1898, centrato nel reatino, che costrinse a nuovi interventi. Fra i due sismi si consuma la trasformazione dell'aspetto edilizio del paese: quello che oggi si vede è il risultato di due ricostruzioni sovrapposte sull'impianto trecentesco.

Il sesto è la battaglia di Rieti-Antrodoco del 7 marzo 1821, ricordata come la prima battaglia del Risorgimento, combattuta a ridosso di questo territorio fra le truppe napoletane di Guglielmo Pepe e gli austriaci del generale Frimont. La sconfitta napoletana chiuse la breve stagione costituzionale del Regno.

Il settimo è il 1927, l'anno in cui il riordino delle circoscrizioni provinciali staccò Cittaducale dall'Aquila e dall'Abruzzo e la assegnò alla neonata provincia di Rieti. Il paese cambiò regione senza spostarsi di un metro.

L'ottavo è il 6 e 7 settembre 2008, quando Cittaducale ha celebrato i settecento anni dalla fondazione con una grande rievocazione storica. Non è un fatto d'armi, ma è il momento in cui una comunità ha deciso pubblicamente che la propria data di nascita conta ancora.

Il nono, e riguarda il presente, è l'assorbimento del Corpo forestale dello Stato nell'Arma dei Carabinieri nel 2017, che ha trasformato la scuola di Cittaducale in Scuola Forestale Carabinieri. Per un paese che ospita quella struttura dal 1903, fu una riforma con conseguenze molto concrete.

Chi è passato da Cittaducale (RI)

Il primo nome è quello inciso nel toponimo: Roberto d'Angiò, duca di Calabria quando la città fu fondata nel 1308 e re di Napoli dal 1309 al 1343. Roberto il Saggio fu uno dei sovrani più colti del Trecento europeo, protettore di Petrarca, che nel 1341 lo scelse come esaminatore prima dell'incoronazione poetica in Campidoglio, e corrispondente di Boccaccio. Che il suo titolo ducale sia rimasto inciso nel nome di un paese del reatino è la traccia più duratura del suo passaggio in questa valle. Il padre, Carlo II d'Angiò, è il fondatore materiale della città.

Il secondo nome è Margherita d'Austria, detta Madama, figlia naturale dell'imperatore Carlo V, sposa in seconde nozze di Ottavio Farnese e più tardi governatrice dei Paesi Bassi. Ricevette Cittaducale in feudo dal padre e vi soggiornò, tenendo corte nel Palazzo della Comunità. La sua è una presenza documentata e ricordata con orgoglio dalla tradizione locale: una delle donne più potenti del Cinquecento che passa le sue giornate in un paese di confine dell'Abruzzo Ulteriore.

Il terzo nome è Jacopo Barozzi detto il Vignola, cui la tradizione locale attribuisce il restauro del Palazzo della Comunità. L'architetto dei Farnese, autore del Palazzo di Caprarola e della chiesa del Gesù a Roma, lavorò a lungo per quella famiglia, e il collegamento con il feudo di Margherita rende l'attribuzione verosimile; resta però un'attribuzione di tradizione, non un dato d'archivio verificato.

Il quarto è Lorenzo Torresani, pittore di famiglia veronese attivo nel Cinquecento, che nel 1548 firmò l'affresco nella lunetta del portale di Sant'Agostino: una presenza documentata dalla data e dalla firma sull'opera stessa, il tipo di prova che vale più di dieci pagine di cronaca.

Il quinto è Pietro Berrettini, cui le fonti locali attribuiscono il progetto del Palazzo Vescovile del 1623. Se si tratta del Pietro da Cortona che di lì a poco avrebbe dipinto la volta di Palazzo Barberini, l'episodio sarebbe di grande interesse per la sua formazione giovanile; l'attribuzione va però trattata con cautela.

Il sesto è Girolamo Troppa, pittore sabino della seconda metà del Seicento, nato a Rocchette e formatosi a Roma, cui è riferita una tela mariana conservata in cattedrale. Troppa lavorò moltissimo nelle chiese del reatino e della Sabina, e la sua mano è uno dei fili che legano fra loro le parrocchie di questa provincia.

Il settimo nome non è un artista ma un militare: Guglielmo Pepe, generale e patriota napoletano, che nel marzo 1821 condusse le truppe costituzionali del Regno in questa valle contro gli austriaci del generale Frimont, e vi fu sconfitto. Pepe sarebbe poi stato fra i difensori di Venezia nel 1849: una biografia che attraversa tutto il Risorgimento e che in questa conca ha uno dei suoi capitoli iniziali.

L'ottavo, infine, sono le migliaia di giovani che dal 1903 sono passati per la scuola forestale: guardie del Regno prima, agenti e ufficiali del Corpo forestale dello Stato poi, carabinieri forestali oggi. Non hanno voci nelle enciclopedie, ma hanno lasciato in questo paese una impronta più profonda di molti nomi illustri.

Cosa si mangia a Cittaducale (RI)

La cucina qui è appenninica e schietta, con una chiara impronta abruzzese che i sei secoli di Regno hanno depositato. I piatti che si incontrano più spesso nelle trattorie del paese e dei dintorni sono le sagne alla molinara, una pasta fresca tagliata a strisce irregolari, gli gnocchi al sugo di pecora, i fagioli con le cotiche e la pasta con i rigagli di pollo, cioè con le frattaglie, un piatto di recupero diventato una specialità.

In autunno la castagna entra nel menù, come in tutta la fascia pedemontana del Terminillo. Il vero protagonista del territorio reatino resta però il legume: fagioli, lenticchie, cicerchie, coltivati nei fondovalle e nelle conche di altura. Chi arriva da Roma aspettandosi la carbonara farà bene a cambiare programma e ordinare quello che il posto sa fare.

Una nota pratica: in un paese di seimila abitanti i ristoranti sono pochi e la domenica sera molti chiudono. Se avete in programma una cena, prenotate. E tenete presente che alcune delle tavole migliori della zona sono nelle frazioni e lungo la Salaria, non dentro le mura.

Cosa vedere nei dintorni di Cittaducale (RI)

La posizione di Cittaducale è il suo asso migliore. Nel raggio di mezz'ora di macchina si concentra una varietà di paesaggi e monumenti che poche basi laziali possono offrire.

Rieti e la Valle Santa

A dieci chilometri c'è Rieti, con il centro storico medievale, le mura, il ponte romano e i sotterranei del palazzo vescovile. Attorno alla conca si dispongono i santuari francescani della Valle Santa: il santuario di Greccio, dove nel 1223 Francesco allestì il primo presepe, e il santuario di Fonte Colombo, dove fu dettata la Regola. Sono a mezz'ora scarsa.

La valle del Velino verso L'Aquila

Risalendo la Salaria verso est si incontrano Borgo Velino e Antrodoco, con la sua chiesa di Santa Maria extra moenia e le gole spettacolari che aprono verso l'Aquilano. Poco prima, il borgo di Castel Sant'Angelo, cui si appoggia lo stabilimento termale di Cotilia. Continuando si arriva a L'Aquila, che con Cittaducale ha condiviso seicento anni di provincia.

La montagna: Terminillo e Leonessa

A nord, il Terminillo offre sci d'inverno e escursionismo d'estate, con la vetta a 2.217 metri. Oltre il valico si scende a Leonessa, altra città di fondazione angioina con un impianto regolare e un centro storico di notevole qualità: il confronto fra le due piante urbane è una lezione di urbanistica medievale che vale il viaggio.

I laghi e le riserve

Sul versante opposto della conca si estende la Riserva dei Laghi Lungo e Ripasottile. Più a sud, nel Cicolano, il lago del Salto e il lago del Turano sono due bacini artificiali costruiti negli anni Trenta, le cui acque alimentano la centrale idroelettrica di Cotilia, nel territorio di Cittaducale. Sono i paesaggi lacustri più scenografici del Lazio interno.

Cittaducale (RI) con i bambini e accessibilità

Il centro storico è a misura di famiglia: è piccolo, chiuso, con poco traffico, e i bambini possono camminare senza l'ansia delle strade trafficate. Le mura, le porte e la torre funzionano bene come racconto, e l'idea della città costruita con il righello nel 1308 si spiega a un bambino di otto anni in tre minuti, indicando la strada dritta e i quattro quartieri. Il lago di Paterno e l'area termale aggiungono la parte all'aperto.

Sull'accessibilità va detta la verità: un borgo medievale su un colle, con selciato in pietra e qualche rampa, non è un terreno facile per una carrozzina o per chi cammina con difficoltà. Piazza del Popolo e il tratto centrale del Corso sono relativamente pianeggianti e percorribili; i collegamenti verso le porte e le vie laterali comportano pendenze e fondo irregolare. Chi ha esigenze specifiche faccia bene a contattare il Comune prima della visita per verificare percorsi e parcheggi riservati.

Quando andare a Cittaducale (RI)

L'autunno è la stagione migliore, senza discussione. Fra la fine di settembre e la prima metà di novembre la luce è bassa e calda, i boschi del Terminillo cambiano colore, la piana si riempie di foschie mattutine che fanno galleggiare il borgo sul colle, e la temperatura è ideale per camminare. La primavera è la seconda scelta, con la piana verde e i laghi pieni.

L'estate è la stagione più frequentata, perché il lago di Paterno attira bagnanti e le terme lavorano, ma nelle ore centrali il caldo in questa conca è pesante e la visita al centro storico diventa faticosa. Se venite d'estate, organizzatevi come si organizzano qui: fuori la mattina presto, pausa lunga a pranzo, di nuovo fuori dopo le diciassette.

L'inverno ha il suo fascino, ma va affrontato con criterio. Siamo a oltre cinquecento metri di quota, in zona climatica E, con 2.240 gradi giorno: significa freddo vero, gelate notturne e possibilità di neve. In compenso si combina la visita con una giornata sulle piste del Terminillo, e il borgo deserto sotto un cielo terso è una immagine che ripaga il freddo alle dita.

Domande veloci su Cittaducale (RI)

Dove si trova Cittaducale (RI)?

Sul Colle di Cerreto Piano, lungo la Via Salaria, nella parte occidentale della Piana di San Vittorino, in provincia di Rieti, a dieci chilometri dal capoluogo e a poco meno di novanta da Roma.

Quanto dista Cittaducale da Roma?

Circa 85-90 chilometri lungo la Salaria, che in condizioni normali significa fra un'ora e venti e un'ora e quaranta di auto. Nei rientri domenicali estivi il tempo può aumentare in modo sensibile.

Quanto tempo serve per visitare Cittaducale?

Il centro storico si gira in un'ora e mezza camminando con calma. Per una visita che comprenda anche le Antiche Terme di Vespasiano, il lago di Paterno e una sosta a pranzo, mettete in conto una giornata intera.

Si paga un biglietto per entrare a Cittaducale?

No. Il centro storico è un paese abitato, l'accesso è libero e gratuito. Eventuali ticket riguardano solo singoli musei o visite guidate organizzate.

Perché si chiama Cittaducale?

Dal latino Civitas ducalis, la città del duca, in onore di Roberto d'Angiò, duca di Calabria, figlio del fondatore Carlo II ed erede al trono di Napoli. In dialetto locale il nome è diventato Cìeta.

Chi ha fondato Cittaducale e quando?

Fu fondata nel 1308 dal re Carlo II d'Angiò come piazzaforte di confine settentrionale del Regno di Napoli, di fronte allo Stato della Chiesa.

Cittaducale è in Abruzzo o nel Lazio?

Oggi è nel Lazio, provincia di Rieti. Ma lo è soltanto dal 1927: per oltre sei secoli, dalla fondazione fino a quell'anno, è appartenuta all'Abruzzo e alla provincia dell'Aquila.

Che cosa vedere a Cittaducale in mezza giornata?

Porta Napoli con la Torre Angioina, Corso Mazzini, Piazza del Popolo, il duomo di Santa Maria del Popolo, la chiesa di Sant'Agostino con il portale del 1450, il Palazzo della Comunità con la Torre Civica e, se aperto, il monastero di Santa Caterina d'Alessandria.

Il duomo di Cittaducale è sempre aperto?

No, segue orari di parrocchia, che variano nel corso dell'anno. Conviene informarsi telefonicamente prima di programmare la visita.

Come si visita il Museo benedettino di Santa Caterina d'Alessandria?

Il museo è in Piazza Marchesi 9 e la visita si concorda telefonando allo 0746 602106. Trovandosi in un monastero, gli orari dipendono dalla comunità. Il museo è convenzionato con il Touring Club Italiano.

Si può visitare la Scuola Forestale dei Carabinieri?

La scuola ospita un museo naturalistico e un arboreto storico, ma è una struttura militare: gli accessi vanno richiesti e concordati preventivamente, e non sono garantiti. Non ci si presenta al cancello sperando di entrare.

Dove sono le Terme di Cotilia e quali sono le Terme di Vespasiano?

Lo stabilimento termale moderno di Cotilia si trova nella piana, a ridosso del confine con Castel Sant'Angelo. Le cosiddette Terme di Vespasiano sono invece l'area archeologica romana, nel territorio di Cittaducale, con la grande vasca e i terrazzamenti.

Ci si può fare il bagno nel lago di Paterno?

Il lago è balneabile e in estate è frequentato. Tenete presente che è un bacino carsico profondo quasi 54 metri, con acqua fredda e sponde che scendono ripide: non è una piscina, e va affrontato con la prudenza che merita.

Perché il lago di Paterno è chiamato ombelico d'Italia?

L'epiteto Umbilicus Italiae risale a Marco Terenzio Varrone, che indicò questa conca come fulcro religioso e simbolico di molte popolazioni italiche. Nel Seicento il vescovo Quintavalle fece incidere la formula anche nella chiesa di Santa Maria di Sesto.

È vero che l'acqua di Roma viene da Cittaducale?

In larghissima parte sì. Le sorgenti del Peschiera, nel territorio comunale, sono le seconde in Italia per portata, e l'acquedotto che ne parte percorre circa 90 chilometri fino alla capitale, fornendo oltre il settanta per cento del suo fabbisogno.

Cittaducale è adatta ai bambini?

Sì. Il centro è piccolo, poco trafficato e facile da raccontare, e l'abbinamento con il lago e l'area archeologica funziona bene. È una meta da giornata, non da soggiorno lungo con bambini piccoli.

Cittaducale è accessibile in sedia a rotelle?

Solo in parte. Piazza del Popolo e il tratto centrale del Corso sono percorribili; le vie laterali, le rampe verso le porte e il selciato irregolare presentano difficoltà. Meglio verificare con il Comune i percorsi e i parcheggi riservati.

Si arriva a Cittaducale in treno?

Sì, con la linea regionale Terni-Rieti-L'Aquila, ma la stazione è in pianura, lontana dal centro storico, nella zona di Santa Rufina. Serve un trasferimento su gomma o un taxi per salire in paese.

Qual è il periodo migliore per visitare Cittaducale?

L'autunno, fra fine settembre e metà novembre, per la luce e i colori. In alternativa aprile e maggio. L'estate è calda e afosa nelle ore centrali; l'inverno è freddo ma limpido e si combina con il Terminillo.

Che cosa si mangia a Cittaducale?

Sagne alla molinara, gnocchi al sugo di pecora, fagioli con le cotiche, pasta con i rigagli di pollo, legumi del reatino e, in autunno, castagne. Cucina appenninica con impronta abruzzese.

Quanti abitanti ha Cittaducale?

Poco più di seimila. La popolazione è in calo da decenni, come in quasi tutti i comuni dell'Appennino centrale, e la presenza della scuola forestale e del nucleo industriale di Rieti-Cittaducale contribuisce in modo significativo alla vitalità del territorio.

Che cos'è il nucleo industriale di Rieti-Cittaducale?

Un'area di circa cinquecento ettari attrezzata per insediamenti produttivi, creata nel 1970 e condivisa con il capoluogo. Ha ospitato multinazionali dell'elettronica e ha attraversato una lunga crisi a partire dagli anni Novanta; oggi impiega alcune migliaia di addetti.

Perché la chiesa di Sant'Agostino ha l'ingresso di lato?

Perché la facciata non fu mai completata. L'accesso fu quindi realizzato sulla parete laterale, verso la piazza, e il portale del 1450 con la lunetta affrescata da Lorenzo Torresani nel 1548 è diventato il fronte principale della chiesa.

Che differenza c'è fra Cittaducale e gli altri borghi del reatino?

Quasi tutti i borghi vicini sono cresciuti attorno a un castello o a un'abbazia, con tessuto irregolare. Cittaducale è una città di fondazione, progettata in una volta sola nel 1308 secondo uno schema regolare a scacchiera: il confronto più calzante nella stessa provincia è Leonessa, anch'essa di origine angioina.

Vale la pena dormire a Cittaducale?

Ha senso se usate il paese come base per il reatino, la Valle Santa, le terme e il Terminillo. Come destinazione unica di un fine settimana è un po' poco: l'offerta ricettiva è limitata e la vita serale è quella di un piccolo centro appenninico.

Cittaducale ha una festa patronale?

Il patrono è San Magno, cui è dedicato uno degli altari della cattedrale e il cassero della Torre Angioina. Per il calendario preciso delle celebrazioni e delle rievocazioni storiche il riferimento è il Comune, che ne pubblica il programma.

Domande frequenti su Cittaducale (RI)

Dove si trova Cittaducale (RI)?

Cittaducale si trova sul Colle di Cerreto Piano, lungo la via Salaria, nella parte occidentale della Piana di San Vittorino, in provincia di Rieti, a dieci chilometri dal capoluogo. Il borgo domina il fondovalle attraversato dal fiume Velino, con il massiccio del Terminillo a nord.

Quanto dista Cittaducale da Roma?

Cittaducale dista circa 85-90 chilometri da Roma lungo la Salaria, che in condizioni normali significano fra un'ora e venti e un'ora e quaranta di automobile. Nei rientri domenicali estivi il tempo di percorrenza può allungarsi per il traffico.

Quando fu fondata Cittaducale e perché ha una pianta a scacchiera?

Cittaducale fu fondata nel 1308 per volontà angioina, come presidio del confine settentrionale del Regno di Napoli lungo la linea che lo separava dallo Stato della Chiesa. La sua pianta è ellittica e regolare, modellata sullo schema del castrum romano, con due strade principali perpendicolari che si incrociano nella Piazza del Popolo.

Quanto tempo serve per visitare Cittaducale?

Il centro storico di Cittaducale, un paese di circa seimila abitanti, si gira in novanta minuti. Da solo non giustifica un viaggio intero da Roma, ma diventa una tappa completa se inserito in una giornata che comprende anche la Piana di San Vittorino, con le Terme di Cotilia e il lago di Paterno.

Cittaducale è adatta a una visita con i bambini?

Sì, il centro storico di Cittaducale è a misura di famiglia: è piccolo, chiuso e con poco traffico. Le mura, le porte e la torre funzionano bene come racconto, e l'idea della città costruita con il righello nel 1308 si spiega a un bambino di otto anni in pochi minuti.

Cosa sono le Terme di Cotilia vicino a Cittaducale?

Le Terme di Cotilia, il cui toponimo antico è Aquae Cutiliae, si trovano nella Piana di San Vittorino a ovest di Cittaducale e costituiscono uno dei complessi termali romani più importanti dell'Italia centrale, con una frequentazione citata da autori antichi come Varrone, Tito Livio, Virgilio e Seneca.

Qual è il periodo migliore per visitare Cittaducale?

L'autunno è la stagione migliore per visitare Cittaducale, senza discussione: fra la fine di settembre e la prima metà di novembre la luce è bassa e calda, i boschi del Terminillo cambiano colore e la temperatura è ideale per camminare. La primavera è la seconda scelta, con la piana verde e i laghi pieni.

Un'ultima parola prima di partire

Se dovessi indicare una sola ragione per salire a Cittaducale, non sceglierei una chiesa né un museo. Sceglierei l'esperienza di camminare dentro un'idea. Nel 1308 qualcuno ha preso un colle, ci ha tracciato sopra due linee perpendicolari, ha disegnato un ovale di mura e ha detto: qui ci sarà una città. Sette secoli, due terremoti e tre cambi di Stato dopo, quelle due linee sono ancora lì, e ci si cammina sopra andando a comprare il pane.

Il consiglio finale è di arrivarci con la testa giusta: non cercate il borgo perfetto delle classifiche, cercate il progetto. Portate un'ora di tempo in più di quella che avevate previsto, telefonate prima per le aperture, e fermatevi almeno dieci minuti al centro di Piazza del Popolo senza fare niente, guardando come la torre civile e il campanile si fronteggiano. Quello è il momento in cui Cittaducale si spiega da sola.

Chi organizza una giornata di gruppo in questa valle farà bene ad affidarsi a un professionista del territorio: la logistica fra terme, lago, riserva e centro storico richiede tempi precisi, e l'esperienza di un accompagnatore turistico abilitato vale i chilometri risparmiati. Per chi prepara invece un itinerario più ampio nel Lazio interno, la panoramica regionale in inglese è nella guida al Lazio di ItalyPlanner, mentre chi viaggia per montagna e natura trova un quadro d'insieme nella sezione dedicata a montagna e natura in Italia. Per i servizi professionali su Roma e dintorni il riferimento è la pagina TourLeaderPro Roma.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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RiassuntoCittaducale (Cìeta in dialetto locale) è una cittadina basso-medioevale con meno di 7000 abitanti adagiata dolcemente sul Colle di Cerreto Piano lungo la Via Salaria, strada consolare romana, nella parte ovest della Piana di San Vittorino, e a 10 chilometri da Rieti e dalla Piana Reatina, nel Lazio.
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