Farnese (VT)
Farnese è un comune della provincia di Viterbo, codice di avviamento postale 01010, a 343 metri di quota su uno sperone di tufo che guarda a ovest il lago di Bolsena e a nord-ovest la Toscana di Pitigliano. Il paese conta circa 1.350 abitanti, dista 42 chilometri da Viterbo, una quindicina dal lago e 152 da Roma. In automobile da Roma si esce dalla Cassia o dall'Aurelia e si sale per Valentano oppure per Montalto di Castro e Ischia di Castro; in autobus si arriva con le corse Cotral dalla stazione Riello di Viterbo, che fermano in Piazza Umberto I, all'ingresso del paese. Il borgo non ha biglietto d'ingresso e si gira a piedi in ogni ora del giorno; le due cose che si pagano sono il Museo Civico Ferrante Rittatore Vonwiller, nel Magazzino dell'Ammasso di Colle San Martino 1, aperto d'estate dal martedì alla domenica la mattina dalle 9.30 alle 13 e nei fine settimana anche dalle 15.30 alle 19 (orari invernali ridotti, lunedì e 25 dicembre, 1 e 6 gennaio chiuso; tariffe e aperture straordinarie per gruppi da almeno quindici persone si chiedono direttamente al museo), e le escursioni guidate nella Riserva Naturale Selva del Lamone, la cui sede è in località Bottino, telefono 0761 458861. Il monastero delle Clarisse si visita solo su prenotazione, la Rocca Farnese è di proprietà privata e apre secondo accordi che conviene chiedere in Comune, in Colle San Martino 10, prima di mettersi in viaggio.
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✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
Chi arriva qui di solito sta girando il lago: le pagine sul lago di Bolsena e sulla Selva del Lamone sono il modo migliore per inquadrare Farnese in un itinerario di due giorni fra la Tuscia e la Maremma.

Farnese (VT), il paese che ha dato il nome ai Farnese
La Tuscia è piena di borghi su una rupe, ma Farnese ha un titolo che nessun altro può vantare: è il paese da cui prende nome la famiglia che ha dato alla Chiesa papa Paolo III, a Roma il palazzo dell'ambasciata di Francia, a Caprarola la villa pentagonale del Vignola e a Parma un ducato. L'ordine dei fattori conta. Non è il paese a chiamarsi come la famiglia: è la famiglia a chiamarsi come il paese. Il toponimo medievale è Castrum Farneti, il castello del farneto, cioè del bosco di farnie, la quercia che copriva queste colline prima che l'uomo le disboscasse per il grano e per l'olivo. I signori di Farneto compaiono nei documenti dell'XI e XII secolo come piccola nobiltà militare al servizio dei comuni di Orvieto, Siena e Firenze, nelle file guelfe; la tradizione locale spinge le origini più indietro, fino a un Pietro Farnese console di Orvieto nel 984, ma quel dato è tradizione erudita e come tale va preso.
Il paesaggio spiega il castello. Lo sperone è chiuso da tre corsi d'acqua che lo hanno inciso nel tufo: il Fosso dei Cai a sud, il Fosso della Galeazza a nord e il fiume Olpeta a ovest. Verso sud-est si apre Valle Cupa, una conca collinare di tufo rosso che segna il confine con la Toscana; a nord-ovest comincia il Lamone, una colata lavica coperta di bosco. Su tre lati, quindi, Farnese era già difeso dalla natura prima che qualcuno alzasse un muro. È il motivo per cui il sito è abitato dal Bronzo Finale, cioè dal XII-X secolo a.C., quando qui sorgeva un villaggio di capanne, e per cui i briganti dell'Ottocento ci si trovavano così bene.
Chi viene da Roma pensando di trovare una piccola Caprarola resta spiazzato. Il Farnese dei Farnese, quello dei palazzi e delle logge, qui è quasi assente: il paese è rimasto un borgo agricolo di tufo, con una sola via principale che gira attorno alla rupe, vicoli ciechi, archi a blocchi, scale esterne che salgono ai piani alti. La grandezza della famiglia si è spesa altrove. A Farnese è rimasto il nome, la Rocca, qualche chiesa e una quantità sorprendente di ceramica rinascimentale, tirata fuori dai pozzi in cui i farnesani buttavano i cocci rotti.
Perché Farnese (VT) è arroccato sul tufo
Tutti i paesi di questa parte della Tuscia, da Pitigliano a Civita di Bagnoregio, sono costruiti su una placca di tufo che poggia su sabbie e argille più antiche. È una struttura che regge per secoli e poi cede: la pioggia e il gelo scavano la base arenaria, il blocco di tufo si fessura, i massi restano in equilibrio sul vuoto. A Farnese il problema è antico e ben noto. Il Comune ha realizzato negli ultimi decenni diverse opere di consolidamento attorno allo sperone e altre restano da fare; camminando lungo la circonvallazione esterna si vedono benissimo le pareti di tufo sospese sulle forre, con gli interventi in cemento e le reti. È uno dei posti in cui si capisce a occhio nudo perché la Tuscia rupestre sia insieme bellissima e fragile.
Il secondo problema è urbanistico. Nel Novecento, come quasi tutti i piccoli centri delle zone marginali, Farnese ha perso abitanti verso le città e i piani regolatori hanno spinto le famiglie fuori dal vecchio paese, verso case nuove più comode. Il borgo si è svuotato e la sfida di oggi è tenerlo abitato senza snaturarlo. Chi visita il centro storico in un giorno feriale lo trova silenzioso, con molte porte chiuse: è un dato da mettere in conto, e a mio avviso è anche la sua forza, perché nessuno ha mai avuto i soldi per rifare le facciate in stile.
Cosa vedere a Farnese (VT): il centro storico
Il giro a piedi del borgo prende un'ora abbondante se ci si limita a camminare, mezza giornata se si aggiungono il museo e il monastero. Si entra da Piazza Umberto I, dove ferma l'autobus, e si sale verso la rupe attraverso Porta Nuova.
Porta Nuova e la via principale di Farnese (VT)
Porta Nuova è del 1613 ed è opera dell'architetto Ettore Smeraldi, che lavorò per i Farnese del ducato di Castro. È il segno più chiaro di un momento preciso: il paese medievale stretto sulla rupe non bastava più, e i duchi vollero un ingresso monumentale che collegasse il quartiere vecchio con l'espansione rinascimentale e, tramite un viadotto, la Rocca con il bosco. Passata la porta si capisce subito la struttura del paese: una via principale che corre lungo il perimetro dello sperone e, di lato, un pettine di vicoli brevi, spesso ciechi, chiusi da archi di blocchi di tufo. Le case hanno i profferli, le scale esterne coperte che portano al primo piano, il tratto più riconoscibile dell'edilizia viterbese. Non c'è niente di monumentale, e proprio per questo si legge bene: ogni casa è un pezzo di roccia lavorato.
I pozzi da butto di Farnese (VT)
Sotto le case c'è il vero tesoro archeologico del centro storico. Il tufo si scava facilmente, e i farnesani del Medioevo ne approfittarono per aprire sotto le abitazioni e nei cortili dei pozzi profondi, cilindrici o a fiasco, cioè stretti in alto e panciuti in basso. Servivano come silos per il grano e come cisterne per l'acqua piovana. Quando smettevano di servire allo scopo originario, diventavano discariche domestiche: i pozzi da butto, dal verbo buttare. Dentro ci finiva di tutto, piatti rotti, boccali, ossa di animali, vetri. Per un archeologo un butto è un archivio: ogni strato corrisponde a una generazione e le ceramiche si datano con precisione.
Le campagne di scavo condotte fra il 1980 e il 1990 nei butti del borgo hanno restituito una massa di materiale ceramico e osseo che va dal XIV agli inizi del XVII secolo e che oggi costituisce il nucleo del museo civico. Fra le maioliche c'è anche vasellame dipinto con lo stemma dei Farnese, i sei gigli azzurri in campo d'oro, cioè il servizio da tavola della famiglia, finito nei rifiuti come qualunque altro piatto rotto. È un dettaglio che dice molto: i signori mangiavano su ceramica decorata, ma la buttavano nello stesso pozzo dei contadini.

La Rocca Farnese di Farnese (VT)
La Rocca è l'edificio che domina il borgo ed è anche il più difficile da visitare. Nasce nel XIII secolo come fortezza, con la funzione militare che il nome dice, e viene trasformata fra il XVI e il XVII secolo in residenza signorile: rampe, corridoi, scale e cortili si succedono in un intrico che tradisce le fasi costruttive. Dal cortile si vede la cupola della cappella interna, e sulle pareti restano gli stemmi delle tre famiglie che si sono succedute nel possesso del feudo: gli Anguillara, i Farnese e i Chigi. Oggi è proprietà privata e l'accesso dipende dalla disponibilità dei proprietari: chi vuole entrare chiede in Comune o all'ufficio turistico, senza dare per scontato di trovare aperto. Il consiglio è di non farne il centro della gita. Il piano terra della Rocca, con il suo cortile, è però entrato nella memoria collettiva italiana per un motivo che non ha nulla a che vedere con i duchi: nel 1971 Luigi Comencini ci girò la scena della prigione in cui viene rinchiuso Geppetto.
Palazzo Chigi, sede del Comune di Farnese (VT)
Il municipio occupa Palazzo Chigi, detto anche Palazzo Ceccarini Chigi, un edificio del XVIII secolo costruito intorno al 1700 in Colle San Martino, quando il feudo era già passato dai Farnese ai Chigi. Dietro il palazzo c'è il Magazzino dell'Ammasso, l'antico granaio in cui i contadini conferivano il grano, che ospita il museo civico. Il palazzo del Comune ha anche una parte cinematografica: fu la scuola davanti a cui Pinocchio non entra, lasciando Geppetto fuori al freddo. Palazzo Platonio, poco distante, con un bel portale, era la residenza degli amministratori dei Farnese, cioè degli uomini che tenevano i conti del feudo per conto dei duchi lontani.
La fontana monumentale di Piazza del Comune a Farnese (VT)
La fontana della piazza non è antica, ma racconta una data importante per il paese. Farnese, sulla sua rupe, ha sempre avuto un problema d'acqua: le cisterne scavate nel tufo servivano proprio a raccogliere la pioggia. Dopo diversi tentativi falliti nei secoli precedenti, nel 1887 il Comune riuscì a portare in paese l'acqua della sorgente detta La Botte. L'inaugurazione avvenne il 25 settembre 1887 con feste religiose e civili e con la fontana monumentale, che è quindi il monumento all'acquedotto. Per un paese che fino a quel giorno aveva bevuto acqua di cisterna, era una rivoluzione più concreta di qualsiasi cambio di dinastia.
Le chiese di Farnese (VT)
Le chiese sono la parte del paese in cui la committenza dei Farnese si vede davvero. Nel Cinquecento e nel primo Seicento la famiglia non abitava più qui, ma i rami minori del ducato di Castro, in particolare Mario Farnese, signore di Farnese e Latera, chiamarono pittori di prima grandezza a decorare chiese che, viste da fuori, non lo lascerebbero sospettare.
La chiesa del Santissimo Salvatore di Farnese (VT)
È la parrocchiale e il principale luogo di culto del paese, un edificio del XV secolo con la facciata di gusto romanico e un interno rifatto in forme barocche. Qui lavorò Antonio Maria Panico, bolognese nato intorno al 1560 e morto nel 1621, formato a Bologna e a Parma nell'ambiente dei Carracci: passato a Roma per lavorare sotto Annibale Carracci ai cantieri di Palazzo Farnese, fu notato da Mario Farnese e si trasferì stabilmente nel ducato di Castro, dove produsse il meglio della sua opera. Al Salvatore gli si devono gli affreschi dell'altare del Rosario. Nella stessa chiesa la tradizione locale e le guide regionali collocano un dipinto di Orazio Gentileschi, il pisano che fu tra i primi a raccogliere la lezione di Caravaggio e che a Farnese arrivò per la stessa committenza farnesiana; l'attribuzione è riportata dalle fonti ufficiali della Regione e va verificata davanti all'opera, chiedendo in parrocchia, perché la chiesa apre secondo gli orari delle funzioni. Il mio parere: è la ragione artistica per venire a Farnese. Una tela di Gentileschi in un paese di milletrecento abitanti è un'anomalia che vale il viaggio.
Santa Maria delle Grazie e il monastero delle Clarisse di Farnese (VT)
Il complesso delle Clarisse fu costruito nel 1560 per volontà di Giulia Acquaviva, e comprende la chiesa di Santa Maria delle Grazie, le celle delle monache, una foresteria e un orto di circa cinquemila metri quadrati chiuso dentro le mura, sul ciglio della rupe. Dentro restano affreschi del XVI secolo, fra cui una Visitazione di Maria a santa Elisabetta. Le Clarisse sono ancora qui, e la loro foresteria accoglie chi vuole fermarsi per un momento di silenzio: credenti e non credenti, famiglie, gruppi parrocchiali, scout, associazioni, fino a una trentina di persone. La visita al monastero si fa esclusivamente su prenotazione. Dal belvedere del monastero si ha la vista più bella sul paese, quella della prima fotografia di questa pagina.

La chiesa di Sant'Anna e gli affreschi alchemici
Sant'Anna è dell'ultimo quarto del XVI secolo ed è, per chi ama le storie strane, la chiesa più interessante del paese. Il ciclo di affreschi con le storie della Vergine contiene, secondo gli studi raccolti dal Fondo Ambiente Italiano, significati alchemici: non è una stravaganza, perché alla corte di Mario Farnese si praticava l'alchimia e lo stesso Panico, nelle sue opere tarde come la Nascita della Vergine e l'Assunzione, inserì connotazioni esoteriche legate a quell'ambiente. Un signore di provincia che fa dipingere simboli ermetici nella chiesa del paese, a fine Cinquecento, mentre a Roma si celebra il Concilio di Trento: è il genere di dettaglio che rende Farnese più colto di quanto sembri.
Santa Maria della Neve, San Rocco e le altre chiese di Farnese (VT)
Santa Maria della Neve è la chiesa più antica, datata al X secolo, cioè a prima della nascita stessa del Castrum Farneti. Fuori dal centro c'è il convento di San Rocco, seicentesco, con la chiesa annessa, dove si conservano banchi corali in noce intarsiato eseguiti da due frati francescani francesi: si vede su appuntamento. Le guide regionali citano fra i dipinti delle chiese farnesane anche un Lanfranco, Giovanni Lanfranco, il parmense che fu fra i grandi decoratori della Roma barocca; è un'indicazione da prendere come tradizione riportata, perché la collocazione precisa dell'opera va chiesta sul posto.
Il Museo Civico Ferrante Rittatore Vonwiller di Farnese (VT)
Il museo, che si abbrevia in MuRV, è stato istituito nel 1980 e aperto al pubblico nel 2003 nel Magazzino dell'Ammasso, dietro il palazzo comunale. Fa parte del Sistema Museale del Lago di Bolsena. È intitolato a Ferrante Rittatore Vonwiller, il preistorico dell'Università di Milano che nel 1968 fece i primi saggi di scavo a Sorgenti della Nova e aprì di fatto la ricerca sulla protostoria della valle del Fiora. Il percorso è ordinato per cronologia e per luoghi, dalla preistoria al Rinascimento, con centinaia di reperti che arrivano dai siti del territorio. È piccolo, si visita in un'ora, ed è fatto molto meglio di quanto ci si aspetti da un museo comunale: se avete tempo per una cosa sola a Farnese oltre alla passeggiata, è questa.
La sezione preistorica: Rinaldone, Roccoia e i culti delle grotte
Le vetrine più antiche raccontano l'Eneolitico e il Bronzo antico, con le testimonianze della cultura di Rinaldone provenienti da diverse necropoli, e il Bronzo medio con la necropoli di Roccoia. Roccoia è una scoperta recente: segnalata nel 2007 da un abitante del posto, scavata in emergenza dalla Soprintendenza e dal Centro Studi di Preistoria e Archeologia di Milano sotto la direzione di Nuccia Negroni Catacchio e poi in modo sistematico fra il 2008 e il 2013, ha restituito quattro tombe a camera con dromos, il corridoio d'accesso in discesa, tutte scavate nel tufo e orientate da nord-ovest a sud-est, con l'ingresso chiuso da lastre di tufo o trachite. Erano già state saccheggiate in antico e dai clandestini, per cui i reperti sono pochi; ma la loro esistenza dimostra che nel Bronzo medio iniziale un gruppo di famiglie eminenti si faceva costruire tombe monumentali, un segno precoce di aristocrazia. Il museo espone anche numerosi oggetti legati ai culti dell'acqua in grotta, un fenomeno diffuso in tutta l'Etruria meridionale preistorica.
Sorgenti della Nova, il villaggio del Bronzo Finale
La sezione centrale è dedicata a Sorgenti della Nova, uno dei siti del Bronzo Finale più importanti d'Italia, a pochi chilometri da Farnese. Il villaggio occupava una rupe di tufo e pomice fra i corsi d'acqua Varlenza e Porcareccia fra la seconda metà dell'XI e il X secolo a.C., e fu poi abbandonato con frequentazioni sporadiche in età etrusca e medievale. Gli scavi, cominciati in modo sistematico nel 1974 e diretti dal 1976 da Nuccia Negroni Catacchio, prima per l'Università di Milano e dal 2009 per il Centro Studi di Preistoria e Archeologia insieme alla Soprintendenza, sono proseguiti senza interruzione fino a oggi e hanno individuato quattro tipi di abitazione: capanne a base incassata sulla sommità, case a pianta ellittica fondate su canalette lungo i terrazzamenti, grotte artificiali scavate nel tufo su tutti i fianchi della rupe e una lunga abitazione monumentale con fossato ai piedi del pianoro. I vasi, i pesi da telaio, le fuseruole e gli oggetti in bronzo esposti al MuRV vengono da qui. È l'unica occasione, in tutta la Tuscia, di vedere raccontata bene la vita di un villaggio di tremila anni fa senza andare a Roma.
Rofalco e gli Etruschi nel museo di Farnese (VT)
La sezione etrusca ruota attorno a Rofalco, la fortezza vulcente dentro la Selva del Lamone di cui si parla più avanti, e a materiali di vario tipo del territorio, che nell'VIII secolo a.C. si ripopola sotto il controllo di Vulci. Ci sono anche le testimonianze delle necropoli etrusche di Naviglione e Palombaro e della Tomba del Gottimo, una sepoltura di tipo vulcente. La distruzione di Rofalco nel 280 a.C., quando il console Tiberio Coruncanio trionfò su Vulci e Volsinii, è documentata da spessi strati di bruciato e da proiettili in argilla: il museo la racconta con i reperti.
Le maioliche dei pozzi da butto e i corredi rinascimentali
L'ultima parte è quella che sorprende di più: le ceramiche medievali e rinascimentali recuperate dai butti del centro storico, fra XIV e inizio XVII secolo. Maioliche dipinte, boccali, piatti con lo stemma farnesiano, e oggetti minuti come una corona da rosario in corallo. Per chi ha visto i grandi musei di ceramica questa raccolta ha un valore particolare: non sono pezzi da collezione comprati sul mercato, sono le stoviglie vere di un paese, rotte e buttate via, con la datazione garantita dalla stratigrafia.

La Selva del Lamone, il bosco di lava di Farnese (VT)
A nord-ovest del paese comincia la Riserva Naturale Regionale Selva del Lamone: 2.002 ettari di bosco quasi ininterrotto, istituita con la legge regionale n. 45 del 12 settembre 1994 e gestita dal Comune di Farnese. È uno dei boschi più integri del Lazio e il suo carattere dipende da un fatto geologico: il Lamone è una colata lavica uscita dal vulcano di Latera fra 150.000 e 50.000 anni fa. La lava, raffreddandosi, si è spezzata in un caos di massi scuri e in crateri di collasso; su quel pietrame è cresciuto un bosco che nessun aratro ha mai potuto toccare, perché il terreno non esiste. Il 90 per cento della riserva è coperto da cerrete, pure o miste, con carpino nero e bianco, nocciolo, leccio, roverella, fillirea, acero campestre e minore, orniello; lungo l'Olpeta cresce il bosco ripariale di salici, ontani e pioppi.
I murci: come si legge il paesaggio del Lamone
La parola da imparare prima di entrare nel bosco è murci. Sono gli accumuli di blocchi di lava, alti anche diversi metri, che affiorano fra gli alberi e che i pastori e i boscaioli hanno battezzato con quel nome. Camminando sui sentieri ci si trova continuamente davanti a queste colline di pietra nera coperte di muschio, con le radici dei cerri che si infilano fra i massi: è un paesaggio che non assomiglia a nessun altro bosco del Lazio, e che d'inverno, senza foglie, sembra un campo di rovine. Gli Etruschi di Rofalco costruirono le mura della loro fortezza proprio con questa pietra. Il Sentiero dei Crateri, uno dei percorsi segnati, porta alle depressioni circolari lasciate dal collasso della lava.
I sentieri della Selva del Lamone da Farnese (VT)
La riserva ha una rete di sentieri numerati: 1 Voltamacine, 2 Valderico, 3 Lacioni, 4 Rosacrepante, 5 da Sant'Anna a Rofalco, 6 La Strompia, il Sentiero dei Crateri, l'11 degli Alberi Monumentali, il CAI 163 e sei percorsi per mountain bike. I due che consiglio a chi non ha esperienza di bosco sono il Sentiero di Rosacrepante e il Sentiero della Strompia, entrambi abbastanza semplici. C'è una regola che vale più di ogni altra: nel Lamone si cammina solo sui sentieri segnati e, meglio ancora, con una guida della riserva. Il bosco è fitto, i murci si somigliano tutti, il segnale del telefono va e viene, e la storia locale è piena di gente che ci si è persa. Una guida esperta della zona, oltre a evitarvi il problema, racconta la geologia, le piante e le storie dei briganti come nessun pannello saprebbe fare. Il percorso più celebre è il Sentiero dei Briganti, che si fa a piedi, a cavallo o in bicicletta.
La cascata del Salabrone
Lungo il fiume Olpeta, che scende dal lago di Mezzano e taglia la riserva, si trovano due cascate: quella del Pelicotonno e quella del Salabrone, la più nota. La cascata del Salabrone si raggiunge dal sentiero n. 8 della riserva, seicento metri e una decina di minuti di cammino adatti a chiunque, con partenza dalla strada che collega Farnese a Pitigliano, circa un chilometro fuori dal paese. Nei pressi restano i ruderi di una polveriera del Settecento e, poco più a valle, quelli di una piccola centrale idroelettrica: il fiume, prima di diventare un'attrazione, era una forza di lavoro. La stagione giusta è la primavera, quando l'Olpeta è pieno; a fine estate il salto si riduce a un filo. La pagina dedicata alle cascate del Salabrone approfondisce il percorso.
Santa Maria di Sala, l'abbazia nel bosco
Sulle rive dell'Olpeta, dentro la riserva, sorge Santa Maria di Sala, un'abbazia cistercense che i secoli e il bosco avevano ridotto a rudere e che la Riserva ha restaurato nel 2013 e nel 2014 con un finanziamento europeo del programma regionale POR-FESR. Arrivarci a piedi dopo un tratto di selva è una delle esperienze più belle della zona: si esce dagli alberi e si trova una chiesa di pietra in una radura, con il fiume accanto. I Cistercensi sceglievano sempre luoghi così, isolati e con l'acqua vicina; qui il modello è rispettato alla lettera.

Rofalco, la fortezza etrusca nascosta nel Lamone
Dentro la Selva, su un colle di tufo che domina la valle dell'Olpeta, ci sono i resti di Rofalco, un insediamento fortificato etrusco della fine del IV e degli inizi del III secolo a.C., costruito da Vulci, che dista una ventina di chilometri, per controllare la valle e il confine settentrionale del suo territorio. Il sito era protetto in parte dal terreno impervio e in parte da una poderosa cinta muraria con torri di avvistamento, costruita con i massi lavici del Lamone. Il luogo era stato frequentato già nell'età del Bronzo, forse solo stagionalmente, e fu occupato in modo stabile solo in quel mezzo secolo scarso.
La fine di Rofalco nel 280 a.C.
Rofalco morì di morte violenta. Nel 280 a.C. il console Tiberio Coruncanio celebrò a Roma il trionfo sui Vulsiniesi e sui Vulcenti, e gli spessi strati di incendio trovati dagli archeologi, insieme ai proiettili da fionda in argilla, raccontano l'assalto e la distruzione della fortezza in quella campagna. Dopo, nessuno tornò ad abitarci fino al Rinascimento, quando qualcuno arò il pianoro: gli scavi hanno trovato i solchi dell'aratro e frammenti di maiolica cinquecentesca sopra le rovine etrusche. È uno dei pochi luoghi d'Etruria in cui la conquista romana si tocca con mano, strato per strato.
Gli scavi del Gruppo Archeologico Romano
Il sito fu esplorato sistematicamente per la prima volta nel 1981 e dal 1996 è scavato ogni estate dal Gruppo Archeologico Romano, in accordo con la Soprintendenza, il museo di Farnese e la Riserva; le campagne, cominciate per contrastare i saccheggi dei clandestini, hanno coinvolto centinaia di volontari italiani e stranieri e hanno riportato alla luce le difese e diversi edifici, con i loro magazzini. Si arriva a Rofalco con il sentiero 5, da Sant'Anna, o con il 4 da Roppozzo e Rosacrepante. Chi vuole scavare può candidarsi come volontario nelle campagne estive, che sono aperte a chiunque paghi la quota e accetti di lavorare.
Castro, la città che il papa cancellò
A pochi chilometri da Farnese, nel territorio del vicino comune di Ischia di Castro, in un bosco lungo il fiume, ci sono i resti di una città che non esiste più. Castro era una città etrusca e poi medievale, sede vescovile; nel 1537, tre anni dopo l'elezione di Alessandro Farnese al soglio pontificio con il nome di Paolo III, il papa la fece capitale di un ducato indipendente per il figlio Pier Luigi Farnese e la fece ricostruire secondo i progetti di Antonio da Sangallo il Giovane, con chiese e un Palazzo Farnese. Farnese, il paese, entrò nei domini del ducato. Un secolo dopo tutto finì. Fra il 1639 e il 1641 il duca Odoardo Farnese entrò in guerra con i Barberini di papa Urbano VIII; ci fu un trattato, poi la morte del papa nel 1644; il successore Innocenzo X pretese le riparazioni pattuite e nominò un vescovo che il figlio di Odoardo, Ranuccio II, rifiutò di riconoscere. Il vescovo fu assassinato lungo la strada per Castro. Il papa ordinò allora di radere al suolo la città: la demolizione fu completata il 2 settembre 1649 e sul luogo fu eretta una colonna con la scritta Qui fu Castro. La città non fu mai ricostruita e la diocesi fu trasferita ad Acquapendente. Ancora oggi i curiosi cercano le sue rovine nel bosco, e la pagina su Vulci e quella su Montalto di Castro completano il quadro della Maremma etrusca e farnesiana.
Farnese (VT), il paese di Pinocchio
Per due generazioni di italiani Farnese è il paese di Geppetto. Nel 1971 Luigi Comencini scelse il borgo per girare le prime scene di Le avventure di Pinocchio, lo sceneggiato in cinque puntate trasmesso dalla Rai a partire dall'8 aprile 1972, con Nino Manfredi nella parte di Geppetto, Andrea Balestri in quella di Pinocchio, Gina Lollobrigida come Fata Turchina, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia come Gatto e Volpe e Vittorio De Sica nel ruolo del giudice, con le musiche di Fiorenzo Carpi. Comencini cercava un paese povero e di pietra, verosimile per una Toscana ottocentesca, e lo trovò qui, non in Toscana. Le riprese proseguirono poi al lago di Martignano per la casa della Fata e alle Saline di Tarquinia per il Paese dei Balocchi.
Il percorso di Pinocchio a Farnese (VT), set per set
Il Comune ha segnato un percorso in cinque tappe, con pannelli e fotogrammi del film. In Via Circonvallazione 21 c'è la casa che compare all'arrivo di Mangiafuoco, decorata con un murale che ritrae Comencini. In Corso Vittorio Emanuele 10 c'è il lavatoio, oggi recuperato nelle mura esterne, in cui Pinocchio viene arrestato per il furto del pesce, e accanto il palazzo da cui gli rovesciano addosso un catino d'acqua sporca invece del cibo. Il Palazzo Ceccarini Chigi di Colle San Martino 10 è la scuola in cui il burattino non entra. La Rocca Farnese, in Via Principe Amedeo, fece da caserma dei carabinieri e da carcere per Geppetto, con il cortile e il piano terra. Una strada in discesa del borgo è quella in cui Pinocchio, diventato bambino, corre scalzo lungo la salita. Via del Forte è stata dipinta con murales dedicati al personaggio, e in paese si visita la casa di Geppetto con installazioni. Nel 2024 la figlia del regista, Francesca Comencini, è tornata a Farnese per girare parte di Il tempo che ci vuole, il film sul padre interpretato da Fabrizio Gifuni, che ha ricevuto quattro candidature ai David di Donatello. Chi ha bambini deve mettere in conto che il percorso è la cosa che ricorderanno di più; per gli adulti cresciuti con quel Pinocchio, la salita di Manfredi con il burattino in spalla è un colpo al cuore.
Una curiosità su Farnese (VT)
I sei gigli dei Farnese sono uno degli stemmi più visti d'Italia: sono su Palazzo Farnese a Roma, sulla facciata del Gesù, su mezza Parma, sul soffitto della Sala Regia in Vaticano. Pochi sanno che a Farnese quello stemma si trova soprattutto sui piatti rotti. Nei pozzi da butto del centro storico gli archeologi hanno recuperato maioliche dipinte con il giglio farnesiano, cioè il vasellame da tavola prodotto per la famiglia e per la sua corte, finito nei rifiuti insieme alle stoviglie dei contadini. La cosa curiosa è il rovesciamento di prospettiva: nelle grandi città lo stemma è sulle facciate, dove tutti lo vedono; nel paese d'origine è sepolto nei rifiuti domestici, dove nessuno lo cercava. Aggiungo una seconda curiosità legata al nome. Il farneto che dà il nome ai Farnese e al paese non esiste più: le farnie, che amano i terreni umidi e profondi, sono state sostituite nei secoli da cerri, lecci e olivi, e il bosco che oggi circonda Farnese, il Lamone, è una cerreta su lava, non un querceto di farnie. La famiglia più potente del Cinquecento italiano porta dunque il nome di un albero che nel suo paese d'origine è quasi scomparso.
Una cosa che non ti dice nessuno su Farnese (VT)
Le guide raccontano Farnese come il paese dei Farnese e come il paese di Pinocchio, e quasi nessuna dice che il territorio comunale è uno dei più densi di archeologia preistorica di tutta l'Italia centrale. Sorgenti della Nova è un sito scavato ininterrottamente da cinquant'anni dall'Università di Milano e dal Centro Studi di Preistoria e Archeologia, e i manuali di protostoria europea lo citano come il modello di villaggio del Bronzo Finale, con le sue capanne incassate, le case ellittiche e le grotte artificiali. Roccoia, scoperta nel 2007, ha spostato indietro di secoli la nascita delle tombe a camera in Etruria. Rofalco è la fortezza etrusca meglio conservata della valle del Fiora. Tutto questo si trova a pochi chilometri dal paese, dentro o ai margini del Lamone, e si legge nel museo civico. La cosa pratica che nessuno dice è questa: i siti non sono attrezzati come un parco archeologico, non ci sono biglietterie né orari, e per vederli davvero bisogna andarci con le guide della Riserva o con il museo, che organizzano le uscite. Chi si presenta da solo con il navigatore trova un bosco. Chi si presenta con una guida trova la preistoria d'Italia. La differenza è tutta in una telefonata fatta prima di partire.
Il consiglio che ti do per visitare Farnese (VT)
Farnese non è una gita da mezza giornata come Civita di Bagnoregio: il paese si gira in un'ora, ma il senso del luogo è fuori, nel Lamone, e il bosco chiede tempo e gambe. Il mio consiglio è di organizzare la visita così. Arrivate la mattina presto, in autunno o in primavera, mai in piena estate, quando il tufo scotta e il bosco è chiuso dalla vegetazione. Cominciate dal museo civico, che apre alle 9.30, perché tutto quello che vedrete dopo, i murci, Rofalco, i butti, ha senso solo se l'avete visto spiegato prima. Poi la passeggiata nel borgo, con il percorso di Pinocchio se avete bambini e la parrocchiale del Salvatore se avete occhi per i dipinti. Pranzo in paese, con l'acquacotta, la zuppa di pane e verdure della Maremma, o le fettuccine fatte in casa, e l'olio della zona, che ricade nella denominazione Canino DOP riconosciuta nel 1996. Il pomeriggio nel Lamone, con una guida della Riserva prenotata in anticipo: la cascata del Salabrone se avete poco tempo, Rofalco o Santa Maria di Sala se ne avete di più. Un errore che vedo fare spesso è entrare nel bosco alle tre del pomeriggio d'inverno pensando a una passeggiata: il buio nel Lamone arriva presto e i murci non sono un posto in cui ritrovare la strada al crepuscolo. Se dormite in zona, il monastero delle Clarisse con la sua foresteria è un'alternativa seria agli alberghi del lago, per chi cerca silenzio e non pretese.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Tutti sanno che Farnese apparteneva ai Farnese. Molto meno citato è il fatto che i Farnese lo persero presto, e che il paese ha cambiato padrone quattro volte in tre secoli. Nella metà del XII secolo il territorio era del conte Ranieri di Bartolomeo e passò poi alla contea degli Aldobrandeschi, i grandi signori della Maremma. I Farnese lo tennero come possesso feudale attraverso il Medioevo e il Rinascimento, con il periodo migliore nel Cinquecento, quando il ducato di Castro fece di questi paesi un piccolo stato. Ma appena un secolo dopo, con la rovina del ducato e la distruzione di Castro nel 1649, il feudo entrò nei possedimenti dei Chigi, la famiglia senese di papa Alessandro VII, che costruì il palazzo oggi sede del Comune. Nell'Ottocento Farnese passò prima al maresciallo francese De Boumont e poi ad Alessandro Torlonia, il banchiere romano che comprava feudi e titoli con i profitti del prestito allo Stato pontificio; i Torlonia lo tennero fino al Novecento. Il nome del paese è rimasto fermo, i padroni no. E c'è un secondo fatto risaputo che si dimentica: fino al 1927 Farnese era in provincia di Roma. Il passaggio alla provincia di Viterbo fu deciso dal riordino fascista delle province, e lo stemma e il gonfalone comunali furono riconosciuti con decreto dell'8 dicembre 1942. Chi scrive Farnese come paese della Tuscia dice il vero, ma per secoli fu, amministrativamente, un paese del Patrimonio di San Pietro e poi del Lazio romano.
La foto giusta da fare a Farnese (VT)
La fotografia di Farnese è una sola e si fa da fuori: il profilo del paese sulla rupe di tufo, con le case che continuano la parete di roccia senza soluzione di continuità. I punti migliori sono due. Il primo è il belvedere del monastero delle Clarisse, sul ciglio orientale della rupe, da cui si abbraccia il borgo e, dietro, le colline di Valle Cupa: è la prospettiva della prima fotografia di questa pagina, e la luce giusta è quella della mattina, con il sole alle spalle. Il secondo è la strada di circonvallazione sotto il paese, da cui il tufo si vede dal basso, con le forre dei fossi e gli interventi di consolidamento: è una foto meno bella e più vera. Nel bosco la fotografia da fare è quella dei murci coperti di muschio con le radici dei cerri fra i massi, e la stagione è l'inverno, quando gli alberi sono spogli e la lava nera esce allo scoperto; d'estate il verde copre tutto. Alla cascata del Salabrone si fotografa in primavera, con il fiume pieno. Chi fa il percorso di Pinocchio scatta di solito davanti al murale di Comencini in Via Circonvallazione 21 e nel cortile della Rocca, dove Manfredi recitava la prigione. Un consiglio da guida: non cercate il grandangolo nei vicoli del borgo, sono troppo stretti; la lente lunga, dalla strada sotto, restituisce meglio la stratificazione di roccia e case.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
La storia di Farnese ha tre momenti di fuoco. Il primo è il 280 a.C., quando la fortezza di Rofalco fu presa e bruciata nella campagna romana contro Vulci e Volsinii che fruttò il trionfo al console Tiberio Coruncanio: il territorio passò a Roma, che nei secoli dell'impero lo coprì di ville rustiche, strade basolate e acquedotti. Il secondo è il 1649, con la distruzione di Castro e la fine del ducato farnesiano: Farnese perse in un colpo la sua capitale e la sua dinastia. Il terzo è l'Ottocento, il secolo dei briganti e dei garibaldini.
Il brigantaggio e Domenico Tiburzi, il Re del Lamone
Nella metà dell'Ottocento il brigantaggio ebbe a Farnese una diffusione eccezionale, per due ragioni che il paesaggio spiega da sé: la struttura del borgo, chiuso su una rupe fra i fossi, rendeva facile la latitanza, e i briganti nati qui conoscevano il Lamone meglio di qualunque carabiniere. I nomi sono tre: Domenico Biagini, farnesano detto il curato, Giuseppe Basili e, sopra tutti, Domenico Tiburzi. Tiburzi era nato a Cellere il 28 maggio 1836; nel 1867 uccise un guardiano del marchese Guglielmi, fu condannato a diciotto anni nel 1869, evase nel 1872 e per ventiquattro anni visse alla macchia fra la Maremma laziale e toscana, con Biagini come compagno fisso. Lo chiamavano Domenichino, il Re della Macchia, il Re del Lamone, lo Sparviere della Maremma, il Livellatore: taglieggiava i grandi proprietari, aiutava i poveri, evitava lo scontro diretto con i carabinieri, che considerava poveri figli di mamma, ed eliminava i briganti che si vendevano, come Basili e Pastorini. La popolazione di Farnese, schiacciata dalle tasse dei signori, lo proteggeva; molti farnesani finirono sotto processo come favoreggiatori, e fra loro il sindaco Pietro Castiglioni. Tiburzi morì a Capalbio il 24 ottobre 1896, ucciso dai carabinieri del capitano Michele Giacheri, e fu sepolto nel cimitero di Capalbio mezzo dentro e mezzo fuori, con la fossa sulla soglia, per un compromesso fra il parroco che non lo voleva in terra consacrata e la gente che lo pretendeva. I suoi nascondigli nella Selva sono ancora oggi leggendari, e il Sentiero dei Briganti porta il suo nome. La pagina su Capalbio racconta la fine della storia.
Il 19 ottobre 1867: i garibaldini a Farnese (VT)
Nell'autunno del 1867 Garibaldi tentò di prendere Roma con la campagna dell'Agro Romano, che si concluse con la sconfitta di Mentana. Farnese fu uno dei teatri periferici di quella campagna. Il 19 ottobre 1867 circa 150 volontari delle colonne garibaldine guidate da Andrea Sgarallino, la colonna livornese, e da Nicola Guerrazzi, la colonna maremmana, si scontrarono con 500 soldati pontifici in una battaglia durata circa tre ore e mezzo. Sul terreno restarono tre volontari di Massa Marittima, Ettore Comparini, Natale Capannoli e Rocco Grassini, e ci furono numerosi feriti. La documentazione dello scontro è conservata al Museo nazionale della Campagna dell'Agro Romano per la liberazione di Roma, a Mentana. È un episodio che il paese ricorda con orgoglio, anche perché rovescia lo stereotipo della Maremma pontificia passiva: qui i garibaldini erano toscani e i farnesani li aiutarono.
Il 25 settembre 1887: l'acqua arriva a Farnese (VT)
Vent'anni dopo la battaglia, il paese festeggiò un avvenimento più pacifico ma decisivo: l'arrivo dell'acqua della sorgente La Botte, condotta a Farnese nel 1887 dopo diversi tentativi falliti nelle epoche precedenti. L'inaugurazione del 25 settembre 1887, con funzioni religiose, cerimonie civili e la fontana monumentale in Piazza del Comune, chiuse definitivamente l'epoca delle cisterne scavate nel tufo. Da allora il Novecento è la storia di un lento spopolamento, comune a tutti i piccoli centri delle zone marginali, che dal dopoguerra ha portato i farnesani verso le città; nel 2015 il Comune contava 92 imprese e 189 addetti, lo 0,39 per cento del totale provinciale. Eppure l'aggettivo che descrive meglio Farnese oggi non è abbandonato: è tenace.
Chi è passato da Farnese (VT)
Il personaggio più grande che questo paese ha prodotto non ci abitò mai: Alessandro Farnese, papa Paolo III dal 1534 al 1549, il papa del Concilio di Trento, di Michelangelo e del Giudizio Universale, che portava il nome del borgo e che nel 1537 creò per il figlio Pier Luigi il ducato di Castro con Farnese dentro. Nel Cinquecento e nel primo Seicento vennero i pittori della committenza farnesiana: Antonio Maria Panico, che qui si stabilì e lavorò al Salvatore, a Latera e all'Isola Bisentina, dove dipinse per il cardinale Odoardo Farnese una Crocifissione con i santi Francesco e Antonio oggi alla National Gallery di Dublino; e, secondo la tradizione riportata dalle fonti regionali, Orazio Gentileschi e Giovanni Lanfranco. Nel Seicento passarono da Farnese l'architetto Ettore Smeraldi, autore di Porta Nuova nel 1613, e poi i Chigi. Nell'Ottocento il paese vide i garibaldini di Sgarallino e Guerrazzi nel 1867 e, alla macchia, Domenico Tiburzi e Domenico Biagini. Nel 1971 arrivò la troupe di Luigi Comencini con Nino Manfredi, Andrea Balestri, Gina Lollobrigida, Vittorio De Sica, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia: per qualche settimana Farnese fu il paese di Geppetto e non ha più smesso di esserlo. Nel 2024 è tornata Francesca Comencini, con Fabrizio Gifuni nella parte del padre. E dal 1968 fino a oggi ci sono passati, con pale e setacci, gli archeologi: Ferrante Rittatore Vonwiller, a cui è intitolato il museo, e Nuccia Negroni Catacchio, che ha diretto per quasi mezzo secolo gli scavi di Sorgenti della Nova, e le centinaia di volontari che ogni estate scavano Rofalco. Se dovessi scegliere la presenza più importante, sceglierei loro: i Farnese hanno dato il nome, gli archeologi hanno dato al paese il suo passato.
Farnese (VT) con i bambini
Farnese è uno dei paesi della Tuscia più adatti ai bambini, per una ragione precisa: il percorso di Pinocchio. Cinque tappe con i fotogrammi del film, un murale, il lavatoio dell'arresto, la scuola, la prigione di Geppetto nella Rocca: è una caccia al tesoro pronta, e funziona anche con chi non ha mai visto lo sceneggiato, se un adulto racconta la storia. Il museo civico è piccolo e concreto, con vasi e oggetti che si capiscono senza spiegazioni, e la cascata del Salabrone si raggiunge in dieci minuti su un sentiero adatto a tutti. Il Lamone vero, invece, con i murci e Rofalco, è per ragazzi dai dieci anni in su, con scarpe chiuse e una guida. Le forre attorno al paese sono ripide e senza parapetti in molti punti: i passeggini restano in macchina e i bambini piccoli vanno tenuti per mano lungo la circonvallazione.
Accessibilità e come muoversi a Farnese (VT)
Il centro storico è su una rupe e si raggiunge in salita; la via principale è percorribile, ma i vicoli laterali hanno scale, archi e pavimentazioni in blocchi irregolari. Il museo civico si trova in un edificio a piano terra, il Magazzino dell'Ammasso, e per le esigenze specifiche conviene telefonare prima. Il monastero delle Clarisse si visita solo su prenotazione e la Rocca dipende dalla proprietà privata. Nella Selva del Lamone i sentieri sono naturali, su lava e radici, e non esistono percorsi attrezzati per sedie a rotelle; il tratto per la cascata del Salabrone è il più semplice. L'automobile si lascia ai margini del paese; chi arriva in autobus scende in Piazza Umberto I ed è già al punto di partenza.
Le feste di Farnese (VT)
Il calendario del paese segue le stagioni della campagna. A metà maggio la Riserva organizza la Festa di Primavera, con escursioni guidate, degustazioni e musica: è il momento migliore per entrare nel Lamone accompagnati. A fine giugno c'è Farnesiam Mensam, alla Tavola dei Farnese, una rassegna gastronomica nel centro storico con i prodotti degli antichi ducati di Castro e Latera. A luglio il festival della birra artigianale e, a metà mese, uno street food festival con musica. All'inizio di agosto la Festa del Cacciatore, con la selvaggina. A metà agosto la Festa dell'Assunta, con cortei storici, musica e degustazioni; a fine agosto il premio letterario Farnia d'Oro e la Sagra della Pastorizia, che celebra i formaggi e la carne di pecora della Maremma. Le date cambiano di anno in anno e vanno controllate sul sito del Comune prima di organizzare il viaggio.
Cosa c'è intorno a Farnese (VT)
Farnese è un ottimo campo base per una zona che merita due o tre giorni. A est c'è il lago di Bolsena, il più grande lago vulcanico d'Europa, con i borghi di Bolsena, Capodimonte, da cui si guarda l'Isola Bisentina dei Farnese, Marta, Gradoli e Grotte di Castro. Valentano, sulla strada del lago, era l'altra residenza dei Farnese di Castro e Latera. A nord-ovest, oltre il confine toscano, c'è Pitigliano, la città del tufo per eccellenza, che dal Salabrone è a pochi chilometri di strada. A sud, verso il mare, Vulci con il parco archeologico e il castello dell'Abbadia, e Tuscania con le sue basiliche romaniche. Per chi vuole allargare il giro alla Tuscia dei giardini e delle meraviglie, il Parco dei Mostri di Bomarzo, Civita di Bagnoregio, i giardini di Villa Lante a Bagnaia, Palazzo Farnese a Caprarola, l'altro capolavoro della famiglia, Calcata con il suo museo d'arte nella natura, il borgo antico di Chia a Soriano nel Cimino e Sant'Angelo di Roccalvecce, il paese delle fiabe. Nella valle del Tevere, Graffignano e Civitella d'Agliano, dove l'artista svizzero Paul Wiedmer ha comprato nel 1997 una vallata per farne La Serpara, un giardino di sculture e installazioni che si fondono nella vegetazione, aperto al pubblico solo in alcuni giorni dell'anno.
Domande veloci su Farnese (VT)
Dove si trova Farnese (VT)?
In provincia di Viterbo, nell'alta Tuscia, a ovest del lago di Bolsena e al confine con la Toscana, a 343 metri di quota su uno sperone di tufo. Dista 42 chilometri da Viterbo, 15 dal lago e 152 da Roma.
Come si arriva a Farnese (VT) con i mezzi pubblici?
Con gli autobus Cotral dalla stazione Riello di Viterbo, che fermano in Piazza Umberto I. Da Roma si raggiunge prima Viterbo in treno o in autobus e poi si prosegue con il Cotral; il tempo complessivo è superiore alle tre ore, per cui l'automobile resta la scelta più pratica.
Farnese (VT) si paga?
No. Il borgo si visita liberamente. Si paga solo il museo civico, e l'eventuale escursione guidata nella Selva del Lamone.
Quanto costa il Museo Civico Ferrante Rittatore Vonwiller?
La tariffa va chiesta direttamente al museo, che indica anche le aperture straordinarie per gruppi di almeno quindici persone.
Quali sono gli orari del museo di Farnese (VT)?
D'estate dal martedì alla domenica dalle 9.30 alle 13, il sabato e la domenica anche dalle 15.30 alle 19; d'inverno l'apertura è ridotta ad alcuni giorni la settimana e ai fine settimana. Chiuso il lunedì, il 25 dicembre, il 1 e il 6 gennaio. Prima di partire conviene una telefonata.
Quanto tempo serve per visitare Farnese (VT)?
Un'ora per il borgo, un'ora per il museo, mezza giornata se si aggiunge la Selva del Lamone con la cascata del Salabrone o Rofalco. Una giornata intera è la misura giusta.
Si può visitare la Rocca Farnese?
È di proprietà privata e non ha orari di apertura regolari. Chi vuole entrare deve informarsi in Comune prima del viaggio.
Si può visitare il monastero delle Clarisse di Farnese (VT)?
Solo su prenotazione. La foresteria ospita fino a una trentina di persone per soggiorni di silenzio e condivisione, aperti a credenti e non credenti.
Perché Farnese (VT) si chiama così?
Dal Castrum Farneti, il castello del farneto, cioè del bosco di farnie che copriva la zona. I signori di Farneto, poi Farnese, presero il nome dal paese, non il contrario.
Che cosa sono i pozzi da butto di Farnese (VT)?
Pozzi cilindrici o a fiasco scavati nel tufo sotto le case, usati come silos per il grano e cisterne per l'acqua e poi come discariche. Le ceramiche recuperate dal XIV al XVII secolo sono esposte nel museo civico.
Dove è stato girato Pinocchio a Farnese (VT)?
In Via Circonvallazione 21, in Corso Vittorio Emanuele 10, al Palazzo Ceccarini Chigi di Colle San Martino 10 e alla Rocca Farnese in Via Principe Amedeo. Un percorso segnalato in cinque tappe unisce i luoghi del set del 1971.
Che cos'è la Selva del Lamone?
Una riserva naturale regionale di 2.002 ettari istituita nel 1994 su una colata lavica del vulcano di Latera, coperta da cerrete e caratterizzata dai murci, gli ammassi di massi di lava. Si visita sui sentieri segnati, meglio con una guida.
Che cosa sono i murci?
Gli accumuli di blocchi di lava, alti anche diversi metri, che affiorano nel bosco del Lamone: i resti della colata vulcanica su cui è cresciuta la selva.
Come si arriva alla cascata del Salabrone?
Dal sentiero n. 8 della riserva, con partenza dalla strada per Pitigliano a circa un chilometro da Farnese: 600 metri e dieci minuti a piedi, adatti a tutti.
Che cos'è Rofalco?
Una fortezza etrusca di Vulci della fine del IV e inizi del III secolo a.C., dentro la Selva del Lamone, distrutta dai Romani nel 280 a.C. e scavata ogni estate dal Gruppo Archeologico Romano dal 1996. Si raggiunge con i sentieri 4 e 5.
Che cos'è Sorgenti della Nova?
Un villaggio del Bronzo Finale, fra XI e X secolo a.C., fra i più importanti d'Italia, scavato dal 1974 dall'Università di Milano e dal Centro Studi di Preistoria e Archeologia. I reperti sono al museo civico di Farnese.
Dove sono le rovine di Castro?
In un bosco nel territorio di Ischia di Castro, a pochi chilometri da Farnese. La città, capitale del ducato farnesiano, fu rasa al suolo per ordine di Innocenzo X il 2 settembre 1649.
Chi era Domenico Tiburzi?
Il più celebre brigante della Maremma, nato a Cellere nel 1836 e ucciso a Capalbio nel 1896, latitante per ventiquattro anni nel Lamone con il farnesano Domenico Biagini. Lo chiamavano il Re del Lamone.
Quando andare a Farnese (VT)?
In primavera, per la cascata piena e la Festa di Primavera della Riserva, o in autunno, per il bosco. L'inverno è la stagione dei murci a vista; l'estate è calda e il Lamone chiuso dal verde, ma è la stagione delle feste in paese.
Farnese (VT) è adatto ai bambini?
Sì, per il percorso di Pinocchio, il museo e la cascata del Salabrone. Il Lamone profondo e Rofalco sono per ragazzi più grandi, con guida.
Cosa si mangia a Farnese (VT)?
Acquacotta, fettuccine all'uovo, selvaggina, pecorino e carne di pecora alla Sagra della Pastorizia, olio extravergine della denominazione Canino DOP.
Che differenza c'è fra Farnese (VT) e Pitigliano?
Pitigliano è una città del tufo monumentale, con il ghetto ebraico, il palazzo Orsini e un turismo strutturato; Farnese è un borgo agricolo silenzioso, senza folla, con il bosco e l'archeologia preistorica come ragione principale della visita. Distano pochi chilometri e si visitano bene nello stesso giorno.
Si possono fare fotografie nel museo e nelle chiese di Farnese (VT)?
Nel museo si chiede al personale; nelle chiese le fotografie senza flash sono di norma tollerate fuori dalle funzioni. Nel monastero delle Clarisse valgono le indicazioni delle monache.
Farnese (VT), l'ultima parola
Dopo tanti anni di gruppi portati sul lago di Bolsena ho un'idea precisa di Farnese: è un paese che vale più per quello che ha sotto e intorno che per quello che mostra. Il borgo è modesto e questo può deludere chi arriva con in testa i Farnese di Caprarola. Ma sotto le case ci sono i butti con le maioliche ducali, intorno c'è un bosco di lava con una fortezza etrusca bruciata dai Romani, un villaggio di tremila anni fa e le tombe più antiche d'Etruria, e in una chiesa di paese c'è, a quanto si dice, un Gentileschi. Non conosco molti posti del Lazio in cui tanta storia stia in così poco spazio e con così poca gente. Andateci con una guida, di mattina presto, e portate scarpe da bosco.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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