Orvieto (TR)
Orvieto (TR) occupa una rupe di tufo isolata nel settore sud-occidentale dell'Umbria, in provincia di Terni, fra i 280 metri di Piazza Cahen e i 325 di San Francesco. Da Roma il treno impiega circa un'ora e un quarto dai binari di Termini e di Tiburtina; in automobile si esce ad Orvieto sull'A1 e si lascia la vettura ai parcheggi bassi, perché il centro storico è a traffico limitato. Dalla stazione ferroviaria la funicolare risale in poco più di due minuti fino a Piazza Cahen, dove nascono sia il Pozzo di San Patrizio sia la Rocca dell'Albornoz. Il biglietto cumulativo cittadino, la Carta Unica, costa 35 euro intero e 25 euro ridotto (dai 10 ai 64 anni per le formule agevolate, over 65, studenti under 25, gruppi da dieci persone), gratuito sotto i dieci anni, ed è valido un anno dall'emissione: comprende Duomo, Museo Etrusco Claudio Faina, Orvieto Underground, Necropoli del Crocifisso del Tufo, Pozzo della Cava, Pozzo di San Patrizio, Torre del Moro e Labirinto di Adriano. I singoli ingressi, secondo il listino del circuito cittadino, valgono 8 euro il Duomo, 6 euro il Pozzo di San Patrizio, 6 euro il Museo Faina, 3,80 euro la Torre del Moro. Orari indicativi: Duomo dalle 9.30 alle 19.00 nei giorni feriali e dalle 13.00 alle 18.00 la domenica, Pozzo di San Patrizio dalle 9.00 alle 19.30, Museo Faina dalle 9.30 alle 18.00, Pozzo della Cava da martedì a domenica dalle 9.00 alle 20.00, partenze riservate di Orvieto Underground alle 11.00 e alle 16.00. Gli orari cambiano con la stagione e con il calendario liturgico della cattedrale: prima di partire conviene ricontrollarli sui siti ufficiali dell'Opera del Duomo e del circuito Carta Unica.
Confronta le esperienze a Roma
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✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
Se questa è la prima delle vostre uscite fuori Roma, la lista completa delle mete che raccontiamo è nella pagina delle attrazioni turistiche, e i borghi confinanti di Civita di Bagnoregio, Bolsena e Montefiascone si incastrano bene nello stesso itinerario di due giorni.

Come arrivare a Orvieto (TR) da Roma
La rupe si vede dall'autostrada molto prima di arrivarci, e questo inganna: sembra vicina e invece il piano di arrivo è duecento metri più in basso. Orvieto (TR) è una città verticale, e il modo in cui la si raggiunge decide come sarà la giornata.
In treno fino a Orvieto (TR)
La stazione di Orvieto è sulla linea Firenze-Roma, servita da regionali e da alcuni treni a lunga percorrenza. Il tempo di percorrenza da Roma si aggira attorno all'ora e un quarto, che per una gita in giornata è un affare: si parte alle otto e mezza e alle dieci si è davanti alla facciata del Duomo. La stazione è nella parte bassa, Orvieto Scalo, e non ha nulla del borgo: chi arriva e si guarda intorno pensando di essersi sbagliato non ha torto, la città vera è sopra la testa.
La funicolare di Orvieto (TR)
La funicolare è il pezzo di ingegneria che rende Orvieto (TR) comoda quanto una città di pianura. La prima linea fu inaugurata il 7 ottobre 1888 su progetto di Alessandro Ferretti e funzionava a contrappeso d'acqua: si riempiva d'acqua la vettura in cima, il peso la faceva scendere e tirava su l'altra. Chiusa e ricostruita, la linea ha riaperto nel giugno 1990 con trazione elettrica. Sono 580 metri di sviluppo per 157 metri di dislivello, con un tratto finale in galleria scavata nel tufo lungo 123 metri; il viaggio dura poco più di due minuti, le due vetture portano 75 passeggeri ciascuna e la cadenza tipica è di dieci-quindici minuti. Gestisce BusItalia. Arrivati in cima, a Piazza Cahen, i minibus urbani proseguono verso Piazza del Duomo per chi non ha voglia di camminare: la salita a piedi lungo Corso Cavour è però la vera introduzione alla città, un chilometro scarso in leggera pendenza fra botteghe e palazzi medievali.
In automobile e dove parcheggiare a Orvieto (TR)
Chi arriva in automobile deve mettersi in testa una cosa sola: nel centro storico non si entra e non si parcheggia. I posti auto sono nei piazzali bassi e all'ex Campo della Fiera, da cui una risalita meccanizzata porta in quota. Il consiglio secco, dopo vent'anni di gruppi accompagnati lassù: non provate a cercare il posto vicino al Duomo. Non c'è, e il tempo perso a girare vale più del biglietto della funicolare.
Il Duomo di Orvieto (TR), la cattedrale che vale il viaggio
La cattedrale di Santa Maria Assunta è il motivo per cui la maggior parte dei visitatori sale sulla rupe. I lavori cominciarono nel 1290 sotto il pontificato di Niccolò IV, sopra due chiese preesistenti affacciate sulla stessa piazza; Leone XIII la elevò a basilica minore nel gennaio 1889. Chi ci arriva dopo aver percorso il vicolo stretto di via del Duomo riceve uno schiaffo visivo calcolato: la piazza si apre di colpo e la facciata compare tutta insieme, dorata, alta, sproporzionata rispetto alla città che la ospita.
La facciata del Duomo di Orvieto (TR)
Alla facciata lavorarono più di venti artisti nell'arco di secoli, e si vede: è un cantiere lungo trecento anni tenuto insieme da un'idea sola. Quattro contrafforti verticali che terminano in cuspidi dividono il fronte in tre settori, secondo lo schema che l'architetto e scultore senese Lorenzo Maitani impostò a partire dai primi anni del Trecento, restando alla guida del cantiere fino al 1330. Andrea Orcagna realizzò il rosone fra il 1354 e il 1380, incorniciato da dodici nicchie con le statue dei profeti. Michele Sanmicheli intervenne dal 1513 sulla cuspide centrale e su quelle laterali, e Ippolito Scalza completò il lavoro fra il 1571 e il 1591. Il risultato è la facciata gotica più decorata d'Italia, con mosaici a fondo oro che al tramonto restituiscono la luce come una lamina.
I bassorilievi di Lorenzo Maitani
La parte che quasi tutti fotografano da lontano e nessuno guarda da vicino è la fascia bassa dei quattro piloni. Sono i bassorilievi marmorei diretti da Maitani, fra le pagine più alte della scultura gotica europea, e raccontano il destino dell'umanità dalla Creazione al Giudizio Finale. Fermatevi sul pilone di destra, quello dell'inferno: i corpi si aggrovigliano, i dannati vengono trascinati per i capelli, e la qualità del modellato non ha niente da invidiare a quello che duecento anni dopo si vedrà a Roma. Vale la pena avvicinarsi a un metro e seguire la narrazione riquadro per riquadro. Ci vogliono venti minuti e sono i venti minuti meglio spesi della giornata.

L'interno del Duomo di Orvieto (TR)
Dentro, l'impianto è basilicale a tre navate ampie, separate da pilastri a sezione circolare e ottagonale, con copertura a capriate lignee. Le fasce alternate di basalto e travertino producono quell'effetto a righe che divide il pubblico: c'è chi lo trova ipnotico e chi lo trova indigesto. Io lo trovo funzionale, perché allunga otticamente la navata e porta l'occhio dritto all'abside. La luce entra filtrata dalle finestre in alabastro, che rendono l'interno più caldo e più scuro di quanto ci si aspetti uscendo dal bianco della piazza.
La Cappella del Corporale e il miracolo di Bolsena
Il transetto sinistro custodisce la ragione teologica per cui questa cattedrale esiste. La Cappella del Corporale fu costruita fra il 1350 e il 1356 per conservare il lino macchiato di sangue legato al miracolo eucaristico avvenuto a Bolsena nel 1263: la tradizione racconta che il sacerdote boemo Pietro da Praga, che dubitava della presenza reale di Cristo nell'eucaristia, vide l'ostia sanguinare durante la messa nella chiesa di Santa Cristina. Papa Urbano IV, che si trovava a Orvieto, dichiarò soprannaturale l'evento e l'11 agosto 1264, con la bolla Transiturus de hoc mundo, estese a tutta la Chiesa la solennità del Corpus Domini; a Tommaso d'Aquino, cattedratico nello Studium orvietano, affidò i testi della liturgia delle ore e della messa. Sul piano storiografico occorre distinguere: l'istituzione della festa è documentata, il miracolo appartiene alla tradizione, e la ricerca moderna ha riprodotto in laboratorio arrossamenti analoghi con il batterio Serratia marcescens. In cappella, Ugolino di Prete Ilario affrescò le pareti fra il 1357 e il 1364 con le storie del miracolo e dei miracoli eucaristici. Il reliquiario del corporale, capolavoro di oreficeria smaltata di Ugolino di Vieri, riprende in piccolo la forma della facciata della cattedrale: è uno degli oggetti d'arte gotica più raffinati che si possano vedere in Italia, e passa quasi inosservato perché quasi tutti corrono dall'altra parte, verso Signorelli.
La Cappella di San Brizio, Beato Angelico e Luca Signorelli
La Cappella di San Brizio, detta anche Cappella Nuova, apre sul transetto destro ed è un caso isolato nella storia dell'arte italiana, per originalità dello spazio e per unicità del tema escatologico. La costruzione partì nel 1396, dopo il lascito di Tommaso di Micheluccio. La decorazione impiegò più di mezzo secolo: fra il 1447 e il 1449 il Beato Angelico, con la bottega in cui lavorava Benozzo Gozzoli, portò a termine due vele della volta con il Cristo giudice e i profeti, poi abbandonò il cantiere. Restò lì, incompiuto, per cinquant'anni. Nel 1499 l'Opera del Duomo chiamò Luca Signorelli, cortonese, che completò la volta e affrescò le pareti fra il 1499 e il 1502, con i pagamenti finali che arrivarono al 1504.
Le scene sono la Predica dell'Anticristo, il Finimondo, la Resurrezione della carne, i Dannati all'inferno e gli Eletti in paradiso. Il metodo di Signorelli è opposto a quello di Angelico: dove il domenicano trattava l'affresco come una tavola, con smalti e dettagli minuti, il cortonese ragiona da chi sa che il fedele guarda da otto metri sotto, sintetizza, accelera e punta tutto sulla figura umana in movimento. Nella Resurrezione della carne gli scheletri si rivestono di muscoli mentre escono dal terreno: nudi anatomici in torsione, un repertorio di pose che Michelangelo ebbe modo di studiare. Nella Predica dell'Anticristo, l'artista si è ritratto in primo piano a sinistra, in nero, accanto alla figura in abito domenicano identificata con il Beato Angelico. Lo zoccolo basso è una biblioteca dipinta: ritratti di poeti antichi e moderni, Dante compreso, con riquadri a monocromo che illustrano il Purgatorio dantesco, episodi virgiliani e miti ovidiani.
L'opinione, secca: la Cappella di San Brizio regge il confronto con la Sistina sul terreno dell'invenzione figurativa, e a differenza della Sistina si guarda in silenzio, con venti persone dentro invece di duemila. Se la giornata deve essere corta, tagliate qualsiasi altra cosa ma non questa. L'accesso è contingentato, di norma con ingressi limitati a piccoli gruppi, e l'attesa in alta stagione può superare la mezz'ora.
La Pietà di Ippolito Scalza
Nel transetto, la Pietà scolpita da Ippolito Scalza nel 1579 in un solo blocco di marmo mette in scena quattro figure a grandezza naturale attorno al corpo di Cristo. Scalza è l'uomo che ha tenuto insieme il cantiere della cattedrale per decenni come capomastro, e qui dimostra di essere anche uno scultore serio: le mani della Maddalena e il braccio abbandonato del Cristo sono il pezzo forte.

Il MODO, i musei del Duomo di Orvieto (TR)
Il Museo dell'Opera del Duomo non è un edificio solo: il circuito MODO comprende i Palazzi Papali affacciati sulla piazza, il Palazzo Soliano del 1297, la chiesa di Sant'Agostino e il Museo Emilio Greco. La collezione parte dal Duecento e raccoglie quello che dalla cattedrale è stato smontato, sostituito o messo al riparo.
Che cosa si vede nel Museo dell'Opera del Duomo di Orvieto (TR)
Ci sono sculture di Arnolfo di Cambio e di Andrea Pisano, opere di Simone Martini, tavole e gruppi di Luca Signorelli e di Francesco Mochi, terrecotte invetriate della bottega dei Della Robbia, il reliquiario con il cranio di San Savino e le pergamene con i disegni di progetto della facciata: quei fogli sono documenti rari, perché mostrano come si pensava un cantiere gotico prima di alzare una pietra. Le statue degli apostoli, che per secoli occuparono i pilastri della navata e che nel Novecento furono rimosse per restituire all'interno la sua nudità architettonica, si vedono qui da vicino, all'altezza dell'occhio: è un'esperienza diversa dal guardarle appese in alto.
Il Museo Emilio Greco
Il Palazzo Soliano ospita il Museo Emilio Greco, dedicato allo scultore siciliano che nel 1964 realizzò le porte bronzee della cattedrale. Le porte fecero discutere per anni: molti orvietani le trovavano un corpo estraneo su una facciata trecentesca. A distanza di sessant'anni, il giudizio si è ammorbidito. Il museo raccoglie una donazione di sculture, disegni e incisioni dell'artista, ed è il pezzo del circuito che quasi nessuno visita: se cercate mezz'ora di silenzio in una giornata affollata, è lì.

Il Pozzo di San Patrizio, il capolavoro idraulico di Orvieto (TR)
Il Pozzo di San Patrizio è in Piazza Cahen 5B, a due passi dall'arrivo della funicolare. È il secondo motivo per cui si sale sulla rupe, e per una parte dei visitatori è il primo.
Perché fu scavato
Nel maggio del 1527 i lanzichenecchi saccheggiarono Roma e Clemente VII, papa Medici, fuggì a Orvieto. Arrivato in cima alla rupe, il pontefice si accorse che la fortezza naturale più solida dello Stato della Chiesa aveva un difetto letale: in caso di assedio prolungato, l'acqua sarebbe finita. Incaricò allora Antonio da Sangallo il Giovane di scavare un pozzo che garantisse l'approvvigionamento. I lavori andarono dal 1527 al 1537 e si conclusero sotto Paolo III Farnese; durante le assenze di Sangallo il cantiere fu seguito da Giovanni Battista da Cortona, e gli elementi decorativi si devono a Simone Mosca.
I numeri del pozzo
Il pozzo scende per 54 metri nel tufo, ha un diametro di 13 metri e conta 248 gradini e 72 finestre che portano luce dal cavo centrale. La trovata che ne fa un capolavoro è la doppia elica: due rampe elicoidali indipendenti, a senso unico, servite da ingressi separati, in modo che i muli carichi di acqua che salivano non incontrassero mai quelli che scendevano. In fondo un ponte collega le due scale ed è tuttora percorribile. Una vena naturale mantiene costante il livello dell'acqua sul fondo, con uno sfioratore per l'eccesso. Sull'imboccatura corre l'iscrizione latina Quod natura munimento inviderat industria adiecit, cioè quello che la natura aveva negato come difesa, l'ingegno lo ha aggiunto: una frase che vale come manifesto di tutta la città.
Il nome e la leggenda
Il nome non c'entra con la storia locale. Nell'Ottocento il pozzo fu accostato alla leggenda irlandese del santo che custodiva una caverna aperta sul Purgatorio, e da lì l'espressione entrata nell'italiano corrente per indicare qualcosa che ingoia tutto senza riempirsi mai. È un'attribuzione tarda e letteraria, non una devozione antica: chi ve la racconta come tradizione medievale vi racconta una cosa non documentata.
Come si visita il Pozzo di San Patrizio
La discesa e la risalita si fanno in circa quaranta minuti a passo normale. Fa fresco anche a Ferragosto e i gradini sono bassi e larghi, pensati per gli zoccoli degli animali, quindi la fatica è meno di quanto suggerisca il numero: 248 gradini in giù e 248 in su, però, alla fine si sentono. Scarpe chiuse, niente infradito. L'ingresso singolo indicato dal circuito cittadino è di 6 euro ed è gratuito sotto i sei anni; la prenotazione online è consigliata ed è possibile fino alla mezzanotte del giorno precedente. Chi soffre di claustrofobia o ha problemi di ginocchia può fermarsi ad affacciarsi dal parapetto in alto: si capisce comunque il meccanismo.

Orvieto (TR) sotterranea: la città sotto la città
Sotto le strade di Orvieto (TR) il tufo è bucato da oltre milleduecento cavità scavate in trenta secoli. Non è un labirinto continuo: sono cantine, pozzi, cave, colombari, frantoi, cisterne e vie di fuga scavate ciascuna per conto proprio sotto la casa del proprietario, e messe insieme formano un secondo insediamento. È la parte di Orvieto che il visitatore frettoloso salta e che invece racconta come si viveva davvero su una rupe senza acqua di superficie.
Orvieto Underground
Il percorso di Orvieto Underground parte da Piazza Duomo e conduce dentro un complesso di grotte private aperte al pubblico, con partenze riservate ai possessori della Carta Unica alle 11.00 e alle 16.00. Si vedono i colombari etruschi e medievali scavati a nicchie regolari nelle pareti, usati per l'allevamento dei piccioni, che sulla rupe assediabile erano la scorta di carne fresca; i frantoi ipogei, collocati sottoterra perché la temperatura costante conservava meglio l'olio; le cave da cui è uscito il materiale con cui è costruita la città sopra; e i pozzi etruschi a sezione rettangolare, scavati a mano con incavi laterali per i piedi, che scendono per decine di metri fino alla falda. La visita è guidata, dura circa quaranta cinque minuti e la temperatura resta intorno ai quindici gradi tutto l'anno: portatevi qualcosa di coperto anche in luglio.
Il Pozzo della Cava
In via della Cava 28, nel quartiere medievale, il Pozzo della Cava è un complesso di nove ambienti ipogei collegati. Il pozzo che dà il nome al sito fu riscoperto nel 1984 da Tersilio Sciarra durante lavori di ristrutturazione in una cantina, e scende per 36 metri fino all'acqua. Negli ambienti si vedono una fornace medievale con gli scarti di maiolica difettosa e gli attrezzi da ceramista, due butti medievali, cioè i pozzi in cui si gettavano ossa e rifiuti inorganici, e materiali etruschi, medievali e rinascimentali. Nel 2023 il sito è entrato nella rete globale dei musei dell'acqua promossa dall'UNESCO. Dalla vigilia di Natale alla domenica dopo l'Epifania le grotte ospitano un presepe con figure animate a grandezza naturale, che per i bambini vale il viaggio da solo. L'orario indicato dal circuito cittadino va dalle 9.00 alle 20.00 da martedì a domenica.
Il Labirinto di Adriano
Il Labirinto di Adriano, che per anni è stato conosciuto con il nome di Orvieto sotterranea, è un altro ipogeo visitabile compreso nella Carta Unica. Il nome non ha nulla a che vedere con l'imperatore: deriva dal proprietario che ne curò l'apertura. Il percorso attraversa cunicoli, cisterne e ambienti scavati che documentano il riuso continuo delle cavità dall'epoca etrusca fino al Novecento, quando molte grotte servirono da rifugio antiaereo.
I sotterranei di Sant'Andrea
Sotto la chiesa di Sant'Andrea e Bartolomeo si scende in una sequenza stratigrafica che va dall'età villanoviana all'età moderna: un tratto di strada etrusca lastricata, resti di una basilica paleocristiana a mosaico e le fondazioni della chiesa romanica. È l'unico punto della città in cui si vedono, uno sopra l'altro e in dieci metri di dislivello, tutti i livelli di Orvieto (TR).
Il Museo Claudio Faina e l'Orvieto (TR) degli Etruschi
Palazzo Faina, davanti alla facciata del Duomo, ospita il Museo Claudio Faina e il Museo Civico. La collezione nacque privata nel 1864 e fu costruita fra gli anni Sessanta e Ottanta dell'Ottocento dai conti Mauro ed Eugenio Faina, in un'epoca in cui i proprietari terrieri scavavano le necropoli sui propri fondi e vendevano ai musei d'Europa. Nel Novecento la raccolta passò al Comune di Orvieto ed è oggi la ragione per cui una parte importante di quei materiali è rimasta in città invece di finire a Londra o a Baltimora.
Che cosa si vede al Museo Faina di Orvieto (TR)
Il nucleo forte è la ceramica attica a figure nere e a figure rosse del VI e V secolo a.C., arrivata a Orvieto per commercio e finita nelle tombe dei notabili: sono vasi greci di produzione ateniese, alcuni firmati, che testimoniano quanto denaro girasse sulla rupe. Ci sono poi il bucchero locale, la collezione numismatica con il medagliere, le sculture dal Tempio del Belvedere, un cippo con testa di guerriero dalla necropoli del Crocifisso del Tufo e la celebre Venere della Cannicella, statua in marmo greco proveniente dal santuario omonimo. Il piano terra del Museo Civico raccoglie i frontoni templari e la Venere. Consiglio pratico: il museo ha finestre che inquadrano la facciata del Duomo da un'altezza che dalla piazza non si ottiene. Quelle finestre sono l'occasione fotografica migliore della città e quasi nessuno lo sa.
La Necropoli del Crocifisso del Tufo
Ai piedi della rupe, sul lato nord, la Necropoli del Crocifisso del Tufo raggiunse la massima estensione fra la metà del VI e la metà del V secolo a.C. La sua stranezza è l'urbanistica: al contrario delle grandi necropoli etrusche a tumulo, qui ci sono oltre duecento tombe a camera a pianta rettangolare, di dimensioni quasi identiche fra loro, circa tre metri per due, allineate a scacchiera lungo vie sepolcrali ortogonali. Sembra un quartiere di case popolari, ed è probabilmente proprio quello che significa: una società meno gerarchica di quelle delle vicine città etrusche, o almeno una società che nella morte sceglieva di rappresentarsi come tale. Sull'architrave di ogni porta è inciso il nome del defunto e della famiglia di appartenenza, e fra quei nomi ce ne sono di chiaramente non etruschi, umbri, celtici, latini: la prova che Velzna era una città aperta e multietnica. Le camere hanno banchine lungo le pareti, pavimento in terra battuta o polvere di tufo e copertura a pseudovolta. Gli scavi ottocenteschi furono disordinati e dispersero i corredi nei musei europei e americani; le indagini sistematiche riprendono dal 1961 e i materiali recenti si vedono al Museo archeologico nazionale.
Il Santuario e la Necropoli della Cannicella
Sul versante meridionale della rupe, la Cannicella unisce un'area sepolcrale e un santuario in cui fu trovata la Venere oggi al Museo Faina. È il contesto che ha restituito i frammenti più antichi del pianoro, compresi materiali dell'età del bronzo, e per questo pesa nella ricostruzione della preistoria orvietana più di quanto suggeriscano le sue dimensioni modeste.
Il Tempio del Belvedere e il Fanum Voltumnae
Il Tempio del Belvedere, presso Piazza Cahen, conserva il podio di un edificio sacro etrusco del V secolo a.C. di cui restano le fondazioni e da cui provengono le terrecotte architettoniche del Museo Faina. Più in basso, in località Campo della Fiera, gli scavi condotti dagli anni Duemila hanno riportato alla luce un vasto complesso santuariale che gli archeologi identificano con il Fanum Voltumnae, il santuario federale dove ogni anno confluivano i rappresentanti delle città etrusche per riti, giochi e assemblee. È l'identificazione più accreditata, sostenuta dalla continuità di culto e dalla struttura del sito, ma resta un'ipotesi archeologica e va detta come tale.
Chi vuole capire come questi materiali dialogano con le grandi raccolte romane trova un ottimo confronto al Museo Etrusco di Villa Giulia e al Museo delle Antichità Etrusche e Italiche, dove finirono corredi provenienti anche dall'Orvietano.
Le chiese di Orvieto (TR) oltre il Duomo
La cattedrale schiaccia tutto il resto, e il resto è notevole. Chi ha una giornata intera dedichi almeno un'ora e mezza a questo giro, che si fa a piedi in un raggio di seicento metri.
San Giovenale
Costruita nel 1004 all'estremità occidentale della rupe, nel quartiere più antico, San Giovenale è la chiesa più vecchia della città. Ha un campanile massiccio inglobato nella struttura difensiva, un pavimento in leggera pendenza e cicli di affreschi trecenteschi e quattrocenteschi sparsi sulle pareti e sui pilastri, sovrapposti gli uni agli altri. È il posto in cui si capisce che cosa fosse Orvieto prima dei papi: un villaggio fortificato sul bordo del precipizio.
Sant'Andrea
Sant'Andrea, del 1013, fu costruita sulle rovine di una chiesa paleocristiana e rimaneggiata nel XII, nel XVI e nel XIX secolo. Il campanile dodecagonale, con la merlatura ripristinata dai restauri ottocenteschi, è il segnale urbano della piazza del Popolo. Qui, dai pulpiti, Innocenzo III proclamò la Quarta crociata, e nel 1281, alla presenza di Carlo I d'Angiò, fu elevato al pontificato Martino IV.
San Domenico e il monumento De Braye di Arnolfo di Cambio
San Domenico conserva il Mausoleo del cardinale Guillaume De Braye, opera di Arnolfo di Cambio del 1282 circa. È un pezzo capitale della scultura funeraria italiana, e quello che si vede oggi è un rimontaggio parziale, perché l'insieme originale fu smembrato nei secoli. Vale la pena guardare la Madonna con il Bambino e i due chierici che scostano la tenda: il gesto del panneggio aperto è l'invenzione che verrà ripresa per due secoli in tutte le tombe monumentali d'Italia. Nella stessa chiesa si trova la cappella progettata da Sanmicheli per il cardinale Petrucci.
San Francesco, San Lodovico e la Madonna del Velo
San Francesco, costruita nel XIII secolo, è la chiesa in cui nel 1297 papa Bonifacio VIII canonizzò Luigi IX di Francia. La chiesa di San Lodovico e la chiesa della Madonna del Velo, quest'ultima edificata nel Settecento per volontà del vescovo monsignor Giuseppe di Marsciano, completano il quadro delle fondazioni cittadine. Chi si interessa alla figura di Bonifacio VIII trova a Roma la sua residenza raccontata nella pagina di Palazzo Bonifacio VIII.
L'Abbazia dei Santi Severo e Martirio
Fuori dalle mura, sul pianoro che guarda la rupe da sud, l'abbazia dei Santi Severo e Martirio è un complesso monastico con strutture altomedievali e romaniche. La torre dodecagonale, mozzata in alto, è uno degli elementi architettonici più riconoscibili del territorio. Il complesso è oggi in gran parte destinato all'accoglienza, ma la chiesa e il chiostro restano visitabili e offrono la vista frontale della città che dall'interno non si ottiene mai.
I palazzi e le architetture civili di Orvieto (TR)
Il potere civile orvietano ha lasciato una quantità di edifici sproporzionata rispetto agli abitanti di oggi, e questo dice tutto sulla città che fu.
Palazzo Soliano e i Palazzi Papali
Palazzo Soliano, iniziato nel 1297 per Bonifacio VIII, è un blocco di tufo a due livelli con scala esterna, oggi sede del Museo Emilio Greco. Accanto, i Palazzi Papali, costruiti fra il Duecento e il Trecento per Urbano IV, Gregorio X e Martino IV, ospitano il Museo archeologico nazionale di Orvieto e parte del circuito MODO. Sono tre corpi di fabbrica addossati che raccontano il periodo in cui Orvieto (TR) funzionava come capitale alternativa dello Stato della Chiesa.
Palazzo del Popolo e Palazzo Comunale
Il Palazzo del Capitano del Popolo, o Palazzo del Popolo, domina la piazza omonima con la sua scalinata a doppia rampa, la loggia al piano terra e la torre campanaria: è il modello del palazzo pubblico duecentesco umbro, ed è oggi centro congressi. Il Palazzo Comunale, rimaneggiato da Ippolito Scalza nel Cinquecento, mostra invece la facciata a bugnato e il portico che ordina la piazza della Repubblica.
Palazzo Faina, Palazzo dei Febei, Palazzo Gualterio
Palazzo Faina, in Piazza Duomo, è l'edificio settecentesco che ospita il museo etrusco e il Museo Civico. Palazzo dei Febei e Palazzo Gualterio, entrambi cinquecenteschi, mostrano il passaggio dal linguaggio medievale a quello rinascimentale: portali bugnati, cornici marcapiano, finestre incorniciate. Camminando lungo Corso Cavour e nelle vie laterali si attraversano in ordine i palazzi medievali di Orvieto, quelli rinascimentali e quelli moderni, e la sequenza si legge come un manuale di storia dell'architettura all'aperto.
La Torre del Moro e l'orologio di Maurizio
All'incrocio fra Corso Cavour e via del Duomo si alza la Torre del Moro, dalla cui sommità si vede tutto: la rupe, la valle del Paglia, i monti Volsini verso il lago di Bolsena. La salita si fa a piedi, con un ascensore che copre solo il primo tratto. Il biglietto singolo indicato dal circuito cittadino è di 3,80 euro, con orari stagionali: in inverno dalle 10.30 alle 16.30, in primavera e in autunno dalle 10.00 alle 18.00, in estate dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 15.00 alle 19.00. Poco distante, sulla torre all'angolo fra via del Duomo e Piazza del Duomo, si trova Maurizio, l'automa in bronzo che dal 1351 batte le ore: fu il primo orologio meccanico con automa installato in Italia e funziona tuttora. Serviva a scandire i turni degli operai del cantiere della cattedrale, ed è quindi un orologio di fabbrica prima che di città.
La Rocca dell'Albornoz e via della Cava
A Piazza Cahen restano i bastioni della Rocca fatta costruire dal cardinale Egidio Albornoz nel 1364 per tenere la città sotto il controllo pontificio. Oggi è un giardino pubblico e uno dei punti panoramici più tranquilli di Orvieto (TR). Via della Cava, invece, è la strada in discesa del quartiere medievale, aperta nel tufo, che portava alla Porta Maggiore: è la via su cui affacciano il Pozzo della Cava e le botteghe artigiane che sopravvivono al turismo di passaggio.

La storia di Orvieto (TR), dalla preistoria a oggi
Orvieto (TR) prima degli Etruschi
Nel territorio comunale sono noti resti archeologici che documentano la presenza di gruppi umani fin dal Paleolitico. Sul pianoro dove sorge il nucleo antico, i reperti sono per la maggior parte frammenti raccolti ai piedi del ciglione, dagli scavi in località Cannicella e dalle esplorazioni sistematiche, e provengono dagli impianti insediativi e dalle attività ospitate sul pianoro stesso: in piccola parte si datano all'età del bronzo, in maggioranza alla prima età del ferro. Per le fasi più antiche vanno citati un frammento di vaso con decorazione di stile appenninico, del XV e XIV secolo a.C., e altri del bronzo finale, fra XII e X secolo a.C.; resta però incerto se quei gruppi avessero individuato il potenziale strategico della mesa orvietana in epoche in cui non erano in grado di occuparla e controllarla per intero.
Alla fine del X secolo a.C., in concomitanza con la nascita degli altri grandi centri urbani etruschi, anche sulla rupe si insedia una comunità che vi struttura un abitato unitario, vasto e attivo. La consistenza demografica consentì subito di difendere un perimetro di circa quattro chilometri, già di per sé munito di difese naturali; l'incremento della popolazione fece sì che già nel corso della prima età del ferro sul plateau di circa ottantacinque ettari si costituisse una comunità protourbana di varie migliaia di individui, con l'aspetto archeologico detto villanoviano comune a tutte le grandi città dell'Etruria.
Velzna, la città etrusca
Le testimonianze di epoca etrusca, raccolte da campagne di scavo e studi condotti fino ad anni recenti, restituiscono un quadro attendibile anche se incompleto della città antica, identificata dopo lunghe incertezze e polemiche fra archeologi con Velzna, una delle dodici città-stato etrusche. I Romani la chiamarono Volsinii. Sorgeva nei pressi di un santuario federale famoso, il Fanum Voltumnae, meta annuale degli abitanti dell'Etruria che vi confluivano per riti religiosi, giochi e manifestazioni. Dall'VIII al VI secolo a.C. la città ebbe uno sviluppo economico notevole, di cui beneficiavano soprattutto le famiglie ricche in un regime fortemente oligarchico, accompagnato da un incremento demografico che nella composizione della popolazione mostra l'apertura a una città multietnica: di tutto questo si ha riscontro dai resti sulla rupe e soprattutto dalle necropoli. Fra il VI e il IV secolo a.C. Velzna raggiunse il massimo splendore, fiorente centro commerciale e artistico, con una supremazia militare garantita dalla posizione che le dava l'aspetto di una fortezza naturale.
La distruzione romana del 264 a.C.
Fra la fine del IV e l'inizio del III secolo a.C. l'assetto sociale che aveva permesso la crescita si incrinò. I ceti prima esclusi conquistarono il governo della cosa pubblica, il dissidio fra le classi divenne violento e i nobili finirono per chiedere aiuto ai Romani. Nel 264 a.C. Roma colse l'occasione per inviare l'esercito a Volsinii e, invece di sottometterla, la distrusse, deportando gli abitanti scampati all'eccidio sulle rive del vicino lago, dove sorse Volsinii Novi, l'odierna Bolsena. Il motivo di tanto accanimento non è noto; secondo le fonti letterarie i Romani trasportarono a Roma oltre duemila statue razziate dai santuari orvietani ed evocarono nell'Urbe il dio Vertumnus, principale divinità degli Etruschi. Il trasferimento della città da un sito all'altro si ripeterà in senso inverso, provocato ancora da altre invasioni: sulla rupe fu rifondata la cittadella altomedievale di Ourbibentos che, nell'arco di qualche secolo, diverrà una nuova città con il nome di Urbs Vetus, città vecchia, da cui il toponimo Orvieto.
Goti, Bizantini e Longobardi
Dopo il crollo dell'Impero romano d'Occidente, Orvieto divenne dominio dei Goti fino al 553, quando dopo una battaglia cruenta e un assedio fu conquistata dai Bizantini di Belisario. Con l'istituzione del Ducato di Spoleto passò ai Longobardi. Poco prima dell'anno Mille la città, posta sulla linea di confine dell'Italia bizantina di cui costituiva un nodo strategico importante, tornò a fiorire ed espanse il tessuto urbanistico con fortificazioni, palazzi, torri e chiese.
Il libero Comune e la città del Corpus Domini
Orvieto (TR) è la città del Corpus Domini: da qui, l'11 agosto 1264, Urbano IV istituì per tutta la cristianità la solennità del Corpus et Sanguis Domini, e l'ufficio della messa fu redatto da Tommaso d'Aquino, cattedratico nello Studium orvietano. La città fu sede residenziale delle corti pontificie in ripetute occasioni. Si costituì in Comune e, pur non facendo parte ufficialmente del patrimonio di San Pietro, si trovava sotto il suo controllo: per vedere riconosciuto il governo comunale ebbe bisogno di una dichiarazione di consenso di papa Adriano IV nel 1157. Nel XII secolo, forte di un esercito agguerrito, iniziò ad ampliare i propri confini e dopo vittoriose battaglie contro Siena, Viterbo, Perugia e Todi arrivò a dominare un territorio che andava dalla Val di Chiana fino alle terre di Orbetello e di Talamone sul Tirreno. In quella espansione Orvieto si era procurata un alleato potente: Firenze, rivale di Siena, che ne aveva appoggiato l'ascesa. I secoli XIII e XIV furono il periodo di massimo splendore: con una popolazione di circa trentamila abitanti, superiore perfino a quella di Roma, Orvieto divenne una potenza militare indiscussa e vide sorgere nel suo tessuto urbano palazzi e monumenti.
Monaldeschi contro Filippeschi: le lotte interne
La stessa epoca vide nascere lotte interne furibonde. Due famiglie patrizie, la guelfa Monaldeschi e la ghibellina Filippeschi, straziarono la città con battaglie cruente che, insieme alle successive lotte fra i Malcorini filoimperiali e i Muffatti papalini, indebolirono il potere comunale e favorirono nel 1354 la conquista da parte del cardinale Egidio Albornoz. Nel 1351, in mezzo a quel disordine, veniva installato il primo orologio meccanico con automi d'Italia. Dopo Albornoz la città fu assoggettata a varie signorie, Rinaldo Orsini, Biordo Michelotti, Giovanni Tomacello e Braccio Fortebraccio, per tornare nel 1450 definitivamente allo Stato della Chiesa, di cui divenne una delle province più importanti e l'alternativa a Roma per molti pontefici, vescovi e cardinali che vi soggiornavano. I secoli XVII e XVIII furono periodi di tranquillità. Sotto l'Impero napoleonico Orvieto fu ridotta a cantone dell'arrondissement di Todi, conobbe una breve decadenza e si riprese più tardi: nel 1831, tornata sotto la Chiesa, fu elevata a delegazione apostolica.
Orvieto (TR) nel Regno d'Italia
Durante il Risorgimento Orvieto rimase parte dello Stato Pontificio fino alla campagna piemontese in Italia centrale del settembre 1860. Ancor prima dell'arrivo delle truppe regolari piemontesi impegnate a sconfiggere l'esercito pontificio, i volontari dei cosiddetti cacciatori del Tevere, guidati da Luigi Masi, il 12 settembre 1860 liberarono Orvieto e costrinsero alla resa la debole guarnigione pontificia. Il destino della città rimase in dubbio: si parlò di restaurazione del dominio pontificio e dell'arrivo delle truppe francesi del corpo d'occupazione di Roma, già giunte a Viterbo per salvaguardare il potere temporale della Chiesa nel Lazio. Il 15 ottobre 1860 Cavour intervenne di persona con il ministro degli esteri francese Édouard Thouvenel e con il principe Gerolamo Napoleone, ricordando che lo stesso imperatore Napoleone III aveva assicurato che Orvieto non sarebbe più tornata alla Chiesa. Il 18 ottobre le autorità francesi garantirono che la città non sarebbe stata occupata e sarebbe rimasta compresa nel territorio umbro da sottoporre a plebiscito. Il 4 e 5 novembre 1860 il plebiscito in Umbria decretò con maggioranza schiacciante l'annessione della regione, Orvieto compresa, al nuovo Regno d'Italia.
Orvieto (TR) nella seconda guerra mondiale
Durante la seconda guerra mondiale la città e il suo territorio assunsero una notevole importanza strategica. Nell'operazione Achse le truppe tedesche della 3ª Panzergrenadier-Division, schierate in un'ampia area fra Umbria, Lazio settentrionale e Toscana meridionale, agirono con rapidità e occuparono la città fin dalle prime ore dopo l'8 settembre, insieme a Viterbo, Montefiascone e Orte, prima di avanzare verso Roma. Nei mesi dell'occupazione i tedeschi utilizzarono i campi di aviazione della zona. Dopo la liberazione di Roma del 5 giugno 1944, il feldmaresciallo Albert Kesselring fece ripiegare le sue forze sulla linea Albert, che collegava la zona del lago Trasimeno con Orvieto. Le truppe della 29ª Panzergrenadier-Division difesero tenacemente le vie di accesso alla città fino al 14 giugno, quando evacuarono Orvieto e ripiegarono verso Siena. La città fu liberata da reparti britannici della 78ª Divisione di fanteria, mentre nell'area furono impiegate anche forze meccanizzate sudafricane della 6ª Divisione corazzata. Che il centro storico sia arrivato intatto fino a noi, con una cattedrale del genere dentro, è una fortuna che a poche città italiane è toccata.
Lo stemma e i simboli di Orvieto (TR)
In base a un decreto del 1928, lo stemma del Comune di Orvieto è costituito da uno scudo ripartito in quattro settori sormontato da una corona, e nelle quattro ripartizioni compaiono la Croce, l'Aquila, il Leone e l'Oca. La croce rossa in campo bianco simboleggia la fedeltà del Comune alla fazione guelfa e fu riconosciuta a Orvieto da papa Adriano IV nel 1157. L'aquila nera con corona d'oro in campo rosso rimanda alla dominazione romana; il lambello d'oro con cinque pendenti fu posto al collo dell'aquila quando Carlo d'Angiò concesse a Orvieto il titolo di città, dopo essere stato incoronato re del Regno di Sicilia nella cattedrale orvietana da papa Clemente IV, e richiama il lambello rosso della casa d'Angiò. Il leone in campo rosso tiene una spada d'argento con la zampa destra e le chiavi di San Pietro con la sinistra: richiama il leone fiorentino, a ricordo della storica alleanza fra le due città, e le chiavi, con il motto fortis et fidelis, sono una concessione di Adriano IV come riconoscimento della lunga fedeltà di Orvieto al papato. L'oca, con una zampa sollevata sopra un sasso, rimanda alle leggendarie oche del Campidoglio che con il loro schiamazzo salvarono Roma dall'attacco dei nemici. Quattro simboli per dire la stessa cosa in quattro modi: siamo stati romani, siamo stati guelfi, siamo stati amici di Firenze e ce lo siamo meritato.
Il vino di Orvieto (TR): l'Orvieto Classico
Il bianco di Orvieto ha ottenuto la denominazione di origine controllata nel 1971 e si produce fra le province di Terni e Viterbo, in quello che è considerato il territorio vitivinicolo più antico dell'Umbria. La tipologia Superiore, introdotta nel 1997, richiede una gradazione alcolica minima del 12 per cento; il disciplinare contempla anche una versione da muffa nobile, dolce, che si accompagna a formaggi stagionati, patè e dolci al cucchiaio. Il colore è giallo paglierino, il profilo aromatico delicato, e la gamma va dal secco con una punta amarognola in chiusura fino all'abboccato e al dolce.
Perché il vino di Orvieto (TR) nasce sottoterra
La particolarità orvietana è che il vino si faceva e si affinava nelle grotte di tufo scavate su tre livelli sotto la città: temperatura costante, umidità stabile, nessun bisogno di impianti. È lo stesso motivo per cui i frantoi erano ipogei. Il prestigio del bianco orvietano era tale che, secondo le fonti, artisti chiamati a lavorare in cattedrale chiesero di essere pagati anche in vino: nel Rinascimento non era un capriccio, era una parte concreta della retribuzione. Consiglio da bevitore prudente: l'Orvieto Classico moderno è quasi sempre secco, e chi lo ricorda dolce ricorda una tipologia oggi minoritaria. Se cercate quella, va chiesta esplicitamente.
Che cosa si mangia a Orvieto (TR)
La cucina è quella dell'Umbria meridionale di confine, contaminata dall'alto Lazio. Gli umbrichelli, spaghettoni tirati a mano con acqua e farina, si servono al sugo di carne o all'aglione. Le lumachelle sono panini arrotolati con strutto e pecorino, e il palombaccio, cioè il colombaccio, si cucina alla ghiotta con la salsa a base di frattaglie, vino e aceto. Aggiungete la carne di cinghiale, il tartufo nero dell'orvietano e i formaggi di pecora. Una nota franca: la ristorazione di Piazza Duomo lavora sui numeri e sui menù turistici, e la qualità cala man mano che ci si avvicina alla facciata. Bastano trecento metri verso il quartiere medievale o verso Piazza del Popolo per cambiare fascia di prezzo e di sostanza.
Orvieto (TR) con i bambini
Orvieto è una delle poche città d'arte che funziona davvero con i ragazzini, e il motivo è che qui si scende dentro le cose. La funicolare li conquista in due minuti; il Pozzo di San Patrizio è una spirale che si percorre come un gioco, con la scoperta che chi scende e chi sale non si incontra mai; le grotte di Orvieto Underground hanno i colombari, i frantoi e i pozzi che scendono nel buio. Il presepe a figure animate del Pozzo della Cava, fra la vigilia di Natale e la domenica dopo l'Epifania, è la carta vincente delle vacanze invernali. Attenzione a due cose: il passeggino sui 248 gradini del pozzo è impraticabile, quindi serve un marsupio o uno zaino porta bambino, e la temperatura sotterranea costante intorno ai quindici gradi richiede una felpa anche in agosto.
Accessibilità a Orvieto (TR)
Il centro storico è pianeggiante sul pianoro, e questa è la buona notizia: una volta arrivati in cima, gli spostamenti fra Duomo, Museo Faina, Palazzo del Popolo e Corso Cavour non presentano dislivelli significativi. Il fondo però è in gran parte selciato irregolare, che con le ruote piccole diventa faticoso. La funicolare e i minibus urbani sono i mezzi giusti per la risalita. Il Comune indica il Pozzo di San Patrizio come accessibile ai visitatori in sedia a rotelle nella parte alta, con ingresso gratuito sotto i sei anni, per le guide turistiche e per un docente ogni gruppo scolastico di almeno venti studenti; la discesa integrale delle due eliche resta ovviamente un percorso a gradini. Per gli itinerari ipogei conviene chiedere in biglietteria prima di acquistare: alcuni tratti hanno soglie basse e passaggi stretti.
Quando andare a Orvieto (TR)
Aprile, maggio, settembre e ottobre sono i mesi migliori: luce buona sulla facciata, temperatura sopportabile nelle grotte, code ragionevoli in cattedrale. Luglio e agosto portano caldo e gruppi in transito fra Roma e Firenze, con l'ora di punta fra le undici e le tre. Il periodo del Corpus Domini, fra fine maggio e giugno a seconda del calendario liturgico, è il momento più intenso dell'anno cittadino ed è anche il più affollato: il corteo storico porta in strada centinaia di figuranti in costume. A dicembre e gennaio la città si svuota, il presepe nelle grotte funziona e i prezzi degli alloggi scendono; in compenso alcune aperture si riducono e va verificato tutto in anticipo. Il momento della giornata da preferire in assoluto è il tardo pomeriggio, quando il sole basso colpisce i mosaici della facciata e li accende: i pullman a quell'ora sono già ripartiti.
Una curiosità su Orvieto (TR)
Sotto i piedi di chi cammina in Corso Cavour ci sono più di milleduecento cavità artificiali scavate nel tufo, e la maggior parte di esse è ancora oggi proprietà privata dei palazzi soprastanti. Questo dato, che sembra una nota tecnica, è la chiave per capire Orvieto (TR): la città non ha mai avuto acqua di superficie, perché il pianoro è un tavolato vulcanico isolato, e ogni famiglia ha dovuto procurarsi la propria autonomia scavando in verticale. Ne è nata una regola non scritta secondo cui chi possiede una casa possiede anche il vuoto che ci è sotto, e da lì il fenomeno unico delle cantine, dei pozzi e dei frantoi indipendenti l'uno dall'altro, spesso a pochi centimetri di distanza senza mai comunicare fra loro.
La curiosità vera arriva ora: molti di questi ambienti sono colombari, cioè piccionaie ipogee con nicchie regolari scavate nelle pareti e finestrelle aperte sulla falesia. I piccioni entravano dall'esterno, nidificavano dentro la roccia e venivano prelevati dall'interno della casa. In caso di assedio, mentre l'esercito nemico bloccava le strade, la famiglia orvietana aveva acqua dal proprio pozzo e carne fresca dalla propria piccionaia senza mai uscire dalle mura. È l'esatta ragione per cui il palombaccio, cioè il colombaccio, è tuttora il piatto identitario della cucina locale: la ricetta più tipica di Orvieto (TR) nasce come sottoprodotto di un sistema difensivo. Poche città possono dire di avere un menù che discende direttamente dall'architettura militare.
Aggiungo un dettaglio che quasi nessuno collega: il tufo che è stato estratto da tutte queste cavità non è stato buttato via. È servito a costruire i palazzi che oggi si vedono in superficie. Orvieto è letteralmente una città che ha tirato fuori se stessa da sotto se stessa, e il volume del pieno in alto corrisponde grosso modo al volume del vuoto in basso.
Una cosa che non ti dice nessuno su Orvieto (TR)
Nessuno vi dirà che la Cappella di San Brizio è rimasta incompiuta per cinquant'anni e che il capolavoro che oggi si ammira nasce da un fallimento. Nel 1447 l'Opera del Duomo chiamò il Beato Angelico, allora all'apice della fama, per affrescare la volta della Cappella Nuova. Il frate domenicano, con la bottega in cui lavorava il giovane Benozzo Gozzoli, dipinse due vele fra il 1447 e il 1449, il Cristo giudice e i profeti, e poi se ne andò richiamato a Roma. Non tornò mai. La cappella rimase con la volta a metà, i ponteggi smontati e le pareti bianche, per mezzo secolo: cinque decenni in cui gli orvietani entravano in cattedrale e vedevano un cantiere abbandonato. Solo nel 1499 l'Opera si decise a chiamare Luca Signorelli, che allora non aveva la fama di Angelico e che accettò un incarico che nessuno voleva.
La seconda cosa che non vi dirà nessuno riguarda il metodo. Angelico aveva dipinto le sue vele come si dipinge una tavola d'altare: smalti preziosi, oro, dettagli minuti, una cura da miniatore. Signorelli guardò quel lavoro, capì che il fedele lo osservava da otto metri più in basso e scelse la strada opposta: pennellata più rapida, sintesi, tutto il peso sulla figura umana in torsione. Il risultato è che nella stessa cappella convivono due idee di pittura antitetiche, ed è possibile vederle una accanto all'altra alzando gli occhi. È un confronto che nemmeno in Vaticano si può fare con questa nitidezza.
Terza cosa, la più pratica e la meno detta: l'ingresso alla cappella è contingentato e i visitatori ammessi contemporaneamente sono pochi. Chi arriva a Orvieto (TR) con il pullman a mezzogiorno rischia di trovare la coda proprio nell'unico punto della giornata che conta davvero. Se il vostro tempo è limitato, entrate in cattedrale appena apre o nell'ultima ora, e lasciate perdere l'idea di fare tutto il resto prima. La cappella è il pezzo per cui si viene, il resto è contorno anche se è contorno di altissimo livello.
Il consiglio che ti do per visitare Orvieto (TR)
Il consiglio è uno solo e va contro l'istinto di tutti: non fate di Orvieto (TR) una gita di mezza giornata. La città viene venduta come sosta fra Roma e Firenze, con tre ore scarse fra la salita e la ridiscesa, e in tre ore si vede la facciata, si fanno due fotografie e si mangia male in Piazza Duomo. È il modo peggiore di spendere un biglietto ferroviario. Orvieto merita una giornata piena, e se potete, una notte.
Sul piano operativo la sequenza che uso con i gruppi è questa. Treno del mattino da Roma, funicolare, e subito a piedi lungo Corso Cavour fino a Piazza Duomo, senza fermarsi: la facciata va vista arrivando dal vicolo, non dalla piazza laterale. Cattedrale e Cappella di San Brizio come prima cosa, quando la coda è corta e gli occhi sono riposati. Poi Museo Faina, che ha il vantaggio di essere a venti metri e di avere le finestre affacciate sulla facciata. Pranzo lontano dalla piazza, verso il quartiere medievale. Nel pomeriggio la parte ipogea, Orvieto Underground o Pozzo della Cava, e infine la discesa a Piazza Cahen per il Pozzo di San Patrizio, che è vicino alla funicolare e chiude bene la giornata perché a quell'ora c'è meno gente sui gradini.
Se comprate la Carta Unica, fatelo solo dopo aver contato onestamente quanti siti visiterete: a 35 euro intero e 25 ridotto conviene da quattro ingressi in su, mentre chi punta soltanto a Duomo e Pozzo di San Patrizio spende meno con i biglietti singoli. La carta però vale un anno dall'emissione ed è cedibile ad altri, quindi ha senso anche per chi conta di tornare o per una famiglia che si divide i siti. Altra indicazione che vale oro: prenotate il Pozzo di San Patrizio online entro la mezzanotte del giorno prima, così evitate la biglietteria nell'ora peggiore. Infine, scarpe con suola vera. Fra i gradini del pozzo, il selciato del centro e i pavimenti umidi delle grotte, chi arriva in sandali da spiaggia si pente entro mezz'ora.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Tutti sanno che il Duomo di Orvieto fu costruito per celebrare il miracolo eucaristico di Bolsena del 1263. Quasi nessuno cita però il fatto che la festa del Corpus Domini, la solennità che ancora oggi porta in processione il Santissimo per le strade di mezzo mondo cattolico, fu istituita esattamente qui, con la bolla Transiturus de hoc mundo dell'11 agosto 1264, e che i testi liturgici di quella festa furono scritti da Tommaso d'Aquino, che in quegli anni insegnava nello Studium orvietano.
Il dettaglio poco citato è la sequenza dei fatti. Il corporale macchiato fu portato da Bolsena a Orvieto e mostrato a Urbano IV, che risiedeva sulla rupe. Il papa dichiarò soprannaturale l'evento; l'anno successivo estese la festa a tutta la Chiesa; e la cattedrale, iniziata nel 1290, fu progettata da subito come reliquiario monumentale di quel pezzo di lino. Questo spiega una cosa che altrimenti sfugge: le dimensioni della cattedrale sono assurde per una città di quelle proporzioni, e lo sono perché l'edificio non serviva solo agli orvietani, serviva a tutta la cristianità. Il reliquiario di Ugolino di Vieri, smaltato, riprende in scala ridotta la forma della facciata: l'oggetto contiene la reliquia e la facciata contiene l'oggetto, in una scatola cinese di tre livelli.
Va detto con onestà storiografica quello che le guide di solito arrotondano. L'istituzione della festa e la sua data sono documentate; il miracolo appartiene alla tradizione devozionale; le analisi condotte nel 2015 sul lino hanno rilevato depositi biologici, e la ricerca scientifica ha riprodotto in laboratorio arrossamenti simili con il batterio Serratia marcescens. Chi visita la Cappella del Corporale ha diritto di sapere che cosa è fatto documentato e che cosa è tradizione: non toglie nulla alla bellezza degli affreschi di Ugolino di Prete Ilario, che restano fra i cicli trecenteschi meglio conservati d'Italia.
La foto giusta da fare a Orvieto (TR)
La fotografia che tutti tentano è la facciata frontale dalla piazza, e quasi sempre viene male: il fronte è alto, si sbieca, e a mezzogiorno la luce piatta uccide i mosaici. La foto giusta a Orvieto (TR) è un'altra e va cercata in tre posti.
Il primo è l'imbocco di via del Duomo. Si arriva dal vicolo stretto, con i palazzi che chiudono lo sguardo, e la facciata compare improvvisamente incorniciata fra due muri: quello scarto fra compressione e apertura è il progetto urbanistico originale, e in fotografia funziona esattamente come funzionava per i pellegrini del Trecento. Mettetevi con il vicolo alle spalle e lasciate che i muri facciano da cornice naturale.
Il secondo è dall'alto: le finestre del Museo Claudio Faina, in Palazzo Faina, sono affacciate sulla facciata a un'altezza che dalla piazza non si ottiene. Da lì si fotografano il rosone di Orcagna e i mosaici alla loro quota, senza deformazione prospettica dal basso. Nessuno ci pensa, e il museo è quasi vuoto anche nei giorni di piena.
Il terzo è la vista d'insieme della rupe. Si ottiene dal piazzale dell'Abbazia dei Santi Severo e Martirio o dalle terrazze sulla strada che risale da sud: la città emerge dal tavolato di tufo come una nave in secca, con il campanile e la mole della cattedrale che sbucano dal profilo delle case. Andateci al tramonto, con il sole alle spalle, e la rupe si accende di arancione. Per la facciata invece l'ora giusta è la stessa: il sole basso entra di taglio nei mosaici a fondo oro e li fa lavorare come specchi, che è esattamente l'effetto per cui erano stati progettati.
Regola tecnica per chi fotografa dentro: in cattedrale l'illuminazione è bassa e filtrata dall'alabastro delle finestre, quindi conviene salire di sensibilità piuttosto che usare il flash, che oltre a essere vietato in cappella appiattisce completamente gli affreschi di Signorelli.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Poche città di ventimila abitanti possono elencare una serie di avvenimenti come quella di Orvieto (TR). Il primo, in ordine di brutalità, è la distruzione romana del 264 a.C.: Roma non si limitò a sottomettere Volsinii, la rase al suolo e deportò i sopravvissuti sulle rive del lago. Le fonti letterarie parlano di oltre duemila statue razziate dai santuari e portate a Roma, e dell'evocatio del dio Vertumnus, la divinità principale degli Etruschi, trasferita nell'Urbe: era il modo romano di togliere a una città le mura e insieme gli dèi.
Nel 553, dopo un assedio e una battaglia cruenta, la città gota cadde nelle mani dei Bizantini di Belisario, in uno degli episodi della guerra greco-gotica che decisero il destino dell'Italia centrale. Nel 1157 papa Adriano IV riconobbe formalmente il governo comunale, con la concessione della croce guelfa e delle chiavi di San Pietro con il motto fortis et fidelis.
Dai pulpiti della chiesa di Sant'Andrea, Innocenzo III proclamò la Quarta crociata. Nella stessa chiesa, nel 1281 e alla presenza di Carlo I d'Angiò, fu elevato al pontificato Martino IV. Nel 1264 Urbano IV istituì la solennità del Corpus Domini con la bolla dell'11 agosto. Nel 1297, nella chiesa di San Francesco, Bonifacio VIII canonizzò Luigi IX di Francia. Nel 1290 iniziò il cantiere della cattedrale sotto Niccolò IV. Nel 1351 fu installato Maurizio, il primo orologio meccanico con automa d'Italia. Nel 1354 il cardinale Egidio Albornoz prese la città, e dieci anni più tardi vi fece costruire la Rocca.
Nel maggio 1527, dopo il sacco di Roma, Clemente VII trovò rifugio sulla rupe e ordinò lo scavo del Pozzo di San Patrizio, terminato nel 1537 sotto Paolo III. Il 12 settembre 1860 i volontari dei cacciatori del Tevere guidati da Luigi Masi liberarono la città dalla guarnigione pontificia, e il 4 e 5 novembre dello stesso anno il plebiscito umbro decretò l'annessione al Regno d'Italia. Il 7 ottobre 1888 fu inaugurata la funicolare a contrappeso d'acqua. Nel giugno 1944 le divisioni tedesche difesero la città sulla linea Albert fino al 14 del mese, quando ripiegarono verso Siena e i reparti britannici della 78ª Divisione di fanteria entrarono a Orvieto. Nel 1984, in una cantina di via della Cava, Tersilio Sciarra riaprì per caso il Pozzo della Cava durante lavori di ristrutturazione, e nel 2023 quel sito è entrato nella rete globale dei musei dell'acqua promossa dall'UNESCO.
Chi è passato da Orvieto (TR)
L'elenco dei personaggi che hanno lasciato una traccia documentata a Orvieto (TR) è lungo e comincia dai papi. Urbano IV vi risiedeva nel 1263, quando gli fu portato il corporale di Bolsena, e da qui istituì il Corpus Domini l'anno seguente. Gregorio X e Martino IV, quest'ultimo eletto proprio in città nel 1281, abitarono i Palazzi Papali che oggi ospitano il museo. Bonifacio VIII fece iniziare Palazzo Soliano nel 1297 e nello stesso anno canonizzò a San Francesco il re Luigi IX. Adriano IV, nel 1157, concesse alla città il riconoscimento comunale. Niccolò IV avviò il cantiere della cattedrale nel 1290, e Clemente VII vi si rifugiò nel 1527 dopo il sacco di Roma. Paolo III Farnese vide il completamento del pozzo nel 1537. Clemente IV incoronò nella cattedrale orvietana Carlo d'Angiò re del Regno di Sicilia, ed è da quell'evento che nasce il lambello sullo stemma cittadino.
Tra i religiosi, il nome più pesante è quello di Tommaso d'Aquino, cattedratico nello Studium orvietano, autore dei testi liturgici del Corpus Domini. Tra gli artisti, il cantiere della cattedrale ha fatto passare per Orvieto la parte migliore dell'arte italiana di quattro secoli: Lorenzo Maitani, senese, che tenne il cantiere fino al 1330 e diresse i bassorilievi della facciata; Andrea Orcagna, autore del rosone fra il 1354 e il 1380; Arnolfo di Cambio, il cui monumento al cardinale De Braye è in San Domenico; Andrea Pisano; Simone Martini; il Beato Angelico con Benozzo Gozzoli nel 1447; Luca Signorelli dal 1499 al 1504; Michele Sanmicheli dal 1513; Ippolito Scalza, capomastro e scultore, autore della Pietà del 1579 e degli interventi in facciata fra il 1571 e il 1591; Francesco Mochi; la bottega dei Della Robbia; Antonio da Sangallo il Giovane e Simone Mosca per il Pozzo di San Patrizio; Emilio Greco per le porte bronzee del 1964.
Tra i condottieri e i politici: Belisario nel 553, il cardinale Egidio Albornoz nel 1354, Rinaldo Orsini, Biordo Michelotti, Giovanni Tomacello e Braccio Fortebraccio nelle signorie che si susseguirono, Luigi Masi alla testa dei cacciatori del Tevere nel 1860, Cavour che nell'ottobre di quell'anno trattò personalmente con Édouard Thouvenel e con il principe Gerolamo Napoleone il destino della città, e Albert Kesselring, che nel giugno 1944 attestò qui la sua linea difensiva. Aggiungo una nota di gusto: secondo le fonti alcuni degli artisti chiamati a lavorare in cattedrale chiesero di essere pagati anche in vino di Orvieto, il che dice quanto il bianco della rupe fosse considerato nel Rinascimento.
Cosa vedere intorno a Orvieto (TR)
La rupe è il centro geografico di un'area piena di cose. A venti chilometri, oltre il confine regionale, Civita di Bagnoregio ripropone lo stesso tema geologico in versione estrema: un altro sperone di tufo, ma eroso fino a diventare un'isola raggiungibile solo a piedi su un ponte. La stessa formazione vulcanica, l'ignimbrite, lega i due siti. Verso sud si scende sul lago di Bolsena, il più grande lago vulcanico d'Europa, con Bolsena e la chiesa di Santa Cristina dove la tradizione colloca il miracolo del 1263, Montefiascone con la rocca dei Papi e la cupola del Sanmicheli, Capodimonte sulla penisola. Più a sud ancora, Viterbo con il quartiere di San Pellegrino e il Palazzo dei Papi, Tuscania con le due basiliche romaniche fuori le mura, Tarquinia con le tombe dipinte che completano il discorso etrusco iniziato al Museo Faina. Sulla via del ritorno verso Roma, Orte è un altro borgo su rupe con una città sotterranea visitabile, e Sutri ha l'anfiteatro scavato nel tufo. Chi vuole allungare verso la costa trova Orbetello e la laguna, terre che nel Duecento erano sotto il dominio orvietano; chi punta verso l'Appennino arriva a L'Aquila e a Calcata lungo la valle del Treja.
Visite guidate e gruppi a Orvieto (TR)
Una città a strati come questa dà il meglio con qualcuno che la spieghi, soprattutto per la parte ipogea, che senza guida diventa una passeggiata al buio. Le visite di Orvieto Underground sono accompagnate d'ufficio. Per i gruppi, i viaggi organizzati e le esperienze private, la rete di accompagnatori e guide di TourLeaderPro lavora regolarmente sull'asse Roma-Umbria e cura la parte logistica dei trasferimenti, che su una città verticale come Orvieto (TR) è la metà del lavoro. Per i tour operator e le agenzie che costruiscono itinerari fra la capitale e l'Umbria meridionale, il riferimento è la pagina dei servizi a Roma, mentre per preventivi e richieste dirette c'è la pagina contatti. Chi accompagna ospiti stranieri e ha bisogno di materiale in inglese trova la guida completa su Orvieto, l'approfondimento sul Duomo e la pagina regionale sull'Umbria.
Domande veloci su Orvieto (TR)
Quanto dista Orvieto (TR) da Roma?
Il treno impiega circa un'ora e un quarto da Roma. In automobile si percorre l'A1 fino all'uscita di Orvieto, con tempi simili fuori dalle ore di punta.
Quanto costa la Carta Unica di Orvieto (TR)?
Il circuito cittadino indica 35 euro intero e 25 euro ridotto, gratuito sotto i dieci anni. La carta è valida un anno dalla data di emissione ed è cedibile ad altri.
Che cosa comprende la Carta Unica?
Duomo, Museo Etrusco Claudio Faina, Orvieto Underground, Necropoli del Crocifisso del Tufo, Pozzo della Cava, Pozzo di San Patrizio, Torre del Moro e Labirinto di Adriano, oltre a sconti presso esercizi convenzionati.
Conviene la Carta Unica o i biglietti singoli?
Conviene la carta da quattro ingressi in su. Chi visita soltanto il Duomo e il Pozzo di San Patrizio spende meno con i biglietti singoli, indicati dal circuito in 8 euro e 6 euro.
Quanto costa entrare nel Duomo di Orvieto (TR)?
Il listino del circuito cittadino indica 8 euro per la cattedrale, con l'accesso alla Cappella di San Brizio contingentato. Gli importi vanno ricontrollati sul sito dell'Opera del Duomo prima della visita.
Quali sono gli orari del Duomo di Orvieto (TR)?
Gli orari indicati sono dalle 9.30 alle 19.00 nei giorni feriali e dalle 13.00 alle 18.00 la domenica, con variazioni stagionali e chiusure legate alle celebrazioni.
Si possono fare fotografie dentro il Duomo?
All'interno della cattedrale la fotografia è generalmente ammessa senza flash e senza treppiede; nella Cappella di San Brizio le regole sono più restrittive e vanno chieste al personale all'ingresso.
Serve prenotare per visitare Orvieto (TR)?
Per la città no, per i singoli siti sì nei periodi di punta. Per il Pozzo di San Patrizio la prenotazione online è consigliata ed è possibile fino alla mezzanotte del giorno precedente.
Quanto tempo serve per visitare Orvieto (TR)?
Una giornata piena per Duomo, un museo, un percorso sotterraneo e il Pozzo di San Patrizio. Mezza giornata basta soltanto per la cattedrale e una passeggiata sul corso.
Quanti gradini ha il Pozzo di San Patrizio?
Duecentoquarantotto, distribuiti su due rampe elicoidali indipendenti, con 72 finestre che portano luce dal cavo centrale. La profondità è di 54 metri e il diametro di 13.
Perché si chiama Pozzo di San Patrizio?
Il nome è ottocentesco e deriva dalla leggenda irlandese del santo che custodiva una caverna aperta sul Purgatorio. Non è una devozione medievale locale.
Il Pozzo di San Patrizio è faticoso da visitare?
I gradini sono bassi e larghi, pensati per il passaggio dei muli, e la discesa con risalita richiede circa quaranta minuti. Chi ha problemi alle ginocchia può limitarsi ad affacciarsi dall'alto.
Orvieto (TR) è adatta ai bambini?
Molto. Funicolare, grotte, colombari e la spirale del pozzo funzionano meglio di qualsiasi museo. Servono scarpe chiuse, una felpa per il sottosuolo e un marsupio al posto del passeggino sui gradini.
Orvieto (TR) è accessibile in sedia a rotelle?
Il pianoro è pianeggiante e la funicolare risolve la risalita, ma il selciato è irregolare. Il Comune indica il Pozzo di San Patrizio come accessibile nella parte alta; per i percorsi ipogei conviene chiedere in biglietteria.
Come si arriva dalla stazione al centro di Orvieto (TR)?
Con la funicolare fino a Piazza Cahen, poco più di due minuti di viaggio, e poi a piedi lungo Corso Cavour oppure con i minibus urbani fino a Piazza del Duomo.
Dove si parcheggia a Orvieto (TR)?
Nei piazzali della parte bassa e all'ex Campo della Fiera, da cui una risalita meccanizzata porta in quota. Nel centro storico non si parcheggia.
Che differenza c'è fra Orvieto Underground, il Pozzo della Cava e il Labirinto di Adriano?
Sono tre ipogei distinti e visitabili separatamente. Orvieto Underground parte da Piazza Duomo e mostra colombari, frantoi e pozzi etruschi; il Pozzo della Cava, in via della Cava 28, ha nove ambienti con fornace medievale e un pozzo di 36 metri; il Labirinto di Adriano è il complesso un tempo chiamato Orvieto sotterranea.
Che cosa si vede al Museo Claudio Faina?
Ceramica attica a figure nere e rosse del VI e V secolo a.C., bucchero, il medagliere, le sculture dal Tempio del Belvedere, un cippo con testa di guerriero dal Crocifisso del Tufo e la Venere della Cannicella.
Quando si celebra il Corpus Domini a Orvieto (TR)?
Fra la fine di maggio e il mese di giugno, secondo il calendario liturgico. La città organizza un corteo storico con centinaia di figuranti in costume: è il periodo più affollato dell'anno.
Che vino si beve a Orvieto (TR)?
L'Orvieto DOC, riconosciuto nel 1971, bianco giallo paglierino prodotto fra le province di Terni e Viterbo. La tipologia Superiore, dal 1997, richiede almeno 12 gradi; esiste anche una versione da muffa nobile.
Che cosa si mangia a Orvieto (TR)?
Umbrichelli, lumachelle, palombaccio alla ghiotta, cinghiale, tartufo nero dell'orvietano e pecorini. Meglio allontanarsi da Piazza Duomo di qualche centinaio di metri.
Quando è il periodo migliore per andare a Orvieto (TR)?
Aprile, maggio, settembre e ottobre. Il tardo pomeriggio è l'ora migliore della giornata, perché il sole basso accende i mosaici della facciata e i pullman sono già ripartiti.
Si può visitare Orvieto (TR) in giornata da Roma?
Sì, ed è una delle gite fuori porta meglio riuscite dalla capitale. Partendo con un treno di prima mattina si rientra per cena avendo visto cattedrale, un museo, un ipogeo e il pozzo.
Quanti abitanti ha Orvieto (TR)?
Il comune conta circa diciannovemila abitanti, ma il centro storico sulla rupe ne ospita poco meno di tremila: la maggior parte della popolazione vive nella parte bassa.
Che cos'è la Necropoli del Crocifisso del Tufo?
Una necropoli etrusca ai piedi della rupe, con oltre duecento tombe a camera quasi identiche fra loro, allineate a scacchiera, con il nome del defunto inciso sull'architrave. Massima estensione fra la metà del VI e la metà del V secolo a.C.
Perché la cattedrale di Orvieto (TR) è così grande?
Perché non fu costruita per la sola comunità cittadina, ma come reliquiario monumentale del corporale di Bolsena, in una città che era sede pontificia ricorrente e meta di pellegrinaggio.
Chiudo con l'opinione che ripeto a ogni gruppo prima di risalire in funicolare. Orvieto (TR) è la città più sottovalutata dell'Italia centrale, e lo è per un motivo puramente logistico: si trova a metà strada fra Roma e Firenze, e chi viaggia fra le due la usa come pausa pranzo. È un errore che si paga con la peggiore delle visite possibili. Datele una giornata intera, entrate in cattedrale nella prima ora del mattino, e tenete la Cappella di San Brizio come ultimo atto: davanti a quegli scheletri che si rivestono di muscoli uscendo dal terreno si capisce che cosa stava succedendo alla pittura italiana vent'anni prima della Sistina. Poi scendete sotto, in una grotta qualunque, e toccate il tufo con la mano. Sopra e sotto sono la stessa città, e finché non si vedono tutte e due Orvieto non è stata vista.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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