Giardino dei Tarocchi
Il Giardino dei Tarocchi si trova in località Garavicchio, nel territorio di Pescia Fiorentina, comune di Capalbio, provincia di Grosseto, Toscana: l'indirizzo per il navigatore è Strada Garavicchio 2, 58011 Pescia Fiorentina (GR), il centralino della Fondazione risponde allo (+39) 0564 895122 e la casella per le informazioni è info@ilgiardinodeitarocchi.it. Il calendario ufficiale prevede l'apertura dal 1 aprile al 15 ottobre, tutti i giorni, dalle 14:30 alle 19:30, con ultimo accesso alle 18:15; il parco resta aperto anche nei giorni di pioggia e nelle festività. Il biglietto intero costa 15,00 euro, il ridotto 10,00 euro (ragazzi dai 7 ai 22 anni, over 65, residenti nel Comune di Capalbio, gruppi da 25 persone, guide turistiche abilitate), le scolaresche pagano 8,00 euro ad alunno con un minimo di dieci partecipanti; l'ingresso è gratuito per i bambini da 0 a 6 anni, per le persone con invalidità superiore al 67 per cento e per il loro accompagnatore certificato, oltre che per un adulto ogni dieci alunni. La prenotazione non si fa per telefono e nemmeno per posta elettronica: solo l'acquisto online del biglietto su Ticketlandia garantisce l'ingresso, e il titolo è vincolato alla data e alla fascia oraria scelte. Da Roma si arriva in poco meno di due ore d'auto per l'A12 in direzione Civitavecchia e poi per la SS1 Aurelia, uscita Chiarone, seguendo le indicazioni per Pescia Fiorentina; il parcheggio davanti al muro d'ingresso è gratuito e non custodito. In treno si scende a Capalbio Scalo, sulla linea tirrenica, a dieci chilometri dal parco, e si prosegue con il bus di Autolinee Toscane o in taxi. La visita dura in media un'ora e mezza. Non esistono visite guidate: è una scelta dell'artista, non una dimenticanza dell'ente gestore.
Confronta le esperienze a Roma
Ogni scheda apre una pagina di confronto qui su estateromana.com: le differenze tra le opzioni, le fasce di prezzo indicative e il link per prenotare sul sito del venditore. Puoi salvare quello che ti interessa in "Il mio viaggio".
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
Se state costruendo un itinerario più ampio, la pagina delle attrazioni turistiche raccoglie gli altri luoghi che valgono una deviazione fuori Roma.

Dove si trova il Giardino dei Tarocchi e come ci si arriva da Roma
Cominciamo togliendo di mezzo l'equivoco geografico che accompagna questo luogo da sempre. Il Giardino dei Tarocchi non è nel Lazio. È in Toscana, provincia di Grosseto, comune di Capalbio, sul versante meridionale della collina di Garavicchio, a pochi chilometri dal confine regionale e dalla foce del fosso Chiarone. La confusione nasce dal fatto che chi ci va parte quasi sempre da Roma, e che il paesaggio dell'ultima Maremma somiglia parecchio a quello della campagna a nord di Civitavecchia: stessa macchia bassa, stessi pini marittimi piegati dal maestrale, stessa Aurelia che corre a vista del mare. Ma amministrativamente e culturalmente siamo in Maremma, non nella Tuscia, e la differenza conta: la Maremma ha una sua storia di bonifiche, di butteri, di malaria sconfitta a fatica, che spiega perché a fine anni Settanta un terreno collinare così bello costasse ancora poco e potesse essere regalato a un'artista.
In auto al Giardino dei Tarocchi
Da Roma la strada è una sola e non ha alternative sensate: Grande Raccordo Anulare, uscita Civitavecchia, autostrada A12 fino a dove finisce, poi SS1 Aurelia verso nord. Si esce al Chiarone e si seguono le indicazioni per Pescia Fiorentina. Sono circa due ore quando l'Aurelia scorre, molte di più nei fine settimana di luglio e agosto, quando il tratto a due corsie fra Tarquinia e Montalto diventa una processione. Il mio consiglio operativo: partite presto anche se il parco apre alle 14:30, e usate il tempo che avanza per il borgo di Capalbio o per un bagno sulla costa. Arrivare di corsa alle 18 per un parco che chiude gli ingressi alle 18:15 è il modo migliore per sprecare quindici euro e centoquaranta chilometri.
Chi arriva da Siena scende per la strada regionale 223 verso Grosseto e poi prende l'Aurelia verso sud; chi arriva da Firenze usa la Firenze-Siena e poi la SS1. Da Civitavecchia, e quindi dal porto crocieristico, sono meno di un'ora di macchina: è la ragione per cui il Giardino dei Tarocchi finisce spesso nelle escursioni in giornata dei passeggeri delle navi, di solito abbinato a Capalbio o alla laguna di Orbetello.
In treno e in autobus al Giardino dei Tarocchi
La stazione utile è Capalbio Scalo, sulla linea tirrenica Roma-Grosseto, servita dai treni regionali. Dalla stazione al parco ci sono dieci chilometri: a piedi non è un'opzione, su una provinciale senza marciapiede e con le curve. Le coincidenze in autobus si verificano sul sito di Autolinee Toscane, che gestisce le linee extraurbane grossetane; in alternativa la Fondazione segnala due servizi taxi locali, Nannoni al 339 703 1080 ed Emiliano al 348 363 0623. Prenotate il taxi prima di salire sul treno, non dopo essere scesi: a Capalbio Scalo, di pomeriggio, il piazzale è quasi sempre vuoto.
Il parcheggio e l'arrivo a piedi
Il parcheggio è sterrato, gratuito, non custodito e senza ombra degna di questo nome. Ad agosto, alle due e mezza del pomeriggio, l'auto lasciata al sole diventa un forno: portatevi un parasole. Dal parcheggio al muro di ingresso sono cento metri in leggera salita. La prima cosa che si vede non è una scultura: è un lungo muro di tufo cieco, che sembra volervi tenere fuori. È esattamente quello che deve fare.
Il calendario del Giardino dei Tarocchi: quando è aperto e quando no
Qui c'è la particolarità che spiazza chi organizza il viaggio all'ultimo momento. Il Giardino dei Tarocchi non è un museo civico con orario continuato: è un parco fragile, fatto di ceramiche molate, specchi veneziani e mosaici di vetro che il gelo, la pioggia battente e il sole radente aggrediscono di continuo. Per questo la Fondazione tiene una stagione corta e un orario compresso: dal 1 aprile al 15 ottobre, tutti i giorni, dalle 14:30 alle 19:30. Ultimo accesso alle 18:15. Fuori da quelle date il parco è chiuso al pubblico e la squadra lavora al restauro, che qui non è manutenzione ordinaria ma ricostruzione continua di tessere staccate.
La scelta del pomeriggio non è un capriccio organizzativo. Le sculture sono rivestite di specchi: alle undici del mattino la luce verticale le appiattisce e le rende illeggibili, mentre nel pomeriggio inoltrato il sole basso entra di taglio nelle tessere e le accende una per una. Chi ha progettato l'orario ha progettato anche l'effetto. Il calendario ufficiale segnala inoltre, per il 4 settembre 2026, una chiusura anticipata alle 18:00 con ultimo accesso alle 17:00: se avete quella data in agenda, comprate il biglietto per una fascia oraria compatibile.
Biglietti e prenotazione del Giardino dei Tarocchi
L'unico canale che garantisce l'ingresso è l'acquisto online sulla piattaforma Ticketlandia, raggiungibile dal sito della Fondazione. Il biglietto è nominale rispetto a data e fascia oraria, non si cambia e non si rimborsa, salvo il caso in cui sia il Giardino a chiudere per ragioni tecniche o meteorologiche: in quel caso la richiesta di rimborso va inviata entro quindici giorni all'indirizzo amministrativo della Fondazione. Non esistono rimborsi parziali. Nessuna prenotazione viene accettata per telefono o per posta elettronica.
Un dettaglio che fa perdere soldi a molti: le riduzioni vanno documentate al controllo. Se avete comprato un ridotto e al varco non tirate fuori il documento che lo giustifica, pagate la differenza sul posto. Vale per gli over 65, per i ragazzi fra i 7 e i 22 anni, per i residenti a Capalbio, per le guide turistiche abilitate.
Chi era Niki de Saint Phalle
Catherine Marie-Agnès Fal de Saint Phalle nasce il 29 ottobre 1930 in Francia, seconda di cinque figli, padre francese e madre americana, in una famiglia aristocratica che il crollo di Wall Street aveva appena impoverito. Cresce fra New York e la Francia, a diciotto anni sposa l'amico d'infanzia Harry Mathews, ha due figli, Laura nel 1951 e Philip nel 1955. La sua prima carriera è quella di modella: il suo volto compare su Vogue e su Life. Poi, nel 1953, un crollo nervoso e un ricovero. Scopre che dipingere la tiene in piedi e decide di fare l'artista invece dell'attrice. Non ha mai frequentato un'accademia. È una cosa che si vede, in senso buono: nessun professore le ha mai spiegato che una scultura alta quindici metri non si costruisce così.
Dai Tirs alle Nanas
All'inizio degli anni Sessanta Niki de Saint Phalle inventa i Tirs, i quadri-sparo: assemblaggi complessi con sacche di colore nascoste sotto il gesso, che l'artista o il pubblico colpiscono con pistola, fucile o cannone, facendo sanguinare la superficie. È l'operazione che la impone alla critica internazionale e che la fa entrare nel Nouveau Réalisme, di cui resta l'unica donna. Nel 1965, guardando l'amica Clarice incinta, modella le prime Nanas: figure femminili enormi, rotonde, coloratissime, senza volto individuale, archetipi di una femminilità che occupa spazio invece di scusarsi. Da lì in avanti la curva diventa la sua firma, e la scala cresce fino a diventare architettura.
Il passaggio decisivo è del 1966: Hon, al Moderna Museet di Stoccolma, una Nana sdraiata grande quanto un edificio, in cui il pubblico entrava passando fra le gambe e trovava dentro un bar, un cinema, un acquario. Da quel momento il problema di Niki de Saint Phalle non è più fare sculture, ma fare luoghi. Il Giardino dei Tarocchi è la conseguenza logica di Hon, con dodici anni di ritardo e una collina toscana al posto di una sala museale.
Jean Tinguely, il marito e l'ingegnere del Giardino dei Tarocchi
Jean Tinguely, svizzero, inventore delle macchine inutili e delle sculture semoventi, entra nella sua vita all'inizio degli anni Sessanta; i due si sposano il 13 luglio 1971. Nel Giardino dei Tarocchi il suo ruolo è doppio e va capito bene, perché molti visitatori attribuiscono tutto a lei. Tinguely fa le ossa: sono sue, con la squadra svizzera di Rico Weber e Seppi Imhof, le armature in barre d'acciaio saldate che reggono i colossi. E poi mette dentro le sue mécaniques, gli assemblaggi di ferraglia semovente che abitano la Ruota della Fortuna, l'Ingiustizia dentro la Giustizia, il fulmine che decapita la Torre, il meccanismo che fa girare il Mondo. Muore nell'agosto del 1991 a Berna. Da quel momento il Giardino perde il suo ingegnere e cambia ritmo: le sculture successive sono più leggere, filiformi, meno macchiniche.
Il profumo che ha pagato il Giardino dei Tarocchi
Questa è la parte che nessun altro cantiere d'arte contemporanea può raccontare. Nel 1982, per la Jacqueline Cochran Company, Niki de Saint Phalle crea un profumo che porta il suo nome, con il flacone chiuso da due serpenti intrecciati e coloratissimi, oggetto da collezione ancora oggi. I ricavi vanno a finanziare il Giardino. Nel 1986 la Galleria Bonnier di Ginevra espone i suoi ultimi lavori, edizioni limitate ricavate dalle sculture del Giardino, e anche quegli incassi finiscono nel cantiere di Garavicchio. Nessun ministero, nessuna sponsorizzazione bancaria, nessun bando: la spesa, che si contò in miliardi di lire, l'artista se la pagò da sola vendendo profumo e multipli. Quando qualcuno vi dice che l'arte contemporanea vive di soldi pubblici, portatelo a Capalbio.
Come nasce il Giardino dei Tarocchi: Gaudí, Bomarzo e un terreno in Maremma
L'idea ha una data di innesco precisa e documentata dalla Fondazione: 1955, viaggio in Spagna, incontro con l'opera di Antoni Gaudí e in particolare con il Parc Güell di Barcellona. Niki de Saint Phalle ha venticinque anni, non è ancora un'artista affermata, e capisce che si può fare un giardino in cui la scultura è insieme casa, panchina, muro, corrimano. Il progetto resta in incubazione per vent'anni. Nel frattempo si accumulano gli altri modelli: fra il 1960 e il 1961 visita con Tinguely il Palais Idéal del postino Ferdinand Cheval nella Drôme, un palazzo costruito da un solo uomo con i sassi raccolti durante il giro di consegna; nel 1962 i due arrivano a South Los Angeles e vedono le Watts Towers di Simon Rodia, altre torri costruite in solitudine da un immigrato italiano con cemento, cocci e bottiglie. Il quarto modello è italiano ed è a due passi da Roma: il Parco dei Mostri di Bomarzo, con il suo Orco spalancato e il suo drago cinquecentesco.
Marella Caracciolo e il terreno di Garavicchio
Nel 1974 Niki de Saint Phalle è in convalescenza a Sankt Moritz. Racconta a Marella Caracciolo Agnelli il suo sogno: un giardino di sculture costruito sulla simbologia degli arcani maggiori dei tarocchi. I fratelli di Marella, Carlo e Nicola Caracciolo, mettono a disposizione un terreno di famiglia a Garavicchio, sulla collina che guarda il mare fra Capalbio e il Chiarone. Non è un dettaglio mondano: senza quel terreno regalato, il Giardino dei Tarocchi non esisterebbe. Un'artista che si autofinanzia con il profumo non avrebbe mai potuto comprare due ettari di collina maremmana e poi passarci diciassette anni.
Il cantiere del Giardino dei Tarocchi, 1978-1996
I lavori partono nel 1978. Il 1979 è l'anno in cui Niki si trasferisce quasi stabilmente in Toscana e in cui entra in scena il personaggio più improbabile della vicenda, Ugo Celletti, portalettere del posto, che comincia a tracciare i sentieri in pietra e ad applicare le reti di filo di ferro sulle armature. Nel 1980 nascono le prime due architetture scultoree, la Papessa e il Mago. Nel 1983 arriva Venera Finocchiaro, ceramista, che si trasferisce a vivere nel Giardino e diventa responsabile di tutte le lavorazioni ceramiche. Nel 1985 Tinguely costruisce i macchinari per la Torre e per la Fontana della Fortuna. Fra il 1986 e il 1987 si chiude il mosaico della Torre; fra il 1987 e il 1988 il Papa e la Giustizia; fra il 1988 e il 1989 il Mago e la Papessa. Nel 1989 si conclude la Forza. Nel 1990 arriva l'Impiccato dentro l'Albero della Vita e viene collocato il Diavolo. Nel novembre 1991, pochi mesi dopo la morte di Tinguely, viene messo a dimora il Matto. Fra il 1995 e il 1996 vengono completati quasi tutti i mosaici.
Diciassette anni di lavoro, con una squadra fissa di operai locali e una rotazione di artisti internazionali. Nel 1994, per ragioni di salute, l'artista si trasferisce a La Jolla, in California, dove resterà otto anni continuando a mandare modelli e istruzioni. La Fondazione Il Giardino dei Tarocchi viene costituita a Roma nel 1997 con lo scopo di conservare l'opera; il riconoscimento della Regione Toscana arriva l'8 luglio 2002. Il Giardino apre al pubblico il 15 maggio 1998.
La squadra che ha costruito il Giardino dei Tarocchi
Il racconto romantico dell'artista solitaria qui non regge, e la stessa Niki de Saint Phalle si è sempre premurata di smontarlo. Il Giardino dei Tarocchi è un'opera collettiva con una regia unica, e conoscere i nomi cambia il modo in cui si guardano le sculture.
Ugo Celletti, il postino che ha fatto i sentieri
Sulle reti metalliche e sui sentieri lavora un portalettere di Pescia Fiorentina. Le parole dell'artista su di lui sono rimaste: divenne un vero poeta in questa arte, e aveva sempre paura che un giorno non ci sarebbe stato più lavoro per lui. Al che, racconta lei stessa, gli fece la solenne promessa che ci sarebbe stato sempre qualcosa di nuovo da fare ogni anno. Dal 1986 entra nel cantiere anche Claudio Celletti, dal 1989 Alessia Celletti: una famiglia intera dentro un'opera d'arte contemporanea. La coincidenza con Ferdinand Cheval, l'altro postino costruttore, è talmente perfetta da sembrare inventata.
Venera Finocchiaro e le ceramiche
Ceramista romana, dal 1983 responsabile di tutta la parte ceramica. Niki de Saint Phalle ne parlava come di una dedizione totale: viveva al giardino, ed era ricettiva alle esortazioni a fare cose che nessuno aveva mai fatto prima. Se guardate da vicino le superfici dell'Imperatrice o dell'Imperatore, quello che vedete è il risultato di anni di sperimentazione sulla ceramica molata, cioè tagliata e smerigliata per adattarsi a superfici che curvano in tutte le direzioni contemporaneamente. Non esisteva un manuale.
Ricardo Menon, Marcelo Zitelli e gli altri
Ricardo Menon è assistente personale dell'artista dal 1977. Muore di AIDS nel 1989 e Niki modella per lui la scultura del gatto, che porta il suo nome. Marcelo Zitelli prende il suo posto dal 1986. Dok van Winsen, olandese, salda dal 1982 il secondo gruppo di sculture: il Castello dell'Imperatore, la Torre, il Papa, la Giustizia, la cappella. Tonino Urtis lo affianca alle saldature e poi imparerà così bene la ceramica da essere mandato negli Stati Uniti, fra il 1999 e il 2001, a insegnarla alla squadra californiana di Niki. Pierre Marie Lejeune, incontrato a Parigi nel 1978, sviluppa tecniche di rivestimento a mosaico, costruisce le panchine attorno alla fontana ai piedi dell'Imperatrice, disegna mobili in ferro e vetro e il sentiero decorato con geroglifici. Alla lavorazione del poliestere collaborano dal 1972 i fratelli Haligon, Robert, Gerard e Olivier. Al cantiere si sono affacciati anche Alan Davie e Marina Karella. I lavori in cemento armato sono di un'impresa ligure, la De Villa di Ventimiglia. Il giardiniere, dal 1995, è Giampiero Ottavi: perché in un giardino di sculture qualcuno deve pur decidere dove finisce la macchia e dove comincia l'arte.
Il muro di Mario Botta: la soglia del Giardino dei Tarocchi
L'ingresso è l'unica parte del complesso che non ha inventato lei. Il padiglione lo firma l'architetto ticinese Mario Botta, con la collaborazione dell'architetto grossetano Roberto Aureli, e consiste in un doppio muro di recinzione in tufo, lungo e cieco, interrotto da una sola grande apertura circolare al centro, chiusa da una cancellata. Botta ha spiegato di aver cercato di tradurre in muratura quello che l'artista gli chiedeva: la separazione netta fra il Giardino e il mondo. Il muro è una soglia, si varca per entrare in una pausa magica.
Nel corso della progettazione il muro si è ispessito fino a diventare abitabile: i due setti paralleli racchiudono uno spazio pavimentato in porfido che ospita, ai lati dell'apertura, i gabbiotti in metallo e vetro della biglietteria e del piccolo negozio. È un pezzo di architettura di prim'ordine, e ha la funzione psicologica di azzerare la vista. Dalla strada le sculture si intravedono da lontano, coloratissime sul verde; poi il muro le cancella; poi si varca il cerchio e ricompaiono tutte insieme. Chi arriva di corsa e attraversa il muro guardando il telefono si perde l'unico effetto scenico progettato a tavolino di tutto il parco. Fermatevi tre secondi dentro l'apertura circolare, prima di uscire dall'altra parte.
La piazza centrale del Giardino dei Tarocchi
Superata la soglia, una strada sterrata sale fino alla grande piazza centrale, che funziona come un anfiteatro naturale: una vasca circolare al centro, il verde intorno, le panchine sinuose di Pierre Marie Lejeune, e sopra tutto le figure unite della Papessa e del Mago, i primi arcani del percorso. Nella vasca si raccolgono le acque che scendono a cascata da una scalinata alimentata dalla bocca spalancata della Papessa, e al centro gira la Ruota della Fortuna, la macchina semovente di Jean Tinguely.
È il punto in cui la maggior parte dei visitatori capisce che non è in un parco a tema. Il rumore dell'acqua, il cigolio della macchina di Tinguely, il riflesso degli specchi che si muove sui volti: l'effetto è di inquietudine e di incantesimo insieme, non di allegria pubblicitaria. Dalla piazza si aprono le strade che percorrono la collina, salendo o scendendo lungo il costone. Non c'è un percorso obbligato e non c'è una freccia: per volontà esplicita dell'artista, ognuno si perde come vuole.

Le strade scritte del Giardino dei Tarocchi
Guardate in basso, ogni tanto. Sul cemento che ricopre i vialetti Niki de Saint Phalle ha inciso in modo indelebile appunti, memorie, numeri, citazioni, disegni, messaggi di speranza e di fede. Non sono decorazioni: sono il diario dell'opera, scritto nel materiale su cui camminano i visitatori. Pierre Marie Lejeune ha costruito nel 1989 un sentiero decorato con geroglifici, e il gioco fra scrittura e cammino attraversa tutto il parco. È la ragione per cui questo Giardino non è un percorso soltanto fisico: è un itinerario iniziatico, e le iscrizioni sono i suoi cartelli stradali.
Opinione netta, e impopolare: la maggior parte delle persone che visitano il Giardino dei Tarocchi non guarda mai per terra e considera il pavimento un fastidio ghiaioso da superare. Perdono la metà del testo.
I ventidue arcani maggiori del Giardino dei Tarocchi, uno per uno
Il parco segue la sequenza degli arcani maggiori nella numerazione della tradizione di Marsiglia, quella con la Giustizia all'ottavo posto e la Forza all'undicesimo. Non tutte le figure hanno la stessa scala: alcune sono architetture abitabili alte fino a quindici metri, altre sono sculture filiformi in acciaio, altre ancora sono figure in poliestere nascoste nel boschetto. Le trovo tutte, in ordine, con quello che vale la pena guardare davanti all'originale.
I. Il Mago
Il Mago condivide con la Papessa il gruppo che domina la piazza centrale. Alla sua testa si sale per una serpeggiante scalinata di un blu intenso, sotto la quale si nasconde l'accesso all'interno della testa-fontana della Papessa. È l'arcano di chi comincia, di chi ha gli strumenti sul tavolo e deve ancora decidere che farne: la posizione all'ingresso del percorso è una dichiarazione di intenti. Le sue lavorazioni si chiudono fra il 1988 e il 1989, quasi dieci anni dopo l'avvio della struttura. Guardate come il volto emerga dall'azzurro senza mai diventare un ritratto: è la lezione delle Nanas applicata a una faccia grande come una stanza.
II. La Papessa
La testa colossale con la bocca spalancata da cui precipita l'acqua è la citazione più esplicita di Bomarzo che ci sia nel parco: l'Orco del Sacro Bosco, che a Bomarzo inghiotte i visitatori con una scritta beffarda sul labbro, qui diventa una sorgente. L'interno della testa è dipinto di azzurro con stelle argentee, e ci si entra passando sotto la scalinata blu. Il legame con i giochi d'acqua della Villa d'Este di Tivoli non è casuale: la fontana parlante, quella che canta o rumoreggia, è un topos del giardino manierista italiano che Niki de Saint Phalle ha assorbito e restituito in ceramica. La Papessa è l'arcano del sapere nascosto, ed è giusto che il suo sapere qui si tocchi entrando in una bocca.
III. L'Imperatrice
La scultura più importante del complesso è una sfinge, ed è stata la casa dell'artista. Dal 1983, per sette anni, Niki de Saint Phalle ha vissuto e lavorato dentro l'Imperatrice: camera da letto in un seno, cucina nell'altro, soggiorno-studio nello spazio centrale, tutto rivestito internamente di migliaia di frammenti di specchi veneziani. Ne parlo per esteso più avanti, perché merita un capitolo suo.
IV. L'Imperatore
Il Castello dell'Imperatore è la figura con maggiore completezza architettonica di tutto il parco, quella su cui l'eredità di Gaudí si vede a occhio nudo. È una cittadella con torri, camminamento di ronda, cortile interno, fontana e ventidue colonne, tante quanti gli arcani maggiori, che reggono un loggiato ondulato. Rappresenta il maschile fisico e psichico, l'ambizione, il potere consolidato: le strutture verticali e il razzo rosso puntato verso il cielo lungo il camminamento superiore lo dicono senza sottigliezze. Il repertorio dei materiali è un catalogo del secolo: vetri di Murano e murrine, specchi di Francia, cecoslovacchi e di Boemia, rilievi decorativi, tessere di puzzle, calchi di oggetti. Attorno a una delle colonne del loggiato corrono in murrine i nomi di tutti quelli che hanno lavorato al Giardino, con i loro volti. È la firma collettiva dell'opera, ed è il punto in cui porto sempre i gruppi. Al centro del cortile, in una vasca circolare, quattro nanas coloratissime fanno il bagno schizzando acqua dai seni.
V. Il Papa
Il Papa è la scultura preferita di Jean Tinguely, che ne saldò la struttura da solo, senza la squadra, e adotta la tecnica filiforme chiamata skinny: non un volume pieno ma un disegno nello spazio, fatto di barre d'acciaio che descrivono la figura lasciando passare il paesaggio. Le colonne racchiudono uno spazio cavo che fa da contrappunto al tutto tondo dell'Appeso, poco più avanti. Si trova subito dopo il Sole, sulla scalinata che sale dalla piazza lungo il costone destro. Le lavorazioni si chiudono fra il 1987 e il 1988. Consiglio: guardatelo controluce, verso le sette di sera, quando le barre diventano nere e la figura si trasforma in un geroglifico appeso al cielo.
VI. Gli Innamorati
Un cartello segnala una deviazione dentro il boschetto: è lì che si trovano gli Innamorati, chiamati anche la Scelta, due figure gioiose in poliestere sedute su un muretto a consumare il loro pic-nic. Il modello è del 1984, la produzione in poliestere è della bottega Haligon. Sono fra le poche sculture del parco a scala quasi umana, e proprio per questo funzionano: dopo i colossi, incontrare due innamorati grandi come voi che fanno merenda in mezzo al bosco è un cambio di registro che l'artista aveva calcolato. L'arcano VI, nella tradizione, non è la carta dell'amore ma quella della scelta fra due strade: la deviazione nel boschetto, con il cartello, è una battuta.
VII. Il Carro
Il Carro è una delle tre figure collocate il 17 agosto 1996 dentro l'Imperatrice, insieme al Giudizio e alle Stelle. Non lo vedete dalla strada: è nello spazio interno della grande madre, moltiplicato dai riflessi degli specchi veneziani che rivestono le pareti curve. È l'arcano della volontà che tiene insieme forze contrarie, e la scelta di metterlo nel ventre della scultura-casa, invece che all'aperto, dice qualcosa sul modo in cui l'artista intendeva la propria energia.
VIII. La Giustizia
Inquietante nel contrasto netto di bianco e nero, la Giustizia ha la bilancia poggiata sui grandi seni e uno spazio interno sbarrato da un cancello chiuso con un enorme lucchetto. Dentro quella gabbia c'è una delle mécaniques più sinistre di Jean Tinguely, che raffigura l'Ingiustizia. Ho visto pochi commenti visivi sul diritto altrettanto feroci: la giustizia è monumentale, bianca e nera, esposta al sole; l'ingiustizia è chiusa a chiave dentro di lei e si muove. Le lavorazioni si chiudono fra il 1987 e il 1988. Se avete quindici minuti in più, spendeteli qui a guardare il meccanismo attraverso le sbarre.
IX. L'Eremita
L'Eremita appartiene al gruppo delle sculture più piccole, modellate a Parigi con l'aiuto di Marcelo Zitelli e prodotte in poliestere dai fratelli Haligon. Risale al 1988, lo stesso anno della Morte. Nel percorso del Giardino svolge la funzione che ha nel mazzo: è la carta del ritiro, della lampada portata in mano lungo un cammino solitario, e la si incontra fuori dalle grandi architetture, in disparte. Chi corre per fotografare i colossi lo salta senza accorgersene.
X. La Ruota della Fortuna
Al centro della vasca circolare della piazza gira la Ruota della Fortuna, macchina semovente in ferro costruita da Jean Tinguely, il cui macchinario risale al 1985. È il pezzo più tinguelyano del parco: rumorosa, imperfetta, apparentemente sul punto di rompersi, esattamente come le sue macchine celibi degli anni Sessanta. Ha anche un ruolo pratico che merita di essere conosciuto: è l'unico settore del Giardino dei Tarocchi raggiungibile in sedia a rotelle, e da lì si vedono cinque opere.
XI. La Forza
La Forza mostra una donna che tiene sotto controllo un drago, legato a lei da un filo invisibile. È una lettura originale dell'arcano: dal mazzo Visconti-Sforza della metà del Quattrocento in poi, l'undicesima carta raffigura di solito una donna che apre le fauci a un leone. Sostituire il leone con un drago è un debito iconografico dichiarato verso il Sacro Bosco di Bomarzo, dove un drago cinquecentesco assomiglia molto a questo. La scultura si conclude nel 1989. La trovate fra le cinque opere visibili dal settore accessibile in sedia a rotelle.
XII. L'Appeso, ovvero l'Albero della Vita
La scultura chiamata l'Appeso, o Albero della Vita, è un tutto tondo massiccio, coronato da teste di serpenti, la cui superficie è coperta come un giornale murale di iscrizioni, graficismi e disegni firmati da Tinguely e da Niki de Saint Phalle. Nelle formelle del pannello intitolato My Love l'artista racconta la propria esperienza autobiografica: è la pagina più privata dell'intero parco. Al centro di un settore ovale ricoperto di specchi, delineata con fili di colore, compare la figura dell'Impiccato, installata nel 1990, che dal suo punto di vista rovesciato suggerisce un altro modo di guardare la realtà. Prendetevi il tempo di leggere le formelle: sono in inglese e in francese, sono leggibili, e sono la cosa più vicina a un'autobiografia che l'artista abbia lasciato qui.
XIII. La Morte
Su un basamento di specchi, una figura dorata e ghignante cavalca un cavallo blu e falcia uomini e animali ai suoi piedi. Il modello è del 1984, la scultura del 1988. È la carta che nel mazzo di Marsiglia non ha nome; qui invece ha corpo, oro e un sorriso. Si trova nel settore più selvaggio e appartato del parco, quello che si raggiunge scendendo da un sentiero sterrato che parte dal Sole. Andateci: è il pezzo di Giardino che nessuno fotografa e quello in cui il rapporto fra sculture e macchia mediterranea funziona meglio.
XIV. La Temperanza
La Temperanza sovrasta una cupoletta-cappella di specchi e cemento, sul limitare del pendio di sinistra, dedicata alla memoria di Jean Tinguely e di Ricardo Menon. L'igloo è rivestito internamente di specchi e di formelle ceramiche a forma di fiori, e ruota attorno a un piccolo altare con il bassorilievo coloratissimo di una Madonna nera che veglia sulle fotografie degli amici scomparsi. Entrarci significa perdere i parametri spaziali: le superfici curve riflesse e frantumate producono un caleidoscopio in cui l'idea stessa di infinito diventa quasi tattile. È il luogo più commovente del Giardino dei Tarocchi, e il meno spettacolare. Se dovessi scegliere una sola stanza da far vedere a chi ha fretta, sceglierei questa.
XV. Il Diavolo
Il Diavolo aspetta in fondo a una nicchia vegetale, con le ali di pipistrello spiegate, il corpo coloratissimo, il sesso deliberatamente incerto e due figure umane, una femminile e una maschile, ai lati. Viene posizionato nel 1990. È una delle sculture in cui il registro gioioso del parco si incrina: i colori sono da giostra, la posa è da agguato. Niki de Saint Phalle sapeva benissimo che l'arcano XV, nella tradizione, è la carta del legame e della dipendenza, non quella del male assoluto: le due figurine legate ai lati raccontano proprio quello.
XVI. La Torre
Sul retro del Castello dell'Imperatore, staccata e incombente, si eleva la Torre, interamente rivestita di specchi e decapitata dalla violenza di un fulmine fatto di macchina e ferraglia, concepito da Jean Tinguely, il cui macchinario risale al 1985; il mosaico si conclude fra il 1986 e il 1987. La Torre è il simbolo delle costruzioni mentali che non poggiano su basi solide, ed è la carta più brutale del mazzo. Dalle finestre rettangolari ritagliate lungo le pareti si intravedono le strette stanze interne, un tempo adibite a ufficio. C'e una ironia che vale il viaggio: l'artista aveva sistemato l'amministrazione dentro l'arcano del crollo.
XVII. Le Stelle
Come il Carro e il Giudizio, le Stelle sono state collocate il 17 agosto 1996 dentro l'Imperatrice. Nel mazzo sono la carta della speranza dopo il disastro della Torre, e la sequenza XVI-XVII, con la Torre fuori e le Stelle dentro il ventre della sfinge, non è casuale: chi conosce i tarocchi legge nel parco un discorso continuo, non una collezione di figure.
XVIII. La Luna
La Luna è una scultura skinny argentea, sostenuta da un granchio rosso, al centro di una radura più in basso rispetto all'Imperatrice. Una versione ingrandita, di cinque metri, viene modellata fra il 1992 e il 1993 e collocata nel giugno del 1993. Il granchio è l'animale che nella carta tradizionale emerge dallo stagno sotto la luna, e Niki de Saint Phalle lo ha preso alla lettera trasformandolo in struttura portante. La si guarda dall'alto, dalla terrazza sul dorso dell'Imperatrice: è uno dei rari casi in cui il parco offre un punto di vista dominante su una sua scultura.
XIX. Il Sole
Il Sole è un grande uccello di fuoco bianco, rosso e giallo, appollaiato sopra un grande arco azzurro, sulla piccola scalinata che sale dalla piazza lungo il costone destro. Il richiamo all'iconografia dei nativi americani è evidente e va ricondotto alla biografia dell'artista, cresciuta fra la Francia e gli Stati Uniti. Il Sole funziona anche da snodo del percorso: da qui parte la scalinata verso il Papa e, dall'altro lato, il sentiero che scende verso la Morte, il Diavolo, il Matto e il Mondo.
XX. Il Giudizio
Terza delle figure sistemate il 17 agosto 1996 nell'interno dell'Imperatrice. Nella tradizione è la carta della chiamata e del risveglio; nella logica del Giardino dei Tarocchi è una delle tre presenze che abitano la casa dell'artista, riflesse all'infinito dalle pareti di specchi. Tenetelo a mente quando entrate: quella non è una sala espositiva, è una camera da letto trasformata in arcano.
XXI. Il Mondo
Il Mondo è stato eseguito insieme a Tinguely, che ha costruito la macchina ferrosa alla base: a intervalli regolari il meccanismo fa ruotare una sfera di specchi stretta fra le spire di un serpente e sormontata da una figura di donna a braccia aperte, e le minuscole particelle di luce riflesse illuminano il verde intorno. È progettato nel 1989. Se ci arrivate quando la macchina è ferma, aspettate: il pezzo funziona solo in movimento, è il momento in cui il bosco si riempie di scintille dura pochi secondi.
XXII. Il Matto
Il Matto è una scultura skinny, filiforme, in cui il giovane vagabondo è simbolo del caos, dello spirito e dell'entusiasmo. Niki de Saint Phalle si identificava in lui. Viene collocato nel novembre del 1991, tre mesi dopo la morte di Jean Tinguely a Berna. Il dato biografico cambia la lettura della figura: è l'arcano senza numero, quello che può andare ovunque nel mazzo, messo nel Giardino nel momento in cui l'autrice era rimasta sola. Lo si incontra nel settore basso e selvaggio, insieme alla Morte, al Diavolo e al Mondo. Nessun cartello ve lo segnala come tale.

Le sculture del Giardino dei Tarocchi che non sono arcani
Accanto ai ventidue arcani il parco ospita un secondo repertorio, che i visitatori frettolosi scambiano per arredo. Non lo è.
Il Profeta, l'Oracolo e la Dea dei serpenti
Nel boschetto, solitario in mezzo a una piccola radura, c'è il Profeta: un grande fantasma cavo interamente rivestito di specchi, che a seconda dell'ora scompare nella vegetazione o esplode di luce. Più in là, sparse fra gli alberi, la Dea dei serpenti e l'Oracolo, figure di soggetto mitico che non appartengono al mazzo ma al repertorio personale dell'artista, popolato di serpenti fin dai flaconi del profumo del 1982.
Il gatto Ricardo
La scultura del gatto è del 1989 e porta il nome di Ricardo Menon, l'assistente morto di AIDS quello stesso anno. È il monumento funebre più discreto che io conosca: un gatto colorato in mezzo agli alberi, senza targa, senza retorica. Se sapete la storia, il parco cambia colore per dieci minuti.
La Fontana-di-Nana, le panchine e i sedili-animale
Il modello della Fontana-di-Nana è del 1974, cioè precede il Giardino: la versione ingrandita viene completata nel 1990 e collocata nel marzo del 1993. Attorno alla fontana ai piedi dell'Imperatrice corrono le panchine sinuose disegnate da Pierre Marie Lejeune, che progetta anche mobili in ferro e vetro e, fra il 1996 e il 1998, l'Anti-Boutique. Nelle piazzole in mezzo al verde sono sistemate sculture-sedile a forma di animali, pensate per la sosta e la contemplazione: sono opere, e ci si siede sopra. In quanti musei potete dire lo stesso.
L'Imperatrice-Sfinge, la casa dentro una scultura del Giardino dei Tarocchi
Se il Giardino dei Tarocchi ha un centro, non è la piazza: è l'Imperatrice. Posta a lato del Castello, si affaccia sulla piazza sottostante e domina l'intero parco. Enorme, opulenta, il corpo esageratamente formoso rivestito da una fantasmagoria di ceramiche molate, incarna meglio di qualunque altra scultura la cifra della curva che l'artista aveva adottato negli anni Sessanta con le Nanas. Dal 1983, e per sette anni, ci ha abitato: atelier e casa insieme.
L'interno è uno spazio tutto a rotondità ondulate, senza alcun angolo, secondo le parole dell'autrice. La distribuzione è memorabile: la stanza da letto in un seno, la cucina nell'altro, lo spazio centrale arredato come soggiorno-studio. Le pareti sono rivestite da migliaia di frammenti di specchi veneziani, che moltiplicano ogni gesto e ogni luce. Il 17 agosto 1996 sono state collocate qui dentro le figure del Giudizio, delle Stelle e del Carro. L'accesso agli interni è regolato dalla Fondazione e può variare: verificatelo al momento della visita.
Sul dorso della sfinge, i filamenti della chioma rivestiti di specchi blu elettrico incorniciano il volto nero della figura e delimitano una terrazza-belvedere fatta di anfratti e concavità, cui si sale per una scalinata modellata sul fianco esterno. Da lassù si vede la campagna maremmana fino al mare e, più in basso, la Luna argentea sostenuta dal granchio rosso. È il punto più alto del percorso ed è anche il più difficile da lasciare.
Un'osservazione che faccio sempre ai gruppi: vivere sette anni dentro una scultura di specchi non è un aneddoto pittoresco, è una scelta di metodo. L'artista ha abitato la propria opera mentre la costruiva, ha cucinato dentro un seno di ceramica e ha dormito nell'altro, e questo spiega perché il Giardino dei Tarocchi non abbia la freddezza dei parchi di sculture costruiti a distanza. Ogni curva è stata provata con il corpo.

Che cosa dice la critica del Giardino dei Tarocchi
Il Giardino dei Tarocchi è l'ultima tappa di un percorso cominciato a metà degli anni Sessanta, quando Niki de Saint Phalle abbandona il Nouveau Réalisme e gli assemblaggi polimaterici per le Nanas, figure femminili enormi, sinuose, percorribili e abitabili. La prima di quella famiglia in scala architettonica è Hon, realizzata nel 1966 per il museo di Stoccolma; la più celebre in Francia è la Tête, terminata nel 1973 nel bosco di Milly-la-Forêt e poi dichiarata monumento nazionale.
La critica ha letto le sculture del Giardino nei termini di una spasmodica dilatazione delle forme e di una solarità che guarda ai maestri del cromatismo, da Matisse a Picasso, da Kandinskij a Klee, e ha descritto i rivestimenti come un abito di luce che trasforma le figure in una successione di parure neobarocche. Il punto su cui c'è stato accordo è che il visitatore non percorre un parco di divertimenti ma compie un percorso iniziatico, con precedenti illustri: Bomarzo, il Palais Idéal di Ferdinand Cheval nella Drôme, il Parc Güell, le Watts Towers di Simon Rodia a Los Angeles. La differenza rispetto a tutti loro è la presenza di un femminile materno e potente, carico di complessità simbolica e di connessioni tutt'altro che casuali con i calvari psichici e fisici dell'autrice.
Il giudizio più condiviso riguarda il rapporto fra arte e architettura: dell'arte il Giardino usa i repertori figurativi e linguistici, dell'architettura ha la dimensione, umana, abitabile, tangibile. Ci si aggiunga il design, perché l'arredo dell'Imperatrice-Sfinge è progettato dall'artista, e si ottiene quello che i critici hanno chiamato un'opera totale: integrazione fra arte e natura, fra tradizione e contemporaneità, fra forma e colore, fra materia e spirito.
Le mostre dedicate al Giardino dei Tarocchi
Nell'estate del 1997, a un anno dalla fine dei lavori e un anno prima dell'apertura, la secentesca polveriera Guzman sulla laguna di Orbetello ha ospitato una mostra sul Giardino, allestita da Gianni Pettena, curata da Anna Mazzanti con interventi di Pierre Restany ed Enrico Crispolti, accompagnata dal film biografico di Peter Schamoni sulla vicenda artistica della scultrice. Nell'estate del 2006 l'amministrazione comunale di Capalbio ha organizzato al Castello Aldobrandeschi Collacchioni la prima mostra sul Giardino, con una sessantina fra opere e documenti di cantiere provenienti da collezioni private; curatore scientifico Roberto Aureli, che per oltre un decennio aveva lavorato con Niki de Saint Phalle e con Jean Tinguely alla definizione del parco.
Il Giardino dei Tarocchi e i suoi antenati
Questo parco non nasce dal nulla e non è un capriccio isolato. Appartiene a una famiglia precisa di opere, quella dei giardini visionari costruiti fuori dalle istituzioni, spesso da autodidatti, spesso con i soldi propri e le mani proprie.
Bomarzo e il Giardino dei Tarocchi
Il Sacro Bosco di Bomarzo, voluto da Vicino Orsini nel Cinquecento, è il precedente italiano più vicino: mostri di peperino disseminati in un bosco senza percorso obbligato, un Orco con la bocca spalancata in cui si entra, un drago, iscrizioni incise nella pietra che parlano al visitatore. Tutti e quattro gli elementi tornano a Garavicchio, tradotti in cemento e specchi: la bocca della Papessa, il drago della Forza, le scritte nel pavimento, la libertà di perdersi. Chi visita il Parco dei Mostri e poi il Giardino dei Tarocchi nello stesso mese fa uno dei confronti più istruttivi possibili sull'arte italiana, a quattro secoli di distanza. Nella stessa zona vale una sosta anche Monte Casoli, con le sue tombe rupestri.
Il Parc Güell, il Palais Idéal, le Watts Towers
Da Gaudí arriva l'idea del trencadis, il mosaico di frammenti ceramici applicato su superfici curve, e l'idea che una panchina possa essere una scultura serpentina lunga cento metri. Dal Palais Idéal del postino Cheval arriva la prova che un uomo solo, senza formazione, può costruire un palazzo in trentatré anni. Dalle Watts Towers di Simon Rodia arriva la lezione dei materiali di scarto, cocci e bottiglie, trasformati in architettura. Niki de Saint Phalle ha visto tutti e tre di persona, con Tinguely, fra il 1955 e il 1962. Nel Giardino dei Tarocchi li ha messi insieme e ci ha aggiunto una cosa che a nessuno dei tre era venuta in mente: un impianto simbolico coerente, il mazzo dei tarocchi, che tiene insieme ventidue figure come un racconto.
Gli altri giardini d'autore raggiungibili da Roma
Se il genere vi interessa, nel raggio di due ore da Roma ci sono altre due esperienze diverse e complementari: il Giardino di Ninfa, giardino romantico costruito sulle rovine di una città medievale, e il Parco di Villa Gregoriana a Tivoli, dove la natura verticale della gola dell'Aniene è stata addomesticata in percorso pittoresco nell'Ottocento. Tre modi diversissimi di intendere la parola giardino.
Come si visita davvero il Giardino dei Tarocchi
La durata media dichiarata dalla Fondazione è di un'ora e mezza, e nella mia esperienza è una stima onesta per chi cammina senza fermarsi troppo. Chi vuole entrare nella cappella della Temperanza, salire sul dorso dell'Imperatrice, leggere le formelle dell'Albero della Vita e aspettare che il Mondo si metta a girare, calcoli due ore e mezza. Non ci sono visite guidate, né private né di gruppo, e non c'è un itinerario segnato: è una decisione dell'artista, che voleva salvaguardare la libertà di movimento di chi entra. La conseguenza pratica è che dovete arrivare preparati, perché sul posto non c'è nessuno che vi racconti quello che state guardando.
Che cosa portarsi al Giardino dei Tarocchi
Scarpe chiuse con suola non liscia: i vialetti sono in cemento e pietra, in salita, e in alcuni punti il fondo è sconnesso. Acqua, perché il parco apre nelle ore più calde e l'ombra è a chiazze. Cappello. Occhiali da sole, che qui servono davvero: con migliaia di metri quadrati di specchi al sole delle cinque del pomeriggio, il riverbero è reale. Repellente per zanzare da agosto in poi, la macchia è fitta. I cani sono ammessi al guinzaglio; il regolamento della Fondazione prescrive anche la museruola, quindi portatela. I droni sono vietati.
Il percorso che consiglio nel Giardino dei Tarocchi
Entrate, fermatevi nella piazza dieci minuti senza fotografare nulla, e lasciate che l'orecchio si abitui all'acqua e alla macchina di Tinguely. Poi salite a destra: Sole, Papa, Albero della Vita, Giustizia. Deviate nel boschetto per gli Innamorati e il Profeta. Riprendete verso il Castello dell'Imperatore, entrate nel cortile, cercate la colonna con i nomi in murrine. Salite all'Imperatrice e fermatevi sulla terrazza. Scendete alla cappella della Temperanza, che va vista con calma. Solo alla fine prendete il sentiero basso verso Morte, Diavolo, Matto e Mondo, quando la luce è già arancione: quel settore, con il sole alto, non rende niente.
Il Giardino dei Tarocchi con i bambini
È uno dei pochi luoghi d'arte contemporanea che funziona davvero con i bambini, e funziona senza laboratori, senza mediatori e senza schede didattiche. I motivi sono elementari: i colori sono saturi, le figure sono enormi, molte sculture si possono attraversare o toccare, e ci si siede sopra gli animali. Un bambino di sei anni entra e capisce immediatamente che quel posto è stato fatto per essere abitato.
Qualche avvertenza da chi ci ha portato gruppi con famiglie. I dislivelli sono continui e non ci sono ringhiere ovunque: i più piccoli vanno tenuti d'occhio in prossimità dei muretti e delle scalinate esterne dell'Imperatrice. Il passeggino è sconsigliato, meglio uno zaino porta-bambino. L'ingresso è gratuito fino ai sei anni e il ridotto parte dai sette. E infine, il consiglio meno ovvio: non spiegate i tarocchi ai bambini prima di entrare. Fateglieli scoprire e chiedete a loro che cosa vedono. Il Matto lo indovinano tutti.
Accessibilità del Giardino dei Tarocchi
Qui bisogna essere chiari, perché il rischio di un viaggio inutile è concreto. La Fondazione dichiara che l'accessibilità del parco per i visitatori con gravi disabilità motorie è limitata a causa della morfologia della collina. Chi si muove in sedia a rotelle raggiunge il settore in cui si trova la Ruota della Fortuna, e da quel punto vede cinque opere: la Forza, il Sole, la Papessa, il Mago e il Papa. Il resto del percorso, con le sue pendenze, non è praticabile.
Esistono comunque servizi dedicati: un parcheggio riservato con posti limitati, un ingresso riservato e un montascale, un modello Sherpa N900 con portata massima di novanta chili, che va prenotato in anticipo scrivendo a info@ilgiardinodeitarocchi.it. La visita, avvertono, resta parziale. Per le persone con invalidità pari o superiore al 67 per cento e per l'accompagnatore certificato l'ingresso è gratuito. Il mio suggerimento operativo: scrivete alla Fondazione prima di comprare il biglietto e prima di prenotare l'albergo, non il giorno stesso.
Quanto costa e come si risparmia al Giardino dei Tarocchi
Quindici euro per l'intero e dieci per il ridotto sono cifre che, per due ettari di parco privato mantenuti senza contributi pubblici, hanno una loro logica: il restauro dei mosaici è permanente e la stagione dura sei mesi e mezzo. Le riduzioni sono ampie e vale la pena verificarle prima di comprare: 7-22 anni, over 65, residenti nel Comune di Capalbio, guide turistiche abilitate, gruppi da venticinque persone in su. Le scolaresche pagano otto euro ad alunno con un minimo di dieci partecipanti, e ogni dieci alunni un adulto entra gratis. Bambini fino a sei anni gratis, disabilità oltre il 67 per cento gratis con accompagnatore.
Il vero risparmio non è sul biglietto ma sul viaggio: se venite da Roma, il Giardino dei Tarocchi da solo non giustifica economicamente la giornata. Costruite un itinerario. Con la stessa benzina si visita Capalbio al mattino, il Giardino nel pomeriggio, e si cena a Porto Ercole o a Porto Santo Stefano. Oppure si abbina la mattina all'Oasi WWF del Lago di Burano, che è a pochi chilometri.
Capalbio e la Maremma intorno al Giardino dei Tarocchi
Il borgo di Capalbio è un anello di mura medievali su un poggio, con un camminamento di ronda percorribile che gira tutto attorno all'abitato e una vista che arriva al mare e all'Argentario. È diventato negli anni un luogo di villeggiatura per un certo mondo intellettuale e politico romano, il che gli ha procurato soprannomi ironici e prezzi non popolari, ma il paese in sé resta piccolo, compatto e bello, e si visita in un'ora.

La costa e le lagune vicino al Giardino dei Tarocchi
A pochi minuti dal parco c'è l'Oasi WWF del Lago di Burano, laguna costiera separata dal mare da un cordone dunale, con osservatori per il birdwatching. Poco più a nord, Ansedonia conserva i resti della colonia romana di Cosa sul promontorio e la cosiddetta Tagliata Etrusca, il canale scavato nella roccia per tenere sgombra la foce. Segue la laguna di Orbetello, con la sua oasi e i tomboli, e poi il promontorio dell'Argentario con i due porti. Dal molo partono i traghetti per l'Isola del Giglio.
Verso Roma: gli etruschi sulla strada del ritorno
Tornando verso sud lungo l'Aurelia si attraversa il cuore dell'Etruria meridionale. Vulci, con il suo parco archeologico e il ponte dell'Abbadia, e Tarquinia, con le tombe dipinte, sono entrambe deviazioni brevi dalla statale, e Montalto di Castro è sulla strada. Chi vuole chiudere il cerchio a Roma trova al Museo Etrusco di Villa Giulia i corredi che vengono proprio da quelle necropoli. Per restare invece sul contemporaneo, il MAXXI e il MACRO sono i due luoghi romani in cui il discorso avviato dalle Nanas prosegue.
Quando andare al Giardino dei Tarocchi e quando evitarlo
Il mese migliore è maggio, seguito da fine settembre e dalla prima metà di ottobre. Ragioni: la luce del tardo pomeriggio è già calda ma il caldo non è feroce, la macchia mediterranea è in fiore o in frutto, e soprattutto il parco è semivuoto. Il mese peggiore è agosto, e non per il caldo soltanto: è il momento in cui la costa maremmana è satura, l'Aurelia è bloccata, e il parco, che ha una capienza contingentata per fasce orarie, va esaurito online con giorni di anticipo.
Sulla pioggia ho un'opinione minoritaria: il Giardino dei Tarocchi bagnato è straordinario. Il parco resta aperto anche quando piove, gli specchi bagnati raddoppiano i riflessi, la ceramica smaltata diventa più satura e i colori escono come non escono mai col sole a picco. Se avete una previsione di rovesci sparsi e un impermeabile, andateci lo stesso. Il mattino, invece, non è mai un'opzione: il parco apre alle 14:30 e basta.
Una curiosità su Giardino dei Tarocchi
La curiosità più solida non riguarda le sculture ma il modo in cui sono state pagate. Nel 1982 Niki de Saint Phalle, che aveva bisogno di denaro per andare avanti con un cantiere che sarebbe durato altri quattordici anni, crea per la Jacqueline Cochran Company un profumo che porta il suo nome. Il flacone è un piccolo oggetto scultoreo: due serpenti intrecciati e coloratissimi che si avvolgono attorno al collo della bottiglia, gli stessi serpenti che tornano nella Dea dei serpenti del parco e nelle teste che coronano l'Albero della Vita. Il profumo va bene e i ricavi entrano nel cantiere di Garavicchio. Nel 1986 la Galleria Bonnier di Ginevra espone edizioni limitate ricavate dalle sculture del Giardino, e anche quegli incassi finiscono nello stesso posto.
Vale la pena fermarsi un momento su che cosa significhi. Un'opera d'arte ambientale di due ettari, con sculture alte quindici metri, ventidue arcani, un'architettura d'ingresso firmata da Mario Botta, una squadra internazionale pagata per diciassette anni: tutto finanziato dalla vendita di profumo, multipli e opere. Nessun ente pubblico, nessuna fondazione bancaria, nessun mecenate che metta il nome sopra la porta. L'unico regalo ricevuto è stato il terreno, dai fratelli Caracciolo. Il resto se l'e comprato l'artista, un flacone alla volta.
C'e una conseguenza anche estetica di questa autonomia, ed è la ragione per cui il Giardino dei Tarocchi non somiglia a nessun parco di sculture istituzionale: nessuno ha mai potuto chiedere a Niki de Saint Phalle di rendere il percorso più leggibile, di mettere i pannelli didattici, di segnare le frecce, di prevedere il senso unico. Chi paga decide. Lei ha deciso che si entra e ci si perde. Il fatto che ancora oggi non esistano visite guidate è la coda lunga di quella indipendenza economica, e ogni tanto qualche visitatore si lamenta senza sapere che si sta lamentando della cosa migliore del posto.
Una cosa che non ti dice nessuno su Giardino dei Tarocchi
Che il parco non è accessibile, e che questo va saputo prima di partire e non davanti alla biglietteria. La Fondazione lo dichiara con onestà: la morfologia della collina limita in modo serio l'accessibilità per chi ha gravi disabilità motorie. Chi si muove in sedia a rotelle arriva fino al settore della Ruota della Fortuna e da lì vede cinque opere, la Forza, il Sole, la Papessa, il Mago e il Papa. Cinque su ventidue. Il resto del percorso, con pendenze continue, fondo sconnesso e scalinate modellate a mano, resta fuori portata.
Quello che quasi nessuna guida racconta è che esistono comunque servizi dedicati e vanno chiesti in anticipo: un parcheggio riservato con posti limitati, un ingresso riservato e un montascale, un modello Sherpa N900 con portata massima di novanta chili, prenotabile scrivendo alla Fondazione. Il limite di peso è un dato tecnico che cambia le cose e che non trovate scritto da nessun'altra parte: novanta chili comprensivi della carrozzina non sono tanti, e chi usa una carrozzina elettrica pesante deve organizzarsi diversamente.
C'e poi una seconda informazione poco diffusa, di natura diversa: la gratuità per invalidità superiore al 67 per cento e per l'accompagnatore certificato non è automatica al varco. Come tutte le riduzioni del Giardino, va documentata al controllo. E siccome la biglietteria non fa prenotazioni per telefono, l'unica strada seria è scrivere prima, spiegare la situazione e concordare l'ingresso riservato e il montascale. Il mio parere da chi accompagna gruppi: la Fondazione risponde e collabora, ma non improvvisa nulla il giorno stesso, e ha ragione. Un montascale su un pendio maremmano non è un servizio che si attiva in cinque minuti.
Il consiglio che ti do per visitare Giardino dei Tarocchi
Comprate il biglietto per l'ultima fascia oraria utile e restate fino alla chiusura. È il consiglio più importante che posso darvi e ha una motivazione tecnica, non poetica. Le sculture sono rivestite di specchi, di vetri di Murano, di ceramiche molate e di tessere di specchio veneziano: sono superfici che rispondono all'angolo di incidenza della luce. Con il sole alto, cioè fra le due e mezza e le quattro del pomeriggio in estate, il rivestimento riflette il cielo in modo indifferenziato e le sculture appaiono spente, quasi grigie nelle zone di specchio. Quando il sole scende sotto i trenta gradi sull'orizzonte, ogni tessera diventa un punto di luce autonomo e il parco si accende letteralmente, un pezzo alla volta, seguendo l'esposizione dei versanti.
Il corollario operativo: pianificate al contrario. Le prime cose che vedete devono essere quelle in ombra o quelle che funzionano anche con luce piatta, cioè il muro di Botta, la piazza centrale, il cortile dell'Imperatore, l'interno della cappella della Temperanza. Tenete per la fine, cioè per l'ultima ora, la terrazza sul dorso dell'Imperatrice, il Sole, il Papa controluce e il settore basso con la Morte, il Diavolo, il Matto e il Mondo, che al mattino non esisterebbe nemmeno visivamente.
Secondo consiglio, meno ovvio e più importante: arrivate avendo letto qualcosa sui ventidue arcani maggiori. Non serve credere ai tarocchi, serve conoscerne la sequenza. Il Giardino è costruito come un racconto: il Mago che comincia, la Torre che crolla, le Stelle che consolano, il Mondo che chiude, il Matto che può andare ovunque. Chi entra senza quel filo vede ventidue sculture belle e slegate; chi entra con quel filo vede un discorso. La differenza fra le due visite è enorme, e siccome guide qui non ce ne sono, quel lavoro tocca a voi farlo prima, sul treno o in macchina.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Che il Giardino dei Tarocchi è incompiuto per volontà testamentaria, e che l'incompiutezza si vede. Camminando ci si accorge che alcuni interventi non sono stati terminati e che una scultura resta a uno stadio precedente al finito. Non è trascuratezza della Fondazione e non è mancanza di fondi: è la decisione dell'artista, che non voleva fosse completato quello che lei stessa non aveva realizzato. Niki de Saint Phalle muore il 21 maggio 2002 a La Jolla, in California, a settantun anni, dopo anni di problemi respiratori che molti collegano ai vapori del poliestere e alle polveri di lavorazione con cui aveva convissuto per decenni. Con la sua morte la progettazione del Giardino si è fermata.
La cosa poco citata è la coerenza di questa scelta con tutto il resto della sua opera. Un'artista che aveva costruito la propria fama sparando ai quadri per farli sanguinare, che aveva fatto entrare il pubblico dentro il corpo di una donna a Stoccolma, che aveva vissuto sette anni dentro una sfinge di ceramica, non poteva accettare che qualcun altro finisse le sue frasi. Il Giardino dei Tarocchi non è un monumento chiuso: è un cantiere fermato di netto, e conserva le tracce di quel colpo di freno.
C'e una seconda faccia del fatto, che riguarda la manutenzione ed è la ragione per cui il parco resta chiuso da metà ottobre a fine marzo. Un'opera di due ettari fatta di tessere incollate su cemento armato, esposta al sole, alla salsedine e al gelo, perde pezzi in continuazione. La squadra della Fondazione passa i mesi invernali a rincollare, a rifare, a consolidare, usando dagli anni Novanta tecniche di incollaggio nuove rispetto a quelle del cantiere originario. Restaurare senza completare è un esercizio di equilibrio raro: si ripara quello che c'era, non si aggiunge quello che manca.
La foto giusta da fare a Giardino dei Tarocchi
Non è la foto d'insieme dalla piazza, che tutti scattano entrando e che nessuno guarda due volte: con quel campo largo le sculture diventano macchie colorate senza scala e senza gerarchia. La foto giusta al Giardino dei Tarocchi è una sola, e si scatta dalla terrazza-belvedere sul dorso dell'Imperatrice, nell'ultima ora di apertura, tenendo in primo piano i filamenti della chioma rivestiti di specchi blu elettrico e lasciando che sullo sfondo compaiano insieme la campagna maremmana e, in basso, la Luna argentea sostenuta dal granchio rosso. Quella inquadratura contiene tutto il progetto: la scultura abitabile, il paesaggio, un altro arcano, il colore, il riflesso.
Tre note tecniche che fanno la differenza. Prima: esponete per le alte luci e non per il paesaggio, perché gli specchi bruciano prima di tutto il resto e una tessera bruciata non si recupera. Seconda: usate un obiettivo moderatamente grandangolare ma non un fisheye, perché la curva delle sculture è già estrema di suo e la lente che la esagera trasforma un capolavoro in una caricatura. Terza: se avete il telefono, disattivate l'HDR aggressivo, che sui mosaici produce un effetto piatto e finto proprio dove servirebbe il contrasto fra tessera e tessera.
Una seconda foto che vale quanto la prima, e che quasi nessuno fa: il dettaglio della colonna del loggiato dell'Imperatore con i nomi dei collaboratori in murrine. È il ritratto di gruppo di un cantiere durato diciassette anni, e ci trovate dentro il postino, la ceramista, i saldatori, il giardiniere. Fotografatela con luce radente, così il rilievo delle murrine si legge. E ricordate che i droni sono vietati: l'unica prospettiva aerea consentita è quella che vi date salendo sulla schiena della sfinge.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il primo avvenimento è una conversazione. Nel 1974, durante una convalescenza, Niki de Saint Phalle racconta a Marella Caracciolo Agnelli il sogno di un giardino di sculture fondato sulla simbologia dei tarocchi; i fratelli di lei, Carlo e Nicola Caracciolo, mettono a disposizione un terreno di famiglia a Garavicchio. Senza quella conversazione, il parco sarebbe rimasto un disegno. Nel 1978 si apre il cantiere; nel 1979 l'artista si trasferisce quasi stabilmente in Toscana e un portalettere del posto, Ugo Celletti, comincia a tracciare i sentieri e ad applicare le reti metalliche.
Il 1980 è l'anno delle prime due architetture, la Papessa e il Mago, con Jean Tinguely e la squadra svizzera che saldano le armature. Il 1982 è l'anno del profumo, cioè l'anno in cui il cantiere trova il suo motore economico; nello stesso anno l'artista sviluppa l'artrite reumatoide, primo segnale di un corpo che comincia a cedere. Nel 1983 avviene il trasloco più singolare della storia dell'arte contemporanea italiana: Niki de Saint Phalle va ad abitare dentro l'Imperatrice, dove resterà sette anni.
L'agosto del 1991 è la data che spezza il Giardino in due: Jean Tinguely muore a Berna. Le condizioni di salute di Niki peggiorano. Nel novembre dello stesso anno viene collocato il Matto, l'arcano del vagabondo in cui l'artista si identificava. Il 17 agosto 1996 le figure del Giudizio, delle Stelle e del Carro vengono sistemate dentro l'Imperatrice, e il cantiere si avvia alla conclusione. Nel 1997 nasce a Roma la Fondazione Il Giardino dei Tarocchi, con lo scopo di conservare l'opera, e Stefano Mancini ne diventa amministratore; nella stessa estate la polveriera Guzman di Orbetello ospita la prima grande mostra dedicata al parco.
Il 15 maggio 1998 il Giardino dei Tarocchi apre finalmente al pubblico, vent'anni dopo il primo colpo di ruspa. Il 21 maggio 2002 Niki de Saint Phalle muore a La Jolla; l'8 luglio dello stesso anno la Regione Toscana riconosce ufficialmente la Fondazione. Fra il 1999 e il 2001, intanto, uno degli operai storici del cantiere, Tonino Urtis, aveva fatto due viaggi negli Stati Uniti per insegnare le tecniche ceramiche maremmane alla squadra californiana impegnata nel Cerchio Magico della Regina Califia: la Maremma che esporta il proprio mestiere in California è un finale che vale la pena raccontare.
Chi è passato da Giardino dei Tarocchi
Il primo nome è quello di Jean Tinguely, che qui non è passato ma ha lavorato per undici anni, dal 1980 al 1991, saldando armature e installando macchine. Con lui la squadra svizzera di Rico Weber, conosciuto da Niki nel 1966 ai tempi di Hon a Stoccolma, e di Seppi Imhof. L'olandese Dok van Winsen, che aveva incontrato l'artista nel 1981 collaborando al Cyclop, ha saldato dal 1982 il Castello dell'Imperatore, la Torre, il Papa, la Giustizia e la cappella. Il francese Pierre Marie Lejeune, conosciuto a Parigi nel 1978, è tornato ogni anno per il mosaico, per le panchine, per il sentiero dei geroglifici e per l'Anti-Boutique.
Ci sono poi i nomi italiani, che raramente vengono citati e che sono la spina dorsale dell'opera: Ugo Celletti, il portalettere, e con lui Claudio e Alessia Celletti; la ceramista romana Venera Finocchiaro, che dal 1983 si trasferì a vivere nel parco; Tonino Urtis, saldatore e poi maestro di ceramica; Marco Iacotonio, che dal 1984 curò le finiture del cemento; Giampiero Ottavi, giardiniere dal 1995; Stefano Mancini, amministratore dal 1997, e Fabio Mancini dal 2002, Massimo Menchetti dal 2004. Fra gli assistenti personali, l'argentino Ricardo Menon dal 1977 al 1989 e Marcelo Zitelli dal 1986.
Dal mondo dell'arte e dell'architettura sono passati Mario Botta, autore del padiglione d'ingresso, e Roberto Aureli, architetto grossetano che ha lavorato per oltre un decennio con Niki e con Tinguely e che nel 2006 ha curato scientificamente la mostra di Capalbio. Al cantiere hanno collaborato anche Alan Davie e Marina Karella. Alla mostra del 1997 nella polveriera Guzman di Orbetello hanno partecipato Gianni Pettena per l'allestimento, Anna Mazzanti come curatrice, Pierre Restany ed Enrico Crispolti con i loro interventi critici, e il regista Peter Schamoni con il film biografico sulla scultrice. I fratelli Haligon, Robert, Gerard e Olivier, hanno prodotto in poliestere le sculture minori a partire da modelli parigini.
Infine, e non è un dettaglio mondano: la committenza morale del Giardino porta il nome di Marella Caracciolo Agnelli, che nel 1974 ascoltò il progetto, e dei suoi fratelli Carlo e Nicola Caracciolo, che misero a disposizione la collina. Da quando il parco ha aperto, nel 1998, ci sono passati centinaia di migliaia di visitatori, e il numero di artisti contemporanei che citano questo luogo come formativo cresce di anno in anno.

Domande veloci su Giardino dei Tarocchi
Dove si trova esattamente il Giardino dei Tarocchi
In località Garavicchio, a Pescia Fiorentina, frazione del Comune di Capalbio, provincia di Grosseto, Toscana. L'indirizzo per il navigatore è Strada Garavicchio 2, 58011 Pescia Fiorentina (GR).
Il Giardino dei Tarocchi è nel Lazio o in Toscana
In Toscana, provincia di Grosseto, a pochi chilometri dal confine con il Lazio. Ci si arriva da Roma in poco meno di due ore, e questo genera l'equivoco.
Quando è aperto il Giardino dei Tarocchi
Dal 1 aprile al 15 ottobre, tutti i giorni, dalle 14:30 alle 19:30. Ultimo accesso alle 18:15. Fuori da queste date il parco è chiuso al pubblico.
Quanto costa il biglietto del Giardino dei Tarocchi
Intero 15,00 euro, ridotto 10,00 euro, scolaresche 8,00 euro ad alunno con minimo dieci partecipanti. Gratuito da 0 a 6 anni e per invalidità superiore al 67 per cento con accompagnatore certificato.
Chi ha diritto al ridotto al Giardino dei Tarocchi
Ragazzi dai 7 ai 22 anni, over 65, residenti nel Comune di Capalbio, gruppi da venticinque persone e guide turistiche abilitate. Il titolo che dà diritto alla riduzione va mostrato al controllo, altrimenti si paga la differenza.
Serve prenotare per il Giardino dei Tarocchi
Sì. Solo l'acquisto online del biglietto garantisce l'ingresso, ed è vincolato a data e fascia oraria. Non si prenota per telefono e nemmeno per posta elettronica.
Il biglietto del Giardino dei Tarocchi si può cambiare o farsi rimborsare
No: i biglietti non sono modificabili né rimborsabili, salvo il caso di chiusura del parco per ragioni tecniche o meteorologiche. In quel caso la richiesta va inviata entro quindici giorni all'indirizzo amministrativo della Fondazione. Non esistono rimborsi parziali.
Quanto dura la visita al Giardino dei Tarocchi
La durata media indicata dalla Fondazione è di un'ora e mezza. Chi entra nella cappella della Temperanza, sale sull'Imperatrice e aspetta che il Mondo giri, calcoli due ore e mezza.
Ci sono visite guidate al Giardino dei Tarocchi
No, e non è una dimenticanza: per volontà dell'artista non sono previste visite guidate né un itinerario obbligato, in modo da salvaguardare la libertà di movimento di chi entra.
Il Giardino dei Tarocchi è accessibile in sedia a rotelle
Solo in parte. Si raggiunge il settore della Ruota della Fortuna, da cui si vedono cinque opere: la Forza, il Sole, la Papessa, il Mago e il Papa. Esistono parcheggio e ingresso riservati e un montascale Sherpa N900 con portata massima di novanta chili, da prenotare in anticipo scrivendo alla Fondazione.
Si possono portare i cani al Giardino dei Tarocchi
Sì, al guinzaglio; il regolamento della Fondazione prescrive anche la museruola. Meglio arrivare attrezzati.
Si possono fare foto al Giardino dei Tarocchi
Le fotografie personali si fanno senza problemi. I droni sono vietati all'interno del parco. Per l'uso editoriale delle immagini delle opere esiste una procedura di autorizzazione che passa dagli archivi della fondazione dedicata all'artista.
Il Giardino dei Tarocchi è adatto ai bambini
Molto. Colori saturi, sculture attraversabili, sedili a forma di animale. Attenzione ai dislivelli e alle scalinate esterne senza protezioni continue; il passeggino è sconsigliato.
Che cosa succede se piove al Giardino dei Tarocchi
Il parco resta aperto anche nei giorni di pioggia e nelle festività. Con la pioggia gli specchi e le ceramiche danno il meglio: è uno dei pochi luoghi in cui il maltempo migliora la visita.
Quante sculture ci sono al Giardino dei Tarocchi
Ventidue figure corrispondono agli arcani maggiori dei tarocchi, e sono affiancate da altre sculture che non appartengono al mazzo: il Profeta, l'Oracolo, la Dea dei serpenti, il gatto Ricardo, la Fontana-di-Nana e i sedili a forma di animale.
Quanto è grande il Giardino dei Tarocchi
Circa due ettari sul versante meridionale della collina di Garavicchio, con sculture alte fino a quindici metri realizzate in acciaio e cemento e rivestite di specchi, vetri e ceramiche colorate.
Chi ha costruito il Giardino dei Tarocchi
Niki de Saint Phalle, artista franco-statunitense, con una squadra internazionale in cui il ruolo principale è stato di Jean Tinguely per le strutture metalliche e le macchine. Il padiglione d'ingresso è di Mario Botta con Roberto Aureli.
Quanti anni ci sono voluti per costruire il Giardino dei Tarocchi
Il cantiere si apre nel 1978 e i mosaici si completano quasi del tutto fra il 1995 e il 1996; l'apertura al pubblico è del 15 maggio 1998. Diciassette anni di lavoro effettivo, venti dall'inizio all'inaugurazione.
Chi ha pagato il Giardino dei Tarocchi
L'artista, con i ricavi del profumo che porta il suo nome, creato nel 1982, e con la vendita di edizioni limitate ricavate dalle sculture. Il terreno fu messo a disposizione dai fratelli Caracciolo.
Si può entrare dentro le sculture del Giardino dei Tarocchi
Alcune sì, ed è il punto di tutta l'operazione: l'Imperatrice-Sfinge, il cortile del Castello dell'Imperatore, la cappella della Temperanza, la testa della Papessa. L'accesso agli interni è regolato dalla Fondazione e può variare nel corso della stagione.
Come si arriva al Giardino dei Tarocchi in treno
Con i regionali della linea tirrenica fino a Capalbio Scalo, che dista dieci chilometri dal parco. Da lì si prosegue con il bus di Autolinee Toscane o in taxi, meglio se prenotato prima.
C'e il parcheggio al Giardino dei Tarocchi
Sì, gratuito e non custodito, davanti al muro di ingresso. Non è ombreggiato.
Che differenza c'è fra il Giardino dei Tarocchi e il Parco dei Mostri di Bomarzo
Quattro secoli e mezzo e due committenze opposte. Bomarzo è un bosco cinquecentesco di mostri in peperino voluto da un aristocratico; Garavicchio è un parco contemporaneo di ceramica e specchi costruito e pagato da un'artista. Il metodo, però, è lo stesso: nessun percorso obbligato, figure che si attraversano, iscrizioni rivolte al visitatore.
Che cosa si vede vicino al Giardino dei Tarocchi
Il borgo murato di Capalbio, l'Oasi WWF del Lago di Burano, Ansedonia con i resti della colonia romana di Cosa, la laguna di Orbetello e il promontorio dell'Argentario con i porti di Porto Ercole e Porto Santo Stefano.
Il Giardino dei Tarocchi si visita in giornata da Roma
Sì, ed è il modo in cui lo visitano quasi tutti: partenza al mattino, sosta a Capalbio o sulla costa, ingresso nel pomeriggio, rientro in serata. Considerate almeno quattro ore di guida fra andata e ritorno.
Qual è il periodo migliore per visitare il Giardino dei Tarocchi
Maggio, fine settembre e la prima metà di ottobre: luce calda, temperature civili, poca gente. Agosto è il mese peggiore per traffico e affollamento, e va prenotato con giorni di anticipo.
Vado al Giardino dei Tarocchi da anni, con gruppi e da solo, e continuo a pensare che sia il luogo d'arte contemporanea più radicale che si possa raggiungere in giornata da Roma. Non per i colori, che sono la parte facile, ma per la testardaggine che c'è dietro: una donna senza formazione accademica decide a venticinque anni, davanti a un parco di Barcellona, che costruirà una cosa simile; ci mette diciannove anni a trovare il terreno, altri diciassette a costruirla, e la paga vendendo profumo. Poi ci va a vivere dentro. Se avete una sola giornata e dovete scegliere fra il Giardino dei Tarocchi e un museo romano qualsiasi, andate a Garavicchio, arrivate alle cinque del pomeriggio e non guardate l'orologio fino a quando non vi mandano fuori.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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