Viterbo
In breve. Viterbo è il capoluogo della Tuscia, a 326 metri di quota e a circa 80 chilometri a nord di Roma.
Viterbo è il capoluogo della Tuscia, a 326 metri di quota e a circa 80 chilometri a nord di Roma. In auto si prende la via Cassia bis (SS 2 bis, la cosiddetta Cassia Veientana) dal Grande Raccordo Anulare, uscita Cassia bis, e si prosegue fino a Monterosi, dove la superstrada si innesta sulla Cassia vera e propria che porta a Vetralla e poi alle porte della città: un'ora e un quarto dal Raccordo con traffico normale, un'ora e mezza il sabato mattina. Il treno è la linea regionale FL3: parte da Roma Ostiense, ferma a Trastevere, San Pietro e Valle Aurelia (interscambio con la metro A) e arriva a Viterbo Porta Romana e a Viterbo Porta Fiorentina; il biglietto Roma Ostiense-Viterbo costa 5 euro, le corse dirette sono all'incirca una all'ora nei feriali e il viaggio dura tra un'ora e quaranta e un'ora e cinquanta. Porta Fiorentina è la stazione comoda per il centro: si esce e si è già davanti alle mura, a cinque minuti a piedi da piazza della Rocca. Chi arriva in macchina lascia l'auto nei parcheggi lungo le mura (piazza Martiri d'Ungheria sotto il Sacrario, il Carmine, Porta Faul, la Rocca) perché il centro storico è quasi tutto a traffico limitato. Il Polo Monumentale del Colle del Duomo, in piazza San Lorenzo 8, riunisce in un solo biglietto il Palazzo dei Papi, la sagrestia della Cattedrale e il Museo del Colle del Duomo: intero 10 euro, ridotto 8, famiglia 25, gratuito sotto i 12 anni e per i residenti; da aprile a ottobre apre tutti i giorni dalle 10 alle 19, da novembre a marzo chiude il martedì e nei feriali fa orario spezzato 10-13 e 15-18, ultimo ingresso un'ora prima della chiusura. Il Palazzo dei Priori in piazza del Plebiscito 14, con il Museo dei Portici dove sono esposte le due tavole di Sebastiano del Piombo, costa 8 euro (ridotto 6) e nella stagione invernale chiude anch'esso il martedì. Il Museo Nazionale Etrusco di Rocca Albornoz, in piazza della Rocca 21b, apre dalle 8.30 alle 19.30 con ultimo ingresso alle 18.30, chiude il lunedì, intero 7 euro, ridotto 2 per i cittadini europei tra 18 e 25 anni, biglietto combinato con Villa Lante 12 euro. Per la sera del 3 settembre, quando cento facchini portano a spalla la Macchina di Santa Rosa, non serve alcun biglietto: serve arrivare presto. Per un accompagnatore che vi guidi tra papi, etruschi e terme in una giornata sola potete rivolgervi a TourLeaderPro.
Viterbo è una delle tappe della Via Francigena nel Lazio: chi arriva a piedi da Montefiascone entra in città da Porta Fiorentina, come i pellegrini medievali. Le altre mete della Tuscia sono nell'indice delle attrazioni turistiche di EstateRomana.

Perché Viterbo si chiama la città dei Papi
Il nome deriva quasi certamente dal latino Vetus Urbs, la città vecchia, e già questo dice molto di un luogo che ha sempre guardato indietro con orgoglio. Il centro storico di Viterbo è il più vasto nucleo medievale d'Europa fra quelli rimasti integri: un intero tessuto di case in peperino grigio, torri, profferli e piazze con fontane, chiuso da mura duecentesche lunghe quasi cinque chilometri e circondato dai quartieri moderni. L'appellativo di città dei Papi non è una trovata turistica. Fra il 1257 e il 1281 la curia pontificia risiedette stabilmente sul colle di San Lorenzo, nel palazzo costruito apposta per il pontefice, e in quel quarto di secolo Viterbo vide cinque conclavi, quattro elezioni e un'invenzione destinata a durare fino a oggi: il conclave stesso, nato dalla pazienza esaurita dei viterbesi nel 1271. Nel comune ha sede dal 1979 l'Università degli Studi della Tuscia, che tiene in città circa diecimila studenti e mantiene viva una vocazione culturale che i secoli barocchi avevano quasi spento.
La nostra opinione: Viterbo è la città medievale più sottovalutata dell'Italia centrale. Chi la visita in una giornata da Roma torna con la sensazione di aver scoperto una piccola Siena senza la folla di Siena. Il paragone regge per la pietra, per le piazze e per il fanatismo civico intorno a una festa di settembre.
Tradizioni e folclore a Viterbo: la Macchina di Santa Rosa
La Macchina di Santa Rosa è il motivo per cui il nome di Viterbo è arrivato all'UNESCO. Ogni anno, la sera del 3 settembre, una torre illuminata alta 30 metri e pesante 52 quintali viene sollevata e portata a spalla da cento uomini, i Facchini di Santa Rosa, per circa 1.200 metri di strade in salita, da Porta Romana fino al santuario della Santa sul lato opposto del centro. La città spegne le luci lungo il percorso e la Macchina avanza nel buio come una colonna di fuoco. Nel 2013 il trasporto è stato iscritto dall'UNESCO nella Lista del patrimonio culturale immateriale dell'umanità insieme alle altre grandi macchine a spalla italiane, i Gigli di Nola, la Varia di Palmi e i Candelieri di Sassari.
La tradizione risale al 4 settembre 1258, quando papa Alessandro IV, che risiedeva in città, guidò di persona la traslazione del corpo di Rosa dalla chiesa di Santa Maria in Poggio al monastero delle Clarisse che porta il suo nome. Da quella processione con le torce nacque il rito, che nei secoli si è trasformato da baldacchino a macchina barocca, da torre ottocentesca a struttura contemporanea. Dal 2024 la Macchina in uso si chiama Dies Natalis, disegnata da Raffaele Ascenzi, e segna un ritorno alle scenografie dell'Ottocento con la croce al culmine invece della statua della Santa; ha sostituito Gloria, la macchina di Ascenzi e Luigi Vetrani che aveva percorso le vie di Viterbo dal 2015 al 2023. Il posto più ambito sotto la struttura è quello dei ciuffi, i facchini che portano il peso direttamente sulla nuca con un cuscino di cuoio: sono 63 sui cento e il comando storico che apre ogni sollevata, «Facchini di Santa Rosa, sotto col ciuffo e fermi», è la frase che ogni viterbese conosce a memoria.
Un consiglio da chi l'ha vista da tutte le angolazioni: la salita finale di via Santa Rosa, dove i facchini prendono la rincorsa e portano la Macchina in cima di corsa, è il momento più teatrale e anche il più affollato; chi arriva alle 18 trova posto, chi arriva alle 20 vede le spalle degli altri. Il Museo della Macchina di Santa Rosa, nella sede del Sodalizio dei Facchini in via San Pellegrino, conserva i modelli delle macchine precedenti e permette di capire la struttura in ferro e vetroresina che dal vivo, la notte del 3 settembre, sembra fatta di luce.

Il territorio di Viterbo: Cimini, Palanzana e il fosso nascosto
Viterbo si distende a 326 metri sul livello del mare su un ampio falsopiano che scende dalle prime pendici settentrionali del monte Palanzana, che i viterbesi chiamano semplicemente la Palanzana, un rilievo di 802 metri del gruppo dei Monti Cimini. I Cimini sono vulcani spenti: la caldera principale ospita il lago di Vico, e dal loro magma vengono il peperino grigio con cui è costruita tutta Viterbo e i tufi rossi delle forre. Il comune misura 406,23 chilometri quadrati, il secondo del Lazio per superficie, e verso ovest il falsopiano si apre lentamente sulla pianura maremmana e sul mare di Tarquinia. La città è attraversata per tutta la lunghezza, da est a ovest, dal fosso Urcionio, che fino ai primi decenni del Novecento scorreva a cielo aperto e oggi corre quasi interamente sotto le strade del centro: quando piove forte lo si sente ancora, sotto piazza delle Erbe.
La provincia di Viterbo è una delle più ricche del Lazio per chi ama i luoghi fuori mano, e chi ha già visitato Soriano nel Cimino o il Parco dei Mostri di Bomarzo lo sa: il borgo di Chia con la torre di Pasolini, Civita di Bagnoregio sul suo sperone di argilla, Calcata con l'Opera Bosco, i giardini di Villa Lante a Bagnaia, il castello Ruspoli a Vignanello, il Palazzo Farnese a Caprarola. A Civitella d'Agliano lo scultore svizzero Paul Wiedmer ha comprato nel 1997 un'intera vallata e l'ha trasformata nella Serpara, un giardino-atelier con oltre quaranta installazioni e sculture che si fondono nella vegetazione, aperto al pubblico solo in alcune giornate dell'anno annunciate dall'artista.

Che cosa vedere a Viterbo: il colle del Duomo
Il Palazzo dei Papi di Viterbo e la Loggia
Tutto comincia in piazza San Lorenzo, sul colle dove sorgeva il castrum longobardo e dove la curia si trasferì a metà Duecento. Il Palazzo dei Papi fu costruito fra il 1255 e il 1266 per volontà del capitano del popolo Raniero Gatti, per dare al pontefice una residenza difendibile a fianco della cattedrale. La facciata è un blocco severo di peperino con una scalinata che sale alla grande sala; sul fianco destro si apre la celebre Loggia, del 1267, formata su un solo lato da sette archi acuti sorretti da esili colonnine binate che si intrecciano in alto in una trabeazione traforata, leggera come un merletto. L'altro lato della loggia crollò nel Trecento e non fu mai ricostruito, e questo è il motivo per cui oggi il vento la attraversa: dietro, il panorama sulla valle di Faul e sul quartiere di Pianoscarano è il primo colpo d'occhio che consiglio a chiunque arrivi in città. Al centro della loggia una fontana del Quattrocento con i leoni e la palma, lo stemma di Viterbo.
Dalla loggia si entra nella Sala del Conclave, l'ambiente più grande del palazzo, con le finestre bifore verso la città. Qui, fra il 1268 e il 1271, i cardinali furono chiusi a chiave, razionati a pane e acqua e infine privati del tetto finché non elessero Gregorio X: la storia la racconto più avanti, ma davanti a quelle pareti spoglie il fatto si capisce meglio che in qualunque libro. La visita del Polo Monumentale comprende anche gli ambienti interni con affreschi cinquecenteschi e, in alcune giornate speciali, le scuderie del palazzo.
La Cattedrale di San Lorenzo a Viterbo
Accanto al palazzo sorge il Duomo, dedicato a san Lorenzo. Fu eretto in forme romaniche nel corso del XII secolo sul terreno di una piccola chiesa dell'VIII secolo intitolata allo stesso santo, che a sua volta era stata costruita, secondo la tradizione, sulle rovine di un tempio pagano di Ercole. La facciata invece è rinascimentale: fu rifatta nel 1570 per volontà del cardinale Giovanni Francesco Gambara, il vescovo di Viterbo che negli stessi anni faceva costruire Villa Lante a Bagnaia. Il campanile trecentesco è la cosa più bella dell'esterno: nella parte alta è segnato da ordini di doppie bifore e da fasce orizzontali di pietra chiara e scura, un gusto toscano che a Viterbo non ha eguali.
La Cattedrale di Viterbo ha subito danni gravissimi nel bombardamento alleato del 1944, che colpì proprio il colle del Duomo. Il restauro del dopoguerra scelse di eliminare gran parte dei rimaneggiamenti barocchi e di restituire l'impianto romanico: tre navate separate da due file di colonne con capitelli eleganti, ciascuno diverso dall'altro, e il pavimento cosmatesco a tarsie di porfido e serpentino. Nella zona absidale della navata sinistra è il sepolcro di papa Giovanni XXI, il portoghese Pietro Ispano, medico e filosofo, morto a Viterbo nel 1277 sotto il crollo del soffitto dello studio che si era fatto costruire nel palazzo: Dante lo mette in Paradiso, unico papa del suo tempo a meritarselo. Poco distante la Madonna della Carbonara, tavola del XII secolo di stile bizantino, che è la pittura più antica della città. Nella chiesa fu sepolto anche papa Alessandro IV, morto nel 1261, ma la sua tomba fu spostata in luogo segreto, forse per sottrarla ai nemici, più probabilmente durante i lavori cinquecenteschi, e non è mai stata ritrovata. Il Museo del Colle del Duomo, aperto nel 2000 accanto alla Cattedrale, conserva il tesoro con reliquiari, oreficerie e la sezione archeologica sugli scavi del colle.

Le chiese di Viterbo, una per una
Santa Maria Nuova e il pulpito di san Tommaso
Santa Maria Nuova è una delle chiese più antiche di Viterbo: un documento di donazione la attesta già prima del 1080. Sorge sul luogo dove la tradizione colloca un tempio di Giove, e sopra il portale sporge una testa marmorea barbuta che per secoli i viterbesi hanno creduto di Cristo e che gli studiosi ritengono un Giove romano. In un angolo esterno dell'edificio, sull'angolo sinistro, resta un piccolo pulpito esagonale in pietra al quale si accedeva con una scala di legno: la tradizione vuole che da lì abbia predicato nel 1266 san Tommaso d'Aquino, chiamato a Viterbo da papa Clemente IV. Le dimensioni ridottissime del pulpito mal si conciliano con la mole del santo domenicano, e il ciclo di prediche si tenne con ogni probabilità all'interno; ma il pulpito è autentico e la lapide che lo ricorda è una delle poche a Viterbo che nomina un filosofo.
All'interno la chiesa custodisce una raccolta di pittura viterbese dal XIV al XVI secolo: affreschi del Balletta, del Quattrocento, e una Crocifissione attribuita a Matteo Giovannetti, il pittore che intorno al 1340 lavorò per i papi di Avignone. In fondo alla navata sinistra il trittico del Salvatore, dipinto su cuoio, con il Cristo benedicente fra la Vergine e san Giovanni: opera di scuola romana del XIII secolo, rinvenuta secondo la tradizione nel 1283. Le navate laterali hanno un soffitto a capriate lignee decorato da formelle di ceramica, un dettaglio che si nota solo alzando la testa. Nel Battistero l'affresco con i santi Giovanni Battista, Girolamo e Lorenzo è di Antonio del Massaro da Viterbo, detto il Pastura, il pittore viterbese dell'inizio del Cinquecento che guarda ad Antoniazzo Romano e al Perugino. A un lato dell'altare maggiore si scende nella cripta paleocristiana. Una scala all'esterno dell'abside conduce infine al chiostro cosiddetto longobardo, di età altomedievale, riscoperto nel 1954 dopo il crollo di un'ala del refettorio e restaurato fino agli anni Ottanta: fino ad allora nessun documento ne suggeriva l'esistenza, e per me resta l'angolo più silenzioso di tutta Viterbo.
San Silvestro, la chiesa del delitto di Viterbo
La chiesa di San Silvestro, oggi del Gesù, in piazza del Gesù, è un edificio romanico piccolo e antichissimo. Il 13 marzo 1271, mentre il corteo funebre di Luigi IX di Francia sostava in città e la curia era ancora riunita per il conclave, il principe inglese Enrico di Cornovaglia, nipote del re Enrico III, fu assalito durante la messa dai cugini Guido e Simone di Montfort, che vendicavano il padre e il fratello uccisi a Evesham. Enrico si aggrappò all'altare e fu trucidato lo stesso. L'Europa intera ne fu sconvolta: Dante ricorda il fatto nel canto XII dell'Inferno, dove Guido di Montfort, immerso nel sangue bollente, è colui che «fesse in grembo a Dio lo cor che 'n su Tamisi ancor si cola», perché il cuore del principe, secondo Giovanni Villani, fu portato a Londra e posto in un'urna dorata su una colonna del ponte.
L'abbazia di San Martino al Cimino
L'abbazia di San Martino al Cimino, nella frazione omonima a sud della città, è il primo esempio di gotico cistercense nel Lazio dopo Fossanova e Casamari: navata altissima, pilastri a fascio, rosone e due torri di facciata che sembrano francesi. Ne parlo nel capitolo dedicato alle frazioni di Viterbo.

La Basilica della Madonna della Quercia
A due chilometri dalle mura, nella frazione di La Quercia lungo la strada per Bagnaia, la Basilica della Madonna della Quercia è uno degli edifici rinascimentali più notevoli dell'Italia centrale e fu il primo monumento nazionale della provincia. Nacque intorno a una tegola dipinta con la Madonna, appesa a una quercia da un vasaio viterbese nel Quattrocento e creduta miracolosa: da lì, dal 1470, i domenicani costruirono chiesa e convento. Sulla facciata, rivestita di peperino, tre lunette in terracotta invetriata di Andrea della Robbia; all'interno il soffitto a cassettoni della navata centrale, dorato, su disegno di Antonio da Sangallo il Giovane, il tempietto marmoreo di Andrea Bregno che racchiude l'immagine sacra e, nel refettorio del convento, l'Ultima Cena di fra Bartolomeo della Porta. Ha il rango di basilica minore. Il chiostro con il pozzo e i cipressi è gratuito e quasi sempre deserto: se dovete scegliere una sola chiesa fuori le mura, è questa.
Le altre chiese di Viterbo che meritano una sosta
Il centro di Viterbo ha decine di chiese medievali, e ciascuna di queste vale almeno dieci minuti. La Basilica di San Francesco alla Rocca, gotica, accanto a piazza della Rocca, custodisce le tombe di due papi morti a Viterbo, Clemente IV e Adriano V, quest'ultimo con un monumento attribuito ad Arnolfo di Cambio; la chiesa fu sventrata dalle bombe del 1944 e ricostruita. Sant'Angelo in Spatha, in piazza del Plebiscito, conserva sulla facciata la copia del sarcofago romano detto della Bella Galliana, la fanciulla viterbese della leggenda. Il santuario di Santa Rosa, in cima a via Santa Rosa, ricostruito nell'Ottocento, custodisce il corpo incorrotto della patrona nella cappella a sinistra, con la Casa di Santa Rosa a fianco. Sant'Egidio e Santa Maria del Suffragio sono in via Cavour; San Sisto, dentro Porta Romana, è la chiesa più antica di Viterbo insieme a Santa Maria Nuova, con il presbiterio rialzato su una scalinata e il campanile che era una torre delle mura. Santa Maria della Verità, fuori Porta della Verità, ha la cappella Mazzatosta affrescata nel 1469 da Lorenzo da Viterbo, un capolavoro del Quattrocento laziale ricomposto pezzo a pezzo dopo il bombardamento del 1944; accanto, l'ex convento è il Museo Civico. Sant'Andrea, a Pianoscarano, romanica con tre absidi; la Santissima Trinità, degli agostiniani, con il chiostro e la biblioteca del cardinale Egidio da Viterbo; San Giovanni in Zoccoli, del 1037, con il polittico del Balletta e la facciata dalla quale la tradizione fa affacciare i viterbesi durante l'assedio di Federico II.

Viterbo medievale: San Pellegrino, le piazze e le fontane
Il quartiere di San Pellegrino
Poco distante da piazza del Duomo si estende il quartiere di San Pellegrino, il più integro nucleo duecentesco della città e la ragione per cui Viterbo compare in tanti film in costume. Le case sono in peperino scuro, con il profferlo, la scala esterna in pietra tipica dell'architettura viterbese che sale a un pianerottolo coperto; le strade passano sotto archi e volte, i cosiddetti richiastri, cortiletti chiusi su cui si affacciano più abitazioni. Piazza San Pellegrino, con il palazzo degli Alessandri del Duecento e la chiesetta omonima, è il punto giusto per capire la differenza fra torre e casa-torre: la torre degli Alessandri era una fortezza familiare, come quelle di San Gimignano. Nella stessa via ha sede il Sodalizio dei Facchini di Santa Rosa con il suo museo.
Piazza del Plebiscito e il Palazzo dei Priori di Viterbo
Piazza del Plebiscito, che i viterbesi chiamano piazza del Comune, è il centro civile dal Quattrocento: qui hanno sede il Municipio e la Prefettura. Il Palazzo dei Priori, iniziato nel 1460 come residenza del governatore pontificio e sede dei Priori dal 1510, ha un cortile con loggia aperto sulla valle di Faul e, ai piani nobili, le sale affrescate che si visitano con il biglietto: la cappella palatina con gli affreschi di Filippo Cavarozzi e Marzio Ganassini, la sala della Madonna, la Sala Regia con i castelli del territorio viterbese dipinti a fine Cinquecento da Baldassarre Croce, la sala del Consiglio ancora in uso, la sala del Paesaggio e la sala dell'Aurora. Davanti, il palazzo del Podestà con la torre dell'orologio, e la chiesa di Sant'Angelo in Spatha.
Il Corso, Santa Rosa e la Casa della Santa
Corso Italia, per tutti semplicemente il Corso, è la via dello struscio: parte da piazza delle Erbe e sbocca in piazza Verdi davanti al Teatro dell'Unione. Da lì, in cima alla salita di via Santa Rosa, sorge il santuario della patrona, costruito su una piccola altura accanto alla cosiddetta Casa di Santa Rosa, la modesta abitazione dove la ragazza visse i suoi diciotto anni e dove ancora si entra. Nel santuario si venera il corpo della Santa, ed è qui che si conclude, la notte del 3 settembre, il trasporto della Macchina.
Le piazze e le fontane di Viterbo
Viterbo è la città delle fontane a fuso, con la vasca a più ordini che si restringe verso l'alto: ce ne sono più di venti. Piazza Fontana Grande ha la più grande e antica, iniziata nel 1206 e completata nel 1279, a croce greca. Piazza della Rocca ha la fontana cinquecentesca attribuita al Vignola, davanti alla Rocca Albornoz; piazza delle Erbe la fontana del Leone, ricostruita nell'Ottocento; piazza della Morte, dal nome della confraternita che seppelliva i poveri, una fontana duecentesca all'ombra di un platano e il loggiato che scende verso il ponte del Duomo. Sulla valle di Faul, vicino a Porta Faul, si alza la torre di Branca detta della Bella Galliana, e tutt'intorno corrono le mura medievali, iniziate alla fine dell'XI secolo e completate nel Duecento, con le due porte principali, Porta Romana verso sud e Porta Fiorentina verso nord, e altre sette porte minori.

Le frazioni di Viterbo: Bagnaia e San Martino al Cimino
Villa Lante a Bagnaia
Nella frazione di Bagnaia, a cinque chilometri a est, Villa Lante è il giardino manierista più perfetto d'Italia, e non è un giudizio isolato: il critico inglese Sacheverell Sitwell lo definì uno dei luoghi più belli del mondo. Fu iniziato dal 1568 dal cardinale Giovanni Francesco Gambara, il vescovo della facciata del Duomo, su un progetto attribuito al Vignola, e completato dal cardinale Alessandro Peretti Montalto. La trovata è che la villa quasi non esiste: due palazzine gemelle piccole, e in mezzo un giardino all'italiana che scende per terrazze con la catena d'acqua, la fontana dei Giganti, la tavola del cardinale con l'acqua che scorre nel canale centrale per rinfrescare il vino, la fontana dei Mori di Giambologna. Il biglietto combinato con il Museo Nazionale Etrusco costa 12 euro.

San Martino al Cimino e Donna Olimpia
La frazione di San Martino al Cimino, sulle pendici dei Cimini a sette chilometri a sud, è un caso unico di urbanistica seicentesca. Il borgo fu ridisegnato nella prima metà del Seicento per volontà di Donna Olimpia Maidalchini, viterbese, cognata di papa Innocenzo X Pamphilj e per dieci anni la donna più potente di Roma, che ne ottenne il feudo con il titolo di principessa e chiamò a lavorarvi architetti di primo rango: fra i nomi ricorrenti negli studi c'è quello di Francesco Borromini, la cui presenza è attestata almeno per il palazzo. Il risultato è un impianto a fuso, con due file di case a schiera uniformi che si allargano dall'abbazia verso la porta, un esperimento di edilizia popolare pianificata due secoli prima che l'idea avesse un nome. L'abbazia cistercense, consacrata nel 1225 e legata a Pontigny, ha la facciata con le due torri campanarie aggiunte dalla stessa Donna Olimpia, e all'interno la navata gotica in pietra grigia con la lastra tombale della principessa, morta di peste a San Martino nel 1657. Il Palazzo Doria Pamphilj, ex convento, è l'altro pezzo del complesso. Le frazioni del comune di Viterbo sono anche La Quercia, Tobia, Fastello, Grotte Santo Stefano, Montecalvello, Monterazzano, Ponte di Cetti, Roccalvecce, Sant'Angelo di Roccalvecce, il paese dei murales delle fiabe, e Vallebona.

Viterbo sotterranea
Sotto il centro storico corre una rete di gallerie scavate nel tufo e nel peperino che mette in comunicazione gran parte degli edifici: cunicoli, cisterne, camminamenti, in parte allagati, dove non è raro incontrare reperti etruschi e medievali. Nate come cave e come condotti idrici, le gallerie sono servite per secoli da cantine e, nella seconda guerra mondiale, da rifugio antiaereo per la popolazione durante i bombardamenti del 1943-44 che devastarono la città. Un tratto è visitabile con il percorso di Viterbo Sotterranea, con partenza da piazza della Morte, su prenotazione: il freddo costante e l'umidità sono la migliore introduzione alla geologia vulcanica su cui Viterbo è costruita.
I musei di Viterbo
Il Museo Civico Luigi Rossi Danielli e il Museo dei Portici
Il Museo Civico di Viterbo, inaugurato nel 1912 e ospitato dal 1955 nell'ex convento di Santa Maria della Verità in piazza Crispi, riaperto dopo lunghi lavori nel 1994 e nel 2014, è intitolato a Luigi Rossi Danielli, l'archeologo viterbese che scavò Ferento. Al piano terra circa mille reperti etruschi e romani da Ferento, Musarna e Acquarossa, con i sarcofagi; al primo piano la pinacoteca dal XII al XIX secolo, con le terrecotte invetriate della bottega di Andrea della Robbia, Cesare Nebbia, Salvator Rosa e le copie degli affreschi perduti di Benozzo Gozzoli in Santa Rosa; al secondo piano gli oggetti storici, fra cui 56 bozzetti delle Macchine di Santa Rosa e i vasi di farmacia dei secoli XVII e XVIII. La grande pala del Presepe del Pastura, l'allievo prediletto del Pinturicchio, è il pezzo viterbese più importante della pinacoteca.
Le due tavole di Sebastiano del Piombo, che per decenni sono state il vanto della sede di Santa Maria della Verità, sono oggi esposte nel Museo dei Portici, la sezione del Museo Civico allestita nel Palazzo dei Priori: la Pietà, dipinta per la cappella Botonti in San Francesco alla Rocca nel secondo decennio del Cinquecento su disegno di Michelangelo, con la Madonna che leva gli occhi al cielo notturno e il Cristo disteso ai suoi piedi, e la Flagellazione, del 1525 circa, replica della cappella Borgherini a San Pietro in Montorio. La Pietà è, con distacco, l'opera d'arte più importante di Viterbo: il paesaggio notturno dietro le figure è uno dei primi notturni della pittura italiana, e il volto della Vergine ha una severità che Michelangelo avrebbe voluto per sé. Le date del Museo Civico e del Museo dei Portici vanno controllate sul sito del gestore prima della visita: la sede di Santa Maria della Verità ha chiuso a più riprese per lavori negli ultimi anni e l'ordinamento delle sale cambia.
Il Museo Nazionale Etrusco di Rocca Albornoz a Viterbo
La Rocca Albornoz, in cima a piazza della Rocca, fu costruita dal 1354 dal cardinale spagnolo Egidio Albornoz, il vicario che riconquistò lo Stato della Chiesa durante l'esilio avignonese. Giulio II ne affidò la trasformazione da fortezza a palazzo a Bramante, con il cortile rinascimentale, e Paolo III completò i lavori. Dal 1986 ospita il Museo Nazionale Etrusco, erede del Museo Archeologico: il pezzo che nessun altro museo può offrire è la ricostruzione a grandezza naturale delle case etrusche di Acquarossa, con i tetti di terracotta dipinta rimontati con le lastre originali del VI secolo a.C., che rende comprensibile in dieci minuti come si viveva in una città etrusca. Ci sono poi il mosaico con iscrizione etrusca da Musarna, la biga in bronzo da Ischia di Castro, i corredi dalle necropoli della Tuscia interna. Sette euro, chiuso il lunedì, e la sala di Acquarossa da sola giustifica il biglietto.
Gli altri musei di Viterbo
Il Museo della Ceramica della Tuscia, in via Cavour nel Palazzo Brugiotti, aperto dal 1996, espone maioliche medievali e rinascimentali della produzione viterbese, con i pezzi recuperati dai butti, i pozzi di scarico delle case. Il Museo del Colle del Duomo, del 2000, è compreso nel biglietto del Polo Monumentale. Il Museo della Macchina di Santa Rosa, in via San Pellegrino, è nella sede del Sodalizio dei Facchini. Il Museo Rosa Venerini, presso il convento delle Maestre Pie in piazza San Carluccio, è dedicato alla santa viterbese del Seicento che fondò le prime scuole femminili gratuite d'Italia.
I siti archeologici di Viterbo
Ferento
A sei chilometri dal centro sulla strada Teverina, Ferento è la città romana e medievale erede della Acquarossa etrusca. Il teatro augusteo, in peperino, con il fronte scena a arcate ancora in piedi, è tra i meglio conservati del Lazio e ogni estate ospita una stagione di prosa e musica. Intorno restano il decumano basolato, le terme, i resti della città medievale che Viterbo rase al suolo nel 1172. Ferento fu la patria dell'imperatore Otone, e della città il Museo Civico conserva le statue delle Muse trovate nel teatro. Gli scavi svedesi nella vicina Acquarossa, dal 1966, videro partecipare di persona il re archeologo Gustavo VI Adolfo di Svezia, che ogni primavera scendeva in Tuscia con la cazzuola: senza quelle campagne il museo della Rocca non avrebbe le sue case etrusche.

La necropoli di Castel d'Asso
Fuori dal centro ma nel territorio comunale, verso ovest, la necropoli rupestre di Castel d'Asso fu la prima delle necropoli della Tuscia a essere scoperta e studiata, all'inizio dell'Ottocento, e si suppone fosse la più vasta. Le tombe a dado del IV-III secolo a.C. sono scolpite nella parete di tufo lungo il fosso, con le false porte e le iscrizioni dei nomi delle famiglie; sopra, i ruderi del castello medievale. Si visita liberamente, con scarpe adatte, ed è il posto giusto per capire che cosa vuol dire necropoli rupestre prima di andare a Norchia.
Norchia, Musarna e Acquarossa
La necropoli di Norchia, monumentale, con le facciate a tempio scolpite nella roccia, è nel comune di Vetralla: si raggiunge dalla statale Aurelia bis in direzione Tarquinia e resta la più spettacolare dell'Etruria rupestre. Musarna, città etrusca e romana scavata dal Novecento dall'École française de Rome, e Acquarossa, distrutta intorno al 550-500 a.C. e mai più ricostruita, sono i due siti che hanno riempito le vetrine dei musei di Viterbo: sul terreno restano poco più che tracce, ed è meglio vederli attraverso i reperti.
Le aree naturali e le terme di Viterbo
Il Bullicame e le Terme dei Papi
A ovest della città, verso Tuscania, il Bullicame è una sorgente di acqua sulfurea che sgorga a circa 58 gradi da una pozza ribollente e alimenta da secoli lo stabilimento delle Terme dei Papi e diverse pozze libere lungo la strada, anche se la portata negli ultimi decenni si è ridotta. Dante lo cita nel canto XIV dell'Inferno per descrivere il Flegetonte: «Quale del Bulicame esce ruscello che parton poi tra lor le peccatrici», con un riferimento alle prostitute che a Viterbo avevano le loro case lungo il rio. Papa Niccolò V fece costruire nel 1454 dal Rossellino un palazzo termale nella zona, quasi del tutto perduto, per curarsi; da lì viene il nome delle Terme dei Papi, che hanno una piscina monumentale di oltre duemila metri quadrati aperta tutti i giorni tranne il martedì, il sabato fino a notte fonda, con prezzi da consultare sul sito ufficiale dello stabilimento. Le pozze gratuite più note sono le Piscine Carletti, sulla strada Tuscanese: vasche di calcare bianco nel prato, acqua fumante d'inverno, ambiente spartano e frequentazione da tutta la provincia.

La Riserva Naturale Valle dell'Arcionello
La Riserva Naturale Regionale Valle dell'Arcionello, 438 ettari, comincia quasi dalle mura e sale fino alla vetta della Palanzana, a 802 metri, seguendo la gola del fosso Urcionio. È interessante per geologi e botanici per il fenomeno dell'inversione vegetazionale: nel fondo della forra, freddo e umido, crescono i faggi, che di norma crescono sopra i mille metri, mentre il leccio, pianta di clima caldo, occupa le creste esposte al sole. Ci sono resti etruschi e medievali lungo i sentieri e, in cima, la vista su tutta la Tuscia fino al lago di Bolsena.

Prato Giardino
Prato Giardino è il parco principale di Viterbo, appena fuori Porta Fiorentina fra via della Palazzina e via del Pilastro, circa quattro ettari con i viali di platani e il laghetto con oche e anatre all'ingresso principale. Lungo i viali i busti di Vittorio Emanuele II, Giuseppe Garibaldi, Amedeo di Savoia duca d'Aosta, Giuseppe Mazzini e del musicista viterbese Cesare Dobici. È il posto per far correre i bambini dopo il Museo Etrusco, che è a duecento metri.
La storia di Viterbo
Le origini di Viterbo: etruschi, Ercole e i longobardi
Nel territorio di Viterbo ci sono tracce di insediamenti neolitici ed eneolitici della cultura di Rinaldone. Le presenze etrusche in città sono poche, quasi tutte nel sottosuolo: l'insediamento sul colle del Duomo, che qualcuno identifica con la Surina o Surna delle fonti, non raggiunse probabilmente lo stato di vicus e fu un avamposto della lucumonia di Tarquinia, mentre i veri centri etruschi della zona erano Musarna e Acquarossa, poi rinata a poca distanza come Ferento. Le teorie del frate Annio da Viterbo, l'erudito quattrocentesco autore del monumentale falso storico noto come Antiquitatum Variarum, immaginarono qui una tetrapoli etrusca dal nome FAVL, acronimo di quattro città (Fanum, Arbanum, Vetulonia, Longula): invenzione pura, ma tanto fortunata che il nome è rimasto alla valle e alla porta di Faul. Dopo la conquista romana sorse con ogni probabilità un insediamento militare, il Castrum Herculis, dal tempio che si riteneva dedicato all'eroe: da Ercole viene il leone, simbolo di Viterbo. La via Cassia passava vicino, con una stazione ad Aquae Passeris nell'area termale a ovest, e solo nel medioevo, con l'ascesa politica della città, la strada entrò dentro le mura.
Le notizie certe cominciano con i longobardi: un castrum di confine fra i loro possessi nella Tuscia e il ducato bizantino di Roma. Il colle di San Lorenzo compare nella donazione di Sutri fra le terre che Liutprando promette alla Chiesa nel 729 e fu fortificato nel 773 da Desiderio nell'ultima fase della sua contesa con Carlo Magno. Un documento papale dell'852 riconosce il Castrum Viterbii fra le Terre di San Pietro, e Ottone I lo annovera fra i possedimenti della Chiesa.
Viterbo libero comune e la lotta con Federico II
Nell'XI secolo la crescita demografica fece nascere borghi fuori dal castrum e, intorno al 1090, un primo tratto di mura; nel 1099 la scelta dei primi consoli segna il passaggio alle istituzioni comunali. Nel XII secolo Viterbo, libero comune, si assicurò numerosi castelli, e la protezione di Federico Barbarossa, presente in città nel 1162, diede legittimità alla sua espansione. Nel 1172 i viterbesi distrussero Ferento e ne aggiunsero il simbolo, la palma, al leone: lo stemma attuale, un leone accollato a una palma, ricorda quella vittoria. Intorno al 1190 assediarono Corneto, l'odierna Tarquinia, e l'esercito viterbese seguì l'imperatore nell'attacco a Roma. Il districtus crebbe, e nel 1192 la città ottenne la cattedra vescovile a spese di Tuscania, che fino ad allora era stata il centro religioso della Tuscia romana.
All'inizio del Duecento Viterbo entrò nell'orbita papale e nel 1207 ospitò il parlamento degli stati della Chiesa voluto da Innocenzo III. Ma le grandi famiglie insofferenti del dominio pontificio invocarono Federico II, e fino al 1250 la città fu spaccata fra i guelfi Gatti e i ghibellini Tignosi. In quel clima visse Rosa, la figlia più illustre di Viterbo, nata nel 1233 e morta nel 1251 a diciotto anni: ragazza del popolo, terziaria francescana, predicò per le strade contro gli eretici e contro i ghibellini, fu esiliata a Soriano e tornò dopo la morte dell'imperatore. La tradizione le attribuisce il coraggio che animò i viterbesi durante l'assedio del 1243, quando Federico II in persona pose il campo davanti alle mura e fu respinto dopo settimane di combattimenti, con la difesa organizzata dal cardinale viterbese Raniero Capocci, storico e nemico giurato dell'imperatore. Quella vittoria fissò per sempre la politica filopapale: i Gatti monopolizzarono le cariche e i pontefici, in cerca di una sede sicura fuori dalla Roma dei baroni, scelsero Viterbo.
Il conclave di Viterbo e la nascita del conclave
L'episodio che portò Viterbo sulla scena mondiale fu l'elezione del 1268-1271. Alla morte di Clemente IV, i cardinali riuniti nel palazzo non riuscivano a trovare un nome da quasi tre anni, divisi fra il partito francese di Carlo d'Angiò e quello italiano. Nel 1270 il capitano del popolo Raniero Gatti, stanco del costo della curia in città, prese una decisione drastica: chiuse i cardinali a chiave nella sala, clausi cum clave, li mise a pane e acqua e infine fece scoperchiare il tetto, lasciandoli alle intemperie finché non avessero deciso. La tradizione aggiunge le rampogne di san Bonaventura da Bagnoregio, che li rimproverava dal pulpito. Nel settembre 1271 i cardinali scelsero Tedaldo Visconti, arcidiacono di Liegi, un piacentino che non era nemmeno prete e in quel momento si trovava ad Acri, in Terra Santa, con la crociata di Edoardo d'Inghilterra. Il nuovo papa, Gregorio X, giudicò che il metodo avesse funzionato e con la costituzione Ubi periculum, approvata al secondo concilio di Lione nel 1274, stabilì che tutte le elezioni future avvenissero in una sede chiusa a chiave: era nato il conclave, e la parola stessa viene da quella sala.
Dal 1261 al 1281 Viterbo ospitò cinque conclavi. Nell'ultimo il popolo, sobillato da Carlo d'Angiò, irruppe nella sala e gettò in carcere il cardinale Matteo Rosso Orsini, protodiacono, per costringere gli Orsini a cedere. Ne uscì eletto il francese Simon de Brion, come Carlo voleva, con il nome di Martino IV: e il nuovo papa, invece di ringraziare, lanciò sulla città l'interdetto, la lasciò in fretta con tutta la corte e andò a Orvieto. Con quello sgarbo finì l'età d'oro di Viterbo. I papi non tornarono più a risiedere in città, ma vi soggiornarono a lungo: Urbano V per alcuni mesi fra il 1367 e il 1370, durante il tentativo fallito di riportare la sede da Avignone a Roma; Niccolò V, che nel 1454 fece costruire dal Rossellino il palazzo termale al Bullicame per curare i suoi malanni; Giulio II, spesso ospite degli agostiniani nel primo decennio del Cinquecento per l'amicizia con Egidio da Viterbo; Leone X, che veniva a caccia nei boschi dei Cimini.
Durante la presenza stabile della curia la città aveva toccato il massimo splendore, economico, perché era sulla Cassia e sulla Francigena, e architettonico, con i palazzi pubblici, le torri e le chiese in cui il romanico cedeva al gotico che i cistercensi avevano introdotto in Tuscia con l'abbazia di San Martino al Cimino. L'esilio avignonese portò decadenza e nuove lotte interne; la ricostituzione del Patrimonio di San Pietro da parte del cardinale Albornoz, che a Viterbo costruì la Rocca, non impedì ai Gatti e ai prefetti di Vico di imporsi con istituzioni ormai signorili.
Il Cinquecento di Viterbo: Egidio, Pole e Vittoria Colonna
Nei primi decenni del Cinquecento Viterbo tornò a ospitare spesso i papi, da Giulio II a Leone X, grazie al cardinale agostiniano Egidio da Viterbo, umanista, ebraista e predicatore, uno degli uomini più colti del suo tempo. A metà secolo la città visse una breve stagione di fervore spirituale intorno al cardinale inglese Reginald Pole, governatore del Patrimonio dal 1541, che riuniva a Viterbo un circolo di riformatori cattolici, la cosiddetta Ecclesia Viterbiensis, di cui faceva parte la marchesa Vittoria Colonna, ritiratasi nel convento di Santa Caterina; la tradizione vuole che Michelangelo, legato alla Colonna da un'amicizia profondissima, sia venuto a trovarla qui. Dal Duecento al Cinquecento la città ebbe una comunità ebraica, fino al decreto di espulsione di Pio V del 1569.

Viterbo in età moderna: francesi, garibaldini, provincia
Dalla fine del Cinquecento Viterbo seguì le sorti dello Stato della Chiesa e perse del tutto la vocazione internazionale del basso medioevo: due secoli di scarsa vitalità, con qualche cantiere barocco e molta quiete. Nel 1798 fu occupata dalle truppe francesi del generale Championnet, intervenuto a difesa della Repubblica romana; in novembre, quando l'austriaco Mack e Ferdinando IV di Borbone entrarono in Roma, la città si ribellò e imprigionò la guarnigione francese. Cacciati i napoletani poco dopo, Viterbo fu attaccata dal generale Kellermann e dovette arrendersi, dopo che questi aveva sconfitto nei dintorni i seimila uomini dell'émigré Roger de Damas. Nel 1867 la colonna garibaldina Acerbi passò di qui nella sfortunata campagna dell'Agro romano, finita a Mentana il 3 novembre con la sconfitta di Garibaldi per mano di pontifici e francesi. Il 12 settembre 1870, otto giorni prima di Porta Pia, le truppe italiane in marcia verso Roma entrarono a Viterbo.
Con l'unità, quasi tutto il Lazio fu aggregato alla provincia di Roma e Viterbo perse il rango di capoluogo, che le fu restituito solo nel 1927 con il riordino delle circoscrizioni voluto da Mussolini. Anche Civitavecchia aspirava alla provincia; Viterbo la spuntò e, per fare numero, inglobò come frazioni i comuni fino ad allora autonomi di Bagnaia, San Martino al Cimino, Grotte Santo Stefano e altri piccoli centri. Dopo l'8 settembre 1943 la città fu occupata dalla 3ª Panzergrenadier-Division in movimento verso Roma e divenne sede di comando tedesco: per questo l'aviazione alleata la bombardò ripetutamente, e l'incursione del 17 gennaio 1944 uccise centinaia di civili e distrusse vaste zone del centro storico, compreso il colle del Duomo. Nel 1962 Viterbo è stata insignita della Medaglia d'argento al Valor Civile per quei caduti e per quelle rovine.
Lo stemma e i simboli di Viterbo
Lo stemma civico, riconosciuto con decreto del 19 luglio 1929, è blasonato così: «d'azzurro, al leone leopardito coronato d'oro sopra pianura di verde, accollato ad una palma fruttata di rosso, al naturale, tenente con la branca anteriore destra una bandiera bifida rossa, alla croce d'argento, cantonata di quattro chiavi d'argento, poste in palo, con l'ingegno all'insù ed astato di verde». Il leone è Ercole, la palma è Ferento, la bandiera con le chiavi è la fedeltà alla Chiesa: tre secoli di storia in un disegno.
Viterbo oggi: università, cultura, teatri
Viterbo città universitaria
Viterbo è il centro dell'istruzione per la provincia: tutti i licei e gli istituti storici sono in città, dal Liceo classico Mariano Buratti allo Scientifico Paolo Ruffini, dal Liceo delle scienze umane Santa Rosa da Viterbo agli istituti tecnici Paolo Savi e Leonardo da Vinci e al professionale Francesco Orioli. L'Università degli Studi della Tuscia, istituita nel 1979 come erede della Libera Università attiva dal 1969, è organizzata in sette dipartimenti e ha il rettorato nel complesso monumentale di Santa Maria in Gradi, l'ex convento domenicano che fu penitenziario e oggi ospita anche l'auditorium; altre sedi sono San Carlo a Pianoscarano, l'ex convento di Santa Maria del Paradiso, l'ex facoltà di Agraria e il campus del Riello. Gli iscritti sono circa diecimila, molti fuori sede, e sono loro a tenere aperti i locali di piazza delle Erbe e di San Pellegrino la sera. Dal 1975 c'è l'Accademia di Belle Arti Lorenzo da Viterbo, in rete con le accademie europee; presso la AUSL ha sede il distaccamento delle professioni sanitarie della Sapienza; dal 2001 la città ospita gli studenti americani dei programmi School Year Abroad e USAC.
Festival e musica a Viterbo
Negli anni Settanta Viterbo fu una capitale della musica italiana: nel 1973 il Festival Pop, con Alan Sorrenti e i Garybaldi, e dal 1974 al 1977 il Festival dei Cantautori, dove passarono Mauro Pelosi, Riccardo Cocciante, Renato Zero, Rino Gaetano, Angelo Branduardi, Lando Fiorini, Gianni Davoli, Ivan Graziani. Nel 2005 la città ospitò una tappa del Festivalbar con Vanessa Incontrada e Fabio De Luigi. Oggi il calendario è fitto di rassegne nate negli ultimi vent'anni: Caffeina, a luglio, che riempie il centro storico di incontri e spettacoli; il Tuscia Film Fest; Tuscia in Jazz e JazzUp; il Tuscia Operafestival; il Festival Barocco; Quartieri dell'Arte; Medioera; Ludika 1243, la rievocazione dell'assedio di Federico II; Ombre Festival. Il patrimonio è presentato con cinque musei e con i luoghi aperti al pubblico come Viterbo Sotterranea, il Palazzo dei Priori e il Polo Monumentale.
Teatri, cinema e media di Viterbo
Il Teatro dell'Unione, in piazza Verdi, inaugurato nel 1855 su progetto di Virginio Vespignani, l'architetto di Pio IX, è un teatro all'italiana con quattro ordini di palchi, tra i più belli del Lazio. Nell'agosto-settembre del 1896 vi diresse la Manon Lescaut di Puccini Antonino Palminteri, uno dei direttori d'orchestra più noti dell'Ottocento, e nel 1899 tornò per La Traviata, con esiti apprezzatissimi dai cronisti locali. Il Cinema Teatro Genio, in piazza delle Erbe, ricostruito nel 1948 sul luogo di un teatro settecentesco, è di proprietà comunale e da anni chiuso; il Teatro Caffeina in via Cavour ha preso il posto del Teatro San Leonardo, costruito dove sorgeva l'omonima chiesa scomparsa; la Sala Gatti, in piazza delle Erbe, è un ex cinema oggi spazio polivalente; l'auditorium di Santa Maria in Gradi è nell'ex convento e sede universitaria; il teatro romano di Ferento ospita la stagione estiva. Le sale cinematografiche hanno sofferto la crisi degli anni Duemila: in città restano il Cinema Lux in viale Trento e il Cinema Trento a La Quercia, mentre Azzurro, Genio, Metropolitan e Trieste hanno chiuso e il multisala più grande della provincia, il CineTuscia Village, aperto nel 2010, è nel vicino comune di Vitorchiano.
La stampa locale è vivace per una città di 66.000 abitanti: due quotidiani con pagine di cronaca, Il Messaggero con la redazione di via Marconi e il Corriere di Viterbo, in piazza dei Caduti, del gruppo del Corriere dell'Umbria; sono scomparse le redazioni de Il Tempo, chiusa nel 2010, e i quotidiani Nuovo Corriere Viterbese e Nuovo Oggi Viterbo del primo decennio del secolo. Fra i periodici gratuiti Move Magazine, Decarta e Viterbonews24 Magazine, e in passato Melting Pot, Etrurialand, Totem Informacittà, La Città, Sottovoce. Radio Verde, nata nel 1976, ha trasmesso fino al 2018; prima di lei Radio Gluc, Radio Sole, Radiondazzurra, Radio Mediterraneo. L'unica televisione è Tele Tuscia Sabina 2000, nata a Rieti nel 1989 e a Viterbo dal 1999; dal 1977 al 1998 ha trasmesso TeleViterbo, ricordata per le dirette della Macchina di Santa Rosa e per lo sport, calcio e basket; dal 2008 al 2011 c'è stata una redazione della romana IesTv.
I quartieri di Viterbo
Dentro le mura si distinguono i quartieri storici di Pianoscarano, San Pellegrino, San Faustino e Cunicchio; tutto il resto della città murata è semplicemente il Centro storico. Pianoscarano, oltre il ponte sull'Urcionio, è il quartiere degli artigiani e delle osterie, con la fontana intorno alla quale nel 1367 scoppiò la rivolta contro la corte di Urbano V per un cane lavato nella vasca. Fuori delle mura i quartieri moderni: a sud Carmine, Pietrare, Grotticella e Ponte dell'Elce; a est Cappuccini, Murialdo, Pila e Barco; a nord Paradiso, Ellera, Santa Lucia, Santa Barbara, Villanova, Palazzina, Riello e la zona industriale del Poggino; a ovest Pilastro e le Terme.
Come si visita davvero Viterbo
Una giornata piena, dalle 10 alle 18, basta per il centro: piazza della Rocca e il Museo Etrusco, poi giù per via Cavour a piazza del Plebiscito e al Palazzo dei Priori, il ponte del Duomo, piazza San Lorenzo con il Palazzo dei Papi e la Cattedrale, San Pellegrino, piazza della Morte, Santa Maria Nuova, il Corso fino a Santa Rosa. Sono circa quattro chilometri a piedi con salite brevi ma ripide. Chi ha due giorni aggiunge Villa Lante e San Martino al Cimino la mattina e le terme la sera; chi ne ha tre va a Ferento, Castel d'Asso e Norchia. Le guide autorizzate della Tuscia si trovano tramite l'ufficio turistico di piazza Martiri d'Ungheria; per un tour privato o aziendale con accompagnatore da Roma potete scrivere a TourLeaderPro, che organizza uscite di un giorno dalla capitale. La guida in inglese ai treni regionali italiani di ItalyPlanner spiega come funzionano i biglietti della FL3 ai viaggiatori stranieri.
Viterbo con i bambini
Con i bambini le tappe che funzionano sono la sala delle case etrusche alla Rocca, la Loggia dei Papi con la storia del tetto scoperchiato, le gallerie di Viterbo Sotterranea (dai sei anni in su), Prato Giardino con le oche e, se sono più grandi, il Parco dei Mostri di Bomarzo a mezz'ora d'auto. Il 3 settembre la folla è tale che i passeggini non passano: portateli sulle spalle o, meglio, scegliete la mattina del 4 per vedere la Macchina ferma davanti al santuario.
Accessibilità a Viterbo
Il centro storico di Viterbo è in salita e in gran parte lastricato in sampietrini e peperino; piazza San Lorenzo, piazza del Plebiscito e piazza della Rocca sono raggiungibili in sedia a rotelle ma il Palazzo dei Papi si visita salendo la scalinata, e la Loggia e la Sala del Conclave sono al piano superiore. Il Museo Nazionale Etrusco ha ascensore. San Pellegrino ha gradini e volte basse in molti tratti. Prima di partire conviene chiedere al gestore del Polo Monumentale, che ha un numero verde, quali percorsi sono praticabili.
Quanto costa Viterbo e come si risparmia
Il centro storico, le chiese, le fontane e San Pellegrino sono gratuiti; i musei a pagamento in una giornata costano 10 euro per il Colle del Duomo, 8 per il Palazzo dei Priori, 7 per la Rocca. Il gestore dei musei civici propone un Viterbo Pass valido sei mesi che li riunisce; il Museo Etrusco è statale e rientra nelle iniziative ministeriali di gratuità della prima domenica del mese, mentre il Polo del Colle del Duomo, gestito da un privato per conto della diocesi, non aderisce. Il biglietto combinato Rocca più Villa Lante a 12 euro è il vero affare della città.
Quando andare a Viterbo e quando evitare
Maggio e la seconda metà di settembre sono i mesi perfetti: aria fresca, luce laterale sul peperino, festival senza folla. Il 3 settembre è un mondo a parte, da fare almeno una volta nella vita sapendo che si cammina, si aspetta e si mangia in piedi. Luglio con Caffeina è vivace ma caldo; agosto è caldo e basta, e alcuni musei civici concentrano proprio in agosto l'orario continuato. L'inverno regala le terme fumanti e i musei vuoti, ma il martedì molte sedi sono chiuse.
Cosa mangiare a Viterbo
La cucina viterbese è quella dei pastori e dei contadini dei Cimini. Si comincia con l'acquacotta, zuppa di verdure di campo, pane raffermo e uovo; poi i lombrichelli, la pasta acqua e farina tirata a mano, con il sugo di pomodoro o con la salsiccia; il pignattaccio, lo stufato di carne cotto nel coccio; le castagne dei Cimini, che a Vallerano e Canepina hanno un mercato d'autunno intero; i marroni e le nocciole, la mortadella di fegato, la frittata con la mentuccia. Dolci: le sfogliatelle viterbesi, sottili, con la frutta secca; i tozzetti alle nocciole da inzuppare nel vino. I vini sono quelli della Tuscia: l'Est! Est!! Est!!! di Montefiascone, l'Aleatico di Gradoli, i rossi dei Colli Etruschi Viterbesi. Le osterie storiche sono a Pianoscarano e intorno a piazza delle Erbe; per il resto valgono le regole di ogni città universitaria, dove il locale pieno di studenti alle 13 è quello buono.
Cosa c'è intorno a Viterbo in dieci minuti e in un'ora
A dieci minuti d'auto ci sono Bagnaia con Villa Lante, San Martino al Cimino, La Quercia, le Terme dei Papi e le pozze libere; a mezz'ora Bomarzo con il Monte Casoli, Vitorchiano sospeso sul tufo, Soriano nel Cimino con il castello Orsini, Caprarola con il Palazzo Farnese, il lago di Vico, Tuscania con le sue basiliche romaniche; a un'ora Tarquinia, il lago di Bolsena con Bolsena, Civita di Bagnoregio, Blera con il Parco Marturanum di Barbarano Romano, le Forre di Corchiano e Orvieto oltre il confine umbro. Chi va verso il mare trova sulla strada le necropoli UNESCO che ItalyPlanner racconta in inglese nella sua guida a Cerveteri e Tarquinia.

Una curiosità su Viterbo
La parola conclave, che oggi tutto il mondo usa per l'elezione del papa, è nata a Viterbo e per un certo tempo fu un insulto. Quando Raniero Gatti fece chiudere a chiave i cardinali nel 1270, i porporati protestarono per iscritto contro la violenza subita, e l'espressione clausi cum clave, chiusi a chiave, era la loro lamentela, non un'istituzione. Fu Gregorio X, l'eletto di quella prigionia, a rovesciare il senso della cosa: con la Ubi periculum del 1274 rese obbligatoria la clausura, il razionamento progressivo del cibo dopo tre giorni e l'isolamento assoluto, e quella disciplina, con molte attenuazioni, è la stessa che regola oggi la Cappella Sistina. La sala di Viterbo dove tutto avvenne è ancora lì, con il tetto rimesso. Pochi visitatori sanno che il conclave viterbese fu anche il più lungo della storia della Chiesa, 1.006 giorni, e che durante l'attesa, secondo le cronache, alcuni cardinali elettori morirono. La seconda curiosità la tengo per i gruppi che ascoltano: Gregorio X, quando fu eletto, non era nemmeno prete, e ricevette gli ordini sacri e la consacrazione solo mesi dopo, tornato da Acri. A Viterbo, in altre parole, un laico è diventato papa per sfinimento altrui.
Una cosa che non ti dice nessuno su Viterbo
Le guide raccontano i papi e la Macchina, e quasi nessuno spiega perché la città è di quel colore. Viterbo è grigia perché è costruita in peperino, la lava dei Cimini, una pietra vulcanica scura, tenera al taglio e durissima dopo, che i viterbesi hanno cavato per secoli sotto i loro stessi piedi: le gallerie di Viterbo Sotterranea sono in buona parte cave. Il peperino non si intonaca, non si scolpisce fine come il marmo e non si colora al sole come il travertino: resta grigio ferro, e per questo il centro storico non ha mai avuto la vivacità cromatica di Orvieto o di Siena. È una città che va guardata con la luce radente del mattino o della sera, quando la pietra prende toni di bronzo, e che sotto la pioggia diventa quasi nera. L'altra cosa che nessuno dice è che il fosso Urcionio, coperto nel Novecento, passa proprio sotto il Corso e sotto piazza delle Erbe; per secoli fu la fogna, la lavanderia e la forza motrice dei mulini della città, e le donne di Pianoscarano lo usavano per lavare i panni. Quando nel 1367 un domestico della corte di Urbano V vi lavò il suo cane, il quartiere insorse, la curia fu assediata nel palazzo e il papa, che aveva scelto Viterbo come base per il ritorno da Avignone, fece radere al suolo le case dei rivoltosi. Un cane sporco, una fontana e un papa in fuga: la storia di Viterbo è fatta anche di queste cose, non solo di conclavi.
Il consiglio che ti do per visitare Viterbo
Arrivate in treno a Porta Fiorentina, non a Porta Romana, e fate il giro in senso antiorario: Rocca e Museo Etrusco per primi, alle 9, quando siete freschi e il museo è vuoto, perché la sala di Acquarossa vi darà la chiave per tutto il resto, comprese le tombe a dado di Castel d'Asso se ci andrete. Scendete poi per via Cavour, che è la spina dorsale del centro, e tenete il colle del Duomo per il primo pomeriggio, quando la luce entra nella Loggia dai sette archi. Prenotate, se ci tenete alla Sala del Conclave con la spiegazione, un turno di visita: il Polo Monumentale la include ma con i gruppi la sala si riempie. San Pellegrino fatelo alle 17, quando le botteghe riaprono e le ombre dei profferli si allungano. Evitate di venire il martedì d'inverno, perché chiudono sia il Colle del Duomo sia il Palazzo dei Priori sia le terme: è la giornata sbagliata di Viterbo. Se avete l'auto, la sera andate alle terme: un'ora nell'acqua a 40 gradi dopo quattro chilometri di salite è la vera chiusura della giornata viterbese, e le pozze gratuite delle Carletti, con la luna, valgono il lusso dello stabilimento. Un'ultima cosa: comprate i tozzetti e le nocciole in centro, non in autostrada.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Tutti sanno che Viterbo è la città dei Papi; pochi ricordano che è anche la città che ha fabbricato, letteralmente, gli etruschi che tutti credono di conoscere. Annio da Viterbo, al secolo Giovanni Nanni, frate domenicano nato qui nel 1432 e morto nel 1502, fu il più grande falsario di documenti antichi del Rinascimento. Nel 1498 pubblicò a Roma le Antiquitatum Variarum, diciassette libri di testi attribuiti a Beroso, Manetone, Catone, Fabio Pittore e altri autori perduti, interamente inventati da lui, con i quali dimostrava che Viterbo era stata fondata da Noè in persona e che gli etruschi discendevano dai patriarchi biblici. Per sostenerlo scolpì e seppellì false iscrizioni marmoree, che poi fece ritrovare davanti a testimoni, e inventò la tetrapoli FAVL. L'operazione fu creduta per un secolo, influenzò gli storici europei fino a Guillaume Postel, e fece di Viterbo, per gli eruditi del Cinquecento, la città più antica d'Italia. Annio era anche maestro del Sacro Palazzo, cioè teologo del papa Alessandro VI Borgia, e la leggenda vuole che sia morto avvelenato da Cesare Borgia. Il suo falso ha lasciato tracce reali: la valle di Faul si chiama così per lui, e la vera archeologia etrusca della Tuscia, quella di Musarna, Acquarossa e Norchia, è cominciata proprio per smontare le sue invenzioni.

La foto giusta da fare a Viterbo
La fotografia di Viterbo è la Loggia dei Papi vista da piazza San Lorenzo, dal basso, con i sette archi traforati contro il cielo e la scalinata del palazzo che sale in diagonale: il momento giusto è la tarda mattina, quando il sole illumina la facciata da sud e le colonnine intrecciate proiettano le loro ombre sul muro di fondo. Con un grandangolo si prende anche la Cattedrale con il campanile bicromo, ed è l'inquadratura che sta su tutte le cartoline. La seconda foto, quella che fanno in pochi, è da dentro la loggia, attraverso gli archi, verso la valle di Faul e i tetti di Pianoscarano: al tramonto, con la luce che entra dagli archi e la fontana in primo piano. La terza è in San Pellegrino, in piazza, con la torre degli Alessandri e il profferlo in primo piano, meglio nelle ore in cui la piazza è nell'ombra e le pietre non abbagliano: qui il peperino grigio chiede un'esposizione più lunga di quanto sembri. Per la Macchina di Santa Rosa il punto classico è piazza del Plebiscito, dove la torre illuminata gira intorno alla fontana e il palazzo dei Priori fa da quinta; il punto per intenditori è la salita finale di via Santa Rosa, dal marciapiede alto, ma bisogna esserci due ore prima. Un'ultima immagine, se avete un teleobiettivo: dalla Palanzana o dal belvedere di San Martino, tutta Viterbo nella conca con le mura e i campanili, e dietro, nelle giornate limpide, la linea del mare.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il 1162 vede Federico Barbarossa a Viterbo, che riconosce il comune e ne appoggia le ambizioni; nel 1172 i viterbesi distruggono Ferento e nel 1192 ottengono il vescovado a spese di Tuscania. Nel 1243 Federico II pone l'assedio alla città e viene respinto: uno dei pochi scacchi militari dell'imperatore in Italia. Nel 1258 Alessandro IV trasla il corpo di Rosa e comincia, senza saperlo, la Macchina di Santa Rosa. Dal 1261 al 1281 cinque conclavi si tengono nel Palazzo dei Papi; quello del 1268-1271, il più lungo della storia, produce Gregorio X e la parola conclave. Il 13 marzo 1271 Enrico di Cornovaglia è ucciso in San Silvestro dai Montfort. Nel 1277 papa Giovanni XXI muore sotto il crollo del soffitto del suo studio nel palazzo. Nel 1281 Martino IV, eletto sotto la pressione angioina, lascia Viterbo con l'interdetto. Nel 1367 la rivolta del cane di Pianoscarano costringe Urbano V ad abbandonare i suoi progetti sulla città. Nel 1354 il cardinale Albornoz costruisce la Rocca. Nel 1469 Lorenzo da Viterbo affresca la cappella Mazzatosta. Nel 1498 Annio pubblica i suoi falsi. Nel 1541 il cardinale Pole apre a Viterbo il circolo degli spirituali con Vittoria Colonna. Nel 1569 la comunità ebraica è espulsa. Nel 1798 la città insorge contro i francesi e viene ripresa da Kellermann. Il 12 settembre 1870 entrano le truppe italiane. Nel 1927 Viterbo torna capoluogo di provincia. Il 17 gennaio 1944 le bombe alleate distruggono il colle del Duomo, San Francesco alla Rocca, la cappella Mazzatosta e centinaia di vite. Nel 2013 la Macchina di Santa Rosa entra nel patrimonio UNESCO. Sono quasi nove secoli di eventi documentati, e la maggior parte si è svolta nel raggio di trecento metri da piazza San Lorenzo.
Chi è passato da Viterbo
La lista è lunga e va presa a periodi. Fra gli imperatori, Federico Barbarossa nel 1162 e Federico II, che nel 1243 vide le sue macchine da assedio bruciare sotto le mura e la propria tenda assalita dai viterbesi. Fra i papi, quelli che qui vissero, morirono o furono eletti: Alessandro IV, morto a Viterbo nel 1261; Urbano IV e Clemente IV, quest'ultimo morto e sepolto qui nel 1268; Gregorio X, eletto nel 1271; Giovanni XXI, morto nel palazzo nel 1277; Niccolò III, Martino IV eletto nel 1281, Adriano V morto qui dopo poche settimane di pontificato nel 1276. Poi Urbano V nel 1367, Niccolò V al Bullicame nel 1454, Giulio II e Leone X nel primo Cinquecento. Fra i santi, san Tommaso d'Aquino, che vi predicò nel 1266, san Bonaventura, che vi rimproverò i cardinali, e naturalmente Rosa, che a Viterbo era nata. Fra i re, Luigi IX di Francia, passato da morto nel 1271 con il suo corteo funebre, Filippo III l'Ardito che lo accompagnava, e Gustavo VI Adolfo di Svezia, che nel Novecento scavava ad Acquarossa in maniche di camicia. Fra gli artisti, Andrea della Robbia per le lunette della Quercia, Antonio da Sangallo il Giovane, Andrea Bregno, Sebastiano del Piombo, che dipinse la Pietà per la cappella Botonti, il Vignola per Villa Lante e forse per la fontana della Rocca, Bramante per il cortile della Rocca, Borromini a San Martino al Cimino, Vittoria Colonna e, per amore di lei, Michelangelo. Fra gli scrittori, Dante non ci fu mai ma ci mise tre versi memorabili, e Charles Dickens, nelle Pictures from Italy, attraversò Viterbo nel 1845 lungo la strada da Roma a Firenze. Nel Novecento la città ha ospitato decine di troupe cinematografiche attirate da San Pellegrino, che passa per una Firenze o una Siena del Trecento senza bisogno di scenografie, e Pier Paolo Pasolini, che aveva comprato la torre di Chia a pochi chilometri, fu un frequentatore assiduo di questa Tuscia; l'elenco dei film girati a Viterbo è più lungo di quello dei papi.
Domande veloci su Viterbo
Quanto dista Viterbo da Roma?
Circa 80 chilometri. In auto per la Cassia bis e la Cassia servono un'ora e un quarto dal Raccordo; in treno con la FL3 da Roma Ostiense fra un'ora e quaranta e un'ora e cinquanta.
Quanto costa il treno Roma-Viterbo?
Il biglietto regionale Roma Ostiense-Viterbo costa 5 euro a tratta e vale per le due stazioni di Viterbo, Porta Romana e Porta Fiorentina.
Quale stazione conviene a Viterbo?
Porta Fiorentina, capolinea, a due passi da piazza della Rocca e dal Museo Etrusco. Porta Romana è comoda solo per chi vuole cominciare da San Sisto e dal quartiere sud.
Quanto costa il Palazzo dei Papi di Viterbo?
Il biglietto del Polo Monumentale del Colle del Duomo costa 10 euro intero e 8 ridotto, 25 la famiglia, gratuito sotto i 12 anni: comprende Palazzo dei Papi, sagrestia della Cattedrale e Museo del Colle del Duomo con audioguida.
Quando è chiuso il Palazzo dei Papi?
Da novembre a marzo il martedì; da aprile a ottobre apre tutti i giorni dalle 10 alle 19.
Quanto dura la visita di Viterbo?
Il centro si vede in una giornata piena; con Villa Lante, San Martino al Cimino e le terme servono due giorni; con Ferento, Castel d'Asso e Norchia tre.
Serve prenotare a Viterbo?
Per i singoli no, salvo per Viterbo Sotterranea, che si visita solo con accompagnamento su prenotazione; per i gruppi il Polo Monumentale chiede almeno 24 ore di anticipo.
I musei di Viterbo sono gratis la prima domenica del mese?
Il Museo Nazionale Etrusco di Rocca Albornoz è statale e rientra nelle domeniche gratuite ministeriali; il Polo del Colle del Duomo dichiara espressamente di non aderire; per i musei civici va controllato il sito del gestore.
Dove si vede la Pietà di Sebastiano del Piombo a Viterbo?
Nel Museo dei Portici, dentro il Palazzo dei Priori in piazza del Plebiscito, sezione del Museo Civico, insieme alla Flagellazione.
Quando si svolge la Macchina di Santa Rosa a Viterbo?
La sera del 3 settembre di ogni anno, dopo il tramonto, da Porta Romana al santuario di Santa Rosa, per circa 1.200 metri.
Quanto è alta la Macchina di Santa Rosa?
Circa 30 metri, per 52 quintali, portati da cento facchini; la macchina attuale si chiama Dies Natalis ed è in uso dal 2024.
Viterbo si visita in sedia a rotelle?
Le piazze principali sì; il Palazzo dei Papi ha la scalinata e San Pellegrino ha gradini e volte. Il Museo Etrusco è accessibile. Chiedete al gestore i percorsi praticabili.
Dove parcheggiare a Viterbo?
Nei parcheggi lungo le mura: piazza Martiri d'Ungheria, il Carmine, Porta Faul, la Rocca. Il centro è a traffico limitato con telecamere.
Le terme di Viterbo sono gratuite?
Le pozze libere del Bullicame e le Piscine Carletti sì; le Terme dei Papi, con la piscina monumentale, sono a pagamento e chiudono il martedì.
Viterbo con i bambini: cosa fare?
Le case etrusche ricostruite alla Rocca, la Loggia dei Papi con la storia del tetto, Viterbo Sotterranea dai sei anni, Prato Giardino e, a mezz'ora, il Parco dei Mostri di Bomarzo.
Si possono fare foto nel Palazzo dei Papi?
Senza flash sì, negli ambienti aperti al pubblico; nella Cattedrale valgono le regole delle chiese, senza foto durante le funzioni.
Che differenza c'è fra Viterbo e Orvieto?
Orvieto è una città su una rupe con un Duomo gotico policromo; Viterbo è una città in una conca, grigia di peperino, con un intero quartiere medievale integro e la memoria dei papi. Sono a un'ora l'una dall'altra e si visitano insieme in due giorni.
Che cosa si mangia a Viterbo?
Acquacotta, lombrichelli, pignattaccio, castagne e nocciole dei Cimini, tozzetti, con i vini della Tuscia come l'Est! Est!! Est!!! di Montefiascone.
Qual è il periodo migliore per visitare Viterbo?
Maggio e la seconda metà di settembre; il 3 settembre per la Macchina, l'inverno per le terme. Evitate il martedì d'inverno per le chiusure.
Perché Viterbo si chiama città dei Papi?
Perché dal 1257 al 1281 la curia pontificia vi risiedette stabilmente, nel Palazzo dei Papi costruito apposta, e vi si tennero cinque conclavi, compreso quello che inventò la parola.
A Viterbo la reazione è sempre la stessa: silenzio nella Loggia, stupore in San Pellegrino, e la domanda «perché nessuno ce l'aveva detto?». Non lo so perché. So che se dovete scegliere un solo giorno fuori Roma fra tutte le città del Lazio, questo è il giorno che consiglio: pietra grigia, un tetto scoperchiato, una ragazza di diciotto anni portata in cielo da cento uomini. A Viterbo la storia non è dietro un vetro.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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