Riserva Naturale Regionale Selva del Lamone
In breve. La Riserva Naturale Regionale Selva del Lamone è un’area protetta di 2.002 ettari nel comune di Farnese, provincia di Viterbo, a ridosso del confine fra Lazio e Toscana.
La Riserva Naturale Regionale Selva del Lamone è un’area protetta di 2.002 ettari nel comune di Farnese, provincia di Viterbo, a ridosso del confine fra Lazio e Toscana. È stata istituita nel 1994 con legge regionale e la gestione è affidata al Comune di Farnese, con sede operativa in località Bottino. Non è un parco con biglietteria e tornelli: è un bosco vero, che nasce sopra una colata lavica del vulcano di Latera e che per secoli è stato considerato terra di nessuno, buona per i carbonai, per i pastori e per chi aveva motivi seri per non farsi trovare. Chi arriva qui aspettandosi un giardino attrezzato resta spiazzato nei primi dieci minuti. Il suolo è un caos di massi basaltici coperti di muschio, le buche fra una pietra e l’altra sono profonde e nascoste dalle foglie, e i punti di riferimento visivi spariscono appena si entra sotto le chiome. Il novanta per cento della superficie è bosco, il restante dieci per cento è tenuto ad agricoltura, fra prati pascolo, qualche oliveto e qualche vigna. Nel 2005 la Selva del Lamone e la contigua zona detta Il Crostoletto sono state proposte come siti di importanza comunitaria con decreto ministeriale del 25 marzo 2005, e oggi sull’area insistono tre perimetri della rete Natura 2000. Dentro la riserva ci sono una fortezza etrusca, un villaggio dell’età del bronzo, un’abbazia cistercense restaurata, due cascate e ventuno sentieri segnati. Fuori, a pochi chilometri, ci sono Farnese, l’Olpeta, la Maremma laziale e il lago di Bolsena. Queste note servono a capire dove mettere i piedi, che cosa guardare e che cosa evitare.
Dove si trova la Selva del Lamone (VT) e come ci si arriva davvero
La riserva occupa l’angolo nordoccidentale della provincia di Viterbo, in quella fascia che i geografi chiamano Maremma laziale e che gli abitanti chiamano semplicemente la Tuscia di confine. Il paese di riferimento è Farnese, poco più di milleseicento abitanti, arroccato su uno sperone tufaceo sopra il fosso della Nova. Da Farnese il bosco comincia praticamente all’uscita del paese, verso nord, e si estende fino a toccare il fiume Olpeta a sud e le pendici che scendono verso Ischia di Castro e Valentano. Il confine amministrativo con la Toscana passa a pochi chilometri: Pitigliano e Sorano sono dall’altra parte del crinale, e il paesaggio di tufo che tutti associano alla Maremma grossetana qui è già iniziato.
La distanza da Roma è di circa centoquaranta chilometri, che si traducono in due ore o poco più di guida. Da Viterbo si scende a una cinquantina di chilometri, da Grosseto a una settantina. Sono cifre che vanno prese per quello che sono: la Selva del Lamone non è una gita di mezza giornata partendo dalla capitale, e chi ci prova torna a casa avendo visto un parcheggio e trecento metri di sentiero. È una destinazione da giornata piena o, meglio, da fine settimana con base a Farnese, Ischia di Castro o sul lago.
In auto: le strade che contano
Non esistono alternative serie all’automobile. Da Roma la via più rapida è l’Autostrada A12 fino a Montalto di Castro, poi si risale verso l’interno passando per Canino e Ischia di Castro e si arriva a Farnese. La variante è la Via Cassia fino a Montefiascone o Viterbo, poi la traversa verso Valentano e Farnese, che è più lenta ma molto più bella, perché costeggia il lago di Bolsena e attraversa i borghi del cratere. Chi viene dal nord esce ad Aurelia sud o scende dalla Cassia attraverso Acquapendente.
Una volta a Farnese, gli accessi alla riserva sono più d’uno e non sono equivalenti. Il più usato è quello di Pianetti, sulla strada per Pitigliano, dove c’è uno spiazzo per lasciare l’auto e partono diversi sentieri. Altri imbocchi sono raggiungibili lungo la provinciale verso Ischia di Castro e dalle strade bianche che scendono verso l’Olpeta. Le strade sterrate interne alla riserva sono percorribili solo dai mezzi autorizzati: chi entra in auto pensando di accorciare si ritrova a fare manovra su un fondo che rovina i cerchi e, nel migliore dei casi, riceve una spiegazione poco amichevole dal primo agente che passa.
Il consiglio operativo è banale ma decisivo: fate il pieno prima. Fra Farnese e i paesi vicini i distributori sono pochi e la domenica pomeriggio parecchi sono chiusi. Lo stesso vale per il contante: il bancomat a Farnese c’è, ma se si guasta il più vicino è a Ischia di Castro o a Valentano.
In treno e in autobus: la verità scomoda
La stazione ferroviaria utile più vicina è Montalto di Castro, sulla linea tirrenica Roma Grosseto. Da lì mancano ancora una quarantina di chilometri e il collegamento pubblico è un servizio Cotral pensato per pendolari e studenti, con corse concentrate al mattino presto e nel primo pomeriggio nei giorni feriali e praticamente assenti la domenica. Chi scende a Montalto senza avere organizzato un passaggio rischia di restare fermo per ore.
Il trasporto pubblico non è una strada percorribile per visitare la Selva del Lamone. Se non avete l’auto, l’unica soluzione realistica è affidarsi a una escursione guidata organizzata dalla riserva o da un’associazione, che di norma parte da Farnese e che spesso prevede un punto di ritrovo raggiungibile con un passaggio concordato. È una limitazione vera e vale la pena dirla prima, non dopo.
Che cosa serve avere addosso
Scarponcini con suola scolpita, non scarpe da ginnastica: il basalto bagnato è scivoloso e le buche fra i massi si vedono male. Pantaloni lunghi, perché rovi e pruni qui non sono un modo di dire. Acqua in quantità, almeno un litro e mezzo a testa d’estate, dato che dentro il bosco non ci sono fontanelle. Una torcia, anche per un’uscita diurna, perché se si perde tempo il buio sotto le chiome arriva prima che all’aperto. E repellente per zecche, che in questa zona sono una presenza normale da aprile a ottobre e vanno cercate addosso la sera stessa.

Che cosa è davvero la Selva del Lamone (VT): una colata lavica, non un bosco qualsiasi
Il punto che spiega tutto il resto è geologico. La Selva del Lamone non cresce su terra buona: cresce sopra una colata lavica emessa dall’apparato vulcanico di Latera, uno dei centri eruttivi del distretto vulsino, in un periodo che le ricostruzioni collocano fra 158.000 e 145.000 anni fa, e più in generale nella finestra fra 150.000 e 50.000 anni fa che le schede della riserva riportano da tempo. Per la scala geologica è una lava giovane. Giovane significa che non ha ancora avuto il tempo di sbriciolarsi in suolo profondo e regolare: sotto il muschio e sotto lo strato di foglie c’è ancora la roccia, con tutte le sue irregolarità originali.
Da qui nascono le due parole che chiunque frequenti questo posto impara subito. La prima è murce, plurale dialettale che indica gli accumuli di massi lavici, spesso rilevati rispetto al piano circostante, coperti di vegetazione e impossibili da attraversare se non su percorsi già battuti. Sono vecchi coni di scorie e ammassi di blocchi che la colata ha lasciato dove si è fermata. La seconda sono i crateri di collasso, avvallamenti a cono rovesciato che si aprono nel bosco come anfiteatri, in genere più freschi e più umidi del resto perché l’aria fredda vi ristagna. Il più citato è quello che chiamano Rosa Crepante. Camminando si passa da un ambiente all’altro in pochi minuti: sopra i massi la vegetazione è secca e mediterranea, dentro i crateri diventa quella di un bosco di collina appenninica.
Perché il bosco è rimasto
Un terreno così non si ara. È questa, prima di ogni considerazione ambientale, la ragione per cui la Selva del Lamone esiste ancora: nessuno è mai riuscito a farne campi. Intorno, dove la lava finisce e comincia il tufo, la campagna è coltivata da millenni; dentro, il bosco è sopravvissuto perché era l’unica cosa che il terreno permettesse. Gli uomini lo hanno sfruttato in altri modi, tagliando legna, facendo carbone, raccogliendo frasche per il bestiame e portandoci a pascolare i maiali, ma non lo hanno mai convertito.
Questo sfruttamento è stato intenso fino agli anni cinquanta e sessanta del Novecento, poi è crollato in fretta con lo spopolamento delle campagne. Negli anni sessanta e settanta coltivi e pascoli marginali sono stati abbandonati in massa, e su quei terreni sono cresciuti prima arbusteti e poi boschi di neoformazione, che sono stadi intermedi di una successione ancora in corso. Chi cammina qui oggi vede due boschi diversi sovrapposti: quello antico sulla lava, con ceppaie enormi e alberi contorti, e quello giovane sui vecchi coltivi, più regolare e più fitto.
Oggi l’uso del legno è regolato dal Piano di Gestione e Assestamento Forestale della riserva e dal Regolamento Comunale per gli Usi Civici. Gli usi civici non sono una formalità: a Farnese sono un diritto che le famiglie esercitano davvero, e nei mesi autorizzati si incontrano persone del posto che raccolgono legna con un permesso in tasca. È uno dei pochi luoghi del Lazio dove un istituto medievale funziona ancora come strumento di gestione ordinaria.
Gli alberi: che cosa si riconosce
La specie dominante è il cerro, che qui forma cerrete pure o miste. A seconda dell’esposizione e dell’umidità il corteggio cambia. Nelle situazioni fresche, quindi nei crateri di collasso e in quasi tutto il settore orientale della riserva, al cerro si affiancano il carpino nero, il carpino bianco e il nocciolo. Nelle situazioni calde, sulle sommità degli accumuli di massi e nel settore occidentale, compaiono il leccio, la roverella e la fillirea a foglie larghe. Ubiquitari, cioè presenti un po’ ovunque, sono l’acero campestre, l’acero minore e l’orniello.
A questo quadro si aggiungono lembi di faggio a quote molto più basse di quelle abituali per la specie, favoriti proprio dal ristagno di aria fredda nelle conche, e residui di leccete sui costoni più asciutti. Fra le erbacee la riserva conserva specie rare a livello regionale, fra cui una felce del gruppo degli asplenii e il lupino greco, segnalati in una delle pochissime stazioni laziali. Sono dettagli che a un visitatore distratto non dicono nulla e che a un botanico fanno fare tre ore di macchina.
La primavera è il momento in cui il sottobosco diventa spettacolare. Fra marzo e maggio il terreno si copre di ciclamini, anemoni e violette in quantità che le guide locali descrivono come milioni di fiori, e che effettivamente rendono difficile camminare senza calpestarne. È anche il periodo in cui il bosco è più chiaro, perché le foglie del cerro non hanno ancora chiuso la volta.
Gli animali: numeri, non aneddoti
Le schede ufficiali della riserva contano circa quaranta specie di mammiferi, centoventiquattro specie di uccelli di cui settantacinque nidificanti accertate, nove specie di anfibi, quindici di rettili e sei di pesci. Sono numeri alti per un’area di duemila ettari e dicono qualcosa di preciso: il bosco è continuo, ha molto legno morto in piedi e a terra, e questo regge catene alimentari che altrove si sono spezzate.
Fra i mammiferi, la riserva ospita il capriolo in due sottospecie, quella continentale e quella italica, oltre a cinghiale, scoiattolo e ghiri. Il caso più interessante è il moscardino, il piccolo roditore arboricolo che qui ha la popolazione più consistente e il tasso di sopravvivenza più alto dell’intero contesto regionale, tanto da fare della Selva del Lamone una popolazione sorgente da cui gli individui si diffondono verso le aree circostanti. È un dato tecnico che vale più di molti aggettivi: significa che il bosco funziona.
Per gli uccelli il simbolo della riserva è il picchio rosso maggiore, affiancato dal picchio verde, dall’upupa e, di notte, da allocco e barbagianni. Sulle aree aperte cacciano poiana e gheppio. Gli anfibi si riproducono nei lacioni, le pozze temporanee che si formano nelle depressioni: ci si trovano tritoni, raganelle, rospi e la salamandrina dagli occhiali, endemica italiana. Fra i rettili si segnala il colubro di Riccioli, specie discreta e non comune. Negli invertebrati contano soprattutto i coleotteri saproxilici, quelli legati al legno morto, che sono un indicatore di boschi maturi.
Una precisazione onesta: il lupo è presente nel comprensorio maremmano e laziale settentrionale e viene segnalato con regolarità nella zona, ma non risulta verificato su fonte ufficiale della riserva un dato di presenza stabile dentro il perimetro, e non lo do per certo. Vale lo stesso per il gatto selvatico, spesso citato nei racconti locali. Se vi interessa la fauna con questo livello di dettaglio, la domanda giusta va fatta direttamente all’ufficio della riserva, che tiene i monitoraggi aggiornati.
Il bosco della Selva del Lamone (VT): che cosa è accessibile e che cosa non lo è
Questa è la parte che genera più equivoci, perché la parola riserva fa pensare a un recinto con un ingresso e un orario, e qui non è così. L’accesso alla Selva del Lamone è libero e gratuito lungo la rete dei sentieri segnati. Non c’è biglietto, non c’è cancello, non c’è un orario di chiusura. Questo però non significa che si possa andare ovunque.
La rete ufficiale conta ventuno percorsi documentati: quindici sentieri escursionistici numerati da 1 a 15, comprese le varianti, sei itinerari per mountain bike e il sentiero dei briganti a marchio CAI, che si può fare a piedi, in bicicletta o a cavallo. Fuori da questi tracciati il bosco è formalmente percorribile in molti punti ma praticamente ostile, e la riserva stessa, sul suo materiale informativo, raccomanda la visita guidata proprio perché i punti di riferimento sono pochi e l’orientamento è difficile.
Perché ci si perde davvero
Vale la pena spiegarlo, perché sembra un avvertimento di routine e non lo è. In un bosco normale ci si orienta con la pendenza, con il sole, con i crinali. Qui la pendenza cambia ogni venti metri a causa delle murce, il sole filtra poco e in modo irregolare, e i crinali non esistono perché la colata ha lasciato una superficie irregolare senza una direzione dominante. Il risultato è che si cammina credendo di andare dritti e si descrive una curva. Le tracce di animali e i vecchi sentieri dei carbonai complicano le cose, perché sembrano sentieri veri e finiscono in una radura senza uscita.
Il telefono aiuta meno di quanto si pensi. La copertura cellulare dentro la riserva è discontinua, e in alcune conche sparisce del tutto. Se usate una app di navigazione, scaricate le mappe offline prima di partire: darle per scontate è l’errore più comune che vedo fare.
Le regole che vale la pena conoscere
Si cammina sui sentieri segnati. Non si raccolgono fiori, non si prelevano piante, non si spostano pietre dai muretti e dagli accumuli, che spesso hanno valore archeologico oltre che ecologico. Non si accendono fuochi in nessuna circostanza e in nessuna stagione: questo è un bosco con enormi quantità di legno morto e una giornata di vento di luglio lo rende un innesco perfetto. La raccolta di funghi e tartufi segue le norme regionali e comunali, quindi serve informarsi prima presso il Comune di Farnese e non affidarsi alle chiacchiere del bar.
Il cane è ammesso al guinzaglio sui percorsi. Il campeggio libero non è consentito. Il bivacco è materia delicata e non do per scontato che sia permesso: se il vostro progetto prevede una notte in tenda, la telefonata alla riserva va fatta prima, non dopo.
Il contatto giusto e a chi chiedere
La riserva è gestita dal Comune di Farnese e ha sede in località Bottino, a Farnese. I recapiti pubblicati sul portale regionale delle aree protette del Lazio sono il numero fisso 0761 458861, un numero mobile 331 2346429 e l’indirizzo di posta elettronica rnselvalamone@regione.lazio.it. Chiamare prima di partire è la cosa più utile che potete fare, per tre motivi: sapere se un sentiero è chiuso per lavori o per rischio caduta alberi, sapere se ci sono visite guidate in programma nelle date che vi interessano, e sapere se è in corso una campagna di scavo, perché quando gli archeologi lavorano l’accesso ad alcune aree cambia.
Orari di apertura degli uffici e tariffe delle visite guidate non sono riportati qui: sono informazioni che cambiano di stagione in stagione. Chiedetele al telefono.

Una curiosità sulla Riserva Naturale Regionale Selva del Lamone
Il nome. Lamone non ha niente a che vedere con il fiume romagnolo omonimo né con la lama intesa come coltello. Nella toponomastica dell’Italia centrale la radice lama indica un terreno depresso, umido, difficile, spesso paludoso o comunque impraticabile. Il Lamone, in questa accezione, è il posto brutto: quello che non serve, che non si coltiva, dove si va solo se si è costretti. Un intero bosco chiamato per secoli con un nome che significa terreno scomodo dice molto sul rapporto che le comunità locali hanno avuto con questa selva.
C’è una seconda curiosità legata a questo, e riguarda la parola murce. È un termine locale, non un tecnicismo geologico nazionale, e lo si trova nella letteratura scientifica proprio perché gli studiosi hanno adottato la parola che usavano i farnesani. Le murce sono ammassi di blocchi lavici che formano rilievi su avvallamenti scuri, e sono esattamente ciò che rende il bosco impenetrabile. Quando in una pubblicazione universitaria compare un dialettismo della Tuscia significa che quel fenomeno non aveva un nome migliore: il posto ha imposto il suo vocabolario alla scienza, non il contrario.
Terza cosa, più minuta ma verificabile camminando: molti dei muretti a secco che si incontrano nel bosco non sono confini agricoli recenti ma strutture di epoche diverse sovrapposte, dai recinti per il bestiame alle delimitazioni degli usi civici fino a resti molto più antichi. Non è sempre facile distinguerli a occhio, e questo è uno dei motivi per cui il regolamento vieta di smuovere le pietre. Un muretto che sembra il resto di un ovile può essere, e in qualche caso è, il tratto di un tracciato antico.
L’area archeologica della Selva del Lamone (VT) e la fortezza di Rofalco
Dentro il perimetro della riserva l’archeologia copre un arco che va dall’età del bronzo finale al medioevo, senza soluzione di continuità. È una concentrazione insolita e dipende sempre dalla stessa ragione: un terreno che non si ara non viene arato, quindi non distrugge ciò che contiene. I siti che le schede della riserva elencano comprendono le sorgenti della Nova, abitate nel bronzo finale, la fortezza tardo etrusca di Rofalco, resti di necropoli, la Tomba del Gottimo, fattorie e strade romane, pievi rurali e le capanne di pastori e carbonai ancora in uso negli anni cinquanta del Novecento.
Rofalco, la fortezza che resistette a Roma
Rofalco è il sito più spettacolare e quello più raccontabile. Si tratta di un insediamento fortificato etrusco databile fra il IV e il III secolo avanti Cristo, in piena fase primo ellenistica, costruito su uno sperone lavico nel cuore del bosco. Le dimensioni sono quelle di un caposaldo militare, non di una città: l’area racchiusa è di circa un ettaro e mezzo, in alcune ricostruzioni riportata come due ettari.
La cinta muraria descrive un arco semicircolare di circa trecentotrenta metri ed è costruita in opera poligonale grossolana con blocchi di dura pietra vulcanica locale, cioè con le stesse pietre che il terreno offriva sul posto. In alcuni punti il muro raggiunge sei metri di spessore e conserva un’altezza vicina ai quattro metri. All’esterno sporgono almeno tre torri a pianta quadrata. Chi ha presente l’idea scolastica degli etruschi come popolo di tombe dipinte e banchetti trova qui qualcosa di molto diverso: un’opera di ingegneria militare progettata da gente che sapeva di essere in guerra.
Gli scavi hanno riportato alla luce una porta orientale organizzata in due ambienti in successione, una grande cisterna circolare di quattro metri di diametro rivestita di intonaco idraulico, un edificio magazzino di cinque vani con tracce di contenitori da stoccaggio e un’area di lavorazione tessile riconosciuta dai pesi da telaio. Sono elementi che restituiscono la vita quotidiana di una guarnigione: l’acqua, le scorte, il lavoro delle donne, la difesa.
La fine è documentata con una chiarezza rara. Gli strati mostrano incendio diffuso, e presso la porta sono stati recuperati nove proiettili da fionda in argilla. La distruzione viene collocata intorno al 280 avanti Cristo, in coincidenza con la conquista romana del territorio di Vulci, la grande città etrusca di cui questa fortezza era, con ogni probabilità, un presidio di frontiera. Rofalco è quindi la testimonianza materiale dell’ultimo atto dell’indipendenza etrusca in questa parte di Etruria.
Gli scavi sono stati condotti dal Gruppo Archeologico Romano insieme alla riserva e ad archeologi professionisti, con campagne che si sono succedute per anni e con pubblicazioni scientifiche dedicate. In alcune fasi le indagini sono state interrotte e i piani pavimentali scavati sono stati protetti con coperture. Questo significa che ciò che vedete sul posto dipende dal momento: in certi periodi le strutture sono visibili, in altri sono coperte per conservazione. È un’altra buona ragione per telefonare prima.
Sul piano pratico, Rofalco si raggiunge con un percorso di circa due chilometri prevalentemente pianeggiante lungo mulattiere, di difficoltà medio bassa, che richiede all’incirca due ore comprendendo la visita. Le escursioni organizzate partono di norma da Farnese, dal corso principale, con ritrovo mattutino, e sono accompagnate da archeologi e volontari. Servono scarpe da trekking e acqua. Non do date né tariffe perché cambiano ogni stagione.
Sorgenti della Nova, cinquant’anni di scavo
Il secondo sito maggiore è Sorgenti della Nova, un pianoro tufaceo compreso fra 217 e 305 metri di quota, individuato nel 1938 da Ferrante Rittatore Vonwiller e attribuito con certezza al bronzo finale dopo i saggi esplorativi del 1968. La vicenda del sito è anche una storia di danno: fra il 1973 e il 1975 una cava di pozzolana ne ha distrutto una parte consistente, riducendo l’estensione originaria da circa quindici ettari ai sei attuali, pari a un rettangolo di circa quattrocento metri per centocinquanta.
Dopo la chiusura della cava, nel 1975, sono cominciati gli scavi sistematici, prima sotto la direzione di Rittatore Vonwiller e poi sotto quella di Nuccia Negroni Catacchio. Le ricerche proseguono da circa cinquant’anni e hanno diviso il pianoro in settori numerati dal I al XIII, distribuiti tutto intorno al promontorio e sulla sommità. Il quadro che ne è uscito è quello di un abitato organizzato su terrazzamenti artificiali secondo un piano regolatore vero e proprio, con abitazioni, strutture di servizio e luoghi di culto collocati in modo intenzionale. Nel settore IX sono state riconosciute tre grandi capanne a pianta ellittica con fondazioni a canaletta.
C’è poi una seconda vita del sito, medievale, con abitazioni rupestri scavate nel tufo, una chiesa a navata unica e un castello di cui restano i resti di una torre. Il pianoro è stato quindi rioccupato a distanza di duemila anni, e per le stesse ragioni: posizione difendibile, acqua vicina, tufo facile da scavare.
Una precisazione di geografia amministrativa: Sorgenti della Nova si trova nel territorio di Farnese, a circa tre chilometri dal paese, e viene comunemente presentato insieme alla riserva. Non risulta verificato se ricada esattamente dentro il perimetro protetto o immediatamente a ridosso: la cartografia ufficiale va consultata prima di darlo per certo.
La Tomba del Gottimo, le necropoli e i resti romani
La Tomba del Gottimo è una sepoltura etrusca che le fonti locali datano fra il VI e il V secolo avanti Cristo. È uno dei punti toccati dal cosiddetto sentiero degli etruschi, l’itinerario che dal paese conduce ai siti antichi. Attorno, la riserva conserva resti di necropoli di epoche diverse, non tutte scavate e non tutte segnalate sul terreno, il che è un’ulteriore ragione per non uscire dai percorsi.
Di epoca romana restano tracce di fattorie e di strade. Non aspettatevi basolati monumentali: si tratta per lo più di tagliate, muri di terrazzamento e strutture di fondazione riconoscibili a chi sa cosa cercare. Il valore di questi resti è soprattutto di lettura del paesaggio. Mostrano che, una volta caduta Rofalco, il territorio è stato riorganizzato in aziende agricole sparse, cioè secondo il modello romano, e che i confini della lava hanno continuato a segnare il limite fra ciò che si coltivava e ciò che restava bosco.
Santa Maria di Sala, l’abbazia nel bosco
Fra i beni culturali della riserva il più significativo è Santa Maria di Sala, un’abbazia cistercense la cui origine viene fatta risalire a epoca longobarda e che passò poi ai cistercensi. È stata restaurata negli anni 2013 e 2014 per volontà della riserva, grazie a un finanziamento POR FESR Lazio. Alcune fonti locali la descrivono come chiesa templare: è una attribuzione diffusa nella pubblicistica ma che non risulta confermata da studi scientifici, e la riporto come tradizione locale, non come dato storico.
Quello che si vede oggi è un edificio recuperato in un contesto rurale isolato, con l’impianto originario leggibile e senza sovrastrutture turistiche. È il tipo di luogo che non compare nelle guide generaliste e che chi ci arriva tende a ricordare più del previsto, proprio per il contrasto fra l’architettura ordinata dei cistercensi e il disordine geologico del bosco che la circonda.
Una cosa che non ti dice nessuno sulla Riserva Naturale Regionale Selva del Lamone
Il bosco non è un’esperienza panoramica. Questa è la cosa che nessuno scrive e che conviene sapere prima di mettersi in macchina per due ore. Dentro la Selva del Lamone non ci sono belvedere, non ci sono creste da cui si abbraccia il paesaggio, non c’è un punto in cui vi fermate e dite di avere capito il posto. Si cammina dentro, con la visuale chiusa a venti o trenta metri, e per ore il paesaggio è sempre lo stesso: massi, muschio, tronchi contorti, fogliame. Chi arriva cercando lo scatto da cartolina resta deluso, e questa delusione è il motivo per cui la Selva del Lamone ha recensioni molto polarizzate.
La seconda cosa che non si dice riguarda il rumore, o meglio la sua assenza. Le murce assorbono il suono in modo strano: i passi diventano ovattati, le voci non portano, e a cinquanta metri di distanza due persone del vostro gruppo possono chiamarvi senza che li sentiate. Dal punto di vista pratico significa che un gruppo si sgrana in fretta e che ritrovarsi è più complicato che in un bosco normale. Dal punto di vista dell’esperienza significa che il silenzio qui è più assoluto che quasi ovunque nel Lazio.
La terza è che il fondo cammina male anche dove il sentiero è segnato bene. Non c’è dislivello significativo, la maggior parte degli itinerari resta su un centinaio di metri di dislivello complessivo, eppure si arriva alla fine più stanchi del previsto, perché il piede non trova mai due appoggi uguali. Chi ha caviglie delicate deve saperlo. Chi porta bambini piccoli dovrebbe scegliere i percorsi più corti e rinunciare all’idea dell’anello lungo.
Ultima nota, e riguarda le aspettative sul brigantaggio. Il sentiero dei briganti è un bellissimo itinerario di lunga percorrenza, ma sul terreno non ci sono covi da visitare, grotte allestite o cartelli che dicono qui dormiva Tiburzi. La memoria del brigantaggio in questa zona è documentaria e museale, non monumentale. Se è quello che vi interessa, il posto dove andare è il museo del brigantaggio di Cellere, fuori dalla riserva.
Il consiglio che ti do per visitare la Riserva Naturale Regionale Selva del Lamone
Prendete una guida, almeno la prima volta. Lo dico sapendo che suona come una raccomandazione di servizio e che molti lettori la salteranno, ma è la differenza fra tornare a casa avendo camminato in un bosco confuso e tornare a casa avendo capito perché quel bosco è fatto così. Una murcia senza spiegazione è un mucchio di sassi. Una murcia spiegata è il fronte di una colata che si è fermata lì centocinquantamila anni fa. Un muretto senza spiegazione è un muretto. Un carbonile senza spiegazione è una radura un po’ più piatta delle altre.
Il secondo consiglio è di costruire la giornata su due tempi e non su uno. Mattina nel bosco, con un percorso medio e un obiettivo preciso, che può essere Rofalco o la Strompia; pomeriggio fuori dal bosco, fra Farnese, l’Olpeta e le cascate. Il motivo è semplice: dopo tre o quattro ore sotto le chiome la testa smette di registrare differenze, e insistere non aggiunge niente. Il pomeriggio all’aperto, con la luce lunga sul paesaggio maremmano, è quello che vi resta in mente.
Il terzo è di scegliere un itinerario corto e farlo bene invece di un anello lungo fatto a metà. Il sentiero della Strompia è l’esempio migliore per una prima visita: difficoltà turistica, circa un’ora e mezza in andata, dislivello complessivo intorno ai cento metri, partenza da Farnese con possibilità di arrivare in auto o in autobus a Pofinocchieto. Attraversa le murce, passa per radure di carbonai e capanne di pastori, e tocca la formazione chiamata Murcia Strompia. In primavera è il percorso dei fiori.
Quarto e ultimo: portate un ricambio. Anche senza pioggia il bosco è umido, il muschio bagna, e il rientro in auto con i pantaloni fradici e la temperatura che cala è la parte peggiore della giornata. Chi frequenta la zona tiene sempre una felpa asciutta nel bagagliaio, e non è pignoleria.
Il verde, i sentieri e le cascate dell’Olpeta
Il fiume Olpeta segna una parte del confine meridionale della riserva. Nasce dal lago di Mezzano, il piccolo cratere che sta poco più a nord, e scende verso il Fiora attraversando una successione di forre e di piani. Lungo il suo corso il bosco cambia natura: al posto del cerro e del leccio compare la vegetazione ripariale, con salici, ontani e pioppi che chiudono l’alveo formando gallerie continue. Il gioco fra l’acqua, le rocce e la luce che passa a tratti è quello che porta qui i fotografi naturalisti, ed è, va detto senza esagerare, l’unico contesto della riserva dove il paesaggio si apre abbastanza da fare immagini leggibili.
Le due cascate
A ridosso della riserva l’Olpeta forma due salti: la cascata del Pelicotonno e la cascata di Salabrone. Sono entrambe raggiungibili con percorsi che partono dalle strade bianche della zona e che non presentano difficoltà tecniche, ma che vanno affrontati con attenzione sul tratto finale, dove le rocce bagnate e coperte di alghe sono molto scivolose.
Le Cascate del Salabrone sono le più conosciute e le più fotografate, con un salto che precipita in una pozza fra pareti di roccia vulcanica. Il Pelicotonno è meno frequentato e per questo, in certe giornate, più interessante. Per entrambe vale un’osservazione stagionale che conviene prendere sul serio: la portata dipende dalle piogge, e in luglio e agosto può ridursi al punto da rendere il salto poco più di un rigagnolo. Chi organizza la gita in funzione delle cascate dovrebbe andare fra novembre e maggio, oppure dopo un periodo di pioggia.
Sulla balneabilità non ci sono certezze: le pozze sono frequentate, ma su divieti, ordinanze o dati aggiornati di qualità delle acque non ci sono informazioni verificate, e un bagno in un corso d’acqua non si consiglia sulla base di quello che si vede nelle foto altrui.
Il sentiero dei briganti
Il sentiero dei briganti è un itinerario a marchio CAI che collega la Riserva Naturale Selva del Lamone alla Riserva Naturale Monte Rufeno, nell’alto viterbese verso Acquapendente, passando anche in territorio toscano. È percorribile a piedi, in mountain bike e a cavallo, e nel tratto interno alla Selva del Lamone entra in ambienti che i percorsi brevi non toccano.
È un cammino di più giorni, non una passeggiata, e va affrontato con la logistica di un trekking: tappe programmate, posti tappa prenotati, acqua calcolata. Dentro il Lamone la segnaletica c’è ma richiede attenzione, e i tratti fra un paese e l’altro possono essere lunghi. Chi lo affronta in bicicletta deve mettere in conto sezioni da fare a spinta, perché il fondo sulle murce non è ciclabile in nessuna interpretazione ottimistica del termine.
La rete degli altri percorsi
Oltre al sentiero dei briganti, la riserva pubblica quindici sentieri escursionistici numerati, comprese le varianti, e sei itinerari per mountain bike. I nomi ricorrenti nella cartellonistica e nella documentazione sono quelli del sentiero della Strompia, del sentiero degli etruschi verso i siti antichi, e dei percorsi che scendono verso l’Olpeta. Non li elenco tutti con lunghezze e tempi, perché la numerazione e i tracciati vengono aggiornati e una lista sbagliata è peggio di nessuna lista: la mappa aggiornata si prende all’ufficio della riserva o sul portale regionale prima di partire.
Una raccomandazione sul mountain bike: sei itinerari segnati non significano sei percorsi scorrevoli. Il fondo lavico è tecnico, e l’idea di fare chilometri in scioltezza qui non regge. Chi viene con la bicicletta dovrebbe considerare la Selva del Lamone come terreno da uscita tecnica lenta, non da macinare distanza.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Che qui si rifugiassero i briganti lo sanno tutti. Quello che si cita meno è il motivo per cui la banda del Lamone ha potuto operare per venticinque anni: non la selvatichezza del bosco, ma la rete sociale che la sosteneva. Domenico Tiburzi, nato a Pianiano nel comune di Cellere il 28 maggio 1836 e detto Domenichino per la statura, entra in contatto nel gennaio 1873, nascosto proprio nei boschi del Lamone, con il latitante Domenico Biagini detto il Curato: da lì nasce quella che le fonti chiamano la banda del Lamone.
La parte che interessa capire è che quella banda funzionava come polizia privata dei grandi proprietari terrieri, operando fra l’alto viterbese e il basso grossetano, e si finanziava con una tassa del brigantaggio, un tributo pagato in denaro o in natura. Non era, quindi, una banda in guerra con il territorio: era un pezzo del sistema economico locale, tollerata e in parte voluta da chi aveva interesse a un ordine parallelo nelle campagne. Il processo di Viterbo del 1893 ebbe risonanza nazionale, attirò osservatori anche stranieri e diede materia ai primi reportage giornalistici moderni, fra cui quelli di Adolfo Rossi. Tiburzi morì fra il 23 e il 24 ottobre 1896 presso un casale in località Forane, nella zona di Capalbio, ferito alle gambe e poi finito con un colpo alla testa nel corso di un’operazione dei carabinieri.
Il bosco, in questa storia, è lo sfondo e non il protagonista. Serviva perché era impraticabile per chi non lo conosceva e perfettamente leggibile per chi ci era cresciuto: la stessa geologia che oggi fa perdere l’orientamento agli escursionisti allora garantiva vantaggio a chi sapeva dove passare. È un dettaglio che cambia il modo in cui si guarda una murcia.

La foto giusta da fare alla Riserva Naturale Regionale Selva del Lamone
Dentro il bosco la fotografia è difficile per una ragione tecnica precisa: il contrasto. La volta del cerro lascia passare la luce a macchie, quindi in una stessa inquadratura avete ombre profonde e chiazze bruciate, e il risultato è quasi sempre un’immagine illeggibile. La soluzione non è il cavalletto, è l’orario e il meteo. Le foto migliori nel Lamone si fanno con cielo coperto, che funziona da diffusore gigantesco e appiattisce il contrasto, oppure nella prima ora dopo l’alba, quando la luce entra radente e il vapore fra i tronchi diventa visibile.
Il soggetto che funziona meglio non è il panorama, che non esiste, ma il dettaglio ravvicinato: un masso coperto di muschio con la roccia che affiora, una ceppaia di cerro con i polloni che ripartono, la superficie irregolare della murcia con la foglia secca incastrata fra due blocchi. Sono immagini che restituiscono la natura del posto meglio di qualunque tentativo di inquadrare il bosco nel suo insieme.
Se cercate lo scatto d’effetto, il posto è l’Olpeta. Le gallerie di salici e ontani sopra l’acqua danno profondità e una direzione allo sguardo, e le due cascate, Salabrone e Pelicotonno, sono i soli punti della zona dove il paesaggio si organizza da solo in una composizione. Tempi lunghi sull’acqua funzionano, ma con misura: un secondo di posa rende la seta, dieci secondi rendono una macchia bianca.
A Rofalco la foto giusta è quella che mostra lo spessore del muro. Mettete una persona accanto alla cortina in opera poligonale e la scala dell’opera diventa immediatamente comprensibile: sei metri di spessore non si leggono in una fotografia senza un riferimento umano. Verificate però che in quel momento le strutture siano visibili e non protette dalle coperture di cantiere.
Ultima raccomandazione, seria: il drone. Sopra un’area protetta l’uso è soggetto a regole specifiche e a eventuali autorizzazioni, e la stagione riproduttiva dell’avifauna rende il disturbo tutt’altro che teorico in un’area con settantacinque specie nidificanti accertate. Chiedete alla riserva prima, e se la risposta è no accettatela.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Intorno al 280 avanti Cristo la fortezza di Rofalco viene presa e distrutta. Gli strati di incendio e i proiettili da fionda trovati presso la porta orientale sono la testimonianza archeologica diretta di quell’assalto. È l’episodio che chiude la storia etrusca indipendente di questo territorio e che coincide con la conquista romana dell’area di Vulci.
Nel gennaio 1873 Domenico Tiburzi, nascosto nella Selva del Lamone, prende contatto con Domenico Biagini: nasce la banda del Lamone, che opererà per circa venticinque anni fra alto viterbese e basso grossetano. Il ciclo si chiude nell’ottobre 1896 con l’uccisione di Tiburzi in località Forane, nella zona di Capalbio.
Nel 1938 Ferrante Rittatore Vonwiller individua il sito di Sorgenti della Nova. Trent’anni dopo, nel 1968, i saggi esplorativi ne confermano l’attribuzione al bronzo finale. Fra il 1973 e il 1975 una cava di pozzolana distrugge gran parte del pianoro, riducendolo da circa quindici a circa sei ettari: è il danno più grave subito dal patrimonio archeologico di questo territorio in epoca recente. Dal 1975, chiusa la cava, cominciano gli scavi sistematici, che proseguono da circa cinquant’anni sotto la direzione di Nuccia Negroni Catacchio dopo quella di Rittatore Vonwiller.
Negli anni sessanta e settanta del Novecento l’abbandono di coltivi e pascoli e il crollo dello sfruttamento del bosco per carbone, legname, frasche e pascolo cambiano radicalmente il paesaggio: comincia la successione secondaria che ha prodotto gli arbusteti e i boschi di neoformazione che si vedono oggi.
Nel 1994 la Regione Lazio istituisce la Riserva Naturale Regionale Selva del Lamone con legge regionale, affidandone la gestione al Comune di Farnese. Nel 2005, con decreto ministeriale del 25 marzo, la Selva del Lamone e la contigua zona del Crostoletto vengono proposte come siti di importanza comunitaria. Fra il 2013 e il 2014 l’abbazia cistercense di Santa Maria di Sala viene restaurata per volontà della riserva con un finanziamento POR FESR Lazio.
Chi è passato dalla Riserva Naturale Regionale Selva del Lamone
I primi di cui abbiamo nomi collettivi e non individuali sono gli abitanti del bronzo finale di Sorgenti della Nova, che intorno all’XI secolo avanti Cristo organizzarono un abitato terrazzato secondo un impianto pianificato. Poi gli etruschi, che a Rofalco tennero una guarnigione di frontiera dipendente da Vulci fino alla distruzione della fortezza. Poi i romani, che dopo la conquista riorganizzarono la campagna in fattorie e strade, lasciando tracce che oggi si leggono solo con occhio esperto.
Nel medioevo il bosco è stato terra di pievi rurali, di insediamenti rupestri e di castelli, come mostra la rioccupazione medievale del pianoro di Sorgenti della Nova con abitazioni scavate nel tufo, una chiesa a navata unica e i resti di una torre. I cistercensi hanno lasciato Santa Maria di Sala. Poco lontano, la storia del ducato di Castro e della città rasa al suolo nel 1649 per ordine di Innocenzo X è il grande evento di questo angolo di Tuscia, e la memoria della distruzione di Castro è ancora viva nei paesi intorno.
Nell’Ottocento passano i briganti, e passano gli uomini che li inseguono. Domenico Tiburzi resta la figura di riferimento, con una notorietà che nel 1893, al processo di Viterbo, diventò nazionale e che il giornalismo dell’epoca, Adolfo Rossi in testa, contribuì a costruire.
Nel Novecento e fino agli anni cinquanta passano i carbonai e i pastori, che nel bosco avevano capanne ancora in uso a quella data. Sono loro gli ultimi abitanti stabili della selva, e le radure piatte che si incontrano sui sentieri sono i carbonili dove lavoravano. Dal 1975 in poi passano gli archeologi, da Rittatore Vonwiller a Negroni Catacchio ai volontari del Gruppo Archeologico Romano che hanno scavato Rofalco. Sono questi ultimi, più di chiunque altro, ad avere reso leggibile ciò che il bosco aveva nascosto.

Quando andare nella Selva del Lamone (VT) e quando evitarla
La stagione migliore è la primavera, e di parecchio. Fra la seconda metà di marzo e la fine di maggio il sottobosco è coperto di ciclamini, anemoni e violette, la volta non è ancora chiusa quindi la luce arriva a terra, le temperature permettono di camminare per ore e l’Olpeta ha ancora portata sufficiente perché le cascate valgano il viaggio. Se dovete scegliere una sola finestra, è aprile.
L’autunno è la seconda scelta ed è più tranquillo. Da metà ottobre a metà novembre il bosco cambia colore, il fondo è umido ma non fangoso in modo proibitivo, e le giornate limpide dopo una perturbazione regalano una qualità di luce che la primavera non ha. È anche la stagione dei funghi, con tutto ciò che comporta in termini di regole: informarsi al Comune di Farnese prima e non improvvisare.
L’estate è la stagione da gestire con attenzione. Sotto le chiome la temperatura è più bassa che all’aperto, quindi luglio e agosto non sono impraticabili, ma le cascate si riducono, l’umidità rende la camminata faticosa, e soprattutto il rischio incendio in un bosco pieno di legno morto è concreto. Nelle giornate di vento e allerta gli accessi possono essere limitati. Se ci andate d’estate, partite presto, chiudete entro mezzogiorno e non accendete assolutamente nulla, sigarette comprese.
L’inverno è la stagione che sconsiglio a chi non conosce il posto. Le giornate sono corte, il buio sotto le chiome arriva molto prima dell’orario del tramonto, le strade bianche di accesso possono essere impraticabili dopo giorni di pioggia, e il basalto bagnato è il fondo più scivoloso che si possa immaginare. Chi conosce i sentieri, invece, trova un bosco spoglio che lascia vedere la struttura geologica come in nessun altro momento dell’anno.
Zecche, vipere e altre cose concrete
Le zecche sono una presenza reale da aprile a ottobre in tutta questa fascia della Maremma. Pantaloni lunghi infilati nei calzini, repellente, e controllo accurato la sera: non è allarmismo, è routine per chiunque frequenti la zona. Le vipere esistono come in tutto l’Appennino: non vanno cercate, non vanno molestate, e camminare facendo rumore basta quasi sempre a non incontrarle. Gli scarponi alti riducono il problema quasi a zero.
Il cinghiale è abbondante. Un incontro normale si risolve con l’animale che scappa. Le situazioni da evitare sono una femmina con i piccoli e un cane libero: entrambe si gestiscono con il guinzaglio e con un po’ di distanza.
Cosa c’è intorno alla Selva del Lamone (VT)
Farnese è il punto di partenza obbligato e merita più dei venti minuti che di solito riceve. È un borgo di impianto medievale su sperone tufaceo, legato al nome della famiglia che da qui prese il proprio, con un centro storico compatto e un museo civico archeologico che raccoglie i materiali del territorio, Sorgenti della Nova e Rofalco compresi. Vedere gli oggetti prima o dopo avere camminato sui siti cambia completamente la giornata.
A pochi chilometri ci sono Ischia di Castro, Canino e Valentano, tre paesi che raccontano storie diverse: il primo custodisce il ricordo del ducato di Castro, il secondo è la capitale dell’olio di questa zona, il terzo affaccia sul cratere di Bolsena. La città di Castro, rasa al suolo nel 1649, giace in rovina nel bosco ed è visitabile con percorsi dedicati, ma si trova fuori dal perimetro della riserva.
Verso sud c’è Vulci, il parco archeologico e naturalistico della grande città etrusca da cui dipendeva Rofalco, con il Ponte del Diavolo e il castello dell’Abbadia. È la visita che completa il discorso etrusco cominciato nel bosco, e se avete due giorni è l’abbinamento che consiglio senza esitazioni. Sempre in direzione mare, Tarquinia con le sue tombe dipinte e Tuscania con San Pietro e Santa Maria Maggiore sono a portata di mezza giornata.
Verso est si arriva rapidamente al lago di Bolsena, il più grande lago vulcanico d’Europa, con il borgo di Bolsena, Montefiascone sulla sua rocca e le isole Bisentina e Martana. È la base logistica più comoda se cercate alberghi e ristoranti in quantità, cosa che a Farnese non trovate. Più a nord, verso Acquapendente, c’è la Riserva Naturale Monte Rufeno, collegata al Lamone dal sentiero dei briganti.
Oltre il confine, in Toscana, Pitigliano, Sorano e Sovana formano il triangolo del tufo con le vie cave etrusche: sono a mezz’ora di auto e appartengono allo stesso paesaggio culturale. Infine Viterbo, a una cinquantina di chilometri, con il quartiere San Pellegrino e il Palazzo dei Papi, se volete chiudere il fine settimana in città.
Domande veloci sulla Selva del Lamone (VT)
Si paga l’ingresso alla Selva del Lamone?
No. L’accesso ai sentieri segnati è libero e gratuito. Si pagano solo le visite guidate e le escursioni organizzate, con tariffe che cambiano e che vanno chieste alla riserva.
Quanto è grande la riserva?
2.002 ettari, nel comune di Farnese in provincia di Viterbo. Istituita nel 1994 con legge regionale, gestita dal Comune di Farnese.
Si può visitare senza guida?
Sì, restando sui sentieri segnati. La riserva stessa raccomanda però la visita guidata per la difficoltà di orientamento, che qui non è una formula di rito: i punti di riferimento sono pochissimi e le tracce false sono molte.
Quanto dura un’escursione tipo?
Dipende dal percorso. Il sentiero della Strompia richiede circa un’ora e mezza in andata, con un dislivello complessivo intorno ai cento metri e difficoltà turistica. L’escursione a Rofalco copre circa due chilometri prevalentemente in piano su mulattiere e occupa circa due ore comprendendo la visita al sito.
Quanti sentieri ci sono?
Ventuno percorsi documentati: quindici sentieri escursionistici numerati comprese le varianti, sei itinerari per mountain bike e il sentiero dei briganti a marchio CAI, percorribile a piedi, in bicicletta e a cavallo.
Che scarpe servono?
Scarponcini da trekking con suola scolpita, meglio se alti alla caviglia. Il fondo è di massi lavici irregolari e le scarpe da ginnastica sono la causa più frequente di distorsioni.
Si possono portare i bambini?
Sì, sui percorsi brevi e con calma. Il terreno accidentato stanca più del dislivello, che è minimo, quindi conviene rinunciare agli anelli lunghi e scegliere un obiettivo vicino.
Il cane è ammesso?
Sì, al guinzaglio. È una regola che qui ha una ragione pratica evidente: la densità di cinghiali e la fauna nidificante.
Come si raggiunge Rofalco?
Con un percorso di circa due chilometri su mulattiere, difficoltà medio bassa. Le escursioni organizzate partono di norma da Farnese e sono accompagnate da archeologi e volontari del Gruppo Archeologico Romano. Conviene prenotare ai recapiti della riserva.
Le cascate valgono il viaggio?
Dipende dalla stagione. La portata dell’Olpeta dipende dalle piogge, quindi fra novembre e maggio sì, in piena estate spesso no.
C’è campo per il telefono?
A tratti. La copertura è discontinua e in alcune conche sparisce. Scaricate le mappe offline prima di entrare.
Si può campeggiare o bivaccare?
Il campeggio libero non è consentito. Per il bivacco chiedete alla riserva prima di organizzarvi, perché non do per scontato che sia ammesso.
Dove si dorme?
A Farnese e nei paesi vicini l’offerta è fatta soprattutto di agriturismi, bed and breakfast e case vacanza. Chi vuole più scelta si appoggia al lago di Bolsena.
Qual è il contatto della riserva?
Sede in località Bottino, Farnese (VT). I recapiti pubblicati dal portale regionale delle aree protette sono il telefono 0761 458861, il numero mobile 331 2346429 e l’indirizzo rnselvalamone@regione.lazio.it.
Che cosa non aspettarsi
Panorami. Dentro il bosco la visuale è chiusa e non esistono belvedere. Chi cerca la vista deve uscire verso l’Olpeta, verso Farnese o verso il lago.
Domande frequenti sulla Riserva Naturale Regionale Selva del Lamone
Si paga l'ingresso alla Selva del Lamone?
No, l'accesso ai sentieri segnati della Selva del Lamone è libero e gratuito, senza biglietto e senza cancello. Si pagano solo le visite guidate e le escursioni organizzate, con tariffe che vanno chieste direttamente alla riserva.
Quanto è grande la Riserva Naturale Selva del Lamone?
La Riserva Naturale Selva del Lamone si estende su 2.002 ettari nel comune di Farnese, in provincia di Viterbo. È stata istituita nel 1994 con legge regionale ed è gestita dal Comune di Farnese.
Si può visitare la Selva del Lamone senza guida?
Sì, la Selva del Lamone si può visitare senza guida lungo la rete dei ventuno percorsi ufficiali segnati, ma per la prima volta conviene comunque prendere una guida. Senza spiegazione il bosco resta un paesaggio confuso, mentre con una guida diventa leggibile, per esempio riconoscendo una murcia come il fronte di un'antica colata lavica invece che un semplice mucchio di sassi.
Come si arriva alla Selva del Lamone?
Il paese di riferimento per raggiungere la Selva del Lamone è Farnese, un borgo di poco più di milleseicento abitanti in provincia di Viterbo, arroccato su uno sperone tufaceo sopra il fosso della Nova. Il bosco comincia praticamente all'uscita del paese, verso nord.
La Selva del Lamone ha punti panoramici o belvedere?
No, la Selva del Lamone non offre un'esperienza panoramica: dentro il bosco non ci sono belvedere né creste da cui abbracciare il paesaggio. Si cammina con la visuale chiusa a venti o trenta metri, immersi nella vegetazione, e questo va messo in conto prima di programmare la visita.
Qual è il periodo migliore per visitare la Selva del Lamone?
Il periodo migliore per visitare la Selva del Lamone è la primavera, in particolare fra la seconda metà di marzo e la fine di maggio, con aprile come mese ideale. In quella finestra il sottobosco si copre di ciclamini, anemoni e violette, la luce arriva ancora a terra e le cascate dell'Olpeta hanno portata sufficiente per valere il viaggio.
Cosa si vede di interessante dentro la Selva del Lamone oltre al bosco?
Dentro la Selva del Lamone si trovano siti archeologici che vanno dall'età del bronzo finale al medioevo, fra cui le sorgenti della Nova e la fortezza etrusca di Rofalco, distrutta intorno al 280 avanti Cristo. Il territorio è rimasto integro proprio perché la roccia lavica non è mai stata arata.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P. Per una giornata organizzata fuori Roma, con accompagnatore turistico abilitato, si parte dalla pagina contatti di TourLeaderPro; i tour operator che costruiscono itinerari nel Lazio trovano invece il servizio di consulenza nella sezione dedicata ai tour operator.
Prepari un viaggio a Roma? Le guide in inglese per visitare la città sono su ItalyPlanner.com. Per chi ragiona in giornate fuori città c’è la guida alle migliori gite di un giorno da Roma.
Prepara la visita
Link affiliati: se prenoti da qui Estate Romana riceve una piccola commissione, a te non costa nulla in più. Come funzionano
Dormire a Farnese
Case vacanza e B&B a Farnese e dintorni, per fermarsi una notte dopo la gita.
Treni e orari
Frecce, Italo e regionali a confronto per le gite in giornata.
Noleggio auto
Per borghi, laghi e terme che con treno e bus si raggiungono male.





