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Sentiero dei Briganti

In breve. Il Sentiero dei Briganti è un itinerario escursionistico dell'Alta Tuscia, in provincia di Viterbo, che collega la Riserva Naturale di Monte Rufeno, ad Acquapendente, alla Maremma laziale di Vulci e Montalto di Castro, passando per il…

Il Sentiero dei Briganti è un itinerario escursionistico dell'Alta Tuscia, in provincia di Viterbo, che collega la Riserva Naturale di Monte Rufeno, ad Acquapendente, alla Maremma laziale di Vulci e Montalto di Castro, passando per il lago di Bolsena, il piano di Latera e la Riserva Naturale della Selva del Lamone. Si sviluppa per circa cento chilometri, si percorre in sette giorni di cammino, ed è segnato sul terreno con il nome proprio dell'itinerario e, nei tratti censiti dal Club Alpino Italiano, con la sigla CAI 101. Non si paga nulla per percorrerlo: è un sentiero pubblico su strade bianche, mulattiere e tratturi. Si affronta a piedi, in mountain bike e a cavallo. Il capo nord è ad Acquapendente (VT), raggiungibile dalla SR 2 Cassia; il capo sud è nella piana di Vulci, fra Canino, Ischia di Castro e Montalto di Castro. Le due riserve regionali che il sentiero attraversa hanno una sede e un numero a cui chiedere lo stato dei sentieri prima di partire: Monte Rufeno, Piazza Santa Maria 1, 01021 Acquapendente, telefono 0763 733442, posta info@monterufeno.it; Selva del Lamone, località Bottino, 01010 Farnese, telefono 0761 458861, posta rnselvalamone@regione.lazio.it. L'ingresso alle riserve è libero e gratuito.

Chi cerca il grande anello appenninico fra Abruzzo e Lazio, quello che parte e torna a Sante Marie nel Cicolano, sta cercando un'altra cosa: la pagina giusta è quella del Cammino dei Briganti. Qui si parla del sentiero viterbese, quello di Tiburzi e della Maremma di confine, e i due itinerari non hanno in comune nulla se non la parola brigante nel nome.

Sentiero dei Briganti
Sentiero dei Briganti

Che cos'è il Sentiero dei Briganti e perché si chiama così

Un sentiero prende il nome dai suoi morti soltanto quando quei morti hanno segnato un territorio per almeno un secolo. È il caso dell'Alta Tuscia laziale, la fascia di terra che dal fiume Paglia scende al Fiora e finisce nel mare di Montalto: fra il Settecento e i primi decenni del Novecento questo fu il terreno di caccia, di fuga e di morte del brigantaggio maremmano. Il Sentiero dei Briganti nasce come progetto della Comunità Montana Alta Tuscia Laziale, con la collaborazione dei comuni di Canino, Farnese e Ischia di Castro, e ha un'idea semplice alle spalle: cucire con un unico filo escursionistico i luoghi in cui quella storia si è consumata, dandogli una segnaletica direzionale propria e un apparato illustrativo che racconta sia le emergenze culturali lambite dal percorso sia le figure di briganti rimaste nella memoria.

Il risultato è un itinerario che non somiglia a un cammino devozionale né a un trekking di quota. Non si sale su nessuna vetta, non si attraversa nessun valico. Si cammina fra i 200 e i 750 metri, quasi sempre dentro il bosco o lungo strade bianche di fondovalle, e il paesaggio cambia tre volte: le argille e i calcari del Paglia al confine con Umbria e Toscana, la piattaforma vulcanica del distretto vulsino con i suoi laghi e le sue colate, la Maremma di macchia e pascolo che scivola verso il Tirreno. Chi conosce il Lazio solo per Roma e i Castelli, qui trova una regione diversa.

La parte del Sentiero dei Briganti che attraversa aree protette è quella meglio documentata e meglio mantenuta. A nord entra nella Riserva Naturale di Monte Rufeno, dove corrisponde al sentiero CAI 101 e ne costituisce la prima tappa. A sud attraversa da est a ovest la Riserva Naturale Selva del Lamone, dove la tappa censita dalla riserva è la settima. In mezzo, il sentiero corre su viabilità minore e su proprietà agricole: è il tratto in cui la segnaletica va cercata con più attenzione e in cui conviene avere con sé una traccia digitale.

Sentiero dei Briganti e Cammino dei Briganti: due itinerari da non confondere

La confusione fra i due nomi è la prima cosa che un accompagnatore deve sciogliere quando qualcuno chiede di organizzare una settimana sui passi dei briganti. Le due proposte sono omonime, hanno entrambe una lunghezza di circa cento chilometri e si percorrono entrambe in sette giorni, e qui finiscono le somiglianze.

Dove passa il Cammino dei Briganti

Il Cammino dei Briganti è un anello appenninico che parte e torna a Sante Marie, in provincia dell'Aquila, a due passi da Tagliacozzo. Si muove fra Abruzzo e Lazio, nelle terre storiche della Marsica e del Cicolano, su quote comprese fra gli 800 e i 1.300 metri, e tocca Santo Stefano, Nesce, Cartore, il Lago della Duchessa, Rosciolo dei Marsi e Le Crete. La memoria che rievoca è quella del brigantaggio postunitario meridionale: la banda di Cartore, la figura di Berardino Viola, e sullo sfondo le vicende di Carmine Crocco e dello spagnolo José Borjes. È un cammino di montagna, con dislivelli veri, freddo in stagione e paesaggio di faggete e altopiani carsici.

Dove passa il Sentiero dei Briganti

Il Sentiero dei Briganti, quello di cui parla questa guida, è un percorso lineare dell'Alta Tuscia viterbese. Non è un anello: si parte da un capo e si arriva all'altro, il che impone di organizzare il rientro. Si muove su quote basse, fra il fiume Paglia e il mare, e la sua memoria è quella del brigantaggio maremmano e pontificio, una vicenda con radici molto più antiche del 1861 e con protagonisti diversi. Il paesaggio è di bosco di caducifoglie, colate laviche, laghi vulcanici, necropoli etrusche e pascoli maremmani.

Detto in modo brutale: uno è un cammino d'Appennino, l'altro è un cammino di Maremma. Chi ha fatto il primo e vuole rifare la stessa esperienza con il secondo resterà spiazzato, perché il Sentiero dei Briganti chiede meno gambe e più testa: bisogna saper leggere un paesaggio archeologico e geologico, altrimenti si cammina per sette giorni dentro un bosco e basta.

Come arrivare al Sentiero dei Briganti

Al capo nord: Acquapendente e Monte Rufeno

Il punto di attacco settentrionale del Sentiero dei Briganti è l'area di Acquapendente, in provincia di Viterbo, sul confine con Umbria e Toscana. In automobile da Roma si prende l'A1 fino all'uscita di Orvieto e poi la SS 71 verso Acquapendente, oppure si sale tutta la SR 2 Cassia passando per Viterbo, Montefiascone e Bolsena: la seconda soluzione è più lenta e infinitamente più bella, e consente di arrivare al sentiero avendo già capito dove si è. Dall'A1 l'uscita di Orvieto è la più comoda anche per chi viene da nord.

Il tratto dentro la riserva di Monte Rufeno ha un accesso preciso: superato il Ponte Gregoriano sulla SR Cassia si svolge a destra nella prima strada asfaltata, e il parcheggio si trova nei pressi del punto di ristoro Le Roghete. Da lì si entra nella riserva dall'ingresso numero 3 e si prosegue sui segnavia del CAI. Un secondo attacco, per chi preferisce cominciare dall'alto, è il casale Monaldesca, in località Monaldesca ad Acquapendente.

Al capo sud: Vulci, Canino, Ischia di Castro

Il capo meridionale del Sentiero dei Briganti si trova nella piana di Vulci, fra i territori di Canino, Ischia di Castro e Montalto di Castro. In automobile da Roma si esce dalla SS 1 Aurelia all'altezza di Montalto e si risale verso l'interno seguendo le indicazioni per il parco di Vulci. Chi arriva in treno scende a Montalto di Castro sulla linea tirrenica e prosegue in automobile o con i servizi locali: il sentiero, in quel tratto, non ha una fermata del trasporto pubblico davanti all'attacco, e questo va messo in conto.

Il tratto centrale: Latera, il lago di Mezzano, il Lamone

Chi vuole percorrere solo il segmento più spettacolare del Sentiero dei Briganti può attaccare da Farnese. La tappa che attraversa la Selva del Lamone parte dall'incrocio fra la SP 117 e la strada sterrata che porta a Il Voltone, in località Molino d'Ischia, e chiude all'incrocio con la SP 47 del Lamone, all'ingresso Lamoncello. Sono 12,3 chilometri, con 135 metri di dislivello in salita e 200 in discesa, tre ore e venti minuti di cammino, difficoltà E.

Il Sentiero dei Briganti tappa per tappa

Il Sentiero dei Briganti è organizzato in sette giornate di cammino, ed è pensato per essere percorso da nord a sud, da Monte Rufeno a Vulci: si va con il sole alle spalle la mattina, si scende di quota, e si finisce al mare. Le due tappe interamente dentro le riserve regionali hanno una scheda tecnica pubblica e sono quelle che riporto qui con i numeri esatti; per le tappe intermedie, che corrono su viabilità comunale e proprietà private, conviene chiedere lo stato aggiornato del percorso alle sedi delle riserve prima di partire.

Prima tappa del Sentiero dei Briganti: dentro Monte Rufeno

La prima tappa segue l'antico tracciato dei briganti fra il fondovalle del Paglia e il crinale, sviluppandosi per 11 chilometri con 121 metri di dislivello in salita e 577 in discesa, per una durata di tre ore e una difficoltà E. Il punto di attacco è lungo la SP che dal Ponte Gregoriano sale verso Allerona, a quota 246 metri; l'altro capo è il casale La Monaldesca, a 741 metri. Si cammina su strade forestali sterrate in buone condizioni, con tratti asfaltati negli accessi, e il percorso è praticabile a piedi, a cavallo e in mountain bike. Lungo la giornata si incontrano le aree di sosta dei casali storici, il Casale Tigna, il casale Felceto e il Villaggio del Carbonaio; l'acqua si trova alla sorgente La Fonte e al Fosso del Gambero. La riserva segnala che i tratti su asfalto sono affrontabili anche con il passeggino e da persone con disabilità motorie.

Il segmento gemello, che la riserva censisce come Sentiero dei Briganti con difficoltà T, corre dal casale Monaldesca verso Acquapendente lungo l'antico tracciato della strada Perugina, scende verso Monte Rufeno e raggiunge la valle del fiume Paglia: 17,3 chilometri, 40 metri di dislivello in salita e 483 in discesa, tre ore, quota minima 522 metri e massima 741. Quasi tutto il tracciato è su strada sterrata in buone condizioni, percorribile anche con il passeggino salvo un breve tratto iniziale sulla strada Perugina. Lungo il percorso si passa per aree aperte con fioriture caratteristiche, il fosso del Gambero, un apiario sperimentale, il Villaggio del Carbonaio e il casale Felceto, che ospita la casa delle tradizioni contadine. Acqua ai casali e al fontanile; strutture ricettive ai casali Monaldesca e Tigna. Periodo consigliato: tutto l'anno.

Le tappe centrali del Sentiero dei Briganti: dal Paglia al lago di Bolsena

Uscito da Monte Rufeno, il Sentiero dei Briganti punta a sud e scende verso il bacino vulsino. È il tratto in cui il paesaggio cambia carattere: si lasciano le argille scivolose e i calcari del confine toscoumbro e si entra nella terra nera dei vulcani spenti. Il lago di Bolsena compare all'improvviso da un crinale, e la vista dall'alto del più grande lago vulcanico d'Europa è il momento in cui la maggior parte dei camminatori tira fuori il telefono. Da qui il sentiero sfiora i borghi rivieraschi, da Capodimonte a Marta, e risale verso l'interno.

Verso il piano di Latera e il lago di Mezzano

La quarta e la quinta giornata del Sentiero dei Briganti corrono nella caldera di Latera, un anfiteatro vulcanico che si apre a occidente del bacino di Bolsena, e toccano il lago di Mezzano, uno specchio d'acqua piccolo e rotondo incastonato in un cratere. È una delle zone archeologicamente più dense dell'Italia centrale: sul fondo del lago di Mezzano sono stati individuati resti di un abitato dell'età del Bronzo, e l'intera piana è costellata di tracce etrusche e medievali. Chi cammina qui in primavera trova pascoli, cavalli e un silenzio che nel Lazio si incontra raramente.

Settima tappa del Sentiero dei Briganti: la traversata della Selva del Lamone

La tappa dentro la Selva del Lamone è quella che giustifica da sola il viaggio. Il tracciato collega il piano di Latera all'incrocio con la SP 47 del Lamone, attraversando la riserva da est a ovest, e misura 12,3 chilometri con 135 metri di dislivello in salita e 200 in discesa, tre ore e venti minuti, difficoltà E. Si parte dall'incrocio fra la SP 117 e la sterrata per Il Voltone, in località Molino d'Ischia, si costeggia dapprima il fiume Olpeta, si entra nell'area protetta dall'ingresso Cancellone e si cammina sotto una copertura arborea continua fino all'uscita di Lamoncello. La pendenza è lieve e il fondo è una sterrata carrozzabile, tanto che la riserva indica il tracciato come accessibile in sedia a rotelle o con il passeggino: una rarità, per un sentiero di questo tipo. La segnaletica riporta il nome dell'itinerario.

L'arrivo a Vulci: il Sentiero dei Briganti finisce fra gli Etruschi

L'ultima giornata del Sentiero dei Briganti scende lungo il Fiora e arriva alla piana di Vulci, dove il fiume ha scavato una forra e dove si trovano l'area archeologica della città etrusca e il Castello dell'Abbadia, oggi sede del museo archeologico. Finire un cammino sul brigantaggio davanti alle tombe di una metropoli etrusca sembra un cortocircuito, e invece è la sintesi esatta di che cosa sia questo territorio: un palinsesto in cui ogni epoca ha usato gli stessi nascondigli.

Sentiero dei Briganti
Sentiero dei Briganti

Monte Rufeno, il capo settentrionale del Sentiero dei Briganti

La Riserva Naturale di Monte Rufeno è stata istituita nel 1983 e si estende per 2.893 ettari nel territorio del comune di Acquapendente, che la gestisce. È il lembo più settentrionale del Lazio: il fiume Paglia ne segna il confine con l'Umbria e la Toscana, e le quote vanno dai 774 metri delle Greppe della Maddalena ai 235 metri del fondovalle fluviale. Il dato che colpisce chi si occupa di natura è un altro: l'area protetta ospita il trenta per cento delle specie presenti in Italia e il cinquantaquattro per cento di quelle laziali. Per una riserva di poco meno di tremila ettari è una concentrazione fuori scala, e dipende dal fatto che qui si toccano tre ambienti geologici diversi nel giro di pochi chilometri.

La geologia di Monte Rufeno e il fiume Paglia

Il Paglia divide la riserva in due metà che non si somigliano. A nord dominano le formazioni sedimentarie calcaree e i fenomeni franosi, con versanti erosi e una rete fittissima di fossi; a sud si entra nei tavolati vulcanici del distretto vulsino. Da questa doppia natura nascono le trosce, pozze d'acqua temporanee che si formano nelle depressioni e che sono l'habitat di anfibi e di specie rare. Camminare qui dopo le piogge significa vedere un paesaggio che in estate scompare del tutto.

La fauna e la flora lungo il Sentiero dei Briganti a Monte Rufeno

Cinghiali e caprioli si incontrano con una certa regolarità, soprattutto all'alba e al tramonto. Più difficili, ma presenti, il gatto selvatico e il gufo reale; la riserva è inclusa nella rete Natura 2000 con cinque zone di conservazione dedicate a specie e habitat rari, fra cui il lupo e le testuggini d'acqua dolce. In primavera le fioriture spontanee, comprese diverse orchidee selvatiche protette, trasformano le radure lungo il Sentiero dei Briganti in un catalogo botanico a cielo aperto. Chi ha un minimo di occhio per le orchidee spontanee dovrebbe organizzare la camminata fra la seconda metà di aprile e la prima di maggio.

I casali e il Villaggio del Carbonaio

Dentro Monte Rufeno si contano trentaquattro casali rurali, abitati fino a circa cinquant'anni fa: sono la traccia più leggibile di un'economia agrosilvopastorale che il bosco si è ripreso in due generazioni. Il Sentiero dei Briganti ne sfiora diversi, e alcuni sono stati recuperati come strutture ricettive o come spazi didattici. Il casale Felceto ospita la casa delle tradizioni contadine; il Casale Monte Rufeno accoglie un'oasi astronomica; il casale Tigna e il casale Monaldesca offrono ospitalità. Il Villaggio del Carbonaio è la ricostruzione, sul posto, dell'accampamento stagionale in cui si preparavano le carbonaie: capanne coniche di frasche, la piazzola battuta, la catasta di legna costruita a cupola e ricoperta di terra. Chi arriva qui dopo tre ore di cammino capisce di colpo che cosa significasse passare l'inverno nel bosco.

Il Museo del Fiore e il Bosco del Sasseto

A Torre Alfina, frazione di Acquapendente, il Casale Giardino ospita il Museo del Fiore, un piccolo museo naturalistico interno alla riserva: oltre mille specie di piante con fiore, postazioni interattive, una sezione sul rapporto fra fiori e insetti e una dedicata ai Pugnaloni, i grandi quadri floreali della tradizione locale. Ci sono un sentiero natura, un laboratorio didattico, una sala di proiezione e un'area gioco; il museo collabora con i dipartimenti dell'Università della Tuscia. Recapiti: telefono e WhatsApp 388 8568841, posta info@museodelfiore.it. Poco distante si apre il Bosco del Sasseto, monumento naturale di 61 ettari di latifoglie miste cresciute fra i massi vulcanici, con fioriture primaverili e una comunità fungina di grande interesse. Non è sul tracciato del Sentiero dei Briganti, ma vale la deviazione di mezza giornata.

La Selva del Lamone, il tratto più duro del Sentiero dei Briganti

Se il Sentiero dei Briganti ha un luogo che spiega da solo perché il brigantaggio sia sopravvissuto qui più a lungo che altrove, quel luogo è la Selva del Lamone. La riserva naturale regionale è stata istituita nel 1994, copre circa 2.002 ettari nel comune di Farnese, che la gestisce, e occupa uno degli angoli più isolati del Lazio. La descrizione che ne dà l'ente gestore è priva di retorica: una selva aspra e selvaggia, a tratti impenetrabile, formatasi su una colata lavica giovane, collocata fra i 150.000 e i 50.000 anni fa.

La colata lavica e i murci

Il fondo del Lamone non è terra: è pietra. La colata ha lasciato un caos di blocchi basaltici che i contadini locali chiamano murci, accumuli che rendono il terreno impraticabile ai mezzi e faticoso anche a piedi. Per guadagnare superficie coltivabile, generazioni di braccianti hanno raccolto quei blocchi a mano e li hanno impilati in torri e muri: sono le pile, strutture a secco che si incontrano dentro il bosco e che sembrano monumenti preistorici pur essendo, nella maggior parte dei casi, opera agricola dell'Otto e del Novecento. La più celebre è la pila di Rosacrepante, indicata dalla riserva come il principale elemento geologico dell'area.

I crateri di collasso e le gallerie di scorrimento lavico

Dentro la Selva del Lamone si cammina fra elementi vulcanici che in Italia centrale non hanno molti confronti: gallerie di scorrimento lavico, crateri di collasso, colate affioranti. Il Sentiero dei Crateri, numero 7, li percorre in 3,4 chilometri e un'ora e quaranta, con appena venti metri di dislivello, difficoltà E: parte nei pressi del Cancellone e finisce al Roggio del Maschietto, il parcheggio è nell'area a circa 150 metri a sud dell'ingresso Cancellone. Il fondo è sassoso e sconnesso, quindi sconsigliato a chi ha difficoltà motorie. Tre varianti si staccano dal tracciato principale: la 7a, un anello breve fra più crateri; la 7b, che si collega al sentiero 15; la 7c, che porta al Faggione, l'albero monumentale più noto della riserva.

Il bosco, la fauna e le aree Natura 2000

Il novanta per cento della riserva è coperto da bosco a dominanza di querce, con caratteri mesofili nelle depressioni dei crateri di collasso, dove l'aria fredda ristagna, e termofili sugli accumuli di blocchi lavici, che si scaldano al sole. Il restante dieci per cento è agricolo: prati, pascoli e coltivi abbandonati in via di ricolonizzazione naturale. Tre aree della rete Natura 2000 si sovrappongono al sito, due Siti di Importanza Comunitaria e una Zona di Protezione Speciale, istituite in attuazione delle direttive europee 92/43/CE e 2009/147/CE.

Rofalco, la fortezza etrusca dentro il Lamone

Nel folto della Selva del Lamone si trovano i resti di Rofalco, un insediamento etrusco fortificato che il bosco ha protetto per duemilatrecento anni. Ci si arriva per due vie. Il sentiero 4, Roppozzo-Rosacrepante-Rofalco, è un anello di 3,7 chilometri con sessanta metri di dislivello, due ore e venti, difficoltà E: si parte dalla località Roppozzo, segnalata da una capannina con pannello illustrativo, si arriva in località Cavicchione e a circa 1,3 chilometri dalla partenza il tracciato si biforca, a destra verso Rofalco, a sinistra verso Rosacrepante e Semonte. Il fondo è quello delle vecchie mulattiere, sconnesso e sassoso; la segnaletica è a bandierine bianco-rosse; non ci sono punti d'acqua né ristoro, ma il Rifugio Lamone dista circa centocinquanta metri.

La seconda via è il sentiero 5, da Sant'Anna a Rofalco: quattro chilometri, ottanta metri di dislivello, due ore, difficoltà E. Si parte dai giardini pubblici di Farnese, si scende verso la chiesa di Sant'Anna, si attraversa il fiume Olpeta al ponte di Stenzano, dove si trova acqua, si sale oltre la tomba etrusca di Gottimo e si raggiunge Rofalco, chiudendo in località Roccoia. In prospettiva questo tracciato sarà inserito nei sentieri CAI 163 e 163A, in corso di definizione.

Semonte, l'abbazia e i cavalli semibradi

Il sentiero 15, da Pian di Sala a Semonte, misura 2,7 chilometri per un'ora e dieci, difficoltà E, e segue una vecchia strada di comunicazione ormai scomparsa. Attraversa un'area faunistica in cui pascolano cavalli semibradi e sale al colle di Semonte, dove restano i resti di uno dei coni vulcanici più recenti dell'area, con un belvedere in cima. Circa 650 metri prima dell'imbocco del sentiero si incontra l'abbazia cistercense di Santa Maria di Sala, raggiungibile a piedi: una fondazione monastica di fondovalle che racconta il tentativo medievale di mettere a coltura una terra che non voleva saperne.

I carbonai e la pila di Voltamacine

Il sentiero 1, Voltamacine, è breve e molto istruttivo: 2,7 chilometri, un'ora e mezza, sessanta metri di dislivello, difficoltà E, con partenza e arrivo in località Valle Felciosa. Passa accanto alla pila di Voltamacine e alle capanne dei carbonai, le strutture in cui gli addetti alla carbonizzazione vivevano durante la stagione di lavoro. Il parcheggio conviene lasciarlo all'incrocio delle 4 Strade, 250 metri a nordest, oppure in località Catrasta, 500 metri a sud. Non ci sono punti d'acqua lungo il percorso, la segnaletica è a bandierine bianco-rosse e il tracciato è sconsigliato a chi ha problemi motori o visivi e a chi spinge un passeggino.

Vulci e la Maremma laziale, dove il Sentiero dei Briganti finisce

Vulci fu una delle grandi città della dodecapoli etrusca, e la sua ricchezza si misura oggi soprattutto in negativo: dalle sue necropoli è uscito, fra Otto e Novecento, un numero impressionante di vasi attici e di bronzi che riempiono i musei di mezza Europa. Il territorio appartenne per un periodo a Luciano Bonaparte, principe di Canino, e gli scavi condotti in quella stagione furono all'origine della dispersione. L'area archeologica occupa il pianoro delimitato dalla forra del Fiora; il Castello dell'Abbadia, fortificazione medievale sul ponte che scavalca il fiume, ospita il museo archeologico. Il parco naturalistico archeologico comprende anche il laghetto del Pellicone e i sentieri lungo il corso d'acqua. Orari, biglietti e giorni di apertura vanno verificati sul sito ufficiale del parco prima di presentarsi al cancello, perché variano con la stagione.

Il ponte e la forra del Fiora

Il ponte che collega il castello al pianoro poggia su strutture di età etrusca e romana ed è alto a sufficienza da dare le vertigini. La forra sotto di esso è un ambiente umido e fresco anche ad agosto, con vegetazione ripariale fitta e una fauna di uccelli acquatici. Per chi arriva a piedi dopo sette giorni di bosco, il salto di scala è notevole: si passa dal chiuso della selva all'aperto della piana in poche centinaia di metri.

Dal parco al mare di Montalto

Dalla piana di Vulci al litorale di Montalto di Castro ci sono pochi chilometri di pianura coltivata. Chi vuole chiudere il Sentiero dei Briganti con i piedi nell'acqua può aggiungere una mezza giornata e raggiungere la costa, che qui è bassa, sabbiosa e lunghissima. È una conclusione che consiglio a chi cammina in primavera avanzata: dopo una settimana di ombra, il mare fa un altro effetto.

Gli altri Etruschi a portata di deviazione

L'Alta Tuscia è il cuore dell'Etruria meridionale, e chi percorre il Sentiero dei Briganti si muove per giorni dentro un paesaggio funerario. Le necropoli rupestri di Tuscania, le tombe dipinte di Tarquinia, l'abitato e le tombe del Parco Marturanum a Barbarano Romano e l'insediamento di Monte Casoli di Bomarzo stanno tutti entro un'ora di automobile dal tracciato. Chi ha due giorni in più li spenda così.

Castello dell' Abbadia e museo archeologico di Vulci (VT)
Castello dell’ Abbadia e museo archeologico di Vulci (VT) – sentiero dei briganti

Il brigantaggio nell'Alta Tuscia: perché proprio qui

Dal Settecento fino alla prima guerra mondiale questo territorio fu condizionato dal fenomeno del brigantaggio, e il nome del Sentiero dei Briganti viene da lì. Le ragioni sono geografiche prima che politiche. Era una terra di confine: a nord lo Stato Pontificio finiva contro il Granducato di Toscana, e più tardi contro il neonato Regno d'Italia. Chi commetteva un reato da una parte passava dall'altra in poche ore e diventava irraggiungibile, perché le giurisdizioni non si parlavano e le estradizioni erano lente quando non impossibili.

Poi c'era il terreno. La mancanza di vie di comunicazione rendeva questi luoghi isolati e inaccessibili; le macchie boschive erano ampie e selvagge, collegate fra loro da gole profonde solcate da torrenti e fossi. Un uomo che conoscesse il Lamone poteva sparire in mezz'ora e non essere trovato per anni. Chi cammina oggi sul Sentiero dei Briganti con una traccia GPS e un telefono in tasca fatica a immaginare che cosa fosse quel bosco per un drappello di gendarmi pontifici senza mappa.

Infine la struttura sociale. Era una terra in mano a poche grandi famiglie di proprietari terrieri, una terra di nessuno afflitta dalla miseria e dalla malaria, dove i malfattori e i fuorilegge potevano nascondersi e allo stesso tempo compiere i loro misfatti. La malaria, in particolare, spopolava la Maremma nella stagione calda e lasciava vuoti interi comprensori: pochi occhi, pochi testimoni, molte possibilità.

Il falso mito del brigante buono

Qui prendo posizione senza mezzi termini, perché è il punto su cui la letteratura popolare ha fatto più danni. Il brigantaggio maremmano fu un fenomeno sociale favorito da una miseria diffusa, da un governo ottuso e da una giustizia giusta soltanto per nobili e latifondisti; ma i Tiburzi, i Biagini, i Menichetti e gli altri non furono i Robin Hood che una cattiva letteratura ha voluto farci credere. Furono uomini che praticarono omicidi, grassazioni, estorsioni e scontri a fuoco con le forze dell'ordine, operando in piccoli gruppi e talvolta articolandosi in vere reti criminali. Raccontarli come ribelli sociali è comodo e falso; raccontarli come mostri isolati lo è altrettanto. La verità risiede nel meccanismo economico che li teneva in piedi, ed è di quello che vale la pena parlare mentre si cammina.

I nomi che ricorrono lungo il Sentiero dei Briganti

Nel corso dell'Ottocento numerose figure seminarono il terrore in questo territorio. La memoria locale e la pubblicistica che ne è nata ricordano i Fioravanti, gli Ansuini, i Ranucci, Chiappa, Nocchia, Erpita, Brando Camilli, Petrucci, Casali, Fumetta, Menichetti, Bustrenga, Marintacca, Biagini, Basiletto, Biscarini. Sono nomi che ritornano nei pannelli illustrativi lungo il percorso e nei racconti dei paesi. La documentazione archivistica su ciascuno di loro è disuguale: alcuni hanno un fascicolo processuale, altri vivono soltanto nella tradizione orale, e conviene tenere separate le due cose.

Domenico Tiburzi, il brigante che dà il nome al Sentiero dei Briganti

Fra tutti emerse la figura di Domenico Tiburzi da Cellere, detto Domenichino per la sua bassa statura, che la tradizione locale chiama anche il re del Lamone e il giustiziere di Cellere. La sua fama, secondo il racconto che si tramanda in questi paesi, non nacque da particolari doti di crudeltà o di coraggio, bensì dall'organizzazione che seppe imprimere alla sua banda.

La banda come impresa

La tradizione descrive quella banda con una metafora aziendale che ha fatto fortuna: un presidente al vertice, Tiburzi stesso; un amministratore delegato, Domenico Biagini; un consiglio di amministrazione in cui si avvicendarono vari personaggi, alcuni dei quali, Pastorini, Basili e Bettinelli, colpevoli di aver tradito gli scopi comuni, furono licenziati, ovviamente tramite l'eliminazione fisica. Come impiegati vennero arruolati fattori, guardiani e benestanti; come manovalanza intere schiere di poveracci reclutati nei vari paesi e usati soprattutto come vivandieri e informatori. Una holding del crimine, organizzata secondo criteri che oggi chiameremmo manageriali.

Il patto con i possidenti

La longevità del dominio di Tiburzi si spiega con gli equilibri che egli riuscì a stabilire con i potentati locali. Evitava accuratamente lo scontro frontale con la polizia e tutelava gli interessi dei possidenti, ai quali garantiva protezione dagli altri briganti e da ogni altro genere di problema, dietro un compenso regolare: una paga, un premio assicurativo, una tassa sulla salute, a seconda di come lo si voglia chiamare. È il meccanismo che in altre regioni italiane ha preso nomi che conosciamo tutti, e vederlo funzionare in questa forma embrionale, dentro un bosco della Tuscia, è la ragione culturale per cui il Sentiero dei Briganti merita di essere percorso pensando.

Che cosa resta oggi sul terreno

Percorrendo il sentiero non è possibile cogliere tutto questo a occhio nudo. Quello che era un territorio di frontiera, di malaria e di miseria, oggi è un grande comprensorio ricco di storia e di natura intatta, e il Sentiero dei Briganti serve appunto a fornire un'occasione per addentrarsi e conoscere gli angoli più belli e segreti. I pannelli illustrativi lungo il percorso colmano parte del divario; il resto lo fa la conversazione con chi in questi paesi è nato.

Una curiosità su Sentiero dei Briganti

La curiosità più concreta del Sentiero dei Briganti non riguarda i briganti: riguarda le pietre. Dentro la Selva del Lamone il camminatore incontra decine di torri e muraglioni di blocchi basaltici accatastati a secco, alti a volte più di un uomo, isolati in mezzo al bosco senza una funzione visibile. Chiunque, vedendoli per la prima volta, pensa a un monumento antico: un tumulo, un recinto cultuale, qualcosa di etrusco. Non lo sono. Sono le pile, e nascono da un lavoro agricolo ostinato e recente.

La colata lavica su cui poggia la selva, formatasi fra 150.000 e 50.000 anni fa, ha lasciato il terreno coperto di blocchi che rendono impossibile qualunque aratura. Per strappare al bosco un fazzoletto coltivabile, i braccianti raccoglievano i blocchi a mano, uno per uno, e li impilavano sul posto, perché portarli via sarebbe costato troppo. Ogni pila è la misura esatta di un campo ripulito. Quando l'agricoltura di sussistenza è finita, i campi sono tornati bosco e le pile sono rimaste lì, in mezzo agli alberi, come segnalibri di una fatica dimenticata.

La più nota è la pila di Rosacrepante, che l'ente gestore della riserva indica come il principale elemento geologico dell'area, raggiungibile dal sentiero 4 con una biforcazione che si apre a circa 1,3 chilometri dalla partenza in località Roppozzo. Un'altra, ben conservata, è la pila di Voltamacine, sul sentiero 1, accanto alle capanne dei carbonai. Il particolare che rende la curiosità utile è questo: le pile sono un ottimo riferimento di orientamento, perché sono fisse, durature e segnate sulle carte della riserva. In un bosco dove ogni radura somiglia all'altra, una pila è un punto fermo. I briganti lo sapevano meglio di noi.

Una cosa che non ti dice nessuno su Sentiero dei Briganti

Nessuno lo scrive nelle presentazioni entusiaste del Sentiero dei Briganti, e invece è la prima cosa che chiunque organizzi una settimana di cammino deve sapere: questo è un itinerario lineare, non un anello. Si parte da Acquapendente e si arriva a Vulci, e alla fine ci si trova a un centinaio di chilometri di strada dal punto in cui si è lasciata l'automobile, in un'area dove il trasporto pubblico è pensato per i residenti e non per gli escursionisti. Il Cammino dei Briganti abruzzese, che è un anello, risolve il problema alla radice; qui il rientro va progettato prima di partire, non il settimo giorno alle cinque del pomeriggio.

Le soluzioni praticabili sono tre, e funzionano tutte. La prima: due automobili, una lasciata all'arrivo e una alla partenza, che è la formula più semplice se si è almeno in quattro. La seconda: appoggiarsi a una struttura ricettiva lungo il percorso che offra il servizio di trasferimento bagagli e il recupero a fine cammino, cosa che diversi casali e agriturismi della zona fanno su richiesta. La terza: spezzare il Sentiero dei Briganti in tappe giornaliere ad anello, usando come basi Acquapendente, Latera, Farnese e Canino, e percorrendo ogni giorno un segmento con rientro in automobile. Quest'ultima è la formula che suggerisco a chi ha famiglia al seguito o poco tempo, perché consente di scegliere i tratti migliori e saltare quelli su asfalto.

La seconda cosa che nessuno dice riguarda l'acqua. Su alcuni tratti dentro le riserve i punti d'acqua sono segnalati e affidabili, ai casali di Monte Rufeno, al ponte di Stenzano sull'Olpeta, al Fosso del Gambero; su altri, come il sentiero 1 Voltamacine o il Sentiero dei Crateri, l'ente gestore avverte esplicitamente che non ce ne sono. In estate, su questo terreno che riflette il calore dalle pietre nere, due litri a testa sono il minimo sindacale e tre sono più ragionevoli.

Il consiglio che ti do per visitare Sentiero dei Briganti

Il consiglio è di rovesciare l'ordine con cui la maggior parte delle persone affronta il Sentiero dei Briganti. Quasi tutti partono da Acquapendente perché è il capo nord e perché la prima tappa è ben segnata; e quasi tutti arrivano alla Selva del Lamone il sesto o settimo giorno, con le gambe pesanti e la testa già al rientro. È uno spreco. Il Lamone è la parte più intensa dell'intero itinerario, quella in cui si capisce davvero perché qui il brigantaggio abbia resistito un secolo e mezzo, e va affrontata con energie fresche e con almeno due giorni a disposizione.

Se il tempo è poco, la scelta è netta: si prende Farnese come base e si dedicano due giorni pieni alla riserva, combinando la traversata CAI 101 da Molino d'Ischia a Lamoncello con l'anello di Rofalco per il sentiero 4 e con il Sentiero dei Crateri. Sono tre uscite corte, tutte di difficoltà E, che insieme raccontano geologia, archeologia etrusca, economia del carbone e brigantaggio. Poi, se restano giorni, si sale a Monte Rufeno per il segmento nord e si scende a Vulci per la chiusura archeologica.

Secondo consiglio, meno romantico ma decisivo: si telefona prima. Le sedi delle due riserve rispondono e sanno dire se un tratto è chiuso per lavori, se un guado è impraticabile dopo le piogge, se il bosco è interessato da un intervento selvicolturale. Monte Rufeno risponde allo 0763 733442, la Selva del Lamone allo 0761 458861. Una telefonata di tre minuti evita di percorrere quindici chilometri per trovare un cancello chiuso.

Terzo consiglio, sulle scarpe. Il fondo del Sentiero dei Briganti è di due tipi molto diversi: strade bianche compatte, su cui si cammina rapidi, e mulattiere sassose e sconnesse, dove ogni passo va appoggiato. Le scarpe basse da trekking leggero funzionano sui primi tratti e sono un errore sulle mulattiere del Lamone, dove i blocchi lavici sono spigolosi e dove una caviglia si gira in un attimo. Suola rigida e sostegno alla caviglia: non è pignoleria, è la differenza fra finire il cammino e finirlo in automobile.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Tutti sanno che le riserve dell'Alta Tuscia sono ricche di natura. Quasi nessuno cita il numero, e il numero è impressionante: la Riserva Naturale di Monte Rufeno, con i suoi 2.893 ettari, ospita il trenta per cento delle specie presenti in Italia e il cinquantaquattro per cento di quelle censite nel Lazio. Più di metà della biodiversità di una regione grande diciassettemila chilometri quadrati si concentra in un fazzoletto di poco meno di trenta chilometri quadrati attraversato dal Sentiero dei Briganti.

La spiegazione è nella geologia. Il fiume Paglia taglia la riserva e separa due mondi: a nord le formazioni sedimentarie calcaree con i loro versanti franosi e la rete fittissima di fossi, a sud i tavolati vulcanici del distretto vulsino. Aggiungete l'escursione altimetrica, dai 235 metri del fondovalle ai 774 delle Greppe della Maddalena, le trosce, le pozze temporanee che compaiono e scompaiono con le piogge, e i trentaquattro casali abbandonati che hanno lasciato radure, siepi e coltivi in abbandono. Ogni ambiente porta il suo corredo di specie. Il risultato è una densità di habitat che poche aree protette italiane possono vantare.

Dal punto di vista europeo tutto questo si traduce in cinque zone di conservazione della rete Natura 2000 istituite per specie e habitat rari, fra cui il lupo e le testuggini d'acqua dolce. Nella Selva del Lamone le aree Natura 2000 sovrapposte sono tre, due Siti di Importanza Comunitaria e una Zona di Protezione Speciale, in attuazione delle direttive 92/43/CE e 2009/147/CE. Chi percorre il Sentiero dei Briganti sta attraversando, senza quasi accorgersene, una delle porzioni di territorio più tutelate dell'Italia centrale. Camminare piano e in silenzio, qui, non è galateo: è metodo.

La foto giusta da fare a Sentiero dei Briganti

La fotografia che riassume il Sentiero dei Briganti non è il panorama sul lago di Bolsena, per quanto sia la più condivisa. È un'immagine chiusa, quasi claustrofobica: una pila di blocchi basaltici dentro la Selva del Lamone, ripresa dal basso, con la copertura arborea che si chiude sopra. Serve a far capire due cose in un colpo solo, il fondo di pietra nera e il soffitto di rami che non lascia passare il cielo. Ed è esattamente la ragione per cui nessuno, per un secolo, riuscì a trovare qui chi non voleva farsi trovare.

Condizioni tecniche. Dentro il bosco del Lamone la luce è scarsa anche a mezzogiorno, e il contrasto fra le chiazze di sole e l'ombra profonda manda in crisi qualunque esposizione automatica: conviene esporre per le alte luci e recuperare le ombre in postproduzione, oppure attendere una giornata coperta, che è la condizione ideale. Un obiettivo grandangolare moderato, intorno ai 24 millimetri equivalenti, tiene insieme la pila e la volta di rami senza deformare. Il treppiede è utile perché i tempi si allungano subito sotto la chioma.

La seconda fotografia da portare a casa è al Villaggio del Carbonaio di Monte Rufeno, all'ora dorata: le capanne coniche di frasche controluce, con il bosco dietro, raccontano un mestiere che è scomparso da due generazioni. La terza è al Castello dell'Abbadia di Vulci dal greto del Fiora, guardando in su verso il ponte: è il classico della zona, e per una volta il classico ha ragione. Evitate invece la foto del cartello con il nome del Sentiero dei Briganti: la fanno tutti, e non dice nulla di questo territorio.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

La terra attraversata dal Sentiero dei Briganti ha conosciuto almeno quattro stagioni storiche che hanno lasciato un segno visibile sul terreno, e camminare significa attraversarle in ordine inverso.

La fine di Rofalco

Dentro la Selva del Lamone, l'insediamento etrusco fortificato di Rofalco appartiene alla fase finale dell'indipendenza etrusca, quando le città dell'Etruria meridionale si stavano difendendo dall'espansione romana. Le indagini archeologiche lo descrivono come un abitato fortificato, protetto dal bosco e dalle asperità laviche. La sua fine coincide con il momento in cui Roma smantellò il sistema territoriale di Vulci. Il dettaglio che colpisce chiunque ci arrivi a piedi è la scelta del sito: nessuna posizione dominante, nessuna visibilità sul territorio, soltanto l'impenetrabilità della selva. La stessa logica dei briganti, duemila anni prima.

La dispersione dei vasi di Vulci

Nel corso dell'Ottocento le necropoli di Vulci furono oggetto di una stagione di scavi di proporzioni enormi, condotti sui terreni che appartennero a Luciano Bonaparte, principe di Canino. Da quelle tombe uscirono migliaia di vasi attici e di bronzi che presero la via dei mercati antiquari europei. È l'avvenimento che ha reso Vulci celebre nei musei del mondo e povera sul proprio terreno, ed è la ragione per cui una visita all'area archeologica richiede oggi uno sforzo di immaginazione: il contenuto è altrove.

Il secolo del brigantaggio

Dal Settecento fino alla prima guerra mondiale l'Alta Tuscia visse condizionata dal brigantaggio. Gli anni decisivi furono quelli centrali dell'Ottocento, quando il confine fra Stato Pontificio e Granducato di Toscana prima, e fra Stato Pontificio e Regno d'Italia poi, offrì ai fuorilegge una linea di fuga permanente. Furono decenni di omicidi, grassazioni e conflitti a fuoco con le forze dell'ordine, con bande che a volte si articolarono in vere organizzazioni criminali. La repressione arrivò tardi e passò soprattutto dal controllo del territorio e dalla bonifica, non dalle armi.

La bonifica e la fine della malaria

L'avvenimento che chiuse davvero la stagione del brigantaggio maremmano non fu un arresto: fu la bonifica. Il prosciugamento delle aree umide, la costruzione di strade e la lotta alla malaria ripopolarono la Maremma e la resero, per la prima volta da secoli, un territorio abitato tutto l'anno. Dove ci sono occhi non ci sono nascondigli. La stessa trasformazione svuotò i casali di Monte Rufeno, abitati fino a circa cinquant'anni fa e poi abbandonati con l'esodo rurale del secondo dopoguerra, e spense il mestiere dei carbonai, di cui restano le piazzole e le capanne lungo il Sentiero dei Briganti.

La nascita delle riserve e del sentiero

L'ultimo avvenimento è recente e riguarda la tutela. Monte Rufeno diventa riserva naturale regionale nel 1983; la Selva del Lamone nel 1994. Il Sentiero dei Briganti nasce come progetto della Comunità Montana Alta Tuscia Laziale con i comuni di Canino, Farnese e Ischia di Castro, e viene dotato di segnaletica direzionale propria e di un apparato illustrativo dedicato sia alle emergenze culturali sia alle figure dei briganti. Da quel momento un territorio che per due secoli si era difeso dall'esterno comincia a raccontarsi.

Chi è passato da Sentiero dei Briganti

Il Sentiero dei Briganti non ha il pedigree mondano di una via consolare, e proprio per questo l'elenco di chi ci è passato è più interessante del solito.

Gli Etruschi e i Romani

I primi a percorrere queste direttrici furono gli Etruschi di Vulci, che collegavano la città al retroterra interno e ai valichi verso il bacino del Paglia. Le tombe rupestri, la necropoli di Gottimo lungo il sentiero 5 e l'abitato di Rofalco sono i resti di quel sistema. Dopo la conquista romana la viabilità si riorganizzò attorno agli assi consolari, e queste vie interne restarono come tratturi di collegamento locale, che è la ragione per cui sono sopravvissute fino a noi come strade bianche.

I monaci cistercensi

Nel medioevo l'abbazia di Santa Maria di Sala, a circa 650 metri dall'imbocco del sentiero 15 che sale a Semonte, porta la firma dei Cistercensi, l'ordine che in tutta Europa si specializzò nel mettere a coltura terre marginali. La loro presenza in una piana ai margini del Lamone dice quanto fosse ambito, e difficile, ricavare un campo da quella pietra.

Luciano Bonaparte, principe di Canino

Il fratello di Napoleone acquistò il principato di Canino e con esso i terreni di Vulci, e fu sotto la sua proprietà che partì la grande stagione di scavi ottocenteschi nelle necropoli. È il personaggio di rango europeo più singolare che questa terra abbia ospitato: un Bonaparte in rotta con il fratello imperatore, che si ritira in Maremma e finisce per cambiare la storia dell'archeologia etrusca, nel bene e nel male.

I briganti e chi dava loro la caccia

Poi ci sono loro, che a questi boschi hanno dato il nome: i Fioravanti, gli Ansuini, i Ranucci, Chiappa, Nocchia, Erpita, Brando Camilli, Petrucci, Casali, Fumetta, Menichetti, Bustrenga, Marintacca, Biagini, Basiletto, Biscarini, e sopra tutti Domenico Tiburzi da Cellere, il Domenichino della tradizione maremmana. Con loro passarono di qui i gendarmi pontifici, i carabinieri del Regno e i militi che per decenni batterono la selva senza trovarla mai davvero. Il Sentiero dei Briganti è l'unico itinerario italiano che porti il nome dei fuggitivi e non degli inseguitori.

I carbonai, i butteri e i braccianti

L'ultima categoria è quella che ha lasciato i segni materiali più numerosi. I carbonai salivano nel bosco per la stagione, costruivano le capanne di frasche che si vedono ricostruite al Villaggio del Carbonaio, accendevano le carbonaie e restavano a vegliarle giorno e notte. I butteri, i mandriani a cavallo della Maremma, si muovevano sugli stessi tratturi con le mandrie. I braccianti costruirono le pile, pietra dopo pietra. Sono loro ad aver disegnato il Sentiero dei Briganti molto prima che qualcuno lo chiamasse così.

Butteri e carbonai, i mestieri che il Sentiero dei Briganti conserva

Una tradizione recente vuole che chi intraprende il Sentiero dei Briganti abbia anche modo di conoscere due categorie sociali che portano avanti mestieri antichi: i butteri e i carbonai. Non è folclore da cartolina, è un pezzo di economia che in questa fascia di territorio si è estinto da poco e in qualche caso non si è estinto affatto.

I butteri della Maremma

Il buttero è il mandriano a cavallo della Maremma, l'uomo che governa bovini e cavalli allo stato brado su superfici enormi. Chi lo desidera, lungo il Sentiero dei Briganti può farsi spiegare da questi uomini l'antica arte della marchiatura del bestiame, che ha regole, attrezzi e un linguaggio proprio. Il buttero maremmano non è il cowboy americano con l'accento italiano: usa una sella diversa, un bastone chiamato uncino e una tecnica di conduzione della mandria che nasce dalla macchia e non dalla prateria. Le aree faunistiche della Selva del Lamone, dove pascolano cavalli semibradi lungo il sentiero 15 verso Semonte, danno un'idea concreta di che cosa significhi allevare allo stato brado.

I carbonai e le carbonaie

Il carbonaio saliva nel bosco in primavera e ci restava fino all'autunno. Costruiva la piazzola, accatastava la legna a cupola attorno a un camino centrale, copriva il tutto di frasche e terra e dava fuoco: da quel momento la carbonaia andava sorvegliata giorno e notte per settimane, perché una fessura sbagliata avrebbe trasformato la combustione lenta in un incendio. Lungo il Sentiero dei Briganti si incontrano le piazzole, riconoscibili come spiazzi circolari di terreno nero, e le capanne ricostruite: al Villaggio del Carbonaio di Monte Rufeno e accanto alla pila di Voltamacine nella Selva del Lamone. Chi ha la fortuna di incrociare un anziano del posto disposto a raccontare sente storie di minatori e carbonai che nessun pannello illustrativo riesce a rendere.

Quando percorrere il Sentiero dei Briganti

Le schede tecniche delle riserve indicano il Sentiero dei Briganti come percorribile tutto l'anno, ed è vero nel senso che il sentiero non chiude. Ma le quattro stagioni qui non si equivalgono, e chi lo affronta nel periodo sbagliato porta a casa metà di quello che poteva vedere.

Primavera, la stagione giusta

Dalla seconda metà di marzo alla prima metà di giugno è il periodo migliore in assoluto per il Sentiero dei Briganti. Le fioriture spontanee di Monte Rufeno sono al massimo, comprese le orchidee selvatiche; le trosce sono piene e brulicano di anfibi; il bosco del Lamone ha la foglia nuova e la luce passa ancora attraverso le chiome. Le temperature consentono di camminare per cinque o sei ore senza soffrire. Il rovescio della medaglia è il fondo: dopo le piogge le mulattiere sassose diventano scivolose e i guadi dei fossi possono essere impegnativi.

Estate, con cautela

Luglio e agosto sul Sentiero dei Briganti richiedono disciplina. Il bosco del Lamone protegge dal sole con una copertura arborea continua, e questo aiuta; ma le pietre laviche accumulano calore e lo restituiscono per ore, e nei tratti aperti verso Vulci e la Maremma l'ombra sparisce del tutto. Si parte all'alba, si chiude la tappa entro le undici, si riprende dopo le diciassette. Acqua abbondante, cappello, e attenzione al rischio di incendio, che in questa fascia di territorio è alto: niente fuochi, niente sigarette.

Autunno, la stagione dei colori e dei funghi

Ottobre e novembre regalano al Sentiero dei Briganti il suo abito migliore dal punto di vista fotografico: le querce virano, il sottobosco si accende, l'aria è tersa e i panorami sul lago di Bolsena si allungano. È anche la stagione fungina, con la comunità micologica del Bosco del Sasseto che attira studiosi. Attenzione alle giornate corte e alla caccia: nei periodi di apertura conviene indossare colori vivaci e informarsi presso la sede della riserva.

Inverno, per chi cerca il silenzio

D'inverno il Sentiero dei Briganti si svuota. Il bosco spoglio lascia vedere la struttura del terreno, le pile e i crateri di collasso diventano leggibili come in nessun'altra stagione, e chi cerca il senso di isolamento che rese possibile il brigantaggio lo trova qui, in una giornata di gennaio con la nebbia bassa. Fa freddo, il fondo può gelare e le ore di luce sono poche: tappe corte e rientro presto.

Difficoltà, preparazione e attrezzatura per il Sentiero dei Briganti

Le tappe censite dalle riserve lungo il Sentiero dei Briganti sono classificate E, escursionistiche, con un segmento valutato T, turistico. Significa che non serve alcuna tecnica alpinistica, che non ci sono tratti esposti e che i dislivelli sono modesti: 121 metri in salita sulla prima tappa, 135 sulla settima. La difficoltà del Sentiero dei Briganti non è verticale, è orizzontale: sono i chilometri accumulati giorno dopo giorno, il fondo sassoso delle mulattiere e, nel Lamone, la monotonia visiva del bosco chiuso che disorienta più di quanto si immagini.

Che cosa mettere nello zaino

Scarponi con suola rigida e sostegno alla caviglia, per le ragioni già dette. Bastoncini, che sul pietrame lavico fanno una differenza concreta. Due o tre litri d'acqua a persona in estate, meno in stagione fredda ma mai meno di un litro e mezzo. Una traccia digitale scaricata in anticipo e una mappa cartacea della riserva: le riserve mettono a disposizione i file dei tracciati sul proprio sito, ed è il primo download da fare. Batteria supplementare per il telefono, perché il segnale altalenante fa consumare la carica in fretta. Antizecche e calze lunghe, che nel sottobosco della Tuscia sono una precauzione seria e non un vezzo.

Orientamento nel bosco del Lamone

Il Lamone è l'unico tratto del Sentiero dei Briganti in cui si può davvero perdere l'orientamento. La segnaletica è a bandierine bianco-rosse sui sentieri numerati e riporta il nome dell'itinerario sul tracciato CAI 101, ma il bosco è fitto, le mulattiere si somigliano e i punti di riferimento panoramici mancano quasi del tutto. Regola pratica: se non si vede un segnavia da più di cinque minuti di cammino, si torna indietro fino all'ultimo visto. Non si taglia mai attraverso il bosco per raggiungere il sentiero successivo, perché i murci rendono il fuori traccia lento e pericoloso.

Il Sentiero dei Briganti in bicicletta e a cavallo

Le schede ufficiali indicano il Sentiero dei Briganti come percorribile a piedi, in bicicletta e a cavallo, e nelle due riserve questa indicazione è sostanziata da tracciati reali. La traversata della Selva del Lamone, interamente su sterrata carrozzabile con pendenza lieve, è la più adatta alle due ruote; la prima tappa di Monte Rufeno, su strade forestali sterrate in buone condizioni, altrettanto. La Selva del Lamone dispone inoltre di sei percorsi dedicati alla mountain bike, classificati MC, con durate che vanno dalle due ore e mezza alle tre ore e venti, e Monte Rufeno propone tre percorsi ciclabili intitolati a Bartali, Coppi e Girardengo, con durate rispettivamente di quattro ore e quarantasette minuti, sei ore e mezza e cinque ore e mezza.

A cavallo il discorso cambia: i tratturi maremmani sono nati per questo e il Sentiero dei Briganti a cavallo è probabilmente il modo più fedele alla storia di percorrerlo, visto che briganti e butteri si muovevano in sella. Serve però appoggiarsi a un centro equestre della zona, perché il trasporto dei cavalli, le soste e l'abbeverata vanno organizzati. Sui tratti di mulattiera sassosa dentro il Lamone il cavallo va condotto a mano.

Il Sentiero dei Briganti con i bambini

Portare bambini sul Sentiero dei Briganti è possibile se si sceglie il segmento giusto. Il tratto di Monte Rufeno classificato T, quello che dal casale Monaldesca scende verso Acquapendente, è quasi tutto su sterrata in buone condizioni percorribile anche con il passeggino, salvo un breve tratto iniziale sulla strada Perugina; la traversata della Selva del Lamone è indicata dall'ente gestore come accessibile con il passeggino e in sedia a rotelle, grazie al fondo carrozzabile e alla pendenza lieve. Su questi due segmenti una famiglia si muove senza problemi.

Da evitare con i più piccoli, invece, tutti i sentieri su mulattiera del Lamone: il 4 verso Rofalco, il 5 da Sant'Anna, il 7 dei Crateri e l'1 di Voltamacine hanno fondo sassoso e sconnesso, e l'ente gestore li sconsiglia esplicitamente a chi ha difficoltà motorie. Il Museo del Fiore di Torre Alfina, con le sue postazioni interattive, il sentiero natura e l'area gioco, è la carta da giocare per una mezza giornata con bambini piccoli, e il Villaggio del Carbonaio funziona benissimo come tappa narrativa: le capanne di frasche sono un'attrazione che non ha bisogno di essere spiegata due volte.

Accessibilità del Sentiero dei Briganti

Il Sentiero dei Briganti riserva una sorpresa a chi si muove in carrozzina. La settima tappa, la traversata della Selva del Lamone da Molino d'Ischia a Lamoncello, è segnalata dall'ente gestore come percorribile in sedia a rotelle o con il passeggino, perché il tracciato corre interamente su sterrata carrozzabile con pendenza lieve per dodici chilometri sotto copertura arborea continua. Dodici chilometri accessibili dentro una riserva naturale sono un'eccezione nel panorama italiano.

Anche a Monte Rufeno alcune sezioni sono dichiarate affrontabili: la scheda della prima tappa indica i tratti su strada asfaltata come accessibili con passeggini e a persone con disabilità motorie, e il segmento di difficoltà T è in larga parte percorribile con il passeggino. Restano invece esclusi tutti i sentieri su mulattiera. Per una pianificazione seria conviene comunque chiamare in anticipo le sedi delle riserve, perché lo stato del fondo cambia con le stagioni e con i lavori forestali.

Domande frequenti sul Sentiero dei Briganti

Quanto è lungo il Sentiero dei Briganti?

Il Sentiero dei Briganti misura circa cento chilometri complessivi, organizzati in sette giornate di cammino fra la Riserva Naturale di Monte Rufeno e la piana di Vulci, nell'Alta Tuscia laziale. Le due tappe con scheda tecnica pubblica misurano 11 chilometri quella dentro Monte Rufeno e 12,3 chilometri quella che attraversa la Selva del Lamone.

Quanto costa percorrere il Sentiero dei Briganti?

Percorrere il Sentiero dei Briganti è gratuito: l'accesso alle riserve naturali di Monte Rufeno e della Selva del Lamone è libero, i sentieri sono pubblici e i tracciati sono scaricabili gratuitamente dai siti degli enti gestori. Le voci di spesa reali riguardano il pernottamento, i pasti e l'organizzazione del rientro.

Il Sentiero dei Briganti è un percorso ad anello?

No, ed è un dettaglio che poche presentazioni entusiaste segnalano: il Sentiero dei Briganti è un itinerario lineare, non un anello. Si parte da Acquapendente e si arriva a Vulci, e alla fine ci si trova a un centinaio di chilometri di strada dal punto in cui si è lasciata l'automobile, in un'area dove il trasporto pubblico è limitato.

Il Sentiero dei Briganti è adatto ai bambini?

È possibile portare bambini se si sceglie il segmento giusto: il tratto di Monte Rufeno classificato turistico, che scende dal casale Monaldesca verso Acquapendente, è quasi tutto su sterrata percorribile anche con il passeggino, salvo un breve tratto iniziale su strada. La traversata della Selva del Lamone è indicata dall'ente gestore come accessibile anche con il passeggino.

Il Sentiero dei Briganti è accessibile in sedia a rotelle?

In un tratto sì: la settima tappa, la traversata della Selva del Lamone da Molino d'Ischia a Lamoncello, è segnalata dall'ente gestore come percorribile in sedia a rotelle o con il passeggino, perché corre interamente su sterrata carrozzabile con pendenza lieve per dodici chilometri sotto copertura arborea continua.

Perché si chiama Sentiero dei Briganti?

Il nome del Sentiero dei Briganti deriva dal fenomeno del brigantaggio che condizionò l'Alta Tuscia dal Settecento alla prima guerra mondiale, favorito dalla posizione di confine fra lo Stato Pontificio e la Toscana, poi il Regno d'Italia. Fra i briganti emerse la figura di Domenico Tiburzi da Cellere, detto il re del Lamone.

Quando è il periodo migliore per percorrere il Sentiero dei Briganti?

Il Sentiero dei Briganti è indicato come percorribile tutto l'anno, ma la seconda metà di marzo e la prima metà di giugno sono il periodo migliore in assoluto, con temperature miti e vegetazione al massimo del suo sviluppo nella Selva del Lamone e a Monte Rufeno.

Dove dormire e mangiare lungo il Sentiero dei Briganti

L'ospitalità lungo il Sentiero dei Briganti è quella di un territorio rurale, con poche strutture e molta sostanza. Dentro Monte Rufeno i casali recuperati offrono posti letto: il casale Monaldesca e il casale Tigna sono indicati dalla riserva fra le strutture ricettive, e sul tracciato si trova il punto di ristoro Le Roghete, nei pressi del parcheggio dopo il Ponte Gregoriano. Intorno alla riserva gravitano diversi agriturismi. Ad Acquapendente e a Torre Alfina si trovano alberghi e affittacamere.

Nella zona del Lamone il riferimento è Farnese, che dispone di ristorazione e ospitalità, e il Rifugio Lamone, che si trova a circa centocinquanta metri dal sentiero 4 verso Rofalco. Nel tratto centrale, fra Latera, Ischia di Castro e il lago di Mezzano, l'offerta si dirada e conviene prenotare con anticipo. In cucina si mangia da Alta Tuscia: acquacotta, pecorino, olio di Canino, cinghiale, lumache, il pesce di lago sul versante di Bolsena, e il vino di una zona che ha denominazioni proprie. Chi organizza il cammino per un gruppo faccia i conti con le distanze: fra un paese e l'altro non ci sono servizi, e una tappa mal calcolata significa arrivare a cena chiusa.

Per gruppi organizzati, scolaresche o viaggi aziendali, la logistica di un itinerario lineare in un'area a bassa densità di servizi richiede un coordinamento che non si improvvisa: la rete di accompagnatori turistici abilitati di TourLeaderPro lavora esattamente su questo tipo di programmazione.

Quanto costa percorrere il Sentiero dei Briganti

Il Sentiero dei Briganti in sé non costa nulla. L'ingresso alla Riserva Naturale di Monte Rufeno e alla Riserva Naturale Selva del Lamone è libero, i sentieri sono pubblici, la segnaletica e i pannelli illustrativi sono a cura degli enti gestori e i tracciati sono scaricabili gratuitamente. Le voci di spesa reali sono tre: il pernottamento, i pasti e il rientro.

A queste si aggiungono, se si vuole, i biglietti dei luoghi visitabili lungo il percorso: il Museo del Fiore a Torre Alfina, il Museo della città civico e diocesano di Acquapendente, il parco naturalistico archeologico di Vulci con il Castello dell'Abbadia. Le tariffe e gli orari di questi siti cambiano con la stagione e vanno verificati sui rispettivi siti ufficiali. Un'ultima voce che quasi nessuno mette in conto: il servizio di trasferimento bagagli, che alcune strutture della zona offrono su richiesta e che su un itinerario lineare di sette giorni cambia radicalmente la qualità del cammino.

Cosa vedere intorno al Sentiero dei Briganti

L'Alta Tuscia è densa, e chi arriva fin qui farebbe male a ripartire dopo l'ultima tappa. Sul versante orientale il lago di Bolsena offre il borgo di Bolsena con la basilica di Santa Cristina, la rocca di Montefiascone con il panorama più ampio su tutto il bacino, e i paesi rivieraschi di Capodimonte e Marta. Verso sud, Viterbo con il quartiere medievale di San Pellegrino e il Palazzo dei Papi, e i giardini manieristi di Villa Lante a Bagnaia.

Sul fronte etrusco, Tuscania con le sue basiliche romaniche e Tarquinia con le tombe dipinte sono le due mete che completano il discorso iniziato a Vulci. Per chi vuole continuare a camminare, il Parco Marturanum a Barbarano Romano e il sito di Monte Casoli di Bomarzo offrono sentieri brevi in ambiente rupestre. Chi prepara un viaggio in Italia in lingua inglese trova le guide di ItalyPlanner sul Lazio e la scheda dedicata al lago di Bolsena.

Sentiero dei Briganti
Sentiero dei Briganti – cartello sul lago di bolsena

Domande veloci su Sentiero dei Briganti

Quanto è lungo il Sentiero dei Briganti?

Circa cento chilometri complessivi, organizzati in sette giornate di cammino fra Monte Rufeno e la piana di Vulci. Le due tappe con scheda tecnica pubblica misurano 11 chilometri quella dentro Monte Rufeno e 12,3 chilometri quella che attraversa la Selva del Lamone.

Quanto costa il Sentiero dei Briganti?

Percorrerlo è gratuito. L'accesso alle due riserve regionali è libero, i sentieri sono pubblici e i tracciati sono scaricabili senza spesa. Si pagano soltanto pernottamenti, pasti, eventuali biglietti dei musei lungo il percorso e il trasporto per il rientro.

Il Sentiero dei Briganti e il Cammino dei Briganti sono la stessa cosa?

No. Il Sentiero dei Briganti è un percorso lineare dell'Alta Tuscia viterbese fra Acquapendente e Vulci. Il Cammino dei Briganti è un anello appenninico di circa cento chilometri che parte e torna a Sante Marie, in provincia dell'Aquila, fra Marsica e Cicolano. Territori, quote, storia e briganti sono diversi.

Quanto è difficile il Sentiero dei Briganti?

Le tappe censite sono classificate E, escursionistiche, con un segmento valutato T, turistico. Non servono tecniche particolari e i dislivelli sono modesti. La fatica viene dalla distanza giornaliera e dal fondo sassoso di alcune mulattiere.

In quanti giorni si percorre il Sentiero dei Briganti?

Il progetto prevede sette giorni di cammino. Chi ha meno tempo può selezionare i segmenti dentro le due riserve e percorrerli come escursioni giornaliere con base ad Acquapendente e a Farnese.

Qual è il periodo migliore per il Sentiero dei Briganti?

La primavera, fra la seconda metà di marzo e la prima metà di giugno, per fioriture, temperature e luce. L'autunno è ottimo per i colori. L'estate richiede partenze all'alba e molta acqua; l'inverno offre silenzio e leggibilità del terreno, con giornate corte.

Il Sentiero dei Briganti si può fare in bicicletta?

Sì. Le schede ufficiali indicano il percorso come praticabile a piedi, in bicicletta e a cavallo. La traversata della Selva del Lamone e la tappa di Monte Rufeno corrono su sterrate carrozzabili adatte alla mountain bike. Esistono inoltre sei percorsi MTB dedicati nel Lamone e tre percorsi ciclabili a Monte Rufeno.

Il Sentiero dei Briganti è accessibile in sedia a rotelle?

La settima tappa, dodici chilometri e trecento metri fra Molino d'Ischia e Lamoncello nella Selva del Lamone, è segnalata dall'ente gestore come percorribile in sedia a rotelle o con il passeggino. Anche alcuni tratti di Monte Rufeno sono indicati come accessibili. Le mulattiere non lo sono.

Serve una guida per il Sentiero dei Briganti?

Non è obbligatoria. Sui tratti dentro le riserve la segnaletica è presente e i tracciati sono scaricabili. Una guida ambientale escursionistica ha senso nel Lamone, dove il bosco chiuso disorienta, e ovunque si voglia capire che cosa si sta guardando: pile, crateri di collasso, piazzole da carbonaia e resti etruschi non parlano da soli.

Ci sono punti d'acqua lungo il Sentiero dei Briganti?

Nei tratti dentro Monte Rufeno l'acqua si trova ai casali, al fontanile, alla sorgente La Fonte e al Fosso del Gambero; sul sentiero 5 del Lamone c'è acqua presso il ponte di Stenzano. Sul sentiero 1 Voltamacine e sul Sentiero dei Crateri l'ente gestore segnala che non ce ne sono.

Come si arriva al Sentiero dei Briganti da Roma?

Per il capo nord si sale in automobile dalla A1 con uscita Orvieto e poi SS 71 verso Acquapendente, oppure lungo la SR 2 Cassia passando per Viterbo, Montefiascone e Bolsena. Per il capo sud si percorre la SS 1 Aurelia fino a Montalto di Castro e si risale verso la piana di Vulci.

Si può raggiungere il Sentiero dei Briganti con i mezzi pubblici?

Con difficoltà. La stazione utile per il versante maremmano è Montalto di Castro sulla linea tirrenica; per il versante settentrionale ci si appoggia ai collegamenti su gomma per Acquapendente. Nessun attacco del sentiero ha una fermata davanti, e i servizi locali sono pensati per i residenti.

Dove si dorme lungo il Sentiero dei Briganti?

Nei casali recuperati dentro Monte Rufeno, fra cui Monaldesca e Tigna, negli agriturismi intorno alle riserve, ad Acquapendente, a Torre Alfina, a Farnese e nei paesi del tratto centrale. L'offerta è limitata: si prenota con anticipo.

Il Sentiero dei Briganti è adatto ai bambini?

Sì, sui segmenti su sterrata carrozzabile: il tratto T di Monte Rufeno e la traversata del Lamone. No sulle mulattiere sassose del Lamone, sconsigliate anche a chi ha difficoltà motorie. Il Museo del Fiore e il Villaggio del Carbonaio funzionano bene con i più piccoli.

Si possono portare i cani sul Sentiero dei Briganti?

Le riserve naturali regionali ammettono il cane al guinzaglio sui percorsi, con le limitazioni previste dai rispettivi regolamenti e con attenzione alle aree faunistiche e alla fauna selvatica. Conviene verificare le condizioni aggiornate con le sedi delle riserve prima della partenza.

Che animali si incontrano sul Sentiero dei Briganti?

Cinghiali e caprioli con una certa frequenza, all'alba e al tramonto. Più raramente il gatto selvatico e il gufo reale. Monte Rufeno ospita zone di conservazione dedicate anche al lupo e alle testuggini d'acqua dolce. Nelle aree faunistiche del Lamone pascolano cavalli semibradi.

Che cos'è una pila nella Selva del Lamone?

Un accumulo a secco di blocchi lavici, costruito dai braccianti che ripulivano il terreno per renderlo coltivabile. Sembrano monumenti antichi e in gran parte sono opera agricola degli ultimi due secoli. La più nota è la pila di Rosacrepante.

Che cos'è Rofalco?

Un insediamento etrusco fortificato nascosto dentro la Selva del Lamone, raggiungibile dal sentiero 4 in partenza da Roppozzo oppure dal sentiero 5 che sale da Farnese passando per la chiesa di Sant'Anna, il ponte di Stenzano e la tomba etrusca di Gottimo.

Chi era Domenico Tiburzi?

Il brigante più noto dell'Alta Tuscia, originario di Cellere, chiamato dalla tradizione locale Domenichino per la bassa statura e ricordato come il re del Lamone. La memoria popolare gli attribuisce una banda organizzata come un'impresa e un sistema di protezione a pagamento concordato con i proprietari terrieri della zona.

Quanti chilometri si fanno al giorno sul Sentiero dei Briganti?

Le tappe documentate oscillano fra gli 11 e i 17 chilometri, con durate di tre ore o poco più. È un ritmo che consente di dedicare tempo alle visite lungo il percorso invece di correre fino al tramonto.

Serve prenotare per entrare nelle riserve del Sentiero dei Briganti?

No, l'accesso è libero. La prenotazione serve per le visite guidate, per i musei e per i laboratori didattici, e conviene telefonare in anticipo alle sedi: Monte Rufeno 0763 733442, Selva del Lamone 0761 458861.

Che differenza c'è fra Monte Rufeno e la Selva del Lamone?

Monte Rufeno è più ampia, 2.893 ettari, istituita nel 1983, con paesaggio vario fra calcari e vulcaniti e una rete di casali e musei. La Selva del Lamone copre circa 2.002 ettari, è del 1994, ed è un bosco fitto su colata lavica, più chiuso, più aspro e più difficile da attraversare fuori sentiero.

Si può fare il Sentiero dei Briganti in un giorno solo?

Non per intero. Ma una singola giornata ben scelta rende molto: la traversata del Lamone da Molino d'Ischia a Lamoncello, oppure la tappa di Monte Rufeno dal Ponte Gregoriano al casale La Monaldesca, sono entrambe esperienze complete di tre ore o poco più.

Dove si mangia lungo il Sentiero dei Briganti?

Il punto di ristoro Le Roghete lungo il tratto di Monte Rufeno, i paesi di Acquapendente, Torre Alfina, Latera, Farnese, Ischia di Castro e Canino, gli agriturismi intorno alle riserve. Fra un paese e l'altro non c'è nulla: il pranzo si porta nello zaino.

Il Sentiero dei Briganti è segnato bene?

Dentro le due riserve sì: bandierine bianco-rosse sui sentieri numerati, indicazioni con il nome dell'itinerario sul tracciato CAI 101, pannelli illustrativi ai principali imbocchi. Nei tratti intermedi su viabilità comunale la segnaletica è più rada e una traccia digitale è indispensabile.

Il giudizio sul Sentiero dei Briganti

Fra i cammini italiani, questo è fra i pochi che chiedono al camminatore di pensare mentre cammina. Non regala panorami a ripetizione, non ha il cartellone del cammino famoso, e per lunghi tratti offre solo un bosco che si chiude sopra la testa. Proprio per questo funziona: il Sentiero dei Briganti è un itinerario in cui il paesaggio diventa leggibile solo se si conosce la storia, e in cui la storia diventa comprensibile solo se si è camminato dentro quel bosco per tre ore. Se dovessi scegliere un unico giorno da regalare a qualcuno, gli darei la traversata della Selva del Lamone, con una deviazione a Rofalco: dodici chilometri di ombra continua e duemilatrecento anni di persone che si sono nascoste nello stesso posto per le stesse ragioni. Andateci prima di giugno, telefonate alla riserva la settimana prima, e lasciate perdere il cartello all'ingresso: la fotografia vera è dentro, sotto le chiome.

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RiassuntoIl sentiero dei briganti è un itinerario archeologico naturalistico dell'alta Tuscia. Cento km di percorso immerso nella natura incontaminata e selvaggia che coinvolge parte della riserva del Monte Rufeno a nord e prosegue fino a raggiungere il mare di Montalto di Castro.
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