Vulci (VT)
In breve. Vulci è un parco archeologico e naturalistico che si stende a cavallo dei comuni di Montalto di Castro e Canino, in provincia di Viterbo, nella Maremma laziale.
Vulci è un parco archeologico e naturalistico che si stende a cavallo dei comuni di Montalto di Castro e Canino, in provincia di Viterbo, nella Maremma laziale. L'ingresso principale, la biglietteria e il museo sono al Castello dell'Abbadia, il maniero medievale che scavalca il fiume Fiora accanto al vecchio ponte; l'indirizzo per il navigatore è Castello dell'Abbadia, 01014 Montalto di Castro (VT), e i numeri di biglietteria sono lo 0766 89298 e lo 0766 870179. Ci si arriva quasi solo in automobile: dall'Aurelia (SS1) si esce a Montalto di Castro e si seguono le indicazioni per il parco lungo la provinciale, mentre chi arriva da Roma mette in conto circa un'ora e quaranta di viaggio. La stazione ferroviaria è quella di Montalto di Castro, sulla linea tirrenica Roma-Grosseto, e dista una decina di chilometri dal parco: senza automobile propria conviene verificare con la biglietteria se in giornata è attivo un servizio di collegamento. Il parcheggio all'ingresso è gratuito. Gli orari seguono le stagioni: apertura alle 9 tutto l'anno, chiusura alle 17 da gennaio a marzo e da ottobre a dicembre, alle 18 da aprile a giugno e a settembre, alle 19 nei mesi caldi di luglio e agosto; il sito resta chiuso il 25 dicembre e il primo gennaio, con orario ridotto la vigilia di Natale e a Capodanno. Il biglietto intero del parco è nell'ordine degli otto euro, con riduzioni per ragazzi, over 65, gruppi, scolaresche e residenti dei due comuni, e ingresso gratuito per i più piccoli e per le persone con disabilità; le tariffe cambiano di anno in anno e vanno controllate sul sito ufficiale vulci.it prima di partire, perché diverse fonti indicano cifre leggermente diverse. La visita completa dell'area occupa mezza giornata buona, quindi conviene arrivare la mattina.
Se state costruendo un giro nell'Etruria meridionale, Vulci è al centro di un triangolo di città dei morti che vale da solo un weekend: a nord ci sono le tombe dipinte di Tarquinia, patrimonio dell'umanità, e più giù, verso il mare romano, la grande necropoli della Banditaccia di Cerveteri. Il municipio a cui appartiene buona parte dell'area è quello di Montalto di Castro, mentre l'entroterra offre le rupi di Tuscania e i borghi tufacei della Maremma come Pitigliano.

Dove si trova Vulci (VT) e come ci si arriva davvero
La prima cosa da capire di Vulci è che non è un museo dentro un paese, è una città intera scomparsa in mezzo alla campagna. Il pianoro dell'antica città copre circa centoventi ettari sull'altopiano di Pian di Voce, delimitato dalle gole del Fiora, e intorno si aprono per chilometri le necropoli. Non c'è un centro abitato accanto: il posto più vicino con negozi e servizi è Montalto di Castro. Chi arriva pensando di trovare un borgo con i bar sotto la rocca resta spiazzato, e chi arriva attrezzato per una giornata all'aperto, con acqua, cappello e scarpe da camminata, se ne innamora.
Arrivare a Vulci (VT) in automobile
La via maestra è l'Aurelia. Da Roma si prende la SS1 verso nord, si superano Civitavecchia e Tarquinia, e all'altezza di Montalto di Castro si esce seguendo i cartelli marroni del parco archeologico; l'ultimo tratto è una provinciale che corre nella campagna maremmana fino al Castello dell'Abbadia. Da Grosseto e dalla Toscana si scende sulla stessa Aurelia in direzione sud. Il tempo di percorrenza da Roma è di circa un'ora e mezza abbondante, da Viterbo un'ora scarsa passando per Canino. Il consiglio pratico è banale ma serve: caricate l'indirizzo del Castello dell'Abbadia sul navigatore la sera prima e controllate che punti al lato Montalto, perché l'area è vasta e alcuni ingressi secondari sono chiusi.
Arrivare a Vulci (VT) in treno
La ferrovia esiste ma copre solo l'ultimo miglio a metà. La stazione di riferimento è Montalto di Castro, sulla linea tirrenica che collega Roma Termini e Roma Ostiense a Grosseto e Pisa; ci fermano i treni regionali. Dalla stazione al parco restano una decina di chilometri che a piedi non si fanno: senza auto propria bisogna organizzare un taxi oppure verificare in biglietteria se nei periodi di punta è attivo un collegamento con navetta. È il limite vero di Vulci per chi viaggia senza macchina, e conviene saperlo prima di partire, non davanti alla stazione deserta.
Il parcheggio, la biglietteria e i servizi
Il parcheggio all'ingresso del Castello dell'Abbadia è gratuito e ampio, cosa non scontata per un sito così. La biglietteria, il museo e i servizi igienici sono nel castello e nel padiglione all'ingresso; dentro il parco, sul percorso, i punti di ristoro sono pochi e stagionali, per cui una borraccia piena non è un vezzo ma una necessità, soprattutto d'estate quando il pianoro non ha ombra. Il parco è in buona parte percorribile a piedi su sterrato; per chi ha problemi di deambulazione alcune tappe restano difficili, e su questo conviene sentire in anticipo la biglietteria, che sa dire quali tratti sono praticabili in giornata.
Orari e biglietti del Parco di Vulci (VT)
Gli orari di Vulci si muovono con il sole. L'apertura è sempre alle 9 del mattino; la chiusura scala con la stagione, alle 17 nei mesi freddi da gennaio a marzo e da ottobre a dicembre, alle 18 in primavera e a settembre, alle 19 nel pieno dell'estate. Il parco osserva chiusura il giorno di Natale e il primo dell'anno, con orario anticipato la vigilia di Natale e l'ultimo dell'anno. Il museo del castello è statale e ha orari propri, con chiusura il lunedì secondo il portale Musei Italiani del Ministero: è la voce da verificare al telefono se il museo è il motivo principale della vostra visita.
Sul prezzo bisogna essere onesti fino in fondo. Il biglietto intero del parco si aggira sugli otto euro, ma alcune fonti indicano una tariffa più alta, intorno ai dieci; è una di quelle cifre che il gestore ritocca di stagione in stagione, per cui la regola sana è controllare sul sito ufficiale vulci.it o chiamare la biglietteria il giorno prima. Esistono riduzioni per ragazzi, over 65, gruppi organizzati, famiglie e per i residenti di Montalto di Castro e Canino, che pagano una tariffa di favore; l'ingresso è gratuito per i bambini piccoli, per le persone con disabilità e per gli insegnanti che accompagnano una scolaresca. Il biglietto del parco e quello del museo possono essere venduti insieme in forma cumulativa: chiedete alla cassa la formula più conveniente per quello che volete vedere, perché combinare parco e castello nello stesso giorno è la scelta che rende di più.
Che cos'era Vulci (VT): la grande città degli Etruschi
Per capire perché vale la pena guidare un'ora e mezza fino a un pianoro deserto, bisogna sapere che qui c'era una delle capitali del mondo etrusco. Gli Etruschi la chiamavano Velch, o Velx; i Romani la latinizzarono in Vulci. Non era un villaggio: era una delle grandi città-stato dell'Etruria, con ogni probabilità una delle dodici della cosiddetta lega, la Dodecapoli, e la sua ricchezza veniva dalle miniere di metallo dell'entroterra e dalla posizione a poca distanza dal mare, sulla via che dal Tirreno risaliva il Fiora.
Le origini di Vulci (VT) sul pianoro del Fiora
I ritrovamenti più antichi dell'area di Pian di Voce risalgono al passaggio fra la tarda età del Bronzo e la prima età del Ferro, quindi ben prima del millennio avanti Cristo. Nella fase del Ferro il pianoro era occupato da più nuclei di villaggi separati, con le loro tombe a pozzo e a fossa, che nel tempo si saldarono in un unico grande centro urbano. È il processo che gli archeologi chiamano sinecismo, la nascita della città dalla fusione di comunità vicine, e a Vulci lo si legge nella disposizione delle necropoli più antiche, distribuite intorno ai vecchi nuclei prima che la città si compattasse.
L'apogeo fra il VI e il IV secolo avanti Cristo
Fra il VII e il IV secolo avanti Cristo Vulci fu una potenza. La sua fortuna nacque dal metallo e crebbe con il commercio: le officine locali producevano bronzi raffinati che venivano esportati in tutto il Mediterraneo, e in cambio nei porti della città sbarcavano ceramiche corinzie, ioniche e soprattutto attiche di altissima qualità. Buona parte dei vasi greci a figure nere e a figure rosse che oggi riempiono i musei europei viene dalle tombe di Vulci, tanto che per gli studiosi dell'Ottocento il nome della città era sinonimo di vasi dipinti. La città fu anche un centro di produzione originale: la scultura in pietra locale, il nenfro, diede vita a una scuola di scultori funerari con i loro centauri, sfingi e leoni a guardia dei sepolcri, e i bronzisti vulcenti erano ricercati in tutta l'Etruria e oltre.
La conquista romana e il lento declino
La fine dell'indipendenza arrivò nel 280 avanti Cristo, quando Vulci e Volsinii furono sconfitte dall'esercito romano guidato dal console Tiberio Coruncanio. Roma le tolse gran parte del territorio, che passò alla nuova colonia di Cosa e all'insediamento di Forum Aurelii, dalle parti dell'attuale Montalto. La città non sparì di colpo: divenne un municipio romano nel corso del I secolo avanti Cristo, conobbe una nuova fase edilizia con domus, terme e edifici pubblici, e nel IV secolo dopo Cristo fu perfino sede di un vescovo, segno che era ancora un centro vivo. Poi il declino tardoantico, la crisi, la malaria della Maremma e l'insicurezza dell'alto Medioevo fecero il resto: fra il VII e l'VIII secolo la popolazione abbandonò il pianoro a favore dei centri più difendibili di Montalto e Canino, e la grande città etrusca tornò campagna, sepolta dai suoi stessi detriti finché gli scavatori dell'Ottocento non la riportarono alla luce.

Il Ponte della Badia sul fiume Fiora
Il monumento simbolo di Vulci non è una tomba né un tempio: è un ponte. Il Ponte della Badia, che i locali chiamano anche Ponte dell'Abbadia e la tradizione popolare Ponte del Diavolo, scavalca in un'unica arcata ardita la gola del Fiora, con l'impalcato che si trova a circa una trentina di metri sopra il pelo dell'acqua. La struttura che si vede oggi è di età romana, del III o II secolo avanti Cristo, ma poggia su fondazioni e su blocchi di nenfro etruschi più antichi: è un manufatto stratificato, dove il basamento parla etrusco e l'arcata parla latino. Sopra la carreggiata correva una canaletta che portava l'acqua di un acquedotto verso la città, per cui il ponte era insieme via di transito e condotta idraulica.
La cosa che colpisce, guardandolo dal fondovalle, è quanto sia sottile e alto rispetto alla luce che copre: un colpo d'occhio che spiega da solo perché la fantasia contadina lo attribuì al Diavolo, come succede a mezza Italia per i ponti troppo audaci per sembrare opera di mani umane. Il Ponte della Badia ha continuato a fare il suo lavoro, cioè far passare persone e carri sopra il fiume, fino agli anni Sessanta del Novecento, quando fu chiuso al traffico per ragioni di conservazione. Oggi lo si osserva dal Castello dell'Abbadia, che gli fa da quinta, ed è il primo scatto che quasi tutti portano a casa da Vulci.
Il Castello dell'Abbadia e il Museo Archeologico Nazionale di Vulci (VT)
Accanto al ponte, appollaiato sulla roccia a controllare il passaggio, c'è il Castello dell'Abbadia, l'edificio dove oggi si comprano i biglietti e si visita il museo. La sua storia è un romanzo che attraversa mille anni.
Dalla badia al castello di dogana
All'origine, come dice il nome, qui c'era un'abbazia. Un primo insediamento monastico, dedicato a san Mamiliano, è documentato nel IX secolo e fu danneggiato dalle incursioni saracene che in quei secoli risalivano i fiumi della costa tirrenica. Nel XII secolo, sopra quei resti, i monaci cistercensi costruirono la fortificazione a difesa del ponte, che restava un punto di passaggio strategico. Dal Duecento il complesso divenne anche luogo di accoglienza per i pellegrini che percorrevano le vie della Tuscia, e la tradizione lo lega per un periodo ai Templari. Nel Cinquecento il castello passò per le mani di Alessandro Farnese, il cardinale che sarebbe diventato papa Paolo III, e proprio la posizione al confine fra lo Stato della Chiesa e il Granducato di Toscana ne fece per secoli una dogana pontificia, un posto di frontiera dove si controllavano merci e viandanti. Nel 1859 il complesso passò alla famiglia Torlonia, e infine allo Stato italiano, che lo ha trasformato nella porta d'accesso al parco.
Le sale del Museo Archeologico Nazionale di Vulci (VT)
Dentro il castello, il Museo Archeologico Nazionale racconta la città con i suoi stessi oggetti. L'allestimento segue il filo del tempo e dei luoghi: le vetrine espongono i corredi delle tombe delle necropoli, i vasi greci d'importazione che fecero la fama di Vulci nell'Ottocento, i bronzi delle officine locali, la ceramica etrusca e i reperti dell'ultimo ventennio di scavi nell'area urbana, che hanno aggiunto al quadro le domus e gli edifici pubblici di età romana. Non è un museo enorme, e questo è un pregio: si visita con calma in un'ora, e ha il vantaggio raro di mostrare gli oggetti a due passi dal punto in cui sono stati trovati. Chi vuole misurare quanto Vulci abbia disseminato i suoi tesori nei musei del mondo tenga presente che molti dei pezzi più celebri sono altrove, dal Museo Gregoriano Etrusco in Vaticano al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma, fino ai grandi musei di Londra, Parigi e Monaco; qui restano il contesto e il racconto, che è ciò che dà senso al resto.

La città antica: l'area urbana di Vulci (VT)
Passato il ponte e superata la biglietteria, si entra nella città vera. L'area urbana di Vulci è un altopiano di sterpi e pietre dove, seguendo il tracciato delle strade antiche, riaffiorano gli edifici pubblici e privati riportati alla luce soprattutto negli scavi degli ultimi decenni. Non aspettatevi colonne in piedi come a Roma: qui si legge la pianta, si cammina lungo le strade lastricate segnate dai solchi dei carri, si scende in ambienti sotterranei. È un'archeologia che chiede immaginazione, e la ripaga.
Il Tempio Grande e il foro di Vulci (VT)
Il cuore monumentale era il Tempio Grande, il grande edificio sacro che sorgeva lungo l'asse principale della città, il decumano, affacciandosi verosimilmente sull'area del foro. Ne restano le fondazioni e il podio, sufficienti a farne intuire la mole: era il santuario cittadino, il punto di riferimento religioso attorno a cui si organizzava lo spazio pubblico. Camminare lungo il decumano, con il tempio da un lato e le tracce degli edifici civili dall'altro, è il modo migliore per capire che qui non c'era un accampamento ma una città con la sua urbanistica, le sue piazze, i suoi assi ortogonali.
La Domus del Criptoportico
Fra le case private, la più impressionante è la Domus del Criptoportico, l'abitazione di una famiglia di alto rango di età romana. Deve il nome al criptoportico, un lungo corridoio coperto e seminterrato che correva sotto la casa e serviva da magazzino e da ambiente fresco. Scendere in questo passaggio sotterraneo, con la volta sopra la testa e la luce che filtra dagli sfiatatoi, è una delle esperienze più concrete della visita: si tocca con mano il livello a cui viveva davvero l'antica città, sotto il piano di campagna di oggi.
Il Mitreo di Vulci (VT)
Uno dei ritrovamenti più affascinanti degli ultimi anni è il Mitreo, il santuario dedicato al dio Mitra, il culto misterico di origine orientale molto diffuso nell'esercito romano. L'edificio, imponente, risale alla fine del II secolo avanti Cristo nella sua fase più antica e fu poi riadattato al culto; venne distrutto verso la fine del IV secolo dopo Cristo, e sulle sue pietre sono ancora leggibili le tracce dell'incendio che ne segnò la fine, in un'epoca in cui i culti pagani venivano soppressi. Il santuario era diviso in un'anticamera e in un luogo di culto vero e proprio, e vi sono stati rinvenuti oggetti votivi di notevole interesse, compreso un gruppo scultoreo con la scena canonica del dio che uccide il toro. È una delle tappe che raccontano la Vulci tarda, quella romana e multiculturale, spesso trascurata a favore degli Etruschi.

Porta Ovest, le mura e l'acquedotto di Vulci (VT)
La città era cinta da una lunga muraglia in cui si aprivano diverse porte urbiche. La più studiata è la Porta Ovest, davanti alla quale gli scavi hanno rimesso in luce i resti di un acquedotto: l'acqua entrava in città proprio da qui, ed è lo stesso sistema idraulico che sfruttava la canaletta sul Ponte della Badia. Insieme alla Porta Nord e alla Porta Est, indagate anch'esse, la Porta Ovest permette di ricostruire il perimetro difensivo e i punti di accesso di Vulci, e di misurarne l'estensione: la cinta abbracciava un'area vastissima, quella dei centoventi ettari del pianoro.

Le terme e le altre case
Nell'area urbana affiorano anche le terme, con i loro ambienti riscaldati, e altre abitazioni fra cui la cosiddetta Casa del Pescatore, che prende nome dai motivi decorativi ritrovati. Sono i tasselli di una città che continuava a costruire in età romana, dopo la conquista, con un tessuto edilizio fitto che gli archeologi stanno ancora leggendo campagna di scavo dopo campagna di scavo. Vale la pena, camminando, tenere presente che quello che si vede è una frazione di ciò che il pianoro nasconde ancora sotto la superficie.
La necropoli di Vulci (VT): la città dei morti
Intorno alla città dei vivi si estende, per chilometri e in ogni direzione, la città dei morti. Le necropoli di Vulci sono fra le più vaste e ricche dell'intera Etruria, distribuite in una serie di località dai nomi che ricorrono nei manuali di archeologia: Ponte Rotto, l'Osteria, la Polledrara, il Mandrione di Cavalupo, il Cavalupo, Poggio Maremma, la Cuccumella. Vi si contano migliaia di tombe, dai semplici pozzi arcaici ai grandi tumuli monumentali, e furono proprio i corredi di questi sepolcri, i vasi greci e i bronzi, a scatenare nell'Ottocento la corsa allo scavo che rese celebre Vulci in tutta Europa.
La Cuccumella, il gigante di terra
Il monumento funerario più imponente è la Cuccumella, un tumulo alto circa diciotto metri e con un diametro di una settantina, il più grande dell'Etruria. È una montagnola artificiale di terra che nasconde all'interno una struttura complessa di corridoi e camere, con torri e sculture in pietra che dovevano coronarla. Fu scavata malamente nell'Ottocento, quando l'interesse era per gli oggetti da vendere più che per la comprensione del monumento, e indagata poi con più metodo nel Novecento. Ancora oggi la sua funzione precisa e il suo aspetto originario sono oggetto di studio: quello che è certo è la sua mole, che si impone sul paesaggio della necropoli come una collina messa lì dall'uomo.
La Tomba dei Bronzi Sardi e i commerci lontani
Fra le tombe che hanno cambiato la storia degli studi c'è quella dei Bronzi Sardi, scoperta nel 1958 e datata attorno al IX secolo avanti Cristo, ai primissimi secoli della città. Conteneva la sepoltura di un personaggio di alto rango con un corredo che comprendeva bronzetti di fabbricazione sarda, prova di rapporti a lunga distanza fra la Vulci delle origini e la Sardegna nuragica. È il tipo di ritrovamento che ribalta i luoghi comuni: già ai suoi albori, prima ancora dell'apogeo, Vulci era un nodo di scambi che guardava lontano attraverso il mare.
La Polledrara e la scultura arcaica
Dalla necropoli della Polledrara provengono alcune delle sculture arcaiche più note della città, oggi conservate al British Museum di Londra, fra cui una statua femminile che a lungo è stata identificata con la dea Iside, tanto che il complesso è passato alla storia degli studi come tomba Iside. Sono opere che documentano gli influssi orientalizzanti e egizi che arrivavano a Vulci attraverso i commerci mediterranei, e che spiegano perché la scultura vulcente in nenfro sia un capitolo a sé dell'arte etrusca.
La Tomba François, il capolavoro dipinto di Vulci (VT)
Se Vulci ha un monumento che da solo giustifica il nome della città nei manuali di storia dell'arte, è la Tomba François, il più celebre sepolcro dipinto etrusco insieme a quelli di Tarquinia. Si trova nella necropoli di Ponte Rotto, a poca distanza dalla città, ed è un ipogeo scavato nella roccia con un atrio centrale su cui si aprono più camere.
La scoperta del 1857
La tomba fu riportata alla luce nell'aprile del 1857 durante gli scavi nella necropoli di Ponte Rotto, e porta il nome di Alessandro François, l'archeologo fiorentino che la individuò lavorando insieme a Adolphe Noël des Vergers. La scoperta fece subito scalpore per la qualità e la lunghezza del ciclo dipinto che ricopriva le pareti dell'atrio, un unicum nella pittura etrusca conosciuta.
Gli affreschi, parete per parete
Il ciclo, databile alla seconda metà del IV secolo avanti Cristo, intreccia mito greco e storia etrusca in un modo che non ha eguali. Su un lato compare il padrone della tomba, Vel Saties, avvolto in una toga ricamata e accompagnato dal servo nano Arnza, ritratto nell'atto di osservare il volo di un uccello per trarne gli auspici. Su un'altra parete corre la scena che ha reso la tomba famosa fra gli storici: Macstrna, cioè Mastarna, libera dai lacci il compagno Caile Vipinas, mentre accanto altri guerrieri vulcenti, ciascuno con il proprio nome dipinto, sgozzano i nemici catturati; fra i caduti c'è un Cneve Tarchunies Rumach, un Gneo Tarquinio romano. Questa scena è un documento storico straordinario, perché l'imperatore Claudio, in un celebre discorso inciso su tavole di bronzo ritrovate a Lione, identificò proprio Mastarna con Servio Tullio, uno dei re di Roma: la tomba di Vulci racconta, dal punto di vista etrusco, un frammento delle guerre fra le città dell'Etruria e la Roma delle origini. A far da specchio mitico a queste imprese, sull'altro lato dell'atrio, c'è il sacrificio dei prigionieri troiani compiuto da Achille sull'ombra di Patroclo, con i demoni etruschi della morte Vanth e Charun a presiedere la scena, e figure omeriche come Nestore e altri eroi. Storia e mito si rispecchiano: le vittorie dei signori di Vulci sono messe alla pari con quelle degli eroi di Troia.
Dove sono oggi gli affreschi della Tomba François
Chi arriva a Vulci sperando di vedere i dipinti sulle pareti resterà deluso, e qui va detto con chiarezza. Negli anni Sessanta dell'Ottocento gli affreschi furono staccati dalle pareti e divisi in pannelli per volere del principe Alessandro Torlonia, proprietario dei terreni, e trasportati a Roma nel 1863, dove sono conservati nella collezione Torlonia a Villa Albani, in proprietà privata e visibili solo in occasione di rare esposizioni. Nella tomba, a Vulci, restano la straordinaria architettura ipogea e, a seconda dei periodi, riproduzioni che permettono di seguire il ciclo. La visita agli ipogei della necropoli, Tomba François compresa, è soggetta a modalità e aperture particolari, spesso su prenotazione o in giornate dedicate: è la prima cosa da verificare in biglietteria se questo è il motivo per cui state venendo.
La Tomba delle Iscrizioni
Sempre nella necropoli di Ponte Rotto, vicino alla François, si apre la Tomba delle Iscrizioni, un ipogeo della fine del IV secolo avanti Cristo riportato alla luce fra il 1956 e il 1957 dalle ricerche della Fondazione Lerici. Il nome viene dalle numerose iscrizioni dipinte sulle pareti, che tramandano i nomi dei defunti di più generazioni: vi si leggono famiglie etrusche come i Pruslnas e gli Zmarus, e in una fase più tarda anche i latini Sempronii, a testimoniare il passaggio della città dall'etrusco al latino. La struttura ha un atrio centrale su cui si aprono più camere funerarie e vi si accede attraverso un dromos, il corridoio lungo e stretto tipico di queste sepolture; al momento della scoperta l'ingresso era chiuso da un lastrone con una figura femminile a rilievo. I materiali ritrovati sono al Museo di Vulci, mentre un notevole sarcofago in nenfro con una scena di amazzonomachia, la battaglia contro le Amazzoni, è esposto al Museo di Villa Giulia a Roma. È una tomba meno spettacolare della François ma preziosa proprio per le sue iscrizioni, che sono un piccolo archivio di nomi di persone vissute qui ventitré secoli fa.
Il laghetto del Pellicone e la natura del parco
Vulci non è solo pietre. Il fiume Fiora, scavando la sua gola nella roccia vulcanica, ha creato un ambiente naturale che è metà del fascino del posto, e il suo simbolo è il laghetto del Pellicone, uno specchio d'acqua verde chiuso da pareti di roccia scura dove tutti e tre i percorsi del parco vanno a finire. È un anfiteatro naturale di grande bellezza, e chi ha una certa età lo riconosce al primo sguardo: le sue rocce hanno fatto da sfondo a film italiani entrati nella memoria collettiva, da Tre uomini e una gamba a Non ci resta che piangere. Nella bella stagione è un luogo dove ci si ferma a mangiare all'ombra e a godersi il fresco del fiume; sulla balneazione e sull'accesso all'acqua conviene attenersi a quanto indicano i cartelli e il personale del parco sul posto, perché le condizioni cambiano con la stagione e con la portata del Fiora. Intorno, la vegetazione della Maremma e la fauna del fiume fanno del parco una meta anche per chi cerca una camminata nella natura più che una lezione di archeologia, e il bello di Vulci è che le due cose si fanno insieme, nello stesso percorso.

I percorsi di visita del Parco di Vulci (VT)
La visita è organizzata su itinerari di lunghezza diversa, tutti ad anello e tutti con il laghetto del Pellicone come punto d'arrivo. C'è un percorso breve, sui due chilometri e mezzo, che si fa in un'ora e mezza o due ed è pensato per le famiglie con bambini; un percorso completo, intorno ai quattro chilometri e mezzo, che in circa tre ore tocca l'area urbana con il Tempio Grande, la Domus del Criptoportico, il foro e le necropoli; e un percorso più corto a carattere naturalistico, poco meno di due chilometri, per chi vuole soprattutto la gola del fiume e il laghetto. Sono tracciati su sterrato, con qualche saliscendi, e all'aperto: le scarpe da ginnastica o da trekking leggero sono d'obbligo, i sandali sono una cattiva idea. Per chi vuole capire davvero il sito, senza una guida molte cose restano mute; il parco propone visite accompagnate e in certi periodi visite tematiche alle tombe dipinte, e vale la pena informarsi in biglietteria sui turni del giorno.
Le sculture in nenfro e i bronzi di Vulci (VT)
Vulci non fu solo un porto dove sbarcavano i vasi greci: fu una fucina d'arte con una fisionomia tutta sua. La materia prima era il nenfro, la pietra vulcanica grigia e tenera del territorio, facile da lavorare quando è appena cavata e capace di indurire all'aria. Con il nenfro gli scultori vulcenti diedero vita a una vera scuola di scultura funeraria: sfingi, leoni, centauri e mostri che venivano posti a guardia dei sepolcri, animali dallo sguardo fisso che dovevano custodire il passaggio fra i vivi e i morti. Sono opere di età arcaica, fra il VI e il V secolo avanti Cristo, in cui si sente ancora l'eco degli influssi greci e orientali arrivati con i commerci, ma rielaborati in una forma severa e potente che è riconoscibile come vulcente. Accanto alla pietra c'erano i bronzi: le officine di Vulci producevano candelabri, tripodi, bruciaprofumi, statuette e vasellame di bronzo di grande finezza, esportati in tutta l'Etruria e ben oltre. Furono i bronzi, più ancora dei vasi, a costruire la ricchezza della città nella sua fase di massimo splendore, perché il metallo era la sua vocazione fin dalle origini, quando i suoi mercanti scambiavano manufatti con la Sardegna nuragica. Molti di questi capolavori si ammirano oggi nei grandi musei, e ritrovarli nelle didascalie con l'indicazione della provenienza da Vulci è il modo migliore per capire quanto pesasse questa città nel mondo antico.
Gli scavi e la riscoperta di Vulci (VT)
La storia moderna di Vulci è quasi rocambolesca quanto quella antica. Per secoli il pianoro fu campagna da pascolo, senza che nessuno immaginasse la capitale sepolta sotto i piedi. Tutto cambiò nel 1828, quando sui terreni di Luciano Bonaparte, principe di Canino e fratello di Napoleone, un aratro cedette di colpo sfondando la volta di una tomba: sotto c'era un corredo intatto di vasi greci. La notizia corse, e nel giro di pochi anni Vulci divenne il più grande cantiere di scavo dell'Etruria, purtroppo con i metodi predatori dell'epoca. Bonaparte finanziò ricerche affidate alla moglie Alexandrine de Bleschamp con lo scopo dichiarato di trovare oggetti da vendere; contemporaneamente l'archeologo Vincenzo Campanari, di Tuscania, ottenne dal governo pontificio la concessione a scavare, e i suoi ritrovamenti alimentarono da un lato il nuovo Museo Gregoriano Etrusco fondato da papa Gregorio XVI in Vaticano, dall'altro una spettacolare mostra a Londra, in Pall Mall, dove i Campanari ricostruirono dodici stanze a imitazione delle tombe, illuminate come veri ipogei. Fu una delle prime volte che il grande pubblico europeo vedeva l'arte etrusca messa in scena. La stagione scientifica vera arrivò più tardi: nel 1857 la scoperta della Tomba François, negli anni Cinquanta del Novecento le ricerche della Fondazione Lerici con la Tomba delle Iscrizioni, e negli ultimi decenni le campagne sistematiche che hanno riportato alla luce l'area urbana, il Mitreo, le domus e le terme, restituendo finalmente il volto della città e non solo i tesori delle sue tombe.
Una curiosità su Vulci (VT)
La curiosità che quasi nessuno conosce è che una fetta enorme dei vasi greci più belli del mondo, quelli che ammirate nelle sale del Louvre, del British Museum, di Monaco o del Vaticano, è uscita da sotto questa campagna. Nel giro di pochi mesi, a partire dal 1828, gli scavi delle necropoli di Vulci restituirono migliaia di vasi attici a figure nere e a figure rosse, in quantità tali da inondare il mercato antiquario europeo e da far crollare temporaneamente i prezzi. Fu una scoperta che cambiò gli studi: per la prima volta ci si rese conto che l'Etruria non produceva solo, ma importava dalla Grecia ceramica di lusso in misura vastissima, e che molte firme di grandi ceramografi ateniesi erano note soltanto grazie agli esemplari trovati a Vulci. È il paradosso che si porta dietro il pianoro deserto: è uno dei posti più silenziosi del Lazio, eppure ha riempito le vetrine di mezzo Occidente. Camminando fra gli sterpi delle necropoli conviene tenerlo a mente, perché dà tutt'altro peso a quello che sembra un semplice campo di pietre.
Una cosa che non ti dice nessuno su Vulci (VT)
Quello che le brochure non spiegano è che il gioiello assoluto di Vulci, la Tomba François con i suoi affreschi, a Vulci non c'è più. I dipinti che rendono celebre la tomba furono staccati dalle pareti nell'Ottocento e portati a Roma, dove si trovano tuttora nella collezione Torlonia a Villa Albani, in una proprietà privata che apre al pubblico solo di rado. Chi arriva fin qui immaginando di trovarsi davanti a Mastarna e Vel Saties dipinti sulla roccia deve saperlo prima, per non restare deluso: nella tomba si vede l'architettura, straordinaria per conto suo, e a seconda dei periodi delle riproduzioni. È un'informazione pratica che cambia le aspettative della visita, e nessuno la mette in prima pagina. Il consiglio che ne deriva è concreto: chi viene per gli affreschi si informi in anticipo sulle aperture degli ipogei e, se il ciclo dipinto è la ragione del viaggio, metta in conto che l'originale va cercato altrove.
Il consiglio che ti do per visitare Vulci (VT)
Il consiglio che do a chi viene per la prima volta è di trattare Vulci come una gita di mezza giornata all'aperto, non come una visita museale. Arrivate la mattina, quando la luce è morbida e la fatica del cammino si sente meno; portate acqua, un cappello e scarpe chiuse, perché sul pianoro l'ombra è merce rara e d'estate il sole picchia senza pietà. Cominciate dal Castello dell'Abbadia e dal ponte per inquadrare il contesto, poi scegliete il percorso completo se avete gambe e tempo, perché è quello che tiene insieme la città dei vivi e la città dei morti. Se potete, agganciatevi a una visita guidata: da soli, il pianoro racconta poco, e la differenza fra vedere un mucchio di pietre e capire una capitale etrusca la fa chi vi accompagna. Evitate le ore centrali di luglio e agosto, quando il caldo maremmano rende la camminata un supplizio; la primavera e l'autunno, con il fiume in forze e la campagna verde, sono le stagioni giuste. E lasciate mezz'ora al laghetto del Pellicone alla fine: è il premio del percorso, e ci si sta bene anche solo a fiato riposato.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Il fatto che gli appassionati conoscono ma che il visitante medio ignora riguarda il legame fra Vulci e Roma raccontato non da uno storico romano, ma da un imperatore. Sulle pareti della Tomba François è dipinto un episodio in cui l'eroe vulcente Macstrna libera Caile Vipinas e i suoi guerrieri massacrano i nemici, fra cui un Tarquinio romano. Ebbene, l'imperatore Claudio, nel discorso al Senato inciso sulle tavole di bronzo ritrovate a Lione, sostenne che quel Macstrna, cioè Mastarna, altri non era che Servio Tullio, il sesto re di Roma, arrivato al potere per vie etrusche. La tomba di Vulci diventa così una controstoria: mentre gli annali romani raccontavano la nascita di Roma a modo loro, gli Etruschi di Vulci celebravano sulle pareti dei loro sepolcri una versione in cui erano i loro eroi a fare e disfare i re di Roma. Avere sotto gli occhi, in un ipogeo maremmano, la versione etrusca di un capitolo della storia romana è una di quelle cose che dovrebbero essere in copertina su ogni guida, e invece finiscono in nota.
La foto giusta da fare a Vulci (VT)
La fotografia che porta a casa Vulci è quella del Ponte della Badia visto dal basso, dal fondo della gola del Fiora, con il Castello dell'Abbadia che gli fa da corona in alto. Da lì l'arcata unica sembra impossibile, sospesa sopra il fiume, e la scala fra l'acqua verde in primo piano e la pietra scura del maniero racconta in un solo scatto la storia del posto, etrusca, romana e medievale insieme. La luce migliore è quella del tardo pomeriggio, quando il sole radente scalda il nenfro e allunga le ombre nella gola. La seconda foto da non mancare è al laghetto del Pellicone, con le pareti di roccia che chiudono lo specchio d'acqua: è la cartolina naturalistica del parco, quella che ha fatto da set a più di un film italiano. Per chi ama l'archeologia, invece, il colpo d'occhio è dentro il criptoportico della domus, con la volta bassa e la luce che filtra dagli sfiatatoi: una foto meno da manuale ma più intima, che restituisce il livello a cui viveva davvero la città sepolta.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il primo avvenimento che segna il destino di Vulci è la sconfitta del 280 avanti Cristo, quando il console romano Tiberio Coruncanio batté le forze di Vulci e Volsinii e Roma tolse alla città gran parte del suo territorio, avviandone il declino politico. Ma l'avvenimento che riportò Vulci al centro dell'attenzione, dopo secoli di oblio, arrivò nel 1828: in quell'anno, sui terreni di Luciano Bonaparte, principe di Canino e fratello di Napoleone, un aratro sfondò per caso la volta di una tomba etrusca, e la scoperta scatenò la grande stagione degli scavi. Luciano Bonaparte finanziò ricerche condotte dalla moglie Alexandrine de Bleschamp con l'obiettivo dichiarato di trovare e vendere: fu un saccheggio più che uno scavo scientifico, ma restituì migliaia di vasi che invasero il mercato europeo. Negli stessi anni Vincenzo Campanari, archeologo di Tuscania, ottenne dal governo pontificio la concessione a scavare, e i reperti finirono in parte nel Museo Gregoriano Etrusco voluto da papa Gregorio XVI, in parte in una celebre mostra allestita a Londra, a Pall Mall, dove i Campanari ricostruirono dodici stanze a imitazione delle tombe di Vulci, illuminate come ipogei: fu una delle prime grandi esposizioni etrusche della storia. Il terzo avvenimento decisivo è del 1857, la scoperta della Tomba François, che diede al mondo il più importante ciclo pittorico etrusco conosciuto e, con esso, la versione vulcente delle guerre con la Roma dei re.
Chi è passato da Vulci (VT)
Da Vulci sono passati personaggi che pesano nella storia d'Europa. Ci passò, come proprietario e scavatore, Luciano Bonaparte, principe di Canino, fratello del più celebre Napoleone: fu sui suoi terreni che nel 1828 iniziò la corsa allo scavo, e fu la sua sete di reperti da vendere a spargere per il continente i vasi di Vulci. Ci lavorò Vincenzo Campanari, l'archeologo di Tuscania che portò le tombe etrusche fino a Londra. Ci arrivò, nell'aprile del 1857, Alessandro François, l'archeologo fiorentino che scoprì la tomba dipinta a cui diede il nome, insieme allo studioso francese Adolphe Noël des Vergers. E ci mise mano, da lontano, la famiglia Torlonia, che possedette i terreni e il castello dalla metà dell'Ottocento e fece staccare e portare a Roma gli affreschi della François. Andando ancora più indietro, sul confine fra Stato della Chiesa e Toscana passarono per secoli i pellegrini della Tuscia e i doganieri pontifici che presidiavano il castello, e prima ancora, in età antica, la città vide sfilare i mercanti greci che sbarcavano ceramica e i signori etruschi che si facevano dipingere sulle pareti dei sepolcri accanto agli eroi di Omero. Perfino un frammento della storia dei re di Roma passa di qui: se Claudio aveva ragione, il re Servio Tullio non era che il Mastarna dipinto in questa necropoli.
Vulci (VT) con i bambini
Vulci è una meta che i bambini apprezzano più di tanti musei chiusi, a patto di prenderla per il verso giusto. Il percorso breve, sui due chilometri e mezzo, è pensato apposta per le famiglie e finisce al laghetto del Pellicone, dove nella bella stagione ci si ferma a mangiare e a giocare vicino all'acqua. La combinazione di ponte del Diavolo, castello con il fossato, tombe in cui si scende e sentiero lungo il fiume tiene viva l'attenzione dei più piccoli meglio di qualunque teca. Serve buon senso: scarpe chiuse, acqua, cappello, e un occhio sui tratti in cui il percorso costeggia il fiume o scende negli ipogei. Il museo del castello, breve e concreto, è alla portata dei ragazzi delle elementari, soprattutto se raccontato con la storia dei vasi partiti da qui per finire nei musei di tutto il mondo.
Cosa vedere vicino a Vulci (VT)
Vulci è la punta di un itinerario etrusco e maremmano che merita più di una giornata. Verso il mare e verso Roma ci sono le due grandi necropoli patrimonio dell'umanità, quella di Tarquinia con le sue tombe dipinte e la Banditaccia di Cerveteri con le sue vie di tumuli. Nell'entroterra si sale a Tuscania, la città di Vincenzo Campanari, con le sue basiliche romaniche, e si prosegue verso Viterbo e la sua Tuscia. Chi ha tempo può spingersi sui borghi tufacei del versante toscano e maremmano, come Pitigliano, oppure verso le meraviglie della provincia viterbese, dal Parco dei Mostri di Bomarzo alla scenografica Civita di Bagnoregio, fino al lago di Bolsena. E per chi vuole chiudere il cerchio a Roma, molti dei capolavori usciti dalle tombe di Vulci si ammirano oggi al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, che con Vulci fa da naturale continuazione: il pianoro dove le cose furono trovate e le sale dove oggi si conservano.
Domande veloci su Vulci (VT)
Quanto costa il biglietto per Vulci (VT)?
Il biglietto intero del parco è nell'ordine degli otto euro, con alcune fonti che indicano una cifra un po' più alta; esistono riduzioni per ragazzi, over 65, gruppi, famiglie e residenti dei comuni di Montalto di Castro e Canino, e ingressi gratuiti per bambini piccoli e persone con disabilità. Le tariffe cambiano di stagione, per cui la cosa sensata è controllare su vulci.it o chiamare la biglietteria prima di partire.
Quali sono gli orari del Parco di Vulci (VT)?
L'apertura è alle 9 tutto l'anno; la chiusura scala con la stagione, alle 17 da gennaio a marzo e da ottobre a dicembre, alle 18 in primavera e a settembre, alle 19 a luglio e agosto. Il parco è chiuso il 25 dicembre e il primo gennaio, con orario ridotto la vigilia di Natale e a Capodanno.
Quanto dura la visita a Vulci (VT)?
Dipende dal percorso: il breve si fa in un'ora e mezza o due, il completo in circa tre ore, quello naturalistico in tre quarti d'ora. Chi vuole vedere parco e museo con calma metta in conto mezza giornata.
Come si arriva a Vulci (VT) senza automobile?
La stazione più vicina è Montalto di Castro, sulla linea Roma-Grosseto, ma dista una decina di chilometri dal parco. Senza auto propria bisogna prevedere un taxi o verificare con la biglietteria se in giornata è attivo un collegamento con navetta.
Si possono vedere gli affreschi della Tomba François a Vulci (VT)?
Gli affreschi originali non sono più a Vulci: furono staccati nell'Ottocento e portati a Roma, dove si trovano nella collezione Torlonia a Villa Albani, visibile solo di rado. Nella tomba restano l'architettura e, a seconda dei periodi, delle riproduzioni. La visita agli ipogei della necropoli va verificata in biglietteria, perché segue aperture particolari.
Il Parco di Vulci (VT) è adatto ai bambini?
Sì, molto. Il percorso breve è pensato per le famiglie e finisce al laghetto del Pellicone; ponte, castello, tombe e sentiero lungo il fiume tengono viva l'attenzione dei più piccoli. Servono scarpe chiuse, acqua e un occhio nei tratti vicino al fiume e negli ipogei.
Serve prenotare per visitare Vulci (VT)?
Per il parco in giornata di norma non serve prenotare; per le visite guidate, per i gruppi e per l'accesso ad alcuni ipogei come la Tomba François conviene invece prenotare o informarsi in anticipo sulle aperture, che sono spesso su turni dedicati.
Cosa si vede al Museo Archeologico Nazionale di Vulci (VT)?
Il museo, ospitato nel Castello dell'Abbadia, espone i corredi delle necropoli, i vasi greci d'importazione, i bronzi delle officine locali e i reperti degli scavi dell'area urbana. Non è grande e si visita in circa un'ora, con il pregio di mostrare gli oggetti vicino al luogo del ritrovamento.
Dove si trova la Tomba François?
La Tomba François è nella necropoli di Ponte Rotto, a poca distanza dalla città antica di Vulci, ed è un ipogeo scavato nella roccia con un atrio centrale e più camere. Fu scoperta nel 1857 e prende nome dall'archeologo Alessandro François.
Perché il Ponte della Badia si chiama anche Ponte del Diavolo?
Perché la sua arcata unica, alta una trentina di metri sul fiume Fiora, sembrava troppo ardita per essere opera umana, e la tradizione popolare la attribuì al Diavolo, come succede a molti ponti audaci in Italia. La struttura è romana, del III-II secolo avanti Cristo, su fondazioni etrusche.
Si può fare il bagno nel laghetto del Pellicone?
Le condizioni cambiano con la stagione e con la portata del fiume Fiora, e sull'accesso all'acqua conviene attenersi a quanto indicano i cartelli e il personale del parco sul posto. Il laghetto resta comunque una tappa bellissima dove fermarsi all'ombra.
C'è un parcheggio a Vulci (VT)?
Sì, il parcheggio all'ingresso del Castello dell'Abbadia è gratuito e ampio. In auto si esce dall'Aurelia a Montalto di Castro e si seguono i cartelli del parco.
Quanto sono lunghi i percorsi del Parco di Vulci (VT)?
Il percorso breve è di circa due chilometri e mezzo, quello completo di circa quattro chilometri e mezzo, quello naturalistico di poco meno di due chilometri. Sono tutti ad anello e finiscono al laghetto del Pellicone.
Vulci (VT) è in provincia di Roma o di Viterbo?
Vulci è in provincia di Viterbo, nella Maremma laziale, a cavallo dei comuni di Montalto di Castro e Canino, non lontano dal confine con la Toscana.
Quanto è grande la Cuccumella?
La Cuccumella è un tumulo alto circa diciotto metri e con un diametro di una settantina, il più grande dell'Etruria. È una collina artificiale che nasconde all'interno corridoi e camere, e sorge nella necropoli di Vulci.
Che scarpe servono per visitare Vulci (VT)?
Scarpe chiuse, da ginnastica o da trekking leggero: i percorsi sono su sterrato, con saliscendi e tratti vicino al fiume. I sandali sono sconsigliati, così come le ore centrali dell'estate per via del caldo e della mancanza di ombra.
Qual è il periodo migliore per visitare Vulci (VT)?
La primavera e l'autunno, quando la campagna è verde, il fiume è in forze e il caldo non tormenta la camminata. L'estate maremmana rende faticose le ore centrali; se venite a luglio o agosto, muovetevi la mattina presto.
Dove sono finiti i vasi greci trovati a Vulci (VT)?
Sono sparsi nei grandi musei del mondo, dal Museo Gregoriano Etrusco in Vaticano al Museo di Villa Giulia a Roma, fino a British Museum, Louvre e Monaco. Furono trovati in gran numero negli scavi ottocenteschi e finirono sul mercato antiquario europeo.
Chi gestisce il Parco di Vulci (VT)?
Il parco archeologico e naturalistico è gestito in convenzione con gli enti locali di Montalto di Castro e Canino, sotto la tutela della Soprintendenza competente per l'Etruria meridionale. Per orari, tariffe e visite guidate il riferimento è il sito ufficiale vulci.it e la biglietteria del Castello dell'Abbadia.
Vulci (VT) è accessibile alle persone con disabilità?
Il museo del castello e alcune tappe sono più facili, ma buona parte del percorso è su sterrato con saliscendi e alcune tombe si raggiungono scendendo negli ipogei. Chi ha problemi di deambulazione faccia bene a sentire in anticipo la biglietteria, che sa indicare quali tratti sono praticabili in giornata.
Si può mangiare dentro il Parco di Vulci (VT)?
I punti di ristoro all'interno sono pochi e stagionali, per cui in molti portano un pranzo al sacco e si fermano al laghetto del Pellicone. In ogni caso conviene avere sempre con sé acqua a sufficienza, soprattutto d'estate quando sul pianoro l'ombra scarseggia.
Che differenza c'è fra Vulci (VT) e Tarquinia?
Tarquinia è famosa soprattutto per le sue tombe dipinte, visitabili in serie nella necropoli dei Monterozzi, mentre a Vulci il ciclo dipinto più importante, quello della Tomba François, è stato staccato e portato a Roma. Vulci in compenso mostra una città intera, con l'area urbana, il ponte, il castello e il paesaggio del fiume: sono due volti complementari dell'Etruria e insieme fanno un itinerario perfetto.
Vulci non è un posto che si consegna al primo sguardo. Chi arriva pretendendo colonne in piedi e affreschi sulle pareti se ne va scontento; chi arriva sapendo di camminare dentro una capitale scomparsa, con il fiume che scava la roccia e il ponte del Diavolo sospeso nel vuoto, porta a casa una delle giornate più intense che l'Etruria sappia dare. Il consiglio resta lo stesso: date a Vulci una mattina intera, una guida se potete, e la pazienza di immaginare. Il resto lo fa il posto.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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