Riserva naturale di Macchiatonda

La Riserva naturale di Macchiatonda è un’area protetta regionale di 244 ettari sul litorale a nord di Roma, nel Comune di Santa Marinella, fra l’aeroporto militare di Furbara e Santa Severa. Il cancello di ingresso si apre al chilometro 49,900 della Strada statale 1 Via Aurelia, poco prima del castello di Santa Severa e della spiaggia delle sabbie nere. È stata istituita con la Legge Regionale 23 luglio 1983 numero 54 ed è gestita dal Comune di Santa Marinella, con gli uffici ospitati dentro il complesso del castello. L’ingresso è gratuito, ma non è libero nel senso che di solito si dà a questa parola: si entra solo in giorni e fasce orarie stabilite, attraverso un cancello che il personale guardiaparco apre per un quarto d’ora e poi richiude. Chi arriva alle undici di un sabato mattina trova il cancello sbarrato e nessuno a cui chiedere. Questa è la prima cosa da sapere, e nella maggior parte delle pagine che parlano di Macchiatonda non viene detta con sufficiente chiarezza.

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Castelli Romani✦ Fuori porta

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Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.

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Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana✦ Patrimonio UNESCO

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Tour in e-bike✦ Senza fatica

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Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.

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Colosseo, Foro e Palatino✦ Va a ruba

Colosseo, Foro e Palatino

L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...

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Musei Vaticani e Cappella Sistina✦ Vai all'apertura

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Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.

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Tour in golf cart✦ Poco cammino

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Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.

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Tour a piedi✦ Il classico

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Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.

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Food tour✦ Vieni affamato

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Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.

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Bar hopping e vita notturna✦ Dopo le 21

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Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.

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Vespa e Ape Calessino✦ Foto garantite

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In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.

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Tour in sidecar✦ Il più scenografico

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Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.

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Corsi di cucina✦ Si mangia alla fine

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Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.

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Degustazioni di vino✦ Anche in città

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In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.

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Galleria Borghese✦ Prenotazione obbligatoria

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Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.

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Catacombe e Appia Antica✦ Sottoterra

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Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.

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Colosseo: sotterranei e arena✦ Accesso limitato

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Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.

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Pompei e Costiera Amalfitana✦ Giornata lunga

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Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.

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Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.

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Castel Sant'Angelo✦ Terrazza panoramica

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Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.

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Roma di notte✦ Dopo il tramonto

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Bus hop-on hop-off✦ Libertà di scesa

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Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.

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Capri e Costiera Amalfitana✦ Mare

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Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.

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Trevi, Pantheon e piazze✦ Centro storico

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Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.

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Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.

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Segway e monopattino✦ Poco sforzo

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Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.

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Udienza papale✦ Mercoledì

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Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.

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Terme di Caracalla✦ Poco affollato

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Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.

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Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.

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Vaticano: ingresso anticipato✦ Prima dell'apertura

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Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.

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Quello che si trova dentro è una delle ultime zone umide costiere del Lazio settentrionale: stagni poco profondi scavati e mantenuti dall’uomo, un boschetto di alloro e olmo che dà il nome all’area, un canneto, prati allagati d’inverno, un cordone di sabbia scura battuta dal vento e, dietro, la campagna coltivata. Le specie di uccelli censite sono oltre duecento, secondo alcune fonti oltre duecentotrenta, e questo fa della riserva uno dei punti di osservazione più frequentati dagli ornitologi del Lazio insieme alla palude di Torre Flavia e alle saline di Tarquinia. Per chi arriva con l’idea di una passeggiata al mare, però, il posto può risultare deludente: non ci sono bar, non ci sono servizi, non c’è ombra organizzata, e il percorso è pianeggiante e ripetitivo. Macchiatonda ripaga chi si ferma, non chi attraversa.

Dove si trova la Riserva naturale di Macchiatonda e come ci si arriva davvero

La riserva occupa una striscia di pianura costiera compresa fra le ultime propaggini dei Monti Ceriti e il Tirreno, a circa cinquanta chilometri a nord di Roma. È un fazzoletto di territorio schiacciato: da una parte la ferrovia e l’Aurelia, dall’altra il mare, con una profondità che in alcuni punti non supera il chilometro. Sulla carta sembra poco. Sul posto la sensazione è diversa, perché il piano è così basso e l’orizzonte così libero che lo sguardo corre fino ai Ceriti da un lato e fino al promontorio di Civitavecchia dall’altro.

Il riferimento da memorizzare è uno solo: chilometro 49,900 della Strada statale 1 Via Aurelia. Non è un ingresso segnalato come quello di un parco cittadino, è un cancello agricolo con una cartellonistica modesta sul lato mare della carreggiata. Chi viaggia verso nord lo trova sulla destra, poco prima dell’abitato di Santa Severa. Chi viaggia verso sud lo ha sulla sinistra e deve fare i conti con il fatto che l’Aurelia in quel tratto non consente svolte comode: conviene proseguire, invertire in un punto sicuro e ripresentarsi nella direzione giusta. Sembra un dettaglio da poco, ma il quarto d’ora di apertura del cancello non aspetta nessuno.

In auto: Aurelia, A12 e il cancello al chilometro 49,900

Da Roma la strada più semplice è l’autostrada A12 Roma Civitavecchia, uscita Santa Severa Santa Marinella, e poi un paio di chilometri di Aurelia verso sud. In alternativa si percorre tutta l’Aurelia dalla città, che è gratuita ma molto più lenta, con semafori, rotatorie e attraversamenti di abitati da Palidoro in poi. Con traffico scorrevole dal Grande Raccordo Anulare si arriva in poco meno di un’ora; nei fine settimana estivi e nei rientri domenicali quel tempo può raddoppiare senza preavviso, perché l’Aurelia raccoglie tutto il traffico balneare del litorale nord e l’A12 ha code ricorrenti nel tratto fra Cerveteri e Fiumicino.

Il parcheggio è il punto debole di tutta la logistica. Non esiste un’area di sosta della riserva dimensionata per un afflusso turistico: si lascia l’auto lungo lo spazio disponibile davanti al cancello o nelle piazzole laterali dell’Aurelia, che è una strada a scorrimento veloce con mezzi pesanti in transito continuo. Chi viaggia con bambini deve trattare quei venti metri fra auto e cancello come la parte più pericolosa della giornata, perché lo sono davvero. Il mio consiglio, se il gruppo è numeroso, è di arrivare con un solo mezzo e non con tre.

In treno: la linea FL5 e la stazione di Santa Severa

La linea FL5 Roma Civitavecchia corre parallela alla costa e ha una fermata a Santa Severa. Da Roma Termini il viaggio dura poco più di un’ora, con passaggi da Ostiense, Trastevere, San Pietro, Aurelia, Maccarese Fregene, Ladispoli Cerveteri e Marina di Cerveteri. Non tutte le corse fermano a Santa Severa, la frequenza cambia fra feriali ed estivi, e gli orari vanno controllati il giorno stesso perché il litorale nord è una delle tratte su cui i piani stagionali vengono ritoccati con più frequenza.

Dalla stazione di Santa Severa al cancello della riserva ci sono all’incirca due chilometri e mezzo, quasi tutti sull’Aurelia o su strade di servizio senza marciapiede continuo. È una camminata fattibile per un adulto allenato in una mattina di primavera, molto meno piacevole a luglio con lo zaino e il binocolo, e francamente sconsigliata con i bambini. Un’alternativa più civile è scendere a Santa Severa, fare il tratto a piedi lungo la battigia passando davanti al castello e raggiungere la riserva dal lato mare, ma anche questo va incrociato con gli orari di apertura del cancello e con il fatto che l’accesso alla zona protetta non avviene dalla spiaggia.

La sintesi onesta è questa: Macchiatonda è raggiungibile in treno, ma è pensata per chi arriva in auto. Se vi muovete senza mezzo proprio, vale la pena costruire la giornata attorno al castello di Santa Severa, che dista pochi minuti a piedi dalla stazione, e trattare la riserva come una possibilità in più da verificare telefonando prima.

Autobus e collegamenti locali

Il servizio extraurbano Cotral transita sull’Aurelia e collega Roma con Civitavecchia toccando Santa Marinella e Santa Severa. Le fermate sono su strada, non dentro un terminal, e la frequenza nei giorni festivi si riduce parecchio. È un mezzo utile per chi conosce già la zona e sa esattamente dove scendere; non lo consiglierei a chi ci va per la prima volta con un appuntamento a orario fisso davanti a un cancello che resta aperto quindici minuti.

Gli orari di accesso, che sono la vera chiave di tutto

La riserva è aperta al pubblico in giorni stabiliti, con ingresso concentrato in una finestra breve e uscita a orario fisso. Lo schema in vigore sulle fonti ufficiali prevede il giovedì pomeriggio con ingresso fra le 14.30 e le 14.45 e uscita alle 17, il sabato e la domenica mattina con ingresso fra le 10.15 e le 10.30 e uscita alle 13, e il sabato e la domenica pomeriggio con ingresso fra le 13 e le 13.15 e uscita alle 15.30. Nei mesi da giugno a settembre viene pubblicato online un calendario di eventi con aperture particolari.

Due avvertenze. La prima: questi orari cambiano, e cambiano senza clamore. Prima di partire conviene telefonare al servizio guardiaparco al numero 345/2554653 oppure controllare la pagina della riserva sul portale regionale e il sito del Comune di Santa Marinella. La seconda: il sabato e la domenica le visite guidate gratuite con il personale guardiaparco si prenotano obbligatoriamente entro la mattinata del venerdì precedente. Chi si presenta senza prenotazione può in genere entrare come visitatore libero nella finestra oraria, ma non ha diritto alla guida, e a Macchiatonda la guida fa una differenza enorme, perché senza qualcuno che vi indichi cosa state guardando gli stagni restano acqua e basta.

Le scolaresche e i gruppi organizzati possono chiedere aperture in giorni diversi dal giovedì, sabato e domenica, sempre previa prenotazione e verifica della disponibilità, entro il numero massimo di giornate settimanali di apertura consentite dalla legge istitutiva. Quel limite non è burocrazia fine a se stessa: serve a contenere il disturbo alla fauna, in particolare a quella migratoria, che in certi periodi dell’anno usa questi stagni come unica sosta possibile su decine di chilometri di costa cementificata.

Riserva naturale di Macchiatonda
Riserva naturale di Macchiatonda: la pianura costiera vista dal sentiero, con gli stagni bassi sullo sfondo e la vegetazione di margine che separa l’area umida dai coltivi della zona B

Che cosa è davvero la Riserva naturale di Macchiatonda: una zona umida ricostruita, non un bosco

Il nome trae in inganno. Macchiatonda è un toponimo diffuso lungo la costa tirrenica e nella Maremma toscana, dalle parti di Capalbio, e indica un boschetto tondeggiante di alloro e olmo, residuo della foresta planiziale che un tempo copriva le pianure costiere. Quel boschetto qui esiste davvero, ed è uno degli elementi più preziosi della riserva, ma occupa una frazione minima dei 244 ettari. La parte che conta, quella che porta qui gli ornitologi da tutta Italia, è la zona umida: stagni bassi, prati inondati, canneti, canali di scolo. E questa zona umida non è un residuo intatto di natura primigenia. È in buona parte il risultato di un lavoro di ricostruzione ambientale.

Per capirlo bisogna fare un passo indietro. Il territorio fra Santa Severa e Ladispoli ha una tendenza naturale all’impaludamento, perché il piano è basso, il drenaggio scarso e la falda affiora. Per secoli è stato un ambiente malsano, evitato o sfruttato solo stagionalmente. Dopo la Seconda guerra mondiale il Consorzio di bonifica del Tevere e dell’Agro Romano ha realizzato l’infrastruttura idraulica che ha reso coltivabile circa tre quarti del territorio: canali collettori, impianti idrovori, la deviazione del fosso Alberobello. La palude è sparita, la campagna è arrivata fino quasi alla battigia, e con la palude sono spariti gli uccelli che ci vivevano.

L’istituzione della riserva nel 1983 ha invertito il processo su una porzione di quel territorio. Le superfici umide sono state riampliate in modo deliberato per favorire l’avifauna, e gli stagni che oggi si vedono dai capanni sono mantenuti con una gestione idraulica attiva. Chi conosce le zone umide sa cosa significa: qualcuno decide quanta acqua tenere, quando alzarla e quando abbassarla, in funzione di quello che si vuole ottenere. Un prato allagato a dicembre serve alle anatre e ai limicoli svernanti; un fondale che si abbassa a marzo mette a nudo il fango in cui i migratori di passo trovano da mangiare. Macchiatonda è un ambiente naturale nel senso che ospita processi naturali, non nel senso che è rimasto com’era.

Zona A e zona B: due riserve dentro la stessa recinzione

La riserva è divisa in due settori con regole diverse. La zona A è la fascia costiera, quella a protezione più alta, dove si trovano gli stagni, il boschetto, il canneto e il cordone sabbioso. La zona B è l’entroterra, suddiviso in poderi agricoli in concessione, sei secondo le fonti regionali, dove si continua a coltivare con metodo biologico e certificazione regionale.

Questa convivenza fra agricoltura e protezione è un modello che in Italia ha avuto storia difficile, e qui funziona meglio di quanto ci si aspetterebbe. I coltivi della zona B non sono un compromesso subito: sono parte dell’ecosistema. I seminativi, le stoppie, i margini erbosi e i canali di scolo con il canneto offrono cibo e rifugio a passeriformi, rapaci diurni e piccoli mammiferi che negli stagni non troverebbero nulla. L’allodola, la calandra e la cappellaccia, che sono fra le specie citate per quest’area, sono uccelli di campo aperto, non di palude.

La geologia, che qui non è un dettaglio da specialisti

Il substrato di questa pianura si è formato fra Neogene e Quaternario, con un contributo determinante dell’attività vulcanica dei Monti della Tolfa e dei Ceriti e con depositi sedimentari legati alle oscillazioni del livello del mare durante le fasi glaciali. Circa diecimila anni fa la linea di costa si trovava all’incirca tre chilometri più a est rispetto a oggi, e dove ora si aprono le secche di Macchiatonda esisteva un bacino salmastro. Questo spiega molte cose: la salinità residua di alcuni suoli, la presenza di piante alofile rarissime, la forma stessa della pianura.

Spiega anche il colore della sabbia. La spiaggia di Macchiatonda, come quella della vicina Pyrgi o di Ladispoli, ha una colorazione scura, quasi nera, dovuta alla presenza di minerali di ferro di origine vulcanica. Non è sporcizia, non è inquinamento, non è sabbia bagnata: è la composizione mineralogica del sedimento. È lo stesso fenomeno che dà il nome alla vicina spiaggia delle sabbie nere, e ogni estate genera la stessa domanda da parte dei visitatori che arrivano per la prima volta.

La spiaggia della Riserva naturale di Macchiatonda: che cosa è pubblico e che cosa non lo è

Qui serve chiarezza, perché il tema genera equivoci ricorrenti. L’arenile marittimo in Italia è demanio pubblico, e la battigia è percorribile. Ma l’accesso alla spiaggia che ricade dentro il perimetro della riserva passa attraverso un’area protetta con regole proprie, e quelle regole non sono le stesse di una spiaggia libera qualunque. Dentro la zona A non si fa quello che si vuole: non si entra fuori orario, non si esce dai sentieri segnati, non si porta il cane libero, non si accende fuoco, non si campeggia, non si raccoglie nulla, non si disturbano gli animali. Sono limitazioni ovvie per chiunque frequenti aree protette e sorprendenti per chi arriva con l’idea della spiaggia selvaggia dove finalmente si può fare di testa propria.

Il tratto di litorale della riserva non è una spiaggia balneare nel senso comune del termine. Non ci sono stabilimenti, non ci sono docce, non ci sono salvataggio né servizi igienici, e il fondale digrada in modo irregolare. La sabbia è scura e grossolana, spesso mista a ciottoli, e il vento di libeccio la lavora tutto l’anno. Chi cerca una giornata di mare vera farà meglio a spostarsi sulla spiaggia di Santa Severa, che ha servizi, tratti liberi e il castello alle spalle, oppure verso Santa Marinella, che ha la baia più riparata di tutto questo settore di costa.

L’erosione, il problema che sta cambiando la riserva

C’è un fatto che rende questo tratto di costa diverso da quello che era anche solo qualche decennio fa. La linea di riva sta arretrando. I bunker costruiti durante la Seconda guerra mondiale, che all’epoca stavano sulla terraferma, oggi si trovano in acqua a oltre cento metri dalla battigia. Non è un aneddoto pittoresco: è una misura. Le cause sono due e agiscono insieme. La prima è la risalita del livello marino, un processo che dura da circa settemila anni e che negli ultimi decenni ha accelerato. La seconda è la riduzione del trasporto di sedimento verso il mare, conseguenza degli sbarramenti costruiti lungo il Tevere e gli altri corsi d’acqua che alimentavano le spiagge del litorale laziale con la sabbia strappata all’entroterra.

Per Macchiatonda il rischio concreto non è tanto la perdita di spiaggia quanto la salinizzazione degli stagni. Se il mare si avvicina troppo, l’acqua salata filtra nei bacini d’acqua dolce e salmastra e l’ecosistema che ospita gli uccelli cambia natura. Il direttore della riserva Francesco Montero, in dichiarazioni riportate dalla stampa specializzata, ha indicato due possibili linee di intervento: un ripascimento morbido della spiaggia con apporto di sabbia, oppure l’arretramento degli stagni artificiali di quattrocento o cinquecento metri verso l’interno. Sono soluzioni di scala diversa e costo molto diverso, e al momento in cui scrivo non risulta che una delle due sia stata realizzata.

Se venite qui con un minimo di attenzione, l’erosione la vedete a occhio nudo: nei gradini di scarpata sulla duna, nelle radici scoperte, nei manufatti in cemento che affiorano dove non dovrebbero esserci. È uno dei pochi posti del litorale romano dove un processo geologico in corso si legge senza bisogno di strumenti.

Una curiosità su Riserva naturale di Macchiatonda

Fra i mammiferi censiti nella riserva, e sono più di venti specie, ce n’è uno che vale da solo il viaggio anche se quasi nessuno lo vedrà mai: il mustiolo, Suncus etruscus. È il più piccolo mammifero del mondo per peso, circa due grammi da adulto, meno di una moneta da un centesimo. Vive nascosto nei muretti a secco, nelle pietraie, sotto i cumuli di materiale vegetale ai margini dei coltivi, si muove quasi solo di notte e ha un metabolismo talmente accelerato da dover mangiare più del proprio peso ogni giorno per non morire di fame.

Il nome della specie racconta anche una piccola storia locale. Etruscus non è casuale: la specie fu descritta su esemplari dell’Italia centrale tirrenica, esattamente la fascia di territorio in cui ci troviamo. Che il più piccolo mammifero del pianeta porti nel nome scientifico l’aggettivo etrusco, e che lo si trovi a poche centinaia di metri dalle rovine del porto etrusco di Pyrgi, è una di quelle coincidenze che a un ornitologo strapperanno un sorriso e che nessuna guida turistica racconta.

La comunità di insettivori della riserva non si ferma al mustiolo. È citata anche la crocidura ventre bianco, Crocidura leucodon, un toporagno di taglia normale che convive con il mustiolo negli stessi ambienti. La presenza di più specie di piccoli insettivori in un’area di 244 ettari è un indicatore indiretto di buona qualità ambientale, perché questi animali sono estremamente sensibili all’uso di pesticidi e alla semplificazione del paesaggio agrario. La zona B coltivata a biologico, in questo senso, non è una decorazione sul depliant.

I pipistrelli, l’altra fauna invisibile

Fra i chirotteri segnalati compaiono il vespertilio maggiore, il pipistrello albolimbato e il miniottero. Sono specie che cacciano insetti sopra gli specchi d’acqua e lungo i margini del bosco nelle ore del crepuscolo, e che trovano rifugio diurno in cavità e manufatti. Chi resta nella riserva fino all’orario di uscita pomeridiana in estate, quando la luce cala tardi, ha qualche possibilità di vederli in caccia sopra gli stagni: sagome nere e irregolari che tagliano l’aria con traiettorie impossibili da anticipare. È lo spettacolo che chiude la giornata, e va goduto in fretta perché il cancello si chiude comunque.

L’area archeologica accanto alla Riserva naturale di Macchiatonda e il porto etrusco di Pyrgi

A poche centinaia di metri dal confine settentrionale della riserva si trova uno dei siti archeologici più importanti dell’Etruria meridionale, e questo cambia il senso di una visita a Macchiatonda. Pyrgi era il porto di Caere, l’odierna Cerveteri, e insieme a Gravisca, il porto di Tarquinia, costituiva uno dei due grandi scali attraverso cui l’Etruria meridionale commerciava con il Mediterraneo orientale, la Grecia e il mondo punico.

Gli scavi sistematici sono iniziati nel 1957 e hanno messo in luce un’area sacra con due templi, indicati convenzionalmente come tempio A e tempio B, e un’area C. Il tempio A era dedicato a Leucotea Ilizia e ha restituito un rilievo in terracotta con la scena dei Sette contro Tebe, databile attorno al 460 avanti Cristo, oggi conservato al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma. L’estensione dell’abitato attorno al porto è stimata in circa dieci ettari.

Le lamine d’oro, il documento che ha cambiato l’etruscologia

Il ritrovamento che ha reso Pyrgi famoso fra gli studiosi di tutto il mondo è quello di tre lamine d’oro iscritte, due in lingua etrusca e una in fenicio. Il valore di quel ritrovamento si trova nel fatto che i testi sono in larga parte paralleli: avere lo stesso contenuto in una lingua nota e in una lingua ancora oggi imperfettamente compresa fornisce agli studiosi un punto di appoggio prezioso per il lessico etrusco. Non è una stele di Rosetta, perché il parallelismo non è letterale parola per parola, ma è il documento bilingue più importante che l’archeologia etrusca abbia prodotto. Anche le lamine sono a Villa Giulia.

Pyrgi fu saccheggiata e incendiata dal tiranno di Siracusa Dionisio il Vecchio nel corso del quarto secolo avanti Cristo, in una spedizione navale che puntava esplicitamente alle ricchezze accumulate nel santuario. Da quel momento il porto perse importanza, e la fascia costiera entrò in una fase diversa della sua storia, fatta di ville romane, poi di abbandono, poi di paludi.

Il Monumento Naturale di Pyrgi è stato istituito il primo ottobre 2017 e tutela l’insieme dei valori naturalistici e archeologici del sito. Il risultato è che su un tratto di costa di pochi chilometri si concentrano tre istituti di tutela diversi: la riserva regionale di Macchiatonda, il monumento naturale di Pyrgi e il complesso monumentale del castello di Santa Severa. Chi organizza una giornata intera in questa zona può legarli con una passeggiata, tenendo però presente che gli orari dei tre siti non sono coordinati fra loro.

Il castello di Santa Severa, che è anche la sede degli uffici della riserva

Il castello di Santa Severa sorge letteralmente sopra le rovine di Pyrgi. La prima menzione documentaria risale al 1068, quando il normanno Gerardo conte di Galeria lo donò ai monaci dell’abbazia di Farfa. Passò poi a varie famiglie nobiliari romane e dal 1482 al 1980 appartenne al Pio Istituto di Santo Spirito, che vi gestiva una grande azienda agricola visitata da diversi papi nel periodo rinascimentale. È stato recuperato all’uso pubblico in occasione del Giubileo del 2000, con un restauro finanziato dalla Regione Lazio, dalla Provincia di Roma e dal Comune di Santa Marinella.

Il dettaglio che qui interessa è amministrativo e riguarda chi visita: gli uffici della riserva di Macchiatonda hanno sede proprio nei corpi di fabbrica del castello. Significa che il punto di riferimento burocratico dell’area protetta non è al cancello ma due chilometri più a nord, dentro un complesso monumentale aperto al pubblico. Per chi ha bisogno di informazioni, di prenotare una visita per un gruppo o di capire se una certa apertura straordinaria è confermata, quello è l’indirizzo giusto.

Riserva naturale di Macchiatonda
Riserva naturale di Macchiatonda: il paesaggio aperto della zona umida, con i bassi fondali che d’inverno si allagano e d’estate lasciano affiorare il fango dove i limicoli cercano cibo

Una cosa che non ti dice nessuno su Riserva naturale di Macchiatonda

Le fotografie che circolano di Macchiatonda mostrano quasi sempre acqua, uccelli in volo e cielo. Nessuna mostra la cosa che condiziona davvero la visita: il fango. I sentieri della riserva corrono su piano perfettamente orizzontale e il terreno è argilloso. Dopo una pioggia, anche di due o tre giorni prima, l’acqua non defluisce da nessuna parte perché non c’è una pendenza che la porti via. Restano pozze persistenti e tratti in cui il fondo diventa scivoloso e appiccicoso, del tipo che ti resta attaccato alla suola in strati sovrapposti finché non cammini con due chili in più per piede.

Le indicazioni ufficiali raccomandano calzature impermeabili, e la raccomandazione va presa alla lettera. Non scarpe da ginnastica, non sandali, non scarpe da trekking traspiranti in tessuto: stivali di gomma da ottobre ad aprile, scarponcini impermeabili nel resto dell’anno. Ho visto persone rinunciare a metà percorso, e la rinuncia a Macchiatonda è più seccante che altrove perché il cancello di uscita ha un orario e tornare indietro significa aspettare.

C’è un secondo elemento che nessuno mette in evidenza: il vento. La riserva è una pianura aperta affacciata sul Tirreno, senza rilievi che la riparino. Il libeccio e il maestrale la spazzano senza ostacoli per gran parte dell’anno, e nelle giornate ventose la temperatura percepita crolla anche di parecchi gradi rispetto a quella dell’Aurelia. D’inverno una giornata di sole a dodici gradi con vento teso diventa un’esperienza gelida se si resta fermi in un capanno per un’ora. Chi va a fotografare o a osservare uccelli sta fermo per definizione: vestitevi come se doveste stare seduti all’aperto, non come se doveste camminare.

Il terzo elemento: le zanzare

È una zona umida costiera mediterranea. Da maggio a ottobre le zanzare ci sono, sono numerose e sono aggressive soprattutto nelle ore del tramonto, che sono anche le migliori per l’osservazione. Il repellente non è un accessorio opzionale, ed è meglio applicarlo prima di entrare che ricordarsene dopo il primo capanno. Anche qui, nessuna fotografia panoramica lo lascia intuire.

Il consiglio che ti do per visitare Riserva naturale di Macchiatonda

Il consiglio è uno solo e riguarda il metodo, non l’equipaggiamento: prenotate la visita guidata del sabato o della domenica, telefonando al servizio guardiaparco entro la mattinata del venerdì. È gratuita e cambia completamente il valore della giornata.

La ragione è semplice. Macchiatonda non è un luogo che si legge da solo. Un bosco ha alberi che si riconoscono, una necropoli ha tombe che si visitano, un castello ha stanze che si attraversano. Una zona umida, per un visitatore non allenato, è uno specchio d’acqua con dei puntini sopra. Servono due cose per trasformare quei puntini in qualcosa: un binocolo e qualcuno che sappia dire cosa sono. Il guardiaparco vi dirà che quel gruppo compatto sul fondale è un branco di pavoncelle, che l’airone bianco maggiore che state guardando non è la garzetta che avete visto cinque minuti prima e si distingue per taglia e colore del becco, che il rapace che plana basso sul canneto con le ali a V è un falco di palude e che sta cacciando.

Il secondo consiglio, subordinato al primo, riguarda il binocolo. Se ne avete uno portatelo, anche se è modesto. Se non ne avete uno e pensate di tornare, un dieci per quarantadue di fascia media è l’investimento che fa la differenza fra andare in una riserva e guardarla. Il teleobiettivo fotografico non sostituisce il binocolo: serve a fare la foto, non a trovare l’animale.

Come organizzare la giornata intera

La finestra di apertura della riserva è breve e questo obbliga a costruire il resto attorno. Uno schema che funziona per il sabato o la domenica: mattina al castello di Santa Severa, con il borgo, il museo del mare e della navigazione antica e l’area archeologica di Pyrgi; pranzo veloce, non lungo, perché l’ingresso pomeridiano alla riserva chiude alle 13.15; pomeriggio a Macchiatonda fino alle 15.30; poi, con la luce che resta, la spiaggia di Santa Severa oppure il rientro con una sosta a Ladispoli.

Lo schema alternativo, per chi viene soprattutto per gli uccelli, è l’opposto: ingresso della mattina alle 10.15, tre ore piene nei capanni, uscita alle 13, e pomeriggio dedicato alla palude di Torre Flavia, che sta una ventina di chilometri più a sud e ha regole di accesso diverse. Due zone umide nello stesso giorno, sulla stessa costa, con popolamenti in parte diversi: è la giornata di birdwatching più densa che si possa costruire a nord di Roma.

Il verde, i sentieri e i capanni di osservazione

La riserva è percorribile lungo un sistema di sentieri che le fonti ufficiali indicano con cinque denominazioni: il Sentiero del Boschetto, il Sentiero dei Capanni, la Strada Idrovora, la Spiaggia e la Strada di ingresso alla Riserva. Non sono cinque itinerari distinti nel senso escursionistico del termine, sono i tratti che compongono l’unico percorso possibile e che si combinano fra loro a seconda dell’orario e della stagione.

Il Sentiero Natura e il boschetto di alloro e olmo

Il percorso principale parte dal piazzale antistante la spiaggia e attraversa la boscaglia, con una serie di pannelli esplicativi lungo il tracciato. È il tratto che porta al primo stagno e che introduce all’ambiente forestale relitto: il boschetto di alloro, Laurus nobilis, che in autunno e in inverno si allaga alla base, e il nucleo di olmo campestre, Ulmus minor. Sono due formazioni che nel Lazio costiero sono quasi scomparse, e che qui sopravvivono su superfici ridotte. Attorno si sviluppa una fascia di pruno selvatico, con alaterno e roverella, e sui margini più esposti le essenze frangivento tipiche di questi ambienti, tamerice e cannuccia di palude.

Lungo il percorso è allestito anche un itinerario per non vedenti. È un dettaglio che merita più attenzione di quanta ne riceva di solito, perché una zona umida è uno degli ambienti che meglio si prestano all’esperienza non visiva: il rumore del canneto, il verso delle rane, il richiamo della gallinella d’acqua, l’odore del fango esposto, il cambio di consistenza del terreno sotto i piedi. Chi accompagna persone con disabilità visiva farebbe bene a segnalarlo in fase di prenotazione, in modo che il personale possa impostare la visita di conseguenza.

Il sentiero della zona umida e i capanni

Proseguendo lungo la strada parallela alla costa si accede al sentiero della zona umida, dove si trovano i capanni di osservazione. Sono strutture in legno chiuse, con feritoie orizzontali a diverse altezze che permettono di guardare senza essere visti. Il principio è elementare e funziona: gli uccelli acquatici hanno una distanza di fuga che nella maggior parte dei casi è di decine di metri, e appena percepiscono una sagoma umana in movimento si allontanano. Dentro il capanno, in silenzio e senza movimenti bruschi, si riesce a osservare a distanze che all’aperto sarebbero impensabili.

Le regole del capanno sono poche e vanno rispettate da tutti perché basta una persona a rovinare l’osservazione a chi c’è dentro. Silenzio, telefono in modalità silenziosa, niente flash, niente sporgersi dalle feritoie, niente aprire e chiudere la porta ogni due minuti. Chi entra deve mettere in conto di restarci almeno venti o trenta minuti: nei primi cinque gli uccelli si sono comunque accorti dell’arrivo e stanno tornando alle loro attività, ed è dopo che si vedono le cose interessanti.

Che cosa si vede, mese per mese

Le oltre duecento specie di uccelli censite non si vedono tutte, e soprattutto non si vedono tutte insieme. Macchiatonda funziona come stepping stone, punto di appoggio per i migratori lungo una rotta costiera in cui le zone umide sono ormai rare: il popolamento cambia radicalmente nel corso dell’anno.

In inverno dominano gli svernanti: anatre di superficie, folaghe, svassi, aironi cenerini, garzette, airone bianco maggiore, e sui prati allagati le pavoncelle e i pivieri dorati in gruppi che possono essere numerosi. Il falco di palude pattuglia il canneto con il suo volo basso e inclinato, e il gheppio staziona sui pali lungo i coltivi.

Fra fine febbraio e maggio arriva il passo primaverile, che è il periodo più ricco in assoluto. Passano limicoli in abito nuziale, piovanello pancianera, piro piro, voltapietre, piovanello comune, e si fermano gli aironi di passo: airone rosso, sgarza ciuffetto, nitticora, tarabusino. Sul mare compaiono i beccapesci e le sterne, e con fortuna il gabbiano corso, Larus audouinii, che è una delle specie di maggior pregio conservazionistico del Mediterraneo. Fra i rapaci in migrazione sono segnalati il biancone, le albanelle e il nibbio reale.

In estate la riserva si svuota di gran parte dei migratori e restano i nidificanti: fratino, corriere piccolo, fraticello sui litorali e sui greti, gallinelle e tuffetti negli stagni. È il periodo meno spettacolare per numero di specie ma quello in cui si osservano i comportamenti riproduttivi, e chi ha pazienza vede gli adulti portare cibo ai giovani.

In autunno riparte il passo, meno appariscente di quello primaverile perché gli uccelli sono in abito post riproduttivo e i colori sono smorti, ma numericamente altrettanto importante. È anche il momento in cui il regime idrico degli stagni viene riportato verso l’allagamento e l’ambiente cambia aspetto nel giro di poche settimane.

Anfibi, rettili e gli altri abitanti

Gli stagni ospitano il tritone punteggiato, la rana verde e la raganella, Hyla arborea, che nelle notti di primavera produce un coro udibile a distanza considerevole. Fra i rettili sono presenti la natrice tassellata e la natrice dal collare, entrambe innocue per l’uomo e legate all’acqua, e soprattutto la testuggine palustre europea, Emys orbicularis, specie in forte declino in tutta Italia per la distruzione degli habitat e per la competizione con le testuggini esotiche liberate dagli acquari domestici. Vederla richiede fortuna e un po’ di metodo: sta sui tronchi emergenti e sui margini fangosi nelle ore centrali delle giornate soleggiate di primavera, e si tuffa al primo movimento.

Fra i mammiferi di taglia media sono citati volpe, tasso, faina e donnola. Ci sono poi due presenze problematiche che la gestione deve affrontare: la nutria, Myocastor coypus, roditore sudamericano introdotto per la pellicceria e ormai diffuso in tutte le zone umide italiane, che scava le sponde e consuma la vegetazione palustre; e il cinghiale, che entra dai margini e rivolta il terreno. Entrambi sono specie con cui le aree protette italiane convivono male, e la loro gestione è uno dei capitoli meno pubblicizzati del lavoro dei guardiaparco.

Sulla spiaggia, infine, c’è una fauna minuscola che quasi nessuno nota: la pulce di mare, Talitrus saltator, anfipode che vive nella sabbia umida sotto i residui vegetali spiaggiati. È un indicatore di qualità dell’arenile, perché sparisce dove la spiaggia viene ripulita meccanicamente e dove i depositi organici naturali vengono rimossi. Che a Macchiatonda ci sia, e in quantità, dice qualcosa sul modo in cui questo tratto di litorale viene lasciato lavorare.

La flora alofila, il tesoro botanico

La parte meno vistosa e più preziosa della riserva è la vegetazione alofila, quella adattata ai suoli salsi, che colonizza la scarpata costiera e i margini dei bacini salmastri. Le fonti regionali citano camomilla marina, salsola soda, enula bacicci, atriplice portulacoide e limonio, e fra le specie rare Cressa cretica, Puccinellia maritima, Sarcocornia fruticosa, Spartina juncea e Spergularia salina. Viene inoltre segnalata la presenza di Allium savii, indicata come unica stazione nota per il Lazio.

Sono piante che a un occhio non allenato sembrano erbacce grigiastre su un terreno pelato. Sono invece il residuo diretto di quel bacino salmastro che occupava questa pianura diecimila anni fa, e la loro sopravvivenza dipende da un equilibrio di salinità che l’erosione costiera e le variazioni idrauliche possono alterare in fretta. Se durante una visita guidata il guardiaparco si ferma davanti a un ciuffo di vegetazione insignificante e comincia a parlare, probabilmente è per questo.

Riserva naturale di Macchiatonda
Riserva naturale di Macchiatonda: il sentiero pianeggiante che attraversa la boscaglia verso il primo stagno, il tratto in cui dopo le piogge restano le pozze che rendono indispensabili le calzature impermeabili

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Macchiatonda è inserita nella rete Natura 2000 dell’Unione Europea, con il doppio riconoscimento di Sito di Importanza Comunitaria ai sensi della direttiva 92/43/CEE, la direttiva Habitat, e di Zona di Protezione Speciale ai sensi della direttiva 79/409/CEE, la direttiva Uccelli poi sostituita dalla 2009/147/CE. Questo dato compare nelle schede tecniche e non compare quasi mai nei racconti di visita, eppure è il motivo per cui la riserva esiste ancora nella forma in cui la vedete.

La differenza pratica fra un’area protetta regionale e un sito Natura 2000 è sostanziale. La legge regionale del 1983 ha creato la riserva e ne ha definito il perimetro e le regole d’uso, ma resta uno strumento regionale, modificabile con un altro atto regionale. L’inserimento nella rete europea aggiunge un livello di vincolo diverso: qualsiasi intervento che possa avere effetti significativi sul sito deve passare per una valutazione di incidenza, e lo Stato italiano risponde alla Commissione europea dello stato di conservazione degli habitat e delle specie tutelate. Per un’area di 244 ettari stretta fra una statale a scorrimento veloce, una ferrovia, un aeroporto militare e una costa fra le più edificate d’Italia, quel secondo livello di protezione non è un dettaglio formale.

Il secondo fatto poco citato riguarda il ruolo didattico e scientifico. La riserva ospita ogni anno centinaia di studenti e collabora con gruppi di ricerca universitari. Le zone umide costiere sono laboratori naturali per lo studio della migrazione, dell’ecologia trofica degli uccelli acquatici, della dinamica dei suoli salsi e dell’erosione. Una parte non piccola di quello che si sa sull’avifauna migratoria del litorale laziale è stata raccolta da persone che stavano in piedi dentro quei capanni con un taccuino.

La foto giusta da fare a Riserva naturale di Macchiatonda

La foto che tutti provano a fare è l’airone in volo. È anche la più difficile e la meno riuscita, perché richiede teleobiettivo lungo, tempi rapidi e una quantità di fortuna che in tre ore di visita difficilmente arriva. La foto che invece riesce quasi sempre e che racconta il posto molto meglio è un’altra: lo stagno controluce nell’ultima mezz’ora prima dell’uscita pomeridiana, con il canneto in silhouette e la superficie dell’acqua che riflette il cielo.

Funziona per una ragione tecnica precisa. Questa è una costa esposta a ovest, quindi il sole cala sul mare e nel tardo pomeriggio la luce arriva bassa e radente da dietro gli stagni. Il controluce appiattisce i colori ma esalta le forme, e un canneto controluce con qualche sagoma di uccello sopra è una fotografia che non ha bisogno di attrezzatura costosa. Funziona anche con un telefono, purché si eviti di forzare l’esposizione sulle ombre.

La seconda foto da portare a casa è la sabbia nera. Un primo piano a terra, con la mano o un oggetto di riferimento per la scala, che mostri il contrasto fra i granuli scuri ferrosi e quelli chiari. È l’immagine che spiega in un colpo solo l’origine vulcanica di questa costa, e nessuno la fa mai perché tutti guardano l’orizzonte.

La terza è quella che pochi hanno il coraggio di fare: i manufatti bellici in acqua. Se la giornata è calma e la trasparenza buona, i bunker della Seconda guerra mondiale che oggi si trovano al largo sono visibili e fotografabili dalla riva. È una fotografia documentaria, non decorativa, e vale più di dieci tramonti, perché mostra con un’immagine sola quanto litorale è stato perso in ottant’anni.

Regole per fotografare senza fare danni

Niente flash verso gli animali, mai. Niente droni, che in area protetta sono un problema serio e non solo un fastidio, perché la sagoma in volo viene percepita dagli uccelli come un rapace e provoca fughe di massa con dispendio energetico che in migrazione può essere letale. Niente richiami acustici registrati per far uscire gli uccelli allo scoperto, pratica diffusa e dannosa. E niente uscite dal sentiero per avvicinarsi: la distanza è parte del patto.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

La storia di questa pianura si legge per strati, e ciascuno ha lasciato un segno ancora visibile nel paesaggio che si attraversa camminando lungo i sentieri.

La preistoria e il Neolitico

La presenza umana in quest’area risale al Paleolitico superiore, documentata a Palidoro, poco più a sud lungo la stessa costa. Fra il sesto e il secondo millennio avanti Cristo la fascia litoranea era punteggiata di villaggi neolitici, insediamenti piccoli legati alla pesca, alla raccolta e a un’agricoltura iniziale. La logica insediativa era la stessa che rende oggi il posto interessante per gli uccelli: acqua dolce disponibile, ambienti di transizione ricchi di risorse, mare a portata di mano.

Villanoviani ed etruschi

Con la fase villanoviana e poi con quella etrusca il paesaggio cambia scala. Nascono centri proto urbani di dimensione notevole, e due di questi, Tarquinia e Caere, diventano potenze commerciali del Mediterraneo. Per funzionare hanno bisogno di porti, e i porti sono Gravisca per Tarquinia e Pyrgi per Caere. La costa smette di essere un margine e diventa una porta: da qui passano metalli, ceramica greca, vino, olio, manufatti orientali. Le lamine d’oro di Pyrgi, con il testo etrusco e quello fenicio, sono il documento di quel mondo.

Il saccheggio di Pyrgi

Nel quarto secolo avanti Cristo Dionisio il Vecchio, tiranno di Siracusa, condusse una spedizione navale contro Pyrgi, saccheggiando e incendiando il santuario. L’episodio segna l’inizio del declino del porto e, più in generale, della parabola commerciale di Caere. È un fatto che vale la pena tenere a mente mentre si guarda questa pianura tranquilla: per un periodo non breve è stata un obiettivo militare di valore internazionale.

L’età romana e l’abbandono

Dopo il tramonto etrusco il territorio divenne luogo di villeggiatura in età repubblicana, poi zona di insediamento rurale nell’ambito delle assegnazioni agrarie di età imperiale. A partire dal secondo secolo dopo Cristo la colonizzazione romana si dirada, e la pianura imbocca la strada che la porterà all’impaludamento: senza manutenzione idraulica, un piano basso con falda affiorante torna palude in pochi decenni.

Il medioevo e i secoli del Pio Istituto

Il castello di Santa Severa compare nei documenti nel 1068, con la donazione all’abbazia di Farfa da parte del normanno Gerardo conte di Galeria. Dal 1482 al 1980 il complesso e le terre circostanti appartennero al Pio Istituto di Santo Spirito, che vi gestì una grande azienda agricola. È un dato che spiega la continuità del paesaggio agrario di questa fascia costiera: per quasi cinquecento anni un unico proprietario istituzionale ha determinato cosa si coltivava e come, senza le frammentazioni successorie che altrove hanno prodotto un mosaico di piccole proprietà.

La bonifica del dopoguerra

Il fatto storico più recente e più determinante per l’aspetto attuale della riserva è la bonifica realizzata dopo la Seconda guerra mondiale dal Consorzio di bonifica del Tevere e dell’Agro Romano. Canali collettori, impianti idrovori, la deviazione del fosso Alberobello: l’intervento rese coltivabile circa tre quarti del territorio e trasformò Macchiatonda in campagna. Le paludi costiere del Lazio settentrionale sparirono quasi tutte in quel giro di anni, e con loro la fauna che le abitava.

L’istituzione della riserva nel 1983

La Legge Regionale numero 54 del 23 luglio 1983, pubblicata sul Bollettino Ufficiale della Regione Lazio del 20 agosto 1983 numero 23, ha istituito la Riserva naturale regionale di Macchiatonda su 244 ettari, affidandone la gestione al Comune di Santa Marinella. La riserva è iscritta nell’Elenco Ufficiale delle Aree Protette con il codice EUAP0268. Trentacinque anni dopo la bonifica che aveva eliminato la palude, la Regione decise di ricrearne una porzione. È una delle poche inversioni di tendenza documentate sul litorale laziale, e il risultato si misura in duecento e passa specie di uccelli.

L’istituzione del Monumento Naturale di Pyrgi

Il primo ottobre 2017 è stato istituito il Monumento Naturale di Pyrgi, che tutela i valori naturalistici e archeologici del sito del porto etrusco. Con questo atto il tratto di costa fra Macchiatonda e Santa Severa raggiunge una densità di tutela insolita per il litorale romano.

Chi è passato da Riserva naturale di Macchiatonda

Questa è la sezione in cui di solito si elencano nomi celebri, e qui bisogna essere onesti: Macchiatonda non ha una storia di frequentazioni illustri documentate, e inventarne sarebbe facile quanto inutile. Chi è passato di qui, e ha lasciato traccia, appartiene a categorie diverse.

Ci sono passati i mercanti del Mediterraneo antico, che approdavano a Pyrgi con le navi cariche e ripartivano con il metallo dell’entroterra etrusco. Ci sono passati i papi del Rinascimento, che visitavano l’azienda agricola del Pio Istituto di Santo Spirito al castello di Santa Severa. Ci sono passati i militari, che nel Novecento hanno costruito lungo questa costa le fortificazioni oggi sommerse e che tuttora presidiano l’aeroporto di Furbara, al confine della riserva. Ci sono passati i tecnici del Consorzio di bonifica, che hanno ridisegnato l’idrografia di questa pianura con una precisione di cui i canali rettilinei sono la testimonianza.

E ci passano, ogni anno, gli uccelli. Sembra una frase retorica e invece è la risposta più esatta alla domanda. Il gabbiano corso che nidifica in Sardegna e in Corsica, il beccapesci che sverna nel Mediterraneo, il piovanello pancianera che nidifica nella tundra artica e sverna in Africa occidentale, il falco di palude che si sposta fra Europa e Sahel: tutti, prima o poi, usano questo pezzo di costa. Macchiatonda è un nodo di una rete che va dalla Scandinavia al golfo di Guinea, e il fatto che duecentoquarantaquattro ettari di stagni, coltivi e boschetto fra un’autostrada e una statale possano essere un nodo di quella rete è il dato più notevole che questo posto abbia da offrire.

L’altra categoria di frequentatori sono gli ornitologi e i naturalisti, in gran parte volontari, che dagli anni ottanta a oggi hanno censito, inanellato, fotografato e scritto. Sono loro ad aver costruito, osservazione dopo osservazione, la lista di specie che oggi si legge nelle schede ufficiali. Se la riserva ha un patrimonio immateriale, è quello.

Quando andare alla Riserva naturale di Macchiatonda e quando evitarla

Il periodo migliore in assoluto va da fine febbraio a metà maggio. È il passo primaverile: massimo numero di specie, uccelli in abito riproduttivo quindi riconoscibili e fotogenici, temperature gestibili, giornate che si allungano, zanzare ancora contenute, fango in progressiva diminuzione. Se dovessi scegliere due settimane, prenderei la seconda metà di aprile.

Il secondo periodo buono è l’inverno, da novembre a febbraio. Meno specie ma numeri alti di svernanti, prati allagati, luce bassa e radente ideale per la fotografia, e nessuno in giro. Bisogna però accettare il fango serio e il vento, e vestirsi per stare fermi al freddo. Chi regge queste due condizioni ha la riserva praticamente per sé.

Il periodo da evitare è l’estate piena, luglio e agosto. Gli stagni sono ridotti, i migratori sono altrove, il caldo sulla pianura senza ombra è pesante, le zanzare sono al massimo e l’Aurelia è intasata. In quei due mesi la riserva mantiene interesse solo per chi ha obiettivi specifici, per esempio osservare la nidificazione del fratino o del fraticello, oppure per chi partecipa agli eventi del calendario estivo pubblicato dalla riserva fra giugno e settembre.

Il fattore meteo, che qui pesa più della stagione

Due condizioni cambiano la giornata più di qualunque calendario. La prima è la pioggia nei tre giorni precedenti: se c’è stata, i sentieri saranno allagati a tratti e servono stivali. La seconda è il vento: con libeccio o maestrale sostenuti l’osservazione peggiora parecchio, perché gli uccelli si riparano, l’acqua si increspa e il binocolo balla. Una giornata di sole senza vento in marzo vale tre giornate ventose in aprile.

Con i bambini

Funziona, ma a condizioni precise. Il percorso è pianeggiante e non impegnativo, quindi dal punto di vista fisico va bene anche per bambini piccoli. Il problema è la noia: l’osservazione richiede immobilità e silenzio, cioè esattamente quello che un bambino sotto i sei anni non può garantire. Dai sette anni in su, con un binocolo in mano e un guardiaparco che racconta, l’esperienza funziona molto bene. Il consiglio pratico è di prenotare la visita guidata e di dirlo in fase di prenotazione: il personale imposta il racconto di conseguenza.

Con il cane

Le aree protette con zone umide e specie nidificanti a terra sono l’ambiente in cui la presenza di cani crea più danni, anche con animali educati e al guinzaglio, perché l’odore stesso di un predatore fa abbandonare i nidi. Prima di presentarsi al cancello con il cane conviene telefonare al servizio guardiaparco e chiedere, senza dare per scontato nulla.

Cosa c’è intorno alla Riserva naturale di Macchiatonda

La riserva si trova al centro di uno dei settori più densi del Lazio per varietà di cose da vedere nel raggio di mezz’ora di auto, e questo la rende molto più interessante come tappa di una giornata che come destinazione unica.

Verso nord, a pochi minuti, ci sono il castello di Santa Severa con l’area archeologica di Pyrgi, la spiaggia di Santa Severa e, poco oltre, Santa Marinella con la sua baia riparata, che è il punto di mare più comodo di tutto il tratto. Ancora più a nord si arriva a Civitavecchia, porto e città, e da lì si prosegue verso le saline di Tarquinia e Tarquinia con le sue necropoli dipinte.

Verso sud si trova la spiaggia delle sabbie nere, poi Ladispoli con il castello di Palo Odescalchi e il Bosco di Palo, che è l’altra grande area protetta di questa costa e conserva un lembo di foresta planiziale simile per storia a quello di Macchiatonda. Proseguendo ancora si raggiunge la palude di Torre Flavia, il sito che chiunque venga qui per gli uccelli dovrebbe abbinare a Macchiatonda, e più giù Fregene e l’oasi WWF di Macchiagrande.

Verso l’interno, salendo dalla costa, si entra nel mondo etrusco e in quello dei Monti della Tolfa. Cerveteri con la necropoli della Banditaccia è la tappa obbligata, perché è la città di cui Pyrgi era il porto: vedere prima l’approdo e poi la necropoli della città che lo usava dà un senso di continuità che nessuna delle due visite prese da sola riesce a dare. Più su ci sono Tolfa e Allumiere, con il faggeto di Allumiere che è una delle faggete più basse di quota d’Italia, e la riserva di Monterano con il suo borgo abbandonato.

Verso est, a una quarantina di minuti, c’è il sistema dei laghi vulcanici: il lago di Bracciano e il Parco Naturale Regionale di Bracciano Martignano. Chi ha due giorni può costruire un itinerario che tiene insieme costa, zone umide, etruschi e laghi senza mai superare i cinquanta chilometri di spostamento.

Domande veloci sulla Riserva naturale di Macchiatonda

Quanto costa entrare nella Riserva naturale di Macchiatonda?

L’ingresso è gratuito, sia per l’accesso libero sia per le visite guidate con il personale guardiaparco. Non significa però che si entri quando si vuole: si entra solo nelle finestre orarie stabilite.

Quali sono gli orari di apertura?

Le fonti ufficiali indicano il giovedì pomeriggio con ingresso fra le 14.30 e le 14.45 e uscita alle 17, il sabato e la domenica con ingresso mattutino fra le 10.15 e le 10.30 e uscita alle 13, e ingresso pomeridiano fra le 13 e le 13.15 con uscita alle 15.30. Gli orari cambiano nel tempo e fra giugno e settembre viene pubblicato un calendario dedicato: controllate sempre prima di partire.

Come si prenota la visita guidata?

Telefonando al servizio guardiaparco al 345/2554653 entro la mattinata del venerdì precedente il fine settimana in cui volete andare. La visita guidata è gratuita.

Dove si entra esattamente?

Al cancello della riserva situato al chilometro 49,900 della Strada statale 1 Via Aurelia, sul lato mare, poco prima di Santa Severa arrivando da Roma.

Quanto è grande la riserva?

244 ettari, istituiti con la Legge Regionale 23 luglio 1983 numero 54. È iscritta nell’Elenco Ufficiale delle Aree Protette con il codice EUAP0268.

Chi gestisce la Riserva naturale di Macchiatonda?

Il Comune di Santa Marinella, con gli uffici collocati nei corpi di fabbrica del castello di Santa Severa.

Quante specie di uccelli si possono vedere?

Le fonti parlano di oltre duecento specie, alcune di oltre duecentotrenta, censite nell’arco dell’anno. In una singola visita se ne osservano realisticamente fra dieci e quaranta, a seconda della stagione, dell’ora e di quanto siete bravi a riconoscerle.

Serve un abbigliamento particolare?

Calzature impermeabili, sempre. I sentieri sono pianeggianti e dopo le piogge trattengono acqua a lungo. Aggiungete un antivento, perché la pianura è esposta, e il repellente per zanzare da maggio a ottobre.

È accessibile a persone con disabilità?

Il percorso è interamente pianeggiante e lungo il Sentiero Natura è allestito un itinerario per non vedenti. Il fondo naturale però può essere fangoso e irregolare: per una visita con sedia a rotelle conviene telefonare prima e verificare le condizioni del tracciato.

Si può fare il bagno?

Il tratto di litorale dentro la riserva non è una spiaggia attrezzata e non ha servizi né sorveglianza. Per una giornata di mare vera è meglio la spiaggia di Santa Severa o Santa Marinella.

Perché la sabbia è nera?

Per la presenza di minerali di ferro di origine vulcanica provenienti dai Monti della Tolfa e dai Ceriti. Lo stesso fenomeno interessa la spiaggia di Pyrgi e quella di Ladispoli.

Si possono portare i cani?

È un’area protetta con specie che nidificano a terra e la presenza di cani è generalmente limitata. Chiedete al servizio guardiaparco prima di presentarvi al cancello.

Si possono organizzare visite per scuole e gruppi?

Sì, anche in giorni diversi dal giovedì, sabato e domenica, previa prenotazione e verifica della disponibilità, entro il limite di giornate settimanali di apertura fissato dalla legge istitutiva.

Che differenza c’è fra Macchiatonda e la palude di Torre Flavia?

Sono due zone umide costiere della stessa fascia di litorale, distanti una ventina di chilometri. Macchiatonda è più estesa, recintata, con accesso a orari fissi e capanni di osservazione; Torre Flavia è più piccola e ha regole di accesso proprie. Per un birdwatcher si completano a vicenda e valgono entrambe.

Quali contatti servono per informazioni?

Servizio guardiaparco 345/2554653, telefono 0766/571097, posta elettronica riservamacchiatonda@regione.lazio.it, sito parchilazio.it/macchiatonda, pagina Facebook della Riserva e sito del Comune di Santa Marinella.

Il mio giudizio, dopo diverse visite in stagioni diverse, è che Macchiatonda sia il posto meno adatto a una gita improvvisata e uno dei più gratificanti fra quelli che si raggiungono da Roma in un’ora. Chiede tre cose in anticipo: una telefonata, un paio di stivali e la decisione di stare fermo. Chi le concede vede una zona umida funzionante a cinquanta chilometri dal Colosseo, con duecento specie di uccelli che la usano come scalo su rotte lunghe migliaia di chilometri. Chi arriva alle undici di un sabato sperando di trovare il cancello aperto vede un cancello chiuso sull’Aurelia. La differenza fra le due esperienze sta tutta in una chiamata fatta il venerdì.

Domande frequenti sulla Riserva naturale di Macchiatonda

Quanto costa entrare nella Riserva naturale di Macchiatonda?

L'ingresso alla Riserva naturale di Macchiatonda è gratuito, sia per l'accesso libero sia per le visite guidate con il personale guardiaparco. La gratuità non significa però ingresso libero in qualsiasi momento: si entra solo nelle finestre orarie stabilite dalla riserva.

Quali sono gli orari di apertura della Riserva naturale di Macchiatonda?

Gli orari di apertura della Riserva naturale di Macchiatonda seguono fasce specifiche indicate dalle fonti ufficiali, fra cui il giovedì pomeriggio con ingresso fra le 14.30 e le 14.45 e uscita alle 17. Prima di andare conviene verificare l'orario aggiornato con l'ente gestore, perché le fasce possono variare fra stagioni.

Serve prenotare per visitare la Riserva naturale di Macchiatonda?

Per la Riserva naturale di Macchiatonda conviene prenotare telefonando al servizio guardiaparco entro la mattinata del venerdì, per la visita guidata del sabato o della domenica. La visita guidata è gratuita e cambia molto il valore della giornata, perché la riserva non è un luogo che si legge facilmente da soli.

Si può accedere alla spiaggia dentro la Riserva naturale di Macchiatonda?

L'arenile è demanio pubblico e la battigia resta percorribile, ma l'accesso alla spiaggia che ricade dentro il perimetro della Riserva naturale di Macchiatonda passa attraverso un'area protetta con regole proprie, diverse da quelle di una spiaggia libera qualunque. Dentro la zona A non ci si comporta come su una spiaggia normale.

Qual è il periodo migliore per visitare la Riserva naturale di Macchiatonda?

Il periodo migliore per visitare la Riserva naturale di Macchiatonda va da fine febbraio a metà maggio, con la seconda metà di aprile come finestra ideale, quando gli uccelli sono in abito riproduttivo e quindi più riconoscibili e fotogenici. Un secondo periodo buono è l'inverno, da novembre in avanti.

Bisogna aspettarsi fango nei sentieri della Riserva naturale di Macchiatonda?

Sì, il fango è una delle condizioni tipiche della Riserva naturale di Macchiatonda, perché i sentieri corrono su un terreno argilloso e perfettamente orizzontale, senza pendenza che faccia defluire l'acqua. Dopo una pioggia, anche di due o tre giorni prima, restano pozze che condizionano la camminata, un dettaglio che le fotografie del posto quasi mai mostrano.

Cosa si vede vicino alla Riserva naturale di Macchiatonda?

A poche centinaia di metri dal confine settentrionale della Riserva naturale di Macchiatonda si trova l'area archeologica di Pyrgi, l'antico porto etrusco di Caere, oggi Cerveteri. Poco più a nord ci sono anche il castello di Santa Severa e la sua spiaggia, oltre a Santa Marinella con la sua baia riparata.

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RiassuntoRiserva naturale di Macchiatonda - 00058 Santa Marinella RM, Italia
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