Palude di Torre Flavia

Il Monumento naturale Palude di Torre Flavia è un'area protetta costiera compresa fra i comuni di Ladispoli e Cerveteri, sul litorale tirrenico a nord di Roma. Il riferimento operativo per il visitatore è la sede dell'area protetta in via Roma 141, a Ladispoli (00055), che funziona anche da punto di ritrovo per le visite guidate e le giornate di volontariato organizzate dall'ente gestore; il telefono del Servizio aree protette è 06 67663321 e l'indirizzo di posta istituzionale è direttoreareeprotette@cittametropolitanaroma.it. L'area è gestita dalla Città metropolitana di Roma Capitale, che la amministra insieme alle altre riserve metropolitane. Non c'è biglietteria, non c'è tornello, non c'è un orario di apertura affisso a un cancello: la palude si percorre lungo gli argini e i camminamenti esterni, e le zone sensibili per la nidificazione sono delimitate stagionalmente. Le visite guidate e le attività di educazione ambientale si prenotano contattando l'ente gestore, perché il calendario cambia di stagione in stagione. Chi arriva in treno scende alla stazione di Ladispoli-Cerveteri, sulla direttrice regionale che collega Roma Termini a Civitavecchia, e prosegue verso il mare in direzione nord; chi arriva in auto lascia la macchina negli spazi liberi al termine delle strade di Campo di Mare o del quartiere nord di Ladispoli e completa a piedi. Per orari, chiusure temporanee e nulla osta conviene sempre una verifica preventiva presso l'ente gestore.

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Se il litorale a nord della capitale vi interessa nel suo insieme, la pagina dedicata al litorale romano raccoglie le tappe principali fra la foce del Tevere e il confine con la Toscana.

Monumento naturale Palude di “Torre Flavia”
Monumento naturale Palude di “Torre Flavia”

Dove si trova la Palude di Torre Flavia e come ci si arriva

La palude occupa la fascia retrodunale a nord dell'abitato di Ladispoli, verso Campo di Mare, e si allunga parallela alla riva per circa millecinquecento metri. La profondità massima verso l'interno arriva a cinquecento metri, l'altimetria oscilla fra zero e tre metri sul livello del mare. Sono numeri che spiegano molte cose: qui non si sale, non si scende, non ci sono punti panoramici; si cammina in piano dentro un paesaggio che cambia ogni cento metri per motivi di salinità e di umidità, non di quota.

In treno: la stazione di Ladispoli-Cerveteri

La stazione di Ladispoli-Cerveteri serve entrambi i comuni ed è il modo più sensato di arrivare senza automobile. Dal fabbricato viaggiatori il mare è a poco meno di un chilometro e mezzo verso ovest, e la palude comincia dove finisce il fronte edificato, sul margine settentrionale della città. A piedi si impiegano fra i venticinque e i trentacinque minuti, a seconda del punto d'ingresso scelto; in bicicletta, dieci. Il consiglio pratico che do sempre a chi viene da Roma è di controllare il ritorno prima di partire: le corse serali si diradano, e alla palude si perde la cognizione del tempo con una facilità che sorprende.

In auto e dove si lascia la macchina

Chi arriva in automobile ha due possibilità. La prima è puntare al margine nord di Ladispoli e parcheggiare lungo le strade che finiscono verso l'arenile: da lì l'area protetta comincia praticamente dietro le ultime case. La seconda è arrivare da Campo di Mare, cioè dal lato di Cerveteri, e avvicinarsi alla palude dal versante settentrionale. In estate, nei fine settimana, il posteggio libero diventa una caccia; in inverno se ne trova ovunque. Non esiste un parcheggio dedicato dell'area protetta, e questo è uno dei limiti che l'ente gestore si porta dietro dal giorno dell'istituzione.

Gli accessi e i camminamenti della Palude di Torre Flavia

La palude non è un parco urbano con vialetti asfaltati. Ci si muove sugli argini di terra battuta che separano gli specchi d'acqua, lungo il margine interno del cordone dunale e sulla battigia. In alcuni tratti il passaggio è consentito, in altri no: le aree di nidificazione vengono recintate con paletti e cordino nella stagione riproduttiva, e quel cordino non è un suggerimento. La sede di via Roma 141 è il riferimento per capire, di volta in volta, che cosa sia aperto e che cosa sia interdetto. Scarpe chiuse, sempre: il terreno alterna sabbia asciutta, limo bagnato e vegetazione tagliente.

Che cos'è il Monumento naturale Palude di Torre Flavia

Un monumento naturale, nella normativa regionale del Lazio, è un'area protetta di piccola estensione istituita per conservare un elemento naturale singolare. La Palude di Torre Flavia rientra in questa categoria per un motivo preciso: è quel che rimane di un sistema di acquitrini e paludi salmastre che occupava l'intera fascia costiera fra la foce del Tevere e Civitavecchia, e che le bonifiche hanno cancellato quasi ovunque. Insieme alla vicina riserva naturale di Macchiatonda, poco più a nord, costituisce l'ultima coppia di zone umide costiere ancora funzionanti su questo tratto di Tirreno.

L'istituzione dell'area protetta e l'ente gestore

Il Monumento naturale Palude di Torre Flavia è stato istituito con decreto del Presidente della Regione Lazio numero 613 del 24 marzo 1997, e ricade nei territori comunali di Ladispoli e Cerveteri. La gestione è affidata alla Città metropolitana di Roma Capitale, l'ente che ha raccolto l'eredità della Provincia di Roma e che amministra un piccolo sistema di aree protette: le riserve di Nomentum, della Macchia di Gattaceca e Macchia del Barco, di Monte Catillo, del Monte Soratte, la riserva di Villa Borghese a Nettuno e, appunto, questa palude. È l'unica area umida costiera del gruppo, ed è anche la più esposta: le altre hanno un bosco o una montagna intorno, questa ha una città da un lato e il mare che avanza dall'altro.

Quanto è grande la Palude di Torre Flavia

La documentazione ufficiale dell'area protetta la descrive come estesa poco meno di cinquanta ettari. È una superficie minuscola per un'area di questa importanza ornitologica, e va letta insieme al dato storico: la palude originaria, quella che compariva nelle carte prima delle bonifiche, era enormemente più ampia. Le bonifiche di inizio Novecento prima, e l'urbanizzazione di Campo di Mare negli anni Sessanta poi, hanno ridotto progressivamente la zona umida fino ai lembi attuali. Chi cammina oggi sugli argini vede un frammento, non un ecosistema intero: è il motivo per cui ogni metro quadrato qui conta più che altrove.

La geologia del litorale e la Palude di Torre Flavia

L'evoluzione delle coste tirreniche laziali è legata a due grandi processi: i movimenti tettonici di apertura e sollevamento del bacino tirrenico e il vulcanismo dei distretti laziali. La sabbia che si calpesta qui non è un materiale neutro, racconta da dove viene. Il tratto compreso fra Santa Severa e Palo Laziale è caratterizzato da arenili sabbiosi spesso di colore scuro, quasi grigio ferro: il colore dipende dalla presenza di minerali di origine vulcanica, pirosseni e magnetite, trasportati dai corsi d'acqua che drenano gli apparati vulcanici dell'entroterra. Se passate una calamita sulla sabbia asciutta, la magnetite risponde. È un esperimento che faccio fare ai gruppi e che funziona sempre.

Il Macco di Marina di San Nicola

Nella zona di Marina di San Nicola affiora una formazione geologica denominata Macco, riferita al Pliocene medio e superiore. È costituita da facies sabbiose e biocalcarenitiche ricche di frammenti di briozoi, litotamni, echinodermi e molluschi: in pratica una roccia fatta di gusci, un fondale marino antico consolidato e poi sollevato. Da Marina di San Nicola fino a Santa Marinella il quadro cambia ancora: nelle aree più elevate si ritrovano conglomerati e sabbie pleistoceniche, mentre nelle zone depresse compaiono limi torbosi, depositi palustri e alluvioni recenti. Quei limi torbosi sono la firma delle antiche paludi costiere, e sono esattamente il substrato su cui poggia Torre Flavia.

Come è fatta la Palude di Torre Flavia sotto i piedi

L'area protetta si sviluppa su terreni argilloso-limosi ricchi di materiale organico di origine vegetale. È questa composizione a rendere possibile l'accumulo delle acque nella porzione retrodunale: un fondo poco permeabile trattiene l'acqua piovana e quella di risalita, e la palude si forma dietro la duna invece che scaricarsi verso il mare. Dagli anni Settanta del secolo scorso l'area è stata progressivamente bonificata, e le opere idrauliche hanno modificato il funzionamento naturale del sistema. Lembi residuali di un'antica duna sabbiosa separano ancora la zona umida dal mare aperto: sono l'unica barriera fra l'acqua salmastra interna e le mareggiate.

Morfologicamente la superficie è pianeggiante, con differenze altimetriche che non superano i due o tre metri. Sembra poco, e invece è tutto: due metri di dislivello decidono se un terreno resta inondato per sei mesi l'anno o si asciuga a maggio, e da questo dipende quale specie vegetale ci cresce sopra.

Idrogeologia e deficit idrico della Palude di Torre Flavia

Le tipologie di terreno presenti nell'area hanno granulometrie e permeabilità molto eterogenee, il che fa presupporre la presenza di piccole falde sotterranee sospese di limitata entità. Su questo equilibrio fragile insistono due pressioni. La prima è l'emungimento dei pozzi nelle vicinanze, cresciuto in modo sconsiderato con l'espansione edilizia della fascia costiera. La seconda sono le opere di canalizzazione, che drenano l'acqua verso il mare invece di lasciarla ristagnare. Il risultato è uno stato di deficit idrico che interessa tutta la zona. Detto senza giri di parole: la palude ha sete, e la sua sete è di origine umana.

I venti dominanti provengono dal mare. Nei mesi autunnali prevalgono quelli di nord-ovest, in estate i venti caldi del quadrante occidentale e meridionale, che accentuano gli effetti dell'evapotraspirazione su una vegetazione già stressata. Chi visita la palude ad agosto e la trova arida non sta guardando un ecosistema morto: sta guardando la fase secca di un ciclo, aggravata però da prelievi e drenaggi che quel ciclo lo hanno reso più estremo.

Monumento naturale Palude di “Torre Flavia”
Monumento naturale Palude di “Torre Flavia”

L'erosione costiera e la Palude di Torre Flavia

Il litorale a nord di Roma è interessato da un fenomeno di arretramento lineare della linea di riva. Non è uniforme: ci sono tratti in erosione e tratti in accumulo, e la differenza dipende dalle correnti sottocosta, dall'apporto solido dei fiumi e, in misura crescente, dalle opere di difesa realizzate a monte. L'area protetta di Torre Flavia rappresenta una situazione di forte erosione, fra le più marcate del litorale romano.

Il dato che rende la cosa comprensibile a chiunque riguarda la torre. Fino agli anni Quaranta il rudere si trovava in corrispondenza della battigia: si poteva raggiungere a piedi asciutti. Oggi è completamente isolato in acqua e collegato alla terraferma da una massicciata di massi lunga circa cento metri. Cento metri di costa mangiati in ottant'anni, misurabili con un metro da sarta contro un edificio che non si è mosso. Non esiste una lezione di geografia costiera più efficace di questa, e non serve nessun grafico per capirla.

I lavori del 2011 e l'effetto a nord

Nel 2011 sono stati realizzati interventi per proteggere il rudere della torre dall'azione del mare. Hanno raggiunto l'obiettivo immediato: la torre è ancora in piedi, per quel che ne resta. Ma hanno avuto una conseguenza che chi si occupa di dinamica costiera aveva messo in conto: qualunque struttura rigida trattiene il sedimento a monte e lo sottrae a valle. L'erosione si è spostata verso nord, con effetti marcati proprio sulle dune dell'area protetta. È il paradosso ricorrente della difesa costiera: si salva un manufatto e si perde una duna, e la duna è l'unica cosa che tiene in vita la palude.

Perché la duna conta più della torre

Questa è l'opinione che porto sempre in escursione, e non è popolare fra chi arriva qui per fotografare la rovina. Il cordone dunale del Monumento naturale Palude di Torre Flavia oggi è ridotto a una sequenza esile e interrotta di frammenti. Se sparisce del tutto, il mare entra nella depressione retrodunale durante le mareggiate invernali, la salinità schizza, il canneto muore e la zona umida diventa una laguna salata priva della sua specificità. La torre è un rudere bellissimo e condannato; la duna è un organismo vivo che si può ancora salvare. Se dovessi scegliere dove mettere i soldi pubblici, non avrei un attimo di esitazione.

La torre: storia della Torre Flavia

Torre Flavia dà il nome a tutta l'area protetta, ed è la ragione per cui molti visitatori arrivano qui la prima volta. È una torre costiera cinquecentesca, eretta con ogni probabilità sui resti di una costruzione più antica: la tradizione locale parla di un fortilizio medievale e della presenza, nelle immediate vicinanze, di una villa romana. Il litorale ceretano era densamente occupato in età imperiale, e non sorprende affatto.

Il cardinale Flavio Orsini e il sistema difensivo pontificio

Il nome della torre viene dal cardinale Flavio Orsini, cui la documentazione dell'ente gestore attribuisce la costruzione, per volere di papa Leone X, nell'ambito del sistema difensivo dello Stato Pontificio. Il contesto storico è quello del grande piano di riorganizzazione delle difese costiere avviato dal papato agli inizi del Cinquecento, motivato dalla fragilità di un litorale continuamente esposto alle incursioni barbaresche. Le torri lungo la costa laziale non erano fortezze: erano occhi. Servivano ad avvistare le vele all'orizzonte e a trasmettere l'allarme all'entroterra con il fumo di giorno e il fuoco di notte, dando ai contadini il tempo di mettersi al riparo.

Allo stesso periodo risale la fortificazione del castello di Palo, che proprio allora assunse la forma giunta fino a noi. Torre Flavia e il castello di Palo non erano due presidi indipendenti: facevano parte di una stessa maglia difensiva, con una gerarchia precisa fra il fortilizio principale e le torri satelliti.

Com'era fatta la torre

La pianta è quadrata, con basamento a scarpa: la parete inferiore inclinata verso l'esterno, soluzione che rifletteva i canoni comuni dell'edilizia militare rinascimentale e serviva a far rimbalzare i colpi di artiglieria e a impedire l'appoggio delle scale. A giudicare dalla divisione interna, dalle quattro torrette di avvistamento che coronavano la terrazza e dall'esistenza di una cisterna, la torre fu sede di una guarnigione di un certo peso, strettamente legata al sistema di difesa del castello di Palo. La cisterna è il dettaglio che più dice: una guarnigione con acqua propria è una guarnigione pensata per resistere, non per scappare.

La rovina: la guerra e il mare

Lo stato diruto attuale ha due cause sovrapposte. La prima sono i bombardamenti subiti durante la seconda guerra mondiale: questo tratto di costa era sulla rotta degli obiettivi litoranei e la torre, isolata e riconoscibile, ha pagato il conto. La seconda è l'erosione marina, che non ha mai smesso di lavorare. Fino agli anni Trenta del Novecento Torre Flavia si trovava ancora sulla linea di costa; da allora l'arretramento progressivo l'ha staccata dalla terraferma e ridotta al moncone che si vede oggi, un frammento di muratura in mezzo all'acqua, raggiungibile solo con lo sguardo.

Vale la pena dirlo chiaramente: la torre non è visitabile, non ci si sale, non si cammina sulla massicciata quando il mare è formato. Ogni anno qualcuno ci prova e ogni anno la cronaca locale registra il salvataggio di turno. Il rudere si guarda da riva, e da riva è più bello.

Monumento naturale Palude di “Torre Flavia”
Monumento naturale Palude di “Torre Flavia”

La vegetazione della Palude di Torre Flavia

Il paesaggio vegetale di quest'area protetta è di una eterogeneità che stupisce chiunque si aspetti quattro canne e un po' di sabbia. Su meno di cinquanta ettari convivono la vegetazione pioniera alo-psammofila delle dune embrionali e mobili, le praterie alofile a emicriptofite, le praterie iperalofite a camefite, la vegetazione palustre delle depressioni retrodunali, quella delle acque salmastre, quella igrofila e la vegetazione nitrofila ruderale dei margini disturbati. Sono state censite circa centotrenta specie botaniche. La ragione di tanta varietà in così poco spazio è una sola: il gradiente. Bastano cinquanta metri per passare dalla sabbia asciutta e sterile all'acqua salmastra permanente, e ogni fascia intermedia ha le sue specialiste.

La battigia e la fascia esterna

La fascia più esterna del litorale è inadatta alla vita vegetale, e conviene capire perché. I semi non attecchiscono sulla sabbia continuamente rimescolata dalle onde, e le condizioni di umidità e salinità variano di ora in ora, sommando stress a cui una plantula appena germinata non sopravvive. Sull'arenile è quindi favorita la vita animale, che si instaura sui resti organici di alghe, molluschi ed erbe marine accumulati come detriti. Quella fascia di materiale spiaggiato che i bagnanti chiamano sporcizia e che i comuni rimuovono con le ruspe è, in realtà, la mensa di un intero ecosistema e il primo mattone della duna. Ripulire meccanicamente una spiaggia in aprile equivale a demolire un cantiere.

Le dune embrionali della Palude di Torre Flavia

Al di sopra del livello massimo di marea, procedendo dall'esterno verso l'interno, il modello teorico della distribuzione spaziale della vegetazione costiera prevede comunità di terofite alonitrofile a bassa percentuale di copertura, seguite verso l'interno dalle comunità costruttrici delle dune embrionali. Le specie che vivono sulla sabbia devono adattarsi a un substrato incoerente ed estremamente permeabile: l'umidità relativa della sabbia in superficie tende a zero. Le piante di duna rispondono allungando le radici fino a formare una rete che, dopo le piogge, è in grado di assorbire l'umidità effimera dell'acqua piovana prima che percoli in profondità. Sono piante che vivono di elemosina idrica e riescono a costruire, con i loro fusti, il rilievo che poi protegge tutto ciò che c'è dietro.

Il canneto e le depressioni retrodunali

A ridosso del cordone dunale, che nel monumento naturale è ridotto a un'esile e interrotta sequenza di frammenti, si aprono lacune interdunali puntiformi e ampie depressioni periodicamente inondate. In entrambi gli ambienti le piante utilizzano acqua salmastra, e la tolleranza alla salinità diventa un adattamento fisiologico necessario alla sopravvivenza. Dove il livello dell'acqua si mantiene costantemente più elevato dominano specie alo-tolleranti, legate ad ambienti a moderata salinità ma non strettamente vincolate a condizioni salmastre: la cannuccia di palude, Phragmites australis, e la lisca marittima, Bolboschoenus maritimus. Il canneto è la struttura portante della palude: dentro ci nidificano gli uccelli, ci si nascondono i giovani pesci, ci si depositano i sedimenti.

Le salicornie e i suoli che si spaccano

Una tolleranza ancora maggiore alle variazioni di salinità serve per vivere sui suoli delle depressioni più profonde, soggette a oscillazioni fra fasi di inondazione e fasi di evaporazione. Nel periodo arido il terreno presenta le caratteristiche spaccature poligonali e il sale tende a concentrarsi in superficie, formando una patina biancastra. In queste condizioni si rilevano Sarcocornia perennis, Aeluropus littoralis, Suaeda maritima e Salsola soda. Sono piante grasse in miniatura, carnose per necessità: accumulano acqua per diluire il sale che assorbono. Ad ottobre la salicornia vira al rosso e la depressione diventa un tappeto bordeaux che vale da solo il viaggio.

Alla vegetazione strettamente costiera si aggiungono, nelle aree circostanti, le fioriture primaverili di asfodeli, papaveri e borragine, che nei mesi di aprile e maggio colorano i margini incolti dell'area protetta.

La fauna della Palude di Torre Flavia

L'area protetta è indagata sotto il profilo faunistico da molti anni e dispone di dati per numerosi gruppi tassonomici. Complessivamente si contano circa duecento specie di vertebrati e almeno duecentottanta di invertebrati, un patrimonio che per una superficie di questo ordine è semplicemente fuori scala. Il lavoro di riferimento resta il volume Biodiversità, gestione, conservazione di un'area protetta del litorale tirrenico: la Palude di Torre Flavia, edito da Gangemi per la Provincia di Roma nel 2006.

Gli uccelli della Palude di Torre Flavia

L'avifauna è la ricchezza principale del sito. L'area è Zona di Protezione Speciale per l'elevata presenza di specie migratorie che la utilizzano come luogo di sosta, transito e nidificazione, e complessivamente sono state rilevate oltre centottanta specie, cui si aggiungono sei specie alloctone non naturalizzate, sfuggite alla cattività e osservate in modo occasionale, la cui nidificazione nel Lazio non è accertata. Oltre quaranta delle specie presenti rientrano nell'Allegato I della Direttiva Uccelli, quella che impone agli Stati membri misure speciali di conservazione degli habitat.

L'elenco delle presenze regolari dà l'idea del posto: cavaliere d'Italia, falco di palude, tuffetto, sgarza ciuffetto, tarabusino, anatidi svernanti in numero, gufi nelle fasce arborate del margine. Fra i nidificanti si segnala il corriere piccolo; fra gli avvistamenti di maggior richiamo, il falco pescatore in sosta migratoria e il mignattaio, un ibis scuro dai riflessi metallici che quando si posa sul limo sembra dipinto. Cento metri di argine, un binocolo decente e un'ora di pazienza a Torre Flavia rendono più di una mattinata in molte riserve blasonate.

Il fratino, la specie che decide tutto

Il fratino, Charadrius alexandrinus, è un piccolo corriere che nidifica direttamente sulla sabbia, in una semplice depressione poco più profonda di un'impronta, senza materiale e senza riparo. Le uova sono mimetiche al punto da risultare invisibili a un metro di distanza. Questo lo rende la specie più vulnerabile dell'intero litorale: basta un piede, una ruota, un cane libero o una ruspa per la pulizia dell'arenile e la covata è persa. La Città metropolitana di Roma Capitale lo tratta come specie ombrello, cioè come specie la cui tutela trascina con sé il recupero dell'intero ecosistema dunale, e attorno alla sua nidificazione ha costruito una parte consistente della gestione dell'area protetta.

Dal 2019 l'ente gestore, la Lega Italiana Protezione Uccelli e il progetto europeo LIFE Choona hanno organizzato campi di sorveglianza dei nidi di fratino con volontari: recinzione delle covate, presidio, sensibilizzazione dei bagnanti. L'iniziativa divulgativa che accompagna queste attività porta il titolo Non solo Fratini e viene riproposta in occasione della Settimana europea dei parchi, in maggio. Se vi capita di trovare un rettangolo di cordino sulla sabbia con dentro apparentemente nulla, dentro c'è tutto: giratevi al largo e basta.

La stazione di inanellamento

Dal 2000 nell'area protetta funziona una stazione di inanellamento scientifico. Fra il 2000 e il 2005 sono stati catturati e marcati 6.473 uccelli appartenenti a sessantasette specie diverse. Sono numeri che raccontano il ruolo della palude come scalo tecnico sulla rotta migratoria tirrenica: uccelli che arrivano dall'Africa dopo la traversata del Mediterraneo e che qui trovano il primo punto d'acqua dolce e la prima riserva di insetti dopo centinaia di chilometri di mare. Togliete questo fazzoletto di canneto e avete tolto una stazione di servizio su un'autostrada senza altre uscite.

I mammiferi della Palude di Torre Flavia

Nell'area protetta sono presenti il riccio europeo (Erinaceus europaeus), la nutria (Myocastor coypus), il ratto nero (Rattus rattus), il ratto delle chiaviche (Rattus norvegicus), il topo domestico (Mus domesticus), la volpe (Vulpes vulpes) e l'istrice (Hystrix cristata). Più occasionale la presenza di alcuni mustelidi, fra cui la faina (Martes foina). L'area è inoltre frequentata per motivi trofici da numerose specie di chirotteri, che al crepuscolo escono a caccia sugli specchi d'acqua: gli insetti emergenti dalla palude sono una risorsa alimentare concentrata, e i pipistrelli lo sanno da molto prima di noi. Le tracce di istrice, aculei caduti compresi, si trovano con una certa facilità lungo i sentieri interni.

Anfibi e rettili

Fra gli anfibi sono stati rinvenuti uova, girini a diversi stadi di sviluppo e adulti di rana verde (Rana kl. hispanica) e di rospo comune (Bufo bufo), oltre al rospo smeraldino (Bufotes viridis), specie tipicamente legata agli ambienti costieri sabbiosi e alle pozze temporanee. Fra i rettili è documentata la presenza della testuggine palustre europea (Emys orbicularis), della luscengola (Chalcides chalcides), del ramarro occidentale (Lacerta bilineata), della lucertola campestre (Podarcis siculus) e della natrice dal collare (Natrix natrix). La testuggine palustre europea è la specie che merita più attenzione: è in forte contrazione in tutta Italia e la sua presenza in un frammento di zona umida come questo ha un valore conservazionistico sproporzionato rispetto alle dimensioni del sito. Si osserva in primavera, quando prende il sole sui tronchi affioranti.

I pesci e i canali di acquacoltura

Il Monumento naturale Palude di Torre Flavia comprende nel suo perimetro una serie di canali di origine artificiale, da anni sede di un'attività di acquacoltura estensiva incentrata prevalentemente sui Mugilidi. La maggior parte del pesce viene immessa come novellame, mentre una parte minore penetra dal mare per rimonta naturale, quando la chiusa di sbarramento viene aperta per la pesca o per le operazioni di manutenzione. Il novellame è raccolto fra settembre e la fine di ottobre al largo dei canali costieri del litorale laziale, fra cui quelli di Maccarese e Passoscuro. Fra le specie allevate nei canali di Torre Flavia rientrano i muggini o cefali della famiglia dei Mugilidae e le anguille (Anguilla anguilla); sono presenti anche altre specie, fra cui Carassius sp. e Gambusia holbrooki. L'acquacoltura estensiva è una pratica antica delle lagune mediterranee e, gestita con giudizio, mantiene aperte le vie d'acqua che altrimenti si chiuderebbero.

I molluschi marini della spiaggia

Questo è il capitolo che nessuno si aspetta. Grazie alla presenza delle praterie di Posidonia oceanica nel tratto di mare antistante la palude e alla eterogeneità dei fondali, sulla battigia si rinvengono facilmente conchiglie spiaggiate appartenenti a oltre centotrenta specie di molluschi, distribuite fra Polyplacophora, Gastropoda, Bivalvia, Scaphopoda e Cephalopoda. Il dato è considerato ancora sottostimato rispetto alla reale ricchezza malacologica di questo tratto di costa. Risultano particolarmente abbondanti i bivalvi, che rappresentano circa il quaranta per cento delle specie, percentuale riconducibile alla dominanza di fondi mobili nell'area. Una passeggiata di un chilometro sulla battigia in gennaio, dopo una mareggiata, vale una teca di museo. Le conchiglie si guardano e si rimettono giù: nell'area protetta la raccolta non è un gesto innocuo.

Le specie aliene

Nell'area sono presenti specie animali introdotte volontariamente o involontariamente dall'uomo. Le più abbondanti, e in alcuni casi apertamente invasive, sono tre: un crostaceo, il gambero rosso della Louisiana (Procambarus clarkii), che scava le rive e preda uova di anfibi; un pesce di acqua dolce e salmastra, la gambusia (Gambusia holbrooki), introdotta un secolo fa per la lotta antimalarica e oggi competitrice dei piccoli ciprinidi autoctoni; e un mammifero, la nutria (Myocastor coypus), che consuma il canneto e destabilizza gli argini. Si aggiunge, fra i rettili, la testuggine dalle guance rosse, liberata da acquari domestici e ormai insediata negli specchi d'acqua. Sono i tre o quattro nomi che spiegano perché la gestione di una zona umida non si esaurisca nel mettere un cartello e recintare.

Monumento naturale Palude di “Torre Flavia”
Monumento naturale Palude di “Torre Flavia”

Il birdwatching alla Palude di Torre Flavia

Chi viene qui per gli uccelli deve sapere tre cose. La prima: l'ora conta più della stagione. Le due ore dopo l'alba e le due prima del tramonto valgono quanto l'intera giornata, e a mezzogiorno di luglio non vedrete quasi nulla. La seconda: il binocolo serve, il teleobiettivo aiuta, ma il cannocchiale su treppiede è lo strumento che cambia davvero l'esperienza, perché gli specchi d'acqua sono lontani dagli argini praticabili. La terza: si resta fermi. La fauna palustre non tollera il movimento laterale continuo; venti minuti immobili dietro un cespuglio di canne rendono più di due chilometri di cammino.

Le stagioni del birdwatching a Torre Flavia

Da novembre a febbraio dominano gli svernanti: anatidi sugli specchi d'acqua, ardeidi lungo i margini, il falco di palude che pattuglia il canneto a bassa quota con il volo dondolante che lo rende riconoscibile a duecento metri. Marzo e aprile sono i mesi della migrazione prenuziale, i più imprevedibili e i più emozionanti: qualunque cosa può fermarsi qui per una giornata. Maggio e giugno sono la stagione della nidificazione, quella in cui bisogna essere più prudenti e rispettare scrupolosamente le delimitazioni. Fine agosto e settembre riportano il passo autunnale, con i limicoli sui fanghi scoperti dall'evaporazione estiva. Il mio periodo preferito resta la seconda metà di marzo: acqua ancora alta, luce lunga, zanzare non ancora arrivate.

Una curiosità su Palude di Torre Flavia

La curiosità più solida che questo luogo offra non riguarda un animale raro ma un fatto di misura. Torre Flavia è uno dei pochissimi punti della costa italiana in cui l'arretramento della linea di riva si può quantificare a occhio nudo usando un manufatto datato come metro campione. La torre, costruita agli inizi del Cinquecento, sorgeva all'interno rispetto alla battigia: era un edificio di terraferma, con la sua guarnigione, la sua cisterna e presumibilmente il suo orto. Nella prima metà del Novecento il mare la lambiva. Fino agli anni Quaranta il rudere si trovava ancora in corrispondenza della battigia. Oggi è isolato in acqua e raggiunge la terraferma solo attraverso una massicciata artificiale lunga un centinaio di metri.

Chi guarda quel moncone ha davanti a sé, contemporaneamente, un documento di storia militare e uno strumento di misura geomorfologica. La torre non si è spostata di un centimetro: si è spostato tutto il resto. E la curiosità si allarga se si pensa a cosa significhi in termini di volumi: cento metri di arretramento su un fronte di chilometri corrispondono a milioni di metri cubi di sabbia sottratti al sistema costiero, in buona parte trattenuti a monte da dighe fluviali e cave che hanno interrotto l'apporto solido dei fiumi al mare. La palude di Torre Flavia è la vittima locale di un bilancio sedimentario deciso a cento chilometri di distanza, nell'entroterra. Nessun cartello lo spiega, e invece è la chiave di lettura di tutto quello che si vede da qui.

C'è poi una seconda curiosità, minore e più simpatica, sulla sabbia. Quella grigio scura che si calpesta fra Palo e Santa Severa contiene pirosseni e magnetite di provenienza vulcanica: una calamita passata a pelo di sabbia asciutta si copre di granuli neri in pochi secondi. È un esperimento che i bambini rifanno per mezz'ora di fila e che spiega, meglio di qualunque lezione, che le spiagge sono fatte di montagne smontate.

Una cosa che non ti dice nessuno su Palude di Torre Flavia

Che il momento migliore per venire qui è l'inverno, e in particolare la settimana dopo una mareggiata. Nell'immaginario comune la palude si visita in primavera, con il sole e le fioriture. In realtà da dicembre a febbraio succedono tre cose insieme: gli specchi d'acqua sono pieni e ospitano il massimo numero di anatidi e ardeidi svernanti; la battigia, ripulita e rimescolata dalle onde, restituisce la maggior quantità di conchiglie e di materiale spiaggiato, e con oltre centotrenta specie di molluschi documentate in questo tratto di costa la passeggiata diventa un censimento; e non c'è nessuno. Nessun bagnante, nessun cane libero, nessuna coda per parcheggiare.

La seconda cosa che quasi nessuno dice riguarda l'acqua. Chi arriva ad agosto e trova depressioni asciutte, crepate, incrostate di sale, spesso conclude che la palude sia stata abbandonata o inquinata. È il contrario: l'alternanza fra inondazione ed evaporazione è il motore ecologico del sistema, ed è proprio nella fase secca che si formano i suoli su cui vivono Sarcocornia perennis, Suaeda maritima e Salsola soda. Il problema non è che la palude si asciughi in estate, è che si asciughi troppo e troppo presto, per via dell'emungimento dei pozzi e delle canalizzazioni che scaricano l'acqua a mare. La differenza fra un ciclo naturale e un deficit idrico non la vede chi passa una volta sola.

Terza cosa: la pulizia meccanica delle spiagge, quella che i turisti danno per scontata e apprezzano, è una delle principali minacce per la biodiversità costiera. Le ruspe portano via il materiale spiaggiato, che è l'innesco della duna e la base della catena alimentare dell'arenile, e distruggono i nidi di fratino, che sono semplici buche nella sabbia. Nell'area protetta questo non accade, ed è precisamente per questo che la spiaggia di Torre Flavia sembra meno curata di quella davanti agli stabilimenti. Meno curata e infinitamente più viva.

Il consiglio che ti do per visitare Palude di Torre Flavia

Il consiglio è di rovesciare l'ordine di visita che fanno tutti. Il novantacinque per cento delle persone arriva, punta dritto alla torre, la fotografa da riva, si gira e se ne va: quaranta minuti in tutto, e l'idea di aver visto Torre Flavia. Fate il contrario. Partite dall'interno, dagli argini fra gli specchi d'acqua, con la luce del primo mattino alle spalle; camminate lentamente lungo il margine del canneto; solo alla fine uscite sull'arenile e raggiungete il punto da cui si vede il rudere. In questo modo arrivate alla torre avendo già capito che cosa proteggano quei cento metri di massi, e la rovina smette di essere una cartolina e diventa la conclusione di un discorso.

Sul piano pratico: scarpe chiuse e impermeabili, perché il limo bagnato è insidioso e la vegetazione alofila taglia; pantaloni lunghi da maggio in poi per zanzare e tafani, che qui non scherzano; acqua al seguito, perché lungo il percorso non ci sono fontanelle; binocolo, anche modesto. Cappello sempre, ombra mai. Evitate le ore centrali fra giugno e agosto: non è questione di comodità, semplicemente non c'è nulla da vedere perché tutto è al riparo.

Due indicazioni di comportamento che considero non negoziabili. Il cane, se lo portate, resta al guinzaglio corto, sempre, anche se è educatissimo: per un fratino che cova un cane libero è un predatore, e la reazione di fuga espone le uova al sole per il tempo sufficiente a ucciderle. E i cordini che delimitano le aree di nidificazione si rispettano alla lettera, senza scavalcare per la foto migliore. Se vi interessa capire davvero il sito, contattate l'ente gestore in via Roma 141 a Ladispoli e chiedete il calendario delle uscite guidate: mezza giornata con chi gestisce l'area vale dieci visite fatte per conto proprio, e in una zona umida la differenza fra guardare e vedere è tutta lì.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Che Torre Flavia non è un caso isolato ma il terminale di una catena. Tutti sanno che il litorale a nord di Roma era paludoso e che è stato bonificato; quasi nessuno collega quel fatto generale alla geografia precisa dei luoghi che frequenta d'estate. L'area protetta è l'ultimo residuo della Palude di Campo di Mare, un sistema di acquitrini e paludi salmastre costiere che occupava un fronte molto più ampio di quello attuale. Le bonifiche di inizio Novecento hanno ridotto quel sistema, l'urbanizzazione di Campo di Mare negli anni Sessanta lo ha frammentato, le opere di canalizzazione lo hanno drenato. Ciò che resta, meno di cinquanta ettari, è un frammento residuale, non una riserva progettata.

Il fatto poco citato è che questo frammento e la vicina riserva naturale di Macchiatonda funzionano ormai come un sistema unico agli occhi degli uccelli migratori, pur essendo amministrativamente separati e gestiti da enti diversi. Un uccello che scende dalla rotta tirrenica non vede due aree protette, vede due pozze d'acqua a pochi chilometri l'una dall'altra su una costa altrimenti cementificata per decine di chilometri. Se una delle due si degrada, l'altra perde valore. Vale la pena aggiungere il bosco di Palo, poco a sud, ultimo lembo di foresta planiziale costiera del Lazio settentrionale: palude, bosco e duna erano lo stesso paesaggio, oggi sono tre isole.

Il secondo elemento risaputo e mai messo in fila riguarda la difesa costiera. È noto a chiunque si occupi di coste che le opere rigide spostano il problema invece di risolverlo. A Torre Flavia questo si è visto in modo esemplare: gli interventi realizzati nel 2011 per proteggere il rudere hanno funzionato sul manufatto e hanno prodotto un incremento dell'erosione verso nord, con effetti marcati proprio sulle dune dell'area protetta. Difendere una rovina cinquecentesca aumentando la pressione erosiva sull'habitat che giustifica l'esistenza dell'area protetta è un cortocircuito che meriterebbe di essere discusso più di quanto lo sia.

La foto giusta da fare a Palude di Torre Flavia

La foto giusta non è quella della torre al tramonto. Quella la fanno tutti, e con il sole che cala esattamente dietro il rudere in estate viene un controluce arancione che riempie i social ogni sera da giugno ad agosto. È una bella immagine e non è la fotografia di questo posto.

La fotografia di Torre Flavia si fa a novanta gradi rispetto a quella, ed è un'inquadratura di compressione. Serve un teleobiettivo, anche un modesto duecento millimetri, e un punto di ripresa sull'arenile a sud del rudere. Si inquadra lungo la battigia, in modo che nella stessa immagine entrino il moncone di muratura sull'acqua in primo o secondo piano, la massicciata di massi che lo collega alla terra, il residuo di duna con la vegetazione pioniera e, sullo sfondo, il fronte edificato di Ladispoli. Quattro elementi in una sola inquadratura: il manufatto storico, la difesa artificiale, l'habitat superstite, la città che avanza. Questa è la fotografia che spiega il monumento naturale, e il teleobiettivo serve proprio perché comprime le distanze e mette in relazione cose che a occhio nudo sembrano scollegate.

Luce: la mattina presto, con il sole basso alle spalle e il mare ancora piatto. Ora blu appena prima dell'alba se volete l'acqua setosa, in quel caso treppiede e tempi lunghi. Stagione: gennaio o febbraio, quando l'aria è tersa, il fronte edificato si stacca netto e non c'è foschia estiva a impastare i piani. Se invece cercate una seconda immagine, puntate in basso: la salicornia rossa di ottobre sui suoli spaccati dal sale, fotografata dall'alto verso il basso a cinquanta centimetri dal terreno, con le crepe poligonali che fanno da trama geometrica. È una macro di paesaggio e nessuno la fa. Solo una raccomandazione ferrea: fra aprile e luglio non si scende dalla pista battuta per cercare l'inquadratura sulla sabbia libera, perché quella sabbia apparentemente vuota contiene i nidi di fratino, e una covata vale più di una fotografia.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il primo grande avvenimento è la costruzione della torre, agli inizi del Cinquecento, all'interno del piano di riorganizzazione del sistema difensivo costiero dello Stato Pontificio. Non fu un episodio isolato: il papato reagiva a una condizione di insicurezza cronica del litorale, esposto alle incursioni barbaresche che per tutto il Cinquecento colpirono le coste tirreniche, saccheggiando borghi e catturando popolazione da destinare al riscatto o alla schiavitù. Le torri sorsero a distanza di vista l'una dall'altra e nello stesso periodo fu fortificato il castello di Palo, che assunse allora la fisionomia giunta fino a noi. La costruzione di Torre Flavia è quindi un atto di politica militare, non un capriccio signorile, e va letto insieme alla riorganizzazione dell'intero fronte marittimo pontificio.

Il secondo avvenimento è la lunghissima agonia militare della torre, che perse funzione con la fine della minaccia corsara e passò per gradi dallo stato di presidio a quello di rudere. Il colpo decisivo arriva con la seconda guerra mondiale: i bombardamenti che interessarono questo tratto di litorale colpirono la torre e la ridussero allo stato diruto attuale. Il litorale a nord di Roma fu area di operazioni nella primavera del 1944, e la fascia costiera fra Ladispoli e Civitavecchia conobbe distruzioni diffuse. La torre, isolata sul filo dell'acqua e perfettamente riconoscibile dal mare e dall'aria, fu un bersaglio scontato.

Il terzo avvenimento, il più lento e il più decisivo, è la trasformazione del territorio nel Novecento. Le bonifiche di inizio secolo ridussero la grande palude originaria; negli anni Sessanta l'urbanizzazione di Campo di Mare frammentò definitivamente il sistema; dagli anni Settanta l'area residua fu ulteriormente bonificata e regimata con canali. Nel frattempo il mare avanzava: fino agli anni Trenta la torre era sulla linea di costa, negli anni Quaranta il rudere si trovava in corrispondenza della battigia, oggi è a un centinaio di metri dalla terraferma.

Il quarto avvenimento è la reazione, e ha una data precisa: il 24 marzo 1997, quando il decreto del Presidente della Regione Lazio numero 613 istituisce il Monumento naturale Palude di Torre Flavia. Da quel momento comincia una storia diversa, fatta di gestione ordinaria e di ricerca: dal 2000 funziona la stazione di inanellamento, che fra il 2000 e il 2005 marca 6.473 uccelli di sessantasette specie; nel 2006 esce per Gangemi, a cura della Provincia di Roma, il volume che raccoglie i dati su biodiversità, gestione e conservazione dell'area; nel 2011 vengono realizzati i lavori di protezione del rudere; dal 2019 partono i campi di sorveglianza dei nidi di fratino con la Lega Italiana Protezione Uccelli e il progetto europeo LIFE Choona. A questi si aggiungono gli appuntamenti ricorrenti che hanno fatto conoscere la palude al grande pubblico: la Giornata mondiale delle zone umide del 2 febbraio, la Settimana europea dei parchi in maggio, la City Nature Challenge, le giornate di raccolta dei rifiuti sull'arenile. Sono avvenimenti minori nella storia con la maiuscola e decisivi nella storia di questo pezzo di costa: hanno trasformato una discarica di fine spiaggia in un luogo presidiato.

Chi è passato da Palude di Torre Flavia

Il personaggio storico legato in modo diretto a questo luogo è il cardinale Flavio Orsini, cui la documentazione dell'ente gestore attribuisce la costruzione della torre e da cui deriva il nome dell'intera area protetta. Gli Orsini furono una delle grandi famiglie baronali romane, con possedimenti estesi nel Lazio settentrionale e un peso costante nelle vicende dello Stato Pontificio; l'iniziativa costruttiva viene collocata sotto il pontificato di papa Leone X, il fiorentino Giovanni de' Medici, salito al soglio nel 1513. Con Leone X si muove tutta la corte romana del primo Rinascimento, e il piano di difesa costiera è uno dei capitoli meno appariscenti e più concreti di quel pontificato.

Accanto agli Orsini vanno ricordati gli Odescalchi, la famiglia che dal Seicento è legata al vicino castello di Palo, il presidio principale di questo tratto di costa e il centro del sistema difensivo di cui Torre Flavia era satellite. La guarnigione della torre dipendeva da quel castello: chi montava di guardia sulla terrazza quadrata, fra le quattro torrette d'avvistamento, rispondeva a un comando che risiedeva qualche chilometro più a sud.

Molto prima di tutti loro erano passati gli etruschi e i romani. Il retroterra immediato è quello di Caere, la grande città etrusca le cui necropoli monumentali si visitano oggi alla Banditaccia: il litorale fra Ladispoli e Cerveteri era l'affaccio marittimo di quella città e ne ospitava i porti e gli approdi. In età romana la costa si riempì di ville marittime, e la tradizione locale colloca proprio nei pressi della torre i resti di una di queste ville. Camminare sugli argini della palude significa attraversare un paesaggio che è stato, in ordine, area portuale etrusca, campagna di ville romane, palude malarica medievale, frontiera militare pontificia, tenuta bonificata e infine area protetta.

Chi passa da qui oggi, in numeri, sono soprattutto due categorie: gli ornitologi e i volontari. Ricercatori e inanellatori si alternano alla stazione dal 2000; i volontari dei campi di sorveglianza presidiano i nidi di fratino nella stagione riproduttiva; le scolaresche del comprensorio arrivano con i programmi di educazione ambientale dell'ente gestore. Nessuno di loro finirà su una targa, e sono le persone che stanno tenendo in vita il posto.

Visitare la Palude di Torre Flavia con i bambini

Funziona, a due condizioni. La prima è la stagione: da ottobre ad aprile è un'ottima uscita, da giugno ad agosto nelle ore centrali diventa una prova di resistenza al caldo senza ombra. La seconda è l'obiettivo: se l'obiettivo è vedere gli uccelli, un bambino piccolo si annoia in dieci minuti; se l'obiettivo è raccogliere e riconoscere conchiglie sulla battigia, guardare le crepe del suolo salato, provare la calamita sulla sabbia nera e cercare gli aculei di istrice lungo il sentiero, l'attenzione tiene per due ore.

Il percorso è tutto in piano e non presenta difficoltà; il passeggino da città però soffre sulla sabbia e sul limo, meglio uno zaino porta bambino per i più piccoli. Non ci sono servizi igienici dentro l'area protetta né punti di ristoro: bar e alimentari si trovano a Ladispoli, sul lungomare e nel centro. Portate acqua in quantità e organizzate il ritorno prima di partire.

Accessibilità della Palude di Torre Flavia

La conformazione pianeggiante è favorevole, ma il fondo no: gli argini sono in terra battuta, spesso irregolari, e i tratti di collegamento attraversano sabbia sciolta, difficilmente percorribile con una carrozzina manuale. Per una visita in condizioni di mobilità ridotta conviene contattare preventivamente l'ente gestore in via Roma 141 a Ladispoli e concordare il punto di accesso più adatto e il periodo, perché lo stato dei camminamenti cambia con le stagioni e con le mareggiate. Le uscite guidate organizzate dall'ente sono l'occasione migliore anche in questo senso, perché prevedono percorsi adattati.

Quando andare alla Palude di Torre Flavia

Da novembre a febbraio per gli uccelli acquatici svernanti, per la battigia dopo le mareggiate e per la solitudine. Marzo e aprile per la migrazione e per le fioriture di asfodeli, papaveri e borragine sui margini incolti. Maggio e giugno per la nidificazione, con il massimo di prudenza e il massimo di attività organizzate, perché è il periodo della Settimana europea dei parchi. Ottobre per il colore: la salicornia vira al rosso e le depressioni salate diventano una tavolozza. Luglio e agosto sono i mesi peggiori per la natura e i migliori per la spiaggia libera, se accettate che l'osservazione naturalistica si riduca all'alba.

Il giorno della settimana conta meno che altrove, tranne in estate, quando il fine settimana porta bagnanti anche sull'arenile dell'area protetta. Se venite in luglio o agosto, venite di martedì, alle sette del mattino.

Cosa vedere intorno alla Palude di Torre Flavia

La palude si combina benissimo con mezza giornata di visite nel comprensorio. A pochi minuti c'è Ladispoli, con il suo lungomare e le spiagge di sabbia scura; verso l'interno, Cerveteri e la necropoli etrusca della Banditaccia, patrimonio mondiale dell'Unesco, che con le sue tombe a tumulo racconta l'altra faccia di questo territorio. Salendo verso nord si incontrano il borgo e il castello di Santa Severa, affacciato direttamente sul mare, e più oltre la spiaggia di Santa Marinella. Scendendo verso sud, il bosco di Palo e, più giù, l'oasi di Macchiagrande completano il quadro delle aree naturali costiere. Verso l'entroterra collinare, chi ha un'intera giornata può spingersi alle cascatelle di Cerveteri o più a nord, verso il lago di Bracciano.

Un itinerario che propongo spesso ai gruppi in giornata: alba alla palude, tarda mattinata alla Banditaccia, pranzo a Cerveteri, pomeriggio al castello di Santa Severa. Trenta chilometri in tutto, tremila anni di storia e tre ecosistemi diversi.

Le regole di comportamento nella Palude di Torre Flavia

Sono poche e servono davvero. Non si esce dai percorsi consentiti, soprattutto nella stagione riproduttiva. I cani vanno tenuti al guinzaglio. Non si accendono fuochi, non si campeggia, non si raccolgono piante, conchiglie o materiale spiaggiato. Non si usano droni sopra l'area protetta senza autorizzazione, perché un drone su una zona umida provoca l'involo di massa degli uccelli acquatici, che è esattamente il contrario di quello che serve. I rifiuti si portano via, compresi quelli che si trovano già lì: le giornate di raccolta organizzate dall'ente gestore hanno fatto scuola, e la spiaggia dell'area protetta è oggi in condizioni migliori di quella di molti tratti attrezzati. Ogni intervento o attività dentro l'area protetta richiede il nulla osta dell'ente gestore.

Domande veloci su Palude di Torre Flavia

Quanto costa entrare alla Palude di Torre Flavia

Non è previsto un biglietto d'ingresso: l'accesso ai percorsi consentiti è libero. Le visite guidate e le attività didattiche organizzate o autorizzate dall'ente gestore possono avere condizioni proprie, da chiedere direttamente in fase di prenotazione.

Quali sono gli orari della Palude di Torre Flavia

L'area non ha un cancello con orario affisso e si percorre in ore diurne. Le zone di nidificazione sono interdette stagionalmente. Per il calendario delle attività e per eventuali chiusure temporanee conviene rivolgersi alla sede dell'area protetta in via Roma 141 a Ladispoli, telefono 06 67663321.

Chi gestisce il Monumento naturale Palude di Torre Flavia

La Città metropolitana di Roma Capitale, attraverso il proprio servizio dedicato alle aree protette e alla tutela della biodiversità, che amministra anche le riserve di Nomentum, Macchia di Gattaceca e Macchia del Barco, Monte Catillo, Monte Soratte e Villa Borghese di Nettuno.

Quando è stata istituita la Palude di Torre Flavia

Con decreto del Presidente della Regione Lazio numero 613 del 24 marzo 1997, come monumento naturale ricadente nei comuni di Ladispoli e Cerveteri.

Quanto è estesa la Palude di Torre Flavia

La documentazione ufficiale la descrive come estesa poco meno di cinquanta ettari, con uno sviluppo di circa millecinquecento metri parallelo alla costa e una profondità massima verso l'interno di cinquecento metri.

Come si arriva alla Palude di Torre Flavia con i mezzi pubblici

In treno fino alla stazione di Ladispoli-Cerveteri, sulla linea regionale fra Roma Termini e Civitavecchia, poi a piedi o in bicicletta verso il mare e verso il margine settentrionale dell'abitato. Il tragitto a piedi richiede indicativamente mezz'ora.

Si può visitare la torre della Palude di Torre Flavia

No. Il rudere è isolato in acqua, collegato alla terraferma da una massicciata di massi, e non è accessibile né visitabile. Si osserva e si fotografa da riva.

Perché si chiama Torre Flavia

Dal cardinale Flavio Orsini, cui viene attribuita la costruzione della torre agli inizi del Cinquecento nell'ambito del sistema difensivo costiero dello Stato Pontificio.

Perché la torre è in mezzo al mare

Per l'erosione costiera. Fino agli anni Trenta del Novecento la torre si trovava sulla linea di costa e fino agli anni Quaranta il rudere era in corrispondenza della battigia; l'arretramento progressivo della linea di riva lo ha isolato a circa cento metri dalla terraferma.

Che uccelli si vedono alla Palude di Torre Flavia

Sono state rilevate oltre centottanta specie. Fra le presenze regolari o significative: cavaliere d'Italia, falco di palude, tuffetto, sgarza ciuffetto, tarabusino, anatidi svernanti, corriere piccolo nidificante, gufi, e in migrazione il falco pescatore e il mignattaio. Oltre quaranta specie rientrano nell'Allegato I della Direttiva Uccelli.

Che cos'è il fratino e perché è importante

È un piccolo uccello limicolo che nidifica in una semplice depressione sulla sabbia, senza riparo. È estremamente vulnerabile al disturbo e alla pulizia meccanica degli arenili, e viene trattato come specie ombrello per il recupero dell'ecosistema dunale: proteggere lui significa proteggere la duna e tutto ciò che ci vive.

Si può portare il cane alla Palude di Torre Flavia

Al guinzaglio, sempre, e senza uscire dai percorsi consentiti. Nella stagione riproduttiva un cane libero è una minaccia diretta per le covate deposte sulla sabbia.

La Palude di Torre Flavia è adatta ai bambini

Sì, con le accortezze del caso: percorso pianeggiante, niente ombra, niente servizi. Funziona meglio fuori dai mesi estivi e meglio ancora se si trasforma la visita in una caccia a conchiglie, tracce e forme del suolo.

C'è un centro visite alla Palude di Torre Flavia

La sede dell'area protetta è in via Roma 141 a Ladispoli ed è il punto di riferimento e di ritrovo per le attività organizzate. Per orari e modalità di accesso conviene contattare preventivamente l'ente gestore.

Si può fare il bagno davanti alla Palude di Torre Flavia

Il tratto di arenile è spiaggia libera e viene frequentato in estate. Restano validi il divieto di uscire dalle aree consentite, il rispetto delle delimitazioni per la nidificazione e il buon senso di non avvicinarsi alla massicciata della torre con mare mosso.

Quanto dura la visita alla Palude di Torre Flavia

Un giro sommario si fa in un'ora. Un percorso serio, con osservazione degli specchi d'acqua, tratto di battigia e sosta davanti alla torre, richiede fra le due e le tre ore. Per il birdwatching vero mettete in conto una mattinata intera.

Serve prenotare per visitare la Palude di Torre Flavia

Non per la passeggiata autonoma sui percorsi consentiti. Serve invece per le visite guidate, per le attività di educazione ambientale e per i campi di volontariato, che si prenotano presso l'ente gestore.

Si possono usare i droni sulla Palude di Torre Flavia

Non senza autorizzazione. Il sorvolo di una zona umida provoca l'involo di massa degli uccelli acquatici e costituisce un disturbo grave, oltre alle limitazioni previste dalla normativa aeronautica.

Che differenza c'è fra la Palude di Torre Flavia e la riserva di Macchiatonda

Sono due aree umide costiere vicine e complementari, con enti gestori diversi: Torre Flavia è un monumento naturale della Città metropolitana di Roma Capitale fra Ladispoli e Cerveteri, Macchiatonda è una riserva naturale regionale poco più a nord. Per l'avifauna migratoria funzionano come due tappe dello stesso corridoio.

Ci sono zanzare alla Palude di Torre Flavia

Da maggio a settembre sì, e in quantità nelle ore serali. Pantaloni lunghi e repellente sono la soluzione; in inverno il problema non esiste.

Quali specie aliene sono presenti alla Palude di Torre Flavia

Le più abbondanti sono il gambero rosso della Louisiana (Procambarus clarkii), la gambusia (Gambusia holbrooki) e la nutria (Myocastor coypus); negli specchi d'acqua è insediata anche la testuggine dalle guance rosse, di provenienza acquariologica.

Si possono raccogliere le conchiglie sulla spiaggia della Palude di Torre Flavia

Dentro l'area protetta la raccolta non è consentita. Il materiale spiaggiato è la base della catena alimentare dell'arenile e l'innesco della duna: le conchiglie si guardano, si fotografano e si rimettono dove sono.

Qual è il periodo migliore per il birdwatching alla Palude di Torre Flavia

L'inverno per gli svernanti, marzo e aprile per la migrazione prenuziale, fine agosto e settembre per il passo autunnale dei limicoli. In ogni caso alle prime luci del giorno o nelle ultime del pomeriggio.

Torre Flavia non è un posto che si racconta bene in cartolina. È piccolo, è ferito, è schiacciato fra una città e un mare che avanza, e chi ci arriva aspettandosi un parco naturale scenografico rimane deluso nei primi dieci minuti. Poi comincia a leggerlo. E allora quel moncone di torre in mezzo all'acqua, quella riga di canne dietro la duna sbrecciata, quel rettangolo di cordino su una spiaggia apparentemente vuota diventano una delle lezioni di geografia e di ecologia più efficaci che si possano fare a un'ora da Roma. Andateci d'inverno, presto, con il binocolo e senza fretta: è così che questo posto si concede. E se potete, andateci con qualcuno dell'ente gestore, perché quello che si vede da soli è un decimo di quello che c'è.

Se organizzate una giornata sul litorale a nord di Roma con un gruppo, il servizio di accompagnamento turistico professionale e le proposte per Roma e il suo territorio di TourLeaderPro coprono anche questo tratto di costa. Per chi viaggia in inglese, le guide di ItalyPlanner sulle gite in giornata dalle grandi città italiane, sulle spiagge italiane e sulle cose da vedere a Roma inquadrano bene la zona.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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RiassuntoPalude di Torre Flavia - 00052 Cerveteri RM, Italia
TagsMonumento naturale Palude di “Torre Flavia”paludePalude di Torre FlaviaParco naturaleRiserva naturaleTorre Flavia

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