Proponi un eventoAccediIl mio viaggio

Macchiagrande – Oasi WWF

L’Oasi WWF di Macchiagrande si trova nel Comune di Fiumicino, fra Fregene e Maccarese, a una trentina di chilometri dal centro di Roma, e occupa 280 ettari di bosco, prato, duna e zona umida compresi dentro la Riserva Naturale Statale del Litorale Romano. L’area coincide con un sito della rete europea Natura 2000, identificato dal codice IT6030023, ed è gestita da WWF Oasi in convenzione con la proprietà, la Società Maccarese S.p.A., e con il Comune di Fiumicino. Tre Sentieri Natura per un totale di circa sette chilometri attraversano l’area e permettono di passare, nel giro di una mattinata, dal leccio secolare alla sabbia della duna e dagli specchi d’acqua dei canali di bonifica al prato aperto. L’ingresso si trova a Fregene sud, all’angolo fra via di Castellammare e via della Veneziana, e per capire come funziona davvero questo pezzo di litorale conviene leggere anche le pagine su Fregene e sul Lido di Maccarese, perché il bosco, la spiaggia e la campagna bonificata qui formano un unico sistema che si legge male se lo si guarda a pezzi.

Oasi WWF di Macchiagrande
Oasi WWF di Macchiagrande: il sentiero principale che entra nella lecceta retrodunale, uno dei boschi mediterranei meglio conservati del litorale laziale

Dove si trova l’Oasi WWF di Macchiagrande e come ci si arriva davvero

La prima cosa da chiarire è la geografia, perché il nome trae in inganno. Chi legge Macchiagrande pensa al bosco di Manziana, che porta un nome quasi identico e si trova a una sessantina di chilometri da qui, sui Monti Sabatini. Questa invece è la Macchiagrande del litorale, una tenuta della pianura bonificata di Maccarese che scende fino al mare fra Fregene e la foce dell’Arrone. Amministrativamente risulta nel Comune di Fiumicino; geograficamente si colloca sulla fascia costiera a nord della foce del Tevere, in quella pianura che fino a un secolo fa era acquitrino e malaria e che oggi produce grano, mais e latte.

L’ingresso dell’oasi si apre a Fregene sud, all’angolo fra via di Castellammare e via della Veneziana. Chi arriva per la prima volta lo supera senza accorgersene, perché non c’è un cancello monumentale: c’è un varco, una sbarra, un piccolo Centro Visite e il bosco che comincia subito dopo. Questa sobrietà è coerente con quello che l’oasi è: un’area protetta di lavoro, non un parco a tema con biglietteria scenografica.

In auto: Aurelia, autostrada e la viabilità di Maccarese

Da Roma la via più semplice risulta la A12 Roma Fiumicino oppure la Roma Civitavecchia, con uscita a Maccarese Fregene, e poi la discesa verso il mare lungo la via di Maccarese fino a incrociare il lungomare di Fregene. In alternativa si prende la Strada statale 1 Via Aurelia fino al bivio per Maccarese e si scende alla costa. Dal Grande Raccordo Anulare il tempo di percorrenza, fuori dalle ore critiche, si aggira sui quaranta minuti; nei fine settimana di luglio e agosto la stessa strada può richiedere il doppio, perché tutta Roma scende contemporaneamente sul litorale nord e l’imbuto si forma sempre nello stesso punto, all’innesto verso Fregene.

Il parcheggio lungo via di Castellammare risulta di strada, non un’area dedicata. Nei giorni di grande afflusso, cioè le domeniche primaverili di bel tempo, conviene arrivare presto: chi si presenta a metà mattina si ritrova a lasciare l’auto molto più lontano di quanto si aspettasse e a farsi a piedi un tratto di lungomare sotto il sole. Chi arriva alle nove trova posto senza discutere e, cosa che conta di più, trova il bosco nel momento migliore della giornata.

In treno: la linea FL5 e la stazione di Maccarese Fregene

La linea ferroviaria FL5 Roma Civitavecchia ferma a Maccarese Fregene, che è la stazione di riferimento per tutta questa fascia di costa. Da Roma Termini il viaggio richiede all’incirca mezz’ora, con passaggi anche a Trastevere, San Pietro e Aurelia, il che rende l’oasi raggiungibile senza auto da buona parte della città. Il problema si presenta dopo: dalla stazione al mare restano circa sei chilometri, coperti dal servizio di autobus locale che collega Maccarese a Fregene. Gli orari cambiano fra stagione estiva e invernale e vanno controllati prima di partire, perché il rischio concreto è arrivare in stazione e scoprire che la coincidenza successiva parte molto più tardi di quanto il piano prevedeva.

In bicicletta e a piedi

Il territorio di Maccarese è uno dei pochi angoli della provincia romana dove la bicicletta funziona davvero: la pianura non ha pendenze, le strade poderali della tenuta agricola sono larghe e poco trafficate, il paesaggio alterna campi coltivati, filari di eucalipti e canali. Molti ciclisti romani usano proprio questo quadrante per le uscite lunghe del fine settimana, e l’oasi diventa il punto di svolta del giro. Dentro l’area protetta, però, la bicicletta non si usa: i Sentieri Natura vanno percorsi a piedi, e il mezzo va lasciato all’ingresso.

Che cosa è davvero l’Oasi WWF di Macchiagrande: 280 ettari dentro una riserva statale

Le 280 ettari sono il dato di partenza, ma da soli dicono poco. Il punto è la posizione: questa superficie si incastra fra la linea di costa, il fiume Arrone e la pianura agricola di Maccarese, in una delle aree a maggiore pressione antropica del Lazio. Intorno ci sono un aeroporto intercontinentale, una delle aziende agricole più grandi d’Italia, due località balneari con decine di migliaia di presenze estive e una rete di canali di bonifica che regola il livello dell’acqua su tutto il comprensorio. Che dentro questo perimetro sopravviva una lecceta matura, una duna con la sua vegetazione originaria e una zona umida frequentata dagli uccelli migratori è un fatto che merita di essere raccontato con precisione, non con retorica.

La Riserva Naturale Statale del Litorale Romano

L’oasi ricade dentro la Riserva Naturale Statale del Litorale Romano, l’area protetta che tutela le residue zone naturali della costa fra Fiumicino e Castel Porziano, istituita con decreto ministeriale negli anni novanta e ampliata in seguito. La riserva è un mosaico, non un blocco compatto: include pinete, dune, bonifiche, aree archeologiche e settori urbani, con gradi di tutela differenti da una zona all’altra. Macchiagrande rappresenta uno dei nuclei a tutela più alta, insieme alla Macchiagrande di Focene, alla pineta di Castel Fusano e alle dune di Capocotta. Chi vuole capire la logica complessiva del sistema trova il quadro nella pagina dedicata alla Riserva Naturale Statale del Litorale Romano.

Il sito Natura 2000 e i numeri dell’area

Il codice IT6030023 identifica l’area nella rete europea Natura 2000, il sistema di siti protetti costruito sulle direttive comunitarie Habitat e Uccelli. La designazione non è un timbro decorativo: comporta obblighi di conservazione precisi sugli habitat e sulle specie per cui il sito è stato individuato, e vincola qualunque intervento a una valutazione di incidenza. Nel caso di Macchiagrande gli habitat rilevanti sono la lecceta costiera, le dune mobili e fisse con la loro vegetazione pioniera e gli ambienti umidi retrodunali.

Il sistema di aree gestite dal WWF su questa costa non si esaurisce qui: la vicina area della foce dell’Arrone, di circa duecento ettari, è entrata nel sistema delle oasi nel 2011, mentre i bacini di Maccarese coprono una trentina di ettari di zona umida di grande interesse per l’avifauna. Messe insieme, queste superfici formano un corridoio ecologico che consente agli animali di spostarsi fra costa, campagna e corso d’acqua senza attraversare il tessuto urbano. È il motivo per cui daini e istrici circolano qui con una tranquillità che in altre aree protette del Lazio non si osserva.

I tre Sentieri Natura e i quattro ambienti dell’oasi

I circa sette chilometri complessivi di Sentieri Natura sono distribuiti su tre percorsi che si sviluppano completamente in piano e non presentano alcuna difficoltà tecnica. Non servono scarponi, non serve allenamento, non servono bastoncini: serve un paio di scarpe chiuse, perché la sabbia e il fondo di foglie rendono scomoda la calzatura aperta, e servono acqua e repellente nella stagione calda. La logica dei tre sentieri è quella di far attraversare al visitatore, uno dopo l’altro, i quattro ambienti che compongono l’area: il bosco, il prato, la duna e la zona umida. Il risultato è che in poche centinaia di metri il paesaggio cambia tre volte, e questo è esattamente ciò che rende la camminata interessante anche per chi non ha alcuna preparazione naturalistica.

Lungo i percorsi si incontrano bacheche e pannelli didattici che spiegano le piante e gli animali, capanni di avvistamento affacciati sugli specchi d’acqua e punti di sosta con panche. All’ingresso, presso il Centro Visite, è disponibile materiale informativo con la mappa dei sentieri: conviene prenderla anche se si pensa di non averne bisogno, perché le intersezioni fra i tre anelli non sono sempre ovvie e la segnaletica, pur presente, è volutamente discreta.

Il bosco: la lecceta retrodunale

Il cuore dell’oasi è il bosco mediterraneo retrodunale, dominato dal leccio, che qui raggiunge dimensioni e continuità rare sul litorale laziale. Si tratta di uno dei lembi meglio conservati di quella foresta sempreverde che ricopriva l’intera fascia costiera tirrenica prima delle bonifiche, dei disboscamenti e dell’edilizia. Camminare dentro questa lecceta significa capire come funzionava il paesaggio originario: la volta di foglie coriacee lascia passare poca luce, il sottobosco resta rado e ombroso, la temperatura in agosto scende sensibilmente rispetto all’esterno.

Accanto al leccio si riconoscono il corbezzolo, la fillirea, il lentisco, il mirto, l’alaterno, la smilace che si arrampica sui tronchi e, nelle radure, il cisto. In primavera il sottobosco produce fioriture discrete che il visitatore distratto non nota: orchidee spontanee, asfodeli, ciclamini in autunno. Chi cammina lentamente e guarda in basso trova molto più di chi cammina guardando avanti.

Il prato e la duna

Uscendo dal bosco verso il mare il paesaggio si apre sul prato e poi sulla duna. Il sistema dunale è la parte più fragile dell’intera oasi e anche la più preziosa, perché sulla costa laziale le dune integre si contano ormai su poche dita. La vegetazione pioniera che le colonizza, con il giglio di mare, l’eringio marittimo, la gramigna delle spiagge e l’elicriso, svolge una funzione meccanica oltre che biologica: trattiene la sabbia e mantiene in piedi il cordone che protegge tutto ciò che ha dietro.

Qui il divieto di uscire dai sentieri assume un significato pratico che vale la pena spiegare ai bambini con cui si cammina: un passo fuori tracciato su una duna significa, letteralmente, spezzare le radici che tengono insieme la sabbia. È una delle poche regole che, se raccontata bene, i ragazzini rispettano con convinzione, perché la vedono funzionare sotto i piedi.

La zona umida e i canali di bonifica

La quarta ambientazione è quella umida, alimentata dai canali della bonifica di Maccarese. Sono acque artificiali per origine e naturalizzate per funzione: gli aironi, gli svassi, le folaghe, i germani e le garzette le frequentano come se fossero sempre state lì. I capanni di avvistamento affacciati su questi specchi d’acqua costituiscono il punto migliore dell’intera visita per chi ha anche solo un minimo interesse ornitologico, e l’unico posto dove il silenzio va rispettato sul serio, perché basta una porta sbattuta per svuotare lo specchio d’acqua in tre secondi.

Oasi WWF di Macchiagrande
Oasi WWF di Macchiagrande: i percorsi si sviluppano completamente in piano, con bacheche didattiche e punti di sosta lungo tutto il tracciato

Una curiosità su Macchiagrande – Oasi WWF

La curiosità riguarda il nome, ed è il tipo di dettaglio che cambia il modo in cui si guarda il posto. Macchia grande, nel lessico agrario laziale, non indicava un bosco qualsiasi: indicava il bosco padronale di una tenuta, quello lasciato in piedi mentre tutto il resto veniva ridotto a pascolo o a seminativo. Nella toponomastica del Lazio esistono almeno quattro o cinque Macchiagrande, e tutte segnalano la stessa cosa: qui la proprietà non ha tagliato. La lecceta di Fregene sopravvive quindi non per caso e nemmeno per remotezza, ma per una decisione economica ripetuta nel tempo dai proprietari della tenuta di Maccarese, che tenevano il bosco come riserva di legna, di ghianda per i maiali e di caccia.

C’è un secondo livello nella curiosità. La bonifica integrale che fra gli anni venti e gli anni trenta del Novecento ha trasformato l’acquitrino di Maccarese in una delle aziende agricole più produttive d’Italia ha risparmiato proprio la fascia costiera boscata, perché quel cordone di leccio e di duna funzionava da barriera contro il vento salmastro e proteggeva i campi appena strappati all’acqua. In altre parole, l’oasi esiste oggi come conseguenza indiretta di un calcolo agronomico fatto un secolo fa. La conservazione della natura, in questo angolo di litorale, è arrivata dopo, e ha trovato il lavoro già fatto da qualcun altro per ragioni completamente diverse.

La terza curiosità riguarda la confusione dei nomi, che genera equivoci concreti. Sul litorale di Fiumicino esistono due Macchiagrande: questa, fra Fregene e Maccarese, e la Macchiagrande di Focene, più a sud, anch’essa dentro la Riserva del Litorale Romano ma diversa per accesso, gestione e ambiente. A queste si aggiunge il Bosco Macchia Grande di Manziana, che è una cerreta interna su suolo vulcanico e non ha nulla a che vedere con il mare. Prima di impostare il navigatore conviene sapere quale delle tre si sta cercando, perché fra la prima e la terza ballano più di cinquanta chilometri e un’ora di strada.

Gli animali dell’Oasi WWF di Macchiagrande

La fauna è il motivo per cui molti visitatori tornano una seconda volta. La prima visita si fa per il bosco; la seconda si fa perché qualcuno ha visto un daino attraversare il sentiero a venti metri e vuole rifarlo. Le specie presenti sono quelle tipiche della macchia mediterranea costiera, con l’aggiunta di un popolamento di ungulati che qui risulta particolarmente visibile.

Daini, istrici, volpi e tassi

Il daino è l’animale simbolo della visita. Si muove in gruppi, frequenta le radure e i margini del bosco all’alba e al tramonto, e con un po’ di silenzio si lascia osservare a distanza ragionevole. Chi arriva a metà giornata, con il caldo, difficilmente lo incontra: gli animali si spostano nelle parti più fitte e restano fermi fino al calare della temperatura.

L’istrice, roditore notturno di taglia notevole, lascia tracce inconfondibili: gli aculei caduti lungo i sentieri e le tane scavate ai piedi dei tronchi. Avvistarlo di giorno risulta raro, trovarne i segni è quasi garantito. La volpe frequenta tutta l’area e ha imparato, come ovunque in Italia, a convivere con la presenza umana. Il tasso, più schivo, si rivela soprattutto attraverso le impronte sul fango dei canali. A questi si aggiungono la donnola, il riccio e, nelle zone più umide, l’arvicola.

La testuggine di Hermann

Nell’oasi è presente la testuggine comune, o testuggine di Hermann, specie di interesse comunitario e uno degli indicatori più affidabili della qualità di una macchia mediterranea. Dove la testuggine sopravvive significa che l’habitat non ha subito né incendi ripetuti né frammentazione eccessiva né prelievo. È anche l’animale che i bambini sperano di incontrare più di tutti, e uno dei pochi che si lascia guardare senza fuggire. La regola, in questo caso, è semplice: si osserva, non si tocca, non si sposta e soprattutto non si porta a casa. Il prelievo di testuggini dalle aree protette è vietato per legge e rappresenta una delle cause storiche del declino della specie in Italia.

Gli uccelli e i capanni di avvistamento

L’avifauna è la componente più ricca e la più variabile nel corso dell’anno. I canali di bonifica ospitano abitualmente aironi cenerini, garzette, nitticore, martin pescatore, folaghe, gallinelle d’acqua e anatidi di diverse specie. Il bosco ospita rapaci notturni in buona varietà: barbagianni, allocco, assiolo e civetta risultano fra le presenze citate dalla gestione dell’oasi. Nei passi migratori di primavera e autunno la lista si allunga in modo consistente, perché tutta questa fascia costiera funziona da corridoio per gli uccelli che attraversano il Tirreno.

I capanni di avvistamento sono progettati per permettere l’osservazione senza disturbo, ed è per questo che conviene usarli come si deve: entrare in silenzio, aspettare qualche minuto che la fauna si riabitui, guardare senza sporgersi. Un binocolo anche modesto, con ingrandimento otto o dieci, cambia completamente l’esperienza. Senza binocolo si vedono sagome; con il binocolo si vedono specie.

Oasi WWF di Macchiagrande
Oasi WWF di Macchiagrande: la macchia mediterranea retrodunale, con leccio, lentisco, fillirea e corbezzolo, chiude la vista verso il mare

Una cosa che non ti dice nessuno su Macchiagrande – Oasi WWF

La cosa che non viene detta riguarda il rapporto fra l’oasi e l’aeroporto. Fiumicino si trova a pochi chilometri in linea d’aria, e a seconda della configurazione delle piste in uso e della direzione del vento, sopra il bosco passano i velivoli in fase di decollo o di avvicinamento. Non succede sempre e non succede su tutti i sentieri, ma succede. Chi arriva qui immaginando un silenzio assoluto, il tipo di silenzio che si trova sugli Appennini, resta spiazzato la prima volta che sente un rumore di motori sopra la lecceta. È bene saperlo prima, non perché rovini la visita, ma perché cambia le aspettative con cui la si affronta.

La seconda cosa poco raccontata riguarda le zanzare. Questa è una pianura bonificata con canali d’acqua ferma, e nella stagione calda, in particolare nelle ore del tardo pomeriggio e vicino agli specchi umidi, la pressione degli insetti risulta significativa. Il repellente non è un accessorio opzionale fra maggio e settembre: è parte dell’attrezzatura. Chi porta bambini piccoli faccia il conto in anticipo, perché una visita che finisce con venti punture è una visita che i bambini ricordano per il motivo sbagliato.

La terza cosa riguarda la proprietà del terreno. Molti visitatori danno per scontato che un’area protetta sia pubblica. Qui non è così: il suolo appartiene alla Società Maccarese S.p.A., azienda agricola storica del comprensorio, e il WWF gestisce l’oasi in convenzione con la proprietà e con il Comune di Fiumicino. È un modello che si incontra in diverse oasi italiane e che ha una conseguenza pratica sulla quale conviene essere chiari: la continuità della visitabilità dipende da un accordo fra soggetti, non da un diritto automatico. Le oasi in convenzione vivono di rinnovi, di risorse, di volontari e di visitatori paganti, e quando uno di questi elementi viene meno il cancello può restare chiuso per periodi anche lunghi. Verificare prima di partire non è pignoleria: è il modo corretto di trattare una struttura di questo tipo.

La quarta, infine, riguarda il mare. Dall’oasi non si accede alla spiaggia. Il cordone dunale rappresenta il limite dell’area visitabile e non esiste un varco interno che porti alla battigia: chi vuole fare il bagno deve uscire e raggiungere gli accessi pubblici del litorale di Fregene o del Lido di Maccarese. Sembra un dettaglio banale, ma è la causa numero uno dei malintesi fra chi pianifica la giornata e chi la vive.

Il consiglio che ti do per visitare Macchiagrande – Oasi WWF

Il consiglio principale è uno solo e riguarda l’orario: andate all’apertura, non a metà giornata. In un’area dove il richiamo principale è la fauna, la differenza fra le nove del mattino e mezzogiorno non è una questione di comodità, è la differenza fra vedere gli animali e non vederli. Daini, uccelli acquatici e rapaci notturni hanno tutti finestre di attività che si concentrano nelle prime ore di luce e nelle ultime. Nelle ore centrali il bosco resta bello ma vuoto, e la camminata diventa una passeggiata botanica.

Il secondo consiglio riguarda il ritmo. Sette chilometri di sentieri in piano si coprono in due ore scarse camminando con passo normale, ma questo è esattamente il modo peggiore di visitare l’oasi. Il modo giusto prevede tre ore per fare meno strada: fermarsi nei capanni e aspettare, sedersi sulle panche, guardare il sottobosco invece di attraversarlo. Consiglio di scegliere un solo sentiero e percorrerlo lentamente, piuttosto che completare tutti e tre di corsa. La natura non premia la performance, premia la pazienza.

Il terzo consiglio riguarda l’attrezzatura, e si riassume in quattro voci: binocolo, repellente, acqua, scarpe chiuse. Il binocolo trasforma i capanni da punto panoramico a postazione di osservazione. Il repellente rende sopportabile la fascia umida da maggio in poi. L’acqua serve perché nei sentieri non ci sono fontanelle. Le scarpe chiuse servono per la sabbia e per il fondo di foglie, e anche perché in un ambiente con testuggini e rettili è buona pratica non camminare con il piede scoperto.

Il quarto consiglio riguarda la programmazione della giornata intera. L’oasi funziona benissimo come prima metà di una giornata sul litorale nord: bosco dalla mattina, pranzo a Fregene, pomeriggio in spiaggia oppure visita alla campagna di Maccarese. Funziona molto meno bene come tappa di mezz’ora incastrata fra due appuntamenti, perché il tempo di ingresso, di orientamento e di adattamento del bosco alla vostra presenza si mangia già quella mezz’ora.

Il quinto e ultimo consiglio riguarda la verifica preliminare. Orari, giorni di apertura, tariffe, disponibilità delle visite guidate e calendario delle attività per famiglie e scolaresche cambiano di stagione in stagione e vengono aggiornati dalla gestione. Prima di mettersi in macchina conviene controllare i canali ufficiali dell’oasi, cioè la pagina wwf.it dedicata a Macchiagrande e la pagina Facebook dell’oasi, oppure scrivere all’indirizzo macchiagrande@wwf.it. Una telefonata di trenta secondi evita un viaggio di quaranta minuti a vuoto.

I dinosauri, il percorso per i piccoli e le visite tematiche

C’è un aspetto di Macchiagrande che sorprende chi arriva pensando soltanto a bosco e uccelli: una parte dell’offerta al pubblico è costruita intorno a un percorso tematico dedicato ai dinosauri, con modelli a grandezza naturale collocati lungo un tracciato segnalato dentro l’area alberata. La qualità delle riproduzioni è buona e l’effetto sui bambini è quello prevedibile: il bosco smette di essere un posto da attraversare e diventa un posto da esplorare. Per molte famiglie romane questa è la ragione principale della visita, e vale la pena dirlo senza snobismo, perché è proprio quel percorso a portare dentro un’area protetta pubblici che altrimenti non ci entrerebbero mai.

Il tracciato si sviluppa all’ombra e lungo il percorso sono distribuiti tavoli dove ci si può fermare a mangiare. Non esistono aree barbecue e non è prevista la possibilità di accendere fuochi, cosa peraltro ovvia dentro una lecceta costiera in un territorio a elevato rischio di incendio estivo. Il pranzo al sacco, invece, è previsto e funziona bene: è uno dei pochi posti vicino a Roma dove una famiglia può mangiare all’ombra dentro un bosco vero senza organizzare una spedizione.

Le attività non finiscono qui. La gestione propone visite tematiche per gruppi e per scolaresche, costruite su percorsi didattici che cambiano a seconda dell’età e del periodo dell’anno. Di particolare rilievo il lavoro fatto sui più piccoli, per i quali è stato elaborato un percorso sensoriale: un tracciato pensato perché il bambino tocchi le cortecce, annusi il mirto e il lentisco, ascolti i richiami e riconosca le tracce, invece di limitarsi a guardare. È un approccio che chi lavora con i gruppi scolastici conosce bene e che qui è applicato con serietà.

Sulle tariffe di ingresso e sui costi delle attività aggiuntive vale la regola già indicata, che conviene ripetere perché è la più disattesa: cambiano nel tempo, dipendono dalla stagione, dall’età dei partecipanti e dal tipo di percorso scelto, e l’unico modo corretto per conoscerle è chiederle alla gestione prima di partire. Chiunque vi dia un numero preciso in una pagina scritta mesi prima vi sta dando un numero che potrebbe non valere più. Per le famiglie che cercano altre proposte adatte ai più piccoli nel Lazio c’è la sezione dedicata a famiglie e bambini.

Oasi WWF di Macchiagrande
Oasi WWF di Macchiagrande: una delle radure interne, dove al mattino presto si osservano più facilmente i daini che frequentano i margini del bosco

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Il fatto è questo: tutta la pianura che circonda l’oasi, fino a poco più di cento anni fa, era una zona malarica. Il comprensorio di Maccarese apparteneva a quel sistema di stagni, acquitrini e pascoli semipaludosi che rendeva la campagna romana una delle aree più insalubri d’Europa, spopolata d’estate e frequentata solo da mandrie e da lavoratori stagionali che pagavano un prezzo altissimo in termini di salute. Gli spazi che oggi si attraversano in un’ora di camminata piacevole erano, in altre parole, un ambiente che uccideva.

La trasformazione arriva con la bonifica integrale realizzata fra gli anni venti e trenta del Novecento, che ha prosciugato gli acquitrini, costruito la rete di canali e di idrovore ancora oggi in funzione, fondato borghi rurali e insediato coloni provenienti in buona parte dal Veneto e dal Friuli. È la stessa vicenda dell’Agro Pontino, con una differenza di scala e di narrazione: la bonifica pontina è entrata nella memoria collettiva nazionale, quella di Maccarese è rimasta una storia locale, nota a chi vive nel comprensorio e quasi sconosciuta a Roma, che pure si trova a mezz’ora di strada.

Perché questo fatto, notissimo agli storici del territorio, viene citato così di rado nelle descrizioni dell’oasi? Perché complica il racconto. La retorica dell’area protetta funziona meglio quando presenta la natura come qualcosa che resiste all’uomo, e qui invece il rapporto è più torbido e più interessante: la zona umida che oggi ospita gli aironi è alimentata da canali artificiali costruiti per eliminare l’acqua; il bosco che oggi si tutela è stato conservato per decisione di una proprietà agricola; la fauna che si osserva dai capanni convive con l’attività di un’azienda che coltiva e alleva a poche centinaia di metri. Questo è un paesaggio costruito, e la sua conservazione è un atto altrettanto costruito.

La foto giusta da fare a Macchiagrande – Oasi WWF

La foto giusta non è quella che fanno tutti, cioè il sentiero dritto nel bosco ripreso frontalmente a mezzogiorno. Quella immagine funziona male perché la lecceta, con la luce alta, produce un contrasto impossibile: le chiome restano nere e le chiazze di sole che filtrano si bruciano. La lecceta fotografata a mezzogiorno delude sempre.

La foto giusta si fa la mattina presto, nella prima ora dopo l’apertura, quando la luce entra bassa e radente fra i tronchi e la foschia che sale dai canali rende visibili i raggi. In quelle condizioni il bosco costruisce da solo la profondità: i piani si separano, i tronchi in controluce diventano silhouette, il fondo resta luminoso. Il punto migliore si trova dove il sentiero attraversa il passaggio fra lecceta e radura, perché lì la differenza di luminosità fra i due ambienti produce naturalmente il contrasto che nel bosco fitto manca.

La seconda foto che consiglio è quella dal capanno di avvistamento, con il taglio dell’apertura in ombra che incornicia lo specchio d’acqua illuminato. È una composizione classica e per una ragione precisa: la cornice scura obbliga l’occhio a entrare nell’immagine e risolve il problema dell’esposizione, perché si misura sull’acqua e si lascia che il resto vada in nero. Per l’avifauna serve un teleobiettivo dai trecento millimetri in su; con meno si ottengono paesaggi con puntini bianchi.

La terza immagine, quella che quasi nessuno porta a casa, è il dettaglio del sistema dunale: il giglio di mare in fioritura fra giugno e luglio, l’eringio con le sue foglie spinose azzurrine, il disegno che il vento lascia sulla sabbia fra i ciuffi di gramigna. Sono soggetti minuti, si fotografano stando sul sentiero e abbassandosi, mai entrando sulla duna, e raccontano l’oasi meglio di qualunque panoramica. Una regola sola, valida ovunque qui dentro: nessuna fotografia giustifica un passo fuori dal tracciato, e nessun avvicinamento a un animale vale lo stress che gli si procura.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Questa fascia di costa ha una stratificazione storica che il bosco nasconde bene. In età romana la pianura fra il Tevere e l’Arrone era attraversata dalla viabilità che collegava Roma al litorale settentrionale e punteggiata di ville marittime, di impianti produttivi e di approdi minori: la vicinanza a Portus e a Ostia rendeva tutto questo quadrante parte del sistema logistico che riforniva la capitale. Il paesaggio agrario che si attraversa oggi conserva, nella maglia dei campi e nell’andamento di certi tracciati, la memoria di quella organizzazione.

Nel medioevo l’area entra nell’orbita delle grandi proprietà ecclesiastiche e baronali che si spartiscono la campagna romana, e il toponimo Maccarese comincia a comparire nella documentazione legata al castello e alla tenuta. La torre e il nucleo fortificato del borgo di Maccarese, ancora leggibili, testimoniano un’epoca in cui il controllo della costa serviva soprattutto a difendersi dalle incursioni dal mare: tutto il litorale laziale, fra il Cinquecento e il Settecento, viveva sotto la minaccia costante delle scorrerie barbaresche, e il sistema di torri costiere che si allunga da Palo a Torre Flavia fino a Santa Severa nasce esattamente per quel motivo.

L’avvenimento che ha cambiato tutto, però, arriva nel Novecento. La bonifica integrale del comprensorio, avviata negli anni venti e completata nel decennio successivo, trasforma radicalmente il paesaggio: prosciugamento degli acquitrini, costruzione dei canali, arrivo dei coloni, nascita dell’azienda agricola che diventerà una delle maggiori d’Italia. Nello stesso periodo prende forma Fregene come località balneare, con la lottizzazione della pineta e la costruzione delle prime ville, e negli anni cinquanta e sessanta il litorale diventa il luogo di villeggiatura della borghesia romana e dell’ambiente del cinema.

L’ultimo passaggio è recente e riguarda direttamente l’oasi: l’affidamento della gestione al WWF in convenzione con la proprietà e con il Comune, l’apertura al pubblico, la realizzazione dei Sentieri Natura, dei capanni e del Centro Visite, e più tardi l’ampliamento del sistema di aree gestite su questa costa, con l’ingresso della foce dell’Arrone fra le oasi nel 2011. È una storia breve, ma è la ragione per cui oggi si può entrare a piedi in una lecceta costiera che altrove è stata cancellata.

Chi è passato da Macchiagrande – Oasi WWF

Chi è passato di qui, in senso stretto, sono decine di migliaia di scolaresche. È la risposta meno glamour e la più onesta: questa oasi ha formato generazioni di studenti romani, che hanno visto il loro primo daino, la loro prima testuggine e il loro primo airone in queste 280 ettari. Il lavoro di educazione ambientale rappresenta la parte più continuativa e più sottovalutata dell’attività di un’area protetta di questo tipo, e nel caso di Macchiagrande costituisce la ragione principale della sua esistenza dal punto di vista sociale.

Il territorio circostante, invece, ha una storia di frequentazioni celebri che merita di essere raccontata senza attribuirla impropriamente all’oasi. Fregene, a un passo da qui, è stata dagli anni cinquanta il litorale del cinema italiano: Federico Fellini vi possedeva una casa e vi trascorse lunghi periodi, e la località compare nell’immaginario di quella stagione insieme a Ostia e a Fiumicino. Alberto Moravia e Pier Paolo Pasolini frequentarono a lungo il litorale romano, e l’intero arco di costa fra Fiumicino e Ladispoli è stato set, rifugio e luogo di vacanza per registi, attori e scrittori. La villeggiatura romana del secondo Novecento si è giocata in buona parte fra queste pinete e queste spiagge.

Sul piano naturalistico, chi passa di qui ogni anno sono soprattutto gli uccelli migratori, e questo passaggio è più regolare e più antico di qualunque frequentazione umana. La rotta tirrenica porta ogni primavera e ogni autunno migliaia di individui a usare la fascia costiera come corridoio di transito e i canali di bonifica come punto di sosta e di alimentazione. Le liste dei rilevamenti condotti su questo settore del litorale contano decine di specie, e l’oasi con i suoi capanni rappresenta uno dei punti di osservazione attrezzati di questo sistema.

Infine ci sono i volontari. Le oasi del WWF si reggono su un lavoro volontario che nessuno vede: manutenzione dei sentieri, controllo dei capanni, accoglienza dei gruppi, monitoraggi faunistici, gestione delle emergenze estive legate al rischio di incendio. Chi visita l’oasi in un giorno qualsiasi incontra due o tre persone e crede che il posto funzioni da solo. Non funziona da solo: dietro quelle due o tre persone ce ne sono molte altre che ci hanno lavorato la settimana precedente.

Quando andare all’Oasi WWF di Macchiagrande e quando evitarla

Il periodo migliore va da marzo a maggio. In primavera il bosco è in piena attività, le fioriture del sottobosco e della duna si susseguono, i canali sono pieni, il passo migratorio porta specie che il resto dell’anno non si vedono e la temperatura permette di camminare senza fatica. Aprile, in particolare, mette insieme tutti questi fattori contemporaneamente ed è il mese che consiglio a chi può scegliere.

L’autunno è la seconda finestra buona. Fra la fine di settembre e novembre la luce si abbassa, i colori della macchia cambiano, i ciclamini fioriscono nel sottobosco e il passo migratorio autunnale rimette in movimento la zona umida. Il vantaggio ulteriore è la quiete: il litorale si è svuotato, il traffico verso Fregene è tornato normale e l’oasi si visita senza code all’ingresso.

L’estate è la stagione da trattare con cautela. Il bosco offre ombra vera e la temperatura sotto la lecceta risulta più bassa di quella esterna, ma le ore centrali restano pesanti, gli insetti sono attivi e la fauna si nasconde. Chi ci va in luglio o agosto lo faccia all’apertura e chiuda la visita prima delle undici. L’inverno, dal canto suo, ha un fascino particolare per chi osserva gli uccelli acquatici, perché i canali ospitano la massima concentrazione di svernanti, ma va tenuto presente che la disponibilità di apertura in questa stagione è più ridotta e va verificata caso per caso con la gestione.

L’oasi con i bambini

Questa è una delle aree protette del litorale romano che funzionano meglio con i bambini, per tre ragioni concrete: i percorsi sono completamente in piano e senza difficoltà, esiste un percorso sensoriale pensato apposta per i più piccoli, ed esiste il percorso tematico che rende il bosco un posto da esplorare invece che da attraversare. La combinazione regge senza problemi la soglia di attenzione di un bambino di cinque o sei anni, che è il vero parametro di riferimento.

Qualche accortezza pratica: il passeggino è utilizzabile solo in parte, perché il fondo sabbioso e le foglie rendono faticoso l’avanzamento e in certi tratti conviene portare il bambino in fascia o in zaino; l’acqua va portata da casa; il repellente va messo prima di entrare, non dopo la prima puntura; e i tavoli lungo il percorso permettono di organizzare il pranzo al sacco senza dover uscire.

Accessibilità

L’assenza di dislivello è un vantaggio oggettivo per chi ha difficoltà motorie, ma il fondo naturale dei sentieri, fatto di sabbia, terra battuta e foglie, non equivale a un percorso pavimentato e può risultare impegnativo per una carrozzina non assistita. Chi ha esigenze specifiche faccia bene a contattare la gestione prima della visita, chiedendo quale dei tre sentieri offra le condizioni di fondo migliori nel periodo scelto e se i capanni siano raggiungibili: la risposta cambia anche in funzione delle piogge recenti.

Informazioni pratiche, contatti e ingresso

L’ingresso dell’oasi si trova a Fregene sud, all’angolo fra via di Castellammare e via della Veneziana, nel Comune di Fiumicino. Presso il Centro Visite, all’ingresso, è disponibile il materiale informativo con la mappa dei sentieri, ed è il punto dove si acquistano gli ingressi e si chiedono informazioni sulle attività in programma.

I riferimenti utili sono la pagina ufficiale dell’oasi sul sito del WWF, la pagina Facebook di Macchiagrande, dove vengono annunciati eventi, chiusure e aperture straordinarie, e l’indirizzo di posta elettronica macchiagrande@wwf.it. Per chi preferisce il telefono la gestione mette a disposizione un recapito mobile, raggiungibile anche via messaggistica, indicato sui canali ufficiali.

Sulle tre informazioni che tutti cercano, cioè orari, giorni di apertura e prezzi, la risposta corretta è una sola: sono variabili e stagionali, e i canali ufficiali restano l’unica fonte attendibile nel momento in cui si programma la visita. Un’oasi in convenzione modula l’apertura in base al personale, al calendario delle attività didattiche, alla manutenzione e alle condizioni ambientali, e chiude in alcuni periodi dell’anno. Presentarsi al cancello senza aver verificato è il modo più efficace per trasformare una bella giornata in una delusione.

Oasi WWF di Macchiagrande
Oasi WWF di Macchiagrande: i capanni di avvistamento affacciati sui canali di bonifica sono il punto migliore per osservare aironi, garzette e anatidi

Cosa c’è intorno all’Oasi WWF di Macchiagrande

La giornata si completa senza sforzo, perché intorno all’oasi si concentra una quantità di cose da vedere sproporzionata rispetto alla distanza da Roma. A pochi minuti c’è la spiaggia di Fregene, con la sua sabbia scura, la pineta e gli stabilimenti storici del litorale romano, e subito a sud il Lido di Maccarese, più ampio e meno costruito, con tratti liberi che restano fra i migliori di questo settore di costa.

Sul versante naturalistico, l’intero sistema della Riserva Naturale Statale del Litorale Romano offre altri lembi protetti da visitare, e verso l’interno si raggiunge in poco tempo l’Oasi di Castel di Guido, che racconta la campagna romana invece della costa. Più a nord, oltre Fregene, la costa prosegue verso il Bosco di Palo e Ladispoli, con il Castello di Palo Odescalchi e, poco oltre, la necropoli etrusca di Cerveteri.

Verso sud, superata la foce del Tevere, si entra nel territorio di Ostia, con l’area archeologica di Ostia Antica e il Borgo di Ostia Antica, e più giù il sistema dunale di Capocotta, che con Macchiagrande condivide habitat e problemi di conservazione. Chi vuole allungare verso l’entroterra ha il Lago di Bracciano a una quarantina di minuti e il Bosco Macchia Grande di Manziana, il cerreto su suolo vulcanico che condivide il nome con questa oasi e nient’altro.

Domande veloci sull’Oasi WWF di Macchiagrande

Dove si trova esattamente l’oasi?

Nel Comune di Fiumicino, fra Fregene e Maccarese. L’ingresso si apre a Fregene sud, all’angolo fra via di Castellammare e via della Veneziana.

Quanto è grande?

L’area protetta copre 280 ettari e corrisponde al sito Natura 2000 identificato dal codice IT6030023.

Chi gestisce l’oasi?

WWF Oasi, in convenzione con la proprietà del terreno, la Società Maccarese S.p.A., e con il Comune di Fiumicino.

Quanti chilometri di sentieri ci sono?

Tre Sentieri Natura per un totale di circa sette chilometri, completamente in piano e senza difficoltà tecniche.

Quali ambienti si attraversano?

Quattro: il bosco di leccio, il prato, la duna costiera e la zona umida alimentata dai canali di bonifica.

Quali animali si possono vedere?

Daini, istrici, volpi, tassi, testuggini di Hermann, rapaci notturni come barbagianni, allocco, assiolo e civetta, e numerose specie di uccelli acquatici sui canali.

Quali sono gli orari e quanto costa l’ingresso?

Orari, giorni di apertura e tariffe sono stagionali e cambiano nel tempo: vanno verificati sui canali ufficiali dell’oasi o chiesti direttamente alla gestione prima di partire.

Si può arrivare senza auto?

Sì, con il treno della linea FL5 fino a Maccarese Fregene e poi con l’autobus locale verso il mare, oppure in bicicletta dalla stazione: sono circa sei chilometri di pianura.

Si può andare in bicicletta dentro l’oasi?

No, i Sentieri Natura si percorrono a piedi. La bicicletta va lasciata all’ingresso.

Si può accedere alla spiaggia dall’oasi?

No. Il cordone dunale è il limite dell’area visitabile: per il mare si usano gli accessi pubblici di Fregene o del Lido di Maccarese.

È adatta ai bambini?

Molto. I percorsi sono in piano, esiste un percorso sensoriale pensato per i più piccoli ed è presente un percorso tematico con riproduzioni di dinosauri lungo un tracciato segnalato e all’ombra.

Si può fare il pranzo al sacco?

Sì, lungo il percorso ci sono tavoli e punti di sosta. Non ci sono aree barbecue e non è consentito accendere fuochi.

Si possono portare i cani?

Le regole sugli animali domestici nelle aree protette variano e in un’oasi con fauna selvatica sono generalmente restrittive: la risposta corretta va chiesta alla gestione prima di presentarsi al cancello.

Quando conviene andare?

Da marzo a maggio, con aprile come mese ideale, oppure fra la fine di settembre e novembre. In estate soltanto nelle prime ore del mattino.

Si organizzano visite guidate e uscite per le scuole?

Sì, la gestione propone visite tematiche per gruppi e scolaresche, con percorsi calibrati sull’età dei partecipanti. Le date e le modalità vanno concordate in anticipo.

Che differenza c’è con il Bosco Macchia Grande di Manziana?

Nessun rapporto se non il nome: quella è una cerreta su suolo vulcanico nell’entroterra sabatino, questa è una lecceta costiera con duna e zona umida sul litorale di Fiumicino.

Macchiagrande vale soprattutto per una ragione poco spettacolare e molto concreta: è il posto più vicino a Roma dove si può vedere, tutto insieme e in un’ora di cammino, come era fatta la costa tirrenica prima che la costruissimo. Il bosco, la duna e l’acqua qui sono ancora uno accanto all’altro nell’ordine giusto, e questo ordine altrove è stato cancellato. Chi ci arriva cercando un parco attrezzato resta perplesso; chi ci arriva per capire un paesaggio esce con qualcosa in mano.

Domande frequenti su Macchiagrande, Oasi WWF

Dove si trova esattamente l'Oasi WWF di Macchiagrande?

L'Oasi WWF di Macchiagrande si trova nel Comune di Fiumicino, fra Fregene e Maccarese, con l’ingresso che si apre a Fregene sud, all’angolo fra via di Castellammare e via della Veneziana. Non va confusa con l’omonima Macchiagrande di Manziana, sui Monti Sabatini, che si trova a una sessantina di chilometri di distanza.

Quanto è grande l'Oasi WWF di Macchiagrande?

L'Oasi WWF di Macchiagrande copre circa 280 ettari e corrisponde al sito Natura 2000 identificato dal codice IT6030023, incastrati fra la linea di costa, il fiume Arrone e la pianura agricola di Maccarese. È gestita dal WWF Oasi, in convenzione con la proprietà del terreno, la Società Maccarese.

Quanto sono lunghi i sentieri dell'Oasi WWF di Macchiagrande?

I Sentieri Natura dell’Oasi WWF di Macchiagrande misurano circa sette chilometri complessivi, distribuiti su tre percorsi completamente pianeggianti e privi di difficoltà tecnica. Non servono scarponi né bastoncini: bastano scarpe chiuse, oltre ad acqua e repellente nella stagione calda, perché la sabbia e il fondo di foglie rendono scomoda la calzatura aperta.

L'Oasi WWF di Macchiagrande è adatta ai bambini?

Sì, l’Oasi WWF di Macchiagrande include un percorso tematico dedicato ai dinosauri, con modelli a grandezza naturale collocati lungo un tracciato segnalato dentro l’area alberata. È inoltre il luogo dove decine di migliaia di scolaresche romane hanno visto il loro primo daino, la loro prima testuggine e il loro primo airone, grazie a un lavoro continuativo di educazione ambientale.

A che ora conviene visitare l'Oasi WWF di Macchiagrande per vedere gli animali?

Conviene visitare l’Oasi WWF di Macchiagrande all’apertura, non a metà giornata: daini, uccelli acquatici e rapaci notturni hanno finestre di attività concentrate nelle prime ore, quindi la differenza fra le nove del mattino e mezzogiorno è la differenza fra vedere gli animali e non vederli.

Si sente il rumore degli aerei all'Oasi WWF di Macchiagrande?

Sì, a volte: l’aeroporto di Fiumicino si trova a pochi chilometri in linea d’aria dall’Oasi WWF di Macchiagrande, e a seconda della configurazione delle piste in uso e della direzione del vento, sopra il bosco passano i velivoli in fase di decollo o di avvicinamento. Non succede sempre né su tutti i sentieri, ma chi cerca un silenzio assoluto deve mettere in conto questa possibilità.

Cosa vedere vicino all'Oasi WWF di Macchiagrande?

A pochi minuti dall’Oasi WWF di Macchiagrande si trova la spiaggia di Fregene, con la sua sabbia scura, la pineta e gli stabilimenti storici del litorale romano, e subito a sud il Lido di Maccarese, più ampio e meno costruito, con tratti liberi fra i migliori del quadrante.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P. Per una giornata organizzata sul litorale di Roma, con accompagnatore turistico abilitato, si parte dalla pagina contatti di TourLeaderPro; i tour operator che costruiscono itinerari naturalistici e balneari nel Lazio trovano il servizio di consulenza nella sezione dedicata ai tour operator.

Prepari un viaggio a Roma? Le guide in inglese per visitare la città sono su ItalyPlanner.com. Per chi ragiona in giornate fuori città c’è la guida alle migliori gite di un giorno da Roma, mentre chi vuole capire come funzionano davvero le spiagge libere italiane, concessioni comprese, trova la spiegazione nella guida alle spiagge libere in Italia.

Prepara la visita

Link affiliati: se prenoti da qui Estate Romana riceve una piccola commissione, a te non costa nulla in più.

RiassuntoA due passi da Roma, i 280 ettari di Oasi WWF di Macchiagrande rappresentano una delle aree protette di maggior valore ambientale del litorale laziale.
Tagsamanti dei dinosauridinosauriMacchiagrandeoasi dei dinosauriOasi WWFOasi WWF di Macchiagrandeparco dei dinosauriparco dinosauriParco naturaleparco wwf fiumicinoparco wwf fregeneparco wwf macchiagrandeRiserva naturale

Contact Information

IndirizzoViale Castellammare angolo, Via della Veneziana, 00054 Fiumicino RM, Italia 54

Le proposte giuste, una volta a settimana

Scegli cosa ti interessa: ti scriviamo solo di quello, con date, orari e prezzi verificati. Niente spam, ti cancelli con un clic.

I tuoi temi