Foro Romano
Il Foro Romano si estende nella valle compresa fra il Campidoglio, il Palatino e la Velia, ed è stato per quasi un millennio il centro politico, giudiziario, religioso e commerciale di Roma antica: la piazza dove si riuniva il Senato nella Curia Iulia, dove i magistrati parlavano al popolo dai Rostri, dove le Vestali custodivano il fuoco dello Stato e dove passavano i cortei trionfali lungo la Via Sacra. Oggi fa parte del Parco archeologico del Colosseo insieme al Colosseo, al Palatino e alla Domus Aurea, e si visita con un biglietto che comprende anche l’anfiteatro e il colle. Camminarci dentro non è come visitare un museo: è attraversare un’area di circa dieci ettari dove convivono, uno accanto all’altro e spesso uno sopra l’altro, resti che vanno dal X secolo avanti Cristo al VII secolo dopo Cristo, con sovrapposizioni medievali, chiese barocche incastrate dentro templi imperiali e cantieri di scavo ancora aperti. Le righe che seguono raccontano che cosa si vede davvero oggi, monumento per monumento, come funziona il biglietto, quali sono gli ingressi, quanto tempo serve, e come questa spianata di rovine sia arrivata fino a noi passando per secoli di pascolo bovino e per due generazioni di archeologi che hanno inventato, scavando qui, il metodo con cui si scava ancora adesso.
Colosseo e Foro Romano + audioguida
Entra alla prima fascia del mattino o nell’ultima del pomeriggio: meno gruppi, luce migliore sull’arena.
Dove si trova il Foro Romano e come arrivare
Il Foro Romano occupa la valle fra Campidoglio e Palatino, con l’ingresso principale su via dei Fori Imperiali, a metà strada fra piazza Venezia e il Colosseo. L’area archeologica è un unico recinto continuo che comprende il Foro vero e proprio, il Palatino e, dal lato opposto, l’anfiteatro Flavio: chi entra da un varco può muoversi liberamente all’interno, ma una volta uscito non può rientrare, e questa è la regola pratica che condiziona più di ogni altra il modo in cui conviene organizzare la visita.
Gli ingressi al Foro Romano
I varchi che il Parco archeologico del Colosseo utilizza per l’area del Foro e del Palatino sono più di uno, e non sono tutti attivi contemporaneamente in ogni periodo dell’anno. Il più noto è quello di Largo della Salara Vecchia, su via dei Fori Imperiali, che immette direttamente sulla piazza del Foro all’altezza della Basilica Emilia. Un secondo varco si apre presso l’Arco di Tito, sul lato del Colosseo, ed è quello che usa chi arriva dall’anfiteatro e vuole risalire la Via Sacra in direzione del Campidoglio. Un terzo ingresso, su via di San Gregorio, serve soprattutto il Palatino e viene spesso indicato come il più comodo nelle giornate di grande affluenza, perché raccoglie meno file degli altri due.
Nel corso del 2026 il Parco ha comunicato la chiusura temporanea dell’ingresso di Largo della Salara Vecchia, con dirottamento del flusso sugli altri varchi: è un’informazione che cambia con i cantieri e con le stagioni, e prima di partire da casa conviene controllare la pagina degli avvisi sul sito ufficiale del Parco archeologico del Colosseo, perché arrivare al varco sbagliato in una giornata di agosto significa perdere venti minuti di cammino sotto il sole per raggiungere quello attivo. Il biglietto acquistato online resta valido in ogni caso: cambia soltanto il punto in cui si presenta.
Con la metropolitana e gli autobus
La fermata più comoda è Colosseo, sulla linea B della metropolitana, che si trova a poche decine di metri dal varco dell’Arco di Tito e a circa dieci minuti a piedi da quello di via dei Fori Imperiali. Chi arriva da Termini prende la linea B in direzione Laurentina e scende alla seconda fermata. La fermata Cavour, sempre sulla linea B, è un’alternativa valida per chi scende dal rione Monti e vuole arrivare al Foro passando per via dei Fori Imperiali, con una camminata leggermente più lunga ma in discesa.
In superficie, via dei Fori Imperiali e piazza Venezia sono servite da numerose linee di autobus che attraversano il centro, e la fermata di piazza Venezia è il punto di scambio più utile per chi arriva dalla zona di Trastevere, dal Vaticano o dai quartieri a nord. Il tram che percorre viale Aventino e la zona del Circo Massimo lascia a una decina di minuti a piedi dall’ingresso di via di San Gregorio. Chi ha acquistato un biglietto con fascia oraria, cosa obbligatoria per il Colosseo, farà bene a calcolare un margine abbondante: il traffico del centro di Roma è imprevedibile e la fascia di ingresso all’anfiteatro non ammette ritardi consistenti.
A piedi dal centro storico
Arrivare a piedi è quasi sempre la soluzione migliore, e per molti visitatori è anche la più suggestiva. Da piazza Venezia, ai piedi dell’Altare della Patria, si imbocca via dei Fori Imperiali e in dieci minuti scarsi di cammino pianeggiante si raggiunge il varco di Largo della Salara Vecchia, avendo sulla destra le rovine dei Fori Imperiali e dei Mercati di Traiano. Dal Campidoglio la discesa è ancora più breve: la terrazza alle spalle di Palazzo Senatorio, raggiungibile passando accanto ai Musei Capitolini, affaccia direttamente sull’intera piazza del Foro e offre la vista d’insieme migliore che esista, oltretutto senza biglietto.
Chi arriva dal Colosseo trova il varco dell’Arco di Tito a due passi dall’Arco di Costantino, e questa è la direzione che seguivano i cortei trionfali antichi, in senso inverso rispetto a quello della maggior parte dei visitatori di oggi. Dal rione Monti, scendendo per via Cavour o per via Madonna dei Monti, si arriva in un quarto d’ora. Dalla Bocca della Verità e dal Foro Boario, sul lato opposto del Palatino, la camminata lungo via di San Teodoro dura poco più di dieci minuti e attraversa uno degli angoli più silenziosi del centro antico.
Biglietti, orari e prenotazione: come funziona davvero
Il Foro Romano non ha un biglietto proprio separato: l’accesso avviene con un titolo che comprende anche il Colosseo e il Palatino, oppure con un titolo dedicato alle sole aree archeologiche dei Fori. Questa è la formula che il Parco archeologico del Colosseo applica da anni, e capirla prima di acquistare evita la maggior parte degli errori che i visitatori commettono al momento della prenotazione.
Il biglietto unico con Colosseo e Palatino
Il titolo ordinario si chiama Colosseo, Foro Romano, Palatino e sul sito ufficiale del Parco risulta al prezzo intero di 18 euro, con una validità di 24 ore e un ingresso unico per ciascuna delle due aree, cioè l’anfiteatro da un lato e il comprensorio Foro Romano e Palatino dall’altro. Le condizioni pubblicate prevedono una riduzione a 2 euro per i cittadini dell’Unione europea fra i 18 e i 25 anni compiuti, la gratuità per i minori di 18 anni cittadini dell’Unione europea, e tariffe agevolate per chi possiede la card dei sostenitori del Parco o la Roma Pass. Ai prezzi indicati va sommato, sui canali di vendita ufficiali, il diritto di prevendita previsto dal concessionario.
La meccanica delle 24 ore è il punto che genera più confusione. L’ingresso al Colosseo avviene su fascia oraria prenotata e va rispettato; la visita al Foro Romano e al Palatino, invece, può essere collocata prima o dopo quella all’anfiteatro, purché entro l’arco delle 24 ore che il titolo copre. In pratica: chi ha la fascia del Colosseo alle 15 di lunedì può entrare al Foro la mattina dello stesso lunedì oppure la mattina di martedì, ma una volta uscito dal recinto Foro e Palatino non può rientrarvi con lo stesso biglietto. Il regolamento del Parco prevede inoltre una permanenza massima all’interno dell’anfiteatro, fissata in 75 minuti, che non riguarda invece il tempo trascorso nell’area dei Fori.
Il Forum Pass SUPER, per chi il Colosseo lo ha già visto
Esiste un secondo titolo pensato per chi non è interessato all’anfiteatro: il Forum Pass SUPER, che consente un ingresso unico all’area archeologica del Foro Romano, del Palatino e dei Fori Imperiali, con validità di un giorno. Le informazioni pubblicate dagli enti che lo promuovono, cioè il Ministero della cultura insieme a Roma Capitale, indicano un prezzo intero di 18 euro, la riduzione a 2 euro per i cittadini dell’Unione europea fra 18 e 25 anni e una tariffa agevolata per i possessori della card dedicata. Il vantaggio non è il prezzo, che risulta allineato a quello del biglietto ordinario, ma il contenuto: il Forum Pass SUPER include l’accesso ai cosiddetti siti SUPER, cioè quei luoghi del comprensorio che non rientrano nel percorso base, fra cui Santa Maria Antiqua con i suoi affreschi altomedievali, il Tempio del Divo Romolo e il Museo Palatino, e in più permette di collegare in un unico percorso di visita il Foro Romano e i Fori Imperiali, che sono complessi archeologici distinti divisi dalla via dei Fori Imperiali.
Poiché prezzi, formule e siti inclusi vengono aggiornati dal Parco e dagli enti concessionari con una certa frequenza, e poiché alcune aperture straordinarie sono legate a calendari stagionali, la regola pratica è una sola: prima di acquistare conviene aprire il sito ufficiale del Parco archeologico del Colosseo e verificare la tariffa in vigore nel giorno scelto, senza fidarsi dei prezzi riportati dai rivenditori terzi, che spesso includono commissioni consistenti senza dichiararle in modo chiaro.
Orari di apertura
Il Foro Romano e il Palatino aprono alle 9 del mattino, un’ora più tardi rispetto al Colosseo, che apre alle 8.30. L’orario di chiusura segue un calendario stagionale articolato: nel periodo più lungo dell’anno, da fine marzo al 30 settembre, la chiusura avviene alle 19.15 con ultimo ingresso alle 18.15; dal 1 al 24 ottobre la chiusura si anticipa alle 18.30 con ultimo ingresso alle 17.30; dal 25 ottobre alla fine di febbraio la chiusura è alle 16.30 con ultimo ingresso alle 15.30. I giorni di chiusura totale sono due, il 25 dicembre e il 1 gennaio.
Questi orari valgono come quadro generale, ma il Parco adotta variazioni stagionali intermedie nei mesi di marzo e di fine febbraio, e in occasione di eventi o di condizioni meteorologiche avverse può disporre chiusure anticipate dell’intera area o di singoli settori. Nelle giornate di allerta per vento forte, per esempio, le aree con alberature e i percorsi più esposti del Palatino vengono chiusi in via precauzionale. Anche qui, la pagina degli orari sul sito ufficiale è l’unico riferimento che vale la pena consultare il giorno prima della visita.
Ingresso gratuito, prima domenica del mese e giornate speciali
Il Foro Romano rientra fra i siti statali che aderiscono alla formula dell’ingresso gratuito la prima domenica di ogni mese, iniziativa nazionale che riguarda musei e parchi archeologici dello Stato e che a Roma genera afflussi molto elevati proprio nei siti del Parco archeologico del Colosseo. Chi intende approfittarne trova un quadro delle aperture gratuite nella pagina dedicata ai musei gratis del sito, tenendo però presente che in quelle giornate le code ai varchi sono lunghe e che la prenotazione, quando prevista, si esaurisce nel giro di poche ore dall’apertura delle vendite.
Che cos’è il Foro Romano e come si legge
Il Foro Romano è la piazza pubblica della Roma antica, nata come area di scambio e di riunione fra le comunità insediate sui colli e diventata nel corso dei secoli il centro istituzionale di un impero. Non è un monumento singolo, ma una stratificazione: gli edifici che si vedono oggi appartengono a fasi diverse distanti fra loro anche mille anni, e questa è la ragione per cui una visita senza una minima chiave di lettura rischia di ridursi alla contemplazione di un campo di pietre sparse.
Da palude a piazza: la Cloaca Maxima
La valle del Foro, prima di diventare una piazza, era un fondovalle umido e soggetto a ristagni, utilizzato fra il X e il VII secolo avanti Cristo come area di sepoltura dai villaggi insediati sulle alture circostanti. Le tombe arcaiche rinvenute negli scavi fra il Tempio di Antonino e Faustina e la zona della Regia testimoniano questa fase preurbana in modo inequivocabile: prima di essere il centro della città, quella valle era il suo cimitero.
La trasformazione avvenne, secondo la tradizione storiografica, intorno al 600 avanti Cristo, quando il re di origine etrusca Tarquinio Prisco fece realizzare la Cloaca Maxima, il grande collettore che drenava le acque della valle convogliandole verso il Tevere, e fece pavimentare la piazza in battuto di tufo. È un passaggio decisivo nella storia urbanistica di Roma: senza quella bonifica, il Foro non sarebbe mai potuto diventare una piazza stabilmente frequentata, e la città avrebbe avuto uno sviluppo completamente diverso. La Cloaca Maxima, in parte ancora funzionante, corre sotto il Foro e sbocca nel Tevere all’altezza del Foro Boario, dove il suo arco di uscita resta visibile dal lungotevere.
La Via Sacra, l’asse su cui tutto si allinea
La Via Sacra è la strada più antica e più importante della valle, e il modo migliore per orientarsi dentro il Foro è capire che quasi tutto si dispone lungo di essa. Il percorso collegava la zona della Velia e l’Arco di Tito alla piazza centrale e da lì risaliva verso il Campidoglio, passando davanti alla Regia, al Tempio di Vesta, al Tempio del Divo Giulio, ai Rostri e all’Arco di Settimio Severo. Era la strada dei cortei trionfali, che la percorrevano in direzione del tempio di Giove Capitolino, ed era anche la strada delle processioni religiose e degli atti augurali.
La pavimentazione in grandi basoli di selce che si calpesta oggi appartiene in gran parte all’età augustea e poi alle sistemazioni di età neroniana e flavia: si trova a un livello sensibilmente più alto rispetto al piano di calpestio di età regia, perché nel corso dei secoli il piano della piazza è stato più volte rialzato. Camminare sulla Via Sacra significa quindi camminare su una superficie che, nel punto in cui il basolato è originale, ha duemila anni: è uno dei pochi luoghi al mondo dove si poggiano i piedi esattamente dove li poggiavano Cicerone, Cesare e Augusto, sia pure a una quota diversa.
Come leggere le rovine senza perdersi
Il consiglio strutturale, prima ancora di entrare, è di fissare mentalmente tre riferimenti verticali che si vedono da quasi ogni punto dell’area e che funzionano come bussola. A ovest, verso il Campidoglio, le otto colonne del Tempio di Saturno e, poco più in là, l’Arco di Settimio Severo. Al centro, isolata, la Colonna di Foca. A est, la mole di mattoni della Basilica di Massenzio con le sue tre volte a cassettoni, la più alta delle rovine del Foro. Chi tiene a mente questi tre punti non si perde mai, perché tutto il resto si dispone fra l’uno e l’altro.
I monumenti del Foro Romano, uno per uno
Nel recinto del Foro Romano si contano oltre venti fra templi, basiliche, archi, tribune e edifici pubblici identificati con certezza o con buona probabilità, cui si aggiungono strutture minori e fasi sovrapposte. Quelli che seguono sono i monumenti che nessuna visita dovrebbe saltare, presentati nell’ordine in cui conviene incontrarli percorrendo la piazza da est a ovest, cioè dall’Arco di Tito verso il Campidoglio.
L’Arco di Tito
L’Arco di Tito sorge sul punto più alto della Via Sacra, sulla sella della Velia fra Foro e Colosseo, e fu eretto dopo la morte dell’imperatore Tito, avvenuta nell’81 dopo Cristo, per volontà del fratello e successore Domiziano. L’iscrizione dell’attico lo dedica, con formula esplicita, al divo Tito Vespasiano Augusto da parte del senato e del popolo romano: è dunque un monumento postumo, celebrativo di un imperatore già divinizzato, e non un arco eretto in vita.
Il valore dell’arco è soprattutto nei due grandi rilievi che decorano le pareti interne del fornice. Su un lato è raffigurato il corteo trionfale del 71 dopo Cristo, quello che celebrò la presa di Gerusalemme dell’anno precedente: si riconoscono i portatori che recano il bottino del Tempio, fra cui il candelabro a sette bracci, la menorah, le trombe d’argento e la tavola dei pani di offerta. Sul lato opposto l’imperatore appare sulla quadriga trionfale, accompagnato dalle figure allegoriche della Vittoria e del popolo romano. Sulla volta, al centro, l’apoteosi di Tito portato in cielo da un’aquila.
Gli storici dell’arte considerano questi rilievi uno dei momenti di svolta della scultura romana, per il modo in cui le figure sono distribuite su piani di profondità diversa, con un effetto di spazio reale che la scultura precedente non aveva raggiunto. Il monumento, come quasi tutto il Foro, ebbe una lunga vita medievale: fu inglobato in una fortificazione della famiglia Frangipane, gli stessi baroni che fortificarono l’Arco di Giano nel Foro Boario, e ne uscì gravemente compromesso. Fra il 1821 e il 1823 gli architetti Raffaele Stern e Giuseppe Valadier lo smontarono e lo rimontarono pezzo per pezzo, integrando in travertino le parti perdute: le porzioni chiare e lisce che si distinguono a occhio nudo dal marmo antico sono esattamente quell’integrazione ottocentesca, lasciata deliberatamente riconoscibile. È uno degli interventi fondativi della teoria moderna del restauro, e il fatto che si veda è una scelta, non un difetto.
Una nota che riguarda la sensibilità dei visitatori: nella tradizione ebraica esiste una consuetudine diffusa secondo cui non si passa sotto l’Arco di Tito, perché il monumento celebra la distruzione del Tempio di Gerusalemme. Chi accompagna gruppi misti farà bene a saperlo e a non forzare il passaggio.
La Basilica di Massenzio
La Basilica di Massenzio è la costruzione più imponente sopravvissuta nel Foro Romano, con tre enormi volte a cassettoni che si vedono da via dei Fori Imperiali e che danno l’idea di quanto fosse alto l’edificio originario. Fu avviata da Massenzio fra il 308 e il 312 dopo Cristo e completata, con modifiche, da Costantino dopo la vittoria di ponte Milvio: il vincitore si limitò a riorientare l’ingresso e a farne un monumento proprio, secondo una pratica che la tarda antichità applicava senza troppi scrupoli.
Le misure spiegano l’impressione che l’edificio produce ancora oggi allo stato di rudere: l’ingombro complessivo si aggirava sui cento metri per sessantacinque, la navata centrale misurava circa ottanta metri per venticinque e le volte raggiungevano una trentina di metri di altezza, sostenute da colonne di marmo proconnesio alte poco meno di quindici metri. Ciò che si vede oggi è soltanto la navata laterale settentrionale: l’intera navata centrale e il lato meridionale sono crollati, secondo la ricostruzione più accreditata per effetto di un terremoto altomedievale. Una delle colonne originarie sopravvisse in piedi fino al Seicento e fu poi trasferita da papa Paolo V, nel 1613, al centro di piazza Santa Maria Maggiore, dove si vede ancora oggi sormontata da una statua della Vergine.
All’interno dell’abside occidentale si trovava una statua colossale di Costantino, acrolito realizzato con parti scoperte in marmo e corpo in legno e bronzo dorato, alta circa dodici metri, con una testa di oltre due metri e mezzo. I frammenti superstiti, la testa, la mano, il piede, sono oggi esposti nel cortile dei Musei Capitolini, e sono probabilmente il pezzo che più di ogni altro resta impresso ai visitatori del Campidoglio. Vederli dopo essere passati sotto le volte della basilica cambia completamente la percezione delle due cose.
Le volte della basilica ospitano ogni estate una rassegna di concerti, e il sito ha già sul nostro sito una pagina dedicata: chi cerca informazioni sul monumento come spazio di spettacolo, con programmi e modalità di accesso serale, trova tutto nella scheda della Basilica di Massenzio, mentre queste righe si limitano a inquadrarla come tappa del percorso archeologico diurno.
Il Tempio del Divo Romolo
Accanto alla basilica, sulla Via Sacra, si trova un piccolo edificio circolare in mattoni con una cupola, l’unica di età romana presente nel Foro, affiancato da due ambienti absidati. È tradizionalmente noto come Tempio del Divo Romolo e la datazione lo colloca intorno al 309 dopo Cristo, in età massenziana. L’attribuzione resta discussa fra gli studiosi: c’è chi lo riferisce a Valerio Romolo, il figlio di Massenzio morto in giovane età e divinizzato dal padre, chi propone un tempio di Giove Statore, chi ancora un sacello dei Penati. Nessuna delle tre ipotesi ha finora prevalso in modo definitivo, e riportarne una sola come certezza sarebbe scorretto.
Il dettaglio che colpisce i visitatori è la porta di bronzo dell’ingresso, riccamente decorata, con un meccanismo di serratura antico che secondo le descrizioni correnti funziona ancora: una delle pochissime porte bronzee antiche conservate in opera a Roma. Nel 527 l’edificio e l’aula adiacente furono donati da Teodorico e da sua figlia Amalasunta a papa Felice IV, che vi insediò la basilica dei Santi Cosma e Damiano: il tempio divenne il vestibolo della chiesa, e questo è il motivo per cui la struttura si è conservata quasi intatta mentre tutto ciò che la circondava andava in rovina. L’accesso all’interno rientra fra i siti a percorso speciale, non sempre aperti: conviene verificarne la disponibilità nel giorno della visita.
Il Tempio di Antonino e Faustina e la chiesa di San Lorenzo in Miranda
Il Tempio di Antonino e Faustina fu eretto nel 141 dopo Cristo, alla morte dell’imperatrice Faustina Maggiore, moglie di Antonino Pio, e l’architrave porta ancora l’iscrizione originale che la dedica alla divina Faustina per decreto del senato. Quando nel 161 morì anche l’imperatore, l’iscrizione fu integrata con le parole che aggiungono al dedicatario il divo Antonino: le due fasi del testo restano leggibili a occhio nudo, con una differenza di allineamento e di dimensione dei caratteri che si nota bene dalla piazza.
Il pronao conserva sei colonne lisce sulla fronte e due per lato in marmo cipollino proveniente dall’Eubea, alte circa diciassette metri, con capitelli corinzi: è il colonnato più alto e più intatto di tutto il Foro. Sulle colonne si notano solchi obliqui che la tradizione popolare attribuisce a un tentativo di abbattimento con funi, forse medievale, mai riuscito per la solidità delle strutture. Gli studi più recenti tendono però a leggerli come tracce di strutture addossate, verosimilmente lignee, appoggiate alle colonne dopo l’abbandono del tempio: la versione delle funi resta il racconto che si sente fare più spesso in loco, ma è bene presentarla come tradizione e non come fatto accertato.
Dentro la cella del tempio è incastrata la chiesa di San Lorenzo in Miranda, documentata dall’alto Medioevo e ricostruita nel 1602 con una facciata barocca che si affaccia sull’area archeologica. È l’esempio più evidente e più fotografato di quella stratificazione che caratterizza il Foro: la porta della chiesa si apre a diversi metri di altezza rispetto al piano di calpestio antico, perché nel Seicento il livello del terreno era quello e nessuno immaginava che gli scavi lo avrebbero riportato alla quota romana. Quella porta sospesa nel vuoto, oggi inaccessibile dall’area archeologica, è la fotografia più eloquente di quanto terreno è stato tolto dal Foro fra Ottocento e Novecento.
Il Tempio di Vesta e la Casa delle Vestali
Il Tempio di Vesta è l’edificio a pianta circolare che si trova nella parte centromeridionale del Foro, ai piedi del Palatino, e ospitava il fuoco sacro dello Stato romano, che non doveva mai spegnersi. Non conteneva una statua di culto: il fuoco stesso era la divinità, e la sua estinzione veniva interpretata come un presagio funesto per la città. La forma rotonda, insolita per l’architettura templare romana, viene ricondotta dagli studiosi alla memoria delle capanne circolari dell’età arcaica, cioè al tipo di abitazione dei primissimi insediamenti sui colli.
Quello che si vede oggi è una ricostruzione parziale realizzata nella prima metà del Novecento a partire dai frammenti originali: una porzione del colonnato circolare e del podio, sufficiente a restituire l’idea della forma ma non certo l’edificio integro. Il culto fu chiuso alla fine del IV secolo, nel quadro dei provvedimenti dell’imperatore Teodosio contro i culti tradizionali.
Accanto al tempio si estende la Casa delle Vestali, l’Atrium Vestae, la residenza delle sacerdotesse: un grande complesso con un cortile rettangolare porticato al centro, lungo il quale sono allineate le basi e alcune statue delle vestali massime, cioè delle sacerdotesse più anziane, onorate con ritratti e iscrizioni. È uno degli angoli più fotografati del Foro, e anche uno dei più fraintesi: le statue oggi disposte lungo il cortile non sono necessariamente nella loro collocazione originaria, e diverse iscrizioni delle basi sono state ricomposte per accostamento moderno. Le vestali erano un collegio ristretto di sacerdotesse, scelte da bambine e vincolate a un servizio pluridecennale e alla castità; la violazione del voto comportava, secondo le fonti antiche, una punizione capitale eseguita con la sepoltura da viva in un’area fuori dal pomerio. Il collegio godeva in cambio di privilegi giuridici ed economici che nessun’altra donna a Roma aveva, compresa la capacità di testare e di muoversi in città accompagnata da un littore.
Il Tempio del Divo Giulio e il luogo della cremazione di Cesare
All’estremità orientale della piazza si trovano i resti del Tempio del Divo Giulio, dedicato il 18 agosto del 29 avanti Cristo da Ottaviano al padre adottivo divinizzato. Il tempio fu costruito sul punto in cui, secondo le fonti, era stata improvvisata la pira funebre per la cremazione di Cesare dopo l’assassinio del 44 avanti Cristo, quando la folla, infiammata dal discorso funebre, sottrasse il corpo al corteo e lo bruciò nel Foro invece che nel sepolcro di famiglia al Campo Marzio.
Oggi resta il podio in calcestruzzo, spogliato del rivestimento marmoreo, con un’esedra semicircolare al centro della fronte in cui si riconosce il punto dell’altare. È uno dei luoghi più singolari del Foro perché non ha smesso di essere frequentato come luogo di memoria: i visitatori continuano a depositare fiori nell’esedra, in modo spontaneo e continuo, duemila anni dopo i fatti. Alla morte di Cesare era stata osservata nel cielo una cometa, interpretata a Roma come segno della sua assunzione fra gli dei e ricordata come sidus Iulium: la stella che compare sulla fronte delle statue del divo Cesare rimanda a quel fenomeno.
La Basilica Giulia
La Basilica Giulia occupa il lato meridionale della piazza, fra il Tempio di Saturno e il Tempio dei Dioscuri, e di essa restano oggi soprattutto il podio, i gradini e il disegno a terra dei pilastri. Fu avviata da Cesare intorno al 54 avanti Cristo, inaugurata ancora incompleta nel 46 e portata a termine da Augusto. Le misure complessive si aggirano sui centouno metri per quarantanove, con una grande aula centrale di circa ottantadue metri per diciotto circondata su quattro lati da un doppio ordine di portici su pilastri, per un totale di cinque navate.
La funzione era giudiziaria: qui aveva sede il tribunale dei centumviri, che si occupava soprattutto di cause ereditarie e di questioni di proprietà, e l’aula veniva suddivisa con tramezzi mobili in modo da permettere a quattro collegi giudicanti di lavorare contemporaneamente. L’edificio bruciò nel 12 avanti Cristo, fu ricostruito, subì un nuovo incendio nel III secolo con successivo restauro dioclezianeo, e fu danneggiato ancora nel sacco del 410 con riparazioni completate nel 416.
Il dettaglio da non perdere si trova sui gradini e sui pavimenti dei portici: decine di tavole da gioco incise nel marmo, le cosiddette tabulae lusoriae, scacchiere e griglie simili al filetto e al tris, tracciate da chi passava le ore in attesa dell’udienza o semplicemente stazionava all’ombra del portico. Sono graffiti antichi, non moderni, e sono uno dei rarissimi segni di vita quotidiana ordinaria che il Foro conserva in modo leggibile: la controprova, incisa nella pietra, che questa non era soltanto la piazza dei discorsi solenni ma anche un luogo dove la gente perdeva tempo.
Il Tempio dei Dioscuri
Le tre colonne corinzie con un pezzo di trabeazione che si stagliano isolate nel mezzo del Foro, e che sono forse l’immagine più riprodotta dell’intera area, appartengono al Tempio dei Dioscuri, cioè dei gemelli Castore e Polluce. Il voto risale alla battaglia del lago Regillo, combattuta secondo la tradizione fra il 499 e il 496 avanti Cristo, quando il dittatore Aulo Postumio Albino promise il tempio in cambio della vittoria; la dedica avvenne nel 484 avanti Cristo per opera del figlio. La leggenda vuole che i due gemelli fossero apparsi nel Foro subito dopo la battaglia ad abbeverare i cavalli alla fonte di Giuturna, che si trova pochi metri più in là ed è tuttora visibile: è tradizione popolare romana, non cronaca, ed è bene presentarla come tale.
Le colonne che si vedono appartengono alla ricostruzione integrale promossa da Augusto e dedicata nel 6 dopo Cristo a nome dei figli adottivi Tiberio e Druso, e sono quanto resta di un tempio di dimensioni molto grandi. Oltre alla funzione religiosa, l’edificio ospitava l’ufficio dei pesi e delle misure e, negli ambienti del podio, attività bancarie e botteghe: era insomma un tempio e insieme un centro di servizi pubblici, combinazione tutt’altro che rara nella Roma repubblicana.
Il Tempio di Saturno
Le otto colonne in granito grigio e rosa che chiudono il Foro verso il Campidoglio appartengono al Tempio di Saturno, uno dei più antichi della città: la consacrazione viene collocata dagli studiosi fra il 501 e il 498 avanti Cristo, con una tradizione che attribuisce il voto al re Tarquinio il Superbo e la dedica al dittatore Tito Larcio. I capitelli ionici a quattro facce che si vedono oggi appartengono a un restauro tardoantico di fine IV secolo, e l’architrave porta l’iscrizione che ricorda come il senato e il popolo romano abbiano restituito l’edificio distrutto da un incendio.
Il tempio non era importante soltanto per il culto. Nel suo podio aveva sede l’aerarium, cioè il tesoro pubblico dello Stato romano, amministrato dai questori: qui si conservavano le riserve metalliche, gli archivi finanziari e i campioni ufficiali dei pesi, e qui venivano affissi i testi delle leggi e i documenti pubblici. Un tempio che è insieme una banca centrale e un archivio di Stato dà bene l’idea di quanto religione e amministrazione fossero, a Roma, la stessa cosa. Nel 42 avanti Cristo il console Lucio Munazio Planco lo ricostruì integralmente con il bottino del trionfo sui Reti.
Al Tempio di Saturno era legata la festa più popolare del calendario romano, i Saturnali, che si aprivano il 17 dicembre e duravano diversi giorni fra banchetti, sacrifici e scambio di doni. Per la durata della festa le gerarchie sociali venivano ritualmente rovesciate e agli schiavi era concessa una libertà temporanea di parola e di comportamento: è il precedente antico più citato quando si parla delle origini remote delle feste invernali europee.
L’Arco di Settimio Severo
L’Arco di Settimio Severo chiude il Foro sul lato del Campidoglio ed è, con i suoi 26,42 metri di altezza per 23,27 di larghezza e 11,2 di profondità, il monumento più imponente rimasto in piedi nella piazza. Fu eretto fra il 202 e il 203 dopo Cristo per decreto del senato in onore di Settimio Severo e dei figli Caracalla e Geta, a celebrazione delle vittorie sui Parti ottenute nelle campagne conclusesi nel 195 e fra il 197 e il 198. Ha tre fornici, uno centrale e due laterali minori, inquadrati da colonne di ordine composito, e poggia su un basamento di travertino: originariamente vi si accedeva per gradini, segno che non era pensato per il passaggio dei carri ma per quello a piedi.
Sull’iscrizione dell’attico si legge, per chi sa dove guardare, uno dei documenti più crudi della storia dinastica romana. La quarta riga del testo originale conteneva il nome di Geta; dopo l’assassinio del fratello per mano di Caracalla nel 211 e la conseguente damnatio memoriae, le lettere furono scalpellate via e sostituite con una formula generica che celebra gli ottimi e fortissimi principi. I fori delle grappe delle lettere bronzee restano visibili e permettono agli epigrafisti di ricostruire il testo cancellato: la cancellazione, paradossalmente, ha conservato la traccia di ciò che voleva eliminare.
Nel Medioevo l’arco fu inglobato in strutture private ed ecclesiastiche: una chiesa dedicata ai santi Sergio e Bacco vi si addossò e il suo campanile venne costruito direttamente sul monumento, fino alla demolizione avvenuta nel primo Cinquecento. Come tutto il Foro, l’arco rimase per secoli interrato fino a metà altezza, e le stampe del Sei e Settecento lo mostrano con il fornice centrale ridotto a un passaggio basso in cui si scendeva per gradini. Il disinterro completo avvenne nel 1804, sotto il pontificato di Pio VII.
I Rostri
La grande piattaforma rettangolare che si trova davanti all’Arco di Settimio Severo è ciò che resta dei Rostri, la tribuna da cui i magistrati e gli oratori si rivolgevano al popolo riunito nella piazza. Il nome deriva dai rostri, cioè dagli speroni di bronzo delle prore, delle navi catturate agli Antiati nella battaglia di Anzio del 338 avanti Cristo e applicati come trofeo al parapetto della tribuna.
I Rostri più antichi, i Rostra Vetera, facevano parte del Comizio e si trovavano sul lato nordoccidentale della piazza, con una gradinata ad andamento curvo; furono smantellati quando Cesare riorganizzò quell’angolo del Foro per far posto al suo foro nuovo. La tribuna che si vede oggi è quella avviata da Cesare e inaugurata da Augusto nel 29 avanti Cristo, larga circa 23,80 metri, pari a ottanta piedi romani. Da qui parlarono i protagonisti della fine della repubblica, e su questa stessa tribuna, nel 43 avanti Cristo, durante le proscrizioni del secondo triumvirato, furono esposte la testa e le mani di Cicerone: l’oratore che aveva costruito la propria carriera parlando da quel podio finì esposto sopra di esso come monito.
Il Lapis Niger e il Comizio
Poco distante dall’Arco di Settimio Severo, protetta da una copertura moderna, si trova una lastricatura di pietra nera che i romani consideravano un luogo inviolabile: il Lapis Niger. Sotto la pavimentazione nera, a circa un metro e mezzo di profondità, gli scavi hanno riportato alla luce un santuario arcaico con un altare, un basamento e un cippo di pietra inciso su quattro facce con una delle più antiche iscrizioni latine conosciute, datata fra il 575 e il 550 avanti Cristo circa.
Il testo è scritto in bustrofedico, cioè con righe che cambiano direzione alternativamente come il percorso dell’aratro nel campo, ed è di lettura difficile e in parte lacunosa; il senso ricostruito è quello di una prescrizione sacra, con la maledizione di chi violi il luogo e riferimenti a un araldo e al bestiame. Le fonti antiche collegavano il punto alla memoria di una sepoltura leggendaria, identificata da alcuni con quella di Romolo, da altri con quella di Faustolo o di Tullo Ostilio: nessuna di queste attribuzioni è dimostrabile, e la formula corretta è che si tratta di un’area sacra arcaica cui la tradizione romana associava un fondatore.
Il Lapis Niger si trovava all’interno del Comizio, lo spazio circolare in cui si riunivano le assemblee popolari e che costituiva, nella Roma arcaica e repubblicana, il vero centro politico della città prima che le sue funzioni si spostassero sulla piazza aperta del Foro. Il cippo con l’iscrizione resta nella sua collocazione originale sotto la copertura, e la sua visibilità dipende dalle condizioni di accesso del settore, che non è sempre aperto: copie del cippo sono esposte in alcuni musei romani, fra cui le collezioni del Museo Nazionale Romano.
La Basilica Emilia
La Basilica Emilia occupa il lato settentrionale della piazza, davanti alla Basilica Giulia, ed è la più antica delle grandi basiliche forensi giunte fino a noi in qualche forma. La sua costruzione viene ricondotta ai censori Marco Emilio Lepido e Marco Fulvio Nobiliore nel 179 avanti Cristo, con fasi precedenti probabili nei decenni immediatamente anteriori e una lunga serie di restauri promossi dai membri della gens Emilia, da cui il nome. L’interno misurava circa settanta metri per ventinove ed era diviso in quattro navate.
Il dettaglio che va cercato a terra, e che quasi tutti scavalcano senza vederlo, sono le macchie verdastre sul pavimento marmoreo: monete di bronzo dei banchi dei cambiavalute, fuse dal calore e rimaste incollate al marmo durante l’incendio che devastò l’edificio nel 410, durante il sacco di Alarico. Sono una datazione fisica di un evento storico, impressa sul pavimento: il giorno in cui i Visigoti entrarono a Roma è ancora leggibile a terra, in forma di bronzo colato. Gli scavi degli anni Trenta hanno rimontato alcune porzioni del colonnato con frammenti recuperati, e resti del fregio scolpito con scene mitologiche sono conservati nei depositi e nelle esposizioni del Parco.
La Curia Iulia
La Curia Iulia è il grande edificio in laterizio con il tetto a doppio spiovente che si trova sul lato nord della piazza, ed è la sede storica del senato romano. Misura circa ventuno metri di altezza su una base di diciotto per ventisette metri, e la sua conservazione eccezionale la rende uno dei pochissimi edifici del Foro in cui si può ancora entrare e percepire un volume interno antico.
La ricostruzione fu avviata da Cesare, che riorientò l’edificio secondo gli assi del proprio foro, e fu completata e dedicata da Ottaviano il 28 agosto del 29 avanti Cristo. L’aspetto attuale riflette in buona parte quella fase augustea e il restauro successivo di Diocleziano, dopo l’incendio del 283. All’interno, tre gradoni per lato ospitavano i seggi dei senatori, circa trecento posti, e il pavimento conserva un raffinato opus sectile di età tardoantica, cioè un rivestimento a tarsie di marmi colorati, fra i meglio conservati di Roma.
La ragione per cui la Curia è arrivata fino a noi è la stessa che ha salvato mezzo Foro: nel 630 papa Onorio I la trasformò nella chiesa di Sant’Adriano al Foro, e come chiesa restò in uso per tredici secoli, con affreschi bizantini e una ristrutturazione barocca condotta da Martino Longhi il Giovane nel 1653. Le porte bronzee originali dell’edificio antico furono trasferite nel Seicento alla basilica di San Giovanni in Laterano, dove tuttora si vedono come porta centrale. Fra il 1930 e il 1937 la chiesa fu sconsacrata e smontata e l’edificio riportato all’aspetto tardoantico dall’architetto Alfonso Bartoli: le porte che si vedono oggi sono quindi una copia moderna, mentre gli originali restano in Laterano. All’interno sono esposti i cosiddetti plutei di Traiano, due grandi parapetti scolpiti rinvenuti nel 1872, che raffigurano scene di vita pubblica nel Foro e costituiscono una fonte iconografica preziosissima per ricostruire l’aspetto della piazza in età imperiale.
La Colonna di Foca
La colonna isolata che si erge al centro della piazza, su un basamento cubico di marmo bianco, è la Colonna di Foca, l’ultimo monumento onorario eretto nel Foro Romano. È una colonna corinzia scanalata in marmo proconnesio alta circa 13,6 metri, ed è un pezzo di reimpiego: il fusto apparteneva a un monumento più antico, verosimilmente del II secolo, e fu ridedicato il 1 agosto del 608 dopo Cristo all’imperatore bizantino Foca per iniziativa di Smaragdo, esarca di Ravenna, che gli doveva il richiamo dall’esilio e la carica. L’iscrizione sulla base, riportata alla luce nello scavo del 1813, ha permesso di datare con precisione la dedica.
Santa Maria Antiqua, la Cappella Sistina dell’alto Medioevo
Ai piedi del Palatino, in un complesso di ambienti di età domizianea che collegava i palazzi imperiali alla piazza, si trova Santa Maria Antiqua, una delle chiese cristiane più antiche di Roma dedicate alla Madonna, impiantata nel VI secolo. Conserva circa duecentocinquanta metri quadrati di affreschi originali, stratificati fra la metà del VI e il IX secolo, su un totale stimato di un migliaio di metri quadrati dipinti: contengono, fra l’altro, alcune delle più antiche raffigurazioni note della Madonna in trono e testimoniano stili cristiano romani con forti influssi greco copti.
Il valore storico artistico è difficile da sopravvalutare, perché la maggior parte della pittura bizantina coeva andò distrutta durante la crisi iconoclasta, mentre qui si è conservata: è per questo che gli studiosi la chiamano talvolta la Cappella Sistina dell’alto Medioevo. La chiesa fu abbandonata dopo il terremoto dell’847, che ne provocò il crollo parziale e la sepoltura sotto le macerie del colle: paradossalmente, è proprio quel seppellimento ad averne salvato gli affreschi. Riportata alla luce dagli scavi di Giacomo Boni all’inizio del Novecento e sottoposta a un lungo restauro, è oggi accessibile con modalità limitate, per ragioni di conservazione delle superfici dipinte, e rientra fra i siti a percorso speciale del comprensorio: la capienza è contingentata e le aperture seguono un calendario che conviene verificare prima della visita.
Dal Campo Vaccino a Giacomo Boni: la storia degli scavi
Il Foro Romano che si visita oggi è un’opera archeologica novecentesca almeno quanto è un’opera romana: il piano di calpestio antico si trovava sotto diversi metri di terreno, e riportarlo alla luce ha richiesto un secolo e mezzo di scavi, alcuni ottimi e altri disastrosi. Capire come si è arrivati all’aspetto attuale è il modo più rapido per capire che cosa si sta guardando.
Il Campo Vaccino: tre secoli di pascolo
Con la fine dell’impero d’Occidente il Foro perse progressivamente le sue funzioni. Gli edifici pubblici furono riusati come chiese, come fortificazioni o come cave di materiale; i crolli, le alluvioni del Tevere e gli smottamenti dai colli alzarono il livello del terreno di metri. Verso il 1490 l’area era coperta di macerie, e sotto i pontificati di Giulio II e di Leone X funzionò a tutti gli effetti come cava di pietra e di marmo per i cantieri della Roma rinascimentale: il decennio fra il 1540 e il 1550 viene indicato dagli studiosi come il più distruttivo per i monumenti antichi di Roma, peggiore dei due secoli precedenti messi insieme.
Nel 1536, per l’ingresso trionfale dell’imperatore Carlo V, papa Paolo III fece aprire una via cerimoniale attraverso l’area, demolendo quel che restava delle fortificazioni medievali. Nei due secoli successivi lo scavo si fermò quasi del tutto e la spianata, attraversata da filari di olmi piantati per ornamento, fu adibita a pascolo e a mercato del bestiame: da qui il nome con cui il Foro è conosciuto in tutte le vedute e in tutte le lettere di viaggio del Sei e Settecento, Campo Vaccino. Le stampe di Piranesi e i quadri dei vedutisti mostrano esattamente questo: buoi che ruminano fra le colonne del Tempio di Saturno, carretti fermi accanto all’Arco di Settimio Severo interrato, contadini seduti sui capitelli.
I primi scavi scientifici e Carlo Fea
Il primo scavo condotto con finalità dichiaratamente scientifiche, e non per recuperare marmi, si deve nel 1788 all’ambasciatore svedese Carl Fredrik von Fredenheim, che riportò alla luce una porzione della Basilica Giulia. Ma il punto di svolta porta il nome di Carlo Fea, giurista e antiquario ligure nato nel 1753 e morto a Roma nel 1836, nominato commissario delle antichità intorno al 1800 e attivo in quel ruolo per circa trent’anni.
Dal 1803 Fea avviò campagne di scavo sistematiche e metodiche, cominciando dal disinterro dell’Arco di Settimio Severo, completato nel 1804 sotto il pontificato di Pio VII. Il suo merito storico, riconosciuto dagli studi successivi, fu di aver cominciato a demolire con i dati di scavo le identificazioni fantasiose che dal Cinquecento in poi si erano accumulate sui monumenti del Foro, in gran parte discendenti dalle ricostruzioni arbitrarie di Pirro Ligorio. Con Fea, e con la successiva stagione degli scavi promossi durante l’occupazione francese di Roma fra il 1811 e il 1814, il Campo Vaccino comincia a tornare a essere un foro.
Da Pietro Rosa a Guido Baccelli
Dopo il 1870 e il passaggio di Roma al Regno d’Italia, gli scavi del Foro diventano un’impresa di Stato. La direzione fu affidata prima a Pietro Rosa, che lavorò dal 1870 al 1876 e che aveva già scavato per Napoleone III il Palatino, poi a Giuseppe Fiorelli, l’archeologo che a Pompei aveva introdotto i calchi delle vittime, e a Rodolfo Lanciani, autore della grande pianta archeologica di Roma che resta ancora oggi uno strumento di lavoro.
Nel 1882 il ministro Guido Baccelli fece eliminare le due strade trasversali che attraversavano l’area e ne spezzavano la continuità: per la prima volta, da quel momento, tutte le rovine del Foro risultarono collegate in un unico recinto archeologico. È la nascita del parco come lo conosciamo, cioè come spazio unitario percorribile, e non più come somma di scavi separati da strade urbane.
Giacomo Boni e l’invenzione del metodo
Il nome che conta di più, per il Foro e per l’archeologia in generale, è quello di Giacomo Boni. Veneziano, nato nel 1859, formatosi sui cantieri di restauro di Palazzo Ducale e poi all’Accademia di Belle Arti di Venezia, Boni arrivò all’archeologia da architetto e da restauratore, e questo spiega molto del suo metodo. Dal 1898 diresse gli scavi del Foro Romano, e vi applicò in modo sistematico lo scavo stratigrafico, cioè la lettura del terreno per strati successivi come sequenza cronologica, che fino ad allora era pratica dei preistorici e non degli archeologi classici, abituati a scavare per trovare oggetti e non per leggere depositi.
I risultati furono clamorosi. Fra il 1898 e il 1904 Boni raddoppiò l’area indagata e portò alla luce un Foro molto più antico di quello conosciuto: il 10 gennaio 1899 individuò il Lapis Niger con il cippo iscritto in latino arcaico, poi il Comizio, la Regia, il Lacus Curtius, la necropoli dell’età del Ferro presso il Tempio di Antonino e Faustina, e Santa Maria Antiqua con i suoi affreschi. Sul Palatino scavò la Casa dei Grifi e l’Aula isiaca. Il suo articolo del 1901 sul metodo di scavo è ancora citato nei manuali.
Boni morì a Roma nel 1925 e fu sepolto, per sua volontà, sul Palatino, negli Orti Farnesiani, a poche decine di metri dagli scavi a cui aveva dedicato l’ultimo quarto della propria vita: chi sale al colle con lo stesso biglietto del Foro può passare accanto alla sua tomba, segnalata da una lapide sobria fra il verde, e il Museo Palatino conserva molti dei materiali che le sue campagne hanno restituito.
Il Novecento, via dei Fori Imperiali e gli interventi recenti
Gli anni Trenta portarono due interventi di segno opposto. Da un lato l’anastilosi della Curia Iulia e della Basilica Emilia condotta da Alfonso Bartoli, che restituì volumi e leggibilità; dall’altro l’apertura, nel 1932, della grande arteria che collega piazza Venezia al Colosseo, tagliata sopra i Fori Imperiali con sbancamenti che cancellarono un intero quartiere e sigillarono sotto l’asfalto gran parte delle aree archeologiche adiacenti. È la ragione per cui ancora oggi il Foro Romano e i Fori Imperiali, che in antico erano un continuum, si visitano come due complessi separati e affacciati l’uno sull’altro attraverso una strada.
Gli interventi successivi hanno cercato di ricucire: nel 1980 la demolizione di via della Consolazione ha restituito continuità fra il Foro e le pendici del Campidoglio, e fra il 2010 e il 2014 nuove indagini stratigrafiche hanno interessato il tratto del vicus Iugarius fra la Basilica Giulia e il Tempio di Saturno. Il Parco archeologico del Colosseo, istituito come organismo autonomo, conduce campagne di scavo e di restauro continue: capita spesso di trovare settori temporaneamente recintati, ed è normale, perché il Foro è un cantiere permanente da centoventi anni.
Una curiosità su Foro Romano
La curiosità più istruttiva riguarda l’origine della parola foro e il modo in cui il nome si è capovolto di significato. In latino forum indicava semplicemente uno spazio aperto davanti a qualcosa, un’area libera: il termine è imparentato con foris e foras, cioè fuori, e con la radice che indica la porta. Il foro, in origine, era lo spazio esterno, il vuoto davanti all’abitato, e proprio perché era vuoto poteva diventare il luogo dove ci si riuniva, dove si scambiava merce, dove si discuteva. Dal vuoto davanti alla porta è nato il centro della città, e poi la parola che in italiano e in tutte le lingue europee indica il luogo del dibattito pubblico.
Il capovolgimento continua. Nel latino tardo e nel Medioevo forum passa a indicare il tribunale, perché nel Foro Romano avevano sede le basiliche giudiziarie: da lì derivano l’aggettivo forense, la medicina legale detta medicina forense in mezzo mondo, e l’espressione foro competente che compare in fondo a qualunque contratto italiano. La parola che oggi si legge nelle clausole contrattuali e quella che i romani usavano per dire prato davanti al villaggio sono la stessa parola, e il passaggio da un significato all’altro è avvenuto fisicamente in questi dieci ettari di terreno.
Ultimo anello: negli anni Novanta del Novecento l’informatica ha ripreso il termine per indicare gli spazi di discussione online, i forum appunto, con un plurale latino che nessuno ha mai tradotto. Chi apre una discussione su un forum di internet sta usando, senza saperlo, il nome della piazza in cui Cicerone pronunciava le Catilinarie, dopo un viaggio semantico di duemilacinquecento anni che è passato per un pascolo di buoi e per un tribunale civile.
Una cosa che non ti dice nessuno su Foro Romano
La cosa che le guide raramente dicono è che il Foro Romano, nella forma in cui lo si visita, non è mai esistito. Nessun romano antico, in nessun secolo, ha visto contemporaneamente tutti gli edifici che oggi si vedono insieme nella piazza.
Un panorama impossibile
Il motivo è semplice e si capisce guardando le date. Il Tempio di Saturno è di inizio V secolo avanti Cristo, la Basilica di Massenzio è di inizio IV secolo dopo Cristo: fra i due corrono ottocento anni, e nel frattempo tutto il resto è cambiato più volte. La Basilica Emilia e la Curia furono ricostruite dopo incendi, i Rostri repubblicani furono demoliti da Cesare, il Comizio fu in gran parte cancellato, il Tempio di Vesta bruciò e fu rifatto ripetutamente. Quando Massenzio costruì la sua basilica, la Basilica Emilia era già un edificio quattro volte rifatto e il Comizio arcaico era sepolto da secoli sotto la pavimentazione.
Gli scavi ottocenteschi e novecenteschi hanno quindi fatto una scelta, inevitabile e spesso taciuta: hanno asportato gli strati superiori per portare alla luce quote diverse, conservando di ogni fase ciò che risultava conservabile e sacrificando il resto. Il risultato è una sezione attraverso il tempo, non una fotografia di un momento. È come se di un palazzo si togliessero tre piani in un punto, due in un altro e nessuno nel terzo, per poi dire che quello è il palazzo.
Le quote diverse che si calpestano senza accorgersene
La conseguenza pratica è che dentro il Foro si cammina su piani di calpestio di epoche diverse, spesso senza rendersene conto. Il basolato della Via Sacra appartiene in gran parte all’età imperiale, il livello del Lapis Niger è di parecchi secoli anteriore e si trova più in basso, la quota di San Lorenzo in Miranda è quella del Seicento e si trova molti metri più in alto, tanto che la porta della chiesa resta sospesa nel vuoto. Chi percorre la piazza da un capo all’altro attraversa, in pochi minuti, dislivelli che corrispondono a intervalli di secoli.
Perché questo cambia il modo di guardare
Il consiglio che ti do per visitare Foro Romano
Il consiglio principale è uno solo, e riguarda l’ombra: nel Foro Romano non ce n’è quasi. L’area è una conca di pietra e marmo esposta a sud, senza alberature significative sul percorso centrale, e fra giugno e settembre le ore comprese fra le 11 e le 17 sono fisicamente dure, con temperature al suolo molto superiori a quelle registrate in città. La visita va quindi collocata alla prima ora di apertura, cioè alle 9, oppure nelle due ore prima della chiusura, che d’estate arriva alle 19.15.
Quanto tempo serve davvero
Per il solo Foro Romano, camminando senza fretta e fermandosi a leggere i pannelli, servono fra un’ora e mezza e due ore. Aggiungendo il Palatino, che si visita con lo stesso biglietto e che comprende gli Orti Farnesiani, lo Stadio di Domiziano, le case imperiali e il Museo Palatino, il tempo sale a tre ore e mezza o quattro. Aggiungendo il Colosseo, la giornata è piena: chi tenta di fare i tre siti in tre ore finisce per non vedere nulla di nessuno dei tre. La soluzione più efficace, quando il biglietto lo consente nell’arco delle 24 ore, è spezzare in due mezze giornate.
Scarpe, acqua e le fontanelle
Le scarpe sono un punto serio. Il fondo è basolato antico, sconnesso, con pietre irregolari, ghiaia e tratti in salita verso il Palatino: sandali con suola sottile, infradito e tacchi sono una cattiva idea, e ogni giorno il personale del Parco assiste a slogature evitabili. Servono scarpe chiuse con suola spessa, e in estate un cappello. L’acqua si trova: all’interno dell’area archeologica ci sono fontanelle pubbliche, e una borraccia riempita all’ingresso risolve il problema per tutta la visita senza spendere nulla.
Il percorso che consiglio
Il percorso che funziona meglio, quando gli ingressi attivi lo consentono, comincia dal varco più vicino al Colosseo, sale subito all’Arco di Tito, poi devia in salita verso il Palatino finché si è ancora freschi, perché la salita è la parte più faticosa e con il caldo diventa proibitiva. Dal Palatino si scende sulla piazza del Foro passando davanti alla Casa delle Vestali, si percorre la Via Sacra verso il Campidoglio toccando Basilica Giulia, Tempio dei Dioscuri, Tempio del Divo Giulio, si arriva alla Curia e all’Arco di Settimio Severo e si esce. Chi non ha problemi di mobilità può poi risalire al Campidoglio e affacciarsi dalla terrazza dietro Palazzo Senatorio per rivedere dall’alto, in due minuti, tutto quello che ha appena attraversato: è l’operazione che fissa la memoria della visita più di qualunque audioguida.
Accessibilità e passeggini
Il Foro Romano presenta difficoltà di accesso concrete per chi si muove in sedia a rotelle o con un passeggino. Il piano della piazza è in gran parte percorribile su percorsi attrezzati, mentre il collegamento con il Palatino comporta dislivelli importanti; il Parco mette a disposizione un percorso accessibile e un servizio di ascensore su alcuni tratti, ma le condizioni variano con i cantieri aperti. Chi ha necessità specifiche farà bene a contattare in anticipo il Parco archeologico del Colosseo, che fornisce indicazioni aggiornate sui varchi accessibili nel giorno della visita e sulle eventuali agevolazioni previste per la persona accompagnatrice.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
È noto a tutti che il Foro Romano è pieno di chiese, ma quasi nessuno si sofferma su ciò che quel dato comporta: senza le chiese, del Foro non sarebbe rimasto quasi niente. La sopravvivenza dei monumenti antichi in questa valle è dipesa in modo diretto e misurabile dal loro riuso cristiano.
Le chiese che hanno salvato i monumenti
L’elenco è impressionante. La Curia Iulia si è conservata perché nel 630 divenne la chiesa di Sant’Adriano al Foro e come chiesa restò in uso fino agli anni Trenta del Novecento. Il Tempio di Antonino e Faustina conserva il colonnato più alto del Foro perché nella sua cella si insediò San Lorenzo in Miranda. Il Tempio del Divo Romolo ha ancora la porta di bronzo perché divenne il vestibolo dei Santi Cosma e Damiano. Santa Maria Antiqua ha salvato duecentocinquanta metri quadrati di pittura altomedievale perché era una chiesa, e perché il crollo del colle nell’847 la sigillò invece di distruggerla. Anche l’Arco di Settimio Severo deve la propria integrità al fatto che una chiesa gli si addossò e ne fece il proprio campanile.
La regola vale per tutta Roma, ma nel Foro è particolarmente netta: gli edifici che restarono privi di una destinazione d’uso finirono in cava, quelli che ne ebbero una sopravvissero. Il Pantheon è l’esempio più celebre dello stesso meccanismo su scala urbana, ed è arrivato integro fino a noi per la medesima ragione. Sul lato opposto del Foro, al Campidoglio, la stessa dinamica riguarda la basilica di Santa Maria in Aracoeli, impiantata sull’arce capitolina, e poco distante la chiesa dei Santi Luca e Martina, che occupa il sito del Secretarium Senatus accanto alla Curia.
Il rovescio della medaglia
C’è però un conto da pagare, e riguarda proprio gli scavi. Per riportare il Foro alla quota antica, fra Ottocento e Novecento si sono demolite decine di strutture medievali, rinascimentali e barocche: case, torri, conventi, absidi, e chiese intere sconsacrate e smontate. La Curia com’è oggi esiste perché la chiesa di Sant’Adriano è stata smontata; il Foro come lo si percorre esiste perché un intero paesaggio urbano stratificato è stato rimosso in nome della restituzione dell’antico. Nessuna soprintendenza contemporanea prenderebbe oggi decisioni di quel tipo con la stessa disinvoltura, e riconoscerlo non toglie valore al risultato: aiuta a capire che anche il Foro Romano, come ogni sito archeologico, è il frutto di scelte storicamente datate, non una verità neutra riemersa dal terreno.
La foto giusta da fare a Foro Romano
La foto giusta del Foro Romano non si scatta dentro il Foro Romano: si scatta dalla terrazza del Campidoglio alle spalle di Palazzo Senatorio, dove l’intera piazza si apre in un solo colpo d’occhio con la Colonna di Foca al centro, le tre colonne dei Dioscuri sulla destra e le volte della Basilica di Massenzio in fondo, con il Colosseo che chiude l’inquadratura. È l’unico punto da cui si capisce la forma della valle, si vede l’allineamento della Via Sacra e si coglie il rapporto fra la piazza e i colli. Il punto è pubblico e gratuito, raggiungibile passando accanto ai Musei Capitolini.
La luce e l’ora
L’orientamento della valle premia due momenti. La prima mattina, con il sole basso da est, illumina di taglio le colonne del Tempio di Saturno e dei Dioscuri e le stacca dal fondo; il tardo pomeriggio, con il sole che scende dietro il Campidoglio, accende di arancio i mattoni della Basilica di Massenzio e allunga le ombre sulla piazza. Il mezzogiorno estivo è il momento peggiore in assoluto: luce zenitale, contrasti impossibili, marmi bruciati e ombre corte che appiattiscono ogni rilievo. Chi ha una sola occasione scelga il tardo pomeriggio, che ha il vantaggio di coincidere con l’ora in cui la folla comincia a diradarsi.
Le tre inquadrature da non sbagliare
Dentro l’area, le immagini che restituiscono meglio il luogo sono tre. La prima è l’Arco di Settimio Severo ripreso dal basso lungo l’asse della Via Sacra, con la Curia sulla destra: è l’inquadratura che rende le proporzioni dell’arco, altrimenti difficili da percepire. La seconda è il cortile della Casa delle Vestali con le statue allineate e il Palatino alle spalle, che funziona meglio in verticale e con il cielo compreso. La terza è la facciata barocca di San Lorenzo in Miranda incastrata dentro il colonnato del Tempio di Antonino e Faustina, che in un unico fotogramma racconta la stratificazione del Foro meglio di qualunque didascalia: colonne del II secolo, porta secentesca sospesa a mezz’aria, scavo novecentesco sotto.
Un dettaglio che quasi nessuno fotografa
Vale la pena scendere di scala e cercare, sui gradini della Basilica Giulia, le tavole da gioco incise nel marmo. Sono difficili da individuare e vanno cercate con il sole radente, che le fa emergere in rilievo, ma una macro di una scacchiera antica graffiata nella pietra da qualcuno che duemila anni fa ammazzava il tempo davanti a un tribunale vale, come immagine, molto più di un ennesimo scatto d’insieme.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Poche decine di metri quadrati al mondo hanno ospitato una densità di eventi storici paragonabile a quella della piazza del Foro Romano. Quella che segue è una selezione dei fatti documentati che si sono svolti fisicamente in questo spazio.
Il funerale di Cesare, 44 avanti Cristo
Dopo l’assassinio del 15 marzo del 44 avanti Cristo, il corpo di Cesare fu portato nel Foro per le esequie pubbliche. Il discorso funebre di Marco Antonio infiammò la folla, che sottrasse il cadavere al corteo diretto al Campo Marzio e improvvisò una pira all’estremità orientale della piazza. Sul punto Ottaviano fece erigere il Tempio del Divo Giulio, dedicato nel 29 avanti Cristo: il primo tempio di Roma dedicato a un uomo divinizzato dopo la morte, e l’inizio formale del culto imperiale.
Le teste dei proscritti sui Rostri, 43 avanti Cristo
Durante le proscrizioni del secondo triumvirato, nel 43 avanti Cristo, le teste e le mani dei cittadini condannati furono esposte sui Rostri. Fra queste quelle di Cicerone, che da quella stessa tribuna aveva pronunciato le orazioni che lo avevano reso l’uomo più ascoltato di Roma. È l’episodio che più di ogni altro segna, agli occhi degli storici antichi e moderni, la fine della libertà repubblicana.
Il trionfo di Vespasiano e Tito, 71 dopo Cristo
Il corteo trionfale che celebrò la presa di Gerusalemme risalì la Via Sacra portando il bottino del Tempio. Dieci anni dopo, quella processione fu scolpita sui rilievi dell’Arco di Tito, dove è ancora visibile: è la più antica raffigurazione conosciuta della menorah del Tempio di Gerusalemme, e per questo il monumento ha un’importanza che va molto oltre la storia romana.
La damnatio memoriae di Geta, 211
Dopo l’uccisione di Geta per mano del fratello Caracalla, il nome del defunto fu scalpellato dall’iscrizione dell’Arco di Settimio Severo e sostituito con una formula elogiativa generica. La cancellazione è ancora leggibile nel disallineamento dei fori delle lettere bronzee: uno dei pochissimi casi in cui un atto di rimozione politica resta documentato dalla sua stessa esecuzione.
Il sacco di Alarico, 410
L’incendio che accompagnò l’ingresso dei Visigoti a Roma devastò la Basilica Emilia. Le monete di bronzo dei cambiavalute si fusero sul pavimento di marmo e vi rimasero attaccate: quelle chiazze verdastre, ancora visibili, sono la traccia materiale più diretta dell’evento che segnò, nella percezione dei contemporanei, la fine dell’inviolabilità di Roma.
La colonna di Foca e la fine, 608
Il 1 agosto del 608 l’esarca Smaragdo fece erigere davanti ai Rostri una colonna di reimpiego in onore dell’imperatore Foca. Fu l’ultimo monumento onorario innalzato nel Foro Romano: dopo quella data, la piazza cessò di funzionare come centro civico e cominciò la lunga discesa verso il Campo Vaccino.
L’apertura di via dei Fori Imperiali, 1932
L’inaugurazione della grande arteria fra piazza Venezia e il Colosseo tagliò in due l’area archeologica, cancellò il quartiere Alessandrino e separò per sempre, sul piano della fruizione, il Foro Romano dai Fori Imperiali. Il dibattito su quella scelta, e sulle ipotesi di pedonalizzazione o rimozione parziale della strada, è tuttora aperto.
Chi è passato da Foro Romano
L’elenco di chi è passato per questa piazza coincide, per otto secoli, con l’elenco di chi contava qualcosa nel mondo mediterraneo. Vale la pena distinguere però fra i protagonisti dell’antichità, che qui vissero e lavorarono, e i visitatori delle epoche successive, che qui vennero a cercare qualcosa.
I romani antichi
Nella Curia Iulia sedettero i senatori per tre secoli e mezzo; dai Rostri parlarono i Gracchi, Cesare, Marco Antonio e soprattutto Cicerone, che nel Foro costruì e perse la propria carriera. Augusto ricostruì o restaurò quasi tutti gli edifici della piazza e la lasciò in una forma che sarebbe rimasta riconoscibile per secoli. Le vestali attraversarono ogni giorno questo spazio per sei secoli e mezzo, fino alla chiusura del culto alla fine del IV secolo. Costantino si prese la basilica del rivale e vi collocò la propria statua colossale. Teodorico e sua figlia Amalasunta donarono a papa Felice IV gli edifici che sarebbero diventati i Santi Cosma e Damiano.
Viaggiatori e scrittori del Grand Tour
Fra Sei e Ottocento il Campo Vaccino divenne una tappa obbligata del viaggio in Italia, e le sue rovine interrate fra i buoi generarono una letteratura enorme. Goethe lo percorse durante il suo viaggio italiano e ne scrisse nelle pagine dedicate a Roma. Byron gli dedicò alcune delle strofe più note del quarto canto del Childe Harold, evocando fra l’altro la colonna senza nome che oggi sappiamo essere quella di Foca. Stendhal e Charles Dickens lo descrissero entrambi nei propri resoconti di viaggio in Italia, e le vedute di Piranesi, Panini e dei vedutisti settecenteschi hanno fissato per sempre l’immagine della piazza sepolta, quella con i capitelli affioranti e i contadini seduti sui rocchi di colonna. Il contrasto fra quella Roma e quella odierna è uno dei motivi per cui vale la pena guardare una stampa del Campo Vaccino prima di entrare.
Archeologi e studiosi
Carlo Fea aprì la stagione degli scavi scientifici, Pietro Rosa, Giuseppe Fiorelli e Rodolfo Lanciani la portarono a dimensione nazionale, Giacomo Boni le diede il metodo. Lo storico tedesco Ferdinand Gregorovius, autore della monumentale storia di Roma nel Medioevo, percorse queste rovine per anni raccogliendo materiale, e la sua opera resta il testo di riferimento per capire che cosa sia successo al Foro fra il VI e il XV secolo. Alfonso Bartoli guidò le anastilosi degli anni Trenta. I loro nomi compaiono, quasi tutti, sui pannelli che si incontrano lungo il percorso, e riconoscerli aiuta a capire chi ha deciso che cosa si vede oggi.
I visitatori di oggi
Il circuito Colosseo, Foro Romano e Palatino è stabilmente fra i siti culturali più visitati d’Italia, con numeri che nelle rilevazioni ministeriali degli anni recenti si contano in milioni di ingressi annui. Significa, in pratica, che nella stagione alta il Foro ospita ogni giorno decine di migliaia di persone, e che scegliere con cura l’orario di ingresso non è un vezzo da fotografi ma la differenza fra una passeggiata e una fila indiana. Chi cerca la stessa Roma antica con meno folla può orientarsi verso le Terme di Caracalla, verso i Fori Imperiali ai Mercati di Traiano o verso la Crypta Balbi, che racconta proprio il passaggio dall’antichità al Medioevo su un’area urbana stratificata.
Cosa vedere intorno al Foro Romano
Il Foro Romano si trova al centro di un’area in cui, nel raggio di dieci minuti a piedi, si concentra la maggiore densità di monumenti antichi d’Europa. Organizzare la giornata tenendone conto vale più di qualunque biglietto salta fila.
Con lo stesso biglietto
Il Palatino è compreso nel titolo di ingresso e non va saltato: è il colle delle residenze imperiali, conserva gli Orti Farnesiani, lo Stadio di Domiziano e il Museo Palatino, e offre dall’alto la vista migliore sul Foro dall’interno del recinto. Il Colosseo completa il circuito e richiede la fascia oraria prenotata.
A pochi minuti a piedi
Il Campidoglio con i Musei Capitolini chiude il Foro sul lato occidentale e conserva i frammenti del colosso di Costantino che stava nella Basilica di Massenzio. Il Carcere Mamertino, alle pendici del colle, è la prigione di Stato della Roma repubblicana e si visita separatamente. Sul lato opposto di via dei Fori Imperiali si aprono i Fori Imperiali con i Mercati di Traiano. Verso il Colosseo si incontrano l’Arco di Costantino e, poco oltre, la Domus Aurea sul colle Oppio, mentre in direzione di San Giovanni la Basilica di San Clemente offre il più celebre spaccato verticale di Roma, con tre livelli sovrapposti dall’età imperiale al Medioevo.
Domande frequenti su Foro Romano
Quanto costa il biglietto per il Foro Romano?
Il Foro Romano si visita con il biglietto Colosseo, Foro Romano, Palatino del Parco archeologico del Colosseo, indicato dal sito ufficiale al prezzo intero di 18 euro con validità di 24 ore e un ingresso per area, cui si somma il diritto di prevendita. Sono previste la riduzione a 2 euro per i cittadini dell’Unione europea fra 18 e 25 anni e la gratuità per i minori di 18 anni cittadini dell’Unione. Le tariffe cambiano nel tempo: conviene controllarle sul sito del Parco prima di acquistare.
Il biglietto del Foro Romano comprende anche il Colosseo e il Palatino?
Sì, il biglietto ordinario del Foro Romano comprende anche il Colosseo e il Palatino, perché i tre siti fanno parte del Parco archeologico del Colosseo e si visitano con un titolo unico valido 24 ore. L’ingresso al Colosseo avviene su fascia oraria prenotata, mentre l’area Foro Romano e Palatino si può visitare prima o dopo, in un unico accesso. Esiste anche il Forum Pass SUPER, che esclude l’anfiteatro e include i Fori Imperiali e alcuni siti a percorso speciale.
Quali sono gli orari del Foro Romano?
Il Foro Romano apre alle 9 del mattino e chiude con orario stagionale: alle 19.15 da fine marzo al 30 settembre, alle 18.30 dal 1 al 24 ottobre, alle 16.30 dal 25 ottobre a fine febbraio, con ultimo ingresso un’ora prima della chiusura. I giorni di chiusura totale sono il 25 dicembre e il 1 gennaio. Il Parco applica variazioni stagionali intermedie e chiusure precauzionali in caso di maltempo, quindi conviene verificare gli orari del giorno scelto.
Quanto tempo serve per visitare il Foro Romano?
Per visitare il Foro Romano con calma servono fra un’ora e mezza e due ore, che diventano tre ore e mezza o quattro aggiungendo il Palatino, compreso nello stesso biglietto. Chi vuole includere anche il Colosseo deve mettere in conto una giornata intera o due mezze giornate distinte nell’arco delle 24 ore di validità del titolo. Percorrere i tre siti in tre ore è possibile soltanto rinunciando a capire quasi tutto.
Come si arriva al Foro Romano con i mezzi pubblici?
Al Foro Romano si arriva con la metropolitana linea B, fermata Colosseo, che si trova a poche decine di metri dal varco dell’Arco di Tito e a circa dieci minuti a piedi dall’ingresso di via dei Fori Imperiali. In alternativa la fermata Cavour, sempre sulla linea B, serve chi scende dal rione Monti. In superficie, numerose linee di autobus fermano a piazza Venezia e lungo via dei Fori Imperiali, mentre il tram di viale Aventino lascia vicino all’ingresso di via di San Gregorio.
Il Foro Romano è adatto ai bambini?
Il Foro Romano è adatto ai bambini a condizione di preparare la visita e di scegliere l’orario giusto, perché l’area è priva di ombra, il fondo è sconnesso e i percorsi comportano dislivelli faticosi verso il Palatino. Per i minori di 18 anni cittadini dell’Unione europea l’ingresso è gratuito, ma il titolo va comunque emesso. Funzionano molto bene gli elementi concreti, come le tavole da gioco incise sui gradini della Basilica Giulia, la porta di bronzo del Tempio del Divo Romolo e i rilievi dell’Arco di Tito.
Si possono fare fotografie al Foro Romano?
Al Foro Romano è consentito fotografare liberamente per uso personale in tutta l’area archeologica all’aperto, mentre negli spazi interni e nei siti a percorso speciale, come Santa Maria Antiqua, valgono restrizioni specifiche legate alla conservazione delle superfici dipinte, con divieto di flash e di cavalletto. Per riprese professionali o commerciali serve un’autorizzazione preventiva del Parco archeologico del Colosseo.
Il Foro Romano è accessibile a chi ha difficoltà motorie?
Il Foro Romano è parzialmente accessibile a chi ha difficoltà motorie: il piano della piazza dispone di percorsi attrezzati, mentre il collegamento con il Palatino comporta dislivelli importanti e tratti su basolato sconnesso. Il Parco archeologico del Colosseo mette a disposizione percorsi dedicati e ausili su alcuni tratti, ma le condizioni cambiano con i cantieri aperti, quindi conviene contattare in anticipo il Parco per conoscere i varchi accessibili nel giorno della visita.
Che differenza c’è fra il Foro Romano e i Fori Imperiali?
Il Foro Romano è la piazza pubblica originaria di Roma, sviluppatasi spontaneamente nella valle fra Campidoglio e Palatino a partire dall’età arcaica, mentre i Fori Imperiali sono cinque piazze monumentali costruite ex novo fra Cesare e Traiano sul lato opposto dell’attuale via dei Fori Imperiali, per decongestionare il foro antico ormai saturo. Sono due complessi archeologici distinti, con biglietti e ingressi diversi, separati dalla strada aperta nel 1932.
Un ultimo consiglio per chi organizza l’itinerario
Il Foro Romano non è una tappa che si incastra fra due appuntamenti: è il centro attorno a cui si costruisce una giornata intera, e conviene trattarlo come tale. Chi ha due giorni a Roma lo metta al mattino presto del primo, prima che il caldo e la folla arrivino, e lasci il pomeriggio al Campidoglio e al centro storico; chi ne ha di più può spezzare il circuito su due mezze giornate sfruttando la validità di 24 ore del biglietto, e dedicare al Palatino il tempo che merita invece di attraversarlo di corsa.
Chi costruisce un itinerario più ampio nel centro antico di Roma, collegando questa tappa al Campidoglio, ai Fori Imperiali e alla zona del Celio, può trovare utili strumenti di pianificazione su Tour Leader Pro, mentre per un quadro più ampio sui trasporti, sui tempi di spostamento e sulle mete del Lazio è una buona risorsa Italy Planner.
Confronta le esperienze a Roma
Ogni scheda apre una pagina di confronto qui su estateromana.com: le differenze tra le opzioni, le fasce di prezzo indicative e il link per prenotare sul sito del venditore. Puoi salvare quello che ti interessa in "Il mio viaggio".
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. A temperatura costante tutto l’anno, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
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Roma Tourist Card: più attrazioni in un biglietto
Se in questi giorni vedi Colosseo, Vaticano e altro, il pacchetto unico conviene rispetto ai biglietti sciolti.
Bus hop-on hop-off: giro di Roma
Sali e scendi dove vuoi. Sali e scendi dove vuoi: tra una tappa e l’altra ti siedi e guardi Roma dal piano di sopra.
Transfer dall’aeroporto al centro
Un autista ti aspetta a Fiumicino o Ciampino: prezzo concordato prima e nessuna coda ai taxi.
Noleggio auto a Roma e dintorni
Serve se vuoi uscire dalla città: Castelli Romani, Tivoli, il mare di Ostia e Sperlonga.
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Compagnia low cost con voli diretti su Fiumicino: guarda date e tariffe.
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