Arco di Tito
L’Arco di Tito chiude il Foro Romano sul lato del Colosseo, in cima alla salita della Velia, nel punto in cui la via Sacra raggiungeva la sua quota più alta prima di scendere verso la valle dell’anfiteatro. È un arco a un solo fornice, alto poco più di quindici metri, costruito dal Senato dopo la morte di Tito nell’81 dopo Cristo e dedicato a lui come divus, cioè come imperatore già divinizzato. Dentro il passaggio, sulle due pareti che si fronteggiano, ci sono i due rilievi che hanno reso questo monumento uno dei più studiati del mondo antico: da un lato il corteo che porta il bottino del Tempio di Gerusalemme, con il candelabro a sette bracci, la mensa dei pani e le trombe d’argento; dall’altro Tito sulla quadriga, incoronato dalla Vittoria. Sono immagini di una guerra vinta e di una città rasa al suolo, e questa pagina le racconta per quello che sono. L’arco si trova dentro l’area archeologica del Foro Romano e del Palatino, che si visita a pagamento con biglietto da prenotare online: nelle righe che seguono trovi il costo, gli orari per fascia stagionale, gli ingressi da cui conviene entrare, la storia del monumento dalla costruzione flavia al restauro ottocentesco di Giuseppe Valadier, e i punti su cui le fonti non concordano.

Dove si trova l’Arco di Tito e come arrivarci
L’Arco di Tito sorge sulla sommità della Velia, la sella collinare che univa il Palatino all’Esquilino e che l’urbanistica del Novecento ha in gran parte sbancato: dall’arco si vede il Colosseo in basso a est e il Foro Romano che si apre in basso a ovest, e già questa doppia vista spiega perché gli antichi avessero scelto quel punto. Il monumento sta lungo la via Sacra, la strada che il corteo trionfale percorreva nell’ultimo tratto prima di salire al Campidoglio, e chi arriva dall’ingresso di piazza del Colosseo lo incontra dopo pochi minuti di cammino in salita.
Gli ingressi all’area archeologica
Il Parco archeologico del Colosseo indica per il Foro Romano gli accessi di largo della Salara Vecchia 5/6, di via del Tulliano e di via Sacra dal lato di piazza del Colosseo, mentre l’ingresso del Palatino è in via di San Gregorio 30. L’accesso più rapido per chi punta dritto all’arco è quello di via Sacra, che si apre a pochi metri dall’Arco di Costantino: da lì l’Arco di Tito è la prima struttura monumentale che si incontra salendo. Dall’ingresso di largo della Salara Vecchia, sul lato di via dei Fori Imperiali, il percorso è più lungo e attraversa tutta la piazza del Foro, con la salita finale lungo la via Sacra. Gli ingressi aperti e le loro funzioni cambiano nel tempo in base ai cantieri: prima di partire conviene controllare la pagina ufficiale del Parco, perché in passato alcuni accessi sono rimasti chiusi per mesi.
Con la metropolitana e con i mezzi di superficie
La fermata di riferimento è Colosseo sulla linea B della metropolitana, servita anche dalla linea C nella stazione Colosseo-Fori Imperiali. In superficie il Parco indica le linee di autobus 51, 75, 81, 85, 87 e 118 e il tram 3, che passa lungo via Labicana e viale Aventino. Chi arriva da Termini ha il collegamento più diretto con la metro B in direzione Laurentina: tre fermate e si è in piazza del Colosseo. Su abbonamenti, biglietti integrati e regole della rete urbana è utile la scheda su come muoversi a Roma.
A piedi dal centro storico
Da piazza Venezia si arriva all’ingresso del Foro in una decina di minuti lungo via dei Fori Imperiali, costeggiando i Mercati di Traiano e il Foro di Traiano con la Colonna Traiana. Da Campidoglio, scendendo dalla terrazza del Tabularium, il Foro si apre sotto gli occhi e l’arco si riconosce in fondo, in asse con la via Sacra. Chi viene dal Circo Massimo può risalire via di San Gregorio fino all’ingresso del Palatino e arrivare all’arco dall’alto, passando per gli Orti Farnesiani: è il percorso più lungo, ma anche quello che fa capire meglio la topografia della zona.
Biglietti, orari e prenotazione: come si entra davvero
L’Arco di Tito non si visita da solo: sta dentro l’area archeologica del Foro Romano e del Palatino, che il Parco archeologico del Colosseo gestisce a biglietto e con prenotazione online. Sul sito ufficiale del Parco il biglietto Colosseo, Foro Romano, Palatino valido 24 ore è indicato a 18 euro intero, con tariffa ridotta a 2 euro per i cittadini dell’Unione Europea fra i 18 e i 25 anni; il Forum Pass SUPER, che dà accesso a Foro Romano, Palatino e Fori Imperiali senza il Colosseo, è indicato anch’esso a 18 euro intero e 2 euro ridotto. Le tariffe agevolate segnalate dal Parco comprendono, fra le altre, 11,50 euro per i possessori di Roma Pass e 14 euro per chi ha il biglietto di alcuni musei convenzionati, fra cui il Museo Ebraico di Roma e Villa Farnesina. I prezzi possono cambiare e a questi importi vanno sommati gli eventuali diritti di prevendita applicati dal sistema di biglietteria: il dato va ricontrollato su colosseo.it prima dell’acquisto.
Gli orari, che cambiano tre volte l’anno
Il Parco pubblica un calendario stagionale che per il 2026 prevede, dal 29 marzo al 30 settembre, apertura dell’area Foro Romano-Palatino alle 9.00 con chiusura alle 19.15 e ultimo ingresso alle 18.15. Dal 1 al 24 ottobre 2026 l’ultimo ingresso scende alle 17.30 e la chiusura alle 18.30. Dal 25 ottobre 2026 al 28 febbraio 2027 l’ultimo ingresso è alle 15.30 e la chiusura alle 16.30. I giorni di chiusura indicati sono il 25 dicembre e il 1 gennaio. Chi visita in inverno deve tenere conto che l’ultimo ingresso alle 15.30 taglia fuori buona parte del pomeriggio: è l’errore di programmazione più frequente fra dicembre e febbraio.
La prenotazione
Il Parco vende online su ticketing.colosseo.it e apre le vendite trenta giorni prima della data di visita. Per il biglietto combinato l’orario di ingresso si prenota sul Colosseo, mentre l’accesso a Foro Romano e Palatino può avvenire nelle 24 ore precedenti o successive rispetto a quell’orario: è una flessibilità che molti visitatori non sfruttano e che invece permette di vedere l’arco con calma in un momento diverso della giornata. Il Parco raccomanda di presentarsi quindici minuti prima dell’orario prenotato e avverte che la fascia oraria, una volta acquistata, non si cambia. Per il solo Colosseo il biglietto combinato prevede un tempo massimo di permanenza di 75 minuti.
Le giornate gratuite
L’ingresso è gratuito la prima domenica del mese e, secondo quanto indica il Parco, il 25 aprile, il 2 giugno e il 4 novembre. Nelle domeniche gratuite l’accesso avviene senza prenotazione, in ordine di arrivo alle biglietterie, e il Forum Pass SUPER non è utilizzabile. Il nostro giudizio operativo è netto: la prima domenica del mese davanti all’Arco di Tito è una delle peggiori condizioni di visita possibili, perché il passaggio sotto il fornice è stretto, il flusso è a senso unico di fatto e la coda si forma proprio lì. Se l’obiettivo è guardare i rilievi, 18 euro spesi in un giorno feriale valgono più di un ingresso gratuito in mezzo alla calca.
Quanto tempo serve
Per l’arco in sé bastano dieci minuti, se si è disposti a fermarsi sotto il fornice e a guardare i due pannelli con attenzione. Il problema è che l’arco non si raggiunge in dieci minuti: la visita minima realistica del Foro Romano è di un’ora e mezza, e chi aggiunge il Palatino e il Museo Palatino arriva facilmente a tre ore e mezza. Chi ha una sola mattinata e vuole concentrarsi sui monumenti flavi può entrare da via Sacra, salire all’arco, scendere verso la Basilica di Massenzio e il Tempio di Antonino e Faustina e uscire da largo della Salara Vecchia: due ore piene, senza corse.
Chi era Tito e perché il Senato gli costruì un arco dopo la morte
Tito Flavio Vespasiano, figlio maggiore dell’imperatore Vespasiano, regnò poco più di due anni, dal giugno del 79 al settembre dell’81 dopo Cristo, e morì a poco più di quarant’anni. L’arco che porta il suo nome non fu costruito mentre era in vita: l’iscrizione lo chiama divus, titolo che spettava soltanto agli imperatori divinizzati dopo la morte, e questo colloca il monumento dopo l’81, molto probabilmente sotto il fratello Domiziano, che regnò dall’81 al 96.
Il curriculum militare dietro i rilievi
La carriera di Tito passa per la Giudea. Vespasiano aveva ricevuto da Nerone il comando delle operazioni contro la rivolta giudaica scoppiata nel 66, e quando nel 69, nell’anno dei quattro imperatori, fu acclamato imperatore dalle legioni d’Oriente, lasciò al figlio il completamento della campagna. Tito assediò Gerusalemme nella primavera del 70 e la conquistò in agosto. Il Tempio, il santuario centrale dell’ebraismo, fu distrutto durante l’assedio. È questo il fatto da cui discende tutto il resto: il trionfo celebrato a Roma nel 71, il bottino esposto per le strade, e i rilievi scolpiti dieci anni dopo nel passaggio dell’arco.
Perché proprio sulla Velia
La scelta del punto non fu casuale. La sommità della via Sacra, la summa sacra via, era l’ultimo tratto in salita che il corteo trionfale percorreva prima di entrare nel Foro e da lì salire al Campidoglio per il sacrificio a Giove Ottimo Massimo. Collocare lì un arco dedicato a Tito significava inserire la memoria del suo trionfo nel punto esatto in cui ogni trionfo successivo sarebbe passato. Chi oggi sale quella rampa con il fiato corto fa esattamente lo stesso percorso, in salita, che facevano i prigionieri del 71.
L’iscrizione: tre righe che dicono quasi tutto
Sull’attico dell’arco, sul lato che guarda il Colosseo, si legge ancora l’iscrizione antica, catalogata come CIL VI 945, in tre righe di lettere incise: SENATVS / POPVLVSQVE ROMANVS / DIVO TITO DIVI VESPASIANI F VESPASIANO AVGVSTO. Tradotta: il Senato e il Popolo Romano al divino Tito Vespasiano Augusto, figlio del divino Vespasiano. Le lettere erano in origine riempite di bronzo dorato, come nella prassi epigrafica monumentale romana, e i fori di ancoraggio delle grappe sono ancora leggibili sulla pietra.
Due parole che datano il monumento
L’informazione decisiva è quel divo ripetuto due volte: Tito è già divinizzato, e anche il padre Vespasiano lo è. La divinizzazione di Tito avvenne dopo la sua morte, nel settembre dell’81. L’arco, quindi, è per forza successivo a quella data. Chi scrive che l’arco fu eretto da Tito per celebrare la propria vittoria dice una cosa che l’epigrafe smentisce in due parole.
Che cosa non dice l’iscrizione
Colpisce quello che manca. Nell’epigrafe non compaiono né la Giudea, né Gerusalemme, né la guerra: è una dedica dinastica asciutta, che nomina il dedicante (Senato e Popolo Romano), il dedicatario e la sua filiazione divina. Il racconto della guerra è affidato interamente alle immagini scolpite dentro il passaggio, non al testo. È una scelta di comunicazione precisa: la parola celebra la dinastia, l’immagine celebra la conquista.
L’altro arco di Tito, quello scomparso
Esisteva a Roma un secondo arco dedicato a Tito, eretto nell’81 all’estremità curva del Circo Massimo e oggi scomparso, di cui restano frammenti, una rappresentazione su un frammento della Forma Urbis marmorea e il testo dell’iscrizione, copiata in un manoscritto medievale conservato a Einsiedeln e poi edita nel Corpus Inscriptionum Latinarum come CIL VI 944. Quel testo, a differenza di quello dell’arco della Velia, era esplicito: attribuiva a Tito l’aver sottomesso il popolo giudaico e distrutto Gerusalemme, e sosteneva che nessun generale, re o popolo prima di lui ci fosse riuscito. È un’affermazione storicamente falsa, dato che Gerusalemme era già stata presa e il Tempio già distrutto dai Babilonesi nel VI secolo avanti Cristo, e gli studiosi la leggono come retorica celebrativa di regime. I due archi, letti insieme, mostrano due registri diversi della stessa propaganda: uno dinastico e misurato, l’altro trionfale e gonfio.
I due rilievi dentro il fornice
I due grandi pannelli scolpiti sulle pareti interne del passaggio sono la ragione per cui l’Arco di Tito è studiato in ogni manuale di arte romana: misurano circa due metri per quattro ciascuno e rappresentano due momenti dello stesso corteo trionfale, collocati uno di fronte all’altro in modo che chi attraversa l’arco si trovi fisicamente in mezzo alla processione. Sono opere del rilievo storico romano di età flavia, con più piani di profondità e figure che sembrano uscire dal fondo, e questa profondità di campo è la loro novità tecnica.
Il pannello del bottino
Sulla parete sud il corteo avanza da sinistra verso destra e sta passando sotto una porta ad arco, identificata dagli studiosi con la Porta Triumphalis, il varco cerimoniale attraverso cui il corteo entrava in città. I portatori, incoronati d’alloro, reggono sulle spalle le fercula, le barelle su cui si esponeva il bottino. Al centro, in rilievo molto alto, c’è il candelabro a sette bracci, la menorah, con il suo basamento. Accanto si riconoscono la mensa dei pani della presentazione, cioè il tavolo su cui nel Tempio si disponevano i pani rituali, e sopra di essa le trombe d’argento, le chatzotzerot, incrociate. Alcuni portatori reggono cartelli, i tituli, che nel trionfo servivano a spiegare alla folla che cosa si stesse vedendo: sono scolpiti lisci, senza testo leggibile.
Il pannello del trionfatore
Sulla parete nord Tito è ritto su una quadriga, il carro a quattro cavalli, tenuto per le briglie da una figura femminile interpretata come la dea Roma. Dietro di lui una Vittoria alata gli tiene sul capo la corona d’alloro. Intorno si distinguono littori con i fasci e due figure allegoriche identificate come il Genio del Senato e il Genio del Popolo Romano. La compresenza nella stessa scena di personaggi storici in carne e ossa e di divinità e personificazioni è uno dei tratti che gli storici dell’arte segnalano come innovativi in questo rilievo.
La volta e l’apoteosi
Alzando gli occhi dentro il passaggio si vede una volta a cassettoni decorati, e al centro un pannello con una figura maschile portata in cielo da un’aquila. È l’apoteosi di Tito, cioè la sua ascesa fra gli dei dopo la morte, resa con l’immagine convenzionale dell’aquila che in età imperiale accompagnava la consacrazione del sovrano defunto. Il dettaglio conferma quello che dice l’epigrafe: l’arco fu concepito come monumento funebre e celebrativo insieme, per un imperatore già morto e già dio.
Il fregio che quasi nessuno guarda
Sotto l’attico, sulle fronti esterne, corre un fregio continuo di dimensioni ridotte che rappresenta anch’esso il corteo trionfale, con figure alte poche decine di centimetri. È molto rovinato e passa inosservato alla quasi totalità dei visitatori, che guardano soltanto i due pannelli interni. Vale la fatica di fermarsi qualche metro più indietro e alzare lo sguardo: si intravede una processione con animali da sacrificio e portatori, cioè un terzo racconto dello stesso evento, in scala minore. Sulle chiavi di volta dei due fronti sono scolpite due figure identificate come Roma e il Genio del Popolo Romano, e nei pennacchi dell’arco Vittorie alate con insegne.
I materiali
Il rivestimento è in marmo pentelico, cavato in Attica sul monte Pentelico, lo stesso marmo del Partenone, con parti in marmo lunense, cioè di Carrara, e uno zoccolo in travertino. Le quattro semicolonne per fronte sono di ordine composito, il capitello che unisce le volute ioniche alle foglie d’acanto corinzie, e l’Arco di Tito è uno dei primi monumenti romani in cui questo ordine compare in forma pienamente definita. Le misure comunemente riportate negli studi sono di 15,40 metri di altezza, 13,50 metri di larghezza e 4,75 metri di profondità, con il fornice alto circa 8,30 metri e largo circa 5,36.
Il trionfo del 71: che cosa celebrano davvero questi rilievi
Il corteo scolpito nell’arco è quello del trionfo celebrato a Roma nel 71 dopo Cristo da Vespasiano e Tito per la vittoria nella prima guerra giudaica. La fonte principale su quella giornata è Flavio Giuseppe, che nel settimo libro della Guerra giudaica la descrive da testimone: era un comandante ebreo passato dalla parte romana, e scriveva a Roma sotto protezione flavia. Il suo racconto elenca le insegne, le macchine sceniche a più piani che mostravano gli episodi dell’assedio, i prigionieri, e il bottino portato in processione.
Che cosa era successo a Gerusalemme
La rivolta giudaica contro Roma era iniziata nel 66. L’assedio di Gerusalemme durò dalla primavera all’estate del 70 e si chiuse con la presa della città e la distruzione del Tempio, il centro del culto ebraico, ricostruito da Erode pochi decenni prima. La popolazione fu in parte uccisa, in parte ridotta in schiavitù e deportata. Flavio Giuseppe dà cifre altissime per i morti e per i prigionieri, ma gli storici moderni le considerano gonfiate secondo le convenzioni retoriche della storiografia antica, e non esiste un conteggio attendibile. Quello che resta certo, e che nessuna discussione sui numeri attenua, è che una città fu presa e devastata, il suo santuario distrutto e una parte consistente dei suoi abitanti venduta come schiava.
Il corteo, il bottino, i prigionieri
Il trionfo romano non era una parata astratta: era una liturgia politica in cui il bottino e le persone catturate venivano mostrati alla città come prova materiale della vittoria. Gli arredi del Tempio scolpiti nel rilievo furono portati per le strade di Roma insieme ai prigionieri. Secondo Flavio Giuseppe, la cerimonia si chiuse come di consueto con l’esecuzione del capo nemico: Simone bar Giora, uno dei comandanti della resistenza giudaica, fu trascinato con una fune al collo fino al Foro e ucciso nel carcere ai piedi del Campidoglio, oggi noto come Carcere Mamertino. Solo dopo l’annuncio della sua morte il corteo salì al tempio di Giove Capitolino per il sacrificio finale.
Dove finì il bottino
Gli oggetti sacri non furono fusi né dispersi subito: Flavio Giuseppe racconta che Vespasiano li fece depositare nel Tempio della Pace, il grande complesso che l’imperatore fece costruire proprio con il ricavato della guerra e inaugurare nel 75, sul lato settentrionale della via che oggi separa il Foro Romano dai Fori Imperiali. Il candelabro e la mensa restarono lì esposti come trofei pubblici. Di quello che accadde dopo, fra il sacco di Roma del 410, quello vandalico del 455 e le vicende dei secoli successivi, non esiste una ricostruzione documentata: la sorte finale degli arredi del Tempio è ignota, e tutte le storie su nascondigli, fiumi e cripte appartengono alla tradizione popolare, non alla documentazione storica. Chi le racconta come fatti accertati sta raccontando una leggenda. I resti del Tempio della Pace si vedono oggi nell’area dei Fori Imperiali e sono illustrati al Museo dei Fori Imperiali.
Come lo raccontiamo, e perché
Questo monumento mette in difficoltà chi lo visita, e la difficoltà è parte di quello che c’è da capire. Un capolavoro del rilievo romano e la documentazione visiva di una deportazione sono la stessa pietra. Sotto questo fornice il modo peggiore di trattarlo è il tono ammirato applicato indistintamente alla qualità della scultura e al contenuto della scena. Il nostro criterio è semplice: si dice che cosa si vede, si dice di chi era quella menorah e come è arrivata a Roma, e si lascia che il visitatore faccia il resto. Per inquadrare la storia ebraica romana nei secoli successivi, il percorso continua nel Ghetto ebraico di Roma, alla Sinagoga di Roma e nelle sale del Museo Ebraico.
Una curiosità sull'Arco di Tito
Nel Medioevo l’arco non si chiamava Arco di Tito. Nelle fonti e negli itinerari medievali compare come arco delle sette lucerne, arcus septem lucernarum, e il nome viene dall’unica cosa che i romani di allora riuscivano ancora a leggere sulla pietra: il candelabro a sette bracci scolpito nel pannello interno. Il nome dell’imperatore, che l’iscrizione riportava in lettere grandi sull’attico, era diventato illeggibile o irrilevante; l’oggetto scolpito, no.
Una città che leggeva le immagini, non i testi
È un caso interessante di trasmissione della memoria. Per secoli la cultura latina scritta resta appannaggio di una minoranza, mentre il rilievo scolpito continua a parlare a chiunque ci passi davanti. Roma medievale ribattezza i monumenti antichi in base a quello che ci vede sopra o a quello che ci ricorda: succede all’Arco di Giano nel Foro Boario, il cui nome nasce da un equivoco linguistico, e succede qui, dove il nome di un imperatore viene sostituito da quello di un candelabro. La memoria popolare conserva l’immagine e perde il testo.
E la menorah, intanto, continuava a essere guardata
C’è un secondo effetto, meno ovvio. Proprio perché il monumento era identificato dal candelabro, il rilievo dell’Arco di Tito ha funzionato per secoli come una delle poche raffigurazioni antiche della menorah del Tempio accessibili in Occidente, e ha influenzato la forma del candelabro a sette bracci nell’iconografia ebraica e cristiana europea. Il basamento a gradini che si vede nel rilievo, in particolare, è discusso dagli studiosi: alcuni ritengono che rifletta fedelmente l’oggetto reale, altri che sia una forma aggiunta dagli scultori romani o una base da trasporto, perché non corrisponde alle descrizioni del candelabro nelle fonti ebraiche. La questione resta aperta.
Una cosa che non ti dice nessuno sull'Arco di Tito
Buona parte di quello che si fotografa oggi non è romano. I due piloni laterali, gran parte dei fronti esterni, le colonne esterne e l’attico sul lato del Foro sono ricostruzione ottocentesca in travertino. La parte antica in marmo pentelico si riduce, in sostanza, al nucleo centrale con il fornice, i due rilievi, la volta e l’iscrizione. Chi guarda l’arco senza saperlo vede un monumento romano; chi lo sa vede due monumenti sovrapposti, e il confine fra i due è visibile a occhio nudo.
Come si riconosce il confine, in tre secondi
Basta guardare il colore e la superficie. Il marmo pentelico antico è bianco, compatto, con una patina calda dorata che duemila anni di esposizione hanno depositato. Il travertino ottocentesco è beige, poroso, pieno di piccole cavità, e soprattutto è liscio: le parti nuove riproducono le sagome architettoniche, ma senza le modanature, senza le scanalature delle colonne e senza i dettagli decorativi. È una scelta deliberata, non una mancanza di soldi o di perizia. Il restauro recente concluso nel 2025 ha ripulito le superfici e ha reso questo contrasto ancora più leggibile di prima.
Perché il monumento fu smontato e rimontato
Nell’Ottocento l’arco era in condizioni gravi. Era stato inglobato per secoli in strutture medievali che ne avevano scaricato il peso in modo anomalo, e quando quelle strutture furono demolite ciò che restava si trovò privo di appoggi laterali. L’intervento consistette nello smontare pezzo per pezzo le parti antiche pericolanti, numerarle, consolidare le fondazioni e rimontarle nella posizione originaria integrando con materiale nuovo le parti mancanti. È la tecnica che oggi si chiama anastilosi, e l’Arco di Tito è uno dei suoi primi casi documentati su un monumento di questa scala.
Il dettaglio dei fori nei rilievi
Sui due pannelli interni, se si guarda da vicino la superficie, si notano buchi e incassi che non hanno nulla a che fare con la scultura: sono gli alloggiamenti delle travi che nel Medioevo sostenevano i solai delle strutture costruite dentro il fornice. Sono ferite, e non sono state richiuse. Lasciarle visibili è a sua volta una decisione conservativa, coerente con la logica che ha guidato l’intero intervento ottocentesco: il monumento è anche la propria storia successiva, e cancellarla significherebbe falsificarlo.
Il consiglio che ti do per visitare l'Arco di Tito
Il consiglio operativo è uno solo e riguarda la direzione di marcia: entra da via Sacra, dal lato del Colosseo, e non da largo della Salara Vecchia. Chi entra dal lato del Colosseo arriva all’arco in tre minuti, lo trova quasi vuoto nella prima ora di apertura e sale la via Sacra nella stessa direzione del corteo antico; chi entra dal lato di via dei Fori Imperiali attraversa tutta la piazza del Foro insieme a tutti gli altri e raggiunge l’arco a metà mattina, quando sotto il fornice si è formato l’imbuto. Sono lo stesso biglietto e lo stesso percorso, in ordine inverso, e la differenza in termini di calca è netta.
L’orario giusto
La prima fascia oraria dopo l’apertura, alle 9.00 nella stagione lunga, è quella in cui l’arco è più libero. La seconda finestra utile è l’ultima ora e mezza prima della chiusura, quando i gruppi organizzati hanno già finito il giro: in estate significa dopo le 17.30. Le ore centrali, fra le 11 e le 15, concentrano il flusso maggiore e in luglio e agosto aggiungono un problema pratico serio, perché sulla Velia non c’è ombra, il basolato riverbera e la salita con il sole a picco è faticosa. Cappello e acqua non sono un dettaglio: dentro l’area archeologica i punti di ristoro sono pochi e distanti.
Fermarsi sotto il fornice senza intralciare
Il passaggio è stretto e in pendenza, e il flusso lo attraversa di continuo. Per guardare i rilievi con calma conviene entrare sotto l’arco e spostarsi subito contro la parete, restando di fianco al pannello e non davanti: da quella posizione si vede il rilievo di scorcio, la luce radente rivela la profondità dei piani scolpiti meglio della visione frontale, e non si blocca nessuno. È il punto in cui i portatori sembrano davvero uscire dal fondo.
Il giudizio, senza giri di parole
L’Arco di Tito è uno dei pochi monumenti del Foro che ripaga una sosta lunga e uno dei pochi che quasi nessuno guarda davvero. Nel flusso normale la gente ci passa sotto in venti secondi, lo fotografa da fuori e prosegue verso il Palatino. Il contenuto sta dentro il passaggio, non sulla facciata: se dedichi all’arco solo la fotografia esterna, hai visto la scatola e non il contenuto. Se invece devi scegliere che cosa saltare per mancanza di tempo, saltare il Ludus Magnus, che si vede benissimo dalla strada, e usare quei venti minuti qui sotto è uno scambio che conviene.

L’arco nel Medioevo: dentro la fortezza dei Frangipane
Fra l’XI e il XIII secolo la famiglia baronale dei Frangipane controllava il settore di Roma compreso fra il Palatino, il Colosseo e il Foro, e trasformò i monumenti antichi di quell’area in un sistema difensivo continuo. L’Arco di Tito ne fece parte: sopra la volta fu costruito un secondo piano e l’arco divenne la base di una torre fortificata, con i fornici murati e ambienti ricavati all’interno del passaggio.
Perché la fortezza ha salvato l’arco
La fortificazione medievale ha danneggiato i rilievi con i solai e con le murature, ma ha anche impedito che il monumento facesse la fine di molti altri edifici antichi: smontato e bruciato nelle calcare per ricavarne calce. Un arco inglobato in una fortezza abitata è un arco che nessuno demolisce. La qualità di conservazione dei due pannelli interni, protetti dal riparo del fornice e poi dalle murature, si spiega anche così.
Dai Frangipane agli Olivetani
Con il tramonto del potere baronale l’area passò sotto il controllo ecclesiastico e l’arco finì annesso alle proprietà del monastero olivetano legato alla chiesa di Santa Francesca Romana, che sorge a pochi passi, sul lato del Foro. Nel XV secolo, sotto Sisto IV, furono rimosse parte delle aggiunte medievali, e altri interventi si succedettero nei secoli seguenti, fra cui un restauro promosso da Clemente XII nel 1716. La liberazione completa dell’arco dalle strutture che lo circondavano arrivò però soltanto nell’Ottocento, e portò con sé il problema che rese necessario l’intervento di Valadier.
Il restauro di Valadier: perché è un caso di scuola
Quando nell’Ottocento le strutture medievali furono demolite, l’arco rimase in piedi con i due piloni laterali gravemente compromessi e senza gli appoggi che per secoli lo avevano puntellato. Il cantiere che ne seguì è considerato dagli studiosi di restauro uno degli atti fondativi della disciplina moderna, e il principio che lo guidò si riassume in una frase: quello che si aggiunge deve reggere il monumento senza fingersi antico.
Il travertino contro il marmo
Le parti ricostruite furono realizzate in travertino, cioè in un materiale diverso per colore, grana e provenienza dal marmo pentelico originale, e furono lavorate in forma semplificata: le colonne nuove sono lisce dove le antiche sono scanalate, le modanature sono ridotte a profili essenziali, i capitelli sono appena abbozzati. Il risultato è che la sagoma architettonica dell’arco viene restituita per intero, ma ogni singolo blocco dichiara se stesso. Nessuna imitazione, nessun falso. È il principio che l’Ottocento italiano chiamerà poi distinguibilità dell’intervento e che i codici del restauro contemporaneo hanno codificato come regola generale.
Le date, che non tutte le fonti danno uguali
Qui i dati divergono e conviene dirlo. Il cantiere fu avviato sotto Pio VII dall’architetto Raffaele Stern, che vi lavorò dalla fine degli anni Dieci dell’Ottocento, e fu portato a compimento da Giuseppe Valadier. Alcune fonti indicano la conclusione dei lavori nel 1821, altre collocano l’intervento di Valadier fra il 1821 e il 1823, altre ancora fra il 1822 e il 1824. L’iscrizione moderna sull’attico del lato verso il Foro data l’opera all’anno ventiquattresimo del pontificato di Pio VII, che fu eletto nel marzo del 1800: il conto porta al 1823 o al 1824. Chi cita il solo 1821 riporta la data più diffusa nella letteratura divulgativa, non un dato univoco. Noi le riportiamo tutte, perché il punto storico rilevante non è l’anno esatto ma il metodo.
L’iscrizione di Pio VII, che vale la lettura
Sul lato verso il Foro, in alto, c’è una seconda iscrizione, ottocentesca, che comincia con INSIGNE RELIGIONIS ATQVE ARTIS MONVMENTVM e dichiara che il papa fece consolidare e conservare il monumento, deperito per vetustà, con opere nuove che imitano l’esempio antico. Quella formula, opere nuove che imitano l’esempio antico, è la dichiarazione teorica dell’intervento incisa sul monumento stesso: un cantiere che spiega per iscritto il proprio criterio. Nel 1823 era una novità.
Che cosa ne pensiamo
Il restauro dell’Arco di Tito viene citato nei corsi universitari come esempio positivo, e a ragione. Ma va detta anche l’altra parte: l’operazione ottocentesca ha comportato lo smontaggio integrale di un monumento antico, una scelta che oggi si prenderebbe soltanto in caso di pericolo di crollo accertato e dopo una documentazione molto più accurata di quella disponibile allora. Il metodo di Valadier è rimasto nei manuali; la disinvoltura del suo secolo nello smontare le cose, no.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
I rilievi erano dipinti. Il marmo bianco che oggi ammiriamo come tale è il risultato della perdita della policromia, e nel caso dell’Arco di Tito esiste una verifica strumentale che lo documenta: nel giugno del 2012 un gruppo di ricerca guidato da Steven Fine della Yeshiva University, nell’ambito dell’Arch of Titus Digital Restoration Project, ha esaminato il pannello del bottino con scansione tridimensionale e spettrometria nel visibile e nell’ultravioletto e ha rilevato tracce di ocra gialla sui bracci e sulla base del candelabro.
Che cosa dice davvero quel dato, e che cosa no
Il dato è puntuale: ocra gialla su una parte definita di un singolo elemento di un singolo pannello. Non è la ricostruzione completa dei colori dell’arco, e i ricercatori stessi lo hanno presentato come risultato di una fase pilota. Le ricostruzioni digitali che circolano, con il candelabro dorato su fondo azzurro, sono ipotesi costruite su quella traccia più le convenzioni note della pittura architettonica romana: sono verosimili, e vanno guardate come proposte, non come fotografie. Chi le presenta come il vero aspetto dell’arco sta saltando un passaggio.
Perché la policromia antica continua a sorprendere
L’idea del bianco classico è un’invenzione moderna, nata dall’aspetto in cui i marmi antichi sono stati ritrovati e consolidata dall’estetica neoclassica. La ricerca degli ultimi decenni ha documentato pigmenti su statue, rilievi e architetture in tutto il Mediterraneo antico, e Roma non fa eccezione: la mostra permanente sui marmi colorati ai Musei Capitolini e la ricostruzione del Colosso di Costantino lavorano esattamente su questo terreno. Guardare l’Arco di Tito sapendo che era colorato cambia il modo di leggerlo: il rilievo non era un esercizio di eleganza monocroma, era un cartellone.
La tradizione di non passare sotto l’arco: come è documentata
Tra gli ebrei romani è attestata la consuetudine di non attraversare il fornice dell’Arco di Tito, per non rendere onore a chi aveva distrutto il Tempio. È un fatto noto e va raccontato con precisione, perché la versione corrente e quella degli studi non coincidono.
Che cosa dicono le fonti
La versione più diffusa, ripresa da molte guide e da parte della stampa, parla di una consuetudine ininterrotta lunga diciannove secoli. Gli studi specialistici sono più cauti: l’arco non compare nella letteratura rabbinica, e diversi ricercatori collocano il consolidarsi di questa pratica nell’Ottocento, quando il turismo colto europeo, ebraico compreso, cominciò a visitare sistematicamente i siti classici di Roma e il monumento divenne un simbolo riconosciuto della distruzione del Tempio. Le due letture non si escludono del tutto, perché una consuetudine locale può esistere a lungo senza lasciare tracce scritte, ma l’assenza di attestazioni antiche è un dato che va riportato e non nascosto.
Il 2 dicembre 1947
La data che tutte le fonti concordano nel registrare è quella del corteo del 2 dicembre 1947, organizzato dalla comunità ebraica di Roma con il rabbino capo David Prato dopo il voto delle Nazioni Unite sulla spartizione della Palestina. In quell’occasione gli ebrei romani attraversarono il fornice, e lo fecero nella direzione opposta a quella del corteo scolpito nel rilievo. Il gesto fu pensato come una risposta simbolica precisa alla scena scolpita sulla parete, e da allora l’arco viene attraversato anche in occasioni pubbliche della comunità. Alcune fonti collegano il gesto alla proclamazione dello Stato di Israele nel maggio 1948 anziché al voto del dicembre 1947: le manifestazioni furono più di una, in mesi diversi, e la data del 1947 è quella meglio documentata.
Come ci comportiamo noi
Non è una regola imposta a nessuno e non esiste alcun divieto di accesso: il fornice è parte del percorso pubblico del Foro. Quando c’è tempo, conviene conoscere la storia prima di arrivare all’arco e decidere se passarci sotto o aggirarlo, perché è possibile farlo camminando sul lato. È un’informazione, non un’istruzione. Chi vuole approfondire il rapporto fra la città e la sua comunità ebraica trova un quadro più ampio nelle pagine sui luoghi della memoria a Roma e sul Ghetto.
La foto giusta da fare all'Arco di Tito
La fotografia che quasi tutti fanno è l’arco inquadrato frontalmente dal basso, con il Colosseo che occhieggia sul fondo attraverso il fornice. Funziona, ma è satura: la si ottiene dal lato est, salendo da piazza del Colosseo, e richiede di aspettare che il passaggio si svuoti, cosa che dopo le 10 del mattino non succede quasi mai.
L’inquadratura che vale il viaggio
La fotografia migliore si fa dall’alto, dal belvedere degli Orti Farnesiani sul Palatino: da lì l’arco si vede isolato sulla sella della Velia, con il Foro che scende alle sue spalle e il Colosseo dall’altra parte, e si capisce finalmente la posizione topografica del monumento, che dal basso resta invisibile. È compresa nello stesso biglietto e costa una salita di dieci minuti.
La luce
Sul fronte verso il Colosseo la luce buona è quella del mattino; su quello verso il Foro, quella del tardo pomeriggio. Per i due rilievi interni il discorso cambia: dentro il fornice la luce è sempre indiretta e il contrasto è basso, quindi conviene esporre per le ombre e accettare che il cielo nel taglio dell’arco bruci. Il mezzogiorno estivo, con il sole a picco, è il momento peggiore in assoluto: appiattisce i piani scolpiti e rende i pannelli illeggibili.
Regole e buon senso
Le fotografie a uso personale sono consentite nell’area archeologica; per riprese professionali, treppiedi, droni e uso commerciale delle immagini il Parco archeologico del Colosseo prevede autorizzazioni specifiche, da richiedere in anticipo. La regola pratica sotto l’arco è un’altra: il passaggio è l’unico collegamento fra due settori del percorso, quindi fermarsi in mezzo a fotografare blocca decine di persone. Ci si sposta di lato, si scatta, si riprende a camminare.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
La sommità della via Sacra è un punto di passaggio, e quasi tutto quello che è accaduto qui è accaduto in movimento: cortei, processioni, cantieri.
Il trionfo del 71 e la costruzione dopo l’81
Il corteo di Vespasiano e Tito del 71 dopo Cristo passò da questa salita prima di scendere nel Foro e raggiungere il Campidoglio. L’arco fu eretto qui dopo la morte di Tito, avvenuta nel settembre dell’81, e completato con ogni probabilità sotto Domiziano entro l’ultimo decennio del I secolo.
La fortificazione medievale
Fra XI e XIII secolo i Frangipane murarono i fornici e costruirono sopra la volta un piano fortificato, facendo dell’arco un pezzo della loro cittadella. Le tracce di quel cantiere, i fori delle travi, sono ancora sui rilievi.
Il corteo del 2 dicembre 1947
La comunità ebraica di Roma attraversò il fornice in senso inverso rispetto al corteo scolpito, dopo il voto delle Nazioni Unite sulla spartizione della Palestina. È l’episodio moderno più citato legato a questo monumento.
Chi è passato dall'Arco di Tito
Nessun monumento del Foro ha attraversato le mani di tanti disegnatori e di tanti architetti quanto questo, per una ragione tecnica: era l’unico arco antico rimasto in piedi abbastanza integro da poter essere misurato nelle proporzioni.
Gli architetti del Rinascimento
Fra Quattrocento e Cinquecento l’arco entra nei taccuini di rilievo degli architetti che studiavano l’antico misurandolo sul posto, e il suo capitello composito diventa uno dei modelli di riferimento dell’ordine nei trattati di architettura.
I viaggiatori del Grand Tour
Dal Seicento all’Ottocento l’arco è una tappa fissa del viaggio in Italia e uno dei soggetti più incisi, dipinti e acquerellati di Roma. Quelle vedute sono anche una fonte documentaria: mostrano l’arco prima della liberazione ottocentesca, con le murature ancora addossate.
Sigmund Freud
Fra i visitatori moderni che hanno lasciato una traccia scritta del proprio passaggio sotto questo arco c’è Sigmund Freud, che nel 1913 spedì ai familiari una cartolina con l’immagine dell’arco e vi annotò sopra, in tedesco, che l’ebreo sopravvive: tre parole scritte sul retro di una fotografia del monumento che ne celebrava la sconfitta. È il commento più citato fra quelli lasciati da un visitatore davanti a questi rilievi.
Domande frequenti sull'Arco di Tito
Quanto costa vedere l’Arco di Tito?
L’Arco di Tito si trova dentro l’area archeologica del Foro Romano e del Palatino e non ha un biglietto proprio. Sul sito del Parco archeologico del Colosseo il biglietto Colosseo, Foro Romano, Palatino valido 24 ore è indicato a 18 euro intero e 2 euro ridotto per i cittadini dell’Unione Europea fra 18 e 25 anni; anche il Forum Pass SUPER, senza Colosseo, è indicato a 18 euro. Verifica le tariffe aggiornate su colosseo.it.
Quali sono gli orari per visitare l’Arco di Tito?
Gli orari dell’Arco di Tito sono quelli dell’area Foro Romano-Palatino, che il Parco archeologico del Colosseo pubblica per fasce stagionali. Nel 2026 l’apertura è alle 9.00, con chiusura alle 19.15 e ultimo ingresso alle 18.15 dal 29 marzo al 30 settembre; dal 25 ottobre 2026 al 28 febbraio 2027 l’ultimo ingresso scende alle 15.30. Chiusure previste il 25 dicembre e il 1 gennaio.
Serve prenotare per vedere l’Arco di Tito?
Per l’Arco di Tito serve il biglietto dell’area archeologica, che il Parco archeologico del Colosseo vende online su ticketing.colosseo.it con apertura delle vendite trenta giorni prima della data. Con il biglietto combinato l’orario si prenota sul Colosseo e l’accesso a Foro e Palatino è possibile nelle 24 ore precedenti o successive. Presentarsi quindici minuti prima dell’orario indicato.
Come si arriva all’Arco di Tito con i mezzi pubblici?
L’Arco di Tito si raggiunge con la metropolitana linea B, fermata Colosseo, servita anche dalla linea C alla stazione Colosseo-Fori Imperiali. Il Parco indica inoltre gli autobus 51, 75, 81, 85, 87 e 118 e il tram 3. Dall’ingresso di via Sacra, a due passi dall’Arco di Costantino, il monumento è a circa tre minuti di cammino in salita.
Perché gli ebrei romani non passano sotto l’Arco di Tito?
La consuetudine di non attraversare l’Arco di Tito nasce dal rifiuto di rendere onore a chi distrusse il Tempio di Gerusalemme nel 70 dopo Cristo. L’arco non compare nella letteratura rabbinica e diversi studiosi collocano il consolidarsi della pratica nell’Ottocento. Il 2 dicembre 1947 la comunità ebraica di Roma attraversò il fornice in senso inverso rispetto al corteo scolpito nel rilievo.
Che cosa raffigurano i rilievi dell’Arco di Tito?
I due rilievi dentro il fornice dell’Arco di Tito raffigurano il trionfo del 71 dopo Cristo: sul lato sud il corteo che porta il bottino del Tempio di Gerusalemme, con il candelabro a sette bracci, la mensa dei pani e le trombe d’argento; sul lato nord Tito sulla quadriga, incoronato dalla Vittoria. Nella volta, un pannello mostra l’apoteosi dell’imperatore portato in cielo da un’aquila.
Quanto tempo serve per visitare l’Arco di Tito?
Per l’Arco di Tito bastano dieci o quindici minuti, il tempo di fermarsi sotto il fornice e guardare i due pannelli scolpiti. Il monumento però si raggiunge solo dall’interno dell’area archeologica: la visita minima realistica del Foro Romano è di un’ora e mezza, e con il Palatino e il Museo Palatino si arriva a tre ore e mezza abbondanti.
L’Arco di Tito è accessibile a chi ha difficoltà motorie?
L’Arco di Tito si trova in cima a un tratto in salita della via Sacra, con basolato antico sconnesso, ed è il punto più impegnativo per chi usa sedia a rotelle, deambulatore o passeggino a ruote piccole. Il Parco archeologico del Colosseo pubblica i percorsi accessibili aggiornati e le modalità di assistenza: vanno consultati prima della visita, perché cambiano con i cantieri in corso.
Che differenza c’è fra l’Arco di Tito e l’Arco di Costantino?
L’Arco di Tito è un arco a un solo fornice della fine del I secolo dopo Cristo, dentro l’area archeologica a pagamento; l’Arco di Costantino è del 315, ha tre fornici, si trova in piazza del Colosseo e si guarda liberamente dalla strada. Un terzo arco quadrifronte, l’Arco di Giano, si trova nel Foro Boario.
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