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Arco degli Argentari

L’Arco degli Argentari si trova in via del Velabro, addossato al fianco sinistro della chiesa di San Giorgio al Velabro, a un centinaio di metri dall’Arco di Giano e dentro il perimetro di quello che in età romana era il Foro Boario, il mercato del bestiame di Roma. È una porta monumentale: due pilastri massicci che reggono un architrave orizzontale. Arco trionfale non lo è mai stato. Fu pagata nel 204 dopo Cristo dai banchieri e dai commercianti di buoi che lavoravano in quell’angolo di città. Sopra ci sono ancora l’iscrizione della dedica e i rilievi con le scene di sacrificio. Dentro i rilievi ci sono anche dei vuoti, e quei vuoti sono il vero motivo per fermarsi: dopo l’uccisione di Geta nel dicembre del 211, la damnatio memoriae decretata dal fratello Caracalla ha fatto scalpellare via il nome dall’iscrizione e la figura dai pannelli. Il marmo attorno è intatto, e al centro resta una superficie liscia dove prima c’era una persona. Le righe che seguono spiegano che cosa si vede su ogni faccia del monumento, chi lo pagò e perché, quali figure sono state cancellate e quali restano incerte, come è arrivato fino a noi inglobato nella muratura di una chiesa, e come si visita oggi, che è la parte più semplice: si guarda dalla strada, gratis, a qualunque ora.

Arco degli Argentari
Foto: Miguel Hermoso Cuesta, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Dove si trova l’Arco degli Argentari e come arrivare

L’indirizzo è via del Velabro, rione Ripa, nell’angolo fra la strada e il fianco della chiesa di San Giorgio al Velabro, a meno di duecento metri da piazza della Bocca della Verità. Chi arriva con l’idea di cercare un cancello, una biglietteria o un cartello grande resta spiazzato: il monumento è parte della strada, si costeggia camminando, e chi non sa che c’è passa oltre senza accorgersene. Capita spesso, perché a pochi metri c’è l’Arco di Giano, che è quattro volte più grande e cattura l’attenzione per primo.

A piedi dal centro

Dal Colosseo si cammina per dieci minuti scarsi lungo via di San Teodoro, tenendo il Palatino sulla sinistra, e si sbuca esattamente davanti alla chiesa. Dal Campidoglio il percorso è anche più breve: si scende verso via del Teatro di Marcello, si passa sotto il Teatro di Marcello e in sette o otto minuti si è in via del Velabro. Chi viene dal Circo Massimo attraversa piazza della Bocca della Verità e ci mette cinque minuti. Da piazza Venezia sono circa un chilometro, quasi tutto in piano.

Con i mezzi pubblici

La fermata di superficie più comoda è quella di piazza Bocca della Verità, su via Petroselli, servita dalle linee che collegano il Teatro di Marcello al lungotevere. La stazione della metropolitana più vicina è Circo Massimo, sulla linea B, da cui si cammina per otto o dieci minuti costeggiando la valle del circo e poi tagliando verso il fiume. Da Termini conviene prendere la metro B in direzione Laurentina e scendere a Circo Massimo: il tragitto completo, treno più camminata, sta intorno alla mezz’ora. Chi arriva da Trastevere attraversa il ponte Palatino e si trova sul posto in cinque minuti a piedi, con la vista sul Ponte Rotto compresa nel tragitto.

In auto, in scooter, in bicicletta

La zona è dentro la fascia a traffico limitato del centro storico e non ha parcheggi dedicati; la sosta su strada, dove consentita, è a pagamento nelle fasce diurne feriali. Chi viene da fuori Roma fa prima a lasciare l’auto in un parcheggio di scambio sulla linea B. In bicicletta la pista del lungotevere arriva a duecento metri dall’arco.

Accessibilità

Il marciapiede davanti all’arco è in piano e il monumento si vede interamente dalla strada senza salire gradini, quindi chi si muove in carrozzina riesce a osservarlo e a fotografarlo senza difficoltà. Il fondo stradale è in sampietrini e le sconnessioni ci sono, come in tutto il rione. L’ingresso della chiesa adiacente, al contrario, ha un dislivello. Per un quadro più ampio su mezzi, musei e percorsi cittadini senza barriere, il sito ha una pagina dedicata a Roma accessibile.

Che cos’è davvero l’Arco degli Argentari: una porta, non un arco

L’Arco degli Argentari è una porta architravata: due pilastri rettangolari sormontati da un blocco orizzontale, senza volta e senza fornice curvo. Il nome con cui lo conoscono tutti descrive male quello che si vede, e questa è la prima cosa da sistemare prima di guardarlo. Un arco trionfale romano ha una struttura ad arco, letteralmente, con conci che scaricano il peso lateralmente. Qui il peso lo regge un architrave, come in un portale greco o in una porta di casa. Chi si aspetta l’Arco di Settimio Severo del Foro Romano in formato ridotto trova un’altra cosa.

Le misure, e perché le fonti non concordano

L’altezza complessiva riportata più di frequente è 6,15 metri, con un passaggio largo 3,30 metri. Altre schede indicano misure diverse, intorno ai 6,8 metri di altezza e ai 5,86 di larghezza totale del fronte: la differenza dipende quasi certamente da che cosa si include nel conto, se solo la parte in vista sopra il piano stradale attuale o l’intero monumento comprese le parti interrate. Riportiamo entrambe le letture perché circolano entrambe. Il dato su cui le fonti concordano è il vano di passaggio: 3,30 metri, cioè la larghezza di un carro con i buoi, che è esattamente quello che ci doveva passare.

Di che cosa è fatto

La struttura portante è in muratura rivestita di lastre di marmo bianco, con il basamento in travertino. Il marmo delle lastre è stato riferito alle cave dell’Imetto, in Grecia, che nella Roma severiana era un materiale corrente per rivestimenti di questo tipo. Il rilievo è scolpito direttamente nelle lastre di rivestimento, non in blocchi pieni: se si guarda di taglio, negli angoli dove il marmo si è scheggiato, lo spessore delle lastre si vede a occhio nudo.

Il piano di calpestio antico è più in basso di quello di oggi

Il basamento in travertino dell’arco scende sotto il livello attuale della strada di circa un metro. È un dato che cambia il modo di guardarlo: il monumento che si vede oggi è mozzato in basso, e chi passava di qui nel III secolo lo trovava proporzionalmente più alto e più slanciato di come appare adesso. Tutta la zona del Velabro si è alzata nei secoli per effetto delle piene del Tevere e dei riporti successivi, e lo stesso fenomeno si osserva sui templi vicini e sulla soglia della chiesa.

Chi lo pagò: gli argentarii e i negotiantes boarii

L’iscrizione dice che il monumento fu offerto dagli argentari et negotiantes boari huius loci qui invehent, cioè dai banchieri e dai commercianti di bestiame di quel luogo, quelli che facevano entrare gli animali. Sono due categorie diverse che lavoravano fianco a fianco nello stesso mercato, e insieme misero i soldi per una dedica alla famiglia imperiale. È la ragione per cui il monumento si chiama così: gli argentari non sono orafi né argentieri nel senso moderno, sono cambiavalute e banchieri.

Che lavoro facevano gli argentarii

Un argentarius romano cambiava moneta, valutava la bontà del metallo, custodiva depositi, prestava denaro, garantiva pagamenti e teneva registri contabili che in tribunale facevano prova. Nel Foro Boario questo mestiere aveva una ragione tecnica precisa: un mercato di bestiame è un mercato di transazioni grosse, fatte spesso da gente venuta da fuori con monete diverse, e serve qualcuno che faccia il cambio e garantisca la somma. I banchi degli argentari stavano sotto i portici e vicino ai passaggi coperti, dove c’era ombra e c’era gente.

I negotiantes boarii e il mercato dei buoi

Il Foro Boario prende il nome dal bue (bos in latino) e fu per secoli il punto in cui il bestiame che arrivava dal Tevere e dalle campagne entrava in città. Gli animali salivano dal porto fluviale, attraversavano l’area del Velabro e venivano venduti sulla spianata fra il fiume e il Tempio di Ercole Vincitore. I negotiantes boarii sono i commercianti all’ingrosso di quel mercato, una categoria ricca e organizzata, che a Roma contava abbastanza da potersi permettere una dedica in marmo agli imperatori regnanti.

Perché una corporazione pagava un monumento agli imperatori

Non era generosità. Una dedica di questo tipo funzionava come un investimento in relazioni: metteva per iscritto, in un luogo di passaggio, che quella categoria era leale al potere, e in cambio la categoria otteneva riconoscimento, tolleranza e un canale con l’amministrazione. Il collegio ci guadagnava anche in visibilità interna, perché il monumento segnava fisicamente il territorio del mercato. Roma severiana è piena di dediche così, e la maggior parte è andata perduta. Questa è sopravvissuta per un motivo molto pratico, di cui parliamo più avanti: se l’è presa una chiesa.

L’iscrizione del 204 e le sue rasure

L’iscrizione dell’Arco degli Argentari, catalogata come CIL VI 1035, è ancora leggibile sull’architrave del fronte verso la strada, ed è il documento che data il monumento al 204 dopo Cristo. Contiene la dedica a Settimio Severo, a Giulia Domna, a Caracalla, a Geta e alla famiglia di Plauziano. Contiene anche, e si vede benissimo, le tracce di almeno tre interventi successivi che hanno tolto dei nomi e riscritto delle righe.

Che cosa diceva

Il testo originale nominava gli imperatori regnanti con i loro titoli, la moglie di Severo, i due figli e, secondo la lettura più diffusa, anche il prefetto del pretorio Gaio Fulvio Plauziano con la figlia Plautilla, che nel 202 aveva sposato Caracalla. Il collegio dei dedicanti chiudeva il testo con la propria qualifica. Chi passava sotto la porta leggeva quindi, in un colpo solo, chi comandava a Roma e chi comandava in quel mercato.

Le tre cancellazioni, in ordine

La prima rasura riguarda Plauziano, potentissimo prefetto del pretorio e consuocero dell’imperatore, caduto in disgrazia e ucciso nel 205, un anno dopo la dedica. La seconda riguarda sua figlia Plautilla, esiliata nel 205 e uccisa nel 211. La terza, la più nota, riguarda Geta, ucciso alla fine del 211 per ordine del fratello Caracalla e colpito da damnatio memoriae formale. Le fonti moderne oscillano fra il 211 e il 212 per l’esecuzione materiale delle rasure su questo monumento, e la differenza dipende da come si data l’applicazione pratica del provvedimento: il decreto è immediato, la mano che scalpella arriva quando arriva.

Come si riconosce una rasura sul marmo

Una rasura antica si presenta come una superficie ribassata e spianata, dove lo scalpello ha portato via lo strato con le lettere lasciando il campo leggermente più basso del resto. Nessun buco, nessuna frattura: un piano. Contro luce radente si vede l’ombra del gradino. Dove il testo è stato riscritto, le lettere nuove sono spesso di modulo diverso, più strette o più larghe, e l’allineamento delle righe non torna con quello originale. Sull’iscrizione dell’arco questi segni si leggono a occhio nudo, e nelle ore in cui la luce arriva di lato si leggono molto meglio.

La damnatio memoriae di Geta: il vuoto che si vede ancora

Publio Settimio Geta, figlio minore di Settimio Severo, fu ucciso alla fine del 211 per volontà del fratello Caracalla, con cui aveva ereditato il potere alla morte del padre pochi mesi prima. Dopo l’uccisione il Senato decretò la damnatio memoriae: il nome andava tolto dalle iscrizioni pubbliche, l’immagine dalle statue e dai rilievi, le monete ritirate, i documenti riscritti. Sull’Arco degli Argentari l’ordine fu eseguito, e il risultato è ancora davanti agli occhi di chiunque passi in via del Velabro.

Che cosa significava cancellare una persona a Roma

La damnatio memoriae non era una misura simbolica: era una procedura amministrativa con conseguenze pratiche. Gli atti del condannato venivano annullati, i suoi beni confiscati, il suo compleanno tolto dal calendario, il suo nome rimosso dai registri militari. Chi lo pronunciava in pubblico rischiava. Le fonti antiche raccontano che dopo la morte di Geta il divieto fu applicato con durezza, e che anche pronunciarne il nome in casa propria poteva costare caro. Il paradosso è che una cancellazione lascia un segno più visibile della presenza: il marmo liscio in mezzo a un rilievo affollato attira l’occhio più della figura che ci stava.

Che cosa si vede esattamente sui pannelli

Sui due pannelli maggiori all’interno del passaggio, dove la famiglia imperiale compie un sacrificio, ci sono superfici ribassate accanto alle figure rimaste. Sul pannello con Settimio Severo e Giulia Domna manca la figura che stava al loro fianco, e la lettura tradizionale la identifica con Geta. Sul pannello opposto, dove resta Caracalla in atto di offerta, mancano le figure che gli stavano accanto: la lettura più diffusa parla di Plautilla, sua moglie, e di Plauziano, suo suocero. Su singole figure minori del fregio inferiore e delle facce esterne la discussione è aperta, e qualche identificazione proposta dagli studiosi non è condivisa da tutti.

Che cosa resta incerto

Va detto con chiarezza: quali figure siano state erase e chi rappresentassero è materia di lettura, non un elenco chiuso. Il numero delle rasure sui rilievi, la loro cronologia relativa e l’identità dei personaggi rimossi sono stati discussi a lungo, con ipotesi diverse su più di un dettaglio. Il fatto certo è che le rasure esistono, sono antiche e riguardano il gruppo familiare severiano dopo il 205. Tutto il resto, su questo monumento, è ricostruzione ragionata. Diffidare di chi lo racconta come se fosse una didascalia.

Il caso gemello a pochi minuti di cammino

Lo stesso meccanismo si osserva sull’Arco di Settimio Severo nel Foro Romano, dedicato nel 203, dove sull’attico la quarta riga dell’iscrizione fu reincisa dopo la caduta di Geta: al posto del suo nome comparve una formula onorifica riferita ai due imperatori rimasti, e i fori delle lettere in bronzo originali sono ancora visibili sotto le lettere nuove. Chi vuole capire come funzionava questa pratica ha due esempi a quindici minuti di distanza l’uno dall’altro. È uno dei confronti più efficaci che si possano fare a Roma in una mattinata, e non costa niente.

I rilievi: il sacrificio, gli stendardi, i prigionieri

I rilievi dell’Arco degli Argentari coprono quasi tutta la superficie disponibile del monumento, dentro e fuori, e sono la ragione per cui gli studiosi di arte severiana ci tornano da due secoli. La distribuzione segue una logica precisa: le scene sacre e dinastiche stanno dentro il passaggio, al riparo e alla vista di chi attraversa; le scene militari e i motivi decorativi stanno fuori, dove li vede la strada.

I due pannelli del sacrificio, dentro il passaggio

Sulle facce interne dei pilastri corrono due pannelli affrontati con la famiglia imperiale in atto di sacrificio. Da un lato Settimio Severo e Giulia Domna, in veste sacerdotale, con il capo velato secondo il rito romano, compiono una libagione su un piccolo altare portatile o su un tripode. Dall’altro lato Caracalla ripete lo stesso gesto. In entrambi i pannelli, accanto alle figure conservate, ci sono superfici lisce dove la scultura è stata asportata. Sono le rasure di cui parla tutta la letteratura sul monumento, e sono il motivo per cui questa porta di mercato è finita nei manuali di storia romana.

Le facce esterne: soldati, prigionieri, stendardi

Sulle superfici esterne dei pilastri compaiono figure di soldati romani e di prigionieri barbari, riconoscibili dagli abiti e dalla posa, insieme a insegne militari. Gli stendardi, i signa delle unità legionarie, sono resi con cura: aste con dischi, corone e vessilli, che nell’esercito romano avevano valore sacro e venivano custoditi in un sacello dentro l’accampamento. Perderli era una catastrofe politica, riprenderli valeva una campagna intera. Metterli su un monumento urbano serviva a ricordare che il potere severiano nasceva in caserma, cosa che Settimio Severo non ha mai avuto interesse a nascondere.

Il fregio in basso: i buoi verso l’altare

Nella fascia inferiore corrono scene di immolazione con animali condotti al sacrificio e strumenti rituali: il coltello, l’ascia, la brocca, il secchio per l’acqua lustrale. La presenza dei bovini è il dettaglio più parlante di tutto il monumento, perché lega la dedica al mestiere di chi la pagava. Chi vendeva buoi ha fatto scolpire buoi. Non serviva una spiegazione, la capivano tutti.

Ercole e il genio, accanto alla dedica

Sul fronte con l’iscrizione, ai lati del testo, sono scolpite due figure identificate come Ercole e un genio. La presenza di Ercole in quest’area ha una ragione topografica diretta: il Foro Boario era il suo santuario urbano per eccellenza, e il Tempio di Ercole Vincitore, il tempietto rotondo che si vede a duecento metri, ne è la testimonianza più visibile. La leggenda romana collegava proprio a questo angolo di città l’episodio di Ercole e del gigante Caco, ed è una tradizione letteraria antica, non un fatto storico.

Una curiosità sull'Arco degli Argentari

Il nome dell’Arco degli Argentari trae in inganno praticamente tutti i visitatori: gli argentarii non erano argentieri né orafi, erano banchieri e cambiavalute, e il monumento non ha niente a che fare con la lavorazione dei metalli preziosi. L’equivoco nasce dall’italiano moderno, dove argentiere significa artigiano dell’argento, mentre il latino argentarius indicava chi maneggiava il denaro, dal momento che la moneta romana corrente era d’argento.

Un secondo equivoco, sullo stesso metro quadro

La confusione si moltiplica perché a un centinaio di metri c’è l’Arco di Giano, che con il dio Giano non ha alcun rapporto: il nome nasce dal latino ianus, che come nome comune indicava un passaggio coperto. Due monumenti vicini, due nomi sbagliati, per due ragioni linguistiche diverse. Chi visita questo angolo del Foro Boario dovrebbe saperlo prima di arrivare, perché altrimenti si porta via due nozioni false in dieci minuti.

Il tesoro degli Argentari

Nella tradizione popolare romana circolava la voce che dentro i pilastri dell’arco fosse nascosto un tesoro, quello messo da parte dai banchieri del Foro Boario. È tradizione popolare, senza alcun fondamento documentario, ma ha lasciato conseguenze concrete: leggende di questo tipo, attestate su più monumenti di Roma, hanno spesso incoraggiato scavi abusivi e manomissioni ai danni delle strutture antiche. Il marmo dell’arco porta i segni di asportazioni e di lacune, e distinguere quelle dovute al riuso da quelle dovute alla ricerca di un tesoro immaginario non è possibile.

Una cosa che non ti dice nessuno sull'Arco degli Argentari

L’Arco degli Argentari è sopravvissuto perché nel VII secolo una chiesa se l’è preso: il pilastro orientale fu inglobato per metà nella muratura di San Giorgio al Velabro, e parte della base del campanile romanico poggia sulla struttura antica. Senza quell’abbraccio il monumento sarebbe finito come quasi tutti gli altri archi minori di Roma, smontato per farne calce o materiale da costruzione. La conservazione, qui, è un effetto collaterale del riuso.

La recinzione e i pannelli interni

C’è un limite pratico di cui le guide parlano poco: il passaggio non si attraversa liberamente e il monumento è protetto da una transenna, quindi i due pannelli del sacrificio, che stanno sulle facce interne dei pilastri, si guardano di sbieco dall’esterno. Con un teleobiettivo o un binocolo si leggono bene, a occhio nudo molto meno. Le condizioni di accesso in quest’area sono cambiate più volte negli ultimi anni per via dei cantieri di restauro, e conviene verificare la situazione aggiornata presso la Sovrintendenza Capitolina prima di programmare una visita che dipenda dal vedere quei due pannelli da vicino.

Un restauro in corso e un percorso che cambierà

Fra il 2024 e il 2026 l’area del Foro Boario è stata interessata da un intervento finanziato con fondi del programma Caput Mundi del PNRR, dedicato in primo luogo all’Arco di Giano, con pulitura e consolidamento delle superfici marmoree e sistemazione delle aree circostanti. Le comunicazioni pubbliche sul progetto indicano l’intenzione di integrare anche l’Arco degli Argentari nel percorso di visita dell’area archeologica. Alla data in cui scriviamo l’assetto definitivo di quel percorso, con eventuali giorni e orari di apertura, non risulta ancora stabilizzato: va verificato di volta in volta sui canali ufficiali della Sovrintendenza Capitolina e di Roma Capitale.

Il consiglio che ti do per visitare l'Arco degli Argentari

Il consiglio operativo per l’Arco degli Argentari è uno solo e riguarda la luce: i rilievi sono bassi, scolpiti in lastre sottili, e a mezzogiorno con il sole alto si appiattiscono fino a diventare illeggibili. Vanno guardati con luce radente, cioè nella prima ora dopo l’alba o nell’ultima prima del tramonto, quando l’ombra si infila nei solchi e i profili tornano fuori. Chi ci passa alle due del pomeriggio di luglio vede del marmo grigio e se ne va convinto che non ci fosse niente da vedere.

Quanto tempo serve davvero

Per l’arco in sé bastano quindici minuti, venti se si prova a leggere l’iscrizione riga per riga. Non è una visita che riempie una mattinata e non va venduta come tale. Il modo sensato di inserirlo in un itinerario è un anello di un’ora e mezza che comprenda l’Arco di Giano, il Tempio di Portuno, il Tempio di Ercole Vincitore e la basilica di Santa Maria in Cosmedin, che stanno tutti in un raggio di trecento metri.

Il nostro giudizio sulla fila della Bocca della Verità

Questa è un’opinione, e la argomentiamo. La coda per farsi fotografare con la mano dentro la Bocca della Verità nelle ore centrali di alta stagione può portare via quaranta minuti o più, e il risultato è una fotografia che hanno fatto tutti davanti a un tombino antico reimpiegato. A duecento metri c’è un monumento del 204 con l’iscrizione originale e le tracce visibili di una condanna politica, dove non c’è nessuno. Chi ha due ore in quest’area e le spende tutte in fila sbaglia i conti. Se la fotografia serve, conviene farla appena aperto il portico, la mattina presto, e recuperare il resto del tempo.

Che cosa portarsi

Un piccolo binocolo o una fotocamera con zoom cambia la visita più di qualsiasi audioguida, perché consente di leggere l’iscrizione e i dettagli del fregio senza avvicinarsi oltre la transenna. Nelle ore calde non c’è ombra sul marciapiede davanti all’arco, e l’acqua va portata da casa o presa a una delle fontanelle pubbliche della zona, che nel rione Ripa sono numerose. In inverno, al contrario, il vicolo resta in ombra quasi tutto il giorno ed è sensibilmente più freddo della piazza aperta.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Che i monumenti antichi di Roma siano arrivati fino a noi grazie al riuso è cosa nota a chiunque abbia letto mezza pagina di storia della città, eppure viene citato raramente quando si spiega un singolo monumento, e quasi mai davanti a questo. L’Arco degli Argentari è un caso da manuale: si è salvato perché una chiesa altomedievale lo ha usato come spalla della propria muratura, e il campanile romanico ci si è appoggiato sopra.

La regola, con gli esempi

Il Pantheon è in piedi perché nel 609 divenne chiesa. La Curia Iulia del Foro Romano conserva le murature antiche perché fu trasformata nella chiesa di Sant’Adriano. Il Teatro di Marcello ha ancora due ordini di arcate perché sopra ci hanno costruito un palazzo nobiliare che ci abita tuttora. La Basilica di San Clemente sta sopra un edificio romano e un mitreo, conservandoli. Il Portico d’Ottavia è leggibile perché ci si è installato dentro un mercato del pesce e poi un intero quartiere.

La foto giusta da fare all'Arco degli Argentari

La fotografia che rende giustizia all’Arco degli Argentari non è quella frontale del monumento intero: è il dettaglio del pannello con la rasura, dove il marmo liscio confina con la figura rimasta. Serve luce radente e serve uno zoom, perché la transenna tiene a distanza. Quella inquadratura racconta in un fotogramma la cosa per cui il monumento conta, e non la fa quasi nessuno.

L’inquadratura di contesto

La seconda fotografia utile è a campo largo dall’altro lato di via del Velabro: si prende l’arco addossato alla chiesa, il campanile romanico sopra e, se ci si sposta di qualche metro, la mole dell’Arco di Giano sullo sfondo. È l’immagine che spiega la scala reale del monumento, che nelle foto ravvicinate sembra sempre più grande di quello che è. Con un obiettivo intorno ai 24 o 28 millimetri di equivalente su pieno formato si tiene tutto dentro senza deformare le verticali.

Quando scattare

Prima delle nove del mattino la strada è vuota e la luce arriva bassa; nell’ultima ora prima del tramonto il marmo prende un tono caldo e i solchi del trapano si leggono al massimo. Fra maggio e settembre, nelle ore centrali, il contrasto si appiattisce e il risultato delude qualunque sia l’attrezzatura.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

L’angolo fra via del Velabro e il Foro Boario ha attraversato duemiladuecento anni di vicende urbane, e le tracce sono quasi tutte leggibili in piedi sul posto. Qui sotto le principali, in ordine cronologico, con i dati che abbiamo potuto verificare.

204 dopo Cristo: la dedica

Il collegio degli argentari e dei commercianti di bestiame dedica il monumento alla famiglia di Settimio Severo. La data è fissata dall’iscrizione, che alcune fonti precisano al mese di dicembre di quell’anno. È il momento di massima fortuna della dinastia severiana: l’anno prima, nel 203, era stato dedicato nel Foro Romano l’arco molto più grande che porta lo stesso nome dell’imperatore.

205: cade Plauziano

Gaio Fulvio Plauziano, prefetto del pretorio e uomo più potente dell’impero dopo l’imperatore, viene eliminato nel 205. Sua figlia Plautilla, moglie di Caracalla, viene esiliata. I loro nomi spariscono dalle iscrizioni pubbliche, e su questo monumento la cancellazione si aggiunge a distanza di un anno dalla dedica. Plautilla sarà uccisa nel 211.

211: l’uccisione di Geta e la condanna della memoria

Settimio Severo muore a Eboracum, l’attuale York, nel febbraio del 211, lasciando l’impero ai due figli. Alla fine dello stesso anno Caracalla fa uccidere Geta e ne ottiene la condanna della memoria. Le rasure sull’Arco degli Argentari vengono ricondotte a questo momento: alcune fonti le collocano nel 211, altre nel 212, perché il provvedimento è immediato e l’esecuzione materiale richiede tempo.

VII secolo: la chiesa si appropria del monumento

Nell’area sorge la diaconia di San Giorgio, struttura di assistenza legata alla distribuzione di beni ai poveri, e il pilastro orientale dell’arco viene inglobato per metà nella muratura. È l’atto che salva il monumento. Nel IX secolo, sotto papa Gregorio IV, la chiesa viene ampliata e assume l’assetto a tre navate che conserva ancora.

1259: il campanile

Il campanile romanico di San Giorgio al Velabro risulta documentato dal 1259. Si alza a cinque ordini sulla prima campata della navata sinistra, e parte della sua base poggia sulla struttura antica dell’arco. La sovrapposizione fra il marmo severiano e la muratura medievale è visibile dalla strada, ed è uno degli innesti più netti che si possano osservare nel centro di Roma senza entrare da nessuna parte.

27 luglio 1993: l’attentato

Nella notte fra il 27 e il 28 luglio 1993 un’autobomba esplose davanti alla facciata di San Giorgio al Velabro, provocando il crollo quasi totale del portico antistante e danni gravi al prospetto, alle strutture murarie e alle decorazioni interne. Nella stessa notte un secondo ordigno colpì la basilica di San Giovanni in Laterano. Gli attentati, inseriti nella stagione delle stragi del 1993, furono attribuiti a Cosa Nostra dalle inchieste giudiziarie. Il bilancio complessivo di quella notte romana fu di ventidue feriti.

Il restauro dopo l’attentato

La ricostruzione del portico fu condotta per anastilosi, cioè rimontando gli elementi originali recuperati fra le macerie e reintegrando solo il necessario. Il lavoro recuperò capitelli, elementi architettonici, decorazioni e un lacerto di affresco altomedievale. La chiesa fu riaperta al culto il 6 luglio 1996, alla presenza del presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Per l’area archeologica accanto i tempi furono molto più lunghi: l’Arco di Giano restò chiuso e recintato per ventotto anni, e tornò accessibile al pubblico soltanto nel novembre del 2021. Non aggiungiamo altro su quella notte, perché il monumento non ha bisogno di essere raccontato attraverso la cronaca nera.

Dal 2024 in poi: il cantiere del Foro Boario

L’intervento finanziato dal programma Caput Mundi con fondi del PNRR, del valore dichiarato di circa tre milioni di euro, ha riguardato la pulitura e il consolidamento delle superfici marmoree, la rimozione dei depositi e della vegetazione e la sistemazione delle aree circostanti, a partire dall’Arco di Giano. Nelle comunicazioni pubbliche relative al progetto l’Arco degli Argentari è indicato come destinato a essere integrato nel percorso di visita dell’area. Le modalità concrete di quell’integrazione vanno verificate sui canali ufficiali, perché al momento in cui scriviamo non risultano definite in modo stabile.

Chi è passato dall'Arco degli Argentari

Sotto l’Arco degli Argentari, nel 204, passavano ogni giorno i mandriani che portavano i buoi al mercato, i cambiavalute che tenevano banco sotto i portici, gli schiavi addetti al trasporto e i sacerdoti dei templi vicini. Questo è il pubblico per cui il monumento fu costruito, ed è l’unico gruppo di cui siamo certi che ci sia passato sotto.

Gli imperatori, con cautela

Settimio Severo, Giulia Domna, Caracalla e Geta sono raffigurati sul monumento, il che non significa che ci siano mai passati sotto. Una dedica onoraria non richiedeva la presenza del destinatario, e non esiste una fonte che documenti una visita imperiale a questa porta di mercato. Chi racconta l’arco come il luogo dove Caracalla fece cancellare il fratello con le proprie mani sta facendo del romanzo. Il gesto amministrativo fu eseguito da scalpellini, per ordine scritto, in una città dove operazioni del genere si facevano a centinaia.

I cardinali di San Giorgio

La chiesa addossata all’arco è sede di un titolo cardinalizio antico, e fra i cardinali titolari figurano personaggi che sono poi diventati papi: Bonifacio IX, titolare fra il 1381 e il 1385, e Martino V, titolare fra il 1406 e il 1417, il pontefice che riportò stabilmente il papato a Roma dopo lo scisma. Fra Ottocento e Novecento il titolo fu tenuto da John Henry Newman, teologo inglese convertito al cattolicesimo, cardinale diacono di San Giorgio al Velabro dal 1879 al 1890 e proclamato santo nel 2019.

I viaggiatori del Grand Tour

Il Foro Boario era una tappa consueta degli itinerari settecenteschi e ottocenteschi fra il Campidoglio, il Circo Massimo e le Terme di Caracalla, e i viaggiatori stranieri che tenevano un diario di viaggio ne parlano regolarmente. L’immagine dell’area che ci consegnano è quella di un quartiere popolare e lavorativo, molto distante dall’aspetto ordinato che ha oggi.

San Giorgio al Velabro, la chiesa a cui l’arco è addossato

La chiesa di San Giorgio al Velabro, che molte fonti scrivono anche come San Giorgio in Velabro, è nata come diaconia fra il VII e il IX secolo ed è uno degli interni medievali meno ritoccati del centro di Roma: tre navate divise da colonne antiche di riuso, tutte diverse fra loro, pavimento basso, pochissima luce. L’arco romano la tocca sul fianco, e il campanile le sta sopra.

Gli orari, e perché non li scriviamo

Gli orari di apertura di San Giorgio al Velabro sono irregolari e cambiano con le stagioni, con le celebrazioni e con la disponibilità del personale. Non li riportiamo, perché un orario sbagliato è peggio di nessun orario: chi vuole entrare deve verificare sui canali ufficiali della parrocchia e della diocesi prima di presentarsi. Ci risulta che la chiesa resti chiusa in una parte delle ore centrali della giornata, come molte chiese romane, ma questa non è un’informazione su cui costruire un itinerario.

Che cosa si vede dentro

L’interno conserva l’impianto altomedievale, l’abside con la decorazione pittorica e il portico ricostruito dopo il 1993. La sensazione che dà è di severità: nessuna doratura, nessun marmo policromo barocco, superfici nude. Per chi viene da una giornata di chiese romane ridondanti è un contrasto forte, e per chi cerca il medioevo romano è una delle soste più dense insieme a Santi Quattro Coronati, a Santo Stefano Rotondo e alla Basilica di Santa Sabina sull’Aventino.

Il Foro Boario intorno all’arco: che cosa vedere in mezz’ora

Nel raggio di trecento metri dall’Arco degli Argentari si concentrano i due templi repubblicani meglio conservati di Roma, un arco quadrifronte tardoantico, una basilica medievale con un campanile romanico e il tratto di fiume con il ponte romano più antico ancora in uso. È la densità più alta di monumenti antichi accessibili gratuitamente in tutta la città.

I due templi

Il Tempio di Portuno, rettangolare, e il Tempio di Ercole Vincitore, rotondo, sono in piedi da oltre duemila anni per la stessa ragione dell’arco: sono stati trasformati in chiese e quindi mantenuti. Il tempio rotondo per secoli è stato attribuito a Vesta per la forma circolare, e la vecchia denominazione compare ancora su qualche cartello e in molte guide.

Il fiume e i ponti

A duecento metri, il Ponte Rotto è il moncone superstite del ponte Emilio in mezzo alla corrente, e si guarda dal ponte Palatino. Poco più a monte, l’Isola Tiberina si raggiunge con il Ponte Fabricio, del 62 avanti Cristo, il più antico ponte di Roma ancora percorribile nella sua struttura originale, e si lascia dall’altra parte con il Ponte Cestio.

Le due direzioni per proseguire

Verso monte si entra nel Ghetto ebraico passando per il Portico d’Ottavia e la Sinagoga, e da lì al Campidoglio e ai Musei Capitolini. Verso valle si sale sull’Aventino con il Giardino degli Aranci e il Roseto di Roma, e si scende poi verso la Piramide Cestia. Chi invece punta al cuore archeologico trova a dieci minuti il Foro Romano con il Tempio di Saturno, l’Arco di Costantino, i Mercati di Traiano con la Colonna Traiana e le Domus Romane di Palazzo Valentini.

Arco degli Argentari
Foto: Miguel Hermoso Cuesta, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Mangiare in zona senza cadere in trappola

Il Foro Boario è un punto scomodo per mangiare: è un’area di monumenti con poche case intorno, e la ristorazione che ci trovi è tarata quasi tutta sul passaggio turistico fra la Bocca della Verità e il Circo Massimo. Non facciamo nomi di locali, per scelta redazionale: un elenco di insegne invecchia in pochi mesi e non insegna niente. Diamo invece i criteri, che restano validi anche fra dieci anni.

I cinque segnali che stai per finire in una trappola

Il primo è la signora che tira la pasta fresca in vetrina o su un tavolino in strada: è un richiamo pubblicitario, non una cucina. Il secondo è il menu con le fotografie dei piatti, che serve a chi non deve tornare. Il terzo è l’acchiappino sulla porta che ti invita a sederti: un locale che lavora non ha bisogno di fermare la gente per strada. Il quarto è l’orario continuato dalla mattina alla notte, senza pausa di cucina, che è possibile solo con una cucina industriale. Il quinto è la posizione: i locali piazzati davanti ai monumenti famosi spesso adeguano il prezzo al turista che hanno davanti, con voci non prezzate sul menu e listini diversi fra il dentro e il fuori.

Le catene del centro

Nel centro di Roma si è diffuso un modello di ristorazione a insegna ripetuta, con lo stesso menu in più punti della città e la fila col numerino all’ingresso. Non ne facciamo il nome, e il motivo è semplice: sono prodotti di marketing, non cucina romana. Il dato da tenere è che i romani non ci vanno. Chi vuole mangiare come si mangia in questa città guarda da un’altra parte.

Il criterio più semplice che esista

Guarda chi è seduto e in che lingua ordina. Se ai tavoli ci sono persone che parlano italiano con accento romano, se ci sono famiglie, se c’è gente che entra e saluta per nome, il posto lavora sul quartiere. Se ai tavoli ci sono solo stranieri con lo zaino e il cameriere passa all’inglese prima ancora che tu abbia aperto bocca, sei in un locale che vive di passaggio. Non è una regola infallibile, è la più affidabile che conosciamo.

Dove spostarsi

Il consiglio operativo è camminare dieci minuti e allontanarsi dai monumenti: il Ghetto, le strade interne dell’Aventino verso Testaccio, o il lato residenziale di Trastevere oltre viale di Trastevere, lontano dalle piazze principali. Chi vuole il ragionamento completo sulle trappole per turisti lo trova nella pagina Dove mangiare a Roma. Per chi preferisce partire da una selezione già fatta, esiste la lista personale di Daniele Dezi su Google Maps: è una raccolta curata, non sponsorizzata, e va presa per quello che è, il giudizio di una persona che a Roma ci lavora.

Domande frequenti sull'Arco degli Argentari

Quanto costa visitare l’Arco degli Argentari?

Visitare l’Arco degli Argentari non costa niente: il monumento si trova in via del Velabro, sul fianco della chiesa di San Giorgio al Velabro, ed è visibile liberamente dalla strada pubblica, senza biglietto e senza prenotazione. Non esiste una biglietteria dedicata. Se in futuro l’arco verrà inserito in un percorso di visita recintato dell’area archeologica del Foro Boario, le condizioni di accesso potranno cambiare: conviene verificarle sui canali della Sovrintendenza Capitolina.

Che orari ha l’Arco degli Argentari?

L’Arco degli Argentari non ha orari di apertura, perché si vede dalla strada a qualunque ora del giorno e della notte. La chiesa di San Giorgio al Velabro, alla quale l’arco è addossato, ha invece orari irregolari che variano con le stagioni e con le celebrazioni: non li riportiamo e consigliamo di verificarli sui canali ufficiali della parrocchia prima di andare, perché un dato non aggiornato farebbe perdere il viaggio.

Perché si chiama Arco degli Argentari?

L’Arco degli Argentari prende il nome dagli argentarii, cioè i banchieri e i cambiavalute del Foro Boario, che insieme ai negotiantes boarii, i commercianti di bestiame, pagarono il monumento e lo dedicarono nel 204 dopo Cristo alla famiglia di Settimio Severo. Gli argentarii non erano argentieri né orafi: il latino argentarius indicava chi trattava denaro, perché la moneta corrente era d’argento.

Perché sull’Arco degli Argentari ci sono figure cancellate?

Sull’Arco degli Argentari alcune figure furono scalpellate via per effetto della damnatio memoriae, la condanna ufficiale della memoria che a Roma comportava la rimozione del nome e dell’immagine del condannato dai monumenti pubblici. Riguardò Geta, ucciso nel 211 per ordine del fratello Caracalla, e prima di lui il prefetto Plauziano, caduto nel 205, con la figlia Plautilla. Le rasure sono ancora visibili sul marmo.

Che differenza c’è fra l’Arco degli Argentari e l’Arco di Giano?

L’Arco degli Argentari e l’Arco di Giano sono due monumenti distinti che si trovano a un centinaio di metri l’uno dall’altro nel Foro Boario: il primo è una porta architravata del 204 dopo Cristo, alta poco più di sei metri e coperta di rilievi, il secondo è un grande arco quadrifronte del IV secolo, con quattro aperture e una volta centrale. Il primo è una dedica privata, il secondo una struttura pubblica.

Si può fotografare l’Arco degli Argentari?

L’Arco degli Argentari si può fotografare liberamente, perché è un monumento all’aperto visibile dalla pubblica via e non ci sono divieti di ripresa. Serve uno zoom per i dettagli dei rilievi, dato che una transenna tiene a distanza, e conviene andarci con luce radente, la mattina presto o nell’ultima ora di sole. Le riprese con drone sono soggette a limitazioni severe su tutto il centro storico di Roma.

L’Arco degli Argentari è adatto ai bambini?

L’Arco degli Argentari funziona bene con i bambini proprio per via delle figure cancellate, che sono una storia raccontabile in due minuti e che si verifica guardando il marmo. La sosta è breve, all’aperto e gratuita, e si combina con l’area di piazza della Bocca della Verità. Il punto debole è l’assenza di ombra davanti all’arco nelle ore centrali dell’estate.

L’Arco degli Argentari è accessibile a chi ha difficoltà motorie?

L’Arco degli Argentari si osserva dal marciapiede di via del Velabro, in piano e senza gradini, quindi è raggiungibile in carrozzina. Il fondo stradale è in sampietrini, con sconnessioni diffuse come in tutto il rione Ripa. L’accesso alla chiesa adiacente presenta invece un dislivello. Per un quadro complessivo su musei, mezzi e percorsi accessibili in città rimandiamo alla nostra pagina dedicata.

Chi ha scritto questa pagina

Questa pagina è curata dalla redazione di Tour Leader Pro, il project office romano che progetta e coordina visite, itinerari ed eventi culturali a Roma e nel Lazio. Orari, tariffe e condizioni di accesso riportati qui sono verificati alla data di pubblicazione sulle fonti ufficiali indicate nel testo: prima di partire conviene ricontrollarli, perché cambiano spesso. Se trovi un dato non aggiornato, segnalacelo.

Chi sta costruendo un itinerario romano che tenga insieme il Foro Boario, l’Aventino e il tratto di fiume fra l’Isola Tiberina e Testaccio, e ha bisogno di incastrare orari, tempi di percorrenza e visite guidate, trova strumenti di pianificazione e supporto organizzativo su Tour Leader Pro, che lavora su Roma e sul Lazio con gruppi, scuole e aziende.

Per un quadro più ampio, che comprenda i collegamenti dagli aeroporti, i trasporti regionali e le mete del resto d’Italia da raggiungere partendo da Roma, una buona risorsa di pianificazione è Italy Planner.

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