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Basilica di San Giorgio in Velabro

La Basilica di San Giorgio in Velabro si trova in via del Velabro 19, nel rione Ripa, addossata al fianco dell’Arco degli Argentari e a una trentina di metri dall’Arco di Giano, nell’area del Foro Boario. È una chiesa altomedievale a tre navate, con un portico e un campanile romanici, e ha due caratteri che la distinguono da quasi tutte le altre chiese antiche di Roma. Il primo lo si vede appena entrati: le colonne che dividono le navate sono tutte diverse fra loro, per materiale, per diametro, per altezza e per tipo di capitello, perché vengono da edifici romani smontati e rimontati qui. Il secondo lo si vede da fuori, e riguarda il 1993: nella notte fra il 27 e il 28 luglio un’autobomba distrusse il portico, e quello che oggi si guarda dalla strada è stato ricomposto pezzo per pezzo con i frammenti originali recuperati dalle macerie. La facciata che si fotografa è insieme antica e rimontata, e la cosa va detta perché cambia il modo in cui la si guarda.

San Giorgio in Velabro (Rome)
Foto: Miguel Hermoso Cuesta, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Le righe che seguono raccontano dove si trova il Velabro e perché quel nome pesa nella storia della città, come è nata la chiesa fra VII e IX secolo, che cosa si vede dentro, che cosa si sa e che cosa resta discusso sull’affresco absidale, come funziona oggi l’accesso (male, e lo spieghiamo) e come conviene incastrare la visita in un giro a piedi che tocchi il Circo Massimo, i templi repubblicani e il Campidoglio.

Dove si trova la Basilica di San Giorgio in Velabro e come raggiungerla

L’indirizzo è via del Velabro 19, a Roma, in una strada breve che collega via di San Teodoro con piazza Bocca della Verità e che di sera si svuota quasi del tutto. Chi arriva dal Colosseo percorre via di San Teodoro costeggiando il fianco del Palatino e impiega poco più di dieci minuti a piedi. Chi scende dal Campidoglio passa per via del Teatro di Marcello, supera il Teatro di Marcello e arriva in otto minuti scarsi. Chi viene dal Tevere e dall’Isola Tiberina attraversa ponte Palatino o costeggia il lungotevere fino a piazza Bocca della Verità e poi risale.

Con la metropolitana e gli autobus

La fermata di metropolitana più comoda è Circo Massimo, sulla linea B, da cui si cammina una decina di minuti lungo via dei Cerchi e poi su via del Velabro. In alternativa si scende a Colosseo, sempre linea B, e si arriva dal lato opposto attraverso via di San Teodoro. Di superficie, la fermata di riferimento è piazza Bocca della Verità, servita dalle linee che percorrono via Petroselli e il lungotevere: è la stessa fermata che serve Santa Maria in Cosmedin e la Bocca della Verità. Le linee e i percorsi cambiano spesso a Roma, anche per cantieri: conviene controllare il percorso aggiornato sull’app del gestore del trasporto pubblico il giorno stesso. Per un quadro generale dei mezzi e dei titoli di viaggio abbiamo una pagina dedicata su come muoversi a Roma.

In auto, e perché conviene evitarlo

Tutta l’area è dentro o ai margini della zona a traffico limitato del centro storico, con varchi elettronici attivi in fasce orarie che cambiano fra giorni feriali e fine settimana. Non esistono parcheggi dedicati alla chiesa e la sosta su strada nelle vicinanze, dove consentita, è a pagamento nelle ore diurne dal lunedì al sabato. Chi arriva da fuori Roma fa prima a lasciare l’auto in un parcheggio di scambio collegato alla linea B e a completare in metropolitana. Il consiglio non è formale: via del Velabro è stretta, spesso occupata da mezzi di servizio, e girare in cerca di un posto costa più tempo di quanto ne richieda l’intera visita.

Che cosa si vede senza entrare

Il portico, la facciata, il campanile e l’Arco degli Argentari incassato nel fianco sinistro si vedono liberamente dalla strada, a qualunque ora del giorno e della notte, senza biglietto e senza prenotazione. È una precisazione che facciamo subito perché l’interno ha orari irregolari e un viaggiatore che passa di qui alle sette di sera deve sapere che una parte consistente di quello per cui vale il passaggio è comunque visibile. Il campanile a cinque ordini si legge bene anche da via di San Giovanni Decollato, dove la strada si allarga quel tanto che basta per prendere le distanze.

Il Velabro: l’avvallamento fra Palatino e Campidoglio

Il Velabro è la depressione pianeggiante compresa fra il Palatino, il Campidoglio e il Tevere, cioè la fascia bassa che collega il Foro Romano all’ansa del fiume. Prima delle bonifiche era un’area paludosa, soggetta alle piene, e il suo prosciugamento progressivo attraverso la Cloaca Massima è una delle operazioni che rendono possibile la città antica così come la conosciamo. La chiesa porta quel nome perché è costruita lì dentro, sul terreno guadagnato all’acqua.

Il ritrovamento dei gemelli: dove la tradizione lo colloca

La tradizione romana colloca proprio nel Velabro il punto in cui la cesta con Romolo e Remo si arenò e dove la lupa li trovò, ai piedi del Palatino, presso il Ficus Ruminalis e il Lupercale. Va detto con chiarezza che questa è tradizione letteraria e popolare, non un dato archeologico: le fonti antiche la riportano, gli archeologi discutono da decenni sull’identificazione del Lupercale con una cavità individuata sul versante del Palatino, e nessuna evidenza materiale consente di trasformare il racconto in cronaca. Chi visita la chiesa può però tenere presente che il paesaggio fisico è quello giusto: una conca bassa, fra due colli, a due passi dal fiume che esondava. Il racconto nasce da una geografia reale.

L’etimologia del nome, che nessuno ha chiuso

Sull’origine del toponimo Velabrum le proposte sono più di una e nessuna è dimostrata. La più citata lo collega al latino velum nel senso di imbarcazione o traghetto, perché nell’area impaludata si passava in barca. Un’altra lo riconduce alla radice di veho, trasportare. Altre ancora ipotizzano un sostrato preromano. Varrone ne discuteva già in antico, segno che la questione era aperta duemila anni fa. Riportiamo le ipotesi senza sceglierne una, perché scegliere darebbe al lettore una certezza che non esiste.

Perché qui si concentrano tanti monumenti antichi in pochi metri

Il Velabro era un nodo commerciale: da una parte il porto fluviale e i magazzini, dall’altra il mercato del bestiame del Foro Boario, in mezzo le strade che salivano al Foro Romano e al Campidoglio. Un crocevia di questo tipo attira templi, archi, botteghe di cambiavalute e, più tardi, chiese e diaconie. Ne risulta una concentrazione che oggi si percorre in dieci minuti a piedi: i due templi repubblicani meglio conservati della città, cioè il Tempio di Portuno e il Tempio di Ercole Vincitore, l’Arco di Giano, l’Arco degli Argentari, Santa Maria in Cosmedin, la chiesa di San Giovanni Decollato e questa basilica.

Le origini della basilica: dal VII al IX secolo

La fondazione della Basilica di San Giorgio in Velabro viene ricondotta dalle fonti a papa Leone II, il cui pontificato cade nel 682 e 683, mentre l’esistenza in zona di una diaconia, cioè di un centro di assistenza e distribuzione annonaria gestito dalla Chiesa, è attestata in un momento precedente. La sequenza generalmente accettata è questa: prima una diaconia altomedievale legata ai magazzini e al traffico del Foro Boario, poi la chiesa vera e propria, poi una ristrutturazione di peso in età carolingia.

La diaconia e la funzione annonaria

Le diaconie romane dei secoli VII e VIII non erano parrocchie nel senso moderno. Erano strutture di distribuzione: grano, olio, assistenza ai poveri, e si insediavano dove arrivavano le merci. Il Velabro, con il porto fluviale a poche decine di metri e i magazzini lungo il Tevere, era esattamente il tipo di luogo in cui una diaconia aveva senso pratico. Questo spiega perché la chiesa nasce dove nasce e perché la sua pianta si adatta a costruzioni preesistenti invece di imporre una geometria nuova.

Papa Zaccaria e le reliquie

A papa Zaccaria, pontefice fra il 741 e il 752, le fonti attribuiscono il trasferimento in questa chiesa delle reliquie di san Giorgio dal Patriarchio Lateranense, cioè dal complesso papale presso San Giovanni in Laterano. Da quel momento la dedicazione a san Giorgio diventa il tratto identitario dell’edificio, che in precedenza risultava intitolato anche a san Sebastiano. La doppia intitolazione lascia traccia nell’affresco absidale, dove entrambi i santi compaiono.

Gregorio IV e la forma che vediamo

La ristrutturazione decisiva porta il nome di papa Gregorio IV, in carica fra l’827 e l’844. A lui le fonti riferiscono il rifacimento dell’abside, l’assetto della schola cantorum, la sistemazione del presbiterio e interventi sulle strutture di servizio. È in questa fase che l’edificio assume l’impianto basilicale a tre navate che si legge ancora oggi, con la navata centrale più alta e le laterali coperte più in basso. Il IX secolo a Roma è un momento di grande attività edilizia ecclesiastica, lo stesso che produce i mosaici di Santa Prassede: chi vuole vedere il confronto fra due cantieri carolingi romani ha le due chiese a venti minuti di autobus l’una dall’altra.

Una pianta irregolare, e non per sbaglio

La pianta della basilica è irregolare, leggermente trapezoidale. La navata non è un rettangolo: i muri laterali non sono paralleli e la larghezza cambia fra ingresso e abside. La spiegazione comunemente accolta è che l’edificio si sia adattato a strutture preesistenti e a un tessuto urbano già costruito, accumulando aggiunte nel tempo invece di nascere da un progetto unitario. Entrando non ce se ne accorge subito. Ci si accorge, semmai, che qualcosa nello spazio non torna del tutto, e la ragione è questa.

Il portico e il campanile romanici

Il portico e il campanile della Basilica di San Giorgio in Velabro sono le parti che qualunque passante vede, e appartengono alla stagione romanica dell’edificio, cioè ai secoli XII e XIII. Il campanile viene datato dalla maggior parte delle fonti al XII secolo e si sviluppa su cinque ordini di bifore e trifore rette da colonnine di marmo, secondo lo schema dei campanili romani di quella stagione. Il portico, addossato alla facciata, viene datato alla prima metà del XIII secolo.

L’iscrizione di Stefano Stella

Sull’architrave del portico corre un’iscrizione che ricorda il committente, un prior di nome Stefano, indicato nelle fonti come Stephanus ex Stella, insieme alla dedicazione. È un documento prezioso per la datazione, perché lega il manufatto a una persona e a un ruolo invece che a una stima stilistica. Le letture del testo e la ricostruzione precisa del personaggio variano fra gli studiosi: riportiamo il nome come compare nelle fonti correnti, senza aggiungere dettagli biografici che non abbiamo potuto verificare.

Le colonne ioniche del portico

Il colonnato del portico è trabeato, cioè regge un architrave orizzontale e non una serie di archi, e poggia su colonne con capitelli ionici. Anche qui il materiale è di reimpiego. Il risultato è una facciata bassa e larga, molto diversa dalle facciate barocche che si incontrano ovunque a Roma: chi arriva da una giornata passata fra le opere di Bernini e le chiese secentesche del centro trova qui un linguaggio architettonico precedente di quattro o cinque secoli, fatto di orizzontali e di superfici piane.

Le modifiche secentesche e il restauro di Muñoz

Nel Seicento, sotto il cardinale Angelo Celsi, il portico subì modifiche: fu rimossa una campata per rendere simmetrico il fronte e fu cambiata la struttura della copertura. Nel Novecento arrivò l’intervento che ha dato alla chiesa l’aspetto attuale: fra il 1923 e il 1926 Antonio Muñoz diresse un restauro che rimosse le aggiunte barocche dell’interno e restituì l’immagine romanica dell’edificio. Muñoz lavorò negli stessi anni su altre chiese medievali romane, fra cui Santa Sabina sull’Aventino, con criteri che oggi la critica discute perché tendevano a privilegiare una fase storica a scapito delle altre. Nel 1828, prima ancora, il campanile era stato restaurato dopo essere stato colpito da un fulmine.

Dentro: le colonne di spoglio, tutte diverse fra loro

La cosa che si nota entrando nella Basilica di San Giorgio in Velabro sono le colonne: sono antiche, provengono da edifici romani smontati, e non ce ne sono due uguali. Cambiano il marmo, il colore, il diametro, l’altezza e l’ordine del capitello. Si riconoscono granito, marmi bianchi e pavonazzetto, con capitelli ionici accanto a capitelli corinzi. Chi entra aspettandosi il ritmo regolare di un colonnato classico resta spiazzato per qualche secondo, e quello è il momento migliore della visita.

Quante sono, e perché le fonti non concordano

Sul numero le fonti divergono, e lo diciamo invece di dare un dato secco. Alcune descrizioni parlano di otto colonne, altre di sedici contando entrambe le file. La discrepanza nasce quasi certamente dal criterio di conteggio, cioè se si contino le colonne per lato o il totale, e dal fatto che alcuni sostegni sono pilastri murati e non colonne libere. Chi vuole il numero esatto lo conti sul posto: è una di quelle verifiche che si fanno in trenta secondi e che nessuna fonte online sostituisce.

Che cos’è il reimpiego e perché non era povertà

Il reimpiego, o spoglio, consisteva nel prelevare elementi architettonici da edifici antichi in disuso per inserirli in costruzioni nuove. A Roma fra il VI e il XIII secolo fu la prassi ordinaria, non l’eccezione, e la lettura che lo spiegava soltanto con la povertà di mezzi è stata largamente superata. Tagliare e trasportare un fusto di granito dall’Egitto costava molto più che recuperarne uno a cinquecento metri di distanza, e c’era anche una componente di continuità dichiarata con il passato imperiale. Lo stesso fenomeno si osserva a San Clemente, a Santa Pudenziana e in decine di altre chiese romane.

La luce, che qui è un fattore tecnico

L’interno è poco illuminato. Le finestre della navata centrale sono piccole e l’illuminazione artificiale è contenuta, come in quasi tutte le chiese medievali romane restaurate secondo criteri di sobrietà. Per vedere i capitelli e l’abside conviene andarci con il sole alto, fra le dieci e le quattordici, e concedere agli occhi un minuto di adattamento prima di giudicare. Chi entra dalla strada in pieno sole e guarda subito verso l’abside non vede quasi niente.

Il ciborio e l’affresco absidale attribuito a Pietro Cavallini

Sopra l’altare maggiore della Basilica di San Giorgio in Velabro c’è un ciborio medievale con copertura a piramide, sorretto da colonnine, e alle sue spalle il catino absidale porta un affresco con Cristo al centro, la Vergine, san Giorgio a cavallo con lo stendardo, san Pietro e san Sebastiano. Sono i due elementi per cui gli storici dell’arte vengono qui. Sull’affresco esiste una questione attributiva aperta, e conviene raccontarla per intero invece di liquidarla con un nome.

Il ciborio sopra l’altare

Il ciborio è la struttura a baldacchino che copre l’altare, tipica delle chiese romane medievali. Quello di San Giorgio in Velabro viene datato dalle fonti al XII secolo, con una copertura piramidale sorretta da colonnine di marmo. Sotto l’altare si apre la confessio, cioè il vano che custodisce le reliquie e che nelle basiliche romane consente ai fedeli di avvicinarsi al deposito senza salire sul presbiterio. Chi conosce i cibori cosmateschi di Santa Cecilia in Trastevere o di altre chiese romane troverà qui una versione più asciutta, con meno tarsie policrome.

L’attribuzione a Cavallini, e perché resta discussa

L’affresco absidale è correntemente attribuito a Pietro Cavallini, il pittore romano attivo fra la fine del Duecento e i primi decenni del Trecento, autore del Giudizio Universale di Santa Cecilia in Trastevere e dei mosaici di Santa Maria in Trastevere. L’attribuzione va però presentata come discussa, perché lo è. In passato l’opera fu riferita a Giotto; il nome di Cavallini si impose dopo la riscoperta del Giudizio Universale di Santa Cecilia, per assonanza stilistica con quello. Diversi studiosi ipotizzano l’intervento di collaboratori di bottega, e i restauri subiti dall’affresco, resi necessari dal deterioramento, possono avere alterato i tratti originali al punto da rendere difficile un giudizio fondato sulla mano. Chi legge un cartello o una guida che dà l’attribuzione per certa sta leggendo una semplificazione.

La data, che dipende da chi fu il committente

Anche la datazione resta aperta e dipende da un’ipotesi sulla committenza. Se il committente fu il cardinale Jacopo Stefaneschi, creato cardinale nel 1295, l’opera sarebbe successiva a quell’anno. Se invece il committente fu Pietro Peregrosso, che tenne il titolo fino al 1289, l’affresco sarebbe anteriore. Le due ipotesi portano a datazioni distanti fra loro e nessuna delle due è dimostrata. In letteratura si incontra comunemente l’indicazione generica di ultimo decennio del Duecento, ed è la formulazione più onesta. Gli Stefaneschi, va ricordato, furono committenti abituali di Cavallini: Bertoldo Stefaneschi gli commissionò i mosaici di Santa Maria in Trastevere, il che rende l’ipotesi Stefaneschi attraente ma non per questo provata.

Che cosa si vede davvero, allo stato attuale

Lo stato di conservazione dell’affresco è problematico. I colori sono impoveriti, alcune campiture sono lacunose e la lettura richiede pazienza e una luce decente. Il giudizio che diamo è netto: chi viene qui aspettandosi la resa cromatica dei mosaici di Santa Maria in Trastevere resterà deluso, perché il confronto non regge. Chi viene per capire come si organizzava una decorazione absidale romana di fine Duecento, con la gerarchia delle figure e il rapporto fra Cristo, la Vergine e i santi titolari, trova invece esattamente quello che cerca. Sono due visite diverse, e vale la pena sapere prima quale si sta facendo.

Le reliquie di san Giorgio

La Basilica di San Giorgio in Velabro custodisce nella confessio sotto l’altare maggiore le reliquie attribuite a san Giorgio, che secondo le fonti comprendono la testa, la spada e un frammento dello stendardo. Il loro arrivo qui viene ricondotto a papa Zaccaria, che le avrebbe trasferite dal Patriarchio Lateranense nel corso del suo pontificato, fra il 741 e il 752.

Chi era san Giorgio, per quel poco che si può dire

San Giorgio è un martire cristiano venerato a partire dal IV secolo, la cui vicenda storica è avvolta da una tradizione agiografica che si è stratificata per secoli. L’episodio del drago, quello che tutti conoscono e che compare nell’affresco absidale, è un’aggiunta medievale, diffusa in Occidente soprattutto dopo la Legenda Aurea del XIII secolo. Va etichettato per quello che è: tradizione devozionale, non biografia. Del Giorgio storico si sa pochissimo, e la cautela con cui la storiografia lo tratta è la stessa con cui vanno trattate le reliquie, la cui autenticità non è verificabile e non è ciò che ne determina il significato storico.

L’Arco degli Argentari addossato al fianco

L’Arco degli Argentari è un varco quadrangolare in marmo eretto nel 204 dopo Cristo dai banchieri e dai mercanti di bestiame del Foro Boario in onore di Settimio Severo e della sua famiglia, e si trova fisicamente incorporato nel fianco sinistro della Basilica di San Giorgio in Velabro, accanto al portico. I due monumenti sono a contatto: la chiesa medievale ha inglobato l’arco romano, che così è arrivato fino a noi.

La differenza fra questa pagina e la scheda dell’arco

Sul sito l’arco ha una pagina propria: qui trattiamo la chiesa e citiamo l’arco come elemento del suo fianco, mentre la scheda dedicata all’Arco degli Argentari entra nel dettaglio dei rilievi, della dedica, delle erasioni e della storia del monumento in quanto tale. Chi vuole il monumento romano legga quella; chi vuole la chiesa resti qui. Lo stesso vale per l’Arco di Giano, il tetrapilo del IV secolo che si trova a pochi metri e che ha una sua scheda separata.

Le figure erase e la damnatio memoriae

Sui rilievi interni dell’arco si notano lacune: alcune figure furono cancellate. La lettura corrente le collega alle vicende dinastiche dei Severi e in particolare alla damnatio memoriae che colpì Geta dopo l’uccisione ordinata dal fratello Caracalla nel 211. La rimozione del nome e dell’immagine dalla documentazione pubblica era una pratica giuridica e politica romana, non un atto di vandalismo, e la si ritrova su iscrizioni e monumenti in tutto l’impero. Chi ha in programma anche l’Arco di Settimio Severo nel Foro Romano può mettere a confronto il monumento pubblico ufficiale e questa dedica privata di una corporazione: la differenza di scala e di linguaggio è la cosa più interessante della giornata.

Perché l’arco è sopravvissuto

La ragione per cui l’Arco degli Argentari è ancora in piedi è la stessa per cui sono sopravvissuti molti monumenti romani: fu inglobato in una struttura successiva che aveva interesse a mantenerlo. Il meccanismo è lo stesso che ha salvato il Portico d’Ottavia, la Curia Iulia trasformata in chiesa e Santa Maria Antiqua sotto il Palatino. Senza il riuso cristiano e medievale, la Roma antica che si visita oggi sarebbe una frazione di quella che è.

L’attentato del 1993 e la ricostruzione per anastilosi

Nella notte fra il 27 e il 28 luglio 1993 un’autobomba esplose davanti alla Basilica di San Giorgio in Velabro e ne distrusse il portico. Fu una delle azioni della stagione stragista di quell’anno: la stessa notte un’altra autobomba colpì il complesso lateranense, danneggiando la facciata del Palazzo del Vicariato accanto a San Giovanni in Laterano, mentre a maggio era stata colpita Firenze e a luglio Milano. Sulla data si trova sia il 27 sia il 28 luglio a seconda delle fonti, perché gli ordigni esplosero intorno alla mezzanotte: la formulazione corretta è nella notte fra i due giorni.

Che cosa andò distrutto

Il portico crollò. La facciata fu gravemente danneggiata, l’interno subì danni da onda d’urto e i frammenti del colonnato, dell’architrave e della muratura finirono sulla strada. Nelle ore e nei giorni successivi i frammenti furono raccolti, catalogati e riposti: le fonti parlano di oltre mille casse di materiale recuperato. È il dato che spiega tutto il resto, perché senza quel recupero la ricostruzione sarebbe stata una copia.

Che cos’è l’anastilosi

Anastilosi è il termine tecnico che indica il rimontaggio di un edificio o di una sua parte usando gli elementi originali caduti, ricollocati nella posizione che avevano, con integrazioni moderne ridotte al minimo e riconoscibili. La differenza rispetto a una ricostruzione è sostanziale: nell’anastilosi la materia è quella antica, il rimontaggio è documentato e ciò che manca viene integrato con materiale distinguibile, in modo che nessuno scambi l’aggiunta per l’originale. Il portico di San Giorgio in Velabro è uno dei casi romani in cui questo metodo si può osservare su un edificio intero e non su un frammento da museo.

Che cosa si guarda oggi, e come

La facciata che si fotografa dalla strada è insieme antica e ricomposta, e va detto. Alcuni elementi portano le tracce del rimontaggio e, secondo quanto riferiscono le fonti, alcune parti furono deliberatamente lasciate non reintegrate come memoria dell’attentato. Guardare il portico sapendolo cambia l’esperienza: le giunzioni, le differenze di superficie fra i pezzi, le integrazioni smettono di essere difetti e diventano il documento. Non serve retorica su questo punto. Serve sapere che cosa si ha davanti.

Quando riaprì: un dato su cui le fonti non concordano

La data di riapertura al pubblico dopo il restauro circola comunemente come 6 luglio 1996, con una cerimonia alla presenza del presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, e diverse fonti italiane la riportano. Altre ricostruzioni indicano però una durata del cantiere di circa cinque anni, il che porterebbe a una conclusione successiva al 1996, e non è chiaro se le due indicazioni si riferiscano a momenti diversi, per esempio la riapertura al culto e il completamento dei lavori sul portico. Non siamo in grado di risolvere la discrepanza con le fonti consultate e preferiamo dichiararla invece di scegliere una data e presentarla come certa. Chi ha bisogno del dato preciso lo chieda alla comunità religiosa che officia la chiesa o alla Soprintendenza competente.

San Giorgio in Velabro (Rome)
Foto: Miguel Hermoso Cuesta, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Una curiosità sulla Basilica di San Giorgio in Velabro

La Basilica di San Giorgio in Velabro è una diaconia cardinalizia, e fra i cardinali diaconi che ne hanno portato il titolo c’è John Henry Newman, il teologo inglese convertito dall’anglicanesimo al cattolicesimo, creato cardinale nel 1879 e canonizzato nel 2019. La scelta di questo titolo per un inglese non fu casuale: san Giorgio è il patrono d’Inghilterra, e assegnare a Newman la diaconia di San Giorgio in Velabro fu un messaggio leggibile da tutti.

Gli altri nomi legati al titolo

Il titolo di San Giorgio in Velabro compare nella documentazione romana da molto lontano nel tempo e fra chi lo ha portato le fonti indicano anche futuri papi, fra cui Bonifacio IX e Martino V. In tempi recenti la diaconia è stata assegnata al cardinale Gianfranco Ravasi, creato cardinale nel 2010. Gli elenchi dei titolari sono lunghi e non sempre concordi per le epoche più antiche: le informazioni medievali su queste successioni vanno prese con la cautela che si usa per tutte le liste ricostruite a posteriori.

Una cosa che non ti dice nessuno sulla Basilica di San Giorgio in Velabro

Quasi nessuna guida lo scrive, ma la Basilica di San Giorgio in Velabro è una delle chiese del centro di Roma con gli orari di apertura meno prevedibili, ed è la prima informazione operativa di cui un visitatore ha bisogno. L’edificio è officiato da una comunità religiosa, i canonici regolari dell’Ordine della Santa Croce, e l’apertura segue le esigenze della comunità e del calendario liturgico più che un orario museale. Trovare la porta chiusa alle undici di un martedì è possibile.

Perché gli orari che si leggono in giro non bastano

Sui portali di terze parti circolano fasce orarie diverse fra loro, spesso copiate da anni e mai verificate. Non riportiamo nessuna di quelle fasce, perché darle per buone significherebbe mandare qualcuno a Roma a sbattere contro una porta chiusa. Il modo corretto di procedere è chiamare il numero della chiesa oppure scrivere alla comunità che la officia, con qualche giorno di anticipo, e chiedere conferma per la data e l’ora precise. Per una visita di gruppo o con guida la telefonata non è un’opzione: è l’unico modo di non sprecare il tempo di tutti.

Il fattore matrimoni

La chiesa è molto richiesta per i matrimoni, e questo è uno dei motivi concreti per cui può risultare chiusa alla visita in fasce orarie in cui la si immaginerebbe aperta, in particolare il sabato mattina e il sabato pomeriggio. Non è un’informazione che si trova sui portali turistici. È però la spiegazione più frequente di una porta chiusa nel fine settimana.

Il piano B, che qui esiste davvero

Se la chiesa è chiusa, la visita non è persa. Portico, campanile e Arco degli Argentari si vedono da fuori, il Tempio di Portuno e il Tempio di Ercole Vincitore sono a due minuti a piedi, l’Arco di Giano è all’angolo e Santa Maria in Cosmedin è a trecento metri. Nel raggio di cinque minuti di cammino c’è abbastanza materiale per un’ora e mezza di visita che non dipende dall’apertura di nessuna porta.

Il consiglio che ti do per visitare la Basilica di San Giorgio in Velabro

Il consiglio operativo per la Basilica di San Giorgio in Velabro è uno solo e va seguito alla lettera: telefonare prima, e organizzare la visita in tarda mattinata, fra le dieci e le tredici, quando la luce che entra dalle finestre alte rende leggibili i capitelli e il catino absidale. Andarci al tramonto, che sarebbe la scelta giusta per l’esterno, significa non vedere l’interno.

Quanto tempo serve davvero

Per l’interno bastano venti minuti se si guarda con attenzione: la chiesa è piccola, gli elementi da osservare sono quattro o cinque, e non c’è un percorso museale da seguire. Aggiungendo il portico, il campanile e l’Arco degli Argentari si arriva a trentacinque minuti. Chi allarga al Foro Boario, quindi ai due templi repubblicani, all’Arco di Giano e a Santa Maria in Cosmedin, impiega fra un’ora e mezza e due ore per l’intero angolo, sempre a piedi e senza mai prendere un mezzo.

In che ordine fare le cose

La sequenza che consigliamo parte da piazza Bocca della Verità: prima i due templi, che si vedono solo da fuori e che si liquidano in dieci minuti, poi Santa Maria in Cosmedin se non c’è la fila alla Bocca della Verità, poi via del Velabro fino alla basilica, quindi l’Arco di Giano all’angolo e infine la risalita verso il Campidoglio o verso il Circo Massimo. Quello che non funziona è arrivare qui da soli, guardare solo la chiesa e ripartire: si spende più tempo nello spostamento che nella visita.

Il codice di comportamento, che qui conta

Questa è una chiesa officiata, non un museo, e la comunità che la abita non ha personale dedicato alla gestione dei visitatori. Si entra in silenzio, si evita di attraversare il presbiterio, si rispettano eventuali celebrazioni in corso e si chiede prima di fotografare. L’abbigliamento segue la regola comune alle chiese romane: spalle e ginocchia coperte.

Quando evitare

Il sabato, per i matrimoni, e le ore centrali delle grandi festività, quando la comunità celebra. Da evitare anche le giornate di pioggia forte, non per la chiesa in sé ma per il percorso: via del Velabro e l’area del Foro Boario non offrono riparo e le altre tappe del giro sono tutte all’aperto. Con il maltempo la stessa mezza giornata rende molto di più dentro i Musei Capitolini, che sono a dieci minuti di salita.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Che il Velabro fosse una palude bonificata lo sanno tutti; molto meno citato è che il piano di calpestio antico in quest’area si trova diversi metri sotto il livello attuale della strada, e che la Basilica di San Giorgio in Velabro e i monumenti intorno a lei sono di fatto costruzioni emerse da un terreno che è cresciuto nei secoli. Le piene del Tevere, prima della costruzione dei muraglioni nell’Ottocento, depositavano fango e detriti a ogni esondazione, e il livello saliva.

Perché i monumenti del Foro Boario sembrano affondati

L’Arco di Giano, i due templi repubblicani e la stessa basilica sono stati liberati dai riporti di terreno in interventi otto e novecenteschi, che hanno abbassato il piano intorno ai monumenti riportandolo, dove possibile, verso la quota antica. Il risultato è la sensazione, camminando qui, che gli edifici siano in una conca: la conca è l’archeologia, il rialzo è la città moderna. Lo stesso fenomeno si osserva in tutto il centro di Roma, dal Foro di Traiano alle case romane del Celio.

La Cloaca Massima, che passa di qui

La Cloaca Massima, il grande collettore che drenava la valle del Foro e sfociava nel Tevere, passa in quest’area e il suo sbocco si trova poco a valle, sul fiume, in prossimità di ponte Rotto. Non è visitabile e non è visibile dall’esterno se non lo sbocco, osservabile dalla sponda del Tevere o dal ponte Rotto stesso, con le dovute distanze. È l’infrastruttura che ha reso costruibile il Velabro, e senza di essa non ci sarebbe né il Foro Boario né la chiesa.

La foto giusta da fare alla Basilica di San Giorgio in Velabro

La foto giusta alla Basilica di San Giorgio in Velabro si fa dall’angolo fra via del Velabro e via di San Giovanni Decollato, in obliquo rispetto alla facciata, in modo da tenere nell’inquadratura il portico, il campanile e l’Arco degli Argentari incassato nel fianco. È l’unico punto da cui i tre elementi entrano insieme, ed è la ragione per cui quasi tutte le fotografie pubblicate di questa chiesa sono scattate da lì.

L’ora giusta

La facciata guarda in modo tale che la luce migliore arrivi nel pomeriggio, con il sole basso che radente il portico e stacca le colonne dal fondo in ombra. La prima mattina restituisce invece una facciata piatta e uniforme. Per l’interno la regola si rovescia, come abbiamo scritto sopra: tarda mattinata. Chi vuole entrambe le cose in una sola visita deve accettare un compromesso, e il compromesso che consigliamo è entrare verso mezzogiorno e tornare fuori a fotografare la facciata verso le cinque, dopo aver fatto il giro del Foro Boario.

Dentro: che cosa si può e che cosa conviene

Prima di fotografare dentro si chiede. Se si ottiene il permesso, il flash va escluso sempre, sia per rispetto sia perché su un affresco degradato non serve a niente. Con la luce scarsa la soluzione tecnica è alzare la sensibilità e appoggiare la fotocamera a un banco o a una colonna, evitando il treppiede che in una chiesa officiata risulta invadente. Il soggetto migliore non è l’abside, che con poca luce viene male, ma la sequenza delle colonne disuguali vista in diagonale dalla navata laterale.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Gli avvenimenti documentati che riguardano la Basilica di San Giorgio in Velabro sono pochi e ben distanziati nel tempo, e messi in fila raccontano l’intera vicenda dell’edificio: la fondazione fra VII e VIII secolo, l’arrivo delle reliquie sotto Zaccaria, il rifacimento di Gregorio IV nel IX secolo, la stagione romanica del portico e del campanile, il ridimensionamento secentesco, il restauro di Muñoz negli anni Venti e l’attentato del 1993 con la ricostruzione che ne è seguita.

I passaggi che vale la pena tenere a mente

Il 1828 è l’anno del restauro del campanile dopo un fulmine. Fra il 1923 e il 1926 si colloca l’intervento di Antonio Muñoz che rimosse le aggiunte barocche. La notte fra il 27 e il 28 luglio 1993 è quella dell’autobomba. Il 1996, con la data del 6 luglio comunemente citata, è l’anno della riapertura, con le riserve che abbiamo già spiegato. Sono sei date in tutto: per una chiesa di milletrecento anni è poco, e dipende dal fatto che l’edificio è sempre rimasto ai margini delle grandi vicende papali.

Che cosa non è successo qui

Un’avvertenza utile: intorno alle chiese romane minori circolano aneddoti di martiri, apparizioni e concili che non trovano riscontro documentario. Su San Giorgio in Velabro la letteratura seria è sobria e non riporta episodi straordinari. Diffidare dei racconti circostanziati privi di fonte è la regola generale, e vale anche per le pagine che parlano dei fantasmi di Roma, dove la materia è dichiaratamente tradizione popolare.

Chi è passato dalla Basilica di San Giorgio in Velabro

Da Basilica di San Giorgio in Velabro sono passati i papi che ne hanno ordinato le fasi costruttive, da Leone II a Zaccaria a Gregorio IV, e i cardinali che ne hanno portato il titolo diaconale, fra i quali le fonti indicano anche futuri papi come Bonifacio IX e Martino V. Il nome più noto al pubblico internazionale resta John Henry Newman, cardinale diacono dal 1879 e canonizzato nel 2019.

Storici dell’arte e restauratori

Nel Novecento la chiesa è passata per le mani di Antonio Muñoz, il funzionario e storico dell’arte che diresse il restauro degli anni Venti e che ha segnato l’immagine di molte chiese medievali romane. Sul fronte degli studi, l’edificio compare nella grande ricognizione delle basiliche cristiane di Roma condotta da Richard Krautheimer, che resta il riferimento bibliografico di partenza per chiunque voglia andare oltre la divulgazione.

Pietro Cavallini, con la cautela del caso

Se l’attribuzione dell’affresco absidale regge, e lo ripetiamo perché è discussa, da qui è passato anche Pietro Cavallini, il pittore romano che ha lasciato a Santa Cecilia in Trastevere il Giudizio Universale e a Santa Maria in Trastevere i mosaici dell’abside. Chi vuole seguirne il percorso romano ha tre tappe in una giornata, tutte raggiungibili a piedi o con un solo mezzo, e questa è la meno conosciuta delle tre.

Mangiare intorno al Velabro: come si sceglie

Intorno alla Basilica di San Giorgio in Velabro, fra il Foro Boario, la Bocca della Verità e le pendici del Campidoglio, la densità di locali rivolti al passaggio turistico è alta, e la qualità media è bassa. Per scelta redazionale non nominiamo nessun locale, né qui né altrove: un elenco di insegne invecchia in pochi mesi. Diamo invece i criteri, che restano validi.

I cinque segnali di trappola

Il primo segnale è la signora che tira la pasta fresca in vetrina o direttamente in strada: è un richiamo pensato per chi passa, non un indizio di cucina. Il secondo è il menu con le fotografie dei piatti. Il terzo è la persona all’ingresso che invita a sedersi, il cosiddetto acchiappino. Il quarto è il locale aperto dalla mattina alla notte senza pausa di cucina, che significa cucina non fatta al momento. Il quinto riguarda i posti davanti ai monumenti famosi, dove capita che il prezzo si adatti al cliente che si ha davanti, con voci non prezzate sul menu e listini diversi fra la sala interna e i tavoli fuori.

Le catene del centro

Nel centro di Roma si sono moltiplicati locali a insegna ripetuta, con lo stesso menu in più punti della città e la fila gestita col numerino. Non li nominiamo e non li consigliamo. Il dato che conta è un altro: i romani non ci vanno, e in una città dove si mangia bene a prezzi normali fuori dalle rotte del passaggio turistico, questa osservazione da sola basta.

Il criterio più semplice che esista

Guardare chi è seduto e in che lingua ordina. Se ai tavoli ci sono persone che parlano italiano e ordinano senza guardare le fotografie, il posto ha una clientela locale. Se il locale è pieno di clienti in transito con lo zaino e nessun romano, il messaggio è chiaro. Funziona all’ora di pranzo nei giorni feriali meglio che di sera, e vale in tutta la città: ne parliamo più diffusamente nella pagina su dove mangiare a Roma.

La lista curata

Per chi vuole indicazioni concrete senza doversele costruire sul posto, esiste la lista personale di Daniele Dezi su Google Maps, una raccolta curata e non sponsorizzata, costruita nel tempo sul campo. Chi cerca invece dove alloggiare in zona trova un quadro generale nella pagina su dove dormire a Roma, tenendo presente che il rione Ripa e l’Aventino sono più tranquilli e meno serviti la sera rispetto ad altri quartieri centrali.

Domande frequenti sulla Basilica di San Giorgio in Velabro

Quanto costa entrare nella Basilica di San Giorgio in Velabro?

L’ingresso alla Basilica di San Giorgio in Velabro è libero, come in tutte le chiese officiate di Roma: non esiste biglietteria e non si paga per entrare. Il portico, il campanile e l’Arco degli Argentari addossato al fianco si osservano dalla strada senza alcuna formalità. Non risultano visite guidate a pagamento organizzate stabilmente dalla chiesa.

Quali sono gli orari della Basilica di San Giorgio in Velabro?

Gli orari della Basilica di San Giorgio in Velabro sono irregolari e non seguono un calendario museale, perché la chiesa è officiata da una comunità religiosa e l’apertura dipende dalle esigenze liturgiche. Non riportiamo fasce orarie perché quelle che circolano sui portali di terze parti non sono verificabili. Prima di andare conviene telefonare alla chiesa o scrivere alla comunità che la officia.

Come si arriva alla Basilica di San Giorgio in Velabro con i mezzi?

Alla Basilica di San Giorgio in Velabro si arriva con la metropolitana linea B, fermata Circo Massimo, e poi dieci minuti a piedi lungo via dei Cerchi e via del Velabro. In alternativa si scende a Colosseo, sempre linea B, e si percorre via di San Teodoro. Di superficie, la fermata di riferimento è piazza Bocca della Verità, sulle linee che passano per via Petroselli.

Quanto tempo serve per visitare la Basilica di San Giorgio in Velabro?

Per visitare la Basilica di San Giorgio in Velabro bastano venti minuti dentro e una quindicina fuori, fra portico, campanile e Arco degli Argentari. Allargando ai monumenti vicini, cioè Arco di Giano, Tempio di Portuno, Tempio di Ercole Vincitore e Santa Maria in Cosmedin, si arriva a un’ora e mezza o due ore per tutto l’angolo del Foro Boario, sempre a piedi.

Che cosa si vede dentro la Basilica di San Giorgio in Velabro?

Dentro la Basilica di San Giorgio in Velabro si vedono tre navate divise da colonne antiche di reimpiego tutte diverse fra loro per marmo, diametro e capitello, un ciborio medievale sopra l’altare, la confessio con le reliquie attribuite a san Giorgio e l’affresco del catino absidale con Cristo, la Vergine e i santi Giorgio, Pietro e Sebastiano. L’interno è poco illuminato.

L’affresco dell’abside è davvero di Pietro Cavallini?

L’affresco absidale della Basilica di San Giorgio in Velabro è attribuito a Pietro Cavallini, ma l’attribuzione resta discussa fra gli studiosi. In passato fu riferito a Giotto; il nome di Cavallini si affermò per somiglianza con il Giudizio Universale di Santa Cecilia in Trastevere. Diversi studiosi ipotizzano l’intervento di collaboratori, e i restauri subiti dall’opera complicano il giudizio sulla mano.

Che cosa è successo alla Basilica di San Giorgio in Velabro nel 1993?

Nella notte fra il 27 e il 28 luglio 1993 un’autobomba esplose davanti alla Basilica di San Giorgio in Velabro e ne distrusse il portico, nella stessa notte in cui un altro ordigno colpiva il complesso lateranense. I frammenti furono raccolti e catalogati, e il portico venne rimontato per anastilosi con i pezzi originali recuperati: la facciata attuale è antica e ricomposta insieme.

La Basilica di San Giorgio in Velabro è accessibile ai disabili?

L’accesso alla Basilica di San Giorgio in Velabro avviene dal portico su via del Velabro e comporta un dislivello rispetto alla strada, come in molte chiese medievali romane. Non disponiamo di informazioni verificate su rampe o percorsi facilitati e preferiamo non affermare nulla: chi si muove in sedia a ruote chieda conferma alla comunità religiosa prima di programmare la visita.

Si possono fare fotografie dentro la Basilica di San Giorgio in Velabro?

Dentro la Basilica di San Giorgio in Velabro conviene chiedere prima di fotografare, perché la chiesa è officiata e possono esserci celebrazioni in corso. Dove le fotografie sono consentite, il flash va escluso sia per rispetto sia perché su un affresco degradato non produce risultati. Il treppiede risulta invadente in uno spazio piccolo. All’esterno non esiste alcuna restrizione.

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