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I fantasmi di Roma: leggende e luoghi

I fantasmi di Roma non sono apparizioni: sono racconti. Nessuna delle storie che seguono è mai stata verificata, e nessuna lo sarà, perché nessuna è nata per essere verificata. Sono nate nelle osterie, nelle botteghe, sui sagrati, e sono state ripetute per secoli perché servivano a qualcosa: spiegare un nome strano, dare un senso a una morte ingiusta, mettere in guardia i bambini, prendersi una piccola vendetta su un potente. Il punto interessante non è se Beatrice Cenci attraversi davvero Ponte Sant’Angelo la notte dell’11 settembre reggendo la testa mozzata: il punto è che l’esecuzione di Beatrice Cenci, l’11 settembre 1599, su quel ponte, è successa davvero, e che a Roma è rimasta addosso una rabbia che nessun documento d’archivio riesce a esprimere meglio di uno spettro. Le pagine che seguono raccontano le storie per intero, con gusto, e poi fanno una cosa che sui siti di leggende romane quasi nessuno fa: separano la riga documentata dalla riga inventata, e dicono quale è quale.

Come leggere queste storie: il metodo

Ogni racconto di questa raccolta è diviso in tre parti: la storia come la si racconta, il nucleo storico documentato dove esiste, e una riga onesta su cosa manca. Non si trovano qui testimonianze, avvistamenti, resoconti di chi avrebbe visto: quel materiale non esiste in forma verificabile e spacciarlo per cronaca sarebbe un imbroglio.

Castel Sant'Angelo sul Tevere
Castel Sant'Angelo sulla riva del Tevere, legato alla leggenda di Beatrice Cenci. Foto di Andreas Tille, licenza CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons.

Tre etichette, usate sempre

Nelle pagine che seguono ricorrono tre distinzioni. Documentato significa che esiste una fonte primaria o una ricostruzione storiografica solida: un atto processuale, un registro parrocchiale, uno scavo pubblicato, una cronaca coeva. Tradizione popolare significa che la storia circola da tempo per via orale o in raccolte di folclore, senza che nessun documento la confermi. Controverso significa che gli studiosi non sono d’accordo e che il dibattito è aperto: non che la verità sia nascosta, ma che i dati disponibili sostengono più di una lettura.

Perché la distinzione conta più della storia

Molti luoghi romani devono la propria fama a un racconto, non a un fatto. Il Mausoleo di Adriano si chiama Castel Sant’Angelo per una visione che nessuno ha registrato, e quel nome è oggi un dato ufficiale. La leggenda ha prodotto un fatto: il toponimo. Tenere separate le due cose non toglie nulla al racconto, perché mostra il meccanismo con cui una città si costruisce la memoria.

Beatrice Cenci e il ponte davanti al castello

Beatrice Cenci fu decapitata a Roma l’11 settembre 1599, su un palco montato all’imbocco di Ponte Sant’Angelo, insieme alla matrigna Lucrezia Petroni e al fratello Giacomo: la condanna e l’esecuzione sono documentate dagli atti del processo e dalle cronache romane del tempo. È la vicenda giudiziaria più raccontata della Roma papale, e la sola apparizione romana che quasi tutti conoscono anche senza saperne il nome.

Il racconto come si tramanda

La tradizione vuole che ogni anno, nella notte fra il 10 e l’11 settembre, una figura di giovane donna vestita di bianco attraversi il ponte reggendo in mano la propria testa, e sparisca all’altezza del castello. Alcune versioni la fanno fermare a metà, dove sorgeva il patibolo; altre la fanno salire verso la fortezza, dove Beatrice era stata rinchiusa e torturata. Nessuna versione aggiunge parole: lo spettro non parla mai, e questa è una caratteristica quasi costante dei fantasmi romani, che agiscono e non spiegano.

Il nucleo storico: un processo vero, una città schierata

Francesco Cenci, padre di Beatrice, era un nobile romano ricco, violento e più volte in guai giudiziari, e la famiglia sostenne al processo di aver subito da lui abusi sistematici. Nel settembre 1598 Francesco morì precipitando da un ballatoio della rocca di Petrella Salto, in Abruzzo: l’inchiesta stabilì che era stato ucciso e che la caduta era stata inscenata. Beatrice, il fratello Giacomo, la matrigna Lucrezia e il fratello minore Bernardo furono processati a Roma. Clemente VIII non concesse la grazia, nonostante una parte consistente dell’opinione pubblica romana si fosse schierata con gli imputati. Beatrice e Lucrezia furono decapitate, Giacomo giustiziato con una pena più dura, Bernardo costretto ad assistere e poi condannato alla galera.

Cosa manca

Dell’apparizione non esiste alcuna traccia in fonti coeve: non ne parlano i cronisti del Seicento, non compare nelle guide erudite di Roma prima dell’età romantica. Il fantasma nasce quando la vicenda diventa materia letteraria europea, fra Stendhal, Shelley e la pittura ottocentesca, e la Beatrice storica viene sostituita da una Beatrice simbolo dell’innocenza schiacciata dal potere. Anche il ritratto di giovane donna con il turbante, conservato a Palazzo Barberini e per due secoli attribuito a Guido Reni come ritratto di Beatrice alla vigilia dell’esecuzione, non ha alcuna base documentaria: l’identificazione è oggi respinta dagli studiosi, e il dipinto è probabilmente una sibilla. Il fantasma dell’11 settembre è quindi una creazione recente, cresciuta su un fatto durissimo e reale.

Donna Olimpia, la Pimpaccia, e il carro di fuoco

Olimpia Maidalchini Pamphilj, nata a Viterbo il 26 maggio 1592 e morta a San Martino al Cimino il 26 settembre 1657, fu la donna più potente della Roma del Seicento: cognata di papa Innocenzo X, ne condizionò la corte al punto che gli ambasciatori stranieri trattavano con lei prima che con il pontefice. Il soprannome che i romani le appiccicarono, la Pimpaccia, nasce da una pasquinata latina: Olim pia, nunc impia, un tempo devota, adesso empia.

Il racconto come si tramanda

La leggenda dice che nella notte del 7 gennaio, anniversario della morte di Innocenzo X, una carrozza nera avvolta dalle fiamme e tirata da cavalli neri esca dal palazzo di famiglia e corra verso il Tevere, per sprofondare nell’acqua all’altezza di Ponte Sisto. Sul carro siederebbe Donna Olimpia con le casse d’oro che si era portata via. Alcune versioni fanno partire la corsa dal Gianicolo e dalla zona di Villa Doria Pamphilj, la grande tenuta della famiglia sul lato destro del fiume; altre la fanno uscire direttamente da piazza Navona, dove i Pamphilj avevano concentrato la propria autorappresentazione, dalla fontana dei Quattro Fiumi alla chiesa di Sant’Agnese in Agone.

Il nucleo storico: una donna che governava e un funerale miserabile

Innocenzo X morì il 7 gennaio 1655. Le cronache dell’epoca raccontano che il corpo del papa restò per giorni senza una sepoltura decorosa, perché nessuno dei parenti volle accollarsi le spese: il monumento funebre in Sant’Agnese in Agone arrivò molto più tardi, per iniziativa del nipote Camillo. Alla richiesta di contribuire, Olimpia avrebbe risposto di essere una povera vedova. La frase è riportata dalle fonti del tempo, ma le fonti del tempo la detestavano, ed è materiale che va letto sapendo da che parte sta chi scrive. Documentati sono invece il potere, la ricchezza accumulata, le nomine che passavano dalle sue mani e l’odio popolare che la circondava. Olimpia morì di peste due anni dopo, nel suo feudo di San Martino al Cimino, nel Viterbese.

Cosa manca

Della carrozza infuocata non esiste nulla: nessun cronista seicentesco la registra, e la storia compare nelle raccolte di folclore romano molto più tardi. Anche le due casse d’oro sottratte da sotto il letto papale appartengono alla pubblicistica ostile più che a un inventario. Va segnalato un dettaglio che la leggenda ignora: Ponte Sisto, dove la carrozza sprofonderebbe, non ha alcun legame documentato con Olimpia, e il palazzo Pamphilj di piazza Navona è dall’altra parte della città rispetto alla direzione del racconto. La geografia della leggenda è, come spesso accade, una geografia emotiva.

Dove si va oggi

La villa di famiglia è oggi il parco pubblico più grande di Roma, Villa Doria Pamphilj, con ingresso libero. La quadreria di famiglia si visita a Palazzo Doria Pamphilj sulla via del Corso, che è un museo privato con biglietto: il palazzo di piazza Navona, invece, è sede dell’ambasciata del Brasile e non è visitabile liberamente.

Costanza De Cupis e la mano di marmo

La storia della mano di Costanza De Cupis si racconta a piazza Navona, nel palazzo all’angolo con via dell’Anima, ed è la leggenda romana più elegante e insieme la peggio documentata di tutte: nessuna delle fonti che la diffondono cita un archivio, un atto, una data verificabile.

Il racconto come si tramanda

Costanza Conti De Cupis, nobildonna romana del Seicento, aveva mani di una bellezza che a Roma era proverbiale. Uno scultore le chiese di poterle riprodurre in marmo, e la copia divenne un piccolo oggetto di culto fra gli artisti della città. Un frate, vedendo l’opera, avrebbe pronunciato una frase profetica sul fatto che quelle mani sarebbero state presto private della loro perfezione. Poco dopo Costanza, ricamando, si punse un dito: la ferita si infettò, la cancrena avanzò, la mano fu amputata e lei morì. Da allora, dice la leggenda, nelle notti di luna una mano bianchissima appare dietro il vetro di una finestra del palazzo, e per questo la finestra sarebbe stata murata.

Il nucleo storico: il palazzo esiste, il resto no

Il palazzo all’angolo fra piazza Navona e via dell’Anima è reale e ha una storia edilizia ricostruibile, con passaggi fra famiglie nobiliari romane fra Quattrocento e Seicento; la famiglia De Cupis è attestata nella Roma dell’epoca. Di Costanza, invece, non risulta al momento alcuna documentazione autonoma: né atti, né date certe di nascita o morte, né la scultura di cui la storia parla, mai identificata in una collezione. Le versioni che circolano non concordano fra loro sul nome dello scultore, sull’epoca esatta e persino su quale finestra sarebbe stata chiusa.

Cosa manca

Manca tutto. Questa è una di quelle storie che vivono unicamente nella letteratura turistica e nei blog di curiosità romane, dove vengono ricopiate da un decennio con gli stessi dettagli e senza una sola fonte primaria alle spalle. Una ricerca nelle voci enciclopediche e nelle schede ufficiali del patrimonio non restituisce alcuna Costanza De Cupis. Il racconto va quindi trattato per quello che è, un aneddoto di tradizione recente, e non come una vicenda seicentesca: non se ne conosce l’origine, e non è nemmeno certo che abbia radici anteriori al Novecento. Anche il tema è sospetto, perché il motivo della bellezza punita dalla profezia è un topos narrativo diffuso in tutta Europa, non un fatto romano.

La Torre della Scimmia e la lampada sempre accesa

La Torre della Scimmia si trova in via dei Portoghesi 18, a pochi minuti da piazza Navona, ed è una torre medievale inglobata nel palazzo Scapucci: il fusto è probabilmente di origine duecentesca, la merlatura risale al Quattrocento, e la famiglia Scapucci vi mise mano nel Cinquecento incorporandola nella propria residenza. Sulla sommità, verso est, una statua ottocentesca della Vergine con raggiera in ferro battuto, e accanto una lampada votiva che secondo la tradizione non deve mai spegnersi.

Il racconto come si tramanda

La famiglia che abitava la torre teneva una scimmia ammaestrata. Un giorno l’animale prese in braccio il figlio neonato dei padroni e si arrampicò fino alla cima della torre, tenendolo sospeso nel vuoto. Il padre, disperato, fece un voto alla Madonna e poi chiamò la scimmia con il fischio a cui era abituata: l’animale obbedì e riportò giù il bambino illeso. In adempimento del voto il padre fece collocare in cima alla torre un’immagine della Vergine con una lampada che da allora arde giorno e notte. Alcune versioni sostituiscono al fischio la sola preghiera.

Il nucleo storico: la torre, la statua e Hawthorne

La torre esiste, la statua esiste, la lampada esiste ed è visibile dalla strada. Documentata è anche la fortuna letteraria della storia: Nathaniel Hawthorne la annotò nei suoi taccuini italiani durante il soggiorno romano e la riprese nel romanzo Il fauno di marmo, pubblicato nel 1860, che è il canale attraverso cui la leggenda è arrivata al pubblico anglosassone e da lì è rimbalzata in Italia. La formula del voto mariano sciolto con un’edicola perpetuamente illuminata è invece una pratica devozionale romana diffusissima, e in questo la torre non fa eccezione.

Cosa manca

Manca l’episodio. Non esiste un atto, un nome, una data che colleghi la famiglia Scapucci a un bambino rapito da una scimmia, e la storia non compare nelle fonti romane prima dell’età moderna avanzata. È verosimile il contrario di quello che racconta la leggenda: la statua e la lampada sono venute prima, e il racconto è stato costruito dopo per spiegare perché una luce ardesse in cima a una torre privata. Le leggende eziologiche funzionano quasi sempre così, all’indietro.

Mastro Titta, il boia che passava il ponte

Giovanni Battista Bugatti, detto Mastro Titta, fu il boia dello Stato Pontificio dal 1796 al 1864 e visse dal 1779 al 1869: è l’unico personaggio di questa raccolta la cui carriera è documentata riga per riga, perché teneva un registro personale delle esecuzioni. Il suo taccuino annota 516 nomi, dei quali 514 conteggiati come esecuzioni effettivamente eseguite da lui.

Il racconto come si tramanda

Di Mastro Titta si dice che il suo spettro compaia in un mantello scarlatto fra Ponte Sant’Angelo e il castello, nel tratto che percorreva per andare al lavoro. La versione più diffusa lo fa apparire nelle notti in cui era previsto un supplizio, e lo unisce alla figura di Beatrice Cenci in una specie di coppia ricorrente. Alcune versioni locali gli attribuiscono il ruolo di guardiano del ponte.

Il nucleo storico: una frase che è entrata nella lingua

Bugatti abitava a Borgo, sulla riva destra del Tevere, in vicolo del Campanile, e non gli era consentito attraversare il fiume verso il centro se non per ragioni di servizio: la sua comparsa sul ponte annunciava dunque un’esecuzione. Da qui il modo di dire romano Mastro Titta passa ponte, che significava semplicemente che quel giorno si moriva in piazza, e che è rimasto nella lingua parlata molto dopo la fine dello Stato Pontificio. Decapitava con la mannaia e poi con la ghigliottina, e impiccava. Nel 1864, a ottantacinque anni, fu sostituito da Vincenzo Balducci e Pio IX gli assegnò una pensione mensile di trenta scudi. Il suo mantello scarlatto è conservato a Roma nel Museo Criminologico di via del Gonfalone: conviene verificare aperture e modalità di accesso prima di presentarsi, perché il museo ha avuto nel tempo periodi di chiusura e calendari ridotti.

Cosa manca

L’autobiografia che circola con il suo nome, Mastro Titta il boia di Roma. Memorie di un carnefice scritte da lui stesso, pubblicata nel 1891, non è opera sua: è un testo anonimo di fine Ottocento costruito sul personaggio, ed è la fonte da cui derivano molti dei dettagli pittoreschi che si leggono in giro, compresa l’abitudine di offrire tabacco al condannato. Va usata come documento della fama di Mastro Titta, non della sua vita. Quanto allo spettro, non risulta in alcuna raccolta di folclore romano dell’Ottocento: è una figura recente, probabilmente cresciuta accanto a quella di Beatrice Cenci per completare la scena del ponte.

Isabella de’ Medici e il castello di Bracciano

Isabella de’ Medici, nata a Firenze il 31 agosto 1542 e morta il 16 luglio 1576, fu moglie di Paolo Giordano I Orsini, duca di Bracciano: il castello Orsini Odescalchi di Bracciano conserva una stanza che porta il suo nome ed è il luogo dove la sua storia viene raccontata ai visitatori.

Il racconto come si tramanda

La versione popolare vuole che Paolo Giordano, informato della relazione della moglie con il cugino Troilo Orsini, l’abbia strangolata durante un incontro apparentemente ordinario, e che da allora il fantasma di Isabella percorra le sale del castello di Bracciano. La scena è diventata un classico della narrazione turistica del castello, ed è il motivo per cui molti visitatori arrivano conoscendo il nome di Isabella prima ancora di quello degli Orsini.

Il nucleo storico: un omicidio probabile, in un altro luogo

Qui serve una correzione che la maggior parte dei racconti omette: Isabella non morì a Bracciano. Morì nella villa medicea di Cerreto Guidi, in Toscana, il 16 luglio 1576. La versione ufficiale diffusa allora parlava di un malore improvviso mentre si lavava i capelli. La storiografia moderna, in particolare il lavoro d’archivio di Caroline P. Murphy sulla corrispondenza diplomatica dell’epoca, considera prevalente l’ipotesi dell’omicidio per strangolamento, con il probabile assenso del fratello Francesco I, granduca di Toscana: nella stessa settimana e in circostanze analoghe morì anche Eleonora di Toledo, moglie del fratello Pietro. Alcune ricostruzioni divulgative recenti hanno riproposto la tesi della morte naturale e letto l’omicidio come una diceria diplomatica: è una posizione minoritaria, e chi la incontra dovrebbe sapere che non rappresenta lo stato attuale degli studi.

Cosa manca

Manca il legame fra la morte e il castello. Il fantasma di Bracciano è un innesto: una vicenda toscana trapiantata nella residenza romana del marito, dove funziona meglio perché il castello è intatto, visitabile e scenografico. La stanza di Isabella nel castello di Bracciano è un allestimento, non un luogo del delitto.

Dove si va oggi

Il castello di Bracciano si visita con ingresso a pagamento e percorso guidato; è di proprietà privata della famiglia Odescalchi e viene usato anche per eventi, il che può modificare il calendario di apertura: conviene verificare giorni e orari prima di partire. Intorno, il borgo di Bracciano e il lago con la sua leggenda di città sommersa.

I due fantasmi bambini: Sermoneta e Fumone

Il Lazio ha due castelli con la stessa leggenda, a centoventi chilometri di distanza: in entrambi si racconta di un bambino morto giovane che continuerebbe a giocare nelle stanze. È la coppia più utile di questa raccolta, perché mostra quanto poco le leggende siano originali e quanto invece siano ricorrenti nei motivi.

Il castello Caetani di Sermoneta

Il castello Caetani di Sermoneta, in provincia di Latina, è una fortezza duecentoteca ampliata nei secoli, passata dagli Annibaldi ai Caetani e per un periodo ai Borgia, e oggi appartenente alla Fondazione Roffredo Caetani, che la apre al pubblico con visite guidate. La leggenda racconta di un bambino biondo, identificato con un piccolo Caetani morto in circostanze mai chiarite, la cui presenza si manifesterebbe con risate e passi nelle sale. La storia si è saldata a un ritratto conservato nel castello, che i visitatori indicano come il suo.

Il castello di Fumone

Il castello Longhi De Paolis di Fumone, in provincia di Frosinone, fu per secoli la principale fortezza pontificia del basso Lazio, tanto che il detto locale recitava che quando Fumone fumava tutta la campagna tremava. Qui Bonifacio VIII fece rinchiudere Celestino V, il papa che aveva abdicato il 13 dicembre 1294 dopo poco più di quattro mesi di pontificato: catturato mentre tentava di imbarcarsi per la Grecia, Celestino morì a Fumone il 19 maggio 1296, a circa ottantasette anni. Il castello passò nel 1584 ai Longhi, che lo trasformarono in residenza e vi realizzarono un giardino pensile di circa 3.500 metri quadrati. La leggenda riguarda il marchesino Francesco Longhi, morto bambino: si racconta che sia stato ucciso dalle sorelle per una questione di eredità, che la madre ne abbia fatto imbalsamare il corpo invece di seppellirlo, e che il suo fantasma giochi ancora nelle stanze, lasciando i giocattoli spostati.

Il nucleo storico dei due castelli

Entrambi i castelli sono reali, visitabili e ben documentati nella loro storia architettonica e dinastica. A Fumone è documentata la prigionia e la morte di Celestino V, che è un fatto di storia della Chiesa e non una leggenda; sul cranio del papa, esaminato nel 1313 e nel 1888, fu notato un foro attribuito a un chiodo, ma una ricognizione del 2013 lo ha ricondotto a cause naturali o a un danno post mortem, e gli storici escludono l’omicidio diretto pur riconoscendo che la detenzione ne accelerò la fine. Il corpo imbalsamato del bambino è effettivamente conservato nel castello ed è parte del percorso di visita.

Cosa manca, in tutti e due i casi

Del bambino di Sermoneta non si conosce il nome, la data di nascita o di morte, e nessun documento della famiglia Caetani è mai stato prodotto a sostegno. A Fumone l’esistenza del bambino e la conservazione del corpo non sono in discussione, ma la versione dell’avvelenamento da parte delle sorelle per ragioni ereditarie è racconto locale, non esito di un’indagine, e le apparizioni con i giocattoli spostati appartengono alla cronaca di colore. Il motivo del bambino defunto che continua a giocare è uno dei più diffusi nel folclore europeo dei castelli, e la sua ricorrenza è un indizio di trasmissione culturale, non di coincidenza.

Nerone, il noce dei demoni e piazza del Popolo

La basilica di Santa Maria del Popolo, all’angolo nord di piazza del Popolo, fu fondata nel 1099 per iniziativa di Pasquale II: la fondazione è documentata, e con essa il fatto che l’area fosse legata alla memoria del sepolcro di Nerone.

Il racconto come si tramanda

Sul luogo della tomba di Nerone sarebbe cresciuto un noce enorme, abitato da corvi e da demoni che assalivano i viandanti in arrivo dalla via Flaminia. Dopo un sogno in cui la Vergine gli indicava che cosa fare, Pasquale II guidò una processione, fece abbattere l’albero, bruciare le ossa dell’imperatore e disperderle nel Tevere, e sul posto fece costruire una cappella che divenne la basilica.

Il nucleo storico: una tomba nel posto giusto

Il sepolcro della famiglia dei Domizi Enobarbi, cui Nerone apparteneva per parte di padre, si trovava davvero alle pendici del Pincio, cioè esattamente in quella zona: su questo le fonti antiche sono concordi, e la memoria del luogo si è conservata per tutto il Medioevo. La fondazione della chiesa nel 1099 e il suo ampliamento quattrocentesco sono documentati, così come il ruolo della basilica come porta di ingresso settentrionale della città per i pellegrini.

Cosa manca

Il noce, i corvi, i demoni e il sogno appartengono alla tradizione agiografica medievale, il genere di racconto che si costruiva per giustificare la fondazione di una chiesa in un luogo carico di memorie pagane. La scheda della basilica racconta per esteso come nasce questa storia. Nessun esorcismo papale del 1099 è registrato in fonti coeve indipendenti, e le ossa di Nerone, se mai furono lì, non risultano rimosse da nessun atto.

Il Colosseo, i demoni e la notte di Benvenuto Cellini

Il Colosseo fu per tutto il Medioevo il luogo romano con la peggiore reputazione soprannaturale: abbandonato, invaso dalla vegetazione, usato come cava e come fortezza, era considerato una porta degli inferi e un posto dove si andava a raccogliere erbe per la magia.

Il racconto come si tramanda

La scena più famosa la racconta Benvenuto Cellini nella propria autobiografia: una notte, insieme a un prete siciliano che praticava la negromanzia, sarebbe entrato nell’anfiteatro per un rito. Dentro un cerchio tracciato a terra, fra suffumigi e formule, l’anfiteatro si sarebbe riempito di legioni di demoni, al punto che uno dei presenti perse il controllo. Cellini scrive di essere uscito da lì terrorizzato e insieme convinto di aver visto.

Il nucleo storico: il testo esiste, il fatto no

L’episodio è documentato nel senso che esiste davvero e si legge nella Vita di Cellini, scritta a metà Cinquecento: è una fonte reale. Ma la Vita è un’autobiografia costruita con intenzione letteraria, dove l’autore si presenta come uomo eccezionale e attira su di sé episodi straordinari: usarla come verbale di un evento è un errore di metodo. Documentata è invece la fama infernale dell’anfiteatro nel Medioevo, che si ritrova in più testi e che spiega perché nel Settecento il monumento fu consacrato alla memoria dei martiri e vi fu installata una Via Crucis.

Cosa manca

Manca qualunque conferma esterna della notte descritta da Cellini: nessun altro la racconta, nessun documento la registra. Il capitolo dedicato alla fama magica del Colosseo nella scheda del monumento ricostruisce per esteso il contesto in cui queste storie sono nate. Quanto al martirio dei cristiani nell’arena, che è il fondamento della consacrazione settecentesca, gli studi moderni non lo considerano dimostrato per il Colosseo in particolare: è tradizione devozionale, non dato archeologico.

Il Muro Torto e chi veniva sepolto fuori

Il Muro Torto è il tratto di mura aureliane inclinato che corre sotto il Pincio, fra Villa Borghese e piazzale Flaminio: la pendenza è reale, dovuta al cedimento del terreno su cui il muro poggia, e il tratto non è mai crollato.

Il racconto come si tramanda

La leggenda dice che il muro è protetto da san Pietro, e che per questo non cade: Belisario, durante l’assedio goto del VI secolo, avrebbe rinunciato a ripararlo dicendo che si difendeva da solo. Ai piedi del muro, nella zona oggi coperta dai giardini, si seppellivano gli esclusi dai cimiteri consacrati: suicidi, scomunicati, giustiziati, prostitute. Fra le presenze che la tradizione fa camminare lì di notte ci sono i carbonari Angelo Targhini e Leonida Montanari, decapitati nel 1825, che apparirebbero con la testa sotto il braccio.

Il nucleo storico: le sepolture ci sono davvero

L’uso dell’area come luogo di sepoltura per chi non poteva essere seppellito in terra consacrata è documentato, ed è una delle cose più concrete di tutta questa raccolta: la topografia della morte nella Roma papale aveva confini precisi, e stare fuori dal muro significava stare fuori dalla comunità anche da morti. Targhini e Montanari furono realmente giustiziati il 23 novembre 1825 a piazza del Popolo, condannati per attività carbonara, e la loro esecuzione fu eseguita da Mastro Titta.

Cosa manca

L’aneddoto di Belisario non è attestato dalle fonti tardoantiche ed è con ogni probabilità una costruzione successiva; la protezione di san Pietro è devozione popolare. Le apparizioni con la testa sotto il braccio sono un motivo folclorico generico, che ricorre ovunque in Europa dove si sia decapitato qualcuno, e non hanno alcun aggancio documentario ai due carbonari.

Gli altri luoghi dove Roma e il Lazio si raccontano

Le apparizioni sono solo una parte del repertorio: la stessa logica, un racconto costruito sopra un fatto, regge decine di altri luoghi del Lazio.

La Bocca della Verità e la mano mozzata

Il mascherone del portico di Santa Maria in Cosmedin punirebbe chi giura il falso mozzandogli la mano. Il disco è un manufatto romano di età imperiale, probabilmente una copertura di pozzo o un tombino con volto fluviale, collocato nel portico nel 1632; la funzione oracolare compare nel Medioevo e non ha nulla di antico. La scheda dedicata alla Bocca della Verità ricostruisce la formazione del racconto, compresa la storia medievale della donna che inganna la prova facendosi abbracciare in pubblico dall’amante travestito da folle.

Il Parco dei Mostri di Bomarzo

Il Sacro Bosco di Bomarzo, voluto da Pier Francesco Orsini dal 1552, è pieno di figure mostruose disposte senza una sequenza leggibile, e un’iscrizione dichiara che il bosco fu fatto solo per sfogare il cuore. Commissione, datazione e iscrizioni sono documentate; le letture alchemiche, iniziatiche ed esoteriche che vi si sovrappongono da un secolo sono tutte ipotesi moderne, non testimoniate da fonti cinquecentesche, come ricostruisce il capitolo dedicato al significato del Sacro Bosco.

La Porta Alchemica di piazza Vittorio

La Porta Magica è l’unico resto della villa del marchese Massimiliano Savelli Palombara, che si occupava di alchimia. La leggenda racconta di un pellegrino sparito all’alba lasciando pagliuzze d’oro e fogli di simboli; gli studi attuali attribuiscono invece le iscrizioni a un manoscritto vaticano del 1655 dello stesso Palombara. La porta, smontata nel 1873 e ricollocata verso il 1888, si guarda dai giardini della piazza, e il capitolo sul pellegrino alchimista spiega come si è formata la versione romanzata.

Ninfa, la città morta

Il Giardino di Ninfa, nel territorio di Cisterna di Latina, sorge sulle rovine di una città medievale distrutta nel 1381 e mai più ripopolata, abbandonata per secoli alla malaria. Distruzione, spopolamento e rinascita novecentesca come giardino dei Caetani sono documentati; la maledizione e la nobildonna uccisa che vagherebbe fra i ruderi sono tradizione popolare, come chiarisce il capitolo sulla maledizione di Ninfa. Il giardino si visita solo in date stabilite e con prenotazione: il calendario va verificato ogni anno.

Il lago di Bracciano e la città sommersa

Sotto il lago di Bracciano giacerebbe Sabate, città inghiottita per punizione divina. Il toponimo del bacino Sabatino deriva effettivamente da Sabate, e sul fondale esiste il villaggio neolitico sommerso della Marmotta, che è una scoperta archeologica di prima grandezza; nessuna città inghiottita è però mai stata trovata, e il capitolo su Sabate spiega che cosa c’è davvero sul fondo. Sulla riva opposta, Trevignano Romano.

Nemi, il re del bosco e le navi bruciate

Il lago di Nemi era lo specchio di Diana, e il santuario di Diana Nemorense aveva un sacerdote, il Rex Nemorensis, che conquistava la carica uccidendo il predecessore. Le due navi cerimoniali di Caligola furono recuperate prosciugando il lago fra il 1928 e il 1932 e distrutte da un incendio nel 1944: il Museo delle Navi Romane conserva quel che resta e le ricostruzioni. Tesori sommersi e presenze sulla riva sono racconto locale, come precisa il capitolo sul re del bosco.

Calcata e la reliquia sparita

A Calcata, nel Viterbese, si venerò per secoli una reliquia arrivata secondo la tradizione dopo il Sacco di Roma del 1527. Nel 1983 il reliquiario sparì dalla casa del parroco e non fu mai ritrovato: la sparizione è un fatto di cronaca, l’autenticità della reliquia non è sostenibile e la Chiesa aveva già scoraggiato il culto. Il capitolo sul 1983 racconta come il paese ha reagito.

La basilica sotterranea di Porta Maggiore

Nel 1917 un cedimento del terreno durante lavori ferroviari rivelò una basilica sotterranea del I secolo, intatta, decorata di stucchi bianchi. Si ipotizzò subito che fosse la sala di riunione di una setta neopitagorica, e quella lettura è passata nella divulgazione come se fosse acquisita: in realtà resta un’ipotesi discussa, e altre letture sono ancora sul tavolo, come spiega il capitolo sulla funzione dell’edificio. La visita è possibile solo su prenotazione e in gruppi contingentati.

La cripta dei Cappuccini

Sotto la chiesa di Santa Maria della Concezione, in via Veneto, cinque cappelle sono decorate con le ossa di circa 3.700 frati: rosoni di vertebre, lampadari di femori, scheletri vestiti del saio. Non è un luogo di leggende ma un memento mori seicentesco, chiuso dall’iscrizione che ricorda al visitatore che sarà quello che quei frati sono. Il Museo dei Frati Cappuccini e la Cripta ossario si visitano con biglietto; le letture esoteriche che circolano online non hanno alcun fondamento.

Il Carcere Mamertino e le orme dell’Appia

Nel Carcere Mamertino, ai piedi del Campidoglio sul lato del Foro Romano, si mostra la sorgente che sarebbe sgorgata perché Pietro potesse battezzare i carcerieri: il Tullianum è il più antico carcere di Roma e la sua storia repubblicana è documentata, la vena d’acqua è naturale e precede il cristianesimo, la prigionia di Pietro e Paolo è tradizione. Allo stesso modo, nella chiesa del Domine Quo Vadis sull’Appia Antica si mostra una lastra con due impronte di piedi: è una copia, l’originale è a San Sebastiano fuori le Mura, e si tratta con ogni probabilità di un ex voto romano di viaggiatori. All’Abbazia delle Tre Fontane, infine, la testa di Paolo avrebbe rimbalzato tre volte facendo sgorgare tre sorgenti: le fontane esistono, ma oggi non danno acqua.

Santa Sabina, la pietra del diavolo e l’arancio

Nel nartece della basilica di Santa Sabina all’Aventino è esposto un blocco di pietra nera che la tradizione domenicana indica come quello scagliato dal diavolo contro san Domenico. Si tratta in realtà di un peso o contrappeso di età romana. L’arancio che si vede dallo spioncino nel corridoio, e che la devozione attribuisce alla mano del santo nel 1220, è un discendente per pollone dell’albero della tradizione, non l’originale.

Fontana di Trevi, Isola Tiberina, Palatino

Alla Fontana di Trevi la fanciulla che indicò la sorgente ai soldati di Agrippa è leggenda, mentre l’acquedotto Vergine del 19 avanti Cristo e il bassorilievo che la raffigura sono reali; la monetina lanciata di spalle è un rito ottocentesco, reso globale dal cinema del Novecento. All’Isola Tiberina il serpente di Esculapio che sceglie l’isola è racconto eziologico, ma il tempio del dio guaritore e i resti della decorazione a forma di prua, visibili verso il Ponte Rotto, sono documentati. Sul Palatino, infine, l’ambiente sotterraneo individuato nel 2007 e annunciato come il Lupercale, la grotta della lupa, fu subito contestato da parte degli archeologi, che lo ritengono più probabilmente un ninfeo della casa di Augusto: la questione non è chiusa.

Fuori Roma: Sutri, Tivoli, Viterbo, Vulci, Anagni

La tradizione cavalleresca fa nascere Orlando in una grotta di Sutri, identificata con la chiesa rupestre della Madonna del Parto scavata nel tufo dentro il parco dell’antichissima città: la chiesa e la sua fase mitraica sono reali, Orlando è un personaggio letterario. A Tivoli la Sibilla avrebbe mostrato ad Augusto la visione che legittima la basilica di Santa Maria in Aracoeli sul Campidoglio: leggenda cristiana medievale, costruita a posteriori. A Viterbo la bella Galiana e la scrofa bianca spiegano un sarcofago riusato e il leone dello stemma cittadino. A Vulci il ponte a un solo arco sul Fiora è detto Ponte del Diavolo, secondo un motivo folclorico che in Europa ricorre identico decine di volte. Ad Anagni, nel palazzo di Bonifacio VIII, lo schiaffo del 7 settembre 1303 non è attestato dalle fonti coeve più affidabili: l’attentato è storico, il guanto di ferro sul volto del papa è un’aggiunta narrativa, resa celebre da Dante. A Palestrina, nel santuario della Fortuna Primigenia, le sortes praenestinae erano una pratica oracolare reale, mentre il ritrovamento delle tavolette dentro una roccia spaccata è il mito di fondazione del santuario, raccontato già da Cicerone come racconto locale. A Villa Medici la palla di cannone nella fontana viene attribuita a Cristina di Svezia, ma la fontana è anteriore all’episodio. A Subiaco, sul Monte Soratte e a Civita di Bagnoregio il meccanismo si ripete identico. A Genazzano l’affresco quattrocentesco della Madre del Buon Consiglio è reale e il culto è documentato fin dal Quattrocento, mentre il volo dell’immagine da Scutari è racconto devozionale. A Torre Astura, dove Corradino di Svevia fu catturato nel 1268 prima di essere decapitato a Napoli, il guanto gettato dal patibolo e il falco che lo riporta appartengono al romanticismo ottocentesco, non alle cronache. A Bolsena il miracolo eucaristico del 1263 è tradizione devozionale, mentre l’istituzione del Corpus Domini nel 1264 e la costruzione del Duomo di Orvieto per il corporale sono storia, e il nesso causale fra i due fatti è discusso dagli storici.

Perché queste storie si somigliano tutte

Chi legge di fila venti leggende laziali si accorge che i motivi ricorrono: il bambino morto che continua a giocare, la donna uccisa che cammina, il patto con il diavolo per costruire un ponte, il fiume che inghiotte una città empia, la mano mozzata. Non è un caso ed è la cosa più interessante di tutto il repertorio.

La leggenda dice chi si odiava

Donna Olimpia sul carro di fuoco e Nerone fra i corvi non sono storie sul soprannaturale: sono giudizi popolari. La Roma del Seicento non poteva processare la cognata del papa e la Roma medievale non poteva processare un imperatore morto da mille anni, ma poteva metterli tutti e due all’inferno e farli tornare a scontare la pena in pubblico. Le apparizioni romane colpiscono quasi sempre potenti, ed è raro che tocchino gente comune: la geografia dei fantasmi ricalca la geografia del potere.

La leggenda risarcisce chi ha perso

Beatrice Cenci è il rovescio esatto di Donna Olimpia. Qui il popolo non condanna, assolve: il fantasma che torna non sconta una colpa, denuncia un’ingiustizia. Il fatto che la Roma del 1599 fosse in gran parte schierata dalla parte della condannata e che il papa non abbia concesso la grazia è documentato, e il fantasma è il modo in cui quella sentenza non è mai stata accettata.

Un itinerario a piedi nel centro, in mezza giornata

I luoghi romani di questo repertorio stanno quasi tutti dentro un quadrilatero che si percorre a piedi in tre o quattro ore, senza contare le visite a pagamento: la vicinanza fisica rende evidente quanto le storie si passino il testimone.

Da Ponte Sant’Angelo a piazza Navona

Si parte dal ponte, che è gratuito e sempre aperto, con Castel Sant’Angelo davanti: qui stanno Beatrice Cenci, Mastro Titta e l’arcangelo della peste del 590. Si attraversa verso Tor di Nona, si prende via dei Portoghesi per la Torre della Scimmia e si scende su piazza Navona, dove si guardano il palazzo Pamphilj sul lato lungo e l’angolo con via dell’Anima per la mano di Costanza. Il tratto è di venti minuti scarsi.

Domande frequenti sui fantasmi di Roma

Qual è il fantasma più famoso di Roma?

Il fantasma più famoso di Roma è quello di Beatrice Cenci, che secondo la tradizione popolare attraversa Ponte Sant’Angelo nella notte dell’11 settembre reggendo la propria testa. L’esecuzione di Beatrice Cenci l’11 settembre 1599 su quel ponte è un fatto storico documentato dagli atti del processo; l’apparizione, invece, non compare in nessuna fonte coeva ed è un racconto formatosi in età romantica, quando la vicenda divenne materia letteraria europea.

Si possono visitare i luoghi dei fantasmi di Roma gratuitamente?

La maggior parte dei luoghi legati ai fantasmi di Roma è all’aperto e si raggiunge senza pagare nulla: Ponte Sant’Angelo, piazza Navona, via dei Portoghesi con la Torre della Scimmia, piazza del Popolo e il tratto di mura del Muro Torto sono spazi pubblici sempre accessibili. Si paga solo per entrare a Castel Sant’Angelo, nella cripta dei Cappuccini, nel Carcere Mamertino e negli altri monumenti museali, ciascuno con tariffe e orari propri da verificare prima della visita.

Dove si trova la Torre della Scimmia a Roma?

La Torre della Scimmia si trova in via dei Portoghesi 18, nel rione Campo Marzio, a circa cinque minuti a piedi da piazza Navona: è una torre medievale inglobata nel palazzo Scapucci, con merlatura quattrocentesca e, sulla sommità, una statua ottocentesca della Vergine accanto a una lampada votiva sempre accesa. L’edificio è privato e non si visita: la torre e la lampada si osservano dalla strada, a qualunque ora.

Il fantasma di Isabella de’ Medici è legato al castello di Bracciano?

Isabella de’ Medici non morì al castello di Bracciano ma nella villa medicea di Cerreto Guidi, in Toscana, il 16 luglio 1576: il legame fra la sua morte e il castello romano è quindi un innesto narrativo, non un dato storico. Era però moglie di Paolo Giordano I Orsini, duca di Bracciano, e il castello le dedica una stanza. La storiografia moderna considera prevalente l’ipotesi dell’omicidio, sostenuta dalla corrispondenza diplomatica dell’epoca.

Chi era Mastro Titta e quante persone giustiziò?

Mastro Titta era il soprannome di Giovanni Battista Bugatti, boia dello Stato Pontificio dal 1796 al 1864, che nel proprio registro annotò 516 nomi, dei quali 514 conteggiati come esecuzioni da lui eseguite. Viveva a Borgo e non poteva attraversare il Tevere se non per servizio, da cui il detto romano che quando Mastro Titta passava ponte quel giorno si moriva in piazza. Il suo mantello scarlatto è conservato al Museo Criminologico di Roma.

I castelli di Sermoneta e Fumone si possono visitare?

Il castello Caetani di Sermoneta e il castello Longhi De Paolis di Fumone si visitano entrambi con percorsi guidati a orari stabiliti: il primo è gestito dalla Fondazione Roffredo Caetani, il secondo è di proprietà privata e apre al pubblico dal 1990. Orari, tariffe e giorni di chiusura variano nel corso dell’anno e in occasione di eventi, per cui conviene verificare direttamente con le due strutture prima di mettersi in viaggio, soprattutto fuori stagione.

Le leggende sui fantasmi di Roma hanno una base storica?

Le leggende sui fantasmi di Roma hanno quasi sempre un nucleo storico reale, ma il nucleo riguarda la vita del personaggio e non l’apparizione: l’esecuzione di Beatrice Cenci, il potere di Olimpia Maidalchini, la prigionia di Celestino V a Fumone e la carriera di Mastro Titta sono documentati, mentre lo spettro che torna non lo è in nessun caso. Le apparizioni compaiono nelle raccolte di folclore e nella letteratura turistica, non nelle fonti coeve.

Un ultimo appunto, prima di mettersi in cammino

Queste storie reggono benissimo senza bisogno di essere vere, e reggono meglio se si sa quale pezzo è vero e quale no. Una città che ha giustiziato una ragazza di ventidue anni davanti alla folla e poi se ne è pentita per quattro secoli non ha bisogno di uno spettro per essere inquietante: lo spettro è il modo in cui il pentimento ha preso forma. Chi cammina fra Ponte Sant’Angelo e piazza Navona con questa consapevolezza vede due strati sovrapposti, e sono più interessanti presi insieme che presi uno alla volta.

Chi vuole costruire un percorso romano che tenga insieme queste tappe con il resto del centro storico, o inserire una gita a Bracciano, Sermoneta o Fumone in un itinerario più ampio, trova strumenti di pianificazione su Tour Leader Pro, mentre per orientarsi su collegamenti, distanze e mete del Lazio è una buona risorsa Italy Planner.

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