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Via Veneto

In breve. Via Veneto, per l'anagrafe comunale via Vittorio Veneto, sale da piazza Barberini a Porta Pinciana nel rione Ludovisi, dentro il I Municipio di Roma: circa settecento metri di salita elegante che si percorrono a piedi in una decina di…

Via Veneto, per l'anagrafe comunale via Vittorio Veneto, sale da piazza Barberini a Porta Pinciana nel rione Ludovisi, dentro il I Municipio di Roma: circa settecento metri di salita elegante che si percorrono a piedi in una decina di minuti senza affrettare il passo. Si entra a qualunque ora del giorno e della notte e non si paga niente, perché la strada è pubblica, i marciapiedi sono larghi e l'accesso è libero. La fermata di metropolitana è Barberini-Fontana di Trevi sulla linea A, all'imbocco della via: dal tornello al primo civico ci sono meno di duecento metri. In autobus si scende alla fermata Veneto/Emilia, sulla via stessa, oppure a piazza Barberini. I due musei veri che si aprono su questo asse sono il Museo e Cripta dei Frati Cappuccini al civico 27, dentro la chiesa di Santa Maria della Concezione, aperto tutti i giorni dalle 10.00 alle 19.00 con biglietteria che chiude mezz'ora prima, e, a due passi dall'imbocco, in via delle Quattro Fontane 13, Palazzo Barberini con le Gallerie Nazionali di Arte Antica, aperto da martedì a domenica dalle 10.00 alle 19.00, chiuso il lunedì, biglietto intero 15 euro e ridotto 2 euro per i cittadini dell'Unione Europea fra i 18 e i 25 anni. Le tariffe aggiornate della Cripta si leggono sul sito ufficiale dei Cappuccini di via Veneto, che gestisce la vendita in proprio. Per il resto Via Veneto si visita come si visita una strada: camminando, alzando gli occhi e sapendo che cosa si sta guardando.

Chi vuole costruirsi la giornata intorno a questo quadrante trova gli altri luoghi nella pagina delle attrazioni turistiche di Roma, e può risalire fino a Villa Borghese, che comincia esattamente dove Via Veneto finisce.

Dove si trova Via Veneto e come ci si arriva

L'errore più comune di chi cerca Via Veneto sulla mappa è immaginarla dritta. Non lo è: la strada disegna due curve ampie, quasi una esse rovesciata, e proprio per questo non si vede mai per intero. Da piazza Barberini si intravede il primo tratto in salita fino all'altezza della chiesa dei Cappuccini; poi la via piega, si allarga, e solo dopo il gomito centrale compare la mole di Palazzo Margherita. Il secondo gomito nasconde Porta Pinciana fino all'ultimo. Chi la percorre la prima volta ha sempre la sensazione che sia più lunga di quanto dice la pianta, e il motivo è tutto in quelle due curve.

I due capi di Via Veneto: piazza Barberini e Porta Pinciana

Il capo basso è piazza Barberini, a 40 metri sul livello del mare circa, dove convergono via del Tritone, via Sistina, via Barberini e via delle Quattro Fontane. Il capo alto è Porta Pinciana, aperta nelle Mura Aureliane, oltre la quale si entra nel piazzale Brasile e quindi nel parco di Villa Borghese. Fra i due estremi il dislivello è sensibile: si sale, e chi ha le gambe stanche farà bene a percorrere Via Veneto in discesa, da Porta Pinciana verso piazza Barberini, invertendo il senso che quasi tutti prendono. È un consiglio banale che nessuna guida scrive, e cambia la giornata.

Nel tratto iniziale la via fa da confine fra due rioni: a destra salendo il rione Ludovisi, a sinistra il rione Colonna. È una di quelle linee amministrative invisibili che spiegano perché i palazzi dei due lati non si somigliano.

Come arrivare a Via Veneto con la metropolitana

La stazione è Barberini, che le indicazioni Atac chiamano Barberini-Fontana di Trevi, sulla linea A. È entrata in servizio il 16 febbraio 1980 con il primo tratto della linea. Uscendo, l'imbocco di Via Veneto è a meno di duecento metri: si attraversa la piazza tenendo la Fontana del Tritone alla propria sinistra e la Fontana delle Api segna l'angolo giusto.

Vale la pena ricordare che questa stazione ha avuto una storia travagliata con le scale mobili: chiusa il 21 marzo 2019 dopo un guasto, è tornata operativa in via provvisoria il 4 febbraio 2020 nella sola direzione di uscita e ha ripreso a funzionare anche in entrata il 15 maggio 2020. Chi ha problemi di deambulazione controlli prima la disponibilità degli impianti: qui sotto le rampe sono lunghe.

La seconda opzione è la fermata Spagna, sempre linea A, a circa settecento metri dall'imbocco basso della via. Ha senso solo se si arriva dal Tridente e si vuole salire al Pincio prima di scendere su Via Veneto.

Come arrivare a Via Veneto in autobus

La fermata sulla strada si chiama Veneto/Emilia e si trova all'altezza dell'incrocio con via Emilia, cioè poco sopra Palazzo Margherita. Le linee che servono l'asse Barberini-Veneto cambiano con i piani di esercizio e con i cantieri: conviene controllare il numero della linea sulla paretina della fermata o sull'app ufficiale dell'azienda di trasporto il giorno stesso, perché negli ultimi anni le deviazioni nel centro storico sono state frequenti.

Un dettaglio pratico che nessuno dice: la fermata è in salita e i marciapiedi sono alti. Se viaggiate con un passeggino, scendete a piazza Barberini e risalite la via, dove il piano è più regolare.

Arrivare a Via Veneto a piedi dal centro

Da piazza di Spagna si cammina per dieci minuti buoni passando per via Sistina e piazza Barberini. Dalla Fontana di Trevi sono otto minuti, sempre in salita, imboccando via del Tritone. Dal Quirinale se ne contano dodici. Dalla stazione Termini, a passo normale, venti. Sono distanze che a Roma si fanno a piedi senza drammi, purché si eviti il primo pomeriggio d'agosto: su questa salita, con il sole a picco e poca ombra, i quattrocento metri centrali sono i più faticosi del centro storico.

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Come nasce Via Veneto: la fine di Villa Ludovisi

Per capire Via Veneto bisogna accettare una verità sgradevole: questa strada esiste perché è stato distrutto uno dei più straordinari giardini d'Europa. Fino agli anni Ottanta dell'Ottocento, tutto il quadrante fra piazza Barberini e le Mura Aureliane era occupato dalla villa dei principi Boncompagni Ludovisi, un parco enorme di viali, boschetti, fontane, statue antiche e casini di delizia costruito a partire dal 1621 dal cardinale Ludovico Ludovisi, nipote di papa Gregorio XV.

La villa dei Ludovisi prima di Via Veneto

Il cardinale Ludovisi aveva comprato e accorpato terreni e vigne sul colle Pincio, nell'area degli antichi horti di Sallustio, e ci aveva messo dentro una delle collezioni di scultura antica più celebri della storia del collezionismo romano: il Galata suicida, il Trono Ludovisi, l'Ares, l'Ermes Loghios. Chi oggi visita Palazzo Altemps vede lì, esposta, buona parte di quella collezione: è il modo più diretto per farsi un'idea di che cosa fosse la villa cancellata da Via Veneto.

Il parco misurava quasi ventiquattro ettari. I viaggiatori del Grand Tour non rinunciavano a vederlo, e nell'Ottocento la villa era ancora uno dei luoghi che gli stranieri chiedevano di vedere appena arrivati a Roma. Poi Roma diventò capitale del Regno d'Italia, nel 1871 la città si riempì di ministeri e di impiegati, e il suolo dentro le mura cominciò a valere più dei giardini che vi crescevano sopra.

La lottizzazione: il 1883, la convenzione e la Società Generale Immobiliare

Alla morte di don Antonio Boncompagni Ludovisi i figli Rodolfo e Ignazio avviarono la vendita. Nel 1883 la Società Generale Immobiliare acquistò circa 240.000 metri quadrati dei 247.000 della tenuta. Nel 1886 il consiglio comunale di Roma approvò l'apertura di via Vittorio Veneto e di via Boncompagni dichiarandole di pubblica utilità, e nello stesso anno la famiglia firmò con la società immobiliare la convenzione che diede vita al quartiere Ludovisi. Il rione autonomo arrivò più tardi, nel 1921.

Il progetto edilizio non prevedeva caseggiati popolari: solo villini e palazzine di tre o quattro piani circondate da verde, destinate alla borghesia alta e all'aristocrazia che si stava trasferendo dal centro antico. Il momento di massima attività fu il biennio 1888-1889. Restano, come testimonianze di quella stagione, edifici raffinati come il villino Folchi del 1895 e il villino Florio del 1902, nelle traverse laterali.

Dell'antico parco sopravvivono due cose soltanto: il Casino dell'Aurora, in via Lombardia 46, e la facciata del Palazzo Grande, oggi inaccessibile perché inglobata nel recinto dell'ambasciata degli Stati Uniti. Tutto il resto - viali, boschi, fontane - è sotto l'asfalto e sotto i palazzi.

Il tracciato di Via Veneto e la mano di Gaetano Koch

La scelta di far salire la strada con due curve non fu un capriccio: era il modo per rendere sopportabile il dislivello fra la piazza e la porta e per dare, a chi saliva, una successione di scorci invece di un corridoio rettilineo. Gaetano Koch, l'architetto romano che in quegli anni stava riscrivendo mezza città, dai palazzi porticati dell'Esedra alla sede della Banca d'Italia in via Nazionale, è il nome legato al più importante edificio della via, Palazzo Margherita, costruito fra il 1886 e il 1890. La lettura corrente vuole che il disegno complessivo del nuovo quartiere e la scenografia della strada portino la sua impronta: prudente dire che la paternità documentata riguarda il palazzo, mentre il carattere unitario delle quinte edilizie è l'esito della convenzione urbanistica e del gusto dell'epoca.

Da via Veneto a via Vittorio Veneto: la delibera del 1919

All'inizio la strada portava semplicemente il nome della regione veneta, come accade ancora oggi alle traverse del rione, tutte intitolate a regioni e province italiane: via Lombardia, via Emilia, via Toscana, via Sardegna, via Sicilia, via Campania, via Piemonte, via Liguria, via Calabria, via Abruzzi, via Friuli, via Molise, via Marche, via Puglie, via Basilicata, via Veneto appunto. Dopo la prima guerra mondiale, con delibera della Giunta Municipale numero 37 del 25 ottobre 1919, il nome fu cambiato in via Vittorio Veneto a ricordo della battaglia che nell'autunno del 1918 aveva chiuso il conflitto sul fronte italiano.

Il nome ufficiale non ha mai attecchito nel parlato. Nessun romano dice via Vittorio Veneto: si dice Via Veneto, e basta. È uno dei pochi casi in cui la toponomastica patriottica ha perso contro l'uso.

Il Casino dell'Aurora, quel che resta di Villa Ludovisi

A poche decine di metri da Via Veneto, in via Lombardia 46, sopravvive il Casino dell'Aurora Ludovisi, l'unico edificio superstite della villa cinquecentesca da cui tutto era cominciato e che era appartenuta al cardinale Francesco Maria Del Monte, il protettore di Caravaggio e amico di Galileo.

Dentro c'è una cosa che non ha uguali al mondo: il Giove, Nettuno e Plutone dipinto da Caravaggio verso il 1597 sul soffitto di uno stanzino al piano superiore. È l'unica pittura murale conosciuta dell'artista, eseguita a olio sull'intonaco, con un impianto allegorico che allude alla tradizione alchemica cara al cardinale. Al piano nobile c'è invece l'Aurora affrescata dal Guercino nel 1621, che ha dato all'edificio il suo secondo nome, Villa Aurora.

La vicenda recente è una storia romana esemplare. Dopo la morte del principe Nicolò Boncompagni Ludovisi nel 2018 si è aperto un contenzioso ereditario fra la vedova e i tre figli di primo letto, e l'immobile è finito all'asta giudiziaria a partire dal gennaio 2022, con una base che dalla cifra iniziale di 471 milioni di euro è scesa nelle tornate successive fino a 145 milioni, sempre senza offerte. Nell'aprile 2023 la principessa è stata sfrattata. L'edificio richiede lavori di restauro stimati in svariati milioni e la sua destinazione non è ancora decisa. Non si visita con biglietto: chi passa da Via Veneto può solo affacciarsi su via Lombardia e guardare il muro di cinta sapendo che cosa c'è sotto quel tetto.

Il nostro parere: è la più grande occasione mancata del patrimonio romano contemporaneo. Un Caravaggio unico chiuso in una casa vuota mentre a duecento metri si fa la fila per vedere copie e ricostruzioni.

Palazzo Margherita su Via Veneto: la regina, poi l'ambasciata degli Stati Uniti

L'edificio più importante della strada è al civico 119 e ha una facciata lunga, severa, di travertino e mattone, che chiude il lato destro salendo. È Palazzo Margherita, e oggi ospita l'ambasciata degli Stati Uniti d'America in Italia.

Rodolfo Boncompagni Ludovisi e il palazzo di Koch

Lo fece costruire fra il 1886 e il 1890 il principe Rodolfo Boncompagni Ludovisi, che aveva perso per esproprio la residenza di famiglia sul Corso durante gli sventramenti postunitari e voleva una casa nuova dentro il proprio terreno. L'architetto fu Gaetano Koch. Il palazzo sorge dentro il perimetro dell'antica villa e ne ingloba il nucleo più vecchio, il cosiddetto Palazzo Grande del 1622, oltre a qualche albero del parco originario, l'ultimo residuo vegetale di quel giardino.

L'operazione fu una cattedrale finanziaria nel deserto: la crisi edilizia di fine Ottocento travolse la Società Generale Immobiliare e la stessa famiglia, che si ritrovò con un palazzo enorme e i conti in disordine. Chi guarda quella facciata guarda anche il monumento a una bolla speculativa.

Margherita di Savoia a Via Veneto

Nel 1900 la casa reale acquistò l'edificio. Dopo l'assassinio di Umberto I a Monza, il 29 luglio di quell'anno, la regina vedova Margherita di Savoia lasciò il Quirinale al figlio Vittorio Emanuele III e fece di questo palazzo la propria residenza ufficiale. Ci visse fino alla morte, nel 1926. Da allora il palazzo porta il suo nome.

Nei ventisei anni della regina, Via Veneto fu una strada di corte: carrozze, ricevimenti, salotti letterari, la cosiddetta mondanità umbertina. La sua fama di strada elegante nasce lì, decenni prima del cinema.

L'ambasciata americana oggi e che cosa si può vedere da fuori

Dal 1931 il palazzo è la sede dell'ambasciata degli Stati Uniti; il governo americano ne acquisì la piena proprietà nel 1946. Nel complesso è compreso anche il Villino Piombino, e nel recinto si trova la Fontana del Tritone che fu ricollocata qui.

Dettaglio pratico che risparmia figuracce: davanti all'ambasciata c'è un presidio armato permanente e vigono limitazioni alla sosta e al transito. Fotografare la facciata dal marciapiede opposto non è vietato, ma inquadrare da vicino i varchi, i militari o i veicoli di servizio comporta quasi sempre un richiamo. Si fotografa da lontano, si cammina, non si discute. Le sale interne e il giardino non sono visitabili: le rarissime aperture straordinarie vengono annunciate dall'ambasciata stessa e si prenotano con largo anticipo e controlli di sicurezza.

I grandi alberghi di Via Veneto

Via Veneto è, da oltre un secolo, la via degli alberghi di lusso di Roma. La ragione è storica: quando il quartiere Ludovisi fu costruito, la clientela internazionale cercava camere vicino a Villa Borghese e lontano dal caos della stazione, e le palazzine nuove, alte e ariose, si prestavano alla conversione alberghiera meglio dei palazzi antichi del centro.

L'Excelsior, la cupola di Via Veneto

Il più famoso è l'Excelsior, al civico 125, inaugurato il 18 gennaio 1906 su progetto degli architetti svizzeri Emil Vogt e Otto Maraini. Lo riconoscete dalla cupola d'angolo, che è il segno più riconoscibile dello skyline della strada e le vale ancora l'etichetta di albergo più parigino di Roma.

Oggi conta 281 camere e 35 suite. Sotto la cupola si sviluppa, fra quinto e sesto piano, la suite Villa La Cupola, con affreschi dipinti a mano, fino a sette camere da letto e una sala di proiezione privata: viene regolarmente citata fra le camere d'albergo più costose del mondo. La proprietà è passata dagli svizzeri alla CIGA nel 1923, poi a gruppi internazionali, fino all'acquisto da parte di Katara Hospitality nel 2015 per 222 milioni di euro.

L'Excelsior ha ospitato la troupe di Ben Hur nel 1958 ed è comparso in decine di film, dalla Dolce Vita del 1960 all'Esorcista del 1973. Chi non ci dorme può comunque entrare nella hall: nessuno lo impedisce, purché si abbia il buon gusto di consumare qualcosa o di non trattare l'atrio come un set fotografico.

Gli altri alberghi storici di Via Veneto

Salendo si incontrano, uno dopo l'altro, i palazzi costruiti o riadattati per l'ospitalità: l'hotel Majestic, l'hotel Balestra, l'hotel Palace, il Regina Baglioni, e in cima, a ridosso di Porta Pinciana, l'hotel Flora. Il Grand Hotel Via Veneto, oggi sotto insegna internazionale, occupa una delle palazzine più imponenti del tratto alto.

Vale la pena guardarli come architetture e non solo come alberghi. Le facciate raccontano tre stagioni diverse: l'eclettismo umbertino di fine Ottocento, il gusto liberty dei primi del Novecento e gli inserti razionalisti degli anni Trenta. Su duecento metri di salita passano cinquant'anni di storia del gusto italiano.

Un'osservazione: i portieri in livrea di Via Veneto sono, nella maggior parte dei casi, le persone più informate della strada. Chiedere a loro dove si mangia davvero bene nel raggio di trecento metri funziona meglio di qualunque classifica online.

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I caffè di Via Veneto: Doney, Café de Paris, Harry's Bar

Il mito della strada nasce dai tavolini sul marciapiede. Negli anni Cinquanta e Sessanta i caffè di Via Veneto erano insieme salotto, agenzia di collocamento e redazione: si trattavano contratti, si cercavano comparse, si costruivano scandali. Tre nomi su tutti.

Il Café de Paris e la sua parabola

Il Café de Paris è il locale che il cinema ha reso immortale e che la cronaca ha poi smontato pezzo per pezzo. La sua notorietà internazionale è documentata almeno dal 1959, quando la stampa americana raccontò Via Veneto come il centro della vita notturna romana; la data di fondazione che circola, il 1948, non trova conferma in documenti amministrativi verificabili, quindi la prendo per quello che è, una tradizione.

La parabola successiva è impressionante. Il 16 settembre 1985 il locale fu colpito da un attentato dinamitardo. Il 22 luglio 2009 venne sequestrato nell'ambito di una vasta operazione su patrimoni attribuiti alla criminalità organizzata, e riaprì poco dopo sotto amministrazione giudiziaria, nel 2011, servendo anche prodotti provenienti da terreni confiscati insieme a un'associazione antimafia. Seguirono vertenze sindacali pesantissime fra il 2013 e il 2014. Il 18 febbraio 2014 il locale chiuse definitivamente, dopo un incendio e uno sfratto per morosità. Nel 2016 gli interni furono demoliti. Fra il 2019 e il 2020 i provvedimenti di confisca sono stati riformati in sede giudiziaria e le accuse di matrice mafiosa sono cadute.

Oggi chi cerca il Café de Paris trova una vetrina cieca. È il punto più malinconico di Via Veneto e, per onestà, va detto a chi arriva qui convinto di sedersi al tavolino del film: quel tavolino non c'è più.

Harry's Bar, al civico 150

Harry's Bar è al numero 150, dalla parte alta della via, ed è il superstite più solido della stagione d'oro. Il locale nacque nel 1918 con il nome di Golden Gate, aperto da una signora americana residente a Roma che si ispirò alla sua San Francisco; funzionava come sala da tè. Cambiò proprietà e nome nel 1950, diventando Harry's Bar Roma. Non ha alcun legame societario con gli Harry's Bar di Venezia, Firenze, Parigi o Londra: è un equivoco che si ripete da decenni.

Fra la fine degli anni Cinquanta e i primi Sessanta ci passarono Jean-Paul Belmondo, Ava Gardner, Lana Turner, Marlon Brando, Audrey Hepburn, Sophia Loren e Anita Ekberg. Frank Sinatra si sedette al pianoforte del bar e suonò per i clienti: è l'aneddoto più ripetuto della strada, e per una volta è documentato. Negli anni Ottanta il locale passò al gruppo Cremonini, poi, all'inizio degli anni Duemila, alla famiglia Lepore, che lo ha rinnovato.

Funziona ancora come american bar e ristorante, con cucina mediterranea, boiserie e pianoforte dal vivo la sera. Gli orari indicati dall'esercizio sono dal lunedì al sabato dalle 10.00 all'1.30 di notte, con la cucina che chiude all'1.00, e la domenica dalle 10.00 alle 17.30. Controllateli prima di presentarvi tardi: i locali di Via Veneto cambiano turno più spesso di quanto aggiornino il sito.

Il Doney

Il Doney è il caffè storico legato all'Excelsior. Prima di trasferirsi in Via Veneto, l'insegna Doney era una delle più antiche d'Italia nel settore, con radici fiorentine ottocentesche. Nel dopoguerra divenne il ritrovo degli intellettuali e dei registi: Federico Fellini vi era di casa, e con lui il poeta Vincenzo Cardarelli, che di questa via fece uno dei suoi approdi quotidiani. Il Doney è il luogo in cui l'aggettivo mondano smette di essere un cliché e diventa un fatto di cronaca: si andava lì per essere visti, e per essere fotografati.

Oggi l'insegna continua a vivere legata all'albergo. Chi vuole cogliere davvero l'atmosfera, però, non deve cercare il locale: deve mettersi seduto sul lato del marciapiede opposto, ordinare un caffè e guardare la strada. È quella la scena, non l'arredo.

La Dolce Vita: il film che ha inventato Via Veneto

Nessuna strada al mondo deve tanto a un film quanto Via Veneto deve alla Dolce Vita di Federico Fellini.

Il film del 1960

La Dolce Vita fu girato fra marzo e agosto del 1959 e presentato in anteprima romana il 3 febbraio 1960 al cinema Fiamma, quindi al Capitol di Milano il 5 febbraio. Protagonisti Marcello Mastroianni, nei panni del giornalista Marcello Rubini, e Anita Ekberg; Annibale Ninchi interpretava il padre del protagonista, e la scena dell'incontro fra i due avviene proprio a un tavolino all'aperto di Via Veneto. Il film vinse la Palma d'oro al tredicesimo Festival di Cannes, ricevette quattro candidature agli Oscar e ne vinse uno, per i costumi di Piero Gherardi. Il montaggio iniziale superava le quattro ore e fu ridotto a circa tre.

La Via Veneto ricostruita a Cinecittà

Ed ecco il paradosso che ogni guida dovrebbe dire ad alta voce: la Via Veneto della Dolce Vita non è Via Veneto. Fellini fece ricostruire la strada in studio, al Teatro 5 di Cinecittà, dentro una produzione che allestì circa ottanta set. La ricostruzione era fedele nelle insegne e nei tavolini, ma la pendenza fu eliminata: il set era in piano, perché la salita reale avrebbe complicato i movimenti di macchina. Chi arriva qui cercando le inquadrature del film non le troverà mai, e non per colpa del tempo che passa.

La stessa cosa vale per la scena più citata del cinema italiano, il bagno nella Fontana di Trevi con Anita Ekberg e Marcello Mastroianni in abito da sera: quella fu girata sul posto, alla Fontana di Trevi, a pochi minuti da qui, e non a Via Veneto.

Paparazzo: come nasce la parola

Il fotografo che insegue le celebrità nel film si chiama Paparazzo ed è interpretato da Walter Santesso. Da quel personaggio è nata una parola che oggi esiste in tutte le lingue del mondo. L'origine del nome ha almeno tre versioni, e vale la pena conoscerle tutte e tre perché nessuna è stata mai chiusa in via definitiva.

La prima è di Ennio Flaiano, cosceneggiatore: raccontò che il nome uscì aprendo a caso un libro di viaggio dell'inglese George Gissing, By the Ionian Sea del 1901, in cui compare un albergatore di Catanzaro di nome Coriolano Paparazzo. La seconda è di Fellini stesso, che parlò di un libretto d'opera con un personaggio così chiamato senza saper indicare quale; alcuni studiosi hanno proposto una contaminazione fra Papageno e Sarastro del Flauto magico di Mozart. La terza è dialettale: in abruzzese, la lingua di Flaiano, paparazza indica un mollusco le cui valve, chiudendosi, fanno lo stesso scatto secco di un otturatore. Fellini, interrogato da un settimanale americano, disse che quel nome gli suggeriva un insetto ronzante, che vola intorno, si avventa e punge. La parola entrò nell'inglese nell'aprile del 1961.

Che cosa resta della Dolce Vita a Via Veneto

Poco, e bisogna dirlo senza giri di parole. Il minimondo di attori, registi, comparse e fotografi che ruotava attorno a questi tavolini è finito fra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta, quando il cinema italiano cambiò produzione e la vita notturna romana si spostò altrove. Restano gli alberghi, resta qualche caffè, resta l'architettura. E resta il fatto che, per una manciata di anni, questa salita fu il luogo più fotografato d'Europa.

Chi vuole vedere davvero quegli anni faccia una cosa diversa: salga alla Casa del Cinema, dentro Villa Borghese, a dieci minuti a piedi da qui, dove si proiettano rassegne e si conserva memoria del cinema italiano. Non lontano c'è anche Largo Marcello Mastroianni, intitolato all'attore che di Via Veneto fu il volto.

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Santa Maria della Concezione dei Cappuccini e la Cripta, al civico 27

Il monumento più antico che si affaccia su Via Veneto è anche il più inquietante, e si trova nella parte bassa, dove un tempo era piazza dei Cappuccini. La chiesa di Santa Maria della Concezione, detta dei Cappuccini o anche Santa Maria Immacolata, è al civico 27 e si raggiunge salendo una scalinata a tenaglia che stacca il sagrato dal livello della strada.

La chiesa del 1626

Papa Urbano VIII Barberini benedisse la prima pietra il 4 ottobre 1626. Il cantiere fu seguito dal fratello del papa, il cardinale Antonio Marcello Barberini, che era frate cappuccino. Il progetto si deve a Felice Antonio Casoni e a Michele da Bergamo. La prima funzione si celebrò l'8 settembre 1630 e i lavori si conclusero nel 1631, l'anno in cui la comunità dei cappuccini si trasferì qui dal convento precedente.

L'impianto è a navata unica con cinque cappelle per lato, l'altare maggiore in marmo fu voluto dal papa. La sobrietà è programmatica: l'ordine dei cappuccini nasce nel 1525 da un gruppo di francescani che volevano tornare alla regola originaria, e il nome viene dal cappuccio appuntito del saio. Una chiesa cappuccina non doveva mostrare ricchezza.

Le opere da guardare nella chiesa di Via Veneto

Nella prima cappella a destra c'è il San Michele Arcangelo che sconfigge Satana di Guido Reni, databile verso il 1635: uno dei quadri più discussi del Seicento romano, perché la tradizione vuole che il volto del demonio riprenda le fattezze del cardinale Giovanni Battista Pamphilj, futuro papa Innocenzo X, nemico dei Barberini. È una tradizione, non un fatto documentato, e come tale va raccontata; resta che davanti a quel quadro la gente si ferma sempre.

Le altre cappelle conservano opere di Pietro da Cortona, Giovanni Lanfranco e Andrea Sacchi. Nel museo del convento è esposto un San Francesco in meditazione la cui attribuzione a Caravaggio è discussa e non unanimemente accettata: la formulazione prudente è che si tratta di un dipinto riferito a Caravaggio o alla sua cerchia, ed è così che conviene presentarlo.

Davanti all'altare maggiore c'è la lastra tombale del cardinale Antonio Barberini, con l'epigrafe che dichiara come qui giaccia polvere, cenere e niente. Un cardinale che si fa seppellire sotto una frase del genere merita almeno trenta secondi di silenzio.

Il Museo dei Frati Cappuccini in otto sale

Dal 2012 il complesso ha un percorso museale ordinato su otto sale che precede la discesa alla cripta. Il racconto è quello dell'ordine: la storia del convento voluto dai Barberini e concluso nel 1631, la spiritualità francescana attraverso le vicende dei santi cappuccini, i paramenti liturgici e gli oggetti di culto, i documenti, l'attività missionaria e artistica del Novecento. Due figure tornano di continuo: san Felice da Cantalice, vissuto fra il 1515 e il 1587, primo santo dell'ordine e questuante fra i poveri di Roma, e san Crispino da Viterbo, 1668-1750, ricordato per il carattere allegro.

È un museo piccolo e serio, che molti attraversano di corsa per arrivare alle ossa. Sbagliano: senza le otto sale, la cripta diventa soltanto un luna park macabro.

Le cinque cappelle della Cripta dei Cappuccini

La Cripta dei Cappuccini occupa un corridoio sotterraneo affacciato su cinque cappelle, allestite a partire dalla metà del Settecento con i resti di quasi quattromila frati, insieme a quelli di alcuni benefattori laici. Le ossa non sono ammucchiate: sono state usate come materiale decorativo e architettonico, composte in rosoni, archi, cornici, lampadari, clessidre e croci. Ogni cappella, secondo la tradizione, contiene terra santa portata da Gerusalemme.

Si attraversano, una dopo l'altra, la cappella della Resurrezione, quella del teschio, quella dei bacini, quella dei femori e delle tibie, quella dei tre scheletri. All'uscita si legge il cartiglio che è diventato il motto del luogo: quel che voi siete noi eravamo, quel che noi siamo voi sarete. È il memento mori più diretto che esista a Roma, e funziona ancora.

Va chiarito un punto che genera equivoci: i frati non furono uccisi né esposti per spettacolo. I corpi vennero traslati dal vecchio convento nel 1631 e la disposizione ornamentale fu opera dei frati stessi, dentro una cultura religiosa in cui la morte si guardava in faccia. Il cimitero rimase in uso fino al 1870.

Come si visita la Cripta dei Cappuccini di Via Veneto

Ingresso al civico 27 di via Vittorio Veneto, telefono 06 88803695. L'apertura indicata dal museo è tutti i giorni dalle 10.00 alle 19.00, con la biglietteria che chiude mezz'ora prima. Il biglietto comprende museo e cripta e si acquista in loco o attraverso il canale di vendita indicato sul sito ufficiale del museo: i prezzi vanno verificati lì, perché cambiano con le tariffe annuali e con le riduzioni previste.

Dentro la cripta è vietato fotografare e filmare, il divieto è fatto rispettare con fermezza e il silenzio è d'obbligo: è un cimitero consacrato, non un'attrazione. La visita completa, museo più cripta, richiede fra i quaranta e i sessanta minuti. I gruppi entrano su prenotazione.

A nostro giudizio è la prima visita da fare per chi ha solo un'ora in questa zona e vuole portarsi via qualcosa che non dimenticherà. Vale più di dieci fotografie davanti a un albergo.

Piazza Barberini, l'imbocco basso di Via Veneto

Via Veneto comincia dove finisce Palazzo Barberini, e la piazza che le fa da soglia è uno dei luoghi berniniani per eccellenza.

La Fontana del Tritone

Al centro della piazza c'è la Fontana del Tritone, scolpita da Gian Lorenzo Bernini fra il 1642 e il 1643 per volontà di Urbano VIII, che la volle come pubblico ornamento della città. È in travertino ed è alimentata dall'Acqua Felice. Il tritone è seduto su una grande conchiglia bivalve, con il busto eretto e le gambe squamose da creatura marina; rovescia la testa all'indietro e soffia dentro una buccina che regge con le braccia alzate, e dalla buccina esce il getto. Alla base quattro delfini intrecciano le code e reggono le chiavi papali e lo stemma dei Barberini con le api. La fontana è stata restaurata fra il 1987 e il 1988, con interventi straordinari nel 1990, manutenzioni nel 1991-1992 e nel 1998 e un nuovo intervento nel 2013.

La scheda dedicata alla Fontana del Tritone entra nel dettaglio del cantiere berniniano. Qui basti dire che è la prima fontana romana in cui la figura umana regge da sola l'intera macchina d'acqua, senza architettura di contorno: una rottura radicale rispetto alla tradizione cinquecentesca.

La Fontana delle Api, all'angolo di Via Veneto

All'imbocco di Via Veneto, sull'angolo con la piazza, c'è la piccola Fontana delle Api: una conchiglia bivalve aperta con tre api, l'insegna araldica dei Barberini. Bernini la realizzò e fu terminata nell'aprile del 1644 come abbeveratoio per cavalli e fontanella per i passanti, cioè un'opera di pubblica utilità, come dichiara l'iscrizione dedicata a Urbano VIII.

La sua storia è più movimentata di quanto sembri. Collocata in origine all'angolo con via Sistina, presso Palazzo Soderini, fu smontata nel 1880 per far posto al traffico, e la maggior parte dei pezzi originali andò perduta. Lo scultore Adolfo Apolloni ne fece una ricostruzione nel 1915, in travertino invece che nel marmo lunense originario, e la fontana fu rimontata nella posizione attuale il 28 gennaio 1916. Quella che fotografate è dunque, in buona parte, una replica novecentesca: e sapere che il pezzo originale è sparito per una questione di circolazione stradale racconta l'Ottocento romano meglio di un saggio.

Palazzo Barberini a due passi da Via Veneto

Palazzo Barberini è in via delle Quattro Fontane 13, a poco più di cento metri dall'imbocco della via. Ospita le Gallerie Nazionali di Arte Antica, che insieme alla Galleria Corsini custodiscono oltre cinquemila opere fra dipinti, sculture e arti decorative dal Duecento al Settecento: Caravaggio, Raffaello, Filippo Lippi, Guido Reni. Il palazzo stesso è un capolavoro, con il cantiere in cui lavorarono Carlo Maderno, Gian Lorenzo Bernini e Francesco Borromini, e il soffitto del salone affrescato da Pietro da Cortona con il Trionfo della Divina Provvidenza.

Orari: da martedì a domenica dalle 10.00 alle 19.00, chiuso il lunedì. Biglietto intero 15 euro, ridotto 2 euro per i cittadini dell'Unione Europea fra i 18 e i 25 anni, gratuito sotto i 18 anni e in altri casi previsti dalla normativa. La prenotazione è obbligatoria per la prima domenica del mese e in alcune giornate festive, e sempre per i gruppi, che non possono superare le venticinque persone. Telefono 06 4814591.

Porta Pinciana e le Mura Aureliane in cima a Via Veneto

In cima alla salita Via Veneto sbatte contro un muro vecchio di diciassette secoli. È il tratto delle Mura Aureliane che chiude il Pincio, e la porta che lo buca è Porta Pinciana.

Nella forma attuale la porta risale al 403 dopo Cristo, quando l'imperatore Onorio ampliò un varco minore preesistente inserendolo nel grande rafforzamento della cinta. L'arco centrale è in travertino e conserva la galleria coperta e la camera di manovra della saracinesca; due torri semicircolari lo affiancano. Il nome deriva dalla famiglia dei Pincii, proprietaria del colle; prima ancora la porta era detta Salaria vetus perché di qui usciva l'antico tracciato della via del sale.

Nel Medioevo fu chiamata Porta Belisaria, dal generale bizantino Belisario che nel 537 respinse qui l'assalto dei Goti di Vitige e che alle mura fece eseguire restauri. Un'altra denominazione popolare fu Porta Turata, perché fra l'ottavo e il diciannovesimo secolo venne murata più volte: l'ultima chiusura è del 1808, e la riapertura arrivò soltanto ai primi del Novecento, quando il nuovo quartiere Ludovisi ebbe bisogno di uno sbocco verso il parco. Sotto l'arco è collocato un monumento ai caduti del rione Ludovisi nella prima guerra mondiale.

Attraversata la porta si è dentro il piazzale Brasile e a pochi passi dai viali di Villa Borghese: da qui si arriva in dieci minuti alla Galleria Borghese, in quindici alla terrazza del Pincio, in cinque al Museo Carlo Bilotti nell'aranciera, e in una decina di minuti all'ingresso del Bioparco.

I due ministeri di Via Veneto

Via Veneto non è solo alberghi e ricordi cinematografici: è anche una strada di governo. Due ministeri della Repubblica hanno qui la sede.

Al civico 33 si trova il palazzo progettato da Marcello Piacentini che ospita il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, il dicastero che fino al 2022 si chiamava Ministero dello Sviluppo Economico e che mantiene uffici anche in via Molise 2, sul retro dello stesso isolato. Il centralino è 06 47051.

Al civico 56 è il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, nel palazzo intitolato a Marco Biagi, il giuslavorista assassinato nel 2002; il centralino è 06 48161. Sono edifici degli anni Trenta, con il linguaggio monumentale e asciutto di quella stagione, e fanno a pugni con l'eclettismo umbertino dei vicini: è proprio questo scarto a dare alla via il suo carattere stratificato.

Conseguenza pratica per il visitatore: nei giorni feriali il tratto fra il 33 e il 56 è pieno di auto blu, presidi sindacali e transenne. Se cercate la Via Veneto silenziosa da fotografare, venite di domenica mattina.

Gli altri palazzi e i dettagli da guardare lungo Via Veneto

Camminando da piazza Barberini verso Porta Pinciana si incontrano, nell'ordine, i monumenti e gli edifici d'interesse della strada: la Fontana delle Api del Seicento, il Palazzo Coppedè al civico 7, la chiesa di Santa Maria Immacolata con la cripta dei Cappuccini, il Palazzo Piacentini sede del ministero delle Imprese, il Palazzo Marco Biagi sede del ministero del Lavoro, i palazzi degli hotel Majestic, Balestra e Palace, la Fontana del Cane, Palazzo Margherita sede dell'ambasciata statunitense con l'annesso Villino Piombino e la Fontana del Tritone nel recinto, il palazzo dell'hotel Excelsior, quello dell'hotel Flora e infine Porta Pinciana.

Il Palazzo Parlante al civico 7

Il palazzo al numero 7, opera di Gino Coppedè del 1927, è noto ai romani come Palazzo Parlante per la quantità di iscrizioni e motti che corrono sulla facciata. Coppedè è l'architetto del quartiere fantastico intorno a piazza Mincio, e qui, in scala ridotta, mette in mostra lo stesso repertorio: bestiario scolpito, stemmi, latino murato. Alzate gli occhi al secondo piano e leggete: è una lettura di cinque minuti e cambia il modo in cui guarderete il resto della strada.

La Fontana del Cane e i dettagli minori

A metà salita, addossata a un muro, c'è la piccola Fontana del Cane, una fontanella d'angolo che quasi nessuno nota e che i romani usano da generazioni. Sono questi i dettagli che distinguono chi cammina per Via Veneto sapendo cosa guardare da chi la percorre perché gliel'hanno detta in albergo: i tombini con la sigla del comune, i pali della luce originali, i marciapiedi in sanpietrini sostituiti a tratti, le insegne in ottone dei portieri.

Una curiosità su Via Veneto

La curiosità più nota riguarda i tavolini. Nell'immaginario collettivo Via Veneto è la strada dei caffè all'aperto, e in effetti l'estetica della Dolce Vita nasce dai dehors affacciati sul marciapiede. Ma quei dehors non c'erano fin dall'inizio: il quartiere Ludovisi era stato progettato, negli anni Ottanta dell'Ottocento, come un'area residenziale di villini e palazzine per famiglie agiate, non come un'area di locali pubblici. La vocazione commerciale arriva dopo, con la conversione alberghiera dei primi del Novecento, e diventa dominante solo nel secondo dopoguerra.

C'è di più, e qui la curiosità diventa un cortocircuito perfetto. La Via Veneto che il mondo intero ha visto e amato, quella dei tavolini gremiti di attori e fotografi nella Dolce Vita, non fu girata qui. Fellini la fece ricostruire dentro il Teatro 5 di Cinecittà, in una produzione che allestì circa ottanta set. E il set era in piano, mentre la strada vera sale. Milioni di persone si sono innamorate di una Via Veneto che non esiste, e quando arrivano su quella di travertino e asfalto provano una vaga delusione senza capirne il motivo: il motivo è la pendenza.

La seconda curiosità è toponomastica e la verificate da soli in trenta secondi. Tutte le traverse del rione portano nomi di regioni e province italiane, e la via principale doveva chiamarsi semplicemente via Veneto, come via Lombardia o via Toscana. Il nome patriottico, via Vittorio Veneto, arrivò solo con la delibera della Giunta Municipale numero 37 del 25 ottobre 1919, a guerra finita. Un secolo dopo nessuno lo usa: la strada si chiama ancora, per tutti, Via Veneto. La toponomastica ufficiale ha vinto sulla targa e ha perso sulla lingua.

Una cosa che non ti dice nessuno su Via Veneto

Pochi lo sanno, ma sotto i vostri piedi, mentre camminate su Via Veneto, c'è ancora la geografia di un giardino. La strada non è stata aperta in un'area vuota: è stata tagliata dentro il parco della villa Boncompagni Ludovisi, ventiquattro ettari di boschetti, viali, ninfei e statue antiche che il cardinale Ludovico Ludovisi aveva messo insieme dal 1621 sui resti degli antichi horti di Sallustio. Nel 1883 la Società Generale Immobiliare comprò circa 240.000 dei 247.000 metri quadrati della tenuta; nel 1886 il Comune dichiarò di pubblica utilità l'apertura di via Vittorio Veneto e di via Boncompagni, e la famiglia firmò la convenzione che avrebbe creato il quartiere. In tre anni, fra il 1888 e il 1889, il cantiere divorò il giardino.

Del parco restano due frammenti soltanto. Il primo è il Casino dell'Aurora, in via Lombardia 46, con il soffitto dipinto da Caravaggio verso il 1597, Giove Nettuno e Plutone, unica pittura murale conosciuta dell'artista, e con l'Aurora del Guercino del 1621 al piano nobile. Il secondo è la facciata del Palazzo Grande del 1622, inglobata nel recinto dell'ambasciata degli Stati Uniti e quindi invisibile.

La seconda cosa che nessuno dice è che l'operazione fu un disastro economico. La crisi edilizia romana di fine Ottocento travolse la società immobiliare e mise in difficoltà la stessa famiglia principesca, che si ritrovò con un palazzo gigantesco appena finito, Palazzo Margherita, e senza le risorse per mantenerlo: lo vendette ai Savoia nel 1900. La strada più elegante di Roma nasce da una speculazione fallita, e chi conosce questo retroscena guarda quelle facciate con occhi diversi.

Terza informazione pratica che non trovate nelle guide: la collezione di sculture antiche che rendeva celebre la villa non è andata perduta. Buona parte è esposta a Palazzo Altemps, sede del Museo Nazionale Romano, dall'altra parte del centro. Chi vuole capire davvero che cosa è stato cancellato per fare Via Veneto deve andare lì, non restare qui.

Il consiglio che ti do per visitare Via Veneto

Il consiglio è uno e va contro l'istinto di tutti: percorretela in discesa e al mattino presto. Prendete la metropolitana fino a Barberini, ma non imboccate subito la salita: risalite invece per via Sistina e via Francesco Crispi verso il Pincio, oppure fate il tratto in autobus fino a Porta Pinciana, e cominciate la camminata dall'alto. Scendendo, Via Veneto vi si apre davanti come una scenografia: le curve si srotolano, la cupola dell'Excelsior compare al posto giusto, la facciata di Palazzo Margherita vi arriva addosso invece di sfuggirvi alle spalle, e in fondo si apre la piazza con la Fontana del Tritone. In salita, invece, guardate soltanto l'asfalto e sudate.

Sul quando: fra le otto e le dieci del mattino la strada è pulita, le saracinesche si alzano, i camerieri apparecchiano i dehors e la luce radente colpisce le facciate dal lato giusto. Dalle undici in poi arrivano i pullman, i marciapiedi si riempiono e l'atmosfera diventa quella di qualunque via commerciale del mondo. La domenica mattina è il momento migliore in assoluto: i due ministeri sono chiusi, il traffico si dimezza e per la prima volta si sentono i passi.

Sul come: date a Via Veneto novanta minuti, non venti. Venti minuti bastano per attraversarla e restare delusi. Novanta minuti permettono di fare la cosa giusta, cioè spezzare la passeggiata con una visita vera. Un itinerario possibile è questo: Fontana delle Api e Fontana del Tritone in piazza Barberini, salita fino al civico 27, museo e cripta dei Cappuccini con calma, risalita guardando i palazzi, Palazzo Margherita da lontano, Excelsior, Porta Pinciana, e ingresso a Villa Borghese per il caffè. Se avanza tempo, Palazzo Barberini merita da solo mezza giornata.

Un'ultima raccomandazione che riguarda il portafoglio. Sedersi ai tavolini sul marciapiede di Via Veneto costa, e costa molto: è una scelta legittima se si vuole pagare il panorama, è una pessima idea se si cerca un buon caffè. Il caffè buono, a Roma, si prende al banco e in una traversa. Chi vuole comunque l'esperienza del tavolino la faccia una volta, di sera, con il conto messo in preventivo e senza fingersi sorpreso.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Tutti sanno che a Via Veneto c'è l'ambasciata degli Stati Uniti. Quasi nessuno sa che quel palazzo è stato per ventisei anni la casa di una regina, e che il suo nome non è un omaggio generico ma il nome di quella donna.

Palazzo Margherita fu costruito fra il 1886 e il 1890 da Gaetano Koch per il principe Rodolfo Boncompagni Ludovisi, che aveva perso per esproprio la residenza di famiglia sul Corso. Nel 1900 la casa Savoia lo comprò. Il 29 luglio di quell'anno Umberto I fu assassinato a Monza; la vedova, Margherita di Savoia, lasciò il Quirinale al figlio Vittorio Emanuele III e si trasferì qui, facendone la propria residenza ufficiale fino alla morte, avvenuta nel 1926. Dal 1931 l'edificio è l'ambasciata statunitense e dal 1946 è di proprietà del governo americano.

Il fatto poco citato è la conseguenza culturale di questa successione. La fama mondana di Via Veneto non nasce con il cinema: nasce con la corte della regina vedova. Per un quarto di secolo la strada fu percorsa da carrozze di cortigiani, ambasciatori, musicisti e letterati diretti al salotto di Margherita, che fu fra le prime sovrane europee a fare della propria residenza un luogo di patronato culturale. Quando negli anni Cinquanta arrivarono attori e fotografi, trovarono una via che era già, da mezzo secolo, il posto dove ci si faceva vedere.

Un secondo fatto risaputo e poco detto riguarda il nome della via: commemora la battaglia combattuta fra il 24 ottobre e il 3 novembre 1918, e fu adottato nel 1919, cioè quando quella memoria era freschissima. Il terzo riguarda Porta Pinciana, che tutti fotografano senza sapere che fu murata per secoli e riaperta solo ai primi del Novecento, proprio per servire il nuovo quartiere che stava sorgendo lungo Via Veneto. Senza la lottizzazione di Villa Ludovisi, quella porta sarebbe ancora chiusa.

La foto giusta da fare a Via Veneto

La fotografia sbagliata, quella che fanno tutti, è l'inquadratura frontale dal centro della carreggiata con lo sfondo degli alberghi: viene piatta, la strada non si legge, e in più si rischia grosso con il traffico.

La foto giusta si scatta dal marciapiede di destra salendo, poco sopra l'incrocio con via Ludovisi, verso le nove del mattino. Da lì la curva della via si compone da sola: la sequenza delle facciate entra in diagonale, la cupola dell'Excelsior chiude la quinta in alto a destra, gli alberi del lato opposto mettono una fascia di verde nel terzo inferiore dell'inquadratura. Serve un obiettivo attorno ai 35 o 50 millimetri: il grandangolo spinto qui rovina tutto, perché allarga la strada e annulla la salita, che è l'unica cosa che rende Via Veneto riconoscibile.

La seconda inquadratura che consiglio è dall'alto della scalinata a tenaglia della chiesa dei Cappuccini, al civico 27. Salendo quei gradini si guadagnano tre o quattro metri di quota e si prende la strada dall'alto, con i tavolini in primo piano e la salita che fugge verso Porta Pinciana. È l'unico punto pubblico e gratuito che offre un punto di vista rialzato su Via Veneto.

Dentro la Cripta dei Cappuccini fotografare è vietato, senza eccezioni e senza trattative: il personale interviene subito, e ha ragione, perché è un cimitero. Davanti all'ambasciata degli Stati Uniti tenetevi sul marciapiede opposto e non inquadrate i varchi, i militari o i mezzi di servizio. Per il resto la strada è pubblica e si fotografa liberamente.

Se volete la fotografia notturna, il momento è il crepuscolo di novembre o di gennaio attorno alle diciassette e trenta: le insegne degli alberghi sono accese, il cielo è ancora blu e non nero, e la strada bagnata dalla pioggia restituisce quel riflesso che nelle immagini in bianco e nero degli anni Sessanta faceva metà del lavoro.

Via Veneto
Via Veneto

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il primo avvenimento è del 537 dopo Cristo e riguarda l'estremità alta della via. Durante l'assedio dei Goti di Vitige, il generale bizantino Belisario respinse gli assalitori nel settore settentrionale delle mura, e da quell'episodio Porta Pinciana prese per secoli il nome di Porta Belisaria. Le mura di Roma, in quel frangente, funzionarono per l'ultima volta come opera militare davvero decisiva.

Il secondo è del 4 ottobre 1626: Urbano VIII benedice la prima pietra della chiesa dei Cappuccini, che sarà consacrata all'uso l'8 settembre 1630 e conclusa nel 1631, anno in cui i frati trasferiscono qui anche i resti dei confratelli dal vecchio convento. Da quel trasloco nasce, un secolo dopo, la cripta ossario.

Il terzo è del 1883-1886 ed è il più radicale: la vendita e la lottizzazione di Villa Ludovisi. Nel 1883 la Società Generale Immobiliare rileva circa 240.000 metri quadrati su 247.000; nel 1886 il consiglio comunale dichiara di pubblica utilità l'apertura di via Vittorio Veneto e di via Boncompagni; il quartiere Ludovisi nasce con la convenzione dello stesso anno e diventa rione nel 1921. Nel giro di pochi anni scompare uno dei giardini più celebri d'Europa.

Il quarto è del 29 luglio 1900. L'assassinio di Umberto I a Monza porta Margherita di Savoia a lasciare il Quirinale: la regina vedova si stabilisce nel palazzo di Via Veneto, che da allora porta il suo nome, e ci resta fino alla morte nel 1926.

Il quinto è del 18 gennaio 1906: apre l'Excelsior, e con esso comincia la vocazione alberghiera internazionale della strada.

Il sesto è del 25 ottobre 1919, con la delibera che cambia il nome della via in memoria della battaglia di Vittorio Veneto.

Il settimo, il più celebre, è del 3 febbraio 1960: al cinema Fiamma di Roma si tiene l'anteprima della Dolce Vita di Federico Fellini, due giorni prima di quella milanese al Capitol. Il film scatena polemiche durissime, viene attaccato da settori del mondo cattolico e difeso da altri, vince la Palma d'oro a Cannes e un premio Oscar per i costumi di Piero Gherardi. Da quel momento Via Veneto diventa un nome conosciuto in tutto il mondo, e l'aprile del 1961 consegna all'inglese, e da lì a tutte le lingue, la parola paparazzo.

L'ottavo è tragico: il 16 settembre 1985 un attentato dinamitardo colpisce il Café de Paris, nel pieno degli anni di piombo e del terrorismo internazionale in Italia.

Il nono appartiene alla cronaca giudiziaria: il 22 luglio 2009 il Café de Paris viene sequestrato nell'ambito di un'operazione su patrimoni attribuiti alla criminalità organizzata; riapre in amministrazione giudiziaria nel 2011, chiude definitivamente il 18 febbraio 2014 dopo un incendio e uno sfratto, e nel 2016 gli interni vengono demoliti. Fra il 2019 e il 2020 i provvedimenti vengono riformati e le accuse di matrice mafiosa cadono. La vetrina resta spenta.

Il decimo riguarda la mobilità: il 16 febbraio 1980 entra in servizio la stazione Barberini della linea A, che avvicina Via Veneto al resto della città. Nel marzo 2019 la stazione viene chiusa per il guasto alle scale mobili e torna pienamente operativa solo il 15 maggio 2020, dopo una chiusura di oltre un anno che ha penalizzato pesantemente il commercio della zona.

L'undicesimo è recentissimo e riguarda il lascito di Villa Ludovisi: dal gennaio 2022 il Casino dell'Aurora, con il soffitto di Caravaggio, viene messo ripetutamente all'asta senza trovare acquirenti, da una base di 471 milioni di euro fino a 145 milioni, e nell'aprile 2023 l'edificio viene liberato. La storia della villa che ha generato Via Veneto non è ancora finita.

Chi è passato da Via Veneto

L'elenco dei passaggi illustri di Via Veneto è lungo, e conviene ordinarlo per stagioni invece che per fama.

La prima stagione è quella dei Barberini, nel Seicento, e riguarda la parte bassa. Urbano VIII, al secolo Maffeo Barberini, benedisse la prima pietra della chiesa dei Cappuccini nel 1626 e commissionò a Gian Lorenzo Bernini la Fontana del Tritone e la Fontana delle Api. Il fratello del papa, il cardinale Antonio Marcello Barberini, frate cappuccino, seguì il cantiere della chiesa e vi è sepolto sotto una lastra che dichiara che qui non giace altro che polvere e cenere. In quegli stessi anni lavorarono a pochi metri Guido Reni, Pietro da Cortona, Giovanni Lanfranco, Andrea Sacchi e Francesco Borromini.

La seconda stagione è quella dei Ludovisi e dei viaggiatori del Grand Tour. Prima che la strada esistesse, il giardino che occupava questo spazio era una tappa delle visite degli stranieri colti a Roma, e la collezione di scultura antica dei Ludovisi era fra le più ammirate del continente. Il cardinale Francesco Maria Del Monte, protettore di Caravaggio e di Galileo Galilei, fu il primo proprietario del casino che ancora sopravvive in via Lombardia.

La terza stagione è quella reale. Margherita di Savoia visse qui dal 1900 al 1926, e la sua corte portò in Via Veneto ambasciatori, musicisti e letterati. È la fase che fonda la reputazione mondana della strada, molto prima del cinema.

La quarta stagione è quella della Dolce Vita, ed è la più affollata. Federico Fellini frequentava il Doney ed è la figura che ha fatto di questa strada un mito; Marcello Mastroianni ne è diventato il volto, al punto che poco distante, dentro Villa Borghese, gli è stato intitolato un largo; Anita Ekberg, Annibale Ninchi e Walter Santesso, il Paparazzo del film, appartengono alla stessa vicenda. Ai tavolini e nelle hall passarono Elizabeth Taylor, Ava Gardner, Burt Lancaster, Marlon Brando, Audrey Hepburn, Sophia Loren, Lana Turner, Jean-Paul Belmondo. Frank Sinatra suonò il pianoforte di Harry's Bar. Il poeta Vincenzo Cardarelli fu un habitué del Doney, e la sua presenza ricorda che Via Veneto non fu soltanto cinema: fu anche giornalismo e letteratura, con le redazioni dei settimanali illustrati a un passo e gli scrittori che ci lavoravano dentro.

La quinta stagione è quella degli ospiti degli alberghi: l'Excelsior ospitò la troupe di Ben Hur nel 1958 e da allora è comparso in decine di film, dalla Dolce Vita del 1960 all'Esorcista del 1973. In tempi più recenti Harry's Bar ha visto passare Mel Gibson, Woody Allen e Hillary Clinton.

La sesta stagione è quella istituzionale e continua oggi: gli ambasciatori degli Stati Uniti d'America vivono e lavorano a Palazzo Margherita dal 1931, e due ministri della Repubblica hanno il proprio ufficio ai civici 33 e 56. Via Veneto è ancora, ogni mattina feriale, una strada dove si decidono cose.

Via Veneto con i bambini

Via Veneto non è una strada pensata per i bambini, e sarebbe disonesto far finta di sì: non ci sono giochi, il traffico è costante e le vetrine non li riguardano. Però è un ottimo corridoio di transito verso qualcosa che i bambini amano moltissimo, cioè Villa Borghese, e il tratto di salita si trasforma in una passeggiata sensata se si dà loro qualcosa da cercare.

Quello che funziona: contare le api dei Barberini. Ce ne sono sulla piccola fontana all'angolo, sullo stemma della Fontana del Tritone, e ricorrono in mezza Roma. Un altro gioco è cercare le iscrizioni sulla facciata del Palazzo Parlante al civico 7. Un altro ancora è riconoscere la cupola dell'Excelsior da diversi punti della salita.

Sulla Cripta dei Cappuccini il giudizio è netto e controcorrente: non è adatta ai bambini piccoli, sotto i dieci anni evitatela, e sopra i dieci portateceli solo se li avete preparati. Non è un luogo horror ed è sbagliato presentarlo così, ma è un cimitero e le ossa sono vere. Un ragazzino a cui si spiega prima il senso del memento mori ne esce colpito e arricchito; un bambino piccolo portato lì di sorpresa ne esce solo spaventato.

Passata Porta Pinciana, invece, tutto cambia: Villa Borghese offre il laghetto, le biciclette a noleggio, il Bioparco e il museo etrusco di Villa Giulia per i più grandi. Il consiglio pratico è fare Via Veneto in venti minuti e spendere il resto della mattinata dentro il parco.

Accessibilità di Via Veneto

La strada in sé è percorribile in sedia a rotelle: i marciapiedi sono larghi, il fondo è regolare per lunghi tratti e gli scivoli agli incroci esistono quasi ovunque. Il problema è la pendenza, costante e non banale nel tratto centrale: chi spinge una carrozzina manuale in salita farà molta fatica, motivo in più per affrontare la via in discesa da Porta Pinciana.

La stazione Barberini della metropolitana ha una storia complicata di impianti di risalita: verificate il giorno stesso che ascensori e scale mobili siano in funzione prima di contarci. La chiesa dei Cappuccini ha la scalinata a tenaglia all'ingresso principale, che è un ostacolo serio; per le condizioni di accesso al museo e alla cripta per persone con disabilità motoria conviene telefonare prima al numero del museo, 06 88803695, perché il percorso sotterraneo si sviluppa su livelli diversi.

Palazzo Barberini ha accessi dedicati e servizi per i visitatori con disabilità, con ingresso gratuito per la persona con disabilità e per l'accompagnatore nei casi previsti dalla normativa nazionale: le informazioni puntuali si chiedono al museo al numero 06 4814591.

Quando andare a Via Veneto e quando evitarla

Il momento migliore è la mattina presto, fra le otto e le dieci, in qualunque stagione. Il secondo momento migliore è il crepuscolo, quando le insegne si accendono e le facciate prendono il colore giusto.

Da evitare: il primo pomeriggio estivo, perché la salita è esposta e l'ombra è poca; i giorni feriali fra le nove e le dieci nel tratto dei ministeri, quando le auto di servizio e i presidi occupano i marciapiedi; le domeniche di dicembre nel pomeriggio, quando il flusso dello shopping natalizio dal Tridente arriva fin qui.

La stagione ideale è l'autunno, fra ottobre e novembre. Le facciate umide restituiscono il grigio caldo del travertino, i platani del lato alto virano al giallo e la luce bassa entra nella strada per il verso giusto. Il mese peggiore è agosto: mezza via è chiusa, i locali storici vanno in ferie e resta soltanto il caldo.

Domande frequenti su Via Veneto

Quanto costa visitare Via Veneto?

Niente. Via Veneto è una strada pubblica romana, aperta ventiquattro ore su ventiquattro, senza biglietto e senza tornelli. Si pagano soltanto i musei che vi si affacciano, come il museo e la cripta dei Cappuccini al civico 27 e, a due passi, Palazzo Barberini.

Quanto è lunga Via Veneto e quanto tempo serve per percorrerla?

Via Veneto è lunga circa settecento metri fra piazza Barberini e Porta Pinciana, disegnati in due curve ampie che non permettono mai di vederla per intero. A passo turistico, con soste ai monumenti principali, un itinerario completo richiede circa quattro ore.

Cosa c'è da vedere lungo Via Veneto?

Lungo Via Veneto si incontrano, salendo da piazza Barberini, la chiesa di Santa Maria della Concezione dei Cappuccini con la sua cripta al civico 27, Palazzo Margherita che oggi ospita l'ambasciata degli Stati Uniti, i grandi alberghi storici come l'Excelsior e, in cima, Porta Pinciana nelle Mura Aureliane.

Via Veneto è accessibile con la sedia a rotelle?

La strada in sé è percorribile in sedia a rotelle: i marciapiedi sono larghi, il fondo è regolare per lunghi tratti e gli scivoli agli incroci esistono quasi ovunque lungo Via Veneto. Il problema è la pendenza costante nel tratto centrale, motivo in più per affrontare la via in discesa da Porta Pinciana.

Quando è il momento migliore per fare una passeggiata su Via Veneto?

Il momento migliore per Via Veneto è la mattina presto, fra le otto e le dieci, in qualunque stagione. Il secondo momento migliore è il crepuscolo, quando le insegne si accendono e le facciate prendono il colore giusto, mentre è meglio evitare il primo pomeriggio estivo, quando la salita è esposta e l'ombra è poca.

Perché Via Veneto è famosa nel cinema?

Via Veneto è famosa nel cinema soprattutto per La Dolce Vita di Federico Fellini, girata fra marzo e agosto del 1959 e presentata in anteprima romana il 3 febbraio 1960, con Marcello Mastroianni e Anita Ekberg protagonisti. Il film ha fissato per sempre l'immagine dei tavolini dei caffè affacciati sul marciapiede.

Si mangia bene a Via Veneto?

Via Veneto è una delle strade più care di Roma, e il rapporto fra prezzo e qualità nei dehors turistici del tratto centrale è spesso pessimo. Non significa che si mangi male ovunque, ma conviene scegliere con criterio e considerare un tavolino affacciato sulla strada più come il biglietto di uno spettacolo che come un pasto.

Che cosa c'è intorno a Via Veneto in dieci minuti a piedi

Via Veneto è uno dei punti meglio collegati del centro storico, e questo è il suo vantaggio pratico più solido.

Verso l'alto, oltre Porta Pinciana: Villa Borghese subito, la Galleria Borghese in dieci minuti con prenotazione obbligatoria, il Museo Carlo Bilotti nell'aranciera, la Casa del Cinema, il Bioparco e la terrazza del Pincio a un quarto d'ora abbondante.

Verso il basso, da piazza Barberini: Palazzo Barberini a due minuti, la Fontana di Trevi a otto, piazza di Spagna a dieci per via Sistina, la chiesa di Trinità dei Monti in cima alla scalinata, il Palazzo del Quirinale a dodici minuti per via delle Quattro Fontane.

È un raggio che permette di costruire una giornata intera senza prendere un mezzo pubblico. Chi vuole un percorso costruito da professionisti, con tempi e prenotazioni già incastrati, può rivolgersi ai servizi di TourLeaderPro a Roma, che lavora su questo quadrante con gruppi e clientela privata.

Mangiare e bere a Via Veneto senza farsi male

Parliamoci chiaro: Via Veneto è una delle strade più care di Roma, e il rapporto fra prezzo e qualità nei dehors turistici del tratto centrale è spesso pessimo. Questo non significa che si mangi male ovunque, significa che bisogna scegliere con criterio.

Tre regole. Primo: se volete il tavolino affacciato sulla strada, mettetelo in conto come biglietto di uno spettacolo, non come pasto, e ordinate poco. Secondo: per mangiare davvero, scendete nelle traverse, via Sardegna, via Lombardia, via Boncompagni e via Sicilia, dove i prezzi scendono di una fascia e la clientela è fatta anche di impiegati dei ministeri, che sono il miglior indice di gradimento esistente. Terzo: il caffè si prende al banco, come fanno i romani, e costa una frazione di quanto costa seduti.

Fra i locali storici, Harry's Bar al civico 150 resta un posto con una sua identità, con boiserie, cocktail classici e pianoforte la sera; è caro, ma è caro per quello che è, non per dove si trova. Il Doney, legato all'Excelsior, conserva il nome che fu di Fellini e Cardarelli. Il Café de Paris, invece, non esiste più: chi ve lo indica come meta vi sta raccontando una città di sessant'anni fa.

Un itinerario di mezza giornata che parte da Via Veneto

Ecco un percorso che funziona in circa quattro ore, senza correre.

Si comincia alle nove in piazza Barberini: Fontana del Tritone, Fontana delle Api, due parole sui Barberini e sulle api araldiche. Alle nove e venti si imbocca la salita e alle nove e mezza si è al civico 27, alla chiesa dei Cappuccini: chiesa, museo, cripta, cinquanta minuti. Alle dieci e mezza si riprende la salita guardando i palazzi, il Palazzo Parlante di Coppedè, i due ministeri, e si arriva a Palazzo Margherita verso le undici, con la sosta fotografica dal marciapiede opposto. Alle undici e un quarto si è all'Excelsior e alla sua cupola, alle undici e mezza a Porta Pinciana, dove si spiegano le Mura Aureliane e Belisario.

A mezzogiorno si entra a Villa Borghese, e qui si sceglie: Galleria Borghese se si è prenotato per tempo, oppure una passeggiata al laghetto e alla Casa del Cinema, oppure la salita al Pincio per la vista su piazza del Popolo. Si chiude all'una con un pranzo in una traversa, e la mattinata ha reso più di molte giornate intere passate a fare la fila.

Per chi prepara il viaggio in inglese, l'itinerario romano completo di tre giorni è sviluppato nella guida Rome in 3 days di ItalyPlanner, e l'elenco delle cose da fare in città è nella pagina best things to do in Rome.

Domande veloci su Via Veneto

Quanto costa visitare Via Veneto?

Niente. Via Veneto è una strada pubblica, aperta ventiquattro ore su ventiquattro, senza biglietto e senza tornelli. Si pagano soltanto i musei che vi si affacciano, il museo e la cripta dei Cappuccini al civico 27 e, a due passi, Palazzo Barberini.

Quanto è lunga Via Veneto e quanto tempo serve per percorrerla?

Circa settecento metri fra piazza Barberini e Porta Pinciana. A passo turistico si percorre in dieci minuti, ma per vederla davvero servono almeno novanta minuti, cripta dei Cappuccini compresa.

Qual è la fermata della metro più vicina a Via Veneto?

Barberini, sulla linea A, indicata anche come Barberini-Fontana di Trevi: l'uscita è a meno di duecento metri dall'imbocco della via. In alternativa la fermata Spagna, sempre linea A, a circa settecento metri.

Via Veneto si chiama davvero così?

Il nome ufficiale è via Vittorio Veneto, assegnato con delibera della Giunta Municipale numero 37 del 25 ottobre 1919 in ricordo della battaglia del 1918. Nell'uso corrente, a Roma, si dice sempre e solo Via Veneto.

Dove si trova esattamente Via Veneto?

Nel rione Ludovisi, I Municipio, fra piazza Barberini e Porta Pinciana. Il tratto iniziale fa da confine con il rione Colonna.

Si può visitare l'ambasciata degli Stati Uniti a Via Veneto?

No. Palazzo Margherita, al civico 119, è sede diplomatica e non si visita. Le rarissime aperture straordinarie vengono annunciate dall'ambasciata e prevedono prenotazione e controlli di sicurezza.

Si possono fare foto a Via Veneto?

Sì, la strada è pubblica. Non si fotografa dentro la Cripta dei Cappuccini, dove il divieto è assoluto, e conviene evitare di inquadrare da vicino i varchi e il personale di sicurezza dell'ambasciata.

Che cos'è la Cripta dei Cappuccini di Via Veneto?

Un cimitero sotterraneo di cinque cappelle allestite dalla metà del Settecento con i resti di quasi quattromila frati, composti in decorazioni architettoniche. Si trova sotto la chiesa di Santa Maria della Concezione, al civico 27.

Quali sono gli orari della Cripta dei Cappuccini?

Il museo indica l'apertura tutti i giorni dalle 10.00 alle 19.00, con la biglietteria che chiude mezz'ora prima. Le tariffe e le eventuali chiusure straordinarie vanno verificate sul sito ufficiale del museo o al numero 06 88803695.

La Cripta dei Cappuccini è adatta ai bambini?

Sotto i dieci anni la sconsiglio. Sopra, va bene a patto di spiegare prima di che cosa si tratta: non è un luogo horror, è un cimitero consacrato con un messaggio religioso preciso.

Quanto costa Palazzo Barberini vicino a Via Veneto?

Biglietto intero 15 euro, ridotto 2 euro per i cittadini dell'Unione Europea fra i 18 e i 25 anni, gratuito sotto i 18 anni e negli altri casi previsti dalla normativa. Aperto da martedì a domenica dalle 10.00 alle 19.00, chiuso il lunedì.

La Dolce Vita è stata girata davvero a Via Veneto?

No. Federico Fellini fece ricostruire la strada al Teatro 5 di Cinecittà, su un set in piano che elimina la salita reale. Le riprese si svolsero fra marzo e agosto del 1959.

Da dove viene la parola paparazzo?

Dal personaggio del fotografo nella Dolce Vita, interpretato da Walter Santesso. Ennio Flaiano raccontò di aver trovato il nome nel libro di viaggio By the Ionian Sea di George Gissing, dove compare un albergatore di Catanzaro chiamato Coriolano Paparazzo. Esistono altre due spiegazioni, una operistica e una dialettale abruzzese.

Il Café de Paris di Via Veneto è ancora aperto?

No. Ha chiuso definitivamente il 18 febbraio 2014 e nel 2016 gli interni sono stati demoliti. Oggi il locale non esiste più.

Harry's Bar a Via Veneto è lo stesso di Venezia?

No, non c'è alcun legame fra i due. Quello romano è al civico 150, nacque nel 1918 con il nome di Golden Gate e assunse l'insegna attuale nel 1950.

Qual è l'albergo più famoso di Via Veneto?

L'Excelsior, al civico 125, inaugurato il 18 gennaio 1906 su progetto di Emil Vogt e Otto Maraini, riconoscibile dalla cupola d'angolo. Conta 281 camere e 35 suite, fra cui la celebre Villa La Cupola.

Si può entrare negli alberghi di Via Veneto senza essere clienti?

Nelle hall e nei bar sì, nessuno lo vieta, purché si consumi qualcosa e ci si comporti di conseguenza. Le camere e i piani superiori sono riservati agli ospiti.

Che cosa resta della Dolce Vita a Via Veneto?

Gli alberghi, qualche insegna storica, l'architettura e i nomi. Il mondo di attori, registi e fotografi che la abitava si è dissolto fra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta.

Via Veneto è accessibile in sedia a rotelle?

La strada sì, con marciapiedi larghi e scivoli agli incroci, ma la pendenza è costante: conviene percorrerla in discesa da Porta Pinciana. La chiesa dei Cappuccini ha una scalinata a tenaglia all'ingresso e il percorso della cripta si sviluppa su livelli diversi: telefonate prima.

Qual è il momento migliore per andare a Via Veneto?

La mattina presto, fra le otto e le dieci, e la domenica mattina in particolare. Il crepuscolo è il momento migliore per le fotografie notturne. Da evitare il primo pomeriggio d'estate.

Che cosa c'era prima di Via Veneto?

Il parco di Villa Ludovisi, quasi ventiquattro ettari di giardini creati dal cardinale Ludovico Ludovisi a partire dal 1621 sugli antichi horti di Sallustio. Fu lottizzato dopo il 1883 e cancellato fra il 1888 e il 1889.

Si può vedere il Caravaggio del Casino dell'Aurora vicino a Via Veneto?

Al momento no. L'edificio di via Lombardia 46, che conserva il soffitto dipinto da Caravaggio verso il 1597 e l'Aurora del Guercino del 1621, è al centro di una vicenda giudiziaria con aste andate deserte dal 2022 e non ha un regime di visita aperto al pubblico.

Via Veneto è pericolosa di sera?

No. È una delle strade più sorvegliate di Roma per la presenza dell'ambasciata e di due ministeri, ed è illuminata e frequentata fino a tarda ora. Valgono le normali accortezze contro i borseggi nelle aree turistiche.

Quanto costa un caffè a Via Veneto?

Al banco, il prezzo è quello ordinario di un bar romano. Al tavolino sul marciapiede, il servizio incide parecchio e si arriva a cifre che sono un multiplo di quelle del banco: è una scelta legittima, ma va fatta sapendolo.

Che differenza c'è fra Via Veneto e via Condotti?

Via Condotti è la strada delle grandi maison della moda, pianeggiante, pedonale e affollatissima. Via Veneto è una strada in salita, carrabile, fatta di alberghi, ministeri e memoria cinematografica. Chi cerca lo shopping di lusso va nel Tridente; chi cerca la storia del Novecento romano viene qui.

Serve una guida per visitare Via Veneto?

Per camminarci no. Per capirla sì, perché quasi tutto quello che conta qui è invisibile: la villa scomparsa, la regina, il set ricostruito altrove, le ossa sotto la chiesa. Senza qualcuno che lo racconti, Via Veneto resta una bella strada con degli alberghi cari.

Dove comincia e dove finisce Via Veneto?

Comincia in piazza Barberini, all'angolo segnato dalla Fontana delle Api, e finisce a Porta Pinciana, nelle Mura Aureliane, davanti all'ingresso di Villa Borghese.

Il consiglio finale è di non arrivare a Via Veneto cercando la Dolce Vita, perché non la troverete: quella strada è stata smontata a Cinecittà più di sessant'anni fa. Arrivateci invece cercando quello che c'è davvero, e che è molto di più: un giardino principesco cancellato da una speculazione, un palazzo di regina diventato ambasciata, una chiesa con quattromila frati nel sottosuolo, due fontane di Bernini all'imbocco e una porta imperiale in cima. Fatela in discesa, di mattina, con novanta minuti davanti. Vi restituirà un pezzo di Roma che nessun film ha saputo raccontare.

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