Pincio

Il Pincio si raggiunge a piedi da piazza del Popolo salendo per la salita del Pincio e viale Gabriele d'Annunzio, oppure da viale delle Magnolie se si arriva da Villa Borghese; l'accesso storico dal centro passa per il viale di Villa Medici, che collega la passeggiata alla scalinata di Trinità dei Monti e quindi a piazza di Spagna. La fermata utile è Flaminio della metropolitana linea A, che si apre su piazzale Flaminio a pochi metri dalla Porta del Popolo; nello stesso piazzale hanno capolinea il tram 2 e la stazione romana della ferrovia regionale per Civita Castellana e Viterbo. La passeggiata e la terrazza sono un parco pubblico: sempre aperti, ingresso libero, nessun biglietto e nessuna prenotazione. Gli unici costi sono quelli dei servizi che si trovano all'interno, il teatro dei burattini, il noleggio delle biciclette, i due punti di ristoro. La Sovraintendenza Capitolina indica la passeggiata come area verde di circa otto ettari, con accessi da via Gabriele d'Annunzio, viale di Villa Medici e viale delle Magnolie. Per orari di eventuali visite guidate o cantieri di restauro in corso conviene controllare il sito della Sovraintendenza Capitolina prima di salire.

Confronta le esperienze a Roma

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Tour a piedi✦ Il classico

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Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.

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Tour in golf cart✦ Poco cammino

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Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.

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Galleria Borghese✦ Prenotazione obbligatoria

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Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.

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Colosseo, Foro e Palatino✦ Va a ruba

Colosseo, Foro e Palatino

L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...

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Trevi, Pantheon e piazze✦ Centro storico

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Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.

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Scuola dei gladiatori✦ Con i bambini

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Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.

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Tour in e-bike✦ Senza fatica

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Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.

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Musei Vaticani e Cappella Sistina✦ Vai all'apertura

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Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.

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Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.

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Bar hopping e vita notturna✦ Dopo le 21

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Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.

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Vespa e Ape Calessino✦ Foto garantite

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Tour in sidecar✦ Il più scenografico

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Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.

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Corsi di cucina✦ Si mangia alla fine

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Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.

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Degustazioni di vino✦ Anche in città

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In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.

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Castelli Romani✦ Fuori porta

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Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.

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Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana✦ Patrimonio UNESCO

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Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.

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Catacombe e Appia Antica✦ Sottoterra

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Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.

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Colosseo: sotterranei e arena✦ Accesso limitato

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Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.

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Pompei e Costiera Amalfitana✦ Giornata lunga

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Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.

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Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.

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Castel Sant'Angelo✦ Terrazza panoramica

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Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.

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Roma di notte✦ Dopo il tramonto

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Segway e monopattino✦ Poco sforzo

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Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.

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Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.

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La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.

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Vaticano: ingresso anticipato✦ Prima dell'apertura

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Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.

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Se cercate altre aree verdi romane con lo stesso carattere di passeggiata urbana, la raccolta dei parchi di Roma è il punto di partenza giusto.

Il Pincio, o colle Pinciano, in latino mons Pincius, tocca i 61 metri sul livello del mare e domina il Campo Marzio a nord del Quirinale. Non appartiene ai sette colli, perché nella Roma delle origini rimaneva fuori dal perimetro urbano, ma è compreso dentro le mura aureliane alzate fra il 270 e il 273. Chi lo attraversa oggi cammina su un giardino nato per decisione politica, non per crescita spontanea: la prima passeggiata pubblica di Roma, pensata perché un popolo compresso da secoli fra le anse del Tevere avesse finalmente spazio e aria.

Come arrivare al Pincio e da dove conviene salire

Le vie di accesso non sono equivalenti, e la scelta cambia completamente la visita. Dalla piazza del Popolo si sale per i due tornanti disegnati da Giuseppe Valadier: è la salita monumentale, quella che l'architetto aveva concepito come fondale scenografico della piazza, e ha il pregio di consegnare il panorama alla fine, come conclusione di un racconto. Il percorso è pavimentato, largo, adatto anche a chi spinge un passeggino, e supera un dislivello contenuto in circa dieci minuti di cammino tranquillo.

Dal viale di Villa Medici si arriva invece dal fianco, provenendo da Trinità dei Monti: è la strada dei romani che scendono dal quartiere alto, e permette di percorrere la passeggiata in senso inverso, dal belvedere verso la piazza. Il viale delle Magnolie resta l'unico ingresso rigorosamente pedonale, e attraversa il cavalcavia costruito nel 1908 sopra il viale del Muro Torto per unire il Pincio a Villa Borghese: prima di quella data i due giardini erano due mondi separati, uno pubblico e uno privato dei Borghese.

Esiste poi una scorciatoia che quasi nessuno usa. In fondo al viale dell'Orologio un edificio del 1925-1926, progettato dall'architetto Galli, ospita due ascensori pensati per portare i passeggeri dalla fermata del tram sul viale del Muro Torto direttamente sul colle. La parte inferiore si appoggia al muraglione come un bastione, quella superiore imita il linguaggio del Cinquecento toscano. Il funzionamento degli impianti va verificato sul posto: non contateci per programmare la salita.

La mia opinione, dopo anni di gruppi accompagnati su e giù per queste rampe: si sale sempre da piazza del Popolo e si scende dal viale di Villa Medici verso Trinità dei Monti. In quel modo si guadagna il panorama e poi lo si abbandona scendendo verso via dei Condotti, invece di sprecarlo all'inizio quando il fiato è ancora corto e gli occhi non sono pronti.

La salita da piazza del Popolo: le tre prospettive del Pincio

L'accesso monumentale al Pincio si apre su piazza del Popolo e ne costituisce il fondale architettonico. Valadier articolò le pendici del colle in tre prospettive sovrapposte, collegate da rampe di scale e attraversate dalla tortuosa via Gabriele d'Annunzio, delimitata da alberature secolari e scandita da fontane. Chi sale in fretta le supera senza accorgersene. Chi si ferma trova, in tre stazioni, un piccolo trattato di scultura neoclassica romana.

La prima prospettiva e la statua di Igea

Realizzata nel 1830, è formata da tre nicchie. Al centro fu collocata una statua antica identificata con Igea, la dea greca della salute, figlia di Asclepio: la scelta non fu casuale in un giardino nato per l'igiene pubblica e per il respiro della città. Le due figure laterali, il Genio della Pace e il Genio delle Arti, furono eseguite nel 1834 da Alessandro Massimiliano Laboureur e da Filippo Gnaccarini. Sul basamento di Igea corre un'iscrizione redatta dall'abate Rezzi, bibliotecario e latinista al servizio della corte pontificia. Sulla balconata della prima rampa furono sistemate dopo il 1830 le statue dei Prigioni, prigionieri daci provenienti dall'area dell'arco di Costantino, opera di Gnaccarini, Baini, Stocchi e Laboureur: un richiamo esplicito alla Roma imperiale posto all'ingresso di un giardino napoleonico, che è già di per sé una dichiarazione politica.

La seconda prospettiva: la Fama che incorona i Geni

La seconda stazione è occupata da un bassorilievo del 1830, che le fonti d'archivio datano alla realizzazione del 1833 per mano di Felice Baini e Achille Stocchi. Al centro la Fama apre le braccia; ai lati i Geni delle arti e del commercio ricevono la corona. Sotto il rilievo un sedile marmoreo poggia su due leoni alati. Il programma iconografico è trasparente: arti e commercio come motori della nuova Roma amministrativa, la gloria come premio. È scultura di mestiere, non di genio, e va guardata per quello che è, la messa in scena di un potere che si stava riorganizzando dopo la parentesi francese.

La terza prospettiva, la loggia e la mostra dell'Acqua Vergine

La terza prospettiva sostiene la terrazza del Belvedere ed è costituita da una loggia coperta a tre arcate, impostata su una costruzione con tre nicchie. Nel 1936 la loggia fu trasformata in ninfeo e mostra terminale dell'acquedotto Vergine da Raffaele De Vico, che riprese uno spunto dai disegni di Valadier. Per fare posto alla mostra fu spostata la statua equestre di Vittorio Emanuele II collocata lì dal 1873, trasferita al Museo storico dei Granatieri di Sardegna. È lo stesso acquedotto che alimenta la fontana della Barcaccia in piazza di Spagna e la fontana di Trevi: chi vuole capire la logica idraulica del centro di Roma faccia un salto alla pagina dell'Acqua Vergine e poi torni qui a guardare la loggia con occhi diversi. Alla loggia si accede da due rampe laterali di scale.

La fontana di Dioniso o Ermafrodito

Fra la prima e la seconda prospettiva, a ridosso del primo tornante, una piccola fontana ovale a scogliera rustica accoglie una statua antica chiamata di Dioniso o di Ermafrodito. Il doppio nome dice tutto sull'incertezza dell'identificazione: su un corpo dalle forme femminili era stata innestata, in età moderna, una testa che raffigurava un dio greco. La testa fu asportata nel 1970 e non è mai tornata. La sistemazione attuale della fontana risale al 1936 e si deve a Raffaele De Vico. Verosimilmente la scultura decorava in origine la nicchia di un ninfeo in una villa romana di questo stesso colle: un pezzo degli horti antichi rimasto, per caso, dentro il giardino ottocentesco.

Il convento di Santa Rita e la vasca di granito rosso

Proseguendo la salita si incontra l'edificio del convento di Santa Rita e una fontana costruita attorno a un grande vascone antico in granito rosso, databile fra il II e il III secolo. Di forma ovale, decorato con una figura di leone dalla cui bocca esce l'acqua, il vascone è inserito in un bacino circolare nel secondo tornante della rampa. La sua storia è un piccolo romanzo di traslochi romani: si trovava in origine a piazza San Marco, fu portato qui per volontà di Pio IX prima del 1870 e ricevette la forma attuale fra il 1942 e il 1951, quando lo si trasformò in fontana costruendo apposta una rete idrica. Un manufatto imperiale usato come catino barocco e reso funzionale in pieno Novecento: tre epoche in un solo oggetto.

Il leone araldico, le colonne rostrate, il monumento a Legnano

Sulla salita pedonale, presso il bosco all'inglese, una fontana rustica ospita un leone in posa araldica detta passante, con la zampa destra su uno scudo che porta la scritta SPQR. Sull'attribuzione le fonti divergono: alcuni studiosi la considerano scultura moderna, altri la datano al XIV o XV secolo e la ritengono trasferita dal Campidoglio nel 1847. In pagina la riporto come contesa, perché contesa è.

Le colonne rostrate furono progettate da Valadier nel 1828 e realizzate due anni più tardi: due fusti in granito grigio provenienti dal Tempio di Venere e Roma, ai quali furono aggiunti rostri e trofei d'armi. Il riferimento formale è alle vittorie navali della Roma antica, ma il gusto e il montaggio parlano il linguaggio dell'impero napoleonico appena tramontato. Al termine della terza rampa del viale D'Annunzio si trova invece il monumento ai liberi comuni d'Italia e alla battaglia di Legnano, bronzo del 1911 realizzato da E. Botti con il fonditore G. Piazza per il cinquantenario della proclamazione di Roma capitale: raffigura Alberto da Giussano, personaggio che la storiografia moderna considera figura leggendaria e non documentata. Il monumento resta un documento straordinario di come l'Italia unita si costruiva un passato su misura.

Terrazza del Pincio - La salita da piazza del Popolo al Pincio
Terrazza del Pincio - La salita da piazza del Popolo al Pincio

Il piazzale Napoleone I e la terrazza del Pincio

Al termine della salita si apre il piazzale Napoleone I, il belvedere che tutti chiamano semplicemente terrazza del Pincio. Il nome è rimasto anche dopo la caduta dell'impero e dopo il ritorno del governo pontificio, cosa che dice molto sulla pigrizia toponomastica romana e sul rispetto per l'origine dell'opera. Alle spalle del belvedere si apre un grande slargo alberato.

Che cosa si vede davvero dalla terrazza del Pincio

La vista si apre in verticale sulla sottostante piazza del Popolo, con l'obelisco Flaminio al centro e le due chiese gemelle che chiudono il tridente. Verso nord-ovest si riconoscono il rione Prati, la cupola di San Pietro, Castel Sant'Angelo e l'altura di Monte Mario; più a sinistra il Gianicolo. Verso est e sud-est la linea dei tetti porta al Quirinale, all'Altare della Patria e al Campidoglio. All'orizzonte, a sud-ovest, nelle giornate limpide compaiono i grattacieli dell'Eur. Questa combinazione fa del Pincio uno dei punti panoramici più completi della città, e a differenza del Gianicolo si raggiunge senza fatica dal centro.

Un avvertimento che faccio sempre ai gruppi: la terrazza guarda a ovest. Di mattina la luce arriva alle spalle e il panorama risulta piatto; dalle tre del pomeriggio in poi la città si accende e al tramonto diventa un'altra cosa. Chi ha un solo pomeriggio a Roma e vuole un colpo d'occhio gratuito non trova di meglio.

Il monumento ai fratelli Cairoli

In fondo al viale del Pincio, al centro di un piccolo slargo, il monumento bronzeo ai fratelli Enrico e Giovanni Cairoli fu innalzato nel 1883 su modello di Ercole Rosa. Commemora la morte dei due garibaldini nello scontro di Villa Glori del 23 ottobre 1867, durante la campagna dell'Agro romano per la liberazione di Roma organizzata da Giuseppe Garibaldi. Enrico morì sul posto, Giovanni per le ferite riportate. È uno dei bronzi risorgimentali meglio riusciti di Roma: la composizione evita la retorica del monumento equestre e punta sul corpo del fratello ferito, con un realismo che nel 1883 era ancora coraggioso.

La fontana di Mosè e il monumento a Raffaello Sanzio

In asse con il piazzale, dentro un'esedra arborea, si trova una fontana circolare eretta da Ascanio Brazzà e inaugurata nel 1868. Al centro il gruppo scultoreo rappresenta Mosè bambino affidato dalla madre alle acque del Nilo: soggetto biblico in una passeggiata laica, gusto accademico perfettamente in linea con la Roma pontificia degli ultimi anni. Sulla parte destra dello slargo dietro il belvedere si trova invece la piccola statua di Raffaello Sanzio, realizzata nel 1838 da Achille Stocchi, che raffigura il pittore in abiti da trovatore secondo un'iconografia romantica ormai lontanissima dal Raffaello storico. Guardarla oggi serve a capire come l'Ottocento immaginava il Rinascimento, non come il Rinascimento fu.

Terrazza del Pincio - panorama su Roma
Terrazza del Pincio - panorama su Roma

I busti del Pincio, la teoria degli uomini illustri

Lungo i viali del Pincio si allinea la serie dei busti commemorativi degli italiani illustri, forse l'arredo più caratteristico del colle. L'idea nacque nel 1849 dentro la Repubblica Romana, che ne commissionò cinquantadue come pantheon laico all'aperto; la Repubblica cadde prima di collocarli, e fu Pio IX a riprendere il progetto, istituendo il 2 giugno 1851 una commissione per la sistemazione delle sculture. È una vicenda che vale la pena raccontare per intero: un papa che eredita e porta a termine il monumento ideologico dei suoi nemici, cambiandone il significato senza cambiarne le forme.

Il numero crebbe nel tempo. Alla fine degli anni Sessanta del Novecento i personaggi rappresentati erano 228; la Sovraintendenza Capitolina oggi indica 229 busti. La differenza si spiega con le aggiunte successive e con i pezzi rimossi e reintegrati dopo i danneggiamenti. Perché i busti del Pincio sono, dal 1863, bersaglio ricorrente del vandalismo: si colpiscono in particolare i nasi, in alcuni casi si arriva alla decapitazione. Gran parte di quelli che si vedono sono copie, e questo riduce il danno artistico ma non quello economico né quello civile.

Le donne ammesse alla teoria sono tre: Vittoria Colonna, santa Caterina da Siena e Grazia Deledda. Tre su oltre duecento. Non serve un commento militante per registrare il dato, basta contare.

Il busto di Angelo Secchi e la mira del meridiano di Roma

Uno di questi busti nasconde una storia scientifica che quasi nessun visitatore conosce. Nel 1860 fu collocata al Pincio, vicino alla Casina Valadier, la mira dell'Osservatorio astronomico del Collegio Romano, richiesta dal suo direttore, l'astronomo gesuita Angelo Secchi, per la determinazione del meridiano di Roma. All'origine era soltanto una tavoletta di legno a scacchi, poi ricostruita in marmo e incastonata su una colonna dotata di un foro che permetteva di illuminarla di notte. Nel 1878, alla morte di Secchi, sulla colonna fu posto il suo busto, circondato da un piccolo giardino. Danneggiata nel 1960, la mira fu ripristinata nel 2001 e continua a svolgere la sua funzione. Il Pincio, quindi, non è solo una passeggiata: è un punto fisso della cartografia astronomica romana. Secchi, del resto, fu il primo a classificare le stelle in base agli spettri, e vale la pena sapere che il suo strumento di puntamento era un giardino pubblico.

Busti del Pincio - Villa Borghese - Roma
Busti del Pincio - Villa Borghese - Roma

Il viale dell'Orologio e l'idrocronometro del Pincio

Il viale dell'Orologio prende il nome dall'orologio ad acqua, l'idrocronometro, uno degli oggetti più singolari di Roma. Il meccanismo si deve a padre Giovan Battista Embriaco, frate domenicano originario di Ceriana, che lo mise a punto nel 1867 e lo presentò all'Esposizione Universale di Parigi di quell'anno. Nel 1873 l'orologio fu costruito dalla ditta Fratelli Granaglia di Torino e collocato nella posizione attuale, al centro di un laghetto artificiale, protetto da una cancellata di ferro.

La torretta che lo custodisce è opera di Gioacchino Ersoch, architetto capitolino di origine svizzera: ha la forma di una costruzione lignea, ma è realizzata in ghisa fusa a imitazione di tronchi d'albero, con un effetto rustico che l'Ottocento amava molto. Il funzionamento è puramente idraulico: l'acqua cade alternativamente in due bacinelle e il loro basculare aziona il movimento dei quadranti, senza molle né pesi.

L'orologio arrivò a uno stato di degrado grave. Il restauro fu eseguito dalla Scuola ELIS di Roma senza oneri per il Comune fra il 2006 e il 2007, e la macchina tornò in funzione il 29 giugno 2007. Vale la pena avvicinarsi e restare in silenzio trenta secondi: il rumore dell'acqua che ribalta le bacinelle è l'unico suono meccanico originale che si può ancora ascoltare in un giardino romano. Se dovessi indicare una sola cosa da vedere al Pincio oltre al panorama, indicherei questa.

Il serbatoio e l'edificio degli ascensori

Poco distante si trova il Serbatoio, la cui struttura risale al periodo fra il 1812 e il 1814, all'epoca dei lavori per l'Acqua Marcia; il rivestimento della lamiera con losanghe e riquadri pseudolignei si deve a Gioacchino Ersoch, lo stesso della torretta dell'orologio, e conferisce all'edificio un aspetto che ricorda l'architettura alpina elvetica. Per lungo tempo l'edificio ospitò una xiloteca, cioè una collezione ordinata di campioni di legno. Sono i dettagli che raccontano quanto il Pincio, nell'Ottocento, fosse anche un luogo di studio e non solo di svago.

Il viale dell'Obelisco: Antinoo sul Pincio

Il viale dell'Obelisco conserva in gran parte l'impianto originario di Valadier, che aveva progettato una fusione fra il giardino all'italiana, geometrico e potato, e il giardino romantico all'inglese, con masse arboree e percorsi curvi. A metà del viale si erge l'obelisco che l'imperatore Adriano fece incidere in onore di Antinoo, il giovane bitinio annegato nel Nilo nel 130 e divinizzato per volontà dell'imperatore.

Il monolite in granito rosa misura 9,24 metri di fusto e raggiunge i 17,26 metri con basamento e stella. I geroglifici incisi sulle quattro facce raccontano la morte di Antinoo, la sua divinizzazione, la fondazione della città di Antinopoli e l'istituzione del culto di Osiride-Antinoo: sono, in pratica, l'atto di nascita ufficiale di una religione voluta da un imperatore per il proprio dolore privato. L'obelisco fu ritrovato spezzato in tre pezzi nel 1589 nei pressi dell'attuale Porta Maggiore, fuori le mura aureliane; nel 1633 i Barberini lo portarono nel giardino del loro palazzo, poi passò a papa Clemente XIV e finì nel Cortile della Pigna in Vaticano. Nel 1822 Pio VII lo fece restaurare e innalzare qui, sul piano della passeggiata pubblica, con l'assistenza dell'architetto Marini.

Quattro traslochi in tre secoli e mezzo. Vale la pena fermarsi a pensarci: l'oggetto più antico del Pincio è anche quello che ha viaggiato di più, e il giardino napoleonico se lo è preso come trofeo culturale, esattamente come i romani antichi avevano fatto con l'Egitto.

Terrazza del Pincio - panorama su Roma
Terrazza del Pincio - panorama su Roma

La Casina Valadier, il perno di tutta la passeggiata

Tutta la zona alta del colle è organizzata in funzione della Casina Valadier, in piazza Bucarest. Valadier riprese un preesistente casino secentesco, il casino Della Rota, e lo trasformò in un edificio a volume cubico con un'elegante colonnata semicircolare di ordine ionico, con interni decorati in stile pompeiano. Il cantiere si colloca fra gli anni Dieci e gli anni Trenta dell'Ottocento: il 1813 indicato da alcune fonti si riferisce all'avvio dei lavori sul preesistente casino, mentre la fisionomia definitiva dell'edificio arriva più tardi. L'architetto vi pose la sua residenza privata, in una posizione che i contemporanei paragonarono al cassero della nave comandata da Nelson a Trafalgar. Morì prima di potervi abitare.

L'edificio divenne subito caffetteria pubblica e punto di contemplazione sulla città. Ebbe fortuna per tutto l'Ottocento, poi decadde al punto da servire da abitazione del custode del parco; dal 1920 tornò a funzionare come ristorante, durante la seconda guerra mondiale fu occupato da militari tedeschi, conobbe una nuova stagione felice nel dopoguerra e chiuse nel 1990 dopo una serie di passaggi di gestione disastrosi. Riaprì il 19 giugno 2004 dopo un restauro integrale.

Oggi la Casina Valadier funziona soprattutto come sede per eventi, matrimoni e ricevimenti privati e aziendali, con la Sala degli Specchi, la Sala Romana, il piano executive e le terrazze affacciate sul verde. La disponibilità di caffetteria o ristorazione aperta al pubblico cambia nel tempo: chi conta di sedersi lì per un caffè faccia una telefonata o consulti il sito ufficiale della struttura prima di salire. Personalmente consiglio di guardarla da fuori, girarle attorno per apprezzare la colonnata, e poi spendere il tempo altrove: il valore del Pincio è nel giardino, non nella carta dei vini.

Casina Valadier - Pincio - Villa Borghese - Roma
Casina Valadier - Pincio - Villa Borghese - Roma

Il viale del Belvedere e il viale Valadier: le statue antiche del Pincio

Tornando sul piazzale e imboccando sulla destra il viale del Belvedere si arriva a un'esedra arborea che ospita il busto di Giuseppe Valadier, giusto tributo all'uomo che ha disegnato tutto quello che si è visto fin qui. In una nicchia dello stesso viale si apre la cosiddetta fontana secca, con finta grotta a stalattiti e quattro colonne dai capitelli ionici sopra la balconata: alcune fonti storiche la datano all'Ottocento, ma l'attribuzione non è ferma.

Esculapio, Cibele, Polimnia e l'Abbondanza

Sul viale Valadier si incontra la statua di Esculapio, il dio della medicina: il corpo risale all'ultimo quarantennio del IV secolo, la testa che vi era stata sistemata a un periodo diverso, secondo un montaggio antiquario abituale nella Roma dei restauri sette-ottocenteschi. Documenti iconografici la mostrano già in questa posizione negli anni Trenta dell'Ottocento. A chiusura del viale fu collocata la statua di Cibele, riferibile a età antoniniana, cioè al II secolo. Cibele, con le statue di Polimnia e dell'Abbondanza, era conservata al palazzo dei Conservatori in Campidoglio, da cui fu asportata dopo il 1848; le tre sculture furono trasferite al Pincio nel 1846, mentre Polimnia e l'Abbondanza si trovano oggi davanti all'ingresso di Villa Medici, dove erano state rinvenute presso l'ingresso posteriore. Il fatto che le date di trasferimento e di rimozione dalle collezioni capitoline non collimino perfettamente nelle fonti disponibili è un segnale onesto: la mobilità delle sculture nella Roma di metà Ottocento fu tale che l'archivio, in più di un caso, non tiene il passo.

Enrico Toti, Galileo, la fontana dell'Anfora

All'incrocio del viale dell'Orologio con il viale Valadier si trova il monumento a Enrico Toti, realizzato da Arturo Dazzi nel 1922, a volumi squadrati secondo il gusto scultoreo del primo dopoguerra. Sul viale di Trinità dei Monti, nel 1887, fu posta la colonna commemorativa dedicata a Galileo Galilei. Nello spiazzo dietro la Casina Valadier e Villa Medici si trova invece la fontana dell'Anfora, con una figura femminile nuda che regge un'anfora in pieno stile liberty, opera di Amleto Cataldi del 1912. Tre monumenti, tre Italie diverse in venticinque anni: la nazione che rivendica Galileo contro Roma papale, quella che celebra il volontario mutilato della Grande Guerra, e quella che si concede una scultura decorativa senza messaggio.

Il Pincio prima del Pincio: il Collis Hortulorum

Molte famiglie importanti della Roma tardo-repubblicana avevano qui dimore e giardini, gli horti. La documentazione è disuguale: alcune presenze sono attestate, altre restano tradizione o ipotesi, e conviene distinguerle. Scipione Emiliano e, secondo una tradizione meno sicura, Pompeo avrebbero avuto proprietà sul colle. Certa invece è la presenza degli Horti Lucullani, costruiti da Lucullo con il bottino della vittoria su Mitridate del 63 avanti Cristo. Proprio lì, nel 48 dopo Cristo, fu uccisa Messalina, moglie dell'imperatore Claudio: gli horti le erano stati sottratti a suon di intrighi al loro proprietario Valerio Asiatico, e furono anche la sua tomba. Difficile trovare un luogo di piacere che sia diventato scena di morte con altrettanta rapidità.

Sul colle si stendevano anche gli Horti Sallustiani, in origine dello storico Sallustio, poi passati al patrimonio imperiale e unificati agli horti luculliani in una proprietà unica detta in Pincis; gli Horti Pompeiani; e gli Horti Aciliorum, della famiglia degli Acilii. Per l'infittirsi di queste residenze il colle era chiamato nell'antichità Collis Hortulorum, il colle dei giardinetti. Che una passeggiata pubblica ottocentesca sia nata esattamente sul colle dei giardini privati dell'aristocrazia romana è una di quelle continuità che Roma produce senza volerlo.

Da dove viene il nome Pincio

Il nome attuale deriva dai Pincii, una delle famiglie che occupò il colle nel IV secolo. La loro villa, insieme a quelle degli Anicii e degli Acilii, si estendeva sulla parte settentrionale della collina, e un resto delle sostruzioni di queste residenze è ancora visibile: il Muro Torto, il tratto irregolare che sostiene il colle sopra l'omonimo viale. Nella pianta di Roma del 1593 la zona veniva indicata come Sepulcrum Neronis alias Muro Torto. Nel V secolo dopo Cristo sorse qui un grande palazzo imperiale, il Pinciano, che diede al colle un ruolo di residenza del potere tardoantico.

La Regio VII Via Lata

Il Pincio faceva parte della Regio VII Via Lata, la settima delle quattordici regioni della Roma augustea, classificata poi nei Cataloghi regionari della metà del IV secolo. Prendeva nome dalla Via Lata, l'attuale via del Corso, e si estendeva da essa verso est, dalla porta Fontinalis delle mura serviane alla porta Flaminia delle mura aureliane, fino alle pendici del Quirinale, includendo interamente il colle.

In età augustea la regione conobbe un'urbanizzazione intensa: Agrippa vi fece edificare il Campus Agrippae, dedicato nel 7 avanti Cristo, una villa e la propria tomba, mentre sua sorella Polla promosse la Porticus Vipsania. In prossimità dell'attuale piazza Santi Apostoli si trovava la caserma della I coorte dei vigili, e poco lontano il Forum Suarium, il mercato della carne suina che riforniva la città. Nel corso del II secolo la fascia lungo la via Lata si trasformò in zona densamente edificata: scavi occasionali hanno restituito resti di grandi insulae in laterizio a più piani, con porticati a pilastri e botteghe aperte sulla strada. Fra questi edifici doveva trovarsi il Catabulum, sede del servizio postale imperiale, nei pressi della chiesa di San Marcello.

Anche nel III secolo l'attività edilizia rimase intensa. Sotto Gordiano III le fonti ricordano l'erezione di un portico lungo mille piedi, quasi tre chilometri, alle pendici del Quirinale: l'assenza totale di resti ha fatto dubitare della veridicità della notizia, e la registro come tale. Documentato invece è il grande Tempio del Sole innalzato da Aureliano a partire dal 273 fra via del Corso e piazza San Silvestro, circondato da portici sotto uno dei quali aveva sede la distribuzione gratuita di vino, il vinum fiscale. I Cataloghi regionari ricordano nella regione VII anche un portico di Costantino, forse pertinente al complesso delle vicine terme di Costantino.

La tomba di Nerone, i pioppi e la nascita di Santa Maria del Popolo

Alle pendici del Pincio, verso piazza del Popolo, si trovava la tomba della gens Domizia, dove furono deposte le ceneri di Nerone. L'imperatore si diede la morte nel 68 nella villa suburbana del liberto Faone, aiutato materialmente dal segretario Epafrodito perché gli mancò la fermezza di completare il gesto da solo; le ceneri furono raccolte dalle nutrici e da Atte e portate nel sepolcro di famiglia, in vista del colle.

Da lì nasce una delle leggende romane più tenaci. L'origine del nome di piazza del Popolo è incerta, ma la radice etimologica plausibile è il latino populus, che significa pioppo: secondo la tradizione, dove oggi si apre la piazza cresceva un boschetto di pioppi pertinente alla tomba di Nerone. Anche sulla tomba fu piantato un albero, e il boschetto divenne nell'immaginario medievale il luogo di riunione di fantasmi, streghe e demoni, con quello di Nerone in testa. Per esorcizzare l'area papa Pasquale II, secondo la tradizione, fece abbattere l'albero, bruciare le ossa dell'imperatore e, a spese del popolo romano, costruire una cappella sul sepolcro: da quella cappella nacque la chiesa di Santa Maria del Popolo. Del Popolo era la Madonna, del Popolo diventò la piazza. La doppia etimologia, botanica e civica, è probabilmente la ragione per cui il nome ha attecchito.

Non chiedetemi di scegliere fra le due spiegazioni. La prima è filologicamente solida, la seconda è quella in cui i romani hanno creduto per otto secoli, e nella storia di una città anche una credenza collettiva è un fatto.

Piazza del Popolo - vista dal Pincio
Piazza del Popolo - vista dal Pincio

Come nasce il primo giardino pubblico di Roma

Dalla tarda antichità alla fine del Settecento il colle rimase praticamente disabitato. La Nuova Topografia di Roma del Nolli lo mostra occupato dalla grande vigna con casale degli Agostiniani di Santa Maria del Popolo, dai giardini e dalla vigna di Villa Medici e dai giardini del convento dei Minimi, che il Nolli chiama francesi e il popolo romano chiamava Paolotti, annessi a Trinità dei Monti. Un colle di orti e conventi, a duecento metri dal centro più affollato d'Europa.

Valadier aveva proposto a Pio VI già dal 1794 un progetto di sistemazione di piazza del Popolo, che prevedeva fra l'altro due caserme di cavalleria ai lati della porta. Ma l'idea di trasformare l'intero colle in giardino pubblico, per dare spazio e respiro a un popolo che da secoli viveva ammassato sulle rive del Tevere e insieme gloria all'imperatore, fu dei francesi che occuparono Roma dal 2 febbraio 1808 all'11 maggio 1814. La breve occupazione lasciò molti progetti e poche opere avviate, ma il binomio piazza del Popolo e Pincio era fra quelle, e gli uomini che tenevano in mano lo sviluppo urbanistico della città rimasero gli stessi anche dopo: Canova e Valadier in testa.

Nel giugno 1816 fu approvato il progetto di piazza del Popolo elaborato da Valadier in collaborazione con Louis-Martin Berthault, architetto e paesaggista dell'imperatrice Giuseppina, che rivide l'impianto secondo il gusto francese. In circa otto anni furono costruite la piazza attuale e il vasto giardino del colle. Il progetto del giardino vero e proprio Valadier lo elaborò fra il 1810 e il 1818, e i cantieri proseguirono ben oltre: la passeggiata del Pincio prese la fisionomia attuale nell'arco compreso fra il 1810 e il 1908, quando il cavalcavia sul Muro Torto la saldò a Villa Borghese. Negli anni Sessanta dell'Ottocento Francesco Vachez intervenne introducendo i percorsi curvi di gusto inglese che ancora si percorrono.

Il risultato è un'operazione urbanistica di prima grandezza. Valadier legò il colle più bello della città alla porta Flaminia e alla piazza in un unico organismo neoclassico, vincendo il dislivello con i due tornanti che salgono convergendo a metà collina dal lato orientale della piazza, e con un viale in falsopiano, oggi viale Gabriele d'Annunzio, che sfiora i bassorilievi, la fontana e i tre alti nicchioni fino alla terrazza. Ideò anche la quinta botanica di palme ed essenze sempreverdi che si affaccia sopra le rampe verso la piazza, e che è la ragione per cui il Pincio, visto dal basso, sembra più alto di quello che è. L'elemento urbano della piazza fu collegato all'elemento paesistico del giardino con una precisione che nell'Italia dell'epoca non aveva molti confronti.

Va anche corretto un equivoco diffuso: il giardino pubblico voluto da Napoleone è il Pincio, non Villa Borghese. Il parco dei Borghese rimase proprietà privata della famiglia fino all'acquisizione da parte dello Stato all'inizio del Novecento e alla successiva cessione al Comune di Roma. I due giardini sono contigui, comunicanti dal 1908, ma hanno storie diverse.

Il Pincio con i bambini e il Teatro San Carlino

Il Pincio funziona benissimo con i bambini, molto più della maggior parte dei luoghi del centro. Il teatro dei burattini San Carlino si trova in viale dei Bambini, a poche decine di metri dalla terrazza: è presente sul colle dal 1993 e ha una sede stabile interamente in legno inaugurata nel 2004. Gli spettacoli sono in programma il sabato e la domenica, con orari pomeridiani e una replica domenicale in tarda mattinata; l'età consigliata parte dai due anni, i biglietti si acquistano online sul sito del teatro o al botteghino, e la prenotazione online consente di cambiare data fino a poche ore prima. Programmazione e orari cambiano di stagione in stagione, quindi conviene controllare il cartellone prima di presentarsi.

Attorno al teatro ci sono un'area giochi, percorsi ciclabili e il noleggio di biciclette e risciò, che è probabilmente il modo più divertente di attraversare la passeggiata con i ragazzini. A pochi minuti a piedi, già dentro Villa Borghese, si trovano il Bioparco, la Casa del Cinema e il museo Carlo Bilotti nell'Aranciera. Una mezza giornata al Pincio con bambini piccoli si riempie senza sforzo e senza spendere quasi nulla.

Quanto costa visitare il Pincio e quanto tempo serve

La passeggiata e la terrazza non costano niente. Non c'è biglietteria, non c'è prenotazione, non c'è orario di chiusura. Si paga solo quello che si sceglie di consumare o di usare: il teatro dei burattini, il noleggio delle biciclette, i punti di ristoro, la Casina Valadier per chi organizza un evento. I servizi igienici pubblici sono presenti lungo la passeggiata.

Sui tempi sono netto: quaranta minuti bastano per salire, affacciarsi e scendere; due ore servono per fare la cosa per bene, cioè leggere le tre prospettive, contare qualche busto, arrivare all'idrocronometro, girare attorno alla Casina e uscire verso Trinità dei Monti. Se si aggiunge Villa Borghese, si ragiona su mezza giornata. Se si aggiunge la Galleria Borghese, che richiede prenotazione obbligatoria con ingressi a fascia oraria, si ragiona su una giornata intera e conviene fissare la galleria per prima e tenere il Pincio come chiusura al tramonto.

Accessibilità del Pincio

I viali della passeggiata furono concepiti fin dall'origine per il passaggio delle carrozze, e questo ha lasciato in eredità percorsi larghi e pendenze dolci: chi si muove in sedia a rotelle o con un passeggino trova sul piano del colle condizioni migliori che nel centro storico. La salita da piazza del Popolo si affronta con una spinta continua ma senza gradini se si segue via Gabriele d'Annunzio; le rampe di scale laterali sono scorciatoie, non percorsi obbligati. Chi vuole evitare del tutto la salita può arrivare in piano dal lato di Villa Borghese, entrando da viale delle Magnolie. Alcuni tratti sono in terra battuta e dopo la pioggia diventano scomodi. Sul funzionamento degli ascensori del viale dell'Orologio non prendo impegni: vanno verificati sul posto.

Cosa c'è intorno al Pincio in dieci minuti

La posizione del colle è il suo secondo grande vantaggio. Scendendo verso ovest si arriva in piazza del Popolo, con la chiesa di Santa Maria del Popolo e le sue due tele di Caravaggio, e alla porta settentrionale della città, la porta del Popolo. Scendendo a sud si esce a Trinità dei Monti e alla scalinata che porta a piazza di Spagna e alla fontana della Barcaccia. Verso il Tevere, in una decina di minuti a piedi da piazza del Popolo, si raggiungono l'Ara Pacis e il Mausoleo di Augusto. Verso est, dentro Villa Borghese, il museo etrusco di Villa Giulia e la Galleria Borghese. Non esiste in Europa una densità simile di cose serie da vedere attorno a un belvedere gratuito.

Quando andare al Pincio e quando evitarlo

Il momento buono è il tardo pomeriggio, sempre. Nelle giornate di scirocco la foschia mangia l'orizzonte e i grattacieli dell'Eur spariscono: se cercate la vista lunga, andate dopo un giorno di tramontana, quando l'aria è tersa e si distingue perfino il profilo dei Colli Albani. Evitate la domenica pomeriggio di maggio e di settembre, quando la terrazza diventa impraticabile fra turisti, coppie e fotografi di matrimoni. Evitate il Capodanno, quando l'area è soggetta a ordinanze e limitazioni. D'inverno il Pincio è splendido e quasi deserto verso le quattro del pomeriggio, con la luce bassa che accende i mattoni di Prati.

Cosa mangiare intorno al Pincio

Sul colle i punti di ristoro sono pochi e pensati per il passaggio. Chi vuole mangiare bene scende verso via del Babuino e via Margutta o verso il rione Campo Marzio, dove la scelta è ampia e i prezzi variano moltissimo nel giro di cento metri. Il consiglio da professionista è semplice: al Pincio si porta qualcosa da casa o si compra in una delle rosticcerie del tridente e si mangia sulle panchine, guardando la città. Un supplì e una pizza bianca al taglio sulla terrazza valgono più di qualunque tavolo con vista. Evitate accuratamente i venditori ambulanti di bevande sulla terrazza nelle sere d'estate: prezzi arbitrari e nessuna garanzia.

I tanti Pincio d'Italia

In molte città italiane esistono parchi panoramici che portano il nome di Pincio, in omaggio a quello romano: da Assisi a Bologna, Perugia, Ancona, Rieti, Urbino, Civitavecchia e altre ancora. È un dato che dice quanto la formula inventata da Valadier abbia fatto scuola: un belvedere alberato affacciato sulla città bassa, raggiungibile a piedi, aperto a tutti e senza biglietto. Nell'Ottocento, quando la maggior parte dei giardini urbani europei era ancora recintata e riservata, questa era un'idea radicale.

Una curiosità su Pincio

La curiosità più bella del colle non riguarda le statue né il panorama: riguarda il tempo. Al Pincio il tempo si misura con l'acqua, e lo si fa da oltre centocinquant'anni. L'idrocronometro progettato da padre Giovan Battista Embriaco nel 1867 non usa molle, non usa pesi, non usa elettricità: due bacinelle si riempiono alternativamente, si ribaltano per gravità e con quel movimento fanno avanzare i quadranti. Embriaco presentò il congegno all'Esposizione Universale di Parigi del 1867, dove destò curiosità come esemplare di ingegneria idraulica applicata alla cronometria; nel 1873 i Fratelli Granaglia di Torino ne costruirono l'esemplare che ancora si vede, e la macchina fu montata al centro di un piccolo laghetto artificiale, protetta da una cancellata.

La torretta che lo racchiude merita quasi quanto il meccanismo. Sembra un chiosco svizzero costruito con tronchi d'albero, ed è invece ghisa fusa, modellata a imitazione del legno da Gioacchino Ersoch, l'architetto capitolino che nella stessa stagione firmava il mattatoio di Testaccio. Un falso rustico in metallo che contiene un orologio ad acqua: la sintesi perfetta del gusto ottocentesco, che amava travestire la tecnica da natura.

C'è di più. L'orologio ha smesso di funzionare, è caduto in degrado grave e sarebbe rimasto un rudere se un istituto tecnico, la Scuola ELIS di Roma, non lo avesse restaurato fra il 2006 e il 2007 senza costi per le casse comunali. Tornò in funzione il 29 giugno 2007. Se passate davanti alla vasca e non sentite lo scatto dell'acqua, aspettate un minuto: il tempo, qui, arriva a intervalli. E raccontatelo ai bambini, perché è l'unica lezione di fisica che si possa dare gratis in mezzo a un giardino.

Una cosa che non ti dice nessuno su Pincio

Nessuna guida lo racconta, eppure il Pincio è un punto della cartografia astronomica di Roma. Nel 1860 l'astronomo gesuita Angelo Secchi, direttore dell'Osservatorio del Collegio Romano, chiese e ottenne che sul colle, vicino alla Casina Valadier, venisse collocata una mira: un riferimento fisso da traguardare con gli strumenti dell'osservatorio per determinare il meridiano di Roma. All'origine era una semplice tavoletta di legno a scacchi. Poi fu rifatta in marmo e incastonata su una colonna, dotata di un foro che permetteva di illuminarla nelle osservazioni notturne.

Alla morte di Secchi, nel 1878, sulla stessa colonna fu posto il suo busto, circondato da un piccolo giardino. Il monumento fu danneggiato nel 1960 e ripristinato nel 2001, e la mira continua a svolgere la funzione per cui era nata. Vuol dire che una delle sculture più anonime della passeggiata, davanti alla quale passano ogni giorno migliaia di persone, è in realtà uno strumento scientifico ancora operativo.

Angelo Secchi non era un astronomo qualunque: fu il primo a classificare le stelle in base al loro spettro, aprendo la strada all'astrofisica moderna, e le sue osservazioni su Marte introdussero il termine canali che avrebbe alimentato un secolo di fantasie. Che il suo punto di riferimento terrestre sia un busto in un giardino pubblico, e non una torre o un pilastro monumentale, dice qualcosa di molto romano sul modo in cui questa città tratta la propria scienza: la mescola al passeggio e la dimentica.

La mia opinione: fra tutti i busti del Pincio, questo è l'unico che vale una deviazione consapevole. Gli altri sono un catalogo patriottico; questo è una macchina.

Il consiglio che ti do per visitare Pincio

Salite da piazza del Popolo, non da Villa Borghese, e salite tardi. Il primo consiglio riguarda il progetto: Valadier ha costruito le rampe come un crescendo, con le tre prospettive che preparano il colpo d'occhio finale. Chi arriva dall'alto, dal lato del parco, si trova la terrazza addosso senza preparazione e perde l'intera architettura del racconto. Il secondo riguarda la luce: la terrazza guarda a ovest, quindi al mattino il panorama è controluce e piatto, mentre dalle tre del pomeriggio in avanti la città si scalda, e nell'ora prima del tramonto i mattoni di Prati e il travertino di San Pietro diventano arancioni.

Terzo: prendetevi due ore, non quaranta minuti. La differenza fra una visita e una sosta è tutta nei dettagli che si vedono solo fermandosi. Le tre prospettive con Igea, la Fama e la loggia dell'Acqua Vergine; la vasca di granito rosso del secondo tornante, che è un manufatto imperiale; l'idrocronometro; la colonna di Secchi; l'obelisco di Antinoo. Cinque soste ragionate valgono più di venti fotografie.

Quarto, e per me decisivo: programmate l'uscita, non solo l'entrata. Dal Pincio si esce verso il viale di Villa Medici, si scende a Trinità dei Monti e si arriva a piazza di Spagna. È la discesa più elegante di Roma e chiude il pomeriggio nel modo giusto. Chi torna indietro a piazza del Popolo rifà la stessa strada e spreca mezz'ora.

Un'avvertenza pratica: portate acqua e scarpe comode ma non sandali aperti, perché i viali in terra battuta dopo la pioggia sono fangosi. E se avete i bambini, verificate prima il cartellone del teatro San Carlino: una visita al Pincio che si chiude con uno spettacolo di burattini è il modo migliore per fare accettare a un bambino di sei anni una giornata di monumenti.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Tutti sanno che il Pincio è il primo giardino pubblico di Roma. Pochi ricordano che non lo volle un papa né il Comune, ma un'amministrazione straniera di occupazione. L'idea di trasformare l'intero colle in un giardino aperto a tutti fu dei francesi che occuparono Roma dal 2 febbraio 1808 all'11 maggio 1814, e nasceva da un doppio obiettivo: dare aria e spazio a un popolo compresso da secoli nelle anse del Tevere, e insieme fabbricare gloria all'imperatore. Il giardino pubblico, nella cultura napoleonica, era uno strumento di governo tanto quanto una strada o una caserma.

L'impero cadde nel 1814, i francesi se ne andarono, e il progetto rimase. Il governo pontificio restaurato lo ereditò e lo portò a compimento con gli stessi uomini che lo avevano avviato, Canova e Valadier in testa. Nel giugno 1816 fu approvato il progetto di piazza del Popolo elaborato da Valadier con Louis-Martin Berthault, l'architetto paesaggista dell'imperatrice Giuseppina: un piano napoleonico eseguito sotto Pio VII. Il piazzale della terrazza si chiama ancora oggi piazzale Napoleone I, e nessuno si è mai preso la briga di cambiarlo.

Il dettaglio poco citato è proprio questo: la Roma pontificia dell'Ottocento, che si presentava come baluardo contro la modernità rivoluzionaria, in materia urbanistica ne applicò il programma senza modifiche sostanziali. Pio IX fece di più: nel 1851 riprese e portò a termine il progetto dei busti degli italiani illustri commissionato nel 1849 dalla Repubblica Romana, cioè dal governo rivoluzionario che lo aveva cacciato da Roma. Ereditò il pantheon laico dei suoi avversari e lo trasformò in un monumento pontificio. Chi cammina fra quei busti cammina dentro una riconciliazione forzata fra due Italie che si erano sparate addosso due anni prima.

La foto giusta da fare a Pincio

La fotografia che tutti fanno è quella dalla balaustra della terrazza, con piazza del Popolo in basso e la cupola di San Pietro sullo sfondo. È una buona fotografia, ma è la stessa di tutti, e ha un difetto tecnico serio: da lì la piazza risulta schiacciata e l'obelisco Flaminio, che è il perno di tutta la composizione, si perde nel disegno del selciato.

La foto giusta è un'altra e richiede due accorgimenti. Primo, spostatevi dalla balaustra centrale verso il lato sinistro del belvedere, guardando la piazza: da lì l'obelisco entra in diagonale, le due chiese gemelle si separano e la porta del Popolo chiude l'inquadratura in fondo, restituendo alla scena la profondità che Valadier aveva progettato. Secondo, aspettate l'ora prima del tramonto: la luce radente accende il travertino, allunga le ombre delle palme sulle rampe e trasforma un panorama documentario in un'immagine.

Chi ha pazienza faccia anche la fotografia inversa, cioè il Pincio visto da piazza del Popolo: le tre prospettive sovrapposte, i nicchioni, la quinta di palme sopra le rampe. È l'immagine che spiega il progetto, e quasi nessuno la scatta perché tutti guardano verso l'alto solo mentre salgono.

Due soggetti minori che ripagano più della terrazza: l'idrocronometro nella sua torretta di ghisa, fotografato dal parapetto del laghetto con il riflesso dell'acqua, e l'obelisco di Antinoo controluce a fine giornata, con i geroglifici in ombra e il cielo dietro. Un consiglio da professionista: la terrazza è affollata a ogni ora, e se volete una fotografia senza folla dovete presentarvi presto la mattina accettando la luce peggiore, oppure rinunciare e mettere le persone dentro l'inquadratura, come faceva la fotografia romana dell'Ottocento.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il primo fatto documentato di peso è un delitto politico. Negli Horti Lucullani, sul fianco settentrionale del colle, nel 48 dopo Cristo fu uccisa Valeria Messalina, terza moglie dell'imperatore Claudio. I giardini erano stati sottratti con un processo pilotato al loro proprietario Valerio Asiatico, che fu costretto al suicidio: Messalina li volle, li ottenne e vi morì poco dopo per ordine del marito. Un giardino di piacere che diventa scena di esecuzione nell'arco di pochi anni.

Il secondo riguarda Nerone. L'imperatore si diede la morte nel 68, e le sue ceneri furono deposte nella tomba della gens Domizia alle pendici del colle, verso l'attuale piazza del Popolo. Da lì nasce la lunga vicenda medievale del boschetto infestato e dell'intervento di papa Pasquale II, che secondo la tradizione fece abbattere l'albero cresciuto sul sepolcro, bruciare le ossa e costruire una cappella, all'origine della chiesa di Santa Maria del Popolo. Nella pianta di Roma del 1593 la zona era ancora indicata come Sepulcrum Neronis alias Muro Torto: la memoria del luogo ha resistito quindici secoli.

Il terzo avvenimento è l'occupazione francese di Roma, dal 2 febbraio 1808 all'11 maggio 1814, che partorì l'idea del giardino pubblico e mise in cantiere la trasformazione del colle. Il quarto è l'approvazione, nel giugno 1816, del progetto Valadier e Berthault per piazza del Popolo e il Pincio, sotto il pontificato restaurato di Pio VII: l'atto amministrativo che ha prodotto il paesaggio che si vede oggi.

Il quinto è il 1822, quando Pio VII fece innalzare qui l'obelisco di Antinoo, ritrovato spezzato in tre nel 1589 presso Porta Maggiore e passato per il giardino Barberini e il Cortile della Pigna in Vaticano. Il sesto è il 2 giugno 1851, quando Pio IX istituì la commissione che avviò la collocazione dei busti degli italiani illustri commissionati nel 1849 dalla Repubblica Romana. Il settimo è il 1873, con la collocazione dell'idrocronometro nella posizione attuale e, nello stesso anno, della statua equestre di Vittorio Emanuele II sulla terza prospettiva, poi rimossa nel 1936 per fare posto alla mostra dell'Acqua Vergine di Raffaele De Vico.

L'ottavo è il 1908, anno del cavalcavia sul Muro Torto che unì il Pincio a Villa Borghese e cambiò per sempre il modo di attraversare il verde del centro di Roma. Il nono, minore ma significativo, è il 29 giugno 2007, quando l'orologio ad acqua restaurato dalla Scuola ELIS tornò in funzione dopo decenni di silenzio.

Piazza del Popolo - Girandola di Michelangelo per la festa dei Santi Pietro e Paolo
Piazza del Popolo - Girandola di Michelangelo per la festa dei Santi Pietro e Paolo

Chi è passato da Pincio

Il primo nome è Lucullo, il generale che con il bottino della guerra contro Mitridate, vinta nel 63 avanti Cristo, costruì qui gli horti che portano il suo nome e che diedero al colle la fama di luogo di lusso. Dopo di lui passò, e morì, Valeria Messalina, moglie di Claudio, nel 48 dopo Cristo. Sallustio, lo storico della congiura di Catilina, ebbe qui i suoi giardini, poi passati al patrimonio imperiale.

Adriano non abitò il colle, ma vi lasciò l'oggetto più personale del suo regno: l'obelisco inciso per Antinoo, il giovane annegato nel Nilo nel 130 e divinizzato per suo volere. I geroglifici raccontano la fondazione di Antinopoli e il culto di Osiride-Antinoo. Non esiste in Europa un monumento che documenti con altrettanta precisione il lutto di un imperatore.

Fra i papi, i passaggi decisivi sono tre. Pio VII, che nel 1816 approvò il progetto e nel 1822 fece erigere l'obelisco. Pio IX, che nel 1851 avviò la collocazione dei busti e volle il trasferimento della vasca di granito rosso da piazza San Marco. Prima di loro, secondo la tradizione, Pasquale II, protagonista della vicenda della tomba di Nerone.

Sul versante degli artisti e degli architetti la lista è lunga e verificabile. Giuseppe Valadier, che progettò il giardino fra il 1810 e il 1818 e vi costruì la propria casa senza mai abitarla. Louis-Martin Berthault, architetto paesaggista dell'imperatrice Giuseppina, coautore del piano del 1816. Antonio Canova, che nella Roma di quegli anni tenne le redini della politica artistica e delle acquisizioni. Achille Stocchi, Felice Baini, Filippo Gnaccarini e Alessandro Massimiliano Laboureur, autori delle sculture delle prospettive. Ercole Rosa, autore del monumento ai Cairoli del 1883. Amleto Cataldi, che nel 1912 firmò la fontana dell'Anfora. Arturo Dazzi, autore nel 1922 del monumento a Enrico Toti. Raffaele De Vico, l'architetto dei giardini di Roma che nel 1936 trasformò la loggia in mostra dell'Acqua Vergine. Gioacchino Ersoch, che disegnò la torretta dell'idrocronometro e il rivestimento del Serbatoio. Francesco Vachez, che negli anni Sessanta dell'Ottocento introdusse i percorsi curvi all'inglese.

Fra gli scienziati, Angelo Secchi, che dal 1860 usò il colle come mira per il meridiano di Roma e che dal 1878 vi è ricordato con un busto. Fra i memorabili per contrasto, i fratelli Enrico e Giovanni Cairoli, che al Pincio non passarono da vivi ma vi sono presenti dal 1883 con il bronzo di Ercole Rosa che ricorda lo scontro di Villa Glori del 1867.

E poi la folla anonima, che è la ragione vera per cui il colle esiste: i romani che dal 1820 in avanti hanno usato queste rampe come salotto all'aperto, i viaggiatori del Grand Tour che arrivavano da porta del Popolo e come primo gesto salivano a guardare la città dall'alto, le carrozze per cui i viali furono disegnati larghi. Il Pincio non è nato per un uomo illustre. È nato per il passeggio, e resta il monumento più riuscito che Roma abbia dedicato a un'attività senza scopo.

Domande veloci su Pincio

Quanto costa entrare al Pincio

Niente. La passeggiata e la terrazza sono un parco pubblico a ingresso libero, senza biglietteria e senza prenotazione.

Quali sono gli orari del Pincio

La Sovraintendenza Capitolina indica la passeggiata come sempre aperta. Non c'è un orario di chiusura dei cancelli, a differenza di altri parchi storici romani.

Come si arriva al Pincio con i mezzi pubblici

Metropolitana linea A, fermata Flaminio, che si apre su piazzale Flaminio accanto alla porta del Popolo; da lì si sale a piedi per le rampe. Nello stesso piazzale hanno capolinea il tram 2 e la ferrovia regionale per Civita Castellana e Viterbo. Le linee di superficie cambiano nel tempo: conviene controllare il percorso aggiornato prima di partire.

Quanto tempo serve per visitare il Pincio

Quaranta minuti per salire, affacciarsi e scendere. Due ore per una visita fatta bene, comprese le tre prospettive, i busti, l'idrocronometro e l'obelisco. Mezza giornata se si prosegue in Villa Borghese.

Il Pincio è accessibile in sedia a rotelle

Il piano del colle è largo e in gran parte pianeggiante, perché i viali nacquero per le carrozze. La salita da piazza del Popolo lungo via Gabriele d'Annunzio non presenta gradini ma richiede una spinta continua; l'ingresso in piano più comodo è quello da viale delle Magnolie, dal lato di Villa Borghese. Alcuni tratti sono in terra battuta.

Dove si trova esattamente la terrazza del Pincio

Sul piazzale Napoleone I, alla sommità delle rampe che salgono da piazza del Popolo. Indirizzo di riferimento: salita del Pincio, rione Campo Marzio.

Qual è il momento migliore per il panorama dal Pincio

Il tardo pomeriggio, perché la terrazza guarda a ovest. Nell'ora prima del tramonto la luce radente accende Prati e la cupola di San Pietro. Dopo una giornata di tramontana la visibilità arriva ai Colli Albani.

Si possono fare fotografie al Pincio

Sì, liberamente e senza limitazioni per uso personale. Per servizi fotografici professionali e riprese video in area pubblica valgono le autorizzazioni previste da Roma Capitale: informatevi presso gli uffici competenti prima di organizzare un set.

Quanti sono i busti del Pincio

La Sovraintendenza Capitolina ne indica 229. Alla fine degli anni Sessanta del Novecento i personaggi rappresentati erano 228. Le donne sono tre: Vittoria Colonna, santa Caterina da Siena e Grazia Deledda.

L'orologio ad acqua del Pincio funziona ancora

Sì. Restaurato dalla Scuola ELIS fra il 2006 e il 2007, è tornato in funzione il 29 giugno 2007. Il meccanismo è quello ideato da padre Giovan Battista Embriaco nel 1867 e costruito nel 1873 dai Fratelli Granaglia di Torino.

Che differenza c'è fra il Pincio e Villa Borghese

Sono due giardini contigui ma di origine diversa. Il Pincio è il giardino pubblico progettato da Valadier a partire dagli anni Dieci dell'Ottocento su iniziativa dell'amministrazione francese. Villa Borghese fu per secoli proprietà privata della famiglia Borghese e divenne parco pubblico solo nel Novecento. I due sono collegati dal 1908 dal cavalcavia sul Muro Torto.

Il Pincio è adatto ai bambini

Molto. Ci sono un'area giochi, il noleggio di biciclette e risciò, spazi ampi e il teatro dei burattini San Carlino in viale dei Bambini, a poche decine di metri dalla terrazza.

Quando ci sono gli spettacoli al Teatro San Carlino

Il sabato e la domenica, con repliche pomeridiane e una mattutina la domenica; l'età consigliata parte dai due anni. Il cartellone cambia di stagione in stagione e i biglietti si acquistano sul sito del teatro o al botteghino: verificate la programmazione prima di andare.

Si può prendere un caffè alla Casina Valadier

La Casina Valadier oggi opera soprattutto come sede per eventi, matrimoni e ricevimenti privati e aziendali. L'apertura al pubblico per caffetteria o ristorazione varia: contattate direttamente la struttura o consultate il suo sito ufficiale prima di contarci.

Serve prenotare per salire al Pincio

No. Nessuna prenotazione, nessun contingentamento, nessun biglietto.

Dove si parcheggia vicino al Pincio

La zona è a traffico limitato e i posti in superficie sono scarsi e a pagamento. Chi arriva in auto fa bene a lasciarla in un parcheggio di scambio servito dalla metropolitana e a raggiungere Flaminio con la linea A, evitando del tutto il centro storico.

Che cos'è l'obelisco del Pincio

È l'obelisco che l'imperatore Adriano fece incidere in memoria di Antinoo nel II secolo: 9,24 metri di fusto in granito rosa, 17,26 metri con basamento e stella. Fu ritrovato nel 1589 presso Porta Maggiore, passò ai Barberini nel 1633 e poi al Vaticano, e fu innalzato qui da Pio VII nel 1822.

Perché il Pincio non è uno dei sette colli di Roma

Perché nella Roma delle origini restava fuori dal perimetro urbano. Vi fu incluso solo con la costruzione delle mura aureliane, fra il 270 e il 273.

Che cosa si vede dalla terrazza del Pincio

Piazza del Popolo in primo piano, poi il rione Prati, la cupola di San Pietro, Castel Sant'Angelo e Monte Mario a nord-ovest, il Gianicolo a ovest, il Quirinale, l'Altare della Patria e il Campidoglio a est e sud-est, i grattacieli dell'Eur all'orizzonte a sud-ovest nelle giornate limpide.

Il Pincio è pericoloso la sera

Il colle è frequentato fino a tarda sera nella bella stagione e la terrazza resta animata. Come in qualunque parco urbano, dopo il calare del buio conviene restare sui percorsi principali e illuminati ed evitare i viali laterali più isolati verso il Muro Torto.

Ci sono servizi igienici al Pincio

Sì, la Sovraintendenza Capitolina segnala la presenza di servizi igienici e di due punti di ristoro lungo la passeggiata.

Che cosa vedere vicino al Pincio

Piazza del Popolo e Santa Maria del Popolo alla base delle rampe, Trinità dei Monti e piazza di Spagna sul lato opposto, Villa Medici lungo il percorso, Villa Borghese con la Galleria Borghese e il museo di Villa Giulia oltre il cavalcavia, l'Ara Pacis e il Mausoleo di Augusto verso il Tevere.

Se dovessi indicare un solo luogo a chi arriva a Roma per la prima volta e ha due ore libere prima di cena, indicherei questo colle senza esitare, e non per il panorama: per il fatto che un pezzo di città pensato duecento anni fa perché la gente ci camminasse senza pagare niente funzioni ancora esattamente come era stato progettato. Salite tardi, camminate piano, fermatevi davanti all'orologio ad acqua e lasciate perdere la fretta. Chi organizza un itinerario romano serio trova un supporto professionale su TourLeaderPro Roma, mentre chi accompagna amici stranieri può appoggiarsi alle guide in inglese di ItalyPlanner sulle cose da vedere a Roma e all'itinerario di tre giorni a Roma. Per gruppi, aziende ed esperienze su misura la referenza è TourLeaderPro per le esperienze private a Roma.

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IndirizzoSalita del Pincio, 00187 Roma RM Pinciano, Roma, Roma Città
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