Aqua Virgo – acquedotto Acqua Vergine

L'Aqua Virgo, l'acquedotto che i romani chiamano da secoli Acqua Vergine, non ha una biglietteria unica perché non è un monumento: è un'infrastruttura lunga oltre venti chilometri che attraversa mezza città sottoterra. I punti in cui la si vede senza pagare nulla sono tre, tutti nel rione Trevi e tutti a pochi minuti l'uno dall'altro: le tre arcate in travertino di via del Nazareno, all'incrocio con via dei Due Macelli, visibili dalla strada a qualsiasi ora; i resti conservati nei sotterranei del grande magazzino all'angolo fra via del Tritone e via dei Due Macelli, accessibili negli orari di apertura del negozio; e la Fontana di Trevi, che dell'Aqua Virgo è la mostra terminale. Il tratto sotterraneo visitabile a pagamento è l'area archeologica del Vicus Caprarius, la Città dell'Acqua, in vicolo del Puttarello 25: aperta da martedì a domenica 11.00-17.00, chiusa il lunedì, 4,00 euro intero, 2,50 euro ridotto (Roma Pass, studenti universitari 18-25 anni, insegnanti, giornalisti, forze dell'ordine), 1,00 euro per i ragazzi fra 14 e 17 anni, gratis sotto i 14 anni, audioguida 3,50 euro; prenotazione obbligatoria nei weekend e nei giorni festivi, consigliata in settimana, al numero +39 339 7786192 anche via messaggio, attivo da martedì a domenica dalle 10 alle 16. La Sovraintendenza Capitolina gestisce inoltre un tratto dell'acquedotto nel rione Trevi con prenotazione obbligatoria allo 060608, gruppi di massimo venti persone, 4,00 euro intero e 3,00 ridotto, ingresso gratuito per i residenti di Roma e della Città Metropolitana e per i titolari della MIC Card: al momento risulta chiuso per lavori, quindi la disponibilità va verificata prima di muoversi sul sito della Sovraintendenza o al telefono. Ci si arriva con la metropolitana linea A, fermata Barberini (quattrocento metri) oppure Spagna; in superficie fermano su via del Tritone gli autobus 62 e 160, fermate Tritone/Barberini e Tritone/Fontana di Trevi.

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Tour a piedi✦ Il classico

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Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.

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Musei Vaticani e Cappella Sistina✦ Vai all'apertura

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L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...

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Roma di notte✦ Dopo il tramonto

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Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.

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Colosseo: sotterranei e arena✦ Accesso limitato

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Chi voglia inquadrare l'Acqua Vergine dentro il sistema idrico dell'Urbe trova un contesto più ampio nella pagina del Parco degli Acquedotti, dove i condotti che entravano in città da sud corrono all'aperto per chilometri: l'esatto contrario di quello che fa l'Aqua Virgo, che di sole ne prende pochissimo.

Aqua Virgo, l'acquedotto Acqua Vergine ancora in funzione a Roma
L'Aqua Virgo, l'unico acquedotto dell'antichità romana rimasto sempre in funzione

Che cos'è l'Aqua Virgo - acquedotto Acqua Vergine

L'Aqua Virgo è il sesto degli undici grandi acquedotti costruiti per Roma antica e l'unico che non abbia mai smesso di funzionare. Non è un modo di dire da depliant: l'acqua che esce oggi dalla Fontana di Trevi arriva per gravità dalle stesse polle della via Collatina che i tecnici di Agrippa intercettarono nel 19 avanti Cristo, con un condotto il cui tracciato è rimasto sostanzialmente quello. Gli altri dieci acquedotti antichi sono morti fra il VI e il IX secolo, ridotti a ruderi buoni per i disegnatori del Grand Tour. Questo no. Ha cambiato pelle, ha perso pezzi, ha ricevuto tubi di ghisa e poi di cemento, ma il principio idraulico che lo regge è ancora quello di duemilaquarantacinque anni fa.

La differenza rispetto agli acquedotti che tutti fotografano nella campagna romana è proprio la mancanza di spettacolo. L'Aqua Virgo non ha le arcate a perdita d'occhio dell'Aqua Claudia, non ha il profilo che chiude l'orizzonte verso i Castelli. Corre nascosta, a trenta e più metri di profondità, scavata nel tufo, larga in media un metro e mezzo, con una pendenza così esigua da essere quasi impercettibile. È un'opera di ingegneria che ha scelto deliberatamente di non farsi vedere. La mia opinione, dopo vent'anni di gruppi accompagnati sotto terra e sopra terra, è che sia l'acquedotto più interessante di tutti proprio per questo: gli altri li ammiri, questo lo devi capire.

Il nome dell'Aqua Virgo - acquedotto Acqua Vergine e la fanciulla della via Collatina

Sesto Giulio Frontino, curator aquarum sotto Nerva e Traiano, scrive nel suo trattato sugli acquedotti che il nome viene da un episodio preciso: alcuni soldati in cerca d'acqua ricevettero da una ragazza l'indicazione di certe sorgenti; scavarono nel punto indicato e trovarono una vena abbondante. Un piccolo edificio sacro presso la sorgente conservava, sempre secondo Frontino, una pittura che raccontava la scena. È la versione antica, riferita da un funzionario che aveva i registri dell'amministrazione sotto mano, e va presa per quello che è: una tradizione già consolidata nel I secolo dopo Cristo, non un fatto documentato.

Accanto a questa circola da sempre la spiegazione tecnica, quella che piace agli idraulici: l'acqua fu detta vergine per la sua purezza e leggerezza, perché povera di calcare e perché non contaminata da immissioni. Le due letture non si escludono. La seconda, peraltro, ha una conferma materiale che vale più di qualunque etimologia: la scarsissima incrostazione calcarea è esattamente il motivo per cui questo condotto non si è occluso in venti secoli, mentre gli acquedotti che portavano acque dure si sono strozzati da soli sotto strati di concrezione spessi decine di centimetri.

L'Aqua Virgo - acquedotto Acqua Vergine in dieci numeri

Frontino misura l'acquedotto in passi romani e i suoi numeri sono la base di tutto quello che sappiamo. Lunghezza complessiva: 14.105 passi, che con un passo di circa un metro e mezzo fanno poco più di venti chilometri. Di questi, 12.865 passi in condotto sotterraneo e appena 1.240 passi in superficie, ripartiti fra 540 passi di substruzioni e 700 passi di arcate dentro la città. Tradotto: il novantadue per cento del percorso non vede la luce.

La captazione era all'ottavo miglio della via Collatina, in una zona umida circondata da un recinto in opera cementizia, a una quota di circa ventiquattro metri sul livello del mare. La portata censita da Frontino è di 2.504 quinarie, un'unità di misura basata sulla sezione di una bocchetta di calibro cinque: si converte comunemente in circa 1.200 litri al secondo e poco meno di 104.000 metri cubi al giorno. La distribuzione, sempre secondo il curator aquarum, andava per 1.457 quinarie alle opere pubbliche, 509 alla casa imperiale, 338 alle concessioni private e 200 al suburbio, attraverso una rete di diciotto castella, i serbatoi di ripartizione disseminati lungo il tracciato.

Il condotto è largo mediamente un metro e mezzo, rivestito di cocciopesto, e in molti tratti resta percorribile: nel settore extraurbano corre a trenta o quaranta metri sotto il piano di campagna e all'altezza di viale Romania tocca i quarantatré metri. La pendenza media viene indicata intorno ai trenta centimetri per chilometro. Trenta centimetri. Su mille metri. Chi ha provato a mettere in bolla il tubo di scarico di una lavatrice capisce da solo che cosa significhi tenere quella quota per venti chilometri dentro una galleria buia, scavata a mano, con cunicoli di servizio che salgono in verticale ogni poche decine di metri per aerare il cantiere e calare i materiali.

Una curiosità su Aqua Virgo - acquedotto Acqua Vergine

La curiosità vera non è la fanciulla della leggenda, che ormai la raccontano tutti. È un'altra, e riguarda la data. L'Aqua Virgo entrò in funzione il 9 giugno del 19 avanti Cristo, sotto il consolato di Gaio Sentio Saturnino e Quinto Lucrezio Vespillone, ed è l'unico acquedotto romano di cui conosciamo il giorno esatto dell'inaugurazione. Frontino lo annota con la precisione dell'amministratore che ha davanti un archivio: non l'anno, non la stagione, il giorno. Per un'opera pubblica dell'età augustea è una fortuna documentaria rara.

Il dettaglio interessante non è la data in sé, ma quello che ci dice sul modo in cui Agrippa costruiva. Dodici anni prima, nel 33 avanti Cristo, lo stesso Agrippa aveva portato in città l'Aqua Iulia durante la sua edilità: una carica minore, che un ex console non avrebbe dovuto accettare e che lui prese proprio per mettere le mani sulla rete idrica e sulle fogne. Nel 19 il quadro è cambiato: Agrippa è il secondo uomo dell'impero, ha vinto ad Azio, ha sposato Giulia figlia di Augusto, e sta completando un programma edilizio che nel Campo Marzio ha già messo il Pantheon, i Saepta, la Basilica di Nettuno e le sue terme. L'acquedotto arriva alla fine, come tessera che tiene insieme tutto il resto. Un quartiere monumentale senza acqua corrente non regge, e Agrippa lo sapeva prima di posare la prima pietra.

C'è poi un particolare che diverte sempre i gruppi. Il 9 giugno era, nel calendario romano, il giorno delle Vestalia, la festa di Vesta: la dea del focolare, servita da sacerdotesse vergini che ogni giorno attingevano acqua di sorgente per i riti, e alle quali era vietato usare acqua di acquedotto. Inaugurare nel giorno delle Vestalia un acquedotto chiamato Virgo è una coincidenza che nessuna fonte antica commenta e che nessuno storico serio si sente di trasformare in intenzione. Resta una di quelle simmetrie che a Roma capitano troppo spesso per essere sempre casuali, e che io continuo a raccontare dichiarandola per quello che è: una suggestione, non una prova.

Il condotto dell'acquedotto Acqua Vergine a Roma
Aqua Virgo, l'acquedotto dell'Acqua Vergine a Roma

Marco Vipsanio Agrippa e la nascita dell'Aqua Virgo - acquedotto Acqua Vergine

Chi era l'uomo che volle l'Aqua Virgo - acquedotto Acqua Vergine

Marco Vipsanio Agrippa nasce intorno al 63 avanti Cristo da famiglia oscura, cresce con il giovane Ottaviano e ne diventa l'uomo di fiducia in tutto: comandante di flotta, generale di terra, urbanista, genero. Ad Azio, nel 31, è lui a manovrare le navi mentre Ottaviano guarda. A Roma è lui a rimettere in ordine le fogne, gli acquedotti e le strade, con una spregiudicatezza amministrativa che gli antichi ricordano con ammirazione e un pizzico di sconcerto. Quando muore, nel 12 avanti Cristo, Augusto ne legge l'elogio funebre in pubblico e ne fa deporre le ceneri nel proprio mausoleo: un onore che non toccava nemmeno ai parenti di sangue.

Il rapporto fra Agrippa e l'acqua è quasi ossessivo. Durante l'edilità del 33 avanti Cristo fa costruire settecento vasche pubbliche, cinquecento fontane e centrotrenta castelli di distribuzione, e paga di tasca propria la manutenzione della rete. Al momento della morte lascia allo Stato una squadra di schiavi specializzati, la familia aquaria, che Augusto trasforma nel primo servizio pubblico stabile di manutenzione idraulica della storia europea. L'Aqua Virgo è l'ultima e la più raffinata delle sue opere idrauliche: non serviva a dissetare le periferie affamate d'acqua, serviva a far funzionare un quartiere nuovo di zecca costruito per stupire.

Perché l'Aqua Virgo - acquedotto Acqua Vergine punta al Campo Marzio

La destinazione originaria è esplicita nelle fonti: le Terme di Agrippa, il primo grande impianto termale pubblico di Roma, avviato intorno al 25 avanti Cristo e inaugurato nel 12, nell'area compresa oggi fra via di Santa Chiara, via dei Cestari e corso Vittorio Emanuele II, subito a nord di largo di Torre Argentina. Prima del 19 avanti Cristo quelle terme funzionavano con quello che si riusciva a raccogliere in loco. Dal 19 hanno un acquedotto tutto per loro.

Il Campo Marzio augusteo, del resto, è un cantiere continuo: il Pantheon di Agrippa, i Saepta Iulia per le votazioni, la Basilica di Nettuno, i portici, gli horti. Un'operazione di propaganda urbanistica che aveva bisogno di acqua corrente per le fontane, per i bagni, per i giardini e per il grande specchio d'acqua che Agrippa fece scavare accanto alle sue terme. Senza l'Aqua Virgo, quel quartiere sarebbe rimasto una scenografia asciutta.

Le prime terme pubbliche di Roma e l'Aqua Virgo - acquedotto Acqua Vergine

Le Terme di Agrippa introducono a Roma un modello destinato a durare tre secoli: l'edificio termale come luogo gratuito o quasi, aperto a tutti, dove ci si lava, ci si allena, si chiacchiera e si fa politica. L'incendio dell'80 dopo Cristo le danneggia gravemente; le restaurano Tito, Domiziano e Adriano, e vi si mette mano ancora in età severiana e sotto Massenzio. Di quell'impianto sopravvive un frammento che chiunque può vedere gratis: mezza aula circolare inglobata negli edifici moderni, che i romani chiamano da secoli Arco della Ciambella, in via dell'Arco della Ciambella, a due passi dal Pantheon. Ci passano davanti migliaia di persone al giorno senza alzare gli occhi. Vale la deviazione di trenta secondi: è l'unico pezzo di muro rimasto in piedi dell'edificio per cui l'Aqua Virgo fu costruita.

Lo Stagnum Agrippae e l'Euripus dell'Aqua Virgo - acquedotto Acqua Vergine

Accanto alle terme Agrippa fece realizzare uno specchio d'acqua artificiale, lo Stagnum Agrippae, in una depressione naturale del terreno fra l'attuale corso Vittorio Emanuele II e via dei Nari, con sponde murate. Funzionava come natatio, cioè come vasca da nuoto all'aperto annessa al complesso termale, e riceveva acqua da più fonti: le vene locali, l'Amnis Petronia che scendeva dal Quirinale, e l'Aqua Virgo. Dallo stagno partiva un canale, l'Euripus, lungo circa un chilometro, che seguiva grosso modo il tracciato dell'odierno corso Vittorio Emanuele II e scaricava nel Tevere all'altezza dell'attuale ponte Vittorio. Le fonti antiche lo chiamano Euripus Virginis, il canale della Vergine, proprio perché l'acqua era quella dell'acquedotto di Agrippa.

Su quel canale e su quel lago i romani si tuffavano per capodanno, con un rito di buon augurio che scrittori come Ovidio e Seneca ricordano con l'aria di chi ne ha viste tante. Dopo il I secolo lo stagno viene colmato e l'area diventa piazza. Oggi non se ne vede nulla: chi cammina lungo corso Vittorio non ha alcun indizio di trovarsi sopra il più grande specchio d'acqua artificiale del Campo Marzio. È il tipo di informazione che rende diversa una passeggiata da una passeggiata.

Una cosa che non ti dice nessuno su Aqua Virgo - acquedotto Acqua Vergine

Che l'Aqua Virgo alimentasse una naumachia, cioè un bacino per le battaglie navali simulate, è una delle cose che si sentono ripetere con più sicurezza davanti alla Fontana di Trevi. È falso, e vale la pena capire perché, perché il vero racconto è più interessante dell'errore.

La naumachia di Augusto esisteva davvero: un bacino artificiale enorme, scavato in Trastevere, dove nel 2 avanti Cristo si inscenò una battaglia navale con migliaia di uomini. Ma per riempirlo Augusto fece costruire un acquedotto apposito, l'Aqua Alsietina, che portava a Roma un'acqua che Frontino giudica senza mezzi termini insalubre e che non veniva mai distribuita alla popolazione. Il curator aquarum arriva a scrivere di non capire quale motivo avesse spinto un principe tanto accorto a portare in città quell'acqua, e conclude che probabilmente lo fece proprio per non intaccare la riserva di acqua buona. Tradotto in termini moderni: per la naumachia si usò acqua di serie B, tenuta rigorosamente separata dalla rete potabile.

L'Aqua Virgo, al contrario, portava una delle acque più pregiate della città e serviva un quartiere monumentale. Lo specchio d'acqua che alimentava, lo Stagnum Agrippae, era una piscina termale, non un'arena navale: ci si nuotava, ci si banchettava, si allestivano scenografie galleggianti, ma le flotte in miniatura erano un'altra faccenda e un altro acquedotto. Quando sentite qualcuno raccontare la naumachia davanti alla Barcaccia, sappiate che sta confondendo due opere diverse a distanza di un chilometro e mezzo l'una dall'altra.

Il secondo dato poco noto è più pratico e riguarda la manutenzione. Frontino annota che la Virgo, a differenza di altri acquedotti, non aveva un vero bacino di raccolta: la struttura di captazione era una rete di cunicoli che intercettava polle e vene acquifere e le convogliava nello speco principale. Questo significa che l'Aqua Virgo non è mai stata un tubo, ma un organismo: cresce di portata lungo il percorso raccogliendo acque secondarie, e la sua manutenzione consiste soprattutto nel tenere puliti i cunicoli affluenti. È il motivo per cui, quando i papi del Rinascimento vollero rimetterla in funzione, la parte più difficile del lavoro non fu riparare gli archi in città, ma ritrovare sotto terra, a dieci chilometri dalle mura, le prese d'acqua originali che nessuno vedeva da secoli.

Le sorgenti di Salone e l'Aqua Virgo - acquedotto Acqua Vergine

Dove nasce l'Aqua Virgo - acquedotto Acqua Vergine

Le acque dell'Aqua Virgo si captano nella pianura alluvionale alla sinistra dell'Aniene, all'ottavo miglio della via Collatina, in quello che le fonti antiche chiamano Agro Lucullano e che dall'XI secolo prende il nome di Salone. Siamo a est della città, oltre il Grande Raccordo Anulare, in un paesaggio che oggi alterna capannoni, orti, cave e casali. La quota è bassissima, intorno ai ventiquattro metri sul livello del mare: un dato che, come vedremo, spiega da solo la stranezza del tracciato.

Non esiste una sorgente unica, con la sua bella polla che sgorga da una roccia. Esiste un sistema esteso di vene acquifere e di polle affioranti, che l'ingegneria romana ha imbrigliato con una rete di cunicoli trasversali funzionanti da affluenti sotterranei. Le acque venivano convogliate nel condotto principale o in un bacino artificiale, esistente fino al XIX secolo, che regolava l'afflusso con una diga. Frontino descrive il punto di presa come un luogo paludoso circondato da un recinto in opera cementizia. Chi ha visitato l'area con gli speleologi racconta di ambienti in cui l'acqua entra da tutte le parti e il rumore è quello di una grotta viva.

La zona di Salone oggi, alle sorgenti dell'Acqua Vergine

Il comprensorio delle sorgenti è tuttora attivo e in mano al gestore idrico cittadino, quindi non si visita come si visita un museo: gli accessi sono regolati, spesso riservati ad associazioni speleologiche e a gruppi organizzati con permesso. Nelle vicinanze si trovano le cave di Salone, un paesaggio di specchi d'acqua e argini che negli anni è diventato un pezzo di campagna romana orientale poco frequentato dai turisti e molto dai fotografi.

Sopra le sorgenti antiche si alza oggi una struttura che non passa inosservata: la torre piezometrica di Salone, un serbatoio moderno alto una cinquantina di metri realizzato dal gestore idrico per mettere in pressione l'acqua destinata al centro storico. È il punto in cui la storia dell'acquedotto antico e quella dell'acquedotto contemporaneo si toccano fisicamente, a poche decine di metri di distanza. Il mio parere è che sia uno dei luoghi più eloquenti di Roma e uno dei meno visitati: due tecnologie separate da venti secoli che pescano dallo stesso bacino.

Perché quelle sorgenti e non altre

La scelta non fu di comodo. Le acque di Salone sono povere di sali di calcio, dunque poco incrostanti, e questo per un condotto in muratura destinato a durare è la qualità decisiva. Gli acquedotti che portavano acque dure, come l'Anio Vetus, si riempivano di concrezioni che riducevano la sezione utile e obbligavano a scalpellare periodicamente le pareti. Lo speco della Virgo, invece, è arrivato fino a noi con la sezione praticamente integra. Il prezzo da pagare fu la quota bassa della sorgente, che impose un tracciato lunghissimo e tortuoso. I tecnici di Agrippa scelsero la qualità dell'acqua e la durata dell'opera, e accettarono di allungare il percorso di parecchi chilometri. Vent'anni di mestiere mi hanno insegnato a diffidare delle scelte progettuali che sembrano assurde: quasi sempre nascondono un vincolo che non vediamo più.

Il percorso dell'Aqua Virgo - acquedotto Acqua Vergine, tratto per tratto

Da Salone a Portonaccio

Uscito dall'area di captazione, il condotto costeggia la via Collatina in direzione della città. È un tratto interamente ipogeo, scavato nel banco di tufo dove il terreno lo consente e costruito in muratura dove il terreno è meno consistente. La profondità della galleria oscilla fra i trenta e i quaranta metri: non per capriccio, ma perché la livelletta deve restare quasi orizzontale mentre il piano di campagna sale e scende. Ogni volta che il terreno si alza, il condotto sprofonda. Ogni volta che il terreno si abbassa, il condotto risale verso la superficie.

Il tracciato tocca la zona di Portonaccio, quartiere che oggi il romano associa alla stazione Tiburtina e al traffico, e prosegue verso Pietralata. Qui l'acquedotto compie l'unica uscita all'aperto della sua parte extraurbana.

Pietralata, il Fosso della Marranella e il tratto in elevato

Per scavalcare il Fosso della Marranella il condotto esce dal sottosuolo e corre per circa 320 metri in elevato, su una struttura in opera reticolata di tufo. È il tratto extraurbano visibile più lungo dell'intero acquedotto ed è anche il meno frequentato: si trova in un'area verde del quartiere Pietralata, lontanissima dai circuiti turistici, raggiungibile a piedi da via di Pietralata. Chi ci va trova un muro romano in mezzo all'erba, senza cartelli imponenti e senza biglietteria.

Consiglio serio: se avete mezza mattinata e volete vedere un pezzo di Roma antica senza un'anima intorno, quello è il posto. Portate scarpe chiuse, andate con la luce piena e non da soli, perché il contesto è periferico e l'erba alta nasconde il terreno. Vale la pena perché è l'unico punto in cui si capisce, guardandolo da fuori, come fosse fatto il muro che porta l'acqua: paramento reticolato, nucleo cementizio, canale in cima.

Nomentana, Salaria e Villa Ada

Superata la Marranella, l'acquedotto piega e raggiunge la via Nomentana, poi la via Salaria. È il momento in cui il tracciato smette di andare verso ovest e comincia a curvare verso sud, disegnando quell'arco amplissimo che tanto colpisce chi guarda la pianta. Il condotto passa sotto l'area dell'attuale Villa Ada e sotto il quartiere Parioli, dove tocca le profondità massime documentate: all'altezza di viale Romania la galleria corre a quarantatré metri sotto il piano stradale.

È un dato che vale la pena tenere a mente quando si passeggia da quelle parti. Sotto i platani dei Parioli, alla profondità di un palazzo di quattordici piani rovesciato, scorre da duemila anni l'acqua che finirà nella Fontana di Trevi.

Villa Giulia, il Muro Torto e l'ingresso in città

Dai Parioli l'acquedotto scende verso l'area di Villa Giulia, dove oggi ha sede il Museo Nazionale Etrusco, e attraversa i terreni che sarebbero diventati Villa Borghese. L'ingresso vero e proprio nel perimetro urbano avviene nella zona del Muro Torto, il tratto di mura che chiude a nord la villa e che deve il nome alla sua inclinazione.

Poco prima del Pincio il condotto incontra la piscina limaria, il bacino di decantazione dove le acque rallentano e depositano la sabbia trasportata. È un accorgimento standard dell'idraulica romana e la ragione per cui l'acqua che arrivava in città era limpida. Sotto il Pincio, all'interno del comprensorio di Villa Medici, si conserva una scala elicoidale in ottimo stato che i romani chiamano Chiocciola del Pincio e che scende fino allo speco sotterraneo. Non è un percorso di visita ordinario: è un accesso tecnico, aperto solo in occasioni particolari e con accompagnamento.

Il tratto urbano su arcate dell'Aqua Virgo - acquedotto Acqua Vergine

Da qui in poi comincia la parte che i romani hanno sempre visto: il condotto esce dal sottosuolo e prosegue su substruzioni e poi su arcate per gli ultimi milleduecentoquaranta passi, poco più di milleottocento metri. Frontino precisa che le arcate cominciano sotto gli Horti di Lucullo, cioè sotto il Pincio, e finiscono nel Campo Marzio davanti ai Saepta, il recinto delle votazioni.

Il percorso urbano attraversa l'area dell'attuale via del Tritone, tocca via del Nazareno, scavalca la via del Corso all'altezza di Palazzo Sciarra con un'arcata monumentale, prosegue per via del Caravita, piazza di Sant'Ignazio e via del Seminario, dove si trovava l'ultimo castello di distribuzione, e termina nei pressi del Pantheon, alle Terme di Agrippa. Un ramo secondario portava acqua a Trastevere.

Perché l'Aqua Virgo - acquedotto Acqua Vergine fa quel giro assurdo

Guardando la pianta, il tracciato sembra un capriccio: dalla via Collatina si potrebbe entrare in città in linea retta, e invece l'acquedotto sale a nord fino alla Salaria per poi ridiscendere. Le ragioni sono tre e sono tutte tecniche.

La prima è la quota. Con una sorgente a ventiquattro metri sul livello del mare e una pendenza di trenta centimetri per chilometro, il condotto non può permettersi di attraversare i rilievi che la via più breve avrebbe incontrato: dovrebbe scavare gallerie profondissime o costruire sifoni in pressione, soluzioni che i romani conoscevano ma che costavano care e si guastavano. Meglio allungare il percorso e seguire le curve di livello.

La seconda è l'utenza. L'ampio arco a settentrione permette all'acquedotto di servire il suburbio nord della città, fino ad allora privo di approvvigionamento: duecento quinarie sulle duemilacinquecento censite da Frontino andavano proprio fuori le mura.

La terza è urbanistica. Entrando da nord, l'acquedotto raggiunge il Campo Marzio senza dover attraversare i quartieri densamente edificati del centro, dove ogni metro di arcata avrebbe significato espropri, demolizioni e cause. Chiunque abbia mai provato ad aprire un cantiere in centro a Roma sa che il problema non è mai il terreno: sono i proprietari.

Le arcate dell'acquedotto Acqua Vergine nel rione Trevi
Aqua Virgo, l'acquedotto dell'Acqua Vergine nel tessuto urbano di Roma

Il consiglio che ti do per visitare Aqua Virgo - acquedotto Acqua Vergine

Il consiglio è uno e va contro l'istinto di tutti: non cominciate dalla Fontana di Trevi. Cominciate da via del Nazareno, che è l'unico posto in cui l'Aqua Virgo si mostra per quello che è, cioè un muro romano che porta acqua, e non per quello che è diventata, cioè uno sfondo per fotografie.

Ecco l'itinerario che faccio fare ai miei gruppi, e che chiunque può ripetere da solo in un'ora e mezza scarsa. Si parte da piazza Barberini, si scende per via del Tritone e si gira in via del Nazareno: sulla destra, incassate sotto il livello stradale moderno di quattro o cinque metri, compaiono tre arcate in blocchi bugnati di travertino, con sopra l'iscrizione del restauro di Claudio. Sono lì, dietro una ringhiera, senza biglietto e senza fila. Guardatele dal marciapiede opposto per capire il dislivello fra la Roma antica e quella di oggi: quel dislivello è la vera storia della città.

Da lì si torna verso via del Tritone e si entra nei sotterranei del grande magazzino all'angolo con via dei Due Macelli, dove durante i lavori di ristrutturazione emersero altri resti del condotto, oggi conservati e visibili al pubblico negli orari di apertura del negozio. Poi si scende verso Palazzo Sciarra, sul Corso, sotto il quale si conservano due fornici in travertino dell'acquedotto: l'accesso dipende dalle iniziative della fondazione che ha sede nel palazzo, quindi va verificato di volta in volta; sapere che sono lì cambia il modo in cui si guarda quel tratto di strada. Approfittatene per infilarvi nella vicina Galleria Sciarra, cortile liberty che con l'acquedotto non c'entra nulla e che è uno dei posti più belli del rione.

Solo alla fine si arriva alla Fontana di Trevi, e a quel punto la si guarda con occhi diversi: non come una fontana barocca, ma come il rubinetto terminale di un'opera lunga venti chilometri. Se avete un'ora in più, chiudete con la discesa al Vicus Caprarius in vicolo del Puttarello 25, dove si vedono le strutture di una casa imperiale e il castellum aquae dell'acquedotto. L'ordine giusto è questo: prima l'ingegneria, poi la scenografia. Fatto al contrario, il barocco si mangia tutto e dell'acquedotto non resta niente.

Un'ultima raccomandazione, meno romantica. La zona di Trevi è il punto più congestionato del centro storico: fra le nove e le dieci del mattino si cammina, dalle undici in poi si fa la fila per stare in piedi. Se dovete scegliere un orario, scegliete le otto del mattino oppure la sera dopo le ventitré. Le arcate di via del Nazareno, invece, sono deserte a qualunque ora del giorno, il che dice molto su come funziona il turismo a Roma.

I resti dell'Aqua Virgo - acquedotto Acqua Vergine visibili oggi

Le tre arcate di via del Nazareno dell'Aqua Virgo

Sono il pezzo più noto e il più facile da vedere. Tre arcate in blocchi bugnati di travertino, all'incrocio fra via del Nazareno e via dei Due Macelli, appartenenti al tratto urbano su arcuazioni. La bugnatura, cioè il trattamento rustico della superficie dei blocchi, è tipica dell'edilizia idraulica di età claudia e ha un valore anche estetico: dà all'opera un aspetto volutamente severo, da infrastruttura e non da monumento.

Sul fronte si conserva un'iscrizione relativa al restauro voluto dall'imperatore Claudio nel 46 dopo Cristo, che riparò i danni prodotti dai lavori di Caligola. È uno di quei testi che raccontano il funzionamento dello Stato romano meglio di qualunque cronaca: un imperatore che mette il proprio nome su un muro per dire che ha rimesso a posto un acquedotto rotto da un suo predecessore.

Il livello di calpestio antico, come si vede, era parecchi metri sotto quello attuale. Non è un fenomeno misterioso: è il risultato di venti secoli di crolli, alluvioni del Tevere, riporti, macerie e ricostruzioni che hanno alzato progressivamente la quota del centro storico. In quel punto il dislivello si legge a colpo d'occhio meglio che in molti scavi archeologici a pagamento.

I fornici dell'Acqua Vergine sotto Palazzo Sciarra

Sotto Palazzo Sciarra, sulla via del Corso, si conservano due fornici in travertino dell'acquedotto, ritrovati negli scavi ottocenteschi e oggi restaurati e valorizzati nei sotterranei dell'edificio, sede di una fondazione culturale. Sono l'unico punto in cui si può camminare accanto a un'arcata dell'Aqua Virgo con il pavimento antico sotto i piedi. L'accesso non è continuativo e segue il calendario delle iniziative della fondazione: conviene verificare la disponibilità prima di presentarsi.

I sotterranei di via del Tritone

Durante la costruzione del grande magazzino all'angolo fra via del Tritone e via dei Due Macelli emersero resti significativi del condotto, che sono stati conservati in situ e integrati nel piano interrato dell'edificio. Si vedono gratuitamente negli orari di apertura commerciale. È il caso più curioso di archeologia urbana romana degli ultimi decenni: un pezzo di acquedotto augusteo fra le scaffalature, con un'illuminazione museale e nessun biglietto. Il mio giudizio è che sia una soluzione riuscita, molto più di certi allestimenti sotterranei blindati e invisibili.

Il tratto all'aperto di Pietralata

Trecentoventi metri di struttura in opera reticolata di tufo che scavalcano il Fosso della Marranella, nel quartiere Pietralata. È il tratto extraurbano più esteso e il meno conosciuto, in un'area verde di quartiere. Non ha servizi, non ha personale, non ha orari: è un muro romano in mezzo a un prato.

La Chiocciola del Pincio e lo speco dell'Acqua Vergine

Nel comprensorio di Villa Medici, sotto il Pincio, una scala elicoidale in eccellente stato di conservazione scende fino al condotto sotterraneo. È un accesso di servizio antico, riadattato nei secoli, che consente di raggiungere lo speco senza aprire un pozzo. Non è nel percorso di visita ordinario della villa e si vede solo in occasioni speciali.

L'arco di Claudio e l'Aqua Virgo - acquedotto Acqua Vergine

La storia è di quelle che meritano di essere raccontate per intero. Nel punto in cui l'acquedotto doveva scavalcare la via Lata, cioè l'attuale via del Corso, all'altezza di Palazzo Sciarra, i romani costruirono un'arcata come tante altre. Fra il 51 e il 52 dopo Cristo, però, quell'arcata funzionale venne trasformata in un arco trionfale dedicato a Claudio per celebrare la conquista della Britannia del 43.

Il monumento fu rivestito, decorato con statue della famiglia imperiale e trofei militari, e corredato di un'iscrizione che celebrava l'imperatore per aver ricevuto la resa di undici re britannici senza subire perdite e per essere stato il primo a portare sotto il dominio di Roma popoli barbari al di là dell'Oceano. Un'operazione di comunicazione politica sfacciata e brillante: si prende un pezzo di infrastruttura idraulica e lo si converte in propaganda, senza spendere un sesterzio per le fondamenta.

Dell'arco non resta nulla in posto. I frammenti recuperati nel tempo sono conservati in varie sedi: al Palazzo dei Conservatori e a Palazzo Nuovo sul Campidoglio, alla Galleria Borghese, e un rilievo con pretoriani è al Louvre di Parigi. Un'arcata dell'acquedotto, individuata negli scavi ottocenteschi, si conserva nei sotterranei di Palazzo Sciarra. Passeggiando lungo il Corso, all'altezza del palazzo, si cammina esattamente sotto il punto in cui l'acqua della Vergine attraversava la strada dentro un arco di trionfo.

I restauri antichi dell'Aqua Virgo - acquedotto Acqua Vergine

Tiberio, Caligola e Claudio

Un acquedotto è una macchina che si consuma. Il primo intervento documentato è di Tiberio nel 37 dopo Cristo, cinquantasei anni dopo l'inaugurazione. Segue, fra il 45 e il 46, il restauro di Claudio, quello ricordato dall'iscrizione di via del Nazareno, reso necessario dai danni provocati dai cantieri di Caligola. Vale la pena soffermarsi su questo punto: Caligola aveva avviato in quella zona lavori edilizi che avevano compromesso le arcate, e il suo successore dovette rimettere in sesto la struttura e dirlo pubblicamente. La manutenzione, nell'amministrazione romana, era materia politica.

Costantino, Teodorico e la tarda antichità

Dopo il II secolo le notizie si diradano, ma la rete continua a essere curata. Le fonti ricordano interventi di età costantiniana e poi di Teodorico, il re ostrogoto che fra la fine del V e l'inizio del VI secolo si preoccupò di mantenere in efficienza gli acquedotti di Roma come atto di legittimazione del proprio potere. Sotto Teodorico la città funziona ancora: le terme sono aperte, le fontane zampillano, l'amministrazione idraulica ha ancora personale e regolamenti.

Quel mondo finisce di colpo pochi decenni dopo, e finisce per ragioni militari.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Che i Goti abbiano tagliato gli acquedotti di Roma lo sanno tutti. Quello che quasi nessuno racconta è che cosa significò materialmente per la città, e perché proprio l'Aqua Virgo riuscì a rialzarsi mentre le altre dieci restarono a terra per sempre.

Nel 537, durante l'assedio posto a Roma dal re goto Vitige, gli acquedotti vennero recisi fuori le mura. Non fu un atto di vandalismo: fu una decisione tattica. Tagliando i condotti si privava la città dell'acqua corrente, si fermavano i mulini che macinavano il grano e si toglievano ai difensori le terme, cioè il principale presidio igienico di una popolazione assediata. La conseguenza immediata fu la fine delle terme pubbliche romane, che dopo quella data non riapriranno mai più con la funzione di prima. La conseguenza a lunga scadenza fu lo spostamento della popolazione dai colli verso l'ansa del Tevere, dove si poteva attingere al fiume e ai pozzi: è la ragione per cui la Roma medievale abbandona il Palatino, l'Aventino e il Celio e si accalca nel Campo Marzio.

L'Aqua Virgo si salvò per un motivo banale e decisivo: era quasi tutta sottoterra. Un condotto su arcate lo si demolisce con qualche colpo di piccone; una galleria a quaranta metri di profondità no. I danni ci furono, il flusso si interruppe, ma la struttura rimase in gran parte integra e recuperabile. Fu papa Adriano I, fra il 772 e il 795, a ordinare il primo grande restauro medievale, in un momento in cui il papato stava riprendendo in mano il governo materiale della città. Nel XII secolo ci mise mano il Comune di Roma. Poi vennero i papi del Rinascimento, che di quell'acqua fecero il fondamento della Roma moderna.

La cosa che dico sempre ai gruppi è questa: la sopravvivenza dell'Aqua Virgo non è un miracolo, è una conseguenza di scelte progettuali prese nel 19 avanti Cristo. Si è salvata perché era invisibile, e perché portava un'acqua che non incrostava. Le due qualità che ne facevano l'acquedotto meno spettacolare sono esattamente quelle che l'hanno fatta durare.

Il ripristino rinascimentale dell'Aqua Virgo - acquedotto Acqua Vergine

Niccolò V, Leon Battista Alberti e il 1453

Il primo restauro rinascimentale documentato è di papa Niccolò V, il pontefice umanista che nel 1453 fece riparare il condotto e rifare la mostra terminale a Trevi. Un pagamento di quell'anno registra duecento ducati per i lavori alla forma dell'acqua di Trevi, e Giorgio Vasari attribuisce al pontefice il merito di aver rimesso in sesto il condotto dell'Acqua Vergine che era guasto. Sul cantiere lavorarono Leon Battista Alberti, in veste di consulente, e Bernardo Rossellino come esecutore: due nomi che bastano a spiegare quanto quel restauro contasse nel programma di rifondazione della città voluto da Niccolò V.

La mostra di Trevi realizzata allora era una vasca sobria addossata a una parete, molto lontana dalla scenografia che vediamo oggi. Il punto, per il papa, non era l'estetica: era riportare acqua corrente in un quartiere che ne era privo e riattivare un simbolo di continuità con la Roma imperiale. Un papa che rimette in funzione un acquedotto di Agrippa dichiara, senza scriverlo, di essere l'erede legittimo dei Cesari.

Sisto IV e i lavori del Quattrocento

I lavori proseguirono con Paolo II, fra il 1466 e il 1467, e con Sisto IV negli anni Settanta del Quattrocento. Un pagamento dell'ottobre 1472 documenta la demolizione di strutture antiche per recuperare materiale marmoreo destinato ai nuovi arconi dell'acquedotto: pratica normale all'epoca e oggi impensabile, che ci ricorda quanto la Roma rinascimentale abbia costruito se stessa smontando quella imperiale. Le cronache attribuiscono a Sisto IV l'aver condotto l'acqua dal Quirinale alla fontana di Trevi a proprie spese.

Pio IV, Antonio Trevisi e la caccia alle sorgenti perdute

Il restauro decisivo è quello avviato da papa Pio IV intorno al 1560. Il problema era serio: da secoli l'acquedotto non arrivava più alle sorgenti originarie di Salone, ma si accontentava di prese intermedie con portata ridotta, e il condotto in città era in parte ingombro di macerie. Pio IV affidò l'incarico all'ingegnere Antonio Trevisi, che le carte della Camera Apostolica registrano anche nella forma Antonio Treviso, con il compito di ritrovare e riallacciare le prese antiche.

Fu un cantiere lungo e complicato, condotto in gran parte sotto terra, a tentoni, seguendo cunicoli ostruiti e pozzi crollati. I lavori di riallacciamento alle sorgenti originarie cominciarono nel 1561. Sul versante comunale la sorveglianza dei lavori passò a Giacomo Della Porta, architetto del Popolo Romano, che di quell'acqua avrebbe poi disegnato quasi tutte le fontane.

Luca Peto e il 1570

A raccontare l'impresa fu Luca Peto, giurista e conservatore capitolino, che nel 1570 pubblicò a Roma un trattato dedicato interamente al restauro del condotto dell'Acqua Vergine. È un testo prezioso perché scritto da chi seguiva i lavori dal lato amministrativo e ne conosceva costi, contrasti e difficoltà tecniche. Il 16 agosto 1570, sotto il pontificato di Pio V, i restauri furono ufficialmente completati e l'acqua tornò a sgorgare a Trevi con la portata delle sorgenti antiche.

Questa data è più importante di quanto sembri. Dal 1570 in poi il centro storico di Roma dispone di nuovo di acqua corrente abbondante, e nell'arco di trent'anni Giacomo Della Porta riempie il rione di fontane pubbliche. La Roma delle fontane, quella che tutti fotografano, nasce da un cantiere idraulico condotto nel buio a dieci chilometri dalle mura.

I papi del Sei e Settecento

Dopo Pio V la manutenzione prosegue con Paolo IV, Benedetto XIV e Pio VI, mentre nel 1840 si registra un ampliamento della rete. Ogni pontificato mette mano a qualche tratto, aggiunge una presa, ripara una volta crollata. La storia dell'Acqua Vergine dal Cinquecento a oggi è una storia di manutenzione continua, poco eroica e molto efficace: è così che si tiene in vita un'infrastruttura per venti secoli.

Le mostre d'acqua dell'Aqua Virgo - acquedotto Acqua Vergine

Una mostra d'acqua, nel linguaggio tecnico romano, è la fontana monumentale che chiude un acquedotto e ne dichiara pubblicamente l'arrivo. L'Acqua Vergine ne ha una celeberrima e una serie di sorelle minori che valgono, a mio parere, altrettanto.

La Fontana di Trevi, mostra terminale dell'Aqua Virgo - acquedotto Acqua Vergine

La Fontana di Trevi è la mostra terminale dell'acquedotto. Prima dell'attuale esistevano altre sistemazioni, a partire da quella medievale e da quella di Niccolò V; nel 1640 Gian Lorenzo Bernini elaborò per Urbano VIII un progetto che rimase sulla carta. Il concorso decisivo fu bandito da papa Clemente XII nel 1732 e vinto da Nicola Salvi; i lavori proseguirono fino al 1762 e furono completati da Giuseppe Pannini, che modificò parzialmente la scogliera. I materiali sono travertino, marmo, intonaco, stucco e metalli.

Il nome Trevi è discusso: per alcuni deriva da un toponimo attestato nel XII secolo, per altri dal triplice sbocco dell'acqua della fontana originaria. Quello che mi preme far notare è un dettaglio che quasi nessuno guarda: sulla facciata, in alto, ci sono due bassorilievi. In uno è raffigurata la fanciulla che indica la sorgente ai soldati. Non è decorazione generica, è la leggenda di fondazione dell'acquedotto messa in pietra sopra il suo punto di arrivo. Chi passa di lì e non alza gli occhi si perde il senso dell'intero monumento.

Opinione netta, e impopolare: la Fontana di Trevi vista alle undici del mattino non vale il tempo che ci si mette. Vista alle sette, con il sole basso e trenta persone in tutto, è uno dei tre o quattro spettacoli urbani migliori d'Europa. È la stessa fontana. Cambia solo l'ora.

La Barcaccia di piazza di Spagna

La Fontana della Barcaccia, ai piedi della scalinata di piazza di Spagna, è alimentata dall'Acqua Vergine e risolve un problema tecnico con un'invenzione poetica. In quel punto la pressione dell'acquedotto è bassissima, perché la quota è quasi la stessa del condotto: un getto verticale sarebbe stato impossibile. La soluzione fu una barca semiaffondata, con l'acqua che trabocca dai bordi invece di zampillare. Il limite idraulico diventa il soggetto dell'opera.

La fontana è opera dei Bernini, con la parte principale del lavoro attribuita a Pietro Bernini e la collaborazione del figlio Gian Lorenzo, e fu realizzata negli anni Venti del Seicento per Urbano VIII, il cui stemma con le api compare sull'invaso. È il posto giusto per spiegare a un gruppo che cosa significhi lavorare con un acquedotto a gravità: l'acqua arriva alla quota che ha, non a quella che si vorrebbe.

Le fontane di piazza Navona

Le fontane di piazza Navona sono alimentate dall'Acqua Vergine. Le due laterali, quella oggi detta del Moro e quella dei Calderari poi del Nettuno, furono realizzate da Giacomo Della Porta negli anni Settanta del Cinquecento, subito dopo il completamento del restauro dell'acquedotto: sono figlie dirette del cantiere di Pio IV e Pio V. La Fontana dei Quattro Fiumi di Gian Lorenzo Bernini arriva molto più tardi, a metà Seicento, e sfrutta la stessa condotta.

Chi voglia vedere che cosa c'è sotto la piazza può scendere ai sotterranei dello Stadio di Domiziano: la forma allungata della piazza è quella dell'arena, e le fontane della Vergine ne occupano l'asse.

La fontana della Terrina

La fontana della Terrina, che i romani chiamano la zuppiera di corso Vittorio, è alimentata dall'Acqua Vergine attraverso una condotta secondaria che serviva il quartiere del Campo Marzio. La progettò Giacomo Della Porta e fu realizzata fra il 1590 e il 1595 per Campo de' Fiori, dove rimase fino alla fine dell'Ottocento; venne poi rimossa per fare posto al monumento a Giordano Bruno, finì in magazzino e nel 1924 fu ricollocata in piazza della Chiesa Nuova, davanti a Santa Maria in Vallicella, dove si trova oggi.

Il coperchio in travertino che le vale il soprannome fu aggiunto nel 1622 per impedire che i venditori del mercato ci lavassero dentro la merce. Sul bordo corre un'iscrizione che è diventata proverbiale a Roma: AMA DIO E NON FALLIRE, FA DEL BENE E LASSA DIRE. Una fontana che dispensa consigli morali perché la usavano male: più romano di così.

La fontanella del Facchino

Sulla facciata di un palazzo in via Lata, a pochi metri dal Corso, una figura di uomo in abito cinquecentesco regge una botticella dalla quale esce un filo d'acqua. È la fontanella del Facchino, una delle statue parlanti di Roma, alimentata dall'Acqua Vergine e realizzata nell'ultimo quarto del Cinquecento, con l'esecuzione tradizionalmente riferita al pittore Jacopo del Conte. Rappresenta un acquarolo, cioè uno di quegli uomini che prima del ripristino dell'acquedotto vendevano acqua porta a porta con le botti.

Il significato è più bello del monumento. Nel momento in cui l'Acqua Vergine torna a scorrere e le fontane pubbliche rendono inutile il mestiere dell'acquarolo, la città mette sul muro la statua dell'uomo che quel mestiere lo faceva, e gli mette in mano una botticella che versa acqua gratis. È un monumento alla propria estinzione professionale, con quasi cinque secoli di anticipo su qualunque dibattito contemporaneo.

Le altre fontane di Giacomo Della Porta

Fra il 1570 e la fine del secolo Della Porta disegna per l'Acqua Vergine una serie impressionante di fontane pubbliche e semipubbliche: in piazza del Popolo, in piazza Colonna, in piazza della Rotonda davanti al Pantheon, in piazza Navona, in piazza Mattei con le tartarughe aggiunte più tardi, in via del Babuino, in via della Scrofa. Molte sono state spostate, rifatte o ricomposte nei secoli, ma la matrice è quella: un progetto unitario di arredo urbano finanziato dal ritorno dell'acqua.

Vale la pena confrontarla con l'operazione gemella condotta sull'altra sponda del fiume, dove la Fontana dell'Acqua Paola chiude in gloria l'acquedotto di Traiano restaurato da Paolo V. Due acquedotti, due mostre, due strategie di rappresentazione del potere pontificio. La differenza è che l'Acqua Paola è un arco di trionfo che guarda la città dall'alto; l'Acqua Vergine, fedele alla sua natura, arriva di soppiatto e si mostra soltanto alla fine, dentro un cortile chiuso fra tre strade.

La fontana del Nicchione e il prolungamento del 1936

Nel 1936 la rete dell'Acqua Vergine venne prolungata verso il Pincio, e la mostra terminale di quel prolungamento è la fontana del Nicchione, sotto il Pincio. È una pagina novecentesca poco citata e utile a ricordare che l'acquedotto non è un reperto congelato: ha continuato a essere esteso e modificato fino a ieri l'altro.

L'acqua dell'acquedotto Vergine in una fontana monumentale di Roma
L'Acqua Vergine alimenta ancora oggi alcune delle fontane monumentali di Roma

La foto giusta da fare a Aqua Virgo - acquedotto Acqua Vergine

La foto giusta non è la Fontana di Trevi. Quella l'hanno già fatta duecento milioni di persone e non aggiunge niente. La foto giusta è in via del Nazareno, e va impostata così.

Ci si mette sul marciapiede opposto alle arcate, il più lontano possibile dalla ringhiera, e si inquadra in verticale comprendendo tre elementi: le arcate romane in basso, incassate sotto il livello stradale, il muro dell'edificio moderno che le sovrasta, e una fetta di cielo. La composizione funziona perché racconta in un solo fotogramma i cinque o sei metri di dislivello fra la Roma di Augusto e quella di adesso. Se nell'inquadratura entra anche un motorino parcheggiato sopra l'arcata, tanto meglio: è la fotografia più onesta che si possa fare di questa città.

Sulla luce: quel tratto di strada è stretto e in ombra quasi tutto il giorno. Le ore buone sono la mattina presto, quando la luce riflessa dai muri chiari illumina il travertino senza contrasti violenti, e le giornate coperte, che qui aiutano invece di rovinare. Il sole a picco di mezzogiorno spacca l'immagine in due, con le arcate nere e il cielo bruciato: da evitare.

Sull'attrezzatura: serve un grandangolo moderato, perché lo spazio per arretrare è poco. Con un telefono, usate l'obiettivo principale e non la modalità ultragrandangolare, che deforma le arcate e le fa sembrare piccole. Se avete un treppiede piccolo, la sera dopo il tramonto quel muro con l'illuminazione stradale calda dà risultati sorprendenti, con esposizioni di uno o due secondi.

Seconda foto, per chi vuole qualcosa di raro: il tratto in opera reticolata di Pietralata, fotografato di taglio con il sole radente del tardo pomeriggio. La luce laterale fa emergere il reticolato dei blocchetti di tufo come una trama tessile, e nel giro di dieci minuti si passa da un muro anonimo a una superficie disegnata. È un'immagine che non ha praticamente nessuno, e questo, oggi, è già un buon motivo per farla.

Terza possibilità, la più difficile: il condotto sotterraneo, che si fotografa solo durante le visite guidate e solo dove è consentito. Lì servono ISO alti, una fonte di luce ausiliaria e la disciplina di non usare il flash diretto, che appiattisce tutto. Chiedete sempre prima di scattare: in ambienti ipogei gestiti, la regola sulle riprese cambia da un sito all'altro.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il 9 giugno del 19 avanti Cristo

L'acqua entra in città per la prima volta sotto il consolato di Gaio Sentio Saturnino e Quinto Lucrezio Vespillone. Roma, in quel momento, ha da poco smesso di essere una repubblica e sta imparando a essere un impero. Agrippa consegna alla città un acquedotto che alimenta le prime terme pubbliche gratuite della storia romana: un gesto politico oltre che tecnico, perché stabilisce che l'acqua e l'igiene sono un servizio dovuto al popolo e non un privilegio.

Il banchetto di Tigellino sullo Stagnum alimentato dall'Acqua Vergine

Sotto Nerone, lo specchio d'acqua alimentato anche dall'Aqua Virgo diventa il teatro di una delle feste più chiacchierate dell'antichità. Il prefetto del pretorio Ofonio Tigellino organizza per l'imperatore un banchetto sfarzoso e licenzioso allestito sull'acqua, con una zattera trainata da imbarcazioni e scenografie galleggianti. Tacito ne lascia un resoconto celebre, scritto con quel misto di disgusto e fascinazione che rende la sua prosa insuperabile. Non è aneddotica frivola: è la prova che lo Stagnum Agrippae, e quindi l'acquedotto che lo riforniva, erano diventati parte dello spettacolo del potere imperiale.

Il 43 dopo Cristo e la Britannia

La conquista della Britannia da parte di Claudio non avviene lungo l'acquedotto, ma è qui che viene celebrata. Fra il 51 e il 52 l'arcata che attraversa la via Lata si trasforma in arco trionfale, con statue, trofei e un'iscrizione che vanta la resa di undici sovrani britannici. Per i romani che passavano di lì, l'acqua che scorreva sopra le loro teste veniva letteralmente dall'altra parte del mondo conosciuto.

Il 46 dopo Cristo: il restauro di Claudio

Il restauro reso necessario dai lavori di Caligola viene inciso su pietra e la lapide è ancora leggibile in via del Nazareno. È uno dei pochi casi in cui un cittadino di oggi può leggere, sul posto e in originale, la dichiarazione di un imperatore su un lavoro di manutenzione idraulica eseguito quasi duemila anni fa.

Il 537: l'assedio di Vitige

Il taglio degli acquedotti durante l'assedio goto è il momento in cui la Roma antica finisce come organismo urbano. Le terme si spengono, i mulini si fermano, la città si contrae verso il fiume. L'Aqua Virgo si interrompe come le altre, ma sopravvive nella sua struttura sepolta: è l'unica a cui, secoli dopo, si potrà tornare senza doverla ricostruire da zero.

Il 1453: il ritorno dell'acqua con Niccolò V

Il restauro promosso da Niccolò V, con Leon Battista Alberti consulente e Bernardo Rossellino esecutore, riporta acqua corrente a Trevi. È il primo atto della Roma rinascimentale come città abitabile: senza quel cantiere, il centro storico non avrebbe potuto crescere come poi crebbe.

Il 16 agosto 1570: il riallacciamento delle sorgenti

Con il completamento dei lavori avviati da Pio IV e conclusi sotto Pio V, l'acquedotto torna a captare le sorgenti originarie di Salone. La portata si moltiplica e nell'arco di una generazione il centro si riempie di fontane pubbliche. È la data che ha creato la Roma delle fontane come la conosciamo.

Il 1622: il coperchio della Terrina

Piccolo episodio, grande significato. La fontana di Campo de' Fiori viene chiusa con un coperchio di travertino perché i mercanti la usavano impropriamente. Un provvedimento di polizia urbana che oggi si legge come un pezzo di storia sociale: l'acqua pubblica era una risorsa contesa e regolamentata.

Il 1732 e il 1762: la Fontana di Trevi

Il concorso indetto da Clemente XII e vinto da Nicola Salvi apre il cantiere che darà all'acquedotto la sua immagine definitiva. Trent'anni di lavori, un architetto che muore prima di vedere l'opera finita, un successore che modifica la scogliera. Il risultato è la fontana più fotografata del pianeta e, a mio avviso, la migliore lezione di scenografia urbana mai realizzata a Roma.

Il 1889 e il 1924: la Terrina in esilio

La fontana della Terrina lascia Campo de' Fiori alla fine dell'Ottocento per far posto al monumento a Giordano Bruno, resta smontata nei magazzini comunali e ricompare in piazza della Chiesa Nuova nel 1924. Una fontana dell'Acqua Vergine che passa trent'anni in un deposito è un promemoria di quanto sia fragile il patrimonio anche quando sembra intoccabile.

Il 1936: il prolungamento verso il Pincio

La rete viene estesa e nasce la mostra del Nicchione. L'acquedotto continua a essere un'infrastruttura viva, non un reperto.

Il 1961: la fine della potabilità

L'anno in cui l'acqua del vecchio condotto viene dichiarata non potabile, per via delle infiltrazioni di acque superficiali inquinate e dei dissesti del canale, e destinata all'irrigazione e alle fontane monumentali. È la data che separa l'Acqua Vergine antica, ormai acqua da fontane, dall'Acqua Vergine nuova, che alimenta i rubinetti.

L'acqua dell'Aqua Virgo - acquedotto Acqua Vergine: qualità e potabilità

Perché quest'acqua è rimasta pulita per venti secoli

La caratteristica tecnica decisiva è la povertà di sali di calcio disciolti. Un'acqua poco incrostante non deposita concrezioni sulle pareti dello speco e non lo strozza. È questa la ragione materiale per cui l'Aqua Virgo è arrivata fino a noi con la sezione utile quasi intatta mentre altri condotti antichi si sono chiusi da soli. La leggerezza dell'acqua, che gli antichi lodavano con criteri gastronomici e medici, si è rivelata la migliore garanzia di manutenzione possibile.

L'acqua della Fontana di Trevi si può bere?

No. L'acqua che circola nel vecchio condotto è stata dichiarata non potabile nel 1961 e da allora è destinata all'irrigazione e all'alimentazione delle fontane monumentali. La causa è duplice: da un lato l'urbanizzazione violentissima del secondo dopoguerra ha inquinato le falde e il canale, dall'altro il condotto antico presenta avvallamenti e crolli che favoriscono ristagni e infiltrazioni. Buona parte delle antiche strutture, del resto, è stata nel frattempo sostituita da tubazioni in cemento.

La regola pratica per il visitatore è semplice: dalle mostre monumentali dell'Acqua Vergine antica non si beve, e dove il gestore lo ritiene necessario la cosa è segnalata sul posto. Dalle fontanelle pubbliche del centro storico, i cosiddetti nasoni, si beve tranquillamente, perché quelle sono servite dalla rete potabile cittadina. Quando trovate una fontana storica priva di indicazioni e avete un dubbio, il criterio è quello di sempre: si beve dai nasoni, non dalle vasche monumentali.

Che cosa significa acqua vergine oggi

Il nome è rimasto attaccato a due cose diverse e questo genera confusione. Acqua Vergine antica è il condotto storico, non potabile, che alimenta le fontane. Acquedotto Vergine Nuovo è l'impianto contemporaneo che capta le stesse sorgenti di Salone, le tratta e le mette in pressione per il consumo umano. Stessa origine geologica, due sistemi separati, due destini diversi.

L'Acquedotto Vergine Nuovo

Un acquedotto Acqua Vergine degli anni Trenta

Fra il 1932 e il 1937 viene realizzato un nuovo acquedotto destinato all'uso potabile, che attinge alle sorgenti di Salone lungo la via Collatina, con una disponibilità massima intorno ai 500 litri al secondo. La logica è opposta a quella antica: dove i romani sfruttavano la gravità e accettavano un tracciato lunghissimo, l'ingegneria del Novecento solleva l'acqua meccanicamente e la manda in città per la via più breve.

La torre piezometrica e la condotta in pressione

Le acque captate confluiscono in un manufatto di miscelazione, da cui vengono sollevate attraverso due condotte in ghisa del diametro di 600 millimetri fino a una torre piezometrica alta una cinquantina di metri. Da lì parte un'adduttrice in pressione lunga circa 12,7 chilometri che raggiunge il serbatoio di Villa Umberto, cioè l'attuale Villa Borghese, dal quale si dirama la rete del centro storico. La portata dell'adduttrice arriva a 1.200 litri al secondo.

Il paragone è istruttivo e lo propongo sempre ai gruppi. L'acquedotto antico copre venti chilometri con una pendenza di trenta centimetri per chilometro e nessuna energia esterna. Quello moderno copre dodici chilometri e settecento metri con due pompe e una torre da cinquanta metri. Il primo funziona da duemila anni e non consuma corrente. Il secondo è più veloce e più sicuro dal punto di vista sanitario. Sono due filosofie, e nessuna delle due è banale.

Perché il vecchio non è stato dismesso

Perché serve. Le fontane monumentali di Roma consumano quantità d'acqua notevoli e alimentarle con acqua potabile trattata sarebbe uno spreco difficile da giustificare. Il vecchio condotto continua a fare quello che ha sempre fatto, con una destinazione d'uso adeguata alla qualità attuale della sua acqua: irrigazione del verde urbano e alimentazione delle mostre storiche. È un caso raro di infrastruttura bimillenaria riconvertita invece che demolita.

Aqua Virgo, il condotto dell'acquedotto Acqua Vergine sotto Roma
Il tracciato dell'Aqua Virgo attraversa Roma quasi interamente sotto terra

Chi è passato da Aqua Virgo - acquedotto Acqua Vergine

Gli antichi passati dall'Aqua Virgo

Il primo nome è quello di Marco Vipsanio Agrippa, che l'acquedotto lo volle, lo pagò e lo inaugurò il 9 giugno del 19 avanti Cristo. Con lui, per forza di cose, Augusto, che di quel programma edilizio era il committente politico e che dell'acqua fece uno strumento di consenso. Tiberio nel 37 e Claudio fra il 45 e il 46 misero mano al condotto, e Claudio ci lasciò il nome inciso su un'arcata che è ancora lì. Caligola passa da questa storia come guastatore involontario: i suoi cantieri danneggiarono la struttura e toccò al successore rimediare.

Nerone e il suo prefetto Ofonio Tigellino compaiono sullo Stagnum alimentato da quest'acqua, nella festa raccontata da Tacito. Sesto Giulio Frontino, curator aquarum sotto Nerva e Traiano alla fine del I secolo, è l'uomo che ci ha lasciato i numeri: senza il suo trattato non sapremmo né la lunghezza né la portata né il giorno dell'inaugurazione. Poi Costantino e, alla fine dell'antichità, Teodorico, l'ostrogoto che tenne in vita gli acquedotti di Roma finché poté.

I papi che rimisero in funzione l'Acqua Vergine

Adriano I, fra il 772 e il 795, ordina il primo grande restauro dopo il disastro goto. Niccolò V nel 1453 riporta l'acqua a Trevi con Leon Battista Alberti e Bernardo Rossellino. Seguono Paolo II, Sisto IV, e soprattutto Pio IV, che nel 1560 mette in moto il cantiere decisivo, e Pio V, sotto il quale i lavori si chiudono il 16 agosto 1570. Poi Urbano VIII, che commissiona la Barcaccia e chiede a Bernini un progetto per Trevi rimasto sulla carta; Clemente XII, che bandisce il concorso del 1732; Benedetto XIV e Pio VI, che continuano la manutenzione.

Gli artisti e i tecnici dell'Acqua Vergine

Antonio Trevisi, l'ingegnere incaricato dalla Camera Apostolica di ritrovare le sorgenti perdute, è il meno celebre e forse il più importante: senza il suo lavoro sotto terra, nessuna delle fontane che ammiriamo esisterebbe. Luca Peto, giurista e conservatore capitolino, ne scrisse la cronaca nel 1570. Giacomo Della Porta disegnò per quest'acqua la maggior parte delle fontane pubbliche romane fra il 1570 e la fine del secolo. Pietro Bernini e Gian Lorenzo Bernini firmano la Barcaccia; Gian Lorenzo torna sull'Acqua Vergine con la Fontana dei Quattro Fiumi. Nicola Salvi e Giuseppe Pannini costruiscono la mostra di Trevi. Jacopo del Conte è il nome che la tradizione lega alla fontanella del Facchino.

I viaggiatori e il cinema

Dal Settecento in poi la mostra di Trevi entra nel repertorio obbligato del Grand Tour: la disegnano, la incidono, la copiano. Nel Novecento diventa una delle immagini più riprodotte del mondo grazie al cinema, che ne ha fatto lo sfondo di scene rimaste nell'immaginario collettivo. Su questo mi limito a constatare un fatto: nessuno di quei registi ha mai ripreso l'acquedotto, hanno ripreso la fontana. L'infrastruttura che rende possibile la scena resta invisibile anche quando è celeberrima. È il destino dell'Aqua Virgo, in fondo, da duemila anni.

Visitare i cunicoli dell'Aqua Virgo - acquedotto Acqua Vergine

Vicus Caprarius, la Città dell'Acqua

È il sotterraneo più accessibile e il più adatto a chi vuole capire il rapporto fra acquedotto e città. L'area archeologica si trova in vicolo del Puttarello 25, a un centinaio di metri dalla Fontana di Trevi, e venne alla luce durante i lavori di ristrutturazione dell'ex cinema Trevi. Conserva le strutture di una domus di età imperiale e il castellum aquae dell'acquedotto Vergine, cioè uno dei serbatoi di distribuzione da cui l'acqua veniva ripartita fra le utenze del quartiere.

Gli orari pubblicati sono da martedì a domenica, 11.00-17.00, con chiusura il lunedì. I biglietti: intero 4,00 euro; ridotto 2,50 euro per Roma Pass, studenti universitari fra 18 e 25 anni, insegnanti, giornalisti e forze dell'ordine; 1,00 euro per i ragazzi fra 14 e 17 anni; gratuito sotto i 14 anni e per gli studenti universitari di archeologia; audioguida 3,50 euro. Lo spazio è ipogeo e la capienza è limitata, quindi la prenotazione è obbligatoria nei fine settimana e nei giorni festivi e comunque consigliata anche in settimana: si prenota al numero +39 339 7786192, anche via messaggio, attivo da martedì a domenica dalle 10 alle 16. Prima di partire conviene sempre controllare orari e tariffe sul sito ufficiale del Vicus Caprarius.

Opinione da professionista: quattro euro per vedere un castellum aquae in situ sono fra i soldi meglio spesi del centro storico. La visita dura fra i venti e i quaranta minuti, non è faticosa, e restituisce esattamente l'anello mancante fra il condotto sotterraneo e le fontane in superficie.

L'area archeologica del Vicus Caprarius, archeologia sotterranea a Fontana di Trevi
L'area archeologica del Vicus Caprarius, la Città dell'Acqua, sotto il rione Trevi

Il tratto gestito dalla Sovraintendenza Capitolina

La Sovraintendenza Capitolina gestisce un tratto dell'acquedotto nel rione Trevi, visitabile con prenotazione obbligatoria allo 060608, in gruppi di massimo venti persone, con biglietto di 4,00 euro intero e 3,00 ridotto e ingresso gratuito per i residenti a Roma e nella Città Metropolitana e per i titolari della MIC Card. Nel costo non è compresa la visita guidata, che va organizzata per conto proprio. Al momento il sito risulta chiuso per lavori: le condizioni di accesso vanno verificate sulla pagina della Sovraintendenza Capitolina dedicata all'acquedotto Vergine oppure per telefono.

Le visite speleologiche e le sorgenti di Salone

Il tratto lungo dello speco e l'area di captazione non sono luoghi turistici: si percorrono con associazioni speleologiche e gruppi di ricerca, in accordo con il gestore idrico, con attrezzatura adeguata e numeri chiusi. Chi voglia informarsi su questo tipo di percorsi può partire dalle schede pubblicate dai Sotterranei di Roma sulle sorgenti dell'Aqua Virgo, che documentano anche la torre piezometrica di Salone.

Sulle visite in ambiente ipogeo dico sempre le stesse tre cose, e le ripeto qui. Primo: si va con chi ha il permesso, mai per conto proprio, perché entrare senza autorizzazione in un condotto idrico attivo è pericoloso e illegale. Secondo: servono scarpe con suola scolpita, stivali quando indicato, e abbigliamento che si possa sporcare. Terzo: la temperatura sotto terra è costante intorno ai quindici gradi tutto l'anno, con umidità molto alta, quindi d'estate si scende con una felpa e d'inverno non serve il piumino.

Un itinerario a piedi sulle tracce dell'Aqua Virgo - acquedotto Acqua Vergine

Prima tappa: piazza Barberini e via del Tritone

Si parte dalla fermata Barberini della metro A. Da piazza Barberini, dove la Fontana del Tritone di Bernini è alimentata da un altro acquedotto, si imbocca via del Tritone in discesa. È utile proprio come termine di confronto: due fontane a quattrocento metri l'una dall'altra, servite da due reti diverse, con getti di altezza diversa perché diversa è la quota di arrivo dell'acqua.

Seconda tappa: le arcate di via del Nazareno

Si gira a sinistra in via del Nazareno e si arriva davanti alle tre arcate in travertino con l'iscrizione claudia. Dieci minuti in piedi qui valgono mezz'ora in coda altrove. Osservate il taglio dei blocchi, il bugnato, la differenza di quota rispetto alla strada.

Terza tappa: i sotterranei di via del Tritone

Si torna indietro di duecento metri e si scende nel piano interrato del grande magazzino all'angolo con via dei Due Macelli, dove i resti del condotto sono conservati e illuminati. Ingresso libero negli orari commerciali.

Quarta tappa: Palazzo Sciarra e la Galleria Sciarra

Da via del Tritone si scende verso il Corso fino a Palazzo Sciarra, sotto il quale si conservano i due fornici dell'acquedotto. Anche senza poter scendere nei sotterranei, il vicolo che porta alla Galleria Sciarra merita la deviazione: il cortile affrescato di fine Ottocento è uno degli interni più fotogenici del rione.

Quinta tappa: la Fontana di Trevi e il Vicus Caprarius

Si arriva a Trevi dalla parte alta, si guardano i bassorilievi con la storia della fanciulla, e poi si scende in vicolo del Puttarello per la visita al castellum aquae. Chi ha ancora energie prosegue verso via del Seminario e piazza di Sant'Ignazio, sul tracciato dell'ultimo tratto urbano, e chiude al Pantheon, dove l'acquedotto terminava alle Terme di Agrippa.

Sesta tappa, per i più curiosi: l'Arco della Ciambella

Dal Pantheon, cinque minuti a piedi bastano per raggiungere via dell'Arco della Ciambella e vedere l'emiciclo murario superstite delle Terme di Agrippa. È il capolinea logico dell'itinerario: il punto per cui tutta l'opera fu concepita.

L'Aqua Virgo - acquedotto Acqua Vergine con i bambini

Funziona meglio di quanto si creda, a patto di raccontarlo come una macchina e non come una lezione di storia. Ai ragazzini l'idea che l'acqua della Fontana di Trevi arrivi da venti chilometri di distanza scorrendo da sola, senza pompe, con una pendenza di trenta centimetri ogni mille metri, piace immediatamente. Il gioco che consiglio ai genitori è semplice: chiedere al bambino di indovinare, davanti alla fontana, da che parte arrivi l'acqua e quanto ci metta. Poi si scende al Vicus Caprarius e si vede il serbatoio.

La visita al Vicus Caprarius è gratuita sotto i 14 anni, dura poco e non ha percorsi impegnativi, quindi regge bene l'attenzione dei più piccoli. Le arcate di via del Nazareno sono all'aperto e non richiedono silenzio né disciplina. Il tratto di Pietralata, invece, lo eviterei con bambini piccoli: è un'area verde poco attrezzata.

Una raccomandazione pratica per l'estate: la zona di Trevi in agosto, a mezzogiorno, è una trappola di calore e di folla. Con i bambini si va la mattina presto, si porta acqua e si mette in conto una sosta all'ombra.

Accessibilità dell'Aqua Virgo - acquedotto Acqua Vergine

Il quadro è diseguale e conviene saperlo prima. Le arcate di via del Nazareno si vedono dalla strada e sono raggiungibili in carrozzina, con l'avvertenza che i marciapiedi del rione Trevi sono stretti, spesso occupati e con sanpietrini in più punti. I sotterranei di via del Tritone hanno gli ascensori del grande magazzino e sono la soluzione più agevole per chi ha problemi di mobilità.

Le aree archeologiche ipogee, per loro natura, comportano scale e passaggi stretti: chi ha esigenze particolari deve informarsi in anticipo direttamente presso il sito, perché le condizioni cambiano da ambiente ad ambiente. Le visite speleologiche allo speco non sono accessibili.

Sulla Fontana di Trevi il problema non è architettonico ma di affollamento: la piazza è a gradoni e nelle ore di punta la pressione della folla rende difficile qualsiasi movimento. Chi si muove in carrozzina o con un passeggino faccia il possibile per andarci prima delle nove del mattino.

Quando andare a vedere l'Aqua Virgo - acquedotto Acqua Vergine

Le arcate di via del Nazareno sono visibili sempre e non hanno stagione. Il tratto di Pietralata dà il meglio in primavera e in autunno, con la luce radente del tardo pomeriggio e l'erba bassa. I sotterranei hanno temperatura costante e sono la scelta giusta nelle giornate di canicola o di pioggia battente.

Per la Fontana di Trevi valgono le regole che detto sempre ai gruppi: prima delle otto del mattino o dopo le ventitré, mai in mezzo. Da evitare i ponti festivi, la settimana di Pasqua e le giornate di fine agosto. Se capitate in città in bassa stagione, fra novembre e febbraio, la stessa piazza si visita in condizioni civili anche a metà giornata.

Il momento migliore in assoluto, per chi ama questa città e non ha fretta, è una mattina di gennaio dopo la pioggia: il travertino bagnato di via del Nazareno diventa color miele e non c'è nessuno.

Che cosa c'è intorno all'Aqua Virgo - acquedotto Acqua Vergine

Nel raggio di dieci minuti a piedi dalle arcate di via del Nazareno si concentra un pezzo consistente del centro storico. Verso nord si sale a piazza di Spagna con la Barcaccia e, oltre la scalinata, al Pincio e a Villa Borghese: nel sottosuolo di quel percorso corre lo stesso acquedotto. Verso sud si scende alla Fontana di Trevi e da lì al Corso, a piazza Colonna, al Pantheon e a largo di Torre Argentina.

Chi vuole allargare il tema degli acquedotti ha due mete che valgono la giornata: il Parco degli Acquedotti, dove le arcate corrono all'aperto per chilometri, e la Fontana dell'Acqua Paola al Gianicolo, mostra dell'acquedotto Traiano restaurato nel Seicento. Sul versante museale, la Crypta Balbi racconta meglio di qualunque altro luogo la stratificazione del Campo Marzio dall'antichità al Medioevo, cioè esattamente il territorio servito dall'Aqua Virgo.

Storia in breve dell'Aqua Virgo - acquedotto Acqua Vergine

Vale la pena tenere insieme in poche righe una vicenda lunga duemila anni, perché è la vicenda di Roma stessa raccontata attraverso un tubo. Nel 19 avanti Cristo Agrippa porta in città un'acqua leggera captata a est, per far funzionare le prime terme pubbliche gratuite della storia romana. Per cinque secoli l'acquedotto lavora senza clamore, riparato da Tiberio, da Claudio, da Costantino, da Teodorico. Nel 537 i Goti tagliano i condotti e la Roma antica si spegne, ma l'Aqua Virgo, sepolta, sopravvive. Adriano I la ripara nell'VIII secolo, il Comune nel XII, Niccolò V nel Quattrocento, Pio IV e Pio V nel Cinquecento fino al riallacciamento delle sorgenti originarie nel 1570.

Da quel momento l'acqua torna abbondante e Roma si riempie di fontane: prima quelle di Della Porta, poi la Barcaccia, poi i Quattro Fiumi, infine la grande mostra di Trevi. Nel Novecento arriva il prolungamento verso il Pincio e, fra il 1932 e il 1937, un acquedotto nuovo che capta le stesse sorgenti per uso potabile. Nel 1961 l'acqua del condotto antico viene dichiarata non potabile e destinata alle fontane e all'irrigazione. Oggi l'Aqua Virgo continua a funzionare esattamente come funzionava sotto Augusto, per gravità, con una pendenza minima, e alimenta le fontane più fotografate del mondo.

Domande veloci su Aqua Virgo - acquedotto Acqua Vergine

Che cos'è l'Aqua Virgo - acquedotto Acqua Vergine

È un acquedotto romano inaugurato nel 19 avanti Cristo da Marco Vipsanio Agrippa, chiamato in italiano acquedotto dell'Acqua Vergine. È l'unico degli undici grandi acquedotti dell'antica Roma rimasto ininterrottamente in funzione fino a oggi.

Quanto è lungo l'Aqua Virgo - acquedotto Acqua Vergine

Frontino indica 14.105 passi romani, poco più di venti chilometri. Di questi, 12.865 passi in galleria sotterranea e 1.240 passi in superficie, ripartiti fra 540 passi di substruzioni e 700 passi di arcate in città.

Dove nasce l'Acqua Vergine

Le acque si captano nella zona di Salone, all'ottavo miglio della via Collatina, a est di Roma, oltre il Grande Raccordo Anulare, a circa ventiquattro metri sul livello del mare. Non c'è una sorgente unica ma un sistema di polle e vene acquifere raccolte da cunicoli.

Perché si chiama Acqua Vergine

Due spiegazioni convivono da sempre. Frontino riferisce la tradizione della fanciulla che indicò le sorgenti ai soldati in cerca d'acqua, ricordata da una pittura in un edificio sacro presso la sorgente. L'altra spiegazione è tecnica e riguarda la purezza e la leggerezza dell'acqua, povera di calcare.

Quando fu inaugurato l'Aqua Virgo - acquedotto Acqua Vergine

Il 9 giugno del 19 avanti Cristo, sotto il consolato di Gaio Sentio Saturnino e Quinto Lucrezio Vespillone. È l'unico acquedotto romano di cui conosciamo la data esatta di inaugurazione.

Quali fontane alimenta oggi l'Aqua Virgo - acquedotto Acqua Vergine

La Fontana di Trevi, che ne è la mostra terminale, la Barcaccia di piazza di Spagna, le fontane di piazza Navona, la fontana della Terrina in piazza della Chiesa Nuova, la fontanella del Facchino in via Lata e altre mostre storiche del centro, oltre alla fontana del Nicchione sotto il Pincio.

Si può bere l'acqua della Fontana di Trevi

No. L'acqua del condotto antico è stata dichiarata non potabile nel 1961 ed è destinata all'irrigazione e alle fontane monumentali. Per bere si usano i nasoni, le fontanelle pubbliche collegate alla rete potabile cittadina.

Dove si vedono le arcate dell'Aqua Virgo - acquedotto Acqua Vergine

Le tre arcate in blocchi bugnati di travertino di via del Nazareno, all'incrocio con via dei Due Macelli, visibili dalla strada gratuitamente a qualsiasi ora. Altri resti sono nei sotterranei del grande magazzino di via del Tritone e sotto Palazzo Sciarra, dove si conservano due fornici.

Quanto costa visitare l'acquedotto sotterraneo

L'area archeologica del Vicus Caprarius costa 4,00 euro l'intero, 2,50 il ridotto, 1,00 euro per i ragazzi fra 14 e 17 anni, ed è gratuita sotto i 14 anni. Il tratto gestito dalla Sovraintendenza Capitolina costa 4,00 euro l'intero e 3,00 il ridotto, con gratuità per residenti e titolari di MIC Card.

Serve prenotare per vedere l'Aqua Virgo - acquedotto Acqua Vergine

Per il Vicus Caprarius la prenotazione è obbligatoria nei fine settimana e nei giorni festivi e consigliata in settimana, al numero +39 339 7786192. Per il tratto della Sovraintendenza Capitolina la prenotazione è obbligatoria allo 060608. Le arcate di via del Nazareno non richiedono nulla.

Quanto dura la visita all'Aqua Virgo - acquedotto Acqua Vergine

La discesa al Vicus Caprarius si esaurisce in venti-quaranta minuti. L'itinerario completo a piedi fra via del Nazareno, i sotterranei di via del Tritone, Palazzo Sciarra, Trevi e il Pantheon richiede un'ora e mezza senza soste e due ore e mezza con calma.

Si possono fare fotografie all'Aqua Virgo - acquedotto Acqua Vergine

All'aperto senza alcun problema. Nelle aree archeologiche ipogee le regole variano da sito a sito: si chiede all'ingresso, e in ogni caso il flash diretto è quasi sempre sconsigliato o vietato.

L'Aqua Virgo - acquedotto Acqua Vergine è accessibile in sedia a rotelle

Le arcate di via del Nazareno si vedono dalla strada, con marciapiedi stretti e pavimentazione irregolare. I sotterranei di via del Tritone sono serviti dagli ascensori dell'edificio. Le aree archeologiche ipogee comportano scale e passaggi stretti: conviene informarsi in anticipo presso il singolo sito.

L'Aqua Virgo - acquedotto Acqua Vergine è adatto ai bambini

Sì, se lo si racconta come una macchina idraulica. La visita al Vicus Caprarius è breve e gratuita sotto i 14 anni. Il tratto all'aperto di Pietralata, invece, è un'area verde poco attrezzata e meno adatta ai piccoli.

Perché l'acquedotto corre quasi tutto sottoterra

Perché la sorgente è a quota bassissima, circa ventiquattro metri sul livello del mare, e con una pendenza di trenta centimetri per chilometro il condotto non poteva permettersi di attraversare i rilievi lungo la via più breve. Il tracciato sotterraneo e il grande arco a nord servivano a mantenere la livelletta e a servire il suburbio settentrionale.

Qual è la pendenza dell'Aqua Virgo - acquedotto Acqua Vergine

Le stime correnti la collocano intorno ai trenta centimetri per chilometro: una delle pendenze più basse fra gli acquedotti romani, resa necessaria dalla quota modesta delle sorgenti.

Chi costruì l'Aqua Virgo - acquedotto Acqua Vergine e perché

Marco Vipsanio Agrippa, genero e braccio destro di Augusto, per alimentare le Terme di Agrippa nel Campo Marzio e il complesso monumentale che stava realizzando in quel quartiere, compreso lo Stagnum e il canale Euripus.

Che cos'era lo Stagnum Agrippae dell'Acqua Vergine

Un grande specchio d'acqua artificiale scavato accanto alle Terme di Agrippa, fra l'attuale corso Vittorio Emanuele II e via dei Nari, che funzionava come vasca da nuoto annessa alle terme. Da esso partiva l'Euripus, canale lungo circa un chilometro che scaricava nel Tevere.

L'Aqua Virgo - acquedotto Acqua Vergine alimentava una naumachia

No. La naumachia di Augusto sorgeva in Trastevere ed era servita dall'acquedotto Alsietino, costruito appositamente con acqua che Frontino giudicava insalubre e che non veniva distribuita alla popolazione. Lo specchio d'acqua alimentato anche dalla Vergine era la natatio delle Terme di Agrippa.

Che cosa successe all'Acqua Vergine nel 537

Durante l'assedio di Roma il re goto Vitige fece recidere gli acquedotti fuori le mura. Fu una scelta militare: senza acqua corrente si fermavano terme e mulini. L'Aqua Virgo, sepolta per quasi tutto il percorso, subì danni ma restò recuperabile, e fu restaurata da papa Adriano I fra il 772 e il 795.

Chi restaurò l'Acqua Vergine nel Rinascimento

Niccolò V nel 1453, con la consulenza di Leon Battista Alberti e l'esecuzione di Bernardo Rossellino. Poi Paolo II e Sisto IV. Il cantiere decisivo è quello avviato da Pio IV intorno al 1560, affidato all'ingegnere Antonio Trevisi, con la sorveglianza comunale di Giacomo Della Porta e la cronaca di Luca Peto: i lavori si conclusero il 16 agosto 1570 sotto Pio V.

Che differenza c'è fra Acqua Vergine antica e Acquedotto Vergine Nuovo

L'Acqua Vergine antica è il condotto storico, non potabile dal 1961, che alimenta fontane e verde urbano. L'Acquedotto Vergine Nuovo, realizzato fra il 1932 e il 1937, capta le stesse sorgenti di Salone, solleva l'acqua con pompe verso una torre piezometrica e la manda in pressione al serbatoio di Villa Borghese per l'uso potabile.

Quanta acqua portava l'Aqua Virgo - acquedotto Acqua Vergine

Frontino registra 2.504 quinarie, che si convertono comunemente in circa 1.200 litri al secondo e poco meno di 104.000 metri cubi al giorno, distribuiti attraverso diciotto castella fra opere pubbliche, casa imperiale, concessioni private e suburbio.

Che cos'è un castellum aquae dell'Acqua Vergine

È il serbatoio di ripartizione in cui l'acqua dell'acquedotto veniva raccolta e poi suddivisa fra le diverse utenze attraverso bocchette calibrate. Uno di questi serbatoi, riferito all'Acqua Vergine, si visita al Vicus Caprarius, in vicolo del Puttarello 25.

Perché la Barcaccia non ha un getto alto

Perché in quel punto la pressione dell'acqua dell'Acqua Vergine è bassissima, essendo la quota della piazza quasi pari a quella del condotto. La barca semiaffondata, con l'acqua che trabocca dai bordi, trasforma un limite idraulico in un'invenzione formale.

Dov'è la fontana della Terrina dell'Acqua Vergine

In piazza della Chiesa Nuova, lungo corso Vittorio Emanuele II, davanti a Santa Maria in Vallicella. Fu realizzata da Giacomo Della Porta fra il 1590 e il 1595 per Campo de' Fiori e trasferita alla fine dell'Ottocento; il coperchio con l'iscrizione risale al 1622.

Che cos'è la fontanella del Facchino dell'Acqua Vergine

Una fontana a muro in via Lata, a pochi metri dal Corso, con la figura di un acquarolo che regge una botticella. È alimentata dall'Acqua Vergine, risale all'ultimo quarto del Cinquecento ed è una delle statue parlanti di Roma.

Si può percorrere lo speco sotterraneo dell'Acqua Vergine

Solo con gruppi autorizzati e associazioni speleologiche che operano d'intesa con il gestore idrico, con attrezzatura adeguata e numeri chiusi. Entrare per conto proprio in un condotto idrico attivo è pericoloso e vietato.

Qual è il periodo migliore per vedere l'Acqua Vergine

Le arcate di via del Nazareno si vedono tutto l'anno. Per la Fontana di Trevi conviene la prima mattina o la tarda serata, e la bassa stagione fra novembre e febbraio. I sotterranei, a temperatura costante, sono la scelta giusta d'estate e nelle giornate di pioggia.

Che rapporto c'è fra l'Aqua Virgo - acquedotto Acqua Vergine e il Parco degli Acquedotti

Nessun rapporto diretto di tracciato: al Parco degli Acquedotti corrono i condotti che entravano in città da sud-est, come l'Anio Vetus, la Marcia, la Claudia e l'Anio Novus. L'Aqua Virgo entra da nord ed è quasi tutta sotterranea. Il confronto fra i due luoghi resta il modo migliore per capire quanto diverse potessero essere le soluzioni tecniche adottate dai romani.

Il mio giudizio sull'Aqua Virgo - acquedotto Acqua Vergine

Accompagno gruppi in questa città da vent'anni e ho imparato a riconoscere il momento in cui una visita smette di essere un elenco e diventa un racconto. Con l'Aqua Virgo quel momento arriva quasi sempre in via del Nazareno, davanti a tre arcate che nessuno fotografa, quando qualcuno alza la testa verso i palazzi e capisce che l'acqua della fontana più celebre del mondo passa lì sotto da duemila anni senza che nessuno la spinga.

Se dovessi dare un solo consiglio a chi legge, sarebbe questo: dedicate all'acquedotto un'ora prima di dedicare dieci minuti alla fontana. Andate presto, portate pazienza con la folla del rione Trevi, scendete al castellum aquae di vicolo del Puttarello e poi tornate in superficie. Vedrete la stessa città con una profondità in più. E se un giorno vi capita di trovarvi a Pietralata con il sole basso, davanti a trecentoventi metri di opera reticolata in mezzo all'erba, saprete di essere in uno dei pochissimi punti di Roma dove l'antichità non ha ancora nessuno intorno.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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RiassuntoAqua Virgo, l’ultimo acquedotto romano ancora funzionante. Risale al 19 avanti Cristo l’Aqua Virgo (Acqua “Vergine”) fu il sesto degli undici acquedotti romani antichi.
TagsAcqua Vergineacquedotto Aqua VirgoAqua VirgoFontana di TreviMuseo

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IndirizzoCentro storico, Roma, Roma Città
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