AccediIl mio viaggio

Fontana del Tritone

In breve. C'è un punto di Roma in cui il traffico non si ferma mai, il rumore è quello di una arteria urbana in piena attività e, in mezzo a tutto questo, un uomo di pietra con la coda di pesce sta inginocchiato su una conchiglia e soffia dentro…

C'è un punto di Roma in cui il traffico non si ferma mai, il rumore è quello di una arteria urbana in piena attività e, in mezzo a tutto questo, un uomo di pietra con la coda di pesce sta inginocchiato su una conchiglia e soffia dentro un guscio marino da quasi quattro secoli. È la Fontana del Tritone, e vale la pena fermarsi a guardarla per il tempo che merita, che è molto più dei quaranta secondi che le concede il turista medio mentre attraversa piazza Barberini per raggiungere via Veneto o scendere verso la Fontana di Trevi.

Questa fontana è una delle prove più severe della pazienza di un visitatore. Non è isolata in una piazza silenziosa come quella di Sant'Ignazio, non ha la scenografia teatrale della Fontana di Trevi, non gode del riparo di una scalinata come la Barcaccia. Sta in mezzo a un incrocio, con le automobili che le girano intorno, gli autobus che sbuffano a pochi metri, la bocca della metropolitana che vomita passeggeri di continuo. Eppure è un capolavoro assoluto, ed è probabilmente il documento più limpido di che cosa Gian Lorenzo Bernini avesse in testa quando ha inventato, letteralmente inventato, un modo nuovo di fare fontane in Europa.

Qui c'è tutto quello che serve sapere sulla Fontana del Tritone: chi l'ha voluta, chi l'ha fatta, con quali soldi, con quale acqua, con quale idea in testa, e come si guarda oggi che intorno le sono cresciute cose che Bernini non avrebbe mai immaginato, dalla metropolitana ai bar con i tavolini di plastica. Ti prometto che dopo, quando ci passerai davanti, non riuscirai più a considerarla un semplice ostacolo sul marciapiede.

Dove si trova esattamente la Fontana del Tritone

La Fontana del Tritone occupa il centro di piazza Barberini, nel rione Trevi, in quel tratto di città in cui il pendio del Quirinale scende verso il fondovalle che poi si chiama via del Tritone e prosegue fino a via del Corso. La piazza è un nodo di traffico e un nodo di storia contemporaneamente: da qui parte via Vittorio Veneto che sale verso il quartiere Ludovisi, da qui parte via delle Quattro Fontane che sale verso il crocevia sistino, da qui parte via Sistina che porta a Trinità dei Monti, da qui parte via del Tritone che scende verso il centro. Quattro direzioni, quattro pendenze diverse, e una fontana in mezzo.

La Fontana del Tritone del Bernini in piazza Barberini
La Fontana del Tritone del Bernini in piazza Barberini. Foto di Miguel Hermoso Cuesta, licenza CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons.

Chi arriva con la metropolitana esce direttamente in piazza: la stazione Barberini della linea A si affaccia sul lato meridionale, e la prima cosa che si vede uscendo dalle scale mobili è proprio il gruppo scultoreo, di solito controluce se è mattina. Chi arriva a piedi da via del Tritone la vede comparire alla fine della salita, chi scende da via Veneto la trova in fondo, chi arriva dalle Quattro Fontane la incontra alla fine di una discesa piuttosto ripida. La Fontana del Tritone, insomma, è il punto in cui quattro strade decidono di darsi appuntamento, e questo ha conseguenze precise su come la si percepisce.

Il nome della piazza e il nome della strada

Una cosa che quasi nessuno collega: via del Tritone si chiama così proprio per via di questa fontana, non il contrario. Il nome della strada è nato dopo il monumento, come succede spesso a Roma, dove i toponimi seguono le presenze e non i progetti. La piazza, invece, prende nome dalla famiglia Barberini, che qui aveva costruito il proprio palazzo urbano fra il terzo e il quarto decennio del Seicento. Prima di diventare piazza Barberini l'area era nota come piazza Grimana, dal nome dei Grimani che vi possedevano una vigna: un ricordo di quando questo settore di Roma era ancora un paesaggio di orti, vigne e casali, dentro le mura ma fuori dalla città densa.

È una informazione che sembra un dettaglio erudito e invece serve a capire la fontana. La Fontana del Tritone non nasce come arredo di una piazza già formata: nasce come atto di fondazione di una piazza che stava nascendo insieme al palazzo dei Barberini. È il pontefice di famiglia che marca il territorio con acqua, pietra e stemmi. Roma funziona così da sempre, e i papi del Seicento lo sapevano meglio di chiunque altro.

Chi ha realizzato la Fontana del Tritone: Gian Lorenzo Bernini

L'autore della Fontana del Tritone è Gian Lorenzo Bernini, nato a Napoli nel 1598 da padre toscano e madre napoletana, e morto a Roma nel 1680 dopo aver riscritto il volto della città più di qualunque altro artista dai tempi dell'antichità. Quando progetta questa fontana Bernini ha poco più di quarant'anni, è già l'artista ufficiale del pontificato, ha alle spalle il Baldacchino di San Pietro, l'Apollo e Dafne, il Ratto di Proserpina, il David, ed è nel pieno di quella stagione in cui il papa gli affida praticamente tutto ciò che a Roma richiede scalpello, disegno o invenzione.

Bisogna avere in mente che Bernini non era soltanto uno scultore. Era architetto, scenografo, autore di commedie, inventore di macchine teatrali, organizzatore di feste, e questa dimensione teatrale è ciò che spiega la Fontana del Tritone meglio di qualunque trattato. La fontana è una scena: ha un attore protagonista, ha una base che funziona da palcoscenico, ha un effetto speciale che è lo zampillo, e ha un pubblico che gira intorno. Se la guardi con la testa di uno che progetta apparati effimeri per le feste barocche, tutte le scelte diventano leggibili.

Il momento della carriera in cui nasce la Fontana del Tritone

I primi anni Quaranta del Seicento sono, per Bernini, un periodo di gloria che sta per incrinarsi. Il pontificato Barberini è al suo crepuscolo, le finanze pontificie sono provate dalle guerre, e di lì a poco l'artista conoscerà la stagione più difficile della sua vita professionale, quella dei campanili di San Pietro che vengono demoliti e delle critiche che gli piovono addosso. La Fontana del Tritone appartiene ancora al momento pieno, quello in cui la macchina berniniana funziona senza attriti e il rapporto con il committente è perfetto.

Questo si vede nella disinvoltura dell'invenzione. Non c'è nulla di prudente nella Fontana del Tritone: nessuna vasca tradizionale, nessuna nicchia, nessuna architettura di sostegno, nessun rispetto delle tipologie consolidate. È l'opera di un artista che sa di poter fare quello che vuole e che ha un committente disposto a seguirlo.

Urbano VIII Barberini, il papa che volle la Fontana del Tritone

La committenza è di Urbano VIII, al secolo Maffeo Barberini, fiorentino di origine, papa dal 1623 al 1644. Ventun anni di pontificato, uno dei più lunghi del secolo, e uno dei più visibili sul tessuto urbano di Roma. Urbano VIII è il papa che consacra San Pietro, che fa costruire il Baldacchino, che promuove Bernini come artista di corte, che scrive versi latini e che, insieme ai nipoti, trasforma la famiglia Barberini in una potenza romana di primo piano.

La Fontana del Tritone è, in questo quadro, un gesto di ordinaria straordinarietà. Il papa aveva appena finito di far costruire, o quasi, il grande palazzo di famiglia sulla collina, e la piazza sottostante era il vestibolo naturale di quella residenza. Mettere lì una fontana significava tre cose insieme: fare un servizio pubblico, perché l'acqua a disposizione dei cittadini era una necessità concreta; fare un atto di magnificenza, perché la fontana era bella e costosa; e fare propaganda familiare, perché sulla pietra ci sarebbero state le api dei Barberini e le insegne del pontefice, visibili a chiunque passasse.

Le api e la reputazione dei Barberini

Lo stemma dei Barberini porta tre api d'oro in campo azzurro. Nel Seicento romano quelle api si moltiplicano a dismisura: sono sui portali, sui soffitti, sugli architravi, sui monumenti funebri, sul Baldacchino di San Pietro, sulle fontane. Diventano un marchio talmente pervasivo da generare ironia. La più celebre delle pasquinate romane, quella che recita quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini, nasce proprio dal risentimento popolare verso una famiglia accusata di aver spogliato monumenti antichi per fondere bronzo destinato ai propri progetti.

È un contesto che va ricordato quando si guarda la Fontana del Tritone, perché le api che vi si trovano sono una firma politica, messa lì per essere letta. Roma nel Seicento leggeva quegli emblemi come noi leggiamo un logo, e li leggeva benissimo. Un cittadino romano del 1643 che passava per piazza Barberini sapeva perfettamente di chi era quell'acqua e a chi doveva dire grazie.

Il cantiere della Fontana del Tritone tra il 1642 e il 1643

La Fontana del Tritone viene realizzata in un arco di tempo breve, fra il 1642 e il 1643. Sono date che meritano di essere pronunciate lentamente, perché sono la stessa manciata di mesi in cui a Roma stanno accadendo molte cose: Borromini sta lavorando al Sant'Ivo alla Sapienza, la guerra di Castro sta prosciugando le casse pontificie, e Bernini sta uscendo dal disastro dei campanili vaticani. In mezzo a questo, la piazza sotto il palazzo di famiglia riceve la sua fontana.

Sul cantiere in sé abbiamo meno dettagli di quanti ne vorremmo. Sappiamo che si lavorava in travertino, sappiamo che il gruppo è stato assemblato da blocchi separati, sappiamo che l'esecuzione materiale coinvolgeva, come sempre nella bottega berniniana, un numero considerevole di collaboratori sotto la direzione del maestro. Bernini disegnava, modellava in creta o in gesso il modello, definiva le proporzioni, interveniva sui punti critici, e lasciava agli scalpellini la parte più meccanica della sbozzatura.

Che cosa significava davvero fare una fontana nel Seicento

Una fontana barocca romana funziona come un impianto idraulico, e la scultura ne è la parte visibile. Bisognava garantire l'allacciamento a una conduttura, calcolare la quota di arrivo dell'acqua rispetto al livello della vasca, dimensionare i canali interni al gruppo scultoreo, prevedere lo scarico, e assicurarsi che la portata concessa fosse sufficiente. Le concessioni d'acqua erano un bene amministrato con rigore, misurato in unità di portata, e ottenerne una era un privilegio che passava per atti formali.

Questo spiega perché le fontane romane siano quasi sempre legate al nome di un papa: la ragione è amministrativa, perché solo il pontefice poteva disporre dell'acqua degli acquedotti restaurati. Chi controllava l'acqua controllava la possibilità stessa di costruire una fontana, e chi costruiva una fontana metteva il proprio stemma sull'acqua. La Fontana del Tritone è, da questo punto di vista, un documento amministrativo scolpito in travertino.

L'invenzione iconografica della Fontana del Tritone

Veniamo alla parte più interessante, cioè che cosa si vede esattamente. Partiamo dal basso. C'è una vasca a terra, di forma mistilinea, che raccoglie l'acqua. Da questa vasca si alzano quattro delfini, disposti a coppie, con le teste in basso, i musi immersi verso il bacino e le code sollevate verso l'alto. Sono delfini araldici, senza pretese di realismo: creature marine dalle forme robuste e sinuose, come li avevano immaginati e ripetuti secoli di repertorio decorativo, dai sarcofagi antichi alle fontane rinascimentali.

Le code di questi quattro delfini si intrecciano e reggono, sopra le loro spalle, una grande conchiglia bivalve aperta. È l'elemento più sorprendente della composizione: una conchiglia enorme, con le due valve spalancate verso il cielo come un libro aperto, le costolature nervate che si irradiano dal cardine. Sopra questa conchiglia, appoggiato con le ginocchia sulle due valve, sta il Tritone.

Il Tritone e la sua buccina

Il Tritone è una figura maschile a torso nudo, muscolosa, con le gambe che si trasformano in coda squamosa, la barba scomposta, i capelli scarmigliati che scendono lungo le tempie. È inginocchiato, il busto rovesciato all'indietro, la testa piegata in su, e con entrambe le mani stringe una conchiglia allungata che porta alla bocca. Quella conchiglia è la buccina, lo strumento a fiato dei tritoni della mitologia. Dalla buccina, invece del suono, esce l'acqua: uno zampillo verticale che sale in alto e ricade in pioggia sul gruppo e nella vasca sottostante.

È qui che scatta la genialità dell'idea. Bernini prende un attributo mitologico sonoro, la conchiglia che suona, e lo trasforma in un attributo idraulico. Il suono diventa acqua. Il Tritone non produce un rumore ma un getto, e il getto ricadendo produce un rumore, chiudendo il cerchio. Non conosco molte invenzioni figurative più eleganti di questa, e sono passate quattrocento anni.

La torsione del corpo

Guarda bene la posizione del Tritone e ti accorgi che è una posizione impossibile da mantenere per più di trenta secondi. Le ginocchia sono divaricate sulle due valve, il bacino è ruotato, il torace è inarcato all'indietro, le braccia sono alzate sopra la testa, il collo è teso all'estremo. È la posa di uno sforzo massimo, di un soffio che richiede tutto il fiato del corpo. Bernini scolpisce l'istante, non la posa: è il suo marchio di fabbrica, lo stesso principio dell'Apollo e Dafne o della Santa Teresa.

E c'è un dettaglio che segnalo sempre: i muscoli del petto e dell'addome sono trattati in modo da suggerire il volume d'aria trattenuto. È anatomia narrativa, costruita per raccontare uno sforzo. Il corpo del Tritone racconta che cosa sta facendo, e lo racconta a chi guarda dal basso, da tre metri di distanza, con il sole che gli batte addosso di sbieco.

La fonte antica dietro la Fontana del Tritone

La figura del tritone che soffia nella conchiglia ha una fonte letteraria precisa e nobilissima: il primo libro delle Metamorfosi di Ovidio, dove Nettuno, per far ritirare le acque dopo il diluvio universale, chiama il tritone e gli ordina di soffiare nella sua conchiglia. Al suono dello strumento le acque obbediscono e si ritirano, fiumi e mari rientrano nei loro alvei, il mondo riemerge.

Chi conosce quel passo capisce all'istante che cosa la Fontana del Tritone stia dicendo. Il tritone che suona è la figura del comando sull'acqua, del dominio ordinatore che riporta gli elementi al loro posto. Applicato a un pontefice che stava restaurando acquedotti e distribuendo acqua alla città, il messaggio è trasparente: come il tritone ordina le acque del diluvio, così il papa ordina le acque di Roma. Non serve un trattato di iconologia per arrivarci, basta aver letto Ovidio, e nel Seicento chiunque avesse frequentato una scuola lo aveva letto.

Un umanesimo che si vede a occhio nudo

Vale la pena notare che questa stratificazione colta non appesantisce la fontana. Puoi non sapere nulla di Ovidio e trovarla ugualmente bellissima: funziona come immagine prima ancora che come allegoria. È una qualità che Bernini possedeva a un livello che pochi hanno raggiunto, la capacità di costruire opere leggibili su due piani contemporaneamente, quello immediato e sensoriale e quello colto e allusivo, senza che il secondo soffochi il primo.

È anche il motivo per cui la Fontana del Tritone continua a funzionare in una città che non legge più il latino. L'immagine di un uomo-pesce che soffia acqua verso il cielo è comprensibile a un bambino di sei anni. Il resto è un bonus per chi vuole approfondire.

Perché la Fontana del Tritone è una scultura a tutto tondo

Qui arriviamo al punto storicamente più importante di tutta la vicenda, quello che vale il viaggio anche se non ti interessa niente di mitologia. La Fontana del Tritone è una delle prime fontane romane concepite come scultura a tutto tondo, cioè come oggetto autonomo posto al centro di uno spazio, da guardare girandoci intorno, e non come mostra addossata a un muro o a una facciata.

Fino a quel momento la tradizione romana delle fontane monumentali era in larga parte una tradizione di prospetti. La mostra di un acquedotto era una architettura frontale: un fondale con nicchie, colonne, iscrizioni, statue incassate, acqua che scende da un muro. Pensa alla mostra dell'Acqua Felice in piazza San Bernardo, con il suo Mosè al centro di un arco trionfale, o pensa alla Fontana di Trevi, che è di un secolo dopo ma resta un fondale addossato a un palazzo. Sono fontane che hanno un davanti e un dietro, e il dietro non esiste.

Che cosa cambia quando la fontana diventa un oggetto

La Fontana del Tritone non ha un davanti e un dietro. Ha quattro delfini disposti simmetricamente, un Tritone che si può guardare da ogni angolo, un gruppo che regge lo sguardo da qualunque punto della piazza. Questo comporta un lavoro di progettazione completamente diverso: bisogna pensare la composizione nello spazio a trecentosessanta gradi, bisogna che ogni punto di vista offra un profilo interessante, bisogna che le linee di forza non collassino quando ci si sposta.

È una rivoluzione che poi Bernini porterà alle estreme conseguenze con la Fontana dei Quattro Fiumi in piazza Navona, fra il 1648 e il 1651, dove la scoglio centrale con l'obelisco è pensato esattamente come oggetto circumnavigabile. Ma il prototipo, la prova generale, l'idea in stato puro è qui, in piazza Barberini, qualche anno prima. Quando ti dicono che la Fontana del Tritone è importante nella storia dell'arte, questo è il motivo.

Una conseguenza pratica per chi la visita

Se la fontana è a tutto tondo, allora guardarla da un solo lato significa vederne un quarto. È la ragione per cui conviene sempre fare il giro completo, marciapiede permettendo. I profili cambiano moltissimo: da un lato prevale la torsione del busto, dall'altro il gioco delle code dei delfini, da un altro ancora il rapporto fra la testa rovesciata e la linea del cielo. Sono quattro sculture diverse dentro la stessa scultura, e Bernini le ha calcolate tutte.

Le api araldiche e le chiavi papali della Fontana del Tritone

Fra le code intrecciate dei delfini, nella zona di raccordo fra la parte inferiore del gruppo e la conchiglia bivalve, si trovano gli emblemi. Ci sono le api dei Barberini, disposte secondo il consueto schema araldico della famiglia, e ci sono le insegne pontificie, cioè le chiavi incrociate con la tiara, il segno del potere papale.

La scelta di collocarle lì è tutt'altro che casuale. Sono in una posizione bassa, dentro il gioco delle forme naturali, quasi mimetizzate nel disegno organico delle code. Sono inglobate nella struttura, come se emergessero dalla materia stessa, lontane dall'idea di uno stemma appiccicato su una lapide. È un modo raffinato di fare propaganda, molto più efficace di una targa. Il messaggio c'è, ma non urla, e proprio per questo resta.

Come riconoscere le api quando ci passi davanti

Le api non sono facilissime da vedere se non le cerchi, soprattutto d'estate quando il sole a picco appiattisce i rilievi. Il momento migliore è la luce radente, cioè la prima mattina o il tardo pomeriggio, quando le ombre si allungano dentro i solchi dello scalpello e i profili emergono. Avvicinati alla vasca sul lato che dà verso via Sistina, guarda il punto in cui le code dei delfini si annodano, e le trovi.

C'è poi un gioco che propongo sempre a chi viaggia con bambini: contare quante api si riescono a trovare nel giro di duecento metri intorno alla Fontana del Tritone. Fra la fontana stessa, la vicina Fontana delle Api e le decorazioni del palazzo, il totale è sorprendente, e serve a far capire che cosa fosse una famiglia papale nella Roma del Seicento.

Il travertino della Fontana del Tritone

La Fontana del Tritone è scolpita in travertino, e questa è una scelta che dice molto. Il travertino è la pietra di Roma per eccellenza: una roccia sedimentaria calcarea, formatasi per precipitazione chimica in ambiente di acque sorgive, estratta soprattutto nella zona di Tivoli, ricca di cavità e di venature, di colore caldo che va dal bianco sporco al biondo dorato a seconda della cava e dell'esposizione.

Con il travertino sono fatti il Colosseo, la facciata di San Pietro, il colonnato di piazza San Pietro, mezze centinaia di palazzi barocchi. È una pietra economica rispetto al marmo statuario, si lavora bene, regge l'esterno, e soprattutto ha una superficie porosa che assorbe la luce invece di rifletterla come farebbe un marmo levigato. Su una fontana all'aperto questo conta parecchio: il travertino bagnato scurisce, l'acqua che scorre disegna percorsi visibili, la pietra invecchia in modo che si integra con l'ambiente.

I limiti del travertino e i problemi di conservazione

Il rovescio della medaglia è che il travertino è fragile in dettaglio. Le sue cavità naturali lo rendono vulnerabile: l'acqua penetra, i sali cristallizzano, il gelo lavora nelle fessure, i depositi calcarei si accumulano sulle superfici lambite dallo zampillo formando croste bianche e concrezioni. Se aggiungi quattro secoli di esposizione, e nell'ultimo secolo lo smog di uno dei crocevia più trafficati di Roma, capisci perché la Fontana del Tritone abbia richiesto e continui a richiedere manutenzione continua.

Le parti più esposte sono le più sottili: le dita, le estremità della buccina, i bordi delle valve della conchiglia, le punte delle code. Sono le zone dove il tempo mangia per prime, e sono le zone che nei restauri hanno richiesto più attenzione. Quando guardi la fontana da vicino e vedi differenze di tono nella pietra, stai spesso guardando la stratigrafia degli interventi conservativi.

Perché non aspettarsi una superficie perfetta

Molti visitatori restano lievemente delusi dalla superficie della Fontana del Tritone: la trovano scura, macchiata, meno nitida di quanto si aspettassero da un capolavoro. È un equivoco che vale la pena chiarire. Una scultura all'aperto, alimentata da acqua calcarea, in mezzo al traffico, non può avere l'aspetto di un pezzo da museo. Le velature scure, le patine, le concrezioni fanno parte della sua biografia. Toglierle tutte, oltre a essere impossibile, significherebbe cancellare la storia dell'oggetto.

L'Acqua Felice, l'acquedotto che alimenta la Fontana del Tritone

L'acqua che esce dalla buccina del Tritone arriva dall'Acquedotto Felice, il grande acquedotto voluto da papa Sisto V, al secolo Felice Peretti, e inaugurato nel 1587. È il primo acquedotto realizzato a Roma dopo l'antichità con un intervento di quella portata, e cambia la storia urbana della città in modo radicale.

Fino ad allora Roma moderna aveva contato quasi soltanto sull'Acqua Vergine, l'antico acquedotto restaurato che serve la zona bassa del Campo Marzio e che alimenta ancora oggi la Fontana di Trevi e la Barcaccia. L'Acqua Vergine ha un difetto strutturale: arriva a quota bassa, con poco carico idraulico, e quindi non permette zampilli alti. L'Acqua Felice, invece, arriva dalle campagne a est di Roma con una quota di arrivo molto più alta, e questo consente di alimentare le zone in collina, il Quirinale, il Viminale, l'Esquilino, e di ottenere getti verticali di una certa forza.

Sisto V, l'urbanista che rese possibile la Fontana del Tritone

Sisto V regnò pochissimo, dal 1585 al 1590, ma in cinque anni fece più di molti papi in venti. Aprì strade rettilinee attraverso la Roma delle vigne, collegò le basiliche con assi visivi, piantò obelischi ai crocevia, e portò l'acqua sulle colline. Senza quell'acqua sulle colline, il quartiere che sarebbe cresciuto intorno a piazza Barberini non sarebbe stato abitabile, e senza quel carico idraulico la Fontana del Tritone come la conosciamo non sarebbe stata tecnicamente possibile.

Trovo sempre affascinante che un capolavoro di Bernini del 1643 dipenda, per esistere, da una decisione infrastrutturale presa più di cinquant'anni prima da un papa completamente diverso. È un promemoria utile: l'arte urbana non nasce nel vuoto, nasce dove qualcuno ha già portato l'acqua, aperto la strada, spianato il terreno.

La mostra dell'Acqua Felice e il Mosè

La grande mostra terminale dell'Acqua Felice è la fontana di piazza San Bernardo, quella con la statua colossale del Mosè al centro, poco distante da piazza Barberini, in direzione delle Terme di Diocleziano. Ti consiglio di andarci se vuoi capire davvero la novità della Fontana del Tritone: lì vedi un fondale architettonico frontale, tre arcate, statue nelle nicchie, la struttura di un arco di trionfo. È il modello che Bernini scavalca. Le due fontane distano una decina di minuti a piedi e insieme raccontano un cambio di paradigma.

L'idraulica della Fontana del Tritone: pressione, quota, zampillo

Il getto verticale che esce dalla buccina è la firma tecnica di questa fontana ed è anche il suo elemento più fragile, perché dipende interamente dalla pressione disponibile. In un sistema a gravità come quello degli acquedotti storici romani, la pressione in un punto dipende dal dislivello fra la quota della sorgente o del serbatoio e la quota dell'ugello. Più il salto è alto, più il getto sale.

Piazza Barberini si trova ai piedi del Quirinale, in una posizione che rispetto al percorso dell'Acqua Felice consentiva un carico sufficiente a spingere l'acqua in alto sopra la testa del Tritone. Non stiamo parlando di getti spettacolari come quelli di certe ville suburbane, ma di uno zampillo pieno, continuo e ben visibile, capace di produrre quella nebbiolina che nei giorni di vento si sposta di lato e bagna chi passa troppo vicino.

Perché lo zampillo cambia nel corso della giornata

Se osservi la Fontana del Tritone in momenti diversi noterai che l'altezza del getto non è sempre identica. È normale: la pressione in rete varia in funzione dei consumi complessivi, e un impianto storico integrato nella rete moderna risente di queste oscillazioni. Nelle ore di minor consumo il getto tende a essere più deciso, nelle ore di punta si abbassa un poco.

È una osservazione che consiglio di fare, perché rende la fontana un oggetto vivo. È una macchina che reagisce alle condizioni della città intorno, e cambia nell'arco della giornata. Il Tritone soffia più forte alle sei di mattina che a mezzogiorno, e questa è una delle piccole poesie involontarie dell'idraulica urbana.

La Fontana del Tritone e la Barcaccia: due soluzioni opposte

Per capire davvero la Fontana del Tritone conviene metterla accanto alla Barcaccia di piazza di Spagna, la fontana a forma di barca semiaffondata realizzata sotto il pontificato di Urbano VIII, alla fine degli anni Venti del Seicento, e legata al nome dei Bernini, padre e figlio. Le due fontane sono distanti pochi minuti a piedi, hanno lo stesso committente di famiglia, e sono l'una il rovescio dell'altra.

La Barcaccia è bassa, incassata, quasi al livello del suolo, con l'acqua che tracima e cola dai bordi senza mai salire. La Fontana del Tritone è alta, verticale, con un getto che punta al cielo. La ragione di questa differenza sta nell'acqua, non nel gusto. Piazza di Spagna è servita dall'Acqua Vergine, che arriva con pochissimo carico e non permette zampilli; piazza Barberini è servita dall'Acqua Felice, che ne ha in abbondanza.

Il vincolo che diventa invenzione

Questa è, per me, una delle lezioni più belle che Roma insegna. Davanti al limite tecnico dell'Acqua Vergine, l'invenzione fu di trasformare la debolezza in soggetto: se l'acqua non può salire, allora facciamo una barca che affonda, e l'acqua che cola diventa l'immagine di uno scafo che imbarca. Davanti alla disponibilità dell'Acqua Felice, l'invenzione fu opposta: se l'acqua può salire, allora facciamo un tritone che soffia verso l'alto.

Due problemi ingegneristici opposti generano due capolavori opposti. Conviene vederle entrambe nella stessa giornata, perché la coppia spiega più di qualunque discorso sul Barocco.

La Fontana delle Api, sorella minore della Fontana del Tritone

A poca distanza dalla Fontana del Tritone, all'imbocco di via Vittorio Veneto, si trova un'altra fontana di Bernini, molto più piccola e molto meno fotografata: la Fontana delle Api, realizzata nel 1644, cioè l'anno immediatamente successivo, e anch'essa per Urbano VIII.

È un oggetto minuscolo rispetto al Tritone e ha tutt'altra funzione. Si tratta di una fontanella d'abbeveraggio, pensata per dare acqua alle persone e agli animali: una grande valva di conchiglia aperta contro il muro, con tre api dei Barberini disposte sul bordo inferiore e i cannelli da cui esce l'acqua. Bernini la progetta come un dettaglio urbano, non come un monumento, e proprio per questo è affascinante: mostra che lo stesso artista che inventava macchine scenografiche sapeva anche disegnare l'arredo minuto della città.

Lo spostamento e il rimontaggio

La Fontana delle Api non è più dove Bernini la aveva collocata. Le trasformazioni urbanistiche dell'Ottocento, quando piazza Barberini fu ridisegnata per adattarla alla nuova viabilità della capitale, comportarono lo smontaggio della fontanella, che rimase per anni non montata. Fu ricomposta nei primi decenni del Novecento nella posizione attuale, all'angolo con via Veneto, integrando le parti mancanti.

Va detto con onestà: quello che si vede oggi è in parte una ricomposizione, non l'oggetto integro del 1644. È una condizione comunissima per l'arredo urbano romano e non toglie nulla al piacere di guardarla, ma è giusto saperlo. Ti consiglio di dedicarle due minuti dopo aver visto la Fontana del Tritone: la coppia di fontane, la grande e la piccola, la monumentale e la utilitaria, racconta la doppia natura della committenza barberiniana.

Piazza Barberini prima e dopo la Fontana del Tritone

La piazza che vedi oggi non somiglia a quella del 1643 quasi in nulla, tranne che per la presenza della fontana e per la mole del palazzo sulla collina. Nel Seicento questo era il margine della città costruita: dietro il palazzo cominciavano i giardini, le vigne, le grandi proprietà nobiliari che occupavano l'intero settore fra il Quirinale e le mura aureliane, quello che poi sarebbe diventato il quartiere Ludovisi.

La piazza era irregolare, in pendenza, con edifici bassi, e la fontana vi stava come un fuoco in uno spazio ancora informe. La sistemazione monumentale che oggi diamo per scontata è largamente ottocentesca e primo-novecentesca, quando Roma diventa capitale del Regno d'Italia e questo settore viene edificato in modo intensivo, con palazzine, alberghi e uffici.

La fontana e i cambiamenti di quota

Uno degli effetti meno noti di quelle trasformazioni riguarda la quota del suolo. I lavori stradali dell'Ottocento e del Novecento hanno modificato il piano di calpestio della piazza, e il rapporto originario fra la vasca della Fontana del Tritone e il terreno circostante non è più esattamente quello pensato da Bernini. Anche la posizione del monumento all'interno della piazza risulta modificata rispetto alla collocazione originaria: la fontana fu spostata in occasione dei riassetti urbanistici, come è accaduto a moltissimi arredi romani.

Non è un dettaglio da poco per chi vuole capire l'opera. Una scultura pensata per essere vista da una certa distanza, con un certo sfondo, con una certa angolazione, quando cambia posizione cambia anche significato visivo. La Fontana del Tritone oggi ha alle spalle facciate ottocentesche e insegne luminose, non le case basse del Seicento.

Palazzo Barberini, il contesto della Fontana del Tritone

Alzando gli occhi dalla fontana verso sud-est si vede il fronte di Palazzo Barberini, che sta in cima a una rampa e si raggiunge dall'ingresso di via delle Quattro Fontane. È uno degli edifici più importanti del Barocco romano e ospita, insieme a Palazzo Corsini, le Gallerie Nazionali d'Arte Antica.

Il cantiere del palazzo comincia nel 1627 su progetto di Carlo Maderno, con la collaborazione di Francesco Borromini, che era suo parente e collaboratore. Alla morte di Maderno, nel 1629, la direzione passa a Gian Lorenzo Bernini, che porta l'edificio a compimento nei primi anni Trenta. Borromini resta in cantiere e lascia la sua impronta in alcuni degli elementi più originali dell'edificio.

La struttura del palazzo

Palazzo Barberini non ha la forma tradizionale del palazzo romano a corte chiusa. Ha un impianto aperto, a blocco con due ali che si protendono, un fronte con tre ordini di logge sovrapposte, e una relazione con il giardino retrostante che ricorda più una villa suburbana che un palazzo urbano. È una tipologia ibrida che risponde a una precisa ambizione: costruire una residenza di famiglia che fosse insieme palazzo di città e villa di delizie.

All'interno, il salone principale è coperto dal grande affresco di Pietro da Cortona con il Trionfo della Divina Provvidenza, dipinto fra il 1632 e il 1639. È una delle volte più celebri del Barocco romano, con l'architettura fittizia che si apre sul cielo, le figure allegoriche che sfondano la cornice e, naturalmente, le api dei Barberini che volano al centro della composizione. Se hai tempo, vale un ingresso.

Che cosa si vede nelle Gallerie

Le collezioni di Palazzo Barberini comprendono capolavori di primissimo piano. Vi si conservano opere celebri della pittura italiana e europea fra il Quattrocento e il Settecento, fra cui la Fornarina di Raffaello, la Giuditta che decapita Oloferne di Caravaggio e il ritratto di Enrico VIII di Hans Holbein il Giovane. Per chi arriva alla Fontana del Tritone e ha una mezza giornata a disposizione, è la naturale prosecuzione della visita: prima la fontana, poi la salita al palazzo.

Le due scale di Palazzo Barberini, a due passi dalla Fontana del Tritone

C'è un motivo molto specifico per cui conviene salire a Palazzo Barberini dopo aver guardato la Fontana del Tritone, e non riguarda i quadri. Riguarda le scale. Il palazzo ne ha due monumentali, una per ala, e sono opera dei due massimi architetti del secolo, in competizione fra loro.

La scala quadrata, a pianta rettangolare con rampe rette intorno a un pozzo centrale, è attribuita a Bernini: è solenne, chiara, misurata, retta da colonne, pensata come un percorso di rappresentanza in cui l'ospite sale ordinatamente verso il piano nobile. È architettura come cerimoniale.

La scala elicoidale di Borromini

L'altra è la scala elicoidale di Francesco Borromini, e chi la vede per la prima volta di solito rimane in silenzio per qualche secondo. È una spirale continua sostenuta da colonne binate, con il vuoto centrale che si avvita verso l'alto e restituisce, guardando in su, una vertigine geometrica perfetta. Non c'è nulla di cerimoniale: è pura invenzione spaziale, un esercizio di controllo matematico della forma.

Mettere in fila la Fontana del Tritone, la scala di Bernini e la scala di Borromini nella stessa mattinata è uno dei migliori percorsi possibili per capire il Barocco romano. Vedi in tre oggetti vicini tre modi diversi di risolvere lo stesso problema: come si mette in moto lo spazio.

Bernini e Borromini: la rivalità che sfiora la Fontana del Tritone

Non si può parlare di questa zona di Roma senza affrontare la questione dei due rivali. Gian Lorenzo Bernini e Francesco Borromini, nato nel 1599 nel Canton Ticino e morto a Roma nel 1667, sono i due poli della architettura barocca romana e hanno avuto un rapporto complicato, che comincia come collaborazione e finisce come antagonismo.

Borromini lavorò sotto Maderno e poi sotto Bernini nel cantiere di Palazzo Barberini e in quello di San Pietro. Era un tecnico straordinario, un disegnatore di rigore assoluto, un uomo di carattere difficile. Bernini era il contrario: mondano, brillante, abilissimo nei rapporti di corte, capace di gestire un committente come pochi. Quando i due si separano, la frattura non è solo caratteriale ma culturale: Bernini pensa per figure e scene, Borromini pensa per geometrie e superfici.

Come leggere la rivalità senza cadere nel romanzo

Attenzione però a non trasformare tutto in un feuilleton. Molti degli aneddoti che circolano su presunte vendette e dispetti reciproci appartengono alla tradizione popolare e alla letteratura, non alle fonti documentarie. Preferisco stare sui fatti verificabili: i due lavorarono insieme, poi si divisero, ebbero committenti in parte diversi, e la loro concorrenza è testimoniata da fonti seicentesche senza bisogno di ricamarci sopra leggende.

Detto questo, la geografia della rivalità è tutta intorno alla Fontana del Tritone. Salendo via delle Quattro Fontane si arriva al crocevia sistino dove Borromini costruì San Carlo alle Quattro Fontane, e a pochi passi Bernini costruì Sant'Andrea al Quirinale. Due chiese piccole, vicine, opposte in tutto. È un confronto che si fa in venti minuti di cammino e che vale un corso universitario.

I restauri della Fontana del Tritone nel tempo

Una fontana all'aperto è un cantiere permanente. Dal Seicento a oggi la Fontana del Tritone ha attraversato numerose campagne di manutenzione e restauro, alcune ordinarie, altre più impegnative, che hanno riguardato la pulitura delle superfici, la rimozione dei depositi calcarei, il consolidamento delle parti degradate, la revisione dell'impianto idraulico e l'integrazione delle porzioni perdute.

Il problema di fondo è sempre lo stesso: il travertino esposto all'acqua e all'atmosfera urbana si degrada. Nel Novecento si è aggiunto un fattore nuovo e violento, cioè l'inquinamento da traffico veicolare, che in piazza Barberini è particolarmente intenso. Le croste nere che si formano sulle superfici non lavate dalla pioggia sono il risultato dell'interazione fra il particolato atmosferico e i solfati che si generano sul calcare. È un fenomeno che i restauratori conoscono bene e che richiede interventi periodici.

Che cosa fa un restauro su una fontana

Un intervento su un monumento come questo comporta in genere una fase di indagine diagnostica, il rilievo dello stato di conservazione, la pulitura calibrata con metodi diversi a seconda del tipo di deposito, il consolidamento delle zone decoese, la stuccatura delle fessure, l'eventuale reintegrazione di parti mancanti e infine la protezione delle superfici. Si aggiunge la manutenzione dell'impianto: tubazioni, ugelli, sistema di ricircolo, trattamento dell'acqua per ridurre le incrostazioni.

Quando capita di trovare la Fontana del Tritone circondata da ponteggi o con la vasca vuota, la reazione tipica del visitatore è la delusione. Conviene fare l'opposto: un cantiere di restauro su un Bernini è una occasione rara di vedere il monumento da vicino, a volte da una quota diversa, spesso con pannelli esplicativi che raccontano l'intervento. È una prospettiva insolita, e conviene approfittarne.

La fortuna visiva della Fontana del Tritone

Fin dal Seicento la Fontana del Tritone entra nel repertorio delle immagini di Roma. Compare nelle incisioni, nelle vedute, nei taccuini dei viaggiatori, nei repertori di modelli per architetti e decoratori, e più tardi nella fotografia dell'Ottocento, quando piazza Barberini entra nel repertorio fisso dei fotografi che vendono souvenir ai viaggiatori del Grand Tour.

Il motivo del successo è la riconoscibilità. Una figura maschile inginocchiata su una conchiglia che soffia in un guscio marino è una immagine che si memorizza al primo sguardo e si ridisegna facilmente. Non richiede la spiegazione di un contesto architettonico, non ha bisogno della piazza intorno: si stacca dallo sfondo e funziona da sola. È esattamente la qualità che rende un monumento un'icona.

Il modello che viaggia

Nei secoli successivi il tipo del tritone che suona la buccina si diffonde ampiamente nel repertorio delle fontane europee, con innumerevoli varianti e riprese. Non sempre si tratta di citazioni dirette del Bernini di piazza Barberini, perché il tema mitologico circolava già; ma è ragionevole dire che la formulazione berniniana ha fissato uno standard visivo a cui moltissimi scultori hanno guardato.

Quando viaggiando per l'Europa capita di trovare fontane con figure marine che soffiano in conchiglie, vale la pena chiedersi quanto di quella immagine derivi, per vie dirette o indirette, dall'invenzione romana del 1643. Nella maggior parte dei casi qualcosa deriva.

Via Veneto, la Dolce Vita e la Fontana del Tritone

Dalla Fontana del Tritone parte in salita via Vittorio Veneto, la strada curva che sale verso Porta Pinciana attraversando quello che era il parco della villa Ludovisi. La strada nasce con la lottizzazione di fine Ottocento, quando la grande proprietà nobiliare viene venduta ed edificata, e prende il nome definitivo dalla vittoria italiana del 1918.

Nella seconda metà del Novecento via Veneto diventa il simbolo internazionale della mondanità romana: alberghi di lusso, caffè con i tavolini sul marciapiede, ambasciate, attori, produttori cinematografici, fotografi appostati. È la stagione che il cinema ha immortalato e che ha reso il nome della strada sinonimo di una certa idea di dolce vita all'italiana.

Fellini e l'immagine di questa zona

Il film che ha fissato tutto questo nell'immaginario mondiale è La dolce vita di Federico Fellini, uscito nel 1960. C'è un fatto che sorprende sempre: per le riprese Fellini fece ricostruire via Veneto negli studi di Cinecittà, perché lavorare sulla strada vera sarebbe stato impraticabile. L'immagine più celebre di via Veneto è dunque, in buona parte, un set.

La Fontana del Tritone sta ai piedi di questa strada e ne è la porta d'ingresso. Se percorri via Veneto dall'alto verso il basso, la fontana ti appare in fondo alla discesa, incastonata fra i palazzi. È uno dei modi migliori per avvicinarsi al monumento: arrivare dall'alto, lentamente, e vederlo crescere davanti a te.

Che cosa resta e che cosa è cambiato

Sarò franco: via Veneto oggi non è più la strada della dolce vita. Gli alberghi ci sono ancora, i caffè storici pure, l'architettura è quella, ma la vita notturna e mondana di Roma si è spostata altrove da decenni. Chi ci arriva aspettandosi la Roma del 1960 resta deluso. Chi invece la percorre per quello che è, un bell'esempio di urbanistica umbertina con edifici notevoli e una curva molto elegante, se la gode.

Che cosa c'è intorno alla Fontana del Tritone

Il vantaggio maggiore della Fontana del Tritone è la posizione. Sei nel punto in cui il Barocco romano si concentra con una densità quasi eccessiva, e tutto è raggiungibile a piedi in pochi minuti.

Salendo via delle Quattro Fontane si arriva al crocevia delle Quattro Fontane, l'incrocio scenografico voluto da Sisto V alla fine del Cinquecento con quattro fontanelle angolari raffiguranti divinità fluviali e figure allegoriche. Da lì, guardando lungo i quattro assi, si vedono in fila obelischi e facciate lontane: è uno dei più straordinari esercizi di prospettiva urbana esistenti. All'angolo c'è San Carlo alle Quattro Fontane di Borromini, minuscola e prodigiosa. Poco oltre, lungo via del Quirinale, Sant'Andrea al Quirinale di Bernini, con la sua facciata a semicerchio e l'interno ellittico.

La Chiesa dei Cappuccini e la cripta

All'inizio di via Veneto, sulla destra salendo, si trova la chiesa di Santa Maria della Concezione dei Cappuccini, legata alla famiglia Barberini: la sua fondazione si deve al cardinale Antonio Barberini, fratello di Urbano VIII, nel terzo decennio del Seicento. Sotto la chiesa si trova la celebre cripta decorata con le ossa dei frati, uno degli ambienti più singolari e più discussi di Roma.

Ne parlo con cautela, perché non è un luogo per tutti: c'è chi lo trova una meditazione potentissima sulla caducità e chi lo trova semplicemente macabro. A nostro giudizio è un documento straordinario della cultura barocca della morte, e va visitato con rispetto e in silenzio, non come una attrazione da brivido.

Verso il centro e verso Trevi

Scendendo via del Tritone si arriva in pochi minuti al bivio che porta alla Fontana di Trevi, e in poco più a via del Corso. Prendendo via Sistina si sale invece verso Trinità dei Monti e si scende su piazza di Spagna dalla scalinata. Con un raggio di dieci minuti a piedi dalla Fontana del Tritone hai coperto tre delle fontane più famose della città e due delle piazze più visitate.

Come arrivare alla Fontana del Tritone

La Fontana del Tritone è uno dei monumenti romani più semplici da raggiungere con i mezzi pubblici, perché la stazione della metropolitana si trova letteralmente in piazza. La fermata Barberini è sulla linea A, quella che attraversa la città da nord-ovest a sud-est, e permette di arrivare qui da molte zone della città senza cambi.

A piedi, se sei nel centro storico, i tempi sono brevi: dalla Fontana di Trevi si sale in una decina di minuti, da piazza di Spagna si arriva in un quarto d'ora circa passando per via Sistina, dalla stazione Termini si cammina per venti minuti scarsi lungo via Nazionale o via Barberini. La piazza è anche servita da diverse linee di autobus urbani.

Un consiglio sulla direzione di arrivo

Le direzioni di avvicinamento non sono equivalenti dal punto di vista dell'esperienza. Arrivare risalendo via del Tritone significa vedere la fontana comparire progressivamente in fondo alla salita, ed è bello. Uscire dalla metropolitana significa trovarsela addosso all'improvviso, ed è efficace ma brusco. Scendere da via Veneto è la scelta migliore: la strada curva, il gruppo scultoreo appare in fondo, incorniciato dai palazzi, e si ingrandisce mentre cammini.

Quando visitare la Fontana del Tritone

La fontana è in una piazza pubblica, quindi si vede a qualunque ora, ma non tutte le ore sono uguali. La differenza la fanno la luce e il traffico.

Il primo mattino è il momento d'oro. La piazza è relativamente calma, la luce arriva bassa e radente, i rilievi del travertino si accendono, e lo zampillo si vede nitidamente contro le facciate ancora in ombra. Il tardo pomeriggio offre la stessa qualità di luce dall'altro lato, con toni più caldi. Nelle ore centrali della giornata, soprattutto d'estate, il sole a picco appiattisce tutto e la piazza diventa rumorosa e sgradevole.

Le stagioni

La primavera romana, fra aprile e la prima metà di giugno, è la stagione ideale per questa zona: le temperature reggono, le giornate sono lunghe, la luce è buona. L'estate piena è dura, perché piazza Barberini ha poca ombra e molto asfalto, e il calore riflesso è notevole; se vieni in luglio o agosto, vieni presto la mattina. L'autunno, fra fine settembre e novembre, è forse la stagione più bella in assoluto per Roma, con luce nitida e affollamento ridotto.

L'inverno ha un vantaggio che quasi nessuno considera: le giornate limpide di gennaio offrono una luce trasparente e un cielo profondo che valorizzano il travertino come nessun'altra stagione. In compenso il vento freddo che scende dalla collina non è piacevole se stai fermo a guardare per venti minuti, quindi vestiti di conseguenza.

Il traffico e la Fontana del Tritone oggi

Bisogna dirlo con chiarezza: la Fontana del Tritone vive in condizioni ambientali difficili. La piazza è un nodo viario di primaria importanza, con flussi continui di automobili, taxi, autobus e motorini. Il rumore è costante, il particolato pure, e l'esperienza di contemplazione è oggettivamente compromessa rispetto a quella che offrono altre fontane romane.

Non ha senso far finta di niente. Chi arriva qui aspettandosi il raccoglimento di una piazza appartata resta spiazzato. Il modo giusto di affrontare la cosa è accettare il contesto e adattarsi: scegliere l'orario, scegliere il punto di osservazione, dedicare alla fontana un tempo concentrato invece che disperso. Dieci minuti ben spesi alle otto di mattina valgono più di mezz'ora a mezzogiorno.

Sicurezza e buon senso

La vasca è circondata dalla carreggiata e i marciapiedi intorno sono stretti. Per fare il giro completo occorre attraversare, e va fatto sulle strisce e con attenzione, perché il traffico arriva da più direzioni con priorità non sempre evidenti. Non è un luogo dove distrarsi guardando in su mentre si cammina, e non è un luogo dove lasciare correre liberamente i bambini piccoli.

Aggiungo la nota che vale per tutti i luoghi affollati del centro: attenzione agli effetti personali, soprattutto in prossimità dell'uscita della metropolitana, dove la densità di persone è alta e le distrazioni pure.

Come si guarda la Fontana del Tritone: un percorso in quattro stazioni

Poiché la Fontana del Tritone è una scultura a tutto tondo, il modo corretto di guardarla è muoversi. Ti propongo un percorso in quattro stazioni, uno per lato, che richiede una decina di minuti e cambia completamente la comprensione dell'opera.

Prima stazione, dal lato che guarda verso via del Tritone, cioè verso il basso. Da qui il gruppo si staglia contro la salita del Quirinale e la mole di Palazzo Barberini alle spalle. È il punto di vista in cui si legge meglio la verticalità della composizione: dal fondo della vasca alla punta della buccina c'è una linea ascendente continua, e il getto la prolunga nell'aria.

Seconda stazione, dal lato di via Veneto. Qui la luce del mattino arriva di taglio e il profilo del Tritone si legge in controluce. È il punto in cui la torsione del busto è più evidente, perché si vede lo scarto fra l'asse delle gambe e quello del torace. Se hai una sola inquadratura a disposizione, la migliore è questa.

Le altre due stazioni

Terza stazione, dal lato di via delle Quattro Fontane. Da qui si apprezza soprattutto la parte bassa: l'intreccio delle code dei delfini, il modo in cui i quattro corpi si dispongono a formare un sostegno che sembra instabile e invece è perfettamente equilibrato, e la zona degli emblemi araldici. È il punto migliore per cercare le api.

Quarta stazione, dal lato di via Sistina, guardando verso l'imbocco di via Veneto. Qui il gruppo si vede con lo sfondo urbano ottocentesco, che è il modo in cui la fontana si presenta oggi alla città. È una vista meno nobile ma più onesta: fotografa il monumento nella sua condizione reale, non in una condizione ideale che non esiste più da due secoli.

Che cosa cercare a occhio nudo

Durante il giro, alcuni dettagli meritano una sosta di qualche secondo. La resa delle squame sulla coda del Tritone, che cambia densità e direzione seguendo la torsione. Le nervature delle valve della conchiglia, che sono trattate con un rilievo profondo per catturare l'ombra. I musi dei delfini, che entrano nell'acqua della vasca e sono quindi la parte più soggetta a incrostazione. Le dita delle mani del Tritone, che stringono la buccina con una tensione visibile nelle nocche.

La Fontana del Tritone e la tradizione delle fontane romane

Roma è la capitale mondiale delle fontane e non per caso. La città antica era servita da undici acquedotti, e la memoria di quella abbondanza è rimasta come un imperativo culturale: un papa che restaurava un acquedotto e costruiva fontane si presentava come il continuatore degli imperatori. La Fontana del Tritone si inserisce nel punto più alto di questa tradizione.

Nel Rinascimento le fontane romane sono per lo più oggetti sobri: vasche circolari, catini sovrapposti, zampilli modesti, decorazione contenuta. Il modello dominante è la fontana a tazze, come quelle di piazza San Pietro o di piazza Farnese, in cui l'acqua scende da un catino all'altro con un movimento regolare e silenzioso. La bellezza sta nella proporzione, non nella narrazione.

La rottura barocca

Con il Seicento cambia tutto. La fontana smette di essere un contenitore d'acqua decorato e diventa il racconto di un evento. C'è un soggetto, c'è una azione, c'è un istante scelto, c'è una emozione da suscitare. L'acqua non è più il fine ma il mezzo: serve a rendere credibile la scena, a dare movimento, a produrre suono e riflessi.

La Fontana del Tritone è uno dei primi esemplari compiuti di questa nuova concezione, e il fatto che sia arrivata prima della Fontana dei Quattro Fiumi le dà un valore di prototipo. Chi vuole capire il passaggio dalla fontana rinascimentale alla fontana barocca ha qui il documento più chiaro possibile, in una piazza pubblica, gratis, a qualunque ora del giorno.

Le fontane come infrastruttura sociale

Prima dell'acqua corrente nelle case, le fontane pubbliche erano l'unica fonte di approvvigionamento per la maggior parte della popolazione. La gente ci andava con le brocche, ci si lavava, ci si abbeveravano gli animali, ci si incontrava. Una fontana era il centro sociale di un quartiere, e il papa che ne costruiva una si guadagnava una gratitudine concreta.

Questo aspetto utilitario, oggi completamente perduto, era parte integrante del progetto. La Fontana del Tritone erogava un servizio pubblico, prima ancora che uno spettacolo. Quando la guardi, prova a immaginare la piazza senza automobili, con carri, animali e persone che vanno e vengono con i recipienti. Cambia parecchio la percezione dell'oggetto.

Il Barocco spiegato attraverso la Fontana del Tritone

Se dovessi spiegare a qualcuno che cosa sia il Barocco usando un solo oggetto, sceglierei probabilmente questa fontana. Ci sono dentro tutti gli ingredienti fondamentali, e sono visibili senza bisogno di apparati critici.

Il primo ingrediente è il movimento. Nulla nella Fontana del Tritone è in quiete: i delfini si torcono, le code si avvitano, il Tritone si inarca, l'acqua sale e ricade. Anche gli elementi strutturalmente statici sono trattati come se fossero in tensione. Il Barocco odia la stasi e ama il divenire.

Il secondo ingrediente: la fusione delle arti

Qui non si capisce dove finisca la scultura e dove cominci l'architettura, e non si capisce dove finiscano entrambe e cominci l'ingegneria idraulica. Il getto d'acqua è parte della composizione tanto quanto il travertino: senza lo zampillo la fontana è mutila, con lo zampillo è completa. Questa integrazione fra media diversi, che i teorici chiamano bel composto, è una delle firme di Bernini.

Il terzo ingrediente è il coinvolgimento dello spettatore. Il Barocco non vuole un osservatore distaccato, vuole un partecipante. La Fontana del Tritone ti obbliga a girarci intorno, a spostarti, a cercare l'angolo giusto, a sentire l'acqua che ti arriva addosso se tira vento. Non ti lascia stare fermo, e questo è precisamente lo scopo.

Il quarto ingrediente: la retorica

Infine c'è la dimensione persuasiva. Ogni opera barocca argomenta qualcosa: una verità di fede, un potere, una gloria. La Fontana del Tritone argomenta che il pontefice Barberini domina le acque come il tritone ovidiano, che la sua famiglia ha portato prosperità alla città, che il suo governo è ordine. La bellezza, qui, veicola una tesi, e lo fa senza mai dichiararlo.

Il Tritone nella mitologia e nella figurazione

Nella mitologia greca e romana Tritone è figlio di Poseidone e di Anfitrite, e vive nelle profondità marine. Nelle versioni più antiche è una singola divinità; nella tradizione successiva il nome diventa generico e i tritoni si moltiplicano in un intero popolo di creature ibride al seguito del corteo marino, mezzo uomini e mezzo pesci, spesso raffigurati mentre suonano conchiglie.

L'attributo costante è appunto la buccina, il grande guscio spiraliforme usato come strumento a fiato. Nell'iconografia antica il suono della buccina ha una funzione di segnale: annuncia, richiama, comanda. Nei rilievi dei sarcofagi romani con thiasos marino i tritoni suonano accompagnando nereidi e mostri marini, e quel repertorio antico era ben noto agli artisti del Seicento, che potevano studiarlo dal vero nelle collezioni romane.

Come Bernini rilegge il modello antico

La differenza fra un tritone di sarcofago romano e il Tritone di piazza Barberini sta tutta nella psicologia. Il tritone antico è decorativo, ripetuto in serie, privo di individualità. Quello di Bernini è un personaggio: ha un'età, una fatica, uno sforzo fisico riconoscibile, una espressione. Bernini prende un tipo iconografico e lo trasforma in ritratto di uno stato d'animo.

È la stessa operazione che compie con i suoi santi, con le sue figure allegoriche, con i suoi ritratti. L'antico gli serve come vocabolario, non come modello da copiare. Chi guarda la Fontana del Tritone cercando la citazione archeologica non trova quasi nulla; chi la guarda cercando la reinvenzione trova tutto.

I delfini della Fontana del Tritone

Voglio dedicare un capitolo ai quattro delfini, perché sono la parte che quasi tutti guardano di sfuggita e che invece regge, letteralmente e visivamente, l'intera composizione.

Sono disposti in croce, con i musi rivolti verso il basso e immersi verso la vasca, i corpi che si inarcano verso l'alto e le code che si sollevano e si intrecciano fino a formare il piano d'appoggio della conchiglia. Guardati singolarmente sono forme piuttosto astratte: corpi affusolati, superfici lisce, nessuna preoccupazione naturalistica. Guardati insieme, formano una struttura portante di grande intelligenza statica, perché il carico della conchiglia e del Tritone si scarica su quattro punti disposti simmetricamente.

Il delfino come simbolo

Il delfino nella tradizione classica e poi cristiana è un animale ricco di significati: guida i naviganti, salva i naufraghi, accompagna le anime, ed è simbolo di velocità e di amore per l'uomo. Nel repertorio decorativo rinascimentale e barocco è una presenza costante nelle fontane proprio per la sua associazione con l'acqua e con il salvataggio.

Qui, però, il ruolo è soprattutto strutturale e formale. Bernini aveva bisogno di un sostegno che non fosse un piedistallo, perché un piedistallo avrebbe trasformato la fontana in un monumento tradizionale. I delfini risolvono il problema: sono un supporto che non sembra un supporto, una struttura che sembra un evento naturale.

Un problema tecnico risolto elegantemente

Considera il peso. Una conchiglia in travertino di quelle dimensioni più una figura maschile a grandezza superiore al vero fanno molte tonnellate, e tutto questo carico deve arrivare a terra passando attraverso forme sottili. La soluzione berniniana consiste nell'intrecciare le code, cioè nel creare un nodo strutturale in cui i quattro elementi si sostengono reciprocamente. È ingegneria travestita da poesia.

Il suono della Fontana del Tritone

C'è un aspetto delle fontane romane che nessuna fotografia restituisce e di cui si parla troppo poco: il suono. Ogni fontana ha una voce, determinata dall'altezza di caduta, dalla portata, dalla forma delle superfici su cui l'acqua batte e dal volume della vasca di raccolta.

La Fontana del Tritone ha una voce alta e continua, molto diversa da quella cupa e profonda della Fontana di Trevi o da quella sussurrata della Barcaccia. Il getto verticale che ricade da alto produce un rumore bianco costante, quasi un fruscio, con un suono più netto nei punti in cui l'acqua colpisce le valve della conchiglia prima di scendere nella vasca.

Ascoltarla nonostante il traffico

Il problema è che di giorno il traffico copre quasi tutto. Per sentire davvero la fontana bisogna avvicinarsi alla vasca, mettersi sul lato sottovento e ascoltare per almeno un minuto, lasciando che l'orecchio isoli la frequenza dell'acqua da quella dei motori. Funziona, con un po' di pazienza. E funziona molto meglio nelle prime ore del mattino o nelle notti di infrasettimanale, quando la piazza si calma.

È un esercizio consigliato, perché cambia il rapporto con l'oggetto. Una fontana che si ascolta è una cosa viva; una fontana che si fotografa soltanto è un fondale.

La Fontana del Tritone e l'acqua di Roma oggi

Roma continua a essere una città in cui l'acqua pubblica è abbondante e accessibile. Le fontanelle di ghisa, chiamate nasoni per la forma del getto, erogano acqua potabile gratuita in tutta la città, e ce ne sono anche nei dintorni di piazza Barberini. È un patrimonio civile che i romani danno per scontato e che i visitatori scoprono con entusiasmo.

Sulla Fontana del Tritone vale invece la regola generale che si applica a tutte le fontane monumentali: non è una fontanella, non è una piscina e non è un lavabo. Non ci si beve, non ci si entra, non ci si siede sul bordo della vasca. Sono comportamenti sanzionati dai regolamenti comunali sul decoro urbano e, indipendentemente dalle sanzioni, sono comportamenti che danneggiano un monumento del Seicento.

Perché il rispetto qui conta più che altrove

Il travertino della Fontana del Tritone è già provato da quattro secoli di intemperie e da un secolo di smog. Ogni contatto abrasivo, ogni salita sul bordo, ogni oggetto gettato nella vasca aggiunge stress a una superficie fragile. Da queste attenzioni dipende la possibilità di trovare la fontana ancora lì fra cent'anni.

La Fontana del Tritone per chi viaggia con bambini

Se viaggi con bambini, questa fontana è una alleata. Il soggetto è immediatamente comprensibile e piace: c'è un uomo-pesce, ci sono quattro delfini, c'è una conchiglia gigante, e l'acqua schizza. Non serve nessuna mediazione culturale per catturare l'attenzione.

Il modo migliore per raccontarla ai più piccoli è partire dalla storia di Ovidio: dopo il grande diluvio il dio del mare chiama il tritone e gli dice di soffiare nella conchiglia, e a quel suono tutte le acque tornano al loro posto. È una storia perfetta per l'età dai cinque ai dieci anni, ha un incarico, un suono magico e un lieto fine.

Attenzione al contesto

Il difetto è il traffico. La piazza non è un posto dove lasciar correre un bambino, i marciapiedi sono stretti e le auto girano intorno alla vasca continuamente. Tieni sempre per mano i più piccoli, evita di attraversare fuori dalle strisce, e considera che la sosta ideale qui è breve: dieci minuti, poi si risale verso Palazzo Barberini o si scende verso Trevi.

Errori da evitare davanti alla Fontana del Tritone

Ci sono alcuni errori ricorrenti che vedo commettere ogni settimana da visitatori in buona fede, e vale la pena elencarli perché evitarli costa nulla e migliora molto l'esperienza.

Il primo errore è confonderla con la Fontana di Trevi. Succede più spesso di quanto immagini, complice il fatto che via del Tritone conduce verso Trevi e che entrambe sono fontane barocche celebri. Sono opere diverse, di secoli diversi, di autori diversi: la Fontana del Tritone è di Bernini e degli anni Quaranta del Seicento, la Fontana di Trevi è di Nicola Salvi e del Settecento inoltrato.

Gli altri errori tipici

Il secondo errore è guardarla da un lato solo. Vale la pena ripeterlo: una scultura a tutto tondo vista da un punto fisso è una scultura vista a metà. Il terzo errore è venire a mezzogiorno d'agosto: la piazza è un forno, la luce è pessima, e la fontana appare slavata. Il quarto errore è dedicarle novanta secondi mentre si cerca l'ingresso della metropolitana.

Il quinto, e forse il più grave, è ignorare Palazzo Barberini. Migliaia di persone ogni giorno fotografano la fontana e non alzano lo sguardo verso l'edificio che le sta sopra, dentro il quale ci sono alcuni dei quadri più importanti d'Italia e due scale che sono capolavori di architettura. Sono a duecento metri. Sarebbe un peccato.

Il vocabolario della Fontana del Tritone

Ci sono alcune parole tecniche che ricorrono quando si parla di questa fontana e che conviene avere chiare, perché rendono la lettura dell'oggetto molto più precisa.

Buccina: il grande guscio di conchiglia marina, di forma allungata e spiraliforme, usato come strumento a fiato. È l'attributo del tritone e, in questa fontana, il condotto da cui esce lo zampillo.

Bivalve: mollusco dotato di due valve, cioè di due gusci simmetrici uniti da un cardine. La grande conchiglia aperta su cui sta inginocchiato il Tritone è appunto una conchiglia bivalve, con le due valve spalancate verso l'alto.

Altre parole utili

Mostra: nel lessico delle fontane romane indica il prospetto monumentale terminale di un acquedotto, cioè l'architettura di facciata che ne celebra l'arrivo in città. La mostra dell'Acqua Felice è la fontana del Mosè in piazza San Bernardo.

A tutto tondo: si dice di una scultura finita su tutti i lati e pensata per essere osservata da qualunque punto, in opposizione al rilievo e alla statua da nicchia.

Travertino: roccia calcarea di origine chimica, tipica dell'area laziale, di colore chiaro e superficie porosa, storicamente la pietra da costruzione per eccellenza di Roma.

Araldico: relativo agli stemmi e alle insegne di famiglia. Le api dei Barberini sulla fontana sono elementi araldici, cioè segni di identificazione dinastica, non semplici ornamenti naturalistici.

Cinque minuti di storia dell'arte davanti alla Fontana del Tritone

Se hai poco tempo e vuoi portarti a casa il concetto essenziale, eccolo in forma compatta. Prima del Seicento le fontane romane erano contenitori d'acqua ben proporzionati oppure fondali architettonici addossati a un muro. Con la Fontana del Tritone la fontana diventa un gruppo scultorio autonomo al centro di uno spazio, con un soggetto narrativo, un istante d'azione e l'acqua integrata nel racconto.

Da quel momento in avanti la fontana europea cambia natura. Le grandi fontane sceniche dei secoli successivi, in Italia e fuori, discendono da questa idea: l'acqua come attore, il gruppo come scena, lo spettatore come partecipante. Se cerchi un momento di svolta databile con precisione, è questo, ed è il 1642-1643.

Il confronto in una frase

Amo riassumerlo così: la mostra dell'Acqua Felice ti dice dove finisce l'acquedotto, la Fontana del Tritone ti racconta una storia in cui l'acqua è il protagonista. Passare da un modello all'altro ha richiesto cinquant'anni e il talento di un uomo.

La Fontana del Tritone e le altre fontane berniniane di Roma

Chi si appassiona a quest'opera può costruirsi un itinerario berniniano dell'acqua che copre buona parte del centro storico e che richiede una mezza giornata di cammino tranquillo.

Si comincia qui, con la Fontana del Tritone e la vicina Fontana delle Api, entrambe del primo pontificato Barberini. Si scende verso piazza Navona, dove la Fontana dei Quattro Fiumi, realizzata fra il 1648 e il 1651 per Innocenzo X, porta all'estremo la logica del gruppo scultoreo a tutto tondo, con l'obelisco che si erge su una scogliera traforata e quattro personificazioni fluviali disposte agli angoli. Nella stessa piazza, la Fontana del Moro venne modificata su disegno di Bernini con l'inserimento della figura centrale.

Un percorso praticabile

Aggiungi la Barcaccia in piazza di Spagna, legata alla bottega dei Bernini, e hai il quadro completo delle soluzioni idrauliche e formali che questo artista ha sperimentato a Roma. Il percorso ideale, dal punto di vista della luce, parte da piazza Barberini nelle prime ore, scende a piazza di Spagna a metà mattina e chiude a piazza Navona verso mezzogiorno, quando la piazza è illuminata piena.

Sono quattro fontane e circa tre chilometri complessivi, con soste. Non serve altro che scarpe comode e la volontà di guardare invece di attraversare.

Che cosa la Fontana del Tritone dice della Roma del Seicento

Un monumento è sempre anche un documento sociale, e questa fontana lo è in modo particolarmente leggibile. Ci racconta di una città in cui il potere era familiare e personale, in cui un papa poteva far costruire una residenza dinastica e dotare la piazza sottostante di un capolavoro, in cui l'acqua era una risorsa amministrata dall'autorità e concessa come favore.

Ci racconta anche di una città in espansione. Piazza Barberini nel 1643 era una frontiera urbana: dietro il palazzo cominciava il verde, davanti scendeva la città densa. Costruire qui significava scommettere sulla crescita, e i Barberini scommisero bene, perché nei secoli successivi questo settore divenne uno dei più pregiati.

Il rovescio della medaglia

Sarebbe ingenuo raccontare tutto questo come una favola. Il pontificato di Urbano VIII fu anche una stagione di nepotismo aggressivo, di spese enormi, di guerre costose, e la fortuna della famiglia Barberini fu costruita con risorse pubbliche in modo che i contemporanei non esitarono a criticare. Le pasquinate romane su questa famiglia sono numerose e feroci, e la loro esistenza è un fatto storico documentato.

La Fontana del Tritone è dunque, come molti capolavori, il prodotto di un sistema che non ammireremmo affatto se lo vedessimo funzionare oggi. Questa contraddizione non toglie nulla alla bellezza dell'opera, ma va tenuta presente da chi vuole capire e non soltanto ammirare.

Domande frequenti sulla Fontana del Tritone

Si può visitare gratuitamente?

Sì. La Fontana del Tritone si trova al centro di una piazza pubblica, è visibile ventiquattro ore su ventiquattro e non richiede alcun titolo d'ingresso. Non esistono biglietti né visite guidate all'interno di un recinto, perché non c'è recinto: è arredo urbano, esattamente come lo era nel Seicento.

Quanto tempo serve?

Per una visita attenta bastano dai dieci ai quindici minuti, includendo il giro completo intorno alla vasca. Se aggiungi la Fontana delle Api e uno sguardo alla facciata di Palazzo Barberini arrivi a mezz'ora. Se decidi di entrare nelle Gallerie Nazionali, considera almeno un'ora e mezza in più.

È illuminata di notte?

Le fontane monumentali romane sono generalmente dotate di illuminazione notturna, e la piazza è comunque molto illuminata dall'arredo urbano e dalle insegne. Di notte lo zampillo si accende contro il buio e la scultura si legge in modo diverso, ma il traffico serale resta consistente.

Vale la pena anche se ho poco tempo a Roma?

Dipende da che cosa cerchi. Se hai due giorni e non hai mai visto Roma, le priorità sono altre. Se invece ti interessa il Barocco, la scultura, o la storia dell'acqua nella città, allora sì, vale assolutamente, e per di più si trova lungo un percorso che comunque farai passando fra Trevi, via Veneto e le Quattro Fontane.

Una curiosità sulla Fontana del Tritone

La curiosità più divertente riguarda il rovesciamento del senso operato da Bernini sulla buccina. Nella mitologia il tritone soffia e produce un suono; qui il tritone soffia e produce acqua. È una vera inversione logica, altro che licenza minore: lo strumento musicale viene trasformato in ugello e il fiato in portata idraulica. Sarebbe come costruire una statua di un trombettiere da cui, invece della nota, esce una colonna d'acqua alta tre metri.

La cosa affascinante è che l'inversione non produce assurdità ma potenziamento. L'acqua che ricade nella vasca produce un rumore continuo, e quindi in un certo senso il Tritone il suo suono lo emette davvero: solo che lo emette attraverso il mezzo sbagliato, e il risultato è un fruscio d'acqua invece di uno squillo. Bernini ha fatto in modo che la trasformazione non cancellasse l'attributo originario ma lo traducesse in un'altra lingua. È il genere di trovata che sembra ovvia dopo che qualcuno l'ha avuta, e che nessuno aveva avuto prima.

Aggiungo un secondo aspetto curioso, di natura toponomastica. Molte persone credono che la fontana si chiami così perché sta in via del Tritone, mentre è vero il contrario: la fontana è arrivata prima, la strada ha preso il nome dopo. È una piccola prova di quanto rapidamente questo monumento sia diventato un punto di riferimento nell'orientamento urbano dei romani, tanto da imporre il proprio nome a una delle arterie principali del centro. Poche opere d'arte possono dire altrettanto.

Una cosa che non ti dice nessuno sulla Fontana del Tritone

La cosa che quasi nessuna guida spiega è che questa fontana esiste in quella forma per una ragione idraulica prima che estetica. Se l'Acqua Felice non fosse arrivata in questo settore della città con un carico sufficiente, il Tritone non avrebbe potuto soffiare verso l'alto e Bernini avrebbe dovuto inventare qualcos'altro, esattamente come era stato costretto a fare in piazza di Spagna con la Barcaccia, dove l'acqua debole dell'Acqua Vergine impediva ogni zampillo.

Detto altrimenti: la genialità di questa fontana comincia in una decisione presa più di cinquant'anni prima, sotto un altro pontificato, da un papa che non aveva nulla a che fare con i Barberini. Sisto V restaurò e costruì l'acquedotto che porta il suo nome di battesimo, portò l'acqua sulle colline e rese abitabili e monumentalizzabili interi quartieri. Bernini, nel 1642, si limitò a usare bene una risorsa che qualcun altro aveva reso disponibile. È un promemoria salutare contro la mitologia del genio solitario: senza infrastruttura non c'è capolavoro.

C'è poi un secondo aspetto poco raccontato, ed è che la fontana che vedi non sta esattamente dove Bernini la lasciò, né alla quota che aveva pensato. I riassetti urbanistici fra Otto e Novecento hanno modificato il piano stradale della piazza e la collocazione del monumento, come è accaduto alla vicina Fontana delle Api, smontata e poi ricomposta altrove. Questo significa che il rapporto fra la fontana, lo spazio circostante e i punti di vista privilegiati non è più quello progettato. Guardiamo l'opera giusta nel posto quasi giusto, e sapere questo aiuta a essere indulgenti quando qualche inquadratura non funziona come dovrebbe.

Il consiglio che ti do per visitare la Fontana del Tritone

Il consiglio principale è uno solo e sembra banale: vieni presto. Non presto in senso vago, ma presto davvero, fra le sette e le otto e mezza del mattino. In quella fascia oraria piazza Barberini è un'altra piazza. Il traffico c'è ma è sopportabile, la metropolitana non ha ancora riversato la folla, i bar stanno aprendo, la luce arriva bassa e taglia il travertino mettendo in evidenza ogni solco dello scalpello, e soprattutto si sente l'acqua. È l'unico momento della giornata in cui il getto del Tritone vince sui motori.

Il secondo consiglio è di fare il giro completo, marciapiede permettendo e attraversando con prudenza sulle strisce. Il motivo è semplice: è una scultura a tutto tondo, e vederla da un lato solo significa perdere tre quarti del progetto. Dedica almeno trenta secondi per lato, guarda il profilo del Tritone contro il cielo, poi abbassa lo sguardo sulle code dei delfini e cerca le api. Dieci minuti di attenzione vera valgono più di mezz'ora di attenzione distratta.

Il terzo consiglio riguarda l'organizzazione della mattinata. Non trattare la Fontana del Tritone come una tappa isolata: trattala come l'inizio di un percorso. Dalla fontana sali a Palazzo Barberini per le due scale e per la Galleria, poi prosegui fino al crocevia delle Quattro Fontane per San Carlino di Borromini e Sant'Andrea al Quirinale di Bernini. In tre ore hai attraversato il cuore del Barocco romano con una coerenza tematica che nessun itinerario generico ti può dare, e sei tornato più volte sui due nomi che dominano il secolo.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Tutti sanno che Bernini e Borromini erano rivali. È uno dei luoghi comuni più solidi della divulgazione sull'arte italiana, ripetuto in ogni libro e in ogni documentario. Quello che si cita molto meno spesso è che la loro rivalità comincia da una collaborazione, e che il cantiere in cui collaborarono è proprio quello che sovrasta la Fontana del Tritone.

Palazzo Barberini nasce nel 1627 sotto la direzione di Carlo Maderno, e Borromini vi lavora come collaboratore e disegnatore di fiducia. Quando Maderno muore, nel 1629, la direzione passa a Bernini, che è più giovane di Borromini di appena un anno ma ha una posizione infinitamente più forte a corte. Borromini resta nel cantiere, in una posizione subordinata rispetto a un uomo che considerava tecnicamente inferiore a sé. Il seme del conflitto è tutto lì, in quell'edificio, a duecento metri dalla fontana.

Il fatto poco citato, dunque, è che chi guarda la Fontana del Tritone sta guardando un'opera realizzata in prossimità fisica e cronologica del luogo in cui si consumò una delle più celebri fratture della storia dell'architettura. E c'è di più: le due scale monumentali del palazzo, quella quadrata attribuita a Bernini e quella elicoidale di Borromini, mettono i due caratteri uno accanto all'altro dentro lo stesso edificio, permettendo un confronto diretto che altrove è impossibile. Salire l'una e scendere l'altra è una lezione di storia dell'architettura di rara efficacia, e la maggior parte dei visitatori la salta.

La foto giusta da fare alla Fontana del Tritone

Parliamo di fotografia, perché questa fontana è più difficile da fotografare di quanto sembri e la maggior parte degli scatti che vedo fallisce per gli stessi due motivi: sfondo caotico e luce sbagliata.

La foto migliore si fa dal lato di via Veneto nella prima mattinata, abbassandosi di un mezzo metro rispetto all'altezza degli occhi e inquadrando dal basso verso l'alto. Abbassarsi serve a due cose: fa scomparire le automobili e le teste dei passanti dietro il bordo della vasca, e mette il profilo del Tritone contro il cielo invece che contro le facciate. Con il cielo come sfondo la silhouette si legge nettamente, la torsione del busto emerge, e lo zampillo diventa visibile come elemento grafico invece che perdersi nel disordine del fondo.

Sul tempo di esposizione la regola pratica è questa: se vuoi congelare le gocce e vedere lo zampillo come uno scoppio cristallino, servono tempi brevi, dal millesimo di secondo in su, e quindi luce abbondante. Se vuoi invece l'acqua vellutata e continua, che è la resa più classica e più elegante su una fontana barocca, servono tempi lunghi, intorno al quarto o al mezzo secondo, e un appoggio stabile: un parapetto, un bordo, un piccolo treppiede da tavolo. Con lo smartphone si ottiene un effetto simile usando le modalità di esposizione lunga oggi disponibili sulla maggior parte dei dispositivi.

Un ultimo suggerimento sulla composizione: prova a includere in un angolo dell'inquadratura un frammento di Palazzo Barberini o l'imbocco di via Veneto. Una foto della sola fontana isolata è corretta ma anonima, e potrebbe essere stata scattata ovunque; una foto che tiene dentro un pezzo di contesto racconta dove ti trovi e perché quel monumento sta proprio lì. E se vuoi il dettaglio che nessuno porta a casa, fai un primo piano delle mani che stringono la buccina, con il getto sfocato sullo sfondo.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il primo avvenimento è naturalmente la costruzione stessa, fra il 1642 e il 1643, in un momento delicatissimo del pontificato di Urbano VIII. Erano gli anni della guerra di Castro, il conflitto che oppose lo Stato pontificio ai Farnese e ai loro alleati e che dissanguò le finanze papali. Che in quello stesso frangente si portasse a termine una fontana monumentale nella piazza di famiglia dice molto su come funzionava la magnificenza barocca: non si sospendeva la rappresentazione del potere neanche quando il potere era in difficoltà. Anzi, la si intensificava.

Il secondo momento decisivo è la fine dell'Ottocento. Roma è diventata capitale del Regno d'Italia nel 1870 e il settore intorno a piazza Barberini viene travolto dalla speculazione edilizia: la grande proprietà Ludovisi, uno dei parchi più celebri d'Europa, viene lottizzata e coperta di palazzine, nasce via Vittorio Veneto, la piazza viene riordinata per adattarla alla nuova viabilità, il piano stradale cambia. In quella stagione la Fontana delle Api viene smontata e resterà a lungo non ricomposta, mentre la Fontana del Tritone viene ricollocata rispetto alla sistemazione precedente. È il trauma urbanistico più profondo che questa piazza abbia subito.

Il terzo momento è il Novecento pieno. Nel secondo decennio del secolo la Fontana delle Api viene rimontata all'angolo di via Veneto, integrando le parti perdute. A metà secolo la zona diventa il centro della mondanità internazionale e, con l'uscita nel 1960 del film di Fellini, l'immagine di via Veneto fa il giro del mondo. Nel 1980 l'apertura della linea A della metropolitana, con la stazione Barberini affacciata sulla piazza, trasforma definitivamente il flusso di persone: da quel momento la Fontana del Tritone è il primo monumento che decine di migliaia di persone al giorno vedono uscendo dal sottosuolo.

Il quarto filone di avvenimenti è meno vistoso ma altrettanto importante, e riguarda i restauri. Dalla seconda metà del Novecento in avanti, con l'aggravarsi dell'inquinamento atmosferico e del traffico, la manutenzione della fontana è diventata un tema ricorrente dell'amministrazione capitolina, con campagne di pulitura e consolidamento del travertino. Ogni cantiere è, a suo modo, un avvenimento nella biografia del monumento: cambia il suo aspetto, ne prolunga la vita e testimonia il mutare delle tecniche conservative.

Chi è passato dalla Fontana del Tritone

Chi è passato di qui, in senso stretto, è mezza Europa. Piazza Barberini è stata per secoli un passaggio fisso del Grand Tour, perché si trovava sull'asse che collegava la zona degli alberghi e delle locande frequentate dagli stranieri, intorno a piazza di Spagna, con le grandi basiliche e con il Quirinale. Il viaggiatore colto del Sette e dell'Ottocento passava da qui costantemente, e la Fontana del Tritone compare con regolarità nelle vedute, nelle incisioni e nei taccuini di quella stagione.

Ci sono poi i protagonisti diretti della storia del luogo. Urbano VIII, il papa che volle la fontana e che abitava con la famiglia nel palazzo sovrastante. Gian Lorenzo Bernini, che qui lavorò e che a Roma visse fino al 1680 diventando il regista della città barocca. Francesco Borromini, che nel cantiere di Palazzo Barberini costruì la sua scala a spirale e la sua reputazione. Carlo Maderno, che quel cantiere aveva avviato. Pietro da Cortona, che affrescò il salone del palazzo fra il 1632 e il 1639. Sono nomi che nel giro di pochi anni si incrociarono tutti in questo fazzoletto di città.

Nel Novecento il passaggio più celebre è quello del cinema. Via Veneto, che comincia esattamente accanto alla fontana, fu per un paio di decenni il salotto della mondanità internazionale, popolato di attori, registi, produttori e fotografi, e Federico Fellini la consegnò all'immaginario mondiale con il suo film del 1960, girato in gran parte su una ricostruzione della strada realizzata a Cinecittà. Chiunque frequentasse via Veneto in quegli anni passava, inevitabilmente, davanti al Tritone: la fontana era ed è la porta di ingresso di quella strada.

Aggiungo, per completezza, che il palazzo alle spalle della fontana ha ospitato nei secoli una delle biblioteche private più importanti d'Europa, la libreria dei Barberini, i cui fondi confluirono poi nelle collezioni vaticane all'inizio del Novecento. Studiosi, bibliotecari ed eruditi da tutta Europa hanno percorso questa piazza per andare a consultare quei manoscritti. È un passaggio meno fotogenico di quello dei divi del cinema, ma probabilmente ha lasciato tracce più durevoli.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

Prepari un viaggio a Roma? Le guide in inglese per visitare la città sono su ItalyPlanner.com.

Prepara la visita

Link affiliati: se prenoti da qui Estate Romana riceve una piccola commissione, a te non costa nulla in più. Come funzionano

RiassuntoLa fontana del Tritone, opera di Gian Lorenzo Bernini, si trova a Roma in piazza Barberini.
Tagsall'apertobaroccocentro storicocosa vedere a romaFontana del Tritonefontanemonumento all'apertopiazza BarberiniRomatritone

Contact Information

IndirizzoPiazza Barberini, 00187 Roma RM Centro storico, Roma, Roma Città