Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea
La Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea occupa il Palazzo delle Belle Arti di viale delle Belle Arti 131, a Valle Giulia, sul bordo settentrionale di Villa Borghese e a pochi passi dal Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia. È il più grande museo italiano dedicato interamente all’arte dell’Ottocento e del Novecento: circa ventimila opere fra dipinti, sculture, disegni, fotografie, installazioni e video, che coprono due secoli di storia dell’arte italiana ed europea, dal neoclassicismo di Antonio Canova fino alle ricerche più recenti. L’edificio che le ospita non è un palazzo storico riadattato, ma un contenitore costruito apposta: lo progettò Cesare Bazzani per l’Esposizione internazionale del 1911, quella organizzata per il cinquantenario dell’Unità d’Italia, e la sua mole bianca con il portico monumentale e la scalinata resta uno degli esempi più riconoscibili di architettura celebrativa del primo Novecento romano. Chi arriva qui dopo aver visitato la Galleria Borghese o i musei archeologici della città trova qualcosa di completamente diverso: sale altissime e luminose, un allestimento che nell’ultimo decennio è stato più volte rimesso in discussione, un giardino con sculture all’aperto e una caffetteria affacciata sul verde. Le righe che seguono raccontano che cosa c’è dentro, come ci è arrivato, che cosa cercare sala per sala e come organizzare la visita senza sprecare tempo.
Dove si trova la Galleria Nazionale e come raggiungerla
La Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea si trova in viale delle Belle Arti 131, nel quartiere Pinciano, in quella conca verde a nord di Villa Borghese che i romani chiamano Valle Giulia. È una collocazione che spiega molto del museo: Valle Giulia non è un’area del centro storico, è un pezzo di città costruito fra Otto e Novecento come distretto della cultura e della rappresentanza internazionale, con le accademie straniere, la facoltà di Architettura, i padiglioni superstiti dell’Esposizione del 1911 e due grandi musei nazionali affacciati sulla stessa strada. L’ingresso principale si apre sulla scalinata monumentale che guarda il viale; l’accesso senza barriere architettoniche si trova invece sul lato opposto dell’edificio, in via Antonio Gramsci 71, dove il dislivello del terreno permette di entrare al livello delle sale.

A piedi da Villa Borghese e dal centro
Chi si trova già dentro Villa Borghese può arrivare al museo a piedi in una passeggiata piacevole e in gran parte alberata. Dal Pincio e dalla terrazza che guarda piazza del Popolo si attraversa il parco in direzione nord est, si costeggia il laghetto con il Tempio di Esculapio e si esce dal lato di viale delle Belle Arti: sono venti minuti scarsi di cammino, senza salite impegnative. Dalla Galleria Borghese il tragitto è simile per durata ma attraversa la parte orientale del parco, passando vicino al Bioparco. Chi parte da piazza di Spagna o da via Veneto deve mettere in conto una mezz’ora abbondante, perché la distanza reale è maggiore di quanto suggerisca la mappa: Villa Borghese è vasta e i sentieri non tagliano mai in linea retta.
Con tram, bus e metropolitana
Il mezzo più comodo per raggiungere la Galleria Nazionale è il tram. Le linee tranviarie che percorrono viale delle Belle Arti hanno una fermata proprio davanti al museo, a pochi metri dalla scalinata, e collegano la zona con il quartiere Flaminio da un lato e con il centro dall’altro. Chi arriva in metropolitana può scendere alla stazione Flaminio della linea A, uscire su piazzale Flaminio e proseguire con il tram che risale via Flaminia fino alla fermata Belle Arti, da cui il museo dista pochi minuti a piedi in salita leggera. In alternativa esistono linee di autobus che servono il quartiere Pinciano e viale Bruno Buozzi, con fermate a distanza camminabile. Poiché percorsi e capolinea delle linee di superficie a Roma cambiano con una certa frequenza, in particolare quando sono in corso cantieri sulle rotaie, conviene controllare il percorso aggiornato sull’applicazione o sul sito dell’azienda di trasporto il giorno stesso della visita, invece di affidarsi a indicazioni lette mesi prima.
Il Palazzo delle Belle Arti di Cesare Bazzani
L’edificio che ospita la Galleria Nazionale è il Palazzo delle Belle Arti, progettato da Cesare Bazzani e costruito per l’Esposizione internazionale d’arte del 1911, l’evento con cui Roma celebrò il cinquantenario dell’Unità d’Italia. È un dato che vale la pena tenere a mente per capire l’architettura: il palazzo non nacque come museo in senso stretto, ma come padiglione espositivo di rappresentanza nazionale, e da questa origine deriva tutto quello che oggi sorprende chi entra, dalle altezze eccezionali delle sale alla larghezza degli assi di percorrenza, fino alla quantità di luce zenitale che piove dai lucernari.
L’Esposizione del 1911 e la nascita di Valle Giulia
L’Esposizione internazionale del 1911 fu una manifestazione distribuita su più sedi cittadine, con un polo archeologico ed etnografico alle Terme di Diocleziano e a Castel Sant’Angelo, un polo industriale e agricolo in altre zone della città e, per la sezione delle belle arti, un intero quartiere costruito ex novo nella valle fra i Parioli e Villa Borghese. Molte nazioni straniere realizzarono per l’occasione padiglioni propri lungo quella che sarebbe diventata viale delle Belle Arti: alcuni furono smontati alla chiusura della rassegna, altri restarono e divennero le sedi stabili delle accademie e degli istituti di cultura che ancora oggi caratterizzano la zona. Valle Giulia, prima del 1911 un’area periferica di orti e vigne appena fuori dalle mura, si trasformò nel giro di pochi anni in uno dei distretti culturali più densi della capitale, e il Palazzo delle Belle Arti ne divenne il fulcro architettonico.
L’ampliamento del 1933
Nel 1933 lo stesso Cesare Bazzani firmò un ampliamento che raddoppiò la superficie espositiva del palazzo, aggiungendo nuovi corpi di fabbrica e nuove sale. C’è però un dettaglio che raramente si racconta ai visitatori: quelle sale nuove, appena terminate, non furono subito destinate alle collezioni della Galleria, perché vennero occupate dalla Mostra della Rivoluzione fascista, la grande rassegna propagandistica del regime che in quegli anni girava fra le sedi espositive più prestigiose del paese. È uno di quei casi in cui la storia dell’edificio e la storia politica italiana si intrecciano in modo diretto, e conoscere l’episodio aiuta a leggere il museo per quello che è davvero: non un contenitore neutro, ma un edificio di Stato che ha attraversato tutti i regimi e tutte le stagioni culturali del Novecento italiano.
I lavori del secondo Novecento
Una terza fase di lavori prese avvio nei primi anni Settanta, quando furono stanziati i finanziamenti per un ulteriore intervento su progetto dell’architetto Luigi Cosenza, uno dei protagonisti dell’architettura moderna napoletana. Il cantiere si protrasse a lungo e la conclusione arrivò soltanto verso la fine degli anni Ottanta, con l’obiettivo di dotare il museo di spazi tecnici, depositi e percorsi adeguati agli standard museografici del secondo Novecento. Il risultato complessivo, oggi, è un edificio stratificato in almeno tre momenti distinti, riconoscibili a chi osservi con attenzione i dettagli costruttivi e i raccordi fra i corpi di fabbrica: il padiglione espositivo del 1911, l’ampliamento monumentale degli anni Trenta e gli interventi funzionali del secondo dopoguerra.
La storia dell’istituzione, dal 1883 a oggi
La Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea fu istituita nel 1883, poco più di vent’anni dopo la proclamazione del Regno d’Italia e appena tredici anni dopo l’annessione di Roma. Nacque con una missione precisa e allora tutt’altro che scontata: raccogliere e conservare l’arte dei viventi, cioè la produzione artistica contemporanea dello Stato appena unificato, in un paese che di musei di antichità era ricchissimo e di musei d’arte contemporanea non ne aveva praticamente nessuno.
La prima sede al Palazzo delle Esposizioni
La sede originaria non fu Valle Giulia ma il Palazzo delle Esposizioni di via Nazionale, l’edificio inaugurato pochi anni prima al centro della Roma umbertina in costruzione. Era una collocazione logica, perché il palazzo di via Nazionale era il luogo dove si tenevano le grandi rassegne d’arte nazionali e dove quindi arrivavano, per acquisto pubblico o per donazione, le opere destinate a formare il nucleo della collezione statale. Il problema fu che quella sede divenne rapidamente insufficiente: la collezione cresceva a ogni esposizione, lo spazio no, e già all’inizio del Novecento era evidente che serviva un edificio dedicato.
Palma Bucarelli e la direzione più lunga
Nella storia del museo c’è una figura che domina su tutte le altre: Palma Bucarelli, che diresse la Galleria Nazionale dal 1941 al 1975, una delle direzioni più lunghe e più influenti nella storia museale italiana. Bucarelli arrivò alla direzione in un momento drammatico, quando la guerra imponeva di mettere in salvo le opere: durante il conflitto fece trasferire in segreto una parte consistente della collezione in luoghi ritenuti più sicuri, fra cui Palazzo Farnese e Castel Sant’Angelo, salvando così un patrimonio che sarebbe stato esposto ai bombardamenti e alle requisizioni.
Finita la guerra, Bucarelli trasformò il museo da deposito di opere in istituzione culturale attiva: introdusse i servizi educativi, potenziò la biblioteca specializzata, volle una caffetteria dentro il museo quando in Italia l’idea era ancora considerata eccentrica, e soprattutto aprì la Galleria all’arte contemporanea internazionale con una decisione che le costò polemiche feroci. Le mostre e gli acquisti che promosse, in particolare quelli legati all’arte informale e alle avanguardie del dopoguerra, furono attaccati sulla stampa e perfino in Parlamento, in un’Italia in cui la pittura astratta era ancora considerata da larga parte dell’opinione pubblica una provocazione incomprensibile. Il fatto che oggi la collezione della Galleria Nazionale contenga opere fondamentali del Novecento italiano ed europeo si deve in misura decisiva a quelle scelte controcorrente.
Dal dopoguerra all’autonomia speciale
Nel corso della seconda metà del Novecento il museo ha cambiato più volte assetto amministrativo. Nel 1975, con la nascita del Ministero per i beni culturali, la Galleria ottenne il rango di soprintendenza speciale, riconoscimento che ne sanciva l’autonomia scientifica rispetto alle soprintendenze territoriali. Fra i direttori del dopoguerra si ricorda Giorgio de Marchis, alla guida del museo fra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, che riprese e sviluppò l’orientamento sperimentale della stagione precedente. Dal 2004 la direzione passò a Maria Vittoria Marini Clarelli, che guidò l’istituzione per oltre un decennio. Nel 2014, con la riforma che ha attribuito autonomia gestionale ai principali musei statali italiani, la Galleria Nazionale è entrata nel gruppo dei musei dotati di autonomia speciale, con un proprio bilancio e una propria direzione selezionata per concorso internazionale.
Le direzioni più recenti
Dal 2015 la direzione fu affidata a Cristiana Collu, che avviò la trasformazione più radicale nella storia recente del museo, culminata nel riallestimento del 2016 di cui si parla più avanti. Negli anni più recenti la guida dell’istituzione è passata a Renata Cristina Mazzantini, architetto con una lunga esperienza nella progettazione di allestimenti museali e di mostre. Ogni direzione, in un museo di arte moderna e contemporanea, lascia un’impronta molto più visibile che in un museo archeologico o in una pinacoteca antica, perché qui il modo di ordinare le opere non è dettato da una cronologia indiscutibile ma da una scelta interpretativa: cambiare direttore significa quasi sempre, prima o poi, cambiare il racconto che le sale propongono al visitatore.
Che cosa si vede: i nuclei della collezione
La collezione della Galleria Nazionale conta circa ventimila opere fra dipinti, sculture, disegni, incisioni, fotografie, video e installazioni, e copre in modo continuo l’arco che va dal primo Ottocento ai giorni nostri. È una cifra che va letta correttamente: in sala se ne vede ogni volta una frazione ridotta, perché nessun museo espone l’intero patrimonio e perché le opere su carta e le fotografie, per ragioni di conservazione, possono restare esposte solo per periodi limitati. Quello che resta costante è la struttura della raccolta, organizzata attorno ad alcuni grandi nuclei che vale la pena conoscere prima di entrare.
Canova e l’Ottocento neoclassico
Il pezzo che apre idealmente il percorso è il gruppo scultoreo di Antonio Canova dedicato a Ercole e Lica, realizzato nel 1815. È un’opera enorme, drammatica e per nulla rassicurante: rappresenta l’istante in cui l’eroe, impazzito dal dolore per la tunica avvelenata, scaglia lontano il giovane messaggero che gliel’ha portata. Chi conosce Canova solo attraverso le Grazie o la Paolina Borghese resta spesso sorpreso dalla violenza della composizione, che appartiene a un registro del neoclassicismo molto meno addomesticato di quello che circola nell’immaginario comune. Le dimensioni del gruppo e la sua collocazione in una sala alta contribuiscono all’effetto: è una delle poche opere del museo che sopportano senza difficoltà la scala monumentale dell’architettura di Bazzani.
Attorno a Canova la collezione ottocentesca documenta i grandi filoni della pittura italiana preunitaria e postunitaria, dal romanticismo storico alla pittura di paesaggio, dai ritratti ufficiali alle grandi tele di soggetto civile e patriottico che accompagnarono la costruzione dell’identità nazionale. È una sezione che i visitatori stranieri tendono ad attraversare in fretta e che invece racconta, meglio di molti libri, come l’Italia appena unita immaginava se stessa.
I macchiaioli
Uno dei nuclei più consistenti riguarda i macchiaioli, il gruppo di pittori toscani che a partire dalla metà dell’Ottocento costruì una pittura fondata sulla macchia di colore, cioè sull’accostamento diretto di masse cromatiche contrastate al posto del disegno accademico e delle sfumature di studio. In collezione sono rappresentati i nomi principali del movimento, fra cui Giovanni Fattori, Telemaco Signorini e Silvestro Lega. Sono spesso quadri di piccolo formato, talvolta dipinti su tavolette, e chiedono al visitatore di avvicinarsi: viste da lontano, molte di queste opere sembrano semplici scene di campagna o di caserma, mentre a distanza ravvicinata rivelano una costruzione per blocchi di luce che anticipa questioni pittoriche affrontate altrove in Europa quasi negli stessi anni.
Il divisionismo
Il passaggio successivo, cronologicamente e concettualmente, è il divisionismo, la corrente che a fine Ottocento portò in Italia la scomposizione del colore in tocchi e filamenti accostati, con esiti insieme scientifici e simbolisti. La Galleria Nazionale conserva alcune delle opere più note della corrente, fra cui un dipinto di Giovanni Segantini datato 1886 e dedicato al tema del bestiame alla stanga, la grande composizione di Gaetano Previati sulla caduta degli angeli del 1913 e un’opera di Giuseppe Pellizza da Volpedo del 1904 dedicata al sole. Vedere questi tre quadri nella stessa visita permette di cogliere quanto il divisionismo italiano fosse una cosa sola solo in apparenza: Segantini lo usa per la luce alpina, Previati per una visione mistica e teatrale, Pellizza per una ricerca di intensità luminosa che sfiora l’astrazione.
Klimt, Van Gogh, Cézanne, Monet: il nucleo internazionale
La Galleria Nazionale è l’unico museo italiano dove si possono vedere, nello stesso percorso, opere di Gustav Klimt, Vincent van Gogh, Paul Cézanne e Claude Monet acquisite direttamente dallo Stato italiano fra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, in gran parte attraverso le Biennali di Venezia. Di Klimt il museo conserva le tre età della donna, dipinto del 1905 che è probabilmente l’opera più fotografata dell’intera collezione: una composizione in cui la maternità luminosa e la vecchiaia scarnificata convivono nello stesso campo decorato a oro e pattern, con una crudezza che contrasta con l’idea diffusa di un Klimt puramente ornamentale.
Di Vincent van Gogh il museo possiede il giardiniere, del 1889, e un’arlesiana del 1890, due ritratti del periodo finale dell’artista. Di Paul Cézanne conserva una veduta dei casolari di Jourdan del 1906, opera dell’ultimo anno di vita del pittore, e di Claude Monet un dipinto di ninfee del 1898. È un piccolo gruppo, non una collezione impressionista paragonabile a quelle dei grandi musei francesi o americani, ma ha un valore storico particolare: documenta il momento in cui l’Italia ufficiale, attraverso gli acquisti pubblici alle esposizioni internazionali, decise di riconoscere la pittura europea d’avanguardia invece di limitarsi a quella nazionale.
Modigliani e la Scuola di Parigi
Fra le opere più cercate dai visitatori c’è il nudo sdraiato di Amedeo Modigliani, dipinto fra il 1918 e il 1919, negli ultimi anni della breve vita dell’artista livornese trasferitosi a Parigi. I nudi di Modigliani sono fra i dipinti più immediatamente riconoscibili del Novecento, e conoscerne il contesto aiuta a guardarli meglio: appartengono a una serie che alla prima esposizione parigina suscitò uno scandalo pubblico, e che oggi viene letta come uno dei momenti in cui la tradizione del nudo classico italiano incontra la lezione della scultura africana e delle avanguardie parigine.
I futuristi
Il futurismo è uno dei capitoli in cui la Galleria Nazionale è più forte, com’è naturale per il museo nazionale italiano dell’arte moderna. In collezione figurano opere chiave di Umberto Boccioni, fra cui una composizione del 1913 e 1914 che scompone cavallo, cavaliere e caseggiato in un unico campo dinamico, e di Giacomo Balla, con un dipinto del 1913 dedicato al tema dell’espansione dinamica e della velocità . Sono opere che vanno guardate ricordando che cosa significasse, nel decennio prima della Grande guerra, provare a dipingere non un oggetto fermo ma il movimento stesso, la simultaneità delle percezioni, il rumore e l’energia della città industriale. Il futurismo nacque a Milano ma trovò a Roma, con Balla, una delle sue declinazioni più raffinate, e vedere insieme un Boccioni e un Balla in questo museo significa vedere le due anime del movimento affiancate.
De Chirico e la metafisica
Giorgio de Chirico è presente in collezione con più opere, che documentano stagioni diverse di un percorso lungo e volutamente contraddittorio. La pittura metafisica, con le sue piazze deserte, le ombre lunghe, i manichini e gli oggetti sospesi in una luce immobile, è la fase che ha influenzato più profondamente l’arte europea del Novecento, dal surrealismo francese in poi. Vale la pena osservare che de Chirico, dopo aver inventato quel linguaggio, lo abbandonò per tornare a una pittura dichiaratamente antimoderna e ispirata ai maestri antichi, scelta che gli costò decenni di ostilità critica e che oggi viene riletta come una delle vicende più interessanti della modernità italiana.
Scuola romana, neorealismo e dopoguerra
Il museo conserva un nucleo importante di pittura romana degli anni Venti e Trenta e di arte italiana del dopoguerra, con opere legate al dibattito fra realismo e astrazione che attraversò il paese negli anni della ricostruzione. Fra i dipinti più noti della sezione c’è una grande tela di Renato Guttuso del 1952 dedicata alla battaglia garibaldina di Ponte dell’Ammiraglio, esempio di pittura storica militante che appartiene pienamente al clima culturale dell’Italia repubblicana dei primi anni Cinquanta. È una sezione che si legge bene in parallelo a quella della Galleria d’Arte Moderna di Roma, il museo civico di via Francesco Crispi, che sullo stesso periodo conserva un patrimonio complementare di provenienza comunale.
Burri, Fontana e l’informale
Il salto verso il contemporaneo passa per due nomi che nella storia della Galleria Nazionale hanno un peso particolare: Alberto Burri e Lucio Fontana. Burri, medico umbro diventato artista durante la prigionia in un campo americano, portò nella pittura materiali estranei alla tradizione, sacchi di iuta cuciti, plastiche bruciate, ferro saldato, legni combusti, costringendo il quadro a diventare superficie ferita invece che finestra su un’immagine. Fontana, con i tagli e i buchi sulla tela monocroma, compì un gesto parallelo e altrettanto radicale, rompendo fisicamente il piano del dipinto per dichiarare che lo spazio dell’opera non finisce sulla superficie. Furono proprio opere di questo genere, acquisite durante la direzione di Palma Bucarelli, a scatenare le polemiche pubbliche più violente della storia del museo.
Arte Povera e ricerca contemporanea
Il capitolo dell’Arte Povera, il movimento italiano che dalla fine degli anni Sessanta sostituì alla pittura da cavalletto i materiali elementari e i processi naturali, è rappresentato in collezione e costituisce uno dei passaggi obbligati per capire perché l’arte italiana del secondo Novecento sia stata influente a livello internazionale. Accanto all’Arte Povera il museo documenta le ricerche successive, dalle pratiche concettuali all’installazione ambientale, dalla fotografia d’artista al video, con un programma di acquisizioni che continua ad aggiornarsi. Chi è interessato in modo specifico all’arte degli ultimi decenni trova un percorso complementare al MAXXI, il museo nazionale delle arti del XXI secolo, e al MACRO, il museo di arte contemporanea del Comune di Roma.
Il riallestimento “Time is Out of Joint” e cosa ne è oggi
Nell’ottobre 2016 la Galleria Nazionale inaugurò il riallestimento più discusso della sua storia recente, intitolato con un verso dell’Amleto di Shakespeare, “Time is Out of Joint”, il tempo è fuori dai cardini. Il progetto, voluto dalla direzione di Cristiana Collu, ribaltava il principio su cui si regge quasi ogni museo d’arte moderna: al posto della successione cronologica per movimenti e per decenni, le sale proponevano accostamenti tematici e associativi, con opere di epoche lontanissime messe una accanto all’altra perché legate da un tema, da una forma, da una suggestione visiva.
Che cosa cambiò nel 2016
Il riallestimento comportò tre scelte precise. La prima fu la riduzione del numero di opere esposte, con un alleggerimento drastico delle pareti rispetto alla densità di quadri dell’allestimento precedente. La seconda fu l’abbandono della cronologia come criterio ordinatore, sostituita da una lettura per nuclei tematici. La terza, più simbolica ma non meno significativa, fu l’abbandono dell’acronimo GNAM, con cui il museo era conosciuto da decenni, in favore della denominazione semplificata La Galleria Nazionale. Contestualmente furono ridisegnati gli spazi di accoglienza, la libreria e la Sala delle Colonne, con l’idea di rendere l’edificio più permeabile e meno intimidatorio.
Perché fece discutere
Il dibattito che ne seguì fu vivace e attraversò tanto la critica specialistica quanto il pubblico generalista. Chi apprezzò il progetto sostenne che liberare le pareti e rompere la cronologia restituiva respiro alle opere e obbligava il visitatore a guardare invece di leggere le didascalie in sequenza. Chi lo criticò obiettò che un museo nazionale ha anche una funzione didattica e documentaria, che un visitatore non specialista ha bisogno di una linea del tempo per orientarsi, e che ridurre il numero di opere esposte in un museo che ne possiede ventimila significa sottrarre al pubblico una parte di patrimonio pubblico. Sono due posizioni entrambe difendibili, e la discussione che le oppose resta uno dei casi di museologia italiana più citati degli ultimi anni.
Che cosa si trova oggi in sala
Con il cambio di direzione, la Galleria Nazionale ha avviato una revisione del proprio allestimento permanente, e il racconto delle sale non coincide più necessariamente con quello inaugurato nel 2016. Qui serve però una precisazione, perché riguarda proprio l’informazione che più interessa a chi sta programmando una visita: lo stato esatto dell’allestimento in corso, con il titolo attualmente in uso e la disposizione delle sale, non risulta confermato da una fonte ufficiale aggiornata. La cosa più sensata, prima di partire, è consultare la sezione dedicata alla collezione sul sito ufficiale del museo, dove l’allestimento in corso viene descritto e aggiornato, e tenere presente che in un museo di arte contemporanea le sale possono cambiare anche in corso d’anno per far posto alle mostre temporanee.
Una curiosità sulla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea
La curiosità più gustosa riguarda il nome, o meglio la sua sparizione. Per quasi tutto il Novecento il museo è stato conosciuto in Italia con l’acronimo GNAM, che sta banalmente per Galleria Nazionale d’Arte Moderna: una sigla che generazioni di studenti, guide e romani hanno usato senza pensarci, e che ha il difetto e insieme il pregio di suonare come un’onomatopea da fumetto. Nel 2016, con il riallestimento, la direzione decise di abbandonare quell’acronimo e di presentare l’istituzione semplicemente come La Galleria Nazionale, con l’articolo in evidenza.
La scelta non fu un vezzo grafico. Dietro c’era l’idea che una sigla burocratica costruisse una distanza fra il museo e il suo pubblico, e che chiamarsi per esteso, con l’articolo determinativo, restituisse all’istituzione un’identità parlata invece che amministrativa. L’operazione ebbe successo solo in parte: nella comunicazione ufficiale e nei materiali del museo la nuova denominazione si è affermata, mentre nell’uso comune dei romani la vecchia sigla non è mai davvero morta, e ancora oggi capita regolarmente di sentire indicare l’edificio di Valle Giulia con quelle quattro lettere. È un piccolo caso di studio su quanto sia difficile cambiare il nome di un luogo pubblico quando quel nome è entrato nella lingua parlata di una città .
C’è anche un dettaglio meno noto che riguarda la denominazione ufficiale completa: il museo non si chiama soltanto d’arte moderna, ma d’arte moderna e contemporanea, e l’aggiunta non è decorativa. Segnala una scelta precisa, cioè che l’istituzione nata nel 1883 per raccogliere l’arte dei viventi continua a considerarsi responsabile anche dell’arte di oggi, e non soltanto custode di un secolo ormai concluso. È la ragione per cui il museo continua ad acquisire opere di artisti in attività , invece di limitarsi a conservare quello che ha.
Una cosa che non ti dice nessuno sulla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea
Quello che quasi nessuna guida dice è che la Galleria Nazionale è, con ogni probabilità , il grande museo meno affollato di Roma in rapporto alla qualità di ciò che contiene. In una città dove per entrare alla Galleria Borghese serve prenotare con settimane di anticipo e dove davanti ai Musei Vaticani si formano code che girano attorno all’isolato, qui capita regolarmente di attraversare sale enormi con una manciata di altre persone, anche in alta stagione, anche nel fine settimana.
Perché resta fuori dai circuiti di massa
Le ragioni sono soprattutto geografiche e di percezione. Valle Giulia è fuori dal perimetro che la maggior parte dei visitatori di passaggio considera il centro di Roma: non si passa davanti alla Galleria Nazionale per caso mentre si va da piazza Navona alla Fontana di Trevi, bisogna decidere di andarci. A questo si aggiunge il fatto che l’arte moderna e contemporanea non è quasi mai la ragione per cui si viene a Roma la prima volta: chi ha tre giorni li dedica all’antichità e al barocco, e il Novecento resta un capitolo per chi torna. Il risultato è che uno dei musei più importanti d’Italia resta in gran parte affare di romani, studenti, appassionati e visitatori ripetenti.
Che cosa significa in pratica per chi visita
La conseguenza pratica è notevole e va sfruttata. Nelle sale della Galleria Nazionale si può fare quello che in altri musei romani è diventato impossibile: fermarsi davanti a un quadro per dieci minuti senza essere spinti, sedersi, tornare indietro a rivedere una sala, guardare un’opera da lontano e poi da vicino cambiando distanza tre o quattro volte. Per chi ha un interesse reale per la pittura, questa è una condizione di visita che vale da sola il viaggio fino a Valle Giulia, e che cambia radicalmente la qualità dell’esperienza rispetto a una visita compressa in una folla.
Il consiglio che ti do per visitare la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea
Il consiglio più utile è combinare la Galleria Nazionale con il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia nella stessa mattinata o nello stesso pomeriggio: i due musei distano poche decine di metri, sono entrambi statali, e messi in fila producono un contrasto che nessuna guida riesce a raccontare a parole. Da un lato la civiltà etrusca del settimo e sesto secolo avanti Cristo, con il Sarcofago degli Sposi e le terrecotte di Veio; dall’altro Klimt, Van Gogh, Burri e Fontana. Duemilacinquecento anni di distanza e cinque minuti a piedi.
Quanto tempo serve davvero
Per una visita onesta della sola Galleria Nazionale bisogna calcolare almeno due ore, che diventano tre se ci si ferma a leggere gli apparati e si visita anche la mostra temporanea in corso. Va tenuto presente un vincolo pratico indicato dal museo stesso: il titolo d’ingresso ha una validità di tre ore, limite introdotto per il controllo degli accessi e dell’affollamento. Chi ha solo un’ora a disposizione farà meglio a scegliere in anticipo due o tre nuclei da vedere con calma, per esempio il Canova, i divisionisti e il Novecento internazionale, invece di attraversare tutto correndo.
Il momento migliore della giornata e della settimana
Le prime ore del mattino, subito dopo l’apertura, sono il momento in cui le sale grandi ricevono la luce migliore dai lucernari e in cui il museo è più silenzioso. Il lunedì è giorno di chiusura, quindi va escluso dalla programmazione. Le prime domeniche del mese, quando l’ingresso ai musei statali è gratuito, portano qui molto più pubblico del solito e richiedono prenotazione: è un’ottima occasione per chi vuole risparmiare, ma è esattamente il giorno sbagliato per chi cerca il vantaggio principale di questo museo, cioè la calma.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Nel maggio del 1998 la Galleria Nazionale fu al centro di uno dei furti d’arte più clamorosi della storia recente italiana: dalle sale del museo sparirono tre dipinti, due di Vincent van Gogh, il giardiniere e l’arlesiana, e uno di Paul Cézanne, la veduta dei casolari di Jourdan. Il colpo avvenne in orario serale e fece scandalo non solo per il valore dei quadri, ma perché mise sotto accusa l’intero sistema di sicurezza dei musei statali italiani in un momento in cui il tema era ancora largamente sottovalutato.
Il ritrovamento e il ritorno in sala
La vicenda ebbe un esito fortunato: le opere furono recuperate e tornarono al museo, e oggi fanno di nuovo parte del patrimonio della Galleria Nazionale. Sui dettagli dell’operazione che portò al ritrovamento circolano ricostruzioni giornalistiche non del tutto concordanti, e per questo qui ci si limita al dato certo, cioè che i tre dipinti furono ritrovati e restituiti all’istituzione da cui erano stati sottratti. Chi oggi si trova davanti al giardiniere di Van Gogh guarda un quadro che per un certo periodo è stato considerato perduto.
La foto giusta da fare alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea
La foto che racconta meglio questo museo non è il primo piano di un capolavoro, ma l’inquadratura che mette insieme la scala dell’architettura e la piccolezza delle persone: una sala alta diversi metri, la luce che scende dal lucernario, una figura in piedi davanti a un’opera. È l’immagine che restituisce la sensazione reale della visita, cioè quella di muoversi dentro un edificio pensato per impressionare e riempito di opere che chiedono invece attenzione ravvicinata.
La facciata dall’esterno
Sul fronte esterno lo scatto migliore si ottiene dal marciapiede opposto del viale, dove si riesce a includere l’intera larghezza del portico con la scalinata in primo piano. La luce del mattino colpisce la facciata di taglio e mette in risalto i rilievi, mentre nelle ore centrali il bianco tende a bruciare. Un secondo punto di vista interessante si trova arretrando lungo il marciapiede in direzione di Villa Giulia, da cui si può inquadrare il palazzo in diagonale con gli alberi di Villa Borghese a incorniciare il campo.
Le sculture all’aperto e il verde
Gli spazi esterni e il giardino offrono le inquadrature più insolite, perché permettono di accostare nello stesso fotogramma una scultura contemporanea, l’architettura monumentale del 1911 e la vegetazione del parco. È il tipo di immagine che rende bene l’anomalia di questo museo, un contenitore ottocentesco nello spirito che ospita da un secolo l’arte che quello spirito ha messo in crisi.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il primo grande avvenimento che questo edificio ha ospitato è quello per cui è stato costruito: l’Esposizione internazionale del 1911, la rassegna con cui il Regno d’Italia celebrò i cinquant’anni dell’Unità e con cui Roma si presentò al mondo come capitale moderna. Il Palazzo delle Belle Arti fu il padiglione principale della sezione artistica, e da quella manifestazione nacque l’intero quartiere di Valle Giulia come lo conosciamo oggi, con le accademie straniere costruite lungo lo stesso viale.
Le mostre che fecero scandalo nel dopoguerra
Negli anni Cinquanta e Sessanta la Galleria Nazionale fu il terreno su cui si combatté una delle battaglie culturali più aspre dell’Italia repubblicana, quella sull’arte astratta e informale. Le mostre e gli acquisti promossi dalla direzione Bucarelli furono attaccati dalla stampa, contestati pubblicamente e discussi perfino in sede politica, con toni che oggi sembrano incredibili ma che raccontano un paese in cui il valore dell’arte contemporanea era ancora tutto da negoziare. È una storia che conviene tenere presente attraversando le sale dedicate a Burri e Fontana: quelle opere sono lì perché qualcuno le ha comprate a caro prezzo politico.
Il riallestimento del 2016 e il dibattito museologico
Più vicino a noi, l’inaugurazione di “Time is Out of Joint” nell’ottobre 2016 ha reso la Galleria Nazionale il centro di un confronto nazionale sul modo di allestire i musei d’arte moderna, sulla funzione della cronologia e sul rapporto fra spettacolarità e didattica. Pochi altri eventi museali italiani degli ultimi decenni hanno generato altrettante prese di posizione pubbliche, e il fatto che il dibattito sia proseguito negli anni successivi dimostra che il nodo sollevato allora non era una questione di gusto ma un problema reale di come si racconta l’arte a un pubblico non specialista.
Chi è passato dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea
La figura che ha attraversato più a lungo questo museo è Palma Bucarelli, direttrice dal 1941 al 1975, personaggio pubblico oltre che storica dell’arte, capace di muoversi fra il mondo accademico, la politica culturale e il jet set intellettuale romano del dopoguerra. La sua presenza è talmente legata all’identità della Galleria Nazionale che ancora oggi, a decenni di distanza, la storia del museo si divide implicitamente in un prima e un dopo di lei.
Gli artisti
Dalle sale di Valle Giulia sono passati, da vivi e da protagonisti, praticamente tutti i grandi nomi dell’arte italiana del Novecento: Giacomo Balla, che a Roma aveva studio e che del futurismo romano fu il maestro; Giorgio de Chirico, presenza costante e polemica nella vita artistica della capitale; Alberto Burri e Lucio Fontana, le cui opere furono acquisite quando erano ancora artisti divisivi e non classici riconosciuti; Renato Guttuso, figura centrale del realismo italiano e della vita culturale romana. Negli ultimi decenni si sono aggiunti gli artisti contemporanei invitati a realizzare progetti specifici per gli spazi del museo, una pratica che continua a portare qui autori italiani e internazionali in attività .
Il caffè, il giardino e i servizi del museo
La Galleria Nazionale è uno dei pochi musei romani in cui la sosta al caffè fa parte dell’esperienza e non è un ripiego. Il locale affacciato sul lato di via Gramsci, storicamente noto come Caffè delle Arti, occupa un ambiente elegante con spazio esterno fra il verde ed è frequentato anche da chi non entra al museo. Poiché la gestione dei servizi di ristorazione nei musei statali viene affidata con contratti che cambiano nel tempo, orari e formula del locale vanno verificati sul momento e non si possono dare per scontati.
Il giardino e gli spazi esterni
Attorno all’edificio si sviluppano aiuole, terrazze e spazi verdi che fanno da raccordo naturale con Villa Borghese e che ospitano nel tempo sculture e installazioni di grande formato. È uno dei motivi per cui conviene arrivare con qualche minuto di anticipo rispetto all’orario di ingresso previsto: il giro esterno dell’edificio, con la vista sul verde del parco e sulle facciate delle accademie vicine, è una parte della visita che non costa nulla e che moltissimi visitatori saltano.
AccessibilitÃ
L’ingresso accessibile della Galleria Nazionale si trova in via Antonio Gramsci 71, sul lato opposto rispetto alla scalinata monumentale di viale delle Belle Arti, e consente di entrare evitando i gradini. L’ingresso è gratuito per le persone con disabilità e per l’accompagnatore. Le sale interne, essendo grandi e in gran parte sullo stesso livello, si prestano bene alla visita in sedia a rotelle, ma per i dettagli sui collegamenti verticali e sui servizi dedicati conviene contattare il museo prima della visita.
Orari, biglietti e informazioni pratiche
La Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea è aperta dal martedì alla domenica dalle 9 alle 19, con ultimo ingresso 45 minuti prima della chiusura, ed è chiusa il lunedì. Il biglietto intero costa 15 euro, il ridotto per i cittadini dell’Unione europea fra i 18 e i 25 anni costa 2 euro e l’ingresso è gratuito per i minori di 18 anni. Il titolo d’ingresso ha una validità di tre ore. Questi dati sono ripresi dalle informazioni pubblicate dal museo sul proprio sito ufficiale e possono cambiare: trattandosi di un museo statale con programmazione di mostre temporanee, conviene sempre ricontrollare prima di partire.
Riduzioni e gratuitÃ
Oltre al ridotto per la fascia 18-25 anni, il museo prevede tariffe agevolate legate ad alcune convenzioni, fra cui un biglietto ridotto per chi possiede il titolo di ingresso della Galleria Borghese e una riduzione legata alla card dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, che ha sede all’Auditorium Parco della Musica poco distante. L’ingresso è gratuito, fra gli altri, per le persone con disabilità e il loro accompagnatore, per i soci ICOM, per le guide turistiche abilitate e per i dipendenti del Ministero della cultura. La gratuità si applica inoltre nelle prime domeniche del mese, per le quali è richiesta la prenotazione, e in alcune giornate celebrative dell’anno.
Domande frequenti sulla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea
Quanto costa il biglietto della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea?
Il biglietto intero della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma costa 15 euro secondo le informazioni pubblicate dal museo sul proprio sito ufficiale. È previsto un ridotto di 2 euro per i cittadini dell’Unione europea fra i 18 e i 25 anni e l’ingresso gratuito per i minori di 18 anni, per le persone con disabilità con accompagnatore e nelle prime domeniche del mese, per le quali serve prenotare. Le tariffe possono variare in occasione delle mostre temporanee.
Quali sono gli orari della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea?
La Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea è aperta dal martedì alla domenica dalle 9 alle 19, con ultimo ingresso 45 minuti prima della chiusura. Il giorno di chiusura settimanale è il lunedì. Poiché gli orari dei musei statali possono cambiare per festività , mostre o esigenze di servizio, conviene ricontrollare sul sito ufficiale del museo il giorno prima della visita.
Come si arriva alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea con i mezzi?
La Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea si trova in viale delle Belle Arti 131, servita dal tram che ferma proprio davanti al museo. Dalla stazione Flaminio della metropolitana A si può proseguire con il tram che risale via Flaminia fino alla fermata Belle Arti, a pochi minuti a piedi. Chi si trova già dentro Villa Borghese può raggiungere il museo a piedi in una ventina di minuti attraversando il parco.
Quanto tempo serve per visitare la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea?
Per visitare la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea servono almeno due ore, che diventano tre includendo la mostra temporanea in corso e una sosta al caffè. Il museo indica che il titolo d’ingresso ha una validità di tre ore. Chi ha meno tempo conviene che scelga in anticipo due o tre nuclei della collezione, per esempio Canova, i divisionisti e il Novecento internazionale.
Quali opere famose si trovano alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea?
Alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea si trovano il gruppo scultoreo di Antonio Canova dedicato a Ercole e Lica del 1815, le tre età della donna di Gustav Klimt del 1905, due ritratti di Vincent van Gogh, un paesaggio tardo di Paul Cézanne, un dipinto di ninfee di Claude Monet, un nudo di Amedeo Modigliani e opere di Boccioni, Balla, de Chirico, Burri e Fontana. Le rotazioni e i prestiti possono rendere temporaneamente non esposta una singola opera.
La Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea è adatta ai bambini?
La Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea funziona bene con i bambini perché le sale sono ampie, le opere spesso grandi e immediatamente sorprendenti, e l’ingresso è gratuito per i minori di 18 anni. Il museo si trova inoltre sul bordo di Villa Borghese, dove dopo la visita si possono raggiungere in pochi minuti il Bioparco, la Casina di Raffaello e ampi spazi verdi.
Si possono fare fotografie dentro la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea?
Nella Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea le fotografie per uso personale sono generalmente ammesse nelle sale della collezione, senza flash e senza cavalletto. Possono però esistere limitazioni per le mostre temporanee e per le opere in prestito, i cui diritti appartengono ad altri soggetti: la regola valida è sempre quella indicata dalla segnaletica all’ingresso della singola sala e dal personale di sorveglianza.
La Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea è accessibile alle persone con disabilità ?
La Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea dispone di un ingresso accessibile in via Antonio Gramsci 71, che evita la scalinata monumentale del fronte principale, e prevede l’ingresso gratuito per le persone con disabilità e per l’accompagnatore. Le sale sono ampie e in gran parte sullo stesso livello: per informazioni specifiche su percorsi e servizi dedicati conviene contattare il museo prima della visita.
Cosa vedere vicino alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea?
Vicino alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea si trovano il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, a poche decine di metri sullo stesso viale, Villa Medici e le accademie straniere di Valle Giulia, il Museo Carlo Bilotti e il Museo Pietro Canonica dentro Villa Borghese, e il Museo Hendrik Christian Andersen poco oltre, verso il Tevere.
Un ultimo consiglio per chi organizza l’itinerario
La Galleria Nazionale funziona meglio come meta di una mezza giornata dedicata a Valle Giulia che come tappa incastrata fra due monumenti del centro. Chi ha già visto Roma antica e barocca e torna in città per la seconda o la terza volta trova qui, insieme al Museo Etrusco e alle accademie del viale, uno dei quartieri più interessanti e meno battuti della capitale, con il vantaggio non trascurabile di poter concludere la giornata con una passeggiata dentro Villa Borghese fino alla terrazza del Pincio.
Chi sta costruendo un itinerario più ampio nel centro di Roma, incrociando questa tappa con i musei di Villa Borghese e con il quartiere Flaminio, può trovare utili strumenti di pianificazione su Tour Leader Pro, mentre per un quadro più ampio sui trasporti e sulle mete del Lazio è una buona risorsa Italy Planner.
Prepara la visita
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Biglietti e salta-fila
Ingressi a orario per Colosseo, Vaticani e i grandi musei: si prenotano prima e si salta la fila alla cassa.
Visite guidate
Tour con guide abilitate in città e fuori porta, anche in piccoli gruppi.
Pass musei e trasporti
Un solo pass per più ingressi e per i mezzi: fai due conti sulle visite che hai in programma prima di comprarlo.



