Palazzo delle Esposizioni
Il Palazzo delle Esposizioni è a via Nazionale 194, 00184 Roma, sul tratto alto della strada che sale dal Foro di Traiano verso piazza della Repubblica, con gli ingressi secondari di via Milano 13, 15 e 19 e quello di via Piacenza, che serve il cinema, l'auditorium e il ristorante. Si arriva con la metro A scendendo a Repubblica, oppure con la metro B fermandosi a Cavour: da entrambe sono meno di dieci minuti a piedi. In superficie fermano davanti al portico le linee 64, 70, 71, 117, 170 e H, fermata Nazionale/Palazzo Esposizioni; chi arriva a Termini prende uno di questi bus da piazza dei Cinquecento e scende dopo quattro fermate in direzione piazza Venezia. L'orario è da martedì a domenica dalle 10 alle 20, con ultimo ingresso alle 19; il lunedì è giorno di chiusura, e nel 2026 la chiusura estiva copre i giorni dal 13 al 28 agosto. Il centralino è 06 696271. Il biglietto non è unico: cambia da mostra a mostra, alcune rassegne sono a ingresso gratuito e la vendita passa dal circuito CoopCulture, quindi il prezzo aggiornato conviene leggerlo sulla biglietteria del sito ufficiale prima di uscire di casa. Libreria, caffè e attraversamento dell'asse centrale restano invece accessibili senza biglietto: è una scelta antica della casa, e ci torneremo.
Confronta le esperienze a Roma
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✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
Questo listing fa parte dell'itinerario dei musei di Roma, dove trovate anche le altre sedi espositive della città che ruotano intorno al Quirinale e a via Nazionale.
Che cosa è davvero il Palazzo delle Esposizioni
Conviene chiarirlo subito, perché è la fonte di metà degli equivoci: il Palazzo delle Esposizioni non è un museo. Non possiede una collezione permanente, non ha sale con opere fisse da rivedere ogni cinque anni per ritrovarle uguali. È una macchina espositiva, una Kunsthalle, un contenitore progettato nel 1880 per riempirsi e svuotarsi. Quello che vedete oggi, tra sei mesi non ci sarà più. Chi entra aspettandosi la Galleria Borghese esce deluso; chi entra sapendo che dentro c'è un cantiere culturale permanente esce con la sensazione di avere visto la città al lavoro.
Le dimensioni aiutano a capire la scala della cosa: circa diecimila metri quadrati complessivi, di cui oltre tremila destinati alle sale espositive, distribuiti su tre livelli collegati da scale monumentali, scaloni laterali e ascensori. Dentro ci sono una Sala Cinema, un Auditorium, il Forum, un laboratorio d'arte per la didattica, uno spazio di lettura, una libreria specializzata, una caffetteria e un ristorante ricavato sotto la volta vetrata della Serra. È l'edificio che nella Roma umbertina ha inventato il mestiere di ospitare arte contemporanea in modo continuativo, ed è ancora quello che lo fa con la programmazione più larga: pittura antica e video installazioni, fotogiornalismo e archeologia, scienza e cinema, spesso nello stesso trimestre e sotto lo stesso tetto.
La formula ufficiale lo definisce il più grande spazio espositivo interdisciplinare del centro di Roma, e per una volta la formula ufficiale non esagera. Dal 1883 in poi qui sono passati Rothko e Kubrick, De Chirico e Calder, Mario Ceroli e Bill Viola, gli americani dell'avanguardia e i pittori del realismo socialista, i fotografi del National Geographic e Robert Doisneau, Mimmo Jodice e Helmut Newton, i reportage che hanno fissato la Rivoluzione messicana e la Primavera di Praga. Nessun altro indirizzo romano ha una lista di passaggi altrettanto disordinata e altrettanto istruttiva.
Come arrivare al Palazzo delle Esposizioni
In metropolitana e a piedi
Le due fermate utili sono Repubblica sulla linea A e Cavour sulla linea B. Da Repubblica si imbocca via Nazionale e si scende in leggera discesa per circa settecento metri: il palazzo compare sulla sinistra, riconoscibile dall'arco profondo del portico e dalla fila di statue sulla balaustra. Da Cavour si sale per via Cavour fino a largo Visconti Venosta e si taglia su via Panisperna, un percorso più ripido ma più bello, che attraversa il Rione Monti vero, quello delle botteghe e dei vicoli storti. Consiglio non richiesto: se avete tempo, scendete a Cavour anche quando è più scomodo, perché arrivare al Palazzo dal basso di Monti significa vederlo emergere sopra i tetti invece di trovarselo addosso.
In autobus e in auto
Il capolinea di fatto è la fermata Nazionale/Palazzo Esposizioni, servita dalle linee 64, 70, 71, 117 e 170 e dalla H. Il 64 è la linea che collega Termini a San Pietro passando per corso Vittorio: è la più frequente e anche la più affollata, quindi tenete lo zaino davanti. La 117 è una minilinea elettrica che si infila nel centro storico ed è il modo più civile per raggiungere il palazzo da via del Corso. In auto, semplicemente, non venite: via Nazionale è un asse di scorrimento senza soste possibili, il traforo Umberto I scarica traffico proprio sotto la scalinata e la Zona a Traffico Limitato del Tridente è a due passi. Chi proprio deve arrivare in macchina lasci l'auto nei parcheggi di superficie della zona Termini e faccia gli ultimi minuti a piedi.
Gli ingressi del Palazzo delle Esposizioni
L'ingresso monumentale è quello di via Nazionale 194, sotto l'arco, in cima alla scalinata. Ma il palazzo ha altri accessi che vale la pena conoscere, perché sono privi di barriere architettoniche e spesso più rapidi: via Milano 13 porta alle mostre, agli eventi, al Laboratorio d'arte, al Forum, allo Scaffale d'arte e al caffè; via Milano 15 e 19 servono la libreria e il caffè; via Piacenza è la porta del cinema, dell'auditorium e del ristorante. Ai piccoli dislivelli degli ingressi di via Milano sono raccordate rampe metalliche antiscivolo. Un dettaglio che nessuno racconta mai: il retro su via Milano è la facciata operativa dell'edificio, quella da cui entrano le opere, i cataloghi e il personale, e girarci intorno prima di entrare fa capire meglio l'impianto del palazzo di quanto non faccia la fotografia frontale.
Orari, biglietti e ingressi gratuiti al Palazzo delle Esposizioni
Gli orari del Palazzo delle Esposizioni
Da martedì a domenica, dalle 10 alle 20, con accesso consentito fino a un'ora prima della chiusura. Il lunedì il palazzo è chiuso, salvo aperture straordinarie in occasione di festività o di ultimi giorni di mostra, che vengono annunciate volta per volta. Nell'estate 2026 la sosta è dal 13 al 28 agosto. In pratica, l'orario serale è il vero regalo: alle 18 di un martedì di novembre le sale del piano monumentale sono quasi vuote e la luce artificiale dei plafoni mobili disegnata da Michele De Lucchi restituisce alle opere una resa che alle undici del mattino, con la luce zenitale piena, non si ottiene.
Quanto costa il biglietto del Palazzo delle Esposizioni
Qui la risposta onesta è che dipende. Il Palazzo delle Esposizioni non ha un biglietto fisso da museo civico: ogni mostra ha il suo titolo di accesso, alcune rassegne fotografiche e documentarie sono a ingresso libero, altre grandi mostre hanno un intero e un ridotto, e capita che due mostre in corso contemporaneamente si comprino con un biglietto cumulativo. La vendita online passa dal circuito CoopCulture e il listino aggiornato è sulla pagina della biglietteria del sito ufficiale, insieme alle riduzioni per giovani, over, gruppi e scuole. Chi frequenta la casa più di due volte l'anno faccia due conti sulle formule di membership, che esistono in versione individuale, doppia, junior e senior, e che si ripagano rapidamente: la card dà anche riduzioni presso altre istituzioni, dal MAXXI alla Fondazione Palazzo Strozzi di Firenze, dal MART di Trento e Rovereto a Palazzo Grassi e Punta della Dogana, oltre a sconti in una lunga lista di teatri romani e alla Casa del Cinema.
Che cosa si vede senza biglietto
Questa è la parte che quasi nessuno sfrutta. L'attraversamento dell'asse centrale, dall'ingresso monumentale fino all'ala posteriore, è stato reso accessibile senza pagare fin dagli anni della prima gestione autonoma, ed è una scelta che discende direttamente dall'idea di Piacentini di un edificio che si potesse guardare e traguardare «dalla strada verso l'interno e dall'interno verso la strada». Significa che potete entrare, salire lo scalone, affacciarvi sulla Rotonda, prendere un caffè, comprare un catalogo e uscire senza avere speso un euro di biglietto. Non è un trucco: è l'impianto stesso del palazzo. Chi ha mezz'ora buca in centro e vuole capire com'è fatto un edificio espositivo ottocentesco ha qui la lezione più economica di Roma.

Roma capitale, via Nazionale e la nascita del Palazzo delle Esposizioni
Perché proprio via Nazionale
Per capire dove siamo bisogna tornare al 1874, quando fu completata la nuova stazione ferroviaria su progetto di Salvatore Bianchi. Roma era capitale da appena quattro anni e si trovava con un problema logistico grosso: chi arrivava in treno sbarcava in un'area periferica rispetto alla città storica, e non c'era un asse che lo portasse dentro. Via Nazionale nacque per risolvere quel problema. Il suo tracciato fu impostato in relazione con piazza Esedra, allora chiamata piazza delle Terme, che Gaetano Koch disegnò tra il 1886 e il 1890 riprendendo l'andamento curvo dell'esedra delle Terme di Diocleziano: un richiamo all'antico che Michelangelo aveva già proposto tre secoli prima costruendo Santa Maria degli Angeli dentro il frigidarium. Dalla grande piazza, luogo monumentale di accoglienza per chi scendeva dal treno, via Nazionale portava fino a piazza Venezia e quindi dentro la città storica.
Su questo asse, e non altrove, il Comune decise di piantare l'edificio che doveva rappresentare la vocazione culturale della capitale. Le scelte urbanistiche di quegli anni, la collocazione degli edifici rappresentativi, gli esiti dei concorsi, provocarono un dibattito acceso: si trattava di costruire una città moderna dentro un tessuto urbano complicatissimo, dove ogni decisione rischiava di aprire una frattura irreparabile. Il sindaco Luigi Pianciani mise la questione per iscritto nel 1882 con una frase che vale ancora oggi: «Roma è il primo museo del mondo, ma non è una capitale che soddisfi i bisogni del presente. Non è un Comune da amministrare, è la massima delle metropoli antiche da rispettare, una metropoli moderna da creare».
I due concorsi per il Palazzo delle Esposizioni
Il primo bando uscì nel 1876 ed era di una vaghezza che oggi farebbe cadere le braccia: non stabiliva l'area, lasciata alla libera scelta dei progettisti, e non indicava la cifra stanziata. Diceva soltanto, quanto a consistenza, che «il fabbricato per l'Esposizione nazionale predetta dovrà occupare, sopra un'area da designarsi, lo spazio di metri quadrati 4.000, avrà due soli piani e sarà possibilmente circondato da giardini». Con quelle indicazioni arrivarono quaranta progetti, esposti al Collegio Romano; ci fu chi propose di costruire il palazzo a piazza del Popolo.
Poco più di un anno dopo il Comune bandì un secondo concorso, questa volta indicando l'area di via Nazionale come la più idonea al carattere rappresentativo dell'edificio. I progetti presentati furono settantaquattro. Dopo molte polemiche e parecchie indecisioni dentro la commissione giudicatrice vinse Pio Piacentini, che aveva presentato il suo elaborato sotto il motto «Sit quod vis simplex et unum», sia semplice e unitario ciò che vuoi fare. Il motto, preso da Orazio, era una dichiarazione di guerra all'eclettismo dilagante, e infatti fu proprio quella scelta a scatenare la campagna di stampa più feroce.
Chi era Pio Piacentini
Piacentini era nato a Roma nel 1846 e si era formato all'Accademia di San Luca, di cui sarebbe poi diventato presidente. Da quella scuola aveva assorbito la tendenza purista che aveva dominato la città sotto Pio IX: attenzione al disegno, misura, rifiuto della decorazione ridondante. Come molti architetti romani della sua generazione, eredi di una cultura accademica solida, curava il progetto più del contesto urbano in cui l'edificio sarebbe finito. Nel caso del Palazzo delle Esposizioni, però, il contesto era impossibile da ignorare: lo spazio era stretto, il margine di accesso sulla strada limitato, il dislivello rispetto a via Nazionale accentuato dall'abbassamento della carreggiata per la costruzione del traforo. Piacentini se ne rese conto e per anni cercò soluzioni che non gli furono mai approvate. È il nome che oggi molti romani conoscono solo attraverso il figlio, Marcello Piacentini, l'architetto della via della Conciliazione e della Città Universitaria: il padre merita di essere ricordato per conto suo, e questo edificio è il motivo.
I lavori cominciarono nel 1880. La lapide sul fronte registra l'anno 1882 con la formula «REGNANDO UMBERTO I IL COMUNE DI ROMA EDIFICÒ AD ESPOSIZIONE DI BELLE ARTI CONTRIBUENDO STATO E PROVINCIA L'ANNO MDCCCLXXXII». L'apertura al pubblico avvenne però il 21 gennaio 1883, con una cerimonia solenne alla presenza del re, che è la data che il palazzo festeggia come propria.
La facciata del Palazzo delle Esposizioni
L'arco, il portico e la questione delle finestre
Visto da via Nazionale, l'edificio si presenta come una massa compatta bucata al centro da un'apertura ad arco profonda, un arco di trionfo abitabile. L'effetto monumentale è tutto concentrato lì: il piano superiore arretra, i prospetti laterali restano chiusi e ritmati da lesene, le superfici piene prevalgono di gran lunga sui vuoti. Confrontato con gli altri settantatré progetti presentati al concorso, quello di Piacentini era il meno eclettico: la tradizione classicista, cioè l'arco trionfale, la scansione a lesene delle pareti esterne, la centralità e la simmetria degli spazi interni, veniva raffreddata dalla ricerca di uno stile internazionale invece che di uno stile nazionale.
Fu proprio questo a scatenare la rissa. «Un edificio senza finestre» divenne lo slogan della polemica giornalistica, e l'accusa di aver ceduto all'influenza francese invece di aderire a uno stile italiano spaccò la stessa commissione giudicatrice. Il problema dello stile era il nervo scoperto del dibattito architettonico dell'epoca: la ricerca di uno stile nazionale coincideva per lo più con il recupero degli stili storici, dove il classicismo non era più il riferimento esclusivo. Le critiche, però, non coglievano il punto tecnico. La mancanza di finestre non era un capriccio: serviva a creare all'interno superfici continue, pareti su cui appendere, che rispondessero al massimo alle esigenze espositive. La luce arrivava dall'alto, attraverso le coperture in ferro e vetro, e la luce zenitale era esattamente quella che nell'Ottocento si riteneva la più adatta a guardare i quadri. Piacentini aveva ragione e i critici avevano torto: è raro poterlo dire con questa sicurezza a centoquarant'anni di distanza.
Le statue e la scalinata del Palazzo delle Esposizioni
Le statue che oggi qualificano la facciata furono collocate alla fine degli anni ottanta dell'Ottocento, quindi dopo l'inaugurazione, ma rispondevano a un'intenzione decorativa che l'architetto aveva previsto fin dal progetto. Gli autori sono scultori accademici romani, Cencetti, Biggi, Aureli, Trabacchi, Ferrari, Galletti e altri, e i soggetti sono altrettanto accademici: in alto l'Arte sorretta dalla Pace e dallo Studio, sui quattro pilastri del portico l'Architettura, la Scultura, la Pittura e l'Arte industriale, lungo le balaustre dodici artisti del passato. Vale la pena fermarsi un minuto su quella quarta allegoria del portico: nel 1883 mettere l'Arte industriale accanto alle tre arti maggiori era una presa di posizione, il riconoscimento che il disegno applicato alla produzione aveva la stessa dignità della pittura da cavalletto. Era il linguaggio delle grandi esposizioni universali, ed è la ragione per cui questo edificio si chiama Palazzo delle Esposizioni e non Palazzo delle Belle Arti.
La scalinata è invece il residuo di una battaglia persa. Piacentini era ossessionato dal problema del collegamento tra l'edificio e gli spazi esterni: lo spazio disponibile era angusto e sacrificava il carattere monumentale del progetto. Provò tre strade. La prima fu smontare la chiesa di San Vitale e riedificarla dentro un giardino, così da liberare un largo intorno al palazzo. La seconda fu riallineare la chiesa all'asse stradale e portarla allo stesso livello del Palazzo. La terza, la più bella, fu ideare una scalinata di accesso a doppia rampa che abbracciasse la base dell'edificio con un movimento quasi barocco, per rimediare all'isolamento accentuato dall'abbassamento della strada. Nessuna delle tre passò. All'architetto restò da realizzare due ulteriori livelli della scalinata esterna, ed è quello che oggi saliamo. Quando vi sedete sui gradini, come fanno tutti nei pomeriggi tiepidi, state occupando il monumento a un progetto bocciato.
La chiesa di San Vitale sotto il livello della strada
A pochi metri dal palazzo, sul lato opposto e in basso, c'è la chiesa che Piacentini voleva smontare: San Vitale, di fondazione paleocristiana, consacrata nel 402 sotto papa Innocenzo I. Oggi il suo sagrato si trova diversi metri sotto il piano stradale, in fondo a una scala stretta, perché via Nazionale fu costruita a una quota molto più alta di quella antica. È il modo più rapido per rendersi conto di quanto l'Ottocento abbia rialzato questo pezzo di città, e spiega meglio di qualsiasi disegno perché il Palazzo delle Esposizioni abbia quel basamento e quella scalinata. Guardate le due cose insieme e capirete l'intero problema urbanistico che Piacentini si è portato dietro per vent'anni.
La Rotonda e l'impianto interno del Palazzo delle Esposizioni
Sei sale che convergono
L'interno è la parte che sorprende chi entra per la prima volta. Il piano monumentale è organizzato secondo un principio semplice e rigoroso: sei ampie sale convergono verso la Rotonda centrale, e le due metà dell'edificio sono speculari, cosicché il percorso può essere letto in continuo, sia in orizzontale sia in verticale. Il carattere aulico si riconosce soprattutto negli elementi decorativi, gli stucchi, il cassettonato dei soffitti, la marmoridea che riveste parte del colonnato. La marmoridea è una finta pietra ottocentesca, un impasto lucidato che imita il marmo: cercatela sulle colonne e passateci sopra la mano, perché è un materiale che si è quasi perso e che il restauro ha recuperato con pazienza.
Costantino Dardi, l'architetto che cent'anni dopo ha riportato il palazzo il più vicino possibile al progetto originario, descriveva questo spazio interno come uno spazio «soprattutto segnato dal tema della visibilità: guardare e traguardare appare obiettivo costante della progettazione, dalla strada verso l'interno e dall'interno verso strada, dall'alto in basso e dal basso in alto, dalle scale alle sale e dalle sale alle scale, aprendo prima lo sguardo alle viste lunghe e successivamente diaframmando queste con telai, cornici, riquadri, schermi che in alcune aree virano alla penombra la luminosità del palazzo». È la definizione più esatta che sia stata scritta su questo edificio, e conviene tenerla in testa mentre si cammina: quasi ogni punto del palazzo è un punto da cui si vede un altro punto del palazzo.
La Serra vetrata e l'affaccio verso il Quirinale
Nella parte posteriore, in origine, l'edificio era coperto da un'ampia volta in ferro e vetro. Era uno spazio trasparente che, nelle intenzioni di Piacentini, doveva ricollegare l'interno con i giardini esterni verso il Quirinale: un giardino d'inverno dentro un palazzo espositivo, un'idea del tutto ottocentesca e insieme del tutto moderna. Quella volta fu demolita nel 1930, come vedremo, e ricostruita in chiave contemporanea nel cantiere dei primi anni Duemila. Oggi la Serra è uno spazio di circa duemila metri quadrati complessivi, progettato in chiave bioclimatica con tecnologie e materiali attuali, e ospita il ristorante del palazzo. Chi ci sale la sera d'inverno, quando il vetro riflette le luci di via Milano, capisce che cosa avesse in mente Piacentini centoquaranta anni fa.
Il Palazzo delle Esposizioni sala per sala: il percorso di visita
Livello 0: lo Spazio Fontana, la libreria, il caffè, il Laboratorio d'arte
Si entra dal basso più spesso di quanto si creda, perché gli ingressi di via Milano portano direttamente al livello inferiore, quello ricavato nel 1930 quando fu demolita la serra e costruito un solaio. Qui oggi sono concentrate le funzioni di accoglienza e le attività commerciali ed educative: la libreria, che è un centro specializzato in arte con un merchandising dedicato; il caffè; lo Scaffale d'arte; il Forum, sala polifunzionale che ospita incontri, presentazioni e proiezioni; il Laboratorio d'arte, cioè il cuore della didattica per le famiglie e per le scuole. Al centro c'è lo Spazio Fontana, l'ambiente che dà il nome a quella parte del livello 0, dotato di sedute e usato come punto di sosta e di orientamento: se avete un appuntamento dentro il palazzo, datevelo lì, perché è l'unico luogo che tutti trovano al primo colpo.
Le sale di questo livello hanno avuto una storia espositiva propria e importante, che racconteremo più avanti parlando delle Project Rooms. Per ora basti dire che sono gli ambienti in cui il palazzo ha ospitato le ricerche più sperimentali, e che chi sale direttamente al piano monumentale senza dare un'occhiata quaggiù di solito si perde la parte più viva della programmazione.
Livello 1: il piano monumentale e la Rotonda del Palazzo delle Esposizioni
È il piano delle grandi mostre, quello con le sei sale intorno alla Rotonda, gli stucchi, i cassettoni e i lucernari. Storicamente qui sono state allestite le esposizioni di arte antica, moderna e contemporanea di maggiore impegno, spesso interdisciplinari, spesso con una varietà di materiali che va dai dipinti ai documenti d'archivio ai filmati. La Rotonda è anche il luogo in cui i curatori si giocano l'apertura della mostra: essendo il fulcro visivo dell'intero edificio, l'opera che ci viene messa dentro diventa automaticamente la copertina dell'esposizione. Guardatela dall'alto affacciandovi dalle balconate interne, e poi tornate a guardarla dal centro: sono due edifici diversi.
Un'osservazione da chi ci porta gruppi da anni: la Rotonda ha un'acustica difficile e nelle giornate affollate diventa una camera di riverbero. Se dovete ascoltare una spiegazione, chiedete alla guida di farla in una delle sale laterali e di usare la Rotonda solo come snodo. Il palazzo è progettato per essere attraversato, non per essere ascoltato in piedi al centro.
Livello 2: le sale grandi, le sale piccole e lo spazio anulare
Il piano superiore è idealmente diviso in due zone. Nelle sale più grandi hanno trovato posto le mostre monografiche e quelle costruite intorno a un nucleo tematico preciso, come «Il volto di Cristo» organizzata per il Giubileo del 2000. Nelle sale più piccole, che spesso si estendono anche allo spazio anulare di collegamento tra le due parti dell'edificio, si è concentrata con una continuità eccezionale la programmazione fotografica. Quello spazio anulare è il segreto meglio custodito dell'edificio: è un corridoio curvo, stretto, con una luce diversa da tutto il resto, e le mostre di fotografia che ci vengono montate hanno un ritmo di lettura che nessuna sala rettangolare consente. Se il palazzo ha in corso una mostra fotografica, cominciate da lì e non dalla sala grande.
Alla base degli scaloni e nelle salette laterali di questo livello, come nella Rotonda al piano di sotto e nello Spazio Fontana in basso, sono state disposte sedute: il palazzo ha lavorato molto sui punti di sosta, e chi visita con persone anziane o con bambini piccoli farebbe bene a mappare mentalmente queste tre stazioni prima di cominciare.
La Sala Cinema del Palazzo delle Esposizioni
Fra le tre sale attrezzate ricavate nel cantiere degli anni Duemila, il Cinema, l'Auditorium e il Forum, la prima è quella che ha cambiato il rapporto della città con questo indirizzo. Il palazzo indica una capienza di 139 posti per la Sala Cinema e di 90 per l'Auditorium; entrambe hanno due postazioni riservate ai visitatori su sedia a ruote nella prima fila, e vi si accede in modo diretto dall'ingresso di via Piacenza. La programmazione non è quella di una sala commerciale: retrospettive, cicli d'autore, rassegne legate alle mostre in corso, documentari sull'arte, restauri di pellicole, incontri con registi. È l'erede diretta di quella «sala multimediale» e di quel «piccolo, ben attrezzato spazio teatrale» che Costantino Dardi aveva voluto negli anni ottanta nella linea di un'attività multidisciplinare, ed è la ragione per cui il Palazzo delle Esposizioni può tenere aperto la sera anche quando le sale espositive hanno chiuso.
Opinione netta: la Sala Cinema di via Nazionale è la più sottovalutata di Roma. Ha un cartellone che regge il confronto con quello della Casa del Cinema di Villa Borghese e con le rassegne del Palazzo, prezzi bassi, poltrone comode e una posizione che consente di uscire alle undici di sera e trovarsi in dieci minuti a piazza Venezia. Se dovete scegliere un solo motivo per iscrivervi alla membership del palazzo, è questo.
Lo Scaffale d'arte, l'aula studio e la sala di lettura del Palazzo delle Esposizioni
Al livello 0, accanto al caffè, il palazzo mantiene una funzione che pochi visitatori conoscono: un presidio di lettura e consultazione dedicato ai libri d'arte, lo Scaffale d'arte, e un'aula studio attrezzata con ventiquattro postazioni. Non è una biblioteca di conservazione, con magazzini e prestito interbibliotecario: è un ambiente di consultazione e di lavoro, pensato per chi vuole leggere un catalogo prima o dopo la mostra, per gli studenti che preparano un esame di storia dell'arte contemporanea e per chi ha bisogno di tre ore di silenzio in centro. Ventiquattro postazioni sono poche, quindi nei periodi di sessione universitaria arrivano presto.
Chi cerca invece una biblioteca vera nel raggio di dieci minuti la trova poco più giù, verso il centro: e chi vuole vedere che cosa significhi una sala di lettura storica romana faccia una deviazione fino alla Biblioteca Angelica, che è tutt'altro pianeta e merita il viaggio. Ma per il compito preciso di sedersi con un catalogo appena comprato, lo spazio del livello 0 del Palazzo delle Esposizioni è imbattibile, perché il catalogo lo avete comprato dieci metri più in là.
La libreria e il ristorante del Palazzo delle Esposizioni
Il bookshop
La libreria è un centro specializzato in arte, con un fondo che va molto oltre i cataloghi delle mostre in corso: architettura, fotografia, design, teoria, cataloghi ragionati, riviste internazionali, oltre al merchandising dedicato. Si accede senza biglietto dagli ingressi di via Milano 15 e 19. È una delle poche librerie d'arte del centro storico che tengano ancora un assortimento serio invece che tre scaffali di gadget, e da sola giustifica una sosta. Consiglio pratico: i cataloghi delle mostre concluse restano in vendita e spesso scendono di prezzo, quindi se una mostra vi era piaciuta e non avevate comprato il volume, tornate sei mesi dopo.
Il ristorante sotto la Serra
Il ristorante occupa lo spazio della Serra ricostruita, il volume vetrato progettato da Paolo Desideri nel cantiere dei primi anni Duemila, ed è dimensionato per un numero di coperti che le fonti della casa hanno indicato in modo non sempre concorde, intorno alle duecentocinquanta persone. Quello che conta per il visitatore è che si tratta di un ambiente sotto una copertura trasparente, con affaccio sulla città verso il Quirinale, raggiungibile dall'ingresso di via Piacenza anche senza avere visitato alcuna mostra. La caffetteria, più informale, è al livello 0 e serve pranzi rapidi. Regola di sopravvivenza: nei giorni di apertura di una grande mostra il caffè si intasa tra le 13 e le 14.30, quindi o si mangia alle 12.15 o si aspettano le 15.

Gli Amatori e Cultori, le Secessioni romane e le prime stagioni espositive
Dall'anno successivo all'inaugurazione e per oltre tre decenni, il Palazzo delle Esposizioni fu la sede permanente delle mostre della Società degli Amatori e Cultori di Belle Arti, un'associazione fondata nel 1829 che riuniva gli artisti considerati più rappresentativi fra quelli attivi a Roma insieme a esponenti del potere, nobili, mecenati, intellettuali e accademici. Era una società nata nel clima della Roma papale, di cultura conservatrice, rivolta soprattutto all'ambiente artistico romano, benché fosse stata sostenuta da personalità di respiro europeo come Bertel Thorvaldsen e Horace Vernet, e avesse avuto come presidente onorario il re Ludwig di Baviera.
Il risultato fu che le mostre di via Nazionale rispecchiarono una visione estremamente conservatrice, più conservatrice di quella di altre sedi italiane, e che a Roma mancò quella funzione di vetrina internazionale che di lì a pochi anni assunse invece la Biennale di Venezia, nata nel 1895. È il grande appuntamento mancato dell'arte romana moderna, e vale la pena dirlo senza giri di parole: il palazzo c'era, l'occasione c'era, la cultura che lo governava non era all'altezza.
Un tentativo di aggiornamento arrivò con le quattro edizioni della Esposizione Internazionale d'Arte della Secessione, che ebbero luogo qui dal 1913 al 1916. L'intento era documentare, sia pure con ritardo, quanto avveniva all'estero e il lavoro degli artisti che in Italia si ispiravano a un modernismo diffuso, dalla pittura alla scultura all'architettura alle arti applicate. A Roma non si era infatti avvertito quel fenomeno di rinnovamento profondo del gusto e delle forme espressive che in Francia, in Germania e in Austria era passato sotto il nome di Secessione. Le quattro mostre romane restano il momento in cui la città provò a rimettersi in pari, e la data di chiusura, 1916, dice da sola perché l'esperimento si sia fermato.
Le Quadriennali al Palazzo delle Esposizioni
La delibera del 1927 e la prima Quadriennale del 1931
Nel 1927 il Governatorato di Roma deliberò l'istituzione delle Esposizioni Quadriennali d'Arte Nazionale, con sede al Palazzo delle Esposizioni. La prima mostra avrebbe dovuto inaugurarsi il primo marzo 1931. Nella stessa delibera, oltre ai membri del comitato organizzativo presieduto dal governatore, con rappresentanti dell'Accademia di San Luca, della Società degli Amatori e Cultori, dell'Associazione artistica internazionale e artisti designati da varie istituzioni, veniva definito lo stanziamento: 250.000 lire annue, quindi un milione per ogni edizione. Si prevedeva anche l'istituzione di premi e una somma significativa da destinare all'acquisto di opere per la Galleria Nazionale.
La prima Quadriennale, con Cipriano Efisio Oppo segretario generale, si inaugurò addirittura in anticipo, il 3 gennaio 1931. Le opere furono selezionate da due giurie di artisti, una nominata dal comitato organizzatore e l'altra dai rappresentanti degli espositori. I primi premi andarono ad Arturo Tosi e ad Arturo Martini; le retrospettive più importanti furono dedicate a Medardo Rosso, ad Armando Spadini e ad Antonio Mancini, morto da poco. La mostra, che Mussolini definì storica, ebbe oltre 200.000 visitatori.
Il cantiere del 1930: la fine della serra di Piacentini
Per ospitare la Quadriennale il palazzo dovette essere ristrutturato, e i lavori partirono nel 1930. Le cronache dell'epoca e i verbali della commissione dicono che serviva aumentare le sale espositive, realizzare gli ascensori, modificare i lucernari e installare un impianto di riscaldamento capace di regolare un clima interno troppo freddo d'inverno e troppo caldo d'estate. Fu allora che si decise di abbattere la serra vetrata, liquidata come «brutta e costosa tettoia da stazione ferroviaria». Gli incaricati furono Enrico Del Debbio e Pietro Aschieri: al primo si deve la demolizione della serra e la costruzione di un solaio, che ricavò al piano sottostante altre sei sale espositive attorno a un ambiente centrale, riprendendo in scala minore l'impianto di Piacentini e riproponendo quella specularità che caratterizzava l'intero progetto.
L'allestimento di Aschieri annullava l'effetto monumentale dell'edificio cercando un equilibrio razionale, sobrio ed elegante, in cui le opere avessero una visibilità precisa. L'architetto Luigi Piccinato lo commentò su Domus nel marzo 1931 scrivendo che Aschieri e Del Debbio avevano «ridato vita ai grandi saloni di via Nazionale. Proporzionando ambienti, disponendo tramezzi, smorzando luci, attenuando le ombre, la grande falange dei quadri è venuta a trovarsi ordinata ed esaltata in un ambiente pacato, semplice, signorile e riposante. Negli ambienti di rappresentanza poi, e cioè nel Vestibolo, nel Giardino d'Inverno, nelle scale, nei corridoi, là dove il tono neutro non era più necessario, essi hanno potuto liberamente fare dell'architettura». Il giudizio fu talmente favorevole da confermare la destinazione definitiva del palazzo a sede delle Quadriennali.
La Mostra della rivoluzione fascista del 1932
L'episodio più clamoroso di quegli anni fu la Mostra della rivoluzione fascista, promossa dal Partito Nazionale Fascista per il decennale della marcia su Roma e inaugurata il 28 ottobre 1932. I lavori di preparazione furono sottoposti all'approvazione di Mussolini, che la definì la documentazione sacra e solenne della genesi, degli sviluppi e delle mete raggiunte dal fascismo. Lo scopo era esclusivamente propagandistico e celebrativo. Fu però anche un evento straordinario di ideazione espositiva, e questo è il punto che rende la vicenda scomoda e istruttiva insieme. Nel catalogo si legge che «al carattere monumentale della mostra non poteva non convenire una maniera architettonica, diciamo così, scenografica, atta a suscitare l'atmosfera dei tempi, tutta fuoco e febbre, tumultuosa, lirica, splendente»: parole ancora attraversate dal clima futurista.
All'impaginazione lavorarono artisti e architetti di primo livello: Marcello Nizzoli, Achille Funi, Mino Maccari e soprattutto Mario Sironi da un lato, Giuseppe Terragni, Adalberto Libera e Antonio Valente dall'altro. La facciata esterna, progettata da Mario De Renzi e Adalberto Libera, cancellò completamente il fronte di Piacentini dietro quattro fasci littori metallici alti venticinque metri. È la ragione per cui, nelle fotografie degli anni trenta, il Palazzo delle Esposizioni sembra un altro edificio: la facciata ottocentesca fu temporaneamente mascherata più di una volta, anche per la Mostra Augustea della Romanità, perché lo stile di Piacentini era considerato non al passo con i tempi. La mostra avrebbe dovuto essere trasferita in via permanente nel Palazzo del Littorio, che non fu mai costruito, e si protrasse quindi qui per circa due anni.
Dalla seconda alla quarta Quadriennale, 1935-1943
La seconda edizione dovette essere organizzata in tempi strettissimi e fu inaugurata il 5 febbraio 1935, con l'intervento allestitivo di Pietro Aschieri e Eugenio Montuori. Fu allora che la facciata di Piacentini venne riportata alla luce, e nell'atrio a colonne ci si limitò a un sobrio portale di accesso. All'interno, il rivestimento della Rotonda centrale, i velari delle coperture e le tre gradazioni di grigi delle pareti espositive crearono un'atmosfera quasi metafisica, dentro la quale furono collocate 1800 opere fra pittura, scultura e bianco e nero. Molte le personali, fra cui quella dedicata a Scipione, morto due anni prima. La presenza degli artisti della Scuola romana fu decisiva: Mario Mafai ebbe una sala con 29 opere e fu premiato per la Lezione di piano.
Nel 1937 un regio decreto trasformò l'Esposizione Nazionale Quadriennale d'Arte di Roma in ente autonomo con statuto proprio, sottoscritto dal ministro dell'educazione nazionale Giuseppe Bottai. La terza edizione, inaugurata il 5 febbraio 1939, fu quindi gestita direttamente dall'Ente, sotto la tutela del Ministero dell'educazione nazionale e del Ministero delle corporazioni. Applicando le leggi razziali emanate l'anno prima, i ministeri imposero una vigilanza strettissima e una documentazione sulle origini di ogni artista, con la compilazione di schede personali. Fu una mostra confusa e pesantemente compromessa dall'intromissione politica, che rifletteva anche una crisi reale del campo artistico. L'allestimento fu di Mario Paniconi e Giulio Pediconi, curato nei particolari, con un aumento del numero delle sale e grande attenzione alla visibilità delle opere. Importante la presenza di Giorgio Morandi e la sezione dedicata all'aeropittura e all'aeroscultura futuriste.
La quarta edizione aprì a maggio del 1943, in piena guerra, e fu l'ultima diretta da Cipriano Efisio Oppo. Fu un'edizione molto ridotta, con solo una parte delle sale utilizzata, allestita dall'architetto Ernesto Puppo e dall'ingegnere Alessandro Mangioni; rilevante la presenza delle opere di Enrico Prampolini e dei pittori futuristi, mentre i premi maggiori andarono a Gianni Vagnetti e a Giacomo Manzù. Alla fine della guerra il palazzo fu occupato dagli uffici annonari e l'Ente Autonomo Quadriennale fu posto sotto commissario. In una città affamata, l'edificio delle Belle Arti diventò un magazzino di tessere e razioni: chi vuole capire il Novecento romano ha in questa frase tutto quello che serve.
Il dopoguerra e le grandi mostre degli anni cinquanta e sessanta
La ricostruzione dell'edificio e la sesta Quadriennale
Gli anni del dopoguerra furono di ripresa intensa per la cultura romana: le mostre della Galleria Nazionale d'Arte Moderna, le iniziative delle gallerie private, la formazione di gruppi di tendenza, gli scontri fra astratti e figurativi resero Roma, negli anni cinquanta, una città internazionale e una meta di artisti stranieri. Il Palazzo delle Esposizioni, però, era rimasto fuori dai giochi: le occupazioni più disparate lo avevano reso praticamente inagibile, tanto che la prima Quadriennale del dopoguerra dovette essere organizzata alla Galleria Nazionale sotto la direzione del commissario, lo scultore Francesco Coccia.
Dopo la Mostra della Ricostruzione promossa dal Ministero dei Lavori Pubblici nel 1950 e la ricomposizione dell'Ente Quadriennale con la nomina di Fortunato Bellonzi a segretario generale, si mise mano al restauro dell'edificio. I lavori di ripristino delle sale e l'allestimento della mostra furono affidati all'ingegnere Giacomo Maccagno, dipendente del Comune di Roma, e all'architetto Adolfo Bobbio, mentre Mario Bellina curò la sistemazione del bar e delle sale di accoglienza. Furono ripresi gli stucchi e gli intonaci, ripristinati i pavimenti, liberata la Rotonda centrale, revisionati gli impianti, oscurati con velari i lucernari e aumentate le superfici espositive con molte tramezzature mobili, che vennero poi riutilizzate per altre mostre. La sesta Quadriennale fu inaugurata il 18 dicembre 1951, con numerose retrospettive fra cui quella di Modigliani curata da Jean Cassou.
Il Seicento Europeo, il Settecento a Roma, l'Arte messicana
Negli anni cinquanta il palazzo ospitò due mostre che oggi sarebbero semplicemente irripetibili. La prima fu il Seicento Europeo, promossa dal Consiglio d'Europa fra il novembre 1956 e il febbraio 1957: per dimensione e per importanza dei prestiti provenienti da musei di tutto il mondo, nessuna istituzione al mondo riuscirebbe a rimetterla insieme oggi, con gli attuali criteri assicurativi e conservativi. La seconda fu Il Settecento a Roma, nel 1959, che raccolse 2.600 opere fra cui 600 dipinti, oltre a sculture, oreficerie, arredi e le più varie testimonianze della vita culturale del secolo.
Nel 1962 arrivò un altro evento eccezionale: Arte messicana dall'antichità ai nostri giorni, aperta fra l'ottobre 1962 e il gennaio 1963, una documentazione vastissima delle culture precolombiane e del barocco latino-americano, con al piano superiore gli artisti contemporanei, da Diego Rivera a David Alfaro Siqueiros a José Clemente Orozco a Rufino Tamayo a Frida Kahlo, insieme alla produzione artigianale. Con quella mostra si chiuse un ciclo eccellente sul piano espositivo, perché negli anni sessanta le attività del palazzo, tolte le Quadriennali, si ridussero a un accumulo di iniziative modestissime.
Settima, ottava e nona Quadriennale
La settima Quadriennale, nel 1955, fu tutta giocata sulla polemica fra astrattisti e realisti, con posizioni critiche fortemente contrastanti. Al centro dell'esposizione un nucleo importante di dipinti e sculture ricostruiva il panorama dell'arte italiana dal 1910 al 1930; fra le numerose retrospettive quella di Alberto Savinio curata da Giorgio de Chirico e quella di Atanasio Soldati curata da Nello Ponente. Circa tremila opere fra pittura, scultura e bianco e nero: a giudizio di molti la migliore di tutte le edizioni del dopoguerra.
L'ottava si tenne fra dicembre 1959 e aprile 1960, allestita dagli architetti Melis e Clerici, e ruotava intorno a una mostra dedicata alla giovane pittura romana dal 1930 al 1945 curata da Giorgio Castelfranco ed Emilio Lavagnino. La commissione per gli inviti fu contestata duramente da un folto gruppo di artisti legati alle ricerche astratte e informali, fra cui Emilio Vedova, Giulio Turcato, Leoncillo, Alberto Burri, Piero Dorazio, Afro e Umberto Mastroianni; a riequilibrare il clima infuocato contribuirono le retrospettive di Giacomo Balla curata da Enzo Francia, di Osvaldo Licini curata da Giuseppe Marchiori, di Enrico Prampolini curata da Vittorio Orazi e di Luigi Spazzapan curata da Fortunato Bellonzi e Renzo Romero.
La nona aprì nell'ottobre 1965 con allestimento di Mario Melis: retrospettive di Morandi, Mafai, Sironi, Casorati, Donghi, Fortunato Depero, Romagnoni e Tancredi, e insieme le ultime tendenze della ricerca, dalla nuova situazione romana di Franco Angeli, Tano Festa e Mario Ceroli all'arte cinetica. Fra i premiati Mirko, Alberto Viani, Turcato e Perilli.
Gli anni settanta: Vitalità del negativo e la stagione di Renato Nicolini
Per oltre un decennio il Palazzo delle Esposizioni diventò la sede di alcune delle mostre più importanti d'Italia, con un progetto espositivo che puntava alla continuità di utilizzazione degli spazi e a una programmazione decisa in gran parte dal Comune di Roma. La prima iniziativa, e la più memorabile, fu Vitalità del negativo nell'arte italiana 1960/70, curata da Achille Bonito Oliva con gli Incontri Internazionali d'Arte. Non era una ricostruzione asettica di un decennio: raccontava come dalla crisi dei linguaggi storici e dalla varietà dei procedimenti fossero nate poetiche nuove fondate sulla vitalità dell'atto creativo. La frase con cui Bonito Oliva la riassumeva è rimasta: «L'arte smette di essere la zona dove si tesaurizzano le forme e l'esemplarità dell'esperienza artistica, per diventare invece una zona oscura senza alcuna certezza». Dentro c'erano la pop romana, l'arte concettuale, gli happening e la body art, i materiali dei minimalisti, l'arte cinetica e le esperienze recenti dell'arte povera.
La decima Quadriennale cominciò nel novembre 1972 e si sviluppò in cinque sezioni distribuite fino al luglio 1977: Aspetti dell'arte figurativa contemporanea e nuove ricerche d'immagine; Situazione dell'arte non figurativa; La ricerca estetica dal 1960 al 1970; La nuova generazione; Artisti stranieri operanti in Italia. Alle prime due sezioni furono affiancate ricostruzioni storiche, La linea della ricerca figurativa in Italia dal verismo dell'ultimo Ottocento al 1935 e Linee della ricerca non figurativa in Italia dal 1930 al 1965, quest'ultima coordinata da Nello Ponente.
Accanto alle mostre d'arte antica, fra cui va ricordata Civiltà del Lazio primitivo del 1976, il Comune scelse di dedicare attenzione agli aspetti più interessanti della cultura del Novecento: le grandi retrospettive di Turcato nel 1974, di Man Ray nel 1975, di Savinio nel 1978, e l'indagine dentro le avanguardie europee con Majakovskij Mejerch'old Stanislavskij nel 1975, allestita da Maurizio Di Puolo secondo una rilettura di moduli costruttivisti che si proiettavano fuori dal palazzo, e con la mostra sul teatro della Repubblica di Weimar nel 1978. Erano mostre interdisciplinari, che consentivano di sfruttare tutte le potenzialità degli spazi con spettacoli, convegni, esecuzioni musicali e proiezioni: durante la mostra sull'avanguardia polacca Tadeusz Kantor anticipò qui il suo spettacolo Où sont les neiges d'antan.
Renato Nicolini, allora assessore alla cultura e inventore dell'Estate Romana, descrisse così le linee di quegli anni: «Al centro dei programmi allora realizzati dovevano esserci due grandi questioni: le sorti dell'avanguardia e la funzione intellettuale, nel XX secolo. Naturalmente non si trattava di aggiungere ideologia ed interpretazioni a quelle che già esistevano, ma di documentare quanto era conosciuto in maniera parziale». Con gli stessi propositi nacque Linee della ricerca artistica in Italia 1960-1980, curata da Nello Ponente, titolare della cattedra di arte contemporanea all'Università di Roma, che morì durante la preparazione della mostra: una documentazione ampissima delle arti visive, della fotografia, della scrittura musicale, della poesia visiva e del cinema d'artista.
Le mostre di architettura, infine, riflettevano la volontà di approfondire l'analisi sulla formazione della città contemporanea, e riuscirono a rendere spettacolare un tema che di solito il pubblico evita: Funzione e senso. Architettura-Casa-Città, Olanda 1870-1940 nel 1979; Vienna Rossa. La politica residenziale nella Vienna socialista 1919-1933, curata da Manfredo Tafuri; Architettura nel Paese dei Soviet nel 1982.
Il restauro di Costantino Dardi e la riapertura del 1990
La svolta arrivò per via di un incidente. Durante la mostra Cinque miliardi di anni. Ipotesi per un Museo della Scienza, organizzata con l'Università di Roma e allestita da Maurizio Sacripanti, caddero frammenti di stucco; altri danni seguirono, e fu chiaro che un intervento di ristrutturazione dell'intero edificio non poteva più essere rinviato. L'incarico andò a Costantino Dardi, e i lavori occuparono gli anni ottanta.
Gli elementi chiave del progetto erano quattro: recuperare le qualità originarie del palazzo liberandolo dalle aggiunte improprie accumulate in un secolo; restituire il rapporto con la luce naturale dall'alto; riproporre la visione verticale ricongiungendo i tre livelli dell'edificio, con la riapertura delle due scale interne di accesso dal livello di via Milano al piano monumentale e delle balconate interne che permettono di percepire gli spazi dall'alto in basso e viceversa; ricomporre quella direzionalità ininterrotta che collega l'accesso da via Nazionale all'affaccio su via Piacenza. Un restauro critico, quindi, che doveva però trasformare un edificio costruito secondo i canoni ottocenteschi in una struttura capace di rispondere alle esigenze espositive moderne.
I lavori si protrassero per anni per difficoltà burocratiche e finanziarie e non portarono a termine tutto quello che l'architetto aveva ideato, a cominciare dagli elementi più innovativi. Il sistema di copertura trasparente e aereo, che prevedeva anche un teatro all'aperto, era forse la parte più affascinante del progetto: fu bocciato per due volte dalla commissione edilizia. Le grandi macchine di luce collocate al posto dei lucernari, che dovevano graduare la luce naturale e quella artificiale attraverso telai mobili, furono realizzate senza i meccanismi di regolazione automatica e risultarono quindi del tutto inefficaci. Restarono il disegno geometrico dei pavimenti in travertino e peperino, il recupero della marmoridea di rivestimento e delle parti decorative originarie, e soprattutto la realizzazione di una sala multimediale e di un piccolo spazio teatrale ben attrezzato, nella linea di un'attività multidisciplinare che era all'origine del progetto: una Kunsthalle per Roma.
Il Palazzo delle Esposizioni riaprì nel 1990 con tre mostre simultanee, una per livello, che dichiaravano subito la nuova filosofia della casa: al piano monumentale La grande Roma dei Tarquini, curata dalla Soprintendenza comunale; al piano superiore Peter Paul Rubens; al piano inferiore una mostra dedicata a Mario Schifano. Arte antica, arte del passato e arte contemporanea nello stesso edificio, nello stesso giorno. Nello stesso anno cominciò anche un ciclo di mostre di ricognizione sui giovani artisti, che sarebbe durato fino alla quinta edizione.

Gli anni novanta e Duemila al Palazzo delle Esposizioni
Il filone romano
Il tema di Roma, intesa come analisi della cultura e della storia della città, è stato per un intero decennio il filone più continuativo. Nelle arti visive con Roma anni '60: al di là della pittura e con Tutte le strade portano a Roma, omaggio alla città attraverso arte, fotografia, cinema, grafica e poesia. Nella ricostruzione storica con Roma sotto le stelle del '44, storia cronaca e cultura dalla guerra alla liberazione, dedicata a un periodo drammatico e nonostante tutto culturalmente vitalissimo, esaminato cinquant'anni dopo; e con Roma 1948-1959. Arte, cronaca e cultura dal Neorealismo alla Dolce Vita, realizzata nel 2002, che attraverso opere, oggetti d'arte applicata, documenti e una massa sterminata di fotografie e filmati ricostruiva uno dei periodi più fervidi della storia cittadina. Sul versante archeologico, Aurea Roma documentò l'età tardoantica dalla Roma imperiale all'avvento del cristianesimo con oltre quattrocento reperti.
Le retrospettive del Novecento italiano
In quegli anni il palazzo costruì una linea di retrospettive sui maestri italiani del Novecento che nessun'altra sede romana ha eguagliato: Giorgio de Chirico pictor optimus nel 1992; Enrico Prampolini: dal futurismo all'informale nello stesso 1992; Fortunato Depero: dal futurismo alla casa d'arte nel 1994; Alberto Burri: opere dal 1944 al 1955 nel 1996. Le due mostre futuriste anticiparono la grande Futurismo 1909-1944 realizzata qui nel 2001 in collaborazione con il Museo Sprengel di Hannover. Nel 1994 Richard Long realizzò appositamente per questi spazi otto installazioni: uno dei casi in cui l'artista ha lavorato sull'edificio e non dentro l'edificio.
L'elenco completo delle mostre di quel periodo è impossibile da fare. Dall'archeologia, con Lisippo, l'arte e la fortuna nel 1995 e Ulisse, il mito e la memoria nel 1996; all'arte del passato, con Tiziano. Amor sacro e amor profano nel 1995, El Greco. Identità e trasformazione nel 1999 e la mostra dedicata a Francesco Borromini sempre nel 1999; fino a L'idea del Bello. Viaggio per Roma nel Seicento con Giovan Pietro Bellori, allestita dall'architetto Lucio Turchetta e curata dal Ministero per i Beni Culturali, dedicata al filone classicista del XVII secolo e al suo rapporto con l'antico. Chi voglia continuare quel discorso oggi lo trova a Palazzo Barberini, dove il Seicento romano è di casa in permanenza.
Due mostre di quegli anni meritano una riga a parte per come lavorarono sui materiali e sulla comunicazione: quella di Studio Azzurro nel 1999, che invase le sei sale principali con installazioni multimediali interattive, e Le Temps, ideata dal Centre Pompidou di Parigi, anch'essa costruita su interventi multimediali affiancati a opere di artisti contemporanei.
Le Quadriennali del 1992 e del 1999
Con la dodicesima Quadriennale, nel 1992, l'Ente tornò a lavorare dentro il palazzo, dopo che l'edizione precedente, caduta durante i restauri, era stata allestita al Palazzo dei Congressi all'EUR. L'edizione, intitolata Profili, si articolò in più sezioni: la prima dedicata a soli 33 artisti di varie tendenze, la seconda inaugurata nel settembre 1996 in due sedi, il Palazzo delle Esposizioni e l'Ala Mazzoniana della Stazione Termini, con allestimento di Massimiliano Fuksas, dedicata alle ultime generazioni. Nel giugno 1999 la tredicesima edizione, Proiezioni 2000. Lo spazio delle arti visive nella civiltà multimediale, allestita da Enzo Serrani, tentò di registrare tutte le tendenze in atto in una mostra impostata come un Salon, secondo la definizione della allora presidente dell'Ente Lorenza Trucchi.
L'Azienda Speciale Palaexpo e il sistema di cui fa parte il Palazzo delle Esposizioni
Nel 1998 nacque l'Azienda Speciale Palaexpo, la prima azienda in campo nazionale dedicata esclusivamente alla cultura, con prevalenza delle arti visive. L'idea era semplice e allora coraggiosa: dare al palazzo una forma di autonomia che garantisse una gestione amministrativa più agile e, soprattutto, l'elaborazione e l'attuazione di programmi culturali decisi dentro la struttura invece che negli uffici comunali. Da quel momento il Palazzo delle Esposizioni ha assunto un ruolo di primo piano nelle attività culturali promosse dalla città.
Il perimetro dell'Azienda è cambiato negli anni, ed è il punto su cui circolano più informazioni vecchie. Oggi, oltre al Palazzo delle Esposizioni, l'Azienda Speciale Palaexpo gestisce il Mattatoio di Testaccio, il MACRO di via Nizza e il RIF Museo delle Periferie. Il Mattatoio è l'ex complesso industriale ottocentesco di piazza Orazio Giustiniani, a due passi dal Museo diffuso del Rione Testaccio, ed è il luogo dove la programmazione più sperimentale dell'Azienda trova le metrature che via Nazionale non ha. Le Scuderie del Quirinale, che sono state a lungo la seconda gamba del sistema, hanno oggi una gestione diversa; la Casa del Cinema di Villa Borghese è fuori dal perimetro dell'Azienda e resta legata al palazzo da una convenzione che riconosce ai titolari della card riduzioni sulle proiezioni. Per chi visita, la conseguenza pratica è una sola e va tenuta a mente: quando il Palazzo delle Esposizioni annuncia una mostra, controllate sempre la sede, perché può essere in via Nazionale oppure a Testaccio, e sono due quartieri diversi.
Le Project Rooms e la fotografia
Fra gli anni novanta e i primi Duemila l'Azienda impostò due linee di lavoro che hanno segnato il palazzo. La prima riguardava gli spazi del livello inferiore e si chiamava Project Rooms: mostre concepite come progetti specifici, creati apposta per quello spazio. La serie aprì con un lavoro importante dell'americano Sol LeWitt, che rivestì due sale con grandi superfici di colore, e proseguì per due anni con installazioni di artisti affermati o emergenti. Restano nella memoria l'intervento di Luca Vitone dedicato alla città di Genova, la grande installazione fotografica di Botto e Bruno e il lavoro di Ugo Rondinone, che ricoprì di frammenti di specchi la fontana centrale e una parete.
La seconda linea guardava invece a come le nuove tecnologie e i mezzi di comunicazione di massa avessero modificato il mondo dell'arte: la mostra più significativa fu Gravità Zero. Arte, tecnologia e nuovi spazi dell'identità, con tredici artisti internazionali. Sullo stesso terreno si mosse Play. Il mondo dei videogiochi, che ricostruiva l'evoluzione di quella tecnica, ne presentava i personaggi più famosi e coinvolgeva direttamente il pubblico: fu l'ultima mostra prima della chiusura per i restauri, e portare i videogiochi dentro un palazzo umbertino nel 2002 era una scelta che oggi sembra ovvia e allora non lo era per niente.
Il terzo terreno, e forse il più duraturo, è stato la fotografia. Nelle sale più piccole del piano superiore il palazzo ha costruito una continuità espositiva senza paragoni a Roma, nel momento esatto in cui la fotografia riacquistava un ruolo di primo piano a livello internazionale: la prima grande antologica di Mario Giacomelli, poco prima della scomparsa del fotografo; Parigi+Klein; Francesca Woodman. Providence, Roma, New York; Gianni Berengo Gardin. Copyright; Herb Ritts; la mostra dedicata ad Alfred Stieglitz e ai fotografi di Camera Work; i grandi reportage dell'agenzia Magnum, con Magnum, testimoni e visionari. 1989-1999 il mondo in dieci anni di fotografia. È la ragione per cui, ancora oggi, quando a Roma apre una mostra fotografica seria, la prima cosa che si controlla è se sia a via Nazionale.
Il cantiere 2003-2007 e la Serra di Paolo Desideri
Il grande cantiere che ha dato al Palazzo delle Esposizioni la forma attuale partì nel 2003 con la formula dell'appalto integrato e si chiuse nel 2007. Aveva due linee cardine: riqualificare gli spazi e adeguarli funzionalmente e tecnologicamente, tenendo insieme l'architettura monumentale dell'edificio piacentiniano con elementi di innovazione contemporanea.
Il progetto definitivo fu elaborato dall'architetto Firouz Galdo; il progetto esecutivo fu realizzato da Paolo Desideri, che è anche il progettista della Serra, e la paternità dell'intervento viene indicata anche in capo allo studio ABDR, cioè Maria Laura Arlotti, Michele Beccu, Paolo Desideri e Filippo Raimondo. Michele De Lucchi ne fu direttore artistico e firmò il progetto dell'illuminazione, degli arredi e della segnaletica. Il consolidamento delle strutture statiche fu affidato all'architetto Paolo Rocchi e comportò una campagna di indagini lunga e complessa e interventi profondi. Il costo complessivo dei lavori di ristrutturazione e consolidamento fu di 28 milioni di euro.
La parte tecnica meno visibile è quella che ha cambiato la vita del palazzo: il nuovo sistema di climatizzazione, che ha portato l'edificio in linea con gli standard internazionali richiesti dai musei prestatori delle opere. Senza quello, oggi il Palazzo delle Esposizioni non riceverebbe un solo prestito da un grande museo straniero, e mezza programmazione degli ultimi vent'anni non sarebbe esistita. A questo si aggiunsero il potenziamento della sicurezza per le opere e per i visitatori, gli impianti antintrusione e antincendio, nuovi ascensori distinti per il pubblico, per il personale e per le opere, con un montacarichi collegato a depositi, dogana e uffici che non interferisce con le sale.
Sul piano dell'allestimento, Galdo e De Lucchi si interrogarono a lungo su un equilibrio difficile: come evitare che il segno forte dell'architettura del palazzo si confondesse con l'allestimento e viceversa. La risposta fu un sistema di pareti espositive verticali che riveste i muri delle sale e realizza un fondo neutro e uniforme. Con quel gesto si definisce l'area espositiva, si preserva il monumento dall'invasività degli allestimenti temporanei e si libera l'allestimento dalla decorazione del monumento. Il comfort visivo è affidato ai plafoni mobili contenenti i corpi illuminanti disegnati da De Lucchi, flessibili, capaci di dare unità agli spazi e di diffondere quando serve la luce naturale dei lucernari. Il nuovo assetto funzionale ha inoltre allargato in modo rilevante gli spazi commerciali e realizzato le tre sale attrezzate: Cinema, Auditorium e Forum.
Le mostre del 2026 al Palazzo delle Esposizioni
La stagione 2026 è stata aperta, alla fine, dalla coda della diciottesima Quadriennale d'arte, intitolata Fantastica, che ha occupato il palazzo dall'11 ottobre 2025 al 18 gennaio 2026 insieme alla mostra storica che la accompagnava, I giovani e i maestri: la Quadriennale del 1935, e insieme a Restituzioni 2025, aperta dal 28 ottobre 2025 alla stessa data del 18 gennaio. Vedere in contemporanea la Quadriennale di oggi e la ricostruzione della Quadriennale del 1935, negli stessi ambienti in cui quella del 1935 si era tenuta davvero, è il genere di corto circuito che solo questo edificio può produrre.
Dal 17 marzo al 12 luglio 2026 le sale hanno ospitato Marco Tirelli. Anni Luce, la grande personale dedicata a uno dei protagonisti della cosiddetta Nuova Scuola Romana, autore che lavora sulla luce e sulla geometria e che negli ambienti del piano monumentale ha trovato una cassa di risonanza naturale. Dal primo maggio al 12 luglio 2026 si è tenuta ROMASUONA, dedicata al rapporto fra la città e il suono. Dal 7 maggio al 29 giugno 2026 è tornata la World Press Photo Exhibition 2026, l'appuntamento annuale con il miglior fotogiornalismo del mondo, che a Roma è ormai una consuetudine di primavera e che ogni anno riempie le sale piccole del livello superiore. Dal 3 luglio al 2 agosto 2026 è stata la volta di Revelation, le fotografie di Lorenzo Meloni, a ingresso gratuito.
Dopo la sosta estiva dal 13 al 28 agosto 2026, il calendario riprende in settembre: fra i primi appuntamenti in programma ci sono, sabato 19 settembre 2026, l'incontro Nei libri di David Wiesner alle 10.30 e, nel pomeriggio alle 16, Rospi volanti, rape giganti e pesci robot, entrambi legati alla programmazione per il pubblico giovane e alla lunga tradizione didattica della casa. Il resto del cartellone autunnale viene annunciato progressivamente sulla pagina delle mostre in programma del sito ufficiale, ed è lì che conviene controllare prima di organizzare la visita: la programmazione di questo palazzo cambia tre o quattro volte l'anno per definizione.
Come si visita il Palazzo delle Esposizioni
Quanto tempo serve
Dipende da che cosa c'è dentro, ma un ordine di grandezza si può dare. Una singola mostra fotografica del livello superiore si vede bene in quaranta minuti. Una grande mostra del piano monumentale, di quelle con duecento pezzi e apparati, chiede un'ora e mezza. Se il palazzo ha in corso due o tre esposizioni contemporaneamente, come capita spesso, mettete in conto due ore e mezza piene, più il tempo del caffè. Chi vuole solo capire l'architettura, senza biglietto, se la cava in venticinque minuti: ingresso da via Nazionale, scalone, Rotonda, balconate, discesa al livello 0, libreria, uscita da via Milano.
Il percorso che consiglio
Entrate da via Nazionale, sotto l'arco, perché la sequenza portico-atrio-Rotonda è l'unica cosa che Piacentini abbia potuto realizzare per intero e va vissuta nell'ordine giusto. Salite subito al livello 2 e cominciate dalle sale piccole e dallo spazio anulare, che sono i primi a riempirsi. Scendete poi al piano monumentale per la mostra principale. Chiudete al livello 0, con lo Spazio Fontana e la libreria. In uscita, prendete via Milano invece di ripassare da via Nazionale: girando intorno all'edificio si vede il retro operativo, il volume della Serra e il rapporto vero fra il palazzo e il tessuto di Monti.
Visite guidate, gruppi e scuole
Il palazzo lavora molto con le scuole e con i gruppi, e per queste categorie esistono turni di ingresso dedicati e tariffe apposite, gestite attraverso il circuito di biglietteria. Chi accompagna un gruppo prenoti sempre: nelle giornate di grande affluenza le sale del piano monumentale hanno un contingentamento e presentarsi in venti senza preavviso significa aspettare. Per le famiglie il riferimento è il Laboratorio d'arte al livello 0, che ha una programmazione propria di attività, letture e laboratori, spesso legata alla mostra in corso.
Il Palazzo delle Esposizioni con i bambini
È uno dei posti di Roma dove portare i bambini funziona davvero, e per tre ragioni concrete. La prima è il Laboratorio d'arte, che non è un parcheggio ma un vero programma didattico, con attività calibrate per fasce d'età e appuntamenti fissi nel fine settimana; il calendario di settembre 2026 lo dice bene, con letture e laboratori dedicati agli albi illustrati e alle invenzioni fantastiche. La seconda è la scala dell'edificio: le sale sono ampie, i percorsi lineari, i punti di sosta con sedute sono tre e ben distribuiti, e un bambino di sei anni non si sente ingabbiato come in un museo di enfilade. La terza è che al livello 0 si entra senza biglietto, quindi si può fare una prova: entrate, prendete un succo al caffè, fate un giro alla libreria, e se l'umore regge salite. Se non regge, siete usciti senza avere pagato nulla.
Un avvertimento onesto: non tutte le mostre di questo palazzo sono per bambini. Le rassegne di fotogiornalismo, la World Press Photo in testa, contengono immagini di guerra, di violenza e di morte, e sono percorsi che ai più piccoli è meglio risparmiare. Controllate il tema prima di comprare i biglietti, e in caso di dubbio chiedete al personale di accoglienza all'ingresso, che è presidiato in modo costante e sa esattamente che cosa c'è nelle sale.
Accessibilità del Palazzo delle Esposizioni
Su questo fronte il palazzo è messo bene, meglio della media romana. Gli accessi privi di barriere architettoniche sono tre: via Milano 13 per le mostre, gli eventi, il Laboratorio d'arte, il Forum, lo Scaffale d'arte e il caffè; via Milano 15 e 19 per la libreria e il caffè; via Piacenza per il cinema, l'auditorium e il ristorante. Ai piccoli dislivelli degli ingressi di via Milano sono raccordate rampe metalliche antiscivolo. Gli ascensori collegano tutti e tre i livelli principali, quindi tutte le aree espositive, i servizi e il ristorante sono raggiungibili senza scale.
Nelle sale cinema e auditorium sono riservate due postazioni in prima fila ai visitatori su sedia a ruote. L'ingresso è costantemente presidiato dal personale di accoglienza, disponibile per assistenza e accompagnamento, e i citofoni agli ingressi consentono di chiedere supporto a qualsiasi ora. I punti di sosta con sedute sono distribuiti allo Spazio Fontana al livello 0, alla Rotonda al livello 1, alla base degli scaloni e nelle salette laterali al livello 2, oltre alle panche lungo i percorsi espositivi. Sul piano dell'allestimento, la casa dichiara attenzione alla leggibilità delle didascalie e al posizionamento di opere, vetrine e basamenti in modo che siano visibili da altezze diverse. Chi ha bisogno di un'informazione specifica prima di partire chiami il centralino, 06 696271.
Quando andare al Palazzo delle Esposizioni
Il giorno peggiore è la domenica pomeriggio, quando via Nazionale diventa una passeggiata cittadina e il palazzo raccoglie tutto il traffico di chi non aveva programmi. Il giorno migliore è il martedì o il mercoledì, tardo pomeriggio, dalle 17.30 in poi: l'orario di chiusura alle 20 con ultimo ingresso alle 19 garantisce due ore di sale semivuote. Il sabato mattina presto, appena aperto alle 10, è la seconda scelta buona.
Sulle stagioni, il palazzo ha un vantaggio che pochi luoghi romani hanno: è al chiuso, climatizzato secondo standard museali, e quindi funziona esattamente quando Roma non funziona. Nel pieno dell'estate, con quaranta gradi sui Fori, due ore qui dentro valgono più di qualsiasi passeggiata; l'unica cosa da ricordare è la sosta di ferragosto, che nel 2026 va dal 13 al 28 agosto. D'inverno, nelle giornate di pioggia, è uno dei pochi indirizzi del centro dove si può passare mezza giornata senza uscire all'aperto e senza spendere una fortuna. Il periodo di massima densità di programmazione è quello fra ottobre e gennaio, quando di solito coesistono tre mostre.
Cosa vedere intorno al Palazzo delle Esposizioni
Via Nazionale e il Rione Monti
Il palazzo è a metà di via Nazionale, la strada che l'Ottocento ha aperto per cucire la stazione al centro storico. Salendo verso piazza della Repubblica si incontra la sequenza degli edifici umbertini, il Teatro Eliseo, i portici, e sulla destra si apre il pendio del Rione Monti, che comincia a cento metri dal portico e che è tutt'altra città: vicoli, botteghe, piazzette. In dieci minuti a piedi si scende fino ai Mercati di Traiano, che chiudono la via in basso e che con il loro Museo dei Fori Imperiali offrono il contraltare antico esatto di questo edificio moderno.
Il Quirinale, la Galleria Sciarra, Fontana di Trevi
Salendo per via Milano e poi per le rampe che portano al colle si arriva in otto minuti al Palazzo del Quirinale e alla sua piazza panoramica, con i Dioscuri e l'obelisco; sul lato opposto della piazza le Scuderie del Quirinale, l'altra grande sede espositiva del colle. Da lì si scende verso Fontana di Trevi in una decina di minuti, passando per la Galleria Sciarra, che è forse il cortile liberty più bello di Roma e che quasi nessuno guarda: se vi trovate al Palazzo delle Esposizioni e avete venti minuti, quella deviazione è il miglior investimento di tempo della zona.
Le Terme di Diocleziano e i musei di Termini
In direzione opposta, verso l'alto, si raggiunge in un quarto d'ora la zona di piazza della Repubblica con le Terme di Diocleziano e, poco oltre, Palazzo Massimo, cioè la sede del Museo Nazionale Romano che conserva gli affreschi della Villa di Livia e il Discobolo. Un po' più in là, oltre Termini e dentro il complesso di Santa Croce in Gerusalemme, vale la deviazione il Museo nazionale degli strumenti musicali, poco frequentato e sorprendente. Chi cerca invece arte contemporanea trova a poca distanza Palazzo Merulana, con la collezione Cerasi, e più a nord il Chiostro del Bramante, che lavora sullo stesso pubblico del Palazzo delle Esposizioni con una formula diversa.
Una curiosità su Palazzo delle Esposizioni
La curiosità sta in una parola latina scritta su un cartiglio: «Sit quod vis simplex et unum». Era il motto con cui Pio Piacentini presentò il suo progetto al secondo concorso, quello del 1877, e con cui vinse su settantatré concorrenti. La frase viene dall'Ars poetica di Orazio, dove il poeta raccomanda che l'opera sia semplice e unitaria, e nel 1877 usarla come motto di concorso significava dichiarare da che parte si stava nella guerra dello stile che divideva l'architettura italiana. Era una presa di posizione contro l'eclettismo, contro il pastiche di stili storici accatastati sullo stesso prospetto, contro la moda del momento. E fu proprio quella sobrietà a costargli la campagna di stampa più violenta della sua carriera.
Perché il paradosso, e qui la curiosità diventa un fatto istruttivo, è che a Piacentini fu rimproverato esattamente il contrario di quello che aveva fatto. Lo accusarono di essere troppo francese, di avere abbandonato lo stile nazionale, di avere costruito un edificio senza finestre. Ma l'edificio senza finestre non era un vezzo estetico: era una scelta funzionale, perché le pareti cieche danno superfici continue su cui appendere quadri e la luce che serve a guardare la pittura viene dall'alto, dai lucernari in ferro e vetro. Piacentini aveva progettato una macchina per esporre, e i critici la giudicarono come se fosse un palazzo di rappresentanza. A centoquarant'anni di distanza, tutte le sale espositive del mondo hanno pareti cieche e luce zenitale, e il palazzo di via Nazionale continua a funzionare esattamente come era stato pensato. Chi aveva ragione lo ha deciso il tempo, non la commissione.
C'è un secondo strato di curiosità, più minuto e più divertente. Il cognome Piacentini a Roma richiama subito Marcello, l'architetto della via della Conciliazione, dell'EUR e della Città Universitaria, l'uomo che ha lasciato l'impronta più pesante sulla Roma del Novecento. Marcello era il figlio, nato nel 1881, cioè mentre il padre stava tirando su questo edificio. Il primo cantiere che il futuro urbanista del regime ha visto in vita sua, da bambino, è quello del Palazzo delle Esposizioni. Non è un dettaglio da poco per capire una dinastia.
Una cosa che non ti dice nessuno su Palazzo delle Esposizioni
Che ci si può entrare gratis, tutti i giorni di apertura, senza comprare niente e senza chiedere permesso a nessuno. Non parlo delle mostre a ingresso libero, che pure ci sono e sono frequenti: parlo dell'attraversamento dell'edificio. L'asse centrale, dall'ingresso monumentale di via Nazionale fino all'ala posteriore dove si trovano i servizi, è accessibile senza pagare il biglietto. È una decisione presa negli anni della prima gestione autonoma, quando ci si accorse che il palazzo non aveva un vero luogo di accoglienza per il pubblico, e discende in linea diretta dall'idea di Piacentini di un edificio da guardare e traguardare, dalla strada verso l'interno e dall'interno verso la strada. In pratica: potete salire lo scalone, affacciarvi sulla Rotonda, guardare i cassettoni e la marmoridea del colonnato, scendere al livello 0, entrare in libreria, prendere un caffè e uscire da via Milano. Costo dell'operazione: zero.
La seconda cosa che nessuno dice riguarda gli orari. Il palazzo chiude alle 20 con ultimo ingresso alle 19, e questo lo sanno tutti; quello che quasi nessuno sfrutta è che dalle 18 in poi, nei giorni feriali, le sale del piano monumentale sono praticamente deserte anche durante le mostre più affollate. Roma è una città che alle 18 va a casa o va all'aperitivo, non in mostra. Se dovete vedere una grande esposizione e volete vederla come si deve, cioè fermandovi davanti a un quadro per cinque minuti senza qualcuno alle spalle, l'ora è quella.
La terza, per chi viene con un gruppo o con una classe: la Rotonda è una trappola acustica. È lo spazio più bello del palazzo e il peggiore in cui parlare, perché la cupola rimanda tutto e con trenta persone diventa illeggibile. I professionisti che lavorano qui lo sanno e usano la Rotonda solo come punto di passaggio e di riorientamento, spostando le spiegazioni nelle sale laterali, che hanno soffitti cassettonati e assorbono meglio. Se vi capita una guida che si mette al centro della Rotonda e comincia a parlare, avete davanti qualcuno che nel palazzo non ha mai lavorato.
Il consiglio che ti do per visitare Palazzo delle Esposizioni
Il consiglio è di ribaltare l'ordine di visita che fanno tutti. La stragrande maggioranza dei visitatori entra da via Nazionale, sale lo scalone, si ferma alla Rotonda, entra nella prima sala del piano monumentale e prosegue in senso orario fino a esaurimento. Il risultato è che alle 11.30 del sabato la mostra principale del livello 1 è ingolfata e le sale piccole del livello 2 sono vuote. Fate il contrario: salite subito al livello superiore, cominciate dallo spazio anulare e dalle salette, poi scendete al piano monumentale quando il primo flusso si è spostato, e chiudete al livello 0. Guadagnerete almeno mezz'ora di sale libere e vedrete la mostra fotografica con la testa fresca invece che con la stanchezza delle ultime sale.
Secondo consiglio, sul biglietto: prima di comprare, controllate quante mostre sono in corso. Questo palazzo lavora spesso su due o tre esposizioni simultanee e le formule di accesso cambiano continuamente, con biglietti singoli, cumulativi e ingressi gratuiti che si alternano. Comprare il titolo sbagliato significa scoprire in sala che la mostra che vi interessava di più non era compresa. La biglietteria del sito ufficiale e il circuito CoopCulture riportano la combinazione valida in quel momento: due minuti di lettura prima di uscire di casa risolvono la questione.
Terzo, e per me è il più importante: date al palazzo il tempo che merita come edificio, non solo come contenitore. Quasi tutti guardano le opere e non guardano le sale. Fermatevi cinque minuti sulla balconata interna a guardare la Rotonda dall'alto, poi scendete e riguardatela dal centro; passate la mano sulla marmoridea del colonnato; alzate gli occhi ai lucernari e provate a immaginare, al posto dei plafoni mobili di Michele De Lucchi, i velari e le macchine di luce che qui si sono succeduti in un secolo e mezzo di tentativi di regolare la luce naturale. Uscite poi da via Milano e girate intorno all'isolato per vedere il volume vetrato della Serra. È una visita dentro la visita, dura venti minuti, e vale il biglietto da sola.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Che questo edificio è stato, per due volte almeno, letteralmente nascosto dietro un'altra facciata. Lo sanno gli storici dell'architettura, lo si legge nei manuali, e tuttavia non c'è quasi nessuna targa in loco che lo racconti al passante. Nel 1932, per la Mostra della rivoluzione fascista, Mario De Renzi e Adalberto Libera coprirono il fronte di Piacentini con una scenografia metallica dominata da quattro fasci littori alti venticinque metri: dell'arco trionfale, delle lesene, delle statue accademiche non si vedeva più niente. L'operazione fu ripetuta, con soluzioni diverse, in occasione della Mostra Augustea della Romanità, e la ragione dichiarata era sempre la stessa: lo stile di Piacentini era considerato non al passo con i tempi.
Il fatto è risaputo, dunque, ma la conseguenza che se ne trae quasi mai è quella giusta. Non si trattava soltanto di propaganda. Quelle mascherature furono, per la storia dell'allestimento, esperimenti di prima grandezza: il fronte del 1932 è considerato uno degli episodi più significativi della grafica e dell'architettura espositiva europea di quegli anni, realizzato da una squadra che comprendeva Sironi, Nizzoli, Funi, Maccari, Terragni, Libera e Valente. Un edificio del 1883, concepito come contenitore neutro, si è rivelato talmente neutro da poter essere completamente riscritto sopra. È il difetto che Piacentini si sentiva rimproverare trasformato in qualità.
C'è poi il rovescio della medaglia, ed è quello che rende la storia amara. Nel 1935, per la seconda Quadriennale, la facciata di Piacentini fu riportata alla luce e nell'atrio a colonne ci si limitò a un sobrio portale di accesso. Il palazzo tornò se stesso quattro anni dopo essere stato cancellato. La lezione, per chi si occupa di allestimenti oggi, sta tutta lì: le architetture temporanee passano e l'edificio resta, ma per qualche anno l'edificio può essere costretto a dire cose che non pensa. Andate a cercare le fotografie del 1932 prima di salire la scalinata, e poi guardatevi intorno: la differenza fra quello che vedete e quello che c'era vi dirà del Novecento italiano più di un intero capitolo di manuale.
La foto giusta da fare a Palazzo delle Esposizioni
La fotografia scontata è quella frontale dal marciapiede opposto di via Nazionale, con l'arco al centro e le statue in cima. Fatela pure, serve per l'archivio, ma non è la foto giusta. Il problema è che la strada è stretta rispetto alla mole dell'edificio, il traffico passa in mezzo e l'obiettivo, per prendere tutto il fronte, deve inclinarsi verso l'alto: le linee verticali cadono all'indietro e il palazzo sembra rovesciarsi. È lo stesso problema che Piacentini aveva previsto e che aveva cercato di risolvere con la scalinata a doppia rampa mai costruita.
La foto giusta è dall'interno del portico, di sera. Mettetevi sotto l'arco, con la schiena all'ingresso, e inquadrate via Nazionale attraverso la profondità del portico: le colonne fanno da cornice, le statue sui pilastri entrano nell'inquadratura di scorcio e la strada illuminata diventa il soggetto. È la fotografia che restituisce l'idea di Dardi, il guardare e traguardare, dall'interno verso la strada. La seconda foto giusta è la Rotonda vista dalla balconata del livello superiore, in verticale, con l'inquadratura centrata sul pavimento: viene fuori una geometria concentrica che nessuna vista frontale del palazzo può dare. La terza, per i pazienti, è il volume vetrato della Serra da via Milano al tramonto d'inverno, quando la luce interna accende il vetro e il contrasto con la muratura ottocentesca diventa leggibile in un solo scatto.
Due avvertenze pratiche. Dentro le mostre le regole sulle fotografie cambiano da esposizione a esposizione, perché dipendono dai contratti di prestito e dai diritti degli artisti: il divieto, quando c'è, riguarda le opere in mostra e non gli ambienti, e il personale di sala lo dice subito. Il flash è vietato ovunque, sempre, e sui quadri non serve a niente. Per le architetture interne, che sono la parte che vi consiglio di fotografare, in genere non ci sono problemi: portatevi un grandangolo moderato e appoggiatevi al parapetto invece di alzare le braccia, perché con la luce zenitale filtrata i tempi si allungano.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il 21 gennaio 1883 il Palazzo delle Esposizioni aprì al pubblico con una cerimonia solenne alla presenza del re Umberto I, tre anni dopo l'avvio dei lavori e con la lapide sul fronte che registrava l'anno 1882. La prima mostra doveva essere riservata ai soli artisti italiani, poi fu allargata a una presenza limitata e di modesto rilievo di stranieri. Aveva un evidente significato politico e testimoniava un clima culturale fortemente accademico: i soggetti venivano per lo più da episodi di storia romana enfatizzati nel loro valore simbolico, dalle battaglie risorgimentali recenti, o da temi legati alle origini del cristianesimo, con un bilanciamento accorto fra elementi laici e religiosi. I quadri di paesaggio rivelavano un accademismo lontanissimo dalla ricerca del vero che in Francia stava già cambiando le regole del gioco.
Il 3 gennaio 1931 si inaugurò la prima Quadriennale d'arte nazionale, in anticipo sulla data prevista, con Cipriano Efisio Oppo segretario generale, i primi premi ad Arturo Tosi e Arturo Martini e oltre 200.000 visitatori. Il 28 ottobre 1932 aprì la Mostra della rivoluzione fascista, che avrebbe dovuto essere trasferita nel mai costruito Palazzo del Littorio e che invece rimase qui per circa due anni, obbligando a organizzare in tempi strettissimi la seconda Quadriennale, inaugurata il 5 febbraio 1935. Il 5 febbraio 1939 la terza edizione si aprì sotto il controllo diretto dei ministeri, che in applicazione delle leggi razziali dell'anno precedente imposero schede personali e verifiche sulle origini di ogni artista: è la pagina più buia di questo indirizzo e va detta per intero. Nel maggio 1943, in piena guerra, la quarta Quadriennale aprì in versione ridotta, usando solo una parte delle sale.
Alla fine della guerra il palazzo fu occupato dagli uffici annonari e ridotto in condizioni tali che la prima Quadriennale del dopoguerra dovette essere ospitata altrove. Il 18 dicembre 1951, dopo il restauro affidato all'ingegnere Giacomo Maccagno e all'architetto Adolfo Bobbio, la sesta Quadriennale segnò la riapertura. Fra il novembre 1956 e il febbraio 1957 il Seicento Europeo, promosso dal Consiglio d'Europa, portò qui prestiti da musei di tutto il mondo in una concentrazione oggi impensabile; fra l'ottobre 1962 e il gennaio 1963 Arte messicana dall'antichità ai nostri giorni fece lo stesso con Rivera, Siqueiros, Orozco, Tamayo e Frida Kahlo. Nel 1970 Vitalità del negativo nell'arte italiana 1960/70, curata da Achille Bonito Oliva, cambiò il modo di raccontare l'arte contemporanea in Italia. Nel 1990 il palazzo riaprì dopo il restauro di Costantino Dardi con tre mostre simultanee su tre livelli. Nel 2003 cominciò il cantiere da 28 milioni di euro che si sarebbe chiuso nel 2007, restituendo alla città l'edificio che vediamo oggi, con la Serra ricostruita, la Sala Cinema, l'Auditorium e il Forum. Fra l'11 ottobre 2025 e il 18 gennaio 2026 le sale hanno ospitato la diciottesima Quadriennale d'arte, Fantastica, insieme alla ricostruzione storica della Quadriennale del 1935.
Chi è passato da Palazzo delle Esposizioni
Il primo nome è quello di un re: Umberto I, presente alla cerimonia inaugurale del 21 gennaio 1883, e il suo nome è ancora inciso sul fronte dell'edificio. Il secondo è quello di un sindaco che vale più di un re per capire questo posto: Luigi Pianciani, che nel 1882 scrisse la frase sulla metropoli antica da rispettare e la metropoli moderna da creare. Il terzo è quello dell'architetto, Pio Piacentini, romano del 1846, presidente dell'Accademia di San Luca, che di questo edificio ha fatto l'opera della vita e che qui ha visto bocciare tre progetti su quattro.
Poi ci sono gli artisti, ed è una lista che copre un secolo e mezzo di arte italiana. Alla prima Quadriennale del 1931 furono premiati Arturo Tosi e Arturo Martini, e furono dedicate retrospettive a Medardo Rosso, Armando Spadini e Antonio Mancini. Nel 1935 Mario Mafai ebbe una sala tutta sua con ventinove opere e vinse il premio per la Lezione di piano; nella stessa edizione fu ricordato Scipione, morto due anni prima. Nel 1939 espose Giorgio Morandi. Nel 1943 furono premiati Gianni Vagnetti e Giacomo Manzù, con la presenza rilevante di Enrico Prampolini. Nel 1955 Giorgio de Chirico curò personalmente la retrospettiva dell'amato fratello Alberto Savinio. Nel 1959 protestarono contro la commissione degli inviti Emilio Vedova, Giulio Turcato, Leoncillo, Alberto Burri, Piero Dorazio, Afro e Umberto Mastroianni, mentre andavano in scena le retrospettive di Balla, Licini, Prampolini e Spazzapan. Nel 1965 toccò a Morandi, Mafai, Sironi, Casorati, Depero, e alla nuova Roma di Franco Angeli, Tano Festa e Mario Ceroli.
Sul versante degli allestimenti e dell'architettura sono passati di qui Enrico Del Debbio e Pietro Aschieri nel 1930-31, Eugenio Montuori nel 1935, Mario Paniconi e Giulio Pediconi nel 1939, Giuseppe Terragni, Adalberto Libera, Mario De Renzi, Antonio Valente, Marcello Nizzoli, Achille Funi, Mino Maccari e Mario Sironi per la mostra del 1932, Maurizio Sacripanti negli anni ottanta, Costantino Dardi per il restauro, Massimiliano Fuksas nel 1996, e infine Firouz Galdo, Paolo Desideri con lo studio ABDR, Paolo Rocchi e Michele De Lucchi per il cantiere dei primi anni Duemila. Manfredo Tafuri curò qui la mostra su Vienna Rossa; Achille Bonito Oliva firmò Vitalità del negativo; Nello Ponente lavorò a due edizioni fino a morire durante la preparazione dell'ultima; Renato Nicolini, l'assessore che ha inventato l'Estate Romana, dettò le linee della programmazione degli anni settanta. Il regista polacco Tadeusz Kantor anticipò in queste sale il suo Où sont les neiges d'antan. Sol LeWitt rivestì di colore due sale del livello inferiore, Ugo Rondinone ricoprì di specchi la fontana centrale, Richard Long realizzò otto installazioni pensate su misura per questi ambienti nel 1994. E poi, come pubblico o come autori esposti, sono passati di qui Rothko e Kubrick, Calder e De Chirico, Doisneau, Mimmo Jodice, Helmut Newton, Mario Giacomelli, Francesca Woodman, Gianni Berengo Gardin, Herb Ritts e i fotografi dell'agenzia Magnum. Pochi indirizzi al mondo mettono insieme un elenco così, e nessun altro a Roma.
Domande veloci su Palazzo delle Esposizioni
Dove si trova il Palazzo delle Esposizioni
A via Nazionale 194, 00184 Roma, sul tratto alto della via, fra piazza della Repubblica e largo Magnanapoli. Gli ingressi secondari, tutti privi di barriere architettoniche, sono a via Milano 13, 15 e 19 e a via Piacenza, che serve cinema, auditorium e ristorante.
Quali sono gli orari del Palazzo delle Esposizioni
Da martedì a domenica dalle 10 alle 20, con accesso consentito fino a un'ora prima della chiusura, quindi ultimo ingresso alle 19. Il lunedì è chiuso, salvo aperture straordinarie annunciate volta per volta.
Quando è chiuso il Palazzo delle Esposizioni
Ogni lunedì. Nel 2026 è prevista inoltre una chiusura estiva dal 13 al 28 agosto. Le eventuali chiusure per allestimento fra una mostra e l'altra vengono segnalate sul sito ufficiale.
Quanto costa il biglietto del Palazzo delle Esposizioni
Non esiste un prezzo unico: il titolo di accesso cambia in base alla mostra in corso, alcune rassegne sono a ingresso gratuito e in certi periodi esistono biglietti cumulativi per più esposizioni. Il listino aggiornato con intero, ridotto e categorie di gratuità è pubblicato sulla pagina della biglietteria del sito ufficiale, con vendita online sul circuito CoopCulture.
Si può entrare gratis al Palazzo delle Esposizioni
Sì, per la parte non espositiva. L'attraversamento dell'asse centrale, dall'ingresso monumentale fino all'ala posteriore, è accessibile senza biglietto: scalone, affaccio sulla Rotonda, libreria e caffè si raggiungono liberamente. Alcune mostre, soprattutto quelle fotografiche e documentarie, sono a loro volta a ingresso libero.
Serve prenotare per visitare il Palazzo delle Esposizioni
Per il visitatore singolo di solito no, ma nei fine settimana delle grandi mostre l'acquisto online con fascia oraria evita la fila. Per i gruppi e per le scuole la prenotazione è necessaria, perché esistono turni di ingresso dedicati.
Quanto tempo ci vuole per visitare il Palazzo delle Esposizioni
Quaranta minuti per una singola mostra fotografica del livello superiore, un'ora e mezza per una grande mostra del piano monumentale, due ore e mezza se sono in corso due o tre esposizioni. Per la sola architettura, senza biglietto, bastano venticinque minuti.
Il Palazzo delle Esposizioni è un museo
No. Non ha una collezione permanente: è uno spazio espositivo, una Kunsthalle, che programma mostre temporanee di arte antica, moderna e contemporanea, fotografia, architettura e scienza. Quello che si vede oggi fra sei mesi non ci sarà più.
Come si arriva al Palazzo delle Esposizioni con i mezzi
Metro A fermata Repubblica oppure metro B fermata Cavour, entrambe a meno di dieci minuti a piedi. In superficie fermano davanti all'ingresso le linee 64, 70, 71, 117, 170 e H, fermata Nazionale/Palazzo Esposizioni. Da Termini si prende uno di questi bus da piazza dei Cinquecento in direzione piazza Venezia e si scende dopo quattro fermate.
Si possono fare fotografie al Palazzo delle Esposizioni
Negli ambienti architettonici in genere sì. Dentro le mostre le regole cambiano da esposizione a esposizione, perché dipendono dai contratti di prestito e dai diritti degli artisti, e il personale di sala le comunica all'ingresso. Il flash è vietato ovunque.
Il Palazzo delle Esposizioni è accessibile in sedia a rotelle
Sì. Ci sono tre accessi privi di barriere, a via Milano 13, a via Milano 15 e 19 e a via Piacenza, con rampe metalliche antiscivolo sui piccoli dislivelli. Gli ascensori collegano i tre livelli principali e raggiungono tutte le aree espositive, i servizi e il ristorante. Nelle sale cinema e auditorium sono riservate due postazioni in prima fila.
Il Palazzo delle Esposizioni è adatto ai bambini
Molto, grazie al Laboratorio d'arte del livello 0 e a una programmazione dedicata di letture, attività e laboratori nei fine settimana. Attenzione però al tema della mostra: le rassegne di fotogiornalismo contengono immagini di guerra e di violenza poco adatte ai più piccoli.
C'è un cinema dentro il Palazzo delle Esposizioni
Sì, una Sala Cinema con capienza indicata in 139 posti, affiancata da un Auditorium da 90 posti e dal Forum, sala polifunzionale. Si accede direttamente da via Piacenza e la programmazione comprende retrospettive, cicli d'autore, documentari sull'arte e rassegne collegate alle mostre.
C'è un ristorante al Palazzo delle Esposizioni
Sì, sotto il volume vetrato della Serra ricostruita da Paolo Desideri, con affaccio verso il colle del Quirinale e ingresso da via Piacenza. Al livello 0 c'è inoltre la caffetteria, più informale, accessibile anche senza biglietto dagli ingressi di via Milano.
C'è una libreria al Palazzo delle Esposizioni
Sì, ed è un centro specializzato in arte, con cataloghi, architettura, fotografia, design, riviste internazionali e merchandising dedicato. Si entra senza biglietto da via Milano 15 e 19. I cataloghi delle mostre concluse restano in vendita e spesso a prezzo ridotto.
Si può studiare al Palazzo delle Esposizioni
Al livello 0 ci sono lo Scaffale d'arte, dedicato alla consultazione dei libri d'arte, e un'aula studio con ventiquattro postazioni. Non è una biblioteca di conservazione con prestito, ma uno spazio di lettura e di lavoro: le postazioni sono poche e nei periodi di esami si esauriscono presto.
Che cos'è la Rotonda del Palazzo delle Esposizioni
È l'ambiente circolare al centro del piano monumentale, il fulcro verso cui convergono le sei grandi sale. È il punto in cui i curatori collocano l'opera di apertura di ogni mostra, e va guardata due volte: dal centro e dall'alto, affacciandosi dalle balconate del livello superiore.
Che cos'è la Serra del Palazzo delle Esposizioni
Era la volta in ferro e vetro che copriva la parte posteriore dell'edificio nel progetto di Piacentini, pensata come collegamento con i giardini verso il Quirinale. Fu demolita nel 1930 e liquidata come brutta e costosa tettoia da stazione ferroviaria; è stata ricostruita in chiave bioclimatica nel cantiere dei primi anni Duemila su progetto di Paolo Desideri, su circa duemila metri quadrati complessivi, e oggi ospita il ristorante.
Perché il Palazzo delle Esposizioni non ha finestre
Per una ragione funzionale: le pareti cieche offrono superfici continue su cui esporre, e la luce arriva dall'alto attraverso le coperture in ferro e vetro, che nell'Ottocento si consideravano la fonte più adatta a guardare la pittura. All'epoca la scelta scatenò una violenta polemica di stampa contro Pio Piacentini.
Chi ha progettato il Palazzo delle Esposizioni
Pio Piacentini, vincitore del secondo concorso con il motto «Sit quod vis simplex et unum». I lavori partirono nel 1880, la lapide sul fronte porta l'anno 1882 e l'apertura al pubblico avvenne il 21 gennaio 1883 alla presenza del re Umberto I.
Chi ha restaurato il Palazzo delle Esposizioni
Due interventi principali. Il primo, negli anni ottanta, è di Costantino Dardi e ha portato alla riapertura del 1990. Il secondo, fra il 2003 e il 2007, ha visto il progetto definitivo di Firouz Galdo, il progetto esecutivo di Paolo Desideri con lo studio ABDR, la direzione artistica e il disegno di luci, arredi e segnaletica di Michele De Lucchi e il consolidamento strutturale di Paolo Rocchi, per un costo complessivo di 28 milioni di euro.
Che rapporto c'è fra il Palazzo delle Esposizioni e la Quadriennale
Le Esposizioni Quadriennali d'Arte Nazionale furono istituite nel 1927 con sede proprio qui, e la prima si inaugurò il 3 gennaio 1931. Il palazzo ha ospitato gli uffici e le mostre dell'Ente per decenni e resta la sede privilegiata delle mostre della Quadriennale d'arte: l'ultima edizione, la diciottesima, intitolata Fantastica, è stata aperta dall'11 ottobre 2025 al 18 gennaio 2026.
Che cos'è l'Azienda Speciale Palaexpo
È l'azienda costituita nel 1998 per gestire il Palazzo delle Esposizioni in autonomia, la prima in Italia dedicata esclusivamente alla cultura. Oltre al palazzo di via Nazionale gestisce oggi il Mattatoio di Testaccio, il MACRO e il RIF Museo delle Periferie.
Che differenza c'è fra il Palazzo delle Esposizioni e le Scuderie del Quirinale
Sono due sedi espositive distinte, distanti otto minuti a piedi, con gestioni oggi separate. Il Palazzo delle Esposizioni ha metrature molto maggiori, tre livelli, una programmazione interdisciplinare che comprende cinema, fotografia, scienza e didattica; le Scuderie lavorano di norma su una sola grande mostra alla volta. Chi ha una giornata sola e ama le mostre monografiche vada alle Scuderie; chi vuole vedere più cose e un edificio più interessante venga a via Nazionale.
Che cosa c'è da vedere vicino al Palazzo delle Esposizioni
In otto minuti di salita il Palazzo del Quirinale e le Scuderie; in dieci minuti di discesa la Galleria Sciarra e Fontana di Trevi; in dieci minuti verso il basso i Mercati di Traiano; in un quarto d'ora verso l'alto piazza della Repubblica, le Terme di Diocleziano e Palazzo Massimo. Sul fianco destro della via comincia il Rione Monti.
Qual è il momento migliore per visitare il Palazzo delle Esposizioni
Martedì o mercoledì dalle 17.30 in poi: due ore di sale semivuote fino all'ultimo ingresso delle 19. Da evitare la domenica pomeriggio. D'estate è uno dei rifugi climatizzati migliori del centro, esclusa la sosta di ferragosto.
Alla fine, il consiglio che do sempre a chi mi chiede se valga la pena salire quella scalinata è di smettere di chiederselo in astratto. Questo palazzo non si giudica come si giudica un museo, perché non ha capolavori che vi aspettano: ha una programmazione, e la programmazione può essere magnifica o mediocre a seconda del trimestre. Quello che c'è sempre, invece, è l'edificio: un contenitore lucidissimo, costruito nel 1880 da un architetto che sapeva esattamente che cosa serviva per esporre e che si è preso addosso vent'anni di insulti per averlo fatto bene. Io ci passo anche quando non ho nessuna mostra da vedere, salgo lo scalone, guardo la Rotonda dall'alto, compro un catalogo e me ne vado. Costa zero e dà più soddisfazione di metà dei biglietti che si pagano in questa città.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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