MACRO – Museo di arte contemporanea di Roma
Il MACRO - Museo di arte contemporanea di Roma ha il suo ingresso principale in via Nizza 138, 00198 Roma, dentro l'isolato delimitato da via Nizza, via Reggio Emilia e via Cagliari, sul confine fra il quartiere Salario e il Nomentano, a pochi minuti a piedi da Porta Pia e da piazza Fiume. Gli orari sono questi: da martedì a venerdì dalle 12 alle 19, sabato e domenica dalle 10 alle 19, lunedì chiuso, con l'ultimo ingresso trenta minuti prima della chiusura. Il biglietto intero costa 6 euro, il ridotto 4 euro; la sala cinema ha un titolo di ingresso a parte, 7 euro intero e 5 euro ridotto. Il ridotto spetta a chi ha fra i 7 e i 26 anni, agli over 65, ai docenti in servizio, alle forze dell'ordine, ai giornalisti con tesserino, a studenti e dottorandi e ai gruppi da dieci persone in su. Entrano gratuitamente i bambini sotto i 6 anni, le persone con disabilità con il loro accompagnatore, le guide turistiche abilitate, i soci ICOM e un accompagnatore ogni dieci studenti. La prenotazione non è obbligatoria: si compra alla cassa oppure online sul circuito CoopCulture. Telefono +39 06 696271, posta elettronica info.macro@palaexpo.it, sito ufficiale museomacro.it. Il guardaroba è attivo per tutto l'orario di apertura e il museo presta gratuitamente sedie a rotelle. Le visite guidate su prenotazione costano 100 euro a gruppo e 80 euro per le scolaresche; i laboratori per bambini vanno dagli 8 ai 12 euro. Tariffe e calendario possono cambiare con l'apertura di ogni nuovo ciclo espositivo: prima di partire vale sempre la pena aprire il sito ufficiale.
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✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
Chi vuole inquadrare la visita dentro un itinerario più largo trova la raccolta completa delle sedi civiche e statali della capitale fra i musei di Roma, con indirizzi, orari e tariffe.

Che cos'è davvero il MACRO - Museo di arte contemporanea di Roma
Il MACRO è il museo d'arte contemporanea del Comune di Roma. Non è statale, non è privato, non è una fondazione: è un istituto civico, cioè un museo che appartiene alla città e che la città paga. Questa origine spiega quasi tutto quello che di strano gli è successo negli ultimi vent'anni, comprese le tre identità diverse che ha indossato dal 2018 a oggi. Un museo statale ha una direzione tecnica e un ordinamento che si muovono lentamente. Un museo comunale, in Italia, respira invece al ritmo della politica che lo governa: cambia la giunta, cambia il modello, cambia perfino il nome sulla facciata.
La struttura giuridica attuale è questa: la proprietà è di Roma Capitale, la gestione è affidata dal gennaio 2018 all'Azienda Speciale Palaexpo, l'ente strumentale del Comune che manda avanti anche il Palazzo Esposizioni e il RIF Museo delle Periferie. Fino al 2017 il MACRO faceva parte del circuito Musei in Comune della Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, e quel passaggio di consegne non è un dettaglio burocratico: è la ragione per cui il biglietto del MACRO oggi non funziona come quello dei Musei Capitolini, la MIC Card non ci vale e la prima domenica del mese non porta l'ingresso gratuito. Chi arriva dando per scontato il contrario resta sulla porta a discutere con la cassa.
Dal punto di vista del visitatore, il MACRO è oggi un museo di mostre più che un museo di collezione. Ha una raccolta permanente considerevole, che vedremo nel dettaglio più avanti, ma la costruisce in vetrina solo a tratti; il grosso della programmazione va per cicli, con più mostre che si aprono lo stesso giorno e si chiudono in tempi diversi, e con un palinsesto che affianca all'arte visiva il cinema, la musica, la performance, la fotografia, la presentazione di libri e i laboratori. La direzione artistica è affidata dal 26 marzo 2025 a Cristiana Perrella, nominata con un mandato di tre anni; il museo, chiuso per lavori nella fase di passaggio, ha riaperto al pubblico l'11 dicembre 2025 con un nuovo assetto degli spazi.
La mia opinione, dopo averci accompagnato gruppi in tutte le sue incarnazioni: il MACRO è il museo romano che rende di più a chi ci torna e che delude di più chi ci va una volta sola sperando di trovare i "capolavori". Non è una collezione da spuntare. È un cantiere permanente, e va visitato come si legge un settimanale, sapendo che il numero della settimana prossima sarà diverso.
Dove si trova il MACRO e come ci si arriva
Il museo occupa un intero isolato del Salario, uno dei quartieri disegnati dopo il 1870 nella Roma che cresceva a nord est delle Mura Aureliane. Siamo fuori dalla città storica ma non in periferia: da via Nizza a Porta Pia si arriva a piedi in dieci minuti, a piazza Fiume in cinque, a Villa Torlonia in un quarto d'ora buono. È una zona di palazzine umbertine e primo Novecento, con negozi di quartiere, banche, uffici e pochissimi turisti, e la sua atmosfera cambia radicalmente fra il giorno feriale e la domenica pomeriggio.
Con i mezzi pubblici fino al MACRO
Le stazioni della metropolitana più vicine sono Policlinico e Castro Pretorio, entrambe sulla linea B: da una parte o dall'altra si cammina fra i dieci e i quindici minuti, in piano, su marciapiedi larghi. Il nodo di superficie di riferimento è piazza Fiume, che è uno degli snodi di autobus più serviti del settore nord orientale della città, insieme alle linee che percorrono via Nomentana e corso d'Italia sotto Porta Pia. I numeri delle linee vengono rimaneggiati con una certa frequenza, quindi conviene impostare la fermata sull'applicazione dell'azienda dei trasporti il giorno stesso della visita, invece di fidarsi di un elenco stampato altrove.
Un avvertimento che do sempre ai gruppi: non fatevi scaricare a Porta Pia pensando che il museo si veda da lì. Non si vede. Via Nizza è una strada residenziale interna, il MACRO ci si affaccia con un fronte lungo e basso, e l'ingresso di Odile Decq, tutto vetro e metallo, si riconosce solo quando ci si è quasi davanti.
In auto, in bicicletta e a piedi
La zona è dentro la fascia dei parcheggi a pagamento, con le strisce blu su quasi tutte le vie dell'isolato, e nelle ore di ufficio trovare posto in via Nizza o in via Reggio Emilia richiede pazienza. Il museo dispone di posti riservati per i visitatori con disabilità. In bicicletta si arriva bene: le pendenze sono minime e il quartiere ha una maglia stradale regolare, quella a scacchiera tipica dell'edilizia post unitaria, che rende il percorso leggibile anche a chi non conosce Roma.
A piedi il MACRO si lega con naturalezza a due itinerari. Il primo scende verso il centro passando per Porta Pia, corso d'Italia e via Veneto, e in mezz'ora vi porta a piazza Barberini. Il secondo risale via Nomentana verso Villa Torlonia e, poco più in là, verso il quartiere Coppedè. Sono passeggiate da fare con calma, meglio di mattina.
Orari, biglietti e costi del MACRO
Quanto costa entrare al MACRO
Sei euro l'intero, quattro il ridotto. È un prezzo basso per un museo di questa metratura, e va detto con chiarezza perché il MACRO per anni è stato a ingresso libero: il biglietto è tornato con la riapertura di dicembre 2025, dopo un periodo di gratuità che ha accompagnato le prime due settimane di attività. Chi ricorda gli anni senza cassa può storcere il naso. Io la penso diversamente: sei euro per tre o quattro mostre serie, in una città dove una singola esposizione temporanea in un palazzo del centro ne chiede quindici o sedici, restano un affare.
Le riduzioni e le gratuità
Il ridotto a 4 euro copre una platea larga: dai 7 ai 26 anni, gli over 65, i docenti in servizio, gli appartenenti alle forze dell'ordine, i giornalisti con tesserino, gli studenti e i dottorandi e i gruppi di almeno dieci persone, oltre a chi rientra in convenzioni istituzionali. La gratuità vale per i bambini fino a 6 anni, per le persone con disabilità e il loro accompagnatore, per le guide turistiche abilitate, per i possessori di tessera ICOM e per un accompagnatore ogni dieci studenti in visita scolastica. Gli eventi inaugurali sono a ingresso libero, ed è il modo migliore per capire in una sera sola che pubblico frequenta questo posto.
Il cinema, le visite guidate e i laboratori
La sala cinema del MACRO ha una biglietteria propria: 7 euro intero, 5 ridotto. È una scelta che sorprende chi entra pensando di trovarci una saletta di servizio, e invece è una programmazione autonoma, con rassegne costruite intorno a temi urbani e alla città. Le visite guidate su prenotazione costano 100 euro a gruppo, 80 euro per le scuole; i laboratori per i più piccoli si pagano fra gli 8 e i 12 euro a partecipante. Per l'organizzazione conviene scrivere all'indirizzo del museo negli orari di risposta, dal lunedì al venerdì fra le 9.30 e le 17.

L'ex birrificio Peroni: la fabbrica che è diventata il MACRO
Prima di essere un museo, questo isolato produceva birra. Il 24 novembre 1911 la Birra Peroni acquistò l'area compresa fra via Reggio Emilia, via Nizza e via Cagliari; dall'anno successivo, il 1912, la costruzione degli edifici dello stabilimento fu seguita da Gustavo Giovannoni, uno degli architetti e teorici più influenti della Roma del primo Novecento, l'uomo che avrebbe formulato il concetto di "diradamento" applicato ai centri storici e che avrebbe insegnato per decenni alla Facoltà di Architettura. Il fatto che a firmare una fabbrica di birra sia stato Giovannoni dice molto di quanto, in quegli anni, l'architettura industriale fosse considerata materia nobile.
Lo stabilimento lavorò fino al 1971, quando la produzione cessò. Seguì il destino di tante fabbriche urbane rimaste dentro la città che nel frattempo era cresciuta intorno a loro: un decennio di ipotesi, trattative e progetti. Fra il 1978 e il 1982 fu concordato con il Comune un piano di recupero, e nel 1984 l'amministrazione comunale prese in carico il complesso destinandolo alla Galleria Comunale d'Arte Moderna e Contemporanea. I lavori veri iniziarono soltanto nel 1996 e si conclusero nel 1999, anno in cui il blocco recuperato fu inaugurato come nuova sede della Galleria Comunale d'Arte Moderna e Contemporanea di Roma, su una superficie che si aggirava intorno ai 3.800 metri quadrati.
Che cosa resta della fabbrica dentro il museo
Molto più di quanto si creda. Le campate lunghe, i pilastri, le altezze generose delle sale al piano terra sono quelle dei capannoni di produzione; le finestre alte e strette che danno su via Reggio Emilia appartengono al linguaggio industriale dei primi del secolo, con quel gusto liberty applicato con misura che a Roma si trova in pochi altri edifici del genere. Camminando nelle sale storiche si percepisce la differenza di ritmo rispetto al blocco nuovo: qui lo spazio è scandito, regolare, quasi conventuale; di là è fluido e obliquo.
Chi ha interesse per questa storia industriale può completarla dall'altra parte del quartiere, dove ha sede l'Archivio Storico e Museo Birra Peroni, che conserva documenti, manifesti e macchinari dell'azienda. È una visita che la maggior parte dei romani ignora e che vale il pomeriggio.
L'ampliamento di Odile Decq: il MACRO nuovo (2001-2010)
Nel 2000 il Comune di Roma bandì un concorso internazionale per l'ampliamento del museo. Lo vinse nel 2001 Odile Decq, architetta francese di Laval, formatasi a Rennes e a Parigi, all'epoca una delle poche donne a guidare uno studio di quel livello e già nota per la sede della Banque Populaire de l'Ouest a Rennes. Il cantiere si aprì il 29 luglio 2004 e si chiuse a maggio 2010; il museo ampliato riaprì al pubblico il 5 dicembre 2010. Con l'ampliamento la superficie complessiva salì a circa 13.000 metri quadrati, dei quali circa 10.000 di intervento nuovo.
Il progetto di Decq è uno dei pochissimi edifici contemporanei di Roma che si possono raccontare a un gruppo senza dover giustificare nulla. Funziona. Non è un contenitore neutro e non è nemmeno un gesto scultoreo autoreferenziale: è una macchina di percorsi, costruita sull'idea che in un museo d'arte contemporanea il movimento del pubblico sia parte dell'esposizione.
La hall nera e il nucleo rosso sospeso
Si entra da via Nizza attraverso una facciata vetrata che lascia intravedere dall'esterno quello che accade dentro. La hall è tenuta sui grigi e sui neri, con superfici lucide che moltiplicano i riflessi, e da lì emerge il pezzo che tutti ricordano: il volume rosso dell'auditorium, un corpo sospeso e curvo che attraversa lo spazio a mezz'aria. Il rosso non è un capriccio cromatico. Decq lavora per codici di colore, e l'assegnazione è rigorosa: nero e grigio agli spazi di distribuzione, rosso ai luoghi della parola e della socialità, bianco alle sale espositive. Il visitatore capisce dove si trova prima ancora di leggere un cartello.
Le passerelle sospese del MACRO
Intorno a quel nucleo si avvitano le passerelle. Sono percorsi metallici a quote diverse che collegano i livelli, girano sopra la hall, si affacciano sul vuoto e ogni tanto si allargano in piccoli spazi espositivi. Decq ha parlato di equilibrio dinamico, di superfici che scorrono le une sulle altre; a chi ci cammina sopra viene in mente piuttosto Piranesi e le sue Carceri, un'architettura di ponti che si intersecano senza un punto di vista privilegiato. Un lucernario porta luce naturale dall'alto e cambia completamente il carattere dell'ambiente a seconda dell'ora e della stagione.
Il mio consiglio, che vale più di molte spiegazioni: percorrete le passerelle due volte, una salendo e una scendendo. Sono progettate perché lo stesso tratto restituisca due immagini diverse nei due sensi di marcia, e la maggior parte dei visitatori se ne accorge solo se glielo si dice.
La terrazza e la vasca d'acqua del MACRO
Sopra il museo Decq ha costruito una piazza. La copertura, circa 2.500 metri quadrati, è un giardino urbano praticabile, raggiungibile con rampe che salgono dal fronte di via Nizza e dal lato di via Reggio Emilia, pensato come spazio pubblico e non come pertinenza esclusiva del biglietto. La superficie alterna materiali diversi, sabbia, ghiaia, pietra calcarea, erbe, e una lama d'acqua che nelle giornate ferme diventa uno specchio per il cielo del Salario. Ci sono un bar e un ristorante allo stesso livello, e la terrazza ospita eventi, concerti e performance nella stagione calda.
Va detto con onestà che questo è anche il punto in cui il progetto ha sofferto di più il passare degli anni e delle gestioni: una copertura di quel tipo chiede manutenzione costante, e la sua fruibilità è cambiata parecchie volte a seconda del momento e della programmazione. Verificate sul posto se è aperta il giorno in cui andate.
L'auditorium e le sale bianche
Le sale espositive del blocco nuovo sono deliberatamente neutre: pareti bianche, luce controllata, pochissimi elementi fissi. Decq le ha concepite perché un'opera possa essere appesa, sospesa, appoggiata a terra o installata senza che l'architettura le imponga una direzione. È una scelta ben più difficile di quanto sembri, perché rinuncia a fare spettacolo esattamente dove il pubblico se lo aspetterebbe. L'auditorium, ospitato nel volume rosso, è il luogo degli incontri, delle proiezioni e delle presentazioni, e ha una acustica pensata per la parola più che per la musica sinfonica.
Le stagioni del MACRO: i nomi, le direzioni, i cambi di rotta
Pochi musei italiani hanno cambiato pelle come questo. Per capirlo bisogna partire da lontano, perché la storia del contenitore e quella della collezione corrono su due binari distinti che si incrociano soltanto alla fine.
Dalla Galleria Comunale al MACRO
La raccolta civica di arte moderna e contemporanea nasce nell'Ottocento, quando il Comune di Roma comincia ad acquistare opere alle grandi esposizioni: il nucleo iniziale risale agli acquisti compiuti nel 1883 all'Esposizione internazionale di belle arti, con l'intenzione dichiarata di costituire una galleria cittadina. Nel 1913 Auguste Rodin donò alla città il bronzo del Busto di signora. Nel 1925, dopo altre acquisizioni, l'amministrazione decise di dare alla raccolta una sede stabile a Palazzo Caffarelli, sul Campidoglio, e nel 1931 la collezione fu ulteriormente ampliata. Nel 1938 l'istituzione venne soppressa e le opere passarono alla Galleria nazionale d'arte moderna.
Nel 1949 la raccolta fu ricostituita e molte delle opere depositate alla Galleria nazionale tornarono alla Galleria comunale, che riaprì al pubblico a Palazzo Braschi. Nel 1963 buona parte della collezione fu trasferita al Palazzo delle Esposizioni, dove rimase fino al 1981, anno della chiusura dell'edificio per restauri; le opere tornarono allora nei depositi di Palazzo Braschi. Fra il 1991 e il 1994 la collezione, in parte dispersa, fu riordinata e riunita, e nel 1995 la Galleria riaprì provvisoriamente nell'ex convento delle Carmelitane esponendo centocinquanta opere. È una vicenda di traslochi che spiega, meglio di qualsiasi commento, perché a Roma l'arte del Novecento abbia impiegato tanto tempo a trovare una casa.
Il primo padiglione dell'ex Peroni aprì al pubblico nel 1997 e nel 1999 furono completati i primi due corpi assegnati alla Galleria. L'11 ottobre 2002 il museo fu inaugurato ufficialmente con il nome che porta ancora, MACRO, Museo di arte contemporanea di Roma, sotto la direzione di Danilo Eccher. Chi vuole vedere che fine ha fatto la parte ottocentesca e primo novecentesca della collezione civica deve andare alla Galleria d'Arte Moderna di Roma, in via Francesco Crispi, dietro via Veneto: è la sorella maggiore del MACRO e viene visitata da pochissimi.
MACRO Testaccio e MACRO Future
Nello stesso 2002 il museo aprì una sede distaccata in due padiglioni dell'ex mattatoio di Testaccio, sotto il nome di MACRO Future, poi diventato per tutti MACRO Testaccio. Fu un'operazione felice: due navate industriali enormi, il travertino e il ferro dell'architettura ottocentesca di Gioacchino Ersoch, la vicinanza al Monte dei Cocci e alla Piramide, e un pubblico giovane che a Testaccio ci arrivava comunque. Per anni quei padiglioni hanno ospitato le mostre più fisiche e più grandi che via Nizza non poteva contenere, oltre alla presenza stabile, all'interno del complesso, dell'Accademia di Belle Arti e della Facoltà di Architettura di Roma Tre.
Quella stagione è finita. Il complesso di piazza Orazio Giustiniani non si chiama più MACRO Testaccio: è il Mattatoio di Roma, polo di ricerca e produzione artistica con una propria identità, gestito dall'Azienda Speciale Palaexpo fino al 2025 e poi affidato alla nuova Fondazione Mattatoio di Roma - Città delle arti. Chi cerca oggi "MACRO Testaccio" trova un nome che sopravvive solo nelle indicazioni stradali e nella memoria dei romani. Se passate di lì, il Monte dei Cocci è a duecento metri e merita comunque la deviazione.
MACRO Asilo, la stagione di Giorgio de Finis (2018-2020)
Nel 2018, con il passaggio della gestione all'Azienda Speciale Palaexpo, il museo cambiò radicalmente formula. La direzione fu affidata a Giorgio de Finis, antropologo e regista, già ideatore del MAAM, il museo nato dentro una fabbrica occupata sulla via Prenestina. Il progetto si chiamava MACRO Asilo e proponeva un'idea estrema: il museo ospitale, aperto agli artisti di ogni tipo, dove chiunque potesse chiedere uno spazio e un tempo per mostrare il proprio lavoro, in aperta polemica con il sistema dell'arte ufficiale e con le sue gerarchie.
Il risultato fu il museo più frequentato e più discusso della città. Gli ingressi crebbero in modo vistoso, le sale erano piene di gente che non aveva mai messo piede in un museo d'arte contemporanea, la programmazione era torrenziale e volutamente ingovernabile. La critica militante lo trattò con sufficienza; una parte del pubblico romano lo ricorda invece come il periodo in cui il MACRO era diventato una piazza. La verità, secondo me, è che entrambe le letture sono giuste: MACRO Asilo ha portato dentro un pubblico che nessun'altra formula aveva mai intercettato, e allo stesso tempo ha reso quasi impossibile distinguere il lavoro serio dal rumore. L'esperienza si chiuse nel 2020.
Il Museo per l'Immaginazione Preventiva di Luca Lo Pinto (2020-2024)
Al MACRO Asilo seguì il ribaltamento esatto. Nel 2020 la direzione artistica passò a Luca Lo Pinto, curatore romano con una lunga esperienza internazionale, che ribattezzò il museo Museo per l'Immaginazione Preventiva, una formula presa in prestito dal vocabolario delle avanguardie e usata per indicare un'istituzione che immagina prima di documentare. Lo Pinto ragionò sul museo come su una rivista: sezioni ricorrenti, rubriche, uscite periodiche, una grafica riconoscibile e un programma che si costruiva per numeri anziché per mostre singole.
Furono quattro anni di ricerca vera, con un livello curatoriale che ha riportato il MACRO nelle conversazioni internazionali e con un ingresso rimasto gratuito, scelta che ha consolidato un pubblico giovanissimo e molto fedele. Il mandato si è concluso il 31 dicembre 2024; l'ultima mostra della sua direzione, Post Scriptum. Un museo dimenticato a memoria di Charlemagne Palestine, ha chiuso il 16 febbraio 2025. Se devo dire quale delle tre stagioni recenti mi ha convinto di più sul piano del contenuto, dico questa, con una riserva: chi non frequentava già l'arte contemporanea, davanti a quel programma, faticava a entrare.
La direzione di Cristiana Perrella e il MACRO di oggi
Dopo alcuni mesi di attesa e una selezione con più candidati, il 26 marzo 2025 è stata nominata direttrice Cristiana Perrella, curatrice con una carriera lunga fra Roma e Prato, con un mandato di tre anni. La sua impostazione è dichiaratamente sistemica: costruire un rapporto stabile con la città, valorizzare la collezione permanente con un percorso educativo, lavorare sull'accessibilità fisica ed emotiva degli spazi, aprire al pubblico la biblioteca del museo e tenere insieme discipline e generazioni diverse.
Il museo ha riaperto l'11 dicembre 2025 con tre progetti: UNAROMA, curata dalla stessa Perrella con Luca Lo Pinto e articolata in tre sezioni, Set, Live e Off, con una quarantina di artisti; Dissonanze, dedicata ai venticinque anni del festival di musica elettronica; e Abitare le rovine del presente del gruppo Stalker, mappatura della rigenerazione urbana romana. Con quella riapertura sono arrivati anche la sala cinema con una programmazione sulla città, il ristorante all'ultimo piano, il bar al mezzanino, la sala biblioteca e la sala studio, e una caffetteria libreria. Il biglietto, come si diceva, è tornato.
Il nome ufficiale oggi è semplicemente MACRO, Museo d'Arte Contemporanea di Roma. Le due denominazioni degli anni scorsi, MACRO Asilo e Museo per l'Immaginazione Preventiva, appartengono alla storia dell'istituto e non alla sua insegna attuale.

La collezione capitolina d'arte contemporanea del MACRO
Il MACRO custodisce una delle raccolte pubbliche di arte italiana del secondo Novecento più consistenti del paese: circa seicento opere, formate soprattutto da acquisizioni, premi e donazioni accumulate lungo tutto il secolo scorso. È una collezione che racconta Roma come capitale artistica in una fase in cui la città lo era davvero, fra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta.
Gli artisti della collezione del MACRO
Il primo nucleo è quello dell'astrattismo romano del dopoguerra e del gruppo Forma 1, fondato nel 1947: Carla Accardi, Antonio Sanfilippo, Achille Perilli, Piero Dorazio, ai quali si affiancano lo scultore ceramista Leoncillo Leonardi e Ettore Colla, che negli anni Cinquanta assemblava sculture con rottami di ferro industriale prima che il termine arte povera esistesse. Chi guarda un'Accardi degli anni Sessanta, con quei segni bianchi su fondo scuro che sembrano un alfabeto mai decifrato, ha davanti uno dei momenti più alti dell'astrazione europea del periodo.
Il secondo nucleo è quello dell'Arte Povera, con Mario Ceroli e le sue figure ritagliate nel legno grezzo e Pino Pascali, morto in un incidente di moto nel 1968 a trentadue anni, autore di finti cannoni e finti animali che hanno cambiato l'idea italiana di scultura. Il terzo è la Scuola di Piazza del Popolo, la generazione che a Roma incrociava la pop art americana con l'iconografia locale: Tano Festa, Mario Schifano, Titina Maselli, Mimmo Rotella con i suoi manifesti strappati.
Accanto ai maestri, la raccolta comprende un fondo cospicuo di artisti delle generazioni successive, molti dei quali romani o attivi a Roma: Giovanni Albanese, Andrea Aquilanti, Gianni Asdrubali, Domenico Bianchi, Bruno Ceccobelli, Sarah Ciracì, Enzo Cucchi, Fabrice de Nola, Gianni Dessì, Daniele Galliano, Federico Guida, Felice Levini, Fabio Mauri, Luigi Ontani, Cristiano Pintaldi, Piero Pizzi Cannella, Gioacchino Pontrelli, Bernardo Siciliano, Sissi, Marco Tirelli. Alcuni di questi nomi, come Fabio Mauri con i suoi schermi e le sue proiezioni sul corpo, o Luigi Ontani con i suoi tableaux vivants fotografici, sono figure di rilievo internazionale che il pubblico generalista italiano conosce ancora poco.
Perché la collezione del MACRO si vede poco
La domanda me la fanno praticamente tutti, ed è legittima. Le ragioni sono tre e vale la pena dirle senza ipocrisie. La prima è di spazio: seicento opere non entrano nelle sale disponibili se contemporaneamente si vogliono ospitare quattro o cinque mostre temporanee, e il MACRO ha costruito la propria identità sulla programmazione temporanea. La seconda è di conservazione: molte opere del secondo Novecento sono fragili, fatte di materiali instabili, e la rotazione è una necessità tecnica prima che una scelta curatoriale. La terza è storica, e riguarda i traslochi di cui si è detto: una collezione smontata e rimontata quattro volte in cinquant'anni arriva al presente con problemi di inventario, di attribuzione e di stato di conservazione che si risolvono lentamente.
La direzione attuale ha messo la valorizzazione della permanente fra gli obiettivi dichiarati, con l'idea di un percorso educativo dedicato. È la cosa che aspetto con più curiosità, perché un museo civico che non mostra la propria collezione tradisce metà della sua ragione sociale. Nel frattempo, se cercate opere di quegli stessi anni esposte in modo stabile, la Galleria Nazionale a valle Giulia e il Museo Carlo Bilotti all'Aranciera di Villa Borghese offrono una risposta più immediata.
Le mostre in corso al MACRO nel 2026
La programmazione va per cicli: più mostre inaugurano insieme e chiudono a scadenze diverse, così che il museo cambi volto senza mai spegnersi del tutto. Con un solo biglietto da 6 euro si entra in tutte quelle aperte quel giorno, ed è il motivo per cui conviene sempre controllare il calendario prima di scegliere la data. Il ciclo attualmente in corso comprende sei progetti.
Miriam Cahn. Ciò che mi guarda
Aperta dall'11 giugno al 15 novembre 2026, curata da Cristiana Perrella, è la mostra più importante del ciclo. Miriam Cahn, nata a Basilea nel 1949, è una delle voci più radicali della pittura europea contemporanea: figure frontali, colori acidi, corpi che guardano lo spettatore invece di lasciarsi guardare, e una pratica politica che le è costata censure e polemiche in mezza Europa. Non è una mostra facile e non è una mostra per tutti, ma è esattamente il genere di operazione che giustifica l'esistenza di un museo civico d'arte contemporanea. La scheda dedicata a Miriam Cahn al MACRO raccoglie orari e dettagli.
Hito Steyerl. Mechanical Kurds
Dal 29 aprile al 1 novembre 2026, a cura di Alice Labor. Hito Steyerl, artista e teorica tedesca nata a Monaco nel 1966, lavora sull'immagine digitale, sull'economia dei dati e sul lavoro invisibile che alimenta le tecnologie che usiamo tutti i giorni. Le sue installazioni video sono fra le poche in circolazione capaci di essere insieme rigorose e divertenti. Se avete un'ora sola e volete portare a casa una cosa che vi resti addosso, andate qui: trovate i dettagli nella pagina di Hito Steyerl al MACRO.
Uno, cinque, dodici. Ottant'anni del Premio Strega
Dal 29 aprile al 20 settembre 2026, a cura di Maria Luisa Frisa e Mario Lupano. Una mostra sull'ottantesimo anniversario del più noto premio letterario italiano, costruita da due curatori che vengono dagli studi sulla moda e sulla cultura visiva: il che significa che l'oggetto non è la letteratura in astratto, ma il modo in cui il premio ha costruito un immaginario, dei riti e delle figure pubbliche. Per chi ama i libri è una visita obbligata; la pagina di Uno, cinque, dodici al MACRO riporta il programma.
Amelia Rosselli, un canto nel suo spazio
Dal 29 aprile al 20 settembre 2026, a cura di Andrea Cortellessa. Amelia Rosselli, nata a Parigi nel 1930 e morta a Roma nel 1996, figlia di Carlo Rosselli assassinato dai fascisti, è stata una delle poete più originali del Novecento italiano e insieme musicista e studiosa di teoria musicale. Cortellessa è il suo lettore più attento. Una mostra di poesia in un museo d'arte contemporanea può sembrare un azzardo: qui funziona, perché il materiale sonoro e visivo è trattato come opera e non come illustrazione. Vedete la scheda su Amelia Rosselli al MACRO.
Premio Paul Thorel, terza edizione
Dall'11 giugno al 30 agosto 2026. Il premio è dedicato alla memoria di Paul Thorel, artista che ha lavorato sull'immagine digitale prima che la fotografia diventasse un fatto di algoritmi, e ogni edizione mette in mostra il lavoro dei finalisti. È il progetto più utile per capire che cosa producono oggi gli artisti sotto i quarant'anni in Italia. Il dossier è nella pagina de Le imperfezioni, Premio Paul Thorel al MACRO.
SHE DEVIL 14
Dal 29 aprile al 20 settembre 2026. La rassegna di videoarte al femminile arriva alla quattordicesima edizione: una selezione internazionale di lavori brevi, proiettati in sequenza, che si guarda seduti e si assorbe in poco più di un'ora. È il formato che consiglio a chi porta ragazzi adolescenti, perché la durata dei singoli pezzi tiene l'attenzione senza sforzo.
Il MACRO e il festival FotoGrafia
C'è un capitolo che i romani ricordano bene e che i più giovani non hanno vissuto. Dal 2010, prima nella sede di Testaccio e dal 2013 in quella di via Nizza, il MACRO è stato il principale spazio espositivo di FotoGrafia. Festival internazionale di Roma, ospitandone le mostre maggiori, la collettiva sul tema dell'anno, la Commissione Roma e il Photobook Market. La Commissione Roma, in particolare, era una formula intelligente: ogni anno un fotografo di livello internazionale veniva invitato a produrre un lavoro nuovo sulla città, e il risultato entrava poi nelle raccolte pubbliche. Ne è nato un archivio visivo della Roma contemporanea che nessuna campagna istituzionale avrebbe mai prodotto con la stessa qualità. La fotografia resta una delle materie di casa in questo museo, e chi ci torna con regolarità la ritrova quasi sempre in programma sotto una forma o sotto un'altra.
Come si visita il MACRO: percorso, durata, consigli
Il MACRO non ha un percorso obbligato. Si entra da via Nizza, si prende il biglietto, si lascia lo zaino al guardaroba e da lì si comincia dal livello che si preferisce. Il mio suggerimento operativo è di risalire subito alle passerelle, guardare l'edificio dall'alto e solo dopo scendere nelle sale: capire la macchina prima di guardare le opere aiuta molto, perché in questo museo l'orientamento è la difficoltà principale per chi ci entra la prima volta.
Quanto tempo serve per visitare il MACRO
Con un ciclo pieno di quattro o cinque mostre, un'ora e mezza è il minimo e due ore e mezza sono la misura giusta. Se aggiungete una proiezione in sala cinema, calcolate mezza giornata. Chi entra soltanto per l'architettura, senza fermarsi sulle opere, se la cava in quaranta minuti, ma è un modo di sprecare sei euro. Le installazioni video, che al MACRO sono quasi sempre presenti, chiedono un tempo che la gente tende a non mettere in conto: un lavoro di venti minuti va guardato per venti minuti, altrimenti tanto vale saltarlo.
Si possono fare fotografie dentro le sale
Nelle mostre di arte contemporanea la regola cambia da progetto a progetto, perché dipende dai diritti concessi dagli artisti e dai prestatori. In genere la fotografia senza flash e senza cavalletto per uso personale è ammessa negli spazi comuni e nelle sale, mentre singole opere possono essere segnalate come non fotografabili con un cartello a terra. Il criterio pratico è semplice: guardate il cartello all'ingresso della sala e, in caso di dubbio, chiedete al personale di sala, che risponde volentieri.
Il MACRO con i bambini
Funziona meglio di quanto ci si aspetti. I bambini sotto i sei anni entrano gratis, dai sette in su pagano quattro euro, e il museo organizza laboratori dedicati fra gli 8 e i 12 euro. L'arte contemporanea, contrariamente al pregiudizio, è la più accessibile ai bambini piccoli, perché non richiede di conoscere la mitologia, la storia sacra o l'iconografia: chiede di guardare e di reagire. Le passerelle poi sono un'attrazione a sé. L'unico accorgimento è la durata: con bambini sotto i dieci anni non superate l'ora e un quarto, e scegliete il sabato o la domenica mattina, quando il museo apre alle 10 e le sale sono ancora vuote.
Accessibilità del MACRO
L'edificio è nato accessibile e questo, in una città come Roma, va detto ad alta voce. Ingresso accessibile, percorsi praticabili in carrozzina, servizi igienici attrezzati, posti auto riservati e prestito gratuito di sedie a rotelle. Le rampe dell'ampliamento di Decq sostituiscono in più punti i gradini, e i livelli sono collegati da ascensori. Il tema su cui la direzione attuale ha dichiarato di voler lavorare è l'accessibilità cognitiva ed emotiva, cioè il modo in cui i testi, le didascalie e il personale rendono comprensibile una materia che intimidisce molti visitatori.
Quando andare al MACRO e quando evitarlo
Il momento migliore è il sabato mattina presto, subito dopo le 10, o il martedì pomeriggio appena aperto, alle 12. Il museo si riempie soprattutto nel tardo pomeriggio del fine settimana e nelle sere di inaugurazione, quando però il gioco cambia: se cercate l'atmosfera, l'inaugurazione è il momento più vivo dell'anno e l'ingresso è libero; se cercate le opere, è il momento peggiore in assoluto.
Agosto è un mese anomalo. Il centro di Roma si svuota, il Salario ancora di più, e capita di attraversare intere sale da soli. Chi visita la città in estate e non sopporta la calca dei siti archeologici trova qui un rifugio climatizzato con pochissima gente. In inverno, invece, la luce del lucernario sulle passerelle è più bassa e drammatica, e l'edificio dà il meglio di sé nel primo pomeriggio.
Da evitare, salvo interesse specifico, i giorni immediatamente successivi alla chiusura di un ciclo: capita che alcune sale siano in allestimento e che il biglietto dia accesso a meno di quanto ci si aspetti. La biglietteria lo segnala, ma è meglio saperlo prima.
Cosa c'è intorno al MACRO
Il Salario e il Nomentano a piedi
Il quartiere merita una passeggiata a sé. È la Roma costruita fra il 1880 e il 1930 per la borghesia impiegatizia della nuova capitale, con palazzine di quattro o cinque piani, cortili interni, portoni in ferro battuto e una quantità sorprendente di dettagli liberty e déco che nessuno guarda mai. Via Nizza, via Reggio Emilia, via Cagliari e le strade parallele conservano botteghe storiche e bar di quartiere dove si fa colazione al banco come si faceva quarant'anni fa. Piazza Fiume, a cinque minuti, è il varco delle Mura Aureliane dove sorgeva Porta Salaria, demolita negli anni Venti del Novecento per allargare il transito: le Mura Aureliane ricompaiono poco più in là, verso corso d'Italia.
Villa Torlonia a un quarto d'ora dal MACRO
Risalendo via Nomentana si arriva a Villa Torlonia, il parco che fu la residenza romana di Mussolini dal 1925 al 1943 e che oggi ospita tre musei civici. Il Casino Nobile con il suo appartamento storico, il Casino dei Principi e soprattutto la Casina delle Civette, capolavoro di eclettismo con le sue vetrate liberty, sono la combinazione perfetta per una seconda mezza giornata. Il contrasto con il MACRO è la cosa più istruttiva: due idee di modernità romana a un chilometro di distanza e a un secolo l'una dall'altra.
Il quartiere Coppedè a venti minuti
Poco più a nord, dietro piazza Buenos Aires, si apre il quartiere Coppedè, l'isolato fantastico progettato da Gino Coppedè fra il 1913 e il 1927, con il suo arco, il lampadario appeso in mezzo alla strada, la fontana delle rane e quel misto di medievale, barocco e liberty che a Roma non ha eguali. Dal MACRO ci si arriva a piedi in venti minuti buoni. È gratis, si visita in mezz'ora e regala le fotografie migliori della zona.
Porta Pia e la Roma umbertina
Dall'altro lato, verso il centro, c'è Porta Pia, ultima opera architettonica di Michelangelo, iniziata nel 1561 su commissione di Pio IV, e il tratto di mura dove il 20 settembre 1870 i bersaglieri aprirono la breccia che chiuse il potere temporale dei papi. Sull'asse di via XX Settembre si allineano i ministeri della nuova capitale, e in pochi minuti si scende verso via Veneto e piazza Barberini. È il percorso che consiglio a chi ha una mezza giornata e vuole legare il museo alla storia della città.
Il MACRO e gli altri musei d'arte contemporanea di Roma
La domanda ricorrente è se convenga il MACRO o il MAXXI. Rispondo così: sono due mestieri diversi. Il MAXXI al Flaminio è un museo nazionale, con due collezioni statutarie, arte e architettura, un edificio di Zaha Hadid che è una destinazione in sé e un biglietto che costa più del doppio. Il MACRO è civico, più piccolo, più sperimentale, più economico e molto più imprevedibile. Chi ha un solo pomeriggio e vuole la sicurezza di una grande mostra vada al MAXXI; chi vuole capire che cosa si muove adesso a Roma venga in via Nizza.
La terza gamba è la Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea a valle Giulia, che copre l'Ottocento e il Novecento con una collezione permanente esposta e stabile, ed è il posto giusto per chi cerca i nomi che ha studiato. Il Museo Carlo Bilotti nell'Aranciera di Villa Borghese è invece la sorpresa piccola: pochi ambienti, opere di de Chirico e una manciata di lavori novecenteschi, ingresso quasi sempre a tariffa contenuta e una mezz'ora ben spesa.
Una curiosità su MACRO - Museo di arte contemporanea di Roma
La curiosità più bella riguarda il colore. Odile Decq ha imposto all'edificio un codice cromatico rigidissimo, quasi da segnaletica industriale: nero e grigio agli spazi di distribuzione, rosso ai luoghi dove si parla e ci si incontra, bianco alle sale dove si guardano le opere. Non è una scelta decorativa e non nasce dal gusto personale dell'architetta: nasce da un ragionamento sull'orientamento. In un edificio senza percorso obbligato, dove le passerelle salgono e girano e i livelli si confondono, il visitatore rischia di perdere continuamente il senso di dove si trova. Il colore glielo restituisce prima che il cervello elabori una planimetria.
Provate a farci caso la prossima volta. Uscendo da una sala bianca vi accorgete di essere tornati nel grigio della distribuzione, e sapete istintivamente che dovete cercare un'altra porta; quando compare il rosso, sapete che siete arrivati a un punto di sosta. È un dispositivo di orientamento che funziona sotto la soglia della coscienza, e che in Italia è stato adottato in pochissimi musei.
Il secondo elemento curioso è che il volume rosso dell'auditorium non poggia a terra. È sospeso, attraversa la hall a mezz'aria e la sua curva incombe su chi entra. Nel gergo dello studio veniva chiamato il nucleo, e attorno a quel nucleo si organizza tutto il resto: le rampe, i ballatoi, i piccoli spazi espositivi ricavati negli allargamenti dei percorsi. Un edificio che, invece di distribuire il pubblico intorno a un vuoto, come farebbe un museo tradizionale, lo distribuisce intorno a un pieno che galleggia. Detto in modo brutale: la parte più scenografica del MACRO è un pezzo di architettura che non tocca il pavimento, e quasi nessuno se ne accorge finché non glielo si fa notare.
Una cosa che non ti dice nessuno su MACRO - Museo di arte contemporanea di Roma
Il biglietto del MACRO non è il biglietto dei Musei in Comune. Sembra un dettaglio da contabili, e invece è la cosa che manda più gente a sbattere contro la cassa. Dal 2018 la gestione è passata dalla Sovrintendenza Capitolina all'Azienda Speciale Palaexpo, e da quel momento il museo è uscito dal circuito civico ordinario: la MIC Card, la tessera annuale che permette ai residenti l'accesso illimitato ai musei comunali, qui non serve; la prima domenica del mese, che apre gratuitamente molti musei del circuito capitolino e statale, non porta la gratuità in via Nizza; le riduzioni sono quelle stabilite dall'azienda che gestisce il museo e non quelle del sistema comunale.
Ne consegue una seconda cosa che nessuno dice: le informazioni che si trovano in giro sul MACRO sono spesso datate, perché descrivono uno degli assetti precedenti. Negli anni della direzione di Luca Lo Pinto l'ingresso era gratuito, e moltissime pagine di terze parti riportano ancora quella condizione. Oggi si paga, sei euro. Chi arriva con un'informazione vecchia si sente truffato, e invece è semplicemente cambiato il modello.
La terza cosa poco nota riguarda la copertura. La piazza pensile sul tetto, circa duemilacinquecento metri quadrati con superfici in sabbia, ghiaia, pietra ed erbe e una lama d'acqua, era stata concepita come spazio pubblico urbano, accessibile anche a chi non entra nel museo, e collegata alla strada da rampe esterne. Nella pratica la sua apertura è dipesa dai periodi, dalla manutenzione e dalla programmazione, e non è affatto scontato trovarla praticabile nel giorno in cui si va. Chiedete in biglietteria appena entrate, perché se è aperta è la parte del museo che vale il viaggio.
Il consiglio che ti do per visitare MACRO - Museo di arte contemporanea di Roma
Il consiglio numero uno è di andarci con una mostra scelta in anticipo. Il MACRO cambia programma per cicli, con quattro, cinque o sei progetti aperti contemporaneamente e con date di chiusura scaglionate; presentarsi senza sapere che cosa si trova è il modo migliore per uscirne con la sensazione di non aver capito. Aprite il calendario, individuate il progetto che vi interessa davvero, e costruite la visita intorno a quello, usando gli altri come contorno.
Il consiglio numero due riguarda i tempi. Contate due ore e mezza per un ciclo completo. Le installazioni video, che qui abbondano, hanno durate reali che vanno dai cinque ai quaranta minuti: se entrate a metà proiezione e uscite dopo tre minuti non avete visto l'opera, avete visto un frammento. Meglio guardarne due per intero che sei a spizzichi. Sedetevi. Nelle sale ci sono panche o cuscini quasi sempre.
Il consiglio numero tre è di combinare la visita con qualcosa che stia nel raggio di un quarto d'ora a piedi, perché il quartiere lo merita e perché il MACRO da solo non riempie una giornata. Le due combinazioni che propongo ai gruppi sono queste: la mattina il museo e il pomeriggio Villa Torlonia con la Casina delle Civette, oppure il museo seguito dal Coppedè e da una discesa verso Porta Pia. La prima è una giornata di musei, la seconda è una giornata di architettura, e sono entrambe più coerenti di quanto sembri.
Ultimo consiglio, pratico: il guardaroba è gratuito e funziona per tutto l'orario. Usatelo. Le passerelle sono strette in alcuni punti e girare con uno zaino sulle spalle in mezzo alle opere è un ottimo modo per farsi richiamare dal personale di sala.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Tutti sanno che il MACRO occupa un ex birrificio. Quasi nessuno sa che quel birrificio porta la firma di Gustavo Giovannoni. Dal 1912 fu lui a seguire la costruzione degli edifici dello stabilimento della Birra Peroni sull'area acquistata il 24 novembre 1911 fra via Reggio Emilia, via Nizza e via Cagliari. Giovannoni non era un tecnico qualunque: è l'architetto e storico che ha inventato il concetto di diradamento edilizio applicato ai centri storici italiani, che ha guidato per anni la cultura architettonica romana e che ha contribuito a fondare la scuola di architettura della capitale. Che una fabbrica di birra sia stata affidata a una figura di quel peso racconta un'epoca in cui l'architettura industriale non era considerata un genere minore.
Il secondo fatto risaputo e poco citato è la data della fine. La produzione di birra in via Nizza cessò nel 1971, e da quel momento l'isolato entrò in un limbo lungo tredici anni. Fra il 1978 e il 1982 fu messo a punto con il Comune un piano di recupero; solo nel 1984 l'amministrazione prese effettivamente in carico il complesso destinandolo alla Galleria Comunale d'Arte Moderna e Contemporanea. I lavori partirono nel 1996 e nel 1999 il complesso fu inaugurato come sede della Galleria. Fra la chiusura della fabbrica e l'apertura del museo passarono ventotto anni: una lentezza che oggi sembra incredibile e che all'epoca era la norma per il patrimonio industriale italiano.
Terzo fatto: il MACRO non è nato come museo di arte contemporanea, ma come sede di una galleria comunale che raccoglieva arte moderna, cioè materiale ottocentesco e primo novecentesco. Il cambio di nome del 2002 fu anche un cambio di missione, e la parte più antica della raccolta civica prese un'altra strada, quella della Galleria d'Arte Moderna di via Francesco Crispi. Due musei, una sola collezione originaria, divisa da uno spartiacque cronologico.
La foto giusta da fare a MACRO - Museo di arte contemporanea di Roma
La fotografia che rende è una sola, e non è quella della facciata. Bisogna salire sulle passerelle, portarsi al punto in cui il percorso metallico gira intorno al volume rosso dell'auditorium, e inquadrare verso il basso includendo nello stesso fotogramma tre cose: il rosso curvo del nucleo, la geometria nera dei parapetti e una porzione della hall vetrata sul fondo. È l'immagine che restituisce l'idea di Decq, cioè un edificio fatto di percorsi che si intersecano, e funziona sia in verticale sia in orizzontale.
Per la luce, il momento migliore è la tarda mattinata di una giornata limpida, quando il lucernario manda una luce zenitale che stacca i piani e disegna ombre nette sul pavimento lucido. Nelle giornate coperte l'ambiente diventa uniforme e la fotografia perde profondità. Con il telefono conviene bloccare l'esposizione sul rosso, altrimenti l'automatismo lo brucia e il colore diventa una macchia arancione senza dettaglio.
La seconda inquadratura che consiglio, se la copertura è aperta, è dalla terrazza verso il quartiere: la lama d'acqua in primo piano che riflette il cielo e, dietro, i tetti e le antenne del Salario, con la cupola di qualche chiesa a rompere la linea. È una Roma che non compare mai nelle cartoline e proprio per questo funziona.
Una raccomandazione seria: prima di scattare all'interno delle mostre, controllate il cartello all'ingresso della sala. Alcune opere in prestito hanno restrizioni sui diritti di riproduzione e il divieto viene segnalato caso per caso. Negli spazi architettonici comuni, invece, non ci sono di norma limitazioni per l'uso personale, e nessuno vi dirà nulla se rinunciate al flash e al cavalletto.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il primo avvenimento è del 24 novembre 1911, quando la Birra Peroni acquistò l'area fra via Reggio Emilia, via Nizza e via Cagliari. Roma stava allora costruendo i suoi quartieri nuovi a nord est delle mura, e la scelta di impiantare uno stabilimento produttivo dentro quella maglia urbana dice come funzionava la città prima che le fabbriche venissero spinte in periferia. Dal 1912 partì il cantiere seguito da Gustavo Giovannoni.
Il secondo è la cessazione della produzione nel 1971. Il terzo, il passaggio del complesso al Comune nel 1984, dopo un piano di recupero concordato fra il 1978 e il 1982. Il quarto è l'inaugurazione del 1999, quando il blocco restaurato aprì come sede della Galleria Comunale d'Arte Moderna e Contemporanea di Roma, su circa 3.800 metri quadrati.
Il quinto avvenimento è l'11 ottobre 2002: il museo viene inaugurato ufficialmente con il nome MACRO, Museo di arte contemporanea di Roma, sotto la direzione di Danilo Eccher, e nello stesso anno apre la sede distaccata di Testaccio, MACRO Future, in due padiglioni dell'ex mattatoio. Il sesto è del 2000-2001, con il concorso internazionale bandito dal Comune e la vittoria di Odile Decq. Il settimo è il cantiere dell'ampliamento, aperto il 29 luglio 2004 e chiuso a maggio 2010, e la riapertura al pubblico del 5 dicembre 2010.
Gli avvenimenti più recenti sono istituzionali, ma pesano quanto quelli edilizi. Nel gennaio 2018 la gestione passa dai Musei in Comune all'Azienda Speciale Palaexpo, e con essa arriva la stagione di MACRO Asilo, conclusa nel 2020. Nel 2020 subentra Luca Lo Pinto con il Museo per l'Immaginazione Preventiva, mandato chiuso il 31 dicembre 2024. Il 26 marzo 2025 viene nominata direttrice Cristiana Perrella, con incarico triennale. L'11 dicembre 2025 il museo riapre al pubblico con un assetto rinnovato, la sala cinema, il ristorante all'ultimo piano, il bar al mezzanino, la biblioteca e la sala studio, e le mostre UNAROMA, Dissonanze e Abitare le rovine del presente.
Chi è passato da MACRO - Museo di arte contemporanea di Roma
Il primo nome da fare è quello di Auguste Rodin, che nel 1913 donò alla città di Roma il bronzo del Busto di signora: un'opera che appartiene alla vicenda della raccolta civica da cui il MACRO discende. Il secondo è Gustavo Giovannoni, che questo isolato lo ha costruito, quando era ancora una fabbrica. Il terzo è Odile Decq, che lo ha rifatto: architetta francese nata a Laval nel 1955, vincitrice del concorso del 2001, presenza fisica costante nei cantieri romani per sei anni e voce polemica nei confronti del sistema delle archistar proprio negli anni in cui quel sistema dominava.
Fra gli artisti, la collezione permanente è un catalogo di passaggi: Carla Accardi, Piero Dorazio, Achille Perilli, Antonio Sanfilippo e Leoncillo per la stagione astratta del dopoguerra; Ettore Colla, che assemblava ferri di scarto quando nessuno lo faceva; Pino Pascali e Mario Ceroli per l'Arte Povera; Mario Schifano, Tano Festa, Titina Maselli e Mimmo Rotella per la Scuola di Piazza del Popolo. Poi Fabio Mauri, Luigi Ontani, Enzo Cucchi, Gianni Dessì, Bruno Ceccobelli, Domenico Bianchi, Marco Tirelli e gli altri della generazione successiva, molti dei quali romani di formazione e di studio.
Sul fronte della direzione sono passati di qui Danilo Eccher, che inaugurò il museo nel 2002, e poi i curatori che hanno guidato le stagioni successive fino a Giorgio de Finis, antropologo e regista, ideatore del MAAM sulla Prenestina e direttore del MACRO Asilo, e Luca Lo Pinto, curatore romano con un percorso internazionale che ha diretto il museo dal 2020 al 31 dicembre 2024. Oggi la direzione è di Cristiana Perrella.
Fra gli artisti internazionali passati dalle sale in tempi recenti ci sono Charlemagne Palestine, compositore e artista americano che ha chiuso la stagione di Lo Pinto con Post Scriptum. Un museo dimenticato a memoria, terminata il 16 febbraio 2025; Miriam Cahn, pittrice svizzera nata nel 1949, protagonista della grande personale del 2026; Hito Steyerl, artista e teorica tedesca nata nel 1966. Non è una lista di celebrità di passaggio: è l'elenco di chi qui ha davvero lavorato.
Domande veloci su MACRO - Museo di arte contemporanea di Roma
Dove si trova il MACRO
In via Nizza 138, 00198 Roma, nell'isolato compreso fra via Nizza, via Reggio Emilia e via Cagliari, fra il quartiere Salario e il Nomentano, a pochi minuti a piedi da Porta Pia e da piazza Fiume.
Quanto costa il biglietto del MACRO
Sei euro l'intero e quattro euro il ridotto. La sala cinema ha un biglietto separato, sette euro intero e cinque ridotto.
Il MACRO è gratuito
Non più. L'ingresso libero ha caratterizzato gli anni della direzione precedente; con la riapertura di dicembre 2025 è tornato il biglietto a pagamento. Restano gratuiti i bambini sotto i sei anni, le persone con disabilità con un accompagnatore, le guide turistiche abilitate, i soci ICOM, un accompagnatore ogni dieci studenti e gli eventi inaugurali.
Quali sono gli orari del MACRO
Da martedì a venerdì dalle 12 alle 19, sabato e domenica dalle 10 alle 19. Ultimo ingresso trenta minuti prima della chiusura.
Che giorno è chiuso il museo
Il lunedì. Nei periodi di allestimento fra un ciclo espositivo e l'altro alcune sale possono essere temporaneamente non visitabili: conviene controllare il sito ufficiale prima di partire.
Serve prenotare la visita
No, la prenotazione non è obbligatoria. I biglietti si acquistano in cassa oppure online sul circuito CoopCulture. La prenotazione serve per le visite guidate e per i laboratori.
La MIC Card vale al MACRO
No. Dal 2018 il museo è gestito dall'Azienda Speciale Palaexpo e non fa parte del circuito Musei in Comune, quindi la tessera dei musei civici qui non dà diritto all'ingresso.
Si entra gratis la prima domenica del mese
No. L'iniziativa riguarda altri circuiti museali; il MACRO applica le proprie tariffe tutti i giorni di apertura.
Quanto dura la visita al MACRO
Un'ora e mezza è il minimo con un ciclo pieno, due ore e mezza la misura giusta. Con una proiezione in sala cinema si arriva a mezza giornata.
Si possono scattare fotografie in mostra
Negli spazi comuni e nella maggior parte delle sale sì, senza flash e senza cavalletto, per uso personale. Singole opere possono avere restrizioni segnalate da un cartello: in caso di dubbio chiedete al personale di sala.
Il MACRO è accessibile in sedia a rotelle
Sì. Ingresso accessibile, percorsi praticabili, servizi igienici attrezzati, posti auto riservati e prestito gratuito di sedie a rotelle.
C'è il guardaroba
Sì, ed è attivo per tutto l'orario di apertura. Conviene usarlo, perché alcune passerelle sono strette.
Il MACRO è adatto ai bambini
Molto. Sotto i sei anni si entra gratis, dai sette si paga il ridotto, e il museo organizza laboratori dedicati fra gli otto e i dodici euro. Con bambini piccoli meglio non superare l'ora e un quarto di visita.
Quali mostre ci sono adesso al MACRO
Nel ciclo in corso sono aperte Miriam Cahn. Ciò che mi guarda fino al 15 novembre 2026, Hito Steyerl. Mechanical Kurds fino al 1 novembre 2026, Uno, cinque, dodici. Ottant'anni del Premio Strega, Amelia Rosselli, un canto nel suo spazio e SHE DEVIL 14 fino al 20 settembre 2026, e il Premio Paul Thorel alla terza edizione fino al 30 agosto 2026.
Con un biglietto si vedono tutte le mostre
Sì. Il biglietto d'ingresso dà accesso a tutte le mostre aperte quel giorno. Il cinema si paga a parte.
Chi è il direttore del MACRO
La direttrice è Cristiana Perrella, nominata il 26 marzo 2025 con un mandato di tre anni.
Il MACRO si chiama ancora Museo per l'Immaginazione Preventiva
No. Quella denominazione apparteneva al progetto della direzione di Luca Lo Pinto, conclusa il 31 dicembre 2024. Oggi il museo si presenta con il suo nome istituzionale, MACRO, Museo d'Arte Contemporanea di Roma.
Che fine ha fatto il MACRO Testaccio
La sede distaccata dell'ex mattatoio non porta più quel nome. Il complesso di piazza Orazio Giustiniani è oggi il Mattatoio di Roma, polo di ricerca e produzione artistica gestito fino al 2025 dall'Azienda Speciale Palaexpo e poi affidato alla Fondazione Mattatoio di Roma - Città delle arti.
Quante opere ha la collezione del MACRO
Circa seicento, in prevalenza arte italiana della seconda metà del Novecento, con nuclei di Forma 1, Arte Povera e Scuola di Piazza del Popolo.
Perché non si vede la collezione permanente
Per ragioni di spazio, di conservazione e di storia della raccolta, spostata più volte nel corso del Novecento. Viene esposta a rotazione e la direzione attuale ha annunciato un percorso dedicato alla sua valorizzazione.
Chi ha progettato il MACRO
Gli edifici originari sono quelli dello stabilimento Birra Peroni, la cui costruzione fu seguita da Gustavo Giovannoni a partire dal 1912. L'ampliamento contemporaneo, con la hall, le passerelle e la copertura praticabile, è dell'architetta francese Odile Decq, vincitrice del concorso nel 2001 e autrice dell'intervento inaugurato nel dicembre 2010.
La terrazza sul tetto è accessibile
La copertura è nata come piazza pensile aperta al pubblico, ma la sua fruibilità dipende dalla manutenzione e dalla programmazione del momento. Chiedete in biglietteria appena entrate.
C'è un bar o un ristorante
Sì. Con la riapertura del dicembre 2025 sono attivi un ristorante all'ultimo piano, un bar al mezzanino e una caffetteria libreria, oltre alla sala biblioteca e alla sala studio.
Come si arriva al MACRO con i mezzi
Le stazioni della metropolitana più vicine sono Policlinico e Castro Pretorio sulla linea B, entrambe a dieci o quindici minuti a piedi. Il nodo di superficie di riferimento è piazza Fiume, servito da numerose linee di autobus, insieme a quelle di via Nomentana e corso d'Italia. Conviene verificare il numero della linea sull'applicazione dei trasporti il giorno stesso.
Meglio il MACRO o il MAXXI
Dipende da quello che cercate. Il MAXXI è un museo nazionale con grandi mostre e un biglietto più alto; il MACRO è civico, più piccolo, più sperimentale ed economico. Con un pomeriggio solo e la voglia di una grande esposizione, il MAXXI; per capire che cosa si muove adesso a Roma, il MACRO.
Cosa si può vedere nel quartiere
Villa Torlonia con la Casina delle Civette a un quarto d'ora a piedi, il quartiere Coppedè a venti minuti, Porta Pia e il tratto delle Mura Aureliane verso piazza Fiume e corso d'Italia, e la Galleria d'Arte Moderna di via Francesco Crispi scendendo verso via Veneto.
Ci sono visite guidate
Sì, su prenotazione: cento euro a gruppo, ottanta euro per le scolaresche. Per l'organizzazione si scrive al museo dal lunedì al venerdì, fra le 9.30 e le 17.

Se dovessi dire in una riga perché torno al MACRO più spesso che in qualunque altro museo romano, direi questo: è l'unico posto della città dove posso entrare senza sapere che cosa troverò e uscirne con una discussione aperta. Sei euro, due ore, un quartiere che nessuno vi ha mai fatto vedere. Andateci con la mente sgombra, salite subito sulle passerelle, e concedete alle opere il tempo che chiedono invece di quello che avete deciso di dargli.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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