Museo Laboratorio d’Arte Contemporanea – MLAC

Il MLAC, museo laboratorio di arte contemporanea della Sapienza, è dentro il Palazzo del Rettorato, in piazzale Aldo Moro 5, a Roma: l'ingresso è sotto il portico, accanto allo sportello CIAO, sul lato posteriore dell'edificio. Ingresso libero, senza biglietto e senza prenotazione. Apre soltanto quando c'è una mostra, di pomeriggio, con orario indicativo 15.00-19.00 e una scansione dei giorni che cambia da mostra a mostra: prima di muoverti conviene controllare il calendario sul sito ufficiale del museo o sulle pagine del Polo museale Sapienza, perché fra una esposizione e l'altra le sale restano chiuse e in agosto l'intero sistema museale dell'ateneo osserva la pausa estiva. Ci si arriva con la metropolitana B, fermata Policlinico, oppure con Castro Pretorio, sempre linea B, a una decina di minuti di cammino; in superficie servono la Città Universitaria gli autobus 71, 310, 492 e 649 e i tram 3 e 19. Gli ingressi pedonali del campus sono su piazzale Aldo Moro, viale Regina Elena, via Cesare de Lollis e viale dell'Università. Nessun guardaroba, nessuna caffetteria interna al museo, nessun bookshop: quello che trovi è una sala espositiva universitaria, aperta a chiunque, dentro un edificio del 1935.

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Ogni scheda apre una pagina di confronto qui su estateromana.com: le differenze tra le opzioni, le fasce di prezzo indicative e il link per prenotare sul sito del venditore. Puoi salvare quello che ti interessa in "Il mio viaggio".

Musei Vaticani e Cappella Sistina✦ Vai all'apertura

Musei Vaticani e Cappella Sistina

Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.

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Tour a piedi✦ Il classico

Tour a piedi

Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.

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Galleria Borghese✦ Prenotazione obbligatoria

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Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.

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Colosseo, Foro e Palatino✦ Va a ruba

Colosseo, Foro e Palatino

L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...

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Tour in golf cart✦ Poco cammino

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Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.

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Food tour✦ Vieni affamato

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Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.

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Bar hopping e vita notturna✦ Dopo le 21

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Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.

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Vespa e Ape Calessino✦ Foto garantite

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In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.

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Tour in sidecar✦ Il più scenografico

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Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.

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Corsi di cucina✦ Si mangia alla fine

Corsi di cucina

Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.

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Degustazioni di vino✦ Anche in città

Degustazioni di vino

In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.

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Castelli Romani✦ Fuori porta

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Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.

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Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana✦ Patrimonio UNESCO

Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana

Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.

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Catacombe e Appia Antica✦ Sottoterra

Catacombe e Appia Antica

Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.

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Colosseo: sotterranei e arena✦ Accesso limitato

Colosseo: sotterranei e arena

Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.

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Pompei e Costiera Amalfitana✦ Giornata lunga

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Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.

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Firenze in giornata✦ Alta velocità

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Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.

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Castel Sant'Angelo✦ Terrazza panoramica

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Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.

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Roma di notte✦ Dopo il tramonto

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Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.

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Bus hop-on hop-off✦ Libertà di scesa

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Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.

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Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.

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Trevi, Pantheon e piazze✦ Centro storico

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Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.

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Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.

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Segway e monopattino✦ Poco sforzo

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Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.

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Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.

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Terme di Caracalla✦ Poco affollato

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Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.

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Ostia Antica✦ A 30 minuti

Ostia Antica

La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.

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Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.

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Vaticano: ingresso anticipato✦ Prima dell'apertura

Vaticano: ingresso anticipato

Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.

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Tour in e-bike✦ Senza fatica

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Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.

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Se stai costruendo un giro romano fatto di cose vere e non di code, la pagina delle attrazioni turistiche ti dà il quadro generale; questa guida entra invece dentro un luogo che la maggior parte dei romani non ha mai visto, pur passandoci accanto ogni giorno.

Museo Laboratorio d’Arte Contemporanea, MLAC, Sapienza Roma
Museo Laboratorio d’Arte Contemporanea, MLAC

Che cosa è davvero il Museo Laboratorio d’Arte Contemporanea – MLAC

Partiamo dal nome, perché il nome qui non è un vezzo. Museo Laboratorio: le due parole insieme dicono una scelta precisa, e cioè che questo non è un contenitore di opere da conservare, ma un cantiere di ricerca dove la mostra è insieme il risultato e lo strumento del lavoro universitario. Un museo classico acquisisce, cataloga, espone e custodisce. Qui il processo è rovesciato: prima si costruisce un progetto espositivo, spesso con studenti e dottorandi che fanno da curatori sotto la guida dei docenti, poi accade che qualche opera resti, per dono dell'artista o per commissione, e con il tempo quelle opere rimaste hanno formato una raccolta. La collezione, insomma, è un effetto collaterale dell'attività, non il suo punto di partenza.

La Sapienza definisce il proprio museo laboratorio come uno spazio dinamico aperto alle molteplici forme visive, letterarie, plastiche, museali, teatrali, cinematografiche e architettoniche dell'arte, e come luogo di intersezione fra l'esperienza formativa e la produzione culturale. Tradotto in pratica: dentro queste sale si è visto di tutto, dalla fotografia di reportage al graffiti writing, dal collage alla grafica editoriale, dalla pittura degli anni Cinquanta ai libri d'artista interattivi. La programmazione comprende esposizioni, conferenze, tavole rotonde, presentazioni di libri, festival, rassegne video e proposte musicali, e l'insieme funziona come una palestra: gli studenti di storia dell'arte contemporanea imparano il mestiere montando mostre vere, con artisti vivi, prestiti reali, un catalogo da scrivere e un pubblico che entra dalla strada.

La mia opinione, dopo vent'anni passati ad accompagnare gruppi nei musei romani: il MLAC è uno dei pochissimi luoghi della città dove l'arte contemporanea non viene servita come intrattenimento. Non c'è la scenografia immersiva, non c'è il pannello con la frase a effetto, non c'è la coda per la stanza fotografabile. C'è un lavoro intellettuale esposto al pubblico, e questo per il visitatore adulto è un privilegio, non una mancanza. Chi cerca lo spettacolo resterà deluso in dieci minuti; chi cerca un'idea uscirà con un appunto da approfondire.

Il Museo Laboratorio dentro l'università, non accanto all'università

La collocazione fisica spiega la natura dell'istituzione meglio di qualunque dichiarazione programmatica. Il museo occupa spazi che l'ateneo gli ha destinato nel Palazzo del Rettorato, cioè nell'edificio simbolo della Città Universitaria, quello che chiude prospetticamente il viale centrale e che ospita l'Aula Magna, la Biblioteca Alessandrina e gli uffici di governo dell'ateneo. Non è un padiglione periferico costruito per l'occasione: è una porzione del cuore amministrativo e cerimoniale della Sapienza, ceduta all'arte contemporanea. In una università italiana, questa è una dichiarazione di intenti pesante.

Ne discende una conseguenza che il visitatore occasionale sottovaluta: il MLAC non ha un pubblico da conquistare con la biglietteria, quindi può permettersi mostre difficili, monografiche su artisti dimenticati, ricognizioni su materiali d'archivio, temi che nessun museo civico affronterebbe perché non portano incassi. È la libertà dell'istituzione che non deve vendere niente. Il rovescio della medaglia è la fragilità del calendario: quando finisce una mostra e non ne comincia un'altra, la porta resta chiusa e nessuno se ne accorge.

Dove si trova il MLAC e come si entra davvero

L'indirizzo ufficiale è piazzale Aldo Moro 5, ma quel numero civico indica l'intera Città Universitaria, un recinto di oltre venti edifici. Il punto che ti serve è un altro: il Palazzo del Rettorato, l'edificio in fondo al viale principale, riconoscibile per il prospetto rivestito di travertino e per la Minerva di bronzo piantata davanti, in mezzo alla vasca. Il museo non si apre sul fronte solenne dello scalone, ma sul retro, sotto il porticato, accanto al punto informativo per studenti CIAO. Da lì passano ogni giorno migliaia di ragazzi che vanno a sbrigare pratiche di segreteria, e quasi nessuno di loro alza gli occhi sulla locandina della mostra.

Il campus è pubblico e attraversabile. Non c'è un tornello, non c'è un badge da esibire, non c'è un guardiano che chiede che cosa vai a fare: i locali universitari sono liberamente accessibili negli orari di apertura, e la Città Universitaria funziona di fatto come una grande piazza chiusa al traffico. Entra dal cancello monumentale di piazzale Aldo Moro, quello disegnato da Arnaldo Foschini con i propilei che aprono la prospettiva, prosegui dritto lungo il viale, supera i due edifici in mattoni rossi che si fronteggiano e arriverai alla vasca della Minerva. Il Rettorato è l'edificio che hai davanti. Gira attorno, sul lato del portico, e cerca l'insegna del CIAO.

Gli altri ingressi della Città Universitaria

Se arrivi dal Policlinico, l'accesso più rapido è quello di viale Regina Elena, che ti immette nella parte nord del campus, fra gli istituti scientifici. Chi viene dal quartiere San Lorenzo entra da via Cesare de Lollis, alle spalle della Casa dello Studente; chi arriva dalla stazione Tiburtina o dal Verano usa gli accessi orientali su viale dell'Università. Tutti e tre gli ingressi portano al viale centrale in cinque o sei minuti a piedi. Il cancello di piazzale Aldo Moro resta il più scenografico, e per un visitatore che vede la Città Universitaria per la prima volta vale i due minuti in più di cammino: la prospettiva costruita da Marcello Piacentini è pensata proprio per essere percorsa da lì.

Come arrivare al Museo Laboratorio d’Arte Contemporanea – MLAC

Metropolitana linea B, fermata Policlinico: si esce su viale Regina Elena e in cinque minuti si è dentro il campus. Sempre sulla linea B, la fermata Castro Pretorio lascia a una decina di minuti di camminata, con l'attraversamento di viale Castro Pretorio e di viale dell'Università. In superficie, le linee di superficie che servono la Città Universitaria sono gli autobus 71, 310, 492 e 649 e i tram 3 e 19, che percorrono viale Regina Elena e viale delle Province: il 19 e il 3 sono i mezzi giusti se arrivi da Trastevere, da Valle Giulia o dal quadrante Nomentano, il 492 se vieni da Cipro o da piazza Cavour, il 310 se scendi dalla zona Talenti e Nomentana.

Dalla stazione Termini si arriva a piedi in poco più di un quarto d'ora: si imbocca via Marsala, si prosegue su via Marghera e si taglia verso via dei Mille e viale Castro Pretorio. È una passeggiata senza bellezza, francamente, ma è la più veloce e ti evita di aspettare un autobus. In macchina, invece, dimenticatelo: piazzale Aldo Moro è nell'area a traffico limitato in fascia oraria e il campus non ha parcheggi aperti agli esterni. Il consiglio da professionista è secco: metropolitana B, sempre, e se puoi programma l'uscita a Policlinico, che è più vicina e ti fa entrare dal lato degli istituti scientifici, dove il campus si legge meglio.

Il MLAC in bicicletta e a piedi dal centro

La Città Universitaria è pianeggiante e il tratto dalla stazione Termini è tutto in piano: chi si muove in bicicletta o in monopattino arriva dal centro storico in venti minuti abbondanti, con l'unica difficoltà del traffico su viale Castro Pretorio. Dentro il campus si pedala tranquillamente e ci sono rastrelliere accanto agli edifici. Chi arriva a piedi da San Lorenzo attraversa via dei Volsci e via Tiburtina, e in quel caso conviene mettere in conto una sosta nel quartiere prima o dopo la visita, perché è lì che si mangia bene, non dentro l'università.

Orari, ingresso e biglietti del MLAC

L'ingresso è libero e gratuito. Non esiste biglietteria, non esiste tariffa ridotta, non esiste abbonamento: si entra e basta, negli orari in cui la mostra è visitabile. Il museo apre esclusivamente in occasione delle esposizioni temporanee, di norma nel pomeriggio, con orario indicativo dalle 15.00 alle 19.00. Sulla scansione dei giorni le indicazioni non coincidono sempre: alcune mostre vengono annunciate con apertura dal lunedì al sabato, altre dal lunedì al venerdì con il fine settimana chiuso. La regola prudente è una sola: guarda la scheda della mostra in corso prima di uscire di casa, perché quella riporta i giorni esatti di quella specifica esposizione.

Le chiusure sono quelle dell'ateneo: pausa natalizia lunga, sospensione estiva, giorni di chiusura istituzionale. In agosto i musei del Polo museale Sapienza osservano la pausa estiva, e il MLAC segue lo stesso calendario. Chi programma una visita fra la metà di luglio e i primi di settembre deve mettere in conto di trovare tutto chiuso: è il periodo peggiore dell'anno per questo museo, mentre da ottobre a giugno l'attività è continua e si incrociano due o tre mostre a semestre.

Perché un museo gratuito non significa un museo minore

Nella mia esperienza, la gratuità disorienta il visitatore italiano, abituato a misurare il valore di un museo dal prezzo del biglietto. Qui il meccanismo economico è diverso: il museo è una struttura didattica dell'università, il personale scientifico è composto da docenti e ricercatori dell'ateneo, gli allestimenti sono realizzati con i fondi della ricerca e con le collaborazioni degli istituti culturali. Non c'è nulla da vendere, quindi non c'è nulla da far pagare. Il risultato è che ti trovi davanti mostre costruite con lo stesso rigore filologico di una pubblicazione scientifica, senza le scorciatoie narrative che i musei a pagamento adottano per giustificare il prezzo. Per un pubblico adulto è un affare.

La storia del Museo Laboratorio d’Arte Contemporanea – MLAC

Il museo nasce nel 1985 per iniziativa di Simonetta Lux, docente di storia dell'arte contemporanea della Sapienza, quando l'ateneo destina alcuni spazi del Palazzo del Rettorato a un progetto che allora in Italia non aveva quasi precedenti: un museo universitario dedicato non al passato ma alla produzione artistica del presente. L'attività espositiva vera e propria parte nel 1987, e parte alla grande, con una mostra di Alberto Burri. Aprire con Burri, negli anni Ottanta, significava dichiarare che l'università non intendeva occuparsi di arte contemporanea in tono minore.

Da allora la direzione è passata di mano più volte, restando sempre nell'ambito dei docenti di storia dell'arte e di estetica dell'ateneo: Maurizio Calvesi, Simonetta Lux, Marta Fattori, Giuseppe Di Giacomo e Claudio Zambianchi sono i nomi che la Sapienza indica nella propria ricostruzione storica, e negli anni più recenti la conduzione scientifica è affidata a Ilaria Schiaffini e Francesca Gallo, con Claudia Carlucci come curatrice d'area. Sono nomi che dicono poco al turista e moltissimo a chi conosce la storiografia artistica italiana: Calvesi è stato uno dei massimi studiosi del Seicento romano e insieme uno dei critici che hanno costruito il canone dell'arte italiana del Novecento, e la sua presenza alla guida di un museo laboratorio universitario dà la misura dell'ambizione del progetto.

Simonetta Lux e l'idea del museo laboratorio

L'intuizione di Lux è stata capire, con quindici anni di anticipo sul resto del sistema museale italiano, che l'arte contemporanea non si insegna con le diapositive. Si insegna facendola incontrare agli studenti nella sua forma più scomoda, cioè nell'opera che arriva in cassa, che va scartata, misurata, appesa, illuminata, spiegata al pubblico e poi rimandata indietro. Il museo laboratorio è la traduzione istituzionale di questa idea: uno spazio dove la didattica coincide con la pratica curatoriale, e dove lo studente non è spettatore ma operatore.

Nel corso degli anni il modello si è consolidato attorno a tre funzioni intrecciate. La prima è espositiva: portare dentro l'università artisti italiani e stranieri, giovani e affermati. La seconda è di ricerca: usare la mostra come strumento di verifica di un'ipotesi scientifica, come si fa in un laboratorio di chimica con l'esperimento. La terza è di formazione: costruire competenze curatoriali in ragazzi che poi andranno a lavorare nei musei, nelle gallerie, nelle soprintendenze. Chi oggi in Italia si occupa professionalmente di arte contemporanea, e ha studiato a Roma, con ottima probabilità è passato da qui.

Le direzioni successive e la continuità del Museo Laboratorio

Il passaggio di consegne fra direttori, in un museo universitario, non è un dettaglio burocratico: ogni direzione porta con sé un campo di studi, e il programma espositivo si sposta di conseguenza. Con Calvesi il baricentro è stato la lettura storico-critica del Novecento italiano; con Fattori e Di Giacomo il museo ha frequentato con più insistenza il territorio dell'estetica filosofica e del rapporto fra immagine e pensiero; con Zambianchi e con le direzioni recenti si è accentuata l'attenzione per la fotografia, per gli archivi d'artista e per le pratiche contemporanee di documentazione. È una storia che si legge nel catalogo delle mostre come si legge la storia di un dipartimento nelle sue pubblicazioni.

Quello che non è mai cambiato è la scala. Il MLAC non ha ceduto alla tentazione della grande mostra evento, che avrebbe portato pubblico e visibilità e avrebbe snaturato l'istituzione. Ha continuato a fare esposizioni di dimensione media, quasi sempre monografiche o tematiche, quasi sempre con un apparato scientifico solido alle spalle. Questa fedeltà alla propria misura è la ragione per cui il museo è ancora vivo dopo quattro decenni, mentre molte iniziative culturali universitarie nate negli stessi anni sono scomparse.

Sala espositiva del Museo Laboratorio d’Arte Contemporanea alla Sapienza
Museo Laboratorio d’Arte Contemporanea, MLAC

La collezione del MLAC: oltre cento opere nate dalle mostre

In quasi quaranta anni di attività il museo ha messo insieme una raccolta che supera il centinaio di opere. Non è una collezione costruita con acquisti mirati, ed è proprio questo a renderla interessante: si è formata per stratificazione, con le donazioni degli artisti che avevano esposto, con i lavori commissionati per occasioni specifiche, con i materiali rimasti in deposito dopo le esposizioni. Disegno, grafica, fotografia, street art: i linguaggi rappresentati sono quelli che il museo ha frequentato nella sua programmazione, e la raccolta funziona come una carota geologica della storia curatoriale dell'istituzione.

Un episodio chiave di questo accumulo è la campagna del 2022, quando la mostra dedicata alla Sapienza fotografata ha chiamato fotografi italiani di primo piano a ritrarre il campus, e le immagini prodotte sono entrate nella raccolta. Commissionare significa fare una scelta storiografica: decidere quali autori raccontano un luogo in un dato momento. È l'operazione che un museo civico compie di rado, per mancanza di fondi e di coraggio, e che un museo laboratorio può permettersi perché è la sua funzione naturale.

Perché la collezione non è quasi mai esposta

Chi arriva al MLAC pensando di trovare una collezione permanente sbaglia bersaglio. Le opere della raccolta non sono in esposizione stabile: escono dai depositi in occasione di mostre tematiche, di ricerche dottorali, di ricognizioni sul patrimonio dell'ateneo. È una scelta obbligata, perché lo spazio disponibile è quello di una sala espositiva, non di una galleria permanente, e ogni metro quadro occupato da una collezione fissa sarebbe un metro quadro sottratto al lavoro vivo. Detto onestamente, è anche una perdita: la raccolta meriterebbe un catalogo ragionato e una sede di consultazione stabile, e la comunità scientifica lo dice da tempo.

Come si visita il Museo Laboratorio d’Arte Contemporanea – MLAC

Il MLAC è un museo di una manciata di ambienti, non un percorso a stanze numerate. Dimensione, luce e proporzioni sono quelle di una sala espositiva ricavata dentro un edificio istituzionale degli anni Trenta: soffitti alti, pareti libere, illuminazione artificiale, nessuna finestra che disturbi le opere. La visita dura quaranta minuti se la mostra è densa, venti se è una monografica asciutta. Non ci sono audioguide, non c'è biglietteria, non c'è deposito bagagli. C'è un banco all'ingresso, quasi sempre presidiato da uno studente o da un dottorando, e quella persona è la risorsa migliore del museo.

Il mio consiglio operativo, quello che do sempre ai gruppi che accompagno: parla con chi è al banco. In un museo civico l'addetto alla sala controlla che non tocchi i quadri; qui, nove volte su dieci, hai davanti qualcuno che ha lavorato al progetto, ha letto la bibliografia, sa perché quell'opera è appesa in quel punto e perché è stata scelta quella sequenza. Vent'anni di professione mi hanno insegnato che una conversazione di dieci minuti con un curatore vale più di tre pannelli didattici. Al MLAC quella conversazione è gratis e non devi neanche chiederla in anticipo.

Che cosa portarsi dietro e che cosa lasciare a casa

Niente zaini ingombranti, perché non c'è guardaroba e nelle sale lo spazio è quello che è. Niente treppiedi. Un taccuino, invece, serve: le mostre del MLAC lavorano spesso su materiali d'archivio e su bibliografie specialistiche, e capita di uscire con tre titoli da cercare in biblioteca. Se sei in gruppo, tieni presente che oltre le quindici persone la sala diventa scomoda e la visita perde qualità: meglio dividersi in due turni e usare l'attesa per guardare la Città Universitaria, che è un museo di architettura a cielo aperto.

Quanto tempo dedicare al MLAC e come inserirlo in una giornata

Il museo da solo non giustifica una traversata della città, e sarebbe disonesto scrivere il contrario. Giustifica invece pienamente una mezza giornata se lo si inserisce dove va inserito, cioè dentro un itinerario sulla Città Universitaria e sul Polo museale della Sapienza. Una combinazione che funziona sempre: arrivo alle 15.00 al MLAC, quaranta minuti di mostra, poi il giro esterno del campus con la Minerva, i propilei, gli edifici di Ponti e di Pagano, e chiusura in uno degli altri musei universitari aperti nel pomeriggio. Con questo schema si esce alle 18.30 avendo visto una cosa che nessuna guida generalista mette in programma.

Le mostre recenti del MLAC, una per una

Il modo migliore per capire che cosa aspettarsi da questo museo è guardare che cosa ci è passato negli ultimi anni. Il calendario recente racconta un'istituzione che alterna la fotografia storica alla ricerca d'archivio, il recupero di artisti dimenticati alla pratica contemporanea più radicale. È un programma senza compiacenze, e alcune di queste mostre in una sede civica romana non si sarebbero viste.

Morire di classe, la condizione manicomiale fotografata da Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin

Dal 10 giugno all'8 luglio 2026 il museo ha esposto le fotografie in bianco e nero che Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin scattarono negli anni Sessanta dentro gli ospedali psichiatrici di Ferrara, Firenze, Gorizia e Parma, insieme a una sezione di volumi e carteggi originali dell'epoca. Quelle immagini nacquero per il libro curato nel 1969 da Franco Basaglia e Franca Ongaro Basaglia, e sono uno dei rarissimi casi in cui la fotografia italiana ha cambiato materialmente la legislazione di un paese: la denuncia visiva della condizione manicomiale è parte della catena di eventi che porta alla chiusura dei manicomi. La mostra è stata realizzata con il Polo museale Sapienza, con il supporto dell'Archivio Basaglia e di una casa editrice, e accompagnata da una tavola rotonda inaugurale con Alberta Basaglia e da proiezioni cinematografiche.

Chi l'ha vista sa che non era una mostra fotografica nel senso consueto. Era un atto di documentazione politica, allestito in una università, davanti a studenti nati quarant'anni dopo la legge 180. Questo è esattamente il tipo di operazione per cui esiste un museo laboratorio universitario, e per cui vale la pena tenerne d'occhio il programma.

Alì Assaf, opere 1973-2011

Dal 21 aprile al 29 maggio 2026 il museo ha dedicato ad Alì Assaf una ricognizione che copre quasi quarant'anni di lavoro. Una retrospettiva di questo respiro, per un artista che opera fra due culture e due geografie, è il tipo di operazione che richiede archivio, tempo e competenza filologica: tre cose che un museo universitario ha e una galleria commerciale no.

Arti e scienze nei libri interattivi delle collezioni Sapienza

Dal 19 al 28 febbraio 2026, una mostra breve e concettualmente bellissima: i libri interattivi conservati nelle collezioni dell'ateneo, cioè volumi con parti mobili, tavole ribaltabili, meccanismi cartacei costruiti per spiegare l'anatomia, l'astronomia, la geometria. È il punto esatto in cui la storia del libro incontra la storia della scienza e la storia del design. Dieci giorni di apertura soltanto: chi non seguiva il calendario se l'è persa, ed è il rischio strutturale di questo museo.

Astrazioni. Generazione anni Cinquanta

Dal 7 maggio al 28 giugno 2025 il MLAC ha lavorato sull'astrazione italiana della generazione degli anni Cinquanta, il momento in cui la pittura italiana esce dal dopoguerra e si misura con l'informale, con il segno, con la materia. È il terreno su cui la storiografia della Sapienza ha una tradizione lunga, e una mostra così, in una sala universitaria, è insieme esposizione e lezione.

Scritture erranti e Drive me acid

Nel 2024 il calendario ha messo in fila due proposte molto diverse: Drive me acid, dal 23 febbraio al 21 marzo, e Scritture erranti, dal 4 aprile al 13 giugno. La seconda in particolare, con il suo titolo che allude alla scrittura come pratica nomade, appartiene a quel filone di ricerca sul rapporto fra segno verbale e segno visivo che il museo frequenta da sempre.

Szymborska e il mondo collage

Fra il 20 novembre e il 20 dicembre 2023 il museo ha esposto il versante meno noto di Wisława Szymborska, la poetessa polacca premio Nobel per la letteratura: i collage che realizzava e spediva agli amici come cartoline, piccoli montaggi ironici costruiti con ritagli di stampa. È il genere di mostra che chiarisce meglio di qualunque saggio la differenza fra un museo laboratorio e un museo di consumo: nessuno vende biglietti con i collage di una poetessa, e proprio per questo qualcuno deve esporli.

Sélène de Condat, Viaggio verso la Sapienza

Dal 28 settembre al 10 novembre 2023, una mostra costruita sul rapporto fra l'artista e il luogo che la ospita, come dice il titolo stesso. È una formula ricorrente qui: chiedere a un autore di misurarsi con il campus, con la sua architettura, con la sua storia, e restituire il risultato al pubblico dell'ateneo.

Gino Galli, la riscoperta di un pittore fra Futurismo e ritorno all'ordine

Dal marzo al maggio 2023 il museo ha riportato alla luce Gino Galli, pittore vissuto fra il 1893 e il 1944, figura di confine fra l'avanguardia futurista e la stagione del ritorno all'ordine. Le riscoperte sono la specialità delle istituzioni universitarie: richiedono spoglio d'archivio, ricostruzione del catalogo, verifica delle attribuzioni, e non producono incassi. Se un pittore italiano del primo Novecento torna visibile, quasi sempre è perché un dipartimento ci ha lavorato sopra per anni.

Apocrypha, il segreto del sacro nell'arte contemporanea

Dal 14 dicembre 2022 al 28 febbraio 2023, una mostra tematica sul rapporto fra arte contemporanea e dimensione del sacro, terreno insidioso che il museo ha affrontato per via storico critica anziché devozionale. In una città come Roma, dove il sacro è dappertutto e quasi sempre in forma barocca, vedere la questione posta con gli strumenti dell'arte contemporanea è un esercizio salutare.

Pablo Echaurren, Neander Tales

Dal 4 ottobre al 10 novembre 2022 le sale hanno ospitato le opere recenti di Pablo Echaurren, artista romano che è insieme pittore, disegnatore, collezionista e polemista, una delle figure più riconoscibili della cultura visiva italiana degli ultimi cinquant'anni. Portare Echaurren dentro l'università significa mettere gli studenti davanti a un autore che ha attraversato il fumetto, la militanza politica, la copertina editoriale e la pittura colta senza mai chiedere il permesso alle gerarchie dei generi.

Fabrizio Borelli, Contagion, e la Sapienza fotografata

Nel novembre 2022 la personale di Fabrizio Borelli, e prima, da maggio a settembre dello stesso anno, la campagna sulla Sapienza fotografata, che ha chiamato fotografi italiani di rilievo a documentare il campus e ha fatto entrare le loro immagini nella raccolta del museo. Se un giorno qualcuno vorrà studiare come appariva la Città Universitaria nel terzo decennio del Duemila, quelle fotografie saranno la fonte.

A question of style, il graffiti writing fra teoria e pratica

Nell'aprile 2022, due giornate dedicate al graffiti writing affrontato con gli strumenti dell'analisi accademica. È il tipo di operazione che divide il pubblico e che io difendo senza esitazioni: il writing è una pratica visiva con una storia di cinquant'anni, una geografia mondiale e un lessico formale codificato, e ignorarlo per snobismo significa lasciare che lo racconti soltanto il mercato.

Allestimento di una mostra al MLAC nel Palazzo del Rettorato della Sapienza
Museo Laboratorio d’Arte Contemporanea, MLAC

La Città Universitaria di Marcello Piacentini, la cornice del MLAC

Non si capisce il MLAC senza guardare l'involucro che lo contiene. La Città Universitaria è il cantiere che fra il 1932 e il 1935 trasferisce l'università di Roma dal vecchio palazzo della Sapienza, in corso del Rinascimento, in un campus nuovo di zecca costruito in tre anni. L'ente incaricato è il Consorzio per l'assetto edilizio della Regia Università di Roma; l'architetto capo e direttore generale dei lavori è Marcello Piacentini; l'inaugurazione avviene il 31 ottobre 1935, a soli tre anni dalla costituzione del consorzio. Tre anni: per un complesso di questa dimensione è un tempo che ancora oggi lascia senza parole chi lavora nell'edilizia pubblica.

La scelta che rende il campus un caso di studio internazionale è però un'altra, ed è politica prima che architettonica. Piacentini, che era l'uomo dell'architettura di regime, chiama a progettare i singoli edifici alcuni fra i più agguerriti razionalisti italiani, cioè gli architetti che sulle riviste combattevano contro il monumentalismo: Giuseppe Pagano, direttore di Casabella, arriva da Torino e Milano; Gio Ponti, direttore di Domus, viene da Milano; Giovanni Michelucci, del Gruppo Toscano, da Firenze; e da Roma Pietro Aschieri, Giuseppe Capponi, Gaetano Minnucci, del Movimento italiano per l'architettura razionale, insieme ad Arnaldo Foschini e a Gaetano Rapisardi, collaboratore di Piacentini. Il risultato è un complesso dove la pianta è classica, assiale, gerarchica, e i singoli edifici sono moderni, intonacati, vetrati, essenziali.

Gli edifici da guardare mentre vai al Museo Laboratorio

Camminando lungo il viale centrale hai a destra e a sinistra una antologia dell'architettura italiana degli anni Trenta. L'ingresso monumentale con i propilei è di Arnaldo Foschini, che firma anche gli istituti di igiene e di ortopedia. L'edificio di fisica è di Giuseppe Pagano, quello di chimica di Pietro Aschieri, la matematica di Gio Ponti, la mineralogia e la fisiologia di Giovanni Michelucci, la botanica e la chimica farmaceutica di Giuseppe Capponi, mentre gli edifici di giurisprudenza e lettere sono di Gaetano Rapisardi. Il Rettorato, in fondo alla prospettiva, è di Piacentini.

Guarda in particolare la matematica di Ponti, con il suo corpo curvo e le aule a gradoni, e la fisica di Pagano, con la pulizia di volumi che rendeva Pagano il più intransigente del gruppo. Poi considera che gli uomini che firmarono questi edifici erano gli stessi che sulle riviste di architettura litigavano furiosamente fra loro, e che alcuni di loro avrebbero finito il decennio successivo su fronti opposti: la Città Universitaria è anche questo, un luogo dove le biografie degli autori raccontano le fratture del secolo. Questa è la parte che nessun cartello del campus ti spiega, e per me è la ragione principale per attraversarlo a piedi con calma.

Il Palazzo del Rettorato e il progetto che non fu realizzato

L'edificio che ospita il MLAC doveva essere un'altra cosa. Nel progetto originario di Piacentini il Rettorato era concepito come una torre con due ali più basse, e quella torre, la Torre del Libro, avrebbe ospitato la Biblioteca Alessandrina diventando il segno verticale dell'intero complesso. Ragioni economiche e divergenze di gusto fecero cadere l'idea: al posto della torre si costruì il blocco orizzontale che vedi oggi, con il prospetto rivestito di travertino e le finestre incorniciate in marmo rosso Portasanta. La biblioteca finì al quarto piano dello stesso edificio, dove ancora si trova.

Caddero anche altri pezzi dell'apparato decorativo previsto: due grandi bassorilievi con la Fama, affidati ad Arturo Martini, non furono mai realizzati, e nemmeno i venti medaglioni con i volti di letterati, artisti e scienziati italiani che dovevano scandire le facciate. Restarono le iscrizioni epigrafiche in latino, scelte dal filologo Vincenzo Ussani, e restò la Minerva. Della grandiosità immaginata sulla carta, insomma, è arrivato a noi un edificio più asciutto e, a giudizio di molti storici dell'architettura, migliore.

Lo scalone del Rettorato

Lo scalone monumentale che sale dal fronte principale del Rettorato è la parte più cerimoniale dell'edificio: struttura in cemento armato del 1932-1935 rivestita da grandi elementi in travertino. Negli anni recenti è stato interamente ricostruito, con la ricollocazione del travertino originale su una nuova struttura, su progetto dell'architetto Giacomo Casella, con la direzione dei lavori dell'architetto Giovanni Dibenedetto e il responsabile unico del procedimento ingegner Stefano Tatarelli. È il genere di intervento che nessuno nota quando è fatto bene, e che nel caso della Sapienza restituisce all'edificio la sua scala originaria.

La Minerva di Arturo Martini davanti al MLAC

Prima di entrare al museo, fermati davanti alla vasca. La Minerva di Arturo Martini è l'icona della Sapienza, la statua sotto la quale generazioni di studenti si sono date appuntamento, e la sua storia merita di essere raccontata per intero perché è una storia di committenza, di talento e di rimorso.

La commissione risale al 15 giugno 1934, quando Piacentini propone di affidare l'opera a Martini. Il bozzetto in scala uno a dieci va consegnato entro il 31 agosto dello stesso anno; il compenso pattuito è di sessantamila lire; il termine per l'opera finita è fissato a febbraio 1935. La statua viene collocata sulla piazza il 21 aprile 1935 e la Città Universitaria è inaugurata il 31 ottobre dello stesso anno. Sei metri di bronzo fuso a cera persa, composti da ventuno parti distinte assemblate mediante saldatura, su una base in cemento rivestita di porfido.

Che cosa rappresenta e da dove viene la sua forma

La figura rappresenta la civiltà italiana sotto le sembianze della dea. Martini lavora su modelli greci precisi: la frontalità e la fissità dell'Auriga di Delfi, l'iconografia dell'Athena Promachos e dell'Athena Parthenos. Le braccia sono alzate e aperte, l'elmo è sormontato da un drago alato, un serpente si arrotola sul braccio. Non è un pastiche archeologico: è una figura arcaicizzante che usa il repertorio greco per costruire una immagine di autorità, e chiunque conosca la scultura italiana del Novecento riconosce nel suo silenzio la mano dello stesso artista che negli stessi anni faceva terrecotte di dolcezza sconcertante.

Di questa statua esistono due bozzetti, uno in gesso e uno in bronzo; quello in bronzo è conservato alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea di Roma, e vederlo accanto all'originale monumentale è un esercizio istruttivo sulla differenza fra idea e opera pubblica.

Bella, ma maledetta

La frase con cui Arturo Martini liquida la propria Minerva nell'agosto del 1944 è una delle più dure che uno scultore abbia mai pronunciato su un proprio lavoro: bella, ma maledetta. Va letta nel suo momento storico, cioè nell'anno in cui l'Italia fa i conti con il regime che quella scultura aveva celebrato e in cui Martini pubblica le pagine feroci in cui condanna la scultura come lingua morta. La Minerva è insieme il suo capolavoro pubblico e il monumento del suo rimorso. Quando accompagno un gruppo davanti alla vasca, questa è la frase con cui apro: capovolge in due parole l'idea che una statua celebrativa sia sempre un atto di adesione serena.

Il restauro del 2024

La statua è stata sottoposta a un restauro durato tre mesi, con la direzione scientifica della docente di museologia Eliana Billi, la supervisione della Soprintendenza affidata a Mariella Nuzzo, la direzione di cantiere dell'architetto Giovanni Di Benedetto e l'esecuzione dei restauratori Stefano Lanuti e Dino Pellegrino. L'intervento è consistito in un accurato lavaggio a base di acqua distillata e detergente, seguito dall'applicazione a strati successivi di resina acrilica e cera, con il recupero della colorazione verde del bronzo ossidato. Chi la ricorda scura e opaca la ritrova oggi leggibile: si distinguono di nuovo le saldature fra le ventuno parti e la modellazione delle superfici.

Il murale di Mario Sironi nell'Aula Magna, sopra le sale del MLAC

Nello stesso edificio che ospita il museo, dietro le porte dell'Aula Magna, c'è una delle opere più importanti e più tormentate della pittura murale italiana del Novecento: L'Italia fra le Arti e le Scienze di Mario Sironi, 1935, oltre novanta metri quadrati di superficie dipinta.

La composizione mette al centro l'Italia circondata dalle allegorie delle Arti e delle Scienze: Astronomia, Mineralogia, Botanica, Geografia, Architettura, Lettere, Pittura, Storia. Sullo sfondo, a sinistra, un arco di trionfo a un solo fornice sormontato da un'aquila; a destra, una vittoria alata. È il Sironi delle grandi macchine murali, quello che aveva teorizzato il ritorno della pittura alla parete e alla funzione pubblica, e che qui lavora su una scala che in Italia pochi altri artisti del secolo hanno affrontato.

Le correzioni del dopoguerra

Dopo i danni della guerra, negli anni Cinquanta Carlo Siviero intervenne sull'opera con un restauro che oggi chiameremmo censura. Fu cancellato un personaggio a cavallo, con ogni probabilità Mussolini; fu eliminata l'iscrizione con la data dell'anno quattordicesimo dell'era fascista; l'arco e l'aquila furono ridimensionati; e la mano del restauratore intervenne pesantemente anche sui volti dei personaggi. Per decenni quello che i laureandi vedevano durante la cerimonia di laurea non era il murale di Sironi, ma la sua versione riscritta.

Un primo restauro conservativo arriva nel 1982. L'operazione decisiva comincia nel luglio del 2015, con un cantiere esteso a tutta la superficie, coordinato dall'istituto centrale per il restauro insieme all'ateneo e finanziato dall'università, che ha restituito la leggibilità della materia pittorica originale e ha reso di nuovo visibili le parti che erano state coperte. Nel 2017 la notizia della riapparizione dell'opera fece il giro dei giornali, e con la notizia tornò la discussione, tuttora aperta, su come si conserva un capolavoro che è anche un documento di propaganda.

La mia posizione sul murale

Su questo punto ho una convinzione netta e la dico senza infingimenti: cancellare l'immagine non cancella la storia, la rende soltanto incomprensibile. Un affresco di regime restaurato correttamente, con un apparato critico che spieghi che cosa c'era, che cosa fu tolto e perché, insegna a un ventenne molto più di qualunque lezione di educazione civica. La Sapienza, dopo settant'anni di imbarazzo, ha scelto la strada del restauro filologico, ed è la scelta giusta. Chi visita il MLAC dovrebbe sapere che sopra la sua testa, in quell'aula, c'è novanta metri quadri di storia italiana in tutta la sua contraddizione.

Come si vede l'Aula Magna

L'Aula Magna non è visitabile liberamente: è un'aula di rappresentanza dell'ateneo, usata per cerimonie, lauree, convegni e conferenze. Si vede in occasione di eventi pubblici aperti alla cittadinanza, di aperture straordinarie e di visite guidate organizzate dall'ateneo o dal Polo museale. Chi vuole vederla deve tenere d'occhio il calendario delle iniziative universitarie: capita più spesso di quanto si creda, e l'ingresso è gratuito anche in quel caso.

Le altre opere d'arte della Città Universitaria

Il campus è, di fatto, un museo all'aperto e diffuso, e non tutti i pezzi sono in vista. Fra le opere di proprietà dell'ateneo ci sono un gruppo bronzeo di Amleto Cataldi, scultore napoletano vissuto fra il 1882 e il 1930, realizzato nel 1920; un gonfalone novecentesco restaurato nel 2017 dal laboratorio dei manufatti tessili; dipinti settecenteschi con paesaggi, restaurati fra il 2019 e il 2020; urne e busti antichi provenienti dal Rettorato; sculture acefale in marmo. Molti di questi interventi sono nati dalla collaborazione fra la Sapienza e l'istituto centrale per il restauro, che usa il patrimonio universitario anche come materiale didattico per la propria scuola di alta formazione.

La conseguenza per il visitatore è semplice: quando entri in questo campus non stai attraversando soltanto un complesso di edifici razionalisti, ma un deposito di arte italiana che va dall'antichità romana al contemporaneo, gestito da un sistema museale universitario. Il MLAC è la punta più avanzata di quel sistema, quella rivolta al presente.

Il Polo museale Sapienza e il posto del MLAC

Il museo laboratorio fa parte del Polo museale Sapienza, un sistema integrato di musei universitari che conservano un patrimonio capace di illustrare campi della conoscenza diversissimi fra loro, organizzati in cinque aree disciplinari. Sono diciannove strutture: il Museo di Anatomia comparata Battista Grassi, il Museo di Anatomia patologica, il Museo delle Antichità etrusche e italiche, il Museo di Antropologia Giuseppe Sergi, il Museo dell'Arte classica, il Museo laboratorio di Arte contemporanea, il Museo di Arte e giacimenti minerari, il Museo di Chimica Primo Levi, il Museo Erbario, il Museo di Fisica, il Museo della Geografia, il Museo di Idraulica, il Museo di Merceologia, l'Orto botanico, il Museo delle Origini, il Museo universitario di Scienze della Terra, il Museo di Storia della medicina, il Museo del Vicino Oriente e il Museo di Zoologia.

Molti di questi musei sono visitabili e quasi nessun romano li conosce. Il Museo dell'Arte classica, la gipsoteca della Sapienza, conserva una delle più importanti raccolte di calchi in gesso d'Europa; il Museo di Antropologia Giuseppe Sergi racconta un secolo e mezzo di storia della disciplina; il Museo universitario di Scienze della Terra espone minerali e fossili in sale d'epoca; il Museo di Fisica e il Museo di Chimica Primo Levi conservano strumentazione scientifica storica; il Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo e il Museo delle Antichità etrusche e italiche nascono dalle campagne di scavo dell'ateneo. Aggiungi il Museo di Storia della medicina, il Museo di Anatomia comparata, il Museo di Anatomia patologica e il Museo Erbario e hai il quadro di che cosa significhi la parola patrimonio in una università nata nel Medioevo e cresciuta per secoli dentro la città.

Come combinare il MLAC con gli altri musei della Sapienza

Gli orari dei musei universitari sono la difficoltà vera: molte strutture aprono su appuntamento, altre in fasce ristrette, altre solo per gruppi. Il metodo che funziona è prenotare in anticipo uno o due musei del Polo, verificare che al MLAC ci sia una mostra in corso e costruire il pomeriggio attorno a questi appuntamenti. Con un po' di organizzazione si mette insieme una giornata romana che nessun tour operator vende, e che ha il vantaggio di non costare quasi nulla.

La funzione didattica del Museo Laboratorio d’Arte Contemporanea – MLAC

La Sapienza definisce il proprio museo laboratorio una struttura didattica di primaria importanza, rivolta agli studenti dell'ateneo e insieme aperta al pubblico della città. Le due cose non sono in contraddizione, e il modo in cui convivono è la parte più originale di questa istituzione. Il museo è un'aula: ci si fanno lezioni, seminari, esercitazioni, presentazioni di ricerche. È anche una sala espositiva pubblica: chiunque entra, senza pagare e senza spiegare chi è. Un ragazzo del terzo anno che monta la sua prima mostra si trova, il giorno dell'inaugurazione, davanti a un pubblico misto di professori, colleghi, artisti e passanti. È una scuola durissima e utilissima.

Le attività che ruotano attorno alle esposizioni comprendono conferenze, tavole rotonde, presentazioni di libri, festival, rassegne video e proposte musicali. È il calendario tipico di un centro culturale, con una differenza sostanziale: qui gli interventi non servono a riempire una stagione, servono a discutere il lavoro in corso. Chi entra durante una tavola rotonda assiste a una discussione scientifica vera, non a un dibattito costruito per il pubblico.

Che cosa impara uno studente al MLAC

Impara le cose che nei manuali non ci sono. Come si scrive una lettera di prestito a un archivio privato. Come si calcola l'assicurazione di un'opera. Come si redige una didascalia che non menta e non annoi. Come si dispone una sequenza di fotografie in una sala di quelle dimensioni. Come si tratta un artista vivo che non è d'accordo con il tuo impianto critico. Sono competenze che in Italia si imparano quasi sempre a mestiere già iniziato, spesso gratis, spesso male: averle dentro un percorso universitario è un vantaggio competitivo enorme.

Una curiosità su Museo Laboratorio d’Arte Contemporanea – MLAC

La curiosità più bella riguarda le due date che il museo porta addosso, il 1985 e il 1987, e la ragione per cui convivono. Il 1985 è l'anno della nascita istituzionale: la Sapienza destina gli spazi del Rettorato al progetto voluto da Simonetta Lux, e nasce sulla carta un museo che in Italia non aveva quasi modelli. Il 1987 è l'anno in cui la porta si apre davvero, e si apre con una mostra di Alberto Burri. Due anni di distanza fra la decisione e il primo chiodo piantato nel muro: chiunque abbia avuto a che fare con l'amministrazione di un ateneo sa che due anni, per una cosa del genere, sono un tempo quasi miracoloso.

Ma la curiosità vera è la scelta dell'artista con cui si comincia. Nel 1987 Alberto Burri è un maestro riconosciuto in tutto il mondo, l'uomo dei sacchi, dei cretti, delle combustioni, l'artista che aveva insegnato all'Europa che la materia povera poteva essere pittura. Un museo universitario appena nato, con pochi metri quadri e zero budget, che apre con Burri, sta dicendo una cosa sola: qui non si fa didattica di serie B. È una dichiarazione di livello che ha condizionato tutto il resto della storia dell'istituzione, e che ancora oggi si legge nella qualità del programma.

C'è poi un dettaglio che diverte sempre i gruppi che accompagno. Il museo di arte contemporanea della più grande università d'Europa non ha una facciata, non ha un'insegna monumentale, non ha una scalinata: si entra da una porta sotto un portico, accanto allo sportello dove gli studenti vanno a chiedere informazioni sulle tasse. Migliaia di ragazzi ci passano davanti ogni giorno per motivi burocratici e non sanno che a due metri, dietro quella porta, c'è una raccolta di oltre cento opere d'arte contemporanea e uno spazio che ha ospitato alcuni dei nomi maggiori dell'arte italiana. La sproporzione fra la modestia della soglia e la qualità di quello che c'è dietro è tipicamente romana, e per me è il motivo per cui vale la pena raccontare questo posto.

Una cosa che non ti dice nessuno su Museo Laboratorio d’Arte Contemporanea – MLAC

Che il museo, per la maggior parte dell'anno, potrebbe essere chiuso. Non per abbandono, ma per statuto: apre soltanto in occasione delle mostre. Fra la chiusura di un'esposizione e l'apertura della successiva possono passare due settimane come due mesi, e in quel periodo la porta sotto il portico non si apre. Nessuna guida turistica te lo scrive con questa chiarezza, e il risultato è che ogni anno un certo numero di visitatori attraversa mezza Roma per trovare una locandina scolorita e una maniglia che non gira.

La regola pratica da tenere a mente è una sola: al MLAC non si va, al MLAC si va a vedere una mostra. Prima verifichi che ci sia, poi ti muovi. Il calendario si controlla sul sito ufficiale del museo e sulle pagine del Polo museale Sapienza, e sui profili social dell'istituzione, che sono aggiornati con puntualità. Se il sito non riporta una esposizione in corso, non è un problema tecnico: è che in quel momento non c'è.

C'è una seconda cosa che nessuno dice, e riguarda il rapporto fra questo museo e il turismo. Il MLAC non è pensato per i visitatori stranieri: le didascalie sono in italiano, l'apparato bilingue non è garantito, i cataloghi sono pubblicazioni scientifiche italiane. Chi accompagna gruppi internazionali deve saperlo e deve preparare la mediazione, perché altrimenti il gruppo resta fuori dalla mostra pur essendo dentro la sala. Al tempo stesso, e qui parlo per esperienza diretta, un pubblico straniero colto reagisce benissimo a questo luogo: capisce immediatamente la differenza fra un museo che vende un'esperienza e una università che espone il proprio lavoro. La cosa da non fare è portarci un gruppo generalista in cerca di Roma antica: sarebbe un errore di lettura del pubblico, e il museo non c'entra niente.

Terza cosa non detta: l'ingresso libero non significa ingresso indifferente. Chi presidia la sala tiene il conto dei visitatori, e quei numeri contano nella vita amministrativa dell'istituzione. Entrare, firmare il registro se c'è, scambiare due parole, chiedere il pieghevole della mostra sono gesti che pesano più di quanto immagini sulla sopravvivenza di uno spazio del genere.

Interno del Museo Laboratorio d’Arte Contemporanea della Sapienza durante una mostra
Museo Laboratorio d’Arte Contemporanea, MLAC

Il consiglio che ti do per visitare Museo Laboratorio d’Arte Contemporanea – MLAC

Il consiglio è di rovesciare l'ordine delle cose. Non venire qui per il museo e poi, se avanza tempo, dare un'occhiata al campus. Fai il contrario: costruisci il pomeriggio attorno alla Città Universitaria e usa il MLAC come il momento di raccoglimento dentro un percorso all'aperto. Arrivi alle 15.00, entri dai propilei di piazzale Aldo Moro, cammini lentamente lungo il viale guardando gli edifici uno per uno, ti fermi almeno cinque minuti davanti alla Minerva, poi giri dietro il Rettorato ed entri in mostra con gli occhi già caldi. La visita cambia completamente di segno.

Secondo consiglio, valido per chiunque abbia una vera curiosità: chiedi. Chiedi a chi presidia la sala che cosa era la mostra precedente, chi ha curato questa, se esiste un catalogo, se ci sono incontri in programma. È l'unico museo romano dove questa domanda ottiene una risposta lunga e competente invece di un'alzata di spalle. In vent'anni di lavoro ho imparato che le informazioni migliori non sono mai sui pannelli.

Terzo consiglio, sull'orario. L'apertura pomeridiana, con chiusura alle 19.00, coincide con la fine delle lezioni: fra le 17.00 e le 18.30 il campus si svuota, la luce di taglio entra sotto i portici e la Città Universitaria diventa un posto silenzioso e bellissimo. È la fascia oraria che scelgo sempre. Al mattino il campus è un formicaio, e per chi non ci studia è caotico senza compenso.

Quarto, la stagione. Da fine ottobre a metà dicembre e da marzo a giugno il calendario espositivo è nel pieno e la probabilità di trovare una mostra aperta è massima. Luglio e agosto sono da evitare, gennaio è incerto per via della sessione d'esami. Se hai un solo pomeriggio a Roma e vuoi assolutamente vedere il museo, scegli un martedì o un mercoledì di novembre: è statisticamente il momento migliore.

Quinto, e lo dico con la franchezza che devo a chi legge: se ti aspetti un museo di arte contemporanea nel senso comune del termine, con un percorso, una collezione permanente e un bookshop, non venire. Rimarrai deluso e darai la colpa al posto sbagliato. Se invece ti interessa vedere come si fabbrica il pensiero sull'arte, cioè come nasce una mostra prima di diventare un evento, questo è uno dei tre o quattro indirizzi giusti in tutta Roma.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Che l'università di Roma, prima del 1935, era altrove. Il fatto è noto a chiunque abbia studiato storia dell'architettura, e sconosciuto alla stragrande maggioranza dei romani: la Sapienza occupava il palazzo con la chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza, il capolavoro di Francesco Borromini con la cupola a spirale, in corso del Rinascimento, a due passi da piazza Navona. Il nome Sapienza viene da lì: è il nome dello Studium Urbis, dell'antico palazzo universitario, e ha attraversato i secoli fino a diventare il nome del campus moderno e poi dell'ateneo stesso.

Il trasferimento del 1935 non fu un semplice trasloco. Fu il passaggio da una università di palazzo, incastonata nel tessuto storico della città e organizzata attorno a un cortile secentesco, a una università di campus, autonoma, extraurbana rispetto al centro, progettata come una piccola città con le sue strade e le sue piazze. Cambia tutto: il rapporto con gli studenti, con la città, con il potere politico. Chi vuole capire questa mutazione dovrebbe fare in un pomeriggio la visita doppia, il campus di piazzale Aldo Moro e la chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza: sono le due facce della stessa istituzione a trecento anni di distanza, e messe una accanto all'altra raccontano la storia dell'università italiana meglio di un manuale.

Il secondo fatto risaputo e poco citato riguarda il ruolo dei razionalisti nel cantiere di Piacentini. Si ripete spesso che la Città Universitaria è architettura di regime, e per la pianta e per l'impostazione assiale è vero. Si dice molto meno che i singoli edifici furono affidati agli architetti che il regime, nel resto d'Italia, teneva ai margini, e che il campus è quindi anche il più grande cantiere razionalista italiano realizzato in una sola volta. Guardare la matematica di Gio Ponti o la fisica di Giuseppe Pagano e continuare a parlare genericamente di stile littorio significa non aver guardato.

La foto giusta da fare a Museo Laboratorio d’Arte Contemporanea – MLAC

Dentro le sale, la foto giusta spesso non si può fare: nelle mostre di fotografia storica e nelle esposizioni con opere in prestito le riprese sono limitate o vietate, e il divieto è indicato dagli allestitori. Si chiede al banco all'ingresso e si rispetta la risposta, che nel caso di archivi privati e di eredi degli autori non è mai un capriccio. Quando invece è consentito, la regola è quella di sempre: niente flash, niente treppiede, e inquadrature che comprendano una porzione di parete e di pavimento, perché una fotografia di un'opera senza il suo contesto espositivo è un doppione peggiore della riproduzione di catalogo.

La fotografia che porti davvero a casa, però, è fuori. Esci dal portico, torna sul viale e mettiti sull'asse centrale con la Minerva in primo piano e il Rettorato dietro. È l'inquadratura costruita da Piacentini, che ha disegnato quella prospettiva perché fosse guardata esattamente da lì: la statua di sei metri, la vasca, il travertino, la scalinata. Fatta al tramonto d'inverno, con la luce radente che accende il bronzo verde restaurato, è una delle immagini più belle e meno viste di Roma.

Le altre inquadrature che funzionano

Sotto i portici del Rettorato, con la fuga delle colonne e le figure controluce: è un esercizio classico e riesce sempre, soprattutto verso le 18.00, quando gli studenti attraversano. Poi c'è il dettaglio del bronzo: la superficie della Minerva, dopo il restauro, mostra le saldature fra le ventuno parti e la trama della fusione a cera persa, e da vicino, con una focale media, diventa un'astrazione. Infine, gli edifici razionalisti: la matematica di Ponti e la fisica di Pagano si fotografano bene con il sole alto, quando le ombre disegnano i volumi. Una raccomandazione da professionista: le persone che vedi in giro sono studenti nel loro luogo di studio, non comparse. Si fotografano gli edifici, non le facce.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il 31 ottobre 1935 la Città Universitaria viene inaugurata, a tre anni dalla costituzione del consorzio che l'ha costruita, con una cerimonia di grande impatto alla presenza della famiglia reale. È l'atto di nascita del campus e del Palazzo del Rettorato che oggi ospita il museo. Quel giorno la Minerva di Arturo Martini, collocata sulla piazza il 21 aprile precedente, viene presentata alla città, e il murale di Sironi nell'Aula Magna è appena terminato.

Il 17 febbraio 1977 accade dentro questo campus uno degli episodi che segnano la storia politica italiana. Luciano Lama, segretario generale della Cgil, entra all'università alle otto del mattino per tenere un comizio, sale su un camion adibito a palco e comincia a parlare alle dieci davanti alla facoltà di Lettere. La contestazione degli studenti del movimento, con striscioni e slogan ironici, monta fino a rendere impossibile la continuazione del discorso, che si interrompe intorno alle dieci e mezza. Seguono scontri violenti, con un centinaio di feriti medicati nella facoltà, al Policlinico e nei locali della Federazione romana del Partito comunista. Bruno Vettraino, segretario della Camera del lavoro di Roma, dichiara sciolta la manifestazione e Lama viene portato via dall'università. La cacciata di Lama, come venne chiamata, segna una frattura definitiva fra il movimento del Settantasette e le organizzazioni della sinistra storica. Lama tornò alla Sapienza nel febbraio del 1980, per una commemorazione in memoria di Vittorio Bachelet, e quella volta l'accoglienza fu ben diversa.

Il 12 febbraio 1980, alle 11.35, sulle scale della facoltà di Scienze politiche, due militanti delle Brigate Rosse uccidono Vittorio Bachelet, professore di diritto amministrativo di cinquantaquattro anni, già presidente dell'Azione cattolica italiana negli anni del Concilio e allora vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura. Era con la sua assistente Rosy Bindi, ventinovenne, e con due studenti. Nel maggio dello stesso anno furono identificati e arrestati Bruno Seghetti e Anna Laura Braghetti, entrambi coinvolti nel sequestro Moro del 1978, poi condannati all'ergastolo. Il funerale, con le parole di perdono pronunciate dal figlio, resta uno dei momenti civili più alti di quegli anni. Attraversare oggi questo campus senza sapere che cosa accadde su quelle scale significa attraversarlo a metà.

Il 17 gennaio 2008 la visita di Benedetto XVI per l'inaugurazione dell'anno accademico viene annullata dopo le proteste di una parte del mondo universitario. Il testo del discorso fu pubblicato dalla Santa Sede, ma non venne mai pronunciato in aula. L'episodio diventò un caso nazionale e aprì una frattura nel rapporto pubblico fra l'università laica e la Chiesa che è durata quasi vent'anni.

Il 14 maggio 2026 quella frattura è stata ricucita: papa Leone XIV ha visitato la Sapienza, con un incontro in Rettorato, un discorso in Aula Magna e la visita alla mostra dedicata alla Sapienza e ai papi. Diciotto anni dopo il caso del 2008, un pontefice ha parlato nell'aula sotto il murale di Sironi. Per un luogo che ha ospitato la cacciata di Lama, l'omicidio Bachelet e il no del 2008, questa è una data che pesa.

Accanto ai fatti che finiscono sui giornali, ci sono gli avvenimenti interni alla storia del museo: la fondazione del 1985, l'apertura del 1987 con Burri, quattro decenni di esposizioni che hanno portato dentro l'ateneo artisti italiani e stranieri, la campagna fotografica del 2022 sul campus e, nel 2026, la mostra sulla condizione manicomiale che ha riportato in una università le immagini che contribuirono a chiudere i manicomi italiani. Sono avvenimenti meno rumorosi, che però spiegano perché questo spazio conta.

Chi è passato da Museo Laboratorio d’Arte Contemporanea – MLAC

Dalle sale del museo laboratorio è passata una parte consistente dell'arte italiana degli ultimi quarant'anni. L'inizio, nel 1987, porta il nome di Alberto Burri, e non è un nome qualunque: è l'artista che ha cambiato la grammatica della materia nella pittura del secondo Novecento e che i musei di mezzo mondo si contendono. Dopo di lui il museo ha ospitato artisti affermati e giovani ancora sconosciuti, con la stessa cura, perché la funzione di laboratorio impone di scommettere.

Negli anni recenti, per restare a quello che si può verificare sul calendario, sono passati di qui Pablo Echaurren, con la sua mostra del 2022, figura centrale della cultura visiva italiana dagli anni Settanta a oggi; Alì Assaf, con una retrospettiva che copre il lavoro dal 1973 al 2011; Fabrizio Borelli; Sélène de Condat; e i due fotografi che hanno cambiato la percezione pubblica della malattia mentale in Italia, Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin, le cui immagini degli ospedali psichiatrici sono state esposte nel 2026. Ci sono passati anche autori che non potevano più venire di persona: Gino Galli, pittore fra Futurismo e ritorno all'ordine, riportato alla luce dalla ricerca universitaria, e Wisława Szymborska, premio Nobel per la letteratura, con i suoi collage.

Chi è passato dal Palazzo del Rettorato

Se si allarga lo sguardo all'edificio, l'elenco diventa un pezzo di storia d'Italia. Qui hanno lavorato Marcello Piacentini, Arturo Martini e Mario Sironi, cioè l'architetto, lo scultore e il pittore che il regime scelse per rappresentarsi al suo apice. Qui hanno insegnato generazioni di studiosi che hanno fatto la storia delle discipline: fra i direttori del museo compare Maurizio Calvesi, uno dei critici e storici dell'arte più influenti del Novecento italiano. Da questo palazzo sono passati re, capi di Stato e pontefici: la famiglia reale all'inaugurazione del 1935, papa Leone XIV nel maggio 2026. E da qui, ogni anno, passano decine di migliaia di studenti, che di questo luogo sono la ragione vera.

Il nome che io ricordo sempre, quando accompagno un gruppo, è quello di Vittorio Bachelet. Non perché sia il più illustre, ma perché la sua storia dice che cosa è stata questa università: un luogo dove si insegnava diritto e dove si è stati uccisi per averlo insegnato in un certo modo. Un museo di arte contemporanea dentro un edificio così non è un dettaglio decorativo. È il modo in cui una istituzione continua a pensare.

Che cosa vedere intorno al MLAC, a dieci minuti a piedi

Il museo si trova al confine fra tre quartieri molto diversi, e questa è la sua fortuna. A est, oltre viale dell'Università, comincia San Lorenzo, il quartiere operaio nato alla fine dell'Ottocento e diventato negli anni il territorio della vita notturna studentesca: dieci minuti di cammino e sei in via dei Volsci, fra osterie, panifici storici e murales. A nord, oltre viale Regina Elena, c'è il complesso del Policlinico Umberto I, monumento anch'esso, con i suoi padiglioni umbertini. A sud, oltre piazzale Aldo Moro, si scende verso l'Esquilino e la stazione Termini.

La visita che consiglio a chi ha un pomeriggio intero: dal museo si esce, si attraversa il campus e si raggiunge a piedi la basilica di San Lorenzo fuori le mura, una delle sette chiese giubilari, con il suo doppio corpo basilicale e la vicenda del bombardamento del 19 luglio 1943 scolpita nella memoria del quartiere. Accanto alla basilica c'è l'ingresso del cimitero monumentale del Verano, che è un museo di scultura ottocentesca e novecentesca all'aperto, gratuito, e uno dei luoghi più sottovalutati di Roma. Con il MLAC in mezzo, hai una giornata che tiene insieme arte contemporanea, architettura razionalista, archeologia cristiana e scultura funeraria.

Dove mangiare e dove non mangiare vicino al MLAC

Detto con la brutalità che serve: dentro il campus si mangia da studenti, cioè male e in fretta, e non c'è alcuna ragione per fermarsi lì se non hai venti minuti contati. Le mense e i bar universitari servono la loro funzione e la servono bene, ma non sono una esperienza. Cinque minuti a piedi verso San Lorenzo cambia tutto: il quartiere ha una tradizione di osterie vere, forni e pizzerie al taglio, e i prezzi restano quelli di un quartiere studentesco. Verso l'Esquilino, invece, entri in un'altra Roma, quella delle cucine del mondo attorno al mercato di piazza Vittorio, e anche questa merita una deviazione.

Gli altri musei di arte contemporanea a Roma

Se il MLAC ti accende la curiosità e vuoi continuare, Roma ha una offerta di arte contemporanea più ricca di quanto la sua fama suggerisca. Il MACRO, il museo di arte contemporanea di Roma in via Nizza, è il riferimento civico per la ricerca contemporanea e ha una programmazione sperimentale; la Galleria Nazionale d'arte moderna e contemporanea di viale delle Belle Arti conserva la storia dell'arte italiana dall'Ottocento a oggi, e vi si trova anche il bozzetto in bronzo della Minerva di Arturo Martini; il Palazzo delle Esposizioni, in via Nazionale, è la grande macchina espositiva del centro. Fatti nell'ordine giusto, questi luoghi raccontano tre modi diversi di intendere il museo contemporaneo: la ricerca civica, la collezione nazionale, la mostra evento. Il MLAC è il quarto modo, quello universitario, ed è quello che nessuno racconta.

Quando andare al Museo Laboratorio d’Arte Contemporanea – MLAC e quando evitarlo

Da evitare: luglio, agosto e i primi giorni di settembre, quando i musei del Polo museale Sapienza osservano la pausa estiva e il calendario espositivo è fermo. Da evitare anche il periodo delle festività natalizie, in cui l'ateneo chiude per almeno due settimane, e le giornate di sciopero o di occupazione, che nella storia recente di questo campus non sono un'eventualità teorica.

Da preferire: novembre, quando la stagione espositiva è nel pieno e la luce bassa del pomeriggio rende la Città Universitaria fotogenica come non mai; e i mesi di aprile e maggio, in cui il campus è pieno di vita e il programma culturale dell'ateneo si affolla di conferenze e presentazioni aperte al pubblico. Nel fine settimana il campus è quasi deserto e ha un fascino metafisico, ma il museo con ogni probabilità è chiuso: se ci vai la domenica, vai per l'architettura, non per la mostra.

Il MLAC con i bambini

Sarò onesto: non è un museo per bambini piccoli. Non ci sono percorsi didattici per l'infanzia, non ci sono laboratori a calendario fisso, non c'è nulla da toccare, e le mostre affrontano quasi sempre temi adulti. Con un bambino sotto i dieci anni la visita si esaurisce in cinque minuti e diventa una perdita di tempo per tutti.

Il discorso cambia con i ragazzi delle superiori, e cambia radicalmente. Un diciassettenne che si sta chiedendo che cosa fare all'università trova qui una risposta concreta: vede una mostra costruita da studenti universitari, può parlare con loro, capisce che dietro un allestimento c'è un mestiere. Ci ho portato più di un figlio di amici indeciso sulla facoltà da scegliere, e in almeno due casi quella mezz'ora ha spostato una decisione. Come esperienza di orientamento vale più di dieci saloni dello studente.

Per le famiglie con bambini, il campus resta comunque una buona idea: è chiuso al traffico, ha spazi verdi, panchine e ampie prospettive dove correre. La combinazione che funziona è la passeggiata nel campus con la sosta davanti alla Minerva e, se la stagione lo consente, il proseguimento verso uno degli altri musei del Polo con le collezioni naturalistiche, che con i bambini funzionano molto meglio di qualunque mostra contemporanea. Anche il Museo civico di Zoologia, poco distante a Villa Borghese, e l'Orto botanico sono alternative sensate per una giornata in famiglia.

Accessibilità del MLAC

Il Palazzo del Rettorato e la Città Universitaria sono strutture pubbliche moderne, e il campus è pianeggiante, senza gradini nei percorsi principali e con pavimentazione regolare: chi si muove in sedia a rotelle attraversa il viale centrale senza difficoltà. L'accesso al museo avviene dal porticato, sullo stesso livello dell'esterno. Per i dettagli sull'accessibilità della sala espositiva, sui servizi igienici attrezzati più vicini e sull'eventuale presenza di barriere in occasione di allestimenti particolari, la cosa sensata è scrivere all'indirizzo di posta elettronica del museo o rivolgersi al Polo museale prima della visita: l'ateneo dispone di un servizio dedicato agli studenti e ai visitatori con disabilità e risponde con precisione.

Chi arriva con la metropolitana deve considerare che l'accessibilità delle stazioni della linea B varia, e conviene verificare in anticipo la disponibilità di ascensori nella stazione scelta. In alternativa, le linee di superficie che fermano sui viali attorno al campus sono servite da mezzi con pedana.

Quanto costa visitare il MLAC e come si organizza una giornata a costo zero

Zero. Il museo non ha biglietto, e questa è la base su cui si può costruire una delle giornate romane più ricche e meno costose che conosca. Ingresso libero al museo, ingresso libero al campus, ingresso libero al cimitero monumentale del Verano, ingresso libero nella basilica di San Lorenzo fuori le mura. La spesa si riduce al biglietto della metropolitana e al pranzo. Diversi musei del Polo museale Sapienza applicano tariffe simboliche o sono gratuiti, alcuni richiedono la prenotazione: si verificano caso per caso sulle pagine dell'ateneo.

Un consiglio che vale per tutta Roma e che qui vale doppio: le giornate gratuite dei grandi musei attirano folle, mentre i luoghi come questo sono gratuiti tutto l'anno e non li conosce nessuno. Se il tuo obiettivo è vedere cose vere spendendo poco, il rapporto fra ciò che ricevi e ciò che paghi in un museo universitario non ha rivali in città.

Domande veloci su Museo Laboratorio d’Arte Contemporanea – MLAC

Quanto costa il biglietto del MLAC?

Niente. L'ingresso è libero e gratuito, senza biglietteria e senza tariffe ridotte. Il museo è una struttura dell'università e non pratica alcun prezzo di ingresso.

Dove si trova esattamente il Museo Laboratorio d’Arte Contemporanea – MLAC?

Dentro il Palazzo del Rettorato della Sapienza, in piazzale Aldo Moro 5. L'ingresso è sotto il portico, accanto allo sportello informativo per studenti CIAO, sul lato posteriore dell'edificio rispetto allo scalone monumentale.

Quali sono gli orari del MLAC?

Il museo apre soltanto durante le mostre, di pomeriggio, con orario indicativo dalle 15.00 alle 19.00. I giorni di apertura cambiano da una esposizione all'altra: alcune mostre sono annunciate dal lunedì al sabato, altre nei soli giorni feriali. Il calendario esatto è quello pubblicato per la mostra in corso.

Serve prenotare per visitare il MLAC?

No, per la visita individuale non serve prenotazione. Per i gruppi organizzati e per le visite con guida è buona norma avvisare in anticipo scrivendo al museo, sia per ragioni di capienza della sala sia perché in quel caso può essere disponibile un accompagnamento del personale scientifico.

Il MLAC è sempre aperto?

No, e questa è l'informazione più importante di tutte. Fra la chiusura di una mostra e l'apertura della successiva il museo resta chiuso. Chi si muove senza aver verificato il calendario rischia di trovare la porta sbarrata.

Il museo è aperto ad agosto?

No. In agosto i musei del Polo museale Sapienza osservano la pausa estiva e il MLAC segue lo stesso calendario. La stagione espositiva riprende con l'anno accademico.

Quanto dura la visita al MLAC?

Fra venti e quaranta minuti, secondo la densità della mostra. Con il giro esterno della Città Universitaria e la sosta davanti alla Minerva si arriva comodamente a un'ora e mezza.

Si possono fare fotografie al MLAC?

Dipende dalla mostra. Nelle esposizioni con opere in prestito o con materiali d'archivio le riprese possono essere vietate o limitate. Si chiede al banco d'ingresso: la risposta è immediata e va rispettata. All'esterno, nel campus, si fotografa liberamente.

Il MLAC è accessibile in sedia a rotelle?

Il campus è pianeggiante e l'accesso avviene dal porticato, a livello. Per i dettagli su percorsi interni e servizi attrezzati conviene contattare il museo o il Polo museale prima della visita.

C'è il guardaroba al MLAC?

No. Non c'è guardaroba né deposito bagagli, quindi conviene presentarsi senza zaini ingombranti e senza valigie.

C'è un bookshop o una caffetteria?

No, il museo non ha bookshop né caffetteria. All'interno del campus ci sono bar e punti di ristoro universitari; i cataloghi delle mostre, quando esistono, sono pubblicazioni scientifiche reperibili tramite gli editori e le biblioteche.

Come si arriva al MLAC con i mezzi pubblici?

Metropolitana linea B, fermata Policlinico, oppure Castro Pretorio sulla stessa linea, a una decina di minuti a piedi. In superficie servono la Città Universitaria gli autobus 71, 310, 492 e 649 e i tram 3 e 19.

Si può arrivare in automobile?

È fortemente sconsigliato. La zona è soggetta a limitazioni del traffico e il campus non offre parcheggi ai visitatori esterni. La metropolitana resta la soluzione più rapida e più economica.

Il MLAC è adatto ai bambini?

Poco, sotto i dieci anni. Molto, invece, per i ragazzi delle scuole superiori e per chi sta scegliendo un percorso universitario. Per le famiglie con bambini piccoli il campus all'aperto funziona meglio della sala espositiva.

Quando è stato fondato il museo?

Il museo nasce nel 1985 per iniziativa di Simonetta Lux, che ottiene la destinazione degli spazi nel Palazzo del Rettorato; l'attività espositiva parte nel 1987 con una mostra di Alberto Burri.

Chi dirige il MLAC?

La direzione è sempre stata affidata a docenti dell'ateneo. Nella ricostruzione storica pubblicata dalla Sapienza compaiono Maurizio Calvesi, Simonetta Lux, Marta Fattori, Giuseppe Di Giacomo e Claudio Zambianchi; la conduzione scientifica più recente è affidata a Ilaria Schiaffini e Francesca Gallo, con Claudia Carlucci curatrice d'area.

Il MLAC ha una collezione permanente visitabile?

No. La raccolta supera il centinaio di opere, formatesi con donazioni degli artisti e commissioni legate alle mostre, ma non è esposta stabilmente: le opere escono dai depositi in occasione di esposizioni e ricerche.

Che differenza c'è fra il MLAC e il MACRO o il MAXXI?

Una differenza di funzione, non di qualità. Il MACRO e il MAXXI sono musei pubblici con collezioni, biglietteria, uffici stampa e un pubblico di massa da raggiungere. Il MLAC è una struttura didattica e di ricerca dentro una università: espone il lavoro scientifico in corso, non lo trasforma in prodotto. Chi cerca la grande mostra va altrove; chi vuole vedere come si costruisce il pensiero critico viene qui.

Si può visitare l'Aula Magna con il murale di Sironi?

Non liberamente. L'Aula Magna è uno spazio di rappresentanza dell'ateneo e si visita in occasione di eventi pubblici, conferenze aperte alla cittadinanza e aperture straordinarie organizzate dall'università o dal Polo museale.

La Minerva di Arturo Martini si può vedere sempre?

Sì, è all'aperto, davanti al Rettorato, e il campus è liberamente accessibile negli orari di apertura. Dopo il restauro del 2024 la superficie in bronzo ha recuperato la colorazione verde dell'ossidazione originale.

Quanto è alta la statua della Minerva?

Sei metri, in bronzo fuso a cera persa, realizzata in ventuno parti distinte saldate fra loro, su una base in cemento rivestita di porfido. Fu collocata sulla piazza il 21 aprile 1935.

Il museo fa visite guidate?

Le visite con il personale scientifico sono legate ai programmi delle singole mostre e alle iniziative del Polo museale. Per una visita di gruppo conviene scrivere in anticipo: la disponibilità dipende dal calendario accademico.

Ci sono altri musei nella Città Universitaria?

Sì, molti. Il Polo museale Sapienza riunisce diciannove strutture, dal Museo dell'Arte classica al Museo di Antropologia, dal Museo di Fisica al Museo del Vicino Oriente, dal Museo universitario di Scienze della Terra al Museo di Storia della medicina. Diversi si trovano all'interno del campus, altri in sedi distaccate.

Il MLAC organizza eventi oltre alle mostre?

Sì: conferenze, tavole rotonde, presentazioni di libri, festival, rassegne video e proposte musicali. Molti di questi appuntamenti sono aperti a chiunque e sono l'occasione migliore per capire come lavora il museo.

Che cosa si può vedere nei dintorni del MLAC?

La basilica di San Lorenzo fuori le mura e il cimitero monumentale del Verano a est, il quartiere San Lorenzo con le sue osterie, il complesso storico del Policlinico Umberto I a nord, e naturalmente l'intera Città Universitaria, che è una antologia dell'architettura italiana degli anni Trenta.

È un museo adatto a chi non conosce l'arte contemporanea?

Sì, a una condizione: che si entri con la disponibilità a leggere e a chiedere. Qui non c'è nulla di intimidatorio, e chi presidia la sala spiega volentieri. Il museo non chiede competenze preliminari, chiede attenzione.

Come si fa a sapere che mostra c'è adesso?

Il calendario aggiornato è pubblicato sul sito ufficiale del museo, sulle pagine del Polo museale Sapienza e sui profili social dell'istituzione, dove vengono annunciate anche le inaugurazioni e gli incontri collaterali.

Il giudizio finale su un museo che non somiglia a nessun altro

Porto gruppi a Roma da vent'anni e ho imparato a diffidare dei luoghi che si presentano bene. Questo si presenta malissimo: una porta sotto un portico, nessuna insegna che si veda da lontano, orari da decifrare, la possibilità concreta di trovare chiuso. Eppure, quando è aperto, il MLAC offre qualcosa che i grandi musei romani non offrono più da tempo: la sensazione di assistere a un pensiero mentre si forma, in una sala dove chi ti spiega l'opera è la stessa persona che l'ha scelta e appesa.

Se devi decidere se venirci, decidi così. Controlla se c'è una mostra. Se c'è, prendi la metropolitana B, scendi a Policlinico e datti tre ore: quaranta minuti dentro, il resto fuori, fra la Minerva, il travertino del Rettorato e gli edifici razionalisti che nessuno guarda. Se non c'è nessuna mostra, vieni lo stesso, ma vieni per il campus e sappi che la porta del museo resterà chiusa. In entrambi i casi tornerai a casa con l'impressione di aver visto una Roma che non compare in nessun itinerario, ed è esattamente la ragione per cui scrivo di posti come questo.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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RiassuntoMuseo Laboratorio d’Arte Contemporanea – MLAC - Piazzale della Minerva, 00185 Roma RM, Italia
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IndirizzoPiazzale della Minerva, 00185 Roma RM, Italia 185
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