Archivio Storico e Museo Birra Peroni
L'Archivio Storico e Museo Birra Peroni si trova in via Renato Birolli 8, 00155 Roma, dentro lo stabilimento Birra Peroni della capitale, nella zona industriale fra Tor Sapienza e la Collatina. L'ingresso è gratuito. Non esiste una biglietteria e non esistono orari di apertura al pubblico da leggere su un cartello: le visite si fanno per gruppi, nei giorni feriali, su appuntamento, e sono riservate ai maggiorenni, perché il percorso si conclude con una degustazione dei prodotti. La prenotazione si chiede scrivendo a museo@peroni.it; il centralino aziendale risponde allo 06 225441, mentre il numero diretto indicato dal censimento degli archivi del Ministero della cultura è 06 22544267. La consultazione delle carte d'archivio è un'altra cosa ancora: si concede in azienda per motivi documentati di studio e di ricerca, previa richiesta motivata, e non è compresa nella visita al museo. Chi vuole farsi un'idea prima di muoversi può girare fra le schede dell'archivio digitale su archiviostorico.birraperoni.it, che pubblica online migliaia di fotografie, etichette, bottiglie, bicchieri e documenti. In treno il riferimento è la stazione di Tor Sapienza sulla linea regionale FL2 Roma Tiburtina-Tivoli; in automobile si esce sulla via Collatina e si entra nella maglia di strade dell'area industriale. Le linee di superficie che percorrono via Collatina cambiano numero e percorso con una certa frequenza: prima di partire conviene controllare il percorso aggiornato sul sito di ATAC.
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✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
Se state costruendo un itinerario romano che esca dalla rotta canonica dei fori e delle basiliche, il punto di partenza è la guida alle attrazioni turistiche di Roma, dove i musei d'impresa e i luoghi dell'archeologia industriale convivono con il Colosseo e i Musei Vaticani.
Che cosa è davvero l'Archivio Storico e Museo Birra Peroni
Diciamolo subito, perché è la fonte di quasi tutti gli equivoci: questo non è un museo civico. Non è un luogo dove si arriva di sabato pomeriggio, si paga un biglietto e si entra. È un archivio d'impresa con annesso un percorso museale, ospitato dentro una fabbrica che produce birra sette giorni su sette, e la fabbrica ha regole di sicurezza, badge, corridoi di servizio e mezzi che si muovono. Il museo esiste per raccontare la memoria di quella fabbrica a chi ha una ragione per chiederlo: una scolaresca, un gruppo di appassionati, un'associazione, una comitiva aziendale, un corso universitario di storia economica.
La differenza non è formale. Un museo civico è costruito attorno al visitatore occasionale; un archivio d'impresa è costruito attorno al documento. Qui il centro di gravità sono le carte: cinquecento metri lineari di scritture sociali, libri contabili, registri del personale, corrispondenza commerciale, pratiche di amministrazione del personale, documentazione produttiva della sede centrale di Roma e degli stabilimenti di Bari, Napoli, Livorno e Padova. Il museo è la parte visibile dell'iceberg, la vetrina narrativa di un giacimento documentario che serve soprattutto a chi studia.
La mia opinione, dopo vent'anni passati a portare gruppi dentro i musei romani: è uno dei tre o quattro luoghi della capitale dove si capisce come funzionava davvero l'economia di una città moderna, e resta quasi sconosciuto perché nessuno lo trova per caso. Chi ci arriva è quasi sempre stato mandato da qualcuno.
Il vincolo dello Stato sull'Archivio Storico e Museo Birra Peroni
Nel 1996 la Soprintendenza archivistica per il Lazio ha dichiarato l'archivio Birra Peroni di notevole interesse storico. È il provvedimento con cui lo Stato italiano riconosce che un archivio privato conserva documentazione rilevante per la storia del Paese e lo sottopone a tutela: da quel momento le carte non si possono disperdere, vendere a pezzi o mandare al macero, e ogni intervento di scarto o trasferimento passa dalla Soprintendenza. Il censimento nazionale degli archivi lo registra come archivio di ente economico e d'impresa, vincolato dal Ministero per i beni e le attività culturali nel 1996 e aperto al pubblico dalla fine degli anni Novanta.
È un dettaglio burocratico che vale la pena spiegare, perché cambia la natura del luogo. Un'azienda che deposita il proprio passato sotto vincolo accetta un onere permanente: pagare la conservazione, gli inventari, il personale scientifico. Poche imprese italiane lo hanno fatto, e Birra Peroni è fra le prime del comparto alimentare. L'inventariazione analitica è stata condotta su supporto informatico, il che significa che chi arriva con una domanda precisa ottiene una risposta in tempi ragionevoli invece di un pomeriggio a frugare fra i faldoni.
Il museo che nasce dall'archivio
Il percorso espositivo è stato aperto nel 2001 e occupa, insieme ai depositi archivistici, oltre cinquecento metri quadrati dentro lo stabilimento romano. La scelta di tenere museo e archivio nello stesso perimetro non è casuale: gli oggetti esposti sono i fratelli tridimensionali delle carte conservate accanto. La bottiglia in vetrina ha una scheda tecnica in archivio; il manifesto appeso al muro ha la fattura del cartellonista in un registro; il macchinario ha il libretto di collaudo.
Questa contiguità è la ragione per cui il museo funziona meglio con una guida che da soli. Una vetrina di etichette, senza qualcuno che spieghi perché nel 1930 la parola igienica compare tre volte su un cartellone di birra, resta una vetrina di etichette. Con la spiegazione, diventa un capitolo di storia della salute pubblica italiana.
I numeri dell'Archivio Storico e Museo Birra Peroni
Vale la pena metterli in fila, perché danno la misura del giacimento. Cinquecento metri lineari di documentazione cartacea, prodotta dall'azienda dagli ultimi decenni dell'Ottocento fino agli anni Duemila. Circa diecimila fotografie originali secondo la scheda ministeriale, che diventano oltre dodicimila contando le fotoriproduzioni di oggetti, macchinari e attrezzi digitalizzate per la piattaforma online, con un arco cronologico che parte dal 1880 circa e arriva ai nostri giorni. Oltre millequattrocento pellicole cinematografiche, industriali e pubblicitarie, depositate per ragioni di conservazione presso l'Archivio Nazionale del Cinema d'Impresa di Ivrea. Duecentocinquanta video di comunicazione istituzionale e pubblicitaria in formato digitale. Una biblioteca specializzata di oltre mille volumi, saliti a oltre duemila fra testi e periodici, dedicati alla birra, agli archivi e alla storia d'impresa. E poi la parte oggettuale: confezioni, materiali per il punto vendita, arredi d'ufficio, utensili, mezzi di trasporto, macchinari, manifesti.
Cinquecento metri lineari significano, per chi non ha dimestichezza con l'unità di misura degli archivisti, mezzo chilometro di scaffalatura piena. Messa in fila, la documentazione Birra Peroni coprirebbe la distanza fra il Colosseo e piazza Venezia.
Come si visita l'Archivio Storico e Museo Birra Peroni
La regola è semplice e va rispettata alla lettera: si visita per gruppi, nei giorni feriali, su appuntamento. Non c'è un giorno di apertura libera, non c'è la prima domenica del mese, non c'è la fila all'ingresso. Si scrive, si concorda una data, si arriva.
Prenotare una visita all'Archivio Storico e Museo Birra Peroni: a chi si scrive
L'indirizzo di riferimento è museo@peroni.it. Nella richiesta conviene indicare il numero esatto delle persone, la natura del gruppo (scolastico, associativo, universitario, aziendale), due o tre date alternative e un recapito telefonico. Nella mia esperienza con i musei d'impresa, una richiesta vaga produce una risposta lenta o nessuna risposta: la persona che gestisce le visite deve incrociare il calendario della produzione, la disponibilità della sala e quella di chi accompagna. Più informazioni date, più facile è che vi trovino uno slot.
Non aspettatevi tempi da call center. Un archivio d'impresa ha un organico ridotto e la risposta può arrivare dopo qualche giorno. Se la data è vincolata a un viaggio, muovetevi con tre o quattro settimane di anticipo, e con due mesi se siete una scuola che deve incastrare autorizzazioni e pullman.
Perché l'Archivio Storico e Museo Birra Peroni è riservato ai maggiorenni
Il vincolo dei diciotto anni compiuti sorprende chi immagina un museo dell'industria come una gita per famiglie, e ha una spiegazione lineare: il percorso si chiude con una degustazione guidata dei prodotti, e la normativa italiana vieta la somministrazione di alcolici ai minori. Le scuole superiori con classi di maggiorenni rientrano nel perimetro; per i gruppi più giovani l'azienda ha costruito percorsi didattici dedicati, che passano dal circuito nazionale dei musei d'impresa e che escono dal binario della degustazione per concentrarsi sulla storia industriale e sulla comunicazione.
Il consiglio pratico: se portate una classe, verificate prima di scrivere quanti studenti hanno già compiuto diciotto anni. È il dato che l'ufficio vi chiederà per primo.
Quanto dura e come è organizzata la visita all'Archivio Storico e Museo Birra Peroni
La durata dipende dal gruppo e da quanto si insiste sulle sezioni. Un percorso completo con guida, passaggio nelle tre sezioni, sosta davanti ai macchinari e degustazione finale occupa comodamente un'ora e mezza. Chi arriva con un interesse specifico (la pubblicità, l'archeologia industriale, la storia del lavoro) può chiedere che l'accento cada su quella parte: le guide del museo sono personale interno che conosce le carte, non steward a contratto, e la differenza si sente.
Il consiglio che do sempre ai gruppi: portatevi due domande scritte. In un museo d'impresa la qualità della visita dipende dalle domande che fate, molto più che in una pinacoteca. Chiedete quanto guadagnava un operaio della fabbrica di via Mantova nel 1925, chiedete come si spostavano i fusti prima dei camion, chiedete chi decideva il testo dei cartelloni. Le risposte esistono, sono in archivio, e chi vi accompagna sa dove trovarle.
Le scuole e i gruppi all'Archivio Storico e Museo Birra Peroni
L'offerta didattica viaggia sul circuito dei musei d'impresa italiani, l'associazione che raccoglie archivi e musei aziendali e che pubblica ogni anno i progetti disponibili per le scuole. Il progetto proposto per l'anno scolastico in corso è costruito attorno ai centottant'anni dell'azienda, contati dal 1846, e usa il patrimonio audiovisivo come chiave di lettura: fotogrammi, caroselli, filmati industriali. Per un consiglio di classe che lavori su storia contemporanea, storia dell'arte applicata o educazione all'immagine è materiale di prima mano difficile da trovare altrove.
Ai gruppi di adulti dico un'altra cosa: non trattatelo come un riempitivo di mezza giornata. Se lo abbinate a qualcosa, abbinatelo per tema. Una mattina qui e un pomeriggio alla Centrale Montemartini costruiscono un discorso coerente sull'industria romana del Novecento, molto più di quanto faccia una corsa fra due musei del centro.

Dove si trova l'Archivio Storico e Museo Birra Peroni e come ci si arriva
Via Renato Birolli 8 apre nel reticolo industriale che si sviluppa a nord della via Collatina, nel quadrante orientale della città, in quel territorio che gli atti amministrativi chiamano zona industriale di Tor Sapienza e che i romani chiamano semplicemente Collatina. Siamo a una decina di chilometri dal Colosseo, dentro il Grande Raccordo Anulare ma parecchio oltre la cintura ferroviaria. Nessuna metropolitana arriva davanti al cancello.
In treno all'Archivio Storico e Museo Birra Peroni: la stazione di Tor Sapienza sulla FL2
Il riferimento su ferro è la stazione di Tor Sapienza, servita dalla linea regionale FL2 che collega Roma Tiburtina a Tivoli. Le fermate, in ordine, sono Roma Tiburtina, Roma Prenestina, Serenissima, Palmiro Togliatti, Tor Sapienza, La Rustica Città, La Rustica UIR, Salone, Ponte di Nona, Lunghezza, Bagni di Tivoli, Guidonia-Montecelio-Sant'Angelo, Marcellina-Palombara e Tivoli. Da Tiburtina sono quattro fermate: un quarto d'ora scarso di treno. La stazione si apre su via Alberto Pasini, dentro il quartiere Tor Sapienza, e dallo scalo allo stabilimento resta un tratto da coprire a piedi o con un mezzo di superficie. Chi arriva in treno faccia il conto di quel tratto finale prima di fissare l'appuntamento: un gruppo di trenta persone che cammina in una zona industriale impiega più tempo di quanto suggerisca la mappa.
In automobile e in pullman fino all'Archivio Storico e Museo Birra Peroni
È il modo con cui arrivano quasi tutti i gruppi, ed è il più razionale. Si percorre la via Collatina, si segue la segnaletica dello stabilimento e ci si presenta al varco con l'elenco nominativo dei partecipanti. Un pullman turistico ha spazio di manovra, cosa che nel centro storico romano non capita quasi mai. Chi arriva in automobile propria consideri che il quartiere è pensato per i mezzi pesanti e che il parcheggio, fuori dai piazzali aziendali, è irregolare quasi ovunque.
Che cosa aspettarsi dal quartiere attorno all'Archivio Storico e Museo Birra Peroni
Onestà, che è la cosa che un lettore chiede a una guida: il contesto non è pittoresco. Capannoni, depositi, piazzali, qualche palazzina residenziale degli anni Sessanta e Settanta, l'ex borgata di Tor Sapienza che nacque negli anni Venti come quartiere cooperativo di operai e ferrovieri e che oggi è un pezzo di città come tanti. Non venite qui per il contorno. Venite per quello che c'è dentro il cancello, che è molto, e mettete in conto che la passeggiata bella la farete altrove.
Questo, però, è anche il punto interessante. La Roma che si racconta nelle guide finisce a piazza del Popolo; la Roma che ha prodotto, imballato e spedito merci per un secolo abita qui, in questa fascia di capannoni fra la Prenestina, la Collatina e la Tiburtina. Chi visita l'archivio della birra e poi guarda fuori dal finestrino sulla via del ritorno vede la stessa città con occhi diversi.
Il Museo Birra Peroni sezione per sezione
Il percorso è costruito su tre sezioni, e le tre sezioni corrispondono a tre chiavi di lettura del successo dell'azienda: la storia industriale con i suoi legami territoriali, la storia del prodotto dentro il mercato italiano, la comunicazione pubblicitaria con il mito della bionda. Non sono tre stanze qualunque messe in fila: sono tre modi diversi di guardare lo stesso secolo e mezzo.
Il cubo d'ingresso dell'Archivio Storico e Museo Birra Peroni
Si comincia da un volume d'ingresso che funziona come dichiarazione d'intenti. Ci sono le cassette storiche per il trasporto della birra, in legno e poi in plastica, impilate come stavano nei depositi. C'è la Vespa di una campagna pubblicitaria del Nastro Azzurro. C'è la motocicletta legata alla sponsorizzazione sportiva del marchio, che negli anni fra la fine dei Novanta e la metà dei Duemila accompagnò le stagioni di Valentino Rossi.
L'accostamento dice in trenta secondi la tesi di tutto il museo: una fabbrica di birra non vende soltanto birra, vende un immaginario, e l'immaginario cambia mezzo con il costume del Paese. Prima il cavallo e il carro, poi la Vespa del boom, poi la moto da corsa della televisione globale. Chi guarda le cassette di legno accanto alla moto ha già capito il resto.
La prima sezione del Museo Birra Peroni: la fabbrica, il processo, l'odore
La sezione dedicata alla storia industriale ricostruisce le tappe del processo produttivo attraverso macchinari, utensili, arredi d'ufficio, mezzi di trasporto, fotografie di reparto. È la parte che convince anche chi entra scettico, perché la birra è uno dei pochi prodotti industriali che si possono spiegare per intero in venti minuti: acqua, malto d'orzo, luppolo, lievito, e poi ammostamento, filtrazione, bollitura, fermentazione, maturazione, confezionamento.
La trovata migliore di questa sezione è l'esperienza olfattiva e tattile: si annusano e si toccano le materie prime. Sembra un dettaglio da museo per bambini, ed è invece la cosa più seria del percorso, perché il malto tostato e il luppolo in fiore raccontano in due secondi quello che una didascalia spiega in due paragrafi. Il malto ha odore di biscotto e di crosta di pane; il luppolo, resinoso e amaro, ricorda l'erba tagliata e l'agrume. Un gruppo di adulti davanti a quelle vaschette smette di guardare l'orologio.
Qui si capisce anche una cosa che il pubblico italiano ignora: la birra industriale è un prodotto agricolo trasformato, con una filiera che parte dai campi. Il mais impiegato per le birre romane arriva da Piemonte, Veneto e Lombardia, e la selezione delle materie prime è materia di contratti che in archivio esistono da un secolo.
La seconda sezione del Museo Birra Peroni: il confezionamento e il mercato
La seconda sezione racconta l'evoluzione del packaging e del materiale promozionale, ed è una storia molto più avvincente di quanto suoni. Le bottiglie con il tappo meccanico a leva e la guarnizione in gomma, i tappi a corona, le prime lattine, i fusti, le confezioni multiple. Ogni cambiamento di contenitore è un cambiamento di società: il tappo meccanico presuppone il vuoto a rendere e il consumo di prossimità, la lattina presuppone il frigorifero domestico e il supermercato, la confezione multipla presuppone l'automobile nel parcheggio.
Accanto ai contenitori corrono i materiali per il punto vendita: espositori, insegne, vassoi, bicchieri, sottobicchieri, targhe smaltate. L'archivio conta centinaia di etichette catalogate, oltre cento bottiglie e oltre cento bicchieri diversi. Il bicchiere è un oggetto che merita attenzione più di quanta gliene diamo: la forma del calice cambia la schiuma, la schiuma cambia il profumo, e nessun birrificio ha mai regalato bicchieri ai bar per generosità.
Il mio affondo: se avete mezz'ora sola e dovete scegliere una sezione, scegliete questa. È quella dove la storia dell'oggetto industriale si legge senza mediazioni, ed è quella che rimane in testa quando siete tornati a casa.
La terza sezione del Museo Birra Peroni: la pubblicità e il mito della bionda
La terza sezione è affidata alle immagini e copre l'intero arco della comunicazione aziendale, dalle prime campagne degli anni Venti del Novecento fino alla bionda Peroni degli anni Sessanta, che è insieme un'icona della storia dell'azienda e un pezzo di storia del costume italiano. Manifesti, bozzetti, fotografie di scena, caroselli, spot.
Chi ha più di cinquant'anni riconosce le immagini prima ancora di leggere le didascalie. Chi ne ha meno di trenta le scopre, e di solito reagisce con una miscela di stupore e di disagio che è esattamente la reazione giusta: quella pubblicità è bellissima nella forma e discutibile nella sostanza, e il museo non lo nasconde.
I macchinari e gli attrezzi del Museo Birra Peroni
Antichi macchinari, utensili di fabbrica, strumenti di laboratorio, mezzi di trasporto. Sono i pezzi che un museo d'impresa può esporre e un museo civico no, perché nessuno li avrebbe conservati se l'azienda non li avesse tenuti. Le fabbriche, di regola, buttano: la macchina vecchia va a peso, il carro va in discarica, l'archivio tecnico si scarta al primo trasloco. La Birra Peroni, nei traslochi del 1971 dalla cittadella di Porta Pia alla Collatina, salvò invece una quantità di materiale che oggi non avrebbe prezzo.
Su questi oggetti insisto sempre con i gruppi. Una tappatrice degli anni Venti spiega il lavoro operaio meglio di qualunque saggio: quanti gesti al minuto, quale posizione del corpo, quale rumore. Guardatela pensando a un turno di otto ore.
Gli arredi d'ufficio e la fabbrica che scriveva
Fra gli oggetti conservati ci sono anche gli arredi d'ufficio, e sono la cerniera fra il museo e l'archivio. Scrivanie, macchine da scrivere, registri, timbri, schedari. La fabbrica del Novecento non produceva soltanto birra: produceva carta in quantità industriale. Ogni fusto spedito a Bari lasciava una traccia scritta, ogni operaio assunto lasciava una scheda, ogni cartellone stampato lasciava una fattura.
Questa è la ragione profonda per cui un archivio d'impresa vale quanto un archivio di Stato. Le carte di una fabbrica dicono cose che i documenti pubblici non dicono: i prezzi reali, i salari reali, le quantità reali, la geografia reale dei consumi.

Le carte dell'Archivio Storico e Museo Birra Peroni
Passiamo alla parte che il visitatore occasionale non vede e che è il vero motivo per cui questo luogo esiste. Le carte aziendali coprono la documentazione prodotta dall'azienda fra gli ultimi decenni dell'Ottocento e gli anni Cinquanta del Novecento, con un nucleo ulteriore che va dal 1960 circa fino ai nostri giorni.
Scritture sociali, libri contabili, registri del personale
Le scritture sociali sono i verbali degli organi societari: assemblee, consigli, deliberazioni. Sono il luogo dove si legge come una famiglia di imprenditori prendeva le decisioni, chi si opponeva, quali investimenti venivano rinviati. I libri contabili raccontano il resto: quanto costava il malto, quanto rendeva un ettolitro, quanto pesavano i trasporti sul prezzo finale.
I registri del personale sono la parte che commuove chi ha una sensibilità storica. Nomi, date di nascita, paesi di provenienza, mansioni, date di assunzione e di licenziamento. In una serie di registri di questo tipo si legge l'immigrazione interna verso Roma, si leggono le guerre attraverso i richiami alle armi, si legge il lentissimo ingresso delle donne nei reparti. Non ci sono statistiche pubbliche capaci di raccontarlo con altrettanta precisione.
La corrispondenza e l'amministrazione
La corrispondenza commerciale è il tessuto connettivo dell'archivio: lettere ai fornitori, ai rappresentanti, ai concessionari, ai bar. Da un carteggio di questo genere si ricostruisce la mappa dei consumi di un'intera regione, bar per bar. Accanto corre la documentazione sull'amministrazione del personale, che comprende paghe, contributi, controversie, provvedimenti disciplinari.
Chi studia storia del lavoro trova qui una miniera. La storiografia italiana sull'industria alimentare ha lavorato a lungo su fonti sindacali e su fonti pubbliche; le carte del datore di lavoro, quando esistono e sono consultabili, cambiano il quadro.
Gli stabilimenti Birra Peroni di Bari, Napoli, Livorno e Padova
L'archivio non è soltanto romano. Conserva la documentazione della sede centrale di Roma e quella degli stabilimenti di Bari, Napoli, Livorno e Padova, cioè la geografia produttiva di un gruppo che nel Novecento presidiò il Centro e il Sud della penisola prima di salire a nord. È materiale prezioso per la storia economica meridionale, dove le fonti d'impresa scarseggiano.
Lo stabilimento di Livorno venne bombardato nel 1943, e la documentazione di quegli anni conserva la traccia delle distruzioni, delle ricostruzioni e delle forniture. Napoli inaugurò il proprio impianto nuovo nel 1953, Bari nel 1963, Roma nel 1971, Padova nel 1973: quattro fabbriche in vent'anni, che raccontano il miracolo economico meglio di un grafico.
Le società acquisite da Birra Peroni
Un capitolo a parte è quello delle aziende assorbite, i cui archivi sono confluiti in quello Peroni: Birra d'Abbruzzo, Birra Paszkowski-Wührer, Birrerie Meridionali, Costruzioni Meccaniche Meridionali. Sono nomi che oggi dicono poco e che nella prima metà del Novecento erano marchi con una clientela, uno stabilimento, una rete di rivenditori.
Il fatto che le loro carte siano sopravvissute dentro l'archivio dell'acquirente è una fortuna storiografica. Le fusioni, di norma, cancellano la memoria della società incorporata: i libri contabili del pesce piccolo finiscono al macero il giorno dopo l'atto notarile. Qui no, e per la storia della birra italiana pre-industriale questo è uno dei pochi fondi disponibili.
Le fotografie dell'Archivio Storico e Museo Birra Peroni: diecimila immagini dal 1880
Il fondo fotografico copre da solo un secolo e mezzo di storia visiva. Reparti, operai, camion, insegne, bar, fiere, inaugurazioni, ritratti di famiglia, campagne pubblicitarie. Le più antiche risalgono al 1880 circa e appartengono a quella stagione in cui fotografare una fabbrica era un atto di orgoglio industriale: si posava davanti alle caldaie come davanti a un monumento.
Molte di queste immagini sono oggi consultabili online. È un patrimonio che chiunque scriva di Roma industriale, di storia del costume o di pubblicità dovrebbe conoscere, e che invece resta poco frequentato fuori dalla cerchia degli specialisti.
Le pellicole depositate a Ivrea
Oltre millequattrocento pellicole, fra film industriali e caroselli pubblicitari, sono depositate presso l'Archivio Nazionale del Cinema d'Impresa di Ivrea, l'istituto che in Italia conserva il cinema prodotto dalle aziende. Il deposito è una scelta tecnica: la pellicola richiede condizioni di conservazione che un archivio aziendale difficilmente garantisce, e Ivrea ha celle climatizzate e laboratori di restauro.
Duecentocinquanta video digitali restano invece consultabili sul versante romano, insieme alle riproduzioni. Chi studia la storia della televisione italiana trova nei caroselli Peroni un caso di scuola: pochi marchi hanno attraversato l'intera stagione del contenitore pubblicitario televisivo, dal 1965 alla metà degli anni Settanta, con una continuità di autori di quel livello.
La biblioteca dell'Archivio Storico e Museo Birra Peroni
Oltre mille volumi, saliti a più di duemila fra libri e periodici, dedicati alla birra, alla tecnologia birraria, agli archivi e alla storia d'impresa. È una biblioteca di lavoro, costruita per servire chi consulta l'archivio, e comprende manuali tecnici ottocenteschi e novecenteschi che altrove sono difficili da trovare.
Per uno studioso è la ciliegina: avere sotto lo stesso tetto le carte, gli oggetti, le immagini e la letteratura tecnica del settore è una condizione di lavoro che pochi archivi d'impresa italiani offrono.
Dal 1846 a oggi: la storia che l'Archivio Storico e Museo Birra Peroni conserva
Per capire che cosa si visita in via Renato Birolli bisogna sapere da dove viene l'azienda, e la storia comincia lontano da Roma.
Vigevano, 1846: Francesco Peroni e la prima fabbrica di Birra Peroni
Nel 1846 Francesco Peroni avvia a Vigevano, in Lomellina, una piccola fabbrica di birra con birreria annessa per il consumo locale. L'Italia non esiste ancora come Stato: siamo nel Regno di Sardegna, due anni prima delle Cinque Giornate, e il Paese è attraversato dai fermenti che porteranno al 1848. Fare birra in Italia, in quel momento, è un mestiere da minoranza: si beve vino, la birra è bevanda da guarnigione austriaca, da viaggiatore straniero, da farmacia.
La formula della fabbrica con birreria annessa è quella tipica dell'Europa continentale dell'epoca: si produce e si mesce nello stesso luogo, il raggio di distribuzione è di pochi chilometri perché il prodotto non regge il trasporto. Tutta la storia industriale successiva è la storia della rottura di quel vincolo: ghiaccio, filtrazione, pastorizzazione, ferrovia, camion frigorifero.
1864: Roma, sei anni prima della Breccia
Nel 1864 Francesco Peroni apre una seconda fabbrica a Roma, nei pressi di piazza di Spagna, il quartiere della Roma mondana ed elegante, quello degli alberghi, dei caffè e dei viaggiatori del Grand Tour. La sede romana viene affidata al figlio Giovanni. Roma non è ancora capitale del Regno d'Italia: manca la Breccia di Porta Pia, mancano il trasferimento della capitale da Firenze e la febbre edilizia che ne seguirà.
La scelta è quella di un imprenditore che legge il futuro. Investire in una città che appartiene ancora allo Stato Pontificio, con l'idea che diventerà il centro amministrativo di un Paese nuovo, è una scommessa di quelle che si giudicano a posteriori. Peroni la vinse: la fabbrica romana divenne il trampolino per il mercato dell'Italia centrale e la testa di ponte verso il Mezzogiorno.
Vale la pena fermarsi su un particolare. La clientela della birra a Roma, nel 1864, è fatta di stranieri, di militari, di borghesia colta. Il popolo romano beve vino dei Castelli. Ci vorranno tre generazioni perché la birra entri nelle case, e la documentazione dell'archivio permette di seguire quel passaggio anno per anno.
Le sedi romane prima di Porta Pia
La fabbrica romana cambiò casa più volte, seguendo la crescita della produzione e le trasformazioni della città. Dopo l'impianto nella zona di piazza di Spagna, l'attività si spostò negli anni Settanta dell'Ottocento verso Borgo Santo Spirito, sotto il Vaticano, e alla fine del secolo verso la zona del Colosseo. Ogni trasloco corrisponde a un salto di scala: più tini, più magazzini, più cavalli.
È un itinerario che consiglio di ricostruire mentalmente camminando per il centro. Nessuna di quelle sedi è riconoscibile oggi, ma sapere che a due passi dalla scalinata di Trinità dei Monti si faceva birra nel 1864 cambia il modo di guardare quelle strade.
1901: il ghiaccio, la svolta industriale della Birra Peroni
La svolta arriva con il nuovo secolo. Nel 1901 la ditta si fonde con la Società Romana per la fabbricazione del ghiaccio, e l'operazione va letta con attenzione perché è il vero atto di nascita dell'azienda moderna. Prima della refrigerazione artificiale, la birra a bassa fermentazione in Italia era un'impresa quasi impossibile: serviva ghiaccio, e il ghiaccio arrivava dalle montagne o dalle neviere, con costi e sprechi enormi. Chi controllava una fabbrica di ghiaccio controllava la catena del freddo, e quindi la conservazione, il trasporto, la distribuzione estiva.
Nel 1905 i fratelli Peroni introducono in Italia la bassa fermentazione, dopo averla studiata in Germania. È il metodo che dà le birre chiare, limpide, di gusto pulito, quelle che avrebbero conquistato il mercato mondiale. Da quel momento la produzione romana si concentra nel nuovo impianto vicino a Porta Pia.
La cittadella Birra Peroni di Porta Pia, l'altra metà della storia
Qui il discorso si sposta dalla Collatina al quartiere Nomentano, e diventa un capitolo di storia dell'architettura romana che pochi conoscono.
Una fabbrica dentro la città umbertina
All'inizio del Novecento la Birra Peroni costruisce, nell'isolato compreso fra via Bergamo, piazza Alessandria, via Mantova, via Nizza, via Cagliari e via Reggio Emilia, un complesso industriale che i romani avrebbero chiamato la cittadella Peroni. Siamo appena fuori dalle mura, in uno dei quartieri di espansione della capitale postunitaria, in mezzo a palazzine borghesi che si stavano costruendo negli stessi anni.
Una fabbrica di birra dentro un quartiere residenziale di buon livello è una scelta che oggi sembrerebbe inconcepibile e che allora era normale: l'industria alimentare voleva vicinanza al consumatore, la ferrovia passava a due passi, i quartieri nuovi offrivano terreni liberi. La cittadella comprendeva impianti di produzione della birra e del ghiaccio, uffici, magazzini, scuderie e rimesse per i carri.
Gustavo Giovannoni, i tre lotti della fabbrica Birra Peroni e il Sudhaus
La costruzione degli edifici fu seguita da Gustavo Giovannoni, uno degli architetti e degli urbanisti più influenti della Roma del primo Novecento, teorico del diradamento edilizio e figura centrale nella cultura del restauro italiana. Che un progettista di quel calibro firmasse una fabbrica di birra dice quanto l'architettura industriale fosse allora un banco di prova serio.
Il complesso si articola per lotti. Il lotto A, fra via Bergamo, piazza Alessandria, via Mantova e via Nizza, ospitava gli impianti della birra e del ghiaccio, con la torretta del serbatoio idrico e la ciminiera. Il lotto B, verso via Mantova, accolse dal 1912 il reparto per il servizio fuori Roma e una nuova fabbrica di ghiaccio con gli uffici amministrativi. Il lotto C, fra via Cagliari, via Nizza e via Reggio Emilia, era destinato a scuderie, rimesse e depositi; i fronti su via Reggio Emilia furono disegnati nel 1912, gli altri prospetti fra il 1920 e il 1922. Nel 1908 Giovannoni progettò anche la sala di cottura, il Sudhaus, all'angolo con via Bergamo.
Le strutture sono in ferro e cemento armato, con decorazioni geometriche e floreali di gusto liberty. La fase progettuale complessiva copre un ventennio, dal 1901 al 1922, con il nucleo costruttivo principale fra il 1908 e il 1912.
Lo chalet-birreria del 1902
Nel 1902, dentro il lotto A, venne costruito uno chalet-birreria in legno, in stile liberty. Era il luogo dove si beveva la birra prodotta a due passi, all'aperto, in un padiglione che apparteneva alla stagione dei caffè-concerto e delle esposizioni. Roma non era ancora una città di birrerie e quello fu uno dei primi luoghi dove il consumo di birra divenne una forma di socialità borghese.
Provate a immaginarlo: un padiglione di legno con le decorazioni traforate, i tavolini, le famiglie della domenica, e alle spalle la ciminiera della fabbrica che sbuffa. È una Roma che non esiste più e che le fotografie dell'archivio permettono di vedere.
Dal 1971 al MACRO: la fabbrica Birra Peroni diventa museo
La produzione lasciò l'isolato di via Mantova nel 1971, quando l'azienda si trasferì nel nuovo stabilimento della zona industriale di Tor Sapienza. Il complesso rimase vuoto e in cerca di destino per oltre un decennio. Nel 1984 il Comune di Roma acquisì una parte degli immobili, e nel 1999 il lotto delle ex scuderie venne inaugurato come sede del museo d'arte contemporanea della città, che nel 2010 si arricchì di un ampliamento contemporaneo.
Oggi in quell'isolato convivono il MACRO di via Nizza 138, uffici, negozi e abitazioni private. Chi cammina fra via Reggio Emilia e via Cagliari passa dentro una fabbrica di birra senza accorgersene: i pilastri, le campate, le finestre a nastro sono ancora lì, e le mostre contemporanee si appoggiano a una struttura pensata per i tini e per i cavalli.
Il consiglio che do sempre: fate le due tappe nello stesso mese. Prima l'archivio alla Collatina, dove si conserva la memoria; poi l'isolato di via Mantova, dove si conserva la pietra. Sono le due metà dello stesso oggetto, separate da undici chilometri di città.
La Birra Peroni nella Roma umbertina e del Novecento
C'è un modo di raccontare Roma che la ferma al 1870 e la riprende nel 1960 con la dolce vita. In mezzo c'è un secolo di città che lavora, e l'archivio della birra è uno dei pochi luoghi dove quel secolo si vede.
Bere birra a Roma fra Otto e Novecento
Nella Roma umbertina la birra è una novità borghese. Si beve nelle birrerie del centro, spesso gestite da esercenti di origine tedesca o austriaca, e nei caffè eleganti; costa più del vino e ha un'aura di modernità igienica. Le campagne pubblicitarie della prima metà del Novecento insistono proprio su quel tasto: la birra come bevanda salubre, digestiva, adatta anche alle signore e ai convalescenti.
Il passaggio dal consumo d'élite al consumo popolare è lento e passa per la Grande Guerra, per il razionamento, per la crescita delle periferie. Nell'archivio i registri delle vendite documentano il fenomeno meglio di qualunque memoria: cambiano i formati, cambiano i punti vendita, cambia la stagionalità.
Gli anni Venti e Trenta: campagne, agrumi, autarchia
Fra le due guerre l'azienda moltiplica le campagne pubblicitarie e le declina per stagione e per pubblico: campagne invernali ed estive, diurne e notturne, rivolte ai cittadini, ai campagnoli, agli sportivi, alle signore. È una segmentazione del mercato che oggi chiameremmo con parole inglesi e che allora si faceva a occhio, con l'esperienza dei rappresentanti.
Negli anni Trenta la gamma si allarga alle bevande agli agrumi, seguendo la politica economica del governo dell'epoca, che spingeva il consumo dei prodotti nazionali e in particolare degli agrumi del Mezzogiorno. È un dettaglio che spiega bene come un'impresa privata segua le pressioni della politica: l'aranciata entra in catalogo per ragioni che con la birra hanno poco a che fare.
La guerra dentro le carte
La documentazione degli anni Quaranta è quella che colpisce di più chi la consulta. Nel 1943 lo stabilimento di Livorno viene bombardato. Nel 1944, durante l'occupazione tedesca, l'azienda emette buoni per il ritiro dell'aranciata: un espediente da economia di guerra, quando la moneta vale poco e la merce vale tutto. Nel 1945 arrivano gli acquisti di birra da parte delle forze alleate, che diventano per molte fabbriche italiane la boccata d'ossigeno della ripresa.
Tre righe di registro contabile, e dentro ci sono le bombe, l'occupazione e la liberazione. È questo che rende un archivio d'impresa una fonte storica di prima grandezza.
Il boom: quattro stabilimenti in vent'anni
Dopo la guerra la guida dell'azienda passa a Franco Peroni, che avvia la stagione della grande espansione industriale: nuovi stabilimenti a Napoli nel 1953, a Bari nel 1963, a Roma nel 1971, a Padova nel 1973. Fabbriche progettate con criteri moderni, affidate a studi americani e romani, dimensionate per un consumo di massa che stava esplodendo.
Sono gli anni in cui il frigorifero entra nelle case italiane, il supermercato sostituisce la bottega, la televisione crea marchi nazionali. La birra smette di essere un consumo di nicchia e diventa una bevanda quotidiana. L'archivio permette di seguire questa trasformazione con i numeri della produzione, che dal dopoguerra al 1970 si moltiplicano.
I manifesti e i cartellonisti nell'Archivio Storico e Museo Birra Peroni
La sezione della comunicazione è la più fotografata e la più fraintesa. La si guarda come una galleria di immagini graziose, mentre è un manuale di storia della pubblicità italiana in tre atti.
Il ciociaretto e il cameriere nei manifesti Birra Peroni
Nella prima metà del Novecento la Birra Peroni costruisce la propria riconoscibilità su due personaggi disegnati, usati sulle affissioni stradali e sugli allestimenti dei punti vendita. Il primo è il ciociaretto, figura popolare in costume, che lega il prodotto a un immaginario rurale laziale rassicurante. Il secondo, che entra in scena a metà degli anni Venti, è il cameriere in giacca bianca che avanza con i boccali in mano, immagine di servizio, di eleganza e di consumo fuori casa.
Due personaggi, due pubblici. Il ciociaretto parla alla provincia e alla tradizione; il cameriere parla alla città, al caffè, al ristorante. Tenerli insieme nello stesso decennio è una strategia di comunicazione sofisticata, e va sottolineato che siamo negli anni Venti, quando la pubblicità italiana muoveva i primi passi come professione.
Il manifesto del cameriere con i boccali è entrato nel catalogo generale dei beni culturali: significa che una figura pubblicitaria di birra è stata schedata come bene di interesse storico e artistico, allo stesso titolo di un dipinto. Il che dice quanta strada abbia fatto la considerazione della grafica applicata in Italia.
Le campagne per stagione e per pubblico
Il materiale conservato mostra una pratica che oggi chiameremmo targettizzazione e che allora si faceva con il buon senso commerciale: campagne diverse per l'inverno e per l'estate, per il giorno e per la notte, per i cittadini, per i campagnoli, per gli sportivi, per le signore. Ogni segmento ha un tono, un colore, un argomento di vendita.
Il tema ricorrente della prima metà del secolo è la salubrità. La birra viene presentata come bevanda igienica, leggera, nutriente, adatta a chi lavora e a chi si rimette in forze. È un argomento che ci fa sorridere e che allora aveva un fondamento reale: in un Paese dove l'acqua non era sempre potabile, una bevanda bollita e fermentata era una scelta sanitaria.
Perché i manifesti dell'Archivio Storico e Museo Birra Peroni valgono la visita
Il cartellonismo italiano fra le due guerre è una delle grandi stagioni della grafica europea, e le aziende alimentari ne furono i committenti principali. Guardare un manifesto di birra degli anni Trenta significa guardare come si costruiva un'immagine prima della fotografia pubblicitaria: sintesi, colore piatto, tipografia integrata nel disegno, un solo messaggio per foglio.
La mia opinione netta: se in Italia esistesse un museo nazionale del manifesto pubblicitario, metà del materiale verrebbe da archivi d'impresa come questo. Fino ad allora, chi vuole vedere la storia della grafica applicata deve andare a bussare alle fabbriche.
La Bionda Birra Peroni e Solvi Stubing
Arriviamo al capitolo che tutti aspettano, e che merita di essere raccontato per intero invece che liquidato con una battuta.
1965: il primo carosello Birra Peroni
La stagione televisiva si apre nel 1965 con il primo carosello dell'azienda, costruito attorno alla formula Birra sì, però Peroni, con l'attrice Claudie Lange e la regia di Luciano Salce, uno dei registi che in quegli anni passava con disinvoltura dal cinema di commedia alla pubblicità. La campagna dura due stagioni ed è ancora un prodotto di transizione, con il marchio che cerca il proprio volto.
1967: Armando Testa inventa la bionda
Nel 1967 arriva la svolta. La direzione creativa passa ad Armando Testa, il pubblicitario torinese che ha disegnato mezzo immaginario italiano del dopoguerra; la regia è affidata a Francesco Maselli, regista di cinema d'autore; le musiche portano la firma di Gianni Boncompagni. Il volto è quello di Solvi Stubing, attrice e modella tedesca, affiancata da Mario Girotti, che di lì a poco sarebbe diventato Terence Hill. Lo slogan, che sarebbe entrato nel parlato italiano per due generazioni, è chiamami Peroni sarò la tua birra.
Il gioco è tutto in una parola. Bionda è la birra e bionda è la donna: una sovrapposizione lessicale che in italiano funziona e che in altre lingue si perde. È il tipo di intuizione che rende Testa un maestro: un doppio senso semplice, ripetibile, memorizzabile, che non ha bisogno di essere spiegato.
Nel 1970, dopo cinque anni di comunicazione televisiva, il marchio ottiene il miglior profilo di marca fra le birre sul mercato italiano. Cinque anni per ribaltare la gerarchia di un settore: è un risultato che nelle scuole di marketing si studia ancora.
La seconda serie: deserti, foreste, caverne
Fra il 1968 e il 1976 la seconda serie firmata Testa porta i caroselli in territori fantasiosi: il miraggio nel deserto, la vita nella foresta, la caverna preistorica. Il messaggio è sempre lo stesso, e sempre esplicito: si può rinunciare a tutto, non alla birra. Alla regia si alternano nomi del cinema italiano come Giorgio Capitani, Franco Giraldi, Giulio Questi, Moraldo Rossi e Florestano Vancini.
Che registi di quel livello lavorassero alla pubblicità non era eccentrico: il carosello pagava bene, permetteva sperimentazione tecnica e raggiungeva ogni sera venti milioni di italiani. Molta storia del cinema italiano passa da lì, e l'archivio Peroni ne conserva una fetta consistente.
Chi ha prestato il volto alla bionda
Solvi Stubing, nata nel 1941 e scomparsa nel 2017, è la bionda dal 1967 fino ai primi anni Settanta. Dopo di lei si sono avvicendate altre interpreti: Jo Wynne intorno al 1973, Michele Gastpar fra il 1974 e il 1976, con Claudio Lippi presente nelle stagioni del 1975 e del 1976. Negli anni Ottanta e Novanta la comunicazione si sposta sul testimonial e sullo stile di vita, con volti televisivi noti al grande pubblico, fino alla stagione dei primi anni Duemila costruita sull'idea di naturalità.
Solvi Stubing è rimasta nella memoria collettiva più di tutte le altre, al punto che i necrologi del 2017 la ricordarono anzitutto come la bionda della birra: un destino curioso per un'attrice che aveva lavorato anche nel cinema.
Le critiche femministe e la risposta del 1972
Qui il museo fa una cosa che apprezzo, e cioè non nasconde la polemica. Fra la fine dei Sessanta e i primi Settanta i caroselli della bionda furono contestati dal movimento femminista, che vi leggeva un'immagine servile e strumentale della donna. L'azienda rispose nel 1972 con uno spot ironico intitolato alle femministe, interpretato dalla stessa Stubing.
Armando Testa, dal canto suo, difese la campagna con una frase che è rimasta: è innocente o colpevole una birra che è riuscita a rendersi desiderabile come una donna? È una difesa brillante e non risolutiva, ed è esattamente per questo che vale la pena vederla esposta. Un museo d'impresa che mostra soltanto i propri trionfi è propaganda; uno che mostra anche le contestazioni è storia.
La mia opinione, dopo aver visto reagire decine di gruppi davanti a quelle immagini: portateci qualcuno che abbia vent'anni. La discussione che ne nasce vale il viaggio fino alla Collatina.
Il Nastro Azzurro nell'Archivio Storico e Museo Birra Peroni
L'altra grande vicenda conservata in archivio è quella del marchio che ha portato la birra romana in tre quarti del mondo.
1963: il lancio
Il marchio Nastro Azzurro nasce nel 1963, e le carte istituzionali dell'archivio ne collocano la presentazione a Napoli. Nel 1965 il prodotto ottiene un riconoscimento internazionale, mentre nello stesso anno viene inaugurato il nuovo stabilimento di Bari. Sono gli anni in cui l'azienda decide di giocare su due tavoli: una birra popolare e diffusa, e una birra di fascia alta destinata all'esportazione.
Il nome viene da un transatlantico
Ecco il dettaglio che quasi nessuno conosce e che in visita fa sempre girare le teste. Il nome Nastro Azzurro è un omaggio al premio omonimo, il riconoscimento assegnato fino al 1952 alla nave passeggeri capace di attraversare l'Atlantico alla velocità media più alta. Nel 1933 quel primato fu conquistato dal transatlantico italiano Rex, una delle imprese tecniche di cui il Paese andò più fiero fra le due guerre.
Battezzare una birra con il nome di un trofeo di velocità marittima significava dichiarare un'ambizione: primato, eccellenza tecnica, Italia che compete nel mondo. Trent'anni dopo il Rex, in piena stagione di crescita, il riferimento era ancora perfettamente leggibile per il pubblico italiano.
Il Nastro Azzurro oggi
Il marchio è fra le birre italiane più vendute nel mondo ed è esportato in oltre settantacinque Paesi e in tutti i continenti. Il mais utilizzato nella ricetta proviene da Piemonte, Veneto e Lombardia. Attorno al marchio si è costruita negli anni una politica di sponsorizzazioni sportive di primo piano, dal motociclismo alla Formula 1.
Per chi visita il museo, la parte interessante è vedere la coerenza grafica del marchio attraverso sei decenni: la banda azzurra, il carattere tipografico, la corona. Poche identità visive italiane hanno retto così a lungo con modifiche tanto misurate.
Lo stabilimento che ospita l'Archivio Storico e Museo Birra Peroni
Il museo non è un'appendice decorativa: è dentro una fabbrica che lavora, e vale la pena sapere che fabbrica sia.
I numeri dello stabilimento Birra Peroni di via Renato Birolli
L'impianto attuale risale al 1971, quando la produzione lasciò la centralissima via Mantova per la zona industriale di Tor Sapienza. Occupa una superficie di oltre duecentomila metri quadrati e ha una capacità produttiva media annua di circa tre milioni e mezzo di ettolitri, con impianti di cottura fra i più grandi d'Europa. Le linee produttive dedicate a bottiglie, barattoli e fusti sono quattro.
Tre milioni e mezzo di ettolitri sono trecentocinquanta milioni di litri l'anno. Per dare una misura romana: è come riempire e svuotare più volte tutte le fontane monumentali della città, ogni anno, soltanto da questo stabilimento.
Che cosa si produce qui
Dalle linee romane escono i marchi storici e quelli recenti del gruppo: la Peroni, il Nastro Azzurro nelle sue diverse declinazioni, le versioni senza glutine e senza alcol, le birre aromatizzate, insieme a marchi acquisiti nel tempo e a produzioni su licenza. È una gamma che riassume la trasformazione dei consumi italiani degli ultimi vent'anni, fra ricerca del prodotto premium, attenzione dietetica e nuove occasioni di consumo.
Chi visita il museo non entra nei reparti produttivi, e la cosa va detta chiaramente per evitare aspettative sbagliate: il percorso riguarda l'archivio e le sale espositive, non la catena di imbottigliamento.
L'archivio digitale dell'Archivio Storico e Museo Birra Peroni
Dal dicembre 2021 il patrimonio documentario è consultabile anche online, attraverso una piattaforma che pubblica migliaia di schede descrittive. L'iniziativa venne presentata nell'ambito della settimana della cultura d'impresa, all'università La Sapienza di Roma, pochi mesi dopo l'apertura della versione virtuale del museo.
Che cosa si trova nella banca dati dell'Archivio Storico e Museo Birra Peroni
La piattaforma organizza il materiale per complessi archivistici, livelli, unità archivistiche e unità documentarie, e permette di filtrare per marchio e per tipologia di oggetto. Si va dalle etichette alle bottiglie, dai bicchieri ai manifesti, dalle fotografie di reparto ai documenti societari. I marchi più rappresentati sono Peroni, Nastro Azzurro e Itala Pilsen.
Il sito propone anche percorsi tematici guidati: i momenti istituzionali dell'azienda, il rapporto con le comunità locali, l'evoluzione del costume italiano attraverso la comunicazione aziendale. Sono tre buoni modi di entrare nel materiale senza perdersi.
Usare l'archivio digitale prima della visita
Il consiglio operativo che do a chiunque prenoti: passate mezz'ora sulla banca dati prima di andare. Individuate tre o quattro oggetti che vi interessano, annotateli, e chiedete di vederli o di sapere se sono esposti. Trasformare una visita generica in una visita con una domanda è la differenza fra un'ora piacevole e un'ora che vi resta addosso.
L'Archivio Storico e Museo Birra Peroni e l'archeologia industriale romana
Roma ha un rapporto complicato con la propria industria. Una città che possiede il Colosseo tende a considerare minore tutto ciò che ha meno di duemila anni, e per decenni i capannoni, i gasometri, le centrali e i mercati generali sono stati trattati come ingombri da demolire.
Una città industriale che non si racconta
Eppure Roma fra Otto e Novecento ebbe un apparato produttivo consistente: la centrale termoelettrica dell'Ostiense, il gazometro, i mercati generali, le officine del gas, i pastifici, le concerie lungo l'Aniene, le fornaci del Tevere, le manifatture tabacchi, e le fabbriche di birra. La cittadella Peroni di Porta Pia era uno dei complessi più grandi dentro il tessuto urbano consolidato.
Il destino di questi luoghi è stato disuguale. Alcuni sono stati recuperati con intelligenza, altri sono spariti, altri ancora galleggiano in un limbo di progetti annunciati. Il caso Peroni è fra i più fortunati, perché entrambe le metà sono sopravvissute: la fabbrica vecchia è diventata museo d'arte contemporanea, la memoria d'impresa è diventata archivio vincolato.
Un itinerario di archeologia industriale a Roma
Chi vuole costruire un percorso serio sull'industria romana ha materiale per due giorni pieni. La Centrale Montemartini è la tappa canonica: sculture antiche fra i motori diesel e le caldaie della prima centrale elettrica pubblica della città, un accostamento nato per caso e diventato permanente. Il Museo della via Ostiense, dentro la Porta San Paolo, completa il quadro del quadrante meridionale. Sull'altro versante, l'isolato del MACRO permette di leggere l'architettura di Giovannoni. E in via Renato Birolli l'Archivio Storico e Museo Birra Peroni chiude il cerchio con le carte e gli oggetti.
Alla Centrale Montemartini, fra l'altro, è passata una mostra dedicata alla moda italiana fra il 1955 e il 1975, che racconta lo stesso ventennio di boom con altri strumenti: glamour e industria messi uno accanto all'altro. Chi visita l'archivio della birra e poi quella stagione della moda vede due facce della stessa Italia.
Perché l'archivio d'impresa è archeologia industriale a tutti gli effetti
Si tende a pensare all'archeologia industriale come a una disciplina di muri e macchine. È vero solo a metà. Un edificio industriale senza le sue carte è un contenitore muto: non sappiamo quanti ci lavoravano, come, con quali salari, con quali infortuni, per quali mercati. L'archivio è il libretto d'istruzioni del monumento.
È la ragione per cui considero questo luogo più importante di quanto la sua notorietà lasci pensare. In Italia le fabbriche restaurate abbondano e gli archivi salvati scarseggiano. Qui esiste la coppia completa, e questo, nella penisola, capita raramente.
Il quartiere Nomentano e la memoria della fabbrica
Vale la pena spendere qualche riga sul territorio dove la Birra Peroni ha lasciato il segno più visibile, perché è un pezzo di Roma che i visitatori attraversano senza leggerlo.
Fra Porta Pia e piazza Alessandria
Il quadrante che si apre a nord-est di Porta Pia, fra il Nomentano e il Salario, è il prodotto dell'espansione edilizia della capitale fra la fine dell'Ottocento e i primi decenni del Novecento. Strade a scacchiera intitolate alle città italiane, palazzine borghesi, ministeri, e in mezzo l'isolato della fabbrica di birra con la sua ciminiera.
Camminando oggi da Porta Pia verso piazza Alessandria si passa davanti a facciate che sembrano residenziali e che erano industriali. Le finestre a nastro, i pilastri in cemento armato, le decorazioni geometriche liberty raccontano la funzione originaria a chi sa guardarle. È un esercizio che consiglio con i gruppi: fermarsi all'angolo fra via Reggio Emilia e via Cagliari e provare a immaginare i carri, i cavalli, il ghiaccio.
Che cosa vedere attorno all'isolato
A pochi minuti a piedi dall'ex cittadella si trova uno dei quartieri più singolari della città, quello del Coppedè, con le sue architetture di fantasia degli anni Venti. Poco più a nord si apre Villa Ada, uno dei grandi parchi storici romani. Verso oriente, oltre la ferrovia, si arriva a Villa Torlonia con il suo Casino Nobile e con gli obelischi del parco.
Chi invece si muove attorno allo stabilimento della Collatina trova un contesto diverso e più duro, dove il riferimento culturale più prossimo è il quadrante di San Lorenzo, con la basilica di San Lorenzo fuori le mura e il Verano. La valle dell'Aniene, poco più a nord, ospita in estate rassegne all'aperto come l'Aniene Festival al Parco Nomentano.
Per chi è interessante l'Archivio Storico e Museo Birra Peroni
Domanda legittima, perché non è un luogo per tutti e fingere il contrario sarebbe disonesto.
Studiosi, studenti, ricercatori
È il pubblico d'elezione. Storia economica, storia d'impresa, storia del lavoro, storia della pubblicità, scienze della comunicazione, design, archivistica. Chi arriva con una tesi o una ricerca in corso trova un fondo inventariato analiticamente, personale competente e una biblioteca di supporto. La richiesta va motivata e presentata in anticipo.
Appassionati di birra e professionisti del settore
Chi lavora nella birra artigianale o nella ristorazione trova qui la storia della propria filiera dal punto di vista industriale, che è il punto di vista più raramente raccontato. La rivoluzione artigianale italiana degli ultimi trent'anni ha spesso costruito la propria identità in contrapposizione all'industria; conoscere l'industria per davvero rende quella contrapposizione più interessante e meno ideologica.
Curiosi di storia romana del Novecento
Chi ama Roma e ne ha già visto le stratificazioni antiche trova qui un tassello che manca quasi ovunque. La città che lavora, che produce, che spedisce merci, che assume operai e li licenzia, che si allarga a est lungo la Collatina.
Gruppi aziendali e associazioni
Per una comitiva aziendale è una visita che funziona: contenuto solido, durata ragionevole, degustazione finale. Per un'associazione culturale è un'uscita fuori dai circuiti abituali, ed è gratuita, il che per chi organizza non guasta.
Chi invece farebbe meglio a lasciar perdere
Lo dico senza giri: il turista che ha tre giorni a Roma e non ha ancora visto i Fori non deve venire qui. Il viaggiatore con bambini piccoli nemmeno, per la regola dei maggiorenni. E chi si aspetta la visita alla catena di produzione con l'assaggio in fondo resterà deluso, perché il percorso è storico e documentario, non industriale.
Costi, accessibilità e servizi
Quanto costa la visita all'Archivio Storico e Museo Birra Peroni
Niente. L'ingresso è gratuito, degustazione compresa. È una scelta di politica culturale d'impresa: il museo non è un centro di ricavo, è uno strumento di relazione con il territorio e con il mondo della ricerca. Per un gruppo che si organizza, il costo reale della giornata è il trasporto.
L'accessibilità dell'Archivio Storico e Museo Birra Peroni
Il complesso è un insediamento industriale moderno, quindi su superfici pianeggianti e con percorsi ampi, condizione di partenza migliore rispetto a molti palazzi storici del centro. Per esigenze specifiche di mobilità, di udito o di vista conviene segnalarle nella richiesta di prenotazione: essendo una visita concordata caso per caso, l'organizzazione ha margine per adattarsi, cosa che un museo ad accesso libero non può fare.
Che cosa portare e come vestirsi
Scarpe comode e chiuse, come in qualunque area industriale. Un documento di identità, perché l'accesso a uno stabilimento produttivo prevede l'identificazione al varco. L'elenco dei partecipanti aggiornato, se siete un gruppo. E, per chi guida, la consapevolezza che la degustazione finale prevede alcol: organizzatevi con chi guida.
Fotografie, guardaroba, servizi
Trattandosi di un'area aziendale, le regole sulle riprese le stabilisce chi vi accompagna: chiedete prima di scattare, soprattutto se inquadrate impianti o persone al lavoro. Non aspettatevi i servizi di un museo civico, e cioè guardaroba, caffetteria e libreria: il museo è una struttura interna e i comfort sono quelli di un'azienda.
Quando andare e come organizzare la giornata
I giorni e le stagioni migliori per l'Archivio Storico e Museo Birra Peroni
Le visite si tengono nei giorni feriali, quindi il fine settimana non è un'opzione. Fra i giorni feriali, il martedì e il mercoledì sono di norma i più agevoli per chi organizza: il lunedì e il venerdì, in una fabbrica, sono giornate con più movimento logistico. Sulla stagione, l'estate romana della Collatina è ostile per il caldo e per il traffico dei mezzi pesanti: fra ottobre e maggio si sta molto meglio.
Come costruire la mezza giornata
La visita occupa circa un'ora e mezza. Se arrivate in mattinata, il pomeriggio si presta a spostarsi verso il centro o verso San Lorenzo. Se preferite un percorso tematico, la combinazione con l'isolato di via Mantova e con il museo d'arte contemporanea è la più coerente: due ore alla Collatina, un'ora di trasferimento e di pranzo, due ore fra via Nizza e via Reggio Emilia.
L'Archivio Storico e Museo Birra Peroni con i bambini
La visita al museo con degustazione è riservata ai maggiorenni. Per le scuole esistono percorsi didattici costruiti sul patrimonio audiovisivo e sulla storia industriale, che si concordano attraverso il circuito dei musei d'impresa. Per una famiglia con bambini piccoli, in ogni caso, questo non è il luogo adatto: meglio orientarsi su un parco storico o su un museo con percorsi per l'infanzia.

Una curiosità su Archivio Storico e Museo Birra Peroni
La curiosità che preferisco raccontare davanti alle vetrine riguarda il ghiaccio. Nel 1901 la ditta Peroni si fonde con la Società Romana per la fabbricazione del ghiaccio, e quell'atto societario, che nei libri sembra una riga di burocrazia, è la chiave di tutto quello che viene dopo. Fino a quel momento produrre birra a bassa fermentazione in Italia era un mestiere quasi impraticabile: il lievito lavora a temperature basse, la maturazione richiede settimane di freddo, e il freddo, prima della refrigerazione meccanica, si comprava sotto forma di blocchi di ghiaccio trasportati dalle montagne o conservati nelle neviere. Costava caro e arrivava male.
Chi controllava una fabbrica di ghiaccio, in una capitale mediterranea, controllava molto più della propria birra. Controllava la conservazione della carne nelle macellerie, il pesce nei mercati, i gelati, le farmacie, gli ospedali. La cittadella di Porta Pia produceva birra e ghiaccio nello stesso perimetro, con il lotto B interamente dedicato a una fabbrica di ghiaccio moderna. Per una parte del Novecento, insomma, la temperatura di Roma dipendeva anche da un birrificio.
Quattro anni dopo, nel 1905, i fratelli Peroni introducono in Italia la bassa fermentazione studiata in Germania. Le due cose vanno lette insieme: prima si assicura il freddo, poi si cambia il metodo di produzione. È il modo di ragionare di un'impresa che pianifica, e nelle carte d'archivio quella sequenza si legge nero su bianco, delibera dopo delibera.
C'è un corollario che nei gruppi fa sempre sorridere. La birra chiara e limpida che gli italiani considerano oggi la birra per definizione arriva in Italia grazie a una fabbrica di ghiaccio romana. Senza quella fusione del 1901, la storia del gusto nazionale sarebbe stata diversa.
Una cosa che non ti dice nessuno su Archivio Storico e Museo Birra Peroni
Che non ci si entra come si entra in un museo. Sembra ovvio scritto così, e invece è la ragione per cui decine di persone ogni anno arrivano in via Renato Birolli, trovano un varco aziendale con la sbarra abbassata e tornano a casa. Non esiste un botteghino. Non esiste un orario di apertura. Non esiste la visita del singolo che si presenta di sua iniziativa. Le visite si fanno per gruppi, nei giorni feriali, su appuntamento, e sono riservate ai maggiorenni.
La seconda cosa che quasi nessuno dice è che museo e archivio sono due porte diverse. Il percorso espositivo è una visita guidata; la consultazione della documentazione è un'altra procedura, che si concede in azienda per motivi documentati di studio e di ricerca. Chi vuole leggere i registri del personale del 1920 non ottiene quello che cerca prenotando una visita al museo: deve presentare una richiesta motivata, spiegare l'oggetto della ricerca e concordare le giornate di consultazione.
La terza, che i visitatori scoprono sul posto, riguarda la degustazione finale. È il motivo per cui il limite dei diciotto anni non è una formalità aggirabile: la normativa italiana vieta la somministrazione di alcolici ai minori, e una classe con qualche studente ancora minorenne fa saltare l'intera pratica. Per le scuole esistono percorsi didattici alternativi, costruiti sulla storia industriale e sul patrimonio audiovisivo, che passano dal circuito nazionale dei musei d'impresa.
L'ultima cosa la dico da professionista: nessuna di queste condizioni è un dispetto verso il pubblico. Sono le regole di una fabbrica che accoglie visitatori pur non essendo nata per farlo. Chi le accetta viene ripagato con una visita guidata da personale che conosce le carte, e senza pagare un euro.
Il consiglio che ti do per visitare Archivio Storico e Museo Birra Peroni
Arrivate con una domanda. È il consiglio che vale più di tutti gli altri messi insieme. In un museo d'impresa il patrimonio è talmente vasto che una visita generica scivola via: si guardano le bottiglie, si annusa il malto, si sorride davanti ai caroselli, si beve, si torna a casa. Piacevole e dimenticabile. Se invece arrivate avendo deciso che vi interessa la storia del lavoro operaio, o il cartellonismo fra le due guerre, o la logistica del freddo, la stessa ora e mezza diventa un'altra cosa, perché chi vi accompagna sa dove pescare.
Secondo consiglio, pratico. Passate mezz'ora sulla banca dati online prima di partire: annotate tre oggetti, tre fotografie, tre etichette. Portare in visita un elenco di riferimenti precisi cambia radicalmente la qualità del dialogo.
Terzo. Scrivete a museo@peroni.it con largo anticipo e con tutti i dati in chiaro: numero esatto dei partecipanti, natura del gruppo, due o tre date alternative, un recapito telefonico. Una richiesta vaga rimbalza; una richiesta completa entra subito in calendario. Se siete una scuola, muovetevi con due mesi di margine.
Quarto. Non venite in luglio o in agosto se potete scegliere. La Collatina in estate è un forno, i mezzi pesanti sono ovunque e l'idea romantica della passeggiata industriale svanisce al primo semaforo. Fra ottobre e maggio la giornata funziona molto meglio.
Quinto e ultimo, quello che i gruppi apprezzano di più: abbinate la visita all'isolato di via Mantova. Vedere la mattina l'archivio della fabbrica e il pomeriggio la fabbrica diventata museo d'arte contemporanea costruisce un discorso che nessuna delle due tappe, da sola, riesce a fare.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Che il museo d'arte contemporanea di via Nizza è una fabbrica di birra. Lo sanno tutti quelli che ci lavorano, lo dicono le targhe, lo scrivono le guide di architettura, e ciononostante la maggioranza dei visitatori che entra a vedere una mostra non collega i due fatti.
L'isolato compreso fra via Bergamo, piazza Alessandria, via Mantova, via Nizza, via Cagliari e via Reggio Emilia ospitò per settant'anni la cittadella Peroni, con impianti per la birra e per il ghiaccio, uffici, scuderie e rimesse. La costruzione fu seguita da Gustavo Giovannoni, fra i più influenti architetti e urbanisti della Roma del primo Novecento, con il nucleo principale realizzato fra il 1908 e il 1912 e una fase progettuale che copre un ventennio, dal 1901 al 1922. Strutture in ferro e cemento armato, decorazioni geometriche e floreali, una torretta per il serbatoio idrico e una ciminiera.
La produzione cessò nel 1971 con il trasferimento alla zona industriale di Tor Sapienza. Il Comune acquisì parte del complesso nel 1984, e nel 1999 il lotto delle ex scuderie, verso via Reggio Emilia, aprì come sede museale, poi ampliato con un intervento contemporaneo.
Il fatto poco citato, dunque, è la continuità: la stessa impresa che ha lasciato alla città un museo d'arte contemporanea dentro le proprie mura ha conservato altrove la propria memoria documentaria. Roma ha così due luoghi Peroni, uno visibile e frequentatissimo, l'altro invisibile e quasi deserto. Il secondo spiega il primo, e quasi nessuno fa il collegamento.
La foto giusta da fare a Archivio Storico e Museo Birra Peroni
La foto giusta è quella del volume d'ingresso, dove le cassette storiche per il trasporto della birra sono impilate accanto alla Vespa di una campagna del Nastro Azzurro e alla motocicletta della sponsorizzazione sportiva. Inquadratura leggermente dal basso, per far salire la pila di cassette, e il mezzo a due ruote di taglio sulla destra. In un solo fotogramma ci sono ottant'anni di logistica e di immaginario: il legno del deposito, la lamiera del boom economico, la carena della televisione globale.
La seconda foto da portare a casa è una parete di manifesti. Non fotografateli tutti insieme da lontano, che è l'errore classico: scegliete un cartellone e riempitelo di inquadratura, lasciando fuori le cornici. Il cartellonismo italiano fra le due guerre lavorava con colori piatti e sintesi grafica, e in una fotografia stretta quella forza si vede; in una panoramica si perde.
La terza, per chi ama i dettagli, è la vetrina dei bicchieri e delle etichette. Mettetevi di tre quarti rispetto al vetro per evitare il riflesso del flash, e non usate il flash comunque: la luce diretta su una vetrina restituisce sempre uno specchio bianco al centro dell'immagine.
Una precisazione che è anche una regola di buona educazione professionale: qui non siamo in un museo pubblico, siamo dentro un'azienda che lavora. Le riprese si concordano con chi vi accompagna, e la richiesta va fatta prima di alzare la macchina fotografica, non dopo. Impianti produttivi e persone al lavoro, di norma, non si fotografano. La sala espositiva è un'altra faccenda, e nella mia esperienza l'autorizzazione arriva senza problemi quando la si chiede nel modo giusto.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Le carte conservate in via Renato Birolli raccontano una sequenza di episodi che vale la pena mettere in fila, perché attraversano centottant'anni di storia italiana.
Il 1846 è l'anno zero: Francesco Peroni apre a Vigevano una piccola fabbrica di birra con birreria annessa, in un'Italia che è ancora un mosaico di Stati. Nel 1864 la seconda fabbrica apre a Roma, nei pressi di piazza di Spagna, sei anni prima che la città diventi capitale del Regno. Nel 1901 la fusione con la Società Romana per la fabbricazione del ghiaccio segna la nascita dell'impresa moderna e il trasferimento della produzione verso Porta Pia; nel 1905 i fratelli Peroni portano in Italia la bassa fermentazione.
Fra le due guerre la documentazione registra la vita istituzionale dell'azienda: nel 1929 il prefetto di Bari visita lo stabilimento pugliese, nel 1935 l'onorevole Arturo Marescalchi visita lo stabilimento di Roma, mentre la gamma si allarga alle bevande agli agrumi seguendo la politica economica del governo dell'epoca.
Poi arriva la guerra, e le carte diventano dure. Nel 1943 lo stabilimento di Livorno viene bombardato. Nel 1944, sotto l'occupazione tedesca, l'azienda emette buoni per il ritiro dell'aranciata, moneta di scambio in un'economia allo stremo. Nel 1945 arrivano gli acquisti di birra da parte delle forze alleate.
La ricostruzione porta la stagione dei nuovi impianti: Napoli nel 1953, Bari nel 1963, Roma nel 1971, Padova nel 1973. Il 1962 registra la visita di Amintore Fanfani allo stabilimento di Padova; il 1963 il lancio del marchio Nastro Azzurro a Napoli; il 1965 un premio internazionale al prodotto e l'inaugurazione barese alla presenza del ministro Umberto Delle Fave, con Rudi Peroni a fare gli onori di casa.
Nel 1971 la produzione romana lascia via Mantova per la Collatina. Nel 1996 la Soprintendenza archivistica per il Lazio dichiara l'archivio di notevole interesse storico. Nel 2001 apre il percorso museale. Nel dicembre 2021 il patrimonio viene messo online e presentato durante la settimana della cultura d'impresa all'università La Sapienza. Centottant'anni, e non se ne è persa la traccia scritta.
Chi è passato da Archivio Storico e Museo Birra Peroni
La domanda va posta in due modi, perché due sono le risposte. C'è chi è passato fisicamente da queste sale e c'è chi attraversa le carte conservate qui dentro, e la seconda schiera è enormemente più affollata della prima.
Dalla famiglia si comincia. Francesco Peroni, il fondatore, che avvia Vigevano nel 1846 e apre Roma nel 1864; il figlio Giovanni, cui viene affidata la sede romana; i fratelli che nel 1905 portano in Italia la bassa fermentazione; Franco Peroni, che nel dopoguerra costruisce i quattro stabilimenti del miracolo economico; Rudi Peroni, presente all'inaugurazione di Bari nel 1965.
Poi c'è l'architettura. Gustavo Giovannoni, teorico del restauro e urbanista fra i più autorevoli del primo Novecento romano, seguì la costruzione della cittadella di Porta Pia e firmò nel 1908 la sala di cottura all'angolo con via Bergamo. Che il suo nome comparisse su una fabbrica di birra dice molto sulla dignità che l'architettura industriale aveva allora.
Il capitolo più affollato è quello della pubblicità e dello spettacolo. Armando Testa, il più grande pubblicitario italiano del Novecento, che nel 1967 inventa la formula della bionda. Luciano Salce, che nel 1965 dirige il primo carosello con Claudie Lange. Francesco Maselli, regista del carosello del 1967. Gianni Boncompagni, autore delle musiche. Solvi Stubing, il volto della bionda dal 1967 ai primi anni Settanta, tedesca, nata nel 1941 e scomparsa nel 2017. Mario Girotti, che di lì a poco sarebbe diventato Terence Hill. E poi Jo Wynne, Michele Gastpar, Claudio Lippi, e i registi della seconda serie: Giorgio Capitani, Franco Giraldi, Giulio Questi, Moraldo Rossi, Florestano Vancini.
Dal versante istituzionale, i registri annotano visite e cerimonie: il prefetto di Bari nel 1929, l'onorevole Arturo Marescalchi allo stabilimento romano nel 1935, Amintore Fanfani a Padova nel 1962, il ministro Umberto Delle Fave a Bari nel 1965.
Infine, la folla anonima e più importante di tutte: migliaia di operai, impiegati, rappresentanti, camerieri, carrettieri e autisti i cui nomi compaiono nei registri del personale e nelle fotografie di reparto. Sono loro il vero contenuto di questo archivio, e a differenza dei personaggi celebri non li conosce nessuno. Chi consulta le carte con attenzione finisce sempre per affezionarsi a qualcuno di loro.
Domande veloci su Archivio Storico e Museo Birra Peroni
Dove si trova l'Archivio Storico e Museo Birra Peroni?
In via Renato Birolli 8, 00155 Roma, dentro lo stabilimento Birra Peroni della capitale, nella zona industriale fra la Collatina e Tor Sapienza, nel quadrante orientale della città.
Quanto costa entrare all'Archivio Storico e Museo Birra Peroni?
L'ingresso è gratuito, degustazione finale compresa. Non esiste un biglietto intero né uno ridotto: il museo è una struttura aziendale e non ha biglietteria.
Serve prenotare per l'Archivio Storico e Museo Birra Peroni?
Sì, sempre. Le visite si effettuano per gruppi, nei giorni feriali, esclusivamente su appuntamento. Chi si presenta senza prenotazione trova un varco aziendale e non entra.
A chi si scrive per prenotare una visita all'Archivio Storico e Museo Birra Peroni?
All'indirizzo museo@peroni.it. Il centralino aziendale risponde allo 06 225441; il censimento nazionale degli archivi riporta anche il numero diretto 06 22544267.
Si può visitare da soli, senza gruppo?
Le visite sono organizzate per gruppi. Chi è solo e vuole vedere il museo può provare a segnalare la propria disponibilità ad aggregarsi a un gruppo già in calendario, ma la formula ordinaria resta quella collettiva.
Ci possono andare i minorenni all'Archivio Storico e Museo Birra Peroni?
No, la visita al museo con degustazione è riservata ai maggiorenni, perché in Italia la somministrazione di alcolici ai minori è vietata. Per le scuole esistono percorsi didattici dedicati che seguono un'altra procedura.
Quanto dura la visita all'Archivio Storico e Museo Birra Peroni?
Un percorso completo con guida, le tre sezioni espositive e la degustazione finale occupa circa un'ora e mezza. Un gruppo molto interessato può arrivare comodamente alle due ore.
Quali sono gli orari dell'Archivio Storico e Museo Birra Peroni?
Non esistono orari di apertura al pubblico. Le visite si concordano di volta in volta, nei giorni feriali, in base al calendario dell'azienda e alla disponibilità di chi accompagna.
È aperto il sabato e la domenica?
No. Il fine settimana non rientra nelle giornate in cui si organizzano le visite, che sono feriali.
Che cosa si vede nel Museo Birra Peroni?
Tre sezioni: la storia industriale con macchinari, utensili, arredi d'ufficio e mezzi di trasporto, oltre a una postazione olfattiva e tattile sulle materie prime; l'evoluzione del confezionamento e del materiale promozionale; la comunicazione pubblicitaria dagli anni Venti del Novecento fino alla bionda degli anni Sessanta.
Si può consultare l'archivio per una ricerca?
Sì, ma con una procedura diversa dalla visita al museo. La documentazione, inventariata analiticamente su supporto informatico, si consulta in azienda per motivi documentati di studio e di ricerca, previa richiesta motivata.
Quanta documentazione conserva l'Archivio Storico e Museo Birra Peroni?
Circa cinquecento metri lineari di carte dagli ultimi decenni dell'Ottocento a oggi, diecimila fotografie originali che salgono a oltre dodicimila immagini digitalizzate, oltre millequattrocento pellicole, duecentocinquanta video digitali e una biblioteca specializzata di oltre mille volumi.
Dove sono conservate le pellicole?
Le oltre millequattrocento pellicole cinematografiche sono depositate presso l'Archivio Nazionale del Cinema d'Impresa di Ivrea, l'istituto italiano specializzato nella conservazione del cinema aziendale.
Esiste un archivio digitale consultabile da casa?
Sì. La banca dati online pubblica migliaia di schede fra fotografie, etichette, bottiglie, bicchieri e documenti, con percorsi tematici guidati. È stata presentata nel dicembre 2021.
Si possono fare fotografie all'Archivio Storico e Museo Birra Peroni?
Le riprese vanno concordate con chi accompagna la visita, perché il museo si trova dentro un'area produttiva. Impianti e persone al lavoro, di norma, non si fotografano.
Si visita anche la fabbrica e la linea di imbottigliamento?
No. Il percorso riguarda il museo e l'archivio, non i reparti produttivi. Chi si aspetta la visita alla catena di produzione resterebbe deluso.
Come si arriva all'Archivio Storico e Museo Birra Peroni con i mezzi pubblici?
Il riferimento su ferro è la stazione di Tor Sapienza sulla linea regionale FL2 Roma Tiburtina-Tivoli, quarta fermata dopo Tiburtina. Dallo scalo resta un tratto da coprire a piedi o con un mezzo di superficie: le linee che percorrono via Collatina vanno verificate sul sito di ATAC prima di partire.
C'è parcheggio?
I gruppi che arrivano in pullman hanno spazio di manovra all'esterno dello stabilimento. Chi arriva in automobile propria consideri che il quartiere è pensato per i mezzi pesanti e che la sosta libera è scarsa e mal regolata.
È accessibile alle persone con disabilità?
Il complesso è un insediamento industriale moderno, con superfici pianeggianti e percorsi ampi. Trattandosi di visite concordate caso per caso, le esigenze specifiche vanno segnalate nella richiesta di prenotazione, così che l'organizzazione possa predisporre il percorso.
C'è la caffetteria, il guardaroba, il bookshop?
No. Il museo è una struttura interna a un'azienda e non offre i servizi accessori di un museo civico. La degustazione finale è compresa nella visita.
Che differenza c'è fra l'Archivio Storico e Museo Birra Peroni e il museo di via Nizza?
Il museo d'arte contemporanea di via Nizza 138 occupa il lotto delle ex scuderie della vecchia cittadella Peroni di Porta Pia, dismessa nel 1971: è il contenitore architettonico. L'Archivio Storico e Museo Birra Peroni, in via Renato Birolli, conserva invece le carte, le fotografie, i filmati e gli oggetti dell'azienda: è la memoria. Due luoghi diversi, undici chilometri di distanza, la stessa storia.
Perché l'archivio Birra Peroni è vincolato?
Perché nel 1996 la Soprintendenza archivistica per il Lazio lo ha dichiarato di notevole interesse storico. È il provvedimento con cui lo Stato tutela un archivio privato ritenuto rilevante per la storia del Paese: da quel momento la documentazione non si può disperdere e ogni intervento passa dalla Soprintendenza.
Quando è nato il Museo Birra Peroni?
Il percorso espositivo è stato aperto nel 2001, mentre l'archivio è accessibile al pubblico dalla fine degli anni Novanta.
Vale la pena andarci per un turista che ha pochi giorni a Roma?
Sinceramente no, se sono i primi giorni romani e mancano ancora i Fori, il Pantheon e i Musei Vaticani. Vale invece moltissimo per chi torna a Roma, per chi studia storia economica o della pubblicità, per chi lavora nel settore birrario e per chi ama l'archeologia industriale.
Che cosa si abbina bene a una visita all'Archivio Storico e Museo Birra Peroni?
La Centrale Montemartini e l'isolato di via Mantova con il museo d'arte contemporanea, per un percorso di archeologia industriale romana. Chi resta nel quadrante orientale può proseguire verso San Lorenzo e il Verano.
In che periodo dell'anno conviene andare?
Fra ottobre e maggio. L'estate nella zona industriale della Collatina è calda, trafficata e poco piacevole da attraversare a piedi.
Il mio giudizio sull'Archivio Storico e Museo Birra Peroni
Ci sono luoghi che si visitano per bellezza e luoghi che si visitano per capire. Questo appartiene alla seconda categoria, e la cosa va detta con chiarezza a chi organizza una giornata: non uscirete di qui con una fotografia da appendere in salotto. Uscirete sapendo come una famiglia di imprenditori lombardi abbia scommesso su Roma sei anni prima che diventasse capitale, come il freddo abbia cambiato quello che gli italiani bevono, come una donna bionda e uno slogan di cinque parole abbiano occupato l'immaginario nazionale per vent'anni, e quanto della città che attraversiamo ogni giorno sia stato costruito da chi produceva merci e non monumenti.
Se dovessi dare un solo consiglio a chi legge, sarebbe questo: prendetevi la briga di scrivere. Una mail a museo@peroni.it, un gruppo raccolto fra amici o colleghi, una data feriale, e avrete un'ora e mezza di storia italiana raccontata da chi la conserva, senza pagare un biglietto. In una città dove tutto costa e quasi tutto si prenota tre mesi prima, è un'occasione che merita la deviazione fino alla Collatina.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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