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Fontana del Mose

La Fontana del Mosè si trova a piazza di San Bernardo, a 00185 Roma, e non è una fontana come le altre: è la testa visibile di un acquedotto. Si chiama anche Mostra dell’Acqua Felice perché segna il punto d’arrivo dell’acquedotto Felice, l’opera idraulica con cui Sisto V, al secolo Felice Peretti, riportò l’acqua corrente sui colli orientali di Roma dopo secoli di pozzi e di botti. La mole di travertino che chiude la piazza, con la statua colossale nel fornice centrale e i due rilievi biblici ai lati, nasce come manifesto politico e non come arredo urbano.

Il Mosè che alza il braccio è la statua più maltrattata di Roma. I romani del Cinquecento la battezzarono il Mosè ridicolo, Pasquino ci fece sopra dei versi, e da allora la fama di bruttezza si è tramandata con più fedeltà di qualunque dato storico. Attaccata a quella fama viaggia una leggenda: lo scultore sarebbe morto di dolore per la vergogna dell’opera sbagliata. Quella storia circola da quattro secoli. Non regge alla verifica dei documenti, e più avanti si vede perché.

Queste righe servono a mettere in fila tre cose. Che cosa si guarda esattamente, con i nomi giusti e le attribuzioni dichiarate quando le fonti divergono. Perché la fontana sta proprio lì e non altrove, che è una questione di quote e di pendenze. E che fine hanno fatto i quattro leoni egizi che stavano alla base, perché quelli che si vedono oggi sono copie e gli originali si possono ancora andare a guardare, in un posto preciso.

Fontana del Mosè in piazza San Bernardo a Roma
La Fontana del Mosè, cioè la mostra dell'Acqua Felice, in piazza San Bernardo. Foto di Architas, licenza CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons.

Dove si trova la Fontana del Mosè e come ci si arriva

L’indirizzo è piazza di San Bernardo, 00185 Roma, rione Castro Pretorio secondo la scheda della Sovrintendenza Capitolina, anche se la piazza sta esattamente sul confine con il rione Trevi e più di una guida la colloca di là. La fontana occupa il lato orientale dello slargo, all’incrocio fra via XX Settembre e largo di Santa Susanna. Chi arriva da via Nazionale la vede comparire di colpo, girato l’angolo, senza nessun preavviso scenografico.

La metro è la linea A, fermata Repubblica Teatro dell’Opera. Dall’uscita si cammina meno di trecento metri lungo via Vittorio Emanuele Orlando, si passa davanti alla facciata di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri e si sbuca dritti sulla piazza. Anche la fermata Barberini della stessa linea A funziona, con una camminata di circa cinquecento metri in salita leggera lungo via Barberini. Le due uscite servono itinerari diversi.

Gli autobus utili sono quelli che percorrono via XX Settembre. Le linee 62 e 492 fermano a XX Settembre Ministero delle Finanze, che è la fermata a cinquanta metri dalla fontana, e proseguono poi verso Barberini e il Tritone. La linea 910 fa lo stesso tratto di via XX Settembre e continua su Repubblica e Termini. Chi arriva dalla Nomentana e da Porta Pia scende alla fermata precedente, XX Settembre Piave, e fa duecento metri a piedi.

Le fermate e i percorsi qui sopra sono stati controllati il 28 settembre 2026 sugli orari pubblicati. Le linee di superficie a Roma cambiano tracciato con una frequenza che nessun sito riesce a seguire, per cantieri, cortei e chiusure del Quirinale: prima di partire con un gruppo conviene ricontrollare. A piedi, comunque, da Piazza della Repubblica sono cinque minuti scarsi e non serve nessun mezzo.

La fontana è all’aperto, su suolo pubblico, e si guarda a qualunque ora del giorno e della notte. Non c’è biglietto, non c’è cancello, non c’è orario. Al 28 settembre 2026 risulta in funzione, con acqua che scende nelle tre vasche. Le interruzioni capitano, di solito per manutenzione o per lavori sulla rete, e durano poco: se la si trova asciutta, di solito il motivo è un intervento in corso.

Che cosa si vede: un arco di trionfo che fa da rubinetto

La forma è quella di un arco di trionfo romano a tre fornici, costruito in travertino, marmo e stucco. Quattro colonne in marmo colorato, appoggiate su stilobati alti, dividono la fronte in tre nicchioni. Al centro, nel fornice più largo, sta il Mosè colossale. Nei due laterali, due rilievi con storie bibliche legate all’acqua. Sopra corre un attico con una lunga iscrizione commemorativa, lo stemma pontificio e due angeli.

Il messaggio è esplicito e si legge senza mediazioni. Un papa porta l’acqua a un quartiere che non ne aveva, e per dirlo prende in prestito la grammatica degli archi imperiali, quella di Costantino e di Settimio Severo. Chi ha visto il Foro Romano riconosce lo schema al primo sguardo. Sisto V non stava decorando una piazza: stava firmando un’opera pubblica, con la stessa logica con cui oggi si mette una targa su un viadotto.

Il rilievo di sinistra mostra Aronne che guida il popolo ebreo all’acqua ed è opera di Giovanni Battista Della Porta. Quello di destra rappresenta Gedeone che sceglie i soldati osservando il modo in cui bevono, scolpito da Flaminio Vacca e Pietro Paolo Olivieri. Sono due episodi scelti con criterio: in entrambi l’acqua è prova, selezione, dono che arriva a chi se lo merita. La lettura politica è cucita dentro l’iconografia.

Alla base ci sono tre vasche e quattro leoni. L’acqua esce da una finta scogliera in marmo cipollino, un espediente che serve a nascondere la bocca dei condotti e a dare al getto un aspetto naturale. Il cipollino è marmo antico di reimpiego, come buona parte del travertino della struttura: nella Roma di fine Cinquecento le cave migliori erano i ruderi, e nessuno ci vedeva niente di male.

L’iscrizione dell’attico dichiara che Sisto V raccolse le acque dall’agro Colonna e le condusse a Roma attraverso un percorso di circa ventidue miglia. Il testo è latino, in caratteri grandi, leggibile dal marciapiede opposto senza binocolo. È il documento più affidabile che la fontana possieda: dice chi, che cosa, da dove e quanto lungo, e lo dice sul posto.

L’acquedotto Felice: perché la fontana sta proprio qui

Sisto V viene eletto nel 1585 e mette subito mano al problema più concreto di Roma. La città alta, quella dei colli, era priva di acqua corrente da secoli, perché gli acquedotti antichi erano fuori uso e le uniche condotte attive servivano la zona bassa del Campo Marzio. L’Acqua Vergine bastava a Fontana di Trevi e a Piazza Navona, non al Viminale e al Quirinale.

Il nuovo acquedotto capta acque nell’area dell’agro Colonna, a est di Roma, e riprende in parte il tracciato dell’antica Acqua Alessandrina, costruita nel terzo secolo. Sisto V lo ribattezza Felice dal proprio nome di battesimo, Felice Peretti, e la scelta è meno vanitosa di quanto sembri: era il modo standard per dire chi pagava e chi rispondeva dell’opera. Chi vuole vedere l’antenato in piedi può andare al Parco degli Acquedotti.

Il cantiere rischiò di finire male. La direzione iniziale fu affidata a Matteo Bertolani, che sbagliò le livellazioni: con quelle quote l’acqua non sarebbe mai arrivata in cima. Il lavoro passò a Giovanni Fontana, fratello di Domenico, che corresse l’errore e portò l’acquedotto in città in circa due anni. È il motivo per cui le fonti litigano sui nomi, e il paragrafo sulle attribuzioni ci torna sopra.

L’acqua arriva a Roma e viene inaugurata il 15 giugno 1587, data riportata concordemente dalle fonti locali. Il punto di arrivo scelto è l’altura fra le Terme di Diocleziano e il Quirinale, cioè esattamente dove la città alta aveva sete. Da lì la rete si dirama e alimenta un numero crescente di fontane e fontanelle nei rioni orientali, cambiando in pochi anni la geografia dell’abitato.

Una mostra d’acqua, nel linguaggio tecnico dell’epoca, è il terminale monumentale di un acquedotto. Serve a mostrare che l’opera funziona, a distribuire l’acqua e a firmarla. Roma ne ha tre grandi e conviene vederle come una serie: questa per l’Acqua Felice, la Fontana dell’Acqua Paola sul Gianicolo per l’Acqua Paola, e la Fontana di Trevi per l’Acqua Vergine.

Messe in fila, le tre mostre raccontano l’evoluzione di un’idea in centosettant’anni. Qui, nel 1587, la forma è ancora un arco rigido e simmetrico, con le figure incastrate nei vani come in una nicchia da altare. Al Gianicolo, nel 1612, la facciata si allarga e prende aria. A Trevi, nel Settecento, il muro si scioglie in scogliera e l’acqua diventa protagonista. La prima è la più goffa e la più chiara.

Le date: 1585, 1587, 1589 e perché le fonti non coincidono

Le date che circolano su questa fontana sono tre e non sono intercambiabili. Il 1585 è l’anno di avvio, primo anno del pontificato di Sisto V. Il 1587 è l’anno in cui l’acqua arriva e viene inaugurata, il 15 giugno. Il 1589 compare nella scheda della Sovrintendenza Capitolina come termine della realizzazione del complesso. Non si contraddicono: descrivono momenti diversi dello stesso cantiere.

La confusione nasce dal fatto che l’architettura e la scultura finiscono in tempi diversi. La struttura in travertino serve all’acquedotto e va conclusa con esso. Le statue arrivano dopo. La documentazione sul Mosè parla di una commessa registrata nel 1587 e di un anticipo pagato nel 1588, quindi la figura centrale è stata messa a posto quando l’acqua scorreva già. Chi scrive 1585 1587 riferisce l’opera idraulica; chi scrive 1585 1589 riferisce il monumento finito.

Le fonti divergono anche sul nome dell’architetto della mostra. La scheda della Sovrintendenza Capitolina indica entrambi i Fontana, Giovanni e Domenico. Gran parte della manualistica e il portale turistico del Comune attribuiscono il progetto della mostra a Domenico Fontana, l’architetto di fiducia di Sisto V, quello degli obelischi. Altre fonti locali sottolineano il ruolo di Giovanni, che dell’acquedotto fu il salvatore tecnico. La divergenza esiste e va detta.

Il modo onesto di raccontarla a un gruppo è questo. Domenico Fontana è l’architetto di riferimento del progetto, ed è il nome che compare nella maggioranza delle fonti. Giovanni Fontana è l’uomo che ha fatto arrivare l’acqua, correggendo un errore di quote che avrebbe mandato tutto a monte, e diverse schede lo affiancano o lo antepongono al fratello. Dire soltanto uno dei due nomi è una semplificazione, non un errore grave.

Domenico Fontana in quegli anni sta facendo a Roma il lavoro più visibile del secolo. Alza l’obelisco in piazza San Pietro nel 1586 con una macchina di argani e cavalli che diventa leggendaria, e poi sistema gli altri, dall’Obelisco Esquilino all’Obelisco Lateranense. Chi vuole il quadro completo lo trova nella pagina sugli obelischi di Roma.

Chi ha scolpito il Mosè: due nomi e un’attribuzione contesa

I nomi in campo sono due: Prospero Antichi, detto il Bresciano, e Leonardo Sormani. Le fonti divergono su chi abbia fatto che cosa, e la divergenza non è un dettaglio erudito: cambia il senso di tutta la storia della bruttezza. Conviene seguirla con ordine, perché è uno dei casi in cui la tradizione popolare e la documentazione d’archivio dicono cose diverse.

La versione lunga tramandata dalle guide assegna il Mosè al solo Prospero Antichi. Il Dizionario Biografico degli Italiani lo dice esplicitamente: a lui fu a lungo attribuita l’esclusività dell’opera. È la versione che ha viaggiato per quattro secoli, ed è quella su cui si è costruito l’aneddoto dello scultore distrutto dalle critiche. Comoda, drammatica, e per metà sbagliata.

La documentazione racconta un passaggio di consegne. La commessa ad Antichi risulta nel 1587, con un anticipo nel 1588. I pagamenti successivi vanno però a Leonardo Sormani, indicato dal Dizionario Biografico come esecutore definitivo dell’opera. La ricostruzione corrente parla di un Antichi in difficoltà con la statuaria di grandi dimensioni e di un Sormani chiamato a chiudere il lavoro. Il risultato finale è quindi a quattro mani, con pesi diversi.

La scheda della Sovrintendenza Capitolina registra entrambi i nomi per la statua del Mosè, senza distinguere le fasi. Il portale turistico del Comune scrive Prospero Antichi completato da Leonardo Sormani. La voce enciclopedica in lingua inglese inverte l’ordine e mette Sormani per primo. Nessuna di queste formulazioni è falsa: cambiano l’accento. Conviene ricordare i due nomi e sapere che l’archivio parla di subentro.

Leonardo Sormani è uno scultore ben documentato nella Roma di Gregorio XIII e di Sisto V, con lavori in Santa Maria Maggiore e in altri cantieri papali. Non era un ripiego. Il fatto che tocchi a lui chiudere il Mosè dice che il committente voleva l’opera finita in fretta e bene, non che avesse trovato per strada il primo scalpellino disponibile.

La leggenda dello scultore morto di dolore, e perché non regge

La storia si racconta così. Prospero Antichi scolpisce il Mosè, lo vede montato nella nicchia, si accorge che le proporzioni sono sbagliate, sente le risate dei romani e le pasquinate, e muore di crepacuore poco dopo, distrutto dalla vergogna. In alcune versioni la fine è più violenta. È un racconto perfetto: colpa, punizione, morale sull’artista che non regge il giudizio del pubblico.

La fonte antica di questo racconto è Giovanni Baglione, biografo di artisti del primo Seicento. Il Dizionario Biografico degli Italiani della Treccani liquida la questione senza giri di parole: il racconto di Baglione va respinto come invenzione. La stessa voce ammette che dentro l’aneddoto ci sia un nocciolo di verità, e cioè che Antichi avesse davvero ricevuto la commessa e non l’avesse portata a termine da solo.

La prova più semplice è cronologica. Prospero Antichi risulta attivo per anni dopo il Mosè. Lavora al modello di un crocifisso in bronzo per la Chiesa del Gesù, esegue con Pietro Bordone un angelo e uno stemma per Castel Sant’Angelo nel 1591, e nel 1592 è parte in causa in una lite sui materiali per modelli in cera. La morte, secondo la ricostruzione riportata dalla Treccani, si colloca a Roma intorno al 1599.

Dodici anni di attività documentata dopo la presunta morte per vergogna. Basta questo. L’aneddoto non ha fondamento documentario e va raccontato per quello che è: una leggenda formatasi attorno a una statua che i romani avevano deciso di prendere in giro, alimentata da un biografo che amava le storie esemplari e ripetuta poi da ogni guida successiva senza controllo.

Perché continua a circolare, allora. Perché è utile. Spiega in dieci secondi una statua che altrimenti richiederebbe dieci minuti di storia dell’arte, e regala al visitatore la soddisfazione di giudicare un capolavoro mancato. I racconti che funzionano bene sopravvivono anche quando sono falsi, e questo funziona benissimo. Lo smontiamo e poi lo raccontiamo lo stesso, dicendo però che è un’invenzione.

Le pasquinate contro il Mosè, invece, sono reali e non vanno confuse con la leggenda. Pasquino, la statua parlante dove i romani attaccavano i biglietti anonimi, prese di mira la figura e i suoi autori con versi feroci. La derisione pubblica è documentata: è la conseguenza attribuita a quella derisione, cioè la morte dell’artista, a essere inventata. Si può avere la satira senza il cadavere.

Perché il Mosè sembra brutto: proporzioni, punto di vista, confronto

Tre cose concorrono all’effetto. La prima è la scala: la statua è enorme rispetto ai rilievi laterali e allo spazio del fornice, e sembra spinta in avanti come se il muro la stesse espellendo. La seconda è il punto di vista: la si guarda da sotto, da pochi metri, e lo scorcio schiaccia il torso e allunga la testa. La terza è il confronto, che è il vero problema.

Il confronto è con il Mosè di Michelangelo, a un chilometro di distanza, in San Pietro in Vincoli. Ottant’anni prima, stesso soggetto, stessa posa seduta, stesso braccio. Qualunque scultore del tardo Cinquecento che accettasse quella commessa firmava una condanna. I romani lo sapevano e l’hanno usato: le pasquinate giocano proprio sul paragone impossibile fra i due Mosè.

C’è poi un’incongruenza iconografica che alimenta la fama di goffaggine. Il Mosè regge le tavole della Legge mentre indica l’acqua fatta scaturire dalla roccia, ma nel racconto biblico l’acqua dalla roccia viene prima delle tavole. È un cortocircuito che a un occhio del Cinquecento, abituato a leggere le immagini sacre come testi, saltava addosso subito. Oggi quasi nessuno se ne accorge, e va indicato.

I quattro leoni: le copie stanno qui, gli originali sono in Vaticano

Alla base della fontana ci sono quattro leoni. Quelli che si vedono oggi sono copie ottocentesche in marmo bardiglio eseguite da Adamo Tadolini, secondo la scheda della Sovrintendenza Capitolina, nell’ambito del restauro collocato intorno al 1850. Gli originali erano antichi: due in porfido e due in marmo, provenienti dal Pantheon e dalla zona di San Giovanni in Laterano.

Due di quegli originali hanno un’identità precisa e una storia lunghissima. Sono i cosiddetti Leoni di Nectanebo, sculture egizie in granito grigio del quarto secolo avanti Cristo, arrivate a Roma in antico e riemerse nel Quattrocento. Papa Clemente VII li fece collocare davanti al Pantheon; Sisto V li spostò qui, alla fontana dell’Acqua Felice, nel 1586, durante il cantiere della mostra.

Il trasferimento definitivo avviene sotto Gregorio XVI. La scheda dei Musei Vaticani indica il 1839 come anno in cui i leoni furono sostituiti da copie e collocati nel nuovo Museo Egizio. Oggi si trovano nel Museo Gregoriano Egizio, sulla Terrazza del Nicchione. Chi visita i Vaticani ci passa davanti quasi sempre senza sapere che quelle bestie hanno fatto un giro di duemila anni fra Egitto, Pantheon e piazza San Bernardo.

Sulle date c’è una divergenza che va dichiarata. I Musei Vaticani datano al 1839 il ritiro degli originali e la loro sostituzione; la Sovrintendenza Capitolina data al 1850 le copie in bardiglio di Tadolini, nel quadro di un restauro del 1850 1851. La lettura più economica è che gli originali siano stati rimossi prima e che le copie oggi in posto risalgano al restauro successivo. Le due schede non dicono la stessa cosa e non vanno fuse in una frase sola.

La provenienza egizia di questi leoni li collega a un filone che a Roma è ovunque e che quasi nessuno segue. Gli obelischi di Sisto V, i leoni, la sfilza di materiali portati dal Nilo in età imperiale: si può costruire una passeggiata intera su questo, dall’Obelisco Macuteo davanti al Pantheon all’obelisco della Minerva fino all’Obelisco Sallustiano.

Una curiosità sulla Fontana del Mosè

La curiosità riguarda la piazza, non la fontana. Piazza San Bernardo è uno dei pochi punti di Roma dove tre chiese diverse si guardano da vicino e nessuna delle tre è quella che i turisti cercano. C’è San Bernardo alle Terme, ricavata dentro un’aula circolare delle Terme di Diocleziano. C’è Santa Susanna, con la facciata di Carlo Maderno. E c’è Santa Maria della Vittoria.

Dentro Santa Maria della Vittoria, a trenta metri dalla fontana, sta l’Estasi di santa Teresa di Gian Lorenzo Bernini. La sproporzione è comica: davanti alla chiesa si formano file e gruppi con le cuffie, mentre la fontana resta vuota e serve da panchina. Due opere a distanza di un attraversamento pedonale, una osannata e una derisa, entrambe del secolo che ha inventato il modo moderno di guardare la scultura.

La rotonda di San Bernardo alle Terme merita una riga in più. È un ambiente delle Terme di Diocleziano riusato come chiesa, con una cupola a cassettoni che regge dal quarto secolo. Chi vuole capire quanto fosse grande il complesso termale deve mettere insieme quel volume, l’aula di Santa Maria degli Angeli e l’Aula Ottagona. Sono pezzi dello stesso edificio.

Una cosa che non ti dice nessuno sulla Fontana del Mosè

Nessuno dice che questa fontana ha cambiato la mappa sociale di Roma. Prima del 1587 i colli orientali erano vigne, orti e conventi, perché senza acqua corrente non ci si costruisce una città. Dopo l’arrivo dell’Acqua Felice, il Quirinale, il Viminale e l’Esquilino diventano edificabili. La Roma umbertina di fine Ottocento, con i suoi palazzi e i ministeri, cresce su una rete idrica impostata tre secoli prima.

Il secondo fatto poco raccontato riguarda il materiale. La struttura riusa travertino e marmi antichi, e la finta scogliera è in cipollino, marmo di reimpiego. Questo significa che pezzi di edifici imperiali smontati stanno dentro la fontana, non come citazione colta ma come fornitura di cantiere. Chi guarda da vicino le superfici trova differenze di grana e di colore che raccontano provenienze diverse.

Il terzo riguarda il colore. Il restauro condotto fra il 1987 e il 1989 ha ripristinato la cromia originaria del monumento, che nel tempo si era uniformata sotto strati di sporco e di patina. Quello che si vede oggi non è il grigio indistinto delle fotografie di inizio Novecento: le colonne in marmo colorato e i fondi delle nicchie hanno un contrasto che la fontana aveva perso e che le è stato restituito.

Il quarto è il più prosaico. Questa era e resta una fontana di servizio. Nella Roma di fine Cinquecento la gente ci veniva con i secchi, i cavalli ci bevevano, le lavandaie ci lavoravano. Le vasche basse davanti non sono un capriccio decorativo, sono abbeveratoi. Guardarla come un monumento e basta significa perdere metà di quello che è stata per trecento anni.

Il consiglio che ti do per visitare la Fontana del Mosè

Andateci presto la mattina, fra le sette e le otto e mezza. La fontana guarda a ponente, quindi con il sole basso del mattino la fronte resta in ombra piena e i dettagli dei rilievi si leggono senza il contrasto bruciato che si prende a mezzogiorno. In più il traffico di via XX Settembre è ancora sopportabile e si riesce a stare sul marciapiede opposto senza essere spinti.

Mettetela in catena, non da sola. Dieci minuti qui, poi Santa Maria della Vittoria per il Bernini, poi cinquecento metri lungo via delle Quattro Fontane fino a Le Quattro Fontane e San Carlo alle Quattro Fontane, con deviazione su Sant’Andrea al Quirinale. In un’ora e mezza si attraversa il Seicento romano intero, a piedi, senza biglietti.

Chi ha un’ora in più scende verso Palazzo Barberini e la Galleria Nazionale d’Arte Antica, passando per la Fontana del Tritone a piazza Barberini. È il percorso giusto per capire come si passa dalla rigidità della mostra sistina all’invenzione berniniana: sono quattrocento metri e sessant’anni.

Portatevi acqua da bere presa altrove. Non ci sono nasoni sulla piazza immediatamente accanto alla fontana e bere dalle vasche monumentali è sconsigliato, a prescindere dalla qualità della rete. Non ci sono bagni pubblici nell’area. Il bar più vicino si trova a un paio di traverse e lo si trova camminando, senza bisogno di indicare un’insegna.

Evitate il tardo pomeriggio dei giorni feriali. Fra le diciassette e le diciannove via XX Settembre diventa un imbuto di autobus e di auto che escono dai ministeri, il rumore copre qualunque spiegazione e il marciapiede davanti alla fontana si riduce a un passaggio. Con un gruppo di venti persone lì dentro non si sta.

Una posizione controcorrente: il Mosè non è brutto, è solo mal collocato

C’è poi una cosa che di solito fa storcere il naso. Il Mosè dell’Acqua Felice non è una statua mal fatta. È una statua pensata per essere vista da lontano e messa in un fornice che costringe a guardarla da sotto e da vicino. Il difetto è di collocazione e di scala, non di mano. Chiunque scolpisca una figura per una nicchia sbagliata ottiene lo stesso risultato.

La prova sta nelle fotografie fatte con teleobiettivo dal marciapiede opposto, che riportano la figura a una distanza ottica corretta. Da lì il panneggio regge, la testa torna proporzionata al corpo e il gesto del braccio funziona. La goffaggine che tutti vedono è prodotta dai tre metri di marciapiede che separano l’occhio dalla base: è un problema di urbanistica travestito da problema di scultura.

La seconda parte della posizione è più antipatica. La tradizione romana della derisione, che è una delle cose migliori di questa città, in questo caso ha funzionato come una condanna automatica ripetuta per quattro secoli senza che nessuno riaprisse il fascicolo. Pasquino aveva ragione a far ridere; le guide che dal 1600 a oggi ricopiano l’aneddoto della morte per vergogna hanno torto e basta.

Mangiare in zona: come si riconosce un posto che vi spenna

La zona fra piazza San Bernardo, Repubblica e Termini è un campo minato, perché vive di uffici a pranzo e di alberghi la sera. Il primo segnale d’allarme è il menu con le fotografie dei piatti esposto sulla vetrina. In un posto dove mangiano i romani nessuno ha bisogno di vedere la carbonara fotografata: si sa che aspetto ha. Le immagini servono a chi non capisce la lingua, e il prezzo si adegua a quel cliente.

Il secondo segnale è la persona all’ingresso che vi invita a sedervi. Un locale che deve fermarvi per strada sta dicendo che non ha clientela propria e che vive di passaggio. Insieme a quello va letta la vetrina con la signora che tira la pasta fresca affacciata sul marciapiede: è un richiamo scenico, costruito per la fotografia, e non dice niente su che cosa esce dalla cucina.

Terzo segnale, l’orario continuato. Una cucina vera si ferma fra le quindici e le diciannove, perché il cuoco riposa e la brigata prepara. Un posto aperto dalla mattina a notte fonda senza pausa lavora con semilavorati e forno a microonde. Quarto segnale, i listini: se ci sono voci senza prezzo, o se il cartello fuori e il menu dentro non coincidono, si esce prima di ordinare.

Nella zona dei grandi alberghi ci sono locali a insegna ripetuta, di quelli che si incontrano identici in più punti del centro. Funzionano come attrazione turistica: hanno un nome riconoscibile, personale che parla inglese e tempi rapidi. I romani non ci vanno, non per snobismo ma perché a parità di spesa si mangia meglio a due traverse di distanza. Se ci si finisce dentro con dei bambini stanchi, non è un dramma.

Il criterio è uno solo e non fallisce quasi mai. Ci si ferma davanti alla porta all’una e un quarto e si guarda chi è seduto dentro e in che lingua ordina. Tavoli di persone che parlano italiano e che hanno un mestiere addosso significa che il posto vive di ritorni. Sala piena di zaini e di lingue diverse significa che vive di primo passaggio.

Per chi vuole partire da una selezione già fatta, c'è una lista su Google Maps con gli indirizzi romani, quartiere per quartiere: la lista di Daniele. Non è una classifica e non è esaustiva: sono posti provati, con la spesa media prevista e la zona in cui si trovano. Si aggiorna quando qualcosa cambia o peggiora.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Che questa fontana sia la mostra dell’Acqua Felice lo scrivono tutti. Quasi nessuno però tira la conseguenza: l’acquedotto Felice è ancora oggi parte della storia idrica della città, e la sua rete ha alimentato per secoli fontane e fontanelle dei rioni orientali. La fontana non commemora un’opera scomparsa: è il vertice di un sistema che ha funzionato a lungo e di cui restano tratti visibili fuori città.

Il secondo punto riguarda il nome della piazza. Piazza San Bernardo prende il nome dalla chiesa costruita alla fine del Cinquecento nella rotonda delle Terme di Diocleziano, per iniziativa di Caterina Sforza di Santa Fiora. La chiesa arriva quindi dopo la fontana, non prima. Lo slargo si è formato attorno al punto d’arrivo dell’acqua: prima c’è la mostra, poi la piazza, poi il nome.

Terzo, la manutenzione. La scheda della Sovrintendenza Capitolina registra interventi nel 1850 1851 con Tadolini, il restauro del 1987 1989 con il recupero della cromia e una manutenzione nel 2010 2011. Tre interventi grossi in centosessant’anni su un monumento esposto al traffico più pesante del centro storico. Chi si lamenta che Roma non curi le sue fontane dovrebbe guardare questo elenco prima di parlare.

Quarto, il rapporto con Trevi. La Fontana di Trevi raccoglie centomila visitatori al giorno nei mesi di punta; questa, che è la sua sorella maggiore per funzione e per tipologia, ne vede una frazione minima. La differenza non dipende dalla qualità della scultura ma dal cinema, nel posizionamento e nella forma della piazza. Le fontane romane si visitano per motivi che con l’arte c’entrano poco.

La foto giusta da fare alla Fontana del Mosè

La posizione buona è il marciapiede opposto, sul lato di largo di Santa Susanna, arretrando fino al limite del muro. Da lì entra tutta la fronte a tre fornici con l’attico e l’iscrizione, e la prospettiva non deforma le colonne. Con un obiettivo intorno ai trentacinque millimetri su pieno formato si prende l’architettura completa senza dover inclinare la macchina verso l’alto.

La seconda foto, quella che nessuno fa, è il Mosè isolato con un teleobiettivo dal marciapiede opposto, intorno ai centocinquanta millimetri. È lo scatto che dimostra la tesi del paragrafo controcorrente: a quella distanza ottica la figura torna proporzionata. Portatevi il tele se lo avete, perché è l’unico modo per vedere la statua come chi l’ha scolpita immaginava che fosse vista.

La terza è sui leoni. Inquadratura ravvicinata su una delle teste in bardiglio di Tadolini, con l’acqua che cade davanti. Funziona bene nelle giornate coperte, quando la luce diffusa non brucia il marmo chiaro. Se poi andate ai Musei Vaticani e fotografate i Leoni di Nectanebo sulla Terrazza del Nicchione, avete il dittico copia e originale, che è una cosa che quasi nessuno ha.

L’ora migliore per la luce è il tardo pomeriggio, quando il sole da ponente prende la fronte in pieno e accende il travertino. Il problema è che a quell’ora la piazza è nel traffico peggiore e ci sono autobus fermi davanti. La scelta è fra luce buona e sfondo pulito: meglio lo sfondo pulito della mattina presto, alzando gli ISO.

Da evitare: la foto frontale da due metri con il grandangolo. Produce esattamente la deformazione che ha dato al Mosè la fama di statua sgraziata, con le gambe enormi e la testa piccola. È lo scatto che fanno tutti con il telefono e poi la statua sembra un disastro. Il problema è l’obiettivo, non lo scultore.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il 15 giugno 1587 l’acqua dell’acquedotto Felice arriva a Roma e viene inaugurata. È la data che conta più di tutte, perché segna il ritorno dell’acqua corrente sui colli orientali dopo secoli. Le cronache locali riportano quel giorno come una festa pubblica: nella Roma del Cinquecento l’arrivo di un acquedotto era un evento paragonabile all’apertura di una linea di metropolitana oggi.

Fra il 1586 e il 1587 i Leoni di Nectanebo vengono spostati dal sagrato del Pantheon a questa fontana, per volontà di Sisto V. È uno dei tanti trasferimenti di materiale antico ordinati da quel pontificato, coerente con la politica degli obelischi: prendere pezzi egizi e romani e ricollocarli dove servono al nuovo disegno urbano. La città come cantiere permanente di riuso.

Nel 1839, secondo la scheda dei Musei Vaticani, i leoni originali vengono rimossi e portati nel nuovo Museo Egizio voluto da Gregorio XVI, sostituiti da copie. Intorno al 1850, secondo la Sovrintendenza Capitolina, Adamo Tadolini esegue i leoni in marmo bardiglio che si vedono oggi. In un decennio la fontana perde i suoi pezzi più antichi e prende l’aspetto che ha adesso.

Fra il 1987 e il 1989 il monumento viene restaurato con il ripristino della cromia originaria. È un intervento importante perché cambia la percezione dell’insieme: le fotografie precedenti mostrano una massa grigia uniforme, quelle successive restituiscono il contrasto fra travertino, marmi colorati e fondi delle nicchie. Una manutenzione ulteriore è registrata nel 2010 2011.

Sul piano urbano, la piazza cambia faccia due volte. Alla fine del Cinquecento con la costruzione della chiesa di San Bernardo nella rotonda termale, per iniziativa di Caterina Sforza di Santa Fiora. E alla fine dell’Ottocento, quando via XX Settembre diventa l’asse dei ministeri del Regno e il traffico comincia a stringere la fontana fra due correnti di veicoli, come si vede ancora oggi.

Chi è passato dalla Fontana del Mosè

Sisto V, che ha voluto l’acquedotto e la mostra, è passato di qui in senso letterale: il suo pontificato dura cinque anni, dal 1585 al 1590, e in quel tempo riorganizza mezza Roma. Domenico Fontana, il suo architetto, e il fratello Giovanni, che ha risolto il problema delle quote, sono i due nomi tecnici della vicenda. Matteo Bertolani è quello che ha sbagliato le livellazioni ed è uscito di scena.

Gli scultori sono Prospero Antichi detto il Bresciano e Leonardo Sormani per il Mosè, Giovanni Battista Della Porta per il rilievo di Aronne, Flaminio Vacca e Pietro Paolo Olivieri per quello di Gedeone. Vacca è anche autore di memorie sulle antichità romane che gli studiosi usano ancora. Olivieri lavora in quegli stessi anni in diversi cantieri romani ed è un nome che ricorre nelle chiese del centro.

Giovanni Baglione, il biografo seicentesco, passa di qui in senso figurato: è lui che mette in circolazione la storia della morte per vergogna, e la sua penna ha fatto più danni di qualunque intemperie. Adamo Tadolini, scultore ottocentesco di scuola canoviana, ci lascia i quattro leoni in bardiglio. Gregorio XVI è il papa che porta via gli originali egizi.

Per i viaggiatori del Grand Tour la fontana era tappa fissa, perché stava sulla strada fra Porta Pia e il centro e perché la statua offriva materia di conversazione. Nelle stampe e nelle vedute settecentesche compare spesso, di solito con figure che abbeverano cavalli nelle vasche. Chi vuole vedere come si guardavano questi monumenti allora trovi le raccolte grafiche nei musei civici del Campidoglio.

Oggi ci passa chi lavora nei ministeri di via XX Settembre, chi scende dagli alberghi intorno a Piazza della Repubblica e chi sbaglia strada andando verso Via Veneto. Fra i gruppi organizzati la fontana è quasi sempre una sosta di due minuti fra due tappe più celebri, il che è un peccato e anche una fortuna: si sta larghi.

Visitare oggi: orari, costi, accessibilità

Non c’è biglietto e non c’è orario. La fontana sta su suolo pubblico, è visibile ventiquattro ore su ventiquattro e di notte è illuminata. Nessun ente pubblica un prezzo perché non esiste alcun prezzo da pubblicare. Chi cerca online un ticket per la Fontana del Mosè sta guardando l’offerta di qualche tour a piedi che include la piazza, non un ingresso al monumento.

Al 28 settembre 2026 la fontana risulta in funzione. Le vasche hanno acqua e i getti dalla finta scogliera in cipollino funzionano. Le fermate degli erogatori capitano per manutenzione della rete o per interventi programmati e di norma sono brevi. Nessun ente pubblica un calendario di queste interruzioni: si scopre arrivando, e capita a chiunque una volta ogni tanto.

L’accessibilità è buona per un monumento romano all’aperto. Il marciapiede davanti alla fontana è pianeggiante e raggiungibile in carrozzina dalle traverse, senza gradini obbligati. I problemi sono altri: la larghezza ridotta del passaggio, il traffico continuo su via XX Settembre e i veicoli in sosta che riducono la visuale. Il punto di osservazione migliore, sul lato opposto, richiede un attraversamento semaforico.

Non ci sono servizi igienici pubblici sulla piazza, né depositi bagagli, né punti informativi. Chi arriva da Termini con una valigia si porta la valigia. Le panchine sono poche e quasi sempre occupate. Per un gruppo numeroso conviene raccogliersi sul lato di largo di Santa Susanna, dove il marciapiede si allarga, e non davanti alla fontana, dove si blocca il passaggio.

Le chiese intorno hanno orari propri e spesso chiudono a metà giornata. Santa Maria della Vittoria, con il Bernini, osserva una lunga pausa pomeridiana che cambia nel corso dell’anno; San Bernardo alle Terme apre in fasce ridotte. Chi organizza una visita combinata controlli le aperture il giorno prima sui siti delle parrocchie, perché variano e non seguono lo schema dei musei.

Che cosa vedere nel raggio di dieci minuti a piedi

Le Terme di Diocleziano sono a due passi e si vedono in tre pezzi distinti. L’aula centrale è oggi Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, rimaneggiata da Michelangelo. Il museo occupa il complesso delle Terme di Diocleziano. L’Aula Ottagona è la terza tessera, spesso chiusa e poco segnalata.

A trecento metri c’è Palazzo Massimo alle Terme, che per gli affreschi di villa di Livia e per i mosaici vale da solo un pomeriggio ed è sistematicamente sottovisitato rispetto ai Fori. Dall’altra parte, salendo verso il colle, si arriva in dieci minuti al Palazzo del Quirinale, all’Obelisco del Quirinale e alle Scuderie del Quirinale.

Chi vuole restare sul tema delle fontane ha materiale per mezza giornata. La Fontana del Tritone a piazza Barberini è a cinquecento metri, la Fontana di Trevi a un chilometro, la Fontana della Barcaccia a Piazza di Spagna poco oltre. Scendendo verso il centro si incontrano la Fontana dei Quattro Fiumi, la Fontana del Moro e la Fontana del Nettuno.

Verso sud, a quindici minuti, si entra nel rione Monti, che cambia completamente registro: strade strette, botteghe, gente seduta sui gradini. Verso nord, attraversando Porta Pia, si arriva alla zona della Nomentana. Verso ovest, con venti minuti di cammino, si scende a Villa Borghese dal lato di via Veneto.

Per chi ha una sola giornata e vuole tenere insieme fontane e acquedotti, il collegamento da fare è con la Fontana dell’Acqua Paola al Gianicolo, che è la mostra costruita venticinque anni dopo questa e che ne riprende lo schema allargandolo. Vedere le due nello stesso giorno, la mattina qui e il tramonto lassù, è l’itinerario che consiglio più spesso.

Chi vuole chiudere il cerchio sul riuso dell’antico può aggiungere la Fontana delle Tartarughe in piazza Mattei e una sosta alla Crypta Balbi, dove il tema della città che si costruisce sopra se stessa è spiegato meglio che in qualunque altro museo romano. Sono tutte tappe raggiungibili con lo stesso biglietto integrato del Museo Nazionale Romano.

Domande frequenti sulla Fontana del Mosè

Perché la Fontana del Mosè si chiama anche Mostra dell’Acqua Felice?

Mostra, nel linguaggio tecnico del Cinquecento, indica il terminale monumentale di un acquedotto, cioè il punto in cui l’acqua arriva in città e viene esibita. Questa fontana è il terminale dell’acquedotto Felice, voluto da Sisto V, al secolo Felice Peretti, che gli diede il proprio nome di battesimo. Il nome popolare Fontana del Mosè viene invece dalla statua colossale nel fornice centrale.

Chi ha scolpito il Mosè della fontana?

Le fonti divergono e va detto. La commessa risulta a Prospero Antichi detto il Bresciano, documentata nel 1587 con un anticipo nel 1588, ma i pagamenti successivi vanno a Leonardo Sormani, indicato dal Dizionario Biografico degli Italiani come esecutore definitivo. La Sovrintendenza Capitolina registra entrambi i nomi. Attribuire la statua a uno solo dei due, come fanno molte guide, è una semplificazione.

È vero che lo scultore morì di dolore per le critiche?

No. Il racconto risale al biografo seicentesco Giovanni Baglione e il Dizionario Biografico degli Italiani lo respinge come invenzione. Prospero Antichi risulta attivo per anni dopo il Mosè: un modello di crocifisso bronzeo per il Gesù, un angelo e uno stemma per Castel Sant’Angelo nel 1591, una lite documentata nel 1592. La morte si colloca a Roma intorno al 1599.

Dove sono i leoni originali della fontana?

Nei Musei Vaticani. I due Leoni di Nectanebo, sculture egizie in granito grigio del quarto secolo avanti Cristo, si trovano nel Museo Gregoriano Egizio, sulla Terrazza del Nicchione. Erano stati collocati davanti al Pantheon da Clemente VII, poi portati qui da Sisto V nel 1586 e infine trasferiti in Vaticano sotto Gregorio XVI. Quelli in piazza sono copie ottocentesche.

Quando è stata costruita la fontana?

Il cantiere parte nel 1585, primo anno del pontificato di Sisto V. L’acqua arriva e viene inaugurata il 15 giugno 1587. La scheda della Sovrintendenza Capitolina indica il 1589 come termine della realizzazione complessiva, perché le sculture furono montate dopo l’apertura dell’acquedotto. Le tre date descrivono fasi diverse e non sono in contraddizione fra loro.

La fontana funziona oggi?

Sì. Al 28 settembre 2026 la Fontana del Mosè risulta in funzione, con acqua nelle tre vasche. Si tratta di un monumento su suolo pubblico, visibile a qualunque ora, senza biglietto e senza cancelli. Le interruzioni per manutenzione capitano e di solito durano poco. Bere dalle vasche monumentali è sconsigliato: per l’acqua potabile servono le fontanelle pubbliche.

Come si arriva alla Fontana del Mosè con i mezzi pubblici?

Metro linea A, fermata Repubblica Teatro dell’Opera, poi meno di trecento metri a piedi lungo via Vittorio Emanuele Orlando. In alternativa fermata Barberini, con cinquecento metri lungo via Barberini. Gli autobus 62, 492 e 910 percorrono via XX Settembre e fermano a XX Settembre Ministero delle Finanze, a cinquanta metri. Fermate controllate il 28 settembre 2026.

Quanto tempo serve per la visita?

Dieci minuti bastano per guardarla con attenzione, leggere l’iscrizione dell’attico e riconoscere i due rilievi laterali. Con la spiegazione a un gruppo si arriva a venti. Ha però senso solo dentro un percorso più lungo che includa Santa Maria della Vittoria, le Terme di Diocleziano e la salita al Quirinale: da sola resta una sosta breve fra due tappe maggiori.

Perché la statua ha la fama di essere brutta?

Per tre ragioni che si sommano. La scala della figura è sproporzionata rispetto al vano che la contiene e ai rilievi laterali. Il punto di osservazione obbligato, da sotto e da vicino, deforma il corpo. E il confronto con il Mosè di Michelangelo in San Pietro in Vincoli, a un chilometro di distanza, era impossibile da vincere per chiunque nel tardo Cinquecento.

Chi ha scritto questa pagina

Questa pagina esce dalla redazione di Tour Leader Pro, lo studio romano che progetta visite, itinerari ed eventi culturali a Roma e nel Lazio. Attribuzioni, date, fermate e condizioni di accesso riportate qui sono state controllate alla data indicata nel testo sulle fonti ufficiali citate, fra cui la Sovrintendenza Capitolina e i Musei Vaticani. Le cose cambiano: se trovate un dato che non torna, segnalatelo.

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