Fontana delle Tartarughe

La Fontana delle Tartarughe occupa il centro di piazza Mattei, una piazzetta quadrata e appartata del rione Sant’Angelo, a ridosso dell’area del Ghetto e a pochi minuti a piedi da Largo Argentina e da Campo de’ Fiori. Fu costruita fra il 1581 e il 1588 su progetto attribuito a Giacomo Della Porta, con le sculture in bronzo di Taddeo Landini, e da allora non si è più mossa di lì. Le quattro tartarughe che le danno il nome, però, non facevano parte del progetto originale: arrivarono soltanto nel 1658 o 1659, durante un restauro voluto da papa Alessandro VII, e la tradizione le attribuisce a Gian Lorenzo Bernini senza che esista un documento capace di chiudere la questione in modo definitivo. Molti romani e molti studiosi la considerano la fontana più bella della città, più della Fontana di Trevi e più della Fontana dei Quattro Fiumi, e non è un giudizio campato per aria: dipende da una serie di scelte compositive precise che si possono spiegare guardando la fontana da vicino per qualche minuto. Le righe che seguono raccontano com’è fatta, chi l’ha voluta e pagata, perché le tartarughe sono arrivate settant’anni dopo, quale acqua la alimenta, che cosa c’è di vero nella famosa leggenda del duca Mattei che l’avrebbe fatta costruire in una notte, e come fotografarla senza portare a casa la solita immagine piatta.
Dove si trova la Fontana delle Tartarughe e come arrivare in piazza Mattei
La Fontana delle Tartarughe si trova in piazza Mattei, nel rione Sant’Angelo, il più piccolo dei rioni storici di Roma, compreso fra il Teatro di Marcello, il Portico d’Ottavia e via delle Botteghe Oscure. È una piazza chiusa, larga poco più di un cortile, circondata su tre lati dai palazzi della famiglia Mattei e su un quarto dal fianco di Palazzo Costaguti: non ci si passa per caso, ci si arriva quasi sempre perché la si cerca oppure perché si imbocca per curiosità uno dei vicoli che vi confluiscono. Questa condizione appartata è parte integrante dell’effetto che la fontana produce e va messa in conto fin dal momento in cui si programma la visita.
A piedi dal centro storico
Il percorso più semplice parte da Largo di Torre Argentina: si imbocca via Paganica o via dei Funari e in tre o quattro minuti si arriva in piazza Mattei senza possibilità di sbagliare, perché la piazza si apre all’improvviso dopo un tratto di vicolo stretto. Chi viene da Piazza Navona o dal Pantheon deve calcolare dai dieci ai quindici minuti a passo normale, attraversando corso Vittorio Emanuele II e infilandosi nel reticolo di strade fra via delle Botteghe Oscure e via dei Falegnami. Da Campo de’ Fiori il tragitto è di poco superiore ai dieci minuti, passando per via dei Giubbonari e piazza Cairoli. Dal Campidoglio si scende verso via del Teatro di Marcello e si risale per via Montanara: anche in questo caso si resta sotto il quarto d’ora.
Con i mezzi pubblici
Non esiste una fermata della metropolitana nelle vicinanze immediate: la stazione più utile è Colosseo sulla linea B, da cui servono comunque una quindicina di minuti a piedi, oppure Barberini sulla linea A, decisamente più lontana. Il riferimento vero sono gli autobus che transitano su via delle Botteghe Oscure e su largo di Torre Argentina, uno dei nodi di superficie più serviti del centro storico, insieme ai tram che arrivano fino a piazza Venezia e al capolinea di Trastevere. Da entrambi i punti la camminata residua resta sotto i cinque minuti. Le linee e i percorsi del trasporto pubblico romano cambiano con una certa frequenza, soprattutto nel centro storico dove i cantieri e le pedonalizzazioni impongono deviazioni, quindi conviene verificare il percorso aggiornato il giorno stesso della visita anziché fidarsi di un elenco di numeri di linea.
Come riconoscere la piazza giusta
Il punto di riferimento più affidabile è il portale in marmo bianco con lo stemma dei Mattei al civico 19, sul lato della piazza dove si trova il palazzo più antico del complesso familiare. Chi arriva da via dei Funari vede prima il fianco della chiesa di Santa Caterina dei Funari, con il suo campanile e la facciata cinquecentesca, e da lì bastano pochi passi. Chi arriva da via della Reginella, il vicolo strettissimo che collega piazza Mattei alla via del Portico d’Ottavia, entra nella piazza dal lato opposto e si trova la fontana praticamente addosso, un ingresso scenografico che vale la pena di scegliere apposta quando si accompagna qualcuno che non l’ha mai vista.
Com’è fatta la Fontana delle Tartarughe: marmi policromi e bronzi
La Fontana delle Tartarughe è costruita con un’alternanza voluta di marmi policromi e di bronzo, una scelta rara nelle fontane romane e decisiva per il suo effetto complessivo: la Sovrintendenza Capitolina elenca fra i materiali impiegati il marmo africano, il pavonazzetto, il marmo bianco, il bigio e il travertino, oltre naturalmente al bronzo delle figure. Non è una fontana monocroma come tante altre della città: è un oggetto composito, montato per strati, in cui ogni materiale ha un compito preciso.
La vasca inferiore e le quattro conchiglie
Alla base si trova una vasca a pianta quadrata con gli spigoli arrotondati, in travertino, che raccoglie tutta l’acqua della fontana. Dal centro di questa vasca si alza un basamento sul quale si aprono quattro bacini a forma di conchiglia, disposti ai quattro lati secondo una simmetria perfetta. Le conchiglie non sono un ornamento aggiunto: sono elementi funzionali, perché ricevono l’acqua che cade dall’alto e la trattengono per un istante prima di lasciarla tracimare nella vasca sottostante. Questo doppio passaggio è ciò che produce il suono minuto e continuo della fontana, molto diverso dal rimbombo di getti potenti che si sente in piazze più grandi.
I quattro efebi di bronzo
Sopra il basamento si ergono i quattro efebi in bronzo di Taddeo Landini, cioè quattro figure di giovani maschi nudi, in piedi, ciascuno appoggiato con un piede su una testa di delfino e con le braccia alzate verso l’alto. Sono la parte più ammirata della fontana e la ragione principale per cui molti la giudicano un capolavoro del manierismo scultoreo romano. Nessuno dei quattro ripete esattamente la posa dell’altro: le teste sono ruotate in modo diverso, il peso del corpo è scaricato ora su una gamba ora sull’altra, le braccia disegnano angoli differenti. Guardando la fontana girandoci intorno lentamente, si scopre che questa variazione continua impedisce all’occhio di fissare un punto di vista privilegiato: ogni passo cambia la composizione.
Il catino superiore in marmo africano
Sopra le teste degli efebi, retto da un fusto a forma di anfora, si trova un catino circolare in marmo africano, la pietra scura venata di rosso e di bianco che i romani antichi estraevano in Asia Minore e che nel Cinquecento si recuperava quasi sempre dagli spogli di edifici antichi. Il colore cupo e cangiante di questo bacino contrasta con il bianco dei marmi sottostanti e con la patina verde scuro dei bronzi: è il pezzo che dà alla fontana il suo accento più prezioso. Lungo il bordo esterno del catino sono applicate testine di putto in bronzo dalle bocche aperte, dalle quali l’acqua esce in filo sottile e ricade nelle conchiglie.
Le quattro tartarughe sul bordo
Infine, sul bordo del catino superiore, si trovano le quattro tartarughe in bronzo che danno il nome alla fontana, disposte in modo che ciascuna sembri arrampicarsi verso l’acqua mentre la mano di un efebo la sospinge dolcemente da sotto. È il gesto che tutti fotografano e che tutti ricordano, e allo stesso tempo l’elemento più recente e più discusso dell’intera composizione, perché non appartiene al progetto cinquecentesco. Le tartarughe visibili oggi sono copie: gli originali superstiti sono conservati ai Musei Capitolini, per ragioni che riguardano una lunga storia di furti raccontata più avanti.
Le dimensioni reali, più piccole di quanto si immagina
Chi arriva in piazza Mattei conoscendo la fontana soltanto dalle fotografie resta quasi sempre sorpreso dalle sue dimensioni contenute. Non è un monumento imponente: è un oggetto a misura d’uomo, che si abbraccia con lo sguardo da qualunque angolo della piazza e che si può osservare da mezzo metro di distanza senza doversi allontanare per coglierne l’insieme. Questa scala ridotta non è un limite ma una scelta consapevole, calibrata sulla piazza minuscola che la ospita, e spiega perché la fontana funzioni tanto bene qui e perché le sue copie sparse per il mondo, collocate in spazi molto più ampi, producano un effetto completamente diverso.
Chi ha progettato la Fontana delle Tartarughe e chi l’ha pagata
La Fontana delle Tartarughe nasce da tre volontà distinte: il progetto architettonico attribuito a Giacomo Della Porta, l’esecuzione scultorea affidata al fiorentino Taddeo Landini e la committenza privata del nobile Muzio Mattei, che ottenne di spostare la fontana sotto le finestre di casa propria in cambio di impegni precisi verso la città. È un intreccio che vale la pena ricostruire, perché spiega molte delle stranezze della fontana, compresa quella per cui è più famosa.
Giacomo Della Porta, l’uomo delle fontane romane
Giacomo Della Porta, vissuto fra il 1533 e il 1602, fu l’architetto che più di ogni altro disegnò il volto idraulico della Roma di fine Cinquecento. A lui si devono, in tutto o in parte, decine di fontane pubbliche realizzate nel programma di riqualificazione urbana che seguì il restauro degli acquedotti antichi, oltre a interventi di primo piano su edifici come la cupola di San Pietro, portata a termine insieme a Domenico Fontana. Il suo stile nelle fontane è riconoscibile: vasche sobrie, profili netti, un equilibrio geometrico che lascia all’acqua e ai materiali il compito di produrre l’emozione. La Fontana delle Tartarughe è considerata il suo esito più raffinato proprio perché a quell’impianto misurato si sovrappone qualcosa che Della Porta di solito non concedeva, cioè un gruppo scultoreo in bronzo di grande libertà espressiva.
Taddeo Landini, lo scultore fiorentino
Taddeo Landini, nato a Firenze intorno al 1550 e morto nel 1596, fu lo scultore che tradusse in bronzo le figure degli efebi. La sua formazione fiorentina si sente: la torsione elegante dei corpi, l’allungamento delle proporzioni, la superficie levigata dei bronzi appartengono al linguaggio della scultura toscana della seconda metà del Cinquecento più che alla tradizione romana. È a Landini, più che a Della Porta, che si deve la qualità che rende questa fontana diversa da tutte le altre uscite dallo stesso cantiere cittadino: gli efebi non sono figure decorative, sono quattro ritratti di corpi giovani colti in un movimento sospeso.
Muzio Mattei e lo spostamento da piazza Giudea
La fontana non era destinata a piazza Mattei. Il programma comunale prevedeva di collocarla in piazza Giudea, uno degli spazi di mercato dell’area del Ghetto, dove avrebbe servito un bacino di utenza molto più ampio. Fu Muzio Mattei, esponente di una delle famiglie più potenti del rione, a ottenere che venisse costruita invece davanti al proprio palazzo, nella piazza che oggi porta il nome della famiglia. In cambio, i Mattei si impegnarono a pavimentare la piazza a proprie spese e a provvedere alla pulizia e alla manutenzione della fontana. È un dettaglio che racconta con precisione come funzionava la Roma di fine Cinquecento: un’opera pubblica poteva cambiare indirizzo se una famiglia giusta offriva la contropartita giusta.
Perché in molti la considerano la fontana più bella di Roma
Il giudizio secondo cui la Fontana delle Tartarughe è la più bella di Roma circola da secoli e non riguarda la sua dimensione né la sua fama: riguarda quattro scelte compositive concrete che si possono verificare con gli occhi in pochi minuti di osservazione. Vale la pena elencarle una per una, perché è il modo migliore per smettere di guardarla come una cartolina e cominciare a guardarla come un oggetto costruito.
Il rapporto esatto fra fontana e piazza
La prima ragione è dimensionale. Piazza Mattei è piccola, chiusa, quasi un cortile aperto: una fontana monumentale vi risulterebbe soffocata, una fontana minuscola vi si perderebbe. La Fontana delle Tartarughe occupa esattamente la quantità di spazio che la piazza può sostenere, lasciando su ogni lato una fascia di selciato sufficiente a camminarci intorno e a guardarla da lontano quanto basta. Chi ha visto una delle copie a grandezza naturale realizzate all’estero, per esempio quella collocata a Huntington Park a San Francisco, riferisce sempre la stessa impressione: la fontana è la stessa, l’effetto no, perché manca la stretta scatola urbana per cui era stata pensata.
Il movimento a spirale delle quattro figure
La seconda ragione riguarda la composizione delle statue. I quattro efebi sono disposti secondo una rotazione continua: ciascuno ripete lo schema del precedente ma ruotato di un quarto di giro e variato nei dettagli, così che l’insieme descriva una spirale ascendente anziché un quadrato statico. È il principio che gli storici dell’arte chiamano figura serpentinata, tipico della scultura manierista, e qui viene applicato non a una singola statua ma a un gruppo di quattro: il risultato è che l’occhio, girando intorno alla fontana, non incontra mai una vista frontale definitiva, ma una successione di scorci che si sciolgono l’uno nell’altro. Poche fontane romane obbligano a camminarci intorno come fa questa.
Il contrasto fra bronzo scuro e marmi chiari
La terza ragione è cromatica. Il bronzo brunito degli efebi, delle testine e delle tartarughe si staglia contro il bianco del marmo delle conchiglie e contro il travertino della vasca, mentre il catino di marmo africano introduce in alto una nota scura e vibrante che chiude la composizione. Nessun materiale è casuale: ognuno occupa una fascia di altezza precisa e produce un intervallo di colore. Questa stratificazione è ciò che rende la fontana leggibile anche da lontano e anche in giornate di luce piatta, quando le forme si appiattiscono ma i valori tonali restano distinti.
L’acqua trattata come suono, non come spettacolo
La quarta ragione è idraulica e in qualche modo paradossale. La Fontana delle Tartarughe non ha getti spettacolari: l’acqua scende in filo sottile dalle bocche dei putti, si raccoglie nelle conchiglie e tracima nella vasca. È un’acqua che si ascolta più di quanto si guardi, e il suo suono continuo, minuto e regolare riempie la piazza chiusa con un effetto che in una piazza grande andrebbe perduto. Come si vedrà più avanti, questa sobrietà idraulica non nasce da una scelta estetica ma da un limite tecnico: eppure è diventata uno dei motivi per cui la fontana funziona così bene. È un caso in cui il vincolo ha prodotto la qualità.
Che cosa dicono i confronti con le altre fontane romane
Confrontata con la Fontana di Trevi, che è una macchina scenografica pensata per stupire una folla, o con la Fontana del Tritone di Bernini, costruita intorno a un getto verticale potente, la Fontana delle Tartarughe gioca una partita opposta: punta sulla misura, sull’intimità e sulla qualità della singola figura. Anche rispetto alla Fontana della Barcaccia, che pure nasce da un problema di bassa pressione risolto con intelligenza, la differenza è netta: la Barcaccia trasforma il limite in un’idea narrativa, la fontana di piazza Mattei lo trasforma in un ritmo. Sono strade diverse e nessuna è oggettivamente superiore, ma chi preferisce la seconda di solito la preferisce con convinzione.
Una curiosità sulla Fontana delle Tartarughe
Il progetto originale della Fontana delle Tartarughe prevedeva otto delfini, e non i quattro che si vedono oggi: gli altri quattro non furono mai messi in opera sulla fontana e finirono altrove, riutilizzati in un’altra fontana romana. La ragione fu un problema di pressione dell’acqua, e per capirla bisogna partire dall’acquedotto che alimentava la fontana.
Quattro delfini in meno, una fontana in più
Quando il cantiere di piazza Mattei si trovò a fare i conti con una portata inferiore alle attese, la soluzione fu ridurre il numero degli elementi che dovevano zampillare. Quattro delfini vennero quindi esclusi dalla composizione e destinati a un’altra fontana, quella oggi nota ai romani come la Zuppiera o Fontana della Terrina, che dopo vari spostamenti si trova all’inizio di corso Vittorio Emanuele II. Chi vuole verificare di persona il destino dei pezzi mancanti può fare una deviazione di pochi minuti verso la Fontana della Terrina e osservare che i delfini di quella fontana appartengono allo stesso mondo formale di quelli di piazza Mattei.
Perché la pressione era insufficiente
La Fontana delle Tartarughe era alimentata dall’Acqua Vergine, cioè dall’antico acquedotto romano Aqua Virgo rimesso in funzione nel Cinquecento. L’Acqua Vergine ha una caratteristica che la distingue da quasi tutti gli altri acquedotti romani: corre quasi tutta in sotterranea e arriva in città con un dislivello complessivo molto ridotto, il che significa poca pressione disponibile nei punti di erogazione. Le fonti tecniche parlano di una caduta dell’ordine di pochi metri sull’intero sistema, un valore che basta a far uscire l’acqua ma non a sostenere getti verticali di forza. Chi vuole approfondire il funzionamento di questo acquedotto può leggere la scheda dedicata all’acquedotto dell’Acqua Vergine, che è la stessa condotta che alimenta la Fontana di Trevi e la Barcaccia di piazza di Spagna.
Un limite che ha definito lo stile
La conseguenza è che tutte le fontane alimentate dall’Acqua Vergine hanno dovuto rinunciare ai getti alti e inventare altri modi di mettere in scena l’acqua: cascate su più livelli, veli d’acqua che scivolano su superfici inclinate, filetti sottili che cadono da poca altezza. Non è un caso che proprio in questo gruppo di fontane si trovino alcune delle soluzioni più raffinate della Roma tardocinquecentesca e barocca. La Fontana delle Tartarughe appartiene pienamente a questa famiglia: il suo rumore d’acqua sommesso, che oggi si apprezza come una qualità poetica, nasce da una costrizione di ingegneria idraulica.
Una cosa che non ti dice nessuno sulla Fontana delle Tartarughe
Le tartarughe che danno il nome alla Fontana delle Tartarughe furono aggiunte settant’anni dopo la fine dei lavori, nel restauro del 1658 o 1659 voluto da papa Alessandro VII, e secondo la lettura corrente servirono a risolvere un problema pratico: le mani alzate degli efebi, dopo le modifiche subite dalla struttura, non raggiungevano più il bordo del catino superiore e restavano sospese nel vuoto. Il monumento che tutti conoscono per le sue tartarughe, insomma, per settant’anni non ne ebbe nessuna, e si chiamava semplicemente la fontana di piazza Mattei.
Le mani vuote degli efebi
Per capire la stranezza conviene guardare bene il gesto delle quattro figure. Gli efebi tendono le braccia verso l’alto con le mani aperte, in una posa che chiede visibilmente di reggere qualcosa. Nel progetto originario quelle mani dovevano probabilmente afferrare i delfini oppure appoggiarsi al bordo del bacino, e la riduzione del programma decorativo lasciò le figure a compiere un gesto senza oggetto. Per settant’anni la fontana ebbe quattro giovani che alzavano le mani verso niente, una soluzione che l’occhio del Seicento, abituato a comporre scene narrative, doveva percepire come un difetto evidente.
Un rimedio che diventa il nome del monumento
La trovata delle tartarughe è tanto semplice quanto brillante. Mettendo un piccolo animale sul bordo del catino, in corrispondenza di ogni mano, si trasforma un gesto vuoto in un gesto narrativo: l’efebo non alza più le braccia a caso, sta aiutando una tartaruga a salire verso l’acqua. Il restauro non aggiunge un ornamento, aggiunge un racconto, e lo fa con quattro elementi minuscoli rispetto alla massa della fontana. Il risultato è che da quel momento in poi il monumento prende il nome dalla sua correzione, non dal suo progetto: nessuno a Roma la chiama la fontana degli efebi.
Chi ha fatto davvero le tartarughe: un’attribuzione discussa
Qui va detto con chiarezza quello che le guide spesso danno per scontato. L’attribuzione delle tartarughe a Gian Lorenzo Bernini è tradizionale e non documentata in modo definitivo: parte della letteratura la mantiene, parte la mette in discussione e propone altri nomi, fra i quali ricorre soprattutto quello di Andrea Sacchi, pittore e figura di riferimento del cantiere artistico romano di quegli anni. Le fonti consultabili oggi, comprese le schede istituzionali, usano formule prudenti del tipo tradizionalmente attribuite a Bernini, che segnalano con precisione lo stato della questione. Chi racconta la fontana dicendo che le tartarughe sono di Bernini sta riportando una tradizione, non un fatto accertato, e la differenza conta.
Perché l’attribuzione a Bernini è comunque plausibile
Va detto che la tradizione non è arbitraria. Nel 1658 Bernini era l’artista di riferimento assoluto della corte di Alessandro VII, papa con cui lavorò a stretto contatto per quasi tutto il pontificato, e il restauro di una fontana pubblica nel centro di Roma rientrava perfettamente nel genere di incarichi che passavano dal suo studio. La qualità dell’idea, inoltre, è del tipo che si associa a lui: una soluzione minima che ribalta il senso dell’intero oggetto. Restano però un’attribuzione stilistica e un ragionamento di contesto, non una ricevuta di pagamento, ed è corretto presentarla come tale.
La leggenda del duca Mattei: una tradizione popolare, non un fatto storico
La storia più raccontata su questa fontana, quella del duca Mattei che l’avrebbe fatta costruire in una sola notte per riconquistare la fidanzata, è una leggenda popolare e non un fatto documentato: le date della fontana e quelle dei palazzi coinvolti non tornano, e chi la racconta come storia vera racconta una bella storia sbagliata. Vale comunque la pena riportarla per intero, perché appartiene al patrimonio narrativo di Roma e perché il modo in cui si è formata dice molto su come si costruisce la memoria di un luogo.
La leggenda come viene raccontata
Nella versione più diffusa, un duca della famiglia Mattei, giocatore accanito, perse in una sola notte gran parte del suo patrimonio. Il padre della ragazza che stava per sposare, venuto a sapere del dissesto, ritirò il consenso alle nozze. Il duca, per dimostrare di che cosa fosse ancora capace, fece lavorare maestranze per tutta la notte e all’alba invitò il futuro suocero e la fidanzata ad affacciarsi dalla finestra del palazzo: sotto di loro, nella piazza, c’era una fontana meravigliosa che la sera prima non esisteva. La frase che la tradizione gli mette in bocca è rimasta proverbiale: ecco che cosa può fare in una sola notte uno squattrinato Mattei. Il matrimonio si fece, e il duca fece murare la finestra da cui si erano affacciati, perché nessun altro potesse mai godere di quella vista.
Perché la leggenda non regge alla prova delle date
Il racconto ha un problema cronologico difficile da aggirare. La fontana fu costruita fra il 1581 e il 1588, con un cantiere durato anni e documentato come tale, mentre il palazzo dal quale il duca avrebbe mostrato l’opera appartiene a una fase costruttiva successiva: le fonti che contestano la leggenda collocano l’edificio in questione intorno al secondo decennio del Seicento, cioè decenni dopo il completamento della fontana. Anche a voler ignorare la questione del palazzo, l’idea di una fontana in marmi policromi e bronzi fusi realizzata in una notte non ha bisogno di essere smontata: un gruppo bronzeo come quello di Landini richiede mesi di modellazione, fusione e rifinitura.
La finestra murata che alimenta il racconto
Come spesso accade, la leggenda ha però un appiglio visivo concreto, e probabilmente è nata proprio da lì. Sulla facciata di uno dei palazzi che si affacciano sulla piazza si nota effettivamente un’apertura tamponata, una finestra murata che interrompe l’allineamento delle altre. Le finestre murate sono frequentissime nei palazzi romani e dipendono quasi sempre da ristrutturazioni interne, da accorpamenti di ambienti o da questioni fiscali legate al numero delle aperture, ma una piazza con una fontana famosa e una finestra chiusa senza spiegazione apparente è esattamente il tipo di scenario da cui la narrazione popolare trae materia. La leggenda, in questo senso, è una spiegazione inventata per un dettaglio reale.
Che valore dare comunque alla leggenda
Smontare la leggenda non significa buttarla via. Racconti come questo hanno un valore documentario proprio: testimoniano come i romani percepivano il potere delle grandi famiglie baronali, la loro capacità di piegare a proprio vantaggio decisioni pubbliche e la rapidità quasi magica con cui potevano cambiare l’aspetto di un pezzo di città. Ed è interessante notare che il nucleo vero della vicenda esiste davvero, solo che è meno romantico: un Mattei ottenne effettivamente che una fontana pubblica venisse costruita davanti a casa propria anziché dove era prevista. La leggenda, in fondo, è la versione romanzata di un’operazione immobiliare riuscita.
Il consiglio che ti do per visitare la Fontana delle Tartarughe
Il consiglio più utile per la Fontana delle Tartarughe è banale nella forma e decisivo nella sostanza: non guardarla da un punto solo. La fontana è progettata per essere percorsa, e chi si ferma davanti a una delle quattro facce, scatta una foto e riparte, si porta via un quarto di quello che c’è. Girarci intorno due volte, lentamente, cambia completamente l’esperienza, perché è girando che si vede la rotazione delle pose e che si capisce come le quattro figure siano state pensate come un unico movimento continuo.
L’orario giusto della giornata
Piazza Mattei è stretta e circondata da palazzi alti, quindi riceve luce diretta soltanto per una parte della giornata e nelle ore centrali. Nelle prime ore del mattino la piazza è in ombra ma completamente vuota, ed è il momento migliore per ascoltare l’acqua e osservare i dettagli senza nessuno intorno. A metà giornata la luce entra dall’alto e illumina i bronzi, ma il sole a picco appiattisce i volumi e produce contrasti duri. Il tardo pomeriggio, quando la luce arriva radente sopra i tetti e rimbalza sulle facciate ocra dei palazzi, è il momento in cui la fontana dà il meglio: i bronzi si accendono di riflessi caldi e i marmi assumono un colore che a mezzogiorno non hanno. Dopo il tramonto l’illuminazione artificiale della piazza crea un effetto diverso ancora, più teatrale, apprezzato soprattutto da chi fotografa.
Combinare la sosta con il resto del quartiere
La fontana funziona benissimo come tappa di una passeggiata più ampia nel rione Sant’Angelo. Un itinerario efficace parte da Largo Argentina con l’area sacra e il santuario dei gatti, prosegue verso la Crypta Balbi, scende a piazza Mattei per la fontana, imbocca via della Reginella fino alla via del Portico d’Ottavia, tocca il Museo Ebraico e la Sinagoga, e si chiude sul lungotevere davanti all’Isola Tiberina e al Ponte Rotto. È un percorso di poco più di un chilometro che attraversa duemila anni di storia urbana e che si può fare comodamente in una mattina o in un pomeriggio.
Che cosa evitare
Due avvertenze pratiche. La prima riguarda i fine settimana di alta stagione: piazza Mattei è piccola e quando ci arrivano due o tre gruppi guidati contemporaneamente lo spazio intorno alla vasca si satura, rendendo impossibile sia l’osservazione tranquilla sia la fotografia. La seconda riguarda l’acqua: le fontane monumentali romane vengono periodicamente spente per manutenzione o per interventi di restauro, e capita che qualcuno arrivi trovando la vasca asciutta. Non esiste un calendario pubblico affidabile di queste chiusure, quindi è un rischio che si mette semplicemente in conto, sapendo che la fontana resta comunque visibile e fotografabile anche senza acqua.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
La Fontana delle Tartarughe viene quasi sempre presentata come la fontana del Ghetto, ma piazza Mattei non faceva parte del recinto del Ghetto: si trovava appena fuori, nel tessuto dei palazzi baronali del rione Sant’Angelo. È una distinzione che chiunque conosca il quartiere dà per scontata e che quasi nessuna descrizione turistica si prende la briga di esplicitare, con il risultato che moltissimi visitatori tornano a casa convinti di avere visto una fontana costruita dentro il quartiere ebraico.
Dove passava davvero il recinto
Il Ghetto di Roma fu istituito nel 1555 da papa Paolo IV con la bolla Cum nimis absurdum, che impose agli ebrei romani di risiedere in un’area chiusa da mura e da portoni sorvegliati, in una zona bassa e soggetta alle piene del Tevere compresa fra la via del Portico d’Ottavia, il fiume e piazza Giudea. Piazza Mattei si trova qualche decina di metri più a nord di quel limite, separata dal recinto dal breve vicolo di via della Reginella. In altre parole, la fontana era visibile dall’esterno del Ghetto ma non serviva i suoi abitanti: era una fontana di quartiere baronale, non di quartiere segregato.
La fontana che il Ghetto non ebbe
Il dato diventa molto più significativo se si ricorda dove la fontana doveva essere costruita in origine, cioè in piazza Giudea, uno degli spazi di mercato del Ghetto e uno dei punti in cui il recinto si apriva. Lo spostamento ottenuto da Muzio Mattei non fu quindi soltanto un capriccio di prestigio familiare: tolse un servizio idrico pubblico a un’area densamente popolata e sottoposta a condizioni igieniche pessime, per portarlo davanti al portone di un palazzo privato. Raccontata in questi termini, la vicenda della fontana più bella di Roma assume un colore diverso da quello della leggenda romantica del duca innamorato.
Una precisazione che cambia la visita
Tenere a mente questa distinzione rende la passeggiata molto più interessante, perché permette di leggere il salto fra due mondi urbani che distano una cinquantina di metri l’uno dall’altro. Da un lato piazza Mattei, con la sua fontana di marmi preziosi pagata in parte da una famiglia nobile; dall’altro, superato il vicolo, l’area che per oltre tre secoli fu chiusa da portoni e che oggi ospita il Museo Ebraico di Roma e la Sinagoga. Percorrere via della Reginella nei due sensi, andata e ritorno, è il modo più rapido per capire con i piedi una differenza che le didascalie raramente spiegano.
La foto giusta da fare alla Fontana delle Tartarughe
La foto giusta della Fontana delle Tartarughe non è quella frontale della fontana intera: è quella che isola il gesto della mano di un efebo che spinge la tartaruga verso il bordo del catino, perché è lì che si concentra tutto il significato del monumento. La fontana è piccola e sta dentro l’inquadratura senza sforzo, il che porta quasi tutti a scattare l’immagine d’insieme e a fermarsi lì: il risultato è una fotografia corretta e completamente inerte, che si assomiglia in tutte le migliaia di versioni che ne circolano.
La luce che conviene cercare
Piazza Mattei è una piazza incassata fra edifici alti e la luce diretta vi entra per una finestra temporale limitata. Le due condizioni migliori sono opposte fra loro. La prima è la luce diffusa delle giornate coperte o delle prime ore del mattino, che elimina i contrasti violenti e permette di leggere insieme il bronzo scuro e i marmi chiari, cosa impossibile quando il sole batte diretto. La seconda è la luce calda e radente del tardo pomeriggio, che entra di taglio sopra i tetti, accende i riflessi sui bronzi e proietta le ombre delle figure sulla vasca: è la condizione più difficile da gestire, perché l’escursione fra luci e ombre è ampia, ma è anche quella che dà le immagini più belle.
Le inquadrature che funzionano
Tre inquadrature meritano di essere provate, in quest’ordine. La prima è il dettaglio ravvicinato di una singola mano e della tartaruga corrispondente, controluce o quasi, con il filo d’acqua che scende dietro: è la fotografia che racconta il monumento in un solo gesto. La seconda è la ripresa dal basso, appoggiando la macchina o il telefono sul bordo della vasca inferiore, che fa emergere gli efebi contro il cielo e restituisce alla fontana una monumentalità che di solito non le viene riconosciuta. La terza è l’insieme con il contesto, prendendo la fontana leggermente decentrata e includendo il portale con lo stemma dei Mattei o l’imbocco di via della Reginella: è l’immagine che spiega dove ci si trova.
Errori frequenti da evitare
Il primo errore è fotografare la fontana con il flash: sui bronzi produce riflessi duri e appiattisce completamente il modellato. Il secondo è usare tempi rapidissimi per congelare l’acqua: il filo d’acqua di questa fontana è sottile e a tempi brevi sparisce quasi del tutto, mentre un tempo leggermente più lungo, con appoggio stabile, lo restituisce come velo continuo e ne racconta il carattere. Il terzo è restare sempre alla stessa altezza: alzare o abbassare il punto di ripresa di mezzo metro cambia radicalmente il rapporto fra le figure e il catino superiore.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
La storia della Fontana delle Tartarughe è scandita da un numero sorprendente di interventi, furti e restauri: dal cantiere originario del 1581 al restauro conclusosi nella primavera del 2025 nell’ambito del programma Caput Mundi finanziato dal PNRR, il monumento è stato toccato almeno una decina di volte, e ogni intervento ha lasciato una traccia sull’oggetto che vediamo oggi.
Il cantiere 1581-1588
I lavori cominciarono nel 1581 e si conclusero nel 1588, in un arco di tempo lungo per una fontana di queste dimensioni. Il ritardo si spiega con la complessità del gruppo bronzeo, con le modifiche in corso d’opera legate ai problemi di pressione idrica e con il numero di soggetti coinvolti, fra amministrazione comunale, committenza privata, architetto e fonditori. Alcune fonti indicano il 1584 come anno in cui la parte scultorea era sostanzialmente compiuta, con i lavori successivi dedicati alle finiture, alla sistemazione della piazza e all’allacciamento idrico: la forbice fra le date riportate dalle diverse fonti riguarda proprio il confine fra questi due momenti.
Il restauro del 1658 e l’arrivo delle tartarughe
Settant’anni dopo, nel restauro promosso da papa Alessandro VII e collocato dalle fonti nel 1658 o nell’anno immediatamente successivo, la fontana ricevette le quattro tartarughe di bronzo. È l’intervento che ha cambiato per sempre l’identità del monumento, tanto che il nome con cui lo conosciamo deriva interamente da esso. Le iscrizioni in marmo apposte in occasione di quel restauro sono ancora leggibili sulla fontana e costituiscono la testimonianza più diretta dell’intervento seicentesco.
I furti delle tartarughe
Le tartarughe sono state rubate più di una volta nel corso del Novecento, e le fonti non concordano sul numero esatto degli episodi. Il dato su cui c’è accordo generale riguarda due momenti: nel 1944, in piena occupazione e nel disordine degli ultimi mesi di guerra, le tartarughe furono asportate e successivamente recuperate; nel 1979 si verificò l’ultimo furto, e uno degli esemplari non fu mai ritrovato. Alcune ricostruzioni locali aggiungono altri episodi, indicando anche il 1906 e il 1981, ma non trovano conferma nelle schede di riferimento più solide.
Perché oggi si vedono delle copie
Dopo il furto del 1979 fu presa la decisione che ha determinato l’aspetto attuale della fontana: gli esemplari originali superstiti, tre dei quattro, furono trasferiti ai Musei Capitolini per motivi di sicurezza e sostituiti in piazza Mattei da copie fedeli. Chi vuole vedere i bronzi seicenteschi veri deve quindi salire in Campidoglio: è una piccola deviazione che pochi fanno e che completa in modo sensato la visita alla fontana, soprattutto per chi si è appassionato alla questione dell’attribuzione.
I restauri del Novecento e il nuovo impianto di depurazione
Nel corso del Novecento la fontana fu sottoposta ad almeno due interventi di manutenzione documentati, indicati dalle fonti nel 1903 e nel 1933. Nei primi anni Duemila arrivò invece un intervento più profondo: nel 2003 fu sostituito l’impianto di depurazione dell’acqua, e fra il 2005 e il 2006 venne condotto un restauro conservativo esteso ai marmi e ai bronzi. Questo tipo di intervento combinato, impianto e superfici, è oggi lo standard per le fontane monumentali romane, perché la qualità dell’acqua che circola nella vasca incide direttamente sulla formazione dei depositi calcarei e delle patine biologiche che aggrediscono le superfici.
Il restauro concluso nel 2025
L’intervento più recente si è concluso nell’aprile del 2025, nell’ambito di un programma di restauro delle fontane monumentali del centro storico finanziato dal PNRR attraverso il progetto Caput Mundi e comunicato da Roma Capitale insieme al restauro della vicina fontana di piazza d’Ara Coeli. I lavori hanno riguardato la rimozione delle patine biologiche e dei depositi calcarei, la ristilatura delle superfici lapidee, la verifica dell’impermeabilizzazione della vasca, l’applicazione di trattamenti biocidi e la protezione dei bronzi con prodotti inibitori della corrosione. Chi visita la fontana oggi la trova quindi in una condizione di leggibilità dei materiali che non aveva da parecchi anni.
Chi è passato dalla Fontana delle Tartarughe
Dalla Fontana delle Tartarughe sono passati, nei quattro secoli e mezzo della sua esistenza, i membri della famiglia che la ottenne, gli artisti che l’hanno copiata e studiata, i viaggiatori del Grand Tour, i collezionisti americani che ne hanno voluto una replica a casa propria e, in modo molto più quotidiano, generazioni di abitanti del rione Sant’Angelo per i quali questa era semplicemente la fontana sotto casa.
I Mattei, una famiglia e un’isola di palazzi
I Mattei furono una delle famiglie baronali di maggior peso nella Roma del Cinque e Seicento, con un ruolo di rilievo nel governo cittadino e un patrimonio immobiliare concentrato proprio in questo angolo del rione. L’insieme dei loro edifici, cinque palazzi collegati fra loro, è tradizionalmente chiamato isola dei Mattei ed è il motivo per cui la piazza ha questo nome. Il palazzo più antico del gruppo risale alla fine del Quattrocento e conserva il portale in marmo bianco con lo stemma familiare; una ristrutturazione di metà Cinquecento lo unificò con l’edificio adiacente, e la facciata risultante fu decorata, secondo le fonti, con affreschi monocromi oggi perduti. Muzio Mattei, l’uomo che ottenne lo spostamento della fontana, appartiene a questo mondo di potere familiare radicato nel quartiere.
Gli artisti e i disegnatori
La fontana è stata, fin dal Seicento, uno dei soggetti preferiti da disegnatori, incisori e vedutisti attivi a Roma. Il gruppo degli efebi in particolare è stato studiato e ricopiato come esercizio accademico da generazioni di scultori, perché offre in un solo oggetto quattro variazioni sullo stesso tema anatomico. Il repertorio di stampe e fotografie storiche che la riguarda è molto ampio, e confrontare le immagini ottocentesche con la situazione attuale permette di seguire i cambiamenti della piazza intorno a un monumento rimasto sostanzialmente identico a se stesso.
I collezionisti americani e le copie oltreoceano
Fra Ottocento e Novecento la fontana ha esercitato una forte attrazione sui collezionisti statunitensi, e ne esistono oggi diverse repliche negli Stati Uniti. La più nota è quella di Huntington Park a San Francisco: una copia a grandezza naturale realizzata a Roma all’inizio del Novecento e acquistata dalla famiglia Crocker per la propria residenza, poi donata alla città e installata nel parco nel 1954. Altre repliche sono documentate a Bloomfield Hills nel Michigan, a Sarasota in Florida e a Newport nel Rhode Island. È una diffusione che dice molto sul prestigio di questo modello nel gusto internazionale e che permette, a chi le ha viste, un confronto istruttivo sull’importanza del contesto urbano originario.
Gli abitanti del rione
C’è infine un pubblico che non compare nei libri ma che ha frequentato questa fontana più di chiunque altro: i residenti di piazza Mattei e delle strade intorno. Per secoli la fontana è stata un punto di approvvigionamento idrico reale, non un monumento da guardare, e ancora oggi la piazza funziona come uno spazio di vicinato, con i bambini che giocano intorno alla vasca nel tardo pomeriggio e i tavolini dei locali che si allargano nelle sere d’estate. Chi capita in piazza Mattei fuori dagli orari di punta turistici vede soprattutto questo, e capisce perché i romani continuino a considerarla una delle loro fontane più amate.
Domande frequenti sulla Fontana delle Tartarughe
Quanto costa il biglietto per vedere la Fontana delle Tartarughe?
La Fontana delle Tartarughe è gratuita e non richiede alcun biglietto: si trova al centro di piazza Mattei, uno spazio pubblico aperto, e non ha recinzioni né orari di accesso. Si può osservare a qualunque ora del giorno e della notte. L’unico caso in cui serve un biglietto è la visita ai Musei Capitolini, dove sono conservate le tartarughe originali seicentesche sostituite in piazza da copie.
Dove si trova esattamente la Fontana delle Tartarughe?
La Fontana delle Tartarughe si trova in piazza Mattei, nel rione Sant’Angelo di Roma, a pochi passi dall’area del Ghetto e a circa quattro minuti a piedi da Largo di Torre Argentina. La piazza è chiusa e appartata, circondata dai palazzi della famiglia Mattei, e vi si accede da vicoli stretti come via dei Funari, via Paganica e via della Reginella.
Chi ha costruito la Fontana delle Tartarughe?
La Fontana delle Tartarughe fu realizzata fra il 1581 e il 1588 su progetto attribuito all’architetto Giacomo Della Porta, con le sculture in bronzo eseguite dal fiorentino Taddeo Landini. La committenza fu insolita per una fontana pubblica: il nobile Muzio Mattei ottenne di farla costruire davanti al proprio palazzo anziché in piazza Giudea, impegnandosi in cambio a pavimentare la piazza e a curare la manutenzione.
Le tartarughe della fontana sono davvero di Bernini?
L’attribuzione delle tartarughe della Fontana delle Tartarughe a Gian Lorenzo Bernini è tradizionale e discussa, non accertata da documenti. I quattro bronzi furono aggiunti nel restauro del 1658 o 1659 voluto da papa Alessandro VII e parte della letteratura propone come autore alternativo Andrea Sacchi. Le schede istituzionali usano formule prudenti del tipo tradizionalmente attribuite a Bernini, ed è corretto presentare la questione come aperta.
Perché la fontana si chiama delle Tartarughe se le tartarughe sono state aggiunte dopo?
La Fontana delle Tartarughe prende il nome da un’aggiunta posteriore di circa settant’anni al progetto originale, e questo è proprio il motivo della sua fama. Le mani degli efebi restavano sospese nel vuoto dopo le modifiche subite dalla struttura, e le quattro tartarughe collocate sul bordo del catino superiore trasformarono quel gesto privo di oggetto in una scena narrativa che ha finito per dare il nome al monumento.
È vero che la Fontana delle Tartarughe fu costruita in una sola notte?
No: la storia del duca Mattei che avrebbe fatto costruire la Fontana delle Tartarughe in una notte per riconquistare la fidanzata è una leggenda popolare, non un fatto documentato. Il cantiere durò dal 1581 al 1588 e le fonti che contestano il racconto osservano che il palazzo da cui il duca avrebbe mostrato l’opera appartiene a una fase costruttiva successiva. Un gruppo bronzeo di quelle dimensioni richiede mesi di lavoro.
Quanto tempo serve per visitare la Fontana delle Tartarughe?
Per la Fontana delle Tartarughe bastano dai quindici ai venti minuti, il tempo di girarle intorno due volte e di osservare da qualche metro l’insieme della piazza. La fontana è piccola e si abbraccia con lo sguardo da ogni angolo, ma è progettata per essere percorsa: chi si ferma su un solo lato ne coglie una parte soltanto, perché le quattro figure sono disposte secondo una rotazione continua.
La Fontana delle Tartarughe è adatta ai bambini e accessibile?
La Fontana delle Tartarughe si trova in una piazza pedonale e pianeggiante, senza gradini né recinzioni intorno alla vasca, quindi è raggiungibile anche con passeggini e sedie a ruote, con l’avvertenza che la pavimentazione a sanpietrini resta irregolare. Per i bambini è una tappa facile e breve, e le tartarughe sul bordo del catino sono il dettaglio che funziona meglio per tenerne viva l’attenzione.
Si possono fare fotografie alla Fontana delle Tartarughe?
Sì, alla Fontana delle Tartarughe si possono fare fotografie liberamente, trattandosi di un monumento all’aperto in uno spazio pubblico senza restrizioni di ripresa per uso personale. Le condizioni migliori sono la luce diffusa del mattino presto e la luce radente del tardo pomeriggio, mentre il sole a picco delle ore centrali appiattisce i volumi dei bronzi e produce contrasti difficili da gestire.
Un ultimo consiglio per chi organizza l’itinerario
La Fontana delle Tartarughe non è una meta da giornata: è una tappa breve che dà il meglio dentro un percorso più ampio nel rione Sant’Angelo, collegando l’area sacra di Largo Argentina, il Ghetto, il Portico d’Ottavia e l’Isola Tiberina. Chi viene a Roma per pochi giorni farà bene a inserirla in questa logica di passeggiata, anziché considerarla una deviazione a sé stante, perché è proprio il contrasto fra la piazza chiusa e silenziosa e il quartiere intorno a darle il senso che le fotografie da sole non restituiscono.
Chi mette in fila più tappe del centro storico di Roma, incrociando questa sosta con le altre del rione e della zona del Tevere, può trovare utili strumenti di pianificazione su Tour Leader Pro, mentre per un quadro più ampio sui trasporti e sulle mete del Lazio è una buona risorsa Italy Planner.
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