Le Quattro Fontane
Le Quattro Fontane sono quattro fontane a muro incassate negli angoli smussati dell’incrocio fra via delle Quattro Fontane e via del Quirinale, che proprio in quel punto cambia nome e diventa via XX Settembre. Furono volute da papa Sisto V come coronamento del suo piano urbanistico per Roma, disegnato dall’architetto Domenico Fontana, e vennero realizzate fra il 1588 e il 1593, quindi in parte dopo la morte del pontefice, avvenuta nell’agosto del 1590. L’acqua arriva dall’Acqua Felice, l’acquedotto che lo stesso Sisto V aveva fatto costruire pochi anni prima per riportare acqua corrente sui colli orientali della città. Non c’è biglietto, non c’è orario, non c’è un cancello: sono quattro nicchie sul marciapiede, a cielo aperto, visibili ventiquattro ore su ventiquattro. La difficoltà è un’altra, e conviene dirla subito: il crocicchio è attraversato da traffico continuo e i marciapiedi, in tre angoli su quattro, sono larghi meno di un metro e mezzo. Guardare le fontane con calma richiede una scelta di orario, non di biglietto. Le righe che seguono spiegano chi le ha volute, che cosa rappresentano le quattro figure sdraiate, perché le attribuzioni degli scultori restano discusse, che cosa si vede davvero da qui (tre obelischi e una porta di Michelangelo) e come organizzare la sosta senza rischiare la vita in mezzo alle auto.
Dove si trovano Le Quattro Fontane e come arrivare
L’incrocio si trova sul colle Quirinale, in cima alla salita che da piazza Barberini porta verso il Viminale, nel punto più alto del percorso. È il punto in cui due strade cinquecentesche si tagliano ad angolo retto: la prima è la strada Pia, aperta da Pio IV nel 1561 e oggi divisa fra via del Quirinale a ovest e via XX Settembre a est; la seconda è la strada Felice, voluta da Sisto V e oggi spezzata nei nomi di via Sistina, via delle Quattro Fontane e via Agostino Depretis. Le quattro fontane occupano i quattro angoli di quell’incrocio, una per spigolo, e da quel giorno il crocicchio ha preso il nome dalle fontane invece che dalle strade.
Con la metropolitana
La fermata più comoda è Barberini, sulla linea A: da lì si risale via delle Quattro Fontane a piedi per circa cinquecento metri, tutti in salita, e si arriva in sette o otto minuti buoni. Chi ha problemi di deambulazione tenga presente che la pendenza è reale, non simbolica, e che il marciapiede di destra salendo è interrotto da passi carrai e da cassonetti. L’alternativa è la fermata Repubblica, sempre linea A, da cui si percorre via delle Quattro Fontane in discesa dopo aver tagliato per largo Santa Susanna: la distanza è simile, la fatica molto minore. Consigliamo la seconda soluzione a chi arriva da Termini e la prima a chi viene dal centro storico.
Con gli autobus di superficie
Via XX Settembre e via Nazionale sono due assi serviti da diverse linee urbane, e le fermate più vicine si trovano a poche decine di metri dall’incrocio, in entrambe le direzioni. I numeri delle linee cambiano con una certa frequenza per via dei cantieri e delle deviazioni temporanee, quindi non li riportiamo come se fossero incisi nel marmo: conviene controllarli sul sito dell’azienda di trasporto il giorno stesso. Quello che possiamo dire con sicurezza è che sull’incrocio vero e proprio non esiste una fermata: si scende prima o dopo, e l’ultimo tratto si fa comunque a piedi.
A piedi, dal centro e dai musei vicini
Da piazza di Spagna si sale per via Sistina, e in quindici minuti si è davanti alla prima fontana; è lo stesso percorso della strada Felice, quindi si cammina esattamente sull’asse che Sisto V aveva tracciato. Da Santa Maria Maggiore si arriva dall’altro capo, scendendo per via Depretis e risalendo via delle Quattro Fontane, in una ventina di minuti. Da Fontana di Trevi bastano dodici minuti passando per via del Traforo e via delle Quattro Fontane. Chi esce da Palazzo Barberini ha la salita più breve di tutte: il portone del palazzo si apre su via delle Quattro Fontane, e l’incrocio è duecento metri più su.
In auto: la risposta breve è no
L’incrocio si trova in una zona a traffico intenso e regolato, con divieti di sosta pressoché ovunque e senza alcuna possibilità di fermarsi anche solo un minuto per una fotografia. Chi arriva da fuori Roma fa molto meglio a lasciare l’auto in un parcheggio di scambio collegato alla metropolitana e completare in metro: fra ricerca del posto, strisce blu e rischio di multa, l’auto in questa zona costa tempo e denaro senza restituire nulla. È un giudizio, e lo argomentiamo con un fatto: fra la fermata Barberini e l’incrocio ci sono cinquecento metri, cioè meno di quanto si cammina mediamente per raggiungere l’auto da un parcheggio libero del centro.

Che cosa sono Le Quattro Fontane: quattro angoli, un solo progetto
Le Quattro Fontane sono quattro fontane a muro indipendenti, ciascuna addossata allo spigolo tagliato di un edificio diverso, progettate però come un’unica composizione che si legge solo stando in mezzo all’incrocio. Ogni fontana è formata da una nicchia rettangolare con una figura sdraiata in posa fluviale, appoggiata a un’urna o a un dislivello di roccia da cui esce l’acqua, che cade in una vasca bassa a livello del marciapiede. Le dimensioni sono contenute: si tratta di manufatti alti poco più di una persona, non di fontane monumentali di piazza.
Perché gli angoli sono smussati
Il dettaglio che quasi nessuno nota è che i quattro spigoli degli edifici non sono ad angolo vivo ma tagliati in diagonale, per creare la superficie piana su cui incassare la nicchia. È una modifica imposta ai proprietari degli edifici d’angolo, che dovettero cedere un pezzo di fabbricato e farsi carico, secondo la prassi del tempo, della costruzione e in parte del mantenimento della fontana sul proprio lato. Sisto V in cambio concedeva l’uso di una quota d’acqua dell’acquedotto: un baratto normalissimo nella Roma del tardo Cinquecento, dove l’acqua corrente era una moneta di scambio fra papa e proprietari.
Il ruolo di Muzio Mattei
Fra i committenti privati coinvolti nell’operazione le fonti citano con maggiore frequenza il nome di Muzio Mattei, proprietario di uno degli edifici d’angolo, che si sarebbe fatto carico della fontana sul proprio fronte. Il nome compare anche nella vicenda della Fontana delle Tartarughe in piazza Mattei, legata alla stessa famiglia, e questo ha contribuito a far circolare aneddoti di vario genere su di lui. Segnaliamo che il ruolo esatto di ciascun proprietario negli appalti delle quattro fontane non è documentato con la stessa precisione per tutti e quattro gli angoli, e chi presenta l’elenco completo dei committenti come un dato acquisito sta semplificando.
Due fontane su suolo privato, due su edifici cambiati nel tempo
Gli edifici che ospitano le fontane non sono più quelli del Cinquecento in tutti e quattro i casi. L’angolo nordest è occupato dal complesso di San Carlo alle Quattro Fontane, la chiesa costruita da Francesco Borromini nel secolo successivo, che inglobò la fontana preesistente nel proprio fianco; gli altri tre angoli appartengono a palazzi rimaneggiati fra Seicento e Ottocento. Questo significa che le fontane sono più antiche di buona parte dei muri che le ospitano, una condizione rara a Roma e che spiega alcune anomalie di raccordo fra la nicchia e la facciata, ben visibili guardando da vicino la muratura sopra le vasche.
Il piano di Sisto V e la strada Felice
Le Quattro Fontane nascono come segnale urbano dentro un progetto più grande: il piano con cui Sisto V, papa dal 1585 al 1590, riorganizzò i collegamenti fra le grandi basiliche di Roma affidando il disegno a Domenico Fontana. L’idea era semplice e brutale: tracciare strade dritte e lunghe attraverso la campagna che allora occupava i colli orientali, collegando i luoghi di pellegrinaggio e rendendo percorribile in carrozza una città che fino ad allora si sviluppava quasi tutta nell’ansa del Tevere.
Da Trinità dei Monti a Santa Maria Maggiore
La strada Felice, che prende il nome dal nome di battesimo del papa (Felice Peretti), collegava la chiesa di Trinità dei Monti alla basilica di Santa Maria Maggiore e proseguiva verso Santa Croce in Gerusalemme. Oggi quel tracciato si percorre ancora tutto, sotto tre nomi diversi, e il crocicchio delle Quattro Fontane ne è il punto centrale: da lì si vede in un senso la salita verso il Pincio e nell’altro la discesa verso l’Esquilino. Chi vuole capire il piano sistino con le gambe invece che sulla carta può farlo camminando quell’asse per intero, in poco più di mezz’ora.
La strada Pia di Pio IV
L’altra strada, quella che taglia ortogonalmente, è più antica di un quarto di secolo: Pio IV la fece aprire nel 1561 fra il palazzo papale del Quirinale e le mura aureliane, dove Michelangelo progettò la nuova Porta Pia, completata nel 1565. Era una strada rettilinea di prestigio, pensata per essere guardata da un capo all’altro, e il suo sbocco monumentale era appunto la porta michelangiolesca. Quando Sisto V incrociò la sua strada Felice con la strada Pia, il punto di intersezione diventò automaticamente il nodo visivo più importante della Roma alta.
Perché un incrocio ha bisogno di quattro fontane
Sisto V e Domenico Fontana capirono che un incrocio fra due strade lunghe e dritte rischia di essere invisibile: chi passa non si accorge di essere in un punto notevole. Le quattro fontane servono esattamente a questo, a marcare il nodo, a costringere l’occhio a fermarsi, e insieme a distribuire acqua potabile in un quartiere che fino a tre anni prima non ne aveva. La funzione simbolica e quella pratica coincidono, e sono la stessa cosa: qui passa l’acqua nuova del papa, e qui si incrociano le sue strade.
L’Acqua Felice: da dove arriva l’acqua delle fontane
Le Quattro Fontane sono alimentate dall’Acqua Felice, l’acquedotto fatto costruire da Sisto V e inaugurato nel 1587, che portava a Roma le acque di sorgenti della zona fra Pantano e Colonna, nella campagna a est della città, riutilizzando in parte il tracciato di condotte romane antiche. Senza quell’acquedotto le fontane non sarebbero potute esistere: il Quirinale, il Viminale e l’Esquilino erano colli praticamente senza acqua corrente da quando gli acquedotti antichi avevano smesso di funzionare, e il ripopolamento di quelle zone comincia proprio dall’arrivo dell’Acqua Felice.
La mostra dell’acqua a piazza San Bernardo
Il punto di arrivo monumentale dell’acquedotto è la grande fontana di piazza San Bernardo, a pochi minuti a piedi dall’incrocio, quella che i romani chiamano da secoli il Mosè per via della statua centrale. Da lì la rete si diramava verso le fontane minori del quartiere, e le quattro dell’incrocio erano fra le prime beneficiarie. Chi vuole capire la logica di un acquedotto papale del Cinquecento faccia il percorso in questo ordine: prima la mostra dell’acqua, poi le fontane di distribuzione.
Che differenza c’è con l’Acqua Vergine e con l’Acqua Paola
Roma moderna rinasce idraulicamente con tre acquedotti restaurati o costruiti fra Quattrocento e Seicento. L’Acqua Vergine, di cui raccontiamo la storia nella pagina sull’Aqua Virgo, serve il Campo Marzio e alimenta la Fontana di Trevi e la Fontana della Barcaccia. L’Acqua Paola, seicentesca, serve il Gianicolo e Trastevere con la mostra che tutti conoscono come Fontana dell’Acqua Paola. L’Acqua Felice, in mezzo cronologicamente, serve i colli orientali. Tre bacini, tre quartieri, tre pontificati.
L’acqua che esce oggi
Le vasche sono collegate alla rete idrica cittadina e l’acqua scorre in continuo, come nelle fontanelle romane. Non ci risulta che sia segnalata come non potabile, ma le vasche di queste fontane sono a filo di marciapiede, in un punto di traffico pesante, e ci sentiamo di sconsigliare di berci o di riempire borracce: lo stesso gesto si fa molto meglio a una qualunque fontanella a colonnina delle vie laterali, dove il getto è alto e lontano dal piano stradale.
Le quattro figure: fiumi e dee, con qualche punto interrogativo
Le quattro statue sdraiate rappresentano, secondo la lettura corrente, due divinità fluviali maschili e due figure femminili, e già qui comincia la parte in cui bisogna essere onesti: l’identificazione precisa delle due figure maschili è discussa e le fonti non concordano. La tradizione più diffusa vuole che siano il Tevere, riconoscibile per la lupa che lo accompagna, e l’Aniene, il fiume che confluisce nel Tevere a nord di Roma. Una lettura altrettanto diffusa, e ripetuta da molte guide, vuole invece che la seconda figura maschile sia l’Arno, cioè Firenze, in omaggio alla componente toscana della committenza e della cultura artistica romana del tempo.
Tevere e Aniene, oppure Tevere e Arno
Le due letture convivono da secoli e non esiste un’iscrizione che chiuda la questione. Chi sostiene l’Aniene ragiona sulla coerenza locale: due fiumi del Lazio che si incontrano, accompagnati da due divinità, sono un programma iconografico compiuto e comprensibile a un romano. Chi sostiene l’Arno ragiona sugli attributi scolpiti, in particolare sul leone che in alcune descrizioni accompagna una delle figure e che è simbolo fiorentino, e sul contesto dei rapporti fra Roma e la Toscana in quegli anni. Riportiamo entrambe le versioni perché entrambe circolano in letteratura, e chi vi dice che la risposta è una sola sta scegliendo per voi.
Diana e Giunone, oppure la Fedeltà e la Forza
Sulle due figure femminili la situazione è analoga. La lettura più ricorrente le identifica con Diana, dea della caccia e simbolo di castità, e con Giunone, dea protettrice di Roma. Una seconda lettura, che si incontra spesso nelle descrizioni ottocentesche e in parte della guidistica successiva, le interpreta invece come personificazioni di virtù: la Fedeltà, accompagnata dal cane, e la Forza, accompagnata dal leone. Le due letture non si escludono del tutto, perché nell’iconografia del tardo Cinquecento gli attributi di una dea e quelli di una virtù si sovrappongono con facilità, e l’animale accanto alla figura può essere letto in entrambi i modi.
Come si guardano, in pratica
Sul posto il modo più rapido per orientarsi è guardare l’animale accanto a ciascuna figura e l’oggetto su cui la figura si appoggia. La presenza della lupa indica il Tevere in tutte le letture, e su quello non c’è discussione. Per le altre tre, consigliamo di osservare senza pretendere il nome: sono quattro corpi sdraiati, con panneggi pesanti e braccia appoggiate su urne o rocce, scolpiti per essere visti dal basso e di sbieco da chi passava in carrozza. È una scultura pensata per l’occhio in movimento, non per l’esame ravvicinato, e molte durezze di esecuzione si spiegano così.
Un consiglio di lettura per chi ama il tema delle acque
Chi trova interessante il linguaggio delle divinità fluviali nella scultura romana può proseguire con la Fontana dei Quattro Fiumi di Bernini a piazza Navona, che cinquant’anni dopo porta lo stesso repertorio a una scala completamente diversa, e con la Fontana del Tritone a piazza Barberini, che si incontra comunque salendo da metro Barberini. Vederle nella stessa giornata, in ordine cronologico, rende evidente il salto fra la misura sistina e l’invenzione barocca.
Chi le ha scolpite: un problema di attribuzione ancora aperto
Nessuna delle quattro sculture porta una firma leggibile, e i documenti di cantiere che sarebbero decisivi non sono stati rintracciati per tutte e quattro. Il risultato è che le attribuzioni circolanti vanno trattate come proposte, non come dati. Fra i nomi che ricorrono nella letteratura ci sono quello di Domenico Fontana, in quanto progettista dell’insieme, e quelli di scultori attivi a Roma in quegli anni come Giovanni Antonio Paracca detto il Valsoldo, Flaminio Vacca e Pompeo Ferrucci, con varianti e combinazioni diverse a seconda dell’autore che si consulta.
Il caso Pietro da Cortona
Una delle attribuzioni più ripetute in rete assegna una delle quattro figure a Pietro da Cortona. Va detto con chiarezza che questa proposta pone un problema cronologico serio, perché Pietro da Cortona nasce nel 1596, cioè dopo la conclusione del cantiere delle fontane collocata dalla maggior parte degli studi entro il 1593. L’attribuzione si può sostenere solo ipotizzando un intervento successivo su una delle fontane, oppure va considerata un errore tramandato. Noi la riportiamo come voce circolante e segnaliamo il problema di date, senza avallarla.
Perché le attribuzioni restano incerte
La ragione è banale e vale per molte opere di questo tipo: le fontane di distribuzione urbana erano considerate lavoro di bottega, commissionato in appalto, e la documentazione superstite riguarda più spesso i pagamenti per il travertino e per le condotte che i nomi degli scultori. Aggiungiamo che restauri e sostituzioni di parti hanno modificato le superfici, rendendo l’analisi stilistica meno affidabile di quanto sarebbe su un marmo intatto. Chi cerca un’attribuzione certa su queste quattro sculture cerca una cosa che al momento non esiste.
Una curiosità su Le Quattro Fontane
La curiosità che vale la pena raccontare per intero riguarda il nome della strada. Prima del 1593 quella salita non si chiamava via delle Quattro Fontane: era semplicemente un tratto della strada Felice, cioè della grande arteria papale. Furono le fontane a dare il nome alla via, e non viceversa, e il caso è meno banale di quanto sembri perché nella toponomastica romana accade quasi sempre il contrario, con le fontane che prendono il nome dalla piazza o dal rione in cui si trovano. Qui quattro manufatti di modeste dimensioni, alti poco più di due metri, hanno battezzato una strada lunga quasi un chilometro, un incrocio, una chiesa di Borromini e, per estensione, un intero pezzo di città.
C’è un secondo aspetto legato al nome, ed è la ragione per cui la chiesa di Borromini è conosciuta da tutti i romani come San Carlino. Il diminutivo nacque per confronto: San Carlo alle Quattro Fontane occupa una superficie così ridotta che, secondo un’osservazione tramandata da secoli e diventata quasi un luogo comune della letteratura architettonica, la sua pianta starebbe dentro uno dei pilastri della cupola di San Pietro. Il paragone circola da così tanto tempo che è impossibile risalire a chi lo abbia formulato per primo, e va preso per quello che è: un modo efficace di dire che la chiesa è piccolissima, non una misurazione rigorosa.
Le fontane hanno cambiato posizione? La risposta è no, ma con una precisazione
Ogni tanto si sente dire che una delle quattro fontane sarebbe stata spostata o rifatta altrove. Le fontane sono rimaste ai loro quattro angoli dal Cinquecento a oggi, e questo è documentato dalle vedute e dalle incisioni che si succedono dal Seicento in poi. Quello che è cambiato, e parecchio, è il contesto: gli edifici che le ospitano sono stati ricostruiti o rialzati, il piano stradale è stato modificato con l’asfaltatura e con i marciapiedi moderni, e in alcuni tratti il livello del suolo è salito. Le fontane stesse, però, non si sono mosse di un metro.
Una cosa che non ti dice nessuno su Le Quattro Fontane
Quello che quasi nessuna guida dice, e che invece è la prima cosa da sapere per organizzare la visita, è che oggi non si possono vedere tutte e quattro le fontane dallo stesso punto in condizioni decenti. L’incrocio è regolato da semafori e il traffico è continuo nelle ore lavorative, comprese le due direzioni di via XX Settembre che portano verso i ministeri. Per osservare la fontana del quarto angolo bisogna attraversare, e per attraversare bisogna aspettare il verde, e nel frattempo alle spalle passano autobus a venti centimetri dal marciapiede. La visita reale consiste in quattro brevi soste separate da tre attraversamenti pedonali.
I vetri di protezione
Una seconda cosa che si scopre solo arrivando è che alcune delle fontane sono state protette, in occasione di interventi di restauro, con lastre trasparenti e con inferriate basse davanti alla vasca. La ragione è pratica: prevenire i danni da urto dei veicoli, l’abbandono di rifiuti nelle vasche e gli atti vandalici su marmi a portata di mano. L’effetto collaterale è che la superficie riflette, e che fotografare la nicchia in pieno giorno significa portarsi a casa il riflesso delle facciate di fronte. Chi arriva sapendolo mette in conto un’angolazione obliqua e cambia risultato.
Non è un monumento da mezza giornata
Va detto per onestà: la sosta utile alle Quattro Fontane dura dai dieci ai venti minuti. Chi arriva con l’idea di dedicarci un’ora troverà molto meno di quanto si aspetta, mentre chi le inserisce come nodo di collegamento fra Palazzo Barberini, San Carlino e Sant’Andrea al Quirinale ottiene una mattinata di livello alto con pochi metri di camminata. Il valore di questo incrocio è di essere il centro di un raggio di trecento metri che contiene tre capolavori dell’architettura romana.
Il consiglio che ti do per visitare Le Quattro Fontane
Il consiglio operativo è uno solo e cambia completamente la visita: venire di domenica mattina presto, indicativamente fra le sette e le nove. Via XX Settembre è l’asse dei ministeri e nei giorni feriali il traffico è costante dalle sette del mattino alla sera; la domenica mattina cala in modo drastico, e per la prima volta si riesce a stare fermi al centro dell’incrocio, sull’isola pedonale del semaforo, e a girare su se stessi vedendo le quattro nicchie una dopo l’altra. È esattamente il modo in cui Domenico Fontana aveva pensato che si guardasse questo punto, ed è l’unico momento della settimana in cui è possibile.
La luce: che ora scegliere
Le quattro nicchie sono orientate verso i quattro punti cardinali approssimativi, quindi non ricevono mai la stessa luce nello stesso momento. A metà mattina una coppia di fontane è in ombra piena e l’altra prende luce radente; nel pomeriggio la situazione si rovescia. Chi vuole vedere bene tutte e quattro deve accettare che due saranno sempre in condizioni peggiori, oppure tornare a distanza di qualche ora. Il compromesso migliore, per esperienza nostra, è la tarda mattinata di una giornata leggermente coperta, quando il contrasto si abbassa e i dettagli scolpiti nelle nicchie profonde tornano leggibili.
L’ordine di visita che consigliamo
Suggeriamo di partire da metro Repubblica, fare una sosta alla mostra dell’Acqua Felice a piazza San Bernardo per capire da dove viene l’acqua, scendere per via delle Quattro Fontane fino all’incrocio, dedicare una ventina di minuti alle quattro nicchie e ai tre obelischi, poi entrare a San Carlino, proseguire per via del Quirinale fino a Sant’Andrea e chiudere davanti al Palazzo del Quirinale. Sono novecento metri complessivi in leggera discesa, e la sequenza racconta due secoli di architettura romana in ordine cronologico.
Orari delle due chiese: il punto critico dell’itinerario
San Carlino e Sant’Andrea al Quirinale hanno orari di apertura limitati e variabili, con chiusure che possono cambiare per celebrazioni, festività e lavori. Non riportiamo qui orari precisi perché cambiano e perché un dato sbagliato su questa pagina manderebbe qualcuno davanti a un portone chiuso: conviene controllarli il giorno prima sui canali ufficiali delle due comunità religiose. Questo è il vero rischio dell’itinerario, e per questo va pianificato al contrario, partendo dagli orari delle chiese e adattando il resto.
Quanto tempo mettere in conto
Per le sole fontane bastano venti minuti. Per l’itinerario completo con le due chiese e una sosta davanti al Quirinale servono due ore e mezza, tre se si aggiunge la visita a Palazzo Barberini, che da solo richiede almeno un’ora e mezza. Chi ha mezza giornata può chiudere scendendo a Fontana di Trevi per via del Traforo, ma avvertiamo che a quel punto si passa da un percorso semivuoto a uno dei punti più affollati d’Europa, e il contrasto è brusco.

I tre obelischi e Porta Pia: che cosa si vede davvero da qui
Il crocicchio delle Quattro Fontane è famoso fra chi conosce Roma per un motivo che non ha a che fare con le fontane: da questo punto, guardando lungo i due assi stradali, si vedono tre obelischi e una porta monumentale, ciascuno in fondo a una delle quattro direzioni. Verso nordovest, risalendo via Sistina, c’è l’obelisco davanti a Trinità dei Monti in cima alla scalinata di piazza di Spagna. Verso sudest, in fondo a via Depretis, c’è l’obelisco dell’abside di Santa Maria Maggiore. Verso ovest, lungo via del Quirinale, c’è l’obelisco fra i Dioscuri in piazza del Quirinale. Verso est, in fondo a via XX Settembre, c’è Porta Pia.
Da dove vengono i tre obelischi
L’obelisco esquilino, quello di Santa Maria Maggiore, e l’obelisco del Quirinale provengono entrambi dal Mausoleo di Augusto, dove facevano coppia all’ingresso del sepolcro imperiale. Sono obelischi di fattura romana, non egizia, cioè realizzati a Roma in età imperiale imitando i modelli egizi. L’obelisco di Trinità dei Monti, detto sallustiano perché proveniente dalla zona degli Horti Sallustiani, è anch’esso una copia romana, e riproduce i geroglifici dell’obelisco flaminio oggi a piazza del Popolo.
La precisazione cronologica che quasi tutti saltano
Questa è la parte che raramente viene raccontata: nel 1593, quando le quattro fontane erano appena finite, di quei tre obelischi ne esisteva uno solo. Sisto V aveva fatto innalzare l’obelisco esquilino nel 1587, ma gli altri due arrivarono due secoli più tardi, sotto Pio VI: quello del Quirinale nel 1786 e quello di Trinità dei Monti nel 1789. La vista dei tre obelischi da questo incrocio, che oggi viene presentata come l’esito del piano sistino, si è dunque completata solo alla fine del Settecento, quando un altro pontefice ha portato a compimento un’idea di traguardi visivi nata due secoli prima.
Che cosa si vede in pratica, oggi
Diciamolo senza girarci intorno: le tre punte sono lontane, piccole e spesso mangiate dalla foschia, dai pali della segnaletica, dai bus e dai furgoni in doppia fila. A occhio nudo si vedono, e ad alcune ore sono nitide; in fotografia servono un teleobiettivo e un momento in cui la carreggiata sia libera. Chi si aspetta il colpo d’occhio da cartolina resterà un po’ deluso, chi capisce che sta guardando il funzionamento di un sistema urbano progettato quattrocento anni fa porta a casa qualcosa di più duraturo. La nostra pagina sugli obelischi di Roma spiega il sistema completo dei traguardi sistini, e conviene leggerla prima di venire qui.
Porta Pia, il quarto traguardo
Il traguardo est è l’unico che non sia un obelisco: Porta Pia, progettata da Michelangelo per Pio IV e completata nel 1565, chiude via XX Settembre a poco più di un chilometro di distanza. È il traguardo più leggibile dei quattro, perché è una massa architettonica larga e non una punta sottile, e nelle giornate limpide si riconosce senza sforzo. Chi vuole vedere l’altro capo della strada faccia il chilometro a piedi lungo il marciapiede sinistro: si passa davanti ai ministeri, e si capisce come mai proprio da questa parte, nel 1870, sia entrato l’esercito italiano.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Il fatto è questo: le Quattro Fontane non sono mai state pensate come opera d’arte da contemplare, ma come infrastruttura di distribuzione idrica travestita da architettura. Nel Cinquecento una fontana pubblica di quartiere aveva la funzione che oggi ha una rete di fontanelle: dava acqua a chi non ce l’aveva in casa, cioè a quasi tutti. Le vasche basse a livello del marciapiede servivano a riempire secchi e brocche e ad abbeverare i cavalli, e la scultura nella nicchia era il modo con cui il committente firmava il servizio reso alla città.
Perché la cosa è dimenticata
Il motivo per cui questa evidenza viene spesso persa di vista è che l’uso quotidiano è scomparso. Quando l’acqua corrente arriva in ogni appartamento, una fontana di distribuzione perde la sua funzione originaria e resta soltanto come decorazione stradale, e da quel momento viene giudicata con criteri estetici che non erano quelli di chi l’aveva costruita. Le quattro sculture sdraiate vengono allora misurate con il metro dei capolavori berniniani, e ne escono ridimensionate. Giudicarle come dispositivi urbani funzionanti restituisce loro la scala giusta.
Un confronto utile a due passi
Per capire la differenza fra fontana di distribuzione e fontana monumentale basta salire a piazza Barberini e guardare la Fontana del Tritone, realizzata da Bernini negli anni Quaranta del Seicento: lì l’acqua è materia da spettacolo, il getto è verticale, la figura è isolata e visibile a trecentosessanta gradi. Cinquant’anni prima, alle Quattro Fontane, la stessa acqua serviva a riempire un secchio. Il confronto fra i due modi di intendere una fontana vale da solo il quarto d’ora di salita, e lo raccontiamo anche nella pagina su Bernini a Roma.
La foto giusta da fare a Le Quattro Fontane
La fotografia che vale il viaggio non è il ritratto ravvicinato di una nicchia, che chiunque può fare in dieci secondi e che risulta quasi sempre piatta per via dei riflessi sui vetri di protezione. La fotografia che racconta questo posto è l’allineamento: un teleobiettivo lungo, puntato da uno dei marciapiedi verso il fondo di una delle due strade, che comprime la prospettiva e mette nello stesso fotogramma la nicchia in primo piano sfocata e l’obelisco lontano a fuoco. È una foto che richiede pazienza, perché serve un buco nel traffico di almeno quindici secondi.
Da dove scattarla
I due punti che funzionano sono i marciapiedi di via del Quirinale sul lato di San Carlino, guardando verso ovest in direzione del Quirinale, e il marciapiede alto di via Sistina guardando verso Trinità dei Monti. In entrambi i casi conviene appoggiarsi al muro, non sporgersi sulla carreggiata, e accettare che passino autobus e furgoni. Nessuna foto vale un incidente su un incrocio dove le auto arrivano in salita e non si aspettano un pedone sul bordo.
Ora e attrezzatura
La luce migliore per l’allineamento verso Trinità dei Monti è il tardo pomeriggio, quando il sole scende lungo l’asse di via Sistina. Verso Santa Maria Maggiore conviene invece il mattino. Per le nicchie, come già detto, funziona meglio una giornata coperta o l’ombra piena, che elimina il contrasto fra travertino illuminato e interno buio. Con il telefono si ottengono risultati accettabili solo sulle nicchie, mentre l’allineamento con gli obelischi richiede uno zoom ottico vero: con lo zoom digitale l’obelisco diventa una macchia grigia.
Che cosa c’è intorno all’incrocio
Nel raggio di trecento metri dalle Quattro Fontane si trovano tre edifici che nei manuali di storia dell’architettura occupano un capitolo ciascuno: San Carlino di Borromini sull’angolo stesso, Sant’Andrea al Quirinale di Bernini duecento metri più a ovest, e Palazzo Barberini duecento metri più a valle. È una densità che in nessun’altra zona di Roma si concentra in così poco spazio.
San Carlo alle Quattro Fontane
La chiesa di San Carlo alle Quattro Fontane è il primo edificio autonomo progettato da Francesco Borromini, realizzato per i Trinitari scalzi a partire dagli anni Trenta del Seicento, con la facciata completata soltanto dopo la morte dell’architetto. La pianta ovale e la cupola a lacunari sono fra le cose più studiate dell’architettura europea. L’ingresso si apre proprio sull’angolo dell’incrocio, accanto a una delle quattro fontane, e la chiesa ha orari ridotti: conviene verificarli prima. La storia di questo architetto è raccontata per esteso nella pagina su Borromini a Roma.
Sant’Andrea al Quirinale
Duecento metri a ovest, lungo via del Quirinale, Sant’Andrea al Quirinale è la chiesa che Gian Lorenzo Bernini progettò per i gesuiti fra gli anni Cinquanta e Settanta del Seicento, a pianta ovale con l’asse maggiore trasversale, cioè ruotato di novanta gradi rispetto a quello che ci si aspetterebbe entrando. Vedere le due chiese nello stesso pomeriggio, a pochi minuti l’una dall’altra, è il confronto diretto fra i due grandi rivali del barocco romano ed è uno dei percorsi più consigliati.
Palazzo Barberini e la Galleria Nazionale
Scendendo via delle Quattro Fontane si arriva al cancello di Palazzo Barberini, sede della Galleria Nazionale d’Arte Antica, con le due scale contrapposte di Bernini e Borromini e il salone affrescato da Pietro da Cortona. Il biglietto e gli orari vanno verificati sul sito del museo, che aggiorna tariffe e giorni di chiusura con una certa frequenza. Sotto il palazzo, in una sala separata con accesso su prenotazione, si trova anche il Mitreo Barberini, uno dei mitrei meglio conservati di Roma.
Il resto del quartiere
Proseguendo verso ovest si arriva a Palazzo del Quirinale e alle Scuderie del Quirinale, sede di mostre temporanee, con accanto la piccola chiesa di San Silvestro al Quirinale. Verso est si incontrano le Terme di Diocleziano, la basilica di Santa Maria degli Angeli e l’Aula Ottagona. Scendendo verso via Nazionale ci sono la basilica di San Vitale e, poco oltre, la Galleria Sciarra. Chi risale verso l’Esquilino trova la basilica di Santa Prassede e la basilica di Santa Pudenziana, due interni a mosaico che meritano più visitatori di quanti ne ricevano. Il rione a valle, raccontato nella pagina su rione Monti, è il naturale prolungamento della passeggiata.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
L’incrocio delle Quattro Fontane ha attraversato quattro secoli di storia romana restando lo stesso nodo viario, e alcune date lo riguardano direttamente.
1561: si apre la strada Pia
Pio IV fa tracciare la strada rettilinea fra il palazzo del Quirinale e le mura aureliane, dove Michelangelo progetta Porta Pia, completata nel 1565. È il primo dei due assi che si incroceranno qui.
1585-1587: arriva l’Acqua Felice
Sisto V fa costruire l’acquedotto che riporta acqua corrente sui colli orientali, inaugurato nel 1587. Senza questa data le quattro fontane non sarebbero state possibili, e il quartiere non avrebbe potuto svilupparsi.
1587: l’obelisco esquilino
Domenico Fontana innalza dietro Santa Maria Maggiore l’obelisco proveniente dal Mausoleo di Augusto, creando il primo dei traguardi visibili dall’incrocio. È l’unico dei tre obelischi che esisteva già quando le fontane furono terminate.
1588-1593: il cantiere delle quattro fontane
Le fontane vengono realizzate negli angoli dell’incrocio con il concorso dei proprietari degli edifici. Sisto V muore nell’agosto del 1590, quindi non vede il cantiere concluso: l’opera si chiude sotto i pontificati successivi.
Seicento: Borromini e Bernini cambiano l’angolo
La costruzione di San Carlino, a partire dagli anni Trenta del Seicento, e quella di Sant’Andrea al Quirinale, fra gli anni Cinquanta e Settanta, trasformano il crocicchio in uno dei luoghi più densi di architettura moderna della città. Una delle quattro fontane finisce inglobata nel fianco della chiesa di Borromini.
1786 e 1789: gli altri due obelischi
Pio VI fa innalzare l’obelisco fra i Dioscuri in piazza del Quirinale nel 1786 e quello davanti a Trinità dei Monti nel 1789, completando due secoli dopo il sistema di traguardi visivi immaginato da Sisto V. Solo da questo momento la vista dei tre obelischi dall’incrocio è quella che si descrive oggi.
20 settembre 1870: la breccia e il nuovo nome
L’esercito italiano entra a Roma aprendo una breccia nelle mura accanto a Porta Pia, in fondo alla strada che passa da questo incrocio. Pochi anni dopo la strada Pia viene ribattezzata via XX Settembre, e il tratto orientale del crocicchio prende il nome che porta ancora oggi.
Dal 1871 in poi: la strada dei ministeri
Con Roma capitale, via XX Settembre si riempie di sedi ministeriali e di palazzi di rappresentanza costruiti fra Otto e Novecento. Il traffico che oggi rende scomoda la sosta all’incrocio nasce da qui: è il traffico di una strada di uffici pubblici, non di un quartiere residenziale.
Chi è passato da Le Quattro Fontane
Da questo incrocio sono passati, per ragioni diverse, quasi tutti quelli che hanno fatto la Roma moderna. Sisto V e Domenico Fontana lo hanno progettato. Francesco Borromini ci ha costruito la sua prima chiesa autonoma e ha abitato per anni nella zona, in un quartiere che era il suo campo di lavoro quotidiano. Gian Lorenzo Bernini ha lavorato a duecento metri, a Sant’Andrea al Quirinale, e a Palazzo Barberini più a valle.
I vedutisti del Settecento
L’incrocio compare nelle raccolte di vedute romane che circolavano in tutta Europa nel Settecento, da quelle di Giuseppe Vasi alle incisioni di Giovanni Battista Piranesi, che hanno fatto conoscere questa Roma a chi non l’aveva mai vista. Quelle stampe sono anche la nostra principale fonte iconografica su come fossero gli edifici d’angolo prima dei rifacimenti ottocenteschi.
I viaggiatori del Grand Tour
La strada Felice e la strada Pia erano fra i percorsi obbligati di chi arrivava a Roma nel Sette e Ottocento, perché collegavano le basiliche maggiori e attraversavano la zona delle ville e dei giardini sui colli. Chi alloggiava intorno a piazza di Spagna, come la maggior parte dei viaggiatori stranieri, passava da qui ogni volta che si dirigeva verso Santa Maria Maggiore o verso Porta Pia.
I capi di Stato, per via del Quirinale
Dal 1871 il palazzo del Quirinale è residenza reale e dal 1946 sede della Presidenza della Repubblica: il traffico istituzionale che percorre via del Quirinale e via XX Settembre passa quotidianamente da questo incrocio. Chi si trova qui in una mattina feriale vede scorte, controlli e chiusure temporanee della carreggiata: è un inconveniente per il visitatore e insieme la prova che la strada di Pio IV svolge ancora la funzione per cui era stata aperta.
Accessibilità, sicurezza e buone maniere sul crocicchio
Le Quattro Fontane si guardano dal marciapiede pubblico e non hanno barriere di accesso, ma i marciapiedi dell’incrocio sono stretti e in alcuni tratti larghi poco più di un metro, con pali della segnaletica e cestini che riducono ulteriormente il passaggio. Chi usa una carrozzina o spinge un passeggino riesce a raggiungere due degli angoli senza problemi, mentre per gli altri due deve mettere in conto attraversamenti semaforici e scivoli non sempre allineati. Consigliamo di arrivare dal lato di via del Quirinale, dove il marciapiede è più largo.
Con i bambini
La sosta è breve e le vasche sono a portata di mano, quindi il rischio vero è il traffico, non l’acqua. Chi viene con bambini piccoli li tenga per mano per tutto il tempo e scelga la domenica mattina, quando l’incrocio è quasi vuoto. Il gioco che funziona con i più grandi è la caccia ai tre obelischi: si danno le tre direzioni e si chiede di trovarli, e in cinque minuti hanno capito da soli che cos’è un asse prospettico.
Mangiare in zona: come si sceglie, senza farsi fregare
Non facciamo nomi di locali, per scelta: un elenco di insegne invecchia in pochi mesi e non aiuta nessuno. Ecco invece i criteri utili per muoversi in questa zona, che è una delle più insidiose di Roma perché mette insieme uffici, ministeri e flusso turistico verso Trevi.
I segnali da cui girare al largo
Il menu con le fotografie dei piatti. La persona che tira la pasta fresca dietro la vetrina o direttamente in strada, che è un richiamo commerciale e non un indizio di cucina. L’acchiappino che presidia la porta e invita a sedersi. Il locale aperto dalla mattina alla notte senza pausa di cucina, che significa piatti tenuti in caldo o rigenerati. E i posti immediatamente affacciati sui monumenti famosi, dove capita di trovare voci senza prezzo sul menu o listini diversi fra sala e dehors. Sulle catene che si ripetono con la stessa insegna in più punti del centro il discorso è chiuso in una riga: i romani non ci vanno.
Il criterio che funziona sempre
Guardare chi è seduto e in che lingua ordina. In una zona di ministeri, a mezzogiorno di un giorno feriale, un locale pieno di impiegati che parlano italiano è un segnale attendibile; lo stesso locale la domenica può essere chiuso o servire tutt’altro pubblico. Chi vuole un riferimento curato e non sponsorizzato può consultare la lista personale di Daniele Dezi su Google Maps, che raccoglie indirizzi scelti sul campo.
Domande frequenti su Le Quattro Fontane
Dove si trovano esattamente Le Quattro Fontane a Roma?
Le Quattro Fontane si trovano ai quattro angoli dell’incrocio fra via delle Quattro Fontane e via del Quirinale, che in quel punto diventa via XX Settembre, sul colle Quirinale. La fermata di metropolitana più vicina è Barberini sulla linea A, a circa cinquecento metri in salita, oppure Repubblica, sempre linea A, da cui si arriva in discesa in una decina di minuti.
Quanto costa vedere Le Quattro Fontane?
Vedere Le Quattro Fontane è gratuito e non richiede biglietto né prenotazione: sono quattro fontane a muro su suolo pubblico, visibili a qualsiasi ora del giorno e della notte. L’unica spesa possibile riguarda i monumenti vicini, come Palazzo Barberini, che ha un biglietto d’ingresso da verificare sul sito del museo perché tariffe e riduzioni cambiano.
Chi ha fatto costruire Le Quattro Fontane e quando?
Le Quattro Fontane furono volute da papa Sisto V nell’ambito del piano urbanistico disegnato da Domenico Fontana, e furono realizzate fra il 1588 e il 1593 con il concorso dei proprietari degli edifici d’angolo. Sisto V morì nell’agosto del 1590, quindi il cantiere si concluse dopo la sua morte. L’acqua arriva dall’acquedotto dell’Acqua Felice, inaugurato nel 1587.
Che cosa rappresentano le statue delle Quattro Fontane?
Le statue delle Quattro Fontane rappresentano due divinità fluviali maschili e due figure femminili, ma l’identificazione precisa è discussa. Le due figure maschili sono lette come il Tevere, riconoscibile per la lupa, e l’Aniene, oppure come il Tevere e l’Arno. Le due femminili sono identificate con Diana e Giunone, oppure interpretate come la Fedeltà e la Forza. Entrambe le letture circolano in letteratura.
È vero che dalle Quattro Fontane si vedono tre obelischi?
Dall’incrocio delle Quattro Fontane si vedono effettivamente tre obelischi, quello di Trinità dei Monti, quello del Quirinale e quello dietro Santa Maria Maggiore, più Porta Pia in fondo a via XX Settembre. Vanno però cercati con attenzione: sono lontani, piccoli e spesso coperti da traffico e segnaletica. Due dei tre obelischi furono innalzati alla fine del Settecento, due secoli dopo le fontane.
Quanto tempo serve per visitare Le Quattro Fontane?
Per Le Quattro Fontane bastano dai dieci ai venti minuti, il tempo di osservare le quattro nicchie e di cercare i tre obelischi lungo i due assi stradali. Inserendo nell’itinerario San Carlo alle Quattro Fontane e Sant’Andrea al Quirinale servono due ore e mezza, che diventano quattro aggiungendo la visita alla Galleria Nazionale d’Arte Antica a Palazzo Barberini.
Si possono fotografare Le Quattro Fontane?
Fotografare Le Quattro Fontane è consentito senza restrizioni, trattandosi di monumenti su suolo pubblico. Alcune delle fontane sono però protette da lastre trasparenti installate in occasione dei restauri, che producono riflessi fastidiosi in pieno giorno: conviene scattare da un’angolazione obliqua, senza flash, oppure con cielo coperto. Per la foto degli obelischi in fondo alle strade serve uno zoom ottico.
Le Quattro Fontane sono adatte a chi ha difficoltà motorie?
Le Quattro Fontane si osservano dal marciapiede e non hanno gradini né biglietterie, ma i marciapiedi dell’incrocio sono stretti e il traffico è intenso nei giorni feriali. Chi ha difficoltà motorie o usa una carrozzina raggiunge comodamente due dei quattro angoli, e per gli altri due deve affrontare attraversamenti semaforici. La domenica mattina presto la situazione migliora molto.
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