Fontana del Moro
La Fontana del Moro chiude l’estremità sud di Piazza Navona, dal lato di via di Pasquino e del palazzo che oggi ospita il Museo di Roma a Palazzo Braschi. È la più vecchia delle tre fontane della piazza: la vasca mistilinea in marmo, con le maschere e i tritoni che soffiano acqua dai bordi, è opera di Giacomo della Porta e risale al 1575, quasi ottant’anni prima che Gian Lorenzo Bernini mettesse mano al centro. La figura del Moro che lotta con un delfino arriva soltanto nel 1653, disegnata da Bernini e scolpita materialmente da Giovanni Antonio Mari. E c’è un dettaglio che quasi nessuno dei tre o quattromila passaggi quotidiani registra: i marmi che si vedono oggi in piazza sono copie. Gli originali furono smontati nell’Ottocento e portati al Giardino del Lago di Villa Borghese, dove si trovano tuttora, all’aperto, gratis, guardati da pochissimi. Queste righe spiegano che cosa si vede davvero, chi ha fatto che cosa, perché quel nome, come si fotografa senza portarsi a casa quaranta teste di sconosciuti, e come si evita il giro di locali che vive di chi si siede al primo tavolino con vista.
Dove si trova la Fontana del Moro e come arrivare
La Fontana del Moro si trova all’estremità meridionale di Piazza Navona, nel rione Parione, a circa centocinquanta metri da corso Vittorio Emanuele II e a poco più di trecento metri da Campo de’ Fiori. L’accesso è libero, la piazza è pubblica e aperta ventiquattro ore su ventiquattro, non esiste biglietto e non esiste orario. L’unico vincolo reale è la calca, che in alta stagione fra le dieci e le diciotto rende la vasca sud il punto più congestionato dell’intera piazza insieme alla Fontana dei Quattro Fiumi.
A piedi dal centro
Dal Pantheon si cammina otto minuti scarsi passando per piazza Sant’Eustachio e corso del Rinascimento. Da Castel Sant’Angelo servono dodici o tredici minuti attraversando ponte Sant’Angelo e proseguendo lungo via dei Banchi Nuovi e via del Governo Vecchio. Da largo di Torre Argentina si arriva in sette minuti per corso Vittorio Emanuele II, e chi viene da Trastevere attraversa ponte Sisto e taglia per via dei Pettinari e via dei Giubbonari in un quarto d’ora.
Chi arriva a piedi da nord, cioè da via di Ripetta o da piazza del Popolo, entra dalla parte opposta e incontra prima la Fontana del Nettuno. In quel caso la Fontana del Moro è l’ultima delle tre, in fondo a duecentosettanta metri di piazza. Vale come avvertenza pratica: quasi tutti i gruppi organizzati entrano da nord, si fermano al centro davanti a Bernini e si girano indietro. Chi entra da sud, da via di Pasquino, trova la vasca del Moro subito, spesso con dieci minuti di vantaggio sul grosso del flusso.
Con i mezzi pubblici
Piazza Navona non ha una fermata della metropolitana. Le stazioni più vicine sono Spagna e Barberini sulla linea A, entrambe a circa venti minuti di cammino, e largo di Torre Argentina, che non è metro ma è il nodo di superficie di riferimento, raggiunto dal tram 8 da Trastevere e da numerose linee di autobus. Le linee che passano più vicino alla piazza percorrono corso del Rinascimento e corso Vittorio Emanuele II: fra queste, secondo il quadro che ci risulta, la 30, la 70, la 81, l’87, la 492 e la 628. Gli itinerari delle linee romane cambiano con una certa frequenza per cantieri e deviazioni: consigliamo di controllare il percorso aggiornato sul sito dell’azienda di trasporto il giorno stesso, soprattutto la domenica e nelle giornate di manifestazioni in centro.
In auto: la risposta breve è no
Tutta l’area è dentro la zona a traffico limitato del centro storico, con varchi elettronici attivi in fascia diurna e nelle notti del fine settimana. Non esistono parcheggi in piazza né nelle vie immediatamente adiacenti, che sono in gran parte pedonali o larghe quattro metri. Chi arriva da fuori Roma fa prima lasciando l’auto in un parcheggio di scambio sulla metropolitana e completando in metro più dieci minuti a piedi. Il taxi scarica al massimo su corso Vittorio Emanuele II o su corso del Rinascimento, e l’ultimo tratto si fa comunque a piedi.
Da che parte conviene entrare
Il nostro consiglio operativo, per chi vuole vedere la fontana e non la schiena di chi la guarda, è entrare da via di Pasquino, il vicolo che collega piazza di Pasquino a Piazza Navona e che sbuca esattamente alle spalle della vasca del Moro. Sono venti metri di passaggio stretto e poi la fontana è lì, a sinistra. Da quella direzione si arriva con la luce alle spalle nella prima mattina, e si evita il collo di bottiglia di corso del Rinascimento. A pochi passi, nel vicolo, c’è anche la statua parlante di Pasquino, che per secoli ha ospitato le satire anonime dei romani contro i papi: due tappe a trenta secondi di distanza che quasi nessun itinerario mette in fila.
Che cosa si vede davvero: la vasca, le maschere, il gruppo centrale
La Fontana del Moro è composta da due strati storici distinti, separati da settantotto anni e da due committenze diverse. Sotto c’è la vasca cinquecentesca di Giacomo della Porta, con il suo profilo mistilineo e le figure marine sul bordo; sopra, al centro, il gruppo seicentesco del Moro con il delfino, aggiunto in epoca Pamphilj su disegno di Bernini. Riconoscere i due strati è la chiave per capire tutto il resto, comprese le proporzioni, che a un occhio attento risultano leggermente forzate.
La vasca e il suo disegno
La vasca è un bacino basso, a pianta mistilinea, in marmo, appoggiato su un gradino che la solleva di poco dal selciato. Il bordo non è una circonferenza: alterna tratti convessi e rientranze, disegnando un profilo mosso che cambia forma a ogni passo di chi gira intorno. È una soluzione tipica della scuola di Giacomo della Porta, l’architetto che fra il 1570 e il 1590 riempì Roma di fontane pubbliche per conto della Camera Apostolica, dalla Fontana delle Tartarughe in piazza Mattei alla vasca che oggi chiamiamo Terrina, davanti alla chiesa Nuova.
I tritoni e le maschere del bordo
Sul bordo della vasca si alternano quattro figure marine e quattro maschere. Le figure sono comunemente chiamate tritoni: creature ittiomorfe, con il torso umano e la parte inferiore che si risolve in code di pesce, appoggiate al bordo in atteggiamento di sostegno. Le maschere sono teste grottesche, con la bocca aperta da cui esce l’acqua. Chi si aspetta finezze di superficie resterà deluso dalle copie oggi in piazza: la modellazione è leggibile, ma sorda, priva di quella vibrazione del marmo che si riconosce invece sugli originali conservati a Villa Borghese. È una differenza che si vede a occhio nudo, senza bisogno di essere storici dell’arte, e ne parliamo nel capitolo dedicato.
Il gruppo centrale
Al centro, su una base a conchiglia, una figura maschile nuda e muscolosa, avvolta in un panneggio che le gira intorno alla vita, stringe fra le gambe e le braccia un grande delfino, torcendogli il muso verso l’alto. Dalla bocca dell’animale esce il getto principale. La posa è a spirale, costruita per essere vista da più punti e non da uno solo: il corpo ruota, la gamba destra fa perno, la testa guarda in una direzione mentre il bacino ne indica un’altra. È il tipo di invenzione che il linguaggio berniniano aveva reso corrente a Roma negli anni Cinquanta del Seicento, e che si ritrova, su scala diversa, nella Fontana del Tritone in piazza Barberini.
Il rapporto con la piazza
La fontana occupa il vertice sud della piazza allungata, quello più stretto. Di fronte, al centro, c’è la Fontana dei Quattro Fiumi con l’obelisco agonale; all’estremità nord la Fontana del Nettuno, rimasta per quasi tre secoli una vasca vuota e completata soltanto nell’Ottocento. Le tre fontane non nacquero insieme né furono pensate come un sistema: il sistema è un’idea ottocentesca, costruita a posteriori riempiendo la vasca nord per ragioni di simmetria. Chi guarda la piazza come un progetto unitario sta guardando il risultato di tre cantieri separati da quasi trecento anni.

La vasca di Giacomo della Porta e l’Acqua Vergine
La vasca della Fontana del Moro fu realizzata nel 1575 su progetto di Giacomo della Porta, nell’ambito del programma di fontane pubbliche alimentate dall’Acqua Vergine promosso dal papato nella seconda metà del Cinquecento. Non nacque come opera d’arte da contemplare: nacque come punto di presa dell’acqua per un quartiere che ne aveva bisogno e che in piazza teneva mercato tre volte a settimana.
Che cos’è l’Acqua Vergine
L’Acqua Vergine è l’acquedotto romano inaugurato nel 19 avanti Cristo da Marco Vipsanio Agrippa per servire le sue terme nel Campo Marzio. È l’unico acquedotto antico di Roma che non ha mai smesso completamente di funzionare: corre quasi tutto in galleria, sotto il livello del suolo, e questo lo ha protetto dai tagli e dalle distruzioni che nel VI secolo misero fuori uso gli altri. Il suo percorso sotterraneo arriva dalla zona di Salone, a est della città, e scende verso il centro storico con una pendenza minima.
Restaurata e rimessa in efficienza nel corso del Cinquecento, l’Acqua Vergine divenne la spina dorsale idrica di tutto il quadrante fra il Tridente e il Campo Marzio. Alla stessa rete appartengono la Fontana di Trevi, che ne è la mostra terminale monumentale, la Barcaccia a piazza di Spagna e le fontane di Piazza Navona. Quando si guarda l’acqua uscire dalla bocca del delfino, si guarda acqua che ha fatto un percorso cominciato a venti chilometri di distanza in un condotto scavato in età augustea.
Una pressione bassa, e le conseguenze
L’Acqua Vergine arriva in centro con un carico idraulico modesto, perché la quota di partenza è bassa. Questo ha determinato la forma di tutte le fontane che ne dipendono: getti corti, vasche larghe, effetti di velo e di traboccamento invece di zampilli verticali alti. La Fontana del Moro è un caso da manuale: l’acqua non sale, si apre. Chi arriva aspettandosi lo spettacolo verticale delle fontane ottocentesche o del Fontanone del Gianicolo, alimentato invece dall’Acqua Paola e servito da un dislivello enorme, resta spiazzato. È una differenza tecnica, e si legge negli occhi dei visitatori che aspettano qualcosa che non succederà.
Chi era Giacomo della Porta
Architetto e scultore lombardo attivo a Roma nella seconda metà del Cinquecento, Giacomo della Porta fu l’uomo che diede alla città il suo paesaggio d’acqua prima del Barocco. Completò la cupola di San Pietro con Domenico Fontana, firmò la facciata della Chiesa del Gesù e progettò una lunga serie di fontane pubbliche: quelle di Piazza Navona, la Fontana delle Tartarughe, la vasca della Terrina, altre nei rioni. Il suo lavoro si riconosce per un tratto preciso: il disegno della vasca conta quanto la scultura, e spesso di più.
Il primo assetto della fontana
Nell’assetto cinquecentesco la vasca non aveva al centro la figura che vediamo oggi. Le fonti concordano sul fatto che il gruppo del Moro sia un’aggiunta seicentesca e che prima al centro vi fosse un elemento più semplice, di carattere decorativo, sostituito quando i Pamphilj rimisero mano alla piazza. Sulla forma esatta di quell’elemento originario le ricostruzioni non sono unanimi e preferiamo non affermare più di quanto si possa documentare: quello che è certo è che la vasca è del 1575 e che il Moro arriva nel 1653.
Il 1653: Bernini disegna, Giovanni Antonio Mari scolpisce
Nel 1653 Gian Lorenzo Bernini progettò la figura centrale della Fontana del Moro, che fu però scolpita materialmente da Giovanni Antonio Mari su suo disegno e sotto la sua direzione. Questa precisazione non è un cavillo da specialisti: cambia la lettura dell’opera e cambia anche quello che si può dire, onestamente, a chi ci si trova davanti.
Perché la distinzione conta
La bottega di Bernini funzionava come un’impresa. Il maestro forniva il modello, spesso in creta o in gesso, definiva la posa, la torsione, i rapporti fra le masse, e affidava l’esecuzione in marmo a collaboratori scelti, intervenendo sulle parti che riteneva decisive. Il Moro di Piazza Navona appartiene a questa categoria: invenzione berniniana, mano di Mari. Attribuirlo genericamente a Bernini, come fanno molte didascalie e molti cartelli, è una semplificazione che cancella un artista e lascia credere che quel marmo sia stato lavorato dallo scalpello del maestro. Non lo è.
Chi era Giovanni Antonio Mari
Scultore attivo a Roma nel pieno Seicento, Giovanni Antonio Mari lavorò nell’orbita berniniana in un periodo di grandi cantieri papali. La sua biografia è documentata in modo frammentario e il catalogo delle sue opere è ristretto: il Moro di Piazza Navona resta il suo lavoro più noto e visibile. Anche per questo la correzione di attribuzione ha un senso pratico, oltre che filologico: senza quella riga, di Mari non resterebbe quasi nulla nella memoria pubblica della città.
Il contesto: i Pamphilj e la piazza
Il committente fu Innocenzo X Pamphilj, il papa che fra il 1644 e il 1655 trasformò Piazza Navona nel salotto monumentale della propria famiglia. Sul lato ovest della piazza sorge il palazzo di famiglia; accanto, la chiesa di Sant’Agnese in Agone, il cui cantiere passò dai Rainaldi a Francesco Borromini, di cui il sito racconta le opere romane nella pagina dedicata a Borromini a Roma; al centro, la Fontana dei Quattro Fiumi, vinta da Bernini nel 1651 con una manovra di corte diventata leggendaria. In questo quadro la vecchia vasca cinquecentesca del lato sud appariva povera, e il rifacimento del suo centro fu una questione di decoro dinastico prima che di gusto.
Il Moro e il resto dell’opera berniniana in città
Chi vuole seguire il filo dell’invenzione berniniana per Roma trova nella pagina Bernini a Roma l’itinerario completo, dalla Galleria Borghese con i gruppi giovanili al colonnato di piazza San Pietro, passando per gli angeli di ponte Sant’Angelo e per l’elefantino dell’obelisco della Minerva. La Fontana del Moro in quel percorso è una tappa minore per dimensioni e una tappa istruttiva per metodo: mostra come funzionava davvero una commessa pubblica nella Roma di metà Seicento.
Perché si chiama Fontana del Moro
Il nome Fontana del Moro è popolare, non ufficiale, e nasce dall’aspetto della figura centrale: carnagione resa scura dal marmo e dai depositi, tratti del volto letti dai romani come africani, turbante o panneggio attorcigliato sul capo nelle interpretazioni più libere. La denominazione si impose nell’uso e finì per sostituire qualunque altra: già nelle guide sette e ottocentesche la fontana è questa, e il suo nome è quello.
Moro, etiope, o divinità marina
Sul soggetto reale della statua la discussione è aperta e non si è mai chiusa. Una parte della letteratura legge la figura come un moro, cioè un africano, in continuità con l’iconografia secentesca degli schiavi e dei popoli lontani che compare anche altrove nella piazza. Un’altra parte la interpreta come una divinità marina: un tritone, o addirittura un Nettuno, che domina un delfino, soggetto del tutto coerente con il repertorio delle fontane e con le figure marine già presenti sul bordo della vasca di della Porta.
Gli argomenti a favore della lettura marina sono solidi. La posa che domina l’animale acquatico appartiene al linguaggio delle divinità del mare, la conchiglia sotto i piedi è un attributo marino, e il resto della fontana era già popolato di tritoni. Gli argomenti a favore della lettura etnica sono più fisionomici: la struttura del volto, il naso, la resa della capigliatura. Chi scrive queste righe non ha titolo per chiudere una discussione che gli storici dell’arte tengono aperta da due secoli, e la riporta per quello che è: un problema di interpretazione, non un fatto accertato.
Quella in piazza è una copia: gli originali sono a Villa Borghese
Le sculture che si vedono oggi sulla Fontana del Moro sono copie: gli originali furono rimossi nell’Ottocento e trasferiti al Giardino del Lago di Villa Borghese, dove sono ancora oggi, all’aperto e liberamente visibili. È il dato che manca in quasi tutte le spiegazioni ascoltate in piazza, ed è quello che cambia di più il valore di una visita.
Che cosa è stato spostato e quando
Lo spostamento riguardò i marmi originali della fontana, sostituiti in piazza da copie. La datazione più frequentemente riportata dalle fonti colloca l’operazione intorno al 1874, nel quadro dei lavori che seguirono il passaggio di Roma allo Stato italiano e il riassetto delle aree monumentali del centro. Su alcuni dettagli, e in particolare su quanti pezzi siano stati trasferiti in quell’occasione e quanti in interventi successivi, le ricostruzioni non coincidono: preferiamo segnalare la discordanza invece di dare per assodata una versione. Il fatto in sé, invece, è pacifico: in piazza ci sono copie, gli originali sono a Villa Borghese.
Dove sono esattamente, dentro Villa Borghese
Gli originali si trovano nel Giardino del Lago, il settore romantico della villa organizzato intorno al laghetto artificiale e al Tempio di Esculapio. È un’area a ingresso libero, aperta negli orari del parco pubblico, raggiungibile dal Pincio in una decina di minuti a piedi o dall’ingresso di porta Pinciana. Nelle vicinanze si trovano anche il Museo Carlo Bilotti nell’Aranciera, il Museo Pietro Canonica e l’ippodromo di piazza di Siena: un pomeriggio intero, se si vuole, con un costo di ingresso pari a zero per il parco e i suoi spazi aperti.
Perché vale il viaggio
La differenza fra originale e copia, in questo caso, è visibile senza strumenti. Sui marmi del Giardino del Lago si leggono i passaggi dello scalpello, la variazione di finitura fra le parti levigate e quelle lasciate ruvide, le zone in cui la superficie è stata trattata per catturare la luce. Sulle copie in piazza tutto questo è appiattito. Chi ha due ore e vuole capire davvero che cosa fossero quelle figure, faccia il percorso al contrario: prima Villa Borghese, poi Piazza Navona. Funziona meglio, perché l’occhio arriva in piazza già istruito.
Una curiosità su Fontana del Moro
Per oltre due secoli, dal 1652 fino al 1866, in agosto la piazza veniva deliberatamente allagata chiudendo gli scarichi delle fontane, e la Fontana del Moro finiva con la vasca dentro un lago artificiale alto qualche decina di centimetri. Era il Lago di Piazza Navona, una consuetudine cittadina che durava alcuni fine settimana estivi e che richiamava carrozze, nobiltà, popolo e commercio.
Come funzionava l’allagamento
Il meccanismo era semplice e sfruttava una caratteristica del terreno: il fondo della piazza, erede dell’arena dello stadio di Domiziano, è leggermente concavo verso il centro. Bastava ostruire le bocche di scarico delle fontane perché l’acqua dell’Acqua Vergine, che continuava ad affluire, si accumulasse sul selciato fino a formare uno specchio d’acqua basso. Le carrozze dei nobili vi giravano dentro sollevando spruzzi, i ragazzi ci sguazzavano, i venditori vendevano bevande ghiacciate sul bordo.
Perché finì
La consuetudine si interruppe nel 1866, pochi anni prima della fine dello Stato Pontificio. Le ragioni riportate dalle cronache riguardano il decoro, l’igiene e i problemi pratici di una piazza trasformata periodicamente in vasca: l’acqua stagnante d’estate, in una città che conosceva ancora le epidemie, non era una buona idea. Da allora la piazza non è più stata allagata per consuetudine, e le immagini che ne restano sono stampe, dipinti e descrizioni.
Che cosa resta oggi
Resta la forma del suolo, che si può verificare da soli: mettersi sul bordo nord della piazza e guardare verso sud a filo di selciato rende evidente la leggera depressione centrale. Resta l’impianto dello Stadio di Domiziano, visitabile nei sotterranei sul lato nord con biglietto a pagamento, che spiega perché la piazza ha quella pianta allungata con un’estremità curva. E resta, nei mesi caldi, la tentazione ricorrente di entrare nell’acqua delle fontane: è vietata dal regolamento di polizia urbana e sanzionata, e nel corso degli ultimi anni le sanzioni sono state inasprite più volte. L’importo esatto in vigore oggi conviene verificarlo sull’ordinanza comunale aggiornata, perché è cambiato più di una volta.
Una cosa che non ti dice nessuno su Fontana del Moro
La Fontana del Moro ha cambiato orientamento: oggi il Moro guarda verso il centro della piazza, ma in origine la fontana era rivolta verso l’esterno, verso via di Pasquino e il fronte del palazzo Pamphilj. La rotazione avvenne in epoca moderna, e spiega una stranezza che molti notano senza saperla nominare, cioè il fatto che la figura sembri dare le spalle a chi arriva da sud.
Che cosa si nota, senza saperlo
Mettetevi a sud della fontana, sul lato di via di Pasquino, e guardate: vedrete la schiena del Moro e la coda del delfino. Girate intorno alla vasca fino al lato nord e la scena si ricompone. Chi entra in piazza da sud, cioè la maggioranza di chi viene da corso Vittorio Emanuele II, incontra quindi la fontana dal lato sbagliato, e in genere risolve scattando una foto storta e proseguendo. Sono quindici secondi di cammino in più per vederla come va vista.
Perché l’orientamento è cambiato
Le ragioni riportate riguardano la ristrutturazione dell’assetto della piazza e la volontà di mettere le tre fontane in relazione lungo l’asse centrale. Sulla data esatta della rotazione le fonti che abbiamo consultato non concordano, e collocano l’intervento genericamente fra l’Ottocento e i lavori successivi: riportiamo il fatto e segnaliamo l’incertezza sulla cronologia, senza fissare un anno che non possiamo documentare.
Una seconda cosa che quasi nessuno guarda
Le maschere del bordo non sono tutte uguali. Chi gira lentamente intorno alla vasca, con cinque minuti di calma, vede che le espressioni cambiano: una bocca è più aperta, una fronte più corrugata, una barba più fitta. È la normale variazione di una serie scolpita a mano, e nelle copie è meno marcata che negli originali, ma resta leggibile. È anche l’unico modo per passare dieci minuti davanti a questa fontana senza annoiarsi: smettere di guardare il Moro e guardare il bordo.
Il consiglio che ti do per visitare Fontana del Moro
Il consiglio operativo è uno solo e vale più di tutto il resto: venire prima delle otto del mattino, oppure dopo le ventitré. Fra le dieci e le diciannove, nei mesi da aprile a ottobre, il lato sud di Piazza Navona è un imbuto di gruppi, ritrattisti, venditori ambulanti e tavolini, e la fontana si guarda a spintoni.
La prima mattina
Dalle sei e mezzo alle otto la piazza è praticamente vuota. Ci sono i netturbini, qualche corridore, i camerieri che tirano fuori i tavoli, e la luce radente da est che entra fra i palazzi del lato lungo e prende la fontana di taglio. È l’unica fascia oraria in cui si può girare intorno alla vasca senza nessuno nell’inquadratura, e l’unica in cui si sente il rumore dell’acqua. Di giorno il rumore dell’acqua semplicemente non si sente, coperto dal brusio.
La sera tardi
Dopo le ventitré la piazza si svuota per gradi. I tavolini all’aperto chiudono progressivamente, i gruppi sono spariti da ore, e restano i ritrattisti e qualche passeggiata. L’illuminazione artificiale scalda i marmi e li rende più scuri di quanto siano, il che accentua l’impressione che ha generato il soprannome. È la fascia oraria in cui la fontana è più bella e la meno praticata da chi visita Roma in giornata.
Quanto tempo serve
Per la sola Fontana del Moro bastano dieci minuti, quindici se si gira intorno alla vasca guardando le maschere una per una. Per Piazza Navona nel suo complesso, comprese le tre fontane e la facciata di Sant’Agnese in Agone, calcolare quaranta minuti. Chi aggiunge i sotterranei dello Stadio di Domiziano metta in conto un’ora in più e un biglietto a pagamento, con orari che conviene verificare prima perché il sito ha giorni di chiusura e visite a turni.

Mangiare e bere intorno a Piazza Navona: come si sceglie
Nessun locale viene nominato in questa pagina, per scelta redazionale: le insegne cambiano gestione, i prezzi cambiano stagione, e un elenco invecchia in pochi mesi. Quello che non cambia sono i criteri, e intorno a una piazza monumentale servono più che altrove. Il perimetro di Piazza Navona è uno dei tratti di Roma con la più alta concentrazione di attività che vivono esclusivamente di passaggio turistico.
I segnali di trappola, uno per uno
Il menu con le fotografie dei piatti è il primo. Un locale che deve mostrare la fotografia di una carbonara sta dicendo che il suo cliente non tornerà mai e non ha bisogno di essere convinto due volte. Il secondo segnale è la persona all’ingresso che invita a sedersi, elenca le lingue parlate e propone uno sconto: la cucina non si promuove così. Il terzo è l’orario continuato dalla mattina a notte fonda senza pausa: una cucina vera ha turni, e fra le quindici e le diciannove è chiusa.
Il quarto segnale è la signora che tira la pasta fresca dietro la vetrina o direttamente in strada. È un richiamo scenografico rivolto a chi passa, non un indizio di qualità: lo si trova ormai identico in decine di vetrine del centro, sempre nelle stesse ore di passaggio. Il quinto, il più semplice, è la posizione: i locali con i tavoli piazzati davanti a un monumento famoso tendono ad adeguare il prezzo al cliente che hanno davanti, con voci non prezzate sul menu e listini che cambiano fra la sala interna e il dehors.
Il fenomeno delle insegne ripetute
Nel centro di Roma si è moltiplicato negli ultimi anni un modello di locale che si riconosce a colpo d’occhio: stessa insegna in più punti della città, stesso menu identico, coda organizzata col numerino, prodotto standardizzato pensato per essere fotografato. Non li nominiamo e non li consigliamo. L’osservazione che ci interessa è un’altra, e chiunque viva a Roma la può confermare: i romani in quelle code non ci sono.
Il criterio che funziona sempre
Guardare chi è seduto e in che lingua ordina. Se alle sette e mezzo di sera le sale sono piene di stranieri, il locale lavora su un turno anticipato costruito sul turismo. Se alle venti e trenta ci sono tavoli di romani che parlano fra loro e ordinano senza aprire il menu, è un altro tipo di posto. Funziona in ogni quartiere e non richiede di conoscere una sola insegna.
Dove si mangia davvero, in pratica
Il consiglio che diamo a chi ci chiede è di allontanarsi di trecento metri. Verso via del Governo Vecchio, verso il Pellegrino, verso il Ghetto, verso Trastevere oltre il fiume: bastano cinque minuti di cammino per uscire dalla fascia di prezzo da monumento. Chi vuole un riferimento concreto e non sponsorizzato può consultare la lista personale di Daniele Dezi su Google Maps, una raccolta curata negli anni e senza accordi commerciali. Per la spesa e per i banchi storici, invece, rimandiamo alla pagina sui mercati di Roma e a quella di Campo de’ Fiori, che è a sei minuti a piedi ed è un mercato al mattino e tutt’altra cosa la sera.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Piazza Navona ricalca la pianta dello stadio che Domiziano fece costruire nell’85 dopo Cristo per le gare atletiche di modello greco, e la Fontana del Moro occupa grosso modo il punto in cui si trovava una delle estremità dell’arena. È una nozione che compare su ogni guida, e che quasi nessuno traduce in qualcosa da guardare sul posto.
Come si legge lo stadio nella piazza di oggi
La piazza è lunga circa duecentosettanta metri e larga meno di sessanta, con il lato nord chiuso da una curva e il lato sud rettilineo. Quella forma non è una scelta urbanistica barocca: è il calco dell’impianto antico, con le case costruite sopra le gradinate e le fondazioni degli archi inglobate nei palazzi. Il termine agone, da cui deriva il nome in agone della chiesa e l’aggettivo agonale dell’obelisco, viene proprio dalle gare, dal greco agon.
Dove si tocca con mano
Sul lato nord, sotto il livello stradale, sono visitabili i resti dell’impianto: arcate, murature in laterizio, il piano antico a oltre quattro metri di profondità rispetto a quello attuale. La pagina dedicata allo Stadio di Domiziano riporta le informazioni pratiche sull’accesso, che avviene con biglietto e in orari limitati. È l’unico punto in cui si passa dalla nozione al mattone.
Perché conta per la fontana
Conta per due ragioni concrete. La prima è idraulica: la concavità del piano, eredità dell’arena, è la stessa che rendeva possibile l’allagamento estivo. La seconda è di fondazione: costruire una vasca su un terreno di riporto stratificato sopra strutture antiche pone problemi di assestamento, ed è una delle ragioni per cui le fontane della piazza hanno avuto nei secoli bisogno di interventi ricorrenti su condotte e tenute. Sulle singole date di questi interventi non riportiamo elenchi, perché la documentazione accessibile è parziale e frammentata.
La foto giusta da fare a Fontana del Moro
La fotografia che funziona alla Fontana del Moro si fa dal lato nord della vasca, abbassandosi all’altezza del bordo, con la cupola di Sant’Agnese in Agone tagliata fuori e il getto del delfino controluce nella prima ora dopo l’alba. È una scelta precisa e va contro l’istinto, che porterebbe a fare il contrario.
Da dove, esattamente
Posizionarsi sul lato della vasca rivolto verso il centro della piazza, a circa due metri dal bordo. Abbassare la macchina o il telefono all’altezza del parapetto, non tenerla all’altezza degli occhi: da un metro e settanta il profilo del Moro si schiaccia contro il fondo dei palazzi, da ottanta centimetri si stacca contro il cielo. È la differenza fra una foto qualunque e una foto in cui la figura respira.
La luce
Da est la luce del primo mattino entra bassa lungo l’asse della piazza e colpisce la fontana di tre quarti, disegnando i volumi. A mezzogiorno la luce è verticale e piatta, il marmo diventa bianco slavato e le ombre spariscono sotto le figure: è la peggiore ora possibile ed è quella in cui si scatta il novanta per cento delle fotografie. La sera, con l’illuminazione artificiale, il colore vira al caldo e serve appoggiare il telefono sul bordo per evitare il mosso, dato che i tempi si allungano.
Il dettaglio che pochi fotografano
Le maschere del bordo, inquadrate da vicino e isolate, danno immagini più forti del gruppo centrale. Una testa grottesca con l’acqua che esce dalla bocca, riempita nell’inquadratura fino a toccare i bordi, senza contesto: è la fotografia che nessuno fa in piazza e che regge da sola. Consigliamo di farne tre o quattro, una per maschera, e di confrontarle poi: le differenze di scalpello si vedono meglio sullo schermo che sul posto.
Regole e buon senso
Fotografare la fontana è libero e gratuito, come in tutti gli spazi pubblici della città. Non è consentito salire sul bordo della vasca, entrare in acqua o sedersi sul parapetto, e negli ultimi anni i controlli su questi comportamenti sono aumentati con sanzioni pecuniarie. Per i droni la normativa sul centro storico di Roma è restrittiva e l’area è interdetta al volo senza autorizzazioni specifiche: chi ci prova rischia il sequestro dell’apparecchio. Per le riprese professionali con attrezzatura, cavalletti compresi, serve un’autorizzazione comunale da richiedere in anticipo.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
La Fontana del Moro ha attraversato quattro secoli e mezzo di vita della piazza: il mercato, il lago d’agosto, il passaggio allo Stato italiano con il trasferimento degli originali, la trasformazione in piazza turistica del secondo Novecento e il danneggiamento vandalico del 2011. Qui sotto i passaggi con una data verificabile.
1575: la vasca di Giacomo della Porta
La vasca viene realizzata nell’ambito del programma di fontane pubbliche alimentate dall’Acqua Vergine. La piazza in quegli anni ospita il mercato cittadino, trasferito qui dal Campidoglio nel Quattrocento, e la fontana nasce prima di tutto come servizio: acqua per i banchi, per le bestie, per le case intorno.
1653: il gruppo centrale
Sotto Innocenzo X Pamphilj, Bernini disegna la figura del Moro, che Giovanni Antonio Mari esegue in marmo. È l’anno in cui la piazza è un cantiere aperto su tre fronti, con la fontana centrale appena terminata, la chiesa di Sant’Agnese in costruzione e il palazzo di famiglia in fase di ampliamento.
Dal 1652 al 1866: il lago d’agosto
Per più di due secoli l’allagamento estivo della piazza diventa un appuntamento fisso del calendario romano, con la fontana immersa fino al gradino. La consuetudine si chiude nel 1866.
Intorno al 1874: il trasferimento degli originali
I marmi originali vengono rimossi e portati al Giardino del Lago di Villa Borghese, sostituiti in piazza da copie. La datazione più ricorrente è quella del 1874, ma su questo punto le fonti non sono del tutto allineate e lo segnaliamo.
2011: il danneggiamento vandalico
Nel 2011 la Fontana del Moro fu gravemente danneggiata da un atto vandalico: un uomo colpì ripetutamente le sculture con un oggetto contundente, staccando frammenti dal volto e dalle mani della figura centrale. L’episodio ebbe ampia eco sulla stampa nazionale e riaprì il dibattito sulla sorveglianza dei monumenti all’aperto nel centro di Roma. I frammenti furono recuperati e si procedette al ripristino: sulla durata esatta dei lavori e sull’entità dell’intervento non riportiamo cifre, perché non abbiamo riscontri che consideriamo affidabili. Il fatto che i pezzi colpiti fossero copie ottocentesche e non gli originali del Seicento ha limitato la perdita storica, e questo è l’unico aspetto consolante della vicenda.
Chi è passato da Fontana del Moro
Davanti alla Fontana del Moro sono passati, in senso proprio e documentato, i protagonisti della Roma barocca che quella piazza hanno costruito: Innocenzo X Pamphilj, committente del gruppo centrale nel 1653, Gian Lorenzo Bernini che lo disegnò, Francesco Borromini che lavorava a pochi metri sulla facciata di Sant’Agnese in Agone, Giacomo della Porta che ottant’anni prima aveva impostato la vasca.
I papi e la piazza
Gregorio XIII promosse il programma di fontane pubbliche dentro cui nasce la vasca cinquecentesca. Innocenzo X trasformò la piazza nella scena della propria famiglia fra il 1644 e il 1655, e fu lui a volere il rifacimento del centro della vasca sud. Da lui, e dal palazzo di famiglia affacciato sulla piazza, discende buona parte dell’aspetto attuale di tutto il fronte ovest.
I romani
Resta la parte meno raccontata. Per secoli questa è stata la fontana del mercato, poi quella del quartiere, poi quella davanti a cui si dava appuntamento chi lavorava nelle botteghe di via del Governo Vecchio e nei palazzi intorno. Oggi i romani attraversano la piazza soprattutto per andare altrove, e la sera tardi tornano a essere la maggioranza di chi ci si siede sui gradini intorno. Chi vuole vedere questo lato della piazza deve venirci fuori stagione, un martedì di novembre, verso le ventidue.
Visitare oggi: costi, accessibilità, regole
La Fontana del Moro è visibile gratuitamente in qualsiasi momento del giorno e della notte, senza biglietto, senza prenotazione e senza barriere: si trova in una piazza pubblica pedonale, pianeggiante, con pavimentazione in sampietrini. Non esistono orari di apertura perché non esiste una chiusura.
Accessibilità
Il piano della piazza è privo di gradini e raggiungibile da tutti gli accessi laterali senza dislivelli significativi. Il fondo in sampietrini rende scomodo il transito con sedie a rotelle, passeggini e valigie, in particolare nel tratto centrale dove la pavimentazione è più irregolare. Il bordo della vasca è basso e consente una visione ravvicinata anche da seduti. I servizi igienici pubblici più vicini sono quelli a pagamento delle strutture commerciali del perimetro, il che nella pratica significa consumare qualcosa.
Le regole in vigore
Il regolamento di polizia urbana vieta di entrare nelle vasche, di salire sui bordi, di immergere oggetti e di bagnarsi nelle fontane monumentali, e negli ultimi anni ha esteso il divieto anche al sedersi sul parapetto delle fontane storiche. Le sanzioni previste sono state modificate più volte e possono arrivare a diverse centinaia di euro: l’importo aggiornato va verificato sull’ordinanza comunale in vigore, perché cambia. Bere ai nasoni, invece, è consentito e incoraggiato.
Che cosa è sopravvalutato, qui
Un giudizio lo diamo, perché serve. I ritrattisti e i banchetti di souvenir del perimetro sono la parte meno interessante di Piazza Navona e assorbono buona parte dell’attenzione dei visitatori; la Fontana del Moro, che è il pezzo più antico della piazza, riceve in media un quarto del tempo dedicato alla fontana centrale. Il rapporto andrebbe invertito, o almeno riequilibrato. E il caffè con vista, pagato tre o quattro volte il prezzo di un banco a duecento metri, è la spesa meno giustificata che si possa fare in questa zona di Roma.
Che cosa vedere nel raggio di dieci minuti
Intorno alla Fontana del Moro si concentra una densità di monumenti rara anche per Roma: nel raggio di seicento metri ci sono cinque chiese con opere di primo piano, tre musei civici e statali, due piazze storiche e una delle sedi istituzionali della Repubblica.
A meno di cinque minuti
La statua parlante di Pasquino è a venti metri dall’uscita sud della piazza. Palazzo Braschi chiude l’angolo fra la piazza e corso Vittorio Emanuele II. La chiesa di Santa Maria della Pace, con il chiostro del Bramante e la Sibille di Raffaello, è dietro il lato ovest. Palazzo Altemps, sede della collezione di scultura antica del Museo Nazionale Romano, è appena a nord.
A dieci minuti
La chiesa di San Luigi dei Francesi con i tre Caravaggio della cappella Contarelli, la basilica di Sant’Agostino, la chiesa di Sant’Ivo alla Sapienza con la lanterna a spirale di Borromini, Palazzo Madama, il Museo Barracco di scultura antica, la Cancelleria, la Galleria Spada con la prospettiva borrominiana, la basilica di Sant’Andrea della Valle e il Pantheon, che dal lato sud della piazza dista meno di ottocento metri.
Se si ha mezza giornata
Un percorso che funziona bene parte dalla Fontana del Moro, prosegue verso il Pantheon e la Minerva con il suo obelisco e l’elefantino, tocca la chiesa di Sant’Ignazio con la volta del Pozzo e sbuca a piazza Colonna, da cui in cinque minuti si è su via del Corso e in dieci alla Fontana di Trevi. È un’ora e mezza di cammino lento, tutta in piano, senza mai prendere un mezzo.
Domande frequenti su Fontana del Moro
Dove si trova la Fontana del Moro?
La Fontana del Moro si trova all’estremità sud di Piazza Navona, a Roma, nel rione Parione, dal lato di via di Pasquino e di Palazzo Braschi. È una delle tre fontane della piazza, la più meridionale delle tre, a circa centocinquanta metri da corso Vittorio Emanuele II. L’accesso è libero e la piazza è pedonale.
Quanto costa vedere la Fontana del Moro?
Vedere la Fontana del Moro è gratuito: si trova in una piazza pubblica, non ha recinzione né biglietteria ed è visibile a qualsiasi ora del giorno e della notte. L’unico costo eventuale riguarda i sotterranei dello Stadio di Domiziano sul lato nord della piazza, che sono un sito a parte con biglietto a pagamento e orari propri da verificare prima della visita.
La statua della Fontana del Moro è di Bernini?
La figura centrale della Fontana del Moro fu progettata da Gian Lorenzo Bernini nel 1653 e scolpita materialmente da Giovanni Antonio Mari sul suo disegno. Attribuirla senz’altro a Bernini è una semplificazione diffusa: l’invenzione è sua, l’esecuzione in marmo no. La vasca che la ospita è più antica di quasi ottant’anni e si deve a Giacomo della Porta, che la realizzò nel 1575.
Perché si chiama Fontana del Moro?
La Fontana del Moro prende il nome dall’aspetto della figura centrale, letta dai romani come quella di un uomo di pelle scura. Il soprannome è popolare e non ufficiale. Sul soggetto reale gli studiosi discutono ancora: secondo una lettura si tratta di un moro, secondo un’altra di una divinità marina, un tritone o un Nettuno, che lotta con un delfino, ipotesi coerente con le altre figure marine della vasca.
Le statue della Fontana del Moro sono originali?
No: le sculture visibili oggi sulla Fontana del Moro in Piazza Navona sono copie. Gli originali furono rimossi nell’Ottocento, con una datazione che le fonti collocano più spesso intorno al 1874, e trasferiti al Giardino del Lago di Villa Borghese, dove si trovano tuttora all’aperto e visibili gratuitamente negli orari di apertura del parco pubblico.
Come si arriva alla Fontana del Moro con i mezzi?
Alla Fontana del Moro non arriva la metropolitana: Piazza Navona non ha una stazione. Il nodo di riferimento è largo di Torre Argentina, a sette minuti a piedi, servito dal tram 8 e da numerose linee di autobus; altre linee passano su corso del Rinascimento e corso Vittorio Emanuele II. Le stazioni Spagna e Barberini della linea A distano circa venti minuti di cammino. Conviene controllare i percorsi aggiornati il giorno stesso.
Qual è l’orario migliore per visitare la Fontana del Moro?
L’orario migliore per vedere la Fontana del Moro è prima delle otto del mattino oppure dopo le ventitré. Fra le dieci e le diciannove, da aprile a ottobre, il lato sud di Piazza Navona è il tratto più affollato della piazza e la vasca si guarda a fatica. La prima mattina offre luce radente da est, silenzio e la possibilità di girare intorno alla fontana senza folla nelle inquadrature.
La Fontana del Moro è accessibile con sedia a rotelle?
La Fontana del Moro è raggiungibile in sedia a rotelle perché Piazza Navona è pedonale, pianeggiante e senza gradini agli accessi. La difficoltà reale è la pavimentazione in sampietrini, irregolare e faticosa, e la calca nelle ore centrali, che riduce lo spazio di manovra fra tavolini e gruppi. Le prime ore del mattino restano la fascia più praticabile.
Si può entrare nell’acqua o sedersi sul bordo della Fontana del Moro?
No: alla Fontana del Moro, come in tutte le fontane monumentali di Roma, il regolamento di polizia urbana vieta di entrare in acqua, salire sui bordi e sedersi sul parapetto, con sanzioni pecuniarie. Fotografare è invece libero e gratuito, mentre per i droni l’area del centro storico è interdetta senza autorizzazioni specifiche e per le riprese professionali con cavalletto serve un permesso comunale.
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